NELSON DeMILLE MORTE A PLUM ISLAND (Plum Island, 1997) A Larry Kirshbaum, amico, editor, e compagno nel gioco d'azzardo ...
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NELSON DeMILLE MORTE A PLUM ISLAND (Plum Island, 1997) A Larry Kirshbaum, amico, editor, e compagno nel gioco d'azzardo Ringraziamenti Sono grato alle seguenti persone per avere diviso con me le loro cognizioni speciali. Eventuali errori od omissioni nella storia sono solo e unicamente miei. Inoltre, mi sono permesso qua e là qualche piccola licenza letteraria, ma ho cercato di rimanere per la maggior parte fedele alle informazioni e ai consigli fornitimi da questi signori e signore. Grazie, in primo luogo, al Tenente John Kennedy, dell'ufficio Investigativo del Dipartimento di Polizia della Contea di Nassau, per avere lavorato quasi quanto me a questo romanzo. John Kennedy è un poliziotto integerrimo, un onesto avvocato, un marinaio esperto, un buon marito per Carol, un buon amico per i DeMille e un severo critico letterario. Grazie, grazie infinite per il tuo tempo e la tua perizia. Vorrei nuovamente ringraziare Dan Starer della Research for Writers, NYC, per il suo diligente lavoro. Vorrei inoltre ringraziare Bob e Linda Scalia di Southold per il loro aiuto in fatto di notizie e usanze locali. La mia riconoscenza a Martin Bowe e a Laura Flanagan della biblioteca pubblica di Garden City per l'eccellente aiuto nelle ricerche. Molti ringraziamenti a Howard Polskin della CNN, e a Janet Alshouse, Cindi Younker e Mike DelGiudice di News 12 Long Island, per avermi messo a disposizione il loro servizio televisivo su Plum Island. Grazie ancora a Bob Whiting, della Banfi Vinificatori, per avere diviso con me la sua competenza e la sua passione per il vino. I miei ringraziamenti al dottor Alfonso Torres, direttore del Centro Malattie degli Animali di Plum Island, per il suo tempo e la sua pazienza, e la mia ammirazione per l'importante e altruistico lavoro svolto da lui e dal suo personale. Tanta gratitudine alla mia assistente Dianne Francis, per centinaia di ore di arduo e impegnato lavoro.
I miei penultimi ringraziamenti al mio agente e amico Nick Ellison, e alle sue collaboratrici Christina Harcar e Faye Bender. Impossibile, per un autore, essere meglio rappresentati o avere migliori colleghi. Infine, ultimo ma non meno importante, ancora un grazie a Ginny DeMille: questo è il suo settimo libro ma lei cura l'editing sempre con amore ed entusiasmo. Nota dell'autore In merito al Centro Malattie degli Animali del ministero dell'Agricoltura degli Stati Uniti con sede a Plum Island, mi sono permesso qualche piccola licenza letteraria riguardo all'isola e al lavoro che vi viene svolto. Tre possono mantenere un segreto, se due di loro sono morti. Benjamin Franklin, Poor Richard's Almanac (1735) 1 Attraverso il binocolo, potevo vedere quel bel cabinato di circa dodici metri ancorato a qualche centinaio di metri dalla costa. A bordo c'erano due coppie sulla trentina che se la spassavano, prendendo il sole, ingurgitando beveraggi e via dicendo. Le donne indossavano tanga e niente reggiseno, e uno degli uomini, che se ne stava ritto a prua, d'un tratto si fece scivolar giù i calzoncini, rimanendo per un attimo nudo come un verme, poi si tuffò nella baia e prese a nuotare intorno alla barca. Gran paese, il nostro. Posai il binocolo e aprii una lattina di Budweiser. Si era a fine estate, e non intendo fine agosto, ma già settembre, prima dell'equinozio autunnale. Il weekend della Festa del Lavoro era ormai passato, e l'estate indiana, qualunque cosa sia, era alle porte. Io, John Corey per servirvi, piedipiatti di professione in convalescenza, me ne stavo in veranda sul retro della casa di mio zio, sprofondato in una poltrona di vimini e con la mente attraversata da pensieri oziosi. Riflettevo tra me che il problema del non far niente è il non sapere quando non ne potrai più. La veranda è di quelle antiquate che si estendono su ben tre lati di una casa colonica vittoriana del 1890, tutta assicelle di copertura e ornamenti vistosi, torrette, timpani, per gli interi nove metri. Da dove sedevo, potevo
guardare a sud attraverso un verde prato in pendio fino alla Great Peconic Bay. Il sole era basso sull'orizzonte a ovest, dov'era logico che fosse alle 6 e 45 del pomeriggio. Sono un ragazzo di città, io, ma stavo realmente familiarizzando con l'essenza della campagna, il cielo e tutto il resto, e qualche settimana prima avevo finalmente trovato l'Orsa Maggiore. Indosso avevo una semplice maglietta bianca e jeans sfrangiati che mi andavano bene prima che perdessi troppo peso. Tenevo i piedi nudi appoggiati sulla ringhiera, e tra l'alluce destro e il sinistro era incorniciato il cabinato di cui sopra. Verso quell'ora puoi cominciare a udire i grilli, le cavallette e chissà cos'altro, ma non sono un fanatico dei rumori della natura per cui, sul tavolinetto accanto a me, un mangianastri portatile faceva udire la colonna sonora de Il grande freddo. Avevo la Bud nella sinistra, il binocolo in grembo e, sul pavimento a portata della mano destra, la mia pistola di quando sono fuori servizio, un revolver Smith&Wesson calibro 38 con canna di cinque centimetri che mi stava giusta giusta dentro il borsello. Scherzo, naturalmente. Durante i due secondi di silenzio tra When a Man Loves a Woman e Dancing in the Street, potei udire o avvertire sulle vecchie tavole scricchiolanti che qualcuno stava camminando lungo la veranda. Dato che vivo solo e non aspettavo nessuno, presi la calibro 38 nella destra e me la posai in grembo. Tanto perché non pensiate che sono un cittadino paranoico, sarà bene precisare che non ero convalescente dagli orecchioni, bensì da tre ferite d'arma da fuoco, due 9 mm e una calibro 44 Magnum, non che la dimensione dei fori abbia importanza. Come per le proprietà immobiliari, quello che conta nei fori da proiettile è la posizione, la posizione e ancora la posizione. Va da sé che quei fori erano nelle posizioni giuste, perché ero in convalescenza e non in via di decomposizione. Guardai verso destra dove la veranda girava attorno al lato ovest della casa. Apparve un uomo dall'angolo, poi si fermò a quattro o cinque metri da me, scrutando le lunghe ombre proiettate dal sole al tramonto. Anzi, l'uomo stesso proiettava una lunga ombra che terminava oltre me, così che sembrò non mi vedesse. Ma con il sole alle sue spalle era difficile anche per me vederlo in faccia o intuirne le intenzioni. «Serve aiuto?» dissi. Girò la testa verso di me. «Oh... ehi, John. Non ti avevo visto.» «Siediti, Capo.» Infilai il revolver nella cintura dei calzoni, sotto la maglietta, poi abbassai il volume di Dancing in the Street. Sylvester Maxwell, detto Max, che da queste parti è la legge, avanzò
calmo calmo verso di me e calò il sedere sulla ringhiera, così da starmi di fronte. Indossava un blazer blu, camicia bianca sbottonata, calzoni di tela marrone chiaro, scarpe da barca e niente calzini. Non sapevo dire se fosse in servizio oppure no. «C'è qualche analcolico lì in fresco.» «Grazie.» Si chinò e pescò una Budweiser dal ghiaccio. A Max piace chiamare analcolico la birra. Sorseggiò per un poco, contemplando un punto dello spazio a mezzo metro dal suo naso. Tornai a dirigere la mia attenzione verso la baia e ad ascoltare Too Many Fish in the Sea dei Marvelettes. Era lunedì, così i gitanti di fine settimana se n'erano andati, grazie a Dio, e come dicevo era passata anche la Festa del Lavoro, quando la maggior parte degli affitti estivi scadeva, e si poteva avvertire il ritorno della solitudine. Max è un ragazzo del posto e non usa venire subito al dunque, perciò aspetti che sia pronto a farlo. Alla fine mi domandò: «È tua questa casa?» «No, di mio zio. Lui vuole che la comperi.» «Non comperare niente. La mia filosofia è, se vola, galleggia o scopa, prendi in affitto.» «Grazie.» «Hai intenzione di rimanere qui per un po'?» «Fino a che il vento smette di fischiarmi attraverso il petto.» Sorrise, ma poi tornò a immergersi nella contemplazione. Max è un pezzo d'uomo, suppergiù dell'età mia, vale a dire verso la metà della quarantina, capelli biondi ondulati, bel colorito e occhi azzurri. Pare che le donne lo trovino bello, il che torna comodo al Capo Maxwell, che è scapolo ed etero. «E così, come ti senti?» s'informò. «Non c'è male.» «Un po' di esercizio mentale ti andrebbe?» Non risposi. Conosco Max da dieci anni ma, dato che non vivo da queste parti, lo vedo solo di tanto in tanto. Dovrei spiegare a questo punto che sono un investigatore della Omicidi di New York City, già in servizio nella zona di Manhattan Nord fino a che non ero stato colpito. Questo accadeva il dodici aprile. Erano almeno due decenni che un investigatore della Omicidi non veniva gravemente ferito a New York, perciò la cosa aveva fatto notizia. Quelli dell'Ufficio Relazioni Pubbliche del Dipartimento di Polizia di New York l'avevano tenuta ben viva perché c'era di nuovo in vista il rinnovo del contratto, e trattandosi di me che ero così bello, aitante e via dicendo, l'avevano sfruttata un po', la stampa aveva dato una mano e via di
questo passo. In tutto questo, i due che mi avevano colpito erano e sono tuttora latitanti. Così, avevo passato un mese al Columbia Presbiterian, poi alcune settimane nel mio appartamento di Manhattan, e infine zio Harry aveva suggerito che la sua casa per l'estate era il posto adatto per un eroe. Perché no? Vi ero arrivato alla fine di maggio, subito dopo il Memorial Day. «Conoscevi, penso, Tom e Judy Gordon», disse Max. Lo guardai. I nostri sguardi si incontrarono. Compresi. «Tutti e due?» domandai. Assentì. «Tutti e due.» Dopo un momento di rispettoso silenzio, aggiunse: «Ci terrei che tu dessi un'occhiata alla scena». «Perché?» «Perché no? Come favore personale. Prima che chiunque altro se ne prenda un pezzo. Sono a corto di investigatori della Omicidi.» In realtà, il Dipartimento di Polizia della città di Southold non ha una squadra omicidi, e di solito va bene così, dato che sono ben pochi a venire fatti fuori da queste parti. Quando proprio succede, la polizia della Contea di Suffolk provvede col distaccare qualcuno della Omicidi perché prenda in mano la situazione, e Max si fa da parte. A Max questo non piace. Qualche ragguaglio, ora, sulla località: questa è la North Fork di Long Island, Stato di New York, municipalità di Southold, fondata, stando a una targa sulla strada principale, nel 1640 e rotti da alcune persone di New Haven, Connecticut, le quali, per quello che se ne sa, erano in fuga dai soldati del re d'Inghilterra. La South Fork di Long Island, che resta sull'altro lato della Peconic Bay, è la mondana Hamptons: scrittori, artisti, attori, pubblicitari e altri omologhi assortiti. Qui, sulla North Fork, la popolazione è formata per lo più da agricoltori, pescatori e simili. E forse da un assassino. A ogni modo, la casa di zio Harry si trova in particolare nel piccolo villaggio di Mattituck, che è a circa centocinquanta chilometri dalla 102a Strada Ovest dove due gentiluomini dall'aspetto ispanico avevano scaricato quattordici o quindici colpi contro il sinceramente vostro, mandandone a segno tre su un bersaglio mobile distante da sei a nove metri. Non un'esibizione tale da impressionare, ma non è mia intenzione criticare, né lamentarmi. La municipalità di Southold, in ogni caso, comprende la maggior parte della North Fork, e conta otto frazioni, chiamiamole così, e un villaggio, Greenport, nonché una forza di polizia di una quarantina di agenti di cui
Sylvester Maxwell è il capo, e questo è tutto. «Non ci perdi niente a dare un'occhiata», disse Max. «Sì che ci perdo. Metti che mi notifichino un ordine di comparizione per testimoniare, qui, in qualche momento per me inopportuno? Non vengo pagato, io, per questo.» «In realtà, ho telefonato all'ufficio amministrativo della contea e ho ottenuto il benestare ufficiale per ingaggiarti come consulente. Cento dollari il giorno.» «Ehi! Sembra proprio il genere d'incarico per cui fare i salti mortali.» Max si concesse un sorriso. «Via, ci paghi il gas e il telefono. Non stai facendo un bel niente, al momento.» «Sto cercando di far chiudere un buco nel mio polmone destro.» «Non dovrai certo affaticarti.» «Come fai a dirlo?» «È la tua occasione di essere un buon cittadino di Southold.» «Sono di New York, io. Non sono tenuto a essere un buon cittadino.» «Di', li conoscevi bene i Gordon? Erano tuoi amici?» «In un certo senso.» «Sì? Be', eccola, la tua motivazione. Coraggio, John. Alzati e andiamo. Ti sarò in debito di un favore. Fissa tu il prezzo.» In verità, mi annoiavo, e i Gordon erano care persone... Mi alzai e posai la birra. «Accetterò l'incarico a un dollaro la settimana, tanto per agire in veste ufficiale.» «Bravo. Non te ne pentirai.» «Certo che me ne pentirò.» Spensi Jeremiah Was a Bullfrog e domandai a Max: «C'è molto sangue?» «Un po'. Ferite alla testa.» «Pensi che mi servano le ciabattine?» «Be'... parte dei cervelli e dei crani è schizzata in giro...» «Okay.» Infilai i piedi nelle ciabattine di gomma, poi Mark e io ci avviammo tutt'intorno alla veranda fino al viale circolare davanti alla casa. Presi posto nella sua auto della polizia senza contrassegni, una Jeep Cherokee bianca con una radio piuttosto malandata. Ci mettemmo in moto giù per il lungo viale, che per un centinaio d'anni circa era stato disseminato di valve di ostriche e di mitili perché zio Harry e chiunque altro prima di lui ve le gettavano mischiate alla cenere e alle scorie della caldaia per tenere giù il fango e la polvere. A ogni modo, questa un tempo era quella che viene definita una fattoria sulla baia, e sulla
baia lo è tuttora, ma la gran parte del terreno agricolo è stata venduta. Il paesaggio si presenta alquanto incolto, e la flora è quasi tutta di un genere di piante che quasi non vengono più usate, tipo forsizia, salici e siepi di ligustro. La casa in sé è dipinta di un color panna con tetto e rifiniture verdi. Ha un suo fascino, in realtà, e forse la comprerò se i medici della polizia diranno che sono da mettere a riposo. Dovrei esercitarmi a tossire sangue. Riguardo alla mia invalidità, ho buone probabilità di andarmene in pensione con tre quarti dello stipendio esenti da tasse. È l'equivalente, nella polizia di New York, dell'andare ad Atlantic City, inciampare in uno strappo nel tappeto del Trump's Castle e, in piena vista di un legale esperto in casi di responsabilità civile, battere la testa contro una slot machine. Jackpot! «Mi hai sentito?» «Come?» «Ho detto, li ha trovati un vicino, alle cinque e tre quarti...» «Sono ufficialmente ingaggiato, ora?» «Certo. Uccisi tutti e due con un solo colpo alla testa, e il vicino li ha trovati distesi sul pavimento della veranda...» «Max, tutto questo lo vedrò da me. Dimmi del vicino, invece.» «Giusto. Si chiama Edgar Murphy, è un vecchio signore. Ha sentito la barca dei Gordon rientrare verso le 5 e 30 del pomeriggio. Circa un quarto d'ora dopo, va da loro e li trova assassinati. Mai udito uno sparo.» «Apparecchio acustico?» «No. Gliel'ho domandato. Anche la moglie ci sente benissimo, a quel che dice Edgar. Perciò, forse c'era il silenziatore. O forse sono più sordi di quello che pensano.» «Ma la barca l'hanno sentita. Edgar è sicuro dell'ora?» «Abbastanza. Ci ha chiamati alle 5 e 51, quindi suppergiù ci siamo.» «Eh, sì.» Guardai il mio orologio. Erano ormai le 7 e 10. Max doveva avere avuto la brillante idea di venire a ingaggiare me subito dopo essersi recato sul luogo del fattaccio. Ne conclusi che quelli della Omicidi della Contea di Suffolk dovessero trovarsi là, ora. Probabilmente erano partiti da Yaphank, una piccola località, sede della polizia della contea, che si trova a circa un'ora di macchina da dove abitavano i Gordon. Max continuava a parlare di questo e di quello, e io cercavo di rimettere in moto la mente, ma erano passati quasi cinque mesi da quando avevo dovuto occuparmi di cose del genere. Ero tentato di scattare, «Attieniti ai fatti, Max!» ma lo lasciavo portare avanti il suo monotono ronzio. Inoltre, Je-
remiah Was a Bullfrog non faceva che risuonarmi nella mente, ed è davvero irritante, come sapete, non riuscire a togliersi dalla testa un motivetto. Quello, in particolare. Guardavo fuori dal finestrino aperto. Stavamo percorrendo la strada principale est-ovest, detta per comodità la Main Road, verso un posto chiamato Nassau Point dove abitano... o meglio, abitavano i Gordon. La North Fork è un po' come Cape Cod, una lingua di terra spazzata dal vento circondata su tre lati dall'acqua e carica di storia. La popolazione stabile è piuttosto esigua, suppergiù ventimila persone, ma in compenso abbondano quelli che vi passano l'estate o il weekend, e le nuove enoteche hanno attratto gitanti giornalieri. Mettete su un'enoteca e vedrete arrivare diecimila bellimbusti degustatori di vino dal più vicino centro urbano. Potete scommetterci. A ogni modo, svoltammo a sud verso Nassau Point, una penisoletta a forma di mannaia lunga tre chilometri che si spinge entro la Great Peconic Bay. Dal mio pontile a quello dei Gordon saranno all'incirca quattro miglia. Nassau Point è stato un luogo di villeggiatura fin dagli anni Venti, e le case vanno da semplici bungalow a proprietà sontuose. Albert Einstein passava l'estate qui, e fu da qui che nel 1934 scrisse a Roosevelt la sua famosa «Lettera da Nassau Point» per esortare il presidente a fare andare avanti la bomba atomica. Il resto, come dicono, è storia. Cosa interessante, Nassau Point ospita ancora un certo numero di scienziati; alcuni lavorano al Laboratorio Nazionale di Brookhaven, qualcosa di nucleare e di segreto una cinquantina di chilometri a ovest di qui, mentre altri lavorano su Plum Island, un centro di ricerche biologiche talmente top secret e a tal punto pericolose da dover essere condotte su un'isola. Plum Island è circa due miglia al largo dell'estremità di Orient Point, che è l'ultimo tratto di terra della North Fork: prossima fermata, l'Europa. Non secondario a tutto questo, Tom e Judy Gordon erano biologi che lavoravano su Plum Island, e potete scommettere che Sylvester Maxwell e John Corey stavano pensando entrambi a questo. «Hai chiamato i Federali?» domandai a Max. Scosse la testa. «Perché no?» «L'omicidio non è un reato federale.» «Tu sai di che cosa sto parlando, Max.» Il Capo Maxwell non rispose.
2 Ci avvicinammo alla casa dei Gordon annidata su un piccolo prato sulla costa occidentale della punta. Era una casa stile ranch degli anni Sessanta che era stata poi rimodernata negli anni Novanta. I Gordon, provenienti da qualche parte del Midwest, e incerti sulla via che avrebbero preso le loro carriere, l'avevano presa in affitto con l'opzione per acquistarla, come una volta mi avevano accennato. Penso che se lavorassi con le sostanze con cui lavoravano loro, nemmeno io farei progetti a lungo termine. Diavolo, non comprerei nemmeno frutta acerba. Rivolsi l'attenzione alla scena al di là dei finestrini della Jeep. Su quel gradevole prato ombroso, piccoli capannelli di vicini e di ragazzi in bicicletta sostavano tutt'intorno, sotto le lunghe ombre violacee, parlando e guardando la casa dei Gordon. Tre auto della polizia di Southold erano parcheggiate di fronte alla casa, e così altre due senza contrassegni. Un furgone della scientifica bloccava il viale di accesso. È buona norma non addentrarsi con l'auto o parcheggiare sulla scena di un crimine per evitare di distruggere indizi, ed ero incoraggiato nel vedere che la piccola forza di polizia rurale di Max fin lì ci arrivava. Sempre sulla strada c'erano due furgoni della televisione uno di una stazione locale di Long Island, l'altro della NBG. Notai, inoltre, alcuni individui, evidentemente reporter, che cercavano di far parlare i vicini, piantando microfoni davanti a chiunque aprisse la bocca. Non era ancora il solito circo dei media, ma lo sarebbe stato appena il resto degli squali dell'informazione avesse avuto sentore del caso di Plum Island. Nastro giallo, tipico da scena del crimine, era avvolto da albero ad albero, per isolare la casa e il terreno circostante. Max si fermò dietro il furgone della scientifica e scendemmo. Lampeggiarono alcune telecamere, poi un gruppo di potenti riflettori-video si accese, ed ecco che venivamo registrati per il telegiornale delle undici. Mi auguravo che la commissione per il riconoscimento dell'invalidità non fosse davanti allo schermo, per non parlare dei pistoleri che avevano tentato di far secco moi, e che ora avrebbero scoperto dove mi trovavo. Fermo nel viale d'accesso c'era un agente in uniforme con un taccuino l'addetto a prendere nota di chi arrivava sulla scena del crimine - e Max gli diede nome, titolo e così via del sottoscritto, così ero ufficialmente regi-
strato, ora, soggetto a mandati di comparizione da parte del Procuratore Distrettuale e di potenziali avvocati della difesa. Era esattamente quello che io non volevo, ma quando il destino aveva bussato mi aveva trovato in casa. Percorremmo il viale a ghiaia e attraverso un piccolo arco passammo nel terreno sul retro, pavimentato per la maggior parte da un tavolato di cedro, a più livelli poiché dalla casa scendeva digradando giù alla baia e terminava nel lungo pontile dove era ormeggiata la barca dei Gordon. Era una serata davvero splendida, e avrei voluto che Tom e Judy fossero vivi per vederla. Osservai il solito contingente di esperti della scientifica, più tre agenti della città di Southold in uniforme e una donna vestita, in modo troppo formale, di un abito a giacca marrone chiaro, camicetta bianca e scarpe a tacco basso. Lì per lì pensai potesse trattarsi di una persona di famiglia, convocata per riconoscere i cadaveri e via dicendo, ma poi vidi che aveva con sé blocchetto e penna, e ostentava un modo di fare alquanto formale. Distesi sul bel tavolato di cedro grigio argenteo, supini l'uno accanto all'altro, c'erano Tom e Judy, i piedi verso la casa e la testa verso la baia, braccia e gambe di traverso come marionette. Un fotografo della polizia stava scattando fotografie dei cadaveri, e il flash illuminava il tavolato e creava uno strano gioco di luci sui due corpi, facendoli apparire per un microsecondo qualcosa di macabro, come ne La notte dei morti viventi. Fissavo i due cadaveri. Tom e Judy Gordon erano verso la metà della trentina, entrambi in ottima forma, perfino nella morte una coppia particolarmente bella, al punto che venivano a volte scambiati per celebrità quando cenavano fuori, nei locali più alla moda. Entrambi indossavano jeans, scarpe da tennis e maglietta. Quella di Tom era nera con il logo di una ditta di forniture nautiche sul davanti, e quella di Judy era più chic, di un verde oliva con una piccola vela gialla sul seno a sinistra. Max, sospettavo, non ne vedeva molti di morti ammazzati nel giro di un anno, ma probabilmente vedeva un numero sufficiente di morti naturali, suicidi, vittime di incidenti e così via, per cui non avrebbe sudato freddo. Appariva scuro in volto, preoccupato, pensoso e professionale, ma lanciava continue occhiate ai due corpi come se non potesse credere che fossero persone assassinate, quelle distese là sul bel tavolato. Il sottoscritto, d'altro canto, lavorando come fa in una metropoli che conta circa 1500 omicidi l'anno, non è estraneo alla morte, come si suol dire.
Non vedo tutti e 1500 i cadaveri, ma ne vedo abbastanza da non rimanere più sorpreso, impressionato, scioccato o rattristato. Tuttavia, quando si tratta di qualcuno che conoscevi e che ti era simpatico, la cosa è diversa. M'incamminai attraverso il tavolato e mi fermai accanto a Tom Gordon. Tom aveva un foro di proiettile all'attaccatura del naso. Judy lo aveva nella tempia sinistra. Supponendo che a sparare fosse stato uno solo, allora Tom, essendo un tipo ben piantato, era stato probabilmente ucciso per primo, con un unico colpo alla testa; poi Judy, nel girarsi incredula verso il marito, aveva ricevuto il secondo proiettile proprio nella tempia. I due proiettili erano probabilmente passati attraverso i loro crani ed erano finiti nella baia. Sfortuna nera per la balistica. Non sono mai stato sulla scena di un omicidio che non avesse un odore: incredibilmente nauseabondo, se le vittime erano morte già da qualche tempo. Se c'era sangue, potevo sempre sentirne l'odore, e se una cavità del corpo era stata penetrata, c'era in genere un particolare tanfo di visceri. È qualcosa che vorrei non dover sentire mai più; l'ultima volta che ho sentito l'odore del sangue, si trattava del mio. A ogni modo, il fatto che lì le uccisioni fossero avvenute all'aperto migliorava la situazione. Mi guardai attorno e non potei scorgere alcun punto nei pressi dove chi aveva sparato potesse nascondersi. Le porte a vetri scorrevoli della casa erano aperte e forse l'assassino si trovava là dentro, ma la distanza dai cadaveri era di almeno sei metri, e non sono molti quelli che possono mandare a segno un buon colpo alla testa da quella distanza con una pistola. Io ne ero la prova vivente. Da sei metri si spara prima al corpo, poi ci si avvicina e si completa l'opera con un colpo alla testa. Perciò le possibilità erano due: chi sparava stava usando un fucile, non una pistola, oppure, era in grado di avvicinarsi ai due senza destare in loro alcun allarme. Qualcuno dall'aspetto normale, senza niente di minaccioso, forse perfino qualcuno che conoscevano. I Gordon erano scesi dalla barca, si erano avviati su per il tavolato, a un certo punto avevano scorto quella persona e avevano continuato a camminare verso di lui, o di lei. La persona aveva puntato una pistola da non più di un metro e mezzo di distanza e li aveva centrati entrambi. Guardai al di là delle vittime e vidi minuscole bandierine colorate piantate qua e là nelle tavole di cedro. «Rosso sta per sangue?» Max assentì. «Bianco per cranio, grigio per...» «Capito.» Meno male che calzavo le ciabattine.
«I fori d'uscita sono grandi», mi informò Max, «come se l'intera parte posteriore dei crani fosse spappolata. E, come puoi vedere, sono grandi anche quelli di entrata. Direi senz'altro una calibro 45. Ancora non abbiamo trovato i due proiettili. Finiti probabilmente nella baia.» Non risposi. Max accennò alle porte scorrevoli e mi informò: «La vetrata d'ingresso è stata forzata e la casa rovistata da cima a fondo. Di oggetti grandi non ne manca nessuno: televisore, computer, stereo, quella roba lì c'è tutta. Ma potrebbero mancare gioielli e altre piccole cose». Contemplai per un momento quell'ipotesi. I Gordon, come la maggior parte dei cervelloni a stipendio governativo, gioielli, oggetti d'arte e altre cose del genere non ne possedevano molte. Un drogato avrebbe agguantato qualche costoso apparecchio elettronico e se la sarebbe squagliata. «Ecco come la vedo io», disse Max. «Un ladro, uomo, donna o anche più d'uno. Stavano facendo il comodo loro quando attraverso la porta a vetri hanno visto arrivare i Gordon; allora sono usciti, hanno sparato e se la sono data a gambe.» Mi guardò. «Giusto?» «Se lo dici tu.» «Lo dico, sì.» «Capito.» Suonava meglio di SACCHEGGIATA CASA DI SCIENZIATI ADDETTI CENTRO BATTERIOLOGICO TOP SECRET e anche di SCIENZIATI TROVATI ASSASSINATI. Max mi venne più vicino e sottovoce domandò: «Tu che cosa pensi, John?» «Parlavi di cento dollari l'ora?» «Andiamo, non tenermi sulla corda. Si dà il caso che abbiamo per le mani un duplice omicidio di portata mondiale.» «Ma tu hai appena detto che potrebbe trattarsi semplicemente di qualcosa tipo coniugi-rincasano-e-vengono-fatti-fuori», replicai. «Già, ma si scopre che i coniugi sono... quello che sono.» Mi fissò e disse: «Fammi una ricostruzione». «D'accordo. Capisci anche tu che chi ha sparato non l'ha fatto da quella porta scorrevole. Era fermo proprio di fronte a loro. La porta che tu hai trovato aperta era chiusa, allora, e i Gordon non hanno visto niente di insolito nell'avvicinarsi alla casa. L'assassino era probabilmente seduto su una di queste sdraio, e poteva essere arrivato con una barca, visto che non intendeva certo parcheggiare l'auto davanti alla casa dove chiunque poteva vederla. O magari un'auto lo ha lasciato qui fuori. In un caso e nell'altro, o
i Gordon lo conoscevano oppure non sono rimasti turbati dalla sua presenza nel loro giardino dietro casa; magari si tratta di una donna, amabile e gentile d'aspetto, e i Gordon avanzano verso di lei e lei verso di loro. Potrebbero avere scambiato perfino qualche parola ma, subito dopo, chi ha sparato ha estratto una pistola e li ha fatti fuori.» Il Capo Maxwell assentiva. «Se chi li ha uccisi cercava qualcosa dentro casa, non si trattava né di gioielli né di contanti, ma di documenti. Sai... roba scientifica. Non ha ucciso i Gordon perché lo avevano sorpreso; li ha uccisi perché li voleva morti. Li stava aspettando. Tu questo lo sai.» Fece cenno di sì. «E non basta, Max», continuai. «Ne ho visti un sacco di furti improvvisati e incasinati in cui il padrone di casa ci lascia la pelle e il ladro resta a mani vuote. Quando poi c'è di mezzo la droga, non c'è niente che abbia senso.» Il Capo Maxwell si lisciava il mento e intanto contemplava da un lato un drogato con pistola, dall'altro un assassino a sangue freddo, e qualsiasi altra cosa potesse trovarsi nel mezzo. Mentre lui faceva questo, io mi inginocchiai vicino alle vittime, più vicino a Judy. Lei aveva gli occhi aperti, proprio spalancati, e sembrava sorpresa. Anche quelli di Tom erano aperti, ma l'espressione era più placida di quella della moglie. Le mosche avevano trovato il sangue intorno alle ferite, e fui tentato di scacciarle, ma non aveva importanza. Esaminai i cadaveri più da vicino senza toccare niente che potesse attirarmi i fulmini di quelli della scientifica. Osservai capelli, unghie, pelle, indumenti, scarpe e così via. Quand'ebbi finito, accarezzai la guancia di Judy e mi rialzai. «Da quanto tempo li conoscevi?» mi domandò Max. «Da giugno.» «Sei già stato in questa casa?» «Sì. Devi farmi ancora una domanda.» «Be'... devo domandarti... Dov'eri, oggi, verso le 5 e 30?» «Con la tua ragazza.» Sorrise, ma non era divertito. «Tu fino a che punto li conoscevi?» domandai a Max. Esitò un istante, poi rispose: «Solo dal lato sociale. La mia ragazza mi trascina ad assaggi di vini e altre stronzate del genere». «Ah, sì? E come sapevi che io li conoscevo?»
«Avevano accennato all'avere fatto amicizia con un poliziotto di New York che era qui in convalescenza. Dissi che ti conoscevo.» «Com'è piccolo il mondo», osservai. Non fece commenti. Mi guardai attorno nel giardino sul retro. A est c'era la casa, a sud l'alta e folta barriera di una siepe, e al di là della siepe la proprietà di Edgar Murphy, il vicino che aveva trovato i cadaveri. Verso nord, un'aperta zona paludosa si estendeva per alcune centinaia di metri fino alla prossima casa, che era a malapena visibile. Verso ovest, il tavolato scendeva in tre terrazze alla baia, dove il pontile si prolungava per una trentina di metri fin dove l'acqua era più profonda. Al termine del pontile c'era la barca dei Gordon, uno snello motoscafo da corsa bianco in fiberglass: un Formula trequalcosa, lungo circa nove metri. Si chiamava Spirocheta, che come quasi tutti sanno è un virus malefico che provoca la sifilide. I Gordon avevano il senso dell'umorismo. «Edgar Murphy», disse Max, «mi ha spiegato che i Gordon si servivano talvolta della loro barca per andare e tornare da Plum Island. Prendevano il traghetto quando il tempo era cattivo e d'inverno.» Assentii. Lo sapevo. «Voglio telefonare a Plum Island», continuò, «per vedere se posso scoprire a che ora sono venuti via. Il mare è calmo, la marea si sta alzando e il vento viene da levante, perciò potevano coprire nel tempo più breve il tratto fra Plum e qui.» «Non sono un marinaio.» «Be', io sì. Potrebbero averci impiegato appena un'ora per arrivare qui da Plum, mentre di solito ci vuole un'ora e mezzo, o anche due. I Murphy hanno sentito arrivare la barca dei Gordon verso le 5 e 30, perciò ora vedo se possiamo stabilire a che ora hanno lasciato Plum, e così sapremo con maggiore certezza se era la barca dei Gordon quella che i Murphy hanno sentito arrivare alle 5 e 30.» «Giusto.» Contemplavo tutto intorno a me il cosiddetto «ponte». C'era la solita veranda e l'arredo da giardino: tavolo, sedie, bar all'aperto, ombrelloni e così via. Piccoli cespugli e piante crescevano attraverso le fessure del tavolato, ma in effetti non esisteva un posto dove qualcuno potesse nascondersi, lì all'esterno, per tendere un agguato a due persone. «A che cosa stai pensando?» mi domandò Max. «Be', sto pensando al grande ponte all'americana. Ampio, in legno che non richiede manutenzione, a più livelli, panoramico e così via. Non come
la mia angusta e antiquata veranda che ha sempre bisogno di una mano di vernice. Se comperassi la casa di mio zio, potrei costruire un ponte come questo fin giù alla baia. Ma poi non avrei più un prato altrettanto grande.» Max lasciò passare alcuni secondi, poi domandò: «A questo, stai pensando?» «Sì. Tu, a che cosa stai pensando?» «Sto pensando a un duplice omicidio.» «Bene. Dimmi cos'altro hai scoperto, qui.» «D'accordo. Ho toccato i motori...» Accennò col pollice verso il motoscafo. «Quando sono arrivato erano ancora caldi, come i cadaveri.» Assentii. Il sole era sul punto di immergersi nella baia, stava diventando notevolmente più buio e più fresco, e io cominciavo ad avere freddo in maglietta e calzoncini, sans biancheria. Settembre è davvero un mese meraviglioso su e giù per la costa atlantica, dalle Outer Banks fino a Terranova. Le giornate sono miti, di notte si dorme che è un piacere; è estate senza l'umidità e la calura, autunno senza il freddo e la pioggia. Gli uccelli dell'estate non sono ancora partiti, e i primi migratori dal nord stanno facendo una sosta nel loro volo verso il sud. Suppongo che, se lascerò Manhattan e verrò a rintanarmi qui, finirò per lasciarmi conquistare dalla natura, dall'andare in barca, a pesca e da tutto il resto. Max stava dicendo: «E c'è un altro particolare: hanno solo dato volta alla cima intorno ai pali». «Bene, c'è un importante spiraglio nel caso. Cosa cavolo è la cima?» «La fune. La fune della barca non è ormeggiata alle bitte del pontile. È solo temporaneamente legata a quei grossi pali che sporgono dall'acqua. Ne deduco che intendessero uscire di nuovo in barca, di lì a poco.» «Buona osservazione.» «Esatto. Perciò, nessuna idea?» «No.» «Nessuna osservazione tua?» «Penso che tu mi abbia battuto sul tempo, Capo.» «Teorie, pensieri, intuizioni? Niente?» «Niente.» Il Capo Maxwell sembrò sul punto di dire qualcos'altro, come «sei licenziato», invece disse: «devo fare una telefonata», e si allontanò verso la casa. Gettai un'occhiata verso le vittime. La donna con l'abito a giacca marro-
ne stava ora tracciando il contorno di Judy con il gesso. È buona norma di polizia a New York City che il funzionario incaricato delle indagini tracci i contorni, e immaginavo che qui fosse la stessa cosa. Il concetto è che l'investigatore destinato a seguire il caso fino alla conclusione e a collaborare con il procuratore distrettuale debba conoscere e lavorare all'intero caso fin dove è possibile. Ne dedussi, di conseguenza, che la signora in marrone era un'investigatrice della Omicidi e che fosse lei il funzionario incaricato di indagare sul caso. Ne dedussi, inoltre, che avrei finito per avere a che fare con lei, qualora avessi deciso di aiutare Max. La scena di un omicidio è uno dei luoghi più interessanti al mondo, se sapete che cosa state cercando e osservando. Prendiamo, per esempio, persone come Tom e Judy: loro guardano bacilli al microscopio e possono dire i nomi di quei bacilli, quello che stanno facendo al momento, quello che sono capaci di fare alla persona che li osserva, e così via. Ma se li guardassi io, quei bacilli, tutto quello che vedrei sarebbero cosini che si agitano. Non ho l'occhio o la mente addestrati per i bacilli, io. In compenso, quando osservo un cadavere e la scena che lo circonda, vedo cose che la maggior parte della gente non vede. Max aveva toccato i motori e i due corpi e aveva notato che erano caldi, aveva notato com'era legata la barca e registrato una decina di altri piccoli particolari che il cittadino medio non noterebbe. Ma Max non è un vero detective, e stava operando a un livello di second'ordine, mentre per risolvere un omicidio come quello bisognava operare a un livello molto più alto. Lui questo lo sapeva, ed ecco perché aveva chiamato me. Si dava il caso che conoscessi le vittime e, per l'investigatore addetto al caso, questo è un grande vantaggio. Sapevo, per esempio, che a bordo i Gordon indossavano in genere calzoncini, maglietta e scarpe da barca, nella traversata verso Plum Island, e che sul lavoro si infilavano gli indumenti da laboratorio o si paludavano contro i rischi inerenti le ricerche o altro del genere. Inoltre, Tom non sembrava più Tom, in maglietta nera, e Judy, per quello che ricordo, era più portata alle tinte pastello. La mia ipotesi era che fossero vestiti così per mimetizzarsi, e che le scarpe da corsa servissero per la velocità. Già, ma stavo forse inventandomi degli indizi, cosa che bisogna guardarsi bene dal fare. Sì, ma c'era terra rossa sulle suole delle loro scarpe da corsa. Da dove veniva? Non dal laboratorio, probabilmente non dalla passerella del traghetto per Plum Island, non dalla loro barca e non dal pontile o dal ponte della casa. Sembrava proprio che fossero stati altrove, quel giorno, e che si
fossero vestiti di proposito in modo insolito, e indubbiamente la giornata si era conclusa in modo diverso. C'era sotto qualcos'altro, lì, e non avevo alcuna idea di che cosa fosse, ma qualcos'altro era, decisamente. Tuttavia, era sempre possibile che si fossero soltanto imbattuti in un ladro. La cosa, voglio dire, poteva non avere niente a che fare con il loro lavoro. Restava il fatto che Max era nervoso al riguardo, e suscettibile, cosa che aveva contagiato anche me, mi si perdoni l'involontaria battuta. E prima di mezzanotte il posto sarebbe stato invaso dall'FBI, da quelli dei Servizi Segreti della Difesa e dalla CIA. A meno che Max non riuscisse, nel frattempo, a catturare un ladro tossicomane. «Scusi.» Mi girai verso la voce. Era la signora in marrone. «Prego.» «Scusi, è autorizzato a trovarsi qui, lei?» «Sono qui con quegli altri.» «È un agente di polizia?» Evidentemente la mia T-shirt e i calzoncini non proiettavano un'immagine autorevole. «Sono con il Capo Maxwell.» «Questo l'avevo visto. Ha dato le sue generalità?» «Perché non va a controllare?» Mi girai e mi avviai per scendere al livello inferiore del ponte, evitando le bandierine colorate. Mi diressi verso il pontile, e lei mi seguì. «Sono il detective Penrose, appartengo alla Omicidi della Contea di Suffolk, e sono incaricata di condurre quest'indagine.» «Congratulazioni.» «E a meno che lei non sia qui in veste ufficiale...» «Dovrà parlare con il Capo.» Scesi sul pontile e mi avviai verso il punto dov'era legata l'imbarcazione dei Gordon. La brezza era tesa, là in fondo al lungo pontile, e il sole era tramontato. Non vedevo barche a vela sulla baia, ora, ma alcune imbarcazioni a motore passavano ancora, con delle luci accese. Un tre quarti di luna si era levato a sudest, e stendeva una scia argentea attraverso l'acqua. C'era l'alta marea e il motoscafo era quasi a livello del pontile. Con un salto balzai a bordo. «Che cosa sta facendo? Non può far questo.» Era una gran bella donna, naturalmente; se fosse stata una racchiona, mi sarei mostrato molto più gentile. Era vestita, come ho già detto, in modo piuttosto severo, ma sotto l'abito di taglio maschile la figura era una sinfonia di curve, una melodia di carne che voleva prorompere libera. Dava
quasi l'impressione di una che stesse contrabbandando palloni. Tanto per riempire il resto del modulo: età, sul principio della trentina; capelli, lunghezza media, color rame; occhi, verdazzurri; pelle chiara, non molto abbronzata per quella stagione dell'anno, trucco leggero; labbra imbronciate; nessun segno o cicatrice visibile; niente orecchini; niente smalto sulle unghie; espressione del volto, incavolata. «Mi sta a sentire?» Aveva anche una bella voce, nonostante il tono del momento. Sospettavo che a causa della bella faccia, del corpo splendido e della voce morbida, il detective Penrose avesse difficoltà a venire preso sul serio, e di conseguenza eccedeva nel ricorrere a una mise mascolina. «Mi sta a sentire?» «Io la sto a sentire. E lei sta a sentire me? Le ho detto di parlare con il Capo.» «Sono io che decido, qui. Nei casi di omicidio, la polizia della contea...» «D'accordo, andremo insieme a parlare col Capo. Un momento solo.» Diedi una rapida occhiata attorno, sul motoscafo, ma ormai era buio e non potevo vedere molto. Tentai di trovare una torcia. Al detective Penrose dissi: «Dovrebbe mettere un agente di guardia, qui, per tutta la notte». «Grazie di mettermi a parte dei suoi pensieri. Venga via da quella barca, per favore.» «Ce l'ha una lampadina tascabile?» «Scenda da quella barca. Subito.» «D'accordo.» Montai sul parapetto, e con mia sorpresa lei tese la mano, che io presi. Aveva la pelle fresca. Mi tirò sul pontile e al tempo stesso, rapida come il baleno, ficcò la destra sotto la mia maglietta e mi sfilò il revolver dalla cintura dei calzoni. WOW. Indietreggiò di un passo, con l'arma puntata. «Resti li dov'è.» «Sì, signora.» «Chi è lei?» «Detective John Corey, Dipartimento di Polizia di New York, squadra omicidi, signora.» «Che cosa ci fa, qui?» «Quello che fa lei.» «No. È affidato a me questo caso. Non a lei.» «Sì, signora.» «Ha qualche veste ufficiale, qui?» «Sissignora. Sono stato assunto come consulente.»
«Consulente? In un caso di omicidio? Non ho mai sentito una cosa simile.» «Nemmeno io.» «Assunto da chi?» «Dalla cittadinanza.» «Che idiozia.» «Infatti.» Sembrava indecisa su cosa fare a quel punto, così per essere d'aiuto suggerii: «Vuole spogliarmi e perquisirmi?» Mi sembrò di vedere aleggiare un sorriso sulle sue labbra, nel chiaro lunare. Il mio cuore ardeva per lei, o forse era il foro nel polmone che si faceva sentire. «Come ha detto di chiamarsi?» mi domandò. «John Corey.» Frugò nella memoria. «Oh... lei è quello...» «In persona. Il fortunato.» Parve addolcirsi, poi impresse una rotazione alla mia calibro 38 e me la porse, col calcio verso di me. Si girò e si allontanò. La seguii lungo il pontile, su per i tre livelli del tavolato e fino alla casa dove le luci esterne illuminavano l'area intorno alle porte a vetri e le falene volavano intorno alle lampade. Max stava parlando con qualcuno della scientifica. Poi si girò verso me e il detective Penrose e domandò: «Vi siete già conosciuti, voi due?» Rispose il detective Penrose. «Perché quest'uomo è coinvolto nel caso?» «Perché io voglio che sia coinvolto», replicò il Capo Maxwell. «Non sta a lei decidere, Capo.» «E nemmeno a lei.» Continuarono a rilanciarsi la palla dall'uno all'altro e a me il collo cominciava a stancarsi, così dissi: «Ha ragione lei, Max. Io mi levo di torno. Procurami un passaggio fino a casa». Voltai le spalle e mi avviai verso il cancello, poi con fare lievemente teatrale, da vecchia volpe, mi girai verso Maxwell e la Penrose e dissi: «A proposito, qualcuno ha preso la cassa di alluminio a poppa della barca?» «Quale cassa di alluminio?» domandò Max. «I Gordon avevano una capace cassa di alluminio che usavano per metterci cose varie, e qualche volta se ne servivano come ghiacciaia per tenerci la birra e le esche.» «Dov'è finita?» «È quello che domando a te.»
«La cercherò.» «Buona idea.» Tornai a voltarmi e, oltrepassato il cancello, uscii sul prato antistante, allontanandomi dalle auto in sosta della polizia. Ai vicini, via via che per la piccola comunità era corsa voce del doppio omicidio, si era unita gente spinta da curiosità morbosa. Alcuni flash esplosero nella mia direzione, poi i riflettori della tivù si accesero, illuminando me e la facciata della casa. Telecamere si avvicinarono, cronisti richiamarono la mia attenzione. Tutto come ai vecchi tempi. Tossii, coprendomi la bocca con la mano, casomai la commissione per l'invalidità fosse davanti al video, per non parlare della mia ex moglie. Dal retro della casa un agente in divisa mi raggiunse, insieme prendemmo posto in un'auto con i contrassegni della polizia di Southold e ci allontanammo di là. Lui disse di chiamarsi Bob Johnson, poi domandò: «Che cosa ne pensa, detective?» «Sono stati assassinati.» «Sì, questo è certo.» Esitò, poi s'informò: «Ehi, pensa che la faccenda abbia a che fare con Plum Island o no?» «No.» «Stia a sentire: ne ho visti di furti, e quello non era un furto. Doveva sembrare un furto, ma era una perquisizione: capito? Stavano cercando qualcosa.» «Non ho guardato dentro casa.» «Germi.» Mi scoccò un'occhiata. «Germi per la guerra batteriologica. Ecco quello che penso io. Dico bene?» Non diedi alcuna risposta. «Ecco che fine ha fatto la ghiacciaia», continuò Johnson. «Ho sentito che lei ne parlava.» Di nuovo, non diedi risposta. «C'erano fiale o qualcosa, dentro. Giusto? Voglio dire, Cristo, poteva esserci roba a sufficienza, là, da spazzar via Long Island... New York City.» Probabilmente il pianeta, Bob, a seconda di che specie di germe si trattasse e di quanto era possibile far crescere la roba originale. Mi chinai verso l'agente Johnson e gli afferrai il braccio, per ottenere tutta la sua attenzione. Dissi: «Non si faccia uscire una fottuta parola di questo con nessuno. Ha capito?» Assentì. Continuammo a viaggiare in silenzio fino a casa mia.
3 Tutti hanno bisogno di un luogo di ritrovo abituale, o almeno per i maschi è così. Quando sono in città, frequento il National Arts Club e sorseggio sherry con persone raffinate e di cultura. Una delle molte cose che la mia ex moglie stentava a credere. Quando mi trovo qui, bazzico un locale chiamato l'Olde Towne Taverne, anche se di solito evito i luoghi con tutte quelle «e» mute. Secondo me il governo dovrebbe assegnare un migliaio di «e» mute al New England e a Long Island e, una volta che fossero state usate tutte, nessuno potrebbe averne più. A ogni modo, l'Olde Towne Taverne è nel centro di Mattituck, che è lungo circa un isolato e ha un suo fascino. All'OTT si sta bene, l'ambiente è vecchiotto e marinaresco, nonostante il fatto che è una taverna di città, distante più di un chilometro dall'acqua. Il legno è molto scuro, il pavimento è di quercia, e quello che mi piace soprattutto sono le lanterne di vetro ambrato che diffondono un chiarore morbido e rasserenante nell'intero locale. Così mi trovavo là nell'OTT, erano quasi le dieci di sera, e la folla del lunedì sera stava guardando «la» partita: Dallas contro New York al Meadowlands. La mia mente saltellava tra la partita, il doppio omicidio, la mia cena e la cameriera con un sedere tipo Pista Nordica. Ero vestito con maggiore ricercatezza che in precedenza, avendo indossato un insieme da sera di Levi's marroni, polo azzurra di Ralph Lauren, Sperry Top-Siders autentiche, e calzini Hanes in puro cotone. Sembravo una reclame ambulante. Occupavo uno sgabello a uno di quegli alti tavoli vicino al bar, da dove potevo vedere bene la tivù, e avevo davanti a me il mio pasto preferito: cheeseburger, patatine fritte, bucce di patata fritte, nachos, e una Budweiser; un buon equilibrio di cose gialle e marroni. Il detective Penrose del Dipartimento di Polizia della contea mi piombò per così dire addosso da dietro, e prima che me ne rendessi conto si era seduta sullo sgabello di fronte, una birra in mano e la testa che mi nascondeva lo schermo. Osservò la mia cena e la vidi inarcare le sopracciglia. Riportò l'attenzione su di me e disse: «Max pensava che forse l'avrei trovata qui». «Gradisce un po' di patatine fritte?» «No, grazie.» Esitò, poi aggiunse: «Ho come l'impressione che poco fa siamo partiti con il piede sbagliato».
«Sciocchezze. Non faccio caso al vedermi puntare contro la mia stessa pistola.» «Senta, ho parlato con Max, e ho riflettuto... se la città vuole lei come consulente, per me sta bene, e se per caso volesse comunicarmi qualsiasi cosa che le sembri utile, mi telefoni pure.» Mi porse il suo biglietto, e lessi: «Detective Elizabeth Penrose». Più sotto diceva, «Omicidi», poi l'indirizzo del suo ufficio, fax, telefono e così via. Sulla sinistra c'era il sigillo della Contea di Suffolk con le parole «Liberi e Indipendenti» attorno a un toro dall'aspetto minaccioso. «Non direi che le somigli molto», commentai. Mi fissò, la mascella le si indurì e le narici le si dilatarono, mentre faceva un profondo respiro. Mantenne la calma, il che è ammirevole. So di poter essere irritante. Mi protesi attraverso il tavolo fino a che i nostri nasi si ritrovarono a venti centimetri di distanza. Odorava di buono, un misto di sapone e di ragazza sana. «Senta, Elizabeth, lasci perdere le chiacchiere. Lei sa che conoscevo i Gordon, che sono stato a casa loro e che uscivo con loro in barca, e forse ho conosciuto i loro amici e i loro colleghi, e magari si sono aperti un poco con me riguardo al loro lavoro dato che sono un piedipiatti, e magari so più cose di lei e di Max messi insieme, e magari ha anche ragione su questo punto. Perciò, si è resa conto d'avermi fatto incazzare, e Max si è incazzato con lei, e lei è venuta qui a scusarsi, e a darmi il permesso di telefonarle e di dirle quello che so. Ehi! Che occasione fantastica per me. Sì, ma se io non le telefono entro un giorno o due, lei mi convocherà nel suo ufficio per un interrogatorio formale. Perciò, non fingiamo che io sia un consulente, il suo socio, il suo compagno o un informatore volontario. Mi dica solo dove e quando vuole che le rilasci una dichiarazione.» Mi ritrassi e riportai l'attenzione sulle patate. Il detective Penrose rimase un poco in silenzio, poi disse: «Domani mattina, nel mio ufficio», batté sul biglietto, «alle nove. Puntuale, s'intende.» Si alzò, posò la birra e se ne andò. Il New York era sulla linea delle 30 yard al terzo down, e quell'idiota di un quarterback opta per un passaggio lungo contro vento, maledizione, così la palla rimane sospesa là come il ciccione della Goodyear, e i tre ricevitori del New York più tre difensori del Dallas sono tutti là sotto ad agitare le braccia, saltellando attorno come se stessero invocando la pioggia o qualcosa del genere. «Scusi.»
«Si sieda.» Lei sedette, ma troppo tardi, e io persi l'intercettazione. La folla allo stadio e nell'OTT stava dando i numeri, quelli al bar stavano urlando «Intercettazione fallosa!» benché non ci fossero fazzoletti gialli là sul campo, e l'intercettatore del Dallas stesse riportando la palla al centrocampo. Seguii il replay al rallentatore. Nessun intervento falloso. A volte vorrei poter ripetere parti della mia vita così, al rallentatore. Come il mio matrimonio, che era stato tutta una serie di mosse sbagliate. «Torno sulla scena del crimine, ora», disse lei. «Un tale del ministero dell'Agricoltura mi raggiungerà là verso le undici. È in arrivo da Manhattan. Le farebbe piacere essere presente?» «Non ha un socio al quale rifilare le scocciature?» «È in ferie. Andiamo, detective, ricominciamo da capo.» Mi porgeva la mano. «L'ultima volta che ho preso la sua mano», le rammentai, «ci ho rimesso la pistola e la mia mascolinità.» Sorrise. «Andiamo, me la stringa.» Scambiai una stretta di mano con lei. La sua pelle era calda. Il mio cuore era in fiamme. O forse i nachos stavano provocando un riflusso. Difficile dirlo, dopo i quaranta. Trattenni per un attimo la sua mano e fissai il suo volto perfetto. I nostri sguardi si incontrarono e lo stesso pensiero ingordo attraversò entrambe le nostre menti. Lei ruppe per prima il contatto visivo. Qualcuno deve farlo o diventa qualcosa di depravato. La succosa cameriera si avvicinò, e io ordinai due birre. «La vuole ancora quella porzione di chili?» s'informò. «Più che mai.» Lei tolse alcuni piatti dal tavolo e andò a prendere le birre e il chili. Amo questo paese. Il detective Penrose commentò: «Deve avere uno stomaco di ghisa». «In realtà, l'intero stomaco mi è stato tolto dopo che m'avevano sparato. Ho l'esofago attaccato all'intestino.» «Intende dire che ha la bocca collegata direttamente con l'ano?» Inarcai le sopracciglia. «Chiedo scusa», disse lei, «era una volgare cattiveria. Vogliamo ricominciare ancora una volta?» «Non servirebbe a niente. Si giri e segua la partita.» Si girò in là, e guardammo la partita, bevendo birra. Nell'intervallo, con
la situazione in pareggio, lei guardò l'orologio e disse: «Devo andare a parlare con quel tale del ministero dell'Agricoltura». Se questa faccenda del ministero dell'Agricoltura vi lascia perplessi, vi dirò che Plum Island è ufficialmente un'installazione di quel ministero, e si occupa di malattie degli animali, come il carbonchio e cose del genere. Ma corre voce che si occupi anche d'altro. Di ben altro. «Non faccia aspettare il ministero dell'Agricoltura», dissi. «Vuole venire anche lei?» Contemplai quell'invito. Se l'avessi accompagnata, mi sarei infognato anche di più in quella storia, quale che fosse. Considerando il lato positivo della vicenda, dirò che mi piace risolvere casi di omicidio e mi piacevano i Gordon. Nei dieci anni in cui ho lavorato nella omicidi, ho messo ventisei assassini dietro le sbarre, ed è probabile che gli ultimi due si avvantaggino della nuova legge sulla pena di morte, che ora aggiunge tutta una nuova dimensione ai casi di omicidio. D'altro canto, stavolta si trattava di qualcosa di diverso, e io mi trovavo fuori del mio elemento. Inoltre, uno del ministero dell'Agricoltura, come la maggior parte dei burocrati governativi, non si farebbe sorprendere a lavorare a quell'ora neanche morto, perciò quel tale era probabilmente della CIA o dell'FBI o dei Servizi Segreti, o chissà. Non aveva importanza, e altri ne sarebbero venuti quella notte stessa o l'indomani. No, non avevo bisogno di quel caso a un dollaro la settimana o a mille dollari l'ora o a qualunque prezzo. «Detective? Pronto?» La guardai. Come si fa a dire di no a una che è il massimo? «La raggiungerò là.» «Bene. Che cosa le devo per le birre?» «Offro io.» «Grazie. A più tardi.» Si avviò verso la porta e, con la partita sospesa per l'intervallo, i cinquanta o più maschi nell'OTT si accorsero finalmente che nel locale c'era una fuoriclasse. Si udirono alcuni fischi e inviti a non allontanarsi. Seguii parte di quello che trasmettevano durante l'intervallo, desiderando che davvero mi avessero tolto lo stomaco, perché ora stava pompandomi acido nelle ulcere. Arrivò il chili, e a stento riuscii a finirlo. Mandai giù due Zantac, poi un Maalox, anche se lo specialista mi aveva detto di non mischiarli. In verità, la mia salute, un tempo ottima, era diminuita parecchio dopo l'incidente del 12 aprile. Le mie abitudini nel mangiare, nel bere e nel
dormire non erano mai state buone, e il divorzio e il lavoro avevano richiesto il loro tributo. Cominciavo a sentirmi ultraquarantenne, a rendermi conto di non essere immortale. A volte, nel sonno, mi rivedo disteso nel rigagnolo, immerso nel mio stesso sangue, sopra un tombino, a pensare: «Sono nel gorgo dello scarico, sto per sparire giù per lo scarico». Per contro, ricominciavo a notare cose come la cameriera dal culetto a Pista Nordica e, quando Elizabeth Penrose era entrata nel bar, il mio pupazzetto di carne si era fatto attento e si era stiracchiato. Ero in via di guarigione, sì, e di certo ero messo meglio io dei Gordon. Pensai per un momento a Tom e a Judy. Tom, con tanto di laurea, non disdegnava di sacrificare qualche cellula cerebrale alla birra e al vino, e di cucinare una buona bistecca alla griglia. Era un ragazzo con i piedi per terra dell'Indiana o dell'Illinois, o di qualche altro posto fuori mano dove hanno tutti una pronuncia un po' nasale. Tendeva a minimizzare riguardo al suo lavoro e scherzava sui rischi, come una settimana prima, quando un uragano era parso dirigersi verso di noi e lui aveva detto: «Se investe Plum, puoi chiamarlo uragano Carbonchio, e noi possiamo andare a farci fottere». Ah, ah, ah. Judy, anche lei con tanto di laurea come il marito, era del Midwest, semplice, gentile, vivace, divertente e bella. John Corey, come tutti i maschi che la conoscevano, ne era innamorato. Sembrava che Judy e Tom si fossero ambientati bene in questa provincia marittima, nei due anni trascorsi da quando erano arrivati. Se la godevano ad andare in motoscafo ed erano perfino entrati a far parte della Peconic Historical Society. Per giunta, erano affascinati dalle cantine locali tanto da diventare degli intenditori del vino di Long Island. Avevano addirittura fatto amicizia con alcuni produttori, compreso Fredric Tobin, che dava sontuose soirées nel suo castello, a una delle quali avevo preso parte anch'io come ospite dei Gordon. Come coppia, i Gordon sembravano felici, innamorati, amici, amanti e tutto quello che oggi si usa dire in proposito, e in effetti non avevo mai notato che mancasse qualcosa tra loro. Ma questo non significa che fossero perfetti come individui, o come coppia. Frugavo nella memoria in cerca di un'eventuale pecca fatale, il genere di cose per cui talvolta qualcuno viene assassinato. Droga? Da escludere. Infedeltà? Possibile, ma non probabile. Denaro? Non avevano molto da rubare. E quindi si tornava di nuovo al loro lavoro. Riflettei su questo. Si sarebbe detto, da come si presentavano le cose,
che i Gordon stessero vendendo superbacilli, che qualcosa fosse andato storto e fossero stati sterminati. Lungo quella stessa linea, rammentai che Tom una volta mi aveva confidato che il suo vero timore, a parte il contrarre una malattia, era che un giorno lui e Judy potessero venire rapiti a bordo del loro stesso motoscafo, che un sommergibile iraniano o chissà potesse emergere dal mare e portarseli via, così che di loro nessuno avrebbe avuto più notizia. Mi era parsa una possibilità alquanto campata in aria, ma ricordo d'avere pensato che i Gordon dovevano avere un sacco di roba nella testa che altri potevano volere. Perciò, era forse accaduto che l'intenzione nata come rapimento fosse poi degenerata in massacro. Mi soffermai su quel pensiero. Se i due omicidi erano in rapporto con il lavoro, i Gordon erano vittime innocenti, o erano invece traditori che vendevano morte in cambio d'oro? Erano stati uccisi da una potenza straniera o invece eliminati da qualcuno più vicino a casa? Ci rimuginavo sopra per quanto mi era possibile nell'OTT, tra il rumore, le insulsaggini che riempivano l'intervallo, la birra nel mio cervello e l'acido nel mio stomaco. Mandai giù un'altra birra e un altro Maalox. Lo specialista non aveva mai detto perché non dovevo mischiarli. Tentai di pensare all'impensabile, all'aitante, sereno Tom e alla bella, gioiosa Judy che vendevano germi, a cisterne d'acqua inquinate da bacilli, o magari a irroratori di colture in volo sopra New York o Washington, a milioni di malati, di morenti, di morti... Non potevo immaginare che i Gordon facessero una cosa simile. D'altra parte, ciascuno ha un prezzo. Ricordavo d'essermi domandato come potessero permettersi l'affitto di quella casa sul mare e l'acquisto di un costoso motoscafo. Ora forse sapevo come e anche perché avessero bisogno di un'imbarcazione veloce e di una casa con un approdo privato. Il tutto aveva un senso, eppure l'istinto mi diceva di non credere a quel che sembrava ovvio. Diedi una generosa mancia a Miss Pista Nordica e ritornai sulla scena del crimine. 4 Erano le undici passate mentre guidavo lungo il sentiero che conduceva alla casa dei Gordon. La notte era rischiarata da una bella luna quasi piena, e una gradevole brezza portava l'odore del mare attraverso i finestrini aperti della mia nuova Jeep Grand Cherokee Limited verde muschio, un con-
tentino da 40.000 dollari che il quasi defunto John Corey aveva pensato di dovere a se stesso. Mi fermai a una cinquantina di metri dalla casa, lasciai il veicolo in folle e ascoltai ancora qualche minuto della New York Giants-Dallas Cowboys, poi spensi il motore. Una voce disse: «Hai i fari accesi». «Taci, per favore», replicai. E spensi i fari. Di scelte se ne possono fare tante, nella vita, ma quella che non bisognerebbe mai fare è di essere la «Voce che avverte e consiglia». Aprii la portiera. «La chiave è nell'accensione. Non hai messo il freno a mano.» Era una voce femminile e, giuro su Dio, suonava come quella della mia ex moglie. «Grazie, cara.» Sfilai le chiavi, scesi e sbattei la portiera. Sulla stradina, veicoli e folla erano scemati considerevolmente, e ne dedussi che i cadaveri erano stati rimossi, essendo un fatto della vita che l'arrivo del furgone dell'obitorio soddisfa in genere la maggior parte degli spettatori e segnala la fine del primo atto. Inoltre, tutti ci tenevano a vedersi nel telegiornale delle undici. Era aumentata la presenza della forza pubblica, dalla mia visita precedente: un'unità mobile della polizia della Contea di Suffolk era parcheggiata davanti alla casa, vicino al furgone della scientifica. Questo nuovo automezzo era il posto di comando che poteva ospitare investigatori, radio, fax, cellulari, attrezzature video e tutti gli altri aggeggi ad alta tecnologia che costituiscono l'arsenale dell'incessante battaglia contro il crimine in genere. Notai un elicottero in alto, e riuscii a vedere al chiarore lunare che apparteneva a una delle reti tivù. Benché non potessi udire la voce dello speaker, stava probabilmente dicendo qualcosa come: «La tragedia ha colpito quest'esclusiva comunità di Long Island al principio della serata». Poi qualche ragguaglio riguardo a Plum Island e così via. Mi feci strada attraverso i pochi che si erano attardati, evitando chiunque avesse l'aria di essere della stampa. Scavalcai il nastro giallo, e immediatamente attrassi l'attenzione di un agente di Southold. Gli mostrai il distintivo e ottenni un poco scattante saluto. L'agente addetto a prendere nota di ogni cosa sulla scena del crimine mi si avvicinò con il foglio delle presenze, e di nuovo gli diedi nome, qualifica e così via, come lui richiedeva. È la prassi, questa, e viene osservata per tutta la durata di un'indagine, a cominciare dal primo agente che arriva sulla scena del crimine fino a che l'ultimo funzionario si allontana e la scena viene restituita al legittimo proprietario. In ogni caso, mi avevano in lista
già due volte, per cui rimanevo sempre più agganciato. Domandai all'addetto: «Ha annotato un tale del ministero dell'Agricoltura?» Mi rispose senza nemmeno consultare il foglio. «No.» «Ma c'è un tale del ministero dell'Agricoltura qui. Esatto?» «Dovrà domandarlo al Capo Maxwell.» «Sto domandando a lei perché non l'ha annotato tra le presenze.» «Dovrà domandarlo al Capo Maxwell.» «Lo farò.» In realtà, conoscevo già la risposta. Non per niente li chiamano spettri, quei tipi lì. Feci il giro per portarmi nel giardino sul retro e sul tavolato. Nei punti dov'erano caduti i Gordon c'erano adesso due contorni tracciati col gesso, che apparivano davvero spettrali nel chiaro lunare. Un gran foglio di plastica trasparente copriva gli schizzi dietro di loro, dove la loro essenza mortale si era dileguata. Come già ho detto, ero contento che la sparatoria fosse avvenuta all'aperto, e non vi fosse alcun odore di morte. Detesto tornare sul luogo di un omicidio avvenuto al chiuso e sentire che quell'odore è ancora là. Come si spiega che non posso togliermi quel tanfo dalla mente? Dalle narici? Dalla gola? Perché? Due agenti in uniforme di Southold sedevano al tavolo rotondo della veranda, bevendo da fumanti tazze di polistirolo. Riconobbi in uno di essi l'agente Johnson, la cui gentilezza nell'accompagnarmi a casa avevo ricambiato col trattarlo alquanto duramente. È un mondo infame, sapete, e io sono uno di quelli che lo rendono tale. L'agente Johnson mi rivolse un'occhiata ostile. In fondo al pondle, potevo scorgere la sagoma di un altro agente in divisa, e mi fece piacere che qualcuno avesse accettato il mio consiglio di mettere un uomo di guardia all'imbarcazione. Non c'era nessun altro, là fuori, così entrai in casa dalla porta a zanzariera scorrevole che immetteva in un vasto soggiorno e annessa sala da pranzo. C'ero già stato, naturalmente, e mi ricordai che Judy mi aveva spiegato come gran parte del mobilio fosse inclusa nel prezzo dell'affitto. Svedese di Taiwan, lo definiva lei. C'era ancora qualcuno della scientifica ad armeggiare là dentro, e mi rivolsi a una graziosa, potenziale esperta di impronte. «Il Capo Maxwell?» Accennò col pollice dietro di sé e disse: «In cucina. Non tocchi niente, nel passare».
«Stia tranquilla.» Veleggiai attraverso il tappeto berbero e approdai nella cucina, dove sembrava che fosse in atto una conferenza. Presenti erano Max, a rappresentare la cittadinanza sovrana di Southold, Elizabeth Penrose, a rappresentare la libera e indipendente Contea di Suffolk, un signore vestito di scuro che non aveva bisogno di un cartello che dicesse FBI, e un altro signore, vestito in modo più casual, con una giacca di tela e jeans, camicia rosso-sangue e scarpe sportive, una sorta di parodia di come un burocrate del ministero dell'Agricoltura potrebbe agghindarsi se mai dovesse lasciare l'ufficio per visitare una fattoria. Erano tutti in piedi, come se stessero dando l'impressione di essere tesi nello sforzo di pensare. C'era una scatola di cartone piena di tazze di polistirolo, e tutti e quattro ne avevano una in mano. Davvero interessante e significativo, mi sembrò, che il gruppo non fosse radunato nel posto di comando mobile, ma fuori mano, diremo così, in cucina. Max, tra parentesi, si era messo in ghingheri per i Federali e/o la stampa e sfoggiava una cravatta, una stupida cravatta decorata a bandierine nautiche. Elizabeth indossava ancora il suo completo marrone, ma si era tolta la giacca, rivelando così una calibro 38 inguainata nella fondina e un paio di sventole inguainate a loro volta. Un piccolo televisore in bianco e nero, sul bancone, era sintonizzato su un canale a caso, con il volume abbassato. Il servizio trasmesso riguardava una visita presidenziale in qualche strano luogo dove tutti erano bassi di statura. Max disse ai due nuovi arrivati: «Questo è il detective John Corey della Omicidi», e lì si fermò, senza precisare che la mia giurisdizione cominciava e finiva a circa centocinquanta chilometri di distanza. Poi indicò a me l'abito scuro e aggiunse: «John, questo è George Foster, dell'FBI...» Poi guardò Mister Bluejeans e terminò: «...e questo è Ted Nash, del ministero dell'Agricoltura». Seguì uno scambio di strette di mano. Informai la Penrose: «I New York Giants hanno segnato nel primo minuto della ripresa». Lei non rispose. Max accennò alla scatola di tazze e domandò: «Caffè?» «No, grazie.» Miss Penrose, che era la più vicina al televisore, captò qualcosa di interessante e alzò il volume. Ci concentrammo tutti sullo schermo. Una cronista era ferma davanti alla casa dei Gordon. Perdemmo la sua introduzione e cogliemmo: «Le vittime del doppio omicidio sono state i-
dentificate come biologi che lavoravano presso il laboratorio di ricerche sulle malattie animali di Plum Island, un'istituzione top secret a poche miglia da qui». Una ripresa dall'alto mostrava ora Plum Island da circa seicento metri. Era pieno giorno, perciò doveva trattarsi di materiale di repertorio. Dall'alto, l'isola si presentava quasi esattamente come una costata di maiale, e a voler fare dello spirito sulla peste suina... A ogni modo, Plum misura quattro chilometri e mezzo nel punto più largo, e circa un chilometro e mezzo in quello più stretto. La cronista, con voce fuori campo, stava dicendo: «Ed ecco Plum Island come appariva l'estate scorsa quando questa stazione trasmise un servizio su voci persistenti che l'isola fosse sede di ricerche per la guerra batteriologica». A parte le frasi fatte, la cronista aveva ragione riguardo alle voci. Mi tornò in mente una vignetta che avevo visto una volta sul «Wall Street Journal». Un consigliere scolastico stava dicendo a una coppia di genitori: «Vostro figlio è malvagio, meschino, disonesto e ama spargere voci. Suggerisco una carriera nel giornalismo». Giusto. E le voci potevano condurre al panico. Riflettei tra me che quel caso andava risolto alla svelta. La cronista, nuovamente ripresa davanti alla casa dei Gordon, a questo punto ci informò: «Nessuno ha ancora detto se l'uccisione dei Gordon sia in rapporto con il lavoro che svolgevano a Plum Island, ma la polizia sta indagando». La linea venne restituita allo studio. La Penrose abbassò il volume e si rivolse a Foster. «L'FBI vuole essere messo pubblicamente in rapporto con il caso?» «Per adesso no.» Poi Foster aggiunse: «La gente pensa subito che il problema sia grave, altrimenti». Nash spiegò: «Il ministero dell'Agricoltura non ha alcun interesse ufficiale in questo caso, dato che non c'è alcun rapporto tra il lavoro dei Gordon e la loro morte. Il ministero non rilascerà dichiarazioni di alcun genere, salvo espressioni di condoglianza per la scomparsa di due seri e stimati dipendenti». Amen. Feci notare al signor Nash: «A proposito, ha dimenticato di far registrare il suo nome». Mi fissò, un po' sorpreso e molto seccato. «Io... la ringrazio d'avermelo ricordato.» «Prego. Ma le pare.» Dopo qualche istante di scambi da pubbliche relazioni, Max disse ai si-
gnori Foster e Nash: «Il detective Corey conosceva i Gordon». Mister FBI si mostrò subito interessato e mi domandò: «Fino a che punto li conosceva?» Non è buona tattica cominciare a rispondere alle domande: gli altri si fanno l'idea che tu sia un tipo disposto a collaborare, e io non lo sono. Non risposi. Rispose Max per me. «Il detective Corey li conosceva da tre mesi appena, su un piano puramente sociale. Io e John, anche se a tratti ci siamo persi di vista, ci conosciamo da una decina d'anni.» Foster assentì. Era evidente che aveva altre domande da porre, e mentre lui esitava nel farle, il detective Penrose disse: «Il detective Corey scriverà un rapporto completo su quello che sapeva dei Gordon, rapporto di cui darò copia a tutte le agenzie interessate». Quella era una novità per me. Addossato a un mobile della cucina, il signor Nash mi guardava. Ci fissammo a vicenda, i due maschi dominanti della stanza, se volete. Senza una parola decidemmo di non piacerci affatto, e che uno di noi era di troppo. L'aria, intendo dire, era così satura di testosterone che le pareti cominciavano a impregnarsene. Spostai l'attenzione su Max e la Penrose e domandai: «Abbiamo stabilito che si tratta di qualcosa di più di un omicidio? Per questo è presente il governo federale?» Nessuno rispose. «O stiamo solo facendo l'ipotesi», continuai, «che sia qualcosa di più? Mi sono perso un pezzo di discussione?» Rispose alla fine freddamente il signor Ted Nash: «Stiamo solo procedendo con cautela, detective. Non abbiamo alcuna prova concreta che ci sia un nesso tra i due omicidi e questioni di... be', per dirla con franchezza, questioni di sicurezza nazionale». «Non mi ero mai reso conto», osservai, «che il ministero dell'Agricoltura avesse a che fare con la sicurezza nazionale. Avete, che so io, delle vacche segrete?» Il signor Nash mi elargì un bel sorriso alla vaffanculo e replicò: «Abbiamo lupi travestiti da agnelli». «Touché.» Stronzo. Il signor Foster s'intromise prima.che la cosa degenerasse e spiegò: «Siamo qui come misura precauzionale, detective. Saremmo davvero negligenti se non controllassimo. Tutti noi ci auguriamo che sia soltanto un
crimine senza alcun legame con Plum Island». Contemplai per qualche istante George Foster. Era sulla trentina, il classico agente FBI, occhi vispi e aspetto inappuntabile, abito scuro, camicia bianca, cravatta spenta, solide scarpe nere e alone di gloria. Spostai l'attenzione su Ted Nash che, come ho già detto, vestiva in ruvida tela; era di un'età più vicina alla mia, abbronzato, capelli ricci pepe-esale, occhi grigioazzurri, corporatura imponente, e nell'insieme quello che le signore avrebbero definito un bel pezzo d'uomo, che è una delle ragioni per le quali mi dava sui nervi. Sì, dico: di quanti marcantoni c'è bisogno, in una stanza? Sarei stato forse più gentile con lui se non avesse lanciato sguardi a Elizabeth Penrose, che li raccoglieva e li rilanciava. Non dico che stessero guardandosi con lascivia e stessero sbavando; erano soltanto rapide occhiate dirette ed espressioni neutre, ma bisognava essere ciechi per non capire quello che stava passando per le loro menti. Ma dico, l'intero dannato pianeta stava per beccarsi il carbonchio, o perire o Dio sa che, e quei due si comportavano come cani in calore, covandosi a vicenda con gli occhi quando avevamo una faccenda così seria per le mani. Davvero disgustoso. Max interruppe i miei pensieri, dicendomi: «John, ancora non abbiamo trovato i due proiettili fuoriusciti dalle loro teste, ma c'è da presumere che siano finiti nella baia, e domattina presto dragheremo e perlustreremo il fondo». Poi aggiunse: «Bossoli non se ne sono trovati». Assentii. Una pistola automatica li avrebbe espulsi, mentre un revolver no. Se l'arma era un'automatica, allora l'assassino aveva sangue freddo al punto da chinarsi a raccoglierli. Per il momento, in sostanza non avevamo niente. Due spari alla testa, niente proiettili, niente bossoli, nessun rumore avvertito nella casa accanto. Contemplai di nuovo l'amico Nash. Aveva l'aria preoccupata, ed ero felice di vedere che tra un pensiero e l'altro di farsi la Penrose, stava meditando su come salvare il pianeta. Anzi, tutti lì in cucina avevano l'aria di pensare a qualcosa, probabilmente germi, e magari stavano domandandosi se l'indomani si sarebbero svegliati coperti di macchie rosse o qualcosa del genere. Ted Nash tuffò la mano nella scatola di cartone e domandò al detective Penrose: «Un altro caffè, Beth?» Beth? Come cavolo... Lei sorrise. «No, grazie.» Il mio stomaco si era acquietato, così andai al frigorifero per prendere
una birra. Gli scaffali erano quasi vuoti e domandai a Max: «Avete tolto qualcosa da qui?» «Quelli della scientifica hanno portato via tutto quello che non era sigillato.» «Qualcuno vuole una birra?» Nessuno rispose, così presi una Coors Light, l'aprii e mandai giù un sorso. Notai otto occhi su di me, come se tutti stessero aspettando che accadesse qualcosa. La gente perde la testa quando pensa di trovarsi in un ambiente infetto. Provai l'impulso pazzesco di serrarmi la gola, cadere a terra e fingere d'avere le convulsioni. Ma non ero con i miei compagni della Manhattan North, bulli e pupe che avrebbero riso di uno scherzo del genere, così lasciai perdere l'occasione di portare un po' di comico sollievo in quell'atmosfera truce. «Prego, continua», dissi a Max. «Abbiamo esaminato l'intera casa senza trovare niente di insolito o di significativo, salvo che metà dei cassetti erano intatti, alcuni armadi non avevano neppure l'aria d'essere stati frugati, i libri non erano stati tirati giù dagli scaffali. Un lavoro proprio da dilettanti, per fingere che si trattasse di un furto.» «Ugualmente potrebbe trattarsi di un drogato, fatto e con le idee confuse», dissi. «O magari», aggiunsi, «l'assassino è stato interrotto, o ancora, stava cercando una data cosa e l'ha trovata.» «Può darsi», convenne Max. Tutti si mostravano pensosi, un buon modo per mascherare la mancanza di indizi. La cosa che colpiva di quel duplice omicidio, riflettevo, era pur sempre la sparatoria all'aperto, il bang bang là sul tavolato esterno senza tanti preamboli. Non c'era niente che il killer volesse o di cui avesse bisogno dai Gordon, a parte che fossero morti. Perciò, sì, o aveva già preso quello che gli serviva all'interno della casa, oppure i Gordon stavano trasportando quello che lui voleva, in piena vista: per esempio, la ghiacciaia. Ed eravamo di nuovo alla ghiacciaia scomparsa. E il killer conosceva i Gordon e loro lo conoscevano. Di questo ero convinto. Ciao Tom, ciao Judy. Bang. Bang. Loro due cadono, la ghiacciaia cade... no, dentro ci sono fiale di virus mortali. Ciao Tom, ciao Judy. Mettete giù quella cassa. Bang. Bang. Loro due cadono. I proiettili volano attraverso i loro crani e finiscono nella baia. Inoltre, lui doveva avere un silenziatore. Nessun professionista farebbe partire due colpi rumorosi all'aperto. Ed era probabilmente un'automatica,
perché il silenziatore non si adatta bene a un revolver. «I Murphy hanno un cane?» domandai a Max. «No.» «Okay... Avete trovato denaro, portafogli o altro sulle vittime?» «Sì. Avevano entrambi un portafoglio, ed erano identici; ciascuno aveva il tesserino d'identificazione di Plum Island, la patente di guida, carte di credito e così via. Tom aveva trentasette dollari in contanti, Judy ne aveva quattordici.» Poi Max aggiunse: «E ciascuno aveva la fotografia dell'altro». Sono le piccole cose, a volte, che ti colpiscono, che rendono la cosa personale. Allora devi ricordare a te stesso la Regola Numero Uno: non lasciarti coinvolgere dal lato emotivo... non ha importanza, Corey, se è un bambino che viene ucciso, o una simpatica vecchietta, o la bella Judy che una volta ti ha fatto l'occhiolino, e Tom che voleva farti amare i vini che lui amava e che ti cuoceva la bistecca come la volevi tu. Per un piedipiatti della Omicidi, non ha importanza chi sia la vittima, importa solo chi è l'assassino. «Avrai già capito, immagino», disse Max, «che non abbiamo trovato quella cassa d'alluminio. Sei sicuro che c'era?» Assentii. Foster mi fornì la sua ponderata opinione: «Pensiamo che i Gordon stessero trasportandola, e il killer o i killer volessero quello che c'era dentro, e dentro c'era quel-che-sappiamo». Poi aggiunse: «Penso che i Gordon stessero vendendo la sostanza e che la trattativa sia finita male». Mi guardai attorno, in quella riunione di consiglio in cucina. Non è facile leggere le facce di persone il cui mestiere è di leggere le facce altrui. Tuttavia, avevo la sensazione che la dichiarazione di George Foster rappresentasse l'opinione generale. Così, se quei quattro avevano ragione, questo avrebbe presupposto due cose: primo, i Gordon erano veramente stupidi, per non avere considerato che chiunque potesse volere virus e batteri sufficienti a uccidere un numero spaventoso di persone non avrebbe esitato a uccidere anche loro e, secondo, che i Gordon fossero totalmente indifferenti alle conseguenze del loro vendere morte in cambio di denaro. Quello che sapevo per certo su Tom e Judy era che non erano né stupidi, né senza cuore. Facendo l'ipotesi che non fosse stupido nemmeno l'assassino, mi domandavo se sapesse o potesse dire se quanto c'era nella cassa era ciò che voleva. Come avrebbe fatto a saperlo? Ciao Tom, ciao Judy. Avete lì i vi-
rus? Bang. Bang. Sì? No? Tentai differenti scenari con e senza la ghiacciaia, con e senza la persona o le persone che i Gordon dovevano conoscere, e così via. Inoltre, in che modo quella o quelle persone erano arrivate a casa dei Gordon? In barca? In auto? «Veicoli sconosciuti?» domandai a Max. E lui: «Nessuno di quelli che abbiamo interrogato ha visto veicoli sconosciuti. Le due auto dei Gordon sono entrambe nel loro garage». Poi aggiunse: «Domani quelli della scientifica le porteranno in laboratorio insieme con la barca». Miss Penrose si rivolse per la prima volta direttamente a me e disse: «È possibile che l'assassino, o gli assassini, siano arrivati in barca. Questa è la mia teoria». «È anche possibile, Elizabeth», le risposi, «che l'assassino o gli assassini siano arrivati con una delle auto dei Gordon che qualcuno di loro potrebbe essersi fatto prestare. Penso proprio che si conoscessero.» Mi fissò, poi disse un po' sbrigativa: «Penso che fosse una barca, detective Corey». «Forse l'assassino è venuto a piedi, o in bicicletta, o in motocicletta», continuai io. «O forse a nuoto, o magari qualcuno gli ha dato un passaggio. Forse si è servito di un windsurf o di un parapendio. Forse gli assassini sono Edgar Murphy e sua moglie.» Mi rivolse un'occhiata dura, e capii che era incavolata. Conosco quegli sguardi. Sono stato sposato. Max interruppe la nostra discussione dicendo: «E c'è qualcosa di interessante, John: secondo il personale addetto alla sicurezza su Plum, i Gordon hanno timbrato il cartellino d'uscita a mezzogiorno, sono saliti in barca e si sono diretti al largo». Si poté udire, nel silenzio, il ronzio del frigorifero. Foster si rivolse a tutti noi: «Una possibilità che viene alla mente è che i Gordon avessero nascosto quello che stavano vendendo in qualche grotta o insenatura di Plum, e che si siano diretti là con il motoscafo per riprendere la merce. O forse, sono semplicemente usciti dal laboratorio con quella ghiacciaia, l'hanno caricata a bordo e sono partiti. In un caso o nell'altro, subito dopo avrebbero incontrato i loro clienti là nella baia e trasferito la cassa col ghiaccio e le fiale là in mare, così che, una volta tornati qui, la cassa non l'avevano, ma avevano il denaro. Qui si sono imbattuti nell'assassino, il quale, dopo averli uccisi, si è ripreso il denaro». Ci concentrammo tutti su quel nuovo scenario. Veniva naturalmente da
domandarsi, se davvero il trasferimento era avvenuto in mare, perché non era avvenuta in mare anche l'uccisione? Quando quelli della Omicidi parlano di delitto perfetto, parlano di un crimine avvenuto in alto mare: assenza o quasi di indizi per la scientifica, in genere nessun rumore, niente testimoni, e il più delle volte niente cadaveri. E se la cosa è fatta a regola d'arte, si presenta come un incidente. È logico ritenere che dei professionisti appena impadronitisi di un germe letale non vadano ad attirare l'attenzione sul fatto uccidendo due cervelloni di Plum Island sul tavolato dietro la loro casa. Tuttavia, in teoria doveva sembrare che i Gordon avessero sorpreso un rapinatore. Ma chiunque avesse inscenato questo non era stato molto convincente. L'intera faccenda aveva un che di dilettantesco, o forse era opera di stranieri che non vedevano abbastanza film polizieschi americani alla tivù. O va a sapere. E che dire di quelle cinque ore e mezzo tra il momento in cui i Gordon avevano lasciato Plum Island, a mezzogiorno, e quello in cui i Murphy ne avevano sentito attraccare il motoscafo, alle 5 e 30? Dov'erano stati? «Per il momento è tutto quello che abbiamo, John», disse Max. «Domani avremo i rapporti della scientifica, e ci sono persone con le quali dovremo parlare, sempre domani. Puoi suggerirci qualcuno che dovremmo vedere? Amici dei Gordon?» «Non so di chi fossero amici i Gordon e, per quanto ne so io, nemici non ne avevano.» Mi rivolsi a Nash: «Nel frattempo, voglio parlare con quelli di Plum Island». «Non è escluso», replicò Nash, «che le sia possibile parlare con qualcuno di quelli che lavorano a Plum Island.» E dichiarò: «Ma nell'interesse della sicurezza nazionale, devo essere presente a tutti i colloqui». Gli risposi nel mio miglior tono indisponente newyorkese: «Questa è un'indagine che riguarda un omicidio, ricorda? Non dica queste stronzate a me». Si diffuse un certo gelo, per la cucina. Vedete, io lavoro di quando in quando con gente dell'FBI e della Narcotici, e sono tipi in gamba: sono agenti. In compenso, la razza di spioni tipo Nash, è una vera piaga. Quel bel tomo non diceva neppure se faceva parte della CIA, dei Servizi Segreti, del Controspionaggio, o di qualche altra misteriosa agenzia. Quello che sapevo con certezza era che non faceva parte del ministero dell'Agricoltura. Max, che immagino si sentisse l'anfitrione a quel raduno di individualisti, disse: «Da parte mia non ho niente in contrario a che Ted Nash sia presente a qualsiasi colloquio o interrogatorio». Guardò la Penrose.
La mia amica Beth mi lanciò una breve occhiata e disse a Nash-occhiolascivo: «Non ho niente in contrario neanch'io». George Foster precisò: «A qualsiasi riunione, colloquio, interrogatorio o seduta di lavoro Ted sarà presente, prenderà parte anche l'FBI». Volevano farmi esplodere a tutti i costi, e mi domandavo se Max mi avrebbe tappato la bocca. Il conciliante George Foster continuò: «L'area di cui mi interesso io è il terrorismo interno, quella di Ted Nash è lo spionaggio internazionale». Guardò me, Max e la Penrose e disse: «Voi state indagando su un caso di omicidio in base alla legge dello Stato di New York. Se ci asterremo tutti dall'attraversare l'uno la strada dell'altro, andrà tutto benissimo. Io non giocherò all'investigatore della squadra omicidi se voi non giocherete ai difensori del mondo libero. Giusto? Logico? Fattibile? Penso proprio di sì». Guardai Nash e senza mezzi termini gli domandai: «Per chi lavora lei?» «Non sono autorizzato a dirlo, per il momento.» Poi aggiunse: «Non per il ministero dell'Agricoltura». «E io che c'ero cascato», dissi, con sarcasmo. «Siete in gamba, voialtri.» «Detective Corey», suggerì la Penrose, «possiamo uscire un momento a scambiare una parola?» La ignorai e continuai a insistere con Nash. Volevo avere partita vinta, e sapevo come riuscirci. «Vorremmo andare a Plum Island stasera stessa», gli dissi. Si mostrò sorpreso. «Stasera? Non ci sono traghetti governativi...» «Non ci serve il traghetto. Prenderemo la barca della polizia di Max.» «È fuori questione», dichiarò Nash. «Perché?» «L'isola è off limits», disse lui. «Questa è un'indagine su due omicidi», gli rammentai. «Non avevamo appena convenuto che il Capo Maxwell, il detective Penrose e io stiamo indagando su un caso di omicidio?» «Non su Plum Island, questo poi no.» «E invece sì.» Mi piacciono questi scontri. Mi piacciono un mondo. Speravo che la Penrose stesse vedendo che specie di idiota era quello. Nash disse: «Non c'è nessuno su Plum a quest'ora». «Ci sono quelli della sicurezza», replicai io, «e voglio parlare con loro. Ora.» «In mattinata, e non sull'isola.» «Adesso, e sull'isola, altrimenti tiro giù dal letto un giudice e mi faccio
dare un mandato di perquisizione.» Nash mi fissò e obiettò: «È poco probabile che un giudice locale voglia rilasciare un mandato di perquisizione per una proprietà del governo degli Stati Uniti. Lei dovrebbe mettere di mezzo un viceprocuratore dello Stato o un giudice federale. Immagino che lo sappia, se davvero è un investigatore della Omicidi, e forse dovrebbe anche sapere che né un procuratore dello Stato né un giudice federale sarebbero entusiasti di emettere un mandato del genere se ci fosse di mezzo la sicurezza nazionale». Poi soggiunse: «Perciò non dica spacconate». «E se invece fosse una minaccia?» Finalmente, Max cominciò ad averne abbastanza di Nash, le cui vestì di agnello stavano scivolando via. «Plum Island sarà anche territorio federale, ma fa parte del comune di Southold, della Contea di Suffolk e dello Stato di New York. Voglio che ci procuri un'autorizzazione ad andare all'isola domani, o ci faremo rilasciare un mandato dal tribunale.» Il caro Nash tentò a questo punto il tono conciliante. «Non c'è proprio alcun bisogno di andare all'isola, Capo.» Il detective Penrose si ritrovò dalla mia parte, naturalmente, e disse al suo nuovo amico: «Dobbiamo insistere, Ted». Ted? Ohilà, avevo realmente perso qualcosa in quella stupida ora di ritardo. Ted e Beth si fissarono a vicenda, anime tormentate, divise tra la rivalità e la libidine. Alla fine il signor Ted Nash, dell'Agenzia di Sicurezza del Cavolo o quello che era, disse: «Bene... vedrò di fare una telefonata». «Domani in mattinata», dissi io. «Non più tardi.» George Foster non si lasciò sfuggire l'occasione di una botterella sul naso del signor Nash e concluse: «Penso siamo tutti d'accordo di andare là domani mattina, Ted». Il signor Nash annuì. A questo punto aveva smesso di sbattere le ciglia all'indirizzo di Beth e stava concentrando la sua passione su di me. Mi guardò e disse: «Se a un certo punto, detective Corey, si stabilirà che è stato commesso un crimine federale, probabilmente non avremo più bisogno dei suoi servigi». Avevo costretto il piccolo Teddy a un comportamento meschino, e sapevo quando conveniva lasciar perdere. Ero reduce da uno scontro verbale, avevo steso il viscido Ted e reclamato l'amore di Lady Penrose. Sono un fenomeno. Cominciavo davvero a sentirmi meglio, a ritrovare il mio sgradevole io di un tempo. Inoltre, quei tipi lì hanno bisogno di un po' di fuoco
sotto il sedere. La rivalità è un bene. La competizione è americana. Ci pensate, se Dallas e New York fossero pappa e ciccia? Gli altri quattro personaggi stavano adesso parlando del più e del meno, rovistando nella scatola di cartone e armeggiando con il caffè, nel tentativo di ricreare la cordialità e l'equilibrio che avevano stabilito prima che comparisse Corey. Mi procurai un'altra birra dal frigorifero, poi apostrofai il signor Nash in tono professionale. Gli domandai: «Con che specie di germi si trastullano su Plum? Mi spiego, perché qualcuno, una qualsiasi potenza straniera, dovrebbe volere bacilli che provocano malattie alla bocca e agli zoccoli, o il morbo della Mucca Pazza? Mi dica, signor Nash, di che cosa sono tenuto a preoccuparmi, affinché quando non potrò prender sonno, stanotte, io possa dargli un nome». Per un bel pezzo Nash non rispose, poi si schiarì la gola e disse: «Immagino dobbiate sapere quanto è alta la posta in palio, qui...» Guardò me, Max e la Penrose, e aggiunse: «Che abbiate, o non abbiate, superato il vaglio del Controspionaggio, siete funzionari giurati di polizia, perciò...» Amabilmente, lo rassicurai: «Niente di quanto dirà uscirà da questa stanza». A meno che non mi comodi di spifferarlo a qualcun altro. Nash e Foster si guardarono e Foster assentì. Nash si rivolse a noi: «Tutti sapete, o avrete letto, che gli Stati Uniti non sono più impegnati nelle ricerche o nello sviluppo della guerra batteriologica. Abbiamo firmato un trattato in tal senso». «Ecco perché amo questo paese, signor Nash. Niente bombe infettive, da noi.» «Esatto. Tuttavia... esistono malattie che rappresentano la transizione tra il legittimo studio biologico e le potenziali armi biologiche. Una di queste è l'antrace. Come sapete», guardò Max, la Penrose e me, «è sempre corsa voce che Plum Island non sia soltanto un'istituzione per la ricerca sulle malattie degli animali, ma qualcos'altro.» Nessuno reagì. «In realtà», continuò, «non è un centro di ricerche per la guerra batteriologica. Non esiste niente del genere negli Stati Uniti. Tuttavia, non sarei del tutto sincero se non dicessi che a volte specialisti di guerra batteriologica visitano l'isola per essere messi al corrente e per leggere rapporti su alcuni di questi esperimenti. In altre parole, esiste una zona di scambio tra malattia umana e animale, tra guerra batteriologica offensiva e guerra batteriologica difensiva.» Una comoda zona di scambio, pensai.
Il signor Nash sorseggiò il suo caffè, rifletté, poi riprese: «La febbre africana dei suini, per esempio, è stata associata con l'HIV. Studiamo la febbre africana dei suini, su Plum, e i mezzi d'informazione si inventano qualche scemenza su... qualsiasi cosa. Lo stesso per la febbre di Rift Valley, il virus Hanta, e altri retrovirus, e per i filovirus come l'Ebola Zaire e l'Ebola Marburg...» Nella cucina regnava un gran silenzio, come se ognuno sapesse che quello era l'argomento più spaventoso dell'universo. Intendo dire, quando si trattava di armi nucleari, o la gente era fatalista oppure non credeva che sarebbe accaduto davvero. Con la guerra batteriologica o il terrorismo batteriologico, la cosa era immaginabile. E se la malattia giusta sfuggiva di mano, allora addio mondo, e non addio in un rapido lampo incandescente, ma in modo lento, via via che quella si diffondeva dai malati ai sani e i morti giacevano a decomporsi là dov'erano caduti: un film di second'ordine in arrivo da un momento all'altro nel tuo vicinato. Nash continuava, con quella sorta di tono di voce mezzo riluttante, mezzo guardate-che-cosa-so-io-che-voi-non-sapete. «Perciò... queste malattie possono infettare gli animali e lo fanno, e di conseguenza il loro legittimo studio cadrebbe sotto la giurisdizione del ministero dell'Agricoltura... Il dipartimento sta cercando di trovare una cura per questi morbi, per proteggere il bestiame americano e, per estensione, proteggere il pubblico americano, perché sebbene vi sia in genere una barriera della specie riguardo alla possibilità che malattie animali infettino gli esseri umani, stiamo scoprendo che alcune di queste malattie possono oltrepassare la barriera... In Inghilterra, per esempio, con il caso recente del morbo della Mucca Pazza, esistono in realtà alcune prove che siano rimaste infettate persone da quella malattia...» Forse la mia ex moglie aveva ragione sulla carne. Tentai di figurarmi una vita di hamburger di soia, di chili senza carne e di hot dog ripieni di alghe. Meglio morire, piuttosto. Tutt'a un tratto provai un empito d'amore e di calore per il ministero dell'Agricoltura. Mi resi conto, anche, che quanto il signor Nash ci stava offrendo erano bugie di Stato: storie di malattie animali che attraversavano le barriere tra le specie e via discorrendo. In effetti, se le voci dicevano il vero, Plum Island era anche un posto dove le malattie infettive umane venivano studiate specificamente e di proposito come parte di un programma di guerra batteriologica che ufficialmente non esisteva più. D'altro canto, magari erano soltanto voci, e magari, anche, quello che facevano su Plum Island era
difensivo e non offensivo. Mi colpì che la linea che divideva queste due possibilità fosse molto, molto sottile. I germi sono germi. Non distinguono le mucche dai maiali e dalle persone. Non riconoscono la ricerca difensiva dalla ricerca offensiva, come non riconoscono i vaccini preventivi dalle bombe fatte scoppiare in aria. Diavolo, non sanno nemmeno se sono buoni o cattivi. E se avessi continuato ad ascoltare le balle di Nash, avrei cominciato a credere che a Plum Island stessero sviluppando nuove e interessanti colture di yogurt. Il signor Nash fissava dentro la sua tazza di polistirolo come se stesse rendendosi conto che il caffè e l'acqua potevano essere stati già infettati dal morbo della Mucca Pazza. «Il problema, naturalmente», continuò, «è che queste colture di batteri e di virus possono essere... Insomma, se qualcuno mette le mani su questi microrganismi, e sa come farli propagare dai campioni, allora, be', finirebbero per riprodursi in un numero spaventoso, e se in qualche modo s'infiltrassero tra la popolazione... ecco che si sarebbe alle prese con un potenziale problema di salute pubblica.» «Nel senso», domandai, «di un'epidemia da fine del mondo, con i morti che si ammucchiano per la strada?» «Sì, quel genere di problema di salute pubblica.» Silenzio. «Perciò», riprese Nash in tono grave, «mentre siamo tutti ansiosi di scoprire l'identità dell'assassino o degli assassini dei signori Gordon, siamo più ansiosi di scoprire se i Gordon abbiano portato via qualcosa dall'isola e l'abbiano trasferito a persona o persone non autorizzate.» «Nessuno parlò per un lungo intervallo, poi Beth domandò: «È possibile... può qualcuno sull'isola stabilire se manca davvero qualcosa dai laboratori?» Ted Nash guardò Beth Penrose come un professore guarda lo studente preferito che abbia fatto una domanda intelligente. In realtà, non era una domanda così intelligente... ma qualsiasi cosa pur di sfilare quelle mutandine, vero, Ted? Mister Io-so-tutto si rivolse con calma alla sua nuova protetta: «Come probabilmente avrà sospettato, Beth, potrebbe non essere possibile scoprire se qualcosa manca. Il problema è che i microrganismi possono essere propagati segretamente in qualche parte del laboratorio di Plum Island o in altri luoghi dell'isola, poi portati via dall'isola, e nessuno verrebbe a saperlo. Non è come per gli agenti chimici o nucleari, dove di ogni grammo viene tenuto conto. I batteri e i virus amano riprodursi.»
Spaventoso, se ci si pensa bene... i microrganismi sono tecnologia da strapazzo a paragone della fissione nucleare o della fabbricazione del gas nervino. È roba da laboratorio casalingo, poco costosa da produrre, e replica se stessa in... che cosa si usava nei biolaboratori? Brodo di manzo? Niente più hamburger al formaggio, per me. Orgogliosa della sua ultima domanda, Miss Penrose si rivolse a Mister Io-so-tutto: «Possiamo ritenere che gli organismi studiati su Plum Island siano particolarmente letali? Intendo dire, che vengano geneticamente modificati affinché siano più letali di quanto lo sono allo stato naturale?» A Nash la domanda non piacque. «No», rispose, poi aggiunse: «Be', il laboratorio di Plum Island ha capacità di ingegneria genetica, ma quello che fanno è prendere i virus e alterarli geneticamente affinché non possano causare malattie, bensì stimolare il sistema immunitario perché produca anticorpi, nell'eventualità che il virus vero e proprio possa infettare l'organismo. Questo è una sorta di vaccino, ottenuto non indebolendo il microrganismo infettivo e iniettandolo, il che potrebbe essere pericoloso, ma modificandolo geneticamente. Per rispondere in breve alla sua domanda, l'ingegneria genetica che si pratica su Plum Island ha il solo scopo di indebolire un virus o un batterio, non di aumentarne il potere patogeno.» «No, naturalmente», mi intromisi. «Anche se questo è possibile, con l'ingegneria genetica.» «Possibile. Ma non su Plum Island.» Mi passò per la mente che Nash stesse geneticamente alterando le informazioni: prendendo il germe della verità, se preferite, e indebolendolo affinché ricevessimo una dose attenuata di cattive notizie. E bravo, lui. Ne avevo abbastanza di balle scientifiche, e rivolsi la mia domanda successiva a George Foster: «Voialtri state facendo qualcosa per vedere di imbottigliare la faccenda? Aeroporti, autostrade e via dicendo?» «Abbiamo messo tutti all'erta per... non si sa bene che. Tutti gli aeroporti, i porti marittimi e le stazioni ferroviarie vengono sorvegliati dai nostri agenti, dalla polizia locale e dalle Dogane. La Guardia costiera ha ordine di fermare e perquisire i natanti, e perfino la DEA collabora con i suoi aerei e le sue imbarcazioni. Il problema è che i criminali devono avere avuto almeno tre ore di vantaggio perché, in tutta franchezza, non siamo stati avvertiti in modo tempestivo...» Foster guardò il Capo Maxwell, il quale era adesso a braccia conserte e stava facendo una smorfia. Una parola, qui, su Sylvester Maxwell. È un poliziotto onesto, forse non la mente più luminosa in quella stanza, ma neppure uno stupido. A volte
può essere testardo, sebbene pare che questo sia caratteristico di tutta North Fork e non del Capo Maxwell in particolare. Trovandosi a capo di una piccola forza di polizia rurale che deve lavorare con la ben più nutrita forza di polizia della contea e, occasionalmente, con la polizia di stato, ha imparato quando proteggere il suo territorio e quando battere in ritirata. Altro punto da chiarire: le realtà geografiche di una giurisdizione marittima nell'era del traffico di droga hanno messo Max in stretto contatto con la DEA e con la Guardia costiera. La DEA parte sempre dal principio che i gendarmi locali possano essere immischiati nel traffico di stupefacenti; i locali, come Max, sono certi che la DEA vi sia immischiata. La Guardia costiera e l'FBI sono considerati candidi, ma sospettano della DEA e della polizia locale. Gli uomini delle dogane sono per la maggior parte a posto, ma deve pur esserci qualche cattivo soggetto che accetta dollari per far finta di non vedere. In breve, gli stupefacenti sono la cosa peggiore che sia capitata a qualsiasi organizzazione americana preposta alla tutela della legge dai tempi del Proibizionismo. E questo mi portò dal pensare a Max al pensare alla droga, e al motoscafo dei Gordon con i suoi potenti motori. I fatti sembravano smentire che i Gordon vendessero peste da fine-del-mondo per ricavarne denaro, ma forse, nel caso del traffico di droga, non smentivano un bel niente. O forse ero sulle tracce di qualcosa. Forse avrei diviso quella scoperta con tutti non appena l'avessi elaborata nella mia mente o forse me ne sarei guardato bene. George Foster lanciò qualche altra frecciatina al Capo Maxwell per la sua scarsa prontezza nel mettersi in contatto con l'FBI, facendo in modo che tutti ne prendessero nota. Frasi come: «Oh, Max, se soltanto ti fossi rivolto a me fin dal primo momento. Ora, tutto è perduto, ed è colpa tua». «Io ho chiamato la Omicidi della contea nemmeno dieci minuti dopo avere saputo dei due omicidi», gli fece notare Max. «A quel punto la cosa non dipendeva più da me. Ho il sedere coperto, io.» Miss Penrose sentì otto occhi sul suo, di sedere, e precisò: «Io non avevo idea che le vittime fossero biologi di Plum Island». In tono gentile ma fermo, Max replicò: «L'ho riferito al tizio che ha risposto al telefono, Beth. Sergente... qualcosa. Controlla la registrazione». «Lo farò», assicurò il detective Penrose, e aggiunse: «Forse hai ragione tu, Max, ma non stiamo a perderci in questo, ora». E a Foster: «Atteniamoci alla soluzione del crimine». «Buon consiglio», rispose Foster. Si guardò attorno e diede il suo con-
tributo: «Un'altra possibilità è che chiunque abbia preso quella roba non stia cercando di portarla fuori dal paese. Potrebbero avere installato un laboratorio locale, un genere di attività poco appariscente che non attirasse l'attenzione, che non richiedesse materiali insoliti o sostanze chimiche che potrebbero essere rintracciate. Tra le possibilità più agghiaccianti c'è che i microrganismi, quali che essi siano, si possono coltivare, introdurre e diffondere tra la popolazione in svariati modi. Alcuni di questi germi possono essere facilmente propagati attraverso le condutture d'acqua, altri possono essere sparsi dall'alto, altri ancora diffusi da persone e animali. Non sono un esperto, ma poco fa ho fatto qualche telefonata a Washington, e mi risulta che il potenziale di infezione e contagio è altissimo». Poi soggiunse: «Un documentario televisivo, una volta, suggerì che un barattolo del caffè pieno di carbonchio, vaporizzato nell'aria da un singolo terrorista che si aggirasse intorno a Manhattan su una semplice imbarcazione, ucciderebbe come minimo duecentomila persone». Nella stanza regnò di nuovo il silenzio. Foster, che evidentemente godeva di quell'attenzione, continuò: «Potrebbe andare anche peggio. È difficile fare una valutazione. Il carbonchio è batterico. Con i virus, potrebbe andar peggio». «Sbaglio», dissi, «o non stiamo parlando del possibile furto di un singolo tipo di virus o di batterio?» «Se uno ha intenzione di rubare il carbonchio», rispose George Foster, «tanto vale che s'impossessi anche dell'Ebola e di qualsiasi cosa su cui riesce a mettere le mani. Questo comporterebbe una minaccia molteplice, il genere di minaccia che non sarebbe mai possibile riscontrare in natura, e che sarebbe impossibile contenere o controllare.» Il pendolo, di là in soggiorno, batté dodici rintocchi, e Ted Nash, dotato del senso del dramma e deciso a fare colpo su di noi con la sua cultura, indubbiamente di altissimo livello, così citò il Bardo: «Questa è proprio l'ora delle streghe, in cui sbadigliano i cimiteri e l'inferno stesso alita contagio, a questo mondo». Su quella nota gaia, dichiarai: «Vado fuori a prendere una boccata d'aria». 5 Non uscii direttamente all'esterno a prendere aria, ma mi portai verso l'ala ovest della casa, dove Tom e Judy avevano sistemato il loro studio in
quella che un tempo era una stanza da letto. Un tizio sedeva al computer dove era stata mia intenzione istallarmi. Mi presentai al signorino, il quale si presentò a sua volta, come detective Mike Resnick, specialista di informatica giudiziaria presso il Dipartimento di Polizia della Contea. La stampante lavorava a pieno ritmo, e pile di carta si accumulavano su tutto il piano della scrivania. Domandai a Mike: «Ha già trovato l'assassino?» «Certo. Ora sto giocando a Tetris.» Mike era proprio un simpaticone. «Che cos'abbiamo finora?» gli domandai. «Oh... soprattutto... aspetti, questo cos'è? No, niente... che cosa... cosa?» «Abbiamo finora.» Adoro parlare con teste di cavolo al computer. «Abbiamo finora.» «Oh... soprattutto lettere... lettere personali ad amici e parenti, qualche lettera d'affari... qualche... questo cos'è? No, niente...» «Qualcosa che accenni a Plum Island?» «No.» «Qualcosa che sembri interessante o sospetto?» «No.» «Lavori scientifici...» «No. Smetterò quello che sto facendo e informerò la Omicidi nell'attimo stesso in cui penserò d'avere qualcosa.» Mike sembrava alquanto irritabile, come se fosse seduto lì da ore e fosse passata quella in cui era solito andare a letto. «C'è niente di natura finanziaria?» gli domandai. «Investimenti, assegni, bilancio familiare...?» Distolse gli occhi dallo schermo. «Sì. È la prima cosa che ho scaricato. Riempivano i loro assegni al computer. C'è la stampata di tutti i loro libretti d'assegni degli ultimi venticinque mesi, da quando cioè hanno aperto il conto.» Indicò una pila di carta vicino alla stampante. Presi quei fogli e dissi: «Le spiace se do una scorsa a questi?» «No, ma non si allontani troppo. Devo allegare anche quelli al mio rapporto.» «Li porto solo in soggiorno, dove c'è più luce.» «Sì...» Stava baloccandosi di nuovo con il computer, che trovava più interessante di me. Lasciai la stanza. Nel soggiorno, la potenziale esperta di impronte stava ancora spargendo
polvere e rilevando. Mi scoccò un'occhiata e domandò: «Ha toccato qualcosa?» «No, no.» Mi avviai verso gli scaffali dei libri ai due lati del caminetto. A sinistra c'era la narrativa, quasi tutto in edizione economica, un simpatico miscuglio di fuffa e piccoli tesori. A destra c'era la saggistica, diciamo così, che andava da testi di biologia alle solite chiacchiere sul mantenersi in forma e in salute. C'era anche un intero scaffale di libri di pubblicazione locale su Long Island: flora, fauna, storia e così via. Sullo scaffale in basso c'era una fila di libri sulle barche a vela, mappe nautiche e cose del genere. Come ho già detto, per essere entrambi del Midwest, dove non ci sono sbocchi sul mare, i Gordon si erano veramente appassionati alla navigazione. D'altro canto, ero uscito in mare con loro alcune volte, e perfino io potevo dire che come marinai non valevano un granché. Inoltre, non pescavano, non andavano né a molluschi né a granchi, non nuotavano neppure. Amavano solo aumentare la velocità, di tanto in tanto. Il che mi riportava al pensiero che quella fosse una faccenda di droga. Con quell'idea in mente, posai le stampate del computer e, servendomi del fazzoletto, presi dallo scaffale un librone di carte nautiche e lo appoggiai sulla mensola del caminetto. Con il dito avvolto nel fazzoletto, presi a voltarne le pagine. Cercavo frequenze radio, numeri di telefoni cellulari, o qualsiasi altra cosa che un corriere della droga potrebbe annotare tra le sue mappe. Ogni pagina di quelle mappe nautiche mostrava un'area di circa quattro miglia marine per quattro. La terra che appariva sulle mappe era fondamentalmente informe, fatta eccezione per i punti di riferimento che potevano essere visti dall'acqua. Per i mari, in compenso, erano indicati banchi di scogli, rocce, profondità, fari, rottami affondati, boe, e ogni sorta di aiuti e di rischi per la navigazione. Scorrevo una pagina dopo l'altra alla ricerca delle «X», immagino, cose come luoghi di raduno, coordinate, o nomi come Juan, Pedro o altro, ma le mappe sembravano intonse a parte una linea gialla tracciata con l'evidenziatore che collegava il pontile dei Gordon con quello di Plum Island. Quella era la rotta che seguivano per andare al lavoro, passando tra la sponda meridionale della North Fork e Shelter Island e tenendosi nella parte profonda e sicura del canale. Come indizio, non valeva proprio niente. Notai che su Plum Island, stampate in rosso, c'erano le parole: «Accesso
regolamentato - Proprietà del Governo degli Stati Uniti - Chiuso al pubblico». Stavo quasi per richiudere il librone quando scorsi qualcosa che rimaneva quasi nascosto dal mio fazzoletto: verso il fondo della pagina, nelle acque a sud di Plum Island, era scritto a matita: «44106818». Seguiva a questo un punto di domanda, simile a quello che era appena esploso dalla mia mente, come nei fumetti: 44106818? Fate conto che fossero due punti di domanda e un punto d'esclamazione. Cos'era, una griglia di coordinate standard di otto cifre? Una frequenza radio? Droga? Germi? Cosa? C'è un punto, in un'indagine su un omicidio, in cui si comincia ad accumulare tanti di quegli indizi da non sapere che cosa farsene. Gli indizi sono come gli ingredienti di una ricetta senza le istruzioni: se li metti insieme nel modo giusto, otterrai un pranzo. Se non sai come servirtene, rimarrai in cucina un bel pezzo, confuso e affamato. A ogni modo, sempre reggendolo con il fazzoletto, portai il librone alla potenziale esperta di impronte. «Potrebbe fare, per me, un lavoro davvero scrupoloso su questo libro?» le domandai con un bel sorriso. Mi diede un'occhiata severa, poi prese il libro nelle mani guantate e lo esaminò. «La carta delle mappe è difficoltosa... ma la copertina è bella lucida... Farò quello che posso.» Poi aggiunse: «Nitrato d'argento o ninhydrin. È un lavoro che va fatto in laboratorio». «Grazie, donna professionalmente competente.» Si aprì a un sorriso e domandò: «Chi ha il maggior numero di impronte digitali? L'FBI, la CIA o il SEP?» «Che cos'è il SEP? Vediamo, Servizio di E...» «No, no. Sedere di Elizabeth Penrose.» Rise. «È una battuta che circola per la sede centrale. Non l'aveva ancora sentita?» «Non mi pare.» Mi tese la mano. «Sono Sally Hines.» «E io John Corey.» Strinsi la sua mano guantata e commentai: «Amo sentire il latex contro la mia pelle nuda. E lei?» «No comment.» Tacque qualche istante, poi domandò: «È lei quello della polizia di New York che collabora con la Omicidi della contea su questa faccenda?» «Esatto.» «Dimentichi quella battuta sulla Penrose.» «Stia certa.» Poi domandai: «Che cosa troviamo qui, Sally?»
«Be', la casa era stata pulita di recente così abbiamo superfici belle fresche. Non ho studiato attentamente le impronte, ma vedo già che appartengono quasi tutte alle stesse due serie, probabilmente sono di lui e di lei. Ce n'è qualche altra di tanto in tanto ma, se vuole la mia opinione, detective, l'assassino portava i guanti. Non era certo un drogato pronto a lasciarne cinque ben nitide sull'armadietto dei liquori.» Assentii, poi raccomandai: «Faccia il miglior lavoro che può su quel libro». «Faccio solo lavori perfetti, io. E lei?» Pescò un sacchetto di plastica nel suo armamentario e vi fece scivolare dentro il librone. «Mi serve una serie di impronte di eliminazione anche da lei.» «Più tardi veda se ne trova sul sedere di Elizabeth Penrose.» Rise e ordinò: «Intanto metta le mani su quel tavolino da tè». Feci come mi chiedeva e m'informai: «Ha preso le impronte a quei due che sono col Capo Maxwell?» «Mi è stato detto che a questo avremmo provveduto in seguito.» «Già. Senta, Sally, un sacco di gente, qui, come quei due di là in cucina, cercherà di impressionarla con la loro identità da grossi papaveri. Lei faccia rapporto soltanto alla Omicidi della Contea, preferibilmente soltanto alla Penrose.» «Ricevuto.» Si guardò attorno, poi domandò: «Ehi, cosa mi dice dei germi?» «Questo non ha niente a che fare con i germi. Combinazione, le vittime lavoravano a Plum Island, ma è soltanto una coincidenza.» «Sì, certo.» Recuperai la pila di stampate e mi diressi alla porta scorrevole. «Non mi va come viene gestita questa scena del crimine», mi gridò dietro Sally. Io non risposi. Mi avviai giù alla baia, dove una bella panchina guardava verso l'acqua. Gettai i fogli trafugati sulla panca e rimasi là in piedi a fissare il mare. C'era brezza sufficiente a tenere moscerini e zanzare occupati a danzare nell'aria e lontani da me. Piccole increspature solcavano la baia e facevano dondolare la barca dei Gordon giù al pontile. Qualche nuvola veleggiava oltre la luna grande e vivida, e l'aria sapeva più di terra che di mare ora che il venticello si era spostato e soffiava da nord. Chissà quando e come, per osmosi, suppongo, avevo cominciato a captare intorno a me le forze elementari della terra e del mare. Aggiungetevi tut-
te le vacanze estive di due settimane che ho passato qui da ragazzino più i weekend autunnali, e non è poi molto sorprendente che qualcosa si sia infiltrato nel mio cervello urbano. Ci sono momenti in cui ho voglia di andarmene dalla città, e penso a un luogo come questo. Forse dovrei provare, d'inverno, a passare qualche mese nella grande casa tutta spifferi di zio Harry e vedere se divento un alcolizzato o un eremita. Diavolo, se qui nei dintorni continua a venire accoppata gente, il Consiglio Comunale di Southold mi nominerà consulente della Omicidi a tempo pieno, a cento dollari al giorno più tutti i molluschi che riesco a mangiare. Mi sentivo insolitamente combattuto riguardo al ritorno al dovere. Ero pronto a tentare qualcos'altro, ma volevo che fosse una decisione mia, e non dei dottori; inoltre, se i cerusici avessero detto che ero finito, non avrei potuto ritrovare i due hombres che m'avevano sforacchiato. Quella era una faccenda seria lasciata a metà. Non ho sangue italiano, io, ma il mio compagno, Dominic Fanelli, è siciliano, e ho imparato da lui l'intera storia e il protocollo della vendetta. Tre volte mi ha fatto rivedere Il padrino. Credo d'avere afferrato. I due gentiluomini ispanici dovevano smettere di vivere. Dominic li stava cercando. Io ero in attesa che mi facesse un fischio, non appena ci fosse riuscito. A proposito della mia mortalità, cominciavo a sentirmi un po' affaticato, e mi misi a sedere sulla panchina. Non ero più il superman che solevo sentirmi prima della sparatoria. Mi appoggiai allo schienale e per un poco contemplai la notte. Su un piccolo tratto erboso a sinistra del pontile dei Gordon c'era un'alta e bianca asta di bandiera, con una traversa, chiamata varea di pennone, da cui partivano due corde o sagole chiamate drizze. Noterete che ho imparato qualcosa del gergo nautico. A ogni modo, i Gordon avevano trovato tutta una collezione di bandiere e fiamme in un armadietto del garage, e qualche volta appendevano bandiere di segnalazione alle drizze, così per spasso: tipo quella «Prepararsi a essere abbordati» oppure «Il capitano è a terra». Avevo notato, in precedenza, che i Gordon avevano issato in cima all'albero maestro la «Jolly Roger», e m'era sembrata una vera ironia che l'ultima bandiera fatta da loro sventolare fosse quella col teschio e le ossa incrociate. Notavo, inoltre, che su ciascuna drizza c'era una bandiera di segnalazione. A stento riuscivo a distinguerle nel buio, ma non aveva importanza perché ero privo di indizi riguardo ai segnali nautici.
Beth Penrose venne a sedersi sull'altra estremità della panchina. Si era rimessa la giacca, il che era deludente, e teneva le braccia incrociate intorno a sé, come se avesse freddo. Le donne hanno sempre freddo. Non disse niente, ma gettò in là le scarpe, strofinò i piedi sull'erba e agitò gli alluci. Portano anche scarpe scomode. Dopo qualche minuto di socievole silenzio - o forse di gelida immobilità - provai a rompere il ghiaccio e dissi: «Forse ha ragione lei. Potrebbe essere venuto in barca». «È armato?» «No.» «Bene. Sto per farle saltare quel c... cavolo di cervello.» «Via, Beth...» «Detective Penrose per lei, saccentone.» «Mi faccia capire.» «Perché è stato cosi odioso con Ted Nash?» «Quale sarebbe dei due?» «Lo sa benissimo chi è dei due. Che problema c'è?» «È una cosa da uomini.» «Ha fatto una pessima figura, tutti pensano che sia un idiota arrogante e un incompetente del tutto inutile. E ha perso la mia stima.» «Allora immagino che fare del sesso sia fuori questione.» «Sesso? Non voglio nemmeno respirare la stessa aria che respira lei.» «Così mi ferisce, Beth.» «E non mi chiami Beth.» «Ted Nash la chiamava...» «Senta, Corey, ho ottenuto questo caso perché ho supplicato il capo della Omicidi di affidarmelo. È il mio primo vero caso di omicidio. Finora, non mi sono occupata che di sciocchezze: drogati che si aggredivano tra loro, mamme e papà che risolvevano le crisi domestiche con i coltelli di cucina, stronzate del genere. E poco anche di quelle. C'è un tasso di omicidi bassissimo, da queste parti.» «Sentirlo mi addolora.» «Eh, già. Lei fa questo continuamente, e quindi è sazio, cinico e saccente in proposito.» «Be', non vorrei...» «Se è qui per farmi fare la figura dell'incapace, vada a farsi fottere.» Si alzò. Mi alzai anch'io. «Aspetti. Sono qui per dare una mano.»
«Allora la dia.» «D'accordo. Mi stia a sentire. Prima di tutto, un consiglio. Non parli troppo con Foster e con il suo amico Ted.» «Questo lo so, e la pianti di chiamarlo "il mio amico Ted".» «Senta... Posso chiamarla Beth?» «No.» «Senta, detective Penrose, se pensa che io sia attratto da lei e teme, com'è probabile, che possa farle delle avance... il che potrebbe metterla in imbarazzo...» Lei girò la faccia e finse di contemplare la baia. «...non è facile a dirsi», continuai io, «ma... bene... non deve preoccuparsi che... che io...» Tornò a girarsi e mi guardò. Mi coprii in parte la faccia con la destra e mi grattai la fronte. Continuai come meglio mi fu possibile. «Vede... uno dei proiettili che mi colpirono... Dio, come glielo dico...? Insomma, mi colpì in un punto particolare, mi spiego? Ora lo sa. Perciò possiamo essere un po' come... amici, soci... fratello e sorella... o forse intendo dire sorella e sorella...» Le lanciai uno sguardo e vidi che fissava di nuovo il mare. Alla fine, parlò. «Mi pareva avesse detto d'essere stato colpito allo stomaco.» «Sì, anche.» «Max diceva che lei aveva una brutta ferita a un polmone.» «Anche.» «Nessun danno al cervello?» «Può darsi.» «E ora vuol farmi credere d'essere stato evirato da un'ennesima pallottola.» «Non è un fatto sul quale un uomo mentirebbe.» «Se la fornace è spenta, perché c'è ancora fuoco nei suoi occhi?» «È solo un ricordo, Beth... Posso chiamarla Beth? Un buon ricordo di un tempo in cui potevo fare il salto con l'asta al di sopra della mia automobile.» Si coprì la faccia con la mano, e non mi era possibile capire se stesse piangendo o ridendo. «La prego», raccomandai, «non lo dica a nessuno.» Riprese finalmente il controllo di sé e replicò: «Cercherò di evitare che finisca sui giornali».
«Grazie.» Lasciai passare qualche secondo, poi domandai: «Abita da queste parti?» «No, sto nella parte occidentale della contea.» «È un bel viaggio. Torna a casa in macchina, o alloggia da queste parti?» «Alloggiamo tutti al Soundview Inn di Greenport.» «"Tutti" chi sarebbero?» «Io, George, Ted, certi tali della DEA, altri che erano stari qui in precedenza... gente del ministero dell'Agricoltura. Si suppone che lavoriamo tutti giorno e notte, ventiquattr'ore su ventiquattro, sette giorni la settimana. Fa buona impressione sulla stampa e sul pubblico... casomai dovesse uscire la gatta dal sacco. Sa, nell'eventualità che si diffonda l'allarme riguardo ai germi...» «Intende dire panico di massa riguardo a una pestilenza.» «Quello che è.» «Ehi, ho un bel posticino qui, io, e lei è la benvenuta, se vuole approfittarne.» «Grazie lo stesso.» «È un'imponente dimora vittoriana sul mare.» «Non ha importanza.» «Starebbe più comoda. Gliel'ho detto, sono innocuo. Diamine, i colleghi dei Dipartimento di Polizia di New York dicono che ho il permesso di usare la toilette delle signore, alla centrale.» «La pianti.» «Parlando seriamente, Beth. Ho qui una stampata del computer: due anni di notizie finanziarie. Possiamo lavorarci su insieme, stanotte.» «Chi l'ha autorizzato a prenderla?» «Lei. Dico bene?» Esitò, poi assentì e disse: «Voglio che torni in mano mia per domani mattina». «D'accordo. Ci lavorerò tutta la notte. Mi dia una mano.» Parve rimuginarci su, poi disse: «Mi dia il suo indirizzo e il numero di telefono». Presi a frugarmi in tasca in cerca di una penna e di un pezzo di carta, ma lei aveva già estratto il suo piccolo notes. «Dica.» Le diedi le informazioni, direzioni comprese. «Le darò un colpo di telefono, nel caso possa venire.» «D'accordo.» Mi riadagiai contro la spalliera, e lei fece lo stesso, all'estremità opposta,
la stampata del computer fra noi. Restammo un poco in silenzio, per fare mente locale, immagino. Infine, Beth commentò: «Spero lei sia molto più in gamba di come si presenta o parla». «Lasci che la metta così: la cosa più intelligente che il Capo Maxwell ha fatto nella sua carriera è stata di chiedere il mio intervento per questo caso.» «E anche modesto.» «Non c'è ragione d'essere modesto. Sono uno dei migliori. Anzi, la CBS sta preparando uno show intitolato I dossier Corey.» «Dice davvero?» «Posso farle avere una parte.» «Grazie. Se posso ripagarla del favore, sono certa che me lo farà sapere.» «Vederla ne I dossier Corey mi ripagherà a sufficienza.» «Non c'è dubbio. Senta... Posso chiamarla John?» «La prego, sì.» «John, che cosa sta succedendo, qui? In questo caso, voglio dire. Lei sa qualcosa che sta tenendo per sé.» «Qual è il suo stato attuale?» «Prego?» «Fidanzata, divorziata, separata, impegnata?» «Divorziata. Che cosa sa o sospetta riguardo a questo caso che non ha rivelato?» «Nessun boyfriend?» «Nessun boyfriend, niente figli, undici ammiratori di cui cinque sposati, tre fanatici, due passabili, e un idiota.» «Faccio domande troppo personali?» «Sì.» «Se avessi un partner maschio e le facessi a lui, la cosa sarebbe perfettamente normale e lecita.» «Be'... non siamo partner, noi.» «Lei la vuole cruda e la vuole cotta. Tipico.» «Senta... bene, mi dica di sé, allora. In due parole.» «Okay. Divorziato, niente figli, decine di ammiratrici, ma nessuna speciale.» Poi aggiunsi: «E niente malattie veneree». «E niente parti veneree.» «Giusto.»
«D'accordo, John, e riguardo a questo caso?» Mi sistemai più comodo e replicai: «Ebbene, Beth, riguardo a questo caso c'è che l'ovvio sta conducendo all'improbabile, e tutti cercano di fare in modo che l'improbabile si adatti all'ovvio. Ma non è così che funziona, partner.» Lei assentì, poi disse: «Sta suggerendo che questo potrebbe non avere niente a che fare con quello con cui riteniamo che abbia a che fare». «Comincio a pensare che ci sia sotto qualcos'altro, qui.» «Perché lo pensa?» «Be'... sembra che qualche indizio non collimi.» «Forse collimerà tra qualche giorno, quando saranno arrivati i rapporti della scientifica e tutti saranno stati interrogati.» Mi alzai e dissi: «Andiamo giù al pontile». Lei si rimise le scarpe e ci incamminammo. «A qualche centinaio di metri lungo la spiaggia da qui», dissi, «Albert Einstein lottò con la questione morale della bomba atomica e decise per il sì. I buoni non avevano scelta perché i cattivi avevano già deciso per il sì senza darsi alcun pensiero della questione morale.» E aggiunsi: «Conoscevo i Gordon». Rifletté un istante, poi replicò: «Sta dicendo di non credere che i Gordon fossero capaci - moralmente capaci - di vendere microrganismi mortali». «Non ci credo, no. Proprio come gli scienziati atomici, rispettavano il potere del genio nella bottiglia. Non so che cosa facessero di preciso a Plum Island, e probabilmente non lo sapremo mai, ma li conoscevo abbastanza bene, penso, per affermare che il genio nella bottiglia non lo avrebbero venduto.» Lei non rispose. «Una volta, ricordo», continuai, «Tom mi disse che Judy stava vivendo una cattiva giornata perché un vitellino al quale si era affezionata era stato infettato di proposito con qualcosa e stava morendo. Quello non è il genere di persone che vogliono veder morire bambini in seguito a una spaventosa epidemia. Quando interrogherà i loro colleghi di Plum Island, lo scoprirà da sé.» «La gente a volte ha un... lato oscuro.» «Non ho mai notato un accenno di qualcosa, nella personalità dei Gordon, tale da suggerire che potessero trafficare in germi letali.» «Certe volte le persone razionalizzano il loro comportamento. Che mi dice degli americani che rivelavano segreti sull'atomica ai russi? Tutti dicevano d'averlo fatto per pura convinzione, affinché il potere non fosse da
una sola parte.» Le lanciai un'occhiata e vidi che mi stava guardando, mentre camminavamo. Scoprivo con gioia che Beth Penrose era capace di qualche profondo ragionamento, e sapevo che faceva piacere anche a lei scoprire che non ero idiota, come in un primo momento mi aveva creduto. «Riguardo agli scienziati atomici», dissi, «era un'epoca diversa e un diverso segreto. Intendo dire: a parte tutto, perché i Gordon avrebbero venduto batteri e virus in grado di uccidere loro e le loro famiglie fino nell'Indiana o chissà dove, e spazzar via chiunque altro nel mezzo?» Beth Penrose ci pensò su un momento, poi replicò: «Forse sono stati pagati dieci milioni di dollari, e il denaro è in Svizzera, e loro hanno un castello su una montagna ben provvisto di champagne e scatolame, e hanno invitato amici e parenti ad andarli a trovare. Non lo so, John. Perché la gente fa cose assurde? Razionalizzano, si autoconvincono a farle. Ce l'hanno con qualcosa o con qualcuno. Dieci milioni di dollari. Duecento milioni. Duecento dollari. Tutti hanno un prezzo». Arrivammo in fondo al pontile dove un agente della polizia di Southold in uniforme era seduto su una sdraio. «Faccia una pausa», gli disse il detective Penrose. L'uomo si alzò e si avviò verso la casa. L'acqua increspata sciabordava contro lo scafo della barca dei Gordon, facendola oscillare e urtare i parabordi fissati ai pali. C'era bassa marea, e notai che l'imbarcazione era adesso legata a pulegge per permettere alla cima di avere gioco. Il motoscafo si era abbassato di più di un metro, rispetto al livello del pontile. Notavo, ora, che la scritta sullo scafo diceva «Formula 303», che, a sentire Tom, significava che era lungo trenta piedi e tre pollici, vale a dire poco più di nove metri. «Tra i libri dei Gordon», dissi a Beth, «ne ho trovato uno di mappe mappe nautiche - con un numero di otto cifre scritto a matita su una delle pagine. Ho chiesto a Sally Hines di fare un rilievo di impronte superlativo, sul libro, e poi di fare rapporto a lei. Dovrebbe prendere il libro e tenerlo da qualche parte, al sicuro. Sarebbe il caso che lo esaminassimo insieme. Potrebbero esserci altri segni, sopra.» Mi fissò per alcuni secondi, poi domandò: «Bene, e di che cosa pensa che possa trattarsi?» «Be'... dimezzando il livello di moralità, passiamo dal vendere peste in cambio di denaro al vendere droga.» «Droga?»
«Già. Moralmente ambigua in alcune menti, bei soldoni nella mente di chiunque. Come le suona, eh? Droga.» Fissò la potente imbarcazione e assentì. «Forse», ammise, «ci siamo fatti prendere dal panico a causa del nesso con Plum Island.» «È possibile.» «Dovremmo parlarne a Max e agli altri.» «No, invece.» «Perché no?» «Perché si tratta di una semplice supposizione. Lasciamo che portino avanti la teoria della peste. Se quella è la teoria giusta, meglio tenerla coperta.» «D'accordo, ma non è una ragione per non confidarsi con Mike e con gli altri.» «Si fidi di me.» «No. Mi convinca.» «Io stesso non sono convinto. Abbiamo due notevoli possibilità: germi per denaro o droga per denaro. Vediamo se Max, Foster e Nash arrivano a qualche conclusione per conto loro, e se ci mettono a parte di quello che pensano.» «E va bene... per questa volta farò a modo suo.» Indicai il motoscafo. «Quanto pensa che possa costare?» Accennò una stretta di spalle. «Non saprei con certezza... certo è piuttosto costoso... calcoli sui tremila al piede, perciò questo, nuovo, dovrebbe valere sui 100.000 dollari.» «E l'affitto di questa casa? Sui duemila?» «All'incirca, direi, più le spese. Ma tutto questo lo accerteremo.» «E che mi dice dell'andare e tornare in motoscafo? È un percorso di due ore all'andata e due al ritorno, più un piccolo patrimonio in benzina. Giusto?» «Giusto.» «Ci vogliono forse trenta minuti per andare in macchina da qui al traghetto governativo, a Orient Point. Il traghetto quanto impiega per la traversata? Una ventina di minuti, a spese dello Zio Sam. Totale, circa un'ora da porta-a-porta, rispetto alle quasi due ore col motoscafo. Eppure, i Gordon prendevano la loro barca da qui a Plum Island, e so che c'erano giorni in cui al ritorno non potevano usarla, perché il tempo si era guastato durante la giornata. Dovevano tornare con il traghetto e poi farsi dare uno strappo in macchina da qualcuno. La cosa per me non aveva senso, ma ammetto
di non averci mai pensato molto. Avrei dovuto farlo. Ora, forse, un senso ce l'ha.» Saltai sul motoscafo e atterrai di peso sul ponte. Le tesi le braccia e lei saltò, afferrandosi alle mie mani nel farlo. Come, non so, ma finimmo lunghi distesi sul ponte, io supino e Beth Penrose sopra di me. Rimanemmo così forse un secondo di più del necessario, poi ci rialzammo. Scambiammo un sorriso impacciato, come fanno due estranei di sesso opposto quando si ritrovano a scontrarsi senza volerlo con tette e quant'altro. «Tutto bene?» mi domandò lei. «Sì, sì...» In realtà, il mio povero polmone ne aveva sofferto, e intuii che lei se n'era accorta. Ritrovai il fiato e mi diressi verso la parte posteriore, a poppa, come dicono, dove il Formula 303 aveva una panca. Indicai a Beth il ponte vicino a quel sedile e la informai: «La cassa d'alluminio stava sempre qui. Era grande, lunga circa un metro e venti, larga novanta centimetri e alta altri novanta, all'incirca. Molto capace, all'interno, con isolamento in alluminio. A volte, quando sedevo sulla panca, vi appoggiavo i piedi sopra e sorseggiavo birra». «E allora?» «Allora, dopo il lavoro, in determinati giorni, i Gordon lasciano Plum all'ora fissata e si dirigono a tutta velocità verso il mare aperto. Là, in pieno Atlantico, s'incontrano con una nave, forse un mercantile sudamericano, o forse un idrovolante, o quel che si vuole. Prendono a bordo un centinaio di chili di polvere colombiana e ripartono velocemente verso terra. Se vengono avvistati dalla DEA o dalla Guardia costiera, hanno l'aspetto dei coniugi Innocentini al largo per una bella corsa. Se anche vengono fermati, mostrano il tesserino di Plum Island e tutto finisce a strette di mano e sorrisi. In realtà, probabilmente potrebbero sfuggire a qualsiasi lancia, là in mare. Occorrerebbe un aereo per dare la caccia a questo bestione. E poi, siamo sinceri, quante barche vengono fermate e perquisite? Ci sono migliaia di natanti da diporto e di pescherecci, al largo. A meno che non abbiano avuto una segnalazione seria, o che qualcuno non si comporti in modo strano, la Guardia costiera, la Dogana o chi per esse non abbordano e non perquisiscono. Ho torto?» «In genere, no. La Dogana ha piena autorità di farlo e a volte lo fa.» Poi, lei aggiunse: «Vedrò se c'è qualche rapporto presso la DEA, la Guardia costiera o la Dogana riguardo allo Spirocheta.» «Bene.» Riflettei un momento, poi dissi: «Allora, una volta presa a bor-
do la roba, i Gordon approdano in qualche posticino predisposto o si incontrano con una barca più piccola, e trasferiscono la ghiacciaia ai distributori farmaceutici locali, che danno loro un'altra ghiacciaia in cambio, con un malloppo di dollari dentro. Poi il distributore fa il trasporto fino a Manhattan, ed ecco completata un'altra importazione esente da dazio. Succede ogni giorno. La domanda è: i Gordon vi prendevano parte e, se sì, è per questo che sono stati uccisi? Io me lo auguro. Perché l'altra ipotesi mi fa paura, e non sono uno che si spaventa facilmente». Ci meditò su a lungo, guardandosi intorno sul motoscafo. «Potrebbe spiegare tutto. Ma potrebbe anche essere un pio desiderio.» Non risposi. «Se riusciamo a stabilire che si trattava di stupefacenti», continuò lei, «potremo tirare il fiato. Fino a quel momento, dovremo attenerci all'idea che fossero proprio germi, perché se è così e noi non siamo più che padroni della situazione, corriamo il rischio di ritrovarci tutti all'altro mondo.» 6 Erano passate le due di notte, e stavo diventando strabico a forza di leggere stampate del computer dei Gordon. Avevo un bricco di caffè in caldo nella vecchia e vasta cucina di zio Harry, ed ero seduto al tavolo rotondo presso la finestra che guardava a est per ricevere il sole del mattino. Zio Harry e zia June avevano il buon senso di non ospitare mai in casa l'intero clan dei Corey, ma di tanto in tanto invitavano me, o mio fratello Jim, o mia sorella Lynne, a soggiornare nella stanza degli ospiti mentre il resto della famiglia alloggiava in qualche orrida casetta per turisti degli anni Cinquanta. Mi rivedo, bambino, seduto a quel tavolo con i miei cuginetti Harry Jr. e Barbara, a ingurgitare latte e biscotti, ansioso di correre fuori a giocare. L'estate era magica. Non avevo, credo, un pensiero al mondo. Ora, a qualche decennio di distanza, stesso tavolo, di pensieri ne avevo anche troppi. Riportai l'attenzione sulle registrazioni dei libretti di assegni. Gli stipendi dei Gordon venivano depositati direttamente sul loro conto, e il cumulo delle loro entrate, una volta saccheggiate dai Federali e dallo Stato di New York, ammontava a circa novantamila dollari. Non male, ma nemmeno così invidiabile per due laureati che svolgevano lavoro d'ingegno con sostanze rischiose. Tom avrebbe guadagnato di più giocando a baseball in una
squadra di serie B, e Judy avrebbe potuto lavorare in qualche bar del mio vecchio distretto e prendere più o meno lo stesso. È uno strano paese, questo. A ogni modo, non mi ci volle molto per vedere che i Gordon vivevano al limite delle loro possibilità. La vita è cara sulla costa orientale, come indubbiamente avevano scoperto. Sborsavano soldi per due auto, la barca, l'affitto della casa, assicurazioni assortite sulle medesime, servizi pubblici, cinque carte di credito, fatture per il carburante, quasi tutte per il motoscafo, e normali spese per la vita quotidiana. Inoltre, c'era un imponente pagamento di 10.000 dollari per il Formula 303, nell'aprile dell'anno precedente. In più, i Gordon davano contributi a un certo numero di meritevoli opere di beneficenza, facendomi sentire in colpa. Appartenevano a un circolo letterario e musicale, usavano spesso la carta di credito, mandavano assegni a nipoti e nipotine, ed erano membri della Peconic Historical Society. Ancora non sembrava che stessero per affogare nei debiti, ma erano lì lì. Se dal traffico di stupefacenti ricavavano una bella entrata supplementare, erano abbastanza furbi da mettere da parte il contante e scialacquare il resto come ogni gagliardo americano che non ha paura del fisco. La domanda, perciò, s'imponeva: dov'era il malloppo? Non sono un revisore di conti, ma di queste analisi finanziarie ne ho fatte abbastanza per individuare cose che valeva la pena controllare. Ce n'era una soltanto negli ultimi venticinque mesi di registrazioni bancarie dei Gordon, e bella grossa: un assegno di 25.000 dollari intestato a certa Margaret Wiley. L'assegno era stato «certificato» per una spesa di dieci dollari, e i fondi per coprirlo erano stati trasferiti elettronicamente dal conto corrente dei Gordon. In effetti, rappresentava quasi tutti i loro risparmi. L'assegno portava la data del 7 marzo di quest'anno, e non c'erano annotazioni riguardanti lo scopo per il quale era stato versato. Chi era, dunque, Margaret Wiley? Perché i Gordon le avevano dato un assegno «certificato» per quel po' po' di somma? Lo avremmo presto scoperto. Sorseggiai altro caffè e, battendo la matita sul tavolo a tempo con l'orologio sulla parete opposta, meditai sul tutto. Andai all'armadietto di cucina accanto al telefono e, in mezzo ai ricettari, trovai l'elenco telefonico locale. Guardai sotto la «W» e trovai una Margaret Wiley che abitava in Lighthouse Road nel piccolo villaggio di Southold. In effetti sapevo dov'era, trattandosi della strada che, come il nome suggeriva, portava al faro: per l'esattezza, al faro di Horton Point.
Avevo una gran voglia di chiamare la Wiley, ma forse non avrebbe gradito una telefonata alle due del mattino. Meglio aspettare che facesse giorno. Ma la pazienza non è una delle mie virtù. Anzi, per quanto ne so, di virtù non ne posseggo. Inoltre, avevo la sensazione che l'FBI e la CIA non stessero affatto dormendo a quell'ora e che, su quel caso, stessero portandosi in vantaggio su di me. Ultima cosa, ma non meno importante, quello non era un normale caso di omicidio; perfino mentre io esitavo a svegliare Margaret Wiley, poteva darsi che una pestilenza capace di distruggere una civiltà stesse dilagando per tutta la nazione. Detesto che accadano cose del genere. Formai il numero. Il telefono squillò e s'inserì una segreteria. Riagganciai e tornai a formarlo. Alla fine, la padrona di casa si svegliò e disse: «Pronto». «Scusi, cerco Margaret Wiley.» «Sono io. Chi parla?» domandò la voce sonnolenta e anziana. «Sono il detective Corey, signora. Della polizia.» Lasciai che, per un paio di secondi, immaginasse il peggio. Questo di solito sveglia. «Polizia? Che cos'è successo?» «Signora Wiley, lei ha sentito la notizia di quegli omicidi a Nassau Point?» «Oh... sì. Che cosa orribile...» «Conosceva i Gordon?» Si schiarì la voce e rispose: «No... be', li ho visti una sola volta. Gli ho venduto un pezzo di terra». «In marzo?» «Sì.» «Per 25.000 dollari?» «Sì... ma cos'ha a che fare questo con...?» «Dov'è quel terreno, signora?» «Oh... è un bel pezzo di scogliera che si affaccia sullo Stretto.» «Capisco. Volevano costruirvi una casa?» «No. Non possono costruire, là. Ho venduto i diritti di valorizzazione alla contea.» «Vale a dire?» «Vale a dire... è un piano per la conservazione. Uno vende il diritto di valorizzazione, ma rimane proprietario del terreno. La terra deve rimanere com'è, salvo che per motivi agricoli.» «Capisco. Quindi i Gordon non potevano costruire una casa su quella
scogliera?» «Per carità, no. Se fosse terreno edificabile, varrebbe più di 100.000 dollari. Sono stata pagata dalla contea proprio perché non sia reso edificabile. È un patto restrittivo che equivale a una servitù fondiaria. Un buon piano, direi.» «Ma può vendere il terreno?» «Sì, e l'ho fatto. Per 25.000 dollari.» E aggiunse: «I Gordon sapevano che non poteva essere valorizzato». «Potevano ricomprare i diritti di valorizzazione dalla contea?» «No. Li ho venduti in perpetuo. È questo lo scopo del piano.» «Bene...» Credevo di capire, ora, quello che i Gordon avevano fatto: avevano acquistato un bel pezzo di terra con vista sullo Stretto che, proprio perché non era edificabile, si vendeva a meno del prezzo di mercato. Ma potevano coltivarlo, e mi rendevo conto che il fascino esercitato su Tom dalla viticoltura locale lo aveva condotto all'hobby definitivo: i Vigneti Gordon. A quanto sembrava, dunque, non vi era alcun nesso tra l'acquisto e la loro tragica fine. «Scusi tanto se l'ho svegliata, signora Wiley», dissi. «Grazie del suo aiuto.» «Prego. Spero che troverete chi è stato.» «Lo troveremo di certo.» Riagganciai, mi allontanai dall'apparecchio, poi tornai sui miei passi e rifeci il numero. Lei rispose e io dissi: «Chiedo scusa, ancora una domanda. Quel terreno è adatto per una vigna?» «Dio buono, no. È proprio sullo Stretto, troppo esposto, e poi troppo piccolo. È un ripido lotto di un solo acro che scende per una quindicina di metri alla spiaggia. Bellissimo, questo sì, ma non vi crescerebbe mai niente, salvo boscaglia.» «Capisco... avevano accennato al perché lo volevano?» «Sì... dicevano di volere una collina tutta loro a picco sull'acqua. Un posto dove sedersi a contemplare il mare. Erano una bella coppia. Che cosa orribile.» «Sì, signora. La ringrazio.» Riagganciai. Così, volevano un posto dove sedersi a contemplare il mare. Per 25.000 dollari avrebbero potuto pagarsi la tariffa di parcheggio all'Orient Beach State Park almeno cinquemila volte, contemplare tutto il mare che volevano ogni giorno per otto anni e avere ancora il denaro necessario per birra e panini. Non mi tornavano i conti. Ci rimuginai su un po'. Rimugina, rimugina... be', forse sì, mi tornavano. Erano una coppia romantica. Ma venticinquemila dollari? Era quasi tutto
ciò che possedevano. E se il governo li avesse trasferiti altrove, come si sarebbero disfatti di un acro di terra inutilizzabile sia come terreno edificabile, sia come terreno agricolo? Chi altri sarebbe stato tanto pazzo da sborsare 25.000 dollari per una proprietà gravata in quel modo? Così, forse c'entrava per davvero il narcotraffico marittimo. La cosa, allora, avrebbe avuto un senso. Conveniva dare un'occhiata a quel terreno. Mi domandavo se qualcuno avesse già trovato l'atto di proprietà fra le carte dei Gordon. Mi domandavo, anche, se i Gordon avessero una cassetta di sicurezza e che cosa c'era dentro. È dura, quando ti poni domande alle due del mattino, la caffeina ti tiene con i nervi a fior di pelle e nessuno vuole parlare con te. Tornai a riempirmi la tazza. Le finestre al di sopra del lavello erano aperte, e potevo sentire le creature della notte cantare la loro settembrina canzone, le ultime locuste e raganelle, un gufo che emetteva il suo verso nelle vicinanze, e qualche uccello notturno gorgheggiante nella densa bruma che arrivava dalla Great Peconic Bay. L'autunno, qui, è temperato dalle grandi masse d'acqua che conservano il loro calore estivo fino a novembre. Straordinario per l'uva. Buono per il canottaggio fino al Giorno del Ringraziamento. C'era l'occasionale uragano in agosto, settembre o ottobre, e talvolta il vento di nordest durante l'inverno. Ma il clima era fondamentalmente mite, le cale e le insenature numerose, le nebbie e le brume frequenti: un posto ideale per contrabbandieri, pirati e, ultimamente, trafficanti di droga. Il telefono fissato alla parete squillò e, per un irrazionale istante, pensai che potesse essere Margaret Wiley. Poi mi ricordai che Max doveva chiamarmi per darmi ragguagli sulla spedizione a Plum Island. Afferrai il ricevitore e dissi: «Casa della pizza». Dopo un secondo d'incertezza, Beth Penrose disse: «Pronto...» «Pronto.» «L'ho svegliata?» «Non si preoccupi. Tanto dovevo alzarmi per rispondere al telefono.» «Vecchia, come battuta. Max mi ha pregata di chiamarla. Andremo con il traghetto delle otto.» «Non ce n'è uno più di buon'ora?» «Sì, ma...» «Perché vogliamo che la squadra-di-occultamento arrivi all'isola prima di noi?» A questo non rispose ma disse: «Saremo accompagnati dal direttore del-
la sicurezza dell'isola, un certo Paul Stevens». «Chi andrà con il traghetto precedente?» «Non lo so... Senta, John, se intendono occultare qualcosa, non è che noi possiamo far molto. Hanno avuto alcuni problemi in passato, e quanto a occultare sono abilissimi. Vedrà soltanto quello che vogliono farle vedere, sentirà soltanto quello che vogliono farle ascoltare, e parlerà solo con quelli con cui intendono farla parlare. Non dia un'importanza eccessiva a questa visita.» «Chi ci andrà?» «Lei, io, Max, George Foster e Ted Nash.» Poi domandò: «Sa dov'è il traghetto?» «Lo troverò. Che cosa sta facendo, ora?» «Sto parlando con lei.» «Faccia una corsa fin qui. Sto guardando certi campioni di carta da parati. Mi serve il suo parere.» «È tardi.» Suonava quasi come un sì, il che mi sorprese. Provai a insistere. «Può dormire qui. Al traghetto ci andremo insieme, con la macchina.» «Sarebbe carino.» «Tanto vale decidersi, allora.» «Ci penserò. Ehi, ha trovato qualcosa in quelle stampate?» «Venga e le mostrerò quanto impegno so metterci.» «La pianti.» «Vengo a prenderla io.» «È tardi. Sono stanca. Sono già in... pronta per andare a letto.» «Bene. Possiamo giocare al dottore.» La sentii fare un lungo, paziente respiro, poi dire: «Avrei proprio creduto che vi fosse qualche indizio nelle loro registrazioni finanziarie. Forse non ha cercato abbastanza. O forse non sa quello che sta facendo». «Probabile.» «Mi pareva fossimo rimasti d'accordo», disse lei, «di scambiarci le informazioni.» «Sì, tra noi due. Non con il mondo intero.» «Come...? Ah... capisco.» Sapevamo entrambi che, quando si lavora con i Federali, quelli ti mettono sotto controllo il telefono cinque minuti dopo che sono avvenute le presentazioni. Non si prendevano nemmeno il disturbo di chiedere l'autorizzazione del tribunale, quando ascoltavano di nascosto le conversazioni dei
colleghi. Ero pentito d'avere fatto quella telefonata a Margaret Wiley. «Dov'è Ted?» domandai a Beth. «Che cosa ne so?» «Tenga la porta sprangata. Corrisponde alla descrizione di uno stupratore-assassino al quale sto dando la caccia.» «Ci dia un taglio, John.» E riagganciò. Sbadigliai. Se da un lato ero deluso che il detective Penrose non volesse venire a trovarmi, ero anche un tantino sollevato. Penso proprio che quelle infermiere mettessero qualche diavoleria nella marmellata dei pazienti. O forse avevo bisogno di più carne rossa nella mia dieta. Misi da parte il bricco del caffè, spensi la luce e lasciai la cucina. Mi feci strada nel buio attraverso la grande casa solitaria, oltre il vestibolo di lucida quercia, su per la scala scricchiolante e giù per il lungo corridoio fino alla camera dall'alto soffitto dove avevo dormito da ragazzo. Mentre mi svestivo, riflettevo su quella giornata, e cercavo di decidere se davvero ci tenevo a prendere il traghetto delle otto. Tra le ragioni del sì, Max mi era simpatico, e mi aveva chiesto un favore. Due, mi piacevano i Gordon e volevo fare io un favore a loro, ripagarli in un certo senso della buona compagnia, del vino e delle bistecche in un periodo in cui non mi sentivo in piena forma. Tre, non mi piaceva Ted Nash e provavo il desiderio infantile di fargliela in barba il più possibile. Quattro, mi piaceva Beth Penrose e provavo il desiderio da adulto di... lasciamo perdere. E poi c'ero io, e io mi annoiavo... No, non era quella la ragione. Stavo cercando di dimostrare che in me la stoffa c'era ancora. Fin qui, tutto bene. Da ultimo, ma certo non in ordine di importanza, c'era il problemino della pestilenza, la morte nera, la morte rossa, la sfaccettata minaccia o cos'altro era; la possibilità che quello fosse l'ultimo autunno che chiunque di noi sulla terra avrebbe visto. Per tutte quelle ragioni, sapevo che alle otto sarei stato sul traghetto per Plum Island, non a letto con le coperte tirate fin sopra la testa, come quando ero bambino e c'era qualcosa che non volevo affrontare... Me ne stetti, nudo, davanti all'ampia finestra, a guardare la nebbia venir su dalla baia, fantasma bianco nel chiaro di luna che strisciava e avanzava attraverso il prato buio in direzione della casa. Ricordo che da bambino mi metteva una paura infernale. Ancora lo fa. Sentivo, mio malgrado, d'avere la pelle d'oca. Portai inconsapevolmente la destra al petto, dove le dita trovarono il foro d'entrata del primo proiettile, poi la lasciai scivolare verso l'addome dove il
secondo, o forse il terzo proiettile aveva perforato, lacerandola, la mia muscolatura un tempo ben salda, mi aveva attraversato l'intestino, scheggiato il bacino, per poi uscire esplodendo dal retroterra. L'altra pallottola mi aveva attraversato il polpaccio sinistro senza fare molto danno. Il chirurgo diceva che ero stato fortunato, e aveva ragione. Avevo scommesso con il mio compagno, Dom Fanelli, per vedere a chi sarebbe toccato entrare nel bar per comperare caffè e panini, e lui aveva perso. Gli era costato quattro dollari. La fortuna era stata dalla mia. Là in mezzo alla baia risuonò un corno da nebbia, e mi domandai chi si trovasse al largo con quella nebbia e a quell'ora. Venni via dalla finestra e controllai per vedere se avevo puntato la sveglia, poi mi assicurai che ci fosse un colpo in canna nella «45» automatica che tengo sul tavolino da notte. Crollai sul letto e, come Beth Penrose, Sylvester Maxwell, Ted Nash, George Foster, e molti altri quella notte, rimasi a fissare il soffitto e a pensare agli omicidi, alla morte, a Plum Island e ai virus. Con l'occhio della mente vedevo l'immagine della «Jolly Roger», la bandiera dei pirati, sventolare nel cielo notturno, il teschio bianco e sogghignante. Mi venne da pensare che le sole persone a riposare in pace quella notte fossero Tom e Judy Gordon. 7 Alle sei ero in piedi, feci la doccia e indossai calzoni corti, maglietta e mocassini: l'abbigliamento adatto per un rapido cambio con una tuta isolante anti-biorischio o come diavolo la chiamano. Affrontai l'eterna routine amletica riguardo alla mia arma: portarla o non portarla, questo è il problema. Alla fine, decisi di portarla. Non sai mai cosa può riservarti la giornata. Quello poteva essere il giorno adatto per dare una bella lezione a Ted Nash. Alle 6 e 45 stavo viaggiando verso est lungo Main Road, attraverso il cuore della zona vinicola. Riflettevo tra me, mentre guidavo, che non è facile cercare di ricavare di che vivere dalla terra o dal mare, come facevano molti di quelli del posto. Ma i vigneti si erano rivelati una risorsa insperata. Anzi, alla mia sinistra, mentre attraversavo l'abitato di Peconic, c'erano le vigne e la cantina di maggior successo. I Vigneti Tobin, di proprietà di Fredric Tobin, che avevo incontrato una volta, brevemente, e che era amico dei Gordon. Presi
mentalmente nota di andare a far visita a quel signore per vedere se poteva fare un po' di luce sul caso in questione. Il sole era al di sopra degli alberi, davanti a me verso destra, e il termometro del mio cruscotto segnava 16 gradi centigradi, che per me non significavano niente. Non so come, avevo mandato in tilt il computer, ed ero sul sistema metrico decimale. Mi sembrava che a sedici gradi dovesse far freddo, ma sapevo che non era così. A ogni modo, il sole stava disperdendo la nebbia dal suolo e la sua luce inondava il mio strapagato veicolo sportivo. La strada curvava dolcemente, e i vigneti erano più pittoreschi dei campi di patate che ricordavo da trent'anni prima. Di quando in quando un frutteto o un campo di granoturco impedivano che quelle vigne diventassero monotone. Grandi uccelli si libravano sulle correnti ascensionali d'aria calda mattutina, uccelletti cantavano e trillavano nei campi e tra gli alberi. Tutto al mondo sembrava perfetto, quel mattino, salvo che Tom e Judy erano nell'obitorio della contea, ed era quanto mai possibile che vi fosse un morbo nell'aria, fluttuante a sua volta sulle correnti termiche, trasportato dalla brezza dell'oceano attraverso i campi e i vigneti e poi nel sangue di esseri umani e animali. E tuttavia, ogni cosa sembrava normale, quel mattino, me stesso compreso. Sintonizzai la radio su una stazione di notiziari da New York City e per un poco ascoltai le solite chiacchiere, in attesa che qualcuno dicesse qualcosa riguardo alla misteriosa esplosione di un'epidemia. Ma era troppo presto per questo. Passai sull'unica stazione locale e imbroccai il giornale radio delle sette. L'annunciatore stava dicendo: «Abbiamo parlato per telefono con il Capo Maxwell, stamattina, ed ecco che cosa ci ha detto». Un Max dal tono scontroso risuonò dalle casse dell'autoradio: «Riguardo alla morte dei due residenti di Nassau Point, Tom e Judy Gordon, per noi si tratta di un duplice omicidio a scopo di furto e rapina. Questo non ha niente a che fare con il lavoro che le vittime svolgevano a Plum Island, e vogliamo mettere fine a simili speculazioni. Esortiamo tutti i residenti a stare con gli occhi aperti riguardo alla presenza di estranei e di riferire qualsiasi cosa sospetta alla polizia locale. Non è il caso di diventare paranoici, ma c'è qualcuno che si aggira là fuori armato e che ha commesso due omicidi, furto con scasso e rapina. Perciò dovete prendere alcune precauzioni. Stiamo lavorando di comune accordo con la polizia della contea, e pensiamo di avere alcuni indizi. È tutto quello che ho da dire per il momento. Ci risentiamo più tardi, Don».
«Grazie, Capo», disse Don. Ecco quello che mi piace di questo posto: tutto è quanto mai concreto e alla buona. Spensi la radio. Quello che il Capo Maxwell aveva dimenticato di dire era d'essere diretto a Plum Island, il luogo che non aveva niente a che fare con il duplice omicidio. Aveva anche dimenticato di nominare l'FBI e la CIA. Ammiro un uomo che sa come e quando tenere il pubblico all'oscuro. E se Max invece avesse detto: «Ci sono cinquanta probabilità su cento che i Gordon vendessero virus letali a terroristi che potrebbero anche tramare la distruzione della vita in tutto il Nordamerica?» Questo avrebbe provocato un piccolo terremoto all'apertura della Borsa, per non parlare del fuggi fuggi verso gli aeroporti e dell'improvviso, irrefrenabile desiderio di una vacanza in Sudamerica. Finora, a ogni modo, la mattinata era serena. Alla mia destra vedevo ora un grande campo di zucche, e mi tornavano in mente i weekend autunnali quando, da bambino, correvo come un matto attraverso quei campi per trovare la zucca più grande, più rotonda, più vistosa e più perfetta di tutte. Ricordo che ogni anno nascevano divergenze sulla scelta tra me e il mio fratellino Jimmy, ma si concludevano ben presto con una scazzottata in cui puntualmente avevo la meglio dato che ero molto più grosso di lui. Il piccolo aveva fegato, se non altro. Il villaggio dopo Peconic è Southold, che è anche il nome dell'intero distretto. È più o meno qui che i vigneti terminano, la terra si restringe tra lo Stretto e la baia, e tutto si presenta un po' più selvaggio e spazzato dal vento. I binari della ferrovia di Long Island, che partono dalla Penn Station di Manhattan, correvano per un poco alla mia sinistra paralleli alla strada, poi binari e strada s'incrociavano e tornavano a divergere. Non c'era molto traffico a quell'ora, salvo alcuni veicoli agricoli. Pensai perciò che, se alcuni miei compagni di viaggio per Plum Island erano per strada, forse prima o poi li avrei visti. Entrai nel villaggio di Greenport, principale metropoli della North Fork, con una popolazione, stando al cartello, di 2100 anime. A paragone, l'isola di Manhattan, dove lavoravo, vivevo e avevo rischiato di morire, è più piccola della North Fork e ha due milioni di persone ammucchiate l'una sull'altra. La forza di polizia per cui lavoro è composta di trentamila persone fra uomini e donne, il che la rende più grande dell'intera popolazione del distretto di Southold. Max, come dicevo, ha circa quaranta agenti, se includete me e lui. Il villaggio di Greenport aveva un tempo una sua forza di polizia di una mezza dozzina di agenti, ma erano riusciti a farsi odiare da-
gli abitanti, che ne votarono lo scioglimento. Non credo che possa accadere a New York, ma non sarebbe una cattiva idea. A volte penso che dovrei convincere Max a ingaggiarmi: sapete, famoso pistolero arriva in città dalla capitale, e lo sceriffo locale gli appunta un distintivo sul petto e dice: «Ci serve un uomo della vostra esperienza, addestramento e provato record di arresti», o qualcosa del genere. Voglio dire, sarei un pesce grosso in un piccolo stagno, no? Le donne mi scoccherebbero occhiate e lascerebbero cadere il fazzoletto sul marciapiede, giusto? Per tornare alla realtà, ero affamato. Non esistono in pratica catene di fast food quaggiù, il che fa parte del fascino del luogo, ma è anche una bella rottura. Ci sono, tuttavia, alcuni negozi di generi vari, e fermatomi a uno di quelli alla periferia di Greenport mi procurai caffè e un sandwich chiuso nella plastica, con carne e formaggio di misteriosa provenienza. Giuro che potete mangiare anche l'involucro di polistirolo e non accorgervi della differenza. Agguantai un settimanale gratuito e feci colazione al posto di guida. Il giornale, guarda caso, aveva un articolo su Plum Island. Non è insolito, questo, dato che quelli del luogo pare si interessino molto a quest'isola del mistero ammantata di bruma e via discorrendo. Nel corso degli anni, avevo raccolto la maggior parte delle mie informazioni su Plum da fonti locali. Di tanto in tanto, l'isola faceva notizia su scala nazionale, ma non era esagerato ritenere che nove americani su dieci non l'avessero mai sentita nominare. Il che poteva cambiare da un momento all'altro. L'articolo che ora stavo leggendo aveva a che fare con il morbo di Lyme, un'altra ossessione degli abitanti della Long Island orientale e del vicino Connecticut. Quella malattia, diffusa dalle zecche dei cervi, aveva assunto proporzioni da epidemia. Conoscevo persone affette da Lyme; sebbene raramente letale, poteva rovinarti uno o due anni di vita. A ogni modo, quelli del posto erano convinti che il malanno venisse da Plum Island e fosse un esperimento di guerra batteriologica sfuggito di mano per errore o chissà. Non esagererei se dicessi che a quelli del luogo sarebbe piaciuto vedere Plum Island inabissarsi. Si formò in me un'immagine - simile alla scena di Frankenstein - di agricoltori e pescatori locali armati di forconi e di raffi, le donne brandendo torce, che calavano sull'isola, urlando: «All'inferno i vostri esperimenti scientifici contro natura! Dio ci salvi! Indagine del Congresso!» O qualcosa del genere. Posai il giornale e riaccesi il motore. Convenientemente rifocillato, mi rimisi in viaggio, sempre attento ad avvistare i miei nuovi colleghi. Il borgo successivo era East Marion, sebbene pare non vi sia un'altra
Marion là intorno: c'è, ma in Inghilterra credo, come per un sacco di altre località «East» di Long Island. Southold era un tempo Southwold, dal nome della città inglese da cui provenivano in gran parte i primi colonizzatori, ma la «w» se l'erano persa nell'Atlantico probabilmente. Zia June, che era socia della Peconic Historical Society, usava riempire la mia testolina di tutte queste idiozie, e suppongo che in parte fossero interessanti e che qualcuna rimanesse in mente, ma forse rimaneva in mente in modo un po' distorto. La terra si restringeva ora fino alla larghezza di un viadotto, e c'era acqua su entrambi i lati della strada: lo Stretto di Long Island alla mia sinistra e Orient Harbor alla mia destra. Acqua e cielo pullulavano di anatre, oche del Canada, aironi dal niveo candore e gabbiani, ed ecco perché ho il tettuccio apribile ma non sempre me ne servo. Quegli uccelli, ve lo dico io, mangiano prugne o qualcosa di analogo, poi piombano giù come bombardieri e sanno quando hai il tettuccio aperto. La terra tornò ad allargarsi, attraversai il superpittoresco vecchio villaggio di Orient e, dieci minuti dopo, ero in vista di Orient Point. Oltrepassai l'entrata dell'Orient Beach State Park e cominciai a rallentare. Più avanti, sulla destra, vedevo un pennone da cui la bandiera a stelle e strisce sventolava a mezz'asta. Ne dedussi che la posizione della bandiera avesse a che fare con i Gordon, e di conseguenza il pennone si trovava su proprietà federale, senza dubbio la stazione del traghetto per Plum Island. Potete rendervi conto di come funziona la mente di un grande investigatore, perfino alle sette e qualcosa del mattino e dopo poche ore di sonno. Mi portai sul lato della strada, di fronte a un porticciolo e ristorante, e fermai la macchina. Presi il binocolo dal vano portaoggetti e lo puntai su un grande cartello bianco e nero vicino all'asta della bandiera, una trentina di metri più in là lungo la strada. Il cartello diceva: «Centro Malattie Animali di Plum Island». Non diceva «Benvenuti» e non diceva neppure «Traghetto», ma l'acqua era proprio là, e ne dedussi che era in effetti la stazione marittima. I borghesi ritengono, gli investigatori deducono. Inoltre, per essere sincero, nel corso degli anni avevo oltrepassato quel luogo almeno una decina di volte nel dirigermi al traghetto per New London, che era proprio al di là di quello per Plum Island. Pur senza essermici mai soffermato molto col pensiero, c'era curiosità in me riguardo alla misteriosa Plum Island. Non amo i misteri, ecco perché voglio risolverli. Non mi va, che ci siano cose che non
so. A ogni modo, a destra del pennone e del cartello c'era un edificio di mattoni a un solo piano, con tutta l'aria di un centro amministrativo e di una reception. Dietro e al di là dell'edificio, una vasta area di parcheggio asfaltata che si estendeva fino all'acqua. Il parcheggio era circondato da un'alta rete metallica sormontata da una lamina. Dove il parcheggio terminava presso la baia, c'erano diversi vasti magazzini e capannoni collegati a grandi moli. Alcuni camion erano parcheggiati vicini alle banchine di carico. Ritenni -pardon, ne dedussi - che lì caricassero a bordo gli animali destinati a un viaggio di sola andata a Plum Island. Il parcheggio si estendeva lungo la baia per un centinaio di metri e all'estremità più lontana, attraverso una leggera nebbia, potevo scorgere una trentina di veicoli in sosta vicino agli scali dei traghetti. Persone non se ne vedevano. Posai il binocolo e consultai l'orologio digitale del cruscotto, che faceva le 7 e 29, mentre la temperatura era adesso di 17 gradi. Dovevo assolutamente liberarmi del sistema metrico decimale. Capirete, quel dannato computer mostrava strambe parole francesi, come «kilomètres», «litre», e ogni sorta di altre cose in francese. Non mi azzardavo neppure ad accendere il riscaldamento. Ero in anticipo di mezz'ora per il traghetto in partenza per Plum Island, ma in tempo per quello in arrivo, proprio secondo le mie intenzioni. Come diceva zio Harry quando mi strappava dal letto all'alba: «L'uccello mattiniero trova il verme, Johnny». Al che io rispondevo con una battuta: «Il verme mattiniero finisce mangiato». Ero un bel tipo, sì. Dalla nebbiolina sbucò una nave traghetto bianca e azzurra che prese a scivolare verso lo scalo. Puntai di nuovo il binocolo. Sulla prua c'era un emblema governativo non ben chiaro, probabilmente del ministero dell'Agricoltura, e il nome della nave: Plum Runner. Un nome che alludeva alla velocità ma che, con il suo doppio senso - nave contrabbandiera - rivelava un lieve senso dell'umorismo da parte di qualcuno. Dovevo portarmi più vicino, così ingranai la marcia e mi diressi verso il pennone, il cartello e l'edificio di mattoni. Sulla destra dell'edificio, i cancelli del parcheggio erano aperti, e intorno non si vedevano guardie, così li varcai e mi diressi verso i magazzini. Parcheggiai vicino ad alcuni camion e ad alcuni container, sperando che il mio automezzo non si notasse, là in mezzo. Ero a soli cinquanta metri dai due scali, ora, e attraverso il binoco-
lo osservai il traghetto fare manovra ed entrare di poppa nel più vicino dei due. Il Plum Runner si presentava piuttosto nuovo e lucente, lungo una ventina di metri e con un ponte di coperta sul quale vedevo dei sedili. La poppa urtò il molo, il capitano spense le macchine e un marinaio saltò a terra e assicurò le cime alle bitte. Notai che non c'era nessuno, sulla banchina. Mentre osservavo attraverso il binocolo, un gruppo di uomini uscì dalla cabina dei passeggeri e si portò sul ponte a poppa, per poi sbarcare direttamente nell'area di parcheggio. Ne contai dieci, tutti vestiti con una specie di uniforme azzurra, e se non erano la banda del ministero dell'Agricoltura mandata ad accogliermi, allora erano le guardie di sicurezza notturne che avevano ricevuto il cambio da quelle che avevano preso il ferry delle sette per Plum. Tutt'e dieci le guardie portavano cinturoni, sebbene non vi vedessi nessuna fondina attaccata. Il prossimo a scendere dal traghetto fu un pezzo d'uomo in blazer blu e cravatta, che chiacchierava con le guardie come se le conoscesse, tanto che intuii potesse trattarsi di Paul Stevens, il capo della sicurezza. Scesero poi quattro individui in abiti eleganti, e mi venne fatto di pensare che questo era un poco insolito. Voglio dire, dubito che quei quattro figurini avessero passato la notte sull'isola, perciò c'era da credere che fossero andati là con il traghetto delle sette. Ma questo avrebbe permesso loro di trattenersi soltanto pochi minuti. Di conseguenza, dovevano esserci andati prima, o con una corsa speciale del traghetto, oppure con un motoscafo o un elicottero. E, ultimi ma solo in ordine di tempo a sbarcare dalla nave, indossando indumenti casual, furono i signori George Foster e Ted Nash, cosa che non mi sorprese del tutto. Be', si sa: a letto coi polli, in piedi col gallo, e l'uomo diventa subdolo e fello. Quei figli di buona donna... me l'ero aspettato che mi giocassero un tiro del genere. Mentre io osservavo, Nash, Foster e i quattro figurini conversavano animatamente fra loro, e l'uomo dal blazer blu si teneva rispettosamente in disparte. Potevo capire dal linguaggio del corpo che Ted Nash era il Capo. Gli altri quattro individui erano venuti probabilmente da Washington, e come sapere chi diavolo li aveva mandati? Era tutto molto difficile da dipanare, tra l'FBI, la CIA, il ministero dell'Agricoltura e, senza dubbio, il ministero della Difesa, e chi ancora aveva da dire la sua. Per quanto mi riguardava, erano tutti federali che, a loro volta, pensavano a me - ammesso che lo facessero - come a una fastidiosa emorroide.
A ogni buon conto, posai il binocolo e presi il settimanale e il contenitore del caffè vuoto per l'eventualità di dover giocare a nascondere-la-faccia. Così, lì c'erano tutti quei cervelloni che m'avevano fatto lo scherzetto di alzarsi con l'allodola, e manco si preoccupavano di guardarsi attorno per vedere se erano sotto sorveglianza. Mostravano un disprezzo totale per i piedipiatti di second'ordine, cosa che mi faceva incavolare. L'uomo in blazer blu si rivolse alle dieci guardie, le congedò, e quelle si allontanarono verso le rispettive auto, vi salirono, e partirono, passandomi accanto. Poi Mister Blazer Blu se ne tornò a poppa e scomparve all'interno del traghetto. Infine i quattro figurini presero congedo da Nash e Foster, salirono in una Chevy Caprice nera e avanzarono verso di me. La Caprice arrivata alla mia altezza rallentò, quasi si fermò, poi proseguì, uscendo dai cancelli dai quali io ero entrato. A questo punto, vidi che Nash e Foster avevano notato il mio automezzo, così ingranai la marcia e mossi verso il traghetto come se fossi appena arrivato. Parcheggiai lontano dalla banchina, poi, sorseggiando dal contenitore vuoto, lessi del ritorno del pesce serra, ignorando i signori Nash e Foster, che sostavano presso il traghetto. Verso le otto meno dieci, una vecchia station wagon venne a fermarsi accanto a me, e ne scese Max che indossava jeans, giacca a vento e berretto da pescatore calato ben bene sugli occhi. Abbassai il finestrino e domandai: «È un travestimento, o ti sei vestito al buio?» Aggrottò la fronte. «Secondo Nash e Foster era meglio che non mi facessi vedere ad andare a Plum.» «Ti ho sentito alla radio, stamattina.» «Come ti sono sembrato?» «Niente affatto convincente. Barche, aerei e auto non hanno fatto che partire da Long Island per tutta la mattina. L'intera costa orientale è in preda al panico.» «Vaff...!» «D'accordo.» Spensi il motore e aspettai che la mia Jeep mi dicesse qualcosa, ma forse non avevo combinato pasticci, stavolta. Sfilai la chiave dal cruscotto, e una voce femminile disse: «Votre fenêtre est ouverte». Ora, perché una bella macchina americana dovrebbe dire una cosa del genere? Be', perché quando avevo tentato di far tacere quella stupida voce, ero riuscito non so come a farla parlare francese: quelle auto vengono esportate nel Quebec, il che spiegava anche il sistema metrico decimale. «Votre
fenêtre est ouverte.» «Mangez merde», replicai nel mio miglior francese scolastico, e scesi dall'auto. «Hai qualcuno là dentro?» mi domandò Max. «No.» «Qualcuno stava parlando...» «Non badarci.» Stavo per dire a Max che avevo visto Nash e Foster scendere dal traghetto in arrivo da Plum, ma dato che lui non aveva pensato a portar lì il suo sedere di buon'ora, era chiaro che non meritava di sapere quello che sapevo io. Cominciavano ad arrivare auto e gli esperti pendolari di Plum Island si presentavano sulla banchina qualche frazione di secondo prima che la sirena del traghetto si facesse sentire. Ted Nash gridò a Max e a me: «Ehi, tutti a bordo!» Mi guardai attorno in cerca di Beth Penrose, facendo intanto piccoli commenti misogeni sulle donne sempre in ritardo. «Eccola», disse Max. E in effetti era là e stava allontanandosi da una Ford nera, probabilmente la sua auto della polizia senza contrassegni, che era stata parcheggiata prim'ancora che arrivassi io. Possibile che vi fossero persone al mondo in gamba quanto me? Era da escludere. Gliel'avevo suggerita io, penso, l'idea di arrivare di buon'ora. Max e io c'incamminammo attraverso il parcheggio nebbioso verso la banchina, mentre la sirena del traghetto tornava a farsi sentire. Il detective Penrose si era unito ai signori Nash e Foster, e stavano chiacchierando vicino al traghetto mentre noi ci avvicinavamo. Nash rialzò lo sguardo e fece un gesto impaziente perché ci affrettassimo. Ho ucciso per molto meno. Come Max e io arrivammo sulla banchina, Nash, senza nemmeno un «buongiorno», guardò i miei calzoncini e disse: «Non ha un po' freddo, John?» Che Dio ti fulmini, Ted. Aveva il tono di voce condiscendente che i superiori adottano con gli inferiori, e bisognava immediatamente rimetterlo in riga. Replicai, riferendomi ai suoi stupidi calzoni da golf color rosa: «Quelli si portano con i mutandoni di flanella?» George Foster rise, e Nash diventò del colore dei suoi calzoni. Max finse di non avere udito lo scambio e Beth levò gli occhi al cielo. Foster disse, tardivamente: «Buongiorno. Pronti per imbarcarci?»
Tutti e cinque ci girammo verso il traghetto e, avanzando incontro a noi attraverso il ponte di poppa, c'era il signore dal blazer blu. «Buongiorno», augurò. «Sono Paul Stevens, capo della sicurezza di Plum Island.» La voce suonava come generata da un computer. Mister Calzoni Rosa disse: «E io sono Ted Nash, del ministero dell'Agricoltura». Che cumulo di palle. Non soltanto quei tre buffoni erano appena arrivati insieme da Plum Island, ma Nash stava ancora rifilandoci il concime dell'agricoltura. Stevens aveva in mano un portablocco a molla, e aveva anche l'aria di quelli con portablocco e fischietto: capelli biondi cortissimi, gelidi occhi azzurri, Mister Tutto Zelo, ex atleta, pronto a organizzare un evento sportivo o ad assegnare persone a carri merci, a seconda di quello che occorreva. Beth, tra parentesi, indossava le stesse cose del giorno prima, e ne dedussi che non aveva affatto previsto di dover passare la notte qui quando le era arrivato lo «squittio», come diciamo in gergo noi, il che potrebbe essere appropriato in questo caso... Insomma: trattandosi di un centro malattie animali, peste suina, isola a forma di braciola di maiale... Stevens, con un'occhiata al suo blocco, disse a Max: «E lei è George Foster?» «No, io sono il Capo Maxwell.» «Giusto», approvò Stevens. «Benvenuto.» Mi rivolsi a Stevens. «Io sono Beth Penrose.» E lui: «No, lei è John Corey». «Giusto. Posso salire a bordo, ora?» «No, signore. Non prima che sia stato completato il check in.» Guardò Beth e disse: «Buongiorno, detective Penrose», poi George Foster e disse: «Buongiorno... signor Foster dell'FBI, esatto?» «Esatto.» «Benvenuti a bordo. Mi seguano, prego.» Ci imbarcammo sul Plum Runner e, tempo un minuto, avevamo levato gli ormeggi ed eravamo in viaggio verso Plum Island o, come a volte la chiamavano i giornali scandalistici, l'Isola del Mistero, o in modo meno responsabile, l'Isola della Peste. Seguimmo il signor Stevens in una vasta e accogliente cabina tutta pannelli di legno dove una trentina fra uomini e donne sedevano su poltrone imbottite tipo aereo, chiacchierando, leggendo o sonnecchiando. Sembrava
che vi fosse posto a sedere per almeno un centinaio di persone, e intuii che la corsa successiva avrebbe trasportato la maggioranza di quelli che lavoravano a Plum. Non ci sedemmo con i passeggeri ma seguimmo Stevens giù per una rampa di scalini e in una stanzetta che serviva in apparenza da sala nautica o da quadrato ufficiali. Nel centro c'era un tavolo rotondo e una caraffa di caffè. Stevens offrì posto a sedere e caffè, ma nessuno voleva né l'uno né l'altro. Mancava l'aria, lì sotto coperta, e il rumore delle macchine riempiva l'ambiente. Stevens tolse alcune scartoffie dal suo portablocco e diede a ciascuno di noi un singolo foglio con una copia carbone attaccata. «Questo», disse, «è un atto di rinuncia che siete tenuti a firmare prima di sbarcare su Plum Island. So che siete tutti funzionari di polizia, ma le regole sono regole.» Poi aggiunse: «Leggete, per favore, e firmate». Guardai il modulo che portava l'intestazione «Dichiarazione giurata del visitatore». Era uno di quei rari scartafacci governativi che venivano scritti in un linguaggio semplice. In sostanza, acconsentivo a rimanere col gruppo e a tenerci per mano, e a essere costantemente accompagnato da un impiegato dell'isola. Acconsentivo anche ad attenermi a tutte le norme di sicurezza, promettevo inoltre che avrei evitato di avere contatti con animali, dopo avere lasciato l'isola, per sette giorni almeno, e mi impegnavo a non avere a che fare con bovini, pecore, capre, maiali, cavalli, e così via, né a visitare una fattoria, un giardino zoologico, un circo e nemmeno un parco: in più a stare alla larga da stalle, recinti, laboratori per animali, conservifici, zoo, allevamenti e mostre di animali, quali per esempio le fiere. Però! Questo limitava realmente la mia vita sociale per i prossimi sette giorni. L'ultimo paragrafo era interessante e diceva: Nel caso di un'emergenza, il direttore del Centro o funzionario di sicurezza potrà trattenere il visitatore su Plum Island durante l'adempimento delle necessarie misure precauzionali di sicurezza biologica. Indumenti personali e altri oggetti potranno essere temporaneamente trattenuti sull'isola per essere decontaminati e indumenti sostitutivi forniti affinché il visitatore possa lasciare l'isola una volta completata una doccia di decontaminazione. Gli effetti personali trattenuti saranno restituiti nel più breve tempo possibile.
E per aumentare il godimento della mia visita, acconsentivo a qualsiasi quarantena e detenzione necessaria. Mi rivolsi a Stevens: «Ho idea che questo non sia il traghetto per il Connecticut». «No, signore, non lo è.» L'efficiente signor Stevens distribuì alcune penne governative, noi posammo i moduli sul tavolo e, ancora in piedi, vi scarabocchiammo alla meglio le nostre firme. Stevens raccolse i moduli, lasciando a noi le copie carbone come souvenir. Stevens distribuì poi dei pass azzurrini con relativa pinzetta, che noi rispettosamente ci attaccammo agli abiti. «Qualcuno di voi è armato?» ci domandò. «Ritengo che lo siamo tutti», replicai io, «ma lei farebbe cosa saggia a non chiedere le nostre pistole.» Stevens mi fissò e ribatté: «È esattamente quello che sto per fare. Le armi da fuoco sono assolutamente proibite sull'isola». Poi aggiunse: «Ho qui una cassetta di sicurezza dove le vostre pistole saranno al sicuro». «La mia pistola è al sicuro dov'è ora», dichiarai. Max aggiunse: «Plum Island è sotto la giurisdizione della città di Southold. Io rappresento la legge su Plum Island». Stevens rifletté per un lungo istante, poi disse: «Immagino che la proibizione non si applichi alle forze di polizia». «Può esserne sicuro», disse Beth. Stevens, visto vanificato il suo giochetto di potere, accettò la sconfitta con grazia e sorrise. Ma era il genere di sorriso che, nei film, il perfido nemico ostenta prima di dire: «Lei ha vinto questo scontro, signore, ma ci rivedremo, gliel'assicuro». Battere di tacchi, dietrofront, uscita a passi concitati. Ma il signor Stevens era costretto a stare con noi, per il momento, e disse invece: «Perché non saliamo in coperta?» Seguimmo il nostro ospite su per gli scalini, attraverso la cabina e all'esterno, verso un'altra rampa che portava a un bel ponte sopra la cabina. Non c'era nessun altro, lassù. Stevens indicò un gruppo di sedili. Il traghetto stava facendo circa quindici miglia l'ora, che credo siano circa duecento nodi. Forse qualcosina meno. Tirava un po' di vento, là sopra, ma c'era anche più silenzio, lontano dalle macchine. La nebbia stava dissolvendosi e d'improvviso ci ritrovammo in pieno sole. Potevo vedere nell'interno del ponte di comando chiuso da vetri, dove il
capitano stava al volante, pardon timone, parlando con il suo secondo. Dalla poppa sottostante sventolava una bandiera americana, che sbatteva nel vento. Sedevo rivolto verso prua, con Beth alla mia destra, Max alla mia sinistra, Stevens di fronte a me, e Nash e Foster ai suoi lati. Stevens osservò: «I biologi che lavorano in biocontenimento viaggiano sempre quassù, a meno che il tempo non sia proprio pessimo. Capirete, non vedono il sole per otto o dieci ore». Poi aggiunse: «Ho chiesto che potessimo avere una certa privacy, questa mattina». Alla mia sinistra, vedevo il faro di Orient Point, che non è una delle antiquate torri di pietra costruite su un promontorio, ma una moderna struttura d'acciaio costruita sulle rocce. Lo chiamano «La Caffettiera» perché si suppone che le somigli, ma a me non sembra. Sapete, i marinai scambiano le vacche marine per sirene, le focene per serpenti di mare, le nuvole per vascelli fantasma, e così via. Se passi abbastanza tempo sul mare, un po' matto lo diventi, penso io. Guardai Stevens e i nostri sguardi si incontrarono. Quell'uomo aveva davvero una di quelle rare, indimenticabili facce di cera. Intendo dire, niente si muoveva salvo la bocca, e gli occhi ri trapanavano addirittura. Poi Stevens si rivolse ai suoi ospiti, e disse: «Bene, lasciatemi cominciare col dire che conoscevo Tom e Judy Gordon. Erano ben considerati da tutti, a Plum: personale, biologi, addetti agli animali, tecnici di laboratorio, addetti alla manutenzione, quelli della sicurezza... Trattavano tutti i loro colleghi con cortesia e rispetto». La sua bocca accennò una sorta di strano sorriso. «Ne sentiremo proprio la mancanza.» Mi nacque d'improvviso il sospetto che quell'uomo potesse essere un assassino governativo. Sì. E se fosse stato il governo a far eliminare Tom e Judy? Cristo, solo ora mi veniva in mente che forse i Gordon avevano saputo o visto qualcosa, o che stessero per denunciare qualcosa... Come avrebbe detto il mio compagno, Dom Fanelli: «Mamma mia!» Era una possibilità completamente nuova, quella. Guardai Paul Stevens e tentai di leggere qualcosa in quegli occhi di ghiaccio, ma aveva l'autocontrollo di un attore, come aveva dimostrato sulla passerella. Stevens intanto continuava: «Non appena ho saputo della loro morte, ieri sera, ho telefonato al mio sergente della sicurezza per vedere di stabilire se mancava qualcosa dai laboratori: non che sospetterei i Gordon di una cosa del genere, ma il modo in cui l'uccisione mi era stata riferita... be', abbiamo procedure operative standard, qui».
Guardai Beth e i nostri sguardi si incontrarono. Non avevo avuto modo di dirle una parola, quel mattino, così le feci l'occhiolino. Evidentemente non poteva fidarsi delle sue emozioni, e subito distolse lo sguardo. Stevens continuò: «Mi sono fatto portare a Plum stamattina presto da una delle mie barche di pattuglia, e ho condotto un'indagine preliminare. Per quanto posso determinare fino a questo momento, non manca niente da nessuno dei microrganismi o dei campioni immagazzinati di tessuti, sangue, o altro materiale organico o biologico». Quella dichiarazione era un autoincensamento così palesemente idiota che nessuno si prese neppure il disturbo di riderne. Ma Max mi lanciò un'occhiata e scosse la testa. I signori Nash e Foster, tuttavia, assentivano come se stessero bevendosi le panzane di Stevens. Così incoraggiato, il signor Paul Stevens, consapevole di trovarsi tra dipendenti governativi suoi colleghi e amici, continuò a snocciolare la serie di bugie ufficiali. Potete ben figurarvi quante palle devo ascoltare nella mia vita professionale: sospetti, testimoni, informatori, e perfino la mia stessa gente, tipo alti funzionari, subalterni incompetenti e così via. Palle di grosso e piccolo calibro, le prime una rozza e aggressiva distorsione della verità, le altre un campionario di bugie più miti e passive. Ed è sempre così nel lavoro di polizia. Palle di grosso e piccolo calibro. Nessuno ti dice mai tutta la verità. Specialmente se stai tentando di mandarli sulla sedia elettrica, o cos'altro si usa al giorno d'oggi. Ascoltavo intanto il signor Paul Stevens, che spiegava perché nessuno potesse portar via un singolo virus o batterio dall'isola, nemmeno un caso di prurito anale, se dovevamo credere a Pinocchio Stevens. Mi afferrai l'orecchio destro e lo piegai, che è il modo in cui mi isolo dagli idioti. Con la voce di Stevens ora attutita, mi misi a contemplare la bellezza della mattinata. Il traghetto per New London stava tornando, e ci oltrepassò al largo a sinistra, e si dice così, mentre guai a dire a destra, si dice a dritta. Il miglio e mezzo d'acqua tra Orient Point e Plum Island viene chiamato canale di Plum, altro termine nautico. Ci sono un sacco di termini nautici, qui, e a volte mi fanno venire il mal di testa. Dico io, che bisogno c'è di chiamare cima una fune? A ogni modo, so che il Canale è un posto dove le correnti diventano pericolose perché vi si scontrano, diremo così, lo Stretto di Long Island e l'Atlantico aperto. Ero con i Gordon una volta, sul loro motoscafo, quando proprio lì ci trovammo in una situazione in cui il vento, la marea e le correnti si avventavano tutti contro l'imbarcazione. Proprio non ci terrei a pas-
sare un'altra giornata come quella sul mare, non so se mi capite. Ma quel giorno tutto andava bene, il Canale era calmo e l'imbarcazione era grande. Si ballava un pochino, ma ho idea che questo non si possa evitare sull'acqua, che è fondamentalmente liquida e non ti dà lo stesso affidamento che ti dà l'asfalto. Bene, la vista era bella da lì e, mentre l'amico Stevens continuava a blaterare, io osservavo volteggiare un falco pescatore. Sono uccelli strani, quelli, intendo dire completamente pazzi. Lo guardavo volare in circolo, in cerca della colazione, ed ecco che l'avvistò, e si lanciò nel suo folle tuffo da kamikaze, urlando come se le palle gli andassero a fuoco, poi toccò l'acqua, spari, infine schizzò fuori e verso l'alto come se avesse un razzo su per il sedere. Tra i suoi artigli c'era un argenteo pesce che fino a un istante prima stava nuotando tranquillamente, laggiù, mangiucchiando altri pesciolini e, whoosh, si ritrovava in volo, sul punto di scivolare giù per il gargarozzo di quell'uccellaccio. Voglio dire, magari il povero pesce ha una moglie, dei figli, esce per fare un po' di colazione e, prima che possa batter ciglio, è lui la colazione di qualcuno. La sopravvivenza dei più forti e via discorrendo. Orribile. In tutti i sensi. Eravamo a circa un quarto di miglio da Plum Island quando un rumore strano ma familiare attirò la nostra attenzione. Poi, lo vedemmo: un grande elicottero bianco con i contrassegni rossi della Guardia costiera ci oltrepassò a dritta. Procedeva basso e lento, e dall'interno si spenzolava un uomo, assicurato con cinghie o chissà. L'uomo indossava un'uniforme, un casco con radio, e imbracciava un fucile. Paul Stevens commentò: «È la pattuglia dei cervi». Poi spiegò: «Come misura puramente precauzionale, sorvegliamo che qualche cervo non possa andare a nuoto a Plum Island o tornarne». Nessuno parlò. Il signor Stevens ritenne di dover ampliare il concetto. «I cervi sono nuotatori incredibilmente forti, ed è risaputo che sono andati a Plum da Orient Point e perfino da Gardiners Island, e da Shelter Island, che dista ben sette miglia. Così li scoraggiamo dall'insediarsi o perfino dal visitare Plum Island.» «A meno», feci notare, «che non firmino il modulo.» Il signor Stevens sorrise di nuovo. Gli ero simpatico. Anche i Gordon gli erano simpatici, e guardate che fine avevano fatto. «Perché scoraggiate i cervi dal nuotare fino all'isola?» gli domandò Beth.
«Be'... abbiamo quella che viene chiamata la politica del "Mai lasciar l'isola". Vale a dire, qualsiasi cosa arrivi sull'isola può non venirne mai via a meno che non sia stata decontaminata. Questo comprende noi, quando più tardi ne verremo via. Oggetti grandi che non possono essere decontaminati, come auto, camion, attrezzature di laboratorio, macerie di costruzioni, spazzatura e così via, non lasciano mai l'isola.» Di nuovo, nessuno fiatò. Stevens, rendendosi conto d'avere spaventato i turisti, precisò: «Con questo non voglio insinuare che l'isola sia contaminata». «Quasi c'ero cascato», confessai. «Be', dovrei spiegare... ci sono cinque livelli di biorischio, sull'isola, o per meglio dire, cinque zone. Il Livello Uno o Zona Uno è l'aria dell'ambiente, vale a dire tutti i luoghi all'esterno dei laboratori di biocontenimento, che è sicura. La Zona Due comprende l'area delle docce tra gli spogliatoi e i laboratori e anche alcuni luoghi di lavoro a basso contagio. Quella la vedrete in seguito. Il Livello Tre è formato dai laboratori di biocontenimento dove si lavora con le malattie infettive. Il Livello Quattro resta più all'interno dell'edificio e include i recinti dove vengono tenuti gli animali malati, e dove inoltre si trovano gli inceneritori e le sale di dissezione.» Guardò ciascuno di noi per vedere se aveva la nostra attenzione, cosa che indubbiamente aveva, e continuò: «Recentemente, abbiamo aggiunto una capacità di Livello Cinque, che sarebbe il livello di massimo biocontenimento. Non ci sono molte attrezzature di Livello Cinque, al mondo. L'abbiamo aggiunta perché alcuni degli organismi che ricevevamo da luoghi come l'Africa e la giungla amazzonica erano più virulenti di quanto si sospettava». Tornò a guardare ciascuno di noi e disse, quasi sottovoce: «In altre parole, ricevevamo campioni di sangue e di tessuti infettati da Ebola». «Penso che ora possiamo tornare indietro», dissi. Tutti sorrisero e cercarono di ridere. Ah, ah. Non era divertente. Paul Stevens continuò. «Il nuovo laboratorio è dotato di un'attrezzatura che risponde alle più attuali norme di isolamento, ma c'era un'epoca in cui avevamo soltanto la vecchia struttura postbellica, e quella, purtroppo, non era altrettanto sicura. Così, a quel tempo, avevamo adottato la politica del "Mai lasciare l'isola" come precauzione contro il diffondersi dell'infezione sul continente. Ufficialmente, quella politica è ancora in vigore, ma alquanto rilassata. Tuttavia, non amiamo che cose e persone viaggino troppo liberamente fra l'isola e la terraferma senza venire decontaminate. Questo,
naturalmente, comprende i cervi.» «Ma perché?» tornò a domandare Beth. «Perché? Perché potrebbero contrarre qualcosa sull'isola.» «Per esempio?» domandai io. «Una brutta abitudine?» Paul Stevens sorrise e replicò: «O magari un brutto raffreddore». «Li uccidete i cervi?» domandò Beth. «Sì.» Nessuno parlò per un lungo istante, poi io domandai: «E gli uccelli, allora?» Stevens assentì e rispose: «Gli uccelli potrebbero costituire un problema». Posi la domanda che seguiva di conseguenza. «E le zanzare?» «Oh, sì, le zanzare potrebbero rappresentare un problema. Ma tenete presente che tutti gli animali da laboratorio sono tenuti al chiuso, e tutti gli esperimenti vengono condotti in laboratori di biocontenimento a pressione inferiore a quella atmosferica. Non può sfuggire niente.» «Come lo sa?» domandò Max. «Perché lei è ancora vivo», rispose Paul Stevens. Su quella nota ottimistica, mentre Sylvester Maxwell contemplava l'essere paragonato a un canarino in una miniera di carbone, Stevens raccomandò: «Una volta sbarcati, restate per favore sempre con me». Ehi, Paul, o restiamo con te o io non sbarco. 8 Mentre ci avvicinavamo all'isola, il Plum Runner rallentò. Mi alzai, mi diressi a sinistra e mi appoggiai al parapetto. Alla mia sinistra, apparve il vecchio faro in pietra di Plum Island, e lo riconobbi perché era uno dei soggetti preferiti dai cattivi acquarellisti dei dintorni. Alla destra del faro, quasi giù a riva, c'era un grande cartello delle dimensioni di un tabellone che diceva: «ATTENZIONE! ATTRAVERSAMENTO DI CAVI! VIETATA LA PESCA A STRASCICO! VIETATO IL DRAGAGGIO!» Così, se i terroristi erano interessati a interrompere l'energia elettrica e le comunicazioni con Plum Island, le autorità avevano dato loro un piccolo suggerimento. D'altro canto, per essere giusti, c'era da credere che Plum avesse i propri generatori di emergenza nonché telefoni cellulari e radio. A ogni modo, il Plum Runner scivolò attraverso lo stretto canale e in una piccola insenatura che sembrava artificiale, come se fosse stata posta in es-
sere non dall'Onnipotente, bensì dal Corpo Genieri dell'Esercito, che amava dare gli ultimi ritocchi alla Creazione. Non c'erano molti edifici attorno all'insenatura, soltanto alcune strutture in lamiera tipo magazzini, rimasti probabilmente dal tempo dei militari. Beth venne a mettersi accanto a me e disse sottovoce: «Prima che lei arrivasse al traghetto, ho visto...» «Ero là. Ho visto. Grazie.» Il traghetto fece manovra ed entrò di poppa nello scalo. I miei colleglli erano tutti al parapetto, ora, e Stevens disse: «Aspettiamo che sbarchino gli impiegati». «È un porto artificiale, questo?» gli domandai. «Sì», mi rispose. «Lo costruì l'Esercito quando qui vennero installate le batterie d'artiglieria prima della Guerra Ispanoamericana.» «Converrebbe eliminarlo, forse, quel cartello sull'attraversamento dei cavi.» «Non abbiamo altra scelta», replicò. «Dobbiamo lasciare che le imbarcazioni sappiano. Del resto, c'è sulle carte nautiche.» «Ma potrebbe dire "Rifornimento idrico". Non occorre far sapere proprio tutto.» «È vero.» Mi lanciò un'occhiata e stava per dire qualcosa, ma non lo fece. Forse voleva offrirmi un impiego. Gli ultimi dipendenti sbarcarono, e noi scendemmo le scale e lasciammo il traghetto attraverso l'apertura nel parapetto di poppa. Ed ecco che eravamo sulla misteriosa isola di Plum. Era ventilato, soleggiato e fresco, là sulla banchina. Anatre si dondolavano lungo la costa, ed ero lieto di vedere che non avevano zanne, lampeggianti occhi rossi o altro. Come dicevo, l'isola è a forma di braciola di maiale - di maialino, forse e l'insenatura è l'estremità grassoccia della braciola, come se qualcuno avesse dato un piccolo morso alla carne, per insistere nello stupido paragone. C'era soltanto una barca ormeggiata alla banchina, un cabinato di circa nove metri con un riflettore e un motore entrobordo. Il nome di quell'imbarcazione era Prune, la prugna. Qualcuno si era divertito a dare i nomi al traghetto e a quella barca, e non pensavo fosse stato Paul Stevens, la cui idea di umorismo nautico era probabilmente osservare navi ospedale venire silurate da sottomarini tedeschi. Notai un cartello di legno sbiadito dalle intemperie che diceva: «Centro Malattie Animali di Plum Island». Al di là del cartello c'era un pennone, e
vidi che anche là la bandiera americana era a mezz'asta. «Rimanete qui, per favore», disse Stevens, e si allontanò a grandi passi, per poi fermarsi a parlare con un uomo in tuta da lancio arancione. C'era un che di inquietante in quel luogo: gente in tuta da lancio arancione, uniformi azzurre, autobus bianchi, e quel continuo «rimanete qui» e «restate tutti insieme». Voglio dire, ero lì su quell'isola vietata al pubblico, con quella specie di SS, un elicottero armato che ci girava sopra la testa, guardie armate dappertutto e la netta sensazione d'essere capitato non si sa come in un film di James Bond, salvo che quello era un luogo reale. Mi rivolsi a Max. «Quando incontriamo il dottor No?» Max rise, e perfino Beth e i signori Nash e Foster sorrisero. «Ora che ci penso», domandò Beth a Max, «come mai non avevi mai incontrato Paul Stevens?» «Ogni volta che c'era una riunione congiunta di forze di polizia e agenzie governative, invitavamo per cortesia anche il direttore della sicurezza di Plum Island. Nessuno di loro si è mai fatto vivo. Una volta ho parlato con Stevens per telefono, ma non lo avevo mai visto fino a questa mattina.» «A proposito, detective Corey», disse Ted Nash rivolto a me, «ho scoperto che lei non è un investigatore della Contea di Suffolk.» «Non ho mai detto d'esserlo.» «Oh, andiamo. Lei e il Capo Maxwell avevate indotto me e George a crederlo.» «Il detective Corey», disse Max, «è stato assunto dalla città di Southold come consulente per questo caso.» «Davvero?» domandò Nash. Mi guardò e disse: «Lei è un investigatore della Omicidi di New York City, rimasto ferito il dodici aprile mentre era in servizio. Al momento è in permesso per convalescenza». «Chi glielo ha chiesto?» Foster, l'eterno paciere, interloquì. «Per noi va benissimo, John. Vogliamo solo stabilire le credenziali e le giurisdizioni.» Beth si rivolse ai signori Nash e Foster. «Allora, questa è la mia giurisdizione, il caso è mio, e per me non è affatto un problema che John Corey sia qui.» «Bene», disse Foster. Nash non lo assecondò, inducendomi a credere che per lui fosse un problema, il che andava altrettanto bene. Beth guardò Ted Nash e domandò: «Ora che sappiamo per chi lavora
John Corey, lei per chi lavora?» Nash lasciò trascorrere una pausa, poi disse: «Per la CIA». «Grazie.» Lei guardò Foster e Nash e li informò: «Se mai uno di voi visitasse di nuovo la scena del crimine senza registrarsi, avvertirò il procuratore distrettuale. Seguirete tutte le procedure, proprio come deve fare il resto di noi, capito?» Assentirono. Naturalmente non intendevano farlo. Paul Stevens ritornò e disse: «Il direttore non è disponibile, al momento. Dal Capo Maxwell ho saputo che ci terreste a vedere parte dell'isola, perciò possiamo portarvi a fare un giro. Se volete seguirmi...» «Aspetti», dissi, indicando il Prune. «È vostra quella?» «Sì. È una barca di pattuglia.» «Non sta pattugliando.» «Ne abbiamo un'altra fuori, al momento.» «È qui che i Gordon ormeggiavano il loro motoscafo?» «Sì. Bene, se vogliono seguirmi...» «Avete veicoli di pattuglia in giro per l'isola?» Era evidente che non gli piaceva essere interrogato, ma rispose: «Sì, abbiamo veicoli di pattuglia in giro per l'isola». Mi fissò e domandò con impazienza: «Altre domande, detective Corey?» «Sì. È normale che un dipendente usi la propria barca per venire al lavoro?» Lasciò passare un secondo o due, poi replicò: «Quando la politica del "Mai lasciare l'isola" veniva applicata rigorosamente, era proibito. Ora abbiamo allentato un po' le regole, così abbiamo talvolta dipendenti che vengono con la loro barca al lavoro. Specie d'estate». «Aveva autorizzato lei i Gordon a servirsi del loro motoscafo?» «I Gordon», rispose, «appartenevano al personale di grado più elevato ed erano biologi coscienziosi. Finché praticavano buone tecniche di decontaminazione e osservavano i regolamenti e le procedure igieniche e di sicurezza, non avevo niente in contrario a che si servissero del loro motoscafo.» «Capisco. Le è mai venuto in mente», volli sapere, «che i Gordon potessero usare la loro barca per portar fuori di contrabbando dall'isola organismi letali?» Rifletté per un secondo o due, poi rispose in modo indiretto: «Questo è un luogo di lavoro, non una prigione. Il mio scopo principale, qui, è tenere alla larga persone non autorizzate. Ci fidiamo del nostro personale ma, tan-
to per essere più sicuri, tutti i nostri dipendenti sono passati attraverso controlli eseguiti dall'FBI». Il signor Stevens guardò l'orologio. «Dobbiamo attenerci al programma fissato. Mi seguano.» Seguimmo il nervosissimo signor Stevens fino a un minibus bianco e vi salimmo. Il conducente portava la stessa divisa azzurra delle guardie di sicurezza e, in effetti, notai che aveva tanto di fondina e pistola. Sedetti dietro l'autista e battei sul sedile accanto al mio per invitarvi Beth, ma dovette sfuggirle il mio gesto perché si limitò a occupare il sedile doppio dall'altro lato del corridoio. Max si mise dietro di me e i signori Nash e Foster in posti separati più in fondo. Stevens rimase in piedi e disse: «Prima di visitare le attrezzature principali, vi porteremo a fare un giro dell'isola affinché possiate farvi un'idea del posto e meglio valutare la difficoltà di rendere inaccessibile un'isola grande come questa, con una quindicina di chilometri di spiaggia e niente recinzioni.» Poi soggiunse: «Non c'è mai stata una violazione della sicurezza nella storia dell'isola». «Che specie di armi sono», domandai a Stevens, «quelle che vedo nelle fondine delle vostre guardie?» «Le pistole», rispose, «sono Colt 45 automatiche in dotazione all'Esercito.» Si guardò attorno, poi domandò: «Ho detto qualcosa di interessante?» Max lo informò. «Pensiamo che l'arma del delitto fosse una calibro 45.» «Vorrei fare un inventario di tutte le vostre armi», disse Beth, «e sottoporre ciascuna a un test balistico.» Paul Stevens reagì con ben poco entusiasmo. «Quante pistole calibro 45 avete, qui?» domandò Beth. «Venti», disse lui. «Ne ha una con sé, lei?» s'informò Max. Stevens si batté sulla giacca e assentì. «Porta sempre la stessa?» domandò Beth. «No.» Poi precisò: «Ne prendo una dall'Armeria ogni giorno della settimana». Guardò Beth e osservò: «Ho l'impressione che questo sia un interrogatorio». «No», replicò Beth, «le vengono solo rivolte domande come teste amichevole. Se venisse davvero interrogato, se ne accorgerebbe.» Nash, dietro di noi, disse: «Forse dovremmo lasciare che il signor Stevens segua il suo ordine del giorno. Avremo tempo di interrogarle in seguito, le persone». «Proceda pure», disse Beth.
Il signor Stevens, ancora in piedi, disse: «Bene. Prima che ci mettiamo in moto, vi terrò il discorsetto che riservo agli scienziati in visita, ai dignitari e alla stampa». Diede un'occhiata al suo stupido portablocco, poi attaccò meccanicamente: «Plum Island comprende 840 acri in massima parte di foresta e per il resto a pascolo, e una piazza d'armi che vedremo in seguito. L'isola è nominata nei giornali di bordo dei primi marinai inglesi e olandesi. Gli olandesi la chiamarono così dal prugno che cresce lungo la riva: Pruym Eyland in olandese antico, se a qualcuno interessa. L'isola apparteneva alla tribù degli indiani Montauk, e venne acquistata da un tale di nome Samuel Wyllys nel 1654 dal Capo Wyandanch. Wyllys e altri colonizzatori dopo di lui usavano l'isola per pascolare pecore e bovini, una vera ironia se si considera lo scopo al quale viene usata ora». Sbadigliai. «A ogni modo», continuò Stevens, «non c'erano colonizzatori residenti su quest'isola. Perciò, vi domanderete, come potevano pascolare il bestiame su un'isola che era disabitata? Secondo i documenti dell'epoca, il Canale tra Orient e Plum era così poco profondo, nel Seicento e nel Settecento, che il bestiame poteva attraversarlo con la bassa marea. Un uragano verso la fine del Settecento lo rese più profondo e questo mise fine all'utilità dell'isola come pascolo. Tuttavia, dall'inizio della presenza inglese, l'isola venne visitata da una successione di pirati e corsari che trovavano quanto mai comodo il suo isolamento.» Sentivo che stavo per essere assalito da un improvviso attacco di panico. Ero intrappolato in quel piccolo autobus con quel monotono, monocromatico idiota che stava cominciando dalla Genesi, eravamo sì e no al 1700, suppergiù, con tre secoli da far passare, quel dannato autobus non si era neppure messo in moto e io non potevo andarmene a meno di non aprirmi la strada sparando. Che cosa avevo fatto per meritarmelo? Zia June stava guardandomi dal cielo e ridendosela a più non posso. Mi pareva di sentirla. «Allora, Johnny, se sai ripetermi quello che ho detto ieri sugli indiani Montauk, ti comprerò un bel cono di gelato. «No, no, no! Basta!» Stevens continuò: «Durante la Rivoluzione, i patrioti americani del Connecticut usavano l'isola per effettuare incursioni contro le roccaforti dei lealisti di Southold. Poi, George Washington, che aveva visitato la North Fork...» Mi misi le mani sulle orecchie, ma potevo ancora udire un fioco ronzio. Alla fine, alzai la mano e gli domandai: «È membro della Peconic Historical Society, lei?»
«No, ma mi hanno aiutato loro a compilare questa breve storia.» «Non c'è, che so, un opuscolo o qualcosa che possiamo leggere in seguito, così lei può risparmiare tutto questo per i politici?» «Io trovo che è affascinante», disse Beth Penrose. I signori Nash e Foster l'assecondarono a mormorii. Max rise e disse: «Sei stato messo in minoranza, John». Stevens mi sorrise di nuovo. Perché pensai che volesse estrarre la sua calibro 45 e vuotarmi addosso il caricatore? «Mi sopporti, detective», disse. «Tanto, dobbiamo ammazzare un poco il tempo.» Continuò, ma notai che affrettava un po' le parole: «Così, alla vigilia della Guerra Ispanoamericana, il governo acquistò 130 acri dell'isola per le difese costiere, e venne creato Fort Terry, ormai abbandonato. Poi vedremo anche quello». Lanciai un'occhiata a Beth e vidi che stava fissando intenta Paul Stevens, apparentemente assorta nella narrazione. Mentre osservavo Beth Penrose fissare Paul Stevens, lei si girò verso di me, e i nostri sguardi s'incontrarono. Parve imbarazzata che l'avessi sorpresa a guardarmi, accennò un sorriso e tornò a fissare Stevens. Il mio cuore perse un battito. Mi ero innamorato. Di nuovo. Il signor Stevens stava continuando: «Dovrei far notare che ci sono più di trecento anni di manufatti storici qui sull'isola e che, se non fosse che l'accesso è limitato, vi sarebbe un buon numero di archeologi a scavare in siti che sono per la maggior parte intatti. Al momento stiamo trattando con la Peconic Historical Society per vedere se possiamo accordarci in qualche modo riguardo a uno scavo sperimentale. Anzi», aggiunse, «i Gordon erano iscritti alla Peconic Historical Society, e facevano da tramite fra il ministero dell'Agricoltura, l'associazione storica e alcuni archeologi dell'Università di Stato di Stony Brook. I Gordon e io avevamo identificato alcuni buoni siri di cui eravamo certi che non potessero interferire con l'incolumità e la sicurezza né comprometterle». All'improvviso, il mio interesse si destò. A volte in un'indagine viene a galla una parola, o una frase, o un nome, e poi ecco che riaffiora, e diventa qualcosa su cui riflettere. Così era per la Peconic Historical Society. Mi spiego, mia zia ne faceva parte, e si vedono dappertutto volantini o bollettini di quei signori, che organizzano cocktail party, raccolte di fondi, conferenze e cose del genere, e tutto è molto normale. Poi i Gordon, che non distinguono Plymouth Rock da uno scotch on the rocks, entrano a farne parte, e ora Oberführer Stevens vi faceva cenno nella sua tiritera. Interessante.
Il signor Stevens continuava a sproloquiare. «Nel 1929, negli Stati Uniti vi fu una spaventosa epidemia di afta epizootica, e il ministero dell'Agricoltura aprì la sua prima stazione sull'isola. Comincia così la storia moderna dell'isola rispetto alla sua attuale missione. Qualche domanda?» Avevo alcune domande sui Gordon che curiosavano attorno all'isola, lontano dal laboratorio, dove erano tenuti a svolgere il loro lavoro. Erano persone intelligenti, conclusi. Il motoscafo, poi la Peconic Historical Society, infine il pretesto degli scavi archeologici in modo da poter perlustrare l'isola. Era possibile che non ci fosse relazione fra queste cose, che fosse tutta una coincidenza. Ma io non credo nelle coincidenze. Non credo accada spesso che biologi sottopagati del Midwest si facciano coinvolgere dall'hobby di un costoso motoscafo, dall'archeologia e dalle associazioni storiche. Quelle non erano cose compatibili con le risorse, le personalità, i temperamenti o i passati interessi di Tom e Judy Gordon. Sfortunatamente, le domande che avevo per il signor Stevens non si potevano porre senza rivelare più di quanto era probabile che ottenessi. Stevens continuava a parlare del ministero dell'Agricoltura e io potevo tranquillamente isolarmi e improvvisare un po' per conto mio. Mi rendevo conto che prima di accennare all'interesse archeologico dei Gordon, aveva detto qualcos'altro che aveva avuto una risonanza nel mio cervello. Mi spiego, pensate a un'onda sonar che si muova attraverso l'acqua: l'onda urta in qualcosa e rimanda un «ping» agli auricolari. Ping. Qualcosa che Stevens aveva detto era risonato, ma in quel momento, reso assente com'ero dalla noia, m'era sfuggito. Ora avrei voluto tornare indietro, ma non potevo ricordare che cosa avesse causato il ping. Stevens annunciò: «Bene, ora gireremo un poco per l'isola». L'autista si scosse e ingranò la marcia del minibus. La strada, notai, era ben pavimentata, ma non c'era traccia di altri veicoli, né di altre persone. Girammo attorno all'area dell'enorme edificio principale, e Stevens ci indicò il serbatoio piezometrico, l'impianto di decontaminazione delle acque di scolo, la centrale elettrica, le officine meccaniche e la centrale termoelettrica a vapore. Il posto sembrava autonomo e autosufficiente, e mi faceva nuovamente pensare al covo di un cattivo bondiano in cui un pazzo contemplasse la distruzione del pianeta. Tutto considerato, si trattava di un complesso imponente, e ancora non avevamo visto l'interno del principale edificio di ricerca. Di tanto in tanto passavamo accanto a un fabbricato che Stevens si asteneva dall'identificare, e se qualcuno di noi faceva domande in proposito,
rispondeva: «Magazzino vernici» o «Magazzino mangimi», e poteva darsi che lo fossero, ma l'individuo non ispirava credibilità. Anzi, avevo la netta sensazione che se la godesse con quella balla della segretezza e che lo eccitasse tirare un poco le nostre catene. Quasi tutti gli edifici, salvo il nuovo principale centro di ricerca, erano antiche strutture militari, per la maggior parte di mattoni rossi o di cemento armato, e nella grande maggioranza erano deserti. Nel complesso, quella era stata un tempo una vera e propria installazione militare, parte di una serie di fortezze che proteggevano New York City contro una marina nemica che non si era mai presentata. Arrivammo a un agglomerato di edifici in calcestruzzo con l'erba che cresceva attraverso il cemento della pavimentazione. Stevens disse: «L'edificio più grande viene chiamato 257, dalla vecchia designazione dell'Esercito. Era il laboratorio principale fino ad alcuni anni fa. Dopo esserci trasferiti, lo decontaminammo con gas venefici, poi lo sigillammo per sempre, nell'eventualità che qualcosa, là dentro, fosse ancora vivo». Nessuno parlò per qualche secondo, poi Max domandò: «Non è qui che ci fu una perdita del biocontenimento, una volta?» «È stato prima che ci fossi io», disse Stevens. Guardò me e sorrise del suo sorriso di cera. «Se desidera dare un'occhiata all'interno, detective Corey, posso procurarle la chiave.» Ricambiai il sorriso e domandai: «Posso entrarci da solo?» «È il solo modo in cui può entrare nel 257, quello. Nessuno entrerà là dentro con lei.» Nash e Foster ridacchiarono. Ragazzi, non mi ero divertito tanto da quando ero scivolato su qualcosa di viscido ed ero atterrato sopra un cadavere che era li da una decina di giorni. «Ehi, Paul», dissi, «ci vado, se ci va lei.» «Non ci tengo particolarmente a morire», replicò Stevens. Come il minibus arrivò più vicino all'edificio 257, vidi che qualcuno aveva dipinto in nero sul cemento un grande teschio con ossa incrociate, e mi colpì che quella testa di morto avesse in realtà due significati: oltre alla Jolly Roger, la bandiera pirata che i Gordon avevano sventolato dal loro pennone, era anche il simbolo per indicare veleno o contaminazione. Fissavo il teschio nero e le ossa contro il muro bianco e, quando distolsi lo sguardo, l'immagine era ancora davanti a me per cui, nel guardare Stevens, la testa di morto si sovrappose alla sua faccia, e teschio e Stevens sogghignavano entrambi. Mi fregai gli occhi fino a che l'illusione ottica svanì.
Gesù, se non fosse stato pieno giorno, con altri intorno a me, mi sarei sentito accapponare la pelle. «Nel 1946», continuò Stevens, «il Congresso autorizzò la spesa per costruire un nuovo centro per la ricerca. La legge stabilisce che certe malattie infettive non possano essere studiate sulla madreterra degli Stati Uniti. Legge necessaria, al tempo in cui il biocontenimento non era ancora perfezionato. Così, Plum Island, che era già tutta di proprietà del governo e condivisa, oltretutto, dal ministero dell'Agricoltura e dall'Esercito, era il luogo naturale per lo studio delle malattie esotiche degli animali.» «Sta dicendo», domandai, «che qui si studiano solo malattie degli animali?» «Esatto.» «Signor Stevens, se i Gordon avessero rubato virus dell'afta epizootica e se le mandrie di bestiame degli Stati Uniti, del Canada e del Messico venissero d'improvviso spazzate via, la scoperta ci lascerebbe sconvolti, ma non è questa la ragione per cui noi tutti siamo qui. Sono presenti malattie nel laboratorio di Plum Island - malattie crossing over - che possono infettare gli essere umani?» Mi fissò e replicò: «Dovrà farla al direttore, il dottor Zollner, quella domanda». «La sto facendo a lei.» Stevens rifletté un momento, poi rispose: «Dirò questo: data la coincidenza che, per un periodo, il ministero dell'Agricoltura aveva diviso quest'isola con l'esercito, c'erano un sacco di speculazioni e di voci che insinuano che questo era un centro di ricerca per la guerra batteriologica. Immagino che tutti voi lo sappiate, questo». Max interloquì e disse: «C'è abbondanza di indizi che i Corpi Chimici dell'Esercito stessero sviluppando malattie, qui, al culmine della Guerra Fredda, per spazzar via l'intera popolazione animale dell'Unione Sovietica. E perfino io so che il carbonchio e altre malattie degli animali possono essere usate come armi batteriologiche contro una popolazione umana. Questo lo sa anche lei». Paul Stevens si schiarì la voce, poi spiegò: «Non intendevo sottintendere che non venisse fatta alcuna ricerca di guerra batteriologica, qui. Indubbiamente era così all'inizio degli anni Cinquanta. Ma entro il 1954, la missione di guerra batteriologica offensiva era stata cambiata in missione difensiva. Vale a dire, l'Esercito stava studiando soltanto per impedire che la nostra industria del bestiame venisse infettata di proposito dalla parte av-
versa». Poi aggiunse: «Non risponderò ad altre domande di quella natura... ma dirò che i russi mandarono qui una squadra di esperti di guerra batteriologica, alcuni anni fa, e non trovarono niente che potesse causare motivi di ansia». Ho sempre pensato che i tour organizzati agli impianti nucleari fossero un po' come se un sospetto di omicidio mi conducesse in un giro guidato della sua casa. No, detective, non c'è niente di interessante in quello sgabuzzino. Su, lasci che le mostri la mia veranda. Il minibus svoltò in una stretta strada a ghiaia, e il signor Stevens continuò nel suo discorso prescritto, fino a concludere: «Così, dalla metà degli anni Cinquanta, Plum Island è indubbiamente il più avanzato centro di ricerche del mondo per lo studio, la cura e la prevenzione delle malattie degli animali». Guardò me e disse: «Allora, non è stato poi tanto male, vero, detective Corey?» «Sono sopravvissuto a cose peggiori.» «Bene. Ora ci lasceremo alle spalle la storia e ammireremo un po' l'isola. Proprio davanti a noi c'è il vecchio faro, commissionato in origine da George Washington. Quello attuale è stato costruito verso il 1850, suppergiù. Il faro non è più in uso ed è un punto di riferimento storico.» Guardai dal finestrino la struttura di pietra che sorgeva in un campo erboso. Il faro assomigliava più che altro a una casa a due piani con una torre che si levava dal tetto. «Lo usate a scopo di sicurezza?» Lui mi fissò e disse: «Sempre al lavoro, vero? Bene, a volte, quando il tempo è troppo proibitivo per barche o elicotteri, metto qualcuno lassù con un telescopio o qualcosa per la visione notturna. Il faro è allora il nostro solo mezzo di sorveglianza a 360 gradi». Tornò a fissarmi e domandò: «C'è altro che vuole sapere sul faro?» «No, è tutto per ora.» L'automezzo svoltò su un'altra stradina di ghiaia. Stavamo ora dirigendoci a est lungo la costa nord di Plum Island, con il mare alla nostra sinistra e alberi nodosi sulla destra. Notai che la spiaggia era una piacevole striscia di sabbia e rocce, praticamente vergine, e fatta eccezione per il minibus e la strada, potevi immaginare d'essere un olandese o un inglese del milleseicento e rotti che metteva piede per la prima volta su quel litorale, passeggiava lungo la spiaggia e cercava di escogitare come buttar fuori gli indiani dall'isola. Ping. Ping. Ecco che risonava di nuovo. Ma cos'era? A volte, se non cerchi di forzarlo, ti torna da sé.
Stevens stava sproloquiando di ecologia e del tenere l'isola il più primitiva e selvaggia possibile, e mentre lui continuava su quel tasto, l'elicottero volava sopra di noi, cercando cervi da abbattere. La strada seguiva generalmente la linea costiera, e non c'era molto da vedere, ma ero impressionato dalla solitudine del luogo, dall'idea che non un'anima vivesse lì e che ben difficilmente avresti incontrato qualcuno sulla spiaggia o lungo le strade, che evidentemente non portavano da nessuna parte e non avevano alcuno scopo, salvo quella che andava dal traghetto al laboratorio principale. Come se m'avesse letto nel pensiero, Stevens disse: «Queste strade vennero costruite tutte dall'Esercito per collegare Fort Terry con le batterie costiere. Le pattuglie dei cervi le usano ma, per il resto, sono deserte». E aggiunse: «Dato che abbiamo sistemato l'intero centro ricerche in un unico edificio, la maggior parte dell'isola è deserta». Mi venne il dubbio, naturalmente, che le pattuglie contro i cervi e quelle della sicurezza fossero una sola cosa. Gli elicotteri e le barche avevano sicuramente il compito di avvistare qualche cervo che nuotava, ma dovevano avvistare anche terroristi e altri loschi figuri. Avevo l'inquietante sensazione che quel luogo non fosse così impenetrabile. Ma non era affar mio, e non era per questo che mi trovavo lì. Finora, l'isola si era rivelata meno spettrale di quanto mi sarei aspettato. In realtà, che cosa mi aspettassi non lo sapevo neanch'io ma, come un sacco d'altri posti sempre preceduti da una sinistra reputazione, quello non sembrava tanto male, una volta visto. Sulle mappe o sulle carte nautiche, l'isola non mostra quasi mai delle caratteristiche: niente strade, nessun accenno a Fort Terry, niente salvo le parole: «Plum Island - Ricerche sulle malattie degli animali - Governo degli Stati Uniti - Zona vietata». E l'isola è di solito colorata di giallo: il colore della messa in guardia. Non molto invitante, nemmeno su una mappa. E se la vedi dall'acqua, come mi era capitato diverse volte con i Gordon, ti appare ammantata di nebbia, anche se mi domando quanto di questo sia reale e quanto sia una costruzione della mente. Se poi ti spingi a figurarti il luogo come potresti pensare che si presenti, ottieni un'immagine alla Poe di una Thule quanto mai tenebrosa, un cupo paesaggio di mucche e pecore morte, che si gonfiano e marciscono sui campi, di avvoltoi che si cibano di carogne, per poi morire essi stessi a causa della carne infetta. Ecco che cosa pensi, se per caso ci pensi. Finora, però, il luogo appariva gradevole e soleggiato. Il pericolo lì, il vero orrore,
era imbottigliato nelle aree di biocontenimento, nelle Zone Tre e Quattro, e nel massimo Tempio della Distruzione, la Zona Cinque. Vetrini e provette pullulanti delle più pericolose ed esotiche forme di vita evolutesi sul pianeta. Se fossi uno scienziato, nel guardare quella roba mi farei forse domande su Dio: non sulla Sua esistenza, ma sul Suo intento. A ogni modo, quella era più o meno la massima profondità di pensiero di cui ero capace senza farmi venire mal di testa. Beth domandò a Paul Stevens: «Come sanno, quelli delle barche, che non devono approdare qui?» «C'è un avvertimento su tutte le mappe e le carte», rispose lui. «Per giunta, ci sono cartelli lungo tutte le spiagge. In più, provvedono le pattuglie a occuparsi di imbarcazioni ancorate o tirate in secco.» «Che cosa fate ai trasgressori?» domandò Beth. «Li avvertiamo di non ritentare di avvicinarsi o di sbarcare sull'isola. I recidivi vengono trattenuti e consegnati al Capo Maxwell.» Stevens guardò Max. «Giusto?» «Giusto. Ce ne capitano uno o due l'anno.» Paul Stevens tentò una battuta scherzosa. «Soltanto ai cervi si spara a vista.» Poi tornò serio e spiegò: «Non è una violazione pericolosa della sicurezza o del biocontenimento, se qualcuno si avventura sull'isola. Come ho già detto, non intendo dare l'impressione che l'isola sia contaminata. Questo pulmino non è un veicolo di biocontenimento, per esempio. Ma a causa della vicinanza delle aree di biocontenimento, preferiamo tenere sgombera l'isola da persone non autorizzate e da tutti gli animali». Non potei fare a meno di farglielo notare. «Da quanto posso vedere, signor Stevens, un'imbarcata di terroristi perfino semicompetenti potrebbe atterrare sull'isola, una sera, spazzar via la vostra manciata di guardie, e agguantare ogni sorta di cose spaventose dai laboratori, oppure far saltare il tutto, liberando germi mortali nell'ambiente. Anzi, quando la baia gela, non hanno neppure bisogno di una barca: siete collegati con la terra ferma.» «Posso soltanto dirle che c'è più sicurezza qui di quanto non salti all'occhio.» «Me lo auguro.» «Ci conti.» Mi fissò e disse: «Perché non fa la prova, una sera?» Amo le sfide e replicai: «Scommetto con lei cento dollari che posso entrare nel suo ufficio, rubare dalla parete il suo diploma di maturità o l'equi-
valente, e averlo appeso nel mio ufficio il mattino dopo». Il signor Stevens continuava a fissarmi, la spenta faccia di cera immobile. Da brivido. «Lasci», dissi, «che le rivolga la domanda alla quale tutti noi, qui, vogliamo risposta: Tom e Judy Gordon potrebbero avere portato fuori di nascosto dall'isola dei microrganismi? Ci dica la verità.» «Teoricamente», rispose Paul Stevens, «è possibile.» Sul minibus nessuno parlò, ma notai che l'autista si girava a lanciare occhiate di stupore. «Ma perché l'avrebbero fatto?» domandò Stevens. «Per denaro», risposi. «Proprio non sembravano i tipi», disse Stevens. «Amavano gli animali. Perché mai avrebbero voluto cancellarli dal mondo?» «Forse volevano cancellare la gente dal mondo, affinché gli animali potessero avere una vita più felice.» «Ridicolo», sentenziò Stevens. «I Gordon non prendevano niente da qui che potesse far male a esseri viventi. Ci scommetto il mio impiego su questo.» «L'ha già fatto. E anche la vita.» Notavo che Ted Nash e George Foster se ne stavano quasi sempre zitti, e sapevo che erano stati già ragguagliati in precedenza e che, probabilmente, temevano di farselo scappare di bocca. Stevens riportò l'attenzione verso l'esterno, e disse: «Stiamo avvicinandoci a Fort Terry. Possiamo scendere e guardarci attorno». Il pulmino si fermò e scendemmo tutti. 9 La mattinata era bella, e il sole era più caldo lì nel mezzo dell'isola. Paul Stevens ci fece fare un giro intorno al forte. Fort Terry non aveva mura, e in effetti assomigliava a una città abbandonata. Era inaspettatamente pittoresco con la sua prigione di mattoni, una vecchia sala mensa, una caserma di mattoni a due piani dal percorso irregolare e con portico, la casa del comandante, alcuni altri edifici dei primi del secolo, e una bianca cappella rivestita di assicelle su una collina. Stevens indicò un altro edificio di mattoni e disse: «Quello è il solo che venga ancora usato; la caserma dei pompieri». «È a una bella distanza dal laboratorio», commentò Max.
«Sì», replicò Stevens, «ma il nuovo laboratorio è praticamente a prova di fuoco e ha un proprio sistema interno antincendio. Quelle autopompe», aggiunse, «vengono usate soprattutto quando va a fuoco la boscaglia o qualche edificio senza biocontenimento.» Max, che per tutta la vita si era trovato sopravvento o sottovento rispetto all'isola, gli fece osservare: «Ma un incendio o un uragano potrebbero distruggere i generatori di corrente che filtrano le aree di biocontenimento. Dico bene?» «Tutto è possibile.» Poi Stevens aggiunse: «C'è gente che vive in prossimità di reattori nucleari. Questo è il mondo moderno, pieno di orrori inimmaginabili: incubi chimici, batteriologici e nucleari in attesa di pulire la lavagna per la prossima specie che si evolverà». Guardai Paul Stevens con nuovo interesse. Mi passò per la mente che fosse pazzo. Di fronte alla caserma c'era un campo di erba falciata che si estendeva verso il mare per un lungo tratto. Stormi di oche del Canada vi si aggiravano tronfie, schiamazzando, starnazzando o quel che diavolo fanno quando non cacano. Stevens spiegò: «Quella era la piazza d'armi. Teniamo falciata l'erba così che gli aerei possano vedere le lettere di cemento conficcate nel terreno. Le lettere dicono: "Plum Island: zona militare". Non vogliamo che atterri qui qualche aereo da turismo». Tentò una battuta scherzosa: «La scritta tiene lontani anche terroristi aviotrasportati». Passeggiammo un poco là intorno e Stevens continuò: «Prima che costruissimo la struttura principale, molti degli uffici amministrativi erano ospitati qui a Fort Terry. Ora quasi tutto - laboratori, sicurezza, magazzini, amministrazione e animali - è sotto lo stesso tetto, il che è ottimo dal punto di vista della sicurezza». Si rivolse a me: «Perciò, quand'anche la sicurezza esterna venisse violata, l'edificio principale è praticamente impenetrabile». «Mi sta proprio tentando», commentai. Di nuovo il signor Stevens sorrise. Mi piaceva vederlo sorridermi. «Per sua informazione», disse, «ho un diploma rilasciato da un college dello Stato del Michigan, ed è appeso alla parete proprio dietro la mia scrivania, ma lei non lo vedrà mai.» Ricambiai il sorriso. Dio, quanto mi piace fare incazzare la gente che mi irrita. Mi piaceva Max, mi piaceva George Foster, amavo Beth, ma non mi piacevano Ted Nash e Paul Stevens. Avere simpatia per tre persone su cinque era già un successo per me: quattro su sei, se contavo anche me stesso. A ogni modo, sto diventando sempre più intollerante verso bugiar-
di, imbecilli, spacconi e fanatici del potere. Ero più tollerante, credo, prima che mi sparassero. Devo domandare a Dom Fanelli. L'antica piazza d'armi terminava bruscamente in un ripido strapiombo fino a una rocciosa spiaggia sottostante, e ci ritrovammo fermi là sul ciglio che affacciava sul mare. La vista da lassù toglieva il respiro, ma metteva ancor più in risalto la solitudine del luogo, la sensazione ultraterrena e da fine del mondo associata con le isole in generale e con quella in particolare. Quello doveva essere stato un dislocamento davvero isolato, un avamposto dove c'era da morire di noia, con ben poco altro da fare che guardare il mare. Probabilmente, quelli dell'artiglieria avrebbero salutato con gioia l'avvistamento di una flotta nemica. «Su questa spiaggia», disse Stevens, «vengono ogni anno le foche, a fine autunno.» «Sparate anche a loro?» domandai. «No, naturalmente. Purché se ne rimangano sulla spiaggia.» Mentre ci allontanavamo da lì, Stevens indicò alla nostra attenzione un grosso masso all'estremità della piazza d'armi. Collocata dentro una fenditura del masso c'era una palla di cannone arrugginita: «Quella risale al tempo della Rivoluzione: è inglese o americana. È una delle cose che hanno dissotterrato i Gordon». «Dove l'hanno trovata?» «Proprio qui intorno, penso. Hanno scavato molto attorno alla spiaggia delle foche e a questa piazza d'armi.» «Davvero?» «Sembrava che avessero il bernoccolo per sapere dove scavare. Avevano dissotterrato abbastanza palle di moschetto da armare un reggimento.» «Dice sul serio?» Continui a parlare, signor Stevens. «Usavano uno di quei metal detector.» «Buona idea.» «È un hobby interessante.» «Ah, indubbiamente. Mia zia era un'appassionata di scavi. Non sapevo che i Gordon se ne occupassero. Non ho mai visto niente di scoperto da loro.» «Be', dovevano lasciare tutto qui.» «A causa della contaminazione?» «No, perché è terreno federale.» Era interessante, e Nash e Foster avevano cominciato ad ascoltare, cosa che io non volevo, così cambiai discorso col dire a Stevens: «Mi sembra
che l'autista stia cercando di attirare la sua attenzione». Stevens guardò verso il pulmino, ma l'autista stava semplicemente fissando uno stormo di oche. Stevens consultò l'orologio e disse: «Be', vediamo il resto dell'isola, poi abbiamo appuntamento con il dottor Zollner». Risalimmo sul minibus e partimmo, dirigendoci a est incontro al sole sempre più alto, e in direzione della lingua di terra che era l'osso curvo della braciola di maiale. La spiaggia era stupenda, circa tre chilometri di sabbia immacolata e intatta bagnata dalle acque azzurre dello Stretto di Long Island. Nessuno parlava in presenza di un così maestoso spettacolo della natura. Nemmeno io. Stevens, sempre in piedi, di tanto in tanto mi lanciava un'occhiata, e io gli sorridevo. Lui ricambiava il sorriso. Non era un genere di sorriso realmente amabile. Finalmente, alla stretta estremità dell'isola, il bus si fermò e Stevens disse: «Più in là di così non è possibile andare con il pulmino. Ora camminiamo.» Scendemmo tutti dal minibus e ci ritrovammo nel mezzo di stupefacenti vecchie rovine. Da qualunque parte guardassi, vedevo massicce fortificazioni di cemento ricoperte di rampicanti e boscaglia: fortini, bunker, postazioni, depositi di munizioni, tunnel, strade di cemento e mattoni, e mura enormi di un metro di spessore con porte di ferro arrugginite. Stevens disse: «Uno di questi passaggi sotterranei porta a un laboratorio segreto dove scienziati nazisti catturati stanno ancora lavorando a sviluppare il definitivo, indistruttibile virus che spazzerà via la popolazione mondiale». Lasciò per un paio di secondi che quelle parole penetrassero, poi continuò: «In un altro laboratorio sotterraneo sono conservati i resti di quattro extraterrestri recuperati dai rottami dell'UFO precipitato a Roswell, nel New Mexico». Di nuovo, seguì il silenzio. Alla fine, io chiesi: «Possiamo vedere prima gli scienziati nazisti?» Tutti risero... o quasi. Il signor Stevens ebbe uno dei suoi avvincenti sorrisi e disse: «Questi sono due degli assurdi miti associati con Plum Island». Poi spiegò: «La gente riferisce d'avere visto aerei dall'aspetto strano atterrare dopo la mezzanotte sulla piazza d'armi o decollarne. Afferma che l'AIDS ha avuto origine qui e anche il morbo di Lyme». Si guardò attorno e continuò: «Immagino che queste antiche fortificazioni con tutti i corridoi e i passaggi sotter-
ranei possano accendere qualche fantasia fertile. Siete liberi di guardarvi attorno. Andate pure dove volete. Se trovate gli alieni, fatemelo sapere». Sorrise di nuovo. Aveva un sorriso davvero inquietante, e pensai che magari lo era lui, un alieno. «Ma naturalmente», aggiunse, «dobbiamo rimanere tutti insieme. Ho bisogno di avere tutti sott'occhio, continuamente.» Questo non si accordava del tutto con «Andate pure dove volete», ma non era neppure un contrordine. Così John, Max, Beth, Ted e George ritornarono all'adolescenza e si divertirono ad arrampicarsi sulle rovine, su per scalinate, al di là di parapetti e così via, con il signor Stevens sempre a qualche passo da loro. A un certo punto ci incamminammo per una lunga strada di mattoni che scendeva fino a un paio di porte d'acciaio. Le porte erano accostate, e ci portammo tutti all'interno. Era buio, freddo, umido, e probabilmente brulicava d'insetti. Stevens ci seguì e disse: «Da qui si va in un grande deposito munizioni». La voce echeggiava nel buio e nel vuoto. «C'era una ferrovia a scartamento ridotto, sull'isola, che trasportava munizioni e polvere da sparo dal porto a queste aree di magazzinaggio sotterranee. Un sistema molto sofisticato e complesso ma, come potete vedere, del tutto abbandonato. Non avviene niente di segreto, qui. Se avessi una torcia elettrica», soggiunse, «potremmo addentrarci oltre, e vedreste che nessuno vive, lavora, gioca o è sepolto qui dentro.» «Allora dove sono i nazisti e gli alieni?» m'informai. «Li ho trasferiti al faro», replicò il signor Stevens. «Ma può capirla», gli domandai, «la nostra preoccupazione che i Gordon potessero avere installato un laboratorio clandestino in un posto come questo?» «Come ho detto», replicò, «non sospetto i Gordon di niente. Ma poiché questa possibilità è stata sollevata, farò perquisire dai miei uomini questo complesso da cima a fondo. Inoltre, ci sono circa novanta edifici abbandonati dai militari sparsi per l'isola. Ne avremo di perquisizioni da fare.» «Mandi il suo autista a prendere un buon numero di torce elettriche», dissi. «Vorrei dare un'occhiata intorno.» Cadde il silenzio, nel buio, poi Stevens disse: «Dopo che avrete visto il dottor Zollner, possiamo tornare qui ed esplorare le stanze e i corridoi sotterranei, se lo desidera». Uscimmo alla luce del sole e Stevens disse: «Seguitemi». Lo seguimmo e sbucammo su una strada stretta che portava verso la punta orientale di Plum Island: il termine dell'osso curvo. Mentre procedevamo, Stevens ci
informò: «Se vi guardate attorno, potete vedere altre postazioni. Un tempo usavamo queste mura circolari come recinti per gli animali, ma ora gli animali vengono tenuti al chiuso». «Sembra una crudeltà», commentò Beth. «È più sicuro», replicò Stevens. Arrivammo, infine, sull'estrema punta orientale dell'isola, una scogliera che si elevava per una decina di metri al di sopra di una spiaggia disseminata di rocce. L'erosione aveva disintegrato un bunker di cemento, che ora giaceva in pezzi giù per la scogliera ed era in parte precipitato in acqua. La vista era magnifica, con la costa del Connecticut appena visibile a sinistra e, proprio di fronte, una macchiolina di terra chiamata Great Gull Island, distante un paio di miglia. Stevens diresse la nostra attenzione verso sud e disse: «Vedete quel mucchio di rocce, là? Quell'isolotto veniva usato per esercitazioni d'artiglieria e bombardamento. Chi va in barca sa che deve starne alla larga perché l'area è piena di proiettili e bombe inesplose. Oltre quello c'è la costa settentrionale di Gardiners Island, che, come il Capo Maxwell sa, è proprietà privata del clan Gardiner ed è off limits per il pubblico. Al di là di Great Gull Island c'è Fishers Island, che, come Plum Island, nel 1600 era frequentata dai pirati. Così, da nord a sud abbiamo l'Isola dei Pirati, l'Isola della Peste, l'Isola dei Pericoli e l'Isola Privata». Sorrise della propria arguzia; era, come si conveniva, un mezzo sorriso. Improvvisamente, vedemmo una delle imbarcazioni di pattuglia aggirare il promontorio. I tre dell'equipaggio ci videro, e uno degli uomini puntò il binocolo. Nel riconoscere Paul Stevens, immagino, l'uomo inviò un saluto con la mano e Stevens lo ricambiò. Nell'osservare dalla scogliera la spiaggia sottostante, notai che la sabbia, lì, aveva strisce orizzontali di rosso, come una torta a strati bianca con farciture di lamponi. Una voce chiamava alle nostre spalle, e vidi l'autista avanzare lungo la strada. «Restate qui», ci disse Stevens, e gli andò incontro. L'autista gli porse un cellulare. Questa è la parte dove la guida scompare, e vediamo il minibus partire, lasciando Bond solo con la ragazza, ma poi uomini-rana escono dall'acqua con i mitra e aprono il fuoco, e l'elicottero... «Detective Corey?» Guardai Beth. «Sì?» «Che cosa ne pensa, fin qui?» Notai che Max, Nash e Foster stavano arrampicandosi al di sopra e at-
torno alle postazioni e che, uomini macho quali erano, stavano discutendo di tiri d'artiglieria, calibri e simili argomenti mascolini. Ero solo con Beth. «Penso che lei è splendida.» «Che cosa pensa di Paul Stevens?» «È un pazzo.» «Che impressione ha di quello che abbiamo visto e sentito finora?» «Viaggio organizzato. Ma, di tanto in tanto, ho appreso qualcosa.» Lei assentì, poi domandò: «E di tutta la faccenda archeologica? Ne sapeva qualcosa, lei?» «No. Sapevo della Peconic Historical Society, ma non degli scavi archeologici qui. Se è per questo, i Gordon non avevano mai accennato al fatto d'avere acquistato un acro di terreno del tutto inutile da cui si dominava lo Stretto.» «Quale terreno inutile sullo Stretto?» «Dopo glielo spiegherò», dissi. «C'è tutta una serie di piccoli fatti, capisce, e tutti sembrerebbero indicare un traffico di droga, ma forse no. C'è sotto qualcos'altro, qui... Le succede mai di sentire un ping nella testa?» «Ultimamente no. A lei sì?» «Sì, suona come quello di un sonar.» «Suona come invalidità al settantacinque per cento.» «No, no, è un'onda sonar. L'onda va, urta qualcosa, e torna indietro. Ping!» «La prossima volta che lo sente, alzi la mano.» «D'accordo. Pensare che dovrei riposare, e lei non ha fatto che sconvolgermi da quando l'ho incontrata.» «Lo stesso vale per me.» Cambiò argomento e disse: «Sa, qui la sicurezza non è come pensavo che fosse, considerato quello che c'è sull'isola. Se qui ci fosse un impianto nucleare, ne vedrebbe molta di più». «Sì. La sicurezza esterna fa schifo, ma forse quella interna nel laboratorio è migliore. E può darsi che, come afferma Stevens, ci sia più di quello che l'occhio vede. Fondamentalmente, però, ho la sensazione che Tom e Judy se ne sarebbero potuti andare di qui con qualsiasi cosa volessero. Spero solo che non volessero niente.» «Bene, io penso che più tardi, oggi stesso o magari domani, finiremo per scoprire che avevano rubato qualcosa, e ci verrà anche detto cos'era.» «Che cosa intende dire?» «Poi glielo spiegherò.» «Me lo dica stasera a cena.»
«Ho idea che a questo mi dovrò rassegnare.» «Non sarà poi tanto male.» «Ho un sesto senso per le compagnie che sarebbe meglio evitare.» «Sono un buon compagno, io. Non ho mai puntato una pistola contro una mia invitata.» «La cavalleria non è morta.» Mi voltò le spalle e si allontanò. Andò a fermarsi sull'orlo della scogliera e rimase a contemplare l'acqua. Lo Stretto era a sinistra e l'Atlantico a destra e, come per il Canale sull'altro lato dell'isola, lì il vento e le correnti si mescolavano. I gabbiani sembravano rimanere sospesi a mezz'aria e le onde entravano in collisione, facendo ribollire il mare di spuma. Lei era bella, ritta là nel vento, tra l'azzurro del cielo, le nuvole bianche, i gabbiani, il mare, il sole e tutto l'insieme. Me la figuravo nuda in quella stessa posa. Il signor Stevens ritornò dalla sua telefonata e disse: «Ora possiamo risalire sul pulmino». Ci incamminammo tutti lungo la strada che rasentava la scogliera. Pochi minuti, ed eravamo di nuovo nell'area delle fortificazioni d'artiglieria in rovina. Notai che una delle ripide alture su cui le fortificazioni erano costruite si era sgretolata di recente, esponendo strati di terra fresca. Lo strato superiore era composto organico, com'era logico aspettarsi, sotto il quale c'era sabbia bianca, e anche questo era normale. Ma lo strato successivo era una striatura rossastra di qualcosa che sembrava ruggine, poi altra sabbia, poi un'altra linea di rosso ruggine, proprio come sulla spiaggia. «Ehi», dissi a Stevens, «natura chiama. Torno subito.» «Non si perda», mi rispose, e il tono non era del tutto scherzoso. Girai attorno alla base dell'altura, raccolsi un pezzo di legno e cominciai a scalfire la superficie verticale del pendio erboso. Nero terriccio ed erba caddero, e potevo ora vedere gli strati di bianco e di rosso. Presi una manciata di terra rossastra e vidi che in realtà era argilla mescolata con sabbia e forse con dell'ossido di ferro. Assomigliava molto alla sostanza sotto e sopra le scarpe da corsa di Tom e Judy. Interessante. Mi misi in tasca una manciata di quel terriccio e mi voltai, solo per vedere Stevens che, fermo là, mi osservava. «Mi pareva d'avere accennato», disse, «alla politica del "Mai lasciare l'isola".» «Penso di sì.» «Che cosa si è messo in tasca?»
«Il mio pisello.» Rimanemmo a fissarci a vicenda, e alla fine lui disse: «Su quest'isola, detective Corey, io sono la legge. Non lei, non il detective Penrose, nemmeno il Capo Maxwell, e non i due signori che sono con voi». Mi fissava sempre con quegli occhi di ghiaccio. «Posso vedere che cosa ha messo in tasca?» «Posso mostrarglielo, ma poi dovrò ucciderla.» Sorrisi. Rifletté un istante, passando in rassegna le sue opzioni, poi arrivò alla decisione corretta e disse: «Il pulmino sta partendo». Gli passai accanto e lui si mise in fila dietro di me. Quasi mi aspettavo una catena intorno al collo, una botta sulla testa, un brivido nella spina dorsale... ma Paul Stevens era più raffinato di così. Più tardi, probabilmente, mi avrebbe offerto una tazza di caffè, corretto con carbonchio. Salimmo sul minibus e partimmo. Avevamo ripreso tutti il nostro posto di prima, e Stevens rimaneva in piedi. Il bus si diresse a ovest, verso l'area del traghetto e del laboratorio principale. Un camioncino con due uomini in uniforme azzurra armati di fucili ci passò accanto, andando nella direzione opposta. Tutto sommato, avevo appreso più di quanto avessi pensato di poter apprendere, visto più di quanto mi fossi aspettato, e udito abbastanza da diventare sempre più curioso. Ero convinto che la risposta al perché Tom e Judy Gordon fossero stati uccisi si trovava su quell'isola. E, come ho già detto, una volta saputo perché, in ultima analisi avrei saputo da chi. George Foster, che fino a quel momento era rimasto quasi sempre in silenzio, si rivolse a Stevens: «È proprio sicuro che i Gordon siano andati via con la loro barca, ieri a mezzogiorno?» «Sicurissimo. Secondo il registro, in mattinata avevano lavorato nella sezione di biocontenimento, firmato l'ora di uscita, fatto la doccia, e preso poi un minibus come questo che li ha portati fino alla banchina. Sono stati visti da due dei miei uomini prendere posto nel loro motoscafo, lo Spirocheta, e dirigersi verso il Canale di Plum.» «Qualcuno, dall'elicottero o dall'imbarcazione di pattuglia, li ha più visti una volta che erano là nel Canale?» Stevens scosse la testa. «No. Ho domandato.» Beth s'informò. «C'è un punto lungo questa costa dove si possa nascondere un'imbarcazione?» «Assolutamente no. Non ci sono insenature profonde o bracci di mare su Plum. È una spiaggia diritta, salvo quell'unica insenatura artificiale dove
attracca il traghetto.» «Se dalla barca di pattuglia», domandai io, «avessero visto quella dei Gordon ancorata in qualche punto nei pressi dell'isola, i suoi uomini li avrebbero fatti allontanare?» «No. Anzi, qualche volta i Gordon si ancoravano per pescare o nuotare al largo della costa di Plum. Le pattuglie li conoscevano bene.» Non sapevo che i Gordon fossero così accaniti pescatori. «Sono mai stati visti dai vostri uomini ancorati vicino alla spiaggia dopo il tramonto... a notte fatta?» Stevens rifletté un momento, poi replicò: «Una volta soltanto di cui venni informato. Due dei miei uomini di pattuglia», raccontò, «accennarono al fatto che la barca dei Gordon era ancorata vicino alla spiaggia meridionale una sera di luglio, verso mezzanotte. I miei uomini, avendo notato che l'imbarcazione era deserta, illuminarono la spiaggia con i loro riflettori. I Gordon erano là...» Si schiarì la gola in modo da far capire che cosa stessero facendo i Gordon su quella spiaggia. Poi aggiunse: «La barca di pattuglia li lasciò in pace». Ci pensai su per qualche istante. Tom e Judy mi erano parsi il genere di coppia che avrebbe fatto l'amore ovunque, perciò il farlo di notte su una spiaggia deserta non aveva niente di insolito. Farlo su una spiaggia di Plum Island, tuttavia, faceva sì che inarcassi la fronte e mi ponessi qualche domanda. Stranamente, avevo avuto una volta una sorta di sogno a occhi aperti sul fare l'amore con Judy su una spiaggia investita dalle onde. Forse più di una volta. Quando venivo colto da quel pensiero, mi schiaffeggiavo da me. Vergogna, vergogna, porcellone, porcellone. Il pulmino oltrepassò la banchina del traghetto, poi svoltò verso nord, fermandosi in un viale d'accesso di forma ovale davanti all'impianto principale per le ricerche. La curva facciata del nuovo edificio a due piani stile art déco era fatta di una sorta di blocco rosa e marrone. Un grande cartello che si levava sul prato diceva «Ministero dell'Agricoltura», e c'era un altro pennone con la bandiera a mezz'asta. Scendemmo tutti dal minibus e Paul Stevens disse: «Spero vi siate goduti il vostro giro di Plum Island e che abbiate riportato una buona impressione riguardo ai nostri sistemi di sicurezza». «Quale sicurezza?» domandai. Il signor Stevens mi fissò duramente e disse: «Chiunque lavori qui si rende ben conto del potenziale di disastro. Siamo tutti consapevoli del pro-
blema, e tutti dediti a risolverlo e ad attenerci ai massimi livelli di salvaguardia che esistono in questo campo. Ma la sa una cosa? Capita di finire nella merda». Tanta volgarità e insolenza da parte di Mister Tutto-d'un-pezzo sorprese alquanto i presenti. «Giusto», dissi. «Ma è capitato ieri?» «Lo sapremo presto.» Guardò l'orologio e concluse: «Bene, ora possiamo entrare. Mi seguano». 10 L'atrio semicircolare del laboratorio di ricerche di Plum Island era alto due piani con un ammezzato che correva tutt'intorno alla scalinata centrale. Era uno spazio luminoso e arioso, piacevole e accogliente. Gli animali condannati entravano probabilmente dal retro. Sulla parete a sinistra c'erano le solite foto della catena-di-comando governativa: il Presidente, il ministro dell'Agricoltura e il dottor Karl Zollner; piuttosto corta, come catena, per un'agenzia governativa, e induceva a credere che il dottor Zollner fosse magari a un passo o due dalla Sala Ovale. A ogni modo, c'era un banco della reception, e dovemmo firmare e scambiare i nostri pass azzurrini a molla con altri bianchi con una catena di plastica che ci appendemmo al collo. Un buon procedimento di sicurezza, pensai: l'isola era divisa tra quell'edificio e tutto il resto. E all'interno di quell'edificio c'erano le Zone. Non dovevo sottovalutare il signor Stevens. Una giovane donna attraente con una gonna che le arrivava al ginocchio aveva sceso la scalinata prima che avessi modo di dare una sbirciatina alle sue cosce, e si presentò come Donna Alba, assistente del dottor Zollner. Ci sorrise e disse: «Il dottor Zollner sarà con voi tra breve. Nel frattempo, vi farò un po' da guida». Paul Stevens si rivolse a noi: «Approfitto dell'occasione per sentire quelli del mio ufficio e vedere se ci sono ulteriori sviluppi». Poi aggiunse: «Donna avrà buona cura di voi». Guardò me e disse: «La prego, rimanga per tutto il tempo con Miss Alba». «E se per caso dovessi andare alla toilette?» «L'ha già fatto.» Si avviò su per la scala, fermandosi dal dottor Zollner, ne sono certo, per fare rapporto sui cinque intrusi. Guardai Donna Alba. Sui venticinque, bruna, bella di faccia e di figura, gonna blu, camicetta bianca e scarpe da corsa. Suppongo che, tenendo presente di dover fare quotidianamente la spola col traghetto e la possibilità di
doversi spostare in qualche altro punto dell'isola, i tacchi alti mancassero di praticità. Anzi, mi dissi, se qualcuno ambiva a una pendolarità di tutto riposo e a una normale giornata d'ufficio, Plum Island proprio non faceva al caso suo. Donna, a ogni modo, era abbastanza attraente perché ricordassi che era stata sul traghetto delle otto con noi, quel mattino, ragion per cui non aveva ancora fatto la conoscenza dei signori Nash e Foster, e di conseguenza non doveva far parte di tentativi di insabbiamento. Ci pregò, in ogni caso, di presentarci a uno a uno, cosa che facemmo, senza usare titoli sconvolgenti quali «detective della Omicidi», «FBI» o «CIA». Lei strinse la mano a tutti e riservò a Nash un sorriso speciale. Le donne, che pessime giudici di caratteri. Poi esordì: «Benvenuti al Centro Malattie degli Animali di Plum Island. Sono certa che Paul vi abbia già messi al corrente e vi abbia offerto una breve storia dell'isola e un bel giro». Cercava di mantenersi sorridente, ma vedevo che il sorriso era forzato. Ci disse: «Sono molto... è terribile quello che è accaduto. Avevo tanta simpatia per i Gordon. Piacevano a tutti». Si guardò attorno, come fanno le persone nei dipartimenti di polizia, e disse ancora: «Sono tenuta a non discutere o a far commenti su niente di tutto questo. Ma penso di poter esprimere il mio stato d'animo». Beth mi lanciò un'occhiata e, avendo visto, penso, un possibile punto debole nell'armatura di Plum Island, spiegò a Donna: «John e Max erano buoni amici di Tom e Judy». Fissai Donna Alba negli occhi e assicurai: «Apprezziamo tutto l'aiuto e la collaborazione che abbiamo avuto dal personale, qui». Il che, fino a quel momento, consisteva nella visita guidata delle rovine e delle aree deserte offertaci dal signor Stevens, ma era importante che Donna credesse di poter parlare liberamente; non li e subito, s'intende, ma quando saremmo andati a trovarla a casa. «Vi mostro qualcosa del posto», disse lei. «Seguitemi.» Facemmo una passeggiatina intorno all'atrio, e Donna ci indicò svariate cose sulle pareti, che includevano ingrandimenti di articoli di giornale e storie dell'orrore da ogni parte del mondo sul Morbo della Mucca Pazza, su qualcosa chiamato peste bovina e peste suina, e su altre orribili malattie. C'erano mappe che indicavano epidemie di questo e di quello, diagrammi, grafici e fotografie di bovini con labbra piagate e saliva che colava dalla
bocca, e di maiali martoriati da orrende piaghe. Quello non era da confondere con l'atrio di una «casa della bistecca». Donna attirò poi la nostra attenzione verso le porte sul fondo dell'atrio. Erano dipinte di un particolare giallo allarmistico, il colore di Plum Island su una mappa, e spiccavano contro le tinte dell'atrio, quasi tutte sfumature di grigio. Su quella di sinistra una targa diceva «Spogliatoio femminile», su quella di destra «Spogliatoio maschile». Entrambe avvertivano: «Soltanto personale autorizzato». «Quelle porte», disse Donna, «immettono nelle aree di biocontenimento. Quest'atrio insieme con gli uffici amministrativi è in realtà un edificio separato da quello di biocontenimento, anche se può sembrare che si tratti di un'unica struttura. Ma, in realtà, a collegare quest'area con il biocontenimento sono quei due spogliatoi.» «Ci sono altre vie per entrare o uscire dalle aree di biocontenimento?» s'informò Max. «Si può entrare dall'ingresso di servizio, da dove vengono portati dentro gli animali, i mangimi, le provviste e tutto il resto, ma non si può uscire da quella parte. Chiunque o qualsiasi cosa esca di qui, deve passare attraverso l'area di decontaminazione, che comprende le docce.» «Come vengono eliminati», era Foster a informarsi, «i prodotti della dissezione e i vari rifiuti?» «Attraverso l'inceneritore o le apposite fognature che conducono all'acqua e all'impianto di decontaminazione dei rifiuti», rispose Donna. E aggiunse: «Ed è tutto: queste due porte di entrata, una porta di servizio sul retro, fognature e inceneritori e, sul tetto, speciali filtri per l'aria che possono intrappolare perfino i più piccoli virus. Questo è veramente un edificio a perfetta tenuta». Ciascuno di noi stava elaborando i propri pensieri sui Gordon, sul portar fuori sostanze di nascosto dai laboratori. «Gli spogliatoi», continuò Donna, «sono ancora Zona Uno, come questo atrio. Ma una volta oltrepassad gli spogliatoi, si va nella Zona Due, e bisogna indossare camici bianchi da laboratorio. Prima di uscire dalle Zone Due, Tre e Quattro, bisogna fare la doccia. La doccia è un'area della Zona Due.» «La doccia è mista?» m'informai. Lei rise. «No, naturalmente.» Poi proseguì: «Mi risulta che siete stati tutti autorizzati a entrare nelle Zone Due, Tre e Quattro, se lo desiderate». Ted Nash sfoderò il suo stupido sorriso e domandò: «Ci accompagnerà
lei?» La ragazza scosse la testa. «Non vengo pagata per questo.» Nemmeno io, a un dollaro la settimana. «Perché non siamo autorizzati per la Zona Cinque?» domandai a Donna. Mi guardò, alquanto sorpresa. «La Cinque? Perché mai dovreste desiderare di andarci?» «Non so. Perché c'è.» Lei scrollò la testa. «Ci saranno al massimo dieci persone autorizzate a entrare nella Zona Cinque. Bisogna indossare una specie di tuta spaziale...» «I Gordon erano autorizzati a entrare nella Cinque?» Lei assentì. «Che cosa succede nella Zona Cinque?» «Dovrebbe farla al dottor Zollner questa domanda.» Guardò l'orologio e disse: «Seguitemi». «Restate uniti», aggiunsi io. Ci avviammo su per la scalinata, io trascinandomi in coda perché la gamba ferita cominciava ad appesantirsi e anche perché volevo osservare meglio quelle di Donna e relativo sedere. Lo so che sono un porco: potrei perfino contrarre la peste suina. Così, demmo inizio a un tour delle due ali che fiancheggiavano l'atrio a due piani. Tutto era tinteggiato nello stesso grigio tortora o grigio scuro, che immagino abbia sostituito il vomitevole verde dei vecchi edifici federali. Sulle pareti dei corridoi c'erano foto di direttori di laboratori, scienziati e ricercatori del passato. Notai che quasi tutte le porte dei lunghi corridoi erano chiuse e che tutte erano numerate, ma nessuna recava il nome di una persona o di una funzione, salvo i gabinetti. Ottima sicurezza, pensai, e di nuovo rimasi colpito dalla mente paranoica di Paul Stevens. Entrammo nella biblioteca dei ricercatori, dove alcuni tipi di teste d'uovo stavano meditando lungo gli scaffali o leggendo ai tavoli. «Questa», disse Donna, «è una delle più belle biblioteche del suo genere al mondo.» Non potevo immaginare un gran numero di biblioteche sulle malattie degli animali nell'universo, ma dissi a Donna: «Però!» Lei andò a prendere da un lungo tavolo una manciata di pieghevoli, comunicati stampa e altro materiale di propaganda e ce li offrì. I pieghevoli avevano titoli come «Colera del maiale», «Peste suina africana», «Morbo africano degli equini», e qualcosa chiamato «Morbo della pelle bitorzolu-
ta», che, a giudicare dalle paurose foto dell'opuscolo, penso dovesse avere una delle tante ragazze che avevo avuto in passato. Non vedevo l'ora di arrivare a casa per leggere quella roba, e dissi anzi a Donna: «Può darmi altri due dépliant sulla peste bovina, per favore?» «Altri due...? Certo...» Andò a procurarmeli. Era davvero gentile. Poi offrì a ciascuno di noi una copia della rivista mensile intitolata «Ricerche agronomiche», la cui copertina metteva in evidenza una storia piccante intitolata «Feromone sessuale per ingannare il verme del mirtillo palustre». Mi rivolsi a Donna: «Potrei avere qualcosa per ricoprirla?» «Ma... oh, sta scherzando. Vero?» «Cerchi di non prenderlo troppo sul serio», le consigliò George Foster. Au contraire, signor Foster: dovrebbe prendermi molto sul serio. Ma se confonde il mio sciocco senso dell'umorismo con negligenza o disattenzione, tanto di guadagnato. Così, continuammo quel tour da quattro soldi, Parte Seconda. Visitammo l'auditorium, poi arrivammo alla mensa del secondo piano, un bell'ambiente moderno e lindo con grandi finestre da cui si potevano vedere il faro, il Canale e Orient Point. Donna ci offrì un caffè, e tutti noi prendemmo posto a un tavolo rotondo nell'area pranzo quasi deserta. Chiacchierammo un momento, poi Donna disse: «I ricercatori in biocontenimento trasmettono per fax alla cucina i loro ordini per il pranzo. Non vale la pena docciarsi per uscire: così diciamo noi, docciarsi per uscire. Qualcuno consegna tutte le ordinazioni nella Zona Due, poi chi ha avuto l'incarico deve farla, la doccia. I biologi si impegnano al massimo, lavorano in biocontenimento da otto a dieci ore al giorno. Non so proprio come facciano.» «Ordinano hamburger?» le domandai. «Prego?» «I biologi. Si fanno portare manzo, prosciutto, agnello e cose del genere, dalla cucina?» «Penso di sì... Io esco con uno dei ricercatori. Mangia volentieri carne ai ferri, lui.» «E fa dissezioni su bovini malati e putrefatti?» «Sì. Ci si fa l'abitudine, penso.» Assentii. Anche i Gordon eseguivano dissezioni, eppure mangiavano bistecche. Strano. Voglio dire, io proprio non riesco ad abituarmi al lezzo dei cadaveri. A ogni modo, forse con gli animali è diverso. Diversa la specie e via dicendo.
Sapevo che quello poteva essere l'ultimo momento in cui sarei stato in grado di allontanarmi dal gregge, così lanciai un'occhiata a Max e mi alzai, annunciando: «Toilette». «Là», disse Donna, indicando un'apertura nella parete. «La prego, non si allontani dalla mensa.» Posai una mano sulla spalla di Beth e premetti, per farle capire di rimanere con i federali. «Stia attenta che Stevens non torni», le mormorai, «e mi metta del carbonchio nel caffè.» Mi diressi verso l'apertura oltre la quale erano collocate le due toilette. Max mi raggiunse, e ci fermammo nel breve corridoio cieco. È più probabile che ci siano microfoni in una toilette che in un corridoio. «Loro possono dichiarare d'avere collaborato in pieno», dissi, «d'averci mostrato l'intera isola e tutto l'impianto, qui, salvo la Zona Cinque. In realtà, ci vorrebbero alcuni giorni per visitare l'intero edificio, scantinati compresi, e almeno una settimana per interrogare il personale.» Max assentiva. «Dobbiamo partire dal principio che tutti, qui, siano ansiosi quanto noi di scoprire se manca qualcosa, e che cosa», osservò. «Fidiamoci di loro, in quanto a questo.» «Se anche scoprono, o sanno già, che cosa rubavano i Gordon, non hanno intenzione di dirlo a noi», replicai. «Lo diranno a Foster e a Nash.» «E con ciò? Noi stiamo indagando su un duplice omicidio.» «Quando so che cosa e perché, sono vicino al chi», dissi. «In casi normali: nei casi che investono la sicurezza nazionale e via dicendo, sei già fortunato se ti dicono qualcosa. Non c'è niente su quest'isola per noi. Loro controllano l'isola, il luogo di lavoro delle vittime. Noi controlliamo la scena del delitto e la casa delle vittime. Forse possiamo scambiare qualche informazione sottobanco con Foster e Nash, ma non credo che a loro importi chi ha ucciso i Gordon. Vogliono solo assicurarsi che i Gordon non abbiano ucciso il resto della nazione. Capisci?» «Sì, Max, lo so. Ma il mio istinto di poliziotto mi dice...» «Ehi, che mi dici se prendiamo l'assassino, e poi non possiamo processarlo perché non ci sono dodici persone vive, in tutto lo Stato di New York, per mettere insieme una giuria?» «Piantala col melodramma.» Riflettei un istante, poi dissi: «Tutto questo potrebbe non avere niente a che fare con i germi. Pensa alla droga». Assentì. «Ci ho pensato. L'idea non mi dispiace.» «Già. Infatti. Che cosa te ne pare di Stevens?» Max guardò al di sopra della mia spalla e io, voltandomi, vidi una guar-
dia in uniforme azzurra avanzare nel corridoio. «Signori», disse, «cercano qualcosa? Posso essere d'aiuto?» Max declinò l'offerta e ce ne tornammo al tavolo. Quando mandano qualcuno a interrompere una conversazione privata, significa che non sono in grado di origliare. Dopo qualche altro minuto di caffè e di chiacchiere, Miss Alba guardò di nuovo l'orologio e annunciò: «Possiamo vedere il resto dell'ala, ora, e poi andare nell'ufficio del dottor Zollner». «Questo», le rammentai con garbo, «l'ha già detto mezz'ora fa.» «È occupatissimo, questa mattina», rispose lei. «Il telefono non ha mai smesso di squillare. Washington, gente da tutto il paese.» Sembrava stupita e incredula. «Non credo a quello che dicono sui Gordon. Nemmeno per un istante. No e no.» Lasciammo tutti la mensa e per un poco vagammo per grigi corridoi. Alla fine, mentre visitavamo la stanza dei computer, sentii d'averne abbastanza e dissi a Donna: «Vorrei vedere il laboratorio dove lavoravano i Gordon». «Quello è in biocontenimento. Probabilmente lo vedrete in seguito.» «D'accordo. Che mi dice dell'ufficio di Tom e Judy, qui nell'area amministrativa?» Esitò, poi disse: «Può chiederlo al dottor Zollner. A me non ha detto di accompagnarvi nell'ufficio dei Gordon». Non volevo guastare i rapporti con Donna, così guardai Max in un modo che i poliziotti capiscono: Max, ora tu sei il cattivo. Max si rivolse a Miss Alba: «Come Capo di polizia della città di Southold, di cui quest'isola è una parte, richiedo che ora lei ci porti nell'ufficio di Tom e Judy di cui sto indagando gli omicidi.» Non male, Max, nonostante sintassi e grammatica traballanti. La povera Donna Alba aveva l'aria di chi è sul punto di svenire. Beth la rassicurò. «Non si preoccupi. Faccia quello che chiede il Capo Maxwell.» Ora era la volta dei signori Foster e Nash, e sapevo già quello che stavano per dire. George Foster rivelò d'essere la testa di cavolo designata. «Considerata la natura del lavoro dei Gordon», disse, «e la probabilità che il loro ufficio contenga carte o documenti...» «Collegati alla sicurezza nazionale», interloquii, servizievole, «e così via, blablabla.» Teddy Boy ritenne di dover dire la sua e sentenziò: «I Gordon avevano
superato il vaglio del controspionaggio, e di conseguenza le loro carte sono classificate segrete». «Balle.» «Scusi, detective Corey... sto parlando.» Mi fissò con uno sguardo realmente malevolo, poi continuò: «Tuttavia, nell'interesse dell'armonia, e per evitare dispute giurisdizionali, farò una telefonata, che confido ci darà accesso all'ufficio dei Gordon». Guardò me, Max e Beth e domandò: «D'accordo?» Loro due assentirono. Naturalmente l'ufficio dei Gordon era già stato completamente perquisito e ripulito la sera prima o quel mattino presto. Come aveva detto Beth, avremmo visto soltanto quello che volevano farci vedere. Ma diedi credito a George e Ted d'avere pensato di inscenare una forte protesta in proposito, come se nell'ufficio dei Gordon dovessimo trovare qualcosa di veramente interessante. Donna parve sollevata e disse a Nash: «Io chiamerò il dottor Zollner». Si attaccò a un telefono e premette il tasto dell'interfono. Ted Nash estrasse un telefonino, si portò a una certa distanza, voltandoci le spalle, e parlò, o fece finta di parlare, con gli dèi della Sicurezza Nazionale nella Grande Capitale dell'Impero Confuso. Terminata la commedia, ritornò verso di noi mortali nel momento stesso in cui Donna finiva di parlare con Zollner. Donna assentì a dare via libera, e Nash assentì a sua volta. «Mi seguano, prego», disse Donna. La seguimmo nel corridoio e ci dirigemmo verso l'ala est dell'edificio, al di là della scalinata da cui eravamo saliti. Arrivammo alla Stanza 265, e Donna aprì la porta con un passe-partout. L'ufficio aveva due scrivanie, ciascuna con il proprio computer, un modem, scaffali, e un lungo tavolo da lavoro coperto di libri e di fogli. Nessuna attrezzatura da laboratorio né altro di quella natura: soltanto materiale d'ufficio, compreso un fax. Curiosammo per un poco attorno alle scrivanie dei Gordon, aprendo cassetti, esaminando carte ma, come ho detto, l'ufficio era già stato ripulito in precedenza. In ogni caso, chi è coinvolto in una cospirazione non ne fa cenno su un'agenda né lascia in giro promemoria incriminanti. Tuttavia, non sai mai quello che potresti trovare. Presi visione del loro schedario, notando che conoscevano gente d'ogni parte del mondo, in gran parte degli ambienti scientifici, sembrava. Guardai sotto «Gordon» e trovai
una scheda con la parentela di Tom: i genitori e altri nomi di persone che dovevano essere la sorella, il fratello e altri della famiglia. Tutti nell'Indiana. Il cognome da ragazza di Judy non lo conoscevo. Cercai «Corey, John» e trovai il mio nome, sebbene non ricordo che m'avessero mai chiamato dall'isola. Cercai «Maxwell, Sylvester» e trovai i suoi numeri di telefono dell'ufficio e di casa. Cercai «Wiley, Margaret», ma non c'era, e non me ne sorpresi. Poi cercai «Murphy» i vicini di casa dei Gordon, ed erano là, Edgar e Agnes, il che aveva un senso. Trovai «Tobin, Fredric» e mi ricordai la volta che ero andato ai suoi vigneti, con i Gordon, per un assaggio di vini. Cercai e trovai il numero della Peconic Historical Society, e quello di casa del suo presidente, certa Emma Whitestone. Cercai sotto «D» per Droga, Corriere Pedro, e sotto «C» per Cartello Colombiano, ma non ebbi fortuna. Provai «T» per Terroristi e «A» per Terroristi Arabi, ma mi ritrovai a mani vuote. Non vedevo «Stevens» o «Zollner», ma immaginai che dovesse esserci un elenco separato di ogni dipendente sull'isola, e mi ripromisi di procurarmene una copia. Nash stava trastullandosi con il computer di Tom e Foster con quello di Judy. Probabilmente, era la sola cosa che non avevano avuto tempo di controllare a fondo, quel mattino. Notai che nell'ufficio non c'era praticamente alcuna traccia di cose personali: non una fotografia, non un quadretto, nemmeno un oggetto da scrivania che non fosse dato in dotazione dal governo. Domandai spiegazioni a Donna, e lei rispose: «Non ci sono norme contro gli oggetti personali, nelle aree della Zona Uno. Ma tutti tendono a non portare sul traghetto cose da mettere in ufficio, salvo forse cosmetici, medicine, e roba del genere. Non lo so il perché. In realtà, possiamo richiedere qualsiasi cosa vogliamo, entro limiti ragionevoli. Siamo un tantino viziati sotto questo aspetto». «I miei soldi delle tasse all'opera.» Sorrise. «Bisogna bene che ci tengano di buon umore su quest'isola assurda.» Mi avviai verso un grande tabellone dove Beth e Max stavano leggendo i pochi foglietti appuntati al sughero. Lontano dalla portata dei federali, dissi: «Questo posto è già stato ripulito ben bene». «Da chi?» domandò Max. «Stamattina», spiegò Beth, «John e io abbiamo visto i nostri due amici scendere dal traghetto di Plum Island. Sono già stati qui, si sono già visti con Stevens, hanno già visitato quest'ufficio.»
Max parve sorpreso, poi seccato. «Maledizione», imprecò, «ma... è contro la legge.» «Lascerei perdere, se fossi in te», dissi io. «Ma ora capisci perché non sono dell'umore migliore.» «Non avevo notato la differenza, ma ora sono io, a incavolarmi.» Donna, nella sua voce più conciliante, interruppe la nostra discussione. «Siamo un po' in ritardo sull'orario, ora. Qui potreste magari tornare più tardi.» «Quello che vorrei da lei», spiegò Beth, «è far mettere il lucchetto a questa stanza. Intendo mandare qui persone delle forze di polizia della contea, perché guardino a fondo.» «Devo dedurne», disse Nash, «che quel guardare a fondo significa che intende prendere elementi in custodia.» «Sì, può dedurlo.» Si intromise Foster. «È stata infranta una legge federale, ritengo, e intendo prendere dalla proprietà federale qualsiasi prova mi serva, Beth. Ma metterò il tutto a disposizione della polizia della Contea di Suffolk.» «No, George», disse Beth, «prenderò in custodia io questo intero ufficio e lo metterò a sua disposizione.» Donna, sentendo profilarsi una discussione, si affrettò a dire: «Vediamo intanto l'ufficio di controllo. Poi andremo dal dottor Zollner». Uscimmo nel corridoio e la seguimmo fino a una porta con il numero «237». Compose un numero in codice su una tastiera e aprì la porta, rivelando una vasta stanza senza finestre. «Questo è l'ufficio di controllo», disse, «il centro di comando e di comunicazione di tutta Plum Island.» Entrammo, e mi guardai attorno. Pannelli di controllo correvano lungo tutte le pareti, e un giovane che sedeva dandoci le spalle stava parlando al telefono. Donna disse: «Quello è Kenneth Gibbs, l'assistente di Paul Stevens. È lui di turno al controllo, oggi». Kenneth Gibbs si girò sulla sedia e ci inviò un cenno con la mano. Continuai a guardarmi attorno. Sui tavoli c'erano tre diversi tipi di ricetrasmittenti, un terminale, un televisore, due fax, telefoni, cellulari, una telescrivente e alcuni altri aggeggi elettronici. Due telecamere fissate al soffitto passavano in rassegna la stanza. Alle pareti c'erano ogni sorta di mappe, frequenze radio, promemoria, un elenco dei turni di servizio e così via. Quello era il centro operativo di Paul Stevens: comando, controllo e comunicazione, noto come CCC o C-Tre.
Ma non vedevo una porta che desse nell'ufficio privato di Stevens. «Da qui», spiegò Donna, «siamo in diretto contatto con Washington e con altri istituti di ricerca sparsi in tutti gli Stati Uniti, Canada, Messico e nel resto del mondo. Siamo anche in contatto con il Centro di Controllo delle Malattie di Atlanta. Inoltre, abbiamo una linea diretta con il nostro dipartimento dei vigili del fuoco e con altri posti chiave dell'isola, nonché con il Servizio Meteorologico Nazionale e con molte altre agenzie e organizzazioni di supporto a Plum Island.» «Come quelle militari?» domandai. «Sì. In particolare la Guardia costiera.» Gibbs mise giù il ricevitore e si unì a noi. Facemmo le presentazioni. Era un tipo alto, un po' sopra la trentina, occhi azzurri e corti capelli biondi come il suo capo, calzoni e camicia ben stirati e cravatta blu. Un blazer blu era appeso alla spalliera di una sedia. Gibbs, l'avrei giurato, era un prodotto di laboratorio, clonato dal piffero di Stevens o chissà. «Posso rispondere a tutte le domande che vogliate farmi riguardo a questo ufficio», disse. Beth si rivolse a Donna. «Le dispiacerebbe lasciarci per qualche minuto con il signor Gibbs?» Lei guardò Gibbs, che assentì. Donna uscì nel corridoio. Max, essendo l'unico vicino di Plum Island del nostro gruppo, aveva una sua agenda, e domandò a Gibbs: «Come vi regolate quando c'è in arrivo una grecalata di quelle tremende o un uragano?» «Durante le ore di lavoro», rispose Gibbs, «evacuiamo l'isola.» «Tutti?» «Qualcuno deve per forza rimanere per badare alla bottega. Io rimarrei, per esempio. Così il signor Stevens, alcuni uomini della sicurezza, un paio di addetti alla manutenzione per assicurarsi che i generatori e i filtri dell'aria continuino a funzionare, e magari un paio di biologi per controllare i virus. Ho idea che il dottor Zollner vorrebbe affondare con la sua nave.» Rise. Forse dipendeva da me, ma non riuscivo a vedere il lato comico di morbi letali dispersi dal vento un po' dappertutto. «Durante le ore non di lavoro», continuò Gibbs, «quando qui non resta quasi più nessuno, dovremmo richiamare le persone chiave sull'isola. Poi, dovremmo mandare i nostri traghetti e l'altra imbarcazione nei bacini di revisione di New London, dove sarebbero al sicuro. A loro volta i mezzi
subacquei si porterebbero in pieno oceano e in profondità, dove sarebbero al sicuro. Sappiamo quello che facciamo, qui», aggiunse. «Siamo preparati ad affrontare le emergenze.» «Se mai ci fosse una perdita nel biocontenimento», disse Max, «sareste tanto gentili da avvertirmi?» «Lei sarebbe quasi il primo a saperlo», assicurò Gibbs al capo Maxwell. «Questo lo so», ribatté Max. «Ma ci terrei a saperlo per telefono o per radio... non per avere tossito sangue o che so io.» Gibbs sembrava alquanto infastidito. «Il mio manuale mi dice chi devo chiamare e in quale ordine. Lei è tra i primi.» «Ho chiesto che venga installata qui una sirena che possa essere udita dalla terraferma.» «Se noi l'avvertiamo, può farla suonare lei, se vuole, una sirena per la popolazione.» Poi Gibbs aggiunse: «Non prevedo alcuna perdita nel biocontenimento, perciò la questione è accademica». «No, la questione è che questo posto mi fa una paura tremenda, e non mi sento affatto più tranquillo ora che l'ho visto.» «Non ha di che preoccuparsi.» Ero lieto di sentirlo, questo. «E se ci fossero degli intrusi armati sull'isola?» domandai. Gibbs mi guardò. «Intende dire dei terroristi?» «Già, intendo dire dei terroristi. O peggio, impiegati postali scontenti.» Non sembrò divertito e replicò: «Bene, se i nostri uomini della sicurezza non potessero affrontarli, chiameremmo la Guardia costiera. Proprio da qui». Accennò col pollice a una radio. «E se questa stanza venisse messa fuori uso per prima?» «C'è un secondo CCC nell'edificio.» «Nel sotterraneo?» «Può darsi. Credevo foste qui per indagare su un duplice omicidio.» Mi piace quando un poliziotto privato fa lo strafottente con me. «Esatto», dissi. «Dov'era lei ieri sera alle 5 e 30?» «Io?» «Lei.» «Oh... mi lasci pensare...» «Dov'è la sua calibro 45 automatica?» «Mmm... in quel cassetto là.» «È stata usata di recente?» «No... be', a volte vado a esercitarmi al...»
«Quando è stata l'ultima volta che ha visto i Gordon?» «Mi faccia pensare...» «Li conosceva bene?» «Bene bene, no.» «È mai andato a bere qualcosa con loro?» «No.» «A colazione? A cena?» «No. Ho detto...» «Ha mai avuto occasione di parlare con loro in veste ufficiale?» «No... Be'...» «Ebbene?» «Alcune volte, a proposito della loro barca. A loro piaceva usare le spiagge di Plum Island. A volte venivano qui col motoscafo la domenica o nei giorni di vacanza, e si ancoravano al largo di una delle spiaggette deserte sul lato sud dell'isola, poi venivano a terra a nuoto, trascinandosi dietro un canotto di gomma. Sul canotto avevano l'occorrente per un picnic. Non abbiamo riserve su questo. Anzi, un tempo organizzavamo noi un picnic, il Quattro Luglio, per tutti gli impiegati e le loro famiglie. Era il solo momento in cui permettevamo ai non dipendenti di venire sull'isola, ma dovemmo smettere a causa delle responsabilità inerenti...» Cercai di figurarmela una scampagnata così, una sorta di biocontenimento fatto con i teli da spiaggia. «I Gordon non portavano mai nessuno con loro», continuò Gibbs, «il che sarebbe stato contro le regole. Ma la loro barca rappresentava un problema.» «Un problema di che genere?» «Be', prima di tutto, durante la giornata, attirava altre barche da diporto. I proprietari pensavano di poter sbarcare a loro volta e usare l'isola. Con il buio, poi, presentava un rischio per la navigazione delle nostre imbarcazioni di pattuglia. Così parlai loro di entrambi i problemi e tentammo di risolverli.» «In che modo tentaste di risolverli?» «La soluzione più facile sarebbe stata che attraccassero nella nostra insenatura e prendessero uno dei nostri veicoli per portarsi nei punti più lontani dell'isola. Il signor Stevens non aveva niente in contrario, anche se andava un po' contro le norme sull'uso dei veicoli ufficiali. Era sempre meglio di quello che stavano facendo loro. Ma non volevano saperne di attraccare nell'insenatura e usare un veicolo. Volevano fare a modo loro: an-
dare in motoscafo fino a una delle spiagge, trascinarsi dietro il canotto e nuotare. Molto più divertente, dicevano. Più spontaneo e avventuroso.» «Chi dirige quest'isola? Stevens, Zollner o i Gordon?» «Qui dobbiamo coccolarli i biologi, altrimenti se la prendono. La battuta che circola tra i non scienziati è che se ti metti a discutere o fai arrabbiare uno di loro, ti ritrovi misteriosamente a star male per tre giorni a causa di un virus.» Tutti si fecero una risatina in proposito. Kenneth Gibbs continuò: «A ogni modo riuscimmo a convincerli a tenere accese le luci di navigazione, e io mi assicurai che gli elicotteri e le imbarcazioni della Guardia costiera conoscessero il loro motoscafo. Ci facemmo anche promettere di ancorarsi soltanto dove, sulla spiaggia, avevamo uno dei nostri grandi cartelli con la scritta "Vietato sbarcare". Di solito, questo serve a tenere i più paurosi alla larga». «Che cosa facevano i Gordon sull'isola?» Gibbs accennò una stretta di spalle. «Dei picnic, penso. Escursioni, anche.» Poi spiegò: «Avevano a disposizione quasi novecento acri deserti, nei giorni di vacanza e dopo l'orario di lavoro». «Se non sbaglio si dilettavano anche di archeologia.» «Ah, giusto. Giravano molto attorno alle rovine. Raccoglievano cose per un museo di Plum Island.» «Un museo?» «Be', solo una mostra. L'intenzione era di collocarla nell'atrio, penso. Il materiale è tutto immagazzinato nei sotterranei.» «Che genere di materiale?» «Quasi tutte palle di moschetto e teste di frecce. Un campanaccio... un bottone d'ottone di un'uniforme dell'Esercito Continentale, altri oggetti più o meno dell'epoca della Guerra Ispanoamericana... una bottiglia di whisky... Cianfrusaglie, più che altro. È tutto catalogato e immagazzinato da basso. Potete vederlo, se volete.» «Dopo, semmai», disse Beth. Poi domandò: «Mi risulta che i Gordon stessero organizzando uno scavo ufficiale. Ne sa niente, lei?» «Sì. Proprio non ci va l'idea che una manica di gente della Stony Brook o della Peconic Historical Society si metta a scavare per tutta l'isola. Ma loro stavano cercando di studiare la cosa con il ministero dell'Agricoltura e con quello degli Interni. È quest'ultimo», spiegò, «a dire l'ultima parola sui manufatti e tutto il resto.» «Le è mai venuto in mente», domandai a Gibbs, «che i Gordon potessero
covare qualcosa? Come portar fuori roba dall'edificio principale e nasconderla in qualche spiaggetta durante un cosiddetto scavo archeologico, per poi venire a riprenderla in seguito, con la loro barca?» Kenneth Gibbs non rispose. «Le è mai venuto in mente», lo sollecitai, «che i picnic e tutte quelle balle archeologiche fossero una copertura per qualcos'altro?» «Io... forse riflettendoci ora... ehi, se la prendono tutti con me, come se avessi dovuto sospettare qualcosa. Tutti dimenticano che quei due erano preziosi. Potevano fare quel diavolo che volevano, salvo spingere la faccia di Zollner dentro un mucchio di sterco. Non è proprio il caso di farmi il processo.» E concluse: «Io facevo il mio lavoro». Lo faceva davvero, probabilmente. E, tra parentesi, io sentivo di nuovo quel ping. Beth stava parlando con Gibbs. «Lei, o qualcuno dei suoi», stava dicendo, «l'aveva vista la barca dei Gordon dopo che aveva lasciato l'insenatura, ieri a mezzogiorno?» «No. Ho domandato.» «In altre parole, non può essere certo che la loro barca non fosse ancorata al largo dell'isola, ieri pomeriggio?» «No, non posso esserne certo.» «Quanto spesso le vostre barche fanno il giro dell'isola?» s'informò Max. «Normalmente usiamo una sola delle due barche. Il suo percorso copre dalle otto alle nove miglia intorno all'isola perciò, a una media di dodici nodi l'ora, per compiere un giro completo ci vogliono dai quaranta ai sessanta minuti, a meno che gli uomini non fermino qualcuno per qualche motivo.» «Perciò», disse Beth, «se un'imbarcazione fosse ancorata a un mezzo miglio, suppergiù, da Plum Island, e se una o più persone, a bordo, stessero di vedetta con un binocolo, vedrebbero la vostra barca di pattuglia: la Prune, giusto?» «La Prune e la Plum Pudding.» «Già. Quelle persone vedrebbero una delle due barche di pattuglia e, se fossero al corrente della routine, saprebbero d'avere da quaranta a sessanta minuti per avvicinarsi a terra, gettare l'ancora, portarsi fino a riva con un canotto, fare quello che devono fare, e ritornarsene alla loro barca senza essere visti da nessuno.» Gibbs si schiarì la gola e obiettò: «Possibile, ma lei dimentica la pattuglia sull'elicottero e i veicoli di ronda che costeggiano la spiaggia. Il pas-
saggio dell'elicottero e dei veicoli avviene del tutto a caso». Beth annuì, poi osservò: «Abbiamo appena fatto un giro dell'isola e, in quelle quasi due ore, ho visto l'elicottero della Guardia costiera una sola volta, un veicolo - un camioncino - una sola volta, e la vostra barca di pattuglia una sola volta». «Ripeto, avviene del tutto casualmente. Ci starebbe a correre il rischio?» «Forse sì», disse Beth. «Dipende da quello che c'è da guadagnare.» Gibbs ci informò: «Ci sono anche imbarcazioni della Guardia costiera che fanno passaggi di tanto in tanto e, se volete che sia proprio completamente candido, abbiamo congegni elettronici che fanno la maggior parte del lavoro». «E dove sono i monitor?» domandai a Gibbs, accennando intorno a me nell'ufficio. «Nel sotterraneo.» «Che cosa avete? Telecamere? Sensori di movimento? Sensori di rumori?» «Non sono autorizzato a dirlo.» «D'accordo», concluse Beth. «Ci scriva il suo nome, indirizzo e numero di telefono. Le verrà chiesto di venire alla polizia per un interrogatorio.» Gibbs sembrava seccato, ma anche sollevato d'essere, per il momento, fuori dai guai. Da parte mia, avevo il fiero sospetto che Gibbs, Foster e Nash si fossero già conosciuti quel mattino di buon'ora. Andai a dare un'occhiata a una grande mappa sulla parete vicina alle radio. Raffigurava la parte orientale di Long Island, lo Stretto, e il Connecticut meridionale. Sulla mappa c'era una serie di cerchi concentrici, con al centro New London, Connecticut. Sembrava una di quelle sulla distruzione dovuta a un'atomica, che ti dicono fino a che punto ti ritroverai fregato in relazione alla tua distanza dal punto zero. Su quella, vedevo che Plum Island era all'interno dell'ultimo cerchio, il che poteva essere un bene o un male, a seconda di quello cui la mappa si riferiva. La mappa non lo spiegava, così lo domandai a Gibbs. «Questa cos'è?» Guardò verso il punto che stavo indicando. «Oh, c'è un reattore nucleare a New London. Quei cerchi rappresentano le varie zone di pericolo in caso di esplosione o di fuoriuscita di radiazioni.» Meditai sull'ironia della cosa: un reattore nucleare a New London presentava un pericolo per Plum Island, che a sua volta rappresentava un pericolo per tutta New London, a seconda del vento. «Pensa che quelli del reattore», domandai a Gibbs, «abbiano una mappa che mostra loro il perico-
lo di una falla nel biocontenimento a Plum Island?» Perfino l'austero signor Gibbs dovette sorridere, a questo, sebbene il suo fosse un sorriso strano. Probabilmente Gibbs e Stevens si esercitavano a sorridersi così a vicenda. «In effetti», mi rispose, «quelli del reattore nucleare hanno una mappa così. A volte», aggiunse, «mi domando che cosa accadrebbe se un terremoto provocasse al tempo stesso una falla nel biocontenimento e una nel reattore. La radioattività ucciderebbe i germi?» Tornò a sorridere - in modo strano, molto strano - poi rifletté filosoficamente: «Il mondo moderno è pieno di inimmaginabili orrori». Suonava come il mantra di Plum Island. «Se fossi in lei», suggerii, servizievole, «aspetterei un buon vento da sud e libererei il carbonchio. Far fuori loro prima che facciano fuori voi.» «Già. Buona idea.» «Dov'è l'ufficio del signor Stevens?» gli domandai. «Stanza 250.» «Grazie.» Il telefono interno ronzò e una voce maschile uscì dall'altoparlante, per dire: «Il dottor Zollner riceverà i suoi ospiti, ora». Ringraziammo tutti il signor Gibbs per il suo tempo, lui ci ringraziò della visita, il che fece di tutti noi altrettanti bugiardi. Beth gli ricordò che lo avrebbe rivisto nel suo ufficio. Ritrovammo Donna nel corridoio e, strada facendo, commentai rivolto a lei: «Su queste porte non ci sono né nomi né titoli». «Sicurezza», rispose lei, concisa. «Qual è l'ufficio di Paul Stevens?» «Stanza 225», replicò, dimostrando ancora una volta che la miglior sicurezza è assicurata da una bugia. Ci condusse fino al termine di un corridoio e aprì la porta numero 200. 11 «Accomodatevi, prego», disse Donna. «June, la segretaria del dottor Zollner, sarà qui tra un istante». Ci sedemmo, e Donna rimase in piedi, in attesa di June. Dopo circa un minuto, una donna di mezz'età dall'espressione tesa uscì da una porta laterale. «June», disse Donna, «questi sono gli ospiti del dottor Zollner.» June si limitò a un cenno rivolto a tutti e sedette alla sua scrivania senza
una parola. Donna ci augurò buona giornata e se ne andò. Notai che non venivamo lasciati soli neppure per un istante. Sono un sostenitore della sicurezza, io, salvo quando riguarda me. A ogni modo, sentivo già la mancanza di Donna. Era davvero gradevole. Ci sono tante donne gradevoli al mondo, ma tra il mio recente divorzio e l'ancor più recente ricovero e convalescenza, ero rimasto un po' tagliato fuori. Contemplai Beth Penrose. Lei guardò me, quasi sorrise, poi distolse lo sguardo. Subito dopo contemplai George Foster. Sembrava sempre il ritratto della compostezza. Presumevo che dietro quello sguardo vacuo ci fosse un bel cervello. Me lo auguravo. Sylvester Maxwell tamburellava impaziente con le dita sul bracciolo della poltrona. Penso che in generale fosse soddisfatto d'avermi ingaggiato, ma che stesse forse domandandosi come poter tenere a freno un consulente indipendente a un dollaro la settimana il quale non faceva che indisporre tutti. La sala d'aspetto era dello stesso grigio tortora, con rifiniture grigio scuro e moquette grigia, di tutto il resto della struttura. C'era da ammalarsi di deprivazione sensoriale, in un posto così. Riguardo alla Stanza 250, quel che sapevo con certezza è che là non c'erano né Paul Stevens né il suo diploma. C'erano probabilmente venti cani idrofobi, pronti a mangiarsi i miei cajones. Sulla Stanza 225, certezze non ne avevo... Niente, su quell'isola, era proprio quello che sembrava, e nessuno era completamente sincero. «Mia zia», dissi alla segretaria, «si chiamava June.» Sollevò lo sguardo dal tavolo e mi fissò. «È un bel nome», continuai. «Mi fa pensare, chissà perché, alla tarda primavera e all'inizio dell'estate. Al solstizio d'estate, sa?» June continuava a fissarmi, stringendo sempre più le palpebre. Brrr. «Chiami il dottor Zollner al citofono», ripresi, «e gli dica che ha dieci secondi per riceverci, o ci procureremo un mandato d'arresto per avere ostacolato la giustizia. Nove secondi.» Lei schiacciò un tasto del citofono e disse: «Dottor Zollner, venga qui per favore. Subito». «Cinque secondi.» La porta sulla destra si aprì e apparve un omone barbuto e bovino in ca-
micia bianca e cravatta blu. «Sì?» disse. «Qual è il problema?» June puntò il dito verso di me. «Lui», disse. Il bovino mi guardò. «Sì?» Mi alzai. Si alzarono tutti. Riconoscevo il dottor Zollner dalle foto della catena-di-comando nell'atrio, e dissi: «Abbiamo attraversato il mare, facendo molte miglia, dottore, e superato molti ostacoli per trovarla, e lei ci ripaga col tenerci qui a far flanella». «Prego?» June s'intromise. «Devo chiamare la sicurezza, dottore?» «No, no.» Zollner guardò i suoi ospiti e disse: «Bene, accomodatevi, accomodatevi». Ci accomodammo. L'ufficio d'angolo del dottor Zollner era vasto, ma mobili, pareti e moquette erano identici a quelli di tutti gli altri. C'era un'imponente mostra di cose in cornice sulla parete dietro la sua scrivania. Sulle altre, tutta una serie di assurdi quadri astratti, come se ne vedono nei migliori musei. Ancora in piedi, ci presentammo, usando stavolta i nostri titoli e descrizioni di incarichi. Mi sembrò - e anche stavolta era solo una mia impressione - che Zollner avesse già conosciuto Nash e Foster. Gli stringemmo tutti la mano, e lui ci sorrideva, cordialissimo. «Benvenuti», disse. «Il signor Stevens e la signorina Alba vi sono stati d'aiuto, spero.» Aveva un leggero accento, che, insieme al nome, confermava le sue origini probabilmente tedesche. Come ho detto, era grosso - grasso, in realtà e aveva i capelli bianchi, una barba bianca alla Van Dyke e spesse lenti. Assomigliava, se volete sapere la verità, a Burl Ives. Ci invitò a sederci: «Seggano, seggano», e noi sedemmo, sedemmo. Esordì poi col dire: «Sono ancora sotto shock per questa tragedia. Stanotte non ho chiuso occhio». «Dottore, chi l'ha chiamata, ieri sera, per darle la notizia?» s'informò Beth. «Il signor Stevens. Ha detto d'essere stato informato dalla polizia. I Gordon», continuò Zollner, «erano scienziati brillanti e tenuti in grande considerazione dai loro colleghi. Spero», aggiunse, «che possiate risolvere questo caso molto rapidamente.» «Lo speriamo anche noi», replicò Beth. «Inoltre, mi dovete scusare se vi ho fatto aspettare tanto, ma sono stato al telefono tutta la mattina.»
«Immagino, dottore», disse Nash, «che l'abbiano consigliata di non rilasciare interviste». Zollner assentì. «Sì, sì, naturalmente. No, non ho dato informazioni a nessuno, ho solo letto la dichiarazione già preparata. Quella che mi è arrivata da Washington.» «Può leggercela?» chiese Foster. «Sì, certo, certo.» Zollner frugò sulla sua scrivania, trovò un foglio, si aggiustò gli occhiali, lesse: «"Il ministro dell'Agricoltura si duole per la tragica fine dei dottori Thomas e Judith Gordon, dipendenti di questo Ministero. Non intende impegnarsi in speculazioni concernenti le circostanze della loro morte. Domande riguardanti le indagini dovranno essere dirette alla polizia locale, che può meglio rispondere a tali interrogativi."» Il dottor Zollner terminò di leggere quello che non assommava a un bel niente. «Per favore», gli disse Max, «lo mandi per fax alla polizia di Southold, così possiamo leggerlo alla stampa dopo avere sostituito l'FBI alla polizia locale.» «L'FBI non è coinvolta in questo caso, Capo.» «Giusto. Dimenticavo. E neppure la CIA.» Max guardò Beth. «E la polizia della contea? Siete coinvolti, voialtri?» «Coinvolti e responsabili», rispose Beth. Poi, rivolgendosi a Zollner: «Può specificarci quali fossero le mansioni dei Gordon?» «Sì... Avevano a che fare soprattutto con... ricerche genetiche. Alterazioni genetiche dei virus per renderli incapaci di provocare malattie, ma in grado di stimolare il sistema immunitario.» «Un vaccino?» domandò Beth «Un nuovo tipo di vaccino, sì. Molto più sicuro dell'uso di un virus indebolito.» «E, nel loro lavoro, avevano accesso a tutti i tipi di virus e di batteri?» «Sì, certo. Di virus, per la maggior parte.» Beth continuò, passando a domande più tradizionali in un'indagine per omicidio, riguardanti amici, nemici, debiti, minacce, rapporti con i collaboratori, conversazioni rammentate con le due vittime, come era parso che le vittime si comportassero nell'ultima settimana o giù di lì, e così di seguito. Ottimo materiale per un'indagine, ma probabilmente non del tutto rilevante. Eppure, il tutto andava domandato, e poi domandato di nuovo, più e più volte, a tutti quelli che conoscevano i Gordon, e infine ridomandato a quelli già interrogati per vedere se vi fosse qualche incongruenza nelle loro
dichiarazioni. Quello che a noi serviva in quel caso, se si partiva dal furto di germi letali, era un bel colpo di fortuna, il «via libera», qualcosa per aggirare le strettoie procedurali prima che finisse il mondo. Guardavo i quadri astratti alle pareti e mi rendevo conto che quelle non erano stampe, ma fotografie a colori... qualcosa mi diceva che quelle erano malattie: batteri e altri organismi che infettavano il sangue, le cellule e tutto il resto, fotografate con un microscopio. Orrore. Eppure, in realtà, non erano poi così orridi. Zollner notò il mio sguardo intento e interruppe la sua risposta a qualche domanda, dicendo: «Perfino gli organismi che provocano malattie possono essere belli». «Verissimo», convenni. «Ho un vestito con quel disegno. Quella specie di vermini verdi e rossi, là.» «Sì? Quello è un filovirus; l'Ebola, in realtà. Colorato, s'intende. Quei cosini possono ucciderla in quarantott'ore. Non esiste cura.» «E sono in questo edificio?» «Forse.» «Ai poliziotti non piace quella parola, dottore. Sì o no?» «Sì. Ma conservati con tutte le precauzioni. Congelati e sotto chiave.» Poi aggiunse: «E qui lavoriamo solo l'Ebola delle scimmie, non con quello degli esseri umani». «E avete fatto un inventario dei vostri germi?» «Sì. Ma per essere onesti, in nessun modo potremmo tenere conto di ciascun esemplare. E allora nasce il problema che qualcuno possa propagare determinati organismi in luoghi non autorizzati. Sì, sì, so dove volete arrivare. Voi credete che i Gordon abbiano sottratto alcuni organismi esotici e letali e li abbiano forse venduti... be', diciamo a una potenza straniera. Ma vi assicuro, non l'avrebbero mai fatto.» «Perché no?» «Perché è troppo orribile a contemplarsi.» «Questo è molto rassicurante», commentai. «Ehi, ora possiamo tornarcene a casa.» Non avvezzo al mio humor, suppongo, il dottor Zollner mi fissava. Assomigliava davvero a Burl Ives, e stavo quasi per chiedergli una foto e un autografo. Alla fine, si protese verso di me attraverso la scrivania e disse col suo leggero accento: «Detective Corey, se lei avesse la chiave per aprire i cancelli dell'inferno, lo farebbe? Se lo facesse, dovrebbe essere un corridore
molto molto veloce». Riflettei un istante, poi replicai: «Se aprire i cancelli dell'inferno è così impensabile, perché avete bisogno di tenere tutto sotto chiave?» Assentì e rispose: «Per proteggerci dai pazzi, suppongo». E soggiunse: «Naturalmente, i Gordon non erano pazzi». Nessuno replicò. Dalla sera prima, avevamo già valutato tutto questo almeno una decina di volte, a voce e mentalmente. Alla fine, il dottor Zollner parlò: «Ho un'altra teoria di cui vi metterò al corrente e che sono convinto si rivelerà vera entro stasera stessa. Eccovela, la mia teoria, la mia convinzione. I Gordon, che erano persone meravigliose ma tremendamente spensierate in fatto di denaro, hanno rubato uno dei nuovi vaccini ai quali stavano lavorando. Sono convinto che fossero molto più avanti nelle ricerche su un vaccino di quanto ci avessero indotti a credere. Sfortunatamente, questo talvolta accade, negli ambienti scientifici. Potrebbero avere avuto appunti separati e perfino gel per il sequenziamento del DNA separato: sono piastre trasparenti dove mutazioni ottenute mediante tecniche di ingegneria genetica, che sono inserite in virus patogeni, si manifestano come... qualcosa di simile a un codice a barre», spiegò. Nessuno diceva una parola, e lui continuò: «Mettiamo, perciò, che i Gordon avessero scoperto un nuovo vaccino meraviglioso per un terribile virus patogeno - animale, o umano, o entrambe le cose - e tenuta segreta la scoperta, e messo assieme nel corso dei mesi tutti i loro appunti, le piastre genetiche e il vaccino stesso in qualche area nascosta del laboratorio, o in un edificio deserto dell'isola. Il loro scopo, naturalmente, sarebbe stato di vendere il tutto a una ditta farmaceutica, magari straniera. Forse, intendevano dare le dimissioni da qui, accettare un impiego presso una ditta privata e fingere di farla là, la scoperta. Dopo di che, avrebbero ricevuto un ingente premio ammontante a milioni di dollari. E le royalty potrebbero essere di decine di milioni di dollari, a seconda dell'importanza del vaccino». Nessuno parlava. Lanciai un'occhiata a Beth. Lei questo lo aveva praticamente predetto mentre eravamo là sulla scogliera. «La cosa ha un senso, vero? Chi lavora con la vita e la morte preferisce vendere vita. Non foss'altro perché è più sicura e anche più redditizia. La morte costa poco. Potrei uccidervi con una zaffatina di carbonchio. La vita è più difficile da proteggere e preservare. Insomma, se la morte dei Gordon fosse in qualche modo connessa con il loro lavoro qui, lo sarebbe per le ragioni che ho detto. Perché pensare a virus e batteri patogeni? Perché la
vostra mente si orienta in quel senso? Come diciamo noi, se il nostro unico attrezzo è un martello, ecco che ogni problema si presenta come un chiodo. Sì? Be', ma non vi biasimo. Si pensa sempre al peggio, e fa parte del vostro mestiere.» Di nuovo, nessuno parlò. Il dottor Zollner fissò a turno ciascuno di noi e continuò: «Se i Gordon facevano questo, era disonesto oltre che illegale. E chiunque fosse il loro agente - l'intermediario - era a sua volta disonesto e avido, e si direbbe anche un omicida». Sembrava che il buon dottor Zollner ci avesse riflettuto a fondo. «Questa non sarebbe la prima volta», proseguì, «che persone di scienza al servizio del governo hanno cospirato per rubare la loro stessa scoperta e diventare milionarie. È molto frustrante, per individui di genio, vedere altri ricavare milioni dal loro lavoro. E le poste in palio sono altissime. Se questo vaccino, per esempio, potesse essere usato per un'epidemia di portata mondiale, come l'AIDS, allora staremmo parlando di centinaia di milioni di dollari. Perfino di miliardi, per gli scopritori.» Ci guardammo tutti l'un l'altro. Miliardi. «Quindi, pensateci su. I Gordon volevano diventare ricchi ma, soprattutto, penso, volevano diventare famosi. Volevano essere riconosciuti, volevano che il vaccino portasse il loro nome, come il vaccino Salk. Qui non sarebbe mai accaduto. Quello che facciamo qui viene tenuto sotto silenzio, salvo all'interno della comunità scientifica. I Gordon erano alquanto singolari, per essere dei biologi. Erano giovani, volevano beni materiali. Volevano il Sogno Americano, ed erano certi d'esserselo guadagnato. Ed era vero, sapete. Erano brillanti, sovraccarichi di lavoro e sottopagati. Così avranno pensato di trovare un rimedio. Mi domando solo che cosa avessero scoperto, e mi preoccupa il pensiero di non riuscire a recuperarlo. Mi domando, anche, chi li abbia uccisi, anche se sono certo di sapere perché. E allora, che cosa ne pensate? Sì? No?» Ted Nash fu il primo a parlare: «Penso che sia così, dottore. Penso che abbia ragione lei». George Foster annuì: «L'idea nostra era giusta, ma sbagliavamo germe. Un vaccino. Ma certo». Anche Max annuiva, e disse: «È tutto perfettamente logico. Ed è un bel sollievo. Sì». Poi parlò Beth. «Dovrò ugualmente trovare l'assassino, io. Ma penso che possiamo smetterla di cercare terroristi e cominciare a orientarci verso un
altro tipo di persona, o persone.» Io intanto guardavo il dottor Zollner, e anche lui ora fissava me. Le sue lenti erano spesse, ma si poteva intravedere il luccichio dei suoi occhi azzurri. Forse, non Burl Ives. Forse, il Colonnello Sanders. Ecco, sì, davvero appropriato. Il capo del più grande laboratorio del mondo di ricerche sulle malattie degli animali assomigliava al Colonnello Sanders. «Detective Corey», disse rivolto a me, «forse lei è di parere contrario?» «Oh, no, sono d'accordo con la maggioranza, in questo. Conoscevo i Gordon, e a quanto pare li conosceva anche lei, dottore. Ha ragione al cento per cento.» Guardai i miei colleghi e dissi: «Non so come abbiamo fatto a non pensarci. Non morte. Vita. Non malattia, ma cura». «Un vaccino», precisò il dottor Zollner. «Prevenzione, non cura. C'è maggior guadagno nei vaccini. Se è un vaccino per l'influenza, mettiamo, ecco che in un anno, nella sola America, ne vengono distribuite un centinaio di milioni di dosi. I Gordon stavano facendo un lavoro quanto mai brillante con i vaccini virali.» «Giusto. Un vaccino.» Guardai Zollner. «E lei dice che il tutto l'avrebbero progettato già da qualche tempo?» «Oh, sì. Non appena resisi conto d'essere sulla buona strada, avrebbero cominciato a falsificare appunti, risultati di test e, al tempo stesso, a tenere appunti autentici e così via. È l'equivalente scientifico della doppia contabilità.» «E nessuno si sarebbe accorto di quanto stava accadendo? Non ci sono riscontri o controlli?» «Be', ci sono, naturalmente. Ma i Gordon erano l'uno il compagno ricercatore dell'altro, ed erano di grado molto elevato. Inoltre, l'area di loro competenza - l'ingegneria genetica virale - è alquanto specialistica e sfugge, quindi al controllo dei colleghi. E per finire, se c'è una volontà, e c'è il QI di un genio all'opera, un modo si trova sempre.» Assentivo. «Incredibile. E come la portavano fuori quella roba? Voglio dire, quanto è grande una piastra di... come si chiamano?» «Piastre di gel.» «Ah, sì. Quanto è grande?» «Oh... larga forse un mezzo metro, e lunga sui settanta, settantacinque centimetri.» «Come si porta fuori, quella, dal biocontenimento?» «Non saprei.» «E gli appunti?»
«Per fax. Poi le farò vedere.» «E il vaccino vero e proprio?» «Quella sarebbe la cosa più facile. Per via anale e vaginale.» «Non voglio sembrarle volgare, dottore, ma non penso che potessero infilarsi una piastra di quelle dimensioni su per il sedere senza attirare un po' d'attenzione.» Il dottor Zollner si schiarì la gola e replicò: «Non occorrono materialmente le piastre di gel, se si può fotocopiarle o fotografarle con una di quelle macchinette che si usano per lo spionaggio.» «Incredibile.» Stavo pensando al fax nell'ufficio dei Gordon. «Sì. Bene, andiamo a vedere se possiamo ricostruire cos'è successo e come è successo.» Si alzò. «Se qualcuno non desidera addentrarsi nell'area di biocontenimento, può aspettare nell'atrio o in sala mensa.» Si guardò attorno, ma nessuno diceva niente. Sorrise, più Burl Ives che Colonnello Sanders, direi. «Bene, tutti molto coraggiosi, allora. Prego, seguitemi.» Ci alzammo tutti e io aggiunsi: «Rimanete uniti». Il dottor Zollner mi sorrise e disse: «Quando sarà in biocontenimento, amico mio, vorrà spontaneamente rimanermi vicino quanto più è possibile». Si affacciò alla mia mente il pensiero che avrei dovuto andare ai Caraibi, in convalescenza. 12 Ritornammo nell'atrio e ci fermammo davanti alle due porte gialle. Il dottor Zollner si rivolse a Beth: «Donna l'aspetta nello spogliatoio. Segua le sue istruzioni, per favore, e ci ritroveremo sulla porta posteriore dello spogliatoio delle signore». La guardò sparire oltre la porta gialla, poi disse a noi: «Signori, con me, prego». Seguimmo il buon dottore nello spogliatoio maschile, che si rivelò un ambiente orribile color arancione ma, per il resto, tipico di tutti gli spogliatoi. Un inserviente ci fornì lucchetti aperti senza chiavi e candidi camici da laboratorio di bucato. Entro buste di politene c'era della biancheria di carta, calzini e ciabattine di tela. Zollner ci indicò una fila di armadietti vuoti e disse: «Per favore toglietevi tutto, biancheria e gioielli compresi». Così, ci spogliammo fino a rimanere in costume adamitico, e non vedevo l'ora di dire a Beth che Ted Nash aveva con sé una calibro 38 con canna
di sette centimetri e che la canna della sua pistola era più lunga del suo pistolino. George Foster osservò, a proposito della mia ferita sul petto: «Vicina al cuore». «Non ho cuore, io.» Zollner indossò il suo smisurato camice bianco, ed ecco che ora assomigliava di più al Colonnello Sanders. Feci scattare il mio lucchetto nella serratura, poi mi assestai la biancheria di carta. Il dottor Zollner ci squadrò ben bene. «Tutti pronti? Allora seguitemi, prego.» «Un momento», disse Max. «Non ci mettiamo mascherine o respiratori o qualcosa?» «Per la Zona Due no, signor Maxwell. Forse per la Zona Quattro, se vorrete andare tanto in là. Venite, venite. Seguite me.» Ci portammo in fondo allo spogliatoio, e Zollner aprì una porta rossa con il poco invitante simbolo del biorischio e, sotto il simbolo, le parole «Zona Due». Potevo udire un risucchio d'aria e il dottor Zollner che spiegava: «È la pressione d'aria negativa quella che sentite. C'è pressione minore all'interno rispetto all'esterno, per cui nessun agente patogeno può sfuggire accidentalmente». «Ho il terrore che possa succedere.» «Inoltre, i particolari filtri sul tetto depurano tutta l'aria che esce da qui.» Max appariva testardamente scettico, come se non volesse che alcuna buona notizia interferisse con la sua inveterata convinzione che Plum Island fosse l'equivalente in fatto di biorischio di Three Mile Island e Cernobyl messi insieme. Uscimmo in un corridoio tutto in cemento, e Zollner si guardò attorno e domandò: «Dov'è Miss Penrose?» «Dottore, è sposato lei?» gli risposi. «Sì. Oh... ma certo, potrebbe impiegare più tempo a cambiarsi.» «Nessun "potrebbe", in proposito.» Infine, dalla porta con la scritta «Donne», apparve Lady Penrose, paludata nell'ampio camice e con le ciabattine di tela. Pensai che anche così era sexy, nonostante il candore. Udì anche lei il risucchio, e Zollner le spiegò la differenza di pressione, poi diede a tutti alcune istruzioni sullo stare attenti a non andare a urtare contro carrelli o scaffali di fiale, o bottiglie piene di germi letali o di so-
stanze chimiche, e così via. «Bene», concluse, «vi prego di seguirmi, e io vi mostrerò che cosa succede qui dentro, così potrete dire ad amici e colleghi che non stiamo fabbricando bombe al carbonchio.» Rise, poi aggiunse in tono più serio: «La Zona Cinque è off limits perché occorrono vaccinazioni speciali e anche un addestramento per indossare tute anti-biorischio, respiratori e così via. Anche il sotterraneo è off limits». «Perché è off limits il sotterraneo?» domandai. «Perché è là che nascondiamo gli alieni morti e i biologi nazisti.» Rise di nuovo. Amo fare da spalla a un grasso scienziato con un accento da dottor Stranamore. Dico davvero. Cosa più pertinente, capivo che Stevens aveva effettivamente parlato con Zollner. Quanto mi sarebbe piaciuto essere stato una mosca tsetse su quella parete. Foster tentò di fare dell'umorismo. «Credevo che gli alieni e i nazisti fossero nei bunker sottoterra.» «No, gli alieni morti sono nel faro», disse Zollner. «I nazisti li abbiamo trasferiti fuori dei bunker quando si sono lamentati della presenza di vampiri.» Risero tutti: ah, ah, ah. Umorismo in biocontenimento. Dovrei scriverlo a «Selezione». Mentre procedevamo, il dottor Zollner spiegò: «Questa è una zona sicura, a basso rischio e a basso contagio: ci teniamo soprattutto laboratori di ingegneria genetica, alcuni uffici, microscopi elettronici». Percorrevamo corridoi di cemento senza finestre e, ogni tanto, Zollner apriva una porta di ferro verniciata di giallo per salutare qualcuno all'interno di un ufficio o laboratorio e informarsi di come andava il lavoro. C'era ogni genere di strane stanze senza finestre, compreso un posto che sembrava proprio una cantina, salvo che le bottiglie sugli scaffali invece di vino contenevano colture di cellule vive, a sentire Zollner. Lui ci teneva tutto un commentario mentre percorrevamo quei corridoi di un grigio da nave da guerra. «Stanno emergendo nuovi virus che colpiscono animali o uomini o gli uni e gli altri. Esseri umani e animali delle specie superiori non hanno reazioni immunologiche a molte di queste malattie mortali. I farmaci antivirali di cui disponiamo non sono molto efficaci, e così la chiave per evitare una futura catastrofe di portata mondiale sta nei vaccini antivirali, e la chiave dei nuovi vaccini è l'ingegneria genetica.» «Quale catastrofe?» domandò Max.
Il dottor Zollner continuò a camminare e a parlare con grande disinvoltura, mi sembrò, considerato l'argomento. «Be', riguardo alle malattie animali, un'epidemia di afta epizootica, per esempio, potrebbe spazzar via gran parte del bestiame di questa nazione e distruggere i mezzi di sussistenza di milioni di persone. Il costo degli altri cibi verrebbe probabilmente quadruplicato. Il virus dell'afta epizootica è forse il più contagioso e più virulento in natura, ed ecco perché ha sempre affascinato quelli della guerra batteriologica. Una buona giornata, per i signori della guerra batteriologica, sarà quella in cui i loro biologi potranno modificare geneticamente il virus dell'afta epizootica affinché infetti gli esseri umani. Ma quel che è peggio, penso, è che alcuni di quei virus mutano spontaneamente e divengono pericolosi per gli uomini.» Nessuno aveva commenti o domande, in proposito. Sbirciammo entro altri laboratori, e Zollner aveva sempre qualche parola incoraggiante da rivolgere alle pallide teste d'uovo in camice bianco al lavoro in ambienti che mi rendevano nervoso al solo guardarli. Diceva frasi come: «Cos'abbiamo imparato di bello, oggi? Abbiamo scoperto qualcosa di nuovo?» E così via. Sembrava che fosse molto ben visto, o almeno tollerato dai suoi biologi. Mentre svoltavamo nell'ennesimo corridoio di una serie apparentemente senza fine, Zollner continuava la sua conferenza. «Nel 1983, per esempio, scoppiò un'epidemia mortale e quanto mai contagiosa a Lancaster, Pennsylvania. Ci furono diciassette milioni di morti. Polli, intendo dire. Pollame. Però capite dove voglio arrivare? L'ultima, tremenda epidemia di influenza mortale per gli umani scoppiò nel 1918. Nel mondo vi furono circa venti milioni di morti, tra cui cinquecentomila nei soli Stati Uniti. Basato sulla nostra popolazione attuale, il numero equivalente di morti sarebbe all'incirca un milione e mezzo di persone. Potete immaginarla una cosa del genere, oggi? E il virus del 1918 non era particolarmente virulento, e i viaggi, si sa, erano più lenti e meno frequenti. Oggi, le autostrade e i viaggi in aereo possono diffondere nel mondo un virus infettivo in pochi giorni. Quello che c'è di buono nei virus più letali, come l'Ebola, è che uccidono così rapidamente che a stento hanno il tempo di lasciare un villaggio africano prima che tutti gli abitanti siano morti.» «C'è un traghetto dell'una?» domandai. Il dottor Zollner rise. «Si sente alquanto nervoso, sì? Qui non ha niente da temere. Usiamo molta cautela. Siamo molto rispettosi dei piccoli germi, in questo edificio.» «Suona come la frottola "il mio cane non morde".»
Zollner mi ignorò e continuò: «È la missione del ministero dell'Agricoltura degli Stati Uniti impedire che malattie di animali stranieri approdino su queste sponde. Siamo l'equivalente, per gli animali, del Centro per il Controllo delle Malattie di Atlanta. Come potete immaginare, lavoriamo a stretto contatto con Atlanta a causa delle cosiddette malattie di scambio: da animali a umani e viceversa. Abbiamo un enorme complesso, a Newburgh, New York, dove tutti gli animali che arrivano in questo paese devono rimanere in quarantena per un periodo di tempo. Sapete, è come un'arca di Noè di animali che arrivano ogni giorno: cavalli di razze straniere, animali da circo, bestiame da allevamento, animali esotici commerciali quali gli struzzi e i lama, bestiole esotiche come i porcellini vietnamiti, e ogni sorta di uccelli dalla giungla... Due milioni e mezzo di animali ogni anno». Ci guardò e aggiunse: «Newburgh è stata soprannominata "la Ellis Island del regno animale". Plum Island è Alcatraz. Nessun animale che ci arrivi da Newburgh o da altri luoghi esce di qui vivo. Devo dirvelo, tutti questi animali che vengono importati nel nostro paese per ricreazione o per divertimento ci hanno procurato un immenso lavoro e molta ansia. È solo questione di tempo». E finì: «Potete spostare il discorso dal regno animale alla popolazione umana». Io potevo di certo. Rimase qualche istante in silenzio, poi disse: «Un tempo i cannoni di Plum Island proteggevano le coste di questo paese, e ora quest'impianto fa la stessa cosa». Piuttosto poetico per uno scienziato, pensai, poi rammentai d'avere letto quella stessa frase su uno dei comunicati stampa che mi aveva fornito Donna. A Zollner piaceva parlare, e il mio mestiere è ascoltare, così si andava che era una bellezza. Entrammo in una stanza che Zollner definì un laboratorio di cristallografia ai raggi-X, e non intendevo certo contraddirlo. Una donna era china su un microscopio, e Zollner ce la presentò come dottoressa Chen, collega e buona amica di Tom e Judy. La dottoressa Chen era sulla trentina, e anche piuttosto attraente, pensai, con una lunga chioma nera, trattenuta da una specie di reticella, adatta per lavorare china sul microscopio di giorno, immagino; ma chissà poi la notte, quando quei capelli venivano giù. Comportati bene, Corey. È una scienziata, questa, ed è molto più in gamba di te. La dottoressa Chen ci salutò, e sembrava piuttosto seria, mi sembrò, ma
probabilmente era sconvolta e triste per la morte dei suoi amici. Ancora una volta, Beth fece in modo di rendere ben chiaro che io ero un amico dei Gordon, e a quel livello, se non altro mi guadagnavo il mio dollaro la settimana. Mi spiego: alle persone non piace che un gruppo di poliziotti le bombardi di domande, ma se uno degli sbirri è amico a sua volta della vittime, ecco che c'è un po' di margine. A ogni modo, convenimmo tutti che la fine dei Gordon fosse una tragedia, e parlammo bene dei due morti. L'argomento si spostò sul lavoro della dottoressa Chen. Lei ci spiegò, in termini per profani così che più o meno la compresi: «Sono in grado, ai raggi-X, di sottoporre a esame radiografico i cristalli dei virus così da poter fare una mappa della loro struttura molecolare. Una volta fatto questo, ecco che possiamo tentare di alterare il virus per renderlo incapace di provocare malattie ma, se iniettiamo in un animale il virus così alterato, l'animale può produrre anticorpi che si spera possano aggredire la naturale versione patogena del virus». «Ed è a questo che lavoravano i Gordon?» domandò Beth. «Sì.» «A che cosa stavano lavorando specificamente? A quale virus?» La dottoressa Chen lanciò un'occhiata a Zollner. Mi preoccupa che i testimoni si comportino così. È come quando il lanciatore, fate conto, riceve dall'allenatore il segnale di eseguire il tiro in un certo modo. Il dottor Zollner doveva avere segnalato un tiro diretto perché la dottoressa Chen rispose in modo esplicito: «L'Ebola». Nessuno fiatò, poi Zollner precisò: «L'Ebola delle scimmie, s'intende». E aggiunse: «Ve l'avrei detto anche prima, ma pensavo voleste farvelo spiegare in modo più completo da uno dei colleghi dei Gordon». E accennò alla dottoressa Chen. La Chen continuò: «I Gordon stavano cercando di alterare geneticamente il virus Ebola delle scimmie affinché non fosse più patogeno ma producesse una reazione immunitaria nell'animale. Esistono molte varietà del virus Ebola, e non sappiamo ancora con certezza quali possano attraversare la barriera tra le specie». «Intende dire», domandò Max, «infettare le persone?» «Sì, infettare gli esseri umani. Ma questo è un primo passo importante verso un vaccino per l'Ebola dell'uomo.» «La maggior parte del nostro lavoro, qui», interloquì il dottor Zollner, «è stato fatto tradizionalmente con quelli che potremmo definire animali da
fattoria: animali che producono alimenti e pellami. Tuttavia, nel corso degli anni, alcune agenzie governative hanno sottoscritto altri tipi di ricerca.» «I militari, per esempio, per fare ricerche sulla guerra batteriologica?» domandai io. Il dottor Zollner non diede una risposta diretta ma disse: «L'isola è un ambiente unico, isolato, però vicino ai maggiori centri di trasporto e di comunicazione, e inoltre alle migliori università della nazione, nonché a un preparatissimo pool di scienziati. Senza contare le nostre attrezzature, tecnicamente all'avanguardia. Perciò, a parte i militari, lavoriamo per altre agenzie, qui e all'estero, ogni qualvolta si presenta qualcosa di molto insolito o di potenzialmente... pericoloso per l'umanità. Come nel caso dell'Ebola». «In altre parole», dissi, «in certo senso qui affittate le stanze?» «È un impianto grandissimo», rispose lui. «I Gordon», domandai, «lavoravano per il ministero dell'Agricoltura?» «Non sono autorizzato a dirlo.» «Da dove provenivano i loro stipendi?» «Tutti gli stipendi provengono dal ministero dell'Agricoltura.» «Ma non tutti i biologi che ricevono lo stipendio dal ministero dell'Agricoltura sono dipendenti di quel ministero. È esatto?» «Non intendo impegnarmi in un duello semantico con lei, signor Corey.» Guardò la dottoressa Chen. «Continui, prego.» «Ci sono tali e tanti compiti e passi separati in questo genere di lavoro che nessuno può vedere il quadro completo salvo il supervisore del progetto. Quello era Tom. Judy era vice supervisore del progetto. Per di più, essi stessi erano entrambi eccellenti ricercatori. Ripensandoci, posso vedere quello che stavano facendo, che era poi chiedere test su procedimenti che erano un po' come delle false piste, e talvolta dire a qualcuno di noi addetti al progetto d'essere arrivati in un vicolo cieco. Controllavano loro, attentamente, i veri e propri test clinici sulle scimmie, e quelli che maneggiavano gli animali non erano bene informati. Tom e Judy erano i soli a essere in possesso di tutte le informazioni.» La Chen rifletté un momento, poi disse: «Non credo che fossero partiti dall'intento di ingannare... penso che quando si resero conto di quanto fossero vicini a un vaccino utilizzabile per l'Ebola delle scimmie, videro la possibilità di trasferire la tecnologia a un laboratorio privato dove il prossimo passo logico sarebbe stato un vaccino per l'uomo. Forse erano convinti che quella fosse la cosa migliore nell'interesse dell'umanità. Forse
pensavano di poter sviluppare quel vaccino in modo più rapido ed efficace, fuori di questo posto che - come quasi tutte le agenzie governative - è soggetto alla burocrazia e alla lentezza». «Atteniamoci alla teoria del movente del profitto, dottoressa Chen», disse Max. «L'interesse dell'umanità non regge, per me.» Lei abbozzò una stretta di spalle. Beth accennò al microscopio. «Posso dare un'occhiata?» «Quelli sono Ebola morti, naturalmente», spiegò la dottoressa Chen. «L'Ebola vivo è soltanto nella Zona Cinque. Ma posso mostrarle senza pericolo dei virus Ebola vivi su videotape.» Si girò verso un monitor e mise in funzione il videoregistratore. Lo schermo si illuminò fino a mostrare quattro cristalli quasi trasparenti, colorati di rosa e tridimensionali, che mi richiamavano alla mente un prisma. Se erano vivi, stavano facendo il morto. «Come dicevo», spiegò la dottoressa Chen, «ricavo la mappa della struttura molecolare, così quelli di ingegneria genetica possono tagliare e collegare questo o quel pezzo, poi il virus viene propagato e iniettato in una scimmia. Tre possono essere le reazioni della scimmia: contrae l'Ebola e muore, non contrae l'Ebola ma non produce anticorpi, oppure non contrae l'Ebola e produce gli anticorpi al virus. E quella è la reazione che cerchiamo. Significa infatti che abbiamo un vaccino. Ma non necessariamente un vaccino sicuro o efficace. La scimmia può sviluppare l'Ebola in seguito o, più comunemente, quando in seguito iniettiamo alla scimmia il virus naturale dell'Ebola, gli anticorpi non sono efficaci nel vincere la malattia. La reazione immunitaria è troppo debole. Oppure, non protegge contro tutte le varietà di virus. È un lavoro molto frustrante. I virus sono molto semplici, dal lato molecolare e genetico, ma rappresentano una sfida superiore a quella dei batteri in quanto mutano facilmente, sono difficili da capire e duri da distruggere. In effetti, il problema è: quei cristalli sono veramente vivi nel senso in cui noi intendiamo la vita? Guardateli. Sembrano schegge di ghiaccio.» In realtà stavamo tutti fissando i cristalli sullo schermo. Sembravano frammenti caduti da un lampadario di Boemia. Era difficile credere che quegli individui lì e i loro cugini e fratelli avessero causato tante sofferenze e tante morti agli uomini, per non parlare degli animali. C'era qualcosa di agghiacciante in un organismo che sembrava morto ma ritornava in vita quando invadeva cellule viventi, e si riproduceva così rapidamente da poter uccidere un pezzo d'uomo sanissimo in quarantott'ore. Ma che cosa
passava per la mente di Dio? La dottoressa Chen spense il monitor. Beth le fece domande sul comportamento dei Gordon il giorno innanzi, e lei disse che erano parsi alquanto tesi. Judy si lamentava di un gran mal di testa, e avevano deciso di andarsene a casa. Nessuno di noi si sorprese, nel sentirlo. Mi rivolsi direttamente alla Chen. «Pensa che abbiano portato via qualcosa da qui, ieri?» Rifletté un momento, poi rispose: «Non lo so. Come posso dirlo?» «Quanto è difficile portar fuori qualcosa di nascosto da qui?» le domandò Beth. «Lei come farebbe?» «Be'... potrei prendere qualsiasi provetta da qui, o anche da un altro laboratorio, andare nella toilette e inserire la provetta o la fiala in uno degli orifizi del mio corpo. Nessuno noterebbe la scomparsa di una singola fiala, specie se non fosse stata registrata e identificata. Poi andrei nella stanza della doccia, getterei i miei mdumenti da laboratorio in un cesto, farei la doccia e andrei al mio armadietto. A questo punto potrei rimuovere la fiala e metterla nella borsetta. Mi vestirei, uscirei passando dall'atrio, salirei sull'autobus che porta al traghetto e me ne tornerei a casa. Nessuno ti osserva mentre fai la doccia. Non ci sono telecamere. Lo vedrà lei stessa, nell'andarsene da qui.» «E se fosse qualcosa di più grande», dissi io. «Troppo grande per... be', troppo grande.» «Qualsiasi cosa che si possa nascondere sotto il camice da laboratorio può farcela fino alla doccia. È là che bisogna essere molto abili. Per esempio, se portassi una piastra di gel nella doccia, potrei nasconderla nel mio asciugamano.» «Potrebbe anche nasconderla nel cesto con i suoi panni da laboratorio», disse Beth. «No, non si può mai tornare indietro. Quei panni sono contaminati. Anzi, una volta usato l'asciugamano, deve andare anche quello in un cesto separato. È lì che qualcuno che stesse guardando vedrebbe, se cercaste di portar fuori qualcosa. Se però uno va a docciarsi a un'ora strana, ha buone probabilità di ritrovarsi solo.» Cercai di figurarmi la scena di Judy e Tom che portavano fuori Dio sa cosa da quell'edificio nel pomeriggio precedente, quando nelle docce non c'era nessuno. «Se si presume che qualsiasi cosa, qui dentro, abbia un certo grado di contaminazione, perché mai vorrebbe inserire una fiala, o altro
nel... dentro di sé?» «Si ricorre per prima cosa a una basilare forma di decontaminazione, naturalmente. Lavarsi le mani con il sapone speciale in una delle toilette, usare un preservativo per rivestire la fiala o la provetta, usare guanti sterili o un foglio di lattice per oggetti più grandi. Bisogna essere prudenti, non paranoici.» «Quanto alle informazioni su computer», continuò la dottoressa Chen, «possono essere trasferite elettronicamente dal biocontenimento agli uffici dell'area amministrativa, perciò non è necessario rubare dischetti o nastri. E per quel che riguarda appunti scritti a mano o a macchina, grafici, mappe e così via, è procedura standard faxare il tutto fuori di qui e nei rispettivi uffici. Fax ce ne sono dappertutto, come potete vedere, e ciascun ufficio all'esterno del biocontenimento ha un fax individuale. È il solo modo in cui si possano far uscire appunti di qui. Anni addietro, bisognava scriverli su carta speciale, immergerli in un liquido decontaminante, lasciarli asciugare, poi recuperarli il giorno dopo. Ora, con il fax, trovi i tuoi appunti ad aspettarti quando fai ritorno nel tuo ufficio.» Stupefacente, pensai. A quelli che avevano inventato il fax non era mai passato per la testa, scommetto. Posso figurarmi lo spot alla tivù: «Appunti di laboratorio coperti di germi? Inviateli per fax al vostro ufficio. Voi dovete fare la doccia, ma loro no». O qualcosa del genere. Beth guardò la dottoressa Chen e le sparò una domanda diretta: «Pensa che i Gordon abbiano portato fuori di qui qualcosa di pericoloso per gli esseri viventi?» «Oh, no. No, no. Qualsiasi cosa abbiano preso - ammesso che abbiano preso qualcosa - non era patogeno. Qualsiasi cosa fosse, era terapeutico, utile, a scopo di antidoto, comunque vogliamo definirlo. Era qualcosa di buono. Ci scommetterei la vita su questo.» «Stiamo scommettendoci tutti la vita», disse Beth. Lasciammo la dottoressa Chen e la stanza dei raggi-X e continuammo il nostro giro. Cammin facendo, il dottor Zollner commentò: «Così, come ho già detto, e come la dottoressa Chen sembra convenire, se i Gordon hanno rubato qualcosa, era un vaccino virale geneticamente alterato. Molto probabilmente un vaccino per l'Ebola, dato che su questo verteva soprattutto il loro lavoro». Sembravano convenire tutti, in proposito. La mia impressione personale era che la dottoressa Chen fosse stata un po' troppo preparata e perfetta, e
che non conoscesse così bene i Gordon quanto lei e Zollner asserivano. Il dottor Zollner riprese il suo commentario mentre percorrevamo quei corridoi labirintici. «Tra le malattie virali che studiamo», disse, «ci sono alcune febbri emorragiche e la reovirosi ovina. Studiamo anche una varietà di polmoniti, di malattie da rickettsia, quali l'idropericardite dei ruminanti, e un'ampia gamma di morbi batterici e anche di malattie da parassiti.» «Dottore, io rimediai un voto mediocre in biologia e solo perché avevo copiato. Non riesco proprio a seguirla. Ma lasci che le domandi questo: dovete produrne un sacco di questa roba per poterla studiare. Giusto?» «Sì, ma posso assicurarle che non siamo in grado di produrre un qualsiasi organismo in quantità sufficienti per i bisogni di una guerra batteriologica, se è a questo che vuole arrivare.» «Voglio arrivare a un qualsiasi atto di terrorismo», dissi. «Producete germi a sufficienza per questo?» Accennò una stretta di spalle. «Forse.» «Di nuovo quella parola, dottore.» «Be', sì, sufficienti per un atto terroristico». «È vero», domandai, «che un barattolo da caffè di carbonchio, spruzzato nell'aria intorno all'isola di Manhattan, potrebbe uccidere duecentomila persone?» Rifletté un momento, poi rispose: «Potrebbe darsi. Chi può dirlo? Dipende dal vento. È estate? È ora di pranzo?» «È l'ora di punta di domani sera, più o meno.» «D'accordo... duecentomila. Trecentomila. Un milione. Non ha importanza perché nessuno lo sa e nessuno ha un barattolo da caffè pieno di carbonchio. Di questo, posso darle assicurazione. L'inventario era assolutamente specifico, in proposito.» «Ah, bene. Ma non altrettanto specifico su altre cose?» «Come ho già detto, se qualcosa manca, è un vaccino antivirale. A questo i Gordon stavano lavorando. Vedrà. Domani vi sveglierete tutti vivi. E anche dopodomani e il giorno dopo ancora. Ma di qui a sei o sette mesi, qualche società farmaceutica, o qualche governo straniero, annuncerà un vaccino per l'Ebola, e l'Organizzazione Mondiale della Sanità ne acquisterà duecento milioni di dosi solo per cominciare, e quando avrete scoperto chi sta diventando più ricco grazie a quel vaccino, scoprirete l'assassino dei Gordon.» Nessuno replicò per qualche secondo, poi Max disse: «Lei è assunto, dottore».
Tutti sorrisero e accennarono risatine. Anzi, tutti noi volevamo crederci, ci credevamo, e il nostro sollievo era tale che quasi ci sentivamo sollevare da terra, come storditi da quelle buone notizie, euforici al pensiero che non ci saremmo svegliati con una idropericardite terminale o altro, e in verità nessuno stava più concentrandosi sul caso quanto aveva fatto in precedenza. A parte me. A ogni modo, Zollner continuò a mostrarci ogni sorta di stanze e a parlare di diagnosi e di produzione di reagenti, di ricerche di anticorpi monoclonali, di ingegneria genetica, di virus generati da acari, di produzione di vaccini e così via. C'era da inorridire. Bisogna essere tipi strani per dedicarsi a un lavoro simile, pensavo, e i Gordon, che consideravo persone normali, dai loro pari dovevano essere stati considerati alquanto singolari al confronto... che era proprio come Zollner li aveva descritti. Accennai a questo con Zollner, e lui replicò: «Sì, i miei biologi sono piuttosto introversi... come la maggior parte degli scienziati. Conosce la differenza tra un biologo introverso e un biologo estroverso?» «No.» «Un biologo introverso si guarda le scarpe, quando parla con lei.» Zollner rise di cuore della battuta, e risi un poco anch'io, benché non mi piaccia quando qualcuno mi ruba la scena. Ma eravamo nel suo laboratorio. A ogni modo, vedemmo i vari posti in cui si era lavorato al progetto dei Gordon, e visitammo anche il piccolo laboratorio personale dei Gordon. Zollner ci spiegò: «Come direttori del progetto, i Gordon si limitavano più che altro a sovrintendere, ma portavano avanti anche del lavoro tutto loro, qui». «Nessun altro lavorava in questo laboratorio?» domandò Beth. «Be', c'erano gli assistenti. Ma questo laboratorio era il regno privato dei dottori Gordon. Potete star certi che ho passato un'ora qui dentro, stamattina, cercando qualcosa che potesse mettermi in sospetto, ma non avrebbero certo lasciato in giro cose che potessero incriminarli.» Assentii. In effetti, riflettevo, qualche indizio incriminante in precedenza ci sarà anche stato, ma se era ieri il momento culminante del loro lavoro segreto e del furto finale, ieri mattina o il giorno innanzi si saranno affrettati a far sparire ogni traccia. Ma questo presupponeva che credessi a tutta la storia del vaccino per l'Ebola, invece io non ne ero affatto sicuro. Beth si rivolse a Zollner: «Non è permesso introdursi nel luogo di lavoro delle vittime di un omicidio per guardarsi attorno, rimuovere oggetti o toc-
care qualsiasi cosa». Zollner si strinse nelle spalle, difendendosi com'era logico, date le circostanze. «Io questo come potevo saperlo? Sa qual è il mio mestiere?» «Voglio solo che lo sappia.» «Per la prossima volta? D'accordo, la prossima volta che verranno assassinati due dei miei biologi più importanti, mi guarderò bene dall'entrare nel loro laboratorio.» Beth Penrose era abbastanza intelligente per lasciar correre, e non replicò. Era evidente che Miss Tienti-alle-regole non stava affrontando molto bene le circostanze davvero uniche di quel caso. Ma dovevo riconoscere che si sforzava di farlo. Se avesse fatto parte dell'equipaggio del Titanic, avrebbe voluto che tutti firmassero l'avvenuta consegna del salvagente. Ci guardammo un po' attorno nel laboratorio, ma non c'erano quaderni di appunti, né provette con l'etichetta «Eureka», né messaggi in codice sulla lavagna, né cadaveri nello sgabuzzino dei materiali di scorta e, in conclusione, niente che un profano potesse capire. Se qualcosa di interessante o di incriminante c'era stato, era scomparso, con i complimenti dei Gordon, o di Zollner, o perfino di Nash e Foster nel caso si fossero avventurati fin li nella loro precedente visita mattutina. Così, cercai mentre ero là di comunicare con gli spiriti che, chissà, forse occupavano ancora quella stanza: Judy, Tom... datemi un indizio, un segno. Chiusi gli occhi e aspettai. Fanelli dice che i morti gli parlano. Identificano i loro assassini, ma parlano sempre in polacco o in spagnolo e a volte perfino in greco, e quindi lui non riesce a capirli. Lo dice per prendermi in giro, credo. È anche più matto di me. Sfortunatamente, il laboratorio dei Gordon non dava risultati, e noi riprendemmo il giro. Parlammo con una decina di biologi che lavoravano con o per i Gordon. Era evidente che: (a) tutti amavano Tom e Judy; (b) Tom e Judy erano brillanti; (c) Tom e Judy non avrebbero fatto male a una mosca se non per fare avanzare la causa della scienza al servizio dell'uomo e dell'animale; (d) i Gordon, sebbene amati e rispettati, erano diversi; (e) i Gordon, benché scrupolosi e onesti nei loro rapporti personali, avrebbero probabilmente fregato il governo e rubato un vaccino che valeva tanto oro quanto pesava, come si espresse qualcuno. L'impressione mia era che stessero recitando tutti dallo stesso copione. Continuammo la nostra passeggiata e salimmo una scala che portava al secondo piano. La mia gamba malconcia si muoveva a fatica, e il polmone
sforacchiato sibilava al punto che pensavo tutti dovessero sentirlo. «Non credevo», dissi a Max, «che sarebbe stato così faticoso.» Mi guardò e si sforzò di sorridermi. «In certi momenti», mi confidò sottovoce, «soffro di claustrofobia.» «Anch'io.» In verità, non era la claustrofobia a tormentarlo. Come molti uomini di coraggio e d'azione, me compreso, Max mal tollerava un pericolo contro il quale non potesse estrarre la pistola. Il dottor Zollner ora ci parlava di programmi di addestramento che lì venivano condotti, di scienziati ospiti, di laureati e di veterinari che venivano da tutte le parti del mondo per insegnare e per imparare. Ci parlava anche di programmi cooperativi all'estero di quell'istituzione, in luoghi come Israele, Kenya, Messico, Canada e Inghilterra. «Anzi», disse, «i Gordon andarono in Inghilterra circa un anno fa. Al laboratorio Pirbright, a sud di Londra. È il nostro laboratorio gemello, laggiù.» «Vengono visitatori dai Corpi Chimici dell'Esercito?» domandai al dottor Zollner. Lui allora mi guardò e commentò: «Qualunque cosa io dica, lei ci trova qualcosa su cui indagare. Sono lieto che mi stia a sentire». «Vorrei sentire la risposta alla mia domanda.» «La risposta è che non sono affari suoi, signor Corey.» «Si sbaglia, dottore. Se sospettiamo che i Gordon rubassero organismi che possono essere usati per una guerra batteriologica, e che per questo siano stati assassinati, allora dobbiamo sapere se questi organismi esistono, qui. In altre parole, ci sono specialisti di guerra batteriologica in questo edificio? Lavorano qui? Sperimentano qui?» Il dottor Zollner guardò i signori Foster e Nash, poi disse: «Non sarei del tutto sincero se dicessi che qui non viene nessuno dei Corpi Chimici dell'Esercito. Sono quanto mai interessati ai vaccini e agli antidoti per i rischi batteriologici... Il governo degli Stati Uniti non studia, promuove o produce agenti di guerra batteriologica offensiva. Ma sarebbe suicidio nazionale non studiare misure difensive. Perciò, quando un giorno quel cattivone con il barattolo di carbonchio pagaierà con la sua canoa attorno all'isola di Manhattan, forse saremo pronti a proteggere la popolazione». Poi aggiunse: «Ha la mia parola che i Gordon non avevano a che fare con nessuno di provenienza militare, non lavoravano in quell'area e, in effetti, non avevano accesso a niente di così letale». «A parte l'Ebola.» «Ascolta davvero, lei. Magari il mio personale prestasse altrettanta at-
tenzione. Ma perché preoccuparsi dell'Ebola come arma? Abbiamo il carbonchio. Cercare di migliorare il carbonchio è come cercare di migliorare la polvere da sparo. Il carbonchio è facile da propagare, facile da maneggiare, si diffonde bellamente nell'aria, uccide abbastanza lentamente perché la popolazione infettata possa propagarlo, e storpia altrettante vittime quante ne uccide, provocando un crollo nel sistema sanitario del nemico. Ma, ufficialmente, non abbiamo bombe o proiettili d'artiglieria al carbonchio. La conclusione è che se i Gordon stavano cercando di mettere a punto un'arma batteriologica da vendere a una potenza straniera, mai più avrebbero perso tempo con l'Ebola. Erano troppo intelligenti per farlo. Perciò, si liberi pure di quel sospetto.» «Mi sento già meglio. A proposito, quando andarono i Gordon in Inghilterra?» «Vediamo... Nel maggio dell'anno scorso. Ricordo che li invidiai perché andavano in Inghilterra in maggio.» Poi mi domandò: «Perché vuole saperlo?» «Dottore, gli scienziati sanno sempre perché fanno delle domande?» «Sempre, no.» «Presumo che il governo pagò tutte le spese per il viaggio in Inghilterra dei Gordon.» «S'intende. Era tutto lavoro.» Rifletté un istante, poi disse: «In realtà, si trattennero una settimana a Londra a spese loro. Sì, me lo ricordo». Assentii. Quello che io non ricordavo era una somma insolitamente grossa pagata con carta di credito nel maggio o nel giugno dell'anno precedente. Non in un albergo di Londra, a meno che non avessero tagliato la corda senza saldare il conto. Né ricordavo alcun ingente prelievo di denaro. Un particolare sul quale riflettere. Il problema, nel porre domande realmente importanti in presenza di Nash e Foster, era che udivano anche le risposte. E se anche non sapevano da dove nascessero quelle domande, erano abbastanza intelligenti per capire - contrariamente a quanto avevo indicato a Zollner - che la maggior parte di quelle domande aveva uno scopo preciso. Stavamo percorrendo un corridoio lunghissimo, e nessuno stava parlando, quando il dottor Zollner disse: «Sentito?» Si arrestò bruscamente e si portò una mano all'orecchio. «Sentito?» Restammo tutti immobili, in ascolto. Alla fine, Foster domandò: «Cosa?» «Un brontolio. Sì, un brontolio. È...»
Nash s'inginocchiò e posò il palmo delle mani sul pavimento. «Un terremoto?» «No», disse Zollner, «è il mio stomaco. Ho fame.» Rise e vi batté sopra. «Stai buono», disse nel suo accento tedesco, che faceva suonare l'invito anche più comico. Sorrisero tutti tranne Nash, che si rialzò a fatica e si diede una spolverata alle mani. Zollner andò a una porta verniciata di un rosso vivo, sulla quale erano appiccicati sei simboli standard, come segue: Biorischio, Radioattività, Rifiuti chimici, Alto voltaggio, Veleno e, per finire, Rifiuti umani non trattati. Aprì la porta e annunciò: «Sala pranzo». Nella spoglia e bianca stanza di cemento senza finestre c'erano una decina di tavoli deserti, un lavandino, un frigorifero, un forno a microonde, tabelloni coperti di avvisi e messaggi, una fontanella d'acqua fresca e una macchina del caffè, ma nessuna macchina distributrice, dato che nessuno voleva entrare lì per rifornirle. Sopra un bancone c'era un fax, il menu della giornata, e carta e matita. «Offro io», disse Zollner. Scrisse per sé un'abbondante ordinazione che comprendeva, vidi, il piatto forte del giorno, che era il manzo. Non volevo neppure pensare alla provenienza di quel manzo. Per la prima volta da quando avevo lasciato l'ospedale, ordinai della gelatina di frutta e, per la prima volta in vita mia, saltai i piatti di carne. Nessun altro mostrava d'avere molto appetito, e tutti ordinarono insalate. Il dottor Zollner mandò le ordinazioni per fax e disse: «Qui l'ora di colazione non comincia prima dell'una, ma si affretteranno a servirci perché la richiesta viene da me». Poi suggerì che ci lavassimo le mani, cosa che tutti facemmo al lavandino, con certo strano sapone liquido scuro che sapeva di iodio. Ci procurammo tutti del caffè e prendemmo posto. Alcune altre persone entrarono, si servirono di caffè, presero cose dal frigorifero o trasmisero ordinazioni per fax. Guardai l'orologio per vedere l'ora e vidi il mio polso nudo. «Se avesse portato qui dentro il suo orologio», mi spiegò Zollner, «avrei dovuto decontaminarlo e tenerlo in quarantena dieci giorni.» «Il mio orologio non sopravviverebbe a una decontaminazione.» Lanciai uno sguardo all'orologio sulla parete. Mancavano cinque minuti all'una. Conversammo per qualche minuto del più e del meno. La porta si aprì ed entrò un uomo in camice bianco, spingendo un carrello di acciaio inossidabile che si presentava come qualsiasi altro carrello, salvo che era coperto da un foglio di polistirolo.
Il dottor Zollner tirò via l'involucro e lo gettò, poi - da perfetto padrone di casa - diede a ciascuno di noi quanto avevamo ordinato e congedò l'uomo col carrello. «Quel tizio deve fare la doccia, ora?» domandò Max. «Oh, sì. Il carrello viene messo prima in una stanza di decontaminazione e in seguito ritirato.» «È possibile», domandai, «usare quel carrello per portare qualcosa di grande fuori di qui?» Il dottor Zollner stava disponendo davanti a sé l'abbondante pasto con la perizia di un vero mangione. Rialzò lo sguardo dalle sue fatiche d'amore e disse: «Ora che mi ci fa pensare, sì. Quel carrello è la sola cosa che viaggi regolarmente tra l'amministrazione e il biocontenimento. Ma se qualcuno se ne servisse per portar fuori qualcosa di nascosto, dovrebbe avere altre due persone dalla sua. L'uomo che lo spinge dentro e fuori, e quello che lo lava e lo riporta in cucina. Lei è davvero in gamba, signor Corey». «Ragiono come un criminale.» Lui rise e attaccò il suo spezzatino di manzo. Che schifo. Contemplavo il dottor Zollner mentre mangiucchiavo di malavoglia la mia gelatina. Mi era simpatico. Era divertente, cordiale, ospitale e molto abile. Mentiva spudoratamente, s'intende, ma altri lo avevano costretto a farlo. Probabilmente quei due buffoni seduti dall'altro lato del tavolo, per cominciare, e Dio sapeva chi altri, da Washington, aveva istruito il dottor Z al telefono, per tutta la mattina, mentre noi vagavamo tra le rovine e avevamo in omaggio dépliant sulla peste bovina e simili piacevolezze. A sua volta il dottor Z aveva imbeccato la dottoressa Chen, il cui lavoro sembrava solo vagamente in relazione con quello dei Gordon. E ce l'aveva presentata come una buona amica dei Gordon, ma non lo era: prima di quel giorno, non l'avevo mai sentita nominare. E poi c'erano gli altri biologi con i quali avevamo parlato brevemente, prima che Zollner ci trascinasse via: quelli, anche, avevano imparato la stessa lezioncina della Chen. Ce n'era, di fumo, e ce n'erano di specchi, in quel luogo, e sono certo che c'erano sempre stati. «Non credo», dissi rivolto a Zollner, «a questa storia del vaccino per l'Ebola. So che cosa nasconde e che cosa vuole coprire.» Il dottor Zollner si fermò nel bel mezzo della masticazione, che per lui era un lavoro d'impegno. Mi fissò. «Gli alieni di Roswell, vero, dottore? I Gordon stavano per scoprire la verità sugli alieni di Roswell.» La stanza era davvero silenziosa, e perfino alcuni degli altri biologi lan-
ciavano sguardi verso di noi. Alla fine, sorrisi e dissi: «Ecco cos'è questa gelatina verdognola: cervello di alieni. Sto mangiando la prova». Tutti sorrisero e ridacchiarono divertiti. Zollner rise così forte che per poco non soffocò. Ragazzi, se sono divertente. Zollner e io potremmo fare un gran numero; Corey e Zollner. Potrebbe essere anche meglio di I dossier Corey. Tornammo tutti alle rispettive portate e al fare conversazione. Lanciavo occhiate ai miei compagni. George Foster era parso lievemente in preda al panico quando avevo detto di non credere al vaccino per l'Ebola, ma adesso era tranquillo e mangiava germogli d'erba medica. Ted Nash era parso non tanto in preda al panico quanto a furore omicida. Insomma, qualsiasi cosa stesse succedendo lì, non era né il luogo né il momento di dare del bugiardo a qualcuno. Incontrai lo sguardo di Beth, e come al solito non potei capire se l'avessi divertita o irritata. La via per arrivare al cuore di una donna passa da una risata. Le donne amano chi le fa ridere. Penso. Guardai Max, che sembrava meno fobico in quella stanza quasi normale. Aveva l'aria di godersi la sua insalata ai tre legumi, la cosa meno indicata da mettere sul menu in un ambiente chiuso. Continuammo a mangiare di malavoglia, poi la conversazione tornò al vaccino possibilmente sottratto. Il dottor Z disse: «Qualcuno, prima, si è espresso dicendo che questo vaccino varrebbe tanto oro quanto pesa, il che mi ha richiamato alla mente qualcosa: alcuni dei vaccini che i Gordon stavano testando avevano una sfumatura dorata, e ricordo che i Gordon una volta si riferirono ai vaccini definendoli oro liquido. Lo trovai strano, forse perché qui non parliamo mai in termini di denaro o di profitto». «No, ed è logico», dissi. «Siete un'agenzia governativa. Non è denaro vostro, e non dovete mai mostrare un profitto». Il dottor Zollner sorrise. «Lo stesso vale per il suo mestiere, caro signore.» «Lo stesso, certo. In ogni caso, ora siamo convinti che i Gordon tornarono in sé e, non più soddisfatti di lavorare nell'interesse della scienza per stipendi governativi, scoprirono il capitalismo e si proposero l'oro come obiettivo.» «Esatto.» Poi Zollner aggiunse: «Ha parlato con i loro colleghi, ha visto quello che facevano qui, e ora può trarne soltanto una conclusione. Perché è ancora scettico?» «Non sono scettico», mentii. Lo ero, naturalmente: sono un newyorkese e un poliziotto. Ma non volevo turbare il dottor Zollner, il signor Foster o
il signor Nash, così dissi: «Sto solo cercando di assicurarmi che i fatti collimino. Da come la vedo io, o la fine dei Gordon non ha niente a che fare con il loro lavoro qui, e tutti noi stiamo seguendo una falsa pista... oppure, se è in rapporto con il loro lavoro, allora è molto probabile che avesse a che fare con un vaccino virale che vale milioni di dollari. Oro liquido. E sembrerebbe che i Gordon siano stati traditi, o magari che tentassero di tradire il loro socio, e siano stati assassinati... Ping. Oh, Dio, ecco che lo risentivo. Cosa...? Era là. Non potevo vederlo però potevo udirne l'eco e potevo avvertirne la presenza, ma che cos'era? «Signor Corey?» «Eh?» I vividi occhi azzurri del dottor Zollner mi scrutavano attraverso gli occhialini dalla montatura d'acciaio. «Ha qualcosa per la mente?» «No. Be', sì. Se io ho dovuto togliermi l'orologio, perché lei può tenere gli occhiali?» «È la sola eccezione, questa. C'è un bagno per gli occhiali all'uscita da qui. Questo la porta a qualche altro geniale pensiero o teoria?» «Piastre di gel camuffate da occhiali.» Scosse la testa. «Idiozia. Io penso che le piastre di gel venissero portate fuori con il carrello del pranzo.» «Giusto.» Il Dottor Z guardò l'orologio sulla parete e disse: «Vogliamo continuare?» Ci alzammo tutti e deponemmo la nostra carta e la plastica in un contenitore di rifiuti foderato di un sacco di polistirolo rosso. Usciti nel corridoio, il dottor Zollner disse: «Entreremo ora nella Zona Tre. C'è un maggiore rischio di contagio nella Zona Tre, naturalmente, perciò se qualcuno non desidera andarci, lo farò riaccompagnare fino alla stanza delle docce». Ciascuno sembrava ansioso di penetrare più a fondo nelle viscere dell'inferno. Be', sto forse esagerando la reazione. Poco dopo, oltrepassammo una porta rossa con l'indicazione «Zona Tre». Lì, spiegò Zollner, i ricercatori lavoravano con patogeni vivi - parassiti, virus, batteri, funghi e altri mostriciattoli - e ci mostrò un laboratorio in cui una donna sedeva su uno sgabello davanti a una sorta di apertura nella parete. Aveva una mascherina e le mani erano protette da guanti di lattice. Davanti alla sua faccia c'era uno scudo di plastica, un po' come quelli contro gli starnuti in uso nelle tavole fredde, ma lei non stava preparando dell'insalata russa. Zollner spie-
gò: «C'è un aspiratore nell'apertura dove sono i germi patogeni, così il rischio che qualcosa finisca nella stanza è minore». «Perché lei ha la maschera», domandò Max, «e noi no?» «Già, perché?» feci eco. «Lei è molto più vicina ai germi patogeni. Se volete avvicinarvi di più per dare un'occhiata, vi procuro una maschera.» «Passo», dissi io. «Passo», convennero tutti. Il dottor Zollner si portò più vicino alla donna e scambiò con lei alcune parole inafferrabili. Si girò, tornò verso di noi e riferì: «Sta lavorando al virus della reovirosi ovina, quello che rende bluastra la lingua». Ci pensò su un momento, poi mormorò: «Forse mi sono avvicinato troppo». Cacciò fuori la lingua, che era in effetti di un blu violaceo, e cercò di guardarsela, fissando lungo il naso. «Dio mio... o è la torta di mirtilli che ho mangiato a colazione?» Rise. Ridemmo tutti. In verità, quell'umorismo macabro stava stancando perfino me, e sì che sono molto tollerante verso lo spirito di patata. Lasciammo tutti la stanza. Quella parte dell'edificio sembrava meno popolata della Zona Due, e le persone che vedevo sembravano un po' meno vispe. Zollner osservò: «Non c'è molto da vedere qui ma, se dico questo, allora il signor Corey insisterà per visitare fino all'ultimo angolino del luogo». «Oh, dottor Zollner», protestai, «le ho forse dato motivo di dire queste cose di me?» «Sì.» «Bene, allora vediamo fino all'ultimo angolino del luogo.» Passammo la mezz'ora successiva a guardare un po' dappertutto e, in verità, gran parte della Zona Tre presentava sempre le stesse cose: una stanza dopo l'altra con uomini e donne che scrutavano attraverso microscopi, preparando vetrini di muco, sangue e tessuti di animali vivi e morti, e così via. Alcune di quelle persone avevano addirittura la colazione con sé, e mangiavano intanto che armeggiavano con quelle sostanze disgustose. Parlammo con un'altra decina, più o meno, di biologi ambosessi che conoscevano Tom e Judy o avevano lavorato con loro, e benché stessimo facendoci un quadro sempre più chiaro e completo del loro lavoro, non scoprivamo niente di nuovo su come la pensassero. Eppure lo ritenevo ugualmente un utile esercizio: mi piace fissarmi nella mente l'ambiente in cui si muovevano le vittime, e di solito in seguito mi
balena qualcosa di interessante cui dare seguito. A volte, capita che da due chiacchiere fatte con amici, parenti e colleghi vengano a galla una parola o due che possono condurre alla soluzione. A volte. Zollner spiegò: «La maggior parte di questi virus e batteri non può attraversare la barriera tra le specie. Potreste bere una provetta piena di virus dell'afta epizootica e farvi venire al massimo un po' di disturbo allo stomaco, anche se per morire, a una mucca, basterebbe una quantità pari alla capocchia di uno spillo». «Perché?» «Perché? Perché la composizione genetica di un virus dev'essere in grado di... be', di combinarsi con la cellula per infettarla. Le cellule umane non si combinano con il virus dell'afta epizootica.» «Eppure», disse Beth, «pare risulti che il Morbo della Mucca Pazza possa infettare l'uomo.» «Tutto è possibile. Ecco perché usiamo molta prudenza.» E Zollner aggiunse: «I germi mordono». In realtà, i germi nauseano. Entrammo in un'altra stanza vividamente illuminata, e Zollner disse: «Qui lavoriamo con i parassiti. Il peggiore è il verme a vite. Abbiamo trovato un modo brillante di controllare questo morbo. Abbiamo scoperto che il maschio e la femmina si accoppiano una sola volta nella vita, così sterilizziamo milioni di maschi con i raggi gamma e poi li spargiamo dall'aereo sopra il Centro America. Quando il maschio si accoppia con la femmina, non avviene la riproduzione. Ottimo, vero?» Non potei trattenermi dal domandare: «Ma la femmina è appagata?» «Evidentemente, sì», replicò Zollner. «Non si riaccoppia mai.» «C'è un altro modo di considerare la cosa», suggerì Beth. Zollner rise. «Già. C'è un punto di vista femminile, in effetti.» Conclusa la facezia, facemmo a turno a guardare larve di vermi a vite attraverso il microscopio. Disgustoso. E proseguimmo, entro laboratori, entro stanze dove microbi e parassiti orribili venivano allevati e immagazzinati, ed entro ogni sorta di luoghi strani di cui comprendevo solo vagamente gli scopi e le funzioni. Tenevo presente che i miei amici, Tom e Judy, ogni giorno percorrevano quei corridoi ed entravano in molte di quelle stanze. E tuttavia, sembrava che non fossero né depressi né ansiosi, in proposito. Almeno, non al punto che io me ne accorgessi. Finalmente, il dottor Z disse: «E questo è tutto per la Zona Tre. Ora, an-
cora una volta devo domandarvi se intendete andare oltre. La Zona Quattro è la più contaminata di tutte, anche più, in effetti, della Zona Cinque. Nella Cinque, si è sempre in tuta da biorischio e respiratore, e tutto viene spesso decontaminato. Anzi, c'è perfino una doccia separata per la Zona Cinque. Ma la Zona Quattro è dove vedrete i recinti per gli animali, quelli malati e moribondi, nonché l'inceneritore e le stanze della necroscopia, se ci tenete. Perciò, anche se lì dobbiamo solo occuparci clinicamente di animali malati, potrebbero esserci altri agenti patogeni nelle condizioni ambientali». Poi precisò: «Il che significa germi nell'aria». «Avremo la maschera?» domandò Max. «Se lo desiderate.» Zollner si guardò attorno e concluse: «Sta bene. Seguitemi». Ci avvicinammo a un'altra porta rossa, questa contrassegnata «Zona Quattro», con il simbolo del biorischio. Un buontempone aveva appiccicato sulla porta una decalcomania particolarmente macabra del teschio con le ossa incrociate: il teschio aveva una crepa, e dalla crepa strisciava fuori un serpente che andava a insinuarsi poi in uno degli occhi. Inoltre, un ragno stava arrampicandosi fuori dalla bocca sogghignante. Il dottor Zollner disse: «Credo sia Tom il responsabile di quell'orribile cosa. I Gordon davano sempre una nota scherzosa». «Infatti.» Fino a che erano morti. Il nostro ospite aprì la porta e ci ritrovammo in una specie di anticamera. C'era un carrello metallico, nella stanzetta, sul quale c'erano una scatola di guanti di lattice e un'altra di mascherine di carta. «Per chiunque li desideri», disse il dottor Z. Era un po' come dire che paracadute e salvagenti erano a richiesta. Insomma, o ti servono quelle maledette cose oppure no. Zollner chiarì il concetto. «Non è obbligatorio. Tanto, dopo andremo a docciarci ben bene, come diciamo noi. Personalmente non metto mai né guanti né maschera. Troppo ingombranti. Ma forse voi vi sentirete più a vostro agio.» Avevo la netta sensazione che stesse sfidandoci, come chi dice: «Prendo sempre la scorciatoia attraverso il cimitero, ma se voi preferite fare tutto il giro, per me va bene. Fifoni». Evidentemente nessuno voleva passare per pusillanime praticando una buona profilassi, che è poi la ragione per cui i germi non ci beccano, alla fine; così ci mettemmo in cammino, attraversando una seconda porta rossa, e ci ritrovammo nello stesso genere di grigi corridoi del resto delle zone di
biocontenimento. La differenza, lì, era che le porte erano più larghe, e ciascuna aveva una specie di maniglione. «Queste sono porte a tenuta d'aria», spiegò Zollner. Notai, anche, che ogni porta aveva un finestrino, e che sulla parete, accanto a ciascuna, era appesa una tabella. Il dottor Zollner ci portò verso la porta più vicina e disse: «Tutte queste stanze sono recinti e tutte hanno finestrini da cui si guarda. Quello che vedete può lasciarvi sconvolti o farvi tornar su la colazione. Perciò nessuno è tenuto a guardare». Esaminò la tabella appesa sulla parete di cemento e disse: «Febbre equina africana». Scrutò attraverso la finestrella e aggiunse: «Questo qui non è male. Soltanto un po' inquieto. Date un'occhiata». A turno, guardammo il bel cavallo nero nella stanza chiusa, simile a una prigione. In effetti, sembrava in forma, salvo che a tratti ansimava come se avesse difficoltà a respirare. «Tutti gli animali qui dentro», spiegò Zollner, «sono stati sottoposti a prova di immunità con un virus o un batterio.» «Sottoposti a prova d'immunità?» ripetei. «Equivale a infettati?» «Sì, noi diciamo così.» «Poi che cosa succede? Diventano un po' meno sani, poi entrano in un involontario stato di assenza di respirazione?» «Esatto. Si ammalano e muoiono. Qualche volta, tuttavia, li sacrifichiamo prima che la malattia abbia fatto tutto il suo corso.» Poi soggiunse: «Chiunque lavora qui, penso, ama gli animali, e proprio per questa ragione si dedica a questo tipo di lavoro. Nessuno, in questa istituzione, vuole vederli soffrire, ma se mai lei vedesse milioni di capi di bestiame infettati dall'afta epizootica, capirebbe perché il sacrificio di alcune decine, qui, è necessario». Riappese la tabella e disse: «Venite». Era come un'enorme conigliera, quell'insieme di stanze tristi, e andammo di recinto in recinto dove una varietà di animali era in uno stato più o meno preagonico. In un recinto, la mucca ci vide e mosse malferma verso la porta, per guardare noi che la guardavamo. «Questa sta malissimo», disse il dottor Zollner. «Afta epizootica avanzata: vedete come cammina? E guardate quelle piaghe sulla bocca. Non può nemmeno mangiare a questo stadio, per il dolore. La saliva sembra una corda, tanto è spessa. È una malattia orribile, questa, nonché una vecchia nemica. Se ne trovano resoconti in scritti antichissimi. Come dicevo, è anche una malattia tremendamente contagiosa. Una volta un'epidemia scoppiata in Francia venne diffusa in Inghilterra dal vento attraverso la Manica. È uno dei virus più piccoli sco-
perti finora, e pare sia in grado di rimanere inattivo per lunghi periodi di tempo.» Rimase un istante silenzioso, poi soggiunse: «Un giorno o l'altro, qualcosa del genere potrebbe mutare e cominciare a infettare ospiti umani». A quel punto, penso, eravamo tutti sottoposti mentalmente e fisicamente a prova immunitaria, come si sarebbe espresso il dottor Z. In altre parole, avevamo la mente annebbiata e trascinavamo il passo. Peggio ancora, avevamo lo spirito a terra e, se avessi avuto un'anima, sarebbe stata turbata. Alla fine dissi al dottor Zollner: «Non so gli altri, ma io ho visto abbastanza». Mi assecondarono tutti. A me, però, passò per la mente un ultimo, stupido pensiero, e dissi: «Possiamo vedere con che cosa lavoravano i Gordon? Intendo dire, l'Ebola delle scimmie?» Lui scosse la testa. «Quella è Zona Cinque.» Ci pensò su un istante, poi disse: «Ma posso mostrarvi un maiale affetto da febbre suina africana che, come l'Ebola, è una febbre emorragica. Molto simile». Fece strada verso un altro corridoio e si fermò a una porta col numero 1130. Esaminò la tabella sulla parete e disse: «Questo è nella fase finale... lo stadio emorragico... prima di domattina se ne sarà andato... se dovesse andarsene prima, sarà messo in un refrigeratore, poi anatomizzato domani mattina come prima cosa, e infine incenerito. Questo è un morbo davvero spaventoso che ha quasi spazzato via la popolazione suina in alcune parti dell'Africa. Non esiste alcuna cura o vaccino. Come dico, è parente stretto dell'Ebola». Fissò me e indicò la finestrella. «Guardi.» Mi avvicinai alla finestra e guardai nell'interno. Il pavimento della stanza era dipinto di rosso, il che mi sorprese dapprima, ma poi compresi. Quasi nel centro della stanza c'era un grosso maiale, disteso a terra, quasi immobile, e potevo vedere sangue attorno alla bocca, al grugno e perfino alle orecchie. Nonostante il pavimento rosso, notavo una luccicante pozza di sangue vicino ai quarti posteriori. Dietro di me, Zollner stava dicendo: «Lo vede sanguinare, sì? La febbre emorragica è terribile. Gli organi si trasformano in poltiglia. Può rendersi conto, ora, del perché l'Ebola è così temuto». Notai un grosso scarico di metallo nel centro del pavimento, e il sangue scorreva in quello scarico, e non potevo farci niente ma ero di nuovo nel rigagnolo della 102a Strada Ovest, e la mia vita stava perdendosi dentro quel maledetto tombino e io potevo vederla, e sapevo come si sentiva quel
maiale nel guardare il suo stesso sangue sgorgare da lui, nell'avvertire il suono di quello scorrere nelle orecchie e il martellare nel petto via via che la pressione sanguigna diminuiva e il cuore tentava di compensarla battendo sempre più in fretta, finché sapevi che si sarebbe fermato. La voce di Zollner mi arrivava da molto lontano. «Signor Corey? Signor Corey? Può farsi in là, ora. Lasci che gli altri diano un'occhiata. Signor Corey?» 13 «Non vogliamo che virus o batteri ottengano un passaggio in autostop fino alla terraferma», disse il dottor Zollner, senza che ve ne fosse bisogno. Ci spogliammo, mettemmo i camici e le pianelle in un cesto e la biancheria di carta in un contenitore per i rifiuti. Non ero del tutto a fuoco, mi limitavo a compiere gesti che vedevo fare agli altri. Seguimmo tutti il dottor Zollner nella stanza delle docce - io, Max, Nash e Foster - e ce ne stemmo sotto i getti a lavarci i capelli con uno shampoo speciale, a sfregarci le unghie con spazzolino e disinfettante. Facemmo gargarismi con non so che specie di orrido collutorio, sciacquando a lungo e sputando. Io continuavo a insaponarmi e a lavarmi fino a che Zollner disse: «Basta, ora. Finirà per prendersi una polmonite e lasciarci la pelle». Rise. Mi asciugai con il telo di spugna fornitomi, lo gettai in un cesto, poi mi incamminai, nudo, verso il mio armadietto, libero da germi e arcidisinfettato, almeno all'esterno. A parte gli uomini con i quali ero entrato, non c'era in giro nessuno, nemmeno l'inserviente. Vedevo benissimo come una persona potesse eventualmente portar fuori dal laboratorio anche cose grandi e nasconderle lì nello spogliatoio. Ma non penso che questo fosse avvenuto, perciò poco importa che fosse possibile oppure no. Zollner era scomparso e tornò con le chiavi degli armadietti, che distribuì. Aprii il mio e cominciai a rivestirmi. Qualche premurosissimo individuo, quasi sicuramente il signor Stevens, era stato tanto gentile da lavare e stirare i miei calzoncini, e nel farlo aveva inavvertitamente lavato via dalla tasca l'argilla rossa. Oh, be', ci avevi provato, Corey. Esaminai la mia calibro 38 e sembrava in ordine, ma non sai mai quando
a un burlone viene in mente di limare il percussore, otturare la canna o tirar fuori la polvere dalle pallottole. Presi mentalmente nota di fare, a casa, un accurato controllo di arma e munizioni. Max, il cui armadietto era accanto al mio, mi mormorò: «È stata un'esperienza». Assentii e domandai: «Ora ti senti meglio all'idea di vivere sottovento rispetto a Plum?» «Oh, sì, mi sento meravigliosamente di schifo.» «Sono rimasto impressionato dal biocontenimento», dissi. «Dallo stato dell'arte.» «Già. Ma io sto pensando a un uragano o a un attacco terroristico.» «Il signor Stevens proteggerà Plum Island da un attacco terroristico.» «Ah, sì. E da un uragano?» «Stessa esercitazione che per un attacco nucleare: chinati, metti la testa tra le gambe e datti un bacio d'addio sul sedere.» «Giusto.» Mi guardò e domandò: «Di', stai bene?» «Certo.» «Mi eri sembrato un po' stordito, poco fa.» «Stanchezza. Il polmone mi sibila.» «Mi sento responsabile per averti trascinato in quest'avventura.» «Non vedo perché.» Sorrise e disse: «Se agganci Miss Tuttaquanta dovrai tu un favore a me». «Non ho proprio idea di che cosa stai dicendo.» Infilai i piedi nelle scarpe e mi alzai. «Devi avere una reazione allergica al sapone», dissi a Max. «Hai la faccia tutta chiazze.» «Cosa?» Si mise le mani sulle guance e corse verso lo specchio più vicino. Continuò a guardarsi, sporgendosi meglio al di sopra del lavandino. «Ma di che diavolo stai parlando? La mia pelle sta benissimo.» «Sarà la luce qui dentro.» «Piantala con le stronzate, Corey. Non è un argomento divertente, questo.» «Giusto.» Andai verso la porta dello spogliatoio, dove il dottor Z era in attesa. «Nonostante le mie cattive maniere», gli dissi, «sono davvero colpito da tutta la sua operazione, e la ringrazio del suo tempo.» «Ho goduto la sua compagnia, signor Corey. Mi spiace solo d'averla conosciuta in così tristi circostanze.» George Foster si unì a noi e disse a Zollner: «Intendo fare un rapporto favorevole riguardo alle sue misure di biocontenimento».
«Grazie.» «Ma penso che la sicurezza lungo il perimetro potrebbe essere migliore, e raccomanderò che venga condotto uno studio in tal senso.» Zollner assentì. «Fortunatamente», continuò Foster, «parrebbe che i Gordon non abbiano rubato alcuna sostanza pericolosa e, se qualcosa hanno rubato, si trattava di un vaccino sperimentale.» Zollner annuì di nuovo. Foster concluse: «Raccomanderei un distaccamento permanente di Marine a Fort Terry». Ero ansioso di uscire dallo spogliatoio arancione e tornare alla luce del sole, così mossi verso la porta e tutti mi seguirono. Fuori, nel lustrore del vasto atrio, il dottor Z cercò con gli occhi Beth, ma senza trovarla. A ogni modo, ci avviammo tutti al banco della reception dove scambiammo i nostri pass su catenina di plastica bianca con gli originali azzurri a molletta. Domandai a Zollner: «C'è un negozio dove possiamo comperare souvenir e magliette?» Zollner rise. «No, ma lo suggerirò a Washington. Nel frattempo, dovrebbe pregare di non avere raccolto qualche souvenir d'altro genere.» «Grazie, dottore.» Il dottor Zollner guardò il suo orologio e disse: «Fate in tempo per il traghetto delle 3 e 45, se volete, oppure potete tornare nel mio ufficio, se avete altro di cui discutere». Io avrei voluto tornare alle batterie di artiglieria ed esplorare i corridoi sotterranei, ma pensai che, se l'avessi proposto, mi sarei trovato ad affrontare un ammutinamento. Inoltre, per essere sincero, non me la sentivo di fare un altro giro intorno all'isola. «Aspettiamo il capo», dissi a Zollner. «Non prendiamo decisioni importanti senza di lei.» Il dottor Z assentì e sorrise. Avevo l'impressione che Zollner non sembrasse particolarmente preoccupato riguardo a tutto l'insieme: della possibilità che si mettessero in dubbio la sua sicurezza o le sue misure di biocontenimento, e nemmeno della possibilità che i suoi due biologi più brillanti avessero rubato qualcosa di buono e di prezioso, o qualcosa di malvagio e di letale. Mi passò per la mente che Zollner non fosse preoccupato perché se anche aveva in qualche modo commesso un errore o potesse essere ritenuto responsabile dell'erro-
re commesso da qualcun altro, era già fuori dai guai: già era venuto a patti con il governo; stava cooperando in un occultamento in cambio di poterla far franca su quel problema. C'era anche la possibilità, sia pure remota, che il dottor Z avesse ucciso i Gordon o sapesse chi li aveva uccisi. Per quanto mi riguardava, chiunque avesse avuto contatti stretti con i Gordon era un sospetto. Beth uscì dallo spogliatoio delle signore e si unì a noi presso il banco della reception. Notai che non si era rifatta completamente il trucco, e che le guance le splendevano per la recente strigliata. Fece il cambio dei pass, e il dottor Zollner le riferì le sue offerte e le nostre opzioni. Beth ci guardò e disse: «Io ho visto abbastanza, a meno che non vogliate visitare i bunker sotterranei o qualcosa». Scuotemmo tutti la testa. Lei disse a Zollner: «Ci riserviamo il diritto di rivisitare l'isola in qualsiasi momento, fino a che il caso non sarà chiuso». «Per quanto mi riguarda, siete i benvenuti in qualsiasi momento», rispose lui. E aggiunse: «Ma la decisione non dipende da me». Un clacson suonò all'esterno, e guardai attraverso le porte a vetri. Un autobus bianco era fermo là fuori, e alcuni impiegati stavano salendovi. «Perdonate se non vi accompagno al traghetto», disse il dottor Z. Strinse la mano a tutti noi e ci diede un cordialissimo addio da cui non traspariva alcun senso di liberazione. Un vero signore. Uscimmo nel sole, e io ingurgitai litri e litri d'aria fresca prima di salire sull'autobus. Il conducente era un altro uomo della sicurezza, e intuii che era anche la nostra scorta. C'erano soltanto sei impiegati sull'autobus, e non riconobbi nessuno di quelli che avevamo visto durante il nostro giro. Il bus fece il tragitto di cinque minuti fino alla banchina e si fermò. Scendemmo tutti e ci avviammo verso il traghetto bianco e azzurro, il Plum Runner. Entrammo nella cabina grande, la sirena suonò e levammo gli ormeggi. Noi cinque rimanemmo in piedi, scambiando qualche parola. Uno dell'equipaggio, un tipo riarso dalle intemperie, si avvicinò e ritirò i nostri pass. «E allora», disse, «vi è piaciuta l'isola del dottor Moreau?» Quel riferimento letterario mi colse di sorpresa, venendo da un vecchio lupo di mare. Chiacchierammo un momento con lui e venimmo a sapere che si chiamava Pete. Ci disse anche d'essere addolorato per i Gordon.
Poi si scusò e sali la scala che portava in coperta e in cabina di comando. Lo seguii e, prima che aprisse la porta della cabina di comando, dissi: «Ha un minuto?» «Certo.» «Li conosceva, i Gordon?» «Certo che li conoscevo. Abbiamo navigato insieme su questo battello per due anni, anche se non tutti i giorni.» «Mi hanno detto che usavano la loro barca per fare la spola.» «A volte sì. Un bel Formula 303 nuovo. Due potenti motori. Veloce come il vento.» Tempo di parlare senza mezzi termini. «Qualche probabilità che stessero trasportando droga, con quell'affare?» «Droga? Ma no, che diamine! Non erano in grado di trovare un'isola, figuriamoci una nave contrabbandiera.» «Lei come lo sa?» «Parlavamo di barche, ogni tanto. Non valevano un soldo come navigatori. Non avevano neppure un sistema di navigazione, a bordo, lo sa?» «Giusto.» Ora che lui vi accennava, non avevo mai visto un dispositivo di navigazione satellitare, a bordo. Ma se eri un corriere della droga, ti occorreva un dispositivo di navigazione satellitare. «Forse la prendevano in giro», dissi a Pete. «Forse erano i migliori navigatori da Magellano in poi.» «Chi?» «Perché pensa che non sapessero navigare?» «Ho tentato di farli entrare in una squadra di scafi da corsa. E lo sa? A loro la cosa non interessava.» Pete era un po' tardo. «Forse facevano finta di non saper navigare. Sa, perché nessuno capisse che loro trasportavano droga.» «Dice?» Si grattò la testa. «Sarà. Ma io non credo. A loro non piaceva trovarsi in mare aperto. Se erano nella loro barca e vedevano il traghetto, si portavano dal lato di sottovento e rimanevano con noi per tutta la traversata. Non gli andava di perdere di vista la terra. E questo la fa pensare ai corrieri della droga?» «Direi di no. Ma allora, Pete, secondo lei, chi li ha uccisi e perché?» Con fare teatrale, mi scoccò una rapida occhiata, poi disse: «Mi venga un colpo se lo so». «Ma sa d'averci pensato, Pete. Chi e perché? Qual è stato il suo primo pensiero? Che cosa dice la gente?»
Tergiversò un poco, poi replicò: «Be', credo d'avere pensato che avessero rubato qualcosa dal laboratorio. Sa? Qualcosa come per spazzar via il mondo. E che volessero venderlo agli stranieri o qualcosa. Capisce? E l'affare era andato male, ed erano stati fatti fuori.» «E adesso non lo pensa più?» «Be', ho sentito qualcosa di diverso.» «E cioè?» «E cioè che avevano rubato un vaccino che valeva milioni di dollari.» Mi guardò. «È così?» «Sì, è così.» «Volevano diventare ricchi alla svelta e invece alla svelta sono morti.» «Il salario del peccato è la morte.» «Già.» Pete si scusò ed entrò nella timoniera. È interessante, pensai, che Pete, e probabilmente chiunque altro, compreso il sinceramente vostro, avessero avuto la stessa reazione iniziale alla morte dei Gordon. Poi, ripensandoci, io ero arrivato al traffico di droga. Ora prendevamo in considerazione il vaccino. Ma a volte la prima reazione istintiva è quella giusta. In ogni caso, quello che tutt'e tre le teorie avevano in comune era il denaro. Dal ponte di coperta, guardavo la verde sponda di Plum Island rimpicciolire in lontananza. Il sole era ancora alto a occidente, lo sentivo gradevole sulla pelle. Stavo godendomi la traversata, l'odore del mare, perfino il movimento della nave. Mi sfiorò l'inquietante pensiero di potermi sentire uno del luogo. Quanto prima avrei sgusciato cozze, qualsiasi cosa questo volesse dire. Beth Penrose salì sul ponte e stette per un poco a contemplare la scia della nave, poi si girò e si appoggiò con i gomiti al parapetto, volgendo la faccia al sole. «L'aveva predetto», dissi, «quello che Zollner stava per dire.» Assentì. «Ha un senso, si accorda con i fatti, e risolve il problema, per noi, di credere i Gordon capaci di rubare organismi mortali, e anche il problema di crederli dei trafficanti di droga. I Gordon», aggiunse, «rubavano qualcosa di buono. Qualcosa di redditizio. Il denaro. È il denaro il movente. L'oro che seduce i santi, come diceva Shakespeare.» «Credo d'averne avuto abbastanza di Shakespeare per quest'anno.» Rimuginai un istante e dissi: «Non so perché non ci avevo proprio pensato... Sì, dico, eravamo talmente ottenebrati da pestilenze e cose del genere, da non pensare affatto agli antidoti: vaccini, antibiotici, antivirali e via discor-
rendo. Questo i biologi stanno studiando su Plum, e questo è ciò che hanno rubato i Gordon. Santo cielo, sto diventando idiota». Lei sorrise, poi disse: «Bene, per dirle la verità, avevo cominciato a pensare ai vaccini fin da ieri sera: poi, quando Stevens ha accennato al vaccino per l'afta epizootica, ho capito dove saremmo arrivati da lì». «Giusto. Ora tutti possono riposare tranquilli. Niente panico, niente isterismi, nessuna emergenza nazionale. Gesù, pensavo che saremmo stati tutti morti prima di Ognissanti.» Ci fissammo, e Beth disse: «È tutta una frottola, naturalmente». «Già. Ma è un'ottima frottola. Una panzana che toglie le castagne dal fuoco per Plum Island e per i Federali in generale. Nel frattempo, l'FBI e la CIA possono lavorare tranquillamente al caso senza di noi e senza l'attenzione dei media. Lei, Max e io siamo stati appena esclusi dalla parte del caso che riguarda Plum Island.» «Giusto. Anche se abbiamo ancora un duplice omicidio da risolvere. Tutto da soli.» «Precisamente», dissi a Beth, «e penso che sentirò la mancanza di Ted Nash.» Sorrise, poi mi guardò con espressione seria e osservò: «Non mi metterei contro un uomo come quello». «S'impicchi.» «Eh sì, lei è un duro.» «Ehi, mi sono beccato dieci pallottole e ho finito di bere il caffè prima di avviarmi a piedi all'ospedale.» «Erano tre, ha passato un mese in ospedale, e ancora non si è completamente rimesso.» «Ha parlato con Max. Che cara.» Non reagì. Raramente abboccava all'amo, notai. Dovevo ricordarmene. «Che cosa pensa di Stevens?» mi domandò. «L'uomo giusto al posto giusto.» «Mente?» «Ma certo.» «E Zollner?» «Mi è piaciuto.» «Mente, lui?» «Non per sua natura, come fa Stevens. È stato indotto, però. Gli hanno dato l'imbeccata.» Assentì, poi domandò: «Le è parso spaventato?»
«No.» «Perché no?» «Non ha motivo di spaventarsi. È tutto sotto controllo. Stevens e Zollner hanno fatto i loro patti con il governo.» Annuì, d'accordo. «È anche la mia impressione. La copertura è stata concepita, scritta e diretta ieri sera tardi e stamattina presto. Le luci sono rimaste accese tutta notte a Washington e a Plum Island. Stamattina, noi abbiamo visto la commedia.» «Bravissima.» Poi aggiunsi: «Glielo dicevo di non fidarsi di quei due buffoni». Assentì di nuovo, poi disse: «Non mi sono mai trovata in una situazione in cui non potessi fidarmi di quelli con cui lavoravo». «Io sì. È una vera sfida: attento a quel che dici, parati il culo, fatti spuntare gli occhi dietro la nuca, sta' in campana e ascolta le cose che non vengono dette.» Mi lanciò un'occhiata e domandò: «Si sentiva bene, là?» «Benissimo.» «Dovrebbe riposare un po'.» Ignorai il consiglio. «Nash ce l'ha piccolo piccolo.» «Grazie d'avermi messo a parte della notizia.» «Be', volevo lo sapesse perché ho visto che s'interessava a lui, e non volevo che sprecasse il suo tempo con uno che ha un mignolino tra le gambe.» «Molto premuroso da parte sua. Perché non s'impiccia degli affari suoi?» «Okay.» Il mare si era fatto un po' più mosso nel mezzo del Canale, e mi appoggiai al parapetto per reggermi. Guardavo Beth, che ora aveva gli occhi chiusi, e con la testa gettata all'indietro coglieva gli ultimi raggi di sole. Avrò accennato, forse, che aveva una faccia da Cupido, innocente e sensuale al tempo stesso. Sul principio della trentina, come ho già detto, e sposata una volta, come aveva detto lei. Mi domandavo se il suo ex fosse un piedipiatti, o se non tollerasse che lo fosse lei, o quale fosse stato il problema. Le persone della sua età hanno un certo bagaglio; quelle dell'età mia hanno interi magazzini di bauli. Con gli occhi ancora chiusi, Beth mi domandò: «Che cosa farebbe, se la mandassero in pensione per invalidità?» «Non lo so.» Ci pensai su, poi risposi: «M'ingaggerebbe Max».
«Non credo che potrà svolgere lavoro di polizia se le accordano i tre quarti dello stipendio. Lei sì?» «Temo di no. Non lo so che cosa potrei fare. Manhattan è cara. È là che vivo io. Penso che dovrei trasferirmi. Quaggiù, magari.» «E qui che cosa farebbe?» «Coltiverei vino.» «Uva. Si coltiva l'uva e poi si fa il vino.» «Giusto.» Apri gli occhi verdazzurri e mi guardò. I nostri sguardi si incontrarono, si frugarono, si penetrarono e via così. Poi lei i suoi li richiuse. Nessuno di noi parlò per alcuni istanti, infine lei riaprì gli occhi e volle sapere: «Perché non crediamo che i Gordon abbiano rubato un vaccino miracoloso allo scopo di ricavarne una fortuna?» «Perché questo lascia ancora troppe domande senza risposta. Prima, e quel motoscafo così potente? Non serve una barca da centomila dollari per prelevare in una sola volta del vaccino prezioso. Dico bene?» «Forse sapevano che prima o poi avrebbero rubato il vaccino, e quindi sapevano di potersi permettere un motoscafo del genere, e ci si sono divertiti. Quando l'avevano comperato?» «Nell'aprile dell'anno scorso. Proprio all'inizio della stagione della nautica da diporto. Diecimila subito, e il resto stavano pagandolo a rate.» «D'accordo, per quale altra ragione non crediamo alla versione degli eventi data da Plum Island?» «Be', perché mai gli acquirenti di quel vaccino avrebbero dovuto ammazzare due persone? Tanto più che l'assassino o gli assassini non potevano sapere con certezza che cosa i Gordon stessero trasportando in quella ghiacciaia.» «Quanto ai due omicidi», disse lei, «sappiamo benissimo che viene ammazzata gente per ragioni insignificanti. Quanto alla merce nella ghiacciaia... mettiamo che i Gordon avessero dei complici sull'isola che avevano caricato il vaccino sulla loro barca? Il complice su Plum chiama la persona o le persone che sono in attesa dei Gordon e avverte che la merce è per la strada. Pensi a un complice su Plum Island. Pensi a Stevens. O a Zollner. O alla dottoressa Chen. O a Kenneth Gibbs. O a chiunque sull'isola.» «Va bene... metteremo il tutto nella sacca degli indizi.» «Altre ragioni?» «Be', non sono un esperto di geopolitica, ma l'Ebola è abbastanza raro, e le probabilità che l'Organizzazione Mondiale della Sanità o i governi afri-
cani interessati ordinino quella roba in quantità mi sembrano un po' remote. In Africa la gente muore di ogni sorta di malattie prevenibili, come la malaria e la tubercolosi, e nessuno sta acquistando duecento milioni di dosi di qualcosa per evitarlo.» «Vero... ma noi non conosciamo i retroscena del commercio di farmaci terapeutici legittimi, se vengano rubati, copiati, se ci sia un mercato nero o cos'altro.» «D'accordo, ma conviene con me che il furto di quel vaccino da parte dei Gordon non suona plausibile?» «No», replicò lei. «È plausibile. Sento semplicemente che è una bugia.» «Esatto. Una bugia plausibile.» «Un'enorme bugia.» «Enorme», confermai. «Cambia il caso.» «Eccome! Cos'altro?» «Be'», dissi, «quel volume di carte nautiche. Non c'è molto, là, ma mi piacerebbe sapere a che cosa corrisponde quel 44106818.» «Certo. E quanto all'archeologia su Plum?» «Ha ragione. È stata una completa sorpresa, per me, e solleva ogni sorta di interrogativi.» «Perché Paul Stevens ce ne ha parlato?» «Perché è di dominio pubblico, e prima o poi ne avremmo sentito parlare.» «Giusto. Qual è il significato della ricerca archeologica?» «Non ne ho idea.» E aggiunsi: «Ma non ha niente a che fare con la scienza dell'archeologia. Era una copertura per qualcosa, una scusa per spingersi nelle zone remote dell'isola.» «Oppure», disse lei, «potrebbe non avere alcun significato.» «Può darsi. E allora abbiamo l'argilla rossa che ho visto nelle scarpe da corsa dei Gordon e che ho visto su Plum. Lungo il percorso dal laboratorio principale fino al parcheggio, all'autobus e infine alla banchina, non c'è un posto dove si possa raccogliere del terriccio rosso nelle suole.» Assentì, poi disse: «Immagino che abbia preso un po' di quella terra rossa quando è andato a orinare». Sorrisi. «Per la verità, sì. Ma quando mi sono rivestito, nello spogliatoio, qualcuno era stato tanto gentile da lavare e stirare i miei short.» «Vorrei che avessero fatto lo stesso per me», fu la sua battuta di rimando. Sorridemmo entrambi.
«Richiederò dei campioni di terriccio», disse lei. «Possono decontaminarli, se proprio insistono nella politica del "Mai lasciare l'isola".» Poi aggiunse: «Lei tende a usare l'approccio diretto, vedo, come impossessarsi delle stampate finanziarie, rubare suolo governativo o chissà cos'altro avrà fatto. Dovrebbe imparare a seguire protocolli e procedure, detective Corey. Tanto più che questa non è la sua giurisdizione, e nemmeno il suo caso. Finirà per mettersi nei guai, e io non intendo rischiare il collo per lei». «Sì, invece. E tra parentesi, in genere io la so lunga in fatto di norme su indizi, diritti dei sospetti, struttura di comando e tutte quelle balle lì, quando si tratta soltanto di normali omicidi. Questo poteva essere - potrebbe ancora essere - la peste-che-mette-fine-a-tutte-le-pesti. Così ho preso qualche scorciatoia. Quello che conta è il tempo, è la dottrina della ricerca accanita e così via. Se salvo il pianeta, sono un eroe.» «Lei si atterrà alle regole e seguirà le procedure. Non faccia niente per compromettere un'eventuale incriminazione o verdetto di colpevolezza.» «Ehi, non abbiamo neppure mezzo sospetto, e lei è già in tribunale.» «È così che lavoro io.» «Credo d'avere fatto tutto quanto potevo, qui», protestai. «Mi dimetto dalla mia posizione di consulente della polizia cittadina.» «La smetta di fare lo scontroso.» Esitò, poi disse: «Io ci terrei che lei restasse. Potrei davvero riuscire a imparare qualcosa da lei». Era chiaro che ci piacevamo, nonostante qualche scontro e qualche incomprensione, alcune differenze d'opinione, temperamenti dissimili, differenze di età e di precedenti, e probabilmente di gruppo sanguigno, di gusti in fatto di musica e Dio sa cos'altro. A pensarci bene, in effetti, non avevamo una sola cosa in comune a parte il mestiere, e non ci trovavamo d'accordo nemmeno su quello. Eppure, l'amavo. Be', va bene, la bramavo. Ma era una bramosia significativa. Ero profondamente coinvolto da quella bramosia. Tornammo a fissarci, e tornammo a sorridere. Tutto questo era sciocco. Era pazzesco. Mi sentivo come un idiota. Lei era così squisitamente bella... mi piaceva la sua voce, il suo sorriso, mi piacevano i suoi capelli ramati sotto il sole, i suoi movimenti, le sue mani... e odorava di nuovo di sapone, dopo la doccia. Amo quell'odore. Associo il sapone con il sesso. È una lunga storia, quella. Infine, lei domandò: «Quale terreno inutile?» «Eh...? Ah, sì, i Gordon.» Spiegai l'annotazione sul libretto degli assegni
e riferii la mia conversazione con Margaret Wiley. «Non sono un ragazzo di campagna», conclusi, «ma non credo che gente senza soldi spenda venticinque sacchi per avere i propri alberi da abbracciare.» «È strano», convenne lei. «Ma la terra è qualcosa di legato alle emozioni. Mio padre», continuò, «era uno degli ultimi agricoltori nell'ovest della Contea di Suffolk, circondato da lotti di ville e villette. Amava la sua terra, ma la zona era completamente cambiata: i boschi, i corsi d'acqua e le altre fattorie non esistevano più, così vendette. Ma dopo non fu mai più quello di prima, nemmeno con un milione di dollari in banca.» Rimase un poco in silenzio, poi disse: «Suppongo che dovremmo andare a parlare con Margaret Wiley, dare un'occhiata a quel terreno, anche se penso che non significhi molto per questo caso». «Secondo me, il fatto che i Gordon non mi abbiano mai detto di possedere un pezzo di terra è significativo. Lo stesso dicasi per gli scavi archeologici. Le cose che non hanno un senso necessitano di una spiegazione.» «Grazie, detective Corey.» «Non intendo dare lezioni, ma tengo un corso al John Jay, e qualche volta mi scappano una o due frasi del genere.» Mi contemplò per qualche istante, poi disse: «Non so mai se vuol prendermi in giro oppure no». In effetti, volevo prenderla, sia pure in tutt'altro senso, ma misi da parte quel pensiero e dissi invece: «Insegno davvero al John Jay». Parlo del John Jay College di Criminologia di Manhattan, una delle migliori scuole del genere della nazione, e immagino che un John Corey professore presentasse per lei un problema di credibilità. «Che cosa insegna?» mi domandò. «Be', certo non le norme sugli indizi, i diritti dei sospetti, o cose simili.» «No, certo.» «Insegno come si conduce un'indagine nei casi di omicidio. Scena del crimine e altro del genere. Il venerdì sera. È la serata clou quanto a soluzione di misteri. Sarà la benvenuta se vorrà assistervi, qualora dovessi tornarci. In gennaio, forse.» «Potrei anche farlo.» «Venga un po' in anticipo. La classe è sempre affollatissima. Sono molto divertente.» «Di questo sono certa.» E io ero certo che Miss Beth Penrose stesse finalmente prendendo in considerazione l'idea. L'idea.
Il traghetto stava rallentando nell'avvicinarsi al molo. «Ha già parlato con i Murphy?» domandai a Beth. «No. L'ha fatto Max. Io li ho in lista per oggi.» «Bene. Verrò con lei.» «Credevo volesse dimettersi.» «Domani.» Estrasse il notes dalla borsetta e prese a esaminarne le pagine. «Ho bisogno da lei la stampata del computer che ha preso in prestito.» «Ce l'ho a casa.» «Bene...» Scorse una pagina e continuò: «Telefonerò per le impronte e in laboratorio. Inoltre ho chiesto al procuratore distrettuale un mandato per le registrazioni telefoniche dei Gordon degli ultimi due anni». «Giusto. Si faccia dare anche un elenco dei detentori di pistola con porto d'arma della città di Southold.» «Pensa che l'arma del delitto possa essere registrata qui?» «Può anche darsi.» «Perché lo pensa?» «Così. Nel frattempo, che continuino a dragare e a immergersi per cercare i proiettili.» «Lo sdamo facendo, ma con poca speranza.» «Un'altra cosa, se raccoglie le armi su Plum Island, si assicuri che a fare gli esami balistici sia la contea, non l'FBI.» «Lo so.» Elencò una serie di cose che andavano fatte, e mi rendevo conto che aveva una mente lucida e ordinata. Era, inoltre, intuitiva e indagatrice. Le mancava soltanto l'esperienza, pensavo, per essere un buon detective. Per essere un grande detective doveva imparare a rilassarsi, a indurre la gente a parlare liberamente e troppo. Invece era un po' troppo risoluta, e la maggior parte dei testimoni, per non parlare dei colleghi, avrebbe tenuto alta la guardia. «Si rilassi.» Sollevò lo sguardo dal notes. «Come, prego?» «Si rilassi.» Rimase un istante silenziosa, poi disse: «Sono un po' in ansia per questo caso». «Lo sono tutti. Si rilassi.» «Proverò.» Sorrise. «So fare le imitazioni. Posso fare lei. Vuol vedere?» «No.» Assunse una posa tutta dinoccolata e dondolante, ficcò una mano in ta-
sca, si grattò il petto con l'altra, poi parlò con una voce da basso e l'accento di New York City. «Ehi, dico, cosa diavolo c'è sotto questo caso? Lo sa, lei? E quella specie di burino, quel Nash... be'? Quello non distingue una chicca da una checca. Quello ha l'intelligenza di un orango, lo sa? Quello...» «Grazie», la interruppi, freddamente. Lei rise davvero, poi disse a me: «Si rilassi». «Non parlo con un accento newyorkese così pronunciato.» «Be', suona così, qui da noi.» Ero alquanto seccato, ma anche divertito, in fondo. Credo. Nessuno di noi due parlò per qualche minuto, poi io commentai: «Sto pensando che il caso non ha più un così grande rilievo, e questo è un bene». Lei assentì. «Poche persone con cui trattare», continuai. «Niente Federali, niente politici, niente media e, per lei, non le assegneranno più aiuto di quanto gliene serve.» Poi conclusi. «Quando lo risolverà, sarà un'eroina.» Mi fissò per un lungo istante, poi domandò: «Crede che lo risolveremo?» «Ma certo.» «E se non ci riusciamo?» «La cosa non mi riguarda. Lei, d'altra parte, avrà un problema di carriera.» «Grazie.» Il traghetto urtò i parabordi di gomma e quelli dell'equipaggio lanciarono due cime. Beth, quasi pensando a voce alta, disse: «Così... in aggiunta alla possibilità di germi letali e di droga, ora abbiamo la possibilità dei farmaci, e non dimentichi che Max ha detto ai media che si trattava di un duplice omicidio di due che, rincasando, sono capitati sulla scena di un banalissimo furto. E la sa una cosa? Può ancora darsi che sia andata così». La guardai e dissi: «E qui ce n'è un'altra per lei...e per lei soltanto. Consideri che Tom e Judy sapessero qualcosa che non erano tenuti a sapere o avessero visto su Plum Island qualcosa che non avrebbero dovuto vedere. Consideri che qualcuno come il signor Stevens o il suo amico signor Nash li abbia fatti fuori. Consideri questo». Rimase silenziosa un bel pezzo, poi disse: «Suona come un pessimo film». E aggiunse: «Ma ci penserò».
Max ci chiamò dal ponte inferiore. «Tutti a terra.» Beth mosse verso gli scalini, poi mi domandò: «Qual è il numero del suo cellulare?» Glielo diedi e lei disse: «Nel parcheggio ci divideremo, e io la chiamerò tra venti minuti». Ci unimmo a Max, Nash e Foster sul ponte di poppa, e tutti ci accingemmo a scendere insieme ai sei impiegati di Plum Island. C'erano soltanto tre persone sulla banchina per il ritorno a Plum, e fui di nuovo colpito dal pensiero di quanto era isolata l'isola. Nel parcheggio, il Capo Sylvester Maxwell del Dipartimento di Polizia di Southold disse a tutti: «Sono soddisfatto perché la parte più preoccupante di questo caso è stata chiarita. Ho altri doveri, perciò lascio che sia il detective Penrose a occuparsi dei due omicidi». Il signor Ted Nash della CIA disse: «Anch'io sono soddisfatto, e poiché sembra che non ci sia stata alcuna violazione della sicurezza nazionale né alcun aspetto internazionale per questa situazione, raccomanderò che la mia agenzia e io veniamo liberati di questo caso». Il signor George Foster dell'FBI disse: «Pare sia stato rubato qualcosa di proprietà del governo, perciò l'FBI continuerà a occuparsi del caso. Farò ritorno a Washington oggi stesso per riferire. Del caso si occuperà l'ufficio locale dell'FBI, e qualcuno si metterà in contatto con lei, Capo». Guardava Beth. «O con lei o con il suo superiore.» Elizabeth Penrose, detective del Dipartimento di Polizia della Contea di Suffolk, replicò: «Bene, pare proprio che sia io. Grazie a tutti voi dell'aiuto». Eravamo ormai pronti per separarci, ma Ted e io dovevamo scambiarci qualche ultima cordiale frecciatina. Cominciò lui, dicendomi: «Spero sinceramente che ci incontreremo di nuovo, detective Corey». «Oh, ne sono certo, Ted. La prossima volta provi a impersonare una donna. Dovrebbe esserle più facile di un tizio dell'Agricoltura.» Mi fissò e ribatté: «A proposito, dimenticavo di dirle che conosco il suo capo, il Tenente Investigativo Wolfe». «Il mondo è piccolo. È anche lui un figlio di buona donna. Ma metta una buona parola per me, vuole?» «Stia tranquillo, gli riferirò che gli manda i suoi saluti e che sembra più che in forma per tornare in servizio.» Foster ci interruppe come al solito, dicendo: «Sono state ventiquattr'ore intense e interessanti. Penso che questa unità operativa possa essere fiera
dei suoi risultati, e non ho alcun dubbio che la polizia locale porterà questo caso a una conclusione soddisfacente». «Per riassumere», dissi io, «lunga giornata, ottimo lavoro, buona fortuna.» Tutti scambiavano strette di mano, ora, perfino io, benché non sapessi se fossi escluso dall'incarico, o se avessi mai avuto un incarico da cui venire escluso. A ogni modo, gli addii furono brevi, nessuno si mostrò untuoso o promise di scrivere o di rivedersi, non ci furono baci né abbracci. Nel giro di un minuto, Max, Beth, Nash e Foster erano saliti nelle rispettive auto, e io mi ritrovavo solo nel parcheggio in atteggiamento meditabondo. Curioso. La sera prima tutti pensavano che fosse arrivato l'Apocalisse, che il Cavaliere Pallido avesse dato inizio alla sua terribile cavalcata. E ora, a nessuno importava un corno di due ladri di vaccini che giacevano all'obitorio. Giusto? Mi mossi lentamente verso la mia auto. Chi era a parte della copertura? Ted Nash e i suoi, ovviamente, e George Foster, dato che c'era stato anche lui sul traghetto precedente insieme a Nash e ai quattro figurini che si erano dileguati con la Caprice nera. Paul Stevens probabilmente ne era a parte, e anche il dottor Zollner. Ero certo che determinate agenzie del governo federale avessero messo insieme una copertura, ed era abbastanza buona per i media, la nazione e il mondo. Ma non lo era abbastanza per il detective John Corey ed Elizabeth Penrose. Nossignore, non lo era. Mi domandavo se Max l'avesse bevuta. In genere la gente vuole credere alle buone notizie, e Max era a tal punto paranoico riguardo ai germi che sarebbe stato davvero felice di poter credere che Plum Island diffondesse antibiotici e vaccini nell'aria. Più tardi avrei dovuto parlare con Max. Forse. L'altra domanda era: se stavano nascondendo qualcosa, che cosa stavano nascondendo? Mi venne il sospetto che forse non lo sapessero bene nemmeno loro. Teoria Uno: avevano bisogno di trasformare il caso da qualcosa di orrido e agghiacciante in un furto banale, e dovevano farlo in fretta per attenuare l'allarme. Ora potevano cominciare a veder di capire di che cosa esattamente si trattava. Forse Nash e Foster erano all'oscuro quanto me sul perché fossero stati assassinati i Gordon. Teoria Due: sapevano perché e chi aveva assassinato i Gordon, e magari erano stati gli stessi Nash e Foster. In realtà non avevo alcuna idea di chi fossero quei due pagliacci. Con tutto quel materiale da cospirazione in mente, mi ricordai quello che
Beth aveva detto riguardo a Nash... Non mi metterei contro un uomo come quello. Mi arrestai a una ventina di metri dalla mia jeep e mi guardai attorno. C'erano almeno un centinaio di veicoli di dipendenti di Plum Island, ora, nel parcheggio del traghetto, ma intorno non si vedeva nessuno, così mi appostai dietro un furgone e tirai fuori il mio telecomando. Uno degli accessori che avevo ottenuto in cambio dei miei quarantamila dollari era il comando a distanza. Schiacciai il segnale dell'accensione, due lunghi e uno breve, e aspettai che l'auto esplodesse. L'esplosione non ci fu. Il motore si era acceso. Lo lasciai girare un po', poi mi avviai verso l'auto e vi salii. Mi domandavo se non stessi eccedendo in cautela. La risposta, penso, nel caso il mio veicolo fosse esploso, è no. La prudenza non è mai troppa, dico io. Finché non avessi scoperto l'assassino, o gli assassini, il mio secondo nome era paranoia. 14 Viaggiavo verso ovest lungo la Main Road, tra il ronzio lieve del motore, la radio sintonizzata su qualcosa di riposante, le scene rurali che scorrevano via, il cielo azzurro, i gabbiani, il meglio che il terzo pianeta a partire dal sole abbia da offrire. Il telefono dell'auto suonò e risposi: «Uomo-che-non-deve-chiedere-mai. Posso fare qualcosa per lei?» «Sì, raggiungermi davanti alla casa dei Murphy.» «Penso di no», replicai. «No? Perché?» «Penso d'essere stato licenziato. Altrimenti, mi dimetto.» «È stato assunto a settimana. Deve finirla, la settimana.» «Chi lo dice?» «Dai Murphy.» Lei riattaccò. Detesto le donne autoritarie. Ciò nonostante, guidai per venti minuti fino alla casa dei Murphy e scorsi il detective Penrose in sosta là davanti, nella sua Ford LTD nera senza contrassegni. Parcheggiai la mia Jeep qualche casa più in là, spensi il motore e scesi. A destra della casa dei Murphy, la scena del crimine era ancora isolata con nastro, e c'era un agente della polizia di Southold di guardia all'esterno. Il furgone della sede mobile della contea era ancora sul prato. Beth era al cellulare quando mi avvicinai, e subito dopo posò il microfo-
no e scese. «Ho appena finito un lungo rapporto al mio capo. Pare che la spiegazione del vaccino per l'Ebola renda felici tutti.» «Gli ha spiegato che pensa si tratti di un cumulo di bugie?» «No... lasciamo da parte quel pensiero, per ora. Pensiamo a risolvere un duplice omicidio.» Ci avvicinammo al portone dei Murphy e suonammo il campanello. La casa era stile ranch anni Sessanta, in condizioni originali, come dicono, piuttosto brutta ma tenuta discretamente. Una donna sulla settantina venne ad aprire, e ci presentammo. Fissò i miei short, probabilmente commentando tra sé quanto apparissero e odorassero appena lavati e stirati. Sorrise a Beth e ci fece entrare. Poi sparì verso il fondo della casa e chiamò: «Ed! C'è di nuovo la polizia!» Tornò in soggiorno e indicò un divano a due posti. Mi ritrovai guancia a guancia con Beth. «Posso offrirvi qualcosa?» ci domandò la signora Agnes Murphy. «Grazie, no, signora», risposi. «Sono in servizio.» Anche Beth rifiutò. La signora prese posto su una sedia a dondolo di fronte a noi. Mi guardai intorno. Lo stile dell'arredo era quello, classico, che io chiamo Vecchiume Antico: mobilio scuro, muffoso, poltrone e sofà imbottiti, una marea di orribili gingilli, souvenir di un cattivo gusto pauroso, foto di nipotini e così via. Le pareti erano di un verde gessoso, e la moquette era... be', ma a chi importa? La signora Murphy era vestita di un completo pantalone rosa, di un tessuto sintetico che sarebbe durato tremila anni. «Le piacevano i Gordon?» le domandai. La domanda la prese alla sprovvista, com'era nelle mie intenzioni. Raccolse le idee e replicò: «Non li conoscevamo molto bene, ma erano persone tranquille». «Perché pensa che siano stati assassinati?» «Be'... come posso saperlo?» Ci guardammo per qualche istante, poi lei aggiunse: «Può darsi che abbia qualcosa a che fare con il loro lavoro». Edgar Murphy entrò pulendosi le mani con uno straccio. Era stato in garage, spiegò, a trafficare con il tagliaerba elettrico. Sembrava vicino agli ottanta e se, come Beth Penrose, mi fossi già mentalmente preparato a un futuro processo, non avrei scommesso che Edgar ce l'avrebbe fatta a venire a deporre. Indossava una tuta verde e scarpe da lavoro e appariva diafano quanto la
moglie. A ogni modo, mi alzai e scambiammo una stretta di mano. Tornai a sedermi, e lui prese posto su una sedia con lo schienale reclinabile, che reclinava al punto da ritrovarsi a fissare il soffitto. Cercavo di incontrare il suo sguardo, ma era difficile, date le rispettive posizioni. Ora ricordo perché non vado mai a trovare i miei. «Ho già parlato con il Capo Maxwell», disse Edgar Murphy. «Sì, signor Murphy», replicò Beth. «Ma io faccio parte della Omicidi.» «E lui, di cosa fa parte?» «Io sono con il Capo Maxwell», risposi. «No, non è vero. Conosco fino all'ultimo agente in forza, io.» Quello minacciava di diventare un triplice omicidio. Levai lo sguardo al soffitto, più o meno verso il punto che stavano fissando i suoi occhi, e parlai, un po' come orientandomi verso un satellite e facendo rimbalzar giù il segnale alla stazione ricevente. «Sono un consulente», dissi. «Senta, signor Murphy...» La signora Murphy interruppe. «Ed, non puoi tirarti su? È molto scortese sedere in quel modo.» «Scortese un corno. È casa mia. Può sentirmi benissimo. Può sentirmi, vero?» «Sissignore.» Beth fece una sorta di riassunto dei fatti, ma sbagliò di proposito nel riferire particolari e orari, e il signor Murphy la corresse, dimostrando d'avere buona memoria a breve termine. Anche la signora Murphy faceva qualche messa a punto degli eventi del giorno precedente. Sembravano testimoni attendibili, e mi vergognavo di me stesso per essermi mostrato impaziente con il più anziano: soprattutto mi pentivo d'avere desiderato di strangolare Edgar là sul suo schienale reclinabile. A ogni modo, mentre Beth e io parlavamo con Edgar e con Agnes, era evidente che c'era ben poco da scoprire riguardo ai nudi fatti: i Murphy erano entrambi in veranda, alle 5 e 30 del pomeriggio, avendo finito di mangiare: da bravi vecchietti, cenavano molto presto, verso le quattro. A ogni modo, stavano guardando la tivù quando avevano udito il motoscafo dei Gordon: riconoscevano i potenti motori, e la signora Murphy espresse la propria opinione: «Mamma mia, che fracasso. Cosa se ne fanno, certi, di motori fracassoni come quelli?» Rompono le scatole ai vicini, signora Murphy. A tutti e due domandai: «L'avete proprio visto, il motoscafo?» «No», rispose lei. «Non ci siamo preoccupati di guardare.»
«Ma potevate vederlo, dalla veranda?» «Il mare possiamo vederlo, sì. Ma stavamo guardando la tivù.» «Meglio che guardare una stupida baia.» «John», disse Beth. Lo ammetto, sono uomo di molti pregiudizi, e mi odio per ciascuno di essi, ma sono un prodotto della mia età, del mio sesso, della mia era, della mia cultura. Sorrisi alla signora Murphy. «Avete una bella casa.» «Grazie.» Per un poco Beth mi sostituì nell'interrogatorio. Si rivolse a entrambi i signori Murphy. «E siete sicuri di non avere udito nessun rumore che potesse essere uno sparo?» «Niente», rispose Edgar Murphy. «Il mio udito è piuttosto buono. Ho sentito Agnes che mi chiamava, no?» «A volte», disse Beth, «gli spari non suonano come pensiamo che debbano suonare. Alla televisione, sapete, risuonano in un certo modo, ma nella vita reale possono far pensare a volte a petardi, o a uno schiocco di frusta, o al ritorno di fiamma di un'auto. Non avete udito alcun suono dopo che i motori si erano fermati?» «Niente.» Era il mio turno. «Okay. Avete udito i motori fermarsi. Stavate ancora guardando la televisione?» «Siii. Ma non la teniamo alta. Ci sediamo molto vicini.» «Con le spalle alle vetrate?» «Siii.» «Okay, avete guardato la televisione per altri dieci minuti. Che cosa l'ha fatta alzare, signor Murphy?» «Era uno degli show di Agnes. Un talk show maledettamente stupido. Il Montel Williams.» «Così lei si è diretto verso la casa accanto per fare due chiacchiere con Tom?» «Mi serviva in prestito una prolunga.» Edgar spiegò che era passato attraverso un'apertura nella siepe, era montato sul tavolato di legno dei Gordon e, Dio buono!, là c'erano Tom e Judy, morti e stramorti. «Quanto era lontano dai cadaveri?» domandò Beth. «Nemmeno sei metri.» «Ne è certo?» «Siii. Ero sul bordo del tavolato, e loro erano come di fronte alla porta a vetri scorrevole. Ne distavano cinque o sei metri.»
«D'accordo. Come sapeva che erano i Gordon?» «Non lo sapevo, al principio. Sono rimasto a fissarli, come impietrito, poi l'ho capito.» «Come sapeva che erano morti?» «Non ne ero proprio sicuro, al primo momento. Però potevo vedere il... be', quello che sembrava come un terzo occhio, sulla fronte di lui. Sa? Non si muovevano di un centimetro. E avevano gli occhi aperti, ma non respiravano, non si lagnavano. Niente.» Beth assentiva. «Allora che cosa ha fatto?» «Sono scappato come il vento.» Toccava a me. Domandai a Edgar: «Quanto tempo pensa di essere rimasto là a guardare?» «Oh, non lo so.» «Mezz'ora?» «Ma nooo! Forse quindici secondi.» Cinque era più probabile, sospettavo. Un paio di volte accompagnai Edgar attraverso quei pochi secondi, cercando di fargli ricordare se in quel momento avesse visto o udito qualcosa di insolito, qualcosa che aveva dimenticato di dire, ma inutilmente. Gli domandai perfino se ricordava d'avere sentito odore di polvere da sparo, ma era come parlare al muro: nel suo primo rapporto al Capo Maxwell c'era tutto, e basta. La signora Murphy confermò. Mi domandavo che cosa sarebbe successo se Edgar fosse passato attraverso quella siepe una decina di minuti prima. Probabilmente, ora non sarebbe stato seduto lì. E mi domandavo se quel pensiero gli avesse sfiorato la mente. «Come pensa che l'assassino si sia allontanato», gli domandai, «se non ha udito né visto un'auto o una barca?» «Be', ci ho pensato a questo.» «E allora?» «Be', qua intorno c'è un sacco di gente che cammina, va in bicicletta, fa jogging e così via. Sa? Penso che nessuno farebbe caso a qualcuno che stesse facendo una cosa del genere.» «Giusto.» Ma forse veder fare jogging con una ghiacciaia sulla testa avrebbe attirato l'attenzione. C'erano buone probabilità che l'assassino si trovasse nelle immediate vicinanze, quando Edgar si era imbattuto nei due cadaveri. Abbandonai i tempi e la scena del crimine e attaccai con un'altra serie di domande. Mi rivolsi alla signora Murphy. «Avevano spesso compagnia, i
Gordon?» «Piuttosto spesso, sì. Un sacco di volte cucinavano all'aperto. Avevano sempre amici per casa.» Beth domandò a Edgar: «Uscivano in barca la sera tardi?» «A volte. Difficile non sentirli, quei motori. A volte tornavano molto tardi.» «Molto tardi quanto?» «Oh, le due, le tre di notte. Pesca notturna, immagino.» Si può pescare da un Formula 303, come avevo fatto alcune volte con i Gordon, ma certo non è una barca da pesca, come era chiaro che anche Edgar sapeva. Ma Edgar apparteneva alla vecchia scuola, ed era convinto che non si dovesse mai parlare male dei morti... salvo sotto pressione. Continuammo a girare intorno all'argomento, informandoci sulle abitudini dei Gordon, sulla presenza di auto sconosciute e così via. Non avevo mai lavorato con Beth Penrose, naturalmente, ma eravamo sulla stessa lunghezza d'onda, formavamo un buon duo. Dopo qualche minuto, la signora Murphy osservò: «Erano una gran bella coppia». Colsi l'imbeccata e domandai: «Pensa che lui avesse un'amica?» «Oh... non intendevo...» «Lei aveva uno spasimante?» «Be'...» «Quando lui non era in casa, c'era un signore che andava a trovarla. Esatto?» «Be', non sto dicendo che fosse un innamorato o altro.» «Ce ne parli.» E ce ne parlò, ma non era affatto una storia piccante. Una volta, in giugno, mentre Tom era al lavoro e Judy era a casa, un bell'uomo ben vestito e con la barba era arrivato con un'auto bianca sportiva di marca indeterminata e se n'era andato un'ora più tardi. Interessante, ma non indizio di una relazione torrida che potesse condurre a un crimine passionale. Poi, alcune settimane prima, un sabato in cui Tom era fuori in barca, un uomo si era fermato sul viale con una «Jeep verde», era andato dietro la casa dove la signora Gordon stava prendendo il sole in un ridotto bikini, si era tolto la camicia, e per un poco aveva preso il sole accanto a lei. «Non mi sembra giusto», disse la signora Murphy, «quando il marito non è in casa. Sì, dico, lei era mezza nuda, e quel tizio si sfila la camicia e si stende proprio accanto a lei, e per un po' se ne stanno lì a chiacchierare, poi lui si alza e se ne va
prima che il marito torni. Ora, di che cosa poteva trattarsi?» «Di una cosa innocentissima», replicai io. «Mi ero fermato per vedere Tom a proposito di qualcosa.» La signora Murphy mi guardava, e potevo sentirmi addosso anche gli occhi di Beth. Alla signora spiegai: «Io ero amico dei Gordon». «Oh...» Edgar Murphy ridacchiò, rivolto al soffitto. «Mia moglie», mi informò, «ha una fantasia oscena.» «Anch'io.» Poi domandai alla signora Murphy: «Vi scambiavate visite con i Gordon?» «Li invitammo qui a cena, una volta, quando si erano appena trasferiti qui, un paio d'anni fa. Loro ci invitarono per un barbecue subito dopo. Non ci siamo mai più trovati, da quella volta.» Potevo immaginare perché. «Conosceva di nome qualcuno dei loro amici?» domandai alla signora Murphy. «No. Immagino che fosse quasi tutta gente di Plum Island. Sono una strana manica di individui, se vuole la mia opinione.» E così via. Chiacchieravano volentieri. La signora Murphy si dondolava, il marito giocherellava con la leva della sedia reclinabile, cambiando di continuo l'inclinazione. Durante una delle posizioni perfettamente piatte, mi domandò: «Che cosa hanno fatto? Rubato un bel po' di germi per spazzar via il mondo?» «No, hanno rubato un vaccino che valeva un mucchio di soldi. Volevano essere ricchi.» «Ah, sì? Erano solo in affitto, in quella casa. Lo sapeva?» «Sì.» «Pagavano fior di soldoni. Troppi.» «Lei come lo sa?» «Conosco il proprietario. Un giovane di nome Sanders. È un costruttore. Il posto lo aveva comperato dagli Hoffmann, che sono amici nostri. Sanders l'aveva pagato troppo, poi lo ha sistemato e l'ha affittato ai Gordon. E loro pagavano troppo d'affitto.» «Lasci che le parli con franchezza, signor Murphy», disse Beth. «C'è chi pensa che i Gordon fossero coinvolti nel traffico di droga. Lei cosa ne dice?» Lui replicò senza un attimo di esitazione. «Può darsi. Erano fuori in barca alle ore più strane. Non mi meraviglierebbe.» «A parte me e l'uomo barbuto con l'auto sportiva», domandai, «avete
mai visto tipi sospetti bazzicare intorno alla casa?» «Be'... per dire la verità, non posso affermare d'averne visti.» «Signora Murphy?» «No, non direi. Erano quasi tutte persone rispettabili. Bevevano un po' troppo... il bidone del vetro da riciclare era pieno di bottiglie di vino... a volte diventavano un po' chiassosi dopo che avevano bevuto, ma la musica era sempre gradevole: non quella roba assurda che si sente al giorno d'oggi.» «Avevate una chiave della loro casa?» Vidi la signora Murphy scoccare un'occhiata al marito, che stava fissando il soffitto. Seguì un attimo di silenzio, poi Murphy disse: «Sì, avevamo la chiave. Tenevamo d'occhio la casa per loro, perché noi di solito ci siamo». «E allora?» «Be'... una settimana fa, circa, vediamo là il furgone di un fabbro e, appena lui se ne va, be', faccio un salto fin là per provare la mia chiave, e non funzionava più. Mi aspettavo che Tom mi desse una chiave nuova, ma non l'ho mai avuta. Lui ce l'ha la chiave di casa mia. Capito? Così, telefono a Gil Sanders e domando a lui, perché il proprietario dovrebbe sempre averla, la chiave, ma lui non ne sa niente. Non sono affari miei, ma se i Gordon volevano che gliela sorvegliassi, la casa, la chiave era logico che l'avessi.» Poi aggiunse: «Ora mi domando se non stessero nascondendo qualcosa, là». «Finiremo per nominarla delegato onorario, signor Murphy. Ehi, non ripeta niente di quanto è stato detto qui a nessuno, salvo il Capo Maxwell. Se si presenta qualcuno a nome dell'FBI, o della polizia della Contea di Suffolk, o della polizia di Stato di New York o altro del genere, c'è il rischio che mentano. Telefonate subito al Capo Maxwell o al detective Penrose. D'accordo?» «D'accordo.» Beth domandò a Murphy: «Possiede una barca, lei?» «Non più. Troppo lavoro e poi costa.» «Qualcuno veniva in barca a trovare i Gordon?» «Di tanto in tanto vedevo una barca ormeggiata al loro pontile.» «Sapeva a chi appartenevano quelle imbarcazioni?» «No. Ma una volta si trattava di un motoscafo uguale al loro. Da corsa. Però non era il loro. Il nome era diverso.» «Lei era abbastanza vicino per vederlo?» domandai io.
«A volte guardo col binocolo.» «Che nome c'era sulla barca?» «Non ricordo. Però non era la loro.» «Vide qualcuno a bordo?» domandò Beth. «No. Mi capitò solo di notare quel motoscafo, ma senza vedere nessuno scenderne o salirvi.» «Quando è stato?» «Vediamo... in giugno, penso... all'inizio della stagione.» «I Gordon erano a casa?» «Non lo so. Io guardavo per vedere chi usciva dalla casa, ma in qualche modo dovevano essermi sfuggiti perché, a un certo punto, sentii il motore e la barca stava già prendendo il largo.» «Vede bene da lontano, lei?» «Non molto, salvo che col binocolo.» «E lei, signora Murphy?» «Stessa cosa.» Convinto che casa Gordon fosse soggetta a maggiore sorveglianza col binocolo di quanto i Murphy volessero ammettere, domandai: «Se vi mostriamo delle foto, potreste dirmi se quelle persone le avete già viste sulla proprietà dei Gordon?» «Può darsi.» Assentii. I vicini ficcanaso possono essere buoni testimoni ma, a volte, come telecamere di sorveglianza da quattro soldi, testimoniano anche troppo di quel che è irrilevante, confuso, noioso e poco comprensibile. Prolungammo di un'altra mezz'ora l'interrogatorio, ma la resa andava via via diminuendo. Il signor Murphy aveva compiuto quasi l'impossibile addormentandosi durante un colloquio con la polizia. Il suo ronfare cominciava a darmi sui nervi. Mi alzai e mi stiracchiai. Anche Beth si alzò e diede il suo biglietto alla signora Murphy. «Grazie del tempo che ci ha dedicato. Mi chiami, se a uno di voi due viene in mente qualcos'altro.» «Va bene.» «Si ricordi», disse Beth, «io sono il detective assegnato a questo caso. Questo è il mio socio. Il Capo Maxwell ci assiste nelle indagini. Non dovete parlare con nessun altro di questo caso.» L'altra assentiva, ma io non sapevo se i Murphy potessero tenere testa a qualcuno come Ted Nash dell'FBI.
Domandai alla signora Murphy: «Le dispiace se facciamo un giro per la sua proprietà?» «No, prego.» Ci congedammo da lei, e io dissi: «Mi spiace se ho annoiato il signor Murphy». «È l'ora del suo pisolino.» «Lo vedo.» Ci accompagnò fino alla porta e confessò: «Sono terrorizzata». «Non è il caso», disse Beth. «La polizia sorveglia il vicinato.» «Potremmo venire assassinati nel sonno.» «Pensiamo sia stato qualcuno che conosceva i Gordon», replicò Beth. «Chissà, un rancore. Voi non avete motivo di preoccuparvi.» «E se tornassero?» Ricominciavo a irritarmi. «Perché mai l'assassino dovrebbe tornare?» domandai, in tono alquanto brusco. «Tornano sempre sulla scena del crimine.» «Non tornano mai sulla scena del crimine.» «Lo fanno, se vogliono uccidere i testimoni.» «Lei, o suo marito, avete assistito al fatto?» «No.» «Allora non vedo perché preoccuparsi», conclusi. «L'assassino potrebbe pensare che abbiamo assistito.» Lanciai un'occhiata a Beth. Lei disse: «Manderò una macchina di pattuglia a tenere d'occhio la situazione. Se lei è nervosa, o se sente qualcosa, chiami il 911». Poi aggiunse: «Stia tranquilla, signora». Agnes Murphy assentì. Aprii la porta e uscii nel sole. A Beth dissi: «In verità, non ha tutti i torti». «Lo so. Prenderò delle precauzioni.» Beth e io ci portammo nel giardino di fianco alla casa e trovammo l'apertura nella siepe. Da li si vedeva il retro della casa dei Gordon e il tavolato e, oltrepassata l'apertura e guardando a sinistra, si poteva guardare fin giù all'acqua. Nella baia c'era un'imbarcazione bianca e azzurra, e Beth disse: «Appartiene alla vigilanza della baia. Abbiamo quattro sub all'opera per cercare due piccoli proiettili tra la fanghiglia e le alghe. Con pochissima speranza». Dal crimine non erano ancora trascorse ventiquattr'ore, e la scena era i-
solata almeno fino al mattino dopo, perciò non entrammo nella proprietà dei Gordon, perché farlo avrebbe significato tornare a registrarsi, e io stavo tentando semmai di ritirarmi e lavarmene le mani. Ma proseguimmo lungo la siepe dal lato dei Murphy, in direzione della baia. La siepe diveniva nana in vicinanza dell'acqua salata e a un certo punto, a una decina di metri dalla riva, potevo guardare al di sopra di essa. Continuammo a camminare fino a dove la baia lambiva la proprietà dei Murphy. A sinistra c'era il loro vecchio attracco galleggiante, a destra quello fisso dei Gordon. Lo Spirocheta non c'era più. «La Capitaneria di porto», mi spiegò Beth, «se l'è portato al suo attracco. Quelli del laboratorio ci lavoreranno là.» Poi mi domandò: «Che cosa ne pensa dei Murphy?» «Penso che sono stati loro.» «A far che?» «A uccidere i Gordon. Non direttamente. Ma hanno intercettato Tom e Judy là fuori, li hanno frastornati per mezz'ora sulle offerte speciali del supermarket, i Gordon hanno estratto le loro pistole e si sono sparati un colpo.» «Possibile», concesse Beth, «ma che fine hanno fatto le pistole?» «Edgar ne ha ricavato sostegni per la carta igienica.» Rise. «Lei è proprio impossibile. Crescerà, una buona volta.» «No. Non voglio.» Nessuno di noi parlò per alcuni secondi. Fermi là, contemplavamo la baia. L'acqua, come il fuoco, affascina. Alla fine, Beth domandò: «Aveva una relazione con Judy Gordon, lei?» «In tal caso, l'avrei detto immediatamente a lei e a Max.» «L'avrebbe detto a Max. Non a me.» «D'accordo. Non avevo nessuna relazione con Judy Gordon.» «Ma ne era attratto.» «Sì, come tutti. Era bella.» Mi ricordai di aggiungere: «È molto intelligente», come se davvero m'importasse un corno di questo. Be', a volte sì, ma in genere dimentico di elencare il cervello tra gli attributi. Poi conclusi: «Visto