ROBERT JORDAN IL DRAGO RINATO (The Dragon Reborn, 1991)
Dedicato a James Oliver Rigney, Sr. (1920-1988) M'insegnò a seg...
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ROBERT JORDAN IL DRAGO RINATO (The Dragon Reborn, 1991)
Dedicato a James Oliver Rigney, Sr. (1920-1988) M'insegnò a seguire sempre il sogno e a viverlo, una volta raggiunto.
Il suo sentiero sarà molteplici sentieri. Chi potrà conoscere il suo nome? Egli nascerà fra noi molte volte, sotto molti aspetti, come già nacque e come sempre nascerà, per infinite volte. Affilata lama d'aratro sarà il suo avvento, rivolterà in solchi le nostre vite, ci strapperà da dove giacciamo in silenzio. Egli è colui che spezza legami; colui che forgia catene. Colui che crea futuri; colui che cambia forma al destino. dai Commentari sulle profezie del Drago di Jurith Dorine, Destra della regina di Almoren 742 d.F., Epoca Terza
PROLOGO Fortezza della Luce
Pensieroso, Pedron Niall lasciò vagare lo sguardo nella sala privata delle udienze, senza realmente vederla. Ai suoi occhi, gli arazzi sbrindellati, un tempo stendardi dei suoi nemici, si confondevano con i pannelli di legno scuro che coprivano pareti di pietra di notevole spessore perfino lì, nel cuore della Fortezza della Luce. L'unica sedia - massiccia, dall'alto schienale, quasi un trono - era per lui invisibile quanto i tavolini sparsi che completavano l'arredamento. Dalla sua mente era svanito perfino l'uomo dal manto bianco che, in ginocchio sull'intarsio a forma di sole raggiato nelle larghe assi del pavimento, frenava a stento l'impazienza, anche se pochi l'avrebbero trascurato con altrettanta noncuranza. L'uomo, Jaret Byar, aveva avuto il tempo di lavarsi, prima d'essere condotto alla presenza di Niall, ma mostrava sull'elmo e sulla corazza l'opacità e le ammaccature dovute al viaggio e all'uso. I suoi occhi, scuri e infossati, splendevano di luce febbrile nel viso magro da cui pareva avessero raschiato ogni brandello di carne superflua. Byar non portava spada - a nessuno era permesso portare armi, in presenza di Niall - ma pareva sul punto di scattare in un impeto di violenza, come segugio in attesa d'essere sguinzagliato. Le braci ardenti nei due lunghi focolari alle estremità della stanza tenevano a bada il freddo del tardo inverno. A dire il vero, quella era una comune stanza da soldati, dove ogni mobile era fatto a regola d'arte, ma senza esagerate raffinatezze... a parte il sole raggiato: alla nomina, ogni Lord Capitano Comandante dei Figli della Luce vi trasferiva il proprio arredamento. L'intarsio raffigurante il sole raggiato, fatto con oro ricavato da monete, era stato consumato da generazioni di postulanti, sostituito, di nuovo consumato. Quell'oro sarebbe bastato a comprare nell'Amadicia un qualsiasi possedimento e relativa patente di nobiltà. Per dieci anni, Pedron Niall l'aveva calpestato senza pensarci due volte, proprio come non badava al sole ricamato sul petto della veste bianca. Finalmente riportò lo sguardo sul tavolino ingombro di mappe, documenti, rapporti: fra le carte, c'erano anche tre disegni arrotolati. Con riluttanza ne prese uno a caso: tutt'e tre mostravano lo stesso soggetto, anche se disegnato da mano diversa.
Pedron Niall aveva pelle sottile come pergamena raschiata, tesa per l'età sopra un corpo che pareva tutt'ossa e tendini, ma non dava la minima impressione di fragilità: nessuno arrivava alla sua carica, se non aveva i capelli bianchi e se non si dimostrava duro quanto le pietre della Cupola della Verità. Tuttavia, a un tratto fu consapevole della tensione dei tendini sul dorso della mano che reggeva il disegno e della necessità di agire in fretta. Il tempo cominciava a mancare. Il suo tempo: e lui doveva fare in modo che fosse sufficiente. Si costrinse a srotolare per metà il foglio di pergamena, quanto bastava a vedere la faccia che gli interessava. Il disegno a gessetti, ora un po' sbavato per il trasporto in bisacce da sella, raffigurava un giovanotto dagli occhi grigi e dai capelli rossicci. Il giovane pareva d'alta statura; a parte capelli e occhi, avrebbe potuto girare in qualsiasi città senza destare commenti. «Questo... questo ragazzo si proclama il Drago Rinato?» borbottò Niall. Il Drago. Al pensiero, rabbrividì, per l'inverno e per l'età avanzata. Lews Therin Telamon era chiamato il Drago, quando aveva condannato alla pazzia e alla morte ogni uomo in grado d'incanalare l'Unico Potere. Erano trascorsi più di tremila anni, da quando l'orgoglio degli Aes Sedai e la Guerra dell'Ombra avevano decretato la fine dell'Epoca Leggendaria. Tremila anni: ma la profezia e la leggenda mantenevano vivo il ricordo... almeno nella sostanza, se non nei particolari, andati perduti. Lews Therin: il Kinslayer, l'Assassino del proprio sangue. L'uomo che aveva dato inizio alla Frattura del Mondo, quando dei pazzi in grado d'attingere al potere che muove l'universo avevano livellato montagne e sprofondato nei mari antiche nazioni, quando l'intera faccia della terra era stata cambiata e i superstiti erano fuggiti come animali selvatici di fronte all'incendio. La Frattura era terminata soltanto alla morte dell'ultimo Aes Sedai maschio, quando i resti sparpagliati della razza umana avevano cominciato la ricostruzione dalle macerie... dove macerie restavano. Era impressa a fuoco nel ricordo, grazie alle storie che le madri raccontavano ai figli. E la profezia diceva che il Drago sarebbe nato di nuovo. Byar fraintese lo spirito del borbottio di Niall e lo considerò una domanda. «Sì, lord Capitano Comandante» rispose. «Si è proclamato. Migliaia di persone si sono già schierate a suo favore. Nel Tarabon e nell'Arad Doman, già in guerra fra loro, è scoppiata la guerra civile. Si combatte per tutta la piana di Almoth e a Capo Toman: tarabonesi contro domanesi contro Amici delle Tenebre che vogliono il Drago... almeno, si combatteva, finché l'inverno non ha raffreddato gran parte degli ardori. Non ho mai visto
la guerra diffondersi così rapidamente. Come fiamme di lanterna scagliata in un fienile. Forse la neve le ha soffocate un poco, ma col ritorno della primavera divamperanno ancora più furiose.» Niall lo interruppe. Già due volte si era fatto raccontare la storia. In parte l'aveva appresa da altre fonti e su alcuni aspetti ne sapeva più di Byar; ma ogni volta che l'ascoltava, si sentiva di nuovo pungolato. «Geofram Bornhald e mille Figli sono morti» disse. «Per mano delle Aes Sedai. Ne sei sicuro, Figlio Byar?» «Sicurissimo, lord Capitano Comandante. Dopo una scaramuccia sulla strada per Falme, ho visto due streghe di Tar Valon. Ci sono costate più di cinquanta uomini, prima che le riempissimo di frecce.» «Sei sicuro... proprio sicuro... che fossero Aes Sedai?» «Il terreno eruttava sotto i nostri piedi» confermò Byar, deciso e convinto. Non era il tipo che possedesse molta immaginazione: la morte fa parte della vita dei soldati, in qualsiasi modo si presenti. «A cielo sereno, i fulmini hanno colpito i nostri ranghi. Quale altra spiegazione può esserci?» Niall annuì, torvo. Dalla Frattura del Mondo non erano più esistiti Aes Sedai maschi, ma le donne che si fregiavano tuttora del titolo erano già una brutta gatta da pelare. Parlavano tanto dei loro Tre Giuramenti: non dire parola che non fosse vera, non fabbricare arma con cui un uomo ne uccidesse altri, usare l'Unico Potere solo contro gli Amici delle Tenebre o la Progenie dell'Ombra. Ma ora avevano mostrato che quei giuramenti erano in realtà menzogne: Niall aveva sempre saputo che nessuno avrebbe desiderato il potere di cui le Aes Sedai disponevano, se non per sfidare il Creatore... e questo significava servire il Tenebroso. «Non sai niente di coloro che si sono impadroniti di Falme e hanno ucciso metà d'una mia legione?» domandò. «Il lord Capitano Bornhald disse che si chiamano Seanchan» rispose Byar, impassibile. «Disse che sono Amici delle Tenebre. E la sua carica li mise in rotta, anche se quelli lo uccisero.» S'infervorò. «C'erano molti profughi di Falme. Tutti coloro con cui ho parlato sono stati d'accordo nel dire che gli stranieri si erano dati alla fuga. Per merito del capitano Bornhald.» Niall sospirò piano: erano quasi le stesse parole che Byar aveva usato le due volte precedenti per riferire dell'esercito comparso apparentemente dal nulla a occupare Falme. "Un buon soldato, come ha sempre detto Geofram Bornhald" pensò. "Ma non il tipo capace di pensare da solo." «Lord Capitano Comandante» disse a un tratto Byar «il capitano Bornhald mi ha ordinato davvero di tenermi lontano dalla battaglia. Dovevo
osservare e riferire a te. E raccontare a suo figlio, lord Dain, come era morto.» «Sì, sì» replicò con impazienza Niall. Per un attimo studiò il viso smunto di Byar. «Nessuno dubita della tua onestà e del tuo coraggio. Le disposizioni di Bornhald erano proprio il genere di ordine che lui avrebbe emanato, di fronte a una battaglia in cui c'era la possibilità che tutti i suoi uomini morissero.» E tra sé soggiunse: "Ma che a te non sarebbe mai venuto in mente". Capì che da Byar non avrebbe appreso altro. «Ti sei comportato bene, Figlio Byar» disse. «Hai il permesso di portare al figlio la notizia della morte di Geofram Bornhald. Secondo gli ultimi rapporti, Dain Bornhald si trova con Eamon Valda nelle vicinanze di Tar Valon. Puoi unirti a loro.» «Grazie, lord Capitano Comandante, grazie.» Byar si alzò e salutò con un profondo inchino. Però, nel rialzarsi, esitò. «Milord Capitano Comandante, siamo stati traditi!» disse, con voce carica d'odio. «Da quell'Amico delle Tenebre di cui parlavi, Figlio Byar?» replicò Niall. Non riuscì a togliere dal tono una punta d'asprezza. I piani di un anno intero giacevano in rovina fra i cadaveri di mille Figli e Byar voleva parlare solo di quell'unico nemico. «Il giovane fabbro che hai visto soltanto due volte, quel Perrin dei Fiumi Gemelli?» «Sì, lord Capitano Comandante. Non so come abbia fatto, ma so che il colpevole è lui. Ne sono sicuro.» «Vedrò cosa si potrà fare al proposito, Figlio Byar» disse Niall. Byar avrebbe voluto replicare, ma lui alzò la mano a bloccarlo. «Puoi andare, ora» lo congedò. L'altro non ebbe scelta: ripeté l'inchino e uscì. Mentre la porta si chiudeva alle spalle di Byar, Niall si accomodò sulla sedia dall'alta spalliera. Che cosa aveva provocato l'odio di Byar per quel Perrin? C'erano troppi Amici delle Tenebre, per sprecare energie odiandone uno in particolare. Troppi Amici delle Tenebre, d'alta e di bassa condizione sociale, nascosti dietro lingue sciolte e schietti sorrisi al servizio del Tenebroso. Tuttavia, un altro nome aggiunto alla lista non avrebbe fatto male. Si mosse a disagio sul duro sedile e cercò una posizione più comoda per le sue vecchie ossa. Non per la prima volta, pensò vagamente che forse un cuscino non sarebbe stato un lusso esagerato. E, non per la prima volta, respinse l'idea. Il mondo correva a capofitto verso il caos e lui non aveva il tempo d'arrendersi all'età. Lasciò che nella mente gli turbinassero tutti i segni forieri del disastro.
La guerra aveva coinvolto il Tarabon e l'Arad Doman, la guerra civile lacerava il Cairhien, la smania di guerra aumentava a Tear e a Illian, città nemiche da lunga data. Forse queste guerre in sé non significavano niente... gli uomini fanno sempre guerra... ma in genere scoppiavano una per volta. E a parte il falso Drago che si trovava da qualche parte nella Piana di Almoth, un altro lacerava la Saldaea e un terzo tormentava Tear. Tre Draghi in una volta sola. Di sicuro erano tutt'e tre falsi, dovevano esserlo! C'erano poi altre piccole cose... alcune, forse, semplici voci prive di fondamento... che prese però tutte insieme... Avvistamenti di Aiel molto a Occidente del Deserto, in luoghi come il Murandy e il Kandor. Solo due o tre Aiel nella stessa zona; ma, uno o mille, gli Aiel erano usciti dal Deserto solo una volta dall'epoca della Frattura. Solo nella Guerra Aiel avevano abbandonato quella distesa di terre desolate. Gli Atha'an Miere, il Popolo del Mare, a quanto si diceva lasciavano perdere il commercio per cercare segni e portenti - di cosa, esattamente, non si sapeva - salpando con navi cariche solo in parte o del tutto vuote. Illian aveva proclamato la Grande Cerca del Corno, per la prima volta in quasi quattrocento anni, e aveva inviato i Cercatori alla ricerca del leggendario Corno di Valere, che secondo la profezia avrebbe chiamato dalla tomba gli eroi defunti per combattere la Tarmon Gai'don, l'Ultima Battaglia contro l'Ombra. Correva voce che gli Ogier, sempre così riservati che gran parte della gente comune li riteneva semplice leggenda, avessero indetto riunioni fra vari stedding molto distanti l'uno dall'altro. Inoltre, cosa più significativa di tutte, le Aes Sedai erano scese in campo, a quanto pareva. Si diceva che avessero mandato nella Saldaea alcune Sorelle contro il falso Drago Mazrim Taim. Per quanto negli uomini si verificasse raramente, Taim aveva davvero la capacità di incanalare l'Unico Potere. Era una capacità da temere e disprezzare di per se stessa, ma pochi ritenevano possibile sconfiggere un uomo del genere, se non con l'aiuto delle Aes Sedai. Meglio consentire il loro intervento, anziché affrontare gli inevitabili orrori che si sarebbero verificati appena Mazrim Taim sarebbe impazzito, come sempre accadeva ai maschi in grado di incanalare il Potere. Viceversa, a quanto pareva, Tar Valon aveva inviato altre Aes Sedai in aiuto del falso Drago comparso a Falme. Era l'unica ipotesi che si adattasse ai fatti. Lo schema degli eventi gelava Niall fino al midollo. Il caos si moltiplicava; eventi inauditi prendevano a ripetersi. Il mondo intero pareva in agitazione, pronto a ribollire. Per lui era chiaro: l'Ultima Battaglia s'appressa-
va davvero. Tutti i suoi piani erano andati a catafascio... quei piani che gli avrebbero garantito fama per cento generazioni tra i Figli della Luce. Ma il subbuglio significava opportunità e lui aveva nuovi piani, nuovi obiettivi, se solo avesse mantenuto la forza e la volontà per portarli a termine. E se la Luce l'avesse tenuto in vita quanto bastava. Un rispettoso colpetto alla porta lo strappò a questi foschi pensieri. «Avanti!» ordinò Niall, brusco. Entrò, con un inchino, un servitore in giubba e brache bianco e oro. A occhi bassi, annunciò che Jaichim Carridin, Unto della Luce, Inquisitore della Mano della Luce, si presentava agli ordini del lord Capitano Comandante. Carridin entrò alle calcagna del servitore, senza attendere l'invito di Niall. Quest'ultimo congedò con un gesto il servo. Prima che la porta si chiudesse del tutto, Carridin aveva già piegato il ginocchio, con uno svolazzo del mantello bianco. Sul petto, dietro il sole, c'era il bastone uncinato scarlatto dei membri della Mano della Luce, chiamati da molti Inquisitori, ma di rado in loro presenza. «Appena ho ricevuto l'ordine di presentarmi, lord Capitano Comandante» disse Carridin, con voce forte «sono subito tornato dal Tarabon.» Per un momento Niall lo esaminò. Carridin era d'alta statura, più vicino ai cinquanta che ai quaranta, con un tocco di grigio nei capelli, eppure robusto e in ottima forma. Come sempre, negli occhi scuri e infossati aveva una luce furbesca. Sotto l'esame silenzioso del lord Capitano Comandante, Carridin non batté ciglio: pochi avevano la coscienza limpida come la sua, o nervi altrettanto saldi. Rimase in ginocchio, ad aspettare con calma, come se fosse faccenda d'ogni giorno, ricevere l'ordine di abbandonare il posto di comando e di tornare subito ad Amador, senza spiegazioni. Ma si diceva che lui avesse più pazienza dei sassi. «In piedi, Figlio Carridin» disse Niall; mentre l'altro si alzava, soggiunse: «Da Falme mi giungono notizie sconcertanti.» Carridin si lisciò le pieghe del mantello e rispose con voce al limite dell'appropriata rispettosità, come se si rivolgesse a un pari grado, non all'uomo cui aveva giurato ubbidienza fino alla morte. «Milord Capitano Comandante si riferisce alle notizie ricevute da Figlio Jaret Byar, ex secondo del lord Capitano Bornhald.» Niall contrasse gli angoli degli occhi, in una reazione che era da sempre presagio di collera. In teoria solo tre persone sapevano che Byar era ad Amador; e nessuno, tranne lui, sapeva da dove era giunto. «Non fare trop-
po il furbo, Carridin» lo ammonì. «Un giorno o l'altro, il tuo desiderio di conoscere ogni cosa finirà per metterti nelle mani dei tuoi stessi Inquisitori.» Carridin mostrò soltanto una lieve tensione delle labbra a quel nome. «Lord Capitano Comandante» replicò «la Mano cerca la Verità dappertutto, al servizio della Luce.» Al servizio della Luce. Non dei Figli della Luce. Tutti i Figli servivano la Luce, ma Pedron Niall spesso si domandava se gli Inquisitori si considerassero davvero parte dei Figli. «E quale verità hai per me, sugli eventi di Falme?» «Amici delle Tenebre, Lord Capitano Comandante.» «Amici delle Tenebre?» ridacchiò Niall, senza traccia di divertimento. «Qualche settimana fa ricevevo da te rapporti secondo cui Geofram Bornhald era un servo del Tenebroso perché spostava soldati verso Capo Toman, malgrado i tuoi ordini.» Il suo tono divenne pericolosamente calmo. «Ora vuoi farmi credere che Bornhald, secondo te Amico delle Tenebre, ha condotto alla morte mille Figli per combattere contro altri Amici delle Tenebre?» «Non sapremo mai se sia stato davvero un Amico delle Tenebre» rispose Carridin, blando «poiché è morto prima che potessimo interrogarlo. Le trame dell'Ombra sono oscure e spesso paiono folli a chi cammina nella Luce. Ma coloro che occuparono Falme erano Amici delle Tenebre, ne sono sicuro. Amici delle Tenebre e Aes Sedai, a sostegno di un falso Drago. Fu l'Unico Potere a distruggere Bornhald e i suoi uomini, non ho dubbi nemmeno su questo, milord Capitano Comandante, proprio come ha distrutto gli eserciti che il Tarabon e l'Arad Doman mandarono contro gli Amici delle Tenebre di Falme.» «E le voci secondo cui gli occupanti di Falme provenivano dalle terre al di là dell'oceano Aryth?» Carridin scosse la testa. «Milord Capitano Comandante, fra la gente corre un mucchio di voci. Alcuni sostengono che fossero gli eserciti di Artur Hawkwing, inviati mille anni fa al di là dell'oceano e tornati a reclamare le proprie terre. C'è persino chi sostiene d'avere visto a Falme lo stesso Hawkwing! E, con lui, metà degli eroi leggendari. L'Occidente è in fermento, dal Tarabon alla Saldaea: ogni giorno nascono centinaia di nuove voci, ciascuna più esagerata della precedente. Gli ultimi sedicenti Seanchan erano soltanto un'altra marmaglia di Amici delle Tenebre radunati per dare aiuto a un falso Drago, ma stavolta con l'aperto sostegno delle Aes Sedai.»
«Quali prove hai?» replicò Niall, facendo in modo d'apparire dubbioso. «Hai fatto prigionieri?» «No, Milord Capitano Comandante. Come senza dubbio ha riferito Figlio Byar, Bornhald riuscì a colpirli con forza sufficiente a farli disperdere. E di certo nessuno, da noi interrogato, ammetterebbe di sostenere un falso Drago. In quanto alle prove... consistono in due parti. Se Milord Capitano Comandante permette...» Niall rispose con un gesto d'impazienza. «La prima parte è negativa. Poche navi hanno tentato la traversata dell'oceano Aryth e per la maggior parte non sono mai tornate. Quelle che tornarono, invertirono la rotta prima di terminare acqua e viveri. Perfino il Popolo del Mare non attraverserebbe l'Aryth, anche se naviga dovunque ci sia commercio, addirittura fino alle terre al di là del Deserto dell'Aiel. Milord Capitano Comandante, se ci fossero davvero terre al di là dell'oceano, sarebbero troppo distanti: l'oceano è troppo vasto. Trasportare un esercito attraverso l'oceano sarebbe impossibile come volare.» «Forse» replicò lentamente Niall. «Di certo è indicativo. Qual è la seconda parte?» «Milord Capitano Comandante, molti di quelli da noi interrogati hanno parlato di mostri che combattevano per gli Amici delle Tenebre e hanno continuato a sostenerlo fino all'ultimo. Cosa potevano essere, questi mostri, se non Trolloc e Progenie dell'Ombra, fatti giungere in qualche maniera dalla Macchia?» Carridin allargò le mani, come se quel ragionamento fosse conclusivo. «Molti ritengono che i Trolloc siano solo storie di viandanti e menzogne; gli altri ritengono che siano stati uccisi tutti nelle Guerre Trolloc. Come chiamerebbero un Trolloc, se non mostro?» «Sì. Sì, forse hai ragione, Figlio Carridin. Forse, dico.» Niall non voleva dargli la soddisfazione di mostrarsi d'accordo. «Ma lui?» Indicò i disegni arrotolati. Se conosceva Carridin, l'Inquisitore ne aveva copia nelle sue stanze. «Quant'è pericoloso? Può incanalare l'Unico Potere?» Carridin si limitò a stringersi nelle spalle. «Forse può, forse non può» rispose. «Se volessero, le Aes Sedai riuscirebbero senza dubbio a far credere alla gente che un gatto è in grado d'incanalare il Potere. In quanto alla pericolosità... ogni falso Drago è pericoloso, finché non lo si sconfigge; e uno apertamente sostenuto da Tar Valon è dieci volte pericoloso. Ma è meno pericoloso ora di quanto non lo sarà fra sei mesi, se non controllato. I prigionieri da me interrogati non l'hanno mai visto, non hanno idea di dove si trovi attualmente. Le sue forze sono sparpagliate. Non credo che ci siano
più di duecento suoi sostenitori radunati in uno stesso posto. I tarabonesi o i domanesi potrebbero spazzarli via, se non fossero troppo impegnati a combattersi fra loro.» «Anche un falso Drago» replicò, asciutto, Niall «non basta a far dimenticare quattro secoli di litigi per il possesso della Piana di Almoth. Come se l'uno o l'altro abbia mai avuto la forza di tenerla sotto controllo.» Vide che Carridin non cambiava espressione e si domandò come riuscisse a mantenersi così calmo. Ma l'Inquisitore non sarebbe rimasto così calmo a lungo, si ripromise. «Non ha importanza, Milord Capitano Comandante» disse Carridin. «L'inverno tiene tutti nel proprio accampamento, consente solo qualche scaramuccia e qualche incursione. Quando la stagione più calda favorirà il movimento delle truppe... Bornhald ha portato soltanto metà legione a morire a Capo Toman. Con l'altra metà, darò la caccia al falso Drago, finché non lo vedrò morto. Un cadavere non è pericoloso per nessuno.» «E se dovrai affrontare ciò che a quanto pare è toccato a Bornhald? Aes Sedai che usano il Potere per uccidere?» «Le loro stregonerie non le proteggono dalle frecce, né da un pugnale nel buio. Muoiono anche loro, come chiunque altro.» Carridin sorrise. «Prometto che avrò successo prima dell'estate.» Niall annuì. Carridin era fiducioso, ora, sicuro che le domande pericolose sarebbero già venute, se fossero state in programma. Ma, si disse, Carridin avrebbe dovuto ricordare che lui era ritenuto persona assai scaltra. «Perché» domandò con calma «non hai portato a Falme le tue forze? Visto che a Capo Toman c'erano Amici delle Tenebre, perché hai cercato di fermare Bornhald?» Carridin batté le palpebre, sorpreso, ma mantenne ferma la voce. «All'inizio erano solo dicerie, Milord Capitano Comandante» rispose. «Dicerie così folli che nessuno poteva credervi. Prima che accertassi la verità, Bornhald era già sceso in campo. Lui era morto, gli Amici delle Tenebre erano dispersi. Inoltre, avevo il compito di portare la Luce nella Piana di Almoth. Non potevo disubbidire agli ordini per andare a caccia di voci incontrollate.» «Il tuo compito?» replicò Niall, alzando la voce e mettendosi in piedi. Carridin lo superava d'una testa, ma arretrò d'un passo. «Il tuo compito?» ripeté Niall. «Il tuo compito era impadronirti della Piana di Almoth! Un secchio vuoto che non appartiene a nessuno, se non a parole e a pretese, e che ti toccava semplicemente riempire. La nazione di Almoth sarebbe ri-
vissuta, sotto il governo dei Figli della Luce, senza bisogno di finto rispetto a un pazzo d'un sovrano. L'Amadicia e l'Àlmoth... una morsa in cui stringere il Tarabon. Nel giro di cinque anni l'avremmo dominato come dominiamo l'Amadicia. E tu ne hai fatto pasto per cani!» Carridin perdette infine il sorriso. «Milord Capitano Comandante» protestò «come potevo prevedere cosa sarebbe accaduto? Ancora un altro falso Drago. Il Tarabon e l'Arad Doman che infine si davano battaglia dopo essersi limitati per tanto tempo a ringhiarsi. E le Aes Sedai che rivelano la propria vera natura, dopo tremila anni di dissimulazione! Comunque, niente è perduto. Posso trovare e distruggere questo falso Drago, prima che i suoi seguaci si uniscano. E appena tarabonesi e domanesi si saranno indeboliti, potranno essere spazzati dalla piana senza...» «No!» scattò Niall, brusco. «I tuoi piani sono finiti, Carridin. Forse dovrei consegnarti subito ai tuoi stessi Inquisitori. Il Sommo Inquisitore non avrebbe obiezioni: digrigna i denti per la voglia di trovare qualcuno su cui scaricare la colpa dell'accaduto. Non accuserebbe mai uno dei suoi, ma non guarderebbe tanto per il sottile, se fossi io a fare il tuo nome. Qualche giorno d'interrogatorio... e confesseresti qualsiasi cosa. Ti dichiareresti perfino Amico delle Tenebre. Entro una settimana finiresti sotto la scure del boia.» Ora Carridin aveva la fronte imperlata di sudore. «Milord Capitano Comandante...» cominciò; e s'interruppe per deglutire. «Pare che Milord Capitano Comandante insinui l'esistenza di un'altra via. Se solo la esponesse, ho giurato ubbidienza.» "Ecco il momento di lanciare i dadi" pensò Niall. Si senti venire la pelle d'oca, come se nel bel mezzo d'una battaglia avesse scoperto all'improvviso che ogni uomo nel raggio di cento passi intorno a lui era un nemico. I Lord Capitani Comandanti non finivano sotto la scure del boia, ma più d'una volta erano morti in modo improvviso e inaspettato, presto compianti e presto sostituiti da uomini con idee meno pericolose. «Figlio Carridin» disse con fermezza «tu ti accerterai che questo falso Drago non muoia. E se una qualsiasi Aes Sedai viene a opporsi, anziché a sostenerlo, ti servirai dei tuoi "pugnali nel buio".» L'Inquisitore rimase a bocca aperta. Però si riprese in fretta e guardò, pensieroso, Niall. «Uccidere le Aes Sedai è un dovere, però... consentire a un falso Drago di vagare in piena libertà? Sarebbe... sarebbe tradimento. Empietà.» Niall trasse un respiro profondo. Percepiva gli invisibili pugnali in attesa
nelle ombre. Ma ormai si era impegnato. «Non è tradimento, fare ciò che va fatto. E per una buona causa si può tollerare perfino l'empietà.» Queste due frasi bastavano a segnare la fine. «Sai come unire la gente, Figlio Carridin? Col sistema più rapido? No? Libera per le strade un leone... un leone rabbioso. E quando tutti saranno in preda al panico, quando avranno perso ogni briciolo di coraggio, annuncia con calma che te ne occuperai tu. Poi uccidi il leone e ordina d'appendere la carcassa dove tutti possono vederla. Prima che abbiano il tempo di pensare, emana un altro ordine e sarai ubbidito. E se continui a dare ordini, tutti continueranno a ubbidire, perché sarai colui che li ha salvati e chi potrebbe essere capo migliore di te?» Carridin mosse la testa, incerto. «Vuoi... vuoi prendere tutto, Milord Capitano Comandante? Non soltanto la Piana di Almoth, ma anche il Tarabon e l'Arad Doman?» «Ciò che voglio riguarda solo me. A te tocca ubbidire, come hai giurato. Mi aspetto d'avere notizia di messaggeri su veloci cavalli che partano già stasera per la piana. Sono sicuro che sai come formulare gli ordini in modo che nessuno sospetti ciò che non deve sospettare. Se devi tormentare qualcuno, che siano tarabonesi e domanesi. Non sarebbe bene che uccidessero loro il mio leone. No, sotto la Luce, imporremo loro la pace.» «Come Milord Capitano Comandante ordina» disse Carridin, untuoso. «Udire è ubbidire.» Troppo untuoso. Niall sorrise freddamente. «Nel caso che il tuo giuramento non sia abbastanza forte, ti avverto: se questo falso Drago muore prima che sia io a ordinarne la morte, o se cade nelle mani delle streghe di Tar Valon, un mattino tu sarai trovato con un pugnale nel cuore. E se mi dovesse accadere qualche, ah, incidente... anche la semplice morte per vecchiaia... non dureresti neppure un mese.» «Milord Capitano Comandante, ho giurato di ubbidire...» «Infatti» tagliò corto Niall. «Cerca di ricordarlo. Ora puoi andare!» «Come Milord Capitano Comandante ordina» disse Carridin, stavolta con voce un po' meno ferma. La porta si chiuse alle spalle dell'Inquisitore. Niall si sfregò le mani. Aveva freddo. I dadi rotolavano e non c'era modo di prevedere quale punteggio avrebbero mostrato, una volta fermi. L'Ultima Battaglia s'appressava davvero. Non la Tarmon Gai'don della leggenda, con il Tenebroso che si liberava ed era affrontato dal Drago. Forse gli Aes Sedai dell'Epoca Leggendaria avevano praticato un'apertura nella prigione del Tenebroso a Shayol Ghul, ma Lews Therin il Kinslayer e i suoi Cento Compagni l'ave-
vano sigillata di nuovo. Il colpo di risposta del Tenebroso aveva contaminato per sempre la metà maschile della Vera Fonte e aveva fatto impazzire Lews Therin e gli altri, dando inizio alla Frattura del Mondo; ma uno di questi antichi Aes Sedai poteva fare cose che sarebbero state impossibili a dieci delle odierne streghe di Tar Valon. I sigilli degli antichi Aes Sedai avrebbero retto. Pedron Niall era dotato di fredda logica e col ragionamento aveva dedotto quale sarebbe stato l'aspetto della Tarmon Gai'don: orde di bestiali Trolloc sarebbero uscite dalla Grande Macchia sciamando a meridione, come avevano già fatto duemila anni prima durante le Guerre Trolloc, sotto la guida dei Myrddraal, i Mezzi Uomini, e forse anche di nuovi Signori del Terrore scelti fra gli Amici delle Tenebre. La razza umana, suddivisa in nazioni ai ferri corti l'una con l'altra, non avrebbe potuto tenere testa alla minaccia. Ma lui, Pedron Niall, l'avrebbe riunita sotto le bandiere dei Figli della Luce. Sarebbero nate nuove leggende per narrare come Pedron Niall aveva combattuto la Tarmon Gai'don e riportato la vittoria. «Per prima cosa» borbottò Niall tra sé «bisogna scatenare nelle vie un leone rabbioso.» «Un leone rabbioso?» Niall si girò di scatto: da dietro un arazzo era sbucato un ometto ossuto dal grosso naso a becco. Per un attimo scorse il pannello che tornava a posto, mentre l'arazzo ricadeva contro la parete. «Ti ho mostrato questo passaggio, Ordeith» sbottò Niall «perché tu potessi rispondere alle mie convocazioni senza che mezza Fortezza lo sapesse, non per consentirti di origliare.» Ordeth attraversò la stanza ed eseguì un inchino. «Origliare, milord?» replicò. «Non farei mai una cosa simile. Sono appena giunto e non ho potuto fare a meno d'ascoltare le ultime parole. Nient'altro.» Aveva in viso un sorrisetto un po' beffardo, che però Niall gli aveva sempre visto, anche quando l'altro non aveva motivo di pensare che qualcuno guardasse. Un mese prima, nel cuore dell'inverno, quell'ometto allampanato era giunto nell'Amadicia, lacero e intirizzito, ed era riuscito a farsi strada fra le guardie fino ad arrivare alla presenza dello stesso Pedron Niall. Pareva possedere, sugli eventi di Capo Toman, informazioni che non comparivano nei voluminosi e oscuri rapporti di Carridin, né nella storia di Byar, né in altre relazioni e dicerie giunte alle orecchie di Niall. Il suo nome era falso, ovviamente: nella Lingua Antica, Ordeith significava "tarlo". Quando Niall gliel'aveva fatto notare, lui aveva solo replicato: "Tutti gli uomini
non sanno più chi eravamo e la vita è spiacevole". Però era intelligente. E aveva aiutato Niall a scorgere lo schema che emergeva dal susseguirsi degli eventi. Ordeith si accostò al tavolino e prese uno dei tre disegni. Mentre lo srotolava quel poco sufficiente a mostrare il viso del giovanotto, accentuò il sorriso, rendendolo quasi una smorfia. Niall era ancora in collera perché l'ometto si era presentato senza convocazione. «Trovi divertente un falso Drago, Ordeith?» lo apostrofò. «O ne sei spaventato?» «Un falso Drago?» replicò piano Ordeith. «Sì. Sì, certo, dev'esserlo. Chi altri potrebbe?» E latrò una risata stridula che diede ai nervi a Pedron Niall. A volte quest'ultimo pensava che Ordeith fosse mezzo matto. Tuttavia, matto o savio, era intelligente. «Cosa significa, Ordeith? Si direbbe che tu lo conosca.» Ordeith trasalì, come se si fosse dimenticato della presenza del Lord Capitano Comandante. «Oh, sì, lo conosco» rispose. «Si chiama Rand al'Thor. Proviene dai Fiumi Gemelli, nelle campagne dell'Andor; è un Amico delle Tenebre così sprofondato all'Ombra che la tua anima rabbrividirebbe anche a saperne solo la metà.» «I Fiumi Gemelli» ripeté Niall, pensieroso. «Qualcun altro ha parlato di un secondo Amico delle Tenebre originario di quelle parti, anche lui giovane. Curioso, che da una regione come quella provengano Amici delle Tenebre. Sono davvero dappertutto.» «Un altro, milord? Dei Fiumi Gemelli? Si tratta di Matrim Cauthon o di Perrin Aybara? Sono della sua stessa età e nell'Ombra lo seguono a ruota.» «Perrin, l'hanno chiamato» disse Niall, corrugando la fronte. «Sono in tre, dici? Dai Fiumi Gemelli non proviene niente, tranne lana e tabacco. Non credo che in tutto il mondo esista un altro insediamento umano più isolato di quello.» «In una città, gli Amici delle Tenebre devono nascondere la propria natura. Devono associarsi con i propri colleghi, con forestieri giunti da altri luoghi, e assentarsi per riferire ciò che hanno visto. Ma nei placidi villaggi fuori del mondo, dove giungono pochi forestieri... Quale posto migliore perché tutti siano Amici delle Tenebre?» «Come mai conosci i nomi di tre Amici delle Tenebre? Di tre persone provenienti da una regione sperduta? Hai troppi segreti, Tarlo. Tiri fuori della manica più sorprese d'un prestigiatore.» «Nessuno, milord, può dire tutto ciò che sa» replicò, serafico, l'ometto.
«Sarebbero soltanto ciance, fino al momento in cui non si riveleranno utili. Ma ti dirò una cosa: questo Rand al'Thor, questo Drago, ha nei Fiumi Gemelli radici profonde.» «Falso Drago!» rettificò Niall, aspro. E l'altro chinò la testa. «Certo, milord. Mi sono espresso male.» All'improvviso Niall si accorse che Ordeith aveva spiegazzato e accartocciato il disegno. L'ometto aveva sempre l'espressione serena e l'ironico sorriso, ma muoveva convulsamente le mani intorno al foglio di pergamena. «Smettila!» ordinò Niall. Gli strappò il disegno e lo lisciò alla meglio. «Non ne ho copie da buttare.» Il disegno era ridotto a macchia confusa e presentava uno sbrego all'altezza del petto della figura, ma il viso era rimasto intatto. «Perdonami, milord» si scusò Ordeith, con un profondo inchino, senza mai perdere il sorriso. «Odio gli Amici delle Tenebre.» Niall esaminò il viso riprodotto a gessetti: Rand al'Thor, dei Fiumi Gemelli. «Forse mi conviene fare piani per i Fiumi Gemelli» disse poi. «Quando la neve andrà via. Forse.» «Come milord vuole» rispose, blando, Ordeith. Mentre percorreva i corridoi della Fortezza, Carridin aveva sul viso una smorfia che consigliava a tutti di stargli alla larga, per quanto a dire il vero ben pochi cercassero la compagnia degli Inquisitori. I servi, che si aggiravano frettolosamente per eseguire le proprie mansioni, cercarono di confondersi con le pareti di pietra e perfino uomini che avevano sul manto bianco nodi d'oro del grado, scantonarono nel vedere la faccia di Carridin. L'Inquisitore spalancò la porta del proprio alloggio e la chiuse con forza alle spalle, senza provare la solita soddisfazione per gli eleganti tappeti del Tarabon e di Tear, dai vividi colori rosso e oro e azzurro, per gli specchi molati di Illian, per l'intarsio a foglia d'oro del lungo tavolo riccamente intagliato posto al centro della stanza e costato un anno di lavoro a un mastro artigiano del Lugard. «Sharbon!» chiamò. Una volta tanto, il suo cameriere personale non comparve. In teoria, avrebbe dovuto rassettare le stanze. «La luce t'incenerisca, Sharbon! Dove ti sei cacciato?» Con la coda dell'occhio colse un movimento; si girò, pronto a seppellire d'imprecazioni Sharbon, ma rimase di sasso: un Myrddraal mosse un passo verso di lui, con la grazia sinuosa d'un serpente.
Il Myrddraal aveva l'aspetto d'un uomo di normale corporatura, ma la rassomiglianza finiva qui. Veste e mantello d'un nero opaco, che parevano immobili anche se la creatura si muoveva, rendevano ancora più livida la pelle color delle larve. Il Myrddraal non aveva occhi: il suo inesistente sguardo riempì di terrore Carridin, come già era accaduto a migliaia di persone prima di lui. «Co...» Carridin s'interruppe, cercò di riportare la voce al tono normale. «Cosa fai qui?»Ma il tono rimase stridulo. Il Mezzo Uomo contrasse in un sorriso le labbra esangui. «Dove c'è ombra, lì posso andare» disse. La voce pareva fruscio di serpente che si muova tra foglie secche. «Mi piace tenere d'occhio tutti quelli al mio servizio.» «Io ser...» Inutile. Con uno sforzo, Carridin strappò lo sguardo dal viso livido e girò la schiena. Sentì un brivido lungo la spina dorsale, al pensiero d'avere alle spalle un Myrddraal. Ogni oggetto risaltava nettamente nello specchio appeso alla parete di fronte... ogni oggetto, escluso il Mezzo Uomo, che vi compariva come macchia confusa. Non era consolante, guardarlo a questo modo, ma sempre meglio che affrontarne lo sguardo. Nella voce di Carridin tornò un po' di forza. «Io servo il...» riprese l'Inquisitore. S'interruppe, rendendosi conto all'improvviso di trovarsi nel cuore della Fortezza della Luce. Se fosse trapelato anche soltanto un accenno delle parole che stava per pronunciare, sarebbe finito davanti alla Mano della Luce. Anche il più umile dei Figli, se l'avesse udito, l'avrebbe ucciso sul posto. Lui era da solo col Myrddraal, e forse con Sharbon... chissà dove si era cacciato, quel maledetto! Sarebbe stato bello avere un altro che dividesse con lui lo sguardo del Myrddraal, anche a costo di doversene liberare, dopo... tuttavia abbassò la voce. «Io servo il Sommo Signore delle Tenebre, come fai tu. Tutt'e due siamo servitori.» «Se ti piace vederla a questo modo...» replicò il Myrddraal, con una risata che diede i brividi a Carridin. «Comunque, scoprirò come mai sei qui, anziché nella Piana di Almoth.» «Ho... ho ricevuto l'ordine di presentarmi al Lord Capitano Comandante.» «Le parole del tuo Lord Capitano Comandante sono sterco!» replicò, brusco, il Myrddraal. «Hai avuto l'ordine di trovare l'uomo chiamato Rand al'Thor e di ucciderlo. Ordine con precedenza assoluta. Perché non hai ubbidito?»
Carridin trasse un respiro profondo. Sentiva sulla schiena lo sguardo del Myrddraal: gli pareva una lama che gli raschiasse la spina dorsale. «La situazione... è cambiata»rispose. «Alcune faccende non sono più sotto il mio controllo, come una volta.» Udì un rumore graffiante e girò di scatto la testa. Il Myrddraal passava la mano sul tavolo e con le unghie grattava via sottili riccioli di legno. «Non è cambiato niente, uomo. Hai rinunciato al giuramento alla Luce e hai fatto nuovi giuramenti. E a questi giuramenti ubbidirai.» Carridin trasalì nel vedere i graffi che rovinavano il lucido legno e deglutì con forza. «Non capisco. Perché a un tratto la sua morte è così importante? Pensavo che il Sommo Signore delle Tenebre intendesse usarlo.» «Interroghi me? Dovresti badare a ciò che dici. Non tocca a te, fare domande. Né capire. A te tocca solo ubbidire! Come ai cani. Questo lo capisci? Stai alle calcagna, cane, e ubbidisci al padrone.» La collera si scavò la strada nella paura: Carridin si tastò il fianco, ma non trovò la spada. L'aveva lasciata nell'altra stanza, prima di presentarsi a Pedron Niall. Il Myrddraal si mosse con la velocità d'una vipera. Carridin spalancò la bocca per gridare, mentre la mano del Myrddraal gli serrava il polso con forza sufficiente a spezzare le ossa e gli mandava lungo il braccio fitte di dolore. Però non emise alcun grido, perché con l'altra mano il Myrddraal gli afferrò il mento e lo costrinse a chiudere le mascelle. Carridin si sollevò sui talloni, poi non toccò più il pavimento. Fra grugniti e farfugli, penzolò nella stretta del Myrddraal. «Ascoltami bene, uomo. Troverai quel giovanotto e lo ucciderai, al più presto possibile. Non credere di poter fingere. Ci sono altri, fra i vostri Figli, che mi riferiranno se farai il tuo dovere. Ma ti darò un incoraggiamento: se nel giro d'un mese Rand al'Thor non sarà morto, prenderò uno del tuo sangue. Un figlio, una figlia, una sorella, uno zio. Non saprai chi, finché il prescelto non sarà morto fra mille sofferenze. Se Rand al'Thor sopravvivrà un secondo mese, prenderò un altro tuo parente. E così via. E quando del tuo sangue non resterà nessuno tranne te, se Rand al'Thor sarà ancora vivo, ti porterò a Shayol Ghul.» Sorrise. «Impiegherai anni interi, a morire. Hai capito, ora?» Carridin emise un verso a metà fra gemito e bisbiglio. Credeva che il collo gli si sarebbe spezzato da un momento all'altro. Con un ringhio, il Myrddraal lo scagliò per terra. Carridin andò a sbatte-
re contro la parete; intontito, scivolò sul tappeto e rimase disteso, faccia a terra, cercando di riprendere fiato. «Hai capito, uomo?» «A... ascolto e ubbidisco» riuscì a dire Carridin, con voce soffocata dal tappeto. Non ebbe risposta. Girò la testa, con una smorfia per il dolore al collo. La stanza era vuota. I Mezzi Uomini cavalcavano le ombre come destrieri, dicevano le leggende; e quando scantonavano, scomparivano. Le pareti non li bloccavano. Carridin aveva voglia di piangere. Si rialzò e imprecò per la fitta di dolore al polso. La porta si aprì; entrò di corsa Sharbon, un tipo grassoccio, che reggeva fra le braccia un cesto. Si fermò di colpo e fissò Carridin. «Padrone, ti senti bene?» domandò. «Perdonami, padrone, se non c'ero. Sono andato a comprare della frutta per la tua...» Con la mano buona Carridin fece volare via il cesto e mandò vizze mele invernali a rotolare sui tappeti; poi rifilò a Sharbon un manrovescio in pieno viso. «Perdonami, padrone» mormorò Sharbon. «Vammi a prendere carta, penna e inchiostro» ringhiò Carridin. «Subito, idiota! Devo mandare ordini.» Mentre Sharbon usciva di corsa, Carridin fissò i graffi sul piano del tavolo e rabbrividì. 1 Attesa
La Ruota del Tempo gira e le Epoche si susseguono, lasciando ricordi che divengono leggenda; la leggenda sbiadisce nel mito, ma anche il mito è ormai dimenticato, quando ritorna l'Epoca che lo vide nascere. In un'Epoca chiamata da alcuni Epoca Terza - un'Epoca ancora a venire, un'Epoca da gran tempo trascorsa - il vento si alzò nelle Montagne delle Nebbie. Il vento non era l'inizio. Non c'è inizio né fine, al girare della Ruota del Tempo. Ma fu comunque un inizio.
Il vento spazzò lunghe valli, livide per la nebbia del mattino, alcune coperte di sempreverdi, alcune spoglie dove l'erba e fiori di campo sarebbero presto spuntati. Ululò fra rovine in parte sepolte e fra monumenti ridotti a macerie, dimenticati come coloro che li avevano costruiti. Gemette nei valichi, brecce erose dalle intemperie fra picchi incappucciati di nevi eterne. Dense nubi restavano incollate alle vette montane, tanto da sembrare un tutt'uno con le candide distese. Nelle terre basse, l'inverno era passato o stava per passare; ma lì, sulle alture, durava ancora e ricopriva di chiazze bianche i fianchi delle montagne. Solo i sempreverdi mostravano foglie o aghi; i rami delle altre piante erano spogli, marrone o grigi contro la roccia o il terreno ancora in letargo. Non c'erano rumori, a parte il fruscio del vento su neve e pietra. La terra pareva in attesa. In attesa che qualcosa spuntasse. In sella al cavallo, appena dentro un folto d'ericacee e di pini, Perrin Aybara rabbrividì e si strinse nel mantello foderato di pelliccia... per quanto gli era possibile, visto che in mano reggeva l'arco lungo e alla cintura portava la grande ascia dalla lama a mezzaluna. Era una buona ascia d'acciaio: quando mastro Luhhan l'aveva forgiata, Perrin stesso aveva azionato i mantici. Il vento gli tirò il mantello, gli scostò il cappuccio mettendo in mostra i ricci arruffati, gli penetrò nella giubba; Perrin piegò le dita dei piedi per scaldarli e cambiò posizione sulla sella dall'alto arcione posteriore, ma a dire il vero non pensava al freddo. Guardò i cinque compagni e si domandò se anche loro provassero la sua impressione: non l'impazienza dell'attesa per ciò che erano stati inviati ad aspettare, ma qualcosa di più. Stepper, il suo cavallo, si mosse e agitò la testa. Perrin aveva dato quel nome al destriero dal mantello baio lupino per il modo in cui alzava gli zoccoli muovendosi velocemente; ora Stepper pareva percepire l'irritazione e l'impazienza del proprio cavaliere. "Sono stufo d'aspettare" pensò Perrin. "Di starmene seduto, mentre Moiraine ci tiene tutti impastoiati. Maledette Aes Sedai! Quando finirà?" Istintivamente fiutò il vento. Vi prevaleva l'odore di cavallo, di persone, di sudore umano. Un coniglio aveva attraversato da poco il folto d'alberi, spinto dalla paura, ma la volpe che l'inseguiva non l'aveva ucciso li. Perrin si rese conto di ciò che faceva e si bloccò. "Credevo che tutto questo vento intasasse il naso" si disse. Quasi rimpianse che non fosse vero. "E non avrei permesso a Moiraine di curarmi." In fondo alla mente sentì un solletico. Si rifiutò di riconoscerlo. Non ne parlò ai compagni.
Gli altri cinque erano in sella; tenevano pronto l'arco da cavaliere e scrutavano anche il cielo, oltre ai pendii coperti di radi alberi. Parevano indifferenti al vento che agitava come bandiere i mantelli. Da sopra la spalla di ciascuno, passando da un taglio praticato nel mantello, sporgeva l'elsa di una spada da impugnare a due mani. Nel vedere quelle teste scoperte, rasate a parte il ciuffo sulla cima, Perrin sentì più freddo. Per loro, quella era già primavera inoltrata. Avevano perduto ogni mollezza in una fucina più dura di quella da lui conosciuta. Quegli uomini erano shienaresi, provenivano dalle Marche di Confine lungo la Grande Macchia, dove in qualsiasi notte poteva verificarsi un'incursione di Trolloc, dove persino mercanti e contadini erano costretti a impugnare arco o spada. E loro non erano contadini, ma soldati quasi dalla nascita. Perrin a volte si stupiva della deferenza che gli mostravano e di come l'avevano accettato quale capo. Pensavano, pareva, che lui avesse qualche diritto speciale, qualche conoscenza a loro nascosta. O forse, si disse ironicamente Perrin, il merito era tutto dei suoi amici. Quegli uomini non erano alti come lui, né altrettanto robusti - anni d'apprendistato come fabbro gli avevano dato braccia e spalle grosse il doppio del normale - ma lui aveva preso a radersi ogni giorno per porre termine alle loro battute sulla sua giovane età. Battute amichevoli, certo, ma pur sempre battute. Non voleva cercarsene altre, parlando loro della sensazione che provava adesso. Con un sobbalzo ricordò a se stesso che in teoria anche lui doveva tenere gli occhi aperti. Controllò la freccia incoccata e intanto scrutò la valle che correva verso occidente, allargandosi man mano, striata di larghi e sinuosi nastri di neve, residuo dell'inverno. Laggiù gli sparsi alberi artigliavano ancora il cielo, con rami spogli; ma un certo numero di sempreverdi - pini ed ericacee, abeti e agrifogli, perfino alcuni altissimi larici - si alzava sui pendi e sul fondovalle, fornendo copertura a chi sapesse servirsene. Ma nessuno si sarebbe trovato da quelle parti, senza uno scopo ben preciso. Le miniere erano molto più a meridione, e ancora più a settentrione; molti ritenevano che nelle Montagne delle Nebbie si annidasse la sfortuna e pochi vi entravano, se potevano farne a meno. Gli occhi di Perrin luccicavano come oro brunito. Il solletico divenne un prurito. Avrebbe potuto accantonare il prurito, ma il senso d'attesa non sarebbe scomparso. Come se lui si fosse trovato a barcollare sull'orlo d'un precipizio. Come se ogni cosa barcollasse. Perrin si domandò se nelle montagne circostanti c'era qualcosa di spiacevole. Forse poteva scoprirlo: in luoghi
come quello, dove gli uomini venivano di rado, quasi sempre c'erano lupi. Scacciò l'idea, prima che avesse tempo d'attecchire. Meglio non domandarsi niente, meglio lasciar stare i lupi. Non erano numerosi, ma avevano esploratori. Se lì intorno c'era qualcosa, l'avrebbero scoperto. Però quella era la sua fucina: se ne sarebbe occupato lui e avrebbe lasciato che i lupi si occupassero della loro. Grazie alla vista più acuta degli altri, fu il primo a scorgere il cavaliere che giungeva dalla direzione del Tarabon. Persino ai suoi occhi, era soltanto una chiazza di vivaci colori a dorso di cavallo che procedeva tortuosamente fra gli alberi lontani, ora visibile, ora nascosta. Un cavallo pezzato, pensò Perrin. Era ora! Aprì la bocca per annunciare l'arrivo della donna a cavallo (sarebbe stata una donna, come quelle che l'avevano preceduta) quando Masema borbottò: «Corvo!» come se imprecasse. Perrin alzò di scatto la testa. Un grosso uccello nero perlustrava il terreno, volando sopra la cima degli alberi, a meno di trecento piedi di distanza. Forse cercava una carogna nella neve o qualche piccolo animale, tuttavia Perrin non poteva correre il rischio. Pareva che il corvo non li avesse visti, ma fra breve avrebbe visto di sicuro il cavaliere in arrivo. Senza esitare, Perrin sollevò l'arco, lo tese - impennatura alla guancia, all'orecchio - e scagliò la freccia, il tutto in un unico, fluido movimento. Si accorse vagamente dello schiocco della corda, perché concentrava sull'uccello nero tutta l'attenzione. All'improvviso, colpito dalla freccia, il corvo roteò su se stesso, fra uno schizzo di piume nere, e cadde verso terra, mentre altre due frecce saettavano nel punto dove si trovava fino all'attimo prima. Tendendo in parte l'arco, gli altri shienaresi frugarono il cielo per scoprire se il corvo avesse compagni. «Deve fare rapporto, oppure... lui... vede ciò che vede il corvo?» disse piano Perrin. Non aveva avuto intenzione di farsi udire dagli altri, ma Ragan, lo shienarese più giovane, comunque di quasi dieci anni più anziano di lui, gli rispose, mentre incoccava una freccia. «Deve fare rapporto. In genere, a un Mezzo Uomo.» Nelle Marche di Confine c'era un premio per l'uccisione dei corvi: nessuno osava presumere che un qualsiasi corvo fosse un semplice uccello. «Luce santa, se il Tenebroso vedesse con gli occhi dei corvi, saremmo morti ancora prima d'arrivare alle montagne.» Parlò con calma: per un soldato shienarese, era una faccenda di tutti i giorni. Perrin rabbrividì, non per il freddo, e in fondo alla mente una parte di lui
ringhiò una sfida all'ultimo sangue. Il Tenebroso si serviva spesso di corvi, di cornacchie e, nelle città, di ratti. Dalla faretra agganciata alla cintura, dove bilanciava l'ascia posta sull'altro fianco, Perrin prese un'altra freccia a punta larga. «Sarà anche grosso come un randello» disse con ammirazione Ragan, guardando l'arco di Perrin «ma tira che è un piacere. Non vorrei scoprire di persona cosa può fare a un uomo in armatura.» Al momento, sotto la normale giubba, gli shienaresi portavano solo una leggera cotta di maglia, ma in genere combattevano indossando l'armatura, sia uomini, sia cavalli. «Troppo lungo, da cavallo» brontolò Masema: la cicatrice triangolare sulla guancia scura rese più beffardo il suo sogghigno sprezzante. «Un buon pettorale fermerebbe anche una freccia a punta sottile, tranne che da brevissima distanza; e se sbagli il primo tiro, il tuo bersaglio ti sventra.» «Il punto è proprio questo, Masema» replicò Ragan, un po' più rilassato, poiché il cielo rimaneva sgombro. Di sicuro il corvo era stato da solo. «Con questo arco dei Fiumi Gemelli, non occorre avvicinarsi molto.» Masema aprì bocca per ribattere. «Tenete a freno la linguaccia, voi due!» intervenne, brusco, Huno. Con la lunga cicatrice sulla guancia sinistra e l'orbita vuota, aveva un viso duro anche per uno shienarese. Nell'autunno, durante il viaggio verso le montagne, si era comprato una toppa dipinta: un occhio perennemente corrucciato, d'un feroce color rosso, non faceva niente per rendere più facile affrontare il suo sguardo. «Se non riuscite a tenere la maledetta mente concentrata sul vostro maledetto compito, un turno di guardia extra stanotte vi farà passare la voglia di distrarvi.» Sotto il suo sguardo fisso, Ragan e Masema smisero di discutere. Huno rivolse ai due ancora un'occhiata torva, che svanì mentre lui si rivolgeva a Perrin. «Non vedi ancora niente?» domandò. Il tono era un po' più stizzoso di quello che avrebbe usato nei riguardi di un comandante impostogli dal re dello Shienar o dal signore di Fal Dara, tuttavia dava la sensazione che Huno fosse pronto a fare qualsiasi cosa Perrin avesse suggerito. Gli shienaresi sapevano quanto fosse acuta la vista di Perrin, ma parevano ritenerla dote normale, così come non davano peso al colore dei suoi occhi. Di lui sapevano ben poco, ma lo accettavano com'era. O come pensavano che fosse. Parevano accettare tutto e niente. Il mondo cambia, dicevano. Tutto gira sulle ruote del caso e del cambiamento. Se un uomo aveva occhi d'un colore che mai nessuno aveva avuto, cosa importava, ora? «Arriva» rispose Perrin. «Ormai dovreste scorgerla. Laggiù.» Indicò il
punto e Huno si sporse, aguzzando l'unico occhio. Alla fine annuì, poco convinto. «Laggiù si muove qualche maledetta cosa» ammise. Altri annuirono e mormorarono. Huno li guardò in cagnesco e loro tornarono a scrutare il cielo e le montagne. A un tratto Perrin capì il significato dei vivaci colori del lontano cavaliere. Una sottana verde vivo che sporgeva da un mantello rosso acceso. «Quella donna è dei Girovaghi» disse, sorpreso. Nessun altro indossava vestiti di colori così brillanti e bizzarramente assortiti. Avevano aspettato e guidato nel cuore delle montagne donne d'ogni sorta: una mendicante coperta di stracci, che si era aperta a fatica la strada in una tormenta; una mercante che conduceva da sola una fila di cavalli da soma; una dama vestita di seta e di eleganti pellicce, con le redini del palafreno infiocchettate di nastri rossi e finiture dorate alla sella. La mendicante si era accomiatata con un borsello di monete d'argento... secondo Perrin, più di quanto potessero permettersi di dare; ma la dama aveva lasciato un borsello di monete d'oro, anche più pieno. Donne d'ogni condizione sociale, sempre da sole, provenienti dal Tarabon, dal Ghealdan, perfino dall'Amadicia. Ma lui non si era mai aspettato di vedere una donna Tuatha'an. «Una maledetta Calderaia?» esclamò Huno. Gli altri fecero eco alla sua sorpresa. Ragan scosse la testa. «Una Calderaia non s'immischierebbe in questa storia. O non è Calderaia, o non è quella che aspettiamo.» «Calderai» ringhiò Masema. «Codardi buoni a nulla.» Huno aguzzò l'occhio, fino a farlo sembrare punzone da maniscalco; con l'altro dipinto in rosso sulla toppa, aveva un aspetto brigantesco. «Codardi, Masema?» disse piano. «Se tu fossi una donna, avresti il coraggio di cavalcare fin quassù, da sola e disarmata?» Senza dubbio non avrebbe avuto armi, se era una Tuatha'an. Masema non replicò, ma la cicatrice sulla guancia divenne più sporgente e più livida. «Maledizione, io non lo farei» disse Ragan. «E tu neppure,» Masema. Masema si strattonò il mantello e scrutò con ostentazione il cielo. Huno sbuffò. «Voglia la Luce che quel maledetto mangiacarogne fosse da solo» brontolò. Lentamente, la giumenta bianca e marrone s'avvicinava, scegliendo il percorso, sul terreno sgombro fra i larghi banchi di neve. Una volta la donna si fermò a scrutare qualcosa sul terreno, poi si tirò sulla testa il cappuccio e a colpi di tallone spinse al passo la cavalcatura. "Il corvo" pensò
Perrin. "Smettila di guardarlo e vieni avanti, donna. Forse finalmente porti la parola che ci toglierà di qui. Se Moiraine non vuole tenerci qui fino a primavera. La Luce l'incenerisca!" Per un momento non fu sicuro se l'imprecazione era riferita all'Aes Sedai o alla Calderaia che pareva non avere alcuna fretta. Se avesse mantenuto quella linea di marcia, la donna sarebbe transitata a una buona trentina di passi dal folto d'alberi. Con gli occhi fissi su dove la giumenta pezzata posava gli zoccoli, non lasciava capire se avesse visto la gente in attesa fra gli alberi. Perrin diede un colpo di tallone al cavallo; il baio si lanciò avanti, sollevando schizzi di neve. Più indietro, Huno ordinò a bassa voce: «Andiamo!» Stepper aveva già coperto metà della distanza, prima che la donna si accorgesse degli intrusi; allora fermò di colpo la giumenta e li guardò formare un semicerchio incentrato su di lei. Un ricamo d'un azzurro da fare male agli occhi, secondo il disegno detto "labirinto tairenese", rendeva ancora più vistoso il mantello rosso. La donna non era giovane, ma aveva sul viso poche rughe, oltre a quella di disapprovazione per le armi. Però non si mostrò allarmata per l'incontro con uomini armati nel cuore delle montagne desolate. Continuò a tenere le mani sul pomo della sella, assai usata ma ben tenuta. E non emanava l'odore della paura. "Basta con questa storia!" si rimproverò Perrin. Cercò di rendere dolce il tono, per non spaventare la donna. «Mi chiamo Perrin» disse. «Se ti occorre aiuto, farò il possibile. Altrimenti, la Luce ti accompagni. Però, se i Tuatha'an non hanno cambiato sistema di vita, sei molto lontano dai tuoi carrozzoni.» Prima di rispondere, la donna li esaminò per un momento. Aveva negli occhi una luce garbata, non sorprendente per una Girovaga. «Cerco un'... una donna» disse. L'esitazione, per quanto breve, era stata chiara: non cercava una donna qualsiasi, ma un'Aes Sedai. «Ha un nome?» domandò Perrin. Ripeteva una prassi già seguita troppe volte negli ultimi mesi, per avere bisogno della sua risposta... ma il ferro si rovina, se non lo si cura. «Si chiama.., A volte si fa chiamare Moiraine. Io sono Leya.» Perrin annuì. «Ti condurremo da lei, Leya. Abbiamo dei bei fuochi e, con un po' di fortuna, del cibo caldo.» Ma non si mosse subito. «Come ci hai trovati?» domandò. Aveva già fatto la stessa domanda, ogni volta che
Moiraine l'aveva mandato ad aspettare in un punto particolare l'arrivo d'una donna, da lei previsto. La risposta sarebbe stata identica alle precedenti, ma Perrin doveva fare la domanda. Leya si strinse nelle spalle e rispose con una certa esitazione. «Sapevo... sapevo che, se fossi venuta da questa parte, qualcuno mi avrebbe trovato e condotto da lei. Lo sapevo... semplicemente. Ho notizie per lei.» Perrin non domandò quali fossero. Le donne davano solo a Moiraine le informazioni che portavano. E l'Aes Sedai avrebbe detto agli altri ciò che voleva, pensò Perrin. Le Aes Sedai non mentivano mai, ma si diceva che la verità rivelata da una di loro non sempre fosse la verità che ci si aspettava. Comunque, ormai era troppo tardi per dubbi e scrupoli. «Da questa parte, Leya» disse Perrin. Indicò il pendio montano. Gli shienaresi, con Huno in testa, si accodarono a Perrin e a Leya che iniziavano la risalita. Gli uomini delle Marche di Confine scrutavano il cielo e il territorio; gli ultimi due prestavano particolare attenzione a eventuali segni d'inseguimento. Per un poco cavalcarono in silenzio, a parte il rumore di zoccoli, a volte lo scricchiolio di neve vecchia, a volte l'acciottolio di qualche sasso sui tratti di terreno spoglio. Leya continuava a dare occhiate a Perrin, al lungo arco, all'ascia, al viso; ma non apriva bocca. Sotto questo esame, Perrin si sentiva a disagio ed evitava d'incrociare lo sguardo della donna. Cercava sempre, per quanto possibile, di non dare agli estranei la possibilità di notare il colore dei suoi occhi. A un certo punto disse: «Sono rimasto sorpreso nel vedere una Girovaga, considerate le idee del tuo popolo.» «Si può contrastare il male senza commettere violenza» rispose Leya, con la semplicità di chi dichiara l'ovvio. Perrin replicò con un brontolio agro, ma subito si scusò. «Fosse davvero come dici!» «La violenza danneggia tanto il colpevole quanto la vittima» commentò serenamente Leya. «Per questo fuggiamo da coloro che ci fanno male: per salvarli dal danneggiare se stessi, oltre che per la nostra sicurezza. Se reagissimo con la violenza, diventeremmo come loro. Noi combattiamo l'Ombra, ma con la forza della nostra fede.» Perrin non riuscì a trattenersi. «Ti auguro di non affrontare mai i Trolloc solo con la forza della fede» sbuffò. «La forza delle loro spade ti farà a pezzi.»
«Meglio morire, che...» iniziò lei. Ma per l'ira Perrin la interruppe: un'ira che lei non avrebbe mai capito... ira perché lei sarebbe davvero morta, piuttosto che ferire qualcuno, non importa quanto malvagio. «Se scappi» disse «ti daranno la caccia e ti uccideranno e si ciberanno del tuo cadavere. E forse non aspetteranno che tu sia cadavere! Comunque, tu sarai morta e il male avrà trionfato. Inoltre, esistono uomini altrettanto crudeli. Amici delle Tenebre... e altri: più di quanti non avrei immaginato, fino a un anno fa. Aspetta che i Manti Bianchi decidano che voi Girovaghi non camminate nella Luce e vedrai quanti saranno tenuti in vita dalla forza della vostra fede!» Leya gli scoccò un'occhiata penetrante. «Eppure tu non sei felice, malgrado le armi.» Come faceva a saperlo? Perrin scosse la testa, irritato. «Il Creatore ha fatto il mondo» brontolò. «Non l'ho fatto io. Devo vivere meglio che posso nel mondo così com'è.» «Quanta amarezza in una persona così giovane!» commentò piano lei. «Perché tanta tristezza?» «Dovrei tenere gli occhi aperti, non chiacchierare» replicò Perrin, brusco. «Non mi ringrazieresti, se ti facessi fare una brutta fine.» Spinse avanti Stepper quanto bastava a evitare altre conversazioni, ma continuò a sentire il suo sguardo. E sentì di nuovo il prurito alla nuca; ma, concentrato nell'ignorare lo sguardo di Leya, mise da parte anche questa sensazione. Risalirono e scesero il pendio, attraversarono una valle alberata sul cui fondo scorreva un gelido torrente dove i cavalli affondavano fino al ginocchio. In lontananza, il fianco d'una montagna era stato scolpito a forma di due torreggianti figure. Forse un uomo e una donna, pensava Perrin, anche se da lungo tempo vento e pioggia avevano reso incerti i contorni. Perfino Moiraine sosteneva di non sapere chi rappresentavano, né quando erano state scolpite nel granito. Spinarelli e piccole trote guizzavano lontano dagli zoccoli dei cavalli, lampi argentei nell'acqua chiara. Un cervo alzò la testa dai ciuffi d'erba, esitò nel vedere il gruppo che guadava il torrente, poi si rifugiò a balzi fra gli alberi; un grosso gatto di montagna, dal pelame a strisce grigie e macchie nere, parve sbucare dal terreno, frustrato per l'appostamento fallito: per un attimo guardò i cavalli, con la coda sferzò l'aria e sparì sulle tracce del cervo. Ma fra le montagne non si vedeva ancora molta vita animale. Solo una manciata di uccelli era appollaiata sui rami o becchettava il terre-
no dove la neve si era già sciolta. Ma nel giro di qualche settimana, altri sarebbero tornati fra le vette. Non comparvero corvi. Ormai era tardo pomeriggio, quando Perrin guidò il gruppetto nel passo fra due ripide montagne dalla cima innevata, ammantata di nubi, e risalì un piccolo torrente che scorreva su sassi grigi in una serie di cascatelle. Fra gli alberi un uccello lanciò il suo richiamo e un altro, più avanti, gli rispose. Perrin sorrise: il richiamo dei fringuelli azzurri, tipici delle Marche di Confine. Nessuno cavalcava da quelle parti senza che occhi acuti lo scorgessero. Si strofinò il naso e non guardò verso l'albero da cui era giunto il richiamo del primo "fringuello". La pista divenne più stretta, mentre cavalcavano fra ericacee stente e qualche quercia nodosa. Il terreno, abbastanza piano da permettere di cavalcare lungo il torrente, divenne tanto stretto da consentire appena il passaggio e il corso d'acqua si assottigliò tanto che lo si sarebbe potuto scavalcare con un passo. Perrin udì che Leya, più indietro, mormorava tra sé. Girò la testa a guardarla: la donna lanciava occhiate agli erti pendii della gola. In alto c'erano alberi sparsi, abbarbicati precariamente: pareva impossibile che non cadessero da un momento all'altro. Gli shienaresi cavalcavano tranquillamente e infine cominciavano a sorridere e a rilassarsi. All'improvviso davanti al gruppo si aprì una profonda conca ovale, dalle pareti erte ma non quanto quelle della stretta gola. Il torrente sgorgava da una piccola sorgente in fondo alla conca. Grazie alla vista acutissima, Perrin scorse un uomo col ciuffo degli shienaresi, appollaiato fra i rami d'una quercia sulla sinistra. Fosse risuonato un richiamo d'alarossa, anziché di fringuello azzurro, l'uomo non sarebbe stato da solo e l'ingresso della conca non si sarebbe rivelato così facile. Un pugno d'uomini poteva tenere quel passo contro un esercito... e se fosse giunto un esercito, un pugno d'uomini avrebbe dovuto tenerlo. Fra gli alberi intorno alla conca c'erano baracche di tronchi, non subito visibili, per cui le persone radunate intorno ai fuochi in fondo parevano sulle prime prive di riparo. In vista ce n'era una decina. E non molti di più erano fuori vista, Perrin lo sapeva. Parecchi girarono la testa al rumore di cavalli e alcuni salutarono con la mano. La conca era piena dell'odore di uomini e di cavalli, di cibo in cottura e di legna bruciata. Accanto ai fuochi, da un alto palo penzolava un lungo stendardo bianco. Una figura alta almeno una volta e mezzo un uomo normale sedeva su di un ceppo, im-
mersa nella lettura di un libro che pareva minuscolo fra le sue mani enormi. La figura non si distrasse neppure quando l'unica persona senza il ciuffo sul cranio rasato gridò: «L'avete trovata, vero? Pensavo che sareste tornati a notte, stavolta.» La voce era femminile, giovane; ma la ragazza indossava giubba e brache da uomo e portava capelli tagliati corti. Una raffica di vento turbinò nella conca, fece svolazzare i mantelli e dispiegò lo stendardo. Per un attimo la creatura che vi era raffigurata parve cavalcare il vento. Un serpente a quattro zampe, dalle scaglie dorate e azzurre, dalla leonina criniera d'oro, con cinque artigli dalla punta dorata all'estremità d'ogni zampa. Uno stendardo leggendario. Uno stendardo che molti non avrebbero riconosciuto, vedendolo; ma che avrebbero temuto, se avessero saputo a chi apparteneva. Perrin mosse la mano a indicare tutta la conca. «Benvenuta nel campo del Drago Rinato, Leya» disse. 2 Saidin
Impassibile, la Tuatha'an fissò lo stendardo che si afflosciava di nuovo; poi rivolse l'attenzione alla gente intorno al fuoco. In particolare alla figura intenta a leggere, alta una volta e mezzo Perrin e robusta il doppio. «Avete con voi un Ogier» disse. «Non avrei mai immaginato...» Scosse la testa. «Dov'è Moiraine Sedai?» Parve che, per quanto la riguardava, lo stendardo del Drago potesse anche non esistere. Perrin indicò la baracca più avanti sul pendio, in fondo alla conca, con pareti e tetto spiovente di tronchi non scortecciati: la più ampia, per quanto di modeste dimensioni. «È quella» disse. «Di Moiraine e di Lan, il suo Custode. Appena avrai bevuto qualcosa di caldo...» «No. Devo parlare a Moiraine.» Perrin non fu sorpreso: appena giunte, insistevano tutte per parlare a Moiraine, subito e in privato. Le notizie, almeno quelle che Moiraine decideva di comunicare anche agli altri, non sempre parevano molto importan-
ti; ma ogni messaggera mostrava la tensione d'un cacciatore che insegua l'ultimo coniglio al mondo per sfamare la famiglia. La vecchia mendicante semicongelata aveva rifiutato coperte e un piatto di stufato fumante, ma era andata subito alla baracca di Moiraine, scalza sotto la neve che continuava a cadere. Leya scese di sella e diede a Perrin le redini. «Ti dispiace provvedere a lei?» disse, accarezzando il muso della giumenta pezzata. «Piesa non è avvezza a portarmi su terreni così accidentati.» «Il foraggio secco è ancora scarso» rispose Perrin «ma le daremo ciò che abbiamo.» Leya annuì e senza dire altro risalì in fretta il pendio, tenendo sollevate le vistose sottane verdi e lasciando sventolare il mantello rosso vivo a ricami azzurri. Perrin smontò con un volteggio e scambiò qualche parola con gli uomini che si erano alzati per occuparsi dei cavalli. Diede l'arco a quello che aveva preso Stepper. No, a parte un corvo avevano visto solo la Tuatha'an, riferì. Sì, avevano ucciso il corvo. No, la donna non aveva parlato di quanto accadeva fuori delle montagne. No, lui non sapeva se sarebbero andati via presto. Presto... o mai, soggiunse tra sé. Moiraine li aveva tenuti lì per tutto l'inverno. Gli shienaresi non credevano che fosse lei a dare gli ordini, ma Perrin sapeva che le Aes Sedai riuscivano sempre a fare a modo loro. Soprattutto Moiraine. Appena i cavalli furono condotti alla rozza stalla di tronchi, i cavalieri andarono a scaldarsi. Perrin aprì i lembi del mantello e protese con piacere le mani verso la fiamma. Dalla grossa pentola proveniva un profumo che già da un poco gli aveva fatto venire l'acquolina in bocca: a quanto pareva, quel giorno qualcuno aveva fatto buona caccia. Lì vicino, intorno a un altro fuoco, arrostivano radici bitorzolute, il cui aroma ricordava vagamente le rape. Perrin arricciò il naso e si concentrò sullo stufato. Voleva soprattutto carne... un desiderio che continuava ad aumentare. La ragazza in abiti maschili scrutava in direzione di Leya, che in quel momento entrava nella baracca di Moiraine. «Cosa vedi, Min?» le domandò Perrin. Lei gli si accostò, con una luce di turbamento negli occhi scuri. Perrin non capiva perché Min insistesse a portare brache, anziché sottane. E non capiva, forse perché la conosceva, come qualcuno potesse vedere in lei un giovanotto fin troppo bello, anziché una ragazza assai graziosa.
«La Calderaia morirà» disse Min, piano, con un'occhiata agli altri intorno al fuoco. Nessuno era tanto vicino da udire. Perrin rimase immobile, ripensando al viso gentile di Leya. Luce santa, i Calderai non facevano male a nessuno! Sentiva freddo, malgrado la vicinanza del fuoco. Rimpianse d'avere fatto a Min quella domanda. Perfino le poche Aes Sedai a conoscenza del talento di Min non capivano come funzionasse. A volte la ragazza vedeva intorno alle persone un'aura, delle immagini; a volte, ne capiva pure il significato. Masuto venne a rigirare lo stufato, con un lungo cucchiaio di legno. Diede loro un'occhiata, si lisciò il naso e sogghignò, prima d'allontanarsi. «Sangue e ceneri!» brontolò Min. «Probabilmente pensa che siamo due innamorati che si scambiano parole dolci accanto al fuoco.» «Sei sicura?» domandò Perrin. Vide Min inarcare il sopracciglio e si affrettò a soggiungere: «Di Leya, volevo dire.» «Si chiama Leya? Rimpiango d'averlo visto. Mi fa stare peggio, sapere e non potere... Perrin, ho visto il suo viso librarsi sopra la sua spalla, coperto di sangue, a occhi sbarrati. Il significato è chiarissimo.» Rabbrividì e si strofinò vivacemente le mani. «Luce santa, vorrei vedere più spesso cose allegre. Pare invece che siano scomparse tutte.» Perrin aprì bocca per suggerirle d'avvisare Leya, ma ci ripensò. Non c'era mai alcun dubbio, su ciò che Min vedeva e capiva, per il meglio o per il peggio. Se lei era certa, l'evento si verificava. «Sangue sul viso» mormorò. «Significa che morirà di morte violenta?» Ebbe una smorfia, accorgendosi della facilità con cui l'aveva detto. Ma che cosa poteva fare? Se avesse informato Leya, se fosse riuscito a convincerla, lei avrebbe vissuto nella paura i suoi ultimi giorni e niente sarebbe cambiato. Min annuì brevemente. Se Leya fosse morta di morte violenta, si disse Perrin, forse ci sarebbe stato un attacco all'accampamento. Ma ogni giorno c'erano esploratori nei dintorni... sentinelle giorno e notte. E Moiraine aveva posto protezioni intorno al campo; nessuna creatura del Tenebroso l'avrebbe visto, se non ci fosse capitata proprio dentro. Pensò ai lupi... e si rifiutò di servirsene. Gli esploratori avrebbero scoperto chiunque cercasse d'avvicinarsi. «C'è molta strada, per tornare fra i Calderai» disse, quasi fra sé. «I Girovaghi non avranno portato i loro carrozzoni più in là delle colline ai piedi delle montagne. Tra lì e qui, potrebbe accadere di tutto.» Min annuì tristemente. «E non siamo tanto numerosi da rinunciare anche
a un solo soldato che l'accompagni. Anche se servisse.» Gliene aveva già parlato: quando, a sei o sette anni, aveva infine capito che gli altri non erano come lei, aveva cercato d'avvertire la gente. Non si era dilungata, ma Perrin aveva l'impressione che i suoi avvertimenti avessero soltanto peggiorato le cose, nei rari casi in cui la gente le credeva. Non era facile credere nella seconda vista di Min, finché non se ne aveva la prova. «Quando?» domandò. La parola gli suonò fredda e dura come un utensile d'acciaio. Non poteva fare niente per Leya, ma forse poteva scoprire se sarebbero stati assaliti. Min alzò le mani in un gesto di stizza; però mantenne bassa la voce. «Non è come credi» replicò. «Non so mai quando una cosa avverrà. So soltanto che avverrà... se capisco il significato di ciò che vedo. La vista non mi viene a comando; e neppure la comprensione. Viene e basta. A volte capisco. Qualcosa. Frammenti. Viene e basta.» Perrin cercò di calmarla, ma lei voleva sfogarsi e continuò come fiume in piena: «Un giorno posso vedere cose intorno a una persona, un altro giorno non vedo niente. Per la maggior parte del tempo non vedo niente intorno a nessuno. Naturalmente le Aes Sedai hanno sempre delle immagini intorno a sé, e anche i Custodi, per quanto nel loro caso sia più difficile capire il significato.» Rivolse a Perrin un'occhiata penetrante, furtiva. «Accade la stessa cosa anche nei confronti di alcuni altri.» «Non dirmi cosa vedi, se mi guardi» l'ammonì in fretta Perrin; poi scrollò le grosse spalle. Anche da bambino era più grosso degli altri e aveva imparato in fretta quanto fosse facile fare male senza volerlo ai più piccoli. Allora era diventato prudente, cauto; e si pentiva degli scatti d'ira, quando li mostrava. «Scusa, Min» riprese. «Non dovevo parlarti così bruscamente. Non volevo ferirti.» Lei lo guardò, sorpresa. «Non mi hai ferito» disse. «Per fortuna, ben pochi vogliono davvero sapere cosa vedo. Io non vorrei, se ci fosse un altro in grado di vedere.» Ma neppure le Aes Sedai avevano notizia di altri che possedessero quel dono. "Dono" secondo loro, non certo secondo Min. «Vorrei proprio poter fare qualcosa per Leya. Non sopporto di sapere e non poter intervenire, al contrario di te.» «È strano che ti stiano tanto a cuore i Tuatha'an» replicò lei, piano. «Loro sono completamente estranei alla violenza, mentre vedo sempre violenza intorno a...» Perrin girò la testa e Min s'interruppe bruscamente.
«Tuatha'an?» disse una voce che pareva il ronzio d'un enorme calabrone. «Cosa c'è, sui Tuatha'an?» L'Ogier si avvicinò al fuoco, tenendo il segno nel libro, con un dito grosso come un salsicciotto. Nell'altra mano reggeva la pipa, da cui si alzava un sottile filo di fumo. Portava una giubba di lana marrone scuro, abbottonata fino al collo e svasata alle ginocchia, sopra gli stivali risvoltati. Perrin gli arrivava appena al petto. Il viso di Loial, col naso tanto largo da sembrare un grugno e con la bocca troppo grossa, aveva spaventato più d'uno. Gli occhi erano grandi come piattini, le folte sopracciglia penzolavano come baffoni fin quasi sulle guance e le orecchie appuntite e villose sporgevano fra i capelli. Chi non aveva mai visto gli Ogier, lo scambiava per un Trolloc, anche se i Trolloc erano creature leggendarie quanto gli Ogier stessi. Loial perdette il sorriso e batté le palpebre, rendendosi conto d'avere interrotto gli altri due. Perrin si domandò come ci si potesse spaventare degli Ogier. Eppure, secondo alcune antiche storie, sapevano essere nemici fieri e implacabili. Lui ne dubitava: gli Ogier non erano nemici di nessuno. Min informò Loial dell'arrivo di Leya, ma non di ciò che aveva visto intorno alla Girovaga. Di solito teneva per sé ciò che vedeva, soprattutto se non erano cose belle. Disse invece: «Dovresti sapere come mi sento, Loial, presa in mezzo all'improvviso fra le Aes Sedai e questa gente dei Fiumi Gemelli.» Loial rispose con un borbottio non impegnativo che Min parve prendere per consenso. «Sì» continuò enfaticamente. «Me ne stavo lì a Baerlon, a vivere come piace a me, quando all'improvviso sono stata afferrata per la collottola e scagliata la Luce sa dove. La mia vita non mi è più appartenuta, da quando ho incontrato Moiraine. E questi contadini dei Fiumi Gemelli.» Roteò gli occhi verso Perrin, con una smorfia. «Volevo solo vivere come più mi piaceva, innamorarmi dell'uomo da me scelto...» Arrossì all'improvviso e si schiarì la voce. «Voglio dire, cosa c'è che non va, nel voler vivere la propria vita senza tutti questi sconvolgimenti?» «Ta'veren» cominciò Loial. Con un gesto Perrin cercò di fermarlo, ma era già difficile farlo rallentare, altro che bloccarlo, quando l'Ogier si lasciava prendere da uno dei suoi argomenti preferiti. Loial, per il modo di vedere degli Ogier, era considerato estremamente frettoloso. Si mise in tasca il libro e, gesticolando con la pipa, proseguì: «Tutti noi influiamo sulla vita di altri. Mentre la Ruota del Tempo ci intesse nel Disegno, il filo della vita di ciascuno tira e strattona quello della vita di altri intorno a noi. La
stessa cosa accade per chi è ta'veren, ma in maniera molto più accentuata. I ta'veren tirano l'intero Disegno, per un certo tempo almeno, e lo costringono a sagomarsi intorno a loro. Più vicino sei a un ta'veren, più ne sei toccata personalmente. Si suol dire che se ti trovassi nella stessa stanza insieme con Artur Hawkwing, sentiresti il Disegno cambiare, forma. Non so quanto sia vero, ma ho letto che è così. Però non funziona in un solo senso. Gli stessi ta'veren sono intessuti più strettamente del resto di noi e hanno meno scelte.» "Ben poche, di quelle che contano" pensò Perrin con una smorfia. Min scosse la testa. «Vorrei solo che non fossero così... così maledettamente ta'veren per tutto il tempo. Ta'veren che tirano da una parte, Aes Sedai che s'impicciano dall'altra... Cosa resta, a una povera donna?» Loial si strinse nelle spalle. «Ben poco, immagino, finché rimane vicino ai ta'veren.» «Come se avessi la possibilità di fare diversamente» brontolò Min. «Hai avuto la fortuna... o la sfortuna, se la vedi a questo modo... d'imbatterti non in uno solo, ma in tre ta'veren. Rand, Mat e Perrin. Per quanto mi riguarda, la ritengo una grande fortuna, anche se non li considerassi amici. Potrei persino...» Guardò i due, a un tratto intimidito, muovendo a scatti le orecchie. «Promettete di non ridere? Penso di scrivere un libro, su questo. Da un po' di tempo prendo appunti.» Min gli rivolse un sorriso amichevole e Loial tornò a raddrizzare le orecchie. «Un'idea magnifica» disse la ragazza. «Ma alcuni di noi si sentono come marionette appese ai fili di questi ta'veren.» «Non l'ho voluto io» sbottò Perrin. Min non gli badò. «È questo che ti è accaduto, Loial? Per questo viaggi con Moiraine? Voi Ogier lasciate raramente gli stedding. Uno di questi ta'veren ti trascina?» Loial esaminò con attenzione la pipa. «Volevo soltanto vedere i boschetti piantati dagli Ogier» borbottò. «Soltanto vedere i boschetti.» Lanciò un'occhiata a Perrin, quasi a chiedere aiuto. Ma Perrin si limitò a sogghignare. "Vediamo come il ferro ti si adatta allo zoccolo" pensò. Non sapeva tutta la storia, ma sapeva che Loial era scappato di casa; aveva novant'anni, ma per i criteri degli Ogier non era ancora tanto adulto da lasciare lo stedding (andare all'Esterno, dicevano loro) senza il permesso degli Anziani. Gli Ogier avevano vita lunghissima rispetto agli esseri umani. Loial aveva detto che gli Anziani non sarebbero
stati molto contenti, quando l'avessero riavuto fra le mani. E pareva deciso a rinviare il più possibile quel momento. Fra gli shienaresi ci fu un po' d'agitazione e parecchi si alzarono. Rand usciva dalla baracca di Moiraine. Anche da quella distanza, Perrin lo distingueva chiaramente: un giovanotto dai capelli rossicci e dagli occhi grigi. Rand aveva l'età di Perrin, in altezza lo superava di mezza testa, ma era più snello, anche se dotato di spalle larghe. Indossava una giubba rossa dal collo alto, con ricami a forma di tralci spinosi lungo le maniche; sul petto del mantello scuro risaltava la stessa figura dello stendardo, il serpente a quattro zampe, con la criniera dorata. Lui e Rand erano amici fin da ragazzini. Ma lo erano ancora? Potevano essere amici, adesso? Gli shienaresi s'inchinarono tutti insieme, a testa alta, ma con le mani sulle ginocchia. «Lord Drago» disse Huno «siamo pronti. Onorato di servire.» Proprio Huno, che non riusciva mai a dire una frase senza condirla d'imprecazioni, parlava ora col massimo rispetto. Gli altri gli fecero eco: «Onorato di servire.» Anche Masema, che vedeva di ogni cosa il lato negativo e che ora aveva negli occhi una luce di devozione; e Ragan; e tutti gli altri, in attesa solo di un ordine, come se per Rand fosse un piacere dare ordini. Rand, più in alto sul pendio, li fissò per un momento; poi si girò e sparì fra gli alberi. «Ha avuto di nuovo una discussione con Moiraine» disse piano Min. «Per tutta la giornata, stavolta.» Perrin ebbe ugualmente un piccolo moto di sorpresa. Discutere con una Aes Sedai! Gli tornarono in mente tutte le storie dell'infanzia. Le Aes Sedai, che muovevano in segreto i fili di troni e di nazioni. Le Aes Sedai, i cui doni nascondevano sempre un inghippo e avevano un prezzo sempre inferiore di quanto non si pensasse, eppure sempre maggiore di quanto non si riuscisse a immaginare. Le Aes Sedai, la cui collera frantumava il terreno e chiamava i fulmini. Alcune di quelle storie non erano vere, ora lo sapeva; tuttavia le verità in esse contenute non erano neppure la metà del totale. «Meglio che vada da lui» disse. «Dopo una discussione con Moiraine ha sempre bisogno di parlare con qualcuno.» E, a parte Moiraine e Lan, soltanto loro tre - Min, Loial e Perrin - non guardavano Rand come se stesse al di sopra dei monarchi. Dei tre, solo lui conosceva Rand da quand'erano ragazzi.
Risalì il pendio, soffermandosi a dare un'occhiata alla porta chiusa della baracca di Moiraine. Dentro c'era di sicuro Leya; e anche Lan: ben di rado il Custode si allontanava dall'Aes Sedai. La baracca di Rand, molto più piccola, si trovava un po' più in basso, ben nascosta fra gli alberi, distanziata dalle altre. Rand aveva provato a stare fra gli shienaresi, ma era stato costretto ad allontanarsi dal loro costante stupore reverenziale e ora se ne stava da solo. Fin troppo, secondo Perrin. Ma in quel momento Rand non era diretto alla propria baracca. Perrin proseguì fin dove una parete della valle diventava all'improvviso uno strapiombo alto cento passi e privo d'appigli, a parte qualche arbusto tenacemente abbarbicato qua e là. Nella grigia parete di roccia si apriva una fenditura, larga appena quanto bastava a consentire il passaggio; in alto c'era un nastro di luce del giorno al tramonto. Pareva di camminare in un cunicolo. La fenditura correva per mezzo miglio e all'improvviso sbucava in una stretta valle, lunga meno d'un miglio, col fondo sassoso e le ripide pareti fittamente rivestite di alte ericacee, di pini e di abeti. Il sole al tramonto fra le cime montuose vi gettava lunghe ombre. Le pareti della valle, interrotte solo da quell'unica fenditura, erano ripide come se un'ascia gigantesca si fosse conficcata nelle montagne. La valle era più facilmente difendibile della conca, ma non aveva una sorgente né un ruscello. Non ci andava nessuno, a parte Rand, dopo una discussione con Moiraine. Rand si era fermato poco lontano dall'ingresso; appoggiato contro il tronco scabro di una ericacea, si fissava il palmo delle mani. Perrin sapeva che su ciascuno aveva un marchio a fuoco a forma d'airone. Rand non si mosse, neanche quando gli stivali di Perrin scricchiolarono sui sassi. A un tratto sì mise a declamare a bassa voce, senza staccare lo sguardo dalle proprie mani: Due volte e due egli sarà segnato, Due per la vita e sì due volte per la morte. Prima l'airone per marcar la strada Quindi l'airone per nomarlo vero. Prima col Drago, per chiamar memoria. Quindi col Drago, per pagare il prezzo. Con un brivido, nascose le mani sotto le braccia. «Aironi, ma niente Draghi, ancora» ridacchiò, agro. «Non ancora.»
Per un istante Perrin si limitò a guardarlo: un uomo in grado d'incanalare l'Unico Potere. Un uomo destinato a impazzire per la contaminazione di Saidin, la metà maschile della Vera Fonte, e sicuro di distruggere nella propria pazzia tutto ciò che aveva intorno. Un uomo... un essere!... che tutti imparavano fin dall'infanzia a odiare e a temere. Però... era impossibile non vedere in lui il ragazzo con cui era cresciuto. Come si fa a troncare di colpo l'amicizia? Scelse un macigno piatto e vi si sedette, ad aspettare. Dopo un poco Rand girò la testa e guardò l'amico. «Pensi che Mat stia bene?» domandò. «Pareva molto malato, l'ultima volta.» «A quest'ora starà bene» rispose Perrin. Ormai Mat era giunto di sicuro a Tar Valon. Lì l'avrebbero Guarito. Nynaeve e Egwene gli avrebbero impedito di cacciarsi nei guai. Egwene e Nynaeve, Rand e Mat e Perrin: tutti e cinque di Emond's Field, nei Fiumi Gemelli. Pochi erano entrati nei Fiumi Gemelli, a parte occasionali venditori ambulanti e qualche mercante che giungeva una volta all'anno per comprare lana e tabacco. Quasi nessuno del luogo era mai andato via. Finché la Ruota non aveva scelto i suoi ta'veren, e cinque semplici campagnoli non erano più potuti restare dove si trovavano. Rand annuì e rimase in silenzio. «Ultimamente» disse Perrin «mi scopro a desiderare d'essere ancora un fabbro. Tu... tu rimpiangi di non essere più un pastore?» «Dovere» borbottò Rand. «La morte è più leggera d'una piuma, il dovere è più pesante d'una montagna. Così dicono nello Shienar. Il Tenebroso si muove. L'Ultima Battaglia s'approssima. E il Drago Rinato deve affrontare il Tenebroso nell'Ultima Battaglia, altrimenti l'Ombra ricoprirà ogni cosa. La Ruota del Tempo sarà spezzata. Ogni Epoca sarà rifatta a immagine del Tenebroso. Ci sono solo io.» Si mise a ridere senza allegria, scuotendo le spalle. «Ho il dovere, perché non c'è nessun altro, no?» Perrin cambiò posizione, a disagio: la risata aveva una crudezza che gli faceva accapponare la pelle. «Hai avuto un'altra discussione con Moiraine, ho saputo. Sempre sullo stesso argomento?» Rand trasse un respiro profondo, irregolare. «Non discutiamo sempre sulla stessa cosa? Sono laggiù, nella Piana di Almoth, e solo la Luce sa in quale altro posto. Centinaia. Migliaia. Si sono proclamati a favore del Drago Rinato soltanto perché ho sollevato lo stendardo. Perché mi sono dichiarato il Drago. Perché non vedevo altra scelta. E muoiono. Combattono, cercano, pregano per l'uomo che in teoria dovrebbe guidarli. Muoiono. Mentre io me ne sto qui al sicuro per tutto l'inverno. Devo... devo loro...
qualcosa.» «Pensi che a me piaccia?» replicò Perrin, scuotendo la testa, irritato. «Tu accetti qualsiasi cosa lei ti dica» ribatté Rand. «Non la contraddici mai.» «Per ciò che ne hai ricavato tu, a contraddirla! Hai discusso per tutto l'inverno e per tutto l'inverno siamo rimasti qui come salami.» «Perché lei ha ragione» dichiarò Rand, con quella risata che gelava il sangue. «La Luce mi bruci, ha ragione. Sono suddivisi in piccoli gruppi per tutta la piana, per il Tarabon e per l'Arad Doman. Se mi unisco a un qualsiasi gruppo, i Manti Bianchi e gli eserciti tarabonesi e domanesi gli piomberanno addosso come passeri sulle briciole.» Perrin rimase confuso. «Se la pensi come lei, perché sei sempre lì a discutere?» «Perché devo fare qualcosa. Altrimenti... altrimenti scoppio come un melone marcio.» «Fare cosa? Se ascolti le sue parole...» Rand non gli diede l'opportunità di dire che sarebbero rimasti lì per sempre. «Le parole di Moiraine!» sbottò. «Moiraine dice, Moiraine dice!» Si raddrizzò di scatto e si strinse la testa. «Moiraine ha qualcosa da dire su ogni questione! Moiraine dice che non devo andare dalla gente che muore nel mio nome. Moiraine dice che saprò cosa fare perché il Disegno mi obbligherà a farlo. Ma non dice mai come farò a saperlo! Oh, no, questo lei non lo sa!» Lasciò cadere lungo i fianchi le mani e si girò verso Perrin, a testa inclinata e a occhi socchiusi. «A volte ho la sensazione che Moiraine mi metta alla prova come se fossi uno di quei cavalli tairenesi addestrati a fare passi di danza. A te non accade mai?» Perrin si grattò i capelli arruffati. «Io... Chiunque ci spinga o ci tiri, Rand, io so chi è il nemico.» «Ba'alzamon» disse Rand a bassa voce. L'antico nome per indicare il Tenebroso. Cuore delle Tenebre, nella lingua dei Trolloc. «E io devo affrontarlo, Perrin.» Chiuse gli occhi, in una smorfia per metà sorriso e per metà sofferenza. «La Luce m'aiuti, da una parte vorrei che accadesse subito, che tutto si concludesse e si risolvesse per sempre; dall'altra... Quante volte posso riuscire a... Luce santa, come mi attira... E se non potessi... E se...» Il terreno tremò. «Rand?» disse Perrin, preoccupato. Rand rabbrividì; malgrado il freddo, era sudato in viso. Teneva sempre gli occhi serrati. «Oh, Luce santa» gemette «come mi attira.»
All'improvviso il terreno si sollevò; un forte rombo riempì d'echi la valle. Perrin ebbe l'impressione che gli tirassero via la terra da sotto i piedi. Cadde... o il terreno si sollevò a incontrarlo. La valle tremò come se una mano gigantesca si fosse protesa dal cielo a sradicarla. Perrin rimase incollato al terreno che cercava di scuoterlo via. Davanti a lui, i ciottoli schizzavano e ruzzolavano, la polvere si alzava a ondate. «Rand!» Il grido di Perrin si perdette nel fragore. Rand era in piedi, con la testa gettata all'indietro, gli occhi serrati. Pareva non sentire i sobbalzi del terreno, che lo facevano pendere ora da una parte, ora dall'altra. Non perdette mai l'equilibrio, per quanto venisse sbatacchiato. Perrin non poteva esserne sicuro, scosso com'era, ma credette di scorgere sul viso di Rand un sorriso triste. Gli alberi erano squassati; all'improvviso l'ericacea si spezzò in due e la parte maggiore del tronco si schiantò per terra a neppure tre passi da Rand. Lui non se ne accorse, come non si accorgeva del resto. Perrin lottò per riempirsi i polmoni. «Rand!» gridò. «Per amore dalla Luce, Rand! Smettila!» Con la repentinità con cui era iniziato, tutto finì. Da una quercia stenta si staccò con un forte schiocco un ramo indebolito. Lentamente Perrin si alzò, tossendo. La polvere aleggiava a mezz'aria, corpuscoli che brillavano sotto i raggi del sole al tramonto. Ora Rand fissava il nulla e ansimava come se avesse appena fatto di corsa dieci miglia. Una cosa del genere non gli era mai accaduta... e nemmeno qualcosa di lontanamente simile. «Rand» disse Perrin, cauto «cosa...» Rand aveva ancora lo sguardo perduto nel vuoto. «È sempre presente» disse. «Mi chiama. Mi attira. Saidin. La metà maschile della Vera Fonte. A volte non riesco a trattenermi e cerco d'afferrarlo.» Fece il gesto di strappare qualcosa e si fissò il pugno. «Riesco a sentire la contaminazione, ancora prima di toccarlo. La contaminazione del Tenebroso, simile a una pellicola di sporcizia che cerca di nascondere la Luce. Mi rivolta lo stomaco, ma non posso farci niente. Non posso! Solo, a volte, mi protendo e ho l'impressione d'afferrare aria.» Aprì di scatto la mano vuota e rise con amarezza. «E se mi accade durante l'Ultima Battaglia? Se protendo la mano e non afferro niente?» «Be', quella volta qualcosa hai preso» replicò Perrin, rauco. «Cosa facevi?» Rand si guardò intorno, come se vedesse per la prima volta ciò che lo
circondava. L'ericacea schiantata e i rami rotti. C'erano, si sorprese Perrin, ben pochi danni. Si era aspettato voragini nel terreno. La muraglia d'alberi pareva quasi intatta. «Non volevo fare danno. È stato come se avessi voluto girare uno zipolo e avessi invece strappato dalla botte tutto il pezzo. Mi... mi ha riempito. Dovevo scaricarlo da qualche parte, prima che mi consumasse, ma... ma non volevo fare danno.» Perrin scosse la testa. A che cosa serviva, dirgli di non rifarlo? Neppure lui sapeva bene che cosa faceva. «C'è già abbastanza gente che ti vuole morto... e noi con te... senza che tu gli risparmi il lavoro» si accontentò di dire. Gli parve che Rand non lo ascoltasse. «Meglio tornare al campo. Presto sarà buio. Non so tu, ma io ho fame.» «Cosa? Oh. Vai avanti, Perrin. Fra poco ti raggiungo. Voglio stare da solo ancora per un poco.» Perrin esitò; poi si diresse con riluttanza alla fenditura nella parete rocciosa. Si fermò nell'udire di nuovo la voce di Rand. «Quando dormi, fai mai dei sogni? Sogni belli?» «A volte» rispose Perrin, cauto. «Ma non li ricordo quasi mai.» Aveva imparato a proteggersi dai sogni. «Ci sono sempre, i sogni» disse Rand, a voce così bassa che Perrin udì a malapena. «Forse ci dicono delle cose. Cose vere.» Rimase in silenzio, a rimuginare. «La cena ti aspetta» disse Perrin; ma Rand era sprofondato nei pensieri. Alla fine Perrin si decise, gli girò le spalle e lo lasciò lì. 3 Notizie dalla Piana
Il buio velava un tratto della fenditura, perché in un punto, su in alto, il terremoto aveva fatto crollare una parte della parete contro quella opposta. Perrin guardò con diffidenza la zona buia, prima di passare in fretta sotto la lastra di pietra, che pareva però incuneata solidamente. In fondo alla mente gli era tornato il prurito, più forte di prima. No, maledizione, no! Il
prurito scomparve. Quando uscì sul pendio prospiciente il campo, bizzarre ombre gettate dal sole al tramonto riempivano la conca. Moiraine, ferma all'esterno della baracca, scrutava la fenditura. Perrin si bloccò. Moiraine era una donna snella, dai capelli neri, più bassa di lui d'una testa, e graziosa, con quell'aria eternamente giovanile di tutte le Aes Sedai che avessero usato per un certo tempo l'Unico Potere. Perrin non sapeva proprio quale età attribuirle: il viso era troppo liscio per indicare maturità e gli occhi scuri erano troppo saggi per indicare la prima giovinezza. La veste di seta azzurro scuro era gualcita e impolverata; i capelli, solitamente ben pettinati, mostravano qualche ciocca fuori posto. Sul viso c'era una macchia di polvere. Perrin abbassò gli occhi. Moiraine era al corrente della sua condizione lei e Lan, soli fra tutti quelli del campo - e a Perrin non piaceva la sua espressione saputa, quando lo guardava negli occhi. Occhi gialli. Un giorno, forse, avrebbe trovato il coraggio di chiederle che cosa sapeva. Di sicuro un'Aes Sedai ne sapeva più di lui. Ma non era questo il momento. Pareva che non ci fosse mai il momento giusto. «Non... non voleva...» disse. «È stato un incidente.» «Un incidente» ripeté lei, con voce atona; scosse la testa e scomparve dentro la baracca. La porta si chiuse con un rumore un po' troppo forte, come sbattuta. Perrin sospirò e proseguì verso i fuochi. L'indomani, se non quella notte stessa, ci sarebbe stata un'altra discussione, fra Rand e l'Aes Sedai. Sui fianchi della conca c'erano alcuni alberi sradicati. Una scia di solchi e di terreno sconvolto arrivava fino al ruscello; c'era un macigno che prima mancava. Sul pendio opposto, una baracca era crollata e quasi tutti gli shienaresi erano occupati a ricostruirla. Loial li aiutava: con la sua forza poteva sollevare un tronco che avrebbe richiesto l'impiego di quattro uomini. Di tanto in tanto giungevano le imprecazioni di Huno. Min, accanto ai fuochi, rimestava con aria ingrugnita il contenuto della pentola. Aveva un piccolo livido sulla guancia. Nell'aria aleggiava un debole odore di stufato bruciacchiato. «Odio cucinare» disse Min, guardando dubbiosamente nella pentola. «Se la cena è rovinata, non è colpa mia. Rand ha fatto rovesciare sul fuoco metà del contenuto, con il suo... Che diritto ha, di sbatterci da una parte all'altra come sacchi di grano?» Si lisciò il fondo delle brache e trasalì. «Appena mi viene fra le mani, gliene do tante di quelle che se ne ricorderà per sempre.» Agitò verso Perrin il mestolo di legno, quasi volesse cominciare
da lui. «Qualcuno è rimasto ferito?» «Solo lividi» rispose Min, torva. «Erano tutti sconvolti, certo, all'inizio. Poi hanno visto Moiraine guardare in direzione del nascondiglio e si sono detti che era opera di Rand. Se il Drago vuole farci cadere in testa la montagna, allora il Drago ha di sicuro una buona ragione per farlo. Se decidesse che devono togliersi di dosso la carne e ballare a ossa nude, lo riterrebbero giusto.» Sbuffò e batté il mestolo contro il bordo della pentola. Perrin si girò a guardare la baracca di Moiraine. Se Leya era stata ferita... se era morta... l'Aes Sedai non si sarebbe limitata a tornare dentro. Il senso d'attesa permaneva. Qualsiasi cosa fosse, ancora non era accaduta. «Min, faresti meglio ad andartene. Domattina. Posso darti qualche moneta d'argento e sono sicuro che Moiraine ti darebbe quanto basta a pagarti il passaggio in una carovana di mercanti del Ghealdan. Prima d'accorgertene, sarai di nuovo a Baerlon.» Min lo guardò, finché Perrin non cominciò a chiedersi se avesse detto qualcosa di male. Alla fine lei rispose: «Sei davvero un tesoro, Perrin. Ma non me ne vado.» «Credevo che volessi andartene. Continui a lamentarti d'essere costretta a stare qui.» «Una volta conoscevo una vecchia di Illian» disse lentamente Min. «Quando lei era giovane, la madre le aveva combinato un matrimonio con un uomo che lei non aveva mai incontrato. A Illian si usa. Mi disse d'avere passato i primi cinque anni a sbraitare contro il marito e i cinque successivi a fare piani per rendergli infernale la vita senza che lui sapesse chi incolpare. Solo più tardi, dopo la sua morte, si rese conto che in realtà quell'uomo era stato il suo unico grande amore.» «Non vedo cosa c'entri.» La sua occhiata disse che Perrin chiaramente non s'impegnava per capire e la sua voce mostrò pazienza esagerata. «Solo perché il destino sceglie per te, non significa che la scelta sia per forza cattiva. Anche se si tratta di una scelta che secondo te non avresti mai fatto neppure in mille anni. Come dice il proverbio, meglio dieci giorni d'amore che anni interi di rimpianto.» Appese il mestolo a un ramo forcuto piantato nel terreno e, a sorpresa, si alzò in punta di piedi e lo baciò sulla guancia. «Sei una brava persona, Perrin Aybara» disse. «Anche se non capisci niente.» Perrin batté le palpebre, incerto. Rimpianse che non ci fossero Rand o Mat: lui era a disagio, con le donne, ma loro sapevano sempre come com-
portarsi. «E tu?» proseguì Min. «Non ti viene mai la voglia di tornare a casa?» «Ogni momento!» rispose Perrin, con fervore. «Ma non credo che... che mi sia possibile. Non ancora.» Guardò in direzione della valle di Rand: a quanto pareva, loro due erano legati strettamente. «Forse mai» soggiunse. Credette d'averlo detto troppo piano perché lei udisse, ma Min gli rivolse un'occhiata piena di simpatia e parve condividere il suo dubbio. Con l'udito acuto che ora si ritrovava, percepì il debole rumore di passi e alzò gli occhi in direzione della baracca di Moiraine. Due figure scendevano nel crepuscolo sempre più scuro: una donna snella che procedeva con grazia anche sul pendio accidentato e un uomo molto più alto della compagna, che gli arrivava appena alla spalla; l'uomo deviò verso il punto dove lavoravano gli shienaresi. Anche agli occhi acuti di Perrin appariva come sagoma indistinta e a volte scompariva del tutto per ricomparire a metà passo, mentre parti di lui svanivano nella notte e ricomparivano a seconda delle raffiche di vento. Solo il mantello dei Custodi, dal colore mutevole, faceva questo effetto: quindi la figura più alta era Lan e quella più bassa era senza dubbio Moiraine. A buona distanza da loro, un'altra sagoma, ancora più indistinta, scivolava fra gli alberi: Rand, che ritornava alla propria baracca. Anche quella sera, pensò Perrin, sarebbe rimasto senza cena, perché non sopportava il modo in cui gli altri l'avrebbero guardato. «Si direbbe che tu abbia occhi anche sulla nuca» commentò Min, aggrottando le sopracciglia verso la donna in arrivo. «Oppure l'udito più acuto che si conosca. È Moiraine?» Negligenza, si rimproverò Perrin. Si era abituato al fatto che gli shienaresi sapevano quale vista acuta possedesse (di giorno, almeno; non sapevano che di notte era la stessa cosa) al punto da commettere piccole imprudenze. La negligenza era ancora per lui un pericolo mortale. Intanto Moiraine era giunta accanto al fuoco. «La Tuatha'an sta bene?» le domandò Min. «Riposa.» La voce bassa dell'Aes Sedai era come sempre musicale, quasi Moiraine cantasse, anziché parlare; si era rimessa in ordine vestiti e capelli. Si strofinò le mani e le accostò al fuoco. Alla sinistra portava un anello d'oro a forma di serpente che si morde la coda. Il Gran Serpente, simbolo dell'eternità, ancora più antico della Ruota del Tempo. Ogni donna addestrata a Tar Valon portava un anello simile. Per un momento Moiraine osservò Perrin e parve penetrargli nella men-
te. «È caduta e si è lacerata il cuoio capelluto, quando Rand...» Serrò le labbra, ma subito tornò serena come sempre. «L'ho Guarita e ora dorme. Le ferite alla testa provocano sempre una grande perdita di sangue, ma il suo caso non è grave. Hai visto qualcosa che la riguardava?» Min parve incerta. «Ho visto... ho creduto di vedere la sua morte. La faccia tutta insanguinata. Ero convinta di sapere il significato, ma se si è tagliata... Sei sicura che stia bene?» La domanda era indice del disagio: un'Aes Sedai non lascia a metà il lavoro. E il Talento di Moiraine era particolarmente forte, nel Guarire. Per un attimo Perrin fu sorpreso per il turbamento di Min. Poi annuì fra sé. A Min non piaceva il proprio talento, ma le era connaturato; lei pensava di sapere come funzionasse, almeno in parte. Se sbagliava, aveva l'impressione di scoprire che ignorava come usare le mani. Moiraine la scrutò per un momento, serena e imperturbata. «Che io sappia, nelle letture fatte per mio conto non ti sei mai sbagliata. Forse questa è la prima volta.» «Quando so, so» replicò Min, in un bisbiglio d'ostinazione. «O forse non è ancora giunto il momento. Per tornare ai suoi carrozzoni Leya deve compiere un lungo viaggio e cavalcare in territori disabitati.» La voce dell'Aes Sedai era una canzone gelida, disinteressata. Senza volerlo, Perrin emise un brontolio. "Sembro anch'io come lei?" pensò. "Non lascerei mai che una morte contasse così poco, per me." Moiraine lo guardò, come se Perrin avesse parlato. «La Ruota tesse e ordisce come vuole, Perrin. Tempo fa, ti dissi che siamo in guerra. Non possiamo fermarci solo perché alcuni di noi muoiono. Uno qualsiasi di noi può morire, prima che sia finita. Le armi di Leya non saranno le stesse delle tue, ma lei lo sapeva, quando entrò a far parte di questa storia.» Perrin abbassò gli occhi. "Può anche darsi, Aes Sedai" pensò "ma io non l'accetterò mai nel modo in cui l'accetti tu." Lan, con Huno e Loial, venne accanto al fuoco. Le fiamme gettarono tremule ombre sul viso del Custode e accrebbero l'impressione che fosse scolpito nella pietra, duro e spigoloso. Anche accanto al fuoco il suo mantello conservava le capacità mimetiche; a volte pareva un semplice manto grigio scuro o nero, ma il nero e il grigio parevano strisciare e mutare, se si guardava troppo attentamente: sfumature e ombre che vi scivolavano sopra, che lo inzuppavano. Altre volte pareva che Lan avesse fatto un buco nella notte e si fosse tirato sulle spalle le tenebre. Il mantello non era piacevole da guardare e l'uomo che l'indossava lo rendeva ancora meno pia-
cevole. Lan era alto e duro, largo di spalle, con occhi azzurri come laghi montani coperti di ghiaccio, e si muoveva con la grazia micidiale che rendeva parte di lui la spada appesa al fianco. Non solo pareva capace di violenza e di morte: quell'uomo aveva domato violenza e morte, le teneva in tasca, pronto a sguinzagliarle in un attimo, o abbracciarle, se così Moiraine avesse stabilito. Accanto a Lan, perfino Huno pareva meno pericoloso. C'era una spruzzata di grigio, nei lunghi capelli del Custode, tenuti indietro da una cordicella di pelle intrecciata, stretta intorno alla fronte; ma uomini più giovani di lui evitavano di affrontarlo... se erano saggi. «Leya ha portato le solite notizie» disse Moiraine. «Nella Piana di Almoth infuria la guerra. Villaggi incendiati. Gente in fuga in ogni direzione. E sono comparsi i Cercatori del Corno di Valere.» Perrin cambiò posizione, a disagio, e si augurò che ormai il Corno fosse dove nessun Cercatore l'avrebbe trovato. Moiraine gli lanciò un'occhiata gelida: non voleva che si parlasse del Corno, Tranne quando era lei a farlo, naturalmente. «Ha portato anche altre notizie» proseguì. «I Manti Bianchi hanno circa cinquemila uomini nella Piana di Almoth.» «La maledetta metà... oh, scusa, Aes Sedai... la metà delle loro forze» brontolò Huno. «Prima d'ora non avevano mai impegnato così tanti uomini in un solo posto.» «Allora tutti coloro che si sono dichiarati per Rand saranno morti o dispersi, immagino» borbottò Perrin. «O ci mancherà poco. Avevi ragione, Moiraine.» Preferiva non pensare ai Manti Bianchi: non aveva proprio alcuna simpatia per i Figli della Luce. «Ecco la stranezza» disse Moiraine. «O la prima parte della stranezza. I Figli hanno annunciato il proposito di portare pace, cosa non insolita per loro. La cosa insolita è un'altra: i Figli cercano di ricacciare entro le rispettive frontiere tarabonesi e domanesi, ma non hanno mosso dito contro chi si è dichiarato per il Drago.» «Leya è sicura?» esclamò Min, sorpresa. «Non mi pare in carattere con i Manti Bianchi che ho conosciuto.» «Nella piana non possono essere rimasti molti malede... oh... molti Girovaghi» disse Huno, con voce vibrante per la tensione nell'evitare imprecazioni in presenza di un'Aes Sedai. Il suo occhio vero aveva lo stesso cipiglio di quello dipinto. «Ai Girovaghi non piace trattenersi dove ci siano guai di qualsiasi genere, soprattutto combattimenti. Non possono esserci tanti Girovaghi da guardare da tutte le parti.»
«Ce ne sono a sufficienza per i miei scopi» replicò Moiraine. «Molti se ne sono andati, ma alcuni sono rimasti, dietro mia richiesta. E Leya è sicura. Oh, i Figli hanno catturato alcuni fautori del Drago, dove ce n'era solo una manciata. Proclamano che distruggeranno questo falso Drago, però impegnano solo un migliaio di uomini per dargli la caccia... ed evitano lo scontro con gruppi che comprendano più di cinquanta fautori del Drago. Non apertamente, è chiaro: però c'è sempre qualche ritardo, qualche impiccio, che permette alle loro presunte prede di fuggire.» «Allora Rand può scendere nella piana» disse Loial, guardando senza molta convinzione l'Aes Sedai. Tutti, nell'accampamento, sapevano il motivo delle discussioni fra Moiraine e Rand. «La Ruota intesse per lui una via.» Huno e Lan aprirono bocca nello stesso momento, ma lo shienarese cedette all'altro la parola, con un leggero inchino. «Pare più attendibile» disse il Custode «che si tratti di un complotto dei Manti Bianchi, per quanto non riesco proprio a intuire quale. Se i Manti Bianchi mi fanno un dono, cerco subito l'ago avvelenato che vi è nascosto.» Huno annuì, torvo. «Inoltre» proseguì Lan «domanesi e tarabonesi cercano di uccidere i fautori del Drago, oltre che uccidersi fra loro.» «E c'è un'altra cosa» disse Moiraine. «Tre giovanotti sono morti, in villaggi nelle cui vicinanze sono passati i carrozzoni di Leya.» Perrin notò un guizzo nelle palpebre di Lan: per il Custode, era un chiaro segno di sorpresa. Lan non s'aspettava che Moiraine ne parlasse. «Uno è morto avvelenato» proseguì l'Aes Sedai «due, pugnalati. Tutti e tre in circostanze in cui nessuno poteva avvicinarsi senza essere visto: comunque, è accaduto.» Fissò le fiamme. «Tutti e tre erano d'alta statura e avevano occhi di colore chiaro. Occhi del genere sono poco comuni, nella Piana di Almoth; ma ritengo che sia una sfortuna, attualmente, essere giovani, alti e con occhi chiari.» «Come sono stati uccisi, se nessuno poteva avvicinarsi?» domandò Perrin. «Il Tenebroso possiede assassini di cui non ci si accorge, finché non è troppo tardi» disse piano Lan. Huno rabbrividì. «I Senzanima» esclamò. «Prima d'ora non avevo mai sentito dire che ce ne fossero, a meridione delle Marche di Confine.» «Basta, con questi discorsi» disse Moiraine, ferma. Perrin aveva delle domande... cos'erano, i Senzanima? Una specie di Trolloc? O di Fade?... ma non le espresse. Quando Moiraine decideva che
un argomento era chiuso, non aggiungeva parola. E quando lei si tappava la bocca, era impossibile forzare quella di Lan, neppure con una sbarra di ferro. Gli shienaresi seguirono la sua imbeccata: nessuno voleva far arrabbiare un'Aes Sedai. «Luce santa!» borbottò Min, scrutando a disagio le tenebre sempre più fitte. «Non ci si accorge di loro?» «Allora in pratica non è cambiato niente» disse Perrin, cupo, «Non possiamo scendere nella piana e il Tenebroso ci vuole morti.» «Tutto cambia» replicò Moiraine, calma «e il Disegno incorpora ogni cosa. Dobbiamo procedere nel Disegno, non nei cambiamenti occasionali.» Li guardò uno alla volta, poi si rivolse al capo degli shienaresi. «Huno, sei sicuro che ai tuoi esploratori non sia sfuggito niente di sospetto? Anche qualche piccolo particolare?» «La Rinascita del Drago ha allentato i legami della certezza, Moiraine Sedai; e non c'è mai certezza, se si combatte un Myrddraal; ma mi giocherei la vita che gli esploratori hanno fatto un buon lavoro, come qualsiasi Custode.» Era uno dei più lunghi discorsi senza imprecazioni che Huno avesse mai fatto, si disse Perrin. Per lo sforzo, lo shienarese aveva la fronte imperlata di sudore. «Potremmo giocarcela tutti» disse Moiraine. «Ciò che ha fatto Rand sarebbe evidente come un incendio in cima alla montagna, per un Myrddraal nel raggio di dieci miglia.» «Forse...» cominciò Min, esitante. «Forse dovresti porre difese che li tengano lontano.» Lan le rivolse un'occhiata dura. A volte lui stesso trovava da ridire alle decisioni di Moiraine, ben di rado in pubblico; ma disapprovava che altri facessero la stessa cosa. Min gli restituì l'occhiataccia. «Be'» disse «Myrddraal e Trolloc sono già brutti, ma almeno si vedono. Non mi piace l'idea che uno di questi... di questi Senzanima si avvicini di soppiatto e mi tagli la gola prima che mi accorga della sua presenza.» «Le difese da me disposte ci nasconderanno ai Senzanima e a ogni altra Progenie dell'Ombra» dichiarò Moiraine. «Se sì è deboli, come lo siamo noi, spesso la scelta migliore è nascondersi. Se nelle vicinanze c'è davvero un Mezzo Uomo che abbia... Be', non ho l'abilità di porre difese che li uccidano se cercassero d'entrare nel nostro accampamento; e se l'avessi, simili difese avrebbero il solo risultato di tenerci imprigionati qui. Non è possibile porre due tipi diversi di difese nello stesso tempo, perciò lascio agli esploratori e a Lan il compito di proteggerci e uso l'unico tipo di difesa che
può giovarci.» «Potrei fare un giro intorno al campo» disse Lan. «Se qualcosa è sfuggito agli esploratori, la troverò.» Non era vanteria, ma semplice constatazione. Perfino Huno annuì, d'accordo. Moiraine scosse la testa. «Se stasera ci sarà bisogno di te, mio Gaidin, sarà qui» disse. Alzò lo sguardo verso le montagne scure che si stagliavano tutt'intorno. «Nell'aria c'è una sensazione.» «Di attesa» disse Perrin, prima di controllarsi. Moiraine lo fissò e lui rimpianse d'essersi lasciato sfuggire quelle due parole. «Sì» disse l'Aes Sedai. «Di attesa. Huno, fai in modo che le sentinelle siano particolarmente vigili, stanotte.» Non aveva bisogno di suggerire che ogni uomo dormisse con le armi a portata di mano: gli shienaresi lo facevano sempre. «Dormite bene» soggiunse, rivolta a tutti, come se fosse possibile, ora; si alzò e tornò alla baracca. Lan si trattenne il tempo sufficiente a mangiare tre piatti di stufato, poi la seguì e fu subito inghiottito dal buio. Perrin, con occhi che brillavano di luce dorata, lo guardò svanire. «Dormite bene» brontolò. A un tratto aveva il voltastomaco per il profumo di carne cotta. «Ho il terzo turno di guardia, Huno?» domandò; ricevette un cenno di conferma. «Allora cercherò di seguire il consiglio di Moiraine.» Altri shienaresi scesero ai fuochi: il mormorio di conversazione accompagnò Perrin su per il pendio. Perrin aveva una baracca personale, piccola, di tronchi, alta quanto bastava a stare dritti, con gli interstizi chiusi da fango secco. Un rozzo letto, imbottito con frasche di pino sotto una coperta, occupava circa metà spazio. Chi gli aveva dissellato il cavallo aveva anche messo accanto alla porta, all'interno, il lungo arco. Perrin appese a un piolo il cinturone con ascia e faretra e si spogliò, infreddolito. Le notti erano ancora gelide, ma il freddo gli impediva di dormire troppo profondamente. Nel sonno faceva sogni che non riusciva a scacciare. Per un poco, sotto una sola coperta, rimase disteso a fissare il tetto di tronchi e a rabbrividire. Poi giunse il sonno; e col sonno, i sogni. 4 Ombre nel sonno
Malgrado le fiamme scoppiettanti nel lungo focolare di pietra, nella sala comune della locanda faceva freddo. Perrin si strofinò le mani davanti al fuoco, ma non riusciva a scaldarsele. Però il freddo gli dava un bizzarro conforto, quasi fosse uno scudo. Contro che cosa, non gli era chiaro. Una vocina gli mormorò in fondo alla mente, un fioco suono udito a malapena, che graffiava per farsi sentire. "Così allora vi rinuncerai. Per te è la soluzione migliore. Vieni a sederti qui, facciamo due chiacchiere." Perrin si girò per vedere chi aveva parlato. Quasi tutti i tavolini rotondi, sparsi per la sala, erano liberi, tranne uno d'angolo, in una zona d'ombra, al quale sedeva un solitario avventore. La sala pareva nebulosa, soprattutto se guardata con la coda dell'occhio. Perrin diede un'occhiata al fuoco: ora ardeva in un focolare di mattoni. Non si curò della bizzarria, anche se si sarebbe dovuto preoccupare... ma non sapeva perché. L'uomo lo chiamò con un gesto e Perrin si avvicinò al tavolino. Un tavolino quadrato. Ora tutti i tavolini erano quadrati. Perrin corrugò la fronte, allungò la mano per tastare il tavolino, la ritrasse in fretta. Non c'erano lampade, in quell'angolo della sala: l'uomo e il tavolo quasi si confondevano con la penombra. Perrin aveva la vaga impressione, come d'oggetto visto con la coda dell'occhio, di conoscere quell'uomo: un tipo di mezz'età, bello e troppo ben vestito per una locanda di campagna, in velluto scuro, quasi nero, con teine bianche al collo e ai polsi. Sedeva rigidamente, a volte si premeva il petto, come se sentisse dolore nel muoversi. Gli occhi neri, fissi sul viso di Perrin, parevano puntini lucenti nell'ombra. «Rinuncerò a cosa?» domandò Perrin. «A quella, ovviamente» rispose lo sconosciuto. Indicò con un cenno l'ascia alla cintola di Perrin; pareva sorpreso, come se avessero già avuto da ridire sull'argomento, una discussione che ora si ripeteva da capo. Perrin non si era reso conto d'avere l'ascia, non ne aveva sentito il peso alla cintura. Passò la mano sulla lama a mezzaluna, sulla robusta punta che la bilanciava. L'acciaio pareva... solido. Più solido di qualsiasi altra cosa, lì dentro. Forse più solido di quanto non fosse lui stesso. Perrin tenne la ma-
no sulla lama, per aggrapparsi a un oggetto reale. «Ho riflettuto» disse. «Ma non posso rinunciarvi. Non ancora.» La locanda parve tremolare e nella sua mente risuonò di nuovo il mormorio. No! Il mormorio si affievolì. «No?» replicò lo sconosciuto, con un gelido sorriso. «Sei un fabbro, ragazzo. E bravo, a quanto dicono. Le tue mani sono fatte per il martello, non per l'ascia. Per forgiare, non per uccidere. Torna al tuo lavoro, prima che sia troppo tardi.» Perrin si scoprì ad annuire. «Sì. Ma sono ta'veren.» Non l'aveva mai espresso a voce, prima d'allora. Ma quell'uomo già lo sapeva, ne era sicuro, anche se non si spiegava il motivo di tanta sicurezza. Per un attimo l'uomo cambiò il sorriso in una smorfia, poi tornò a sorridere. Gelidamente. «Esistono modi per cambiare le cose, ragazzo. Modi per evitare anche il destino. Siedi e parliamone.» Le ombre parvero muoversi, raccogliersi, protendersi. Perrin arretrò d'un passo, tenendosi ben nella luce. «Non lo credo» replicò. «Almeno bevi con me una coppa. Agli anni passati e agli anni a venire. Tieni! Vedrai le cose con maggiore chiarezza, dopo.» Spinse sul tavolo una coppa che l'attimo prima non c'era: una coppa d'argento, piena fino all'orlo di vino color del sangue. Perrin scrutò il viso dello sconosciuto. Le ombre ne velavano i lineamenti, come mantello di Custode. Il buio accarezzava i contorni dell'uomo. C'era qualcosa, negli occhi, qualcosa che Perrin credeva di poter ricordare, se si fosse sforzato. Sentì tornare il mormorio. «No» rispose. Aveva parlato al fievole mormorio dentro la propria testa; ma quando l'uomo serrò le labbra, in un lampo d'ira subito represso, decise che la risposta andava bene anche per il vino. «Non ho sete» soggiunse. Si girò e si diresse alla porta. Il focolare era di sassi di fiume, arrotondati. Alcuni lunghi tavoli fiancheggiati da panche occupavano la stanza. A un tratto Perrin desiderò di essere fuori di lì, in qualsiasi posto, ma lontano da quell'uomo. «Non avrai molte opportunità» disse lo sconosciuto, in tono duro. «I fili intessuti insieme condividono la sorte l'uno dell'altro. Reciso uno, recisi tutti. Il destino può ucciderti, se non peggio.» Perrin sentì contro la schiena un improvviso calore che aumentava e diminuiva con uguale rapidità, come se aprissero e chiudessero lo sportello di un enorme forno fusorio. Sorpreso, si girò: la stanza era vuota.
"Soltanto un sogno" pensò. Rabbrividì di freddo e con quel brivido tutto mutò. Perrin fissò lo specchio: una parte di lui non capiva ciò che vedeva, un'altra parte lo accettava. Aveva in testa, come se quello fosse il suo posto naturale, un elmo dorato, a forma di testa di leone. Una foglia d'oro gli ricopriva il pettorale lavorato a sbalzo e riccamente adorno; intarsi d'oro gli abbellivano le piastre e la maglia sulle braccia e sulle gambe. Solo l'ascia, appesa al fianco, era normale. Una voce - la sua stessa voce - gli bisbigliava nella testa che l'avrebbe preferita a ogni altra arma, che l'aveva portata migliaia di volte, in centinaia di battaglie. No! Voleva liberarsene, gettarla via... Ma non poteva! Nella testa udì un suono, più forte d'un mormorio, quasi percettibile. "Un uomo destinato alla gloria." Girò le spalle allo specchio e si ritrovò a fissare la donna più bella che avesse mai visto. Non notò altro nella stanza, solo lei. I suoi occhi erano pozze di notte; la sua pelle, d'un pallore cremoso, era di certo più morbida e più liscia della veste di seta bianca. Quando la donna si mosse verso di lui, Perrin si sentì la bocca secca: ogni altra donna da lui vista era sgraziata e malfatta. Rabbrividì e si domandò perché sentisse freddo. «Un uomo dovrebbe afferrare con tutt'e due le mani il proprio destino» disse la donna, sorridendo. Quel sorriso bastò quasi a scaldarlo. Era alta, quasi quanto lui. Pettini d'argento fermavano capelli neri come ala di corvo. Un'ampia cintura d'anelli d'argento cingeva una vita così sottile che lui l'avrebbe potuta chiudere fra le mani. «Sì» bisbigliò. Era combattuto fra la sorpresa e l'accettazione. Non sapeva che farsene, della gloria; ma da quando aveva udito dalle sue labbra questa parola, non voleva altro. «Voglio dire...» Sentì il mormorio scavargli il cervello. «No!» Il mormorio scomparve e per un momento scomparve anche l'accettazione. Quasi. Perrin si toccò la testa, si tolse l'elmo dorato. «Non... non lo voglio. Non è mio.» «No?» rise lei. «Quale uomo col sangue nelle vene non vorrebbe la gloria? Una gloria immensa, come se fossi stato tu a suonare il Corno di Valere.» «Non la voglio» replicò Perrin, anche se una parte di lui gridava che era una menzogna. Il Corno di Valere. Al suono del Corno era iniziata la folle carica. La morte gli cavalcava al fianco e lo aspettava più avanti. Il suo amante. Il suo distruttore. «No! Sono un fabbro.» La donna gli rivolse un sorriso di compatimento. «Aspirazione davvero
limitata» disse. «Non devi ascoltare coloro che vorrebbero sottrarti al tuo destino. Degradarti, svilirti. Distruggerti. Opporsi al destino porta solo dolore. Perché scegliere il dolore, quando puoi avere la gloria? Quando il tuo nome può essere ricordato insieme con quelli degli eroi della leggenda?» «Non sono un eroe.» «Non conosci neppure la metà di ciò che sei. Di ciò che puoi essere. Vieni a bere con me una coppa, al destino e alla gloria.» Nella mano di lei era comparsa una lucente coppa d'argento, piena di vino color del sangue. «Bevi.» Perrin fissò la coppa, corrugò la fronte. C'era qualcosa di... di familiare, in quella coppa. Un brontolio gli rosicchiò il cervello. «No!» disse. Si scostò a forza dalla coppa, si rifiutò d'ascoltare. «No!» Lei gli tese la coppa d'oro. «Bevi.» D'oro? Gli era parso che fosse... Era d'argen... Non riuscì a completare il pensiero. Ma nello stato di confusione udì ancora quel suono dentro di sé, insistente, voglioso di farsi ascoltare. «No» disse. «No!» Guardò l'elmo dorato che reggeva in mano e lo gettò da parte. «Sono un fabbro. Sono...» Il suono lottò, si sforzò di farsi udire. Perrin si strinse la testa per cacciarlo via, ma riuscì solo a bloccarlo dentro la mente. «Sono... un... uomo!» gridò. Fu avvolto dalle tenebre, ma la voce di lei lo seguì, bisbigliando. «La notte esiste sempre e tutti gli uomini sognano. Soprattutto tu, mio selvaggio. E io sarò sempre nei tuoi sogni.» Silenzio. Perrin abbassò le braccia. Ora indossava di nuovo giubba e brache, di stoffa resistente, ben fatte, seppure ordinarie. Abiti adatti a un fabbro, a un qualsiasi campagnolo. Si trovava sopra un ponte di pietra dalla bassa spalletta, che formava un arco da un'ampia guglia dalla cima piatta a un'altra guglia simile, guglie che si alzavano da un abisso di cui non si scorgeva il fondo. La luce sarebbe stata debole per altri, ma non per lui; tuttavia non riuscì a stabilire da dove provenisse. C'era e basta. Da qualsiasi parte guardasse, a destra o a sinistra, in alto o in basso, vedeva altri ponti, altre guglie e rampe prive di spalletta, disposte senza uno schema preciso. Echi di cascate parevano giungere da tutte le parti nello stesso tempo. Perrin rabbrividì di freddo. A un tratto, con la coda dell'occhio scorse un movimento e d'istinto si acquattò dietro la spalletta di pietra: era pericoloso, farsi scorgere. Non sapeva perché, ma ne era sicuro.
Si sporse cautamente a scrutare e cercò di scoprire che cosa si fosse mosso. Scorse un lampo bianco sopra una rampa lontana. Una donna, ne era sicuro, anche se non la distingueva bene. Una donna in veste bianca, che andava frettolosamente da qualche parte. Poco più in basso, sopra un ponte più vicino della rampa percorsa dalla donna, comparve un uomo, alto e scuro e snello, con l'aria distinta dovuta ai capelli brizzolati. Indossava una giubba verde scuro con ricami d'oro a forma di foglia. Finiture in oro gli ornavano cintura e borsello, pietre preziose scintillavano sul fodero del pugnale, una frangia d'oro orlava la parte superiore degli stivali. Dalla parte opposta un altro uomo imboccò il ponte: la sua comparsa fu improvvisa come quella del primo. Bande nere correvano sulle maniche a sbuffo della giubba rossa e merletti chiari gli ornavano colletto e polsini; le decorazioni d'argento degli stivali nascondevano quasi del tutto il cuoio. Questo secondo uomo era più basso del primo, più tozzo: aveva capelli molto corti, candidi come i merletti. Però, malgrado l'età avanzata, non pareva fragile: aveva la stessa andatura arrogante dell'altro. I due si avvicinarono con diffidenza. Parevano, pensò Perrin, due mercanti di cavalli al corrente che ciascuno aveva da vendere una giumenta bolsa. I due cominciarono a discutere. Perrin tese l'orecchio, ma udiva soltanto un mormorio sopra gli echi di cascata. Notò che corrugavano la fronte, si guardavano in cagnesco, facevano gesti improvvisi come per colpire. Non si fidavano l'uno dell'altro. Forse, pensò Perrin, si odiavano persino. Guardò in alto, cercando la donna, ma questa era sparita. Intanto un terzo uomo si era unito ai due. E Perrin lo riconobbe vagamente, come se ne avesse un vecchio ricordo. Un bell'uomo di mezza età, vestito di velluto quasi nero e di merletti bianchi. Una locanda, si disse Perrin; e qualcos'altro, prima ancora. Qualcosa... Qualcosa che pareva molto lontano nel tempo. Ma non riusciva a mettere a fuoco il ricordo. I primi due si misero ora a fianco a fianco, incerti alleati per la presenza del terzo. Quest'ultimo inveì e agitò il pugno, mentre loro, a disagio, evitavano di guardarlo negli occhi. Forse i due sì odiavano, ma del terzo avevano paura. "I suoi occhi" si disse Perrin. "Cos'hanno di strano i suoi occhi?" L'uomo alto e scuro cominciò a replicare, lentamente dapprima, poi con maggior fervore. L'uomo dai capelli bianchi si unì alla discussione e a un tratto la loro temporanea alleanza si spezzò. Tutt'e tre si misero a inveire
insieme, ciascuno contro gli altri. All'improvviso quello in velluto nero spalancò le braccia, quasi a chiedere che smettessero. Ne scaturì una palla di fuoco che si gonfiò, li avviluppò, li nascose, divenne sempre più grande. Perrin si coprì la testa e si lasciò cadere dietro la spalletta di pietra, tenendosi accucciato, mentre il vento lo schiaffeggiava e gli tirava i vestiti, un vento ardente come fuoco. Un vento che era fuoco. Anche a occhi chiusi, Perrin lo vedeva: fiamme che si gonfiavano sopra ogni cosa, fiamme che soffiavano attraverso ogni cosa. Le raffiche infocate ruggirono anche attraverso di lui, lo bruciavano, lo strattonavano, cercavano di consumarlo e di sparpagliare le ceneri. Perrin urlò e cercò di aggrapparsi a se stesso, pur sapendo che non bastava. Nel giro d'un istante il vento svanì. Di colpo, senza graduale diminuzione. L'unico rumore era l'eco di cascata. Lentamente Perrin si rialzò e si esaminò. Gli abiti erano intatti, senza strinature; la pelle esposta non era bruciacchiata. Solo il ricordo del calore gli confermava di non essersi ingannato. Un ricordo presente solo nella testa: il corpo non ne serbava traccia. Scrutò con cautela dal bordo della spalletta. All'estremità del ponte, dove si erano trovati i tre uomini, restavano solo pochi piedi di struttura semifusa. Dalla rampa più in alto alla sua destra, un irsuto lupo grigio lo guardava. «No!» gridò Perrin. Si alzò in fretta e corse via. «È un sogno! Un incubo! Voglio svegliarmi!» Continuò a correre, con la vista confusa. La visione mutò. Un ronzio gli riempì le orecchie, poi si affievolì mentre lui correva, e il tremolio della vista si consolidò. Perrin rabbrividì di freddo e fu sicuro che si trattava di un sogno, dal primo istante. Aveva un vago e confuso ricordo di sogni che avevano preceduto quest'ultimo, ma riconosceva il luogo: nelle notti scorse vi era già stato e, per quanto non ne capisse il senso, lo riconosceva come sogno. Ma per una volta la conoscenza non cambiava niente. Enormi, levigate colonne di granito rosso circondavano lo spiazzo dove lui si trovava, sotto un soffitto a cupola alto cento piedi o più. Il pavimento era di grandi lastre di pietra grigio chiaro, dura eppure consumata dai passi d'innumerevoli generazioni. Proprio sotto il centro della cupola c'era il motivo dell'usura del pavimento: una spada sospesa a mezz'aria, con l'elsa in basso, in modo che chiunque avrebbe potuto impugnarla. Girava lentamente su se stessa, come sotto una leggera corrente d'aria. Ma non era una spada vera e propria: pa-
reva di vetro, forse di cristallo, lama, elsa e guardia; raccoglieva la luce e la rifrangeva in migliaia di lampi e di barbagli. Perrin avanzò verso la spada e protese la mano, come aveva fatto in ogni occasione precedente. Lo ricordava con chiarezza. L'elsa gli pendeva davanti al viso, a portata di mano. A una spanna dalla spada lucente, la mano si appiattì contro l'aria, come se avesse toccato pietra. Come lui sapeva che sarebbe avvenuto. Perrin spinse con forza, ma senza il minimo risultato, come se avesse spinto una parete. La spada girava e scintillava, a una spanna di distanza, ma fuori portata come se si trovasse dall'altra parte d'un oceano. "Callandor." Perrin non fu sicuro se il bisbiglio gli era risuonato nella testa o se proveniva da fuori: parve echeggiare intorno alle colonne, lieve come brezza, insistente, da tutte le parti nello stesso tempo. "Callandor. Chi m'impugna, ha in mano il destino. Prendimi e inizia il viaggio finale." Perrin arretrò d'un passo, spaventato all'improvviso: in precedenza non aveva mai udito quel bisbiglio. Già quattro volte aveva fatto quel sogno anche in quel momento lo ricordava: quattro notti, una dopo l'altra - e per la prima volta era avvenuto un cambiamento. "Arrivano i Deformi." Questo era un bisbiglio diverso, proveniva da una fonte nota. Perrin sobbalzò come se fosse stato toccato da un Myrddraal. Fra le colonne c'era un lupo, un lupo di montagna, che gli arrivava quasi alla cintola, irsuto, bianco e grigio. Lo fissava, intento, con occhi gialli come quelli di Perrin stesso. "Arrivano i Deformi. " "No" gracchiò Perrin. "No! Non ti lascerò entrare! Non ti lascerò entrare!" Artigliando l'aria, sì svegliò e si alzò a sedere nella capanna, tremante di paura, di freddo, di collera. «Non ti lascerò entrare» mormorò, con voce rauca. "Arrivano i Deformi." Il pensiero gli risuonò chiaramente nella testa, ma non era suo. "Arrivano i Deformi, fratello." 5 Creature d'incubo
Perrin balzò dal letto, afferrò l'ascia e corse fuori, scalzo e seminudo, senza badare al freddo. La luna inargentava le nuvole: luce più che sufficiente per i suoi occhi, più che sufficiente per scorgere le sagome che scivolavano fra gli alberi da tutte le parti, sagome grosse quasi come Loial, ma con facce distorte, grugni e becchi, teste semiumane con corna e creste di piume, sagome furtive che si muovevano tanto su zoccoli e artigli quanto su piedi calzati di stivali. Mentre Perrin apriva bocca per dare l'allarme, la porta della baracca di Moiraine si spalancò e Lan, spada in mano, uscì di corsa. «Trolloc!» gridò il Custode. «Svegliatevi, se ci tenete alla vita! Trolloc!» Altre grida gli risposero: dalle baracche uscivano altri uomini, in camicia da notte, alcuni addirittura nudi, ma tutti con la spada in pugno. Con un ruggito animalesco i Trolloc si lanciarono all'attacco, accolti da armi d'acciaio e da grida di guerra: "Shienar!", "Il Drago Rinato!". Lan era vestito di tutto punto - Perrin avrebbe scommesso che il Custode non aveva dormito - e si lanciò fra i Trolloc come se i suoi abiti di lana fossero un'armatura. Pareva danzare da uno all'altro, con movimenti fluidi come d'acqua o vento; e dove lui danzava, Trolloc urlavano e morivano. Anche Moiraine era fuori nella notte e danzava la propria danza fra i Trolloc. L'unica sua arma evidente era una verga; ma dove toccava un Trolloc, lì spuntava sulla carne una linea di fiamma. Con l'altra mano Moiraine scagliava palle di fuoco scaturite dal nulla e i Trolloc ululavano, consumati dalle fiamme, e si contorcevano al suolo. Un albero avvampò dalla chioma alle radici; poi un secondo, un terzo. I Trolloc urlarono alla luce improvvisa, ma non smisero di vibrare asce e spade ricurve come falci. A un tratto Perrin vide Leya uscire con passo esitante dalla baracca di Moiraine, a metà strada verso l'altra parte della conca rispetto a lui, e non pensò più a niente. La Tuatha'an, con la schiena contro la parete di tronchi, si era portata la mano alla gola. La luce degli alberi in fiamme mostrava sul suo viso la sofferenza, l'orrore, la ripugnanza per quel massacro. «Nasconditi!» le gridò Perrin. «Torna dentro, stai nascosta!» Il frastuono crescente degli scontri e le urla dei moribondi inghiottirono il suo grido.
Perrin corse verso Leya. «Nasconditi, Leya!» gridò ancora. «Per amore della Luce, nasconditi!» Davanti a lui si stagliò un Trolloc dal becco adunco al posto di bocca e naso, coperto dalle spalle alle ginocchia di maglia nera con punte metalliche; si muoveva su artigli da falco e vibrava una di quelle bizzarre spade ricurve. Puzzava di sudore, di polvere, di sangue. Perrin si chinò per evitare il fendente e con un grido inarticolato vibrò l'ascia. Non sentiva più la paura: doveva raggiungere Leya, portarla in salvo... e il Trolloc gli bloccava la strada. Il Trolloc cadde, ringhiando e scalciando. Perrin non sapeva dove l'aveva colpito, né se la creatura fosse moribonda o solo ferita. La scavalcò con un balzo e risalì di corsa il pendio. Alberi in fiamme gettavano ombre rossastre per tutta la conca. Un'ombra guizzante accanto alla baracca di Moiraine si rivelò un Trolloc dal muso e corna da capro, che impugnava a due mani un'ascia: parve sul punto di gettarsi nella mischia, quando scorse Leya. «No!» gridò Perrin. «Luce santa, no!» Le pietre gli scorticavano i piedi scalzi, ma lui non se ne accorse. Vide il Trolloc sollevare l'ascia. «Leyaaaaaaaa!» All'ultimo momento il Trolloc girò su se stesso e vibrò l'ascia contro Perrin. Questi si abbassò di scatto e mandò un grido nel sentire l'acciaio graffiargli la schiena. Disperato, protese la mano, afferrò uno zoccolo caprino, tirò con tutte le sue forze. Il Trolloc perdette l'appoggio e cadde con un tonfo; ma, scivolando giù per il pendio, afferrò Perrin, con mani grosse il doppio del normale, e lo trascinò con sé a ruzzolare fino in fondo. Il puzzo di capro e d'acre sudore umano riempì le narici di Perrin. Braccia muscolose gli circondarono il torace, facendogli mancare l'aria; le costole scricchiolarono, sul punto di rompersi. Il Trolloc aveva lasciato cadere l'ascia, ma affondò nella spalla di Perrin i denti smussati da capro, quasi volesse sbranarlo. Perrin si lasciò sfuggire un gemito, mentre il dolore gli saettava lungo il braccio sinistro. I polmoni gli dolevano per mancanza d'aria, davanti agli occhi gli ballavano macchie scure; ma si accorse confusamente d'avere un braccio libero e di stringere ancora l'ascia. La impugnò appena sotto la lama, quasi fosse un martello, con la punta in alto. Con un ruggito, conficcò la punta nella tempia del Trolloc. Senza emettere grido la creatura si dimenò, spalancò le braccia, scagliò lontano Perrin. Solo per istinto quest'ultimo non mollò la presa sull'ascia, liberandola, mentre il Trolloc scivolava ancora più in basso, fra convulsioni d'agonia.
Per un momento Perrin rimase disteso e cercò di riprendere fiato. Sentiva sulla schiena il bruciore della scorticatura e l'umido del sangue. Si rialzò, senza badare al dolore alla spalla. «Leya?» chiamò. Lei era sempre accovacciata davanti alla baracca, non più di dieci passi più in alto. Lo guardava con una tale espressione che Perrin quasi non riuscì a incrociare il suo sguardo. «Non compatirmi!» brontolò. «Non...» Il balzo del Myrddraal giù dal tetto della baracca parve eterno: il suo mantello nerissimo non si mosse, come se il Mezzo Uomo stesse già sul terreno. Il viso privo d'occhi si puntò su Perrin. Il Myrddraal puzzava di morte. Sotto lo sguardo fisso del Myrddraal, Perrin sentì il freddo della paura invadergli braccia e gambe. Aveva il torace gelido come blocco di ghiaccio. «Leya» mormorò. Riusciva soltanto a non fuggire. «Leya, ti prego, nasconditi. Ti prego.» Il Mezzo Uomo si mosse verso di lui, lentamente, fiducioso che la paura avesse preso al laccio l'avversario. Si muoveva come serpente e preparava la spada, così nera da risultare visibile solo per la luce degli alberi in fiamme. «Taglia una gamba del tripode» disse piano «e tutto crollerà.» La voce pareva sbriciolio di cuoio secco. All'improvviso Leya si lanciò avanti e tentò d'afferrare per le gambe il Myrddraal. Il Mezzo Uomo vibrò di rovescio la spada, quasi con indifferenza, senza girarsi a guardare. Leya si accasciò. Perrin si sentì spuntare le lacrime. "Avrei dovuto aiutarla... salvarla" si disse. "Avrei dovuto fare... qualcosa!" Ma sotto lo sguardo fisso del Myrddraal, anche pensare diventava uno sforzo sovrumano. "Arriviamo, fratello. Arriviamo, Giovane Toro." Le parole gli risuonarono nella mente e gli fecero rimbombare il cranio come campana colpita dal batacchio: il tremito gli percorse tutto il corpo. Con le parole, giunsero i lupi, decine e decine... gli invasero la mente così come invadevano la conca. Lupi di montagna, che arrivavano quasi alla cintola d'un uomo, bianchi e grigi, sbucati di corsa dalla notte, consapevoli della sorpresa dei due-gambe che li vedevano saettare qua e là, assalire i Deformi. I lupi gli riempirono la mente, finché Perrin ricordò a malapena d'essere un uomo. I suoi occhi colsero la luce, risplendettero di giallo dorato. E il Mezzo Uomo si bloccò, come se a un tratto fosse incerto. «Fade» disse Perrin, con voce rauca; ma poi ricevette dai lupi un nome diverso. I Trolloc, i Deformi, creati durante la Guerra dell'Ombra mesco-
lando parti umane e animali, erano già una brutta cosa, ma i Myrddraal... «Mai-Nato!» sputò Giovane Toro. Arricciò le labbra in un ringhio e si lanciò contro il Myrddraal. Il Mai-Nato si mosse con la rapidità d'una vipera, sciolto e micidiale, facendo guizzare la spada come fulmine; ma lui era Giovane Toro, così lo chiamavano i lupi. Giovane Toro, con corna d'acciaio che vibrava servendosi delle mani. Era tutt'uno con i lupi. Era un lupo: e qualsiasi lupo sarebbe morto cento volte di fila, pur di vedere la fine di un Mai-Nato. Il Fade arretrò davanti a lui e con la spada guizzante ora cercò soltanto di parare i colpi. Tendine del garretto e gola, così i lupi uccidono: Giovane Toro si gettò di lato, si lasciò cadere carponi, vibrò l'ascia contro l'incavo del ginocchio del Mezzo Uomo. Il Fade urlò - un suono penetrante che in qualsiasi altra occasione gli avrebbe fatto rizzare i capelli - e cadde, sorreggendosi con la mano. Il Mezzo Uomo, il Mai-Nato, impugnava ancora con fermezza la spada; ma prima che potesse prepararsi, Giovane Toro vibrò di nuovo l'ascia. Spiccata dal busto per metà, la testa del Fade ricadde penzoloni sulla schiena; eppure, ancora appoggiato sulla mano, il Mai-Nato menò un fendente maligno. I Mai-Nati impiegavano sempre un bel po' di tempo, a morire. Dai lupi Giovane Toro ricevette immagini di Trolloc urlanti che si dibattevano sul terreno, senza essere stati toccati né da lupo né da uomo. Evidentemente si trattava di quelli collegati al Myrddraal, che sarebbero morti alla morte del Fade... se nessuno li uccideva prima. L'impulso a scendere di corsa il pendio per unirsi ai suoi fratelli, uccidere i Deformi, dare la caccia ai restanti Mai-Nati divenne fortissimo, ma il frammento sepolto che era ancora uomo ricordò: Leya. Perrin lasciò cadere l'ascia e rigirò con gentilezza il corpo della Calderaia. Leya aveva il viso insanguinato e occhi fissi, velati dalla morte. Uno sguardo accusatore, pareva. «Ho tentato» mormorò Perrin. «Ho tentato di salvarti.» Lo sguardo fisso di Leya non cambiò. «Cosa potevo fare? Ti avrebbe ucciso, se non l'avessi ucciso!» "Vieni, Giovane Toro. Vieni a uccidere i Deformi." La seconda natura prese il sopravvento: Perrin depose per terra Leya e raccolse l'ascia insanguinata. Gli occhi gli risplendevano, mentre correva giù per il pendio sassoso. Era Giovane Toro. Qua e là per la conca alcuni alberi ardevano come torce; un alto pino prese fuoco, mentre Giovane Toro si lanciava nella mischia. Lampi azzur-
rastri guizzarono nella notte, simili a fulmini, mentre Lan impegnava un altro Myrddraal e l'antico acciaio di fabbricazione Aes Sedai si scontrava con quello forgiato a Thakan'dar, all'ombra di Shayol Ghul. Loial maneggiava un bastone ferrato della grossezza d'un palo da staccionata e descriveva a mezz'aria un cerchio dove nessun Trolloc entrava senza essere abbattuto. Gli uomini combattevano disperatamente fra le ombre danzanti, ma Giovane Toro - Perrin - notò con un senso di distacco che troppi shienaresi erano caduti. I suoi fratelli lupi, maschi e femmine, combattevano in piccoli branchi di tre, quattro unità: schivavano le spade ricurve e le asce, saettavano ad azzannare tendini, si tuffavano a squarciare la gola delle prede azzoppate. Nel loro modo di combattere non c'era onore, né gloria, né misericordia. Erano venuti solo per uccidere. Giovane Toro si unì a uno dei branchi più piccoli e al posto delle zanne usò l'ascia. Non pensava più alla battaglia nel suo insieme. Vedeva solo il Trolloc che lui e i lupi - i fratelli - avevano separato dagli altri e abbattuto. Poi ce ne sarebbe stato un altro e un altro e un altro, finché non ne sarebbe rimasto nessuno. Né lì né altrove. Provava l'impulso di gettare da parte l'ascia e di usare i denti, di correre a quattro zampe come i suoi fratelli. Correre fra gli alti passi delle montagne. Correre, immerso fino al ventre nella neve farinosa, all'inseguimento di un cervo. Correre, col vento gelido che gli arruffava il pelo. Ringhiò insieme con i suoi fratelli e davanti a quello sguardo giallo dorato i Trolloc ulularono di terrore, più di quanto non facessero di fronte agli altri lupi. All'improvviso Perrin si accorse che in tutta la conca non c'era più un Trolloc ancora in piedi, anche se percepiva i fratelli che ne inseguivano alcuni in fuga. Un branco di sette aveva una preda diversa, da qualche parte nel buio. Un Mai-Nato fuggiva verso il proprio quattrozampe (il cavallo, disse una remota parte di Perrin) e i fratelli lo inseguivano, con le narici piene del suo odore, della sua essenza di morte. Con la mente Perrin era con loro, vedeva coi loro occhi. Mentre si avvicinavano, il Mai-Nato si girò, imprecando, nero nelle vesti e nelle armi, quasi parte stessa della notte. Ma proprio nella notte fratelli e sorelle andavano a caccia. Alla morte del primo fratello, Giovane Toro ringhiò, trafitto dal dolore della sua agonia; però gli altri si avvicinarono, altri fratelli e sorelle morirono, ma le fauci azzannarono e abbatterono il Mai-Nato. Ora il Myrddraal si difendeva con i denti, squarciava gole, graffiava con unghie che tagliavano pelle e carne come i duri artigli impugnati dai due-gambe; ma, pur
morendo, i fratelli lo massacrarono. Alla fine una singola sorella si staccò dal mucchio ancora palpitante e barcollò da parte. Nebbia Mattutina, si chiamava; ma come per tutti i lupi, il nome indicava dell'altro: un gelido mattino che aveva nell'aria il mordente della neve in arrivo e la nebbia che s'arricciava fitta nella vallata e turbinava nella vivace brezza foriera di buona caccia. Nebbia Mattutina alzò la testa e ululò alla luna coperta dalle nuvole, piangendo i morti. Giovane Toro gettò indietro la testa e ululò con lei, pianse con lei i morti. Quando abbassò la testa, si accorse che Min lo fissava. «Ti senti bene, Perrin?» domandò lei, incerta. Aveva un livido sulla guancia e una manica mezzo strappata. Reggeva un randello e un pugnale: su tutt'e due c'erano sangue e peli. Perrin vide che tutti fissavano lui... tutti quelli ancora in piedi. Loial, appoggiato stancamente al bastone. Gli shienaresi, che avevano trasportato lì i caduti. Moiraine, con Lan al fianco, china su di un ferito. Perfino l'Aes Sedai guardava dalla sua parte. Gli alberi incendiati, simili a gigantesche torce, mandavano una luce ondeggiante. Dappertutto c'erano carcasse di Trolloc. Gli shienaresi caduti erano più numerosi dei superstiti e fra di loro erano disseminati i corpi dei fratelli lupi. Troppi... Perrin si rese conto d'avere di nuovo voglia di ululare. Frenetico, eresse uno sbarramento al contatto con i lupi. Filtrarono ugualmente immagini, emozioni, mentre lui cercava di bloccarle. Alla fine, però, riuscì a non sentirle, a non sentire la loro sofferenza, la loro rabbia, il desiderio di dare la caccia ai Deformi... Si scosse. Sentiva bruciare come fuoco la ferita alla schiena; la spalla lacerata gli doleva come se l'avessero martellata sopra l'incudine. I piedi scalzi, graffiati e scorticati, gli pulsavano dolorosamente. Dappertutto c'era puzzo di sangue. Puzzo di Trolloc e di morte. «Sto... sto bene, Min.» «Hai combattuto valorosamente, fabbro» disse Lan. Alzò sopra la testa la spada ancora bagnata di sangue. «Tai'shar Manetheren! Tai'shar Andor!» Vero Sangue del Manetheren. Vero Sangue dell'Andor. Gli shienaresi ancora in piedi - pochi davvero - alzarono le armi e gli fecero eco: «Tai'shar Manetheren! Tai'shar Andor!» Loial annuì. «Ta'veren» disse. Perrin abbassò gli occhi, imbarazzato. Lan l'aveva salvato da domande alle quali non voleva rispondere, ma gli aveva attribuito un onore che non meritava. Gli altri non avevano capito. Perrin si domandò che cosa avreb-
bero detto, se avessero saputo la verità. Min gli venne più vicino. «Leya è morta» le mormorò lui. «Non ho potuto... L'avevo quasi raggiunta!» «Non avrebbe fatto differenza» disse lei, piano. «Lo sai anche tu.» Si sporse a esaminargli la schiena e fece una smorfia. «Ci penserà Moiraine. Dov'è possibile, usa l'Arte della Guarigione.» Perrin annuì. Per il sangue rappreso si sentiva la schiena appiccicosa fino alla cintola, ma se ne accorgeva appena, malgrado il dolore. "Luce Santa" pensò "a momenti non tornavo indietro. Non posso permettere che accada di nuovo. Non lo permetterò. Mai più! " Quando era con i lupi, però, che differenza! Non doveva preoccuparsi che gli estranei lo temessero solo perché era grande e grosso. Nessuno lo riteneva tardo di mente solo perché cercava d'usare cautela. I lupi si conoscevano l'un l'altro, anche se non si erano mai incontrati: in mezzo a loro, lui era semplicemente un altro lupo. No! Serrò le mani sul manico dell'ascia. No! Sobbalzò, nell'udire all'improvviso la voce di Masema. «Era un segno» disse lo shienarese, rigirandosi per indirizzarsi a tutti. Aveva sangue sulle braccia e sul petto, zoppicava; ma aveva negli occhi il fervore di sempre. «Un segno per confermare la nostra fede. Perfino i lupi sono venuti a combattere per il Drago Rinato. Nell'Ultima Battaglia, il Drago chiamerà anche le belve della foresta perché combattano al nostro fianco. È un segno che ci sprona a proseguire. Solo gli Amici delle Tenebre non si uniranno a noi.» Due shienaresi annuirono. «Chiudi la maledetta bocca, Masema!» replicò, brusco, Huno. Pareva indenne, ma combatteva già i Trolloc quando Perrin non era ancora nato. Eppure traballava per la stanchezza: solo l'occhio dipinto pareva fresco. «Proseguiremo quando il Drago ce lo dirà, maledizione, non prima! E voi, maledetti contadini dal cervello di pecora, cercate di ricordarlo!» Diede un'occhiata alla fila crescente di uomini curati da Moiraine... pochi riuscivano anche solo a stare seduti, persino dopo che lei aveva terminato... e scosse la testa. «Almeno avremo abbondanza di maledette pelli di lupo per tenere al caldo i feriti.» «No!» intervenne Perrin, con una veemenza che stupì gli shienaresi. «Hanno combattuto per noi. Li seppelliremo con i nostri morti.» Huno corrugò la fronte e aprì bocca, come per discutere, ma Perrin puntò su di lui gli occhi gialli. Fu lo shienarese a distogliere per primo lo sguardo e ad annuire.
Perrin si schiarì la voce, imbarazzato, mentre Huno ordinava agli shienaresi di raccogliere i lupi. Min lo guardava a occhi socchiusi, come le accadeva quando vedeva l'aura di qualcuno. «Dov'è Rand?» le domandò Perrin. «Là fuori nel buio» rispose Min, indicando con un cenno il pendio più in alto, senza staccare lo sguardo da lui. «Non vuole parlare con nessuno. Se ne sta seduto e scaccia chiunque gli si avvicini.» «Con me parlerà» disse Perrin. Min lo seguì, protestando che doveva prima farsi Guarire da Moiraine. Chissà che cosa vedeva, si domandò Perrin, 'quando guardava lui; ma in realtà non voleva saperlo. Rand sedeva per terra, appena fuori del cerchio di luce degli alberi in fiamme, con la schiena contro il tronco d'una stenta quercia. Fissava il vuoto e teneva le braccia intorno al petto, le mani sotto la giubba rossa, come se avesse freddo. Non parve accorgersi di loro. Min si sedette accanto a lui, ma Rand non si mosse, neppure quando lei gli mise la mano sul braccio. Perfino lì Perrin sentiva puzzo di sangue e non solo del proprio. «Rand» cominciò; ma l'altro lo interruppe. «Sai cos'ho fatto durante lo scontro?» Con lo sguardo remoto, parve rivolgersi alla notte. «Niente! Niente di utile. All'inizio mi sono proteso verso la Vera Fonte, ma non potevo toccarla, non potevo afferrarla. Poi, quando finalmente sono riuscito ad afferrarla, volevo bruciarli tutti, Trolloc e Fade. Ma sono riuscito soltanto a incendiare qualche albero.» Scosse la testa in una muta risata; poi si fermò, con una smorfia di dolore. «Saidin mi ha riempito fino a darmi l'impressione di scoppiare come fuoco d'artificio. Dovevo incanalarlo da qualche parte, liberarmene prima che mi riducesse in cenere; volevo far crollare la montagna e travolgere i Trolloc. A momenti ci provavo. Questa è stata la mia battaglia. Non contro i Trolloc: contro me stesso. Per trattenermi dal seppellire tutti sotto la montagna.» Min rivolse a Perrin un'occhiata penosa, quasi a chiedere aiuto. «Li abbiamo sistemati noi, Rand» disse Perrin. Rabbrividì al pensiero dei numerosi feriti, più in basso. E dei morti. «Non abbiamo avuto bisogno del tuo intervento.» Rand appoggiò la testa contro l'albero e chiuse gli occhi. «Ho percepito il loro arrivo» mormorò. «Ma non sapevo cos'erano. Fanno lo stesso effetto della contaminazione di Saidin. E Saidin è sempre lì, mi chiama, mi attira. Quando ho capito la differenza, Lan dava già l'allarme. Se potessi controllare Saidin, avrei dato l'allarme prima che s'avvicinassero troppo. Ma la
metà delle volte, quando riesco a toccarlo davvero, non so neppure cosa faccio. Il suo flusso mi porta via e basta. Però avrei potuto dare l'allarme.» Perrin si mosse, a disagio. «Abbiamo avuto un avvertimento sufficiente» disse, col tono, lo sapeva, di chi cerca di convincersi da solo. Anche lui avrebbe potuto dare l'allarme, se avesse parlato con i lupi. I lupi sapevano che nelle montagne c'erano Trolloc e Fade. Avevano cercato di dirglielo. Ma se non avesse tenuto i lupi fuori della propria mente, si disse, forse ora sarebbe corso via con loro. C'era stato un uomo, Elias Machera, che parlava pure lui con i lupi. Elias stava sempre con loro, eppure ricordava d'essere un uomo. Ma non gli aveva detto come faceva e Perrin non lo vedeva da molto tempo. Il rumore di stivali sui sassi annunciò l'arrivo di due persone e una folata d'aria ne portò a Perrin l'odore. Ma lui badò bene a non fare il nome di Lan e Moiraine, finché i due non furono tanto vicino che qualsiasi occhio normale li avrebbe scorti. Il Custode teneva il braccio sotto quello dell'Aes Sedai, quasi cercasse di sorreggerla senza farglielo capire. Moiraine aveva occhi stanchi e reggeva una statuetta d'avorio scurito dal tempo, raffigurante una donna: Perrin riconobbe l'angreal, un residuo dell'Epoca Leggendaria, che permetteva alle Aes Sedai d'incanalare più Potere di quanto riuscissero senza altri aiuti. Il fatto che lo adoperasse per Guarire era un segno di quanto fosse stanca. Min si alzò per aiutarla, ma l'Aes Sedai le indicò di farsi da parte. «Ho provveduto a tutti gli altri» disse. «Quando avrò terminato qui, potrò riposare.» Scostò anche il braccio di Lan e assunse un'aria di profonda concentrazione, mentre passava la mano sulla spalla insanguinata di Perrin e poi sulla ferita alla schiena: un tocco che provocava una sorta di formicolio. «Non è grave» disse. «Il livido sulla spalla è profondo, ma le lacerazioni sono superficiali. Coraggio, non ti farò male, però...» Perrin non si era mai trovato a proprio agio accanto a una donna che incanalasse il Potere, soprattutto se la faccenda riguardava proprio lui. La situazione gli si era già presentata un paio di volte e Perrin riteneva d'avere una certa idea di che cosa comportasse; ma si era trattato d'interventi di scarsa importanza, intesi semplicemente a eliminare la stanchezza. L'effetto era assai diverso dall'attuale. All'improvviso gli occhi dell'Aes Sedai parvero frugargli l'anima: Perrin ansimò e a momenti lasciò cadere l'ascia. Si sentì formicolare la pelle della schiena, contorcere i muscoli che si riattaccavano. Sentì un tremito incontrollabile alla spalla. Gli si confuse la vista. Si sentì gelare fino alle ossa,
fino al midollo. Ebbe l'impressione di muoversi, di cadere, di volare... non sapeva esattamente che cosa facesse, ma aveva la sensazione di correre a grande velocità, per sempre. Dopo un tempo che gli parve eterno, riuscì a rimettere a fuoco la vista. Moiraine arretrava, barcollando, finché Lan non la sorresse per il braccio. Con un ansito, Perrin si guardò la spalla: tagli e lividi erano scomparsi, non rimaneva neppure una fitta di dolore. Mosse il braccio con cautela, ma il dolore, anche quello alla schiena, era scomparso. E i piedi non gli dolevano più: non ebbe bisogno di guardarli, per sapere che lividi e scorticature erano spariti. Lo stomaco gli brontolò rumorosamente. «Dovresti mangiare qualcosa, appena possibile» disse Moiraine. «La forza per la Guarigione proviene in gran parte da te stesso. Devi riprendere energie.» Fame e immagini di cibo già gli riempivano la mente: bistecche al sangue, cacciagione, cosciotti d'agnello... Con uno sforzo Perrin si costrinse a non pensare alla carne. Avrebbe trovato un po' di quelle radici che, arrostite, avevano profumo di rape. Lo stomaco reagì con un brontolio di protesta. «T'è rimasto appena il segno, fabbro» disse Lan, dietro di lui. «Anche i lupi feriti sono tornati nella foresta» disse Moiraine, stiracchiandosi. «Ho Guarito quelli che sono riuscita a trovare.» Perrin le scoccò un'occhiata penetrante, ma lei pareva fare solo conversazione. «Forse sono venuti per motivi loro, ma se non fossero venuti, probabilmente saremmo morti tutti.» Perrin cambiò posizione, a disagio, e abbassò gli occhi. L'Aes Sedai allungò la mano verso il livido sul viso di Min, ma quest'ultima si ritrasse. «Non è una vera ferita e tu sei stanca» disse. «Ho riportato di peggio, cadendo da sola.» Con un sorriso Moraine lasciò ricadere la mano. Lan la prese per il braccio e lei vacillò. «Bene» disse. «E tu, Rand? Sei ferito? Anche un graffio della spada dei Myrddraal spesso è mortale e alcune lame dei Trolloc sono altrettanto micidiali.» Solo allora Perrin notò la macchia. «Rand» esclamò «hai la giubba inzuppata di sangue!» Rand estrasse la destra da sotto la giubba: era insanguinata. «Non è stato un Myrddraal» disse, con aria assente, guardandosi le dita. «Né un Trolloc. Si è riaperta la ferita di Falme.» Moiraine trasalì, si liberò del braccio di Lan e s'inginocchiò accanto a Rand. Scostò il lembo della giubba ed esaminò la ferita. Perrin non la ve-
deva, perché nascosta dalla testa di Moiraine, ma notò che l'odore di sangue si era fatto più intenso. Moiraine mosse la mano e Rand reagì con una smorfia di dolore. «"Il sangue del Drago Rinato sulle rocce di Shayol Ghul libererà dall'Ombra l'umanità"» citò. «Non è scritto così, nelle Profezie del Drago?» «Chi te l'ha detto?» replicò Moiraine, brusca. «Se tu potessi portarmi ora a Shayol Ghul» proseguì Rand, con voce impastata «per mezzo delle Vie o delle Pietre Portali, forse tutto terminerebbe. Non più morti. Non più sogni. Niente.» «Fosse così semplice, in un modo o nell'altro lo farei» replicò Moiraine, torva. «Ma non si può prendere per oro colato ogni brano del Ciclo Karaethon. Per una cosa espressa chiaramente, altre dieci possono avere cento significati diversi. Non illuderti di conoscere la minima parte di ciò che dev'essere, anche se qualcuno t'ha raccontato tutte le Profezie.» Esitò, come per riprendere forza. Strinse l'angreal e passò la mano sul fianco di Rand, senza badare al sangue. «Fatti forza.» All'improvviso Rand sbarrò gli occhi e si tese, con un ansito, un brivido, lo sguardo fisso. Quando era stato Guarito, Perrin aveva pensato che l'intervento dell'Aes Sedai non dovesse terminare più; ma ora vide che nel giro di qualche istante Rand si rilassava contro il tronco della quercia. «Ho fatto... quanto potevo» disse piano Moiraine. «Quanto potevo. Devi stare attento. La ferita può riaprirsi, se...» Lasciò morire la frase e cadde distesa. Rand l'afferrò, ma Lan fu subito lì a prenderla in braccio. Sul viso del Custode passò un'espressione assai vicina alla tenerezza, che Perrin non avrebbe mai immaginato di scorgere in lui. «È sfinita» disse il Custode. «Ha curato tutti, ma nessuno può liberarla della stanchezza. La metterò a letto.» «C'è Rand» suggerì lentamente Min. Il Custode scosse la testa. «So che faresti il tentativo, pastore» disse, rivolto a Rand. «Ma ne sai così poco che potresti tanto ucciderla quanto aiutarla.» «Hai ragione» rispose Rand, con amarezza. «Non ci si può fidare di me. Lews Therin il Kinslayer uccise tutti quelli che amava. Forse farò anch'io la stessa cosa, prima della fine.» «Fatti coraggio, pastore» replicò Lan, aspro. «Il mondo intero sta sulle tue spalle. Ricorda d'essere un uomo e fai ciò che bisogna fare.» Rand guardò in viso il Custode e scoprì con sorpresa d'essersi liberato di
tutta l'amarezza. «Combatterò e farò del mio meglio» disse. «Non c'è nessun altro e bisogna combattere e il compito tocca a me. Combatterò, ma non ho l'obbligo di trovare piacevole ciò che sono diventato.» Chiuse gli occhi, come se volesse dormire. «Combatterò. I sogni...» Lan lo fissò per un momento, poi annuì. Alzò la testa, guardò Perrin e Min. «Portatelo a letto e cercate anche voi di dormire un poco. Dobbiamo fare un piano... ma solo la Luce sa cosa ci riserva il futuro.» 6 Inizia la caccia
Perrin non s'aspettava di prendere sonno, ma la pancia piena di stufato freddo (aveva mantenuto il proponimento di mangiare radici solo finché non aveva sentito il profumo degli avanzi della cena) e la stanchezza l'avevano spinto a mettersi a letto. Si svegliò perché Lan lo scuoteva: le prime luci dell'alba entravano dalla porta spalancata e mutavano il Custode in ombra contornata d'alone luminoso. «Rand è scomparso» si limitò a dire Lan, prima di correre via; ma fu più che sufficiente. Perrin si alzò e si vestì in fretta. Fuori si vedevano solo alcuni shienaresi che usavano i cavalli per trascinare nei boschi le carcasse dei Trolloc e che si muovevano come se avrebbero fatto meglio a stare a letto a curarsi. L'organismo umano aveva bisogno d'un certo tempo per ricuperare l'energia consumata dalla Guarigione. Perrin sentì brontolare lo stomaco e fiutò l'aria, con la speranza che qualcuno avesse già iniziato a cucinare. Era pronto a mangiare anche quella sorta di rape, persino crude. La brezza gli portò solo gli odori di Myrddraal uccisi, di Trolloc morti, di uomini morti e vivi, di cavalli, d'alberi. E di lupi morti. La baracca di Moiraine, a metà pendio sull'altro lato della conca, pareva centro di grande attività. Min vi entrò in fretta; l'attimo dopo uscì Masema; poi Huno. Quest'ultimo sparì di corsa fra gli alberi, diretto alla parete di nuda roccia dietro la baracca, mentre l'altro shienarese scendeva zoppican-
do il pendio. Perrin si diresse alla baracca. Mentre guadava il basso ruscello, incrociò Masema. Lo shienarese aveva l'aria stanca e occhi più infossati del solito; alzò di scatto la testa e afferrò per la manica Perrin. «Sei del suo villaggio» disse, con voce rauca. «Lo conosci bene. Perché il Drago ci ha abbandonati? Quale peccato abbiamo commesso?» «Peccato? Che storie sono? Non so per quale motivo Rand se ne sia andato, ma non riguarda certo ciò che avete o non avete fatto.» Masema non parve convinto; non lasciò la manica di Perrin e lo scrutò in viso, come se lì ci fossero delle risposte. Perrin sentì che l'acqua gelida cominciava a filtrargli negli stivali. «Masema» disse con calma «qualsiasi cosa abbia fatto il Drago, si accorda con il suo piano. Il Drago non ci abbandonerebbe.» Ma si domandò che cosa avrebbe fatto lui, al posto di Rand. Masema annuì lentamente. «Sì. Sì, ora capisco. È andato via da solo per spargere la notizia del suo avvento. Anche noi dobbiamo diffonderla. Sì.» Zoppicando, attraversò il ruscello, senza smettere di borbottare. Sciaguattando a ogni passo, Perrin salì alla baracca di Moiraine e bussò alla porta. Non ebbe risposta. Esitò un istante, poi entrò. La stanza d'ingresso, dove dormiva Lan, era spoglia e semplice come la baracca dello stesso Perrin, con un letto approntato alla buona, posto contro la parete, qualche piolo per appendere abiti e un solo scaffale. Dalla porta entrava poca luce e l'unica altra fonte d'illuminazione era costituita da rozzi lumi di grasso vegetale, i cui sottili pennacchi di fumo formavano uno strato nebbioso sotto il soffitto. Perrin arricciò il naso all'odore. Il soffitto era assai basso: Loial addirittura lo sfiorava, anche seduto a un capo del letto di Lan, con le ginocchia contro il petto per occupare meno spazio. L'Ogier, inquieto, muoveva a scatti le orecchie irsute. Min sedeva a gambe incrociate per terra, accanto alla porta che dava nella stanza di Moiraine; l'Aes Sedai andava avanti e indietro, immersa nei pensieri. Pensieri cupi, di sicuro. Poteva percorrere solo tre passi in ogni direzione, ma si muoveva con tale vigore che pareva voler consumare il pavimento; l'andirivieni smentiva l'espressione calma del viso. «Credo che Masema non sia più a posto» disse Perrin. Min sbuffò. «Conoscendolo, come fai a dirlo?» Moiraine si girò verso Perrin, a labbra serrate. Parlò con voce calma, troppo calma. «Masema è la cosa più importante che hai in mente stamattina, Perrin Aybara?»
«No. Vorrei sapere quando e perché Rand se n'è andato. Qualcuno l'ha visto andar via? Qualcuno sa dove si è diretto?» Le restituì con fermezza lo sguardo, anche se non era facile. «Sei stata tu a mandarlo via? Hai tirato le redini fino a renderlo impaziente di andare da una parte qualsiasi, di fare una cosa qualsiasi, solo per non stare più con le mani in mano?» Loial irrigidì le orecchie e di nascosto mosse il dito in un gesto d'ammonimento. Moiraine inclinò di lato la testa e scrutò Perrin, che riuscì soltanto a non abbassare gli occhi. «Non è opera mia» rispose l'Aes Sedai. «Se n'è andato durante la notte. Quando, come e perché... non l'ho ancora scoperto.» Loial sollevò le spalle in un silenzioso sospiro di sollievo. Silenzioso per un Ogier, cioè, poiché parve il sibilo di ferro rovente immerso nell'acqua. «Mai far arrabbiare un'Aes Sedai» disse, in un bisbiglio ovviamente destinato a se stesso, che però tutti udirono. E citò: «"Meglio abbracciare il sole che far arrabbiare un'Aes Sedai".» Min alzò la mano quanto bastava a porgere a Perrin un foglio piegato in quattro. «Ieri sera, dopo che l'abbiamo messo a letto, Loial è andato a trovarlo. Rand si è fatto prestare penna, inchiostro e un foglio di carta.» L'Ogier mosse di scatto le orecchie e assunse un'aria preoccupata, tanto che le sopracciglia gli arrivarono alle guance. «Non sapevo quali intenzioni avesse» protestò. «Davvero.» «Lo sappiamo» replicò Min. «Nessuno ti accusa di niente, Loial. Moiraine fissò corrucciata il foglio ma non impedì a Perrin di leggerlo.» Era scritto di pugno di Rand. Faccio quel che faccio perché non esiste altra via. Lui mi dà di nuovo la caccia e stavolta uno di noi due deve morire, penso. Non occorre che muoiano anche coloro che mi stanno intorno. Già troppi sono morti per me. Neanch'io voglio morire, e non morirò, se riesco. Ci sono menzogne, nei sogni, e morte; ma i sogni contengono anche delle verità. Era tutto, senza firma. Perrin non ebbe bisogno di domandarsi chi volesse indicare Rand, con quel "lui". Per Rand, per tutti loro, "lui" era uno solo: Ba'alzamon. «L'ha infilato sotto la porta» disse Min, con voce tesa. «Ha preso delle vecchie vesti stese ad asciugare dagli shienaresi, il flauto e un cavallo. Nient'altro, a parte un po' di provviste, per quanto ne sappiamo. Nessuna
sentinella l'ha visto andare via: e stanotte le sentinelle avrebbero notato anche i movimenti d'un topo.» «Sarebbe cambiato qualcosa, se l'avessero visto?» replicò, calma, Moiraine. «Avrebbero fermato il Drago? Gli avrebbero intimato l'altolà? Alcuni di loro, Masema per primo, si taglierebbero la gola da soli, se il Drago lo chiedesse.» Ora fu Perrin a scrutare lei. «Cosa t'aspettavi? Hanno giurato di seguirlo. Luce santa, Moiraine, non si sarebbe mai proclamato il Drago, se non fosse stato per te. Cosa t'aspettavi, da loro?» Lei rimase in silenzio e Perrin proseguì, con più calma. «Sei convinta, Moiraine? Che sia davvero il Drago Rinato? Oppure ritieni Rand un semplice strumento che puoi usare finché l'Unico Potere non lo ucciderà o non lo farà impazzire?» «Calma, Perrin» intervenne Loial. «Non arrabbiarti tanto.» «Mi calmerò quando avrà risposto. Allora, Moiraine?» «Lui è quel che è» rispose lei, brusca. «Hai detto che a un certo punto il Disegno l'avrebbe costretto a imboccare il sentiero giusto. È ciò che Rand ha fatto, oppure cerca solo di allontanarsi da te?» Per un attimo pensò d'essersi spinto troppo oltre... gli occhi di Moiraine mandarono lampi d'ira... ma si rifiutò di fare marcia indietro. «Ebbene?» Moiraine inspirò a fondo. «Può anche darsi che questa sia la scelta del Disegno, tuttavia non volevo che se ne andasse da solo. Malgrado l'enorme potere di cui dispone, per molti versi è inerme come un neonato e altrettanto ignorante del mondo. Può incanalare il Potere, ma non ha alcun controllo su di esso; non sa se il Potere verrà, quando si protende a toccarlo, né sa cosa combina con esso, se gli arriva. Il Potere lo ucciderà, prima che lui abbia l'opportunità d'impazzire, se non impara a controllarlo. Deve ancora imparare tante di quelle cose! Vuole correre, prima d'avere imparato a camminare.» «Spacchi il capello in quattro e semini false piste, Moiraine» sbuffò Perrin. «Se Rand è il Drago, non hai mai pensato che forse sa meglio di te ciò che deve fare?» «Lui è quel che è» ripeté Moiraine, con fermezza. «Ma devo mantenerlo in vita, se è destinato a fare qualcosa. Da morto non farà avverare nessuna profezia; anche se riesce a sfuggire agli Amici delle Tenebre e alla Progenie dell'Ombra, migliaia di mani sono già pronte per ucciderlo. Basterà un indizio della centesima parte di ciò che è. Eppure, se dovesse affrontare solo questi rischi, non mi preoccuperei la metà di quanto mi preoccupo. Bi-
sogna fare i conti anche con i Reietti.» Perrin trasalì; dall'angolo, Loial gemette. «"Il Tenebroso e tutti i Reietti sono imprigionati a Shayol Ghul"» recitò Perrin. Moiraine non gli diede il tempo di terminare. «I sigilli s'indeboliscono, Perrin. Alcuni sono già infranti, anche se il mondo lo ignora. E deve ignorarlo. Il Padre delle Menzogne non è in libertà. Non ancora. Però, a causa dell'indebolirsi dei sigilli, quale Reietto sarà già libero? Lanfear? Sammael? Asmodean, Be'lal, Ravhin? Lo stesso Ishamael, il Traditore della Speranza? Erano tredici in tutto, Perrin; legati nei sigilli, non nella prigione che racchiude il Tenebroso. Tredici dei più potenti Aes Sedai dell'Epoca Leggendaria: il più debole fra loro è più forte delle dieci più potenti Aes Sedai attualmente in vita; il più ignorante, possiede tutte le conoscenze dell'Epoca Leggendaria. E ognuno di loro, uomo o donna, ha abbandonato la Luce e ha dedicato all'Ombra la propria anima. E se sono liberi? Se stanno là fuori ad aspettare lui? Non permetterò loro di prenderlo.» Perrin rabbrividì, in parte al tono gelido dell'ultima frase di Moiraine, in parte al pensiero dei Reietti. Non voleva pensare che un solo Reietto fosse libero nel mondo. Da bambino, sua madre usava i loro nomi per spaventarlo: «Ishamael viene a prendere i bambini che non dicono alla mamma la verità. Lanfear aspetta nella notte i bambini che non vanno a letto quando dovrebbero». Da adulto, non era cambiato niente: ora sapeva che i Reietti esistevano davvero. E Moiraine diceva che forse erano di nuovo liberi. «Legato a Shayol Ghul» mormorò... e avrebbe voluto crederci ancora. Turbato, esaminò di nuovo il biglietto di Rand. «Sogni» disse. «Anche ieri parlava di sogni.» Moiraine si avvicinò e lo scrutò in viso. «Sogni?» Entrarono Lan e Huno, ma con un gesto lei impose loro il silenzio. La stanza adesso era più che affollata, con cinque persone, oltre l'Ogier. «Quali sogni hai fatto, Perrin, negli ultimi giorni?» proseguì Moiraine. Perrin protestò che nei suoi sogni non c'era niente di sbagliato, ma lei non gli diede retta. «Parla» disse, insistente. «Quali sogni insoliti hai fatto? Dimmelo.» L'afferrò con lo sguardo, come con tenaglie da fabbro, imponendogli di parlare. Perrin guardò gli altri (tutti lo fissavano, perfino Min) e poi, con esitazione, raccontò l'unico sogno che gli pareva insolito, quello che faceva ogni notte. Il sogno della spada che non poteva afferrare. Non parlò del lupo comparso nell'ultimo di quei sogni. «Callandor» mormorò Lan, al termine. Faccia di pietra o no, parve sba-
lordito. «Sì» disse Moiraine. «Ma dobbiamo esserne assolutamente certi. Parlane con gli altri.» Mentre Lan usciva, lei si rivolse a Huno. «E tu?» domandò. «Anche tu hai sognato una spada?» Lo shienarese cambiò posizione, a disagio: l'occhio dipinto fissava direttamente Moiraine, ma quello vero batté la palpebra e non sostenne lo sguardo dell'Aes Sedai. «Sogno di malede... ah, di spade tutte le volte, Moiraine Sedai» dichiarò, con tono rigido. «Immagino d'avere sognato una spada, le ultime notti. Non ricordo i sogni bene come lord Perrin.» «Loial?» disse Moiraine. «I miei sogni sono sempre gli stessi, Moiraine Sedai» rispose l'Ogier. «I boschetti e i Grandi Alberi e gli stedding. Noi Ogier sogniamo sempre gli stedding, quando ne siamo lontani.» L'Aes Sedai si rivolse di nuovo a Perrin. «Era soltanto un sogno» disse questi. «Nient'altro che un sogno.» «Ne dubito» ribatté Moiraine. «Hai descritto la sala detta il Cuore della Pietra, nella fortezza chiamata la Pietra di Tear, come se ti ci fossi trovato. E la spada lucente è Callandor, la Spada-che-non-è-una-spada, la Spada Intoccabile.» Loial si drizzò a sedere e con la testa urtò il soffitto. Non parve accorgersene. «Secondo le Profezie del Drago, la Pietra di Tear non cadrà finché Callandor non sarà impugnata dalla mano del Drago. La caduta della Pietra di Tear sarà uno dei segni più importanti della Rinascita del Drago. Se Rand impugnerà Callandor, tutto il mondo dovrà riconoscerlo come il Drago.» «Forse.» La parola galleggiò sulle labbra dell'Aes Sedai come scheggia di ghiaccio su acqua cheta. «Forse?» replicò Perrin. «Pensavo che fosse il segno conclusivo, la conferma finale alle tue Profezie.» «Né la prima, né l'ultima» disse Moiraine. «Callandor sarà soltanto un'altra conferma del Ciclo Karaethon, come la nascita sulle pendici di Montedrago fu la prima. Lui deve ancora frantumare le nazioni o il mondo stesso. Perfino coloro che per l'intera vita hanno studiato le Profezie, non sanno interpretarle tutte. Cosa significa che "egli ucciderà il suo popolo con la spada di pace e lo distruggerà con la foglia"? Cosa significa che "legherà al suo servizio le nove lune"? Eppure nel Ciclo queste profezie hanno lo stesso peso attribuito a Callandor. Ce ne sono altre. Quali "ferite di follia e di perdita della speranza" ha guarito? Quali catene ha spezzato?
Chi ha posto in catene? Alcune profezie sono così oscure che potrebbero essersi già avverate senza che me ne sia resa conto. No, Callandor non è la profezia finale.» Perrin si strinse nelle spalle. Conosceva solo frammenti delle Profezie e aveva sempre meno voglia di approfondire questa conoscenza, da quando Rand aveva lasciato che Moiraine gli cacciasse fra le mani quello stendardo. No, anche da prima. Da quando un viaggio attraverso le Pietre Portali l'aveva convinto che la propria vita era legata a quella di Rand. «Se pensi» continuò intanto Moiraine «che gli basti tendere la mano, Loial figlio di Arent figlio di Halan, sei uno sciocco, come sarebbe sciocco lui, se pensasse la stessa cosa. Anche se giunge a Tear, forse non arriverà mai alla Pietra. I tairenesi non amano l'Unico Potere e ancora meno chi sostiene d'essere il Drago. L'uso del Potere a Tear è fuorilegge e le Aes Sedai sono nel migliore dei casi tollerate, purché si astengano dall'usarlo. Recitare le Profezie del Drago, persino possederne una copia, è sufficiente per finire in prigione. E nessuno può entrare nella Pietra di Tear, senza il permesso dei Sommi Signori; solo loro entrano nel Cuore della Pietra. Rand non è pronto, per questo.» Perrin borbottò. La Pietra non sarebbe mai caduta, finché il Drago Rinato non avesse impugnato Callandor. Ma come poteva impugnarla, nel cuore d'una maledetta fortezza, prima che la fortezza stessa cadesse? Era follia! «Perché ce ne stiamo qui con le mani in mano?» sbottò Min. «Se Rand va a Tear, perché non lo seguiamo? Potrebbe restare ucciso, o... o... Perché non ci muoviamo?» Moiraine le mise la mano sulla testa. «Perché devo essere sicura» rispose in tono gentile. «Non è comodo, essere scelti dalla Ruota per essere grandi o avvicinarsi alla grandezza. I prescelti della Ruota possono soltanto prendere ciò che viene.» «Sono stufa di prendere ciò che viene» replicò Min. Si sfregò gli occhi. Perrin credette di scorgervi le lacrime. «Mentre noi aspettiamo» riprese Min «Rand potrebbe essere in fin di vita.» Moiraine le lisciò i capelli: aveva nel viso un'espressione quasi di pietà. Perrin si sedette sul letto di Lan, dall'altra parte rispetto a Loial. Nella stanza l'odore d'esseri umani era forte... odore di persone, di preoccupazioni, di paura. Loial odorava anche di libri e di alberi, non solo di preoccupazioni. La stanza pareva una trappola, con le pareti così vicine. I lumi accesi puzzavano.
«Il mio sogno... come può dire dov'è diretto Rand?» domandò Perrin. «Era un sogno mio.» «Chi può incanalare l'Unico Potere, chi è particolarmente forte in Spirito, a volte può forzare in altri i propri sogni» disse piano Moiraine, senza smettere di consolare Min. «Soprattutto in chi è... ricettivo. Non credo che Rand l'abbia fatto di proposito, ma i sogni di chi tocca la Vera Fonte sono molto potenti. Uno come lui potrebbe trasmetterli a un intero villaggio, forse persino a una città. Rand non sa cosa fa... e ancor meno come controllarlo.» «Allora perché non hai fatto anche tu lo stesso sogno?» ribatté Perrin. «O Lan?» Huno guardava dritto davanti a sé, come se avesse voluto trovarsi da un'altra parte; Loial mosse a scatti le orecchie. Perrin era troppo affamato, per badare a rivolgersi col dovuto rispetto a un'Aes Sedai. E anche troppo infuriato. «Perché?» domandò ancora. «Le Aes Sedai» rispose Moiraine, con calma «imparano a schermare i propri sogni. Lo faccio senza pensarci, quando vado a dormire. I Custodi, grazie al legame, hanno una capacità quasi identica. Non potrebbero fare il proprio dovere, se l'Ombra s'infiltrasse di soppiatto nei loro sogni. Nel sonno siamo tutti vulnerabili e l'Ombra è più potente, durante la notte.» «Hai sempre qualche storia nuova» brontolò Perrin. «Non puoi dirci, una volta tanto, cosa t'aspetti, invece di spiegarlo dopo che si è verificato?» Huno aveva l'aria di chi cerchi una scusa per allontanarsi. Moiraine rivolse a Perrin uno sguardo inespressivo. «Vuoi che in un solo pomeriggio condivida con te una vita di conoscenze?» replicò. «O anche un solo anno? Ti dirò questo: stai attento ai sogni, Perrin Aybara. Stai molto attento ai sogni.» Perrin distolse lo sguardo. «Sto già attento» mormorò. Seguì il silenzio e nessuno parve disposto a romperlo. Min si fissava le caviglie, ma pareva trarre un certo conforto dalla presenza di Moiraine. Huno, in piedi contro la parete, non guardava in viso nessuno. Loial arrivò al punto di togliere di tasca un libro e mettersi a leggere anche nella fioca, luce. L'attesa fu lunga e Perrin la trovò tutt'altro che facile. Lui non aveva paura dell'Ombra, nei sogni. Aveva paura dei lupi. Non li avrebbe lasciati entrare! Rientrò Lan. Moiraine, ansiosa, si raddrizzò. Il Custode rispose alla domanda che le leggeva negli occhi: «La metà di loro ricorda d'avere sognato una spada, nelle ultime quattro notti. Alcuni ricordano un luogo con grandi
colonne e cinque dicono che la spada era di cristallo o di vetro. Masema dice d'avere visto Rand impugnare quella spada, ieri notte.» «Da lui l'immaginavo» disse Moiraine. Si strofinò vivacemente le mani e a un tratto parve piena d'energia. «Ora sono sicura. Anche se mi piacerebbe sapere come ha fatto ad allontanarsi senza essere scorto. Se ha riscoperto qualche Talento perduto dell'Epoca Leggendaria...» Lan guardò Huno e lo shienarese si strinse nelle spalle, disperato. «Maledizione, ho dimenticato di riferirlo, con tutti questi maledetti discorsi sulla malede...» Si schiarì la voce e lanciò a Moiraine un'occhiata. «Ah... ecco... ho seguito le tracce del Drago. Adesso in quella valle chiusa c'è un'altra uscita. Il terremoto ha fatto crollare la parete più lontana. Una scalata difficile, ma possibile anche per un cavallo. In cima ho trovato altre tracce e lassù c'è un percorso più facile intorno alla montagna.» «Bene» disse Moiraine. «Almeno non ha riscoperto come volare o come rendersi invisibile o qualche altro Talento leggendario. Dobbiamo seguirlo senza indugi. Huno, ti darò oro sufficiente per portare gli altri fino a Jehannah e il nome di una persona che laggiù te ne darà dell'altro. I ghealdanesi diffidano dei forestieri, ma se non darete confidenza a nessuno, non dovrebbero infastidirvi. Restate a Jehannah e aspettate che vi faccia avere mie notizie.» «Verremo con voi» protestò Huno. «Abbiamo giurato di seguire il Drago Rinato. Non vedo come riusciremo a prendere una fortezza che non è mai caduta, ma con l'aiuto del Drago faremo ciò che va fatto.» «Così ora siamo "il Popolo del Drago"» rise Perrin a denti stretti. «"La Pietra di Tear non cadrà fino all'arrivo del Popolo del Drago". Ci hai dato un nuovo nome, Moiraine?» «Bada a quel che dici, fabbro» brontolò Lan, gelido. Moiraine rivolse ai due un'occhiata penetrante e loro si zittirono. «Ti chiedo scusa, Huno» disse «ma dobbiamo viaggiare con celerità, se vogliamo avere la speranza di raggiungerlo. Al momento, sei l'unico shienarese in grado di sopportare una dura cavalcata: non possiamo aspettare che gli altri abbiano ricuperato le forze. Appena possibile, vi manderò a chiamare.» Huno si mostrò contrariato, ma le rivolse un inchino per indicare che avrebbe ubbidito. Al suo segno di congedo, drizzò le spalle e uscì a riferire agli altri shienaresi. «Be', io vengo con voi, qualsiasi cosa hai da dire» dichiarò Min, decisa. «Tu vai a Tar Valon» replicò Moiraine.
«Non sono una di quelle!» L'Aes Sedai proseguì con calma, come se Min non avesse parlato. «L'Amyrlin Seat dev'essere informata dell'accaduto. Non posso fare assegnamento sul fatto di trovare una persona di fiducia che abbia piccioni viaggiatori. Né sul fatto che l'Amyrlin Seat riceva un mio messaggio inviato per piccione. Il viaggio è lungo e difficile. Non ti manderei da sola, se ci fosse qualcuno per accompagnarti; ma ti fornirò denaro e lettere di presentazione per chi potrà aiutarti durante il viaggio. Devi correre, però. Quando il cavallo sarà stanco, comprane un altro... rubalo, se non puoi farne a meno... ma viaggia velocemente.» «Affida il messaggio a Huno. Lui sta bene, l'hai appena detto. Io vado dietro Rand.» «Huno ha i suoi compiti, Min. E poi, non crederai che un uomo possa semplicemente presentarsi alle porte della Torre Bianca e chiedere udienza all'Amyrlin Seat! Anche un re aspetterebbe giorni, se arrivasse senza preavviso; gli shienaresi aspetterebbero settimane, se non anni. Inoltre, tutti a Tar Valon sarebbero subito informati di un fatto così inusuale. Poche donne chiedono udienza all'Amyrlin Seat in persona, ma la cosa si è già verificata e non dovrebbe generare molti commenti. Nessuno deve sapere che l'Amyrlin Seat ha ricevuto un mio messaggio: la vita dell'Amyrlin Seat, e la nostra, potrebbero dipendere da questo. Sei tu la persona giusta.» Min aprì e richiuse la bocca, cercando altre argomentazioni; ma Moiraine aveva già ripreso: «Lan, sono sicura che purtroppo le tracce del suo passaggio non saranno evidenti, tuttavia mi affido alla tua abilità di seguire le piste.» Il Custode annuì. «Perrin? Loial? Venite con me dietro Rand?» Min si lasciò sfuggire uno strillo d'indignazione, ma Moiraine non le badò. «Sì, certo» rispose subito Loial. «Rand è mio amico. E poi, lo ammetto, non voglio perdermi niente. Per il libro, capisci.» Perrin fu più lento a rispondere. Rand era suo amico, qualsiasi cosa fosse divenuto ne] frattempo. Ed era quasi certo che il futuro dell'uno fosse legato a quello dell'altro, anche se ne avrebbe fatto a meno volentieri. «Non c'è scelta, no?» rispose infine. «Vengo anch'io.» «Bene.» Moiraine si sfregò di nuovo le mani, con l'aria di chi si dispone al lavoro. «Dovete prepararvi subito. Rand ha diverse ore di vantaggio. Per mezzodì voglio già essere sulle sue tracce.» Per quanto bassa e snella, aveva una presenza autoritaria che li spinse tutti verso la porta; a Perrin ricordò una massaia che spingesse al pascolo le oche.
Appena fuori, Min si trattenne un momento per rivolgersi a Lan, con un sorriso troppo mielato. «Per te non devo portare alcun messaggio? A Nynaeve, forse?» Il Custode batté le palpebre, come colto di sorpresa. «Tutti sanno che...» Si riprese immediatamente. «Se occorre che lei sappia altro da me, glielo dirò di persona» replicò. Le chiuse in faccia la porta. «Ah, gli uomini!» borbottò Min, rivolta al battente. «Troppo ciechi per vedere ciò che vedrebbe pure un sasso e troppo testardi per fidarsi che ragionino da soli.» Perrin inspirò a fondo. Un debole odore di morte aleggiava ancora sulla valle, ma l'aria era migliore di quella al chiuso dentro la baracca. Un poco. «Aria pulita» sospirò Loial. «Il fumo cominciava a infastidirmi. Iniziarono insieme a scendere il pendio. Accanto al ruscello, gli shienaresi in grado di reggersi in piedi si erano raccolti intorno a Huno. Dai gesti, quest'ultimo ricuperava il tempo perduto e imprecava a tutto spiano.» «Come mai voi due siete divenuti privilegiati?» domandò a un tratto Min. «Addirittura vi ha chiesto se volevate andare! A me non ha fatto la cortesia di chiedere.» Loial scosse la testa. «Secondo me, ha chiesto perché sapeva che cosa avremmo risposto. Moiraine pare in grado di leggere la mente, a Perrin e a me; tu invece per lei sei un libro chiuso.» Min parve addolcirsi un poco. «Sai quanto me ne viene!» replicò, squadrandoli dal basso in alto: Perrin la superava di tutta la testa e Loial torreggiava su di lei. «Vado anch'io dove vuole lei, come voi due agnellini. Per un poco te la sei cavata bene, Perrin. Le tenevi testa come se t'avesse venduto una giubba che si apriva lungo le cuciture.» «Le ho tenuto testa, vero?» disse Perrin, meravigliato. Non se n'era reso conto, in realtà. «Non è stato difficile come credevo.» «Hai avuto fortuna» rombò Loial. «"Irritare un'Aes Sedai è come cacciare la testa in un nido di vespe."» «Loial» disse Min «devo parlare a Perrin. Da solo. Ti dispiace?» «Oh, no, certo.» Allungò il passo alla sua andatura normale e in un attimo fu avanti a loro, prendendo di tasca la pipa e la borsa di tabacco. Perrin guardò Min, diffidente. La ragazza si mordeva il labbro, pareva riflettere sulle parole da usare. «Vedi mai qualcosa intorno a lui?» domandò Perrin, indicando con un cenno l'Ogier. Min scosse la testa. «Funziona solo con gli esseri umani, credo. Ma ho visto delle cose intorno a te e dovrei informarti.»
«Ti ho già detto che non voglio sapere...» «Non essere più testone del necessario. Le ho viste là dentro, appena hai detto che saresti andato con loro. Di sicuro hanno a che fare con il viaggio. O almeno con la tua decisione di partecipare.» Perrin esitò un momento. «Cos'hai visto?» domandò poi, con riluttanza. «Un Aiel in gabbia» rispose subito Min. «Un Tuatha'an con la spada. Un falco e uno sparviero, appollaiati sulle tue spalle. Due femmine, credo. E tutto il resto, naturalmente. Il solito. Tenebre che turbinano intorno a te e...» «Lascia perdere il resto!» la interruppe Perrin. Si grattò la testa, riflettendo. Quelle immagini per lui non avevano senso. «Hai idea di cosa significhino?» domandò poi. «Le nuove immagini, cioè.» «No, ma sono importanti. Le cose che vedo sono sempre importanti. Svolte nella vita delle persone, o eventi predestinati. Sono sempre importanti.» Esitò un attimo, scrutandolo. «Ancora una cosa» disse poi, lentamente. «Se incontri una donna... la donna più bella che tu abbia mai visto... scappa!» Perrin batté le palpebre. «Hai visto una donna bellissima? Perché dovrei scappare da una donna?» «Non puoi accettare un consiglio e basta?» replicò lei, irritata. Diede un calcio a un sasso e lo guardò rotolare giù per il pendio. A Perrin non piaceva saltare alle conclusioni... uno dei motivi per cui la gente lo riteneva tardo di mente; però, mettendo insieme tante piccole cose dette da Min negli ultimi giorni, anche lui arrivava a una conclusione sorprendente. Si fermò di colpo, cercando le parole giuste. «Ah... Min, sai che mi sei simpatica. Mi piaci, però... Ah, non ho sorelle, ma se ne avessi una... voglio dire, tu saresti...» S'interruppe, mentre lei alzava la testa a guardarlo, con sopracciglia aggrottate e sulle labbra una traccia di sorriso. «Perché, Perrin, devi sapere che ti amo» disse. Rimase a guardarlo muovere le labbra senza emettere suono, poi soggiunse, parlando lentamente e con cura: «Come un fratello, grosso zoticone dalla testa di legno! L'arroganza degli uomini non cessa mai di stupirmi. Pensate d'essere al centro di tutto e l'oggetto del desiderio di ogni donna.» Perrin si sentì arrossire. «Non ho mai... non ho...» Si schiarì la voce. «Cos'hai visto, di quella donna?» «Segui solo il mio consiglio» rispose Min. Cominciò a scendere verso il ruscello, a passi rapidi. «Se dimentichi tutto il resto» gli gridò, girando solo la testa «ricorda almeno il mio consiglio!»
Perrin la fissò, pensieroso (una volta tanto, gli parve che i suoi pensieri si riordinassero rapidamente) e la raggiunse in un paio di passi. «Tu ami Rand, vero?» Min emise un verso strozzato e gli diede un'occhiata di scancio. Però non rallentò il passo. «Forse non sei tanto zuccone, in fin dei conti» borbottò. L'attimo dopo, soggiunse quasi tra sé: «Sono legata a lui come una doga alla botte. Ma non posso vedere se mai ricambierà il mio amore. E non sono la sola, ad amarlo.» «Egwene lo sa?» domandò Perrin. Rand e Egwene erano in pratica fidanzati fin da bambini; per parlare di promessa di matrimonio, mancava soltanto che si fossero inginocchiati davanti alla Cerchia delle Donne del villaggio. Ma lui non era sicuro di quanto fosse ancora attuale questa situazione. «Lo sa» rispose Min, asciutta. «Ma non cambia niente, per nessuna delle due.» «E Rand? Lo sa anche lui?» «Oh, certo» replicò lei, amara. «Gliel'ho detto, no? "Rand, ho visto la tua aura e a quanto pare dovrò innamorarmi di te. Devo anche dividerti con altre, e questo non mi piace, ma è così." Sei uno zuccone meraviglioso, Perrin Aybara.» Si passò rabbiosamente la mano sugli occhi. «Potessi essere con lui, gli sarei d'aiuto, lo so. In qualche modo. Luce santa, se muore, non so se potrò sopportarlo.» «Ascolta, Min» disse Perrin, a disagio. «Farò il possibile, per aiutarlo. Te lo prometto. Per te la cosa migliore è davvero andare a Tar Valon. Laggiù sarai al sicuro.» «Al sicuro?» Min assaporò la parola, come se cercasse di scoprirne il significato. «Credi che Tar Valon sia un luogo sicuro?» «Se non c'è sicurezza a Tar Valon, non ce n'è da nessuna parte.» Min tirò su col naso, rumorosamente; poi, senza dire altro, andarono a prepararsi alla partenza insieme con gli altri. 7 Giù dalle montagne
La discesa dalle montagne fu faticosa, ma più scendevano, meno Perrin aveva bisogno del mantello foderato di pelliccia. Giorno dopo giorno, lasciavano i residui dell'inverno ed entravano nella primavera. Sparite le ultime tracce di neve, erbe e fiori di campo cominciavano a coprire i prati d'altura. Gli alberi diventavano più frequenti, più ricchi di foglie, e fra i rami cinguettavano allodole e pettirossi. E c'erano lupi. Non si facevano mai vedere (neppure Lan riferì d'averne scorti) ma Perrin sapeva della loro presenza. Teneva la mente chiusa ai loro pensieri, ma di tanto in tanto un formicolio lieve come solletico di piuma gli ricordava che i lupi erano lì intorno. Lan trascorreva in ricognizione la maggior parte del tempo: in sella a Mandarb, il suo destriero morello, esplorava la pista e seguiva le tracce di Rand; gli altri seguivano i segni che il Custode lasciava per loro: sassolini disposti a forma di freccia, o un graffio leggero sulla parete rocciosa di un passo che si biforcava. Girare da questa parte. Attraversare quel valico. Risalire questi tornanti, seguire questa pista di cervi, questa direzione fra gli alberi e poi giù lungo uno stretto ruscello, anche se niente indicava che qualcuno fosse mai passato da lì. Tranne i segni di Lan: un ciuffo d'erbacce legate in un modo per indicare di deviare a sinistra, legate in un altro per deviare a destra: un ramo piegato; un mucchietto di sassi per anticipare una salita difficile più avanti, due foglie infilate in una spina per indicare una ripida discesa. A Perrin pareva che il Custode usasse centinaia di segni; e Moiraine li conosceva tutti. Lan tornava di rado, tranne quando si accampavano, per conferire con Moiraine, a bassa voce, lontano dal fuoco. Al levar del sole, quasi sempre era già partito da qualche ora. Ogni giorno Moiraine era la prima a montare in sella, mentre il cielo orientale si tingeva di rosa. L'Aes Sedai non sarebbe scesa da Aldieb, la sua bianca giumenta, fino a notte e anche dopo; ma Lan, svanita la luce, si rifiutava di seguire le tracce. "Andremmo anche più lentamente, se un cavallo si spezzasse una gamba" diceva il Custode, quando Moiraine si lamentava. La risposta era quasi sempre la stessa: "Se non puoi procedere più rapidamente, forse stai invecchiando e dovrei mandarti a Myrelle. Be', forse Myrelle può aspettare, ma dobbiamo sbrigarci". Pareva che la minaccia fosse per metà dovuta all'irritazione di Moraine e per metà una sorta di scherzo fra loro. Ma in quelle parole c'era davvero un senso di minaccia, o forse d'ammonimento: Perrin ne era sicuro, da come
Lan serrava le labbra, anche se Moiraine poi sorrideva e gli dava sulla spalla una pacca di consolazione. «Chi è Myrelle?» domandò Perrin, sospettoso, la prima volta. Loial scosse la testa e mormorò qualcosa sulle spiacevoli conseguenze che toccano a chi mette il naso negli affari delle Aes Sedai. Il cavallo dell'Ogier, dai nodelli irsuti, era alto e robusto come un destriero dhurrano, ma pareva solo un grosso pony, da come le gambe di Loial sfioravano il terreno. Moiraine ebbe un sorriso divertito e segreto. «Una Sorella dell'Ajah Verde» rispose. «Una Sorella alla quale Lan un giorno o l'altro dovrà affidare in custodia un pacco.» «Non tanto presto» disse Lan, sorprendendo tutti, con un tono di voce pieno d'ira. «Mai, se dipenderà da me. Vivrai molto più a lungo di me, Moiraine Sedai!» "Ha troppi segreti" pensò Perrin; ma non fece altre domande, su di un argomento capace d'infrangere il ferreo autocontrollo del Custode. L'Aes Sedai teneva legato dietro la sella un fagotto avvolto in una coperta: lo stendardo del Drago. A Perrin non era piaciuta l'idea di portarlo con loro, ma Moiraine non aveva domandato il suo parere né aveva ascoltato, quando lui glielo aveva esposto. Nessuno avrebbe riconosciuto lo stendardo, se l'avesse visto; tuttavia Perrin si augurò che Moiraine fosse brava a tenere segreti anche verso altri, come lo era verso di lui. All'inizio, almeno, il viaggio fu noioso. Ogni montagna incappucciata di neve era simile alle altre, ogni passo differiva ben poco dal successivo. La cena di solito era a base di conigli, che Perrin abbatteva con la fionda, perché in quel territorio roccioso non voleva rischiare di perdere qualche freccia per un coniglio. La maggior parte delle volte, la colazione era a base di coniglio freddo e il pasto di mezzodì era identico, ma consumato in sella. A volte, se si accampavano lungo un torrente e c'era ancora un po' di luce, Perrin e Loial catturavano trote di montagna: si stendevano per terra, infilavano nell'acqua gelida le braccia fino al gomito e afferravano con le mani le trote dal dorso verde scuro, rintanate sotto pietre sporgenti. Loial, pur con dita grosse come salsicciotti, si rivelò perfino più abile di Perrin. In una occasione, tre giorni dopo la partenza, Moiraine si unì a loro: si distese anche lei sulla sponda del torrente, sbottonò file di bottoni di madreperla per arrotolarsi le maniche e domandò come si procedeva alla cattura. Perrin, sorpreso, diede un'occhiata a Loial, che si limitò a stringersi nelle spalle. «In realtà non è molto difficile» spiegò Perrin. «Basta portare la mano
sotto il pesce, da dietro, come per solleticargli la pancia. Poi tirarla fuori di scatto. Però richiede una certa pratica. Le prime volte in genere non si acchiappa niente.» «Ho provato giorni interi, prima d'acchiapparne uno» disse Loial. Già infilava nell'acqua le mani enormi, attento a non gettare ombre che spaventassero i pesci. «Tutto qui?» mormorò Moiraine. Infilò in acqua le mani... e l'attimo dopo le ritirò fra gli spruzzi, stringendo una grassa trota che si dibatteva. Rise, contenta, e la gettò sulla riva. Perrin fissò, sorpreso, il grosso pesce che si dimenava nell'ultima luce: pesava almeno cinque libbre. «Sei stata molto fortunata» disse. «Trote così grosse non si riparano spesso sotto una cornice di pietra così piccola. Dobbiamo risalire un poco il torrente. Farà buio, prima che un'altra si rifugi sotto questa pietra.» «Davvero?» disse Moiraine. «Voi due andate a monte. Io riprovo qui.» Perrin esitò un attimo, ma risalì la riva fino a un'altra roccia sporgente. Moiraine meditava qualche scherzo e lui non riusciva a immaginare quale. Ne era seccato. Pancia a terra, attento a non gettare ombra sull'acqua, scrutò dalla sporgenza. Cinque o sei sagome snelle, sospese a mezz'acqua, muovevano appena le pinne. Tutte insieme pesavano meno della preda di Moiraine, si disse Perrin, con un sospiro. Con un po' di fortuna, lui e Loial potevano catturarne due ciascuno, ma sul torrente già s'allungava l'ombra degli alberi sull'altra riva. Qualsiasi preda andava bene: col suo appetito, Loial avrebbe mangiato quelle quattro e anche gran parte del pesce più grosso. L'Ogier già muoveva la mano dietro una trota. Prima che Perrin infilasse in acqua le mani, risuonò la voce di Moiraine: «Tre dovrebbero bastare. Le altre due sono più grosse.» Perrin rivolse a Loial un'occhiata di stupore. «Impossibile!» esclamò. L'Ogier si rialzò, facendo saettare via le piccole trote. «Lei è Aes Sedai» disse semplicemente. Infatti, quando tornarono accanto a Moiraine, videro sulla riva tre grosse trote. Moiraine si riabbottonava le maniche. Perrin pensò di ricordarle che chi prendeva i pesci in teoria doveva anche pulirli, ma proprio in quel momento Moiraine incrociò il suo sguardo. Sul viso liscio dell'Aes Sedai non c'erano espressioni particolari, ma gli occhi scuri, fissi in quelli di Perrin, lasciavano capire che Moiraine aveva intuito il pensiero dell'altro e l'aveva già accantonato. L'Aes Sedai si girò e Perrin ebbe l'impressione che ormai fosse tardi per dire qualcosa.
Brontolando, prese il coltello e si mise a squamare e sventrare le trote. «All'improvviso ha dimenticato che i piccoli lavori vanno divisi fra tutti» borbottò tra sé. «Vorrà anche, immagino, che cuciniamo noi e che dopo facciamo pulizia.» «Senza dubbio» disse Loial, continuando a squamare una trota. «Lei è Aes Sedai.» «La frase non mi è nuova. Forse gli shienaresi erano disposti a farle da servitori, ma ora ci siamo solo noi quattro. Dovremmo fare a turno. Mi sembra appena giusto.» Loial scoppiò a ridere. «Non credo che lei la veda a questo modo. Prima doveva affrontare a ogni momento le discussioni con Rand e ora tu sei pronto a prenderne il posto. Di regola, le Aes Sedai non ammettono discussioni. Mi aspetto che, prima di raggiungere un villaggio, voglia riportarci all'abitudine di fare ciò che dice lei.» «Buona abitudine» intervenne Lan, tirandosi indietro il mantello. Nella luce che s'affievoliva parve comparso dal nulla. Perrin quasi cadde a terra per il sobbalzo di sorpresa e Loial irrigidì le orecchie. Nessuno dei due aveva udito i passi del Custode. «Abitudine che non avreste mai dovuto perdere» soggiunse Lan; poi si allontanò verso Moiraine e i cavalli. I suoi stivali non facevano quasi rumore, anche sul terreno sassoso; e appena lui fu a qualche passo di distanza, il mantello penzolante lungo la schiena gli diede l'aspetto d'una testa priva di corpo che galleggiasse su dal torrente. «Abbiamo bisogno di lei per trovare Rand» disse piano Perrin «ma non le permetterò di regolare ancora la mia vita.» Riprese con vigore a squamare la trota. Intendeva davvero mantenere la promessa, però nei giorni seguenti scoprì che, senza capire bene come, lui e Loial facevano cucina e pulizia e ogni altro lavoro che venisse in mente a Moiraine. Scoprì pure che proprio lui ogni sera si occupava di Aldieb, le toglieva la sella e la strigliava, mentre Moiraine se ne stava seduta e pareva immersa in profondi pensieri. Loial accettò come inevitabile quel nuovo corso, ma Perrin no. Provò a rifiutarsi, a resistere; ma era dura, resistere, quando Moiraine esprimeva un suggerimento ragionevole e di poca importanza. Solo, dietro il primo, c'era sempre un altro suggerimento, altrettanto ragionevole e di poca importanza, e poi un altro. La semplice forza della sua presenza, del suo sguardo, rendeva difficile protestare. Gli occhi dell'Aes Sedai incrociavano quelli di Perrin, appena costui apriva bocca. Un sopracciglio inarcato a indicare che
lui si mostrava scortese, occhi spalancati per la sorpresa che obiettasse a una richiesta così insignificante, uno sguardo deciso che mostrava l'importanza d'essere Aes Sedai... e Perrin esitava; e, dopo, non ricuperava più il terreno perduto. L'accusò, anche se in realtà non ne era convinto, di usare su di lui l'Unico Potere; e Moraine gli disse di non fare lo stupido. Perrin cominciò a sentirsi come un pezzo di ferro che volesse fermare il fabbro che lo martellava per ricavarne una falce. Bruscamente, le Montagne delle Nebbie lasciarono posto alle alture pedemontane del Ghealdan, coperte di foreste: un territorio che pareva un saliscendi, ma che non raggiungeva grandi altezze. Ora i cervi, che fra le montagne li avevano spesso guardati con diffidenza, quasi non sapessero bene che cos'erano gli uomini, appena scorgevano i cavalli, balzavano via, agitando la coda bianca. Persino Perrin aveva soltanto fuggevoli visioni dei gatti di montagna dal manto a strisce grigie, che parevano dissolversi come fumo. I quattro erano entrati nelle terre degli uomini. Lan smise di indossare il mantello cangiante e cominciò a tornare da loro più spesso per riferire che cosa c'era più avanti. In molti punti gli alberi erano stati tagliati. Ben presto la vista di campi delimitati da muriccioli di sassi e di contadini all'aratro sulle pendici delle colline divenne spettacolo comune, anche se non proprio frequente, insieme con file di gente che si muoveva nei campi arati e spargeva semi dal sacco appeso in spalla. Sulla cima delle colline e sulle creste c'erano qua e là case coloniche e capannoni di pietra grigia. In teoria non dovevano esserci lupi. I lupi evitavano i luoghi frequentati dagli uomini, ma Perrin percepiva ancora la loro presenza, come un invisibile schermo che scortasse il gruppo a cavallo. Non vedeva l'ora d'arrivare in un villaggio o in una cittadina, in un qualsiasi luogo dove ci fosse abbastanza gente da tenere lontano i lupi. Il giorno dopo essersi imbattuti nel primo campo coltivato, proprio mentre alle loro spalle il sole toccava l'orizzonte, giunsero al villaggio di Jarra, non molto a settentrione del confine con l'Amadicia. 8 Jarra
Case di pietra grigia con tetto d'ardesia erano raggruppate lungo le vie strette e fangose di Jarra, villaggio abbarbicato sul fianco d'una collina, sopra un fiumiciattolo scavalcato da un basso ponte di legno. Le vie erano deserte, come il prato comune al centro del villaggio: un uomo scopava i gradini dell'unica locanda con annessa una stalla di pietra; ma pareva che, non molto tempo prima, parecchia gente si fosse trovata nel prato comune. Al centro della zona erbosa c'era un cerchio formata da sei archi di rami verdi intrecciati e punteggiati dei pochi fiori disponibili in quel periodo dell'anno. Sul terreno calpestato si vedevano altri segni d'un raduno: una sciarpa rossa da donna impigliata ai piedi di un arco, un berretto da bambino, di maglia, una brocca di peltro rovesciata, avanzi sbocconcellati. Il profumo di vin dolce e di focacce spezziate aleggiava sul prato e si mescolava al fumo di decine di comignoli e all'aroma di cibi in cottura. Per un attimo Perrin colse un altro odore che non riconobbe, una debole traccia talmente orribile da fargli rizzare i capelli. Durò solo un istante, ma Perrin fu sicuro che da quella parte era passato qualcosa di... di sbagliato. Si grattò il naso, come per cancellare il ricordo del puzzo. Non poteva trattarsi di Rand! Luce santa, anche se fosse davvero impazzito, Rand non avrebbe emanato quel lezzo. O no? L'insegna appesa sopra la porta della locanda raffigurava un uomo su di un solo piede, con le braccia lanciate in aria: il Salto di Harilin. Mentre i quattro si fermavano davanti all'edificio quadrato di pietra, l'uomo intento a spazzare i gradini si raddrizzò con un grande sbadiglio. Trasalì nel vedere gli occhi di Perrin, ma sbarrò i propri, già sporgenti per natura, alla vista di Loial. Con la bocca assai larga e il mento quasi inesistente, pareva un rospo. Aveva intorno a sé un odore di vino inacidito... per il fiuto di Perrin, almeno. Quel tizio aveva di sicuro partecipato ai festeggiamenti. L'uomo si scosse e rivolse ai forestieri un inchino, tenendo la mano sulla doppia fila di bottoni di legno sul davanti della giubba. Saettò lo sguardo dall'uno all'altro dei nuovi venuti e sporse maggiormente gli occhi ogni volta che li posava su Loial. «Benvenuta, padrona, che la Luce t'illumini la via. Benvenuti, padroni. Desiderate cibo, stanze, un bagno? C'è tutto, al Salto di Harilin. Mastro Harod, il locandiere, ha una buona casa. Mi chia-
mo Simion. Se vi occorre qualcosa, chiamate Simion e lui ve la farà avere.» Sbadigliò di nuovo e si coprì la bocca, con un inchino per nascondere l'imbarazzo. «Chiedo scusa, padrona. Venite da lontano? Avete notizie della Grande Cerca? La Cerca del Corno di Valere. O del falso Drago? Si dice che ci sia un falso Drago, nel Tarabon. o forse nell'Arad Doman.» «Non veniamo da così lontano» disse Lan, smontando di sella. «Senza dubbio sei più aggiornato di me.» Anche gli altri cominciarono a smontare. «C'è stato uno sposalizio?» domandò Moiraine. «Uno, padrona? Negli ultimi due giorni ce ne sono stati tanti da bastare per una vita intera. Una vera calamità. Non c'è donna che sia rimasta senza marito, nel villaggio e per un miglio tutt'intorno. Perfino la vedova Jorath ha trascinato sotto gli archi il vecchio Banas: eppure tutt'e due avevano giurato di non risposarsi. Pareva che un turbine avesse afferrato tutti. Rilith, la figlia del tessitore, ha dato il via, chiedendo a Jon il fabbro di sposarla; e lui è tanto vecchio da essere suo nonno. Quello stupido si è tolto il grembiule e ha detto di sì; e lei ha preteso che alzassero subito gli archi. Non ha voluto sentir parlare del giusto periodo d'attesa e tutte le donne le hanno dato ragione. Da allora abbiamo avuto sposalizi giorno e notte. Diamine, quasi più nessuno ha dormito.» «Molto interessante» disse Perrin, mentre Simion s'interrompeva per sbadigliare di nuovo. «Ma per caso hai visto un giovane...» «Interessante davvero» disse Moiraine, interrompendolo. «Più tardi, forse, ascolteremo tutta la storia. Al momento, vorremmo delle stanze e un pasto.» Con un segno d'ammonimento Lan invitò Perrin a tenere a freno la lingua. «Certo, padrona. Un pasto. Stanze.» Simion esitò, con un'occhiata a Loial. «Dovremo accostare due letti, per...» Si sporse verso Moiraine e abbassò la voce. «Chiedo scusa, padrona, ma... ah... quello lì cos'è esattamente? Senza voler mancare di rispetto» soggiunse in fretta. Loial udì ugualmente e agitò le orecchie, stizzito. «Sono un Ogier!» esclamò. «Cosa credevi? Che fossi un Trolloc?» Nell'udire quella voce rimbombante, Simion arretrò d'un passo. «Trolloc... ah... padrone? Diamine, sono un adulto! Non credo alle favole. Ah, Ogier, hai detto? Diamine, gli Ogier esistono nelle favo... cioè... ecco...» Confuso, si girò verso la stalla annessa alla locanda. «Nico! Patrim!» chiamò. «Ci sono ospiti! Venite a prendere i cavalli!» Quasi subito, due giovanotti con fili di paglia fra i capelli uscirono dalla
stalla, sbadigliando e sfregandosi gli occhi. Con un inchino, Simion indicò gli scalini, mentre i ragazzi prendevano le redini. Perrin si mise in spalla le bisacce e il rotolo di coperte, prese l'arco e seguì all'interno Lan e Moiraine, mentre Simion fra un inchino e l'altro li precedeva. Loial fu costretto quasi a piegarsi in due, per passare sotto l'architrave e all'interno non toccava il soffitto solo per una spanna. Continuò a borbottare: non capiva perché pochissimi esseri umani ricordassero gli Ogier. La sua voce risuonava come tuono in lontananza. Perfino Perrin, proprio davanti a lui, capiva solo la metà delle parole. La locanda puzzava di birra chiara e di vino, di formaggio e di fatica; dal retro proveniva profumo di montone arrosto. I pochi avventori nella sala comune ciondolavano la testa sul proprio boccale, come se davvero volessero distendersi sulle panche e dormire. Una cameriera grassoccia spillava un boccale di birra chiara da un barile contro la parete di fondo. Lo stesso locandiere, con un lungo grembiule bianco, seduto su di uno sgabello nell'angolo, se ne stava appoggiato alla parete, con occhi annebbiati. All'ingresso dei nuovi ospiti, alzò la testa. Rimase a bocca aperta nel vedere Loial. «Ospiti, mastro Harod» annunciò Simion. «Vogliono delle stanze. Mastro Harod? Lui è un Ogier, mastro Harod.» La cameriera si girò, vide Loial e lasciò cadere il boccale. Degli stanchi avventori seduti ai tavoli, non uno alzò gli occhi. Loial agitò con forza le orecchie. Mastro Harod si alzò lentamente, senza staccare gli occhi da Loial, e si lisciò il grembiule. «Almeno non è un Manto Bianco» disse infine; trasalì, sorpreso d'avere pensato a voce alta. «Voglio dire, benvenuti, padrona, padroni. Scusate i miei modi. Posso solo appellarmi alla stanchezza, padrona.» Scoccò a Loial un'altra occhiata e mosse le labbra a formare la parola "Ogier", con aria d'incredulità. Loial aprì bocca per replicare, ma Moiraine lo anticipò. «Come ha detto il tuo servitore, vorrei stanze per me e per i miei compagni, per stanotte, e un pasto.» «Oh, certo, padrona. Certo. Simion, accompagna gli ospiti nelle mie stanze migliori, così poseranno i bagagli. Quando scenderete, padrona, troverete in tavola la cena. Una buona cena.» «Se volete seguirmi...» disse Simion. Con un inchino indicò la scala su di un lato della sala comune. Dietro di loro, un avventore esclamò: «Nome della Luce, e quello
cos'è?» Mastro Harod cominciò a dare spiegazioni sugli Ogier, come se li conoscesse bene. Al primo piano, l'Ogier sfiorava con la testa il soffitto. Lo stretto corridoio diventava sempre più buio, rischiarato soltanto dalla cruda luce del tramonto, che entrava dalla finestra in fondo. «Nelle stanze ci sono candele, padrona» disse Simion. «Avrei dovuto prendere un lume, ma la testa mi gira ancora, con tutti quegli sposalizi. Manderò un servo ad accendere il fuoco, se siete d'accordo. E vorrete naturalmente acqua per lavarvi.» Aprì una porta. «La nostra stanza migliore, padrona. Non abbiamo molti... molti forestieri, capite... ma questa è la migliore.» «Prenderò quella accanto» disse Lan. Portava in spalla anche le bisacce e il rotolo di coperte di Moiraine, oltre ai propri, e il fagotto con lo stendardo del Drago. «Oh, padrone, quella stanza non va bene. Letto troppo stretto, poco spazio. Prevista per un servitore, immagino... come se avessimo mai avuto un ospite accompagnato da un servitore. Chiedo scusa, padrona.» «Non importa, la prendo» disse Lan, fermo. «Simion» intervenne Moiraine «mastro Harod ha scarsa simpatia per i Figli della Luce?» «Be', sì, padrona. Un tempo no, ma ora sì. Non è buona politica, avere in scarsa simpatia i Figli, così vicino al confine. Quelli passano da Jarra tutti i momenti, come se il confine non esistesse. Ma ieri ci sono stati disordini. Durante gli sposalizi e tutto il resto.» «Cos'è accaduto, Simion?» Prima di rispondere, l'uomo le lanciò un'occhiata penetrante, ma Perrin ritenne che nessuno l'avesse notato, nella penombra. «Erano circa venti, giunti ieri l'altro» disse Simion. «Niente disordini, l'altro giorno. Ma ieri... Diamine, tre sono saltati su dicendo di non essere più Figli della Luce. Si sono tolti il manto e se ne sono andati via.» «Il giuramento dei Manti Bianchi vale per tutta la vita» borbottò Lan. «Come ha reagito, il loro comandante?» «Diamine, sarebbe intervenuto, certo, padrone; ma un altro ha detto che sarebbe andato a cercare il Corno di Valere. Comunque, un altro ancora ha dichiarato che avrebbero dovuto dare la caccia al Drago. Quest'ultimo, andandosene, ha detto che si sarebbe diretto alla Piana di Almoth. Poi altri hanno cominciato a dire delle cose alle donne per le vie, cose che non si dovrebbero dire, e ad allungare le mani. Le donne strillavano, i Figli gri-
davano contro quelli che molestavano le donne. Non ho mai visto un simile trambusto.» «Non avete cercato di fermarli?» domandò Perrin. «Padrone, tu porti quell'ascia e hai l'aria di saperla adoperare; non è facile affrontare uomini con spada e armatura e tutto il resto, quando si sa adoperare soltanto la scopa o la zappa. I Manti Bianchi rimasti hanno messo fine alla storia. Sono arrivati quasi al punto di sguainare la spada. E c'è stato di peggio. Altri due sono impazziti... dicevano che Jarra è pieno di Amici delle Tenebre. Hanno tentato d'incendiare il villaggio... cominciando dal Salto di Harilin. Sul retro ci sono ancora segni di bruciature, dove hanno dato fuoco. E hanno lottato contro gli altri Manti Bianchi che cercavano di fermarli. I Manti Bianchi rimasti ci hanno aiutato a spegnere l'incendio, hanno legato i due colpevoli e sono tornati a cavallo nell'Amadicia. Una bella liberazione, dico io; e se non torneranno più, meglio per tutti.» «Comportamento rude perfino per i Manti Bianchi» disse Lan. Simion annuì. «Dici bene, padrone. Non si erano mai comportati in questo modo. Camminare impettiti, sì. Guardare la gente come se fosse immondizia e ficcare il naso dove non era affare loro, anche. Ma non avevano mai provocato incidenti, prima d'ora. Non come questi, comunque.» «Ormai se ne sono andati» disse Moiraine. «E i guai, con loro. Sono sicura che passeremo una notte tranquilla.» Perrin tenne la bocca chiusa, ma avrebbe avuto un mucchio di cose da dire. Sposalizi e Manti Bianchi andavano bene, ma lui avrebbe preferito sapere se Rand si era fermato lì e poi da che parte era andato. L'odore all'ingresso del villaggio non poteva essere quello di Rand! Si lasciò guidare più avanti nel corridoio, fino a una stanza con due letti e un lavabo, un paio di sgabelli e poco d'altro. Loial si piegò in due per infilare nella stanza la testa. Dalla stretta finestrella entrava poca luce. I letti erano abbastanza grossi, con coperte e trapunte ripiegate ai piedi, ma i materassi parevano pieni di gobbe. Simion frugò sulla mensola del caminetto e alla fine trovò una candela e la scatola con acciarino, esca e pietra focaia. «Provvederò a far unire un paio di letti per te... ah... Ogier. Sì, un momento solo.» Però rimase a giocherellare con il candeliere, come se cercasse il posto esatto dove metterlo. "Pare a disagio" pensò Perrin. "Be', sarei a disagio anch'io, se i Manti Bianchi si comportassero nello stesso modo a Emond's Field." «Simion» disse poi «per caso negli ultimi giorni è passato da qui un altro forestiero? Giovane, alto, occhi grigi, capelli rossicci. Forse ha suonato il
flauto in cambio d'un pasto e d'una stanza.» «Lo ricordo bene, padrone» rispose Simion, continuando a cambiare posto al candeliere. «È giunto ieri mattina, sul presto. Pareva affamato. Ieri ha suonato il flauto a tutti gli sposalizi. Un giovanotto dall'aria per bene. Alcune donne l'hanno preso di mira, all'inizio, ma...» Esitò, guardando di sottecchi Perrin. «È un tuo amico, padrone?» «Lo conosco. Perché?» Simion esitò ancora. «Niente, padrone. Era un tipo insolito, ecco. A volte parlava tra sé; e a volte rideva da solo. Ha dormito in questa stessa stanza, la notte scorsa, o una parte della notte scorsa. Ci ha svegliati tutti in piena notte, tanto gridava. Aveva soltanto avuto un incubo, ma non ha voluto fermarsi oltre. Comunque mastro Harod non si è sforzato troppo per fargli cambiare idea, dopo tutto quel frastuono.» Esitò di nuovo. «Mentre se ne andava, ha detto una frase bizzarra.» «Quale?» «Ha detto che lo inseguivano. Ha detto...» Deglutì e soggiunse più lentamente: «Ha detto che l'avrebbero ucciso, se non fosse andato via. "Uno di noi deve morire e voglio che quell'uno sia lui." Le sue esatte parole.» «Non si riferiva a noi» rombò Loial. «Siamo suoi amici.» «Ma certo... ah... Ogier. Certo, non si riferiva a voi. Non... ah... non voglio dire niente di un vostro amico, ma... ah... penso che sia ammalato. Nella testa, capite.» «Ci prenderemo cura di lui» disse Perrin. «Lo seguiamo per questo. Da quale parte è andato?» «Lo sapevo» disse Simion, saltellando sulla punta dei piedi. «Appena vi ho visti, sapevo che lei m'avrebbe aiutato. Da quale parte? Levante, padrone. Levante, come se avesse alle calcagna il Tenebroso in persona. Pensi che lei m'aiuterà? Che aiuterà mio fratello, cioè? Noam sta molto male e Mamma Roon dice di non poter fare niente.» Perrin si mantenne impassibile; per riflettere sulle parole di Simion, prese tempo: appoggiò nell'angolo l'arco e posò su di un letto le bisacce e il rotolo di coperte. Purtroppo, si disse, riflettere non serviva a molto. Cercò aiuto da Loial, ma l'Ogier per la costernazione aveva le orecchie afflosciate e le sopracciglia penzoloni fino a mezza guancia. «Cosa ti fa credere che lei possa aiutare tuo fratello?» domandò infine Perrin. Domanda stupida, si disse; quella giusta era: "Lei cosa intende fare, al proposito?". «Diamine, padrone, una volta sono stato a Jehannah e ho visto due... due
donne come lei. Dopo quell'esperienza, non posso confonderla con altre.» Ridusse la voce a un bisbiglio. «Si dice che quelle sanno risuscitare i morti, padrone.» «Chi altri è al corrente?» domandò Perrin, brusco. E nello stesso istante Loial disse: «Se tuo fratello è morto, nessuno può farlo rivivere.» Simion spostò ansiosamente lo sguardo dall'uno all'altro e rispose con un borbottio confuso. «Nessuno sa niente, a parte me, padrone. Noam non è morto, Ogier, solo ammalato. Nessun altro può riconoscerla, lo giuro. Perfino mastro Harod in vita sua non si è mai allontanato di qui per più di venti miglia. Noam sta davvero male. Glielo chiederei io stesso, ma le ginocchia mi tremano a tal punto che lei non riuscirebbe a udire le mie parole. E se si offendesse e scagliasse su di me un fulmine? E se mi sbagliassi? Non è il genere d'accusa da rivolgere a una donna, senza... voglio dire... ah...» Alzò le mani in un gesto che era in parte supplica, in parte tentativo di difesa. «Non ti prometto niente» disse Perrin «ma le parlerò io. Loial, perché non tieni compagnia a Simion, mentre vado a parlare a Moiraine?» «Certo» s'illuminò l'Ogier. Simion sobbalzò, sentendosi prendere per la spalla. «Mi mostrerà la stanza» soggiunse l'Ogier «e faremo due chiacchiere. Dimmi, Simion, cosa sai degli alberi?» «A-alberi, O-Ogier?» Perrin non attese oltre. Ripercorse in fretta il corridoio buio, bussò alla porta di Moiraine ed entrò quasi prima del perentorio "Avanti!". Cinque o sei candele mostravano che la stanza migliore del Salto di Harilin non era gran cosa, anche se l'unico letto aveva un baldacchino sorretto da quattro alte colonne e il materasso pareva meno gibboso di quello di Perrin. Per terra c'era uno straccio di tappeto e due sedie imbottite, anziché sgabelli. A parte questo, la stanza non pareva diversa dall'altra. Moiraine e Lan, in piedi davanti al camino spento, parevano occupati a discutere e l'Aes Sedai non si mostrò contenta per l'interruzione. Il Custode rimase impassibile come una statua. «Rand è stato qui, d'accordo» iniziò Perrin. «Quel Simion si ricorda di lui.» Moiraine emise un sibilo a denti stretti. «Ti era stato detto di tenere la bocca chiusa» ringhiò Lan. Perrin si girò per avere di fronte il Custode: era più facile che affrontare lo sguardo furibondo di Moiraine. «Come potevamo scoprire se era stato qui, senza fare domande?» replicò. «Se n'è andato ieri notte, se v'interessa.
Diretto a levante. Continuava a dire che qualcuno lo seguiva per ucciderlo.» «Levante» annuì Moiraine. L'assoluta calma della voce era in contrasto con lo sguardo furibondo. «Buono a sapersi. Ma non poteva essere diversamente, se vuole andare a Tear. Ancora prima di sentir parlare dei Manti Bianchi, sospettavo che fosse stato qui: e quelli hanno reso certezza i miei sospetti. In una cosa, Perrin, Rand ha ragione: non credo proprio che siamo i soli a cercarlo. E questi altri, se ci scoprono, forse cercheranno di fermarci. Dobbiamo già sudare per raggiungere Rand, senza cacciarci in altri pasticci. Impara a tenere a freno la lingua, finché non ti autorizzo.» «I Manti Bianchi?» ripeté Perrin, incredulo. «Come hanno fatto a... La pazzia di Rand. E contagiosa?» «Non la sua pazzia, ammesso che già si manifesti. Perrin, lui è ta'veren, più potente di chiunque altro, dall'Epoca Leggendaria. Ieri in questo villaggio il Disegno si è mosso, si è sagomato intorno a lui come creta nello stampo. Gli sposalizi, i Manti Bianchi... bastavano per dire che Rand era stato qui, per chiunque sapesse ascoltare.» Perrin trasse un lungo respiro. «E troveremo la stessa cosa dovunque lui sia stato? Luce santa, se la Progenie dell'Ombra gli sta alle calcagna, lo rintraccerà facilmente quanto noi.» «Forse» disse Moiraine. «E forse no. Nessuno sa niente, di ta'veren potenti come Rand.» Per un attimo parve dispiaciuta della propria ignoranza. «Artur Hawkwing era il ta'veren più potente di cui rimangano documenti. E non era potente quanto Rand.» «Secondo la leggenda» intervenne Lan «a volte la gente che si trovava nella stessa stanza di Aladifalco diceva la verità anche quando voleva mentire, prendeva decisioni di cui non si rendeva nemmeno conto. C'erano momenti in cui ogni lancio di dadi, ogni carta voltata, si risolvevano a modo suo. Ma solo certe volte.» «Insomma, non lo sai» disse Perrin. «Potrebbe lasciare una scia di sposalizi e di Manti Bianchi impazziti da qui a Tear.» «So quanto c'è da sapere» ribatté Moiraine, aspra. Con gli occhi parve sferzare Perrin come con una frusta. «Il Disegno s'intreccia sottilmente intorno ai ta'veren e altri possono seguire lo schema di questi fili, se sanno dove guardare. Fai attenzione che la tua lingua non riveli più di quanto tu non ti renda conto di rivelare.» Suo malgrado, Perrin ingobbì le spalle, come se lei vibrasse colpi veri. «Be', stavolta ti conviene rallegrarti che abbia aperto la bocca» replicò.
«Simion sa che sei Aes Sedai. Vuole che tu Guarisca suo fratello Noam da non so quale malattia. Se non gli avessi parlato io, non avrebbe mai trovato il coraggio di chiedertelo, ma avrebbe potuto parlarne con gli amici.» Lan incrociò lo sguardo di Moiraine e per un momento rimasero a fissarsi. Il Custode aveva l'aria del lupo pronto a spiccare il balzo. Alla fine Moiraine scosse la testa. «No» disse. «Come vuoi» rispose Lan. «La decisione spetta a te.» Dal tono, parve convinto che Moiraine avesse preso quella sbagliata, ma si rilassò. Perrin fissò gli altri due. «Pensavate di... Da morto, Simion non direbbe niente a nessuno, giusto?» «Non morirà per opera mia» replicò Moiraine. «Ma non posso, e non voglio, promettere che sarà sempre così. Dobbiamo trovare Rand e in questo non fallirò. È chiaro?» Preso dal suo sguardo, Perrin non riuscì a replicare. Moiraine annuì, come se il silenzio fosse risposta sufficiente. «Ora conducimi da Simion.» Dalla porta spalancata della stanza di Loial si riversava nel corridoio una pozza di luce di candela. Nella stanza i due letti erano stati accostati; Loial e Simion sedevano sul bordo. L'uomo guardava a bocca aperta l'Ogier e aveva in viso un'espressione di grande stupore. «Oh, sì, gli stedding sono fantastici» diceva in quel momento Loial. «C'è una tale pace, sotto i Grandi Alberi! Voi esseri umani avete guerre e fatiche, ma niente turba gli stedding. Ci prendiamo cura degli alberi e viviamo in armonia...» Si bloccò nel vedere Moiraine, seguita da Lan e da Perrin. Simion si alzò frettolosamente, s'inchinò e si ritrasse fin contro la parete. «Ah... padrona... Ah... uh...» Continuò a ballonzolare come giocattolo attaccato a una stringa. «Mostrami tuo fratello» ordinò Moiraine «e farò il possibile. Perrin, vieni anche tu, visto che questo buon uomo ha parlato prima con te.» Lan inarcò il sopracciglio e Moiraine scosse la testa. «Se andiamo tutti, rischiamo d'attirare l'attenzione. Perrin può darmi la protezione necessaria.» Lan annui con riluttanza e rivolse a Perrin un'occhiata dura. «Vedi di proteggerla, fabbro. Se le accade qualcosa...» I gelidi occhi azzurri terminarono per lui la minaccia. Simion prese una candela e uscì nel corridoio. «Da questa parte... ah... padrona. Da questa parte.» Fuori della porta in fondo al corridoio c'era una scala che portava all'angusto vicolo fra locanda e stalla. La notte ridusse la candela a un tremulo puntino luminoso. Perrin si domandò quando Moiraine avrebbe detto a
Simion di smetterla con gli inchini, ma lei rimase in silenzio. Si era rimboccata le sottane per non infangarle e procedeva come se il vicolo fosse un corridoio di palazzo e lei una regina. L'aria si era rinfrescata: le notti conservavano echi dell'inverno. «Da questa parte» disse Simion; li guidò a una piccola baracca sul retro della stalla e tolse in fretta la barra alla porta. «Da questa parte» indicò a dito. «Qua, padrona. Qua. Mio fratello. Noam.» Il fondo della baracca era stato chiuso con assi di legno: con una certa fretta, si sarebbe detto. Un robusto catenaccio bloccava una rozza porta. Dietro le sbarre c'era un uomo, disteso bocconi sul pavimento coperto di strame. Era scalzo, con brache e camicia a brandelli, come se avesse cercato di strapparle perché non sapeva come togliersele. C'era un puzzo di corpo non lavato che, secondo Perrin, anche Simion e Moiraine non potevano non notare. Noam alzò la testa e fissò in silenzio i nuovi venuti. Niente, nel suo aspetto, suggeriva la stretta parentela con Simion - Noam aveva mento pronunciato, fisico robusto, spalle massicce - ma Perrin barcollò per la sorpresa: gli occhi di Noam avevano il colore dell'oro brunito. «Da quasi un anno dice cose folli, padrona... dice di poter parlare con i lupi. E i suoi occhi...» Simion lanciò un'occhiata a Perrin. «Be', ne parlava, quando aveva bevuto troppo. Tutti ridevano di lui. Poi, circa un mese fa, non tornò in paese. Andai a cercarlo e lo trovai... in questo stato.» Con prudenza, malvolentieri, Perrin allungò la mano verso Noam, come avrebbe fatto verso un lupo. "Correre fra i boschi col naso al gelido vento. Schizzare dal riparo e azzannare i garretti. Gusto di sangue, ricco sulla lingua. Uccidere." Perrin ritrasse di scatto la mano, come se si fosse scottato, e chiuse la mente. Non erano veri pensieri, solo una caotica confusione di desideri e d'immagini, in parte ricordi, in parte bramosie. Ma in essi c'era più il lupo che l'uomo. Perrin si appoggiò alla parete: si sentiva mancare le ginocchia. Moiraine toccò il catenaccio. «Mastro Harod ha la chiave, padrona. Non so se vorrà...» Moiraine diede uno strattone e con uno scatto il catenaccio si aprì. Simion la fissò a bocca aperta, poi si girò verso Perrin. «Non sarà pericoloso, padrone? Noam è mio fratello, ma ha morsicato Mamma Roon, quando lei ha cercato di curarlo, e ha... ha ucciso una vacca. A morsi» concluse debolmente. «Moiraine» disse Perrin «quest'uomo è pericoloso.»
«Tutti gli uomini sono pericolosi» replicò lei, fredda. «Ora fate silenzio.» Aprì la porta ed entrò. Perrin trattenne il fiato. Noam snudò i denti e cominciò a ringhiare, con un brontolio sempre più forte, fino a tremare tutto. Moiraine non gli badò. Senza smettere di ringhiare, Noam si ritrasse e si rannicchiò nell'angolo. O forse era stata lei a spingervelo. Piano piano, con calma, l'Aes Sedai si mise in ginocchio e gli prese la testa. Il ringhio di Noam divenne un latrato, poi morì in uggiolio, prima che Perrin potesse muoversi. Per un momento Moiraine tenne stretta la testa di Noam, poi, sempre con calma, la lasciò e si alzò. Perrin si tese, nel vedere che Moiraine girava le spalle a Noam e usciva dalla gabbia; ma l'altro si limitò a fissare la donna. Moiraine chiuse la porta, rimise a posto il catenaccio senza prendersi la briga di farlo scattare... e Noam si lanciò ringhiando contro le sbarre. Le prese a morsi, a spallate, cercò d'infilarvi in mezzo la testa, sempre ringhiando e azzannando. Con mano ferma e viso impassibile Moiraine si tolse dalla veste qualche filo di paglia. «Corri dei rischi» mormorò Perrin. Lei lo guardò, con l'aria di chi sa bene il fatto suo. Perrin abbassò gli occhi. Occhi gialli. Simion fissava il fratello. «Non puoi aiutarlo, padrona?» domandò, con voce rauca. «Mi spiace, Simion» rispose Moiraine. «Non puoi fare niente, padrona? Qualcosa? Una di quelle...» Abbassò la voce, riducendola a un bisbiglio. «Una di quelle cose Aes Sedai?» «Guarire non è faccenda semplice, Simion; deriva tanto dal malato quanto dalla Guaritrice. Dentro di lui non esiste alcun ricordo della condizione umana. Non rimangono mappe che gli mostrino il sentiero da ripercorrere e non resta niente che voglia percorrere questo sentiero. Noam non esiste più, Simion.» «Lui... lui diceva cose assurde, padrona, ma solo quando aveva bevuto troppo. Si limitava...» Si sfregò gli occhi, batté le palpebre. «Grazie, padrona. So che avresti fatto qualcosa, se fosse stato possibile.» Moiraine gli toccò la spalla e gli mormorò qualche parola di conforto; poi uscì dalla baracca. Perrin sapeva che avrebbe dovuto seguirla; ma quell'uomo... quello che un tempo era stato un uomo e che ora azzannava le sbarre... lo indusse a trattenersi. D'istinto, Perrin mosse un rapido passo e tolse dagli anelli il catenaccio. Era un buon catenaccio, opera d'un mastro fabbro.
«Padrone?» Perrin fissò il catenaccio, fissò l'uomo in fondo alla gabbia. Noam aveva smesso d'azzannare le sbarre: guardava Perrin, con diffidenza, e ansimava. Alcuni denti gli si erano spezzati. «Puoi tenerlo qui dentro per sempre» disse Perrin «ma non... non credo che migliorerà mai.» «Se esce, padrone, morirà!» «Morirà comunque, qui dentro o là fuori. Fuori, almeno, sarà libero e felice, per quanto possibile. Non è più tuo fratello, ma tocca a te decidere. Puoi tenerlo qui perché la gente lo guardi e lasciarlo a fissare le sbarre fino alla morte. Non puoi tenere in gabbia un lupo e aspettarti che sia felice. Né che viva a lungo.» «Sì» disse lentamente Simion. «Sì, capisco.» Esitò, poi annuì e con un cenno brusco indicò la porta della baracca. Perrin spalancò la porta e si trasse di lato. Per un attimo Noam fissò l'apertura. All'improvviso schizzò fuori della gabbia, correndo a quattro zampe, ma con agilità sorprendente. Lasciò la baracca e sparì nella notte. "La Luce ci aiuti tutt'e due" pensò Perrin. «Immagino che per lui sia meglio essere libero» disse Simion, scuotendosi. «Ma non so cosa dirà mastro Harod, quando scoprirà che la gabbia è aperta e Noam è fuggito.» Perrin chiuse la gabbia e con uno scatto secco rimise a posto il catenaccio. «Lasciamo che se lo domandi» disse. Simion ridacchiò, ma smise di colpo. «Chissà che storia ne caverà. Lui e gli altri. Alcuni dicono che Noam si mutò in lupo... pelliccia e tutto!... quando morsicò Mamma Roon. Non è vero, ma lo dicono ugualmente.» Perrin rabbrividì e appoggiò la testa contro la porta della gabbia. "Forse non avrà la pelliccia" pensò "ma è davvero un lupo. Lupo, non uomo. Luce santa, aiutami!" «Non lo tenevamo qui» disse a un tratto Simion. «Stava a casa di Mamma Roon, ma lei e io abbiamo convinto mastro Harod a spostarlo qui, dopo l'arrivo dei Manti Bianchi. Quelli hanno sempre elenchi di nomi, di Amici delle Tenebre di cui sono alla ricerca. Colpa degli occhi di Noam, capisci. Uno dei nomi nell'elenco era quello di un fabbro, un certo Perrin Aybara. Loro hanno detto che ha occhi gialli e che gira coi lupi. Ora capisci perché non volevo che sapessero di Noam.» Perrin girò la testa quanto bastava a guardare da sopra la spalla Simion. «Credi che questo Perrin Aybara sia un Amico delle Tenebre?» domandò.
«A un Amico delle Tenebre non sarebbe importato che mio fratello morisse in gabbia. Immagino che lei ti abbia trovato in tempo per aiutarti. Peccato che non sia venuta a Jarra alcuni mesi fa.» Perrin si vergognò d'avere paragonato Simion a un rospo. «Anch'io avrei voluto che avesse potuto fare qualcosa per lui» disse. A un tratto si rese conto che senza dubbio tutto il villaggio sapeva di Noam e del colore dei suoi occhi. «Simion» soggiunse «ti dispiace portarmi in camera qualcosa da mangiare?» Forse Mastro Harod e gli altri erano stati troppo occupati a fissare Loial, per notare subito il colore dei suoi occhi; ma se ne sarebbero accorti di sicuro, se avesse cenato nella sala comune. «Certo. E anche domattina. Non dovrai scendere, finché non sarai pronto a montare a cavallo.» «Sei una brava persona, Simion. Una brava persona.» Simion parve così compiaciuto che Perrin si vergognò di nuovo. 9 Sogni di lupo
Perrin tornò nella sua stanza passando dal retro; dopo un poco arrivò Simion, con un vassoio coperto. Il telo non tratteneva il profumo di montone arrosto, di piselli dolci, di rape e di pane appena sfornato, ma Perrin rimase disteso sul letto a fissare il soffitto intonacato di bianco, finché gli aromi non divennero freddi. Nella sua mente continuavano a rincorrersi immagini di Noam: Noam che azzannava le sbarre di legno, Noam che fuggiva nel buio. Perrin cercò di pensare alla fabbricazione di catenacci, all'accurata tempra e sagomatura del ferro, ma senza risultato. Trascurando il vassoio, si alzò e percorse il corridoio fino alla stanza di Moiraine. Bussò alla porta ed ebbe subito risposta. «Entra, Perrin.» Per un attimo ricordò tutte le antiche storie sulle Aes Sedai, ma le scacciò e aprì la porta. Vide, con un certo sollievo, che Moiraine era da sola: teneva in bilico sul ginocchio una boccetta d'inchiostro e prendeva appunti su di un libricino rilegato in pelle; tappò la boccetta e asciugò in un pezzetto di pergame-
na il pennino d'acciaio, senza rivolgergli neppure un'occhiata. Nel camino ardeva il fuoco. «Ti aspettavo da un po' di tempo» disse Moiraine. «Non te ne ho parlato prima, perché era evidente che non ti faceva piacere. Dopo stasera, però... Cosa vuoi sapere?» «Mi toccherà una sorte analoga?» domandò Perrin. «Una fine del genere?» «Forse.» Perrin aspettò che continuasse, ma Moiraine si limitò a riporre penna e calamaio nel loro astuccio di lucido palissandro e a soffiare sullo scritto perché asciugasse. «Tutto qui?» disse infine Perrin. «Moiraine, non darmi risposte ambigue da Aes Sedai. Se sai qualcosa, parla. Per favore.» «So ben poco, Perrin. Mentre cercavo altre risposte, fra libri e manoscritti che due mie amiche conservano per i loro studi, ho trovato la copia di un frammento d'un libro dell'Epoca Leggendaria. Parlava di... situazioni... simili alla tua. Potrebbe essere l'unica copia esistente al mondo e non diceva molto.» «Ma cosa diceva? Maledizione, non ho fatto che preoccuparmi della pazzia di Rand, ma non pensavo di dovermi preoccupare anche di me!» «Perrin, perfino nell'Epoca Leggendaria non ne sapevano molto. L'autrice del libro, chiunque fosse, pareva incerta se si trattasse di verità o di leggenda. E io ho visto soltanto un frammento del libro, non dimenticarlo. Diceva che alcuni, in grado di parlare ai lupi, si perdevano, che la loro parte umana era inghiottita dall'altra. Alcuni. Se si riferiva a uno su dieci, a cinque o a nove... non lo so.» «Posso tenerli fuori. Non so come ci riesco, ma posso rifiutarmi d'ascoltarli. Sarà un vantaggio?» «Potrebbe.» Lo scrutò e parve scegliere con cura le parole. «L'autrice del libro parlava soprattutto di sogni. I sogni possono essere pericolosi per te, Perrin.» «L'hai già detto. Cosa significa?» «Secondo lei, i lupi vivono in parte in questo mondo e in parte in un mondo di sogni.» «Mondo di sogni?» ripeté lui, incredulo. Moiraine gli scoccò un'occhiata penetrante. «Così ho detto e cosi lei ha scritto. Il modo in cui i lupi parlano fra loro, il modo in cui parlano con te, è legato a questo mondo di sogni. Non pretendo di sapere come.» S'inter-
ruppe e corrugò un poco la fronte. «Da ciò che ho letto a proposito delle Aes Sedai che possedevano il Talento di Sognare, le Sognatrici a volte riferivano d'avere incontrato dei lupi nei propri sogni, perfino lupi che fungevano da guide. Devi imparare la cautela, nel sonno come nella veglia, se vuoi evitare i lupi.» «Se li voglio evitare? Moiraine, non farò la fine di Naom. Mai!» Lei lo fissò, sarcastica, e scosse lentamente la testa. «Parli come se potessi fare le tue scelte, Perrin. Sei ta'veren, non dimenticarlo.» Perrin le girò le spalle e fissò la finestra buia, ma Moraine proseguì: «Forse, sapendo cos'è Rand, sapendo quant'è ta'veren, ho badato poco agli altri due ta'veren trovati con lui. Tre ta'veren nello stesso villaggio, nati nel giro di qualche settimana l'uno dall'altro? Inaudito! Forse tu e Mat avete nel Disegno una parte più importante di quanto non pensassi.» «Non voglio avere una parte nel Disegno» brontolò Perrin. «E non l'avrò di certo, se dimentico la mia natura umana. Mi aiuterai, Moiraine?» Gli riuscì difficile, dirlo. E se l'aiuto implicava l'uso dell'Unico Potere? «Mi aiuterai a stare lontano dal pericolo di... di perdere me stesso?» «Se posso mantenerti integro, lo farò. Te lo prometto, Perrin. Ma non metterò in pericolo la lotta contro l'Ombra. Devi saperlo.» Perrin si girò: Moiraine lo fissava senza battere ciglio. "E se la tua lotta significa cacciarmi nella fossa domani stesso" pensò "non esiterai a farlo, vero?" Ne fu gelidamente sicuro. «E poi?» domandò. «Cosa non mi hai detto?» «Non osare troppo, Perrin» replicò lei, fredda. «Non insistere con me più del lecito.» Perrin esitò. «Puoi fare per me ciò che facesti per Lan? Schermare i miei sogni?» «Ho già un Custode, Perrin» replicò Moiraine. Quasi sorrise. «E ne avrò uno soltanto. Sono dell'Ajah Azzurra, non della Verde.» «Hai capito benissimo. Non voglio essere un Custode.» Luce santa, legato a un'Aes Sedai per tutta la vita! Peggio che i lupi! «Non servirebbe, Perrin. La schermatura funziona per le intrusioni dall'esterno. Il pericolo dei tuoi sogni è dentro di te.» Riaprì il libricino. «Dovresti dormire» disse, come congedo. «Diffida dei sogni, ma non puoi stare sempre sveglio.» Girò la pagina e Perrin uscì. Tornato nella propria stanza, allentò il controllo su se stesso, solo un poco, e lasciò spaziare i sensi: i lupi erano ancora lì fuori, al di là del limitare dei villaggio, tutt'intorno a Jarra. Perrin si affrettò a chiudere la mente. «Mi
serve una città» borbottò. Una città li avrebbe tenuti a bada. Ma prima doveva trovare Rand, concludere ciò che con lui andava concluso. Non rimpiangeva troppo che Moiraine non potesse schermarlo: avrebbe dovuto scegliere fra l'Unico Potere e i lupi... una scelta terribile per chiunque. Non accese la legna preparata nel camino e spalancò tutt'e due le finestre. La fredda aria della notte si riversò nella stanza. Perrin gettò per terra coperte e trapunta e si distese senza spogliarsi sul letto gibboso, senza cercare una posizione comoda. Se c'era una cosa che gli avrebbe impedito di dormire profondamente e di fare sogni pericolosi, pensò prima di chiudere gli occhi, quel materasso era l'ideale. Si trovava in un lungo corridoio; pareti e soffitto luccicavano d'umidità ed erano venati d'ombre bizzarre, che formavano strisce ritorte e s'interrompevano con la repentinità con cui iniziavano. Non aveva idea da dove provenisse la luce. "No" disse; poi, più forte: "No! Questo è un sogno. Devo svegliarmi. Svegliarmi!". Il corridoio non cambiò. "Pericolo." Era un pensiero di lupo, debole e remoto. "Mi sveglierò. Mi sveglierò!" Diede un pugno alla parete. Sentì dolore, ma non si svegliò. Ebbe l'impressione che un'ombra sinuosa si fosse scansata per evitare il pugno. "Scappa, fratello. Scappa." "Hopper?" si meravigliò Perrin. Era sicuro di conoscere il lupo di cui udiva i pensieri: Hopper, quello che invidiava le aquile. "Hopper è morto!" "Scappa!" Perrin si mise a correre, bloccando con la mano l'ascia in modo che il manico non gli sbattesse contro la gamba. Non sapeva dove fuggiva, né perché, ma non poteva ignorare l'urgenza nell'ammonimento di Hopper. Però Hopper era morto, si disse; era morto! Continuò a correre. Altri corridoi incrociavano quello da lui percorso, a volte in discesa, a volte in salita. Ma nessuno pareva diverso. Umide pareti di pietra, prive d'interruzioni, e strisce di tenebra. A un incrocio Perrin si bloccò. Un uomo lo guardava, sorpreso e incerto; indossava giubba e brache dal taglio insolito: la giubba si allargava a campana sui fianchi, come il fondo delle brache sugli stivali. Giubba e brache erano d'un vivido giallo; gli stivali, d'una sfumatura appena più chiara. "È più di quanto possa sopportare" disse l'uomo, a se stesso, non a Per-
rin. Aveva una pronuncia bizzarra, rapida e aspra. "Ora non solo sogno contadini, ma contadini forestieri, a giudicare dagli abiti. Ehi, tu, sparisci dai miei sogni!" "Chi sei?" domandò Perrin. L'uomo inarcò le sopracciglia, come se si ritenesse offeso. Intorno a loro le strisce d'ombra si contorsero. Una si staccò dal soffitto e scese a toccare la testa dello sconosciuto. Parve intrecciarsi nei capelli. L'uomo sbarrò gli occhi. Tutto parve accadere nello stesso istante. L'ombra tornò di scatto al soffitto, dieci piedi più in alto, trascinando qualcosa di chiaro. Gocce rosse schizzarono il viso di Perrin. Un urlo da gelare il sangue sconvolse l'aria. Impietrito, Perrin fissò la sagoma sanguinante in vesti da uomo, che urlava e si dibatteva per terra. Senza volerlo, alzò gli occhi sulla cosa chiara, simile a sacco vuoto, che penzolava dal soffitto. In parte era già assorbita dalla striscia nera, ma Perrin non ebbe difficoltà a riconoscere una pelle umana, all'apparenza intera e senza strappi. Intorno a lui le ombre danzarono, agitate; Perrin riprese a correre, seguito da urla sempre più flebili. Lungo le ombre correvano increspature, si mantenevano al passo con lui. "Cambia, maledizione!" gridò Perrin. "Lo so che sei un sogno! La Luce t'incenerisca, cambia!" Tendaggi variopinti coprivano le pareti, fra alti candelieri dorati con decine di candele che illuminavano le piastrelle bianche del pavimento e il soffitto decorato con nuvole vaporose e fantastici uccelli in volo. Niente si muoveva, a parte le tremolanti fiammelle di candela lungo tutto l'infinito corridoio o sotto gli archi a sesto acuto, di pietra bianca, che di tanto in tanto interrompevano le pareti. "Pericolo." Il pensiero era più debole di prima. E, se possibile, più pressante. Ascia in pugno, Perrin imboccò con cautela il corridoio, borbottando tra sé: "Sveglia. Sveglia, Perrin. Sai che è un sogno. O il sogno cambia, o ti svegli. Sveglia, maledizione!". Il corridoio rimase solido. Arrivò al primo arco. Il vano immetteva in una stanza molto ampia, all'apparenza priva di finestre, ma riccamente arredata, come sala di palazzo, con mobili pieni d'intagli, di dorature, d'intarsi in avorio. Al centro della stanza, una donna guardava a fronte corrugata un manoscritto sbrindellato, aperto sul tavolo. Una bella donna dai capelli neri, dagli occhi neri, vestita di bianco e d'argento.
Perrin la riconobbe subito. Nello stesso istante la donna alzò la testa e guardò dritto verso di lui. Spalancò gli occhi, sorpresa e incollerita. «Tu! Cosa fai, qui? Come sei entrato? Rovinerai cose che nemmeno immagini!» All'improvviso Perrin ebbe l'impressione che lo spazio perdesse di profondità, come se lui guardasse un dipinto raffigurante una stanza. L'immagine appiattita parve girarsi di lato, diventare una semplice e brillante linea verticale contro il buio. La linea lampeggiò di bianco e svanì, lasciando solo tenebre più nere del nero. Proprio davanti agli stivali di Perrin il pavimento a piastrelle terminava bruscamente. Sotto i suoi occhi, i bordi bianchi si dissolsero nel nero, come sabbia erosa dall'acqua. Perrin arretrò in fretta. "Scappa." Perrin si girò e vide Hopper, un grosso lupo dal pelo color della cenere, ingrigito e pieno di cicatrici. "Sei morto" protestò. "Ti ho visto morire. Ti ho sentito morire!" Un pensiero gli invase la mente. "Scappa subito! Non devi essere qui adesso. Pericolo. Grande pencolo. Peggio di tutti i Mai-Nati. Devi andartene. Subito. Subito!" "Ma come?" gridò Perrin. "Voglio andarmene, ma come faccio?" "Vai!" A zanne snudate, Hopper saltò alla gola di Perrin. Con un grido strozzato Perrin si drizzò a sedere sul letto e si toccò la gola per arrestare la fuoriuscita di sangue: la pelle era intatta. Deglutì con sollievo, ma subito dopo toccò un punto bagnato. Rischiando di cadere per la fretta, scese dal letto, barcollò fino al lavabo, prese la brocca e nel riempire il catino schizzò acqua dappertutto. Si lavò il viso e vide l'acqua diventare rosa. Per il sangue dell'uomo dagli insoliti vestiti. Altre macchie scure gli punteggiavano giubba e brache. Perrin si tolse i vestiti e li gettò nell'angolo più lontano. Voleva lasciarli lì: Simion li avrebbe bruciati. Una raffica di vento entrò dalla finestra. Con un brivido, seminudo, Perrin si sedette per terra e si appoggiò al letto. Così sarebbe stato abbastanza scomodo, si disse. Era amareggiato, preoccupato, impaurito. E deciso. Non avrebbe ceduto. Mai! Tremava di freddo, quando infine si addormentò: un dormiveglia con la vaga consapevolezza della stanza e del freddo. Ma gli incubi che sognò erano meno brutti di tanti altri.
Rand si acquattò sotto gli alberi e guardò nella notte il grosso cane nero che si avvicinava al nascondiglio. Aveva male al fianco, per la ferita che Moiraine non poteva Guarire completamente, ma non vi badò. La luna dava luce appena sufficiente a scorgere il cane, un animale che arrivava alla cintola d'una persona, con collo robusto e testa massiccia, zanne che brillavano come argento bagnato. Il cane fiutò l'aria e trotterellò verso di lui. "Più vicino" pensò Rand. "Vieni più vicino. Non avvertirai il tuo padrone, stavolta. Più vicino. Così." Ora il cane distava dieci passi; emise un basso ringhio di petto e balzò all'improvviso sulla preda. Rand si sentì inondato del Potere. Dalle mani protese saettò un'asta di luce bianca, solida come acciaio. Fuoco liquido. Per un attimo, in quella luce, il cane parve diventare trasparente, poi scomparve. La luce bianca si affievolì, gli lasciò negli occhi un riflesso ardente. Rand si abbandonò contro il tronco più vicino, sentì sotto il viso la ruvida corteccia. Era scosso dal sollievo e da una muta risata. "Ha funzionato" pensò. "Luce santa, stavolta ha funzionato." Non sempre aveva funzionato. C'erano stati altri cani, quella notte. Saidin, l'Unico Potere, pulsò in lui, gli contrasse lo stomaco per la contaminazione del Tenebroso, gli diede conati di vomito. Il sudore gli imperlò la fronte, malgrado il gelido vento notturno. Rand aveva in bocca un saporaccio. Voleva distendersi e morire. Voleva che Nynaeve gli somministrasse una delle sue medicine, o che Moiraine lo Guarisse, o... Qualcosa, qualsiasi cosa, pur di eliminare quella nausea che lo soffocava. Ma Saidin lo inondava anche di vita: vita, energia e consapevolezza infarcivano il malessere. La vita senza Saidin era una copia sbiadita. Tutto il resto era pallida imitazione. "Ma possono trovarmi, se non me ne distacco" pensò Rand. "Possono rintracciarmi. Devo arrivare a Tear. A Tear lo scoprirò. Se sono il Drago, questa storia avrà una conclusione. Se non lo sono... se è tutta una menzogna... anche in questo caso ci sarà una conclusione. Una fine." Con riluttanza, con lentezza indicibile, recise il contatto con Saidin, rinunciò al suo abbraccio, come se rendesse l'ultimo respiro. La notte parve farsi tetra. Le ombre perdettero le nette, infinite sfumature e si confusero. In lontananza, verso occidente, un cane ululò: un verso tremulo nel silenzio della notte. Rand sollevò la testa. Scrutò in quella direzione, come se potesse scor-
gere il cane, mettendocela tutta. Un secondo cane rispose al primo; poi un terzo; altri due insieme: tutti disseminati chissà dove, più a occidente. «Datemi pure la caccia» ringhiò Rand. «Cercate di prendermi, se ci riuscite. Non sono una facile preda. Non più.» Si staccò dal tronco, guadò un gelido ruscello poco profondo e si diresse di buon passo verso levante. Aveva gli stivali pieni d'acqua fredda e sentiva dolore al fianco, ma non vi badò. Alle sue spalle, la notte era di nuovo silenziosa, ma lui non badò neanche a questo. "Datemi la caccia" pensò. "Posso dare la caccia anch'io. Non sono una facile preda." 10 Segreti
Trascurando per un momento i compagni, Egwene al'Vere si alzò sulle staffe, con la speranza di scorgere Tar Valon; ma nel sole del mattino vide soltanto una macchia bianca, confusa e scintillante. Però doveva trattarsi proprio della città sull'isola. La solitaria montagna dalla cima mozza, detta Montedrago, che spuntava dalla piana ondulata, era comparsa all'orizzonte nel tardo pomeriggio del giorno prima e si trovava da questo lato del fiume Erinin rispetto a Tar Valon. Era un punto di riferimento - una zanna accidentata che sporgeva dalla piana - facile da vedere per molte miglia e facile da evitare, come facevano tutti, anche chi era diretto a Tar Valon. Montedrago, si diceva, era il luogo dove era morto Lews Therin il Kinslayer; ed era argomento di altre storie, profezie e avvertimenti. Tanti buoni motivi per stare lontano dalle sue nere pendici. Egwene invece aveva più d'un motivo per non starne lontano. Solo a Tar Valon poteva trovare l'addestramento che le occorreva, che doveva avere. Mai più le avrebbero messo un collare! Scacciò il pensiero, che però continuava a tornarle in mente. Mai più avrebbe perduto la libertà! A Tar Valon, Anaiya avrebbe ripreso a controllarle i sogni; le Aes Sedai l'avrebbero fatto, anche se Anaiya non aveva trovato nessuna vera prova che Egwene fosse una Sognatrice, come sospettava. Da quando avevano lasciato la Pia-
na di Almoth, Egwene era stata turbata dai sogni. A parte i Seanchan - e quei sogni ancora la facevano sudare - sempre più di frequente sognava Rand. Rand che correva. Che correva verso qualcosa, ma anche lontano da qualcos'altro. Si sforzò di scorgere Tar Valon. Là ci sarebbe stata Anaiya. E forse anche Galad. Arrossì suo malgrado e si tolse completamente dalla testa Galad. "Pensa al tempo" si disse. "Pensa a qualsiasi altra cosa. Luce santa, ma qui fa caldo." Quasi a inizio anno, con l'inverno appena trascorso, Montedrago era ancora incappucciato di bianco, ma nella piana la neve si era disciolta. Nuovi germogli spuntavano dal tappeto marrone dell'erba dell'anno precedente e dove, qua e là, gli alberi incoronavano la sommità d'una collina, si vedeva il primo rosso delle nuove gemme. Dopo un inverno passato a viaggiare, a volte bloccata in un villaggio o in una tenda da tempeste lunghe giorni interi, a volte percorrendo dall'alba al tramonto, fra cumuli di neve che arrivavano alla pancia dei cavalli, meno strada di quanta ne avrebbe percorsa a piedi in un pomeriggio di bel tempo, era piacevole scorgere i segni della primavera. Scostò il pesante mantello di lana nera e si riaccomodò sulla sella dall'alto arcione posteriore, lisciandosi le sottane in un gesto d'impazienza. Pensò, con una smorfia, che da troppo tempo portava quella veste, da lei stessa divisa in due e ricucita per andare a cavallo; ma ne aveva solo un'altra, perfino più sudicia di quella che indossava. E dello stesso colore, il grigio scuro delle Incatenate. Per tutte quelle settimane, dall'inizio del viaggio, aveva avuto una sola scelta: grigio scuro o niente. «Giuro che non metterò mai più vesti grigie, Bela» disse, rivolta all'irsuta giumenta, accarezzandole il collo. Ma tanto non avrebbe avuto molta scelta, una volta tornata alla Torre. Tutte le novizie vestivano di bianco. «Parli di nuovo da sola?» disse Nynaeve, accostandosi in sella al castrone baio. Le due donne erano della stessa altezza e indossavano vesti identiche; solo la diversità delle cavalcature rendeva più alta d'una testa quella che un tempo era stata la Sapiente di Emond's Field. Nynaeve corrugò la fronte e si tirò la grossa treccia scura che le ricadeva sulla spalla... gesto abituale, quand'era preoccupata. Portava l'anello col Gran Serpente delle Ammesse: non era ancora Aes Sedai, ma ben più prossima di Egwene alla qualifica. «Faresti meglio a tenere gli occhi aperti.» Egwene si morsicò la lingua per non ribattere che teneva proprio gli occhi aperti per scorgere Tar Valon. Che cosa credeva, che si fosse alzata
sulle staffe perché stufa della sella? Troppo spesso Nynaeve pareva dimenticare di non essere più la Sapiente di Emond's Field e che Egwene non era più una ragazzina. Ma Nynaeve aveva l'anello, e lei no... non ancora; quindi per Nynaeve era come se niente fosse cambiato! «Ti chiedi come Moiraine stia trattando Lan?» domandò in tono mielato; e per un attimo si compiacque per l'involontario strattone che Nynaeve diede alla treccia. Ma solo per un attimo: non era portata alle battute velenose e sapeva che i sentimenti di Nynaeve nei confronti del Custode erano come gomitoli di lana su cui un gattino avesse allungato le zampe. Si pentì subito. Loro erano solo sei, con vesti semplici per non dare nell'occhio nei villaggi e nei paesi incontrati durante il viaggio, eppure formavano forse il gruppo più bizzarro che avesse mai attraversato di recente la prateria Caralain: quattro donne e due uomini, uno dei quali disteso nella barella sospesa fra due cavalli che portavano anche un carico leggero, le provviste per i lunghi tratti fra un villaggio e l'altro. Sei persone, pensò Egwene, e quanti segreti? Alcuni li condividevano e avrebbero dovuto mantenerli, forse, perfino nella Torre Bianca. Si disse che la vita era stata più semplice, nel villaggio natio. «Nynaeve» riprese «credi che Rand stia bene? E Perrin?» Non poteva più permettersi di fingere che un giorno avrebbe maritato Rand: ormai sarebbe stata soltanto finzione. Non ne era contenta... ancora non si era del tutto rassegnata... ma lo sapeva. «I sogni? Ti hanno tormentato ancora?» Nynaeve parve preoccupata per lei, ma Egwene non era dell'umore adatto ad accettare dimostrazioni di simpatia. Si costrinse a parlare con indifferenza. «Dalle voci che abbiamo udito, non saprei dire cosa accade. Tutto è distorto, sbagliato.» «Niente è andato per il verso giusto, da quando Moiraine è entrata nella nostra vita» disse Nynaeve, brusca. «Perrin e Rand...» Esitò, con una smorfia. Pensava, secondo Egwene, che il cambiamento di Rand fosse opera di Moiraine. «Ora dovranno cavarsela da soli. Purtroppo anche noi dobbiamo preoccuparci: qualcosa non quadra, lo... lo sento.» «Di cosa si tratta?» «Ho come l'impressione d'una tempesta.» Nynaeve scrutò il cielo mattutino, sereno e azzurro, con qualche nuvola sparsa, e scosse la testa. «Una tempesta in arrivo.» Era sempre stata in grado di prevedere il tempo. "Ascoltare il vento", lo definivano; e ci si aspettava che in ogni villaggio la Sapiente ascoltasse il vento, anche se molte in realtà non ne avevano l'abi-
lità. Tuttavia, da quando avevano lasciato Emond's Field, il talento di Nynaeve in questo campo si era sviluppato, o era cambiato: a volte le tempeste da lei previste ora riguardavano gli uomini, non le condizioni atmosferiche. Egwene si morsicò il labbro, riflettendo. Dopo tutta quella strada, non potevano lasciare che qualcosa li fermasse o li facesse rallentare, così vicino a Tar Valon. Per la salvezza di Mat e per ragioni a rigor di logica più importanti della vita stessa d'un giovane paesano, un amico d'infanzia, ma alle quali lei in cuor suo non attribuiva altrettanto valore. Guardò gli altri e si domandò se uno di loro avesse notato qualcosa. Verin Sedai, bassa e grassoccia, vestita completamente di marrone, pareva cavalcare immersa nei propri pensieri; si era tirata sugli occhi il cappuccio fin quasi a nascondere il viso; procedeva all'avanguardia, ma lasciava che fosse il cavallo a stabilire l'andatura. Apparteneva all'Ajah Marrone e di solito le Sorelle di questa Ajah s'interessavano più della conoscenza che del mondo. Egwene, però, non era sicura che Verin mantenesse dalle cose terrene il distacco che voleva far credere: mettendosi con loro, era sprofondata fino alla cintola nelle faccende mondane. Elayne, dell'età di Egwene e pure lei novizia, ma bionda e con occhi azzurri mentre Egwene era bruna, cavalcava più indietro, accanto alla barella su cui giaceva Mat, privo di conoscenza. Vestiva lo stesso grigio di Egwene e di Nynaeve e teneva d'occhio Mat, preoccupata come tutti: erano ormai tre giorni che Mat non riprendeva conoscenza. Il tipo magro, dai capelli lunghi, che cavalcava dall'altro lato della barella, pareva guardare da tutte le parti senza darlo a vedere; per la concentrazione, le rughe gli risaltavano sul viso. «Hurin» disse Egwene; Nynaeve annuì. Tutt'e due rallentarono per farsi raggiungere dalla barella. Verin continuò a procedere al piccolo trotto. «Hurin, senti qualcosa?» domandò Nynaeve. Elayne alzò gli occhi, attenta. Sotto lo sguardo delle tre, l'altro si mosse a disagio sulla sella e si strofinò il naso. «Guai» rispose, conciso e riluttante al tempo stesso. «Penso, forse... guai.» Un tempo acchiappaladri per il re dello Shienar, non aveva i capelli rasati a ciuffo come i soldati shienaresi, tuttavia portava alla cintura una corta spada e un frangilama ammaccato per l'uso. Possedeva una sorta di talento che gli consentiva di fiutare i malfattori, in particolare coloro che avevano commesso atti di violenza.
Due volte, durante il viaggio, aveva suggerito, dopo meno di un'ora, di abbandonare il villaggio dove si erano fermati. La prima volta, loro tre si erano opposte, dicendo d'essere troppo stanche; ma, prima che la notte terminasse, il locandiere e due suoi compari avevano tentato di assassinarle nel sonno. Erano semplici ladri, non Amici delle Tenebre, e volevano solo impossessarsi dei cavalli e del contenuto delle bisacce e dei fagotti. Ma il resto del villaggio era al corrente della faccenda: a quanto pareva, i forestieri erano considerati selvaggina di cui è lecita la caccia. Egwene e gli altri erano stati costretti a fuggire per sottrarsi a una marmaglia che brandiva manici d'ascia e forconi. La seconda volta, appena ricevuto l'avvertimento di Hurin, Verin aveva ordinato di riprendere il viaggio. Ma Hurin era sempre diffidente, se parlava all'Aes Sedai o alle altre. Si mostrava più spigliato con Mat, quando quest'ultimo era ancora in grado di parlare; con lui scherzava e giocava a dadi, se le donne non erano nei pressi. Egwene pensava che si sentisse a disagio, praticamente da solo con un'Aes Sedai e con tre donne prossime a diventarlo. «Che sorta di guai?» domandò Elayne. «Fiuto...» iniziò Hurin. Subito si bloccò e saettò lo sguardo da una donna all'altra. «Una semplice sensazione» riprese. «Un... un presentimento. Ho visto delle tracce, ieri e oggi. Molti cavalli. Venti o trenta da questa parte, venti o trenta da quest'altra. Mi hanno messo una pulce nell'orecchio. Tutto qui. Ma dico che si tratta di guai.» Tracce? Egwene non le aveva notate. «Non c'era niente di preoccupante, in quelle tracce» disse Nynaeve, brusca. «Erano vecchie di giorni. Perché pensi che siano guai?» «Lo penso, ecco» rispose Hurin lentamente, come se volesse aggiungere altro. Abbassò gli occhi, si strofinò il naso e inspirò a fondo. «Da molto tempo non vediamo un villaggio» borbottò. «Chissà quali notizie di Falme ci hanno preceduto. Forse non troveremo la buona accoglienza che ci aspettiamo. Penso che questi uomini possano essere briganti, assassini. Bisognerebbe diffidare, penso. Se Mat stesse bene, andrei avanti in ricognizione; ma forse è meglio che non vi lasci da sole.» Nynaeve inarcò il sopracciglio. «Credi che non riusciremmo a badare a noi stesse?» «A cosa ti servirà l'Unico Potere, se ti uccidono prima che tu possa usarlo?» replicò Hurin, a occhi bassi, come se parlasse al pomo della sella. «Chiedo scusa, ma penso che... che cavalcherò a fianco di Verin Sedai per un poco.» Diede di tallone e avanzò al galoppo, prima che una di loro po-
tesse replicare. «Questa è una sorpresa» disse Elayne, mentre Hurin rallentava a poco distanza dall'Aes Sedai. Verin parve non accorgersi della presenza di Hurin, più di quanto non s'accorgesse del resto; e lui parve lieto d'essere ignorato. «Da quando abbiamo lasciato Capo Toman» soggiunse Elayne «si è sempre tenuto il più possibile lontano da Verin. La guarda come se avesse paura delle sue parole.» «Rispettare le Aes Sedai non significa avere paura di loro» disse Nynaeve. E soggiunse, con riluttanza: «Di noi.» «Se prevede guai, dovremmo mandarlo in ricognizione» disse Egwene. Inspirò a fondo e guardò negli occhi le altre due. «In caso di guai, possiamo difenderci meglio di quanto non ci difenderebbe lui con cento soldati ad aiutarlo.» «Ma lui non lo sa» disse Nynaeve, in tono piatto. «E non sarò certo io a dirglielo. Né voi due.» «Immagino benissimo la reazione di Verin» disse Elayne, ansiosa. «Mi piacerebbe avere un'idea di quanto ne sa. Se l'Amyrlin scoprisse cosa abbiamo fatto, forse neppure mia madre potrebbe aiutarmi. Non so nemmeno se ci proverebbe.» La madre di Elayne era la regina dell'Andor. «Non ha imparato molto, prima di lasciare la Torre Bianca, per quanto si sia comportata come se fosse Sorella a tutti gli effetti.» «Non possiamo fare assegnamento su Morgase» disse Nynaeve. «Lei è a Caemlyn e noi saremo a Tar Valon. No, forse siamo già nei guai fino al collo, perché siamo andate via di nascosto, e non importa cosa abbiamo riportato. Sarà meglio mostrare umiltà e non attirare ancora l'attenzione.» In altri momenti, Egwene avrebbe riso all'idea di Nynaeve che si fingesse umile. Persino Elayne avrebbe avuto maggiore successo. Ma ora non si sentiva portata a ridere. «E se Hurin ha ragione?» domandò. «Se ci assalgono? Non può difenderci contro venti o trenta uomini; e saremmo bell'e morte, se aspettassimo che Verin intervenga. Non dicevi che senti arrivare una tempesta, Nynaeve?» «Sul serio?» domandò Elayne. Scosse la testa, con un agitare di riccioli rossodorati. «Verin non sarà contenta, se...» Lasciò perdere. «Le piaccia o no, forse dovremo farlo.» «Farò ciò che andrà fatto» dichiarò Nynaeve, brusca «se ci sarà qualcosa da fare; e voi due fuggirete, all'occorrenza. Forse nella Torre tutte parlano del vostro potenziale, ma non crediate che non vi quieteranno tutt'e due, se l'Amyrlin Seat o il Consiglio della Torre lo riterranno necessario.»
Elayne deglutì con forza. «Se dovessero quietarci per questo» disse con voce debole «quieteranno anche te. Dovremmo scappare insieme e agire insieme. Hurin ha già avuto ragione, in precedenza. Se vogliamo vivere, per trovarci nei guai nella Torre, dovremo... dovremo fare ciò che andrà fatto.» Egwene rabbrividì. Quietata. Tagliata fuori da Saidar, la metà femminile della Vera Fonte. Poche Aes Sedai erano state sottoposte a questa punizione, tuttavia c'erano crimini per cui la Torre esigeva che la colpevole fosse quietata. Le novizie avevano l'obbligo d'imparare il nome di ogni Aes Sedai che fosse stata quietata e il crimine commesso. Lei percepiva sempre la Fonte, appena fuori vista, come il sole di mezzodì alle spalle. Spesso non afferrava niente, quando si protendeva verso Saidar, ma voleva toccarlo. Più lo toccava, più lo voleva, sempre, anche se Sheriam Sedai, Maestra delle Novizie, aveva spiegato i pericoli che comportava il desiderio smodato della sensazione trasmessa dall'Unico Potere Essere tagliate fuori da Saidar, continuare a sentirne la presenza, ma non poterlo più toccare... Anche le altre avevano perso la voglia di parlare. Per nascondere il tremito, Egwene si sporse sopra la barella. Le coperte in disordine, lasciavano vedere, stretto nella mano di Mat, un pugnale ricurvo, col fodero dorato e un rubino grosso quanto un uovo di piccione incastonato nell'elsa. Ben attenta a non toccare il pugnale, Egwene rimise a posto le coperte, in modo che coprissero la mano. Mat aveva solo qualche anno più di lei, ma pareva molto più vecchio, per le guance incavate e il colorito giallastro. Respirava debolmente, movendo appena il petto. Ai suo piedi c'era una sacca di pelle. Egwene coprì anche quella. "Dobbiamo portare Mat alla Torre" si disse. "E anche la sacca." Anche Nynaeve si sporse e toccò la fronte di Mat. «La febbre è saliti ancora» disse, preoccupata. «Se solo avessi qualche radice di serenella o di scacciafebbre!» «Forse, se Verin provasse di nuovo a Guarirlo...» disse Elayne. Nynaeve scosse la testa. Lisciò i capelli di Mat e sospirò, poi si raddrizzò. «Dice che per il momento può solo mantenerlo in vita e le credo» replicò. «Ieri notte ho... ho tentato io stessa di Guarirlo, ma non è accaduto niente.» Elayne ansimò. «Sheriam Sedai dice che non dobbiamo tentare di Guarire, finché non siamo state guidate passo passo cento volte.» «Hai rischiato di ucciderlo» disse Egwene, brusca.
Nynaeve sbuffò. «Guarivo ancora prima di pensare d'andare a Tar Valon, anche se non sapevo di cosa si trattava. Ma a quanto pare, perché il Talento funzioni devo usare le medicine. Se solo avessi un po' di scacciafebbre! Non credo che gli resti molto tempo. Ore, forse.» Egwene si domandò ancora una volta perché Nynaeve avesse scelto di farsi addestrare a Tar Valon: senza rendersene conto, aveva imparato a incanalare il Potere, anche se non sempre le riusciva di controllarlo, e aveva superato la crisi che uccideva tre donne su quattro, se non si aveva la guida delle Aes Sedai. Nynaeve diceva di voler ampliare le proprie conoscenze, ma spesso era riluttante come un bambino curato con radice di linguapecora. «Presto saremo alla Torre Bianca» disse Egwene. «Là potranno Guarire Mat. L'Amyrlin si prenderà cura di lui. E di tutto il resto.» Non guardò la sacca sotto le coperte. Anche le altre due evitavano di guardarla. C'erano segreti che sarebbe stato un sollievo condividere con altri. «Cavalieri» disse all'improvviso Nynaeve. Egwene li aveva già scorti: circa venti uomini erano comparsi sulla cresta di un'altura più avanti e si erano lanciati al galoppo, con svolazzare di mantelli bianchi, per intercettarli. «Figli della Luce» disse Elayne, come se fosse un'imprecazione. «Mi sa che abbiamo trovato la tua tempesta e i guai di Hurin.» Verin si era fermata e aveva posto la mano sul braccio di Hurin, perché non sguainasse la spada. Egwene fermò i cavalli con la barella, quasi a ridosso dell'Aes Sedai. «Lasciate parlare me, bambine» disse Verin, tranquilla; spinse indietro il cappuccio per mostrare i capelli grigi. Egwene non sapeva con esattezza quanti anni avesse Verin; pensava che fosse abbastanza anziana, ma le ciocche grigie erano l'unico segno d'età avanzata. «E non reagite alle provocazioni.» Il viso di Verin era calmo come la voce, ma Egwene ebbe l'impressione che l'Aes Sedai valutasse la distanza che le separava da Tar Valon. Ormai si vedevano le cime delle torri sull'isola e un ponte tanto alto da consentire il passaggio delle navi mercantili. "Possiamo scorgerla" pensò Egwene "ma non riceverne aiuto." Per un momento fu sicura che i Manti Bianchi volessero lanciarsi alla carica contro di loro; ma il capo del drappello alzò la mano e tutti si fermarono di colpo a meno di quaranta passi, sollevando polvere e terriccio. Nynaeve borbottò rabbiosamente; Elayne si raddrizzò in sella, piena
d'orgoglio, quasi si preparasse a sgridare i Manti Bianchi per le loro cattive maniere. Hurin stringeva ancora l'elsa: pareva pronto a frapporsi tra loro e i Manti Bianchi, malgrado l'ammonimento di Verin. L'Aes Sedai si limitò ad agitare con calma la mano davanti a sé per disperdere la polvere. I cavalieri dal mantello bianco si disposero a semicerchio e bloccarono la strada. Le piastre pettorali e gli elmi conici risplendevano, perfino la maglia di ferro sulle braccia brillava. Ciascuno aveva sul petto il sole raggiato, in oro. Alcuni incoccarono una freccia, ma non alzarono l'arco, pur tenendolo pronto. Il capo era giovane, ma sotto il sole ricamato aveva due nodi d'oro da ufficiale. «Due streghe di Tar Valon, se non sbaglio di grosso» disse, con un sorriso a denti stretti. Negli occhi aveva una luce d'arroganza, come se conoscesse una verità che gli altri erano troppo tonti per capire. «Più due bambocce e due leccapiedi, uno ammalato e uno vecchio.» Hurin drizzò il pelo, ma Verin lo tenne a freno. «Da dove venite?» «Da occidente» rispose con la massima calma Verin. «Spostatevi e lasciateci proseguire. Qui i Figli della Luce non hanno autorità.» «I Figli hanno autorità dovunque ci sia la Luce, strega; e dove non c'è la Luce, noi la portiamo. Rispondi alle mie domande! O devo portarti al campo e affidarti agli Inquisitori?» Mat aveva bisogno d'essere curato nella Torre Bianca, si disse Egwene. Anche un piccolo ritardo sarebbe stato fatale. E, peggio ancora (fece una smorfia, all'idea di ritenerlo più importante) il contenuto della sacca non doveva cadere in mano ai Manti Bianchi. «Ho risposto» replicò Verin, calma «e con più cortesia di quanto meriti. Credi davvero di poterci fermare?» Alcuni Manti Bianchi alzarono l'arco, come per reazione a una minaccia; ma Verin proseguì, sempre con lo stesso tono: «Forse, da altre parti, con le minacce puoi dominare la gente; ma non qui, in vista di Tar Valon. Credi davvero che, qui, riusciresti a portare via delle Aes Sedai?» L'ufficiale cambiò posizione a disagio, come se a un tratto dubitasse di poter mettere in pratica le proprie parole. Poi diede un'occhiata ai suoi uomini - o per assicurarsi del loro sostegno o perché si era ricordato che lo guardavano - e si riprese. «Non temo i tuoi sistemi da Amica delle Tenebre, strega. Rispondimi o risponderai agli Inquisitori.» Ma parve meno deciso di prima. Verin aprì bocca, come per continuare un'oziosa chiacchierata, ma prima che lei potesse parlare, Elayne intervenne, in tono di comando: «Sono Ela-
yne, Erede dell'Andor. Se non vi togliete di mezzo all'istante, ne risponderai alla regina Morgase!» Verin emise un sibilo d'irritazione. Per un attimo il comandante dei Manti Bianchi parve sorpreso, poi scoppiò a ridere. «Credi?» replicò. «Forse scoprirai che Morgase non ha più tanto amore per le streghe, ragazza. Se ti strappo a loro e ti riporto da lei, mi ringrazierà. Il lord capitano Eamon Valda sarebbe molto contento di parlare con te, Erede dell'Andor.» Alzò la mano. Egwene non capì se fosse semplice gesticolio o un segnale ai suoi uomini, ma alcuni Manti Bianchi strinsero le redini. "Non possiamo più aspettare" pensò. "Non mi farò incatenare di nuovo!" Si aprì all'Unico Potere. Era un esercizio semplice e, con la pratica, anche rapido. In un attimo svuotò la mente di tutto, tranne un singolo bocciolo di rosa librato nel nulla. Il bocciolo era lei stessa, si schiudeva alla luce, si apriva a Saidar. Il Potere la invase, minacciò di spazzarla via. Egwene lottò per non farsi sopraffare e si concentrò sul terreno davanti al cavallo dell'ufficiale. Su di un tratto piccolo, perché non voleva uccidere nessuno. Ma non si sarebbe lasciata catturare! Il comandante dei Manti Bianchi non terminò il gesto. Con un rombo, il terreno di fronte a lui eruttò un getto di terriccio e di sassi, più in alto della sua testa. Il cavallo nitrì di terrore e s'impennò; l'ufficiale cadde di sella come un sacco di farina. Prima che lui toccasse terra, Egwene spostò la mira più vicino agli altri Manti Bianchi e il terreno eruttò di nuovo. Bela scartò, ma Egwene, senza pensarci, la controllò con redini e ginocchia. Sentì, sorpresa, una terza esplosione, non provocata da lei, e una quarta. Fu remotamente consapevole di Nynaeve e di Elayne, avvolte dal bagliore che rivelava come anche loro avessero abbracciato Saidar. L'alone era visibile solo a chi era in grado d'incanalare il Potere, ma i risultati erano evidenti a tutti. Esplosioni assalivano da ogni lato i Manti Bianchi, li schizzavano di terriccio, li intontivano, facevano imbizzarrire i cavalli. Hurin si guardò intorno, a bocca aperta, atterrito quanto i Manti Bianchi, mentre cercava di evitare che i cavalli con la barella e anche il suo si dessero alla fuga. Verin aveva spalancato gli occhi, per lo stupore e per la collera: mosse furiosamente le labbra, ma le parole si perdettero nel frastuono. E poi i Manti Bianchi fuggirono: alcuni lasciarono cadere l'arco e galopparono come se avessero alle calcagna il Tenebroso stesso. Tutti, tranne il giovane ufficiale, che si rialzò da terra e a spalle ingobbite fissò Verin,
mostrando il bianco degli occhi. La polvere gli imbrattava il viso e l'elegante mantello bianco, ma lui parve non accorgersene. «Allora uccidimi, strega» disse, scosso. «Avanti. Uccidimi come hai ucciso mio padre!» Verin non gli badò: era concentrata sulle altre. Come se anche loro si fossero dimenticati dell'ufficiale, i Manti Bianchi scomparvero al di là della cresta senza girarsi a guardare. Il cavallo dell'ufficiale galoppava con gli altri. Sotto lo sguardo infuriato di Verin, Egwene si staccò da Saidar, lentamente, malvolentieri. Era sempre spiacevole, staccarsene. Ancora più lentamente svanì il bagliore intorno a Nynaeve, che fissava con ferocia il comandante dei Manti Bianchi, quasi lo ritenesse capace di chissà quale trucco. Elayne pareva sconvolta per ciò che aveva appena fatto. «La tua azione...» cominciò Verin; s'interruppe, inspirò a fondo. Comprese nell'occhiata le altre due. «La tua azione è abominevole» riprese. «Abominevole! Un'Aes Sedai non usa come arma il Potere, se non contro la Progenie dell'Ombra e come ultima risorsa per salvare la propria vita. I Tre Giuramenti...» «Erano pronti a ucciderci» la interruppe Nynaeve, accalorandosi. «A ucciderci o a portarci via per farci torturare. Stava per dare l'ordine.» «In realtà, Verin Sedai, non abbiamo usato come arma il Potere» protestò Elayne, guardandola negli occhi, ma con voce scossa. «Non abbiamo danneggiato, né tentato di danneggiare, nessuno. Di sicuro...» «Non cercare il pelo nell'uovo, con me!» replicò Verin, brusca. «Quando sarai Aes Sedai, se mai avverrà, sarai obbligata a mantenere i Tre Giuramenti; ma ci si aspetta che pure le novizie si comportino come se fossero già impegnate.» «E lui?» disse Nynaeve, indicando l'ufficiale, ancora lì fermo, con l'aria stordita. Aveva il viso teso come pelle di tamburo e pareva furibonda quasi quanto l'Aes Sedai. «Stava per prenderci prigioniere. Mat morirà, se non arriva subito alla Torre, e... e...» Egwene sapeva che cosa Nynaeve si sforzava di non dire: "E quella sacca deve essere assolutamente consegnata all'Amyrlin Seat". Verin guardò con aria stanca l'ufficiale. «Voleva solo intimidirci, bambina» disse. «Non poteva costringerci ad andare dove non volevamo e lo sapeva benissimo. Avrebbe incontrato più complicazioni di quante fosse disposto ad accettare. Con un po' di pazienza, l'avrei convinto a farci passare. Oh, forse avrebbe provato a ucciderci, se avesse potuto tenderci un'imboscata; ma neppure un Manto Bianco col cervello d'un caprone cer-
cherebbe di colpire un'Aes Sedai che sappia della sua presenza. Guardate cosa avete combinato! Quali storie racconteranno, quegli uomini? Quale danno provocheranno, queste storie?» Nell'udire l'accenno alle imboscate, l'ufficiale arrossì. «Non è da vigliacchi» sbottò «non andare alla carica contro i poteri che causarono la Frattura del Mondo. Voi streghe volete che la Frattura si ripeta, a favore del Tenebroso!» Verin scosse la testa, incredula e stufa di quelle storie. Egwene avrebbe voluto riparare in parte il danno. «Mi spiace molto per l'accaduto» disse all'ufficiale. Per fortuna ancora non aveva l'obbligo di dire sempre la verità, come le Aes Sedai: infatti ciò che stava per dire era, nel migliore dei casi, solo una mezza verità. «Sono stata avventata e me ne scuso. Sono certa che Verin Sedai ti Guarirà i lividi.» L'ufficiale arretrò, come se lei avesse proposto di farlo scorticare vivo. Verin tirò su col naso rumorosamente. «Abbiamo fatto un lungo viaggio» proseguì Egwene «da Capo Toman a qui; se non fossi stata così stanca, non avrei mai...» «Sta' zitta, ragazza!» gridò Verin. «Capo Toman?» ringhiò l'ufficiale dei Manti Bianchi. «Falme! Eravate a Falme!» Barcollò, arretrò ancora d'un passo, sguainò a mezzo la spada. Dalla sua espressione Egwene non capì se volesse assalirla o difendersi. Hurin, mano sul frangilama, spostò il cavallo più vicino all'ufficiale; ma l'altro proseguì come invasato, con la bava alla bocca per la furia: «Mio padre è morto a Falme! Byar me l'ha riferito! Voi streghe l'avete ucciso per il vostro falso Drago! Farò in modo che paghiate con la vita! Farò in modo che vi mettano al rogo!» «Bambine avventate» sospirò Verin. «Incapaci di tenere a freno la lingua. Vai con la Luce, figlio mio.» Senza altre parole, gli girò intorno e si avviò; ma le grida del giovane ufficiale la seguirono. «Mi chiamo Dain Bornhald! Ricordatelo, Amici delle Tenebre! Vi farò temere il mio nome! Ricordatelo!» Mentre le grida di Bornhald si affievolivano, Verin e gli altri cavalcarono in silenzio per un poco. Alla fine Egwene disse, a nessuno in particolare: «Cercavo solo di migliorare la situazione.» «Migliorare!» brontolò Verin. «Devi imparare che c'è un momento per dire tutta la verità e un momento per tenere a freno la lingua. La lezione meno significativa, ma importante, se vuoi vivere tanto a lungo da portare
lo scialle di Sorella. Non ti è mai venuto in mente che le notizie di Falme potevano precederci?» «E perché doveva venirle in mente?» domandò Nynaeve. «Abbiamo incontrato gente che aveva udito solo qualche voce; e nell'ultimo mese abbiamo viaggiato più rapidamente persino delle voci.» «E le voci dovevano per forza percorrere la nostra stessa strada?» ribatté Verin. «Abbiamo viaggiato lentamente. Le voci hanno le ali e seguono centinaia di vie diverse. Prevedi sempre il peggio, bambina, e non avrai sorprese spiacevoli.» «Cosa voleva dire, riguardo mia madre?» domandò a un tratto Elayne. «Mentiva di sicuro. Lei non si metterebbe mai contro Tar Valon.» «Da sempre le regine dell'Andor sono amiche di Tar Valon, ma tutto cambia» disse Verin, di nuovo serena, ma con una certa tensione nel tono di voce. Si girò sulla sella per guardare le tre ragazze, Hurin, Mat sulla barella. «Il mondo è bizzarro e tutto cambia.» Arrivarono in cima all'altura; ora più avanti si scorgeva un villaggio: tetti dalle tegole gialle ammassati alla base del grande ponte che portava a Tar Valon. «Da questo momento dovete stare davvero in guardia» disse Verin. «Ora iniziano i veri pericoli.»
11 Tar Valon
Il piccolo villaggio di Dairein, sulla sponda dell'Erinin, era antico quasi quanto la stessa Tar Valon. Le casette e le botteghe, di mattoni rossi e mar-
rone, e le vie lastricate in pietra davano una sensazione di stabilità nel tempo, ma Dairein era stato incendiato durante le Guerre Trolloc, saccheggiato dall'esercito di Artur Hawkwing durante l'assedio di Tar Valon, depredato più d'una volta nel corso della Guerra dei Cento Anni, dato alle fiamme durante la Guerra Aiel, nemmeno vent'anni prima. Una storia travagliata, per un piccolo villaggio; ma la sua posizione, all'estremità di uno dei ponti che davano accesso all'isola, garantiva che, per quante volte lo distruggessero, l'avrebbero sempre ricostruito. Almeno finché Tar Valon fosse esistita. Sulle prime, a Egwene parve che Dairein s'aspettasse di nuovo la guerra. Un drappello di picchieri marciava per le vie, righe e file irte come pettini da cardatura, seguito da arcieri con elmo piatto, arco a tracolla e faretra piena al fianco. Uno squadrone di cavalieri in armatura e celata lasciò strada a Verin e al suo gruppetto, a un cenno del comandante. Tutti avevano sul petto la Fiamma Bianca di Tar Valon, simile a candida lacrima. Gli abitanti del villaggio, tuttavia, badavano alle proprie faccende e non mostravano segni di preoccupazione; la folla del mercato si divideva intorno ai soldati come se uomini in marcia fossero ostacoli cui erano da tempo abituati. Alcuni venditori con vassoi di frutta tenevano il passo dei soldati e cercavano d'interessarli all'acquisto di mele vizze e di pere tenute in cantina durante l'inverno; ma a parte costoro, bottegai e ambulanti non badavano ai soldati. Anche Verin parve non accorgersi della loro presenza, mentre guidava Egwene e gli altri per il villaggio verso il grande ponte che, simile a merletto di pietra, formava sul fiume un arco lungo forse più di mezzo miglio. Ai piedi del ponte erano di guardia altri soldati, dodici picchieri e sei arcieri, che controllavano chiunque volesse passare. Il loro comandante, che cominciava a perdere i capelli, teneva l'elmo appeso all'elsa e pareva infastidito per la fila di persone in attesa, a piedi e a cavallo, con carri trainati da buoi o da cavalli o dal proprietario stesso. La fila era lunga solo un centinaio di passi, ma per uno che riceveva il permesso di passare, un altro si metteva in coda. Il comandante pareva prendersela comoda e si accertava che ciascuno avesse il diritto d'entrare a Tar Valon, prima di dare il permesso. Quando Verin guidò il gruppetto in cima alla fila, aprì bocca, incollerito; poi guardò bene in viso l'Aes Sedai e si affrettò a calzare l'elmo. Chi conosceva davvero le Aes Sedai non aveva bisogno di vedere l'anello col Gran Serpente per identificarle. «Buon giorno a te, Aes Sedai» disse l'ufficiale,
con un inchino, mano sul cuore. «Buon giorno. Passa pure, prego.» Verin fermò il cavallo. Dalla fila in attesa si alzò un mormorio, ma nessuno si lamentò a voce alta. «Fastidi dai Manti Bianchi, guardia?» domandò Verin. "Perché perde tempo?" si domandò Egwene, tesa. "Si è dimenticata di Mat?" «In pratica, no, Aes Sedai» rispose l'ufficiale. «Nessuno scontro. Hanno cercato di entrare a Mercato Eldone, dall'altra parte del fiume, ma li abbiamo indotti a cambiare idea. L'Amyrlin vuole essere sicura che non ci riprovino.» «Verin Sedai» intervenne con prudenza Egwene «Mat...» «Ancora un momento, bambina; non l'ho dimenticato. E i villaggi più esterni?» L'ufficiale si strinse nelle spalle, a disagio. «Non possiamo tenerne fuori i Manti Bianchi, Aes Sedai; però, appena arrivano le nostre pattuglie, loro se ne vanno. Si direbbe che cerchino di provocarci.» Verin annuì e stava per proseguire, ma l'ufficiale continuò: «Chiedo scusa, Aes Sedai, ma è chiaro che provieni da lontano. Hai notizie? Ogni nave mercantile porta voci nuove. Si dice che a occidente ci sia un altro falso Drago. Diamine, si dice pure che sia seguito dagli eserciti di Artur Hawkwing richiamati in vita, che abbia ucciso molti Manti Bianchi e distrutto una città del Tarabon... Falme, si chiama.» «Dicono che le Aes Sedai l'hanno aiutato!» gridò, dalla fila in attesa, una voce maschile. Hurin sospirò e si mosse a disagio, quasi s'aspettasse violenza. Egwene si guardò intorno, ma non riuscì a individuare chi aveva gridato. Ciascuno pareva solo aspettare, con maggiore o minore pazienza, che arrivasse il suo turno. La situazione era cambiata... e non in meglio. Quando lei aveva lasciato Tar Valon, chiunque si fosse fatto sentire a criticare le Aes Sedai sarebbe stato fortunato a cavarsela con un semplice pugno in faccia. Rosso in viso, l'ufficiale gettava occhiate di fuoco lungo la fila. «Ben di rado le voci sono vere» disse Verin. «Posso confermarti che Falme esiste ancora. E non si trova nel Tarabon. Ascolta meno le voci e più l'Amyrlin Seat. La Luce risplenda su di te.» Mosse le redini. L'ufficiale, con un inchino, la lasciò passare. Come sempre, Egwene guardò con stupore e ammirazione il ponte. I trafori delle pareti erano così intricati da mettere a dura prova la migliore merlettaia: pareva impossibile che fossero di pietra e che sopportassero an-
che solo il proprio peso. Il fiume scorreva, forte e costante, cinquanta passi più in basso. Il ponte, lungo almeno mezzo miglio, formava un arco privo di sostegni dalla riva all'isola. Egwene provò la meravigliosa sensazione che il ponte la portasse a casa. Meravigliosa e sorprendente. Emond's Field era la sua casa. Ma a Tar Valon avrebbe imparato ciò che le occorreva per restare in vita, per restare libera. A Tar Valon avrebbe scoperto - doveva scoprire! - perché i sogni la turbavano tanto e perché a volte parevano avere significati che lei non riusciva a immaginare. A Tar Valon era legata ora la sua vita. Se mai fosse tornata a Emond's Field (quel "se" le faceva male, ma per onestà non poteva non premetterlo) si sarebbe trattato di una visita per rivedere i genitori. Ormai non era più la figlia di un locandiere. Aveva troncato questo legame, non perché l'odiasse, ma perché era cresciuta. Il ponte era solo l'inizio. Andava dritto alla mura che circondavano l'isola: alte mura di pietra bianca, lucente, venata d'argento, che superavano in altezza il ponte stesso. A intervalli, torri di guardia interrompevano le mura, anch'esse di pietra bianca, con la massiccia base lambita dall'acqua del fiume. Ma al di sopra delle mura si ergevano le vere torri di Tar Valon, le torri adorne di guglie sottili, scanalature e spirali, alcune collegate da ponti posti a più di cento passi dal suolo. Non c'erano guardie alle porte rivestite di bronzo, tanto larghe da consentire il passaggio di venti cavalieri a fianco a fianco, che immettevano in uno degli ampi viali che intersecavano tutta l'isola. La primavera era appena iniziata, ma l'aria già odorava di fiori e profumi e spezie. Davanti alla città, Egwene rimase senza fiato, come se non l'avesse mai vista prima. Ogni piazza e ogni incrocio avevano una fontana, o un monumento, o una statua, a volte in cima a una colonna alta quanto le torri; ma era la città stessa, ad abbacinare l'occhio. I comuni edifici spesso avevano decorazioni e bassorilievi, tanto da sembrare ornamentali essi stessi: grandi e piccoli, in pietra d'ogni colore, a forma di conchiglia o di cresta d'onda o di scogliera scolpita dal vento, a immagine della natura o dei voli della fantasia umana. Le abitazioni, le locande, le stesse stalle... anche l'edificio più insignificante di Tar Valon era fatto per bellezza. Costruttori Ogier avevano edificato la maggior parte della città nei lunghi anni successivi alla Frattura del Mondo e la ritenevano ancora la propria opera migliore. Uomini e donne d'ogni nazione affollavano le vie. Di pelle scura, chiara e di tutte le sfumature intermedie, con abiti vistosi per forma e colore, oppure smorti ma adorni di frange e trecce e bottoni lucidi, oppure scuri e se-
veri, che mettevano in mostra più di quanto Egwene ritenesse conveniente oppure rivelavano soltanto la punta delle dita. Portantine e lettighe fendevano la folla, al grido di: "Fate largo, fate largo!". Vetture chiuse avanzavano lentamente e i cocchieri in livrea gridavano per aprirsi la strada. Musici ambulanti suonavano flauto o arpa o cornamusa, a volte accompagnando un saltimbanco o un acrobata, sempre col berretto per raccogliere monetine. Venditori ambulanti vantavano la propria mercanzia e bottegai fermi sull'uscio proclamavano la bontà delle proprie merci. La città ronzava come creatura vivente. Verin si era calata il cappuccio per nascondere il viso. Egwene si stupì: nessuno, fra tanta folla, pareva badare a loro. Neppure Mat, nella barella, attirava una seconda occhiata, anche se alcuni evitavano di passargli troppo vicino: a volte la gente portava alla Torre Bianca gli ammalati perché fossero Guariti e certe malattie erano contagiose. Egwene si accostò a Verin e si sporse verso di lei. «Davvero ti aspetti guai, adesso?» domandò. «Siamo nella città. Siamo quasi arrivate.» Ormai la Torre Bianca era in piena vista: un grande edificio luccicante, più alto della fila di tetti. «Mi aspetto sempre guai» rispose, placida, Verin. «E anche tu dovresti aspettarteli. Soprattutto nella Torre. Ora voi tutte dovreste stare più attente che mai. I vostri... trucchi» soggiunse, serrando per un attimo le labbra, prima di riprendere l'espressione serena «hanno spaventato i Manti Bianchi; ma nella Torre potrebbero farvi uccidere o quietare.» «Non lo farei mai, nella Torre» protestò Egwene. «Nessuna di noi lo farebbe.» Nynaeve e Elayne si erano intanto avvicinate, lasciando Hurin a badare ai cavalli della barella. Anche loro annuirono: Elayne, con fervore; Nynaeve, con una certa riluttanza, come se avesse qualche riserva. «Non dovresti farlo mai più, bambina. Mai!»Verin le guardò in tralice, da sotto il cappuccio, e scosse la testa. «E mi auguro che abbiate capito davvero quanto sia sciocco aprire bocca quando si dovrebbe tacere.» Elayne divenne rossa e Egwene si senti ardere le guance. «Una volta entrate nei terreni della Torre, tenete a freno la lingua e accettate qualsiasi cosa accada. Qualsiasi cosa! Non sapete niente di ciò che ci attende nella Torre; e comunque non sapreste come cavarvela. Perciò state zitte.» «Ti darò retta, Verin Sedai» promise Egwene; Elayne le fece eco. Nynaeve tirò su col naso. L'Aes Sedai la fissò e anche Nynaeve annuì, con riluttanza. La via si apriva in un'ampia piazza al centro della città; in mezzo alla
piazza, la Torre Bianca scintillava al sole e pareva toccare il cielo, protendendosi da un palazzo pieno di cupole e di snelle guglie. Nella piazza c'era ben poca gente. Nessuno entrava nei terreni della Torre, se non aveva valide ragioni, ricordò Egwene, a disagio. Hurin spinse avanti i cavalli con la barella. «Verin Sedai» disse «ora devo lasciarvi.» Lanciò un'occhiata alla Torre, poi riuscì a non guardarla più, per quanto fosse difficile tenere lo sguardo da un'altra parte. Lui proveniva da una nazione dove le Aes Sedai erano rispettate; ma una cosa era rispettarle, un'altra esserne circondato. «Sei stato di grande aiuto durante il viaggio, Hurin» disse Verin. «Nella Torre avrai un posto dove riposare, prima di rimetterti in cammino.» Hurin scosse enfaticamente la testa. «Non posso sprecare nemmeno un giorno, Verin Sedai. Nemmeno un'ora. Devo tornare nello Shienar e riferire a re Easar e a lord Agelmar quanto è accaduto a Falme. Devo informarli del...» S'interruppe e si guardò intorno. Non vide nessuno a portata d'orecchio, comunque abbassò la voce e disse solo: «Di Rand. Devo informarli che il Drago è Rinato. Ci saranno di sicuro navi che risalgono il fiume. Voglio essere a bordo della prima che salpa.» «Vai nella Luce, allora, Hurin dello Shienar» disse Verin. «La Luce illumini voi tutte» rispose Hurin. Esitò un attimo. «Se avete bisogno di me, in qualsiasi momento, mandate un messaggio a Fal Dara e troverò il modo di venire.» Si schiarì la voce, come se fosse imbarazzato; girò il cavallo e si allontanò. In breve fu fuori vista. Nynaeve scosse con esasperazione la testa. «Gli uomini!» esclamò. «Dicono sempre di mandarli a chiamare in caso di bisogno; ma quando te ne serve uno, ti serve subito.» «Nessun uomo può esserci d'aiuto, là dove andiamo ora» replicò Verin, ironica. «Ricordalo. E fai silenzio.» Egwene fu dispiaciuta per la partenza di Hurin. Lo shienarese quasi non rivolgeva loro parola, a parte Mat. E Verin aveva ragione, era soltanto un uomo: inerme come un bambino, quando si sarebbe trattato d'affrontare ciò che forse le attendeva nella Torre. Eppure, con la partenza di Hurin, il loro gruppo si era ridotto e lei continuava a pensare che sarebbe stato utile avere intorno un uomo armato di spada; inoltre, Hurin era un legame con Rand e con Perrin. Ma lei aveva i suoi guai a cui pensare: Rand e Perrin dovevano accontentarsi di Moiraine, che li avrebbe tenuti d'occhio. E Min avrebbe di sicuro badato a Rand, si disse, con una punta di gelosia che cercò d'eliminare, senza riuscirci appieno.
Con un sospiro prese per la briglia i cavalli della barella. Mat, infagottato fino al mento, aveva il respiro rauco. Fra poco l'avrebbero Guarito, si disse Egwene; e loro tre avrebbero scoperto che cosa le attendeva. Avrebbe voluto che Verin la smettesse di spaventarle. E avrebbe voluto non pensare che l'Aes Sedai ne avesse motivo. Verin girò intorno ai terreni della Torre e le guidò a una piccola porta secondaria con due sentinelle. Si fermò, si tolse il cappuccio e si sporse a dire sottovoce qualche parola a una delle guardie. L'uomo trasalì e lanciò un'occhiata di sorpresa a Egwene e agli altri. «Come ordini, Aes Sedai» rispose subito. Si allontanò di corsa. Verin già varcava la porta e procedette come se non ci fosse fretta. Egwene la seguì e scambiò un'occhiata con Nynaeve e con Elayne: si domandava che cosa avesse detto Verin alla guardia. Appena oltre la porta c'era una guardiola di pietra grigia sagomata come stella a sei punte posta di piatto. Nel vano d'ingresso oziavano alcune guardie che smisero di chiacchierare e s'inchinarono al passaggio di Verin. Quella parte dei terreni della Torre era degna del parco d'un signorotto, con alberi, cespugli potati, ampi vialetti di ghiaia; su tutto si stagliava la Torre Bianca. Il sentiero portava a una stalla fra gli alberi, da cui uscirono di corsa garzoni in panciotto di cuoio che presero in consegna i cavalli. Agli ordini dell'Aes Sedai, alcuni staccarono la barella e la posarono di lato. Mentre loro conducevano nella stalla i cavalli, Verin prese la sacca di cuoio ai piedi di Mat e con indifferenza la tenne sotto il braccio. Nynaeve smise di massaggiarsi la schiena e guardò, accigliata, l'Aes Sedai. «Hai detto che gli restavano forse alcune ore» protestò. «Cosa fai? Ti limiti a...» Verin alzò la mano; ma Egwene non avrebbe saputo dire se Nynaeve si era interrotta per il gesto o per lo scricchiolio di passi sulla ghiaia. L'attimo dopo comparve Sheriam Sedai, seguita da tre Ammesse, la cui veste bianca era orlata con i colori delle sette Ajah, dall'Azzurro al Rosso, e da due uomini robusti in rozza giubba da fatica. La Maestra delle Novizie era grassoccia, con gli zigomi pronunciati, assai comuni nella Saldaea. Il suo viso era reso singolare dai capelli rosso fiamma e dagli occhi verdi, a mandorla. Sheriam guardò con calma Egwene e le altre, ma aveva sulle labbra una smorfia dura. «A quanto vedo, Verin, hai riportato le tre fuggiasche» disse. «Dopo gli ultimi eventi, quasi lo rimpiango.»
«Non siamo...» cominciò Egwene. Verin la interruppe con un brusco: «Fai silenzio!» e la fissò... lei e le altre due... come se l'intensità dello sguardo potesse tappare loro la bocca. Egwene fu sicura che sarebbe stato possibile: non aveva mai visto Verin tanto in collera come in quel momento. Nynaeve incrociò le braccia, borbottò sottovoce, ma non replicò. Dietro Sheriam, le tre Ammesse rimasero in silenzio, ovviamente, ma tesero le orecchie in maniera quasi visibile, per ascoltare meglio. Quando fu sicura che Egwene e le altre due non avrebbero aperto bocca, Verin si rivolse a Sheriam. «Bisogna portare il ragazzo in un luogo isolato. Sta male ed è un pericolo per gli altri, oltre che per se stesso.» «Mi avevano già detto che avevi una barella» rispose Sheriam. Rivolse un gesto ai due uomini, diede sottovoce un ordine a uno di essi e subito Mat fu portato via. Egwene aprì bocca per dire che Mat aveva immediato bisogno d'aiuto; ma vide l'occhiata feroce di Verin e rimase zitta. Nynaeve si tirava con forza la treccia, quasi volesse staccarla. «Immagino che ormai tutta la Torre sia al corrente del nostro ritorno» disse Verin. «Chi ancora non sa niente, lo saprà presto» rispose Sheriam. «Partenze e arrivi sono diventati il principale argomento di pettegolezzo. Più di Falme e della guerra nel Cairhien. Pensavi di tenere segreto il vostro arrivo?» Verin tenne fra le braccia la sacca di cuoio. «Devo vedere l'Amyrlin» disse. «Immediatamente.» «E queste tre?» Verin corrugò la fronte e scrutò Egwene e le altre. «Vanno tenute sotto chiave, finché l'Amyrlin non vorrà vederle, se ne avrà voglia. Sorvegliate a vista, bada bene. Ma basterà che restino nella loro stanza, penso. Non occorre metterle in cella. E non bisogna farne parola con nessuno.» Verin si rivolgeva a Sheriam, ma Egwene capì che le ultime parole erano un ammonimento per lei e per le altre. Nynaeve aggrottò le sopracciglia e diede uno strattone alla treccia, come se avesse voglia di colpire qualcosa. Elayne, più pallida del solito, guardava a occhi sbarrati. Egwene non sapeva bene che cosa provasse lei stessa, se collera, timore o preoccupazione. Un po' di tutt'e tre, si disse. Con un'ultima, penetrante occhiata alle tre compagne di viaggio, Verin si allontanò in fretta, sacca stretta al petto, col mantello che le svolazzava alle spalle. Sheriam, pugni sui fianchi, esaminò Egwene e le altre due. Per un
istante Egwene senti un calo di tensione. La Maestra delle Novizie sapeva sempre dominarsi e mostrava simpatia e senso dell'umorismo anche quando distribuiva lavori supplementari per punire un'infrazione alle regole. Ma Sheriam parlò con tono sinistro. «Non una parola, ha detto Verin Sedai, e così sarà. Se una di voi apre bocca... se non per rispondere a un'Aes Sedai, ovviamente... rimpiangerà di non doversi preoccupare solo di qualche vergata e d'un paio d'ore a sfregare pavimenti. Capito?» «Sì, Aes Sedai» rispose Egwene e udì le altre imitarla, anche se Nynaeve aveva usato un tono di sfida. Sheriam emise un brontolio, quasi un ringhio. «Di questi tempi alla Torre vengono meno ragazze per l'addestramento, ma continuano a venire. Molte se ne vanno senza avere imparato a percepire la Vera Fonte, altro che toccarla. Alcune imparano quanto basta a nuocere a se stesse, prima d'andarsene. Solo un piccolo numero può aspirare a ottenere il rango di Ammessa e un numero ancora più piccolo, lo scialle. È una vita dura, una disciplina dura; eppure ogni novizia si sforza di resistere, di ottenere anello e scialle. Anche quando ha tanta paura da piangere ogni notte, si sforza di resistere. E voi tre, dotate di un potenziale incredibile, avete lasciato senza permesso la Torre, siete scappate quasi senza addestramento, come bambine irresponsabili, e siete rimaste via per mesi. Ora tornate come se niente fosse accaduto, come se da domani poteste riprendere l'addestramento.» Emise un lungo sospiro, quasi minacciasse d'esplodere. «Faolain!» chiamò. Le tre Ammesse sobbalzarono, come se Sheriam le avesse sorprese a origliare; una di loro, dai capelli neri e ricci, venne avanti. Erano tutt'e tre giovani, ma più anziane di Nynaeve: era stato insolito che Nynaeve fosse diventata Ammessa così presto. Secondo la prassi normale, occorrevano anni di noviziato per ottenere l'anello col Gran Serpente che tutte loro portavano e ancora altri anni per diventare Aes Sedai. «Accompagnale nelle loro stanze» ordinò Sheriam «e non farle uscire. Possono avere pane, brodo freddo e acqua, finché l'Amyrlin Seat non darà altre disposizioni. E se una di loro dice anche una sola parola, puoi portarla in cucina e metterla a lucidare pentole.» Si girò di scatto e si allontanò a passo deciso: perfino la sua schiena esprimeva collera. Faolain guardò con aria quasi speranzosa Egwene e le altre, in particolare Nynaeve, che aveva negli occhi una luce assassina. A lei non piaceva chi infrangeva le regole in maniera così stravagante e meno ancora una come Nynaeve, una "selvatica" che aveva ottenuto l'anello senza passare
per il noviziato, che aveva incanalato il Potere ancora prima d'entrare a Tar Valon. Quando fu chiaro che Nynaeve non avrebbe reagito, Faolain scrollò le spalle. «Se l'Amyrlin vi manda a chiamare» disse «probabilmente sarete quietate.» «Smettila, Faolain» disse un'altra Ammessa, la più anziana delle tre, dal collo sottile e dalla pelle ramata, con un aggraziato modo di muoversi. «Ti accompagno io» soggiunse a Nynaeve. «Mi chiamo Theodrin e sono anch'io una selvatica. Ti farò rispettare l'ordine di Sheriam Sedai, ma senza tormentarti. Vieni.» Nynaeve diede un'occhiata a Egwene e a Elayne; sospirò, preoccupata, e si lasciò condurre via da Theodrin. «Selvatiche» brontolò Faolain. Sulle sue labbra, la parola suonò come imprecazione. L'Ammessa si girò a fissare Egwene. La terza, una graziosa ragazza dalle guance rosate, si mise a fianco di Elayne. Pareva pronta a sorridere, ma aveva sguardo severo: non avrebbe tollerato sciocchezze. Egwene guardò Faolain, con tutta la calma che riuscì a radunare e cercò d'imitare l'altezzosità e il muto disprezzo di Elayne. "Faolain sceglierà l'Ajah Rossa" si disse. "Non c'è il minimo dubbio." Ma le riusciva difficile non pensare ai propri guai. Luce santa, che cosa avrebbero fatto a lei e alle altre due? Si riferiva alle Aes Sedai, non alle tre Ammesse. «Be', andiamo» l'apostrofò Faolain. «È già brutto montare di guardia alla tua porta, senza dover stare qui tutto il giorno.» Egwene trasse un profondo sospiro, strinse la mano a Elayne e seguì Faolain. Si augurò che le Aes Sedai Guarissero Mat. 12 L'Amyrlin Seat
Siuan Sanche percorreva a gran passi lo studio e di tanto in tanto si soffermava a fissare, con quel suo sguardo azzurro che aveva fatto balbettare sovrani, uno scrigno d'ebano intagliato, posto sopra il lungo tavolo al centro della stanza. Si augurava di non dover usare uno dei documenti conte-
nuti nello scrigno. Lei stessa li aveva preparati e sigillati in segreto, in previsione d'una decina di possibilità diverse, e aveva posto sullo scrigno una protezione: se altre mani l'avessero aperto, il contenuto si sarebbe subito ridotto in cenere; anzi, lo scrigno stesso si sarebbe incendiato. «E brucerà la maledetta ladra, chiunque possa essere, in modo che non lo dimentichi mai» mormorò tra sé. Per la centesima volta, da quando l'avevano informata del ritorno di Verin, si acconciò senza rendersene conto la stola che portava sulle spalle. L'ampia stola le arrivava fin sotto la cintola e aveva i colori delle sette Ajah. Salita al soglio, l'Amyrlin Seat apparteneva a tutte le Ajah e a nessuna, indipendentemente da quella di provenienza. La stanza era riccamente ornata, perché era appartenuta a generazioni di donne insignite della stola. L'alto camino e l'ampio focolare erano di marmo dorato del Kandor, scolpito a bassorilievi; le piastrelle romboidali del pavimento erano di lucido granito delle Montagne delle Nebbie. Le pareti erano rivestite di pannelli di legno chiaro a strisce, duro come il ferro e intagliato con immagini di animali fantasiosi e di uccelli dall'incredibile piumaggio, pannelli che il Popolo del Mare aveva portato dalle terre al di là del Deserto Aiel ancora prima che nascesse Artur Hawkwing. Alte finestre ad arco, al momento spalancate per far entrare il profumo di nuova vegetazione, immettevano nella veranda prospiciente il piccolo giardino privato, dove di rado lei aveva il tempo di passeggiare. La magnificenza della stanza contrastava con il mobilio che Siuan Sanche vi aveva fatto portare. L'unico tavolo e la massiccia poltrona erano comuni, per quanto resi lucidi dal tempo e dalla cera d'api, come l'unica altra sedia, in un canto, ma a portata di mano per far accomodare un'eventuale visitatrice. Davanti al tavolo c'era un piccolo tappeto tairenese a semplici disegni blu, marrone e oro. Un unico quadro - barchette da pesca in un canneto - era appeso sopra il camino. Sei leggii, sparsi per la stanza, reggevano libri aperti. Non c'era altro. Persino le lampade non sarebbero state fuori posto in una casa di contadini. Siuan Sanche era nata a Tear da una famiglia povera; aveva lavorato sulla barca da pesca del padre, simile a quelle riprodotte nel quadro, nel delta chiamato Dita del Drago, quando nemmeno si sognava di venire a Tar Valon. Anche dopo dieci anni dalla nomina ad Amyrlin Seat, non si sentiva a proprio agio nel lusso. Dormiva in una camera arredata ancora più modestamente dello studio. "Dieci anni con la stola" pensò. "Quasi venti, da quando ho deciso di
navigare queste acque pericolose. Se sbaglio adesso, rimpiangerò di non essere rimasta a tirare reti." Udì un rumore e si girò di scatto: un'altra Aes Sedai era entrata nella stanza, una donna dai capelli neri e corti, dalla pelle ramata. Siuan Sanche si riprese in tempo per parlare con voce ferma e dire le parole che ci si aspettava: «Sì, Leane?» La Custode degli Annali s'inchinò, con lo stesso rispetto che avrebbe usato in presenza d'altre Aes Sedai. Nella Torre Bianca era seconda soltanto all'Amyrlin; Siuan la conosceva da quando erano state novizie insieme, ma a volte non sopportava la sua insistenza nel mostrarsi formale. «Verin è qui, Madre» annunciò Leane. «Chiede di parlare con te. Le ho detto che sei occupata, ma lei...» «Non tanto da non trovare il tempo» disse Siuan. Troppo in fretta, si rese conto; ma non se ne preoccupò. «Falla entrare. Tu vai pure, Leane. Le parlerò in privato.» Una contrazione di sopracciglia fu l'unico segno di sorpresa della Custode degli Annali: di rado l'Amyrlin riceveva qualcuno, fosse anche una regina, senza che lei fosse presente. Ma l'Amyrlin era l'Amyrlin. Leane eseguì un profondo inchino e uscì. Quasi subito entrò Verin, che si inginocchiò a baciare l'anello col Gran Serpente al dito di Siuan. Aveva sotto il braccio una sacca di pelle abbastanza voluminosa. «Grazie d'avermi ricevuto, Madre» disse, rialzandosi. «Ho notizie urgenti da Falme. E altre importanti novità. Non so da dove iniziare.» «Inizia da dove vuoi» disse Siuan. «Queste stanze sono protette, per evitare che a qualcuna venga in mente di origliare.» Verin inarcò il sopracciglio, sorpresa; l'Amyrlin soggiunse: «Dalla tua partenza sono avvenuti molti cambiamenti. Parla pure.» «Prima la notizia più importante, allora. Rand al'Thor si è proclamato il Drago Rinato.» Siuan sentì allentarsi la costrizione che le serrava il petto. «Mi auguravo che fosse lui» disse piano. «Ho ricevuto rapporti da donne che potevano riferire soltanto ciò che avevano udito. Con ogni nave e con ogni carro mercantile giungono decine di voci, ma non potevo essere sicura.» Inspirò a fondo. «Però credo di sapere esattamente in quale giorno è accaduto. Sai che i due falsi Draghi non affliggono più il mondo?» «No, Madre, non lo sapevo. È una buona notizia.» «Sì. Mazrim Taim è nelle mani delle nostre Sorelle, nella Saldaea; quel poveraccio nell'Haddon Mirk, la Luce abbia pietà dell'anima sua, è stato
catturato dai tairenesi e messo a morte sul posto. A quanto pare, non si sa nemmeno come si chiamasse. Tutt'e due sono stati catturati nello stesso giorno e, secondo le voci, nelle stesse circostanze. Erano in battaglia, e vincevano, quando a un tratto un'enorme luce è brillata nel cielo e per un istante è comparsa una visione. Ci sono decine di versioni sulla natura esatta di questa visione, ma in tutt'e due i casi il risultato è stato identico. Il cavallo del falso Drago si è impennato e ha disarcionato il cavaliere, che è rimasto privo di sensi; i suoi seguaci hanno gridato che era morto e si sono dati alla fuga; e il falso Drago è stato catturato. Alcuni rapporti parlano di visioni nel cielo di Falme. Scommetto un marco d'oro contro un pesce persico vecchio d'una settimana che Rand si è proclamato proprio in quell'istante.» «Il vero Drago è Rinato» disse Verin, quasi tra sé. «Perciò nel Disegno non c'è posto per falsi Draghi. Abbiamo scatenato sul mondo il Drago Rinato. La Luce abbia pietà di noi.» L'Amyrlin scosse con irritazione la testa. «Abbiamo fatto ciò che bisognava fare» ribatté. "E se lo viene a sapere anche la più giovane delle novizie" si disse "prima del sorgere del sole mi quieteranno, a meno che non mi facciano a pezzi all'istante. Io, Moiraine, Verin e chiunque sia ritenuta nostra amica." Non era facile portare avanti una congiura così importante con sole tre donne, quando anche un'intima amica poteva tradire e considerarlo il proprio dovere. «Almeno» proseguì «Rand è al sicuro nelle mani di Moiraine. Lei lo guiderà e farà ciò che va fatto. Cos'altro devi riferirmi, Figlia?» Come risposta, Verin posò sul tavolo la sacca e ne trasse un corno ritorto, d'oro, con iscrizioni d'argento intarsiate sul bordo. Depose sul tavolo il corno e guardò in silenzio l'Amyrlin. Siuan non ebbe bisogno d'avvicinarsi, per leggere la scritta: Tia mi aven Mondin isainde vadin, "La tomba non è sbarramento al mio richiamo". «Il Corno di Valere?» ansimò. «L'hai portato fin qui, per centinaia di leghe, mentre i Cercatori frugavano da ogni parte? Luce santa, donna, bisognava lasciarlo a Rand al'Thor.» «Lo so, Madre» rispose Verin, calma. «Ma i Cercatori s'aspettano di trovare il Corno in circostanze avventurose, non in una sacca portata da quattro donne di scorta a un giovanotto ammalato. E a Rand non sarebbe stato di nessun vantaggio.» «Cosa significa? Lui deve combattere la Tarmon Gai'don. Il Corno deve evocare gli eroi defunti perché combattano l'Ultima Battaglia. Moiraine ha
di nuovo fatto qualche piano senza consultarmi?» «Moiraine non c'entra, Madre. Noi facciamo piani, ma la Ruota intesse il Disegno come vuole. Rand non ha suonato il Corno. L'ha fatto Matrim Cauthon. E Mat ora è qui, in fin di vita per il legame col pugnale di Shadar Logoth. A meno che non si riesca a Guarirlo.» Siuan rabbrividì. Shadar Logoth, la città morta, così contaminata che perfino i Trolloc avevano paura a entrarvi, e a ragione. Un pugnale proveniente da quella città era finito per caso nelle mani di Mat e aveva contaminato il giovane, col male che tanto tempo prima aveva ucciso ogni abitante di Shadar Logoth e che ora uccideva lui. Per caso? O per volere del Disegno? Mat era ta'veren, in fin dei conti. Però... Mat aveva suonato il Corno. Allora... «Finché Mat resta in vita» proseguì Verin «il Corno di Valere non è che un semplice corno, per chiunque. Certo, se lui muore, un altro può suonarlo e creare un nuovo legame fra uomo e Corno.» Rivolse all'Amyrlin uno sguardo fermo e non parve turbata dalle implicazioni delle sue ultime parole. «Molti moriranno, Figlia, prima che abbiamo terminato» disse Siuan. Di chi poteva servirsi, per suonare di nuovo il Corno? Ora non avrebbe corso il rischio di restituirlo a Moiraine. Un Custode? Forse. «Il Disegno non ha ancora chiarito il destino di Mat.» «Sì, Madre. E il Corno?» «Per il momento troveremo un posto dove nasconderlo, noto soltanto a noi due. Poi mediterò su cosa farne.» «Certo, Madre. Il tempo prenderà per te la decisione.» «Non c'è altro?» replicò Siuan, brusca. «Allora devo occuparmi di quelle tre che sono fuggite.» «C'è la questione dei Seanchan, Madre.» «Cosa ne sai? Tutti i rapporti dicono che sono fuggiti al di là dell'oceano.» «Pare di sì, Madre. Ma ho paura che dovremo ancora occuparci di loro.» Dalla cintura trasse un libricino rilegato in pelle e lo sfogliò. «Dicevano d'essere i Battistrada, o Coloro che Precedono, e parlavano del Ritorno per riprendersi queste terre. Ho annotato tutto ciò che ho sentito dire su di loro. Solo da chi li ha davvero visti, ovviamente, o da chi ha avuto a che fare con loro.» «Verin, ti preoccupi di un pesce scorpione nel Mare delle Tempeste, mentre qui i lucci ci strappano le reti.»
Verin continuò a sfogliare il libricino. «Una buona similitudine, Madre, il pesce scorpione. Una volta ho visto morire un grosso squalo, spinto nelle secche da un pesce scorpione.» Col dito tamburellò una pagina. «Sì. Ecco è il peggio, Madre: i Seanchan usano in battaglia l'Unico Potere. Come arma.» Siuan serrò le mani. I rapporti ne parlavano. In molti casi, riferivano semplici voci; ma alcune donne avevano scritto (e i segni d'inchiostro sulla carta mostravano tracce d'isteria) d'avere visto con i propri occhi il Potere usato come arma. «Questa storia già ci causa guai» disse Siuan. «E ne causerà altri, se la voce si diffonde. Ma non posso farci niente. A quanto mi dicono, questi stranieri se ne sono andati, Figlia. Hai qualche prova del contrario?» «Be', no, Madre, ma...» «Allora, finché non ci saranno prove, pensiamo a togliere dalla rete il luccio, prima che ci rovini anche la barca.» Verin chiuse con riluttanza il libricino e lo rimise nella cintola. «Certo, Madre» disse. «Se posso chiederlo, cosa intendi fare a Nynaeve e alle altre due?» L'Amyrlin esitò, pensierosa. «Prima che con loro abbia terminato, avranno voglia di scendere al fiume e vendersi come esche per i pesci» disse infine. Era la semplice verità, ma poteva essere interpretata in vari modi. «Ora, siediti e raccontami per filo e per segno cosa hanno detto e fatto mentre erano con te. Tutto, nei minimi particolari.» 13 Punizioni
Distesa sul lettino, Egwene guardò, accigliata, le guizzanti ombre lanciate contro il soffitto dall'unica lampada. Avrebbe voluto progettare un piano o prevedere che cosa sarebbe accaduto, ma non ci riusciva. Le ombre erano più variegate dei suoi pensieri. Non riusciva neppure a preoccuparsi per Mat e non se ne vergognava, così schiacciata dalle pareti. Era una stanzetta severa, priva di finestre, identica a tutte quelle delle
novizie: quadrata, intonacata di bianco, con pioli a una parete, il letto contro l'altra, un piccolo scaffale dove in altri giorni lei teneva i pochi libri presi in prestito dalla biblioteca della Torre. Un lavabo e uno sgabello a tre gambe completavano l'arredamento. L'assito era quasi bianco, a furia di pulirlo. L'aveva sfregato ogni giorno, oltre a seguire le lezioni e a fare gli altri lavori. Le novizie vivevano semplicemente, fossero figlie d'un locandiere o Eredi dell'Andor. Egwene indossava di nuovo la comune veste bianca delle novizie (anche cintura e borsello erano bianchi) ma non provava alcuna gioia per essersi liberata dell'odiato grigio. La stanzetta le pareva ora assai simile a una cella. E se avessero avuto intenzione di tenerla lì? In quella stanza. Come in cella. Come se le avessero messo un collare e... Diede un'occhiata alla porta - l'Ammessa dalla pelle scura era sempre di guardia dall'altra parte, lo sapeva - e rotolò più vicino alla parete intonacata di bianco. Proprio a livello del materasso c'era un foro, quasi invisibile per chi non sapesse dove guardare, comunicante con la stanza contigua, praticato dalle novizie, molto tempo prima. Egwene mantenne bassa la voce, appena un bisbiglio. «Elayne?» chiamò. Non udì niente. «Elayne? Sei sveglia?» «Come potrei dormire?» rispose Elayne, in un bisbiglio stridulo. «Pensavo che ci saremmo cacciate nei guai, ma questo non me l'aspettavo. Cosa ci faranno?» Egwene aveva solo sospetti che non voleva esprimere a voce. «A dire il vero, Elayne, pensavo che saremmo diventate eroine. Abbiamo riportato il Corno di Valere. Abbiamo smascherato Liandrin e l'Ajah Nera.» Le mancò la voce. Le Aes Sedai negavano l'esistenza di un'Ajah al servizio del Tenebroso e s'infuriavano con chi ne insinuava l'esistenza. Ma loro sapevano che quell'Ajah era reale. «Dovremmo essere eroine, Elayne.» «"Con i se e con i ma non si costruiscono ponti"» replicò Elayne, citando un proverbio. «Luce santa, ci rimanevo male, quando mia madre ne parlava, invece è vero. Verin ha detto che non dobbiamo parlare con nessuno del Corno né di Liandrin, a parte lei stessa e l'Amyrlin Seat. Non credo che le cose andranno come pensavamo noi. Non è giusto. Abbiamo affrontato un mare di pericoli, tu più di tutte. Non è giusto e basta.» «Verin dice. Moiraine dice. Ecco perché la gente ritiene che le Aes Sedai tirino i fili di noi burattini. Quasi me li sento, attaccati alle braccia e alle gambe. Qualsiasi cosa faranno, sarà ciò che riterranno meglio per la Torre Bianca, non ciò che è giusto nei nostri confronti.»
«Ma tu vuoi ancora diventare Aes Sedai, no?» Egwene esitò, anche se in realtà la risposta non era mai stata in discussione. «Sì» disse. «Lo voglio ancora. Ma non mi lascerò quietare.» Rinunciare alla Vera Fonte? Ne sentiva la presenza, anche in quel momento: il bagliore appena al di là delle proprie spalle, lo splendore appena fuori vista. Dominò il desiderio di protendersi verso di essa. Rinunciare a sentirsi riempire dell'Unico Potere, a sentirsi più viva di quanto non si fosse mai sentita? Mai! «Mi opporrò con tutte le mie forze» soggiunse. Seguì un lungo silenzio. «Come potresti impedirlo?» domandò infine Elayne. «Forse sei forte come loro, ma non abbiamo le cognizioni necessarie. Per schermarci dalla Fonte basterebbe una sola Aes Sedai; e qui ce ne sono decine.» Egwene rifletté. «Potrei fuggire» disse infine. «Fuggire davvero, stavolta.» «Ci inseguirebbero, sono sicura. Appena mostri un minimo di talento, non ti lasciano più andare, finché non hai imparato quanto basta a non ucciderti da sola. O a non morire a causa del Potere.» «Non sono più una semplice ragazza di villaggio. Ho visto un po' di mondo. Posso tenermi alla larga dalle Aes Sedai, se voglio.» Cercava di convincere se stessa, non solo Elayne. «Mia madre potrebbe proteggerci» disse Elayne. «Se quel Manto Bianco ha detto il vero. Altrimenti, è probabile che ci rimandi qui in catene. M'insegnerai a vivere in un villaggio?» Egwene batté le palpebre. «Verrai con me? Se si arriva a questo?» Seguì un altro lungo silenzio, poi un debole bisbiglio. «Non voglio essere quietata, Egwene. Non voglio!» La porta si spalancò, urtò rumorosamente la parete. Egwene si alzò a sedere di soprassalto e udì sbattere la porta della stanza accanto. Faolain entrò e con un sorriso fissò il forellino nella parete. Fori simili esistevano in quasi tutte le stanze delle novizie: chiunque fosse stata novizia lo sapeva. «Bisbigliavi con la tua amica, eh?» disse Faolain, con calore sorprendete. «Be', la solitudine cresce, ad aspettare da sola. Hai fatto una bella chiacchierata?» Egwene aprì bocca, la richiuse in fretta: rispondere alle Aes Sedai, aveva detto Sheriam, e a nessun'altra. Guardò impassibile l'Ammessa e attese. La falsa simpatia scivolò dal viso di Faolain come acqua da un tetto. «In piedi. L'Amyrlin non deve aspettare, per gente come te. Sei fortunata che non sono giunta in tempo per udirti. Muoviti!»
In teoria le novizie dovevano ubbidire alle Ammesse, con la stessa prontezza con cui ubbidivano alle Aes Sedai; Egwene invece si alzò lentamente e prese tempo a lisciarsi la veste. Rivolse a Faolain una piccola riverenza e un accenno di sorriso. Nel vedere il cipiglio che aggrondava l'Ammessa, Egwene allargò il sorriso, ma si frenò: non aveva senso stuzzicare troppo Faolain. Tenendosi ben dritta, fingendo che le ginocchia non le tremassero, le precedette fuori della stanza. Elayne aspettava già nel corridoio, insieme con l'Ammessa dalle guance rosate, e pareva fieramente decisa a essere coraggiosa. Riusciva chissà come a dare l'impressione che l'Ammessa fosse una cameriera che le portasse i guanti. Egwene si augurò di fare almeno la metà della figura di Elayne. Le balconate provviste di ringhiera dei quartieri delle novizie salivano ai piani superiori, formando una colonna cava, e scendevano fino alla Corte delle Novizie. Non c'erano altre donne in vista. Ma anche se ogni novizia della Torre fosse stata lì, nemmeno un quarto delle stanze sarebbe stato occupato. Egwene e le altre percorsero in silenzio le balconate deserte e scesero le rampe a spirale; nessuna di loro sopportava che il suono di voci sottolineasse quel vuoto. Egwene non era mai stata nella parte della Torre dove l'Amyrlin alloggiava. Lì i corridoi erano tanto larghi e alti da consentire senza difficoltà il passaggio di un carro. Arazzi variopinti coprivano le pareti: arazzi intessuti in stili diversi, motivi floreali, scene di foresta, imprese eroiche, disegni intricati... alcuni così antichi da far pensare che si sarebbero sbriciolati al solo toccarli. Le scarpe ticchettavano sulle piastrelle romboidali che ripetevano i colori delle sette Ajah. C'erano poche donne in circolazione: un'Aes Sedai di tanto in tanto, che procedeva con aria maestosa senza notare Ammesse o novizie; cinque o sei Ammesse che camminavano in fretta, con aria d'importanza, per eseguire commissioni o recarsi allo studio; qualche cameriera con un vassoio o stracci o una bracciata di lenzuola e di asciugamani; poche novizie che si muovevano ancora più rapidamente delle cameriere. Egwene e le altre furono raggiunte da Nynaeve e dalla sua guardiana dal collo sottile, Theodrin. Nessuna delle due aprì bocca. Ora Nynaeve indossava una veste da Ammessa, bianca, con le sette strisce colorate sull'orlo, ma aveva tenuto cintura e borsello; rivolse a Egwene e a Elayne un sorriso rassicurante e un'alzata di spalle, ma, continuando a camminare, si diede anche un paio di strattoni alla treccia.
Ben pochi uomini venivano in quella parte della Torre; Egwene ne vide solo due, Custodi che procedevano affiancati e conversavano: uno portava al fianco la spada, l'altro la portava sulla schiena; uno era basso e snello, addirittura magro, l'altro alto e grasso, ma tutt'e due si movevano con grazia pericolosa. I mantelli cangianti davano un senso di nausea a chi li fissava a lungo, perché parevano confondersi con le pareti. Egwene notò che Nynaeve guardava i due Custodi e scosse la testa. "Dovrebbe risolvere in qualche modo la faccenda di Lan" pensò. "Se una di noi, da domani, sarà in grado di fare qualcosa." L'anticamera dello studio dell'Amyrlin Seat era tanto imponente da non sfigurare in un palazzo, anche se le sedie per chi doveva attendere erano ordinarie, ma Egwene aveva occhi solo per Leane Sedai. La Custode degli Annali portava la stola del proprio ufficio, azzurra per mostrare l'Ajah cui era appartenuta, e il viso poteva essere stato intagliato in lucida pietra marrone. Non c'erano altri. «Vi hanno causato fastidi?» domandò Leane, senza tradire né collera né simpatia. «No, Aes Sedai» risposero insieme Theodrin e l'Ammessa dalle guance rosate. «Ho dovuto tirarla per la collottola, Aes Sedai» disse Faolain, indicando Egwene. Pareva indignata. «È recalcitrante come se avesse dimenticato qual è la disciplina della Torre Bianca.» «Condurre non significa spingere né tirare» disse Leane. «Vai da Marris Sedai, Faolain, e chiedile che ti lasci meditare su queste parole, mentre rastrelli i viali del Giardino di Primavera.» Congedò Faolain e le altre due Ammesse, che eseguirono una profonda riverenza. Faolain scoccò a Egwene un'occhiata inferocita. La Custode non badò all'uscita delle Ammesse. Esaminò invece le tre che erano rimaste, battendosi l'indice sul labbro. Egwene ebbe l'impressione d'essere minuziosamente misurata e soppesata. Nynaeve si stringeva la treccia e aveva negli occhi un pericoloso scintillio. Finalmente Leane indicò la porta dello studio dell'Amyrlin: intagliato nel legno scuro dei battenti, il Gran Serpente si mordeva la coda. «Entrate» disse. Nynaeve avanzò subito e spinse un battente. A quel gesto, anche Egwene si mosse. Elayne le strinse la mano e lei ricambiò con uguale forza. Leane le seguì e si mise di lato, a metà fra loro e il tavolo al centro della stanza.
L'Amyrlin Seat, seduta al tavolo, esaminava alcuni documenti. Non alzò lo sguardo. Nynaeve aprì bocca, ma la richiuse all'aspra occhiata della Custode. Le tre rimasero in riga davanti al tavolo dell'Amyrlin e attesero. Egwene cercò di non agitarsi. Passarono minuti lunghi come ore, prima che l'Amyrlin alzasse la testa; ma quando puntò a turno su di loro gli occhi azzurri, Egwene si disse che avrebbe preferito aspettare ancora. Lo sguardo dell'Amyrlin era come ghiacciolo che scavasse nel cuore. Nella stanza faceva freddo, ma Egwene si sentì colare lungo la schiena un rivolo di sudore. «Ah» disse infine l'Amyrlin. «Le nostre fuggiasche sono tornate.» «Non siamo fuggite, Madre» replicò Nynaeve; si sforzava di mantenere la calma, ma la voce le tremava. Di collera, capì Egwene. A Nynaeve accadeva spesso. «Liandrin ci disse che dovevamo andare con lei e...» Fu interrotta dalla rumorosa manata dell'Amyrlin contro il piano del tavolo. «Non fare qui il nome di Liandrin, bambina!» proclamò, brusca, l'Amyrlin. Leane guardava, serena e severa. «Madre, Liandrin è dell'Ajah Nera» sbottò Elayne. «Questo è noto, bambina. Sospettato, almeno; e buono quanto noto. Alcuni mesi fa Liandrin ha lasciato la Torre e dodici altre... donne... l'hanno seguita. Da allora, nessuna è stata rivista. Prima di andarsene, hanno tentato di fare irruzione nel magazzino dove sono conservati gli angreal e i sa'angreal; sono riuscite a entrare nel deposito dei ter'angreal più piccoli. Hanno rubato un certo numero di questi ultimi, compresi alcuni di cui non si conosce l'uso.» Nynaeve fissò, inorridita, l'Amyrlin; Elayne si strofinò le braccia come se a un tratto avesse freddo. Anche Egwene si accorse d'avere i brividi. Molte volte aveva immaginato di tornare, affrontare Liandrin, accusarla, farla condannare... ma non aveva mai trovato un castigo adatto ai crimini di quell'Aes Sedai dal viso da bambola. Aveva anche immaginato di tornare e di scoprire che Liandrin era già fuggita... per paura del suo ritorno, di solito. Ma non aveva mai immaginato niente di simile: se Liandrin e le altre (in realtà, lei non aveva mai voluto credere che ci fossero delle altre) avevano rubato quelle reliquie dell'Epoca Leggendaria, nessuno poteva sapere che cosa ne avrebbero fatto. Per fortuna, si disse, non avevano rubato i sa'angreal. Era già brutto che avessero rubato i ter'angreal. I sa'angreal erano simili agli angreal, in quanto permettevano a un'Aes Sedai di manipolare l'Unico Potere in quantità superiore a quella utilizzabile in piena sicurezza e senza aiuti, ma erano molto più potenti e rari. I
ter'angreal erano diversi e, per quanto poco comuni, molto più numerosi degli angreal e dei sa'angreal: utilizzavano l'Unico Potere, anziché aiutare a incanalarlo, e nessuno sapeva veramente come funzionassero. Molti di essi funzionavano soltanto con chi era in grado d'incanalare il Potere; altri, con chiunque. Mentre angreal e sa'angreal erano di piccole dimensioni, i ter'angreal potevano avere qualsiasi formato. Ognuno era stato costruito per uno scopo ben preciso e da tremila anni molte Aes Sedai erano morte per scoprire quale fosse. Oppure avevano perduto la capacità d'incanalare il Potere. C'erano Sorelle dell'Ajah Marrone che avevano dedicato la vita allo studio dei ter'angreal. Alcuni erano tuttora utilizzati, ma forse per scopi diversi da quelli originari. La robusta verga bianca che le Ammesse reggevano durante la cerimonia dei Tre Giuramenti per diventare Aes Sedai era un ter'angreal che le legava ai voti in maniera quasi fisica. Un altro ter'angreal era il luogo della prova mediante il quale una novizia diventava Ammessa. Ne esistevano altri, inclusi parecchi che nessuno riusciva a far funzionare, e molti che parevano privi di uso pratico. Egwene si domandò perché l'Ajah Nera avesse preso cose che nessuno sapeva usare... a meno che non sapesse usarle davvero. Si sentì sconvolgere da questa possibilità: era come mettere un sa'angreal in mano agli Amici delle Tenebre. «Il furto» continuò l'Amyrlin, con tono gelido quanto lo sguardo «è stato il minore dei loro crimini. Quella notte sono morte tre Sorelle; e due Custodi, sette guardie, nove cameriere. Tutta gente assassinata per nascondere il furto e la fuga. Forse non è una prova che Liandrin e le altre appartengano all'Ajah Nera...» le due ultime parole parvero raschiarle la gola «ma poche ne dubitano. E io ne sono sicura: se nell'acqua ci sono teste di pesce e sangue, non occorre vedere le lucci per sapere che ci sono.» «Allora perché siamo trattate come criminali?» domandò Nynaeve. «Siamo state ingannate da una donna dell'Ajah Nera. Dovrebbe bastare a farci assolvere da ogni imputazione.» L'Amyrlin latrò una risata priva d'allegria. «Lo credi davvero, bambina?» replicò. «Forse è la vostra salvezza, che nessuno nella Torre, a parte Verin, Leane e me stessa, sappia che abbiate avuto a che fare con Liandrin. Se si sapesse anche questo, per non parlare della piccola dimostrazione da voi inscenata a beneficio dei Manti Bianchi... non sorprendetevi, Verin mi ha raccontato tutto .. il Consiglio potrebbe decidere che tutt'e tre siate quietate senza perdere tempo.»
«Non è giusto!» protestò Nynaeve. Leane si agitò, ma Nynaeve proseguì: «Non è giusto...» L'Amyrlin si alzò. Non disse niente, ma Nynaeve si zittì di colpo. Egwene si congratulò con se stessa per non avere aperto bocca e tra sé supplicò Nynaeve di mantenete la calma: loro erano come bambine di fronte alla madre, ma quella Madre avrebbe dato loro ben altro che un paio di sculaccioni. Le pareva che le parole dell'Amyrlin avessero offerto una via d'uscita, ma non era sicura di scorgerla. «Madre» disse «chiedo scusa se m'intrometto, ma cosa intendi farci?» «Punire te e Elayne per esservi allontanate senza permesso dalla Torre e Nynaeve per essersi allontanata senza permesso dalla città. Per prima cosa, sarete convocate nello studio di Sheriam Sedai, alla quale ho detto di frustarvi tanto da farvi desiderare di stare sedute sopra un cuscino per tutta la prossima settimana. Ho già fatto sapere ad Ammesse e novizie che riceverete questa punizione.» Egwene batté le palpebre, sorpresa. Elayne emise un gemito, irrigidì la schiena e borbottò qualcosa sottovoce. Nynaeve fu l'unica a non mostrarsi sconvolta. Le punizioni, fossero lavori straordinari o altro, erano sempre una faccenda tra la Signora delle Novizie e chi doveva presentarsi a lei. Sheriam la considerava sempre una faccenda privata, si disse Egwene, tetra. Non era possibile che l'Amyrlin l'avesse resa pubblica. Ma era sempre meglio che essere rinchiusa in cella. Meglio che essere quietata. «L'annuncio pubblico, ovviamente, è parte della punizione» proseguì l'Amyrlin, quasi avesse letto nella mente di Egwene. «Ho anche annunciato che voi tre siete destinate alle cucine, dove lavorerete con le sguattere, fino a nuovo avviso. E ho sparso la voce che "nuovo avviso" potrebbe significare tutta la vita. Ci sono obiezioni?» «No, Madre» rispose in fretta Egwene. Nynaeve odiava pulire le pentole, più della frusta: dilatò le narici, ma annui, rigida. «E tu, Elayne?» disse l'Amyrlin. «L'Erede dell'Andor è avvezza a trattamenti più gentili.» «Voglio diventare Aes Sedai, Madre» rispose Elayne, con voce ferma. L'Amyrlin toccò un documento e lo esaminò per qualche istante. Poi alzò la testa, con un sorriso tutt'altro che piacevole. «Se una di voi fosse stata tanto sciocca da rispondere diversamente, avrei aggiunto al conto qualcosa che vi avrebbe fatto maledire il momento in cui vostra madre permise a vostro padre di rubarle il primo bacio. Farvi portare fuori della Torre come
bambine irresponsabili! Nemmeno una neonata sarebbe caduta nella trappola. V'insegnerò a pensare prima d'agire, altrimenti vi userò per tappare le fessure nelle saracinesche delle chiuse!» Egwene si ritrovò a ringraziarla in silenzio. Un prurito le corse su tutto il corpo, mentre l'Amyrlin proseguiva. «Ora, vediamo quali altre intenzioni ho su di voi. Pare che, da quando vi siete allontanate dalla Torre, abbiate sviluppato notevolmente la capacità d'incanalare il Potere. Avete imparato molto. Comprese alcune cose» soggiunse, brusca «che intendo farvi disimparare!» «So che abbiamo fatto... certe cose... che non avremmo dovuto fare, Madre» disse Nynaeve, con sorpresa di Egwene. «Ti assicuro che faremo del nostro meglio per vivere come se avessimo pronunciato i Tre, Giuramenti.» «Sarà meglio» brontolò l'Amyrlin, fredda. «Se potessi, stanotte stessa vi farei impugnare la Verga del Giuramento; ma è riservata alla nomina a Aes Sedai e quindi devo confidare nel vostro buonsenso... se ne avete un briciolo... perché non ci lasciate la pelle. Comunque, voi due sarete promosse Ammesse.» Elayne ansimò; Egwene, sorpresa, balbettò: «Grazie, Madre.» Leane cambiò posizione, a disagio. Egwene pensò che la Custode non fosse molto contenta. Non sorpresa... chiaramente sapeva già tutto... ma neppure soddisfatta. «Non ringraziarmi. Le vostre capacità si sono sviluppate troppo, per delle novizie. Alcune pensano che non dovreste avere l'anello, dopo quel che avete fatto; ma stare immerse fino ai gomiti nel grasso delle pentole dovrebbe tacitare le critiche. E perché non pensiate che si tratti d'una sorta di ricompensa, ricordate che per le prime settimane le Ammesse devono togliere i pesci marci dalla cesta dei buoni. Nelle prossime settimane di studio, il vostro peggiore giorno da novizia vi sembrerà un piacevole sogno, al confronto: alcune Sorelle, sospetto, renderanno peggiori dello stretto necessario le vostre prove, ma non credo che ve ne lamenterete. Giusto?» "Posso imparare" pensò Egwene. "Scegliere i miei studi. Posso imparare, per quanto riguarda i sogni; imparare come..." Il sorriso dell'Amyrlin interruppe il corso dei suoi pensieri. Quel sorriso diceva che nessuna ripicca delle Sorelle sarebbe stata peggiore del necessario, se permetteva di continuare a vivere. Il viso di Nynaeve era un misto di profonda simpatia e di orrore al ricordo delle prime settimane da Ammessa. Nel vedere la sua espressione, Egwene deglutì a vuoto. «Certo,
Madre» rispose debolmente. La risposta di Elayne fu un bisbiglio rauco. «Allora è sistemato. Tua madre, Elayne, non era affatto contenta della tua scomparsa.» «L'ha saputo?» gemette Elayne. Leane tirò su col naso. L'Amyrlin inarcò il sopracciglio. «Non potevo tenerglielo nascosto» disse. «L'hai mancata per meno d'un mese e forse t'è andata bene. Forse non saresti sopravvissuta all'incontro. Era così furibonda da rosicchiare un remo: ce l'aveva con te, con me, con la Torre Bianca.» «Lo immagino, Madre» disse debolmente Elayne. «Non credo che tu possa, bambina. Forse hai posto termine a una tradizione iniziata prima che esistesse l'Andor. Un'usanza più forte di molte leggi. Morgase ha rifiutato di riportare con sé Elaida. Per la prima volta in assoluto, la regina dell'Andor rinuncia ai consigli di una Aes Sedai. Ha preteso il tuo immediato ritorno a Caemlyn, appena ti avessimo ritrovata. L'ho convinta che per te era più sicuro un altro periodo d'addestramento qui. Era anche pronta a richiamare i tuoi fratelli. Loro stessi l'hanno convinta a lasciarli a scuola dai Custodi, ancora non so come.» Elayne represse un brivido, quasi immaginasse Morgase in tutta la sua collera. «Gawyn è mio fratello» disse, con voce atona. «Galad, no.» «Non essere infantile» replicò l'Amyrlin. «Galad ha lo stesso tuo padre, quindi è tuo fratello, ti piaccia o non ti piaccia. Non tollero bambinate da te, ragazza. Una certa stupidità è tollerabile nelle novizie, non nelle Ammesse.» «Sì, Madre» rispose Elayne, cupa. «La regina ha lasciato a Sheriam una lettera per te. Oltre a sgridarti, credo che esprima l'intenzione di farti tornare a casa appena non correrai pericoli. Morgase è sicura che nel giro di qualche mese sarai in grado d'incanalare il Potere senza rischi.» «Ma io voglio imparare, Madre» replicò Elayne. Aveva ripreso il tono ferreo. «Voglio diventare Aes Sedai.» L'Amyrlin le rivolse un sorriso, ancora più sinistro del precedente. «Ed è un bene che tu lo voglia, bambina: non ho intenzione di lasciarti a Morgase. Hai il potenziale per superare qualsiasi Aes Sedai degli ultimi mille anni. Non ti lascerò andare, finché non avrai ottenuto anche lo scialle, non solo l'anello. A costo di ridurti a polpetta. Non ti lascerò andare! Sono stata chiara?» «Sì, Madre» rispose Elayne. Pareva a disagio e Egwene non la biasimò. Presa in mezzo, come straccio fra due cani, tra Morgase e la Torre Bianca,
la Regina dell'Andor e l'Amyrlin Seat. Se mai aveva invidiato a Elayne la ricchezza e il trono futuro, in quel momento non l'invidiava affatto. «Leane» disse vivacemente l'Amyrlin «accompagna Elayne nello studio di Sheriam. Devo dire ancora qualcosa a queste due. Ma non credo che ne saranno contente.» Egwene scambiò con Nynaeve un'occhiata di sorpresa; per un momento, preoccupata, non badò alla tensione fra loro. Si domandò che cosa avesse da dire, l'Amyrlin, a loro e non a Elayne. Non aveva importanza, purché non le impedisse l'apprendimento. Ma perché Elayne non poteva ascoltare? Elayne reagì con una smorfia alla menzione dello studio della Maestra delle Novizie, ma si raddrizzò, mentre Leane le si accostava. «Come ordini, Madre, così ubbidisco» disse formalmente, chinandosi in una perfetta riverenza con ampio spiegamento di sottane. A testa alta, seguì Leane fuori della stanza. 14 La puntura delle spine
La Amyrlin Seat andò all'alta finestra ad arco; mani dietro la schiena, guardò, di là della balconata, il giardino sottostante. Trascorsero alcuni minuti, prima che aprisse bocca, ma senza girarsi. «Ho fatto in modo che il peggio non trapelasse» attaccò. «Ma quanto durerà? La servitù non è a conoscenza dei ter'angreal rubati e non ha collegato gli omicidi alla partenza di Liandrin e delle altre. Non era impresa facile, poiché i pettegolezzi sono quel che sono. Si ritiene che gli assassinii siano opera di Amici delle Tenebre. E a ragione. Le voci cominciano anche ad arrivare in città. Amici delle Tenebre sono entrati nella Torre, hanno assassinato alcune persone. Era impossibile fermare queste voci. Non giovano alla nostra reputazione, ma sono preferibili alla verità. Almeno nessuno, fuori della Torre, sa che fra le vittime ci sono anche delle Aes Sedai. Amici delle Tenebre nella Torre Bianca. Puah! Ho speso la vita a negarlo. Non permetterò che stiano qui. Li appenderò a un gancio, li sventrerò e li metterò a seccare al sole.»
Nynaeve diede a Egwene un'occhiata incerta, poi prese coraggio. «Madre» disse «ci toccano altre punizioni? Oltre quelle che hai già stabilito?» L'Amyrlin girò la testa: gli occhi erano perduti nell'ombra. «Altre punizioni?» ripeté. «Potreste anche vederla a questo modo. Alcuni diranno che vi ho fatto un regalo, promovendovi. Ora sentirete davvero quanto pungono le spine di questa rosa.» Tornò vivacemente alla poltrona e si accomodò; pareva di nuovo che non avesse fretta. O che fosse più incerta. Egwene si sentì contrarre lo stomaco: l'Amyrlin Seat era sempre sicura, sempre serenamente centrata nel sentiero. L'Amyrlin era la forza personificata. Per quanto Egwene la superasse in potenziale, la donna dall'altra parte del tavolo aveva conoscenza ed esperienza tali da rigirarsela intorno al dito. Vederla a un tratto vacillare - come una ragazza che sapesse di doversi tuffare a capofitto in un laghetto, senza avere idea di quanto fosse profondo e ignorando se il fondo fosse sassoso o fangoso - la gelava fino al midollo. Che cosa voleva dire, quando parlava di puntura delle spine? Che cosa voleva fare a loro due? L'Amyrlin sfiorò lo scrigno nero posto sul tavolo davanti a lei e lo scrutò come se guardasse qualcosa al di là di esso. «Si tratta di stabilire in chi riporre fiducia» disse piano. «Dovrei potermi fidare almeno di Leane e di Sheriam. Ma posso rischiare? Di Verin?» Scosse le spalle in una breve, muta risata. «Ho già posto nelle mani di Verin più della mia stessa vita; ma fino a che punto posso arrivare? Di Moiraine?» Per un momento rimase in silenzio. «Ho sempre creduto di potermi fidare di Moiraine.» Egwene cambiò posizione, a disagio. Quanto sapeva, l'Amyrlin? Non era il genere di domanda da fare, non all'Amyrlin Seat. Sapeva che un giovanotto di Emond's Field, un giovanotto che lei aveva pensato di maritare un giorno o l'altro, era il Drago Rinato? Sapeva che due Aes Sedai lo aiutavano? Almeno, di sicuro l'Amyrlin non sapeva una cosa: quella notte lei aveva sognato che Rand fuggiva da Moiraine. Rimase in silenzio. «Che discorsi sono?» disse Nynaeve. L'Amyrlin la guardò e Nynaeve moderò il tono. «Chiedo scusa, Madre, ma dobbiamo ricevere altre punizioni? Non capisco questi discorsi sulla fiducia. Se vuoi il mio parere, non bisogna fidarsi di Moiraine.» «Ah, il tuo parere?» disse l'Amyrlin. «Hai lasciato da un anno il villaggio e già credi di conoscere il mondo tanto bene da stabilire di quali Aes Sedai puoi fidarti? Un mastro marinaio che ha appena imparato ad alzare la vela!» «Non voleva esprimere un giudizio, Madre» intervenne Egwene: Ma sa-
peva che Nynaeve era convinta delle proprie parole. Le lanciò un'occhiata d'avvertimento. Nynaeve si tirò con forza la treccia, ma non aprì bocca. «Be', chi può dirlo?» rimuginò l'Amyrlin. «A volte la fiducia è scivolosa come anguilla. Il punto è un altro: devo utilizzare voi due, per quanto siate forse canne assai sottili.» Nynaeve serrò le labbra, ma parlò con voce calma: «Canne sottili, Madre?» L'Amyrlin proseguì come se non avesse udito. «Liandrin ha tentato di spingervi a capofitto contro una pescaia... e può darsi che se ne sia andata perché ha saputo del vostro ritorno e temeva che poteste smascherarla, quindi devo ritenere che non siate... dell'Ajah Nera. Preferirei mangiare squame e interiora» mormorò «ma dovrò abituarmi a pronunciare questo nome.» Egwene ansimò, sconvolta, ma Nynaeve protestò con forza: «Non siamo di sicuro dell'Ajah Nera! Come osi dire una cosa del genere? Come osi anche solo insinuarla?» «Se dubiti di me, bambina, prosegui pure!» replicò l'Amyrlin, aspra. «Avrai anche il potere d'una Aes Sedai, a volte; ma non sei ancora Aes Sedai, neppure lontanamente. Allora? Parla, se hai altro da dire. Ti lascerò in lacrime a supplicare perdono! Canne sottili? Ti spezzerò come una canna! Ho esaurito la pazienza.» Nynaeve mosse le labbra senza parlare. Alla fine si scosse e trasse un respiro per calmarsi. «Scusami, Madre» disse poi, ma con una lieve tensione nella voce. «Non dovresti... Non siamo... Non faremmo mai una cosa simile.» Con un mezzo sorriso l'Amyrlin si abbandonò contro la spalliera. «Allora riesci a tenere a freno la collera, quando vuoi. Dovevo esserne sicura.» Egwene si domandò fino a che punto fosse stata una prova: intorno agli occhi dell'Amyrlin c'era una tensione che suggeriva proprio l'esaurimento della pazienza. «Mi sarebbe piaciuto trovare un modo per farti ottenere lo scialle, Figlia» riprese l'Amyrlin. «Secondo Verin, sei forte come qualsiasi altra donna nella Torre.» «Lo scialle!» ansimò Nynaeve. «Aes Sedai? Io?» L'Amyrlin fece un gesto, come se gettasse via qualcosa di cui pareva rimpiangere la perdita. «Inutile desiderare l'impossibile» disse. «Non posso farti diventare Sorella e nello stesso tempo mandarti a lavare pentole. E poi, secondo Verin ancora non puoi incanalare, a meno d'essere infuriata.
Ero pronta a tagliarti fuori dalla Vera Fonte, se solo ti provavi a toccare Saidar. Gli esami finali per ottenere lo scialle richiedono che tu incanali il Potere mantenendo la calma totale anche sotto pressione. Pressione estrema. Perfino io non posso, e non voglio, prescindere da questa condizione essenziale.» Nynaeve pareva stordita. Fissava a bocca aperta l'Amyrlin. «Non capisco, Madre» disse Egwene, dopo un momento. «Be', lo immagino. Nella Torre siete le uniche due che di sicuro non appartengono all'Ajah Nera.» Contrasse ancora la bocca. «Liandrin e le sue dodici se ne sono andate, ma erano tutte? O hanno lasciato qui alcune di loro, come ceppo in acqua bassa che non vedi finché non ha aperto una falla nella barca? Forse lo scoprirò solo quando sarà troppo tardi, ma non lascerò che Liandrin e le altre se ne vadano, visto ciò che hanno fatto. Il furto e soprattutto gli assassinii. Nessuno uccide la mia gente e se ne va senza un graffio. E non permetterò che tredici Aes Sedai ben addestrate servano l'Ombra. Voglio trovarle e quietarle!» «Non vedo come ci riguardi» disse lentamente Nynaeve. Pareva trovare spiacevoli i pensieri che le erano venuti. «Vi riguarda in questo senso, bambina. Voi due sarete i miei segugi e darete la caccia all'Ajah Nera. Nessuno darebbe credito a un paio di Ammesse ancora da addestrare e da me umiliate pubblicamente.» «È una follia!» protestò Nynaeve. Aveva sbarrato gli occhi e stringeva con forza la treccia. «Sono tutte Aes Sedai. Egwene ancora non è neppure Ammessa e sai benissimo che non posso incanalare il Potere, se non sono infuriata. Non avremmo la minima possibilità.» Egwene annuì: aveva la lingua incollata al palato. Dare la caccia all'Ajah Nera? Era meglio cacciare un orso, armate solo d'una verga! Si disse che l'Amyrlin cercava soltanto di spaventarle, di punirle anche in quel modo. In quanto a spaventarle, c'era riuscita fin troppo bene. Anche l'Amyrlin annuì. «Ogni tua parola è verità sacrosanta» riconobbe. «Ma in fatto di puro Potere, ciascuna di voi è più che degna avversaria per Liandrin, la più forte di loro. Tuttavia loro sono addestrate, a differenza di voi; e tu, Nynaeve, hai ancora qualche limitazione. Ma se non hai un remo, bambina, qualsiasi asse va bene per spingere a riva la barca.» «Ma io sarei inutile» sbottò Egwene, in tono assai simile a un gemito; ma era troppo spaventata per vergognarsene. "L'Amyrlin parla sul serio!" si disse. "Liandrin mi ha consegnata ai Seanchan e l'Amyrlin vuole che dia la caccia a tredici come Liandrin?" Proseguì: «Devo studiare, assistere alle
lezioni, lavorare nelle cucine. Anaiya Sedai vorrà di sicuro continuare gli esperimenti per stabilire se sono una Sognatrice. Mi resterà appena il tempo di mangiare e dormire. Come posso dare la caccia a qualcuno?» «Dovrai trovare il tempo» rispose l'Amyrlin, di nuovo fredda e serena, come se dare la caccia all'Ajah Nera non fosse molto diverso da spazzare pavimenti. «In quanto Ammessa, puoi scegliere i tuoi studi, entro certi limiti, e il tempo da dedicarvi. E per le Ammesse le regole sono un poco più elastiche. Bisogna trovare chi ancora appartiene all'Ajah Nera, bambina.» Egwene guardò Nynaeve, ma questa si limitò a dire: «Perché hai tenuto fuori Elayne? Di certo non la ritieni dell'Ajah Nera. Forse perché è l'Erede dell'Andor?» «Rete piena al primo lancio, bambina. La metterei all'opera con voi, se potessi; ma al momento Morgase mi dà già abbastanza grattacapi. Quando avrò pettinato, strigliato e pungolato Morgase a tornare sulla giusta via, forse Elayne si unirà a voi. Forse.» «Allora lascia fuori anche Egwene» disse Nynaeve. «È troppo giovane. Penserò io alle indagini.» Egwene aprì bocca per protestare, ma l'Amyrlin la precedette. «Non ti uso come esca, bambina» replicò. «Anche se avessi cento come voi, non sarei contenta; ma ho soltanto voi due, perciò mi devo adattare.» «Nynaeve, non ti capisco» disse Egwene. «Significa che vuoi farlo?» «Non si tratta di voglia» replicò stancamente Nynaeve. «Preferisco dare la caccia all'Ajah Nera, anziché domandarmi se l'Aes Sedai che mi dà lezione non serva in realtà il Tenebroso. E poi, qualsiasi cosa tramino, non voglio aspettare che siano pronte, per scoprire di cosa si tratta.» «Allora lo farò anch'io. Neanche a me piacerebbe farmi le stesse tue domande.» Nynaeve aprì bocca per protestare; Egwene sentì un lampo d'ira... un sollievo, dopo la paura. «E non dire mai più che sono troppo giovane. Se non altro, posso incanalare quando voglio. Non sono più una ragazzina, Nynaeve.» Nynaeve rimase a tirarsi la treccia, senza dire parola. Alla fine si calmò un poco. «Non sei più ragazzina, eh? Mi sono detta che ormai sei donna, ma forse dentro di me non ci credevo. Ragazza... no, donna, mi auguro che ti renda conto d'esserti infilata con me in un calderone per la salamoia e che forse il fuoco è acceso.» «Lo so» rispose Egwene. Notò con orgoglio che la voce quasi non le tremava. L'Amyrlin sorrise, come compiaciuta, ma aveva negli occhi una certa lu-
ce... Egwene sospettò che avesse sempre saputo quale decisione avrebbero preso. Per un attimo le parve di nuovo d'avere alle braccia e alle gambe quelle stringhe da burattina. «Verin...» L'Amyrlin esitò, poi borbottò quasi tra sé. «Se devo fidarmi di qualcuna, tanto vale che sia lei. Ne sa già quanto me, forse di più.» Parlò con maggior decisione. «Verin vi dirà tutto ciò che sappiamo su Liandrin e le altre; vi darà anche un elenco dei ter'angreal rubati e del loro uso, se ci è noto. In quanto alle donne dell'Ajah Nera ancora nella Torre... Tenete le orecchie dritte e gli occhi aperti, usate cautela nelle domande. Siate come topolini. Se avete un sospetto, informatemi. Vi terrò d'occhio. Nessuno lo riterrà insolito, visto il motivo per cui siete state punite. Farete rapporto quando verrò a controllarvi. Non dimenticate che quelle hanno già ucciso: potrebbero ripetersi facilmente.» «Fin qui, tutto bene» disse Nynaeve. «Ma siamo Ammesse e dovremo indagare fra le Aes Sedai. Qualunque Sorella potrebbe dirci di fare il nostro lavoro o mandarci a fare il suo bucato e non avremo altra scelta che ubbidire. Ci sono luoghi dove le Ammesse non dovrebbero andare, cose che non dovrebbero fare. Luce santa, se scoprissimo che una Sorella appartiene all'Ajah Nera, questa potrebbe ordinare alla guardie di chiuderci in camera e di tenerci lì... e le guardie ubbidirebbero. Non darebbero retta di sicuro alle parole di un'Ammessa.» «Per la maggior parte del tempo dovrete operare entro i limiti consentiti alle Ammesse» disse l'Amyrlin. «L'idea è che nessuna sospetti di voi. Però...» Aprì lo scrigno nero, esitò, guardò le due come se ancora non fosse sicura della propria decisione, prese alcuni documenti ripiegati. Li esaminò attentamente, esitò di nuovo, ne scelse due. Rimessi nello scrigno gli altri, tese a Egwene e a Nynaeve i due rimasti. «Teneteli ben nascosti» disse. «Vanno usati solo in caso d'emergenza.» Egwene aprì il foglio: vide uno scritto vergato con grafia assai chiara e in calce il sigillo con la Fiamma Bianca di Tar Valon. Ciò che il latore della presente fa, è fatto per mio ordine e per la mia autorità. Ubbidite e non parlatene a nessuno, per ordine mio. Siuan Sanche Sorvegliante dei Sigilli Fiamma di Tar Valon Amyrlin Seat
«Con questo documento potrei fare qualsiasi cosa» disse Nynaeve, meravigliata. «Ordinare alle guardie di mettersi in marcia. Comandare i Custodi.» Emise una risatina. «Potrei far ballare un Custode, con questo foglio.» «Finché non lo vengo a sapere» convenne l'Amyrlin, caustica. «A meno che tu non abbia ragioni assai convincenti, ti farei rimpiangere che non sia stata Liandrin a prenderti.» «Non intendevo fare niente del genere» replicò in fretta Nynaeve. «Volevo solo dire che questo documento mi concede più autorità di quanta non sognassi.» «Ti potrebbe servire fino all'ultima briciola. Ma non dimenticare una cosa, bambina: un Amico delle Tenebre non baderebbe a questo documento più di quanto non vi baderebbe un Manto Bianco. Probabilmente entrambi ti ucciderebbero soltanto perché è in tuo possesso. Se è uno scudo... be', gli scudi di carta sono fragili e su questo potrebbe essere disegnato un bersaglio.» «Sì, Madre» dissero insieme Egwene e Nynaeve. Egwene ripiegò il foglio e lo infilò nel borsello appeso alla cintura, con il proposito di non toglierlo di lì se non in caso d'assoluta necessità. Ma come avrebbe fatto a sapere quand'era il momento giusto? «E Mat?» domandò Nynaeve. «Sta molto male, Madre; non gli resta più molto tempo.» «Ti farò sapere» rispose brevemente l'Amyrlin. «Ma, Madre...» «Ti farò sapere! Potete andare, bambine. Le speranze della Torre sono riposte in voi. Tornate in camera vostra e riposate un poco. Non dimenticate d'avere appuntamento con Sheriam e con le pentole sporche.» 15 Il Grigio
Fuori dello studio dell'Amyrlin Seat, Egwene e Nynaeve incontrarono soltanto qualche cameriera impegnata a sbrigare commissioni. Egwene fu
contenta di vedere qualcuno: a un tratto quei corridoi, pur con arazzi e bassorilievi, le parevano caverne. Caverne pericolose. Nynaeve procedeva a grandi passi e di tanto in tanto si dava strattoni alla treccia; Egwene si affrettò a raggiungerla. Non voleva restare da sola. «Nynaeve, se l'Ajah Nera è ancora qui e se solo sospetta cosa facciamo... Non parlavi sul serio, vero, quando hai detto che dobbiamo comportarci come se fossimo già legate ai Tre Giuramenti? Non voglio che mi uccidano, se posso impedirlo servendomi del Potere.» «Se quelle sono ancora qui, appena ci vedranno, sapranno cosa facciamo.» Pareva preoccupata. «O ci riterranno una minaccia e la situazione sarebbe identica.» «Perché una minaccia? Nessuno si sente minacciato da persone a cui può dare ordini. Da persone che devono pulire pentole e girare spiedi tre volte al giorno. Per questo l'Amyrlin ci ha messo a lavorare nelle cucine. In parte, almeno.» «Forse l'Amyrlin non ha riflettuto a fondo» rispose Nynaeve, con aria assorta. «O forse ha riflettuto e per noi ha progetti ben diversi da quelli che ci ha esposto. Rifletti, Egwene. Liandrin non avrebbe cercato d'allontanarci dalla Torre, se non ci avesse considerate una minaccia. Non riesco a immaginare quale, ma non vedo neppure come il nostro allontanamento potesse cambiare la situazione. Se qui ci sono ancora Sorelle dell'Ajah Nera, di sicuro la penseranno come Liandrin, sospettino o no cosa facciamo.» Egwene deglutì. «Non ci avevo pensato» ammise. «Luce santa, quanto mi piacerebbe essere invisibile! Nynaeve, se ci cercano ancora, rischierò di farmi quietare, pur di non farmi uccidere, o peggio, dagli Amici delle Tenebre. E non credo che ti lascerai catturare, qualsiasi cosa tu abbia detto all'Amyrlin.» «Ero sincera» rispose Nynaeve. Parve strapparsi dalle riflessioni e rallentò il passo. Una novizia dai capelli chiarissimi, che portava un vassoio, le sorpassò in fretta. «Ero veramente sincera, Egwene, dalla prima all'ultima parola» proseguì Nynaeve, appena la novizia si fu allontanata. «Esistono altri modi per difenderci. Se non esistessero, le Aes Sedai sarebbero uccise ogni volta che lasciano la Torre. Non ci resta che scoprire questi sistemi, ragionandoci sopra, e sfruttarli.» «Alcuni già li conosciamo.» «Sono pericolosi.» Egwene aprì bocca per replicare che erano pericolosi solo per chi le avesse assalite, ma Nynaeve proseguì: «C'è il rischio che diventino troppo
piacevoli. Quando stamattina ho scatenato contro quei Manti Bianchi tutta la mia collera... Mi è piaciuto troppo. È troppo pericoloso.» Con un brivido allungò di nuovo il passo. Egwene la raggiunse. «Parli come Sheriam» disse. «Non l'avevi mai fatto. Ti sei sempre ribellata. Perché ora accetti limitazioni che forse ci toccherà ignorare per restare vive?» «Cosa ricaveremmo, a farci espellere dalla Torre? Quietate o no, quale vantaggio avremmo?» Abbassò il tono di voce, come se parlasse tra sé. «Posso farlo. Devo farlo, se voglio restare qui quanto basta per imparare. E devo imparare, se voglio...» All'improvviso parve rendersi conto d'esprimere a voce i propri pensieri. Scoccò a Egwene un'occhiata dura. «Lasciami riflettere. Per favore, fai silenzio e lasciami riflettere.» Egwene si zittì, ma dentro di sé ribolliva di domande. Quale motivo particolare aveva Nynaeve per voler apprendere più di quanto la Torre Bianca potesse insegnarle? Che cosa voleva fare? Perché le nascondeva le proprie intenzioni? "Segreti" si disse. "Abbiamo imparato a tenere troppi segreti, da quando siamo venute alla Torre. Anche l'Amyrlin ha segreti per noi. Luce santa, cosa farà per Mat?" Nynaeve l'accompagnò fino ai quartieri delle novizie, anziché deviare per quelli delle Ammesse. Le balconate erano deserte e nei risalire le rampe a chiocciola non incontrarono nessuno. Davanti alla stanza di Elayne, Nynaeve si fermò, bussò una volta, aprì la porta e guardò dentro. Lasciò che la porta si richiudesse da sola e andò alla stanza successiva, quella di Egwene. «Non c'è ancora» disse. «Devo parlare a tutt'e due.» Egwene l'afferrò per le spalle e la costrinse a fermarsi. «Cosa...» Si sentì tirare i capelli, pungere l'orecchio. Scorse una confusa sagoma nera passarle davanti al viso e urtare rumorosamente la parete; l'attimo dopo, si sentì spingere a terra da Nynaeve, contro la ringhiera della balconata. Distesa a occhi sbarrati, Egwene fissò l'oggetto caduto davanti alla porta: un dardo di balestra. Alcuni capelli erano impigliati nei quattro robusti rebbi intesi per trapassare armature. Con mano tremante Egwene si toccò l'orecchio e la piccola scalfittura bagnata da una goccia di sangue. Se non si fosse fermata proprio in quel momento, si disse, il dardo l'avrebbe centrata in piena testa e probabilmente avrebbe ucciso anche Nynaeve. «Sangue e ceneri!» ansimò. «Sangue e ceneri, maledizione!» «Non imprecare» l'ammonì Nynaeve, ma senza troppa convinzione. Scrutava fra le colonnine di pietra bianca verso il lato più lontano delle
balconate. Era circondata da un alone. Aveva attinto a Saidar. Anche Egwene cercò di attingere l'Unico Potere, ma sulle prime non ci riuscì per la troppa fretta. Per la fretta e per immagini che continuavano a intrufolarsi nel vuoto, immagini della sua stessa testa spaccata come melone troppo maturo da un pesante dardo che proseguiva e trafiggeva Nynaeve. Trasse un respiro profondo e ritentò; finalmente nel nulla si librò la rosa che si aprì alla Vera Fonte e lei fu inondata dal Potere. Rotolò sulla pancia per scrutare dalla ringhiera, accanto a Nynaeve. «Vedi niente?» domandò. «Lo vedi? Lo colpirò con un fulmine!» Sentiva il fulmine formarsi, premere per essere scagliato. «È un uomo, vero?» Non riusciva a immaginare un uomo che si recasse nei quartieri delle novizie, ma trovava impossibile raffigurarsi una donna che portasse in giro per la Torre una balestra. «Non lo so» rispose Nynaeve, con voce piena di collera trattenuta. «Ho creduto di scorgere... Sì! Laggiù!» Egwene sentì il Potere pulsare nell'altra; poi vide che Nynaeve si rialzava senza fretta e si ripuliva la veste, come se non avesse altre preoccupazioni. Egwene la fissò. «Cosa? Cos'hai fatto? Nynaeve?» «Dei cinque Poteri» disse Nynaeve, come se le tenesse una lezione «Aria è ritenuto da molti il meno utile. Cosa molto lontana dal vero.» Ridacchiò a denti stretti. «Ti ho detto che esistevano altri sistemi per difenderci. Ho usato Aria, per imprigionarlo. Se è un uomo: non ho visto con chiarezza. Un trucco che una volta l'Amyrlin usò su di me, senza immaginare, credo, che vedessi come faceva. Allora, hai intenzione di rimanere distesa qui per tutto il giorno?» Egwene si alzò e si affrettò a raggiungerla alla curva della balconata. Poco più avanti, dopo la curva, c'era un uomo: indossava giubba e brache marroni, ordinarie. Dava loro la schiena, in equilibrio su di un piede, con l'altro a mezz'aria, come bloccato mentre correva. Avrebbe avuto l'impressione di trovarsi a bagno nella melassa, eppure era trattenuto semplicemente dall'aria resa solida. Egwene ricordava quel trucco dell'Amyrlin, ma non credeva di riuscire a ripeterlo. A Nynaeve invece bastava vedere una cosa una sola volta, per copiarla... quando riusciva a incanalare il Potere, naturalmente. Si avvicinarono allo sconosciuto. Per la sorpresa, Egwene lasciò andare il Potere: dal petto dell'uomo sporgeva l'elsa di un pugnale. Il viso era flaccido, la morte già velava gli occhi socchiusi. Nynaeve allentò la presa che
lo imprigionava e l'uomo si accasciò sul pavimento della balconata. Aveva l'aspetto d'un uomo comune, di altezza media, di corporatura media, con lineamenti così ordinari che Egwene non l'avrebbe notato in un gruppo di tre. Lo esaminò per un momento, ma subito si rese conto che mancava una cosa. La balestra. Allora trasalì e si guardò intorno. «Aveva di sicuro un complice, Nynaeve» esclamò. «Qualcuno ha preso la balestra. E l'ha pugnalato. Potrebbe essere qui intorno, pronto a scagliare un altro dardo.» «Calma» disse Nynaeve; ma scrutò a destra e a sinistra, tirandosi la treccia. «Stai calma e cerchiamo di capire cosa...» S'interruppe nell'udire il rumore di passi sulla rampa che saliva al loro piano. Egwene aveva il cuore in gola. Senza staccare gli occhi dalla rampa, tentò disperatamente di afferrare Saidar, ma per riuscirci aveva bisogno di calma e invece il cuore le batteva all'impazzata, frantumava la calma. Dalla rampa sbucò Sheriam Sedai e si accigliò nel vedere la scena. «In nome della Luce, cos'è accaduto?» domandò. Avanzò in fretta e una volta tanto si mostrò turbata. «L'abbiamo trovato qui» disse Nynaeve, mentre la Maestra delle Novizie s'inginocchiava accanto al cadavere. Sheriam gli toccò il petto e ritrasse di scatto la mano, con un sibilo. Poi si costrinse a toccare di nuovo il cadavere, più a lungo. «Morto» borbottò. «Morto quant'è possibile esserlo e anche di più.» Si rialzò, prese dalla manica un fazzoletto e si pulì le dita. «L'avete trovato voi? Qui? In questo stato?» Egwene annuì, sicura che, se avesse parlato, Sheriam avrebbe intuito dal tono di voce la bugia. «Sì, l'abbiamo trovato così» rispose, con fermezza, Nynaeve. Sheriam scosse la testa. «Un uomo, per giunta morto, nei quartieri delle novizie sarebbe già uno scandalo; ma questo...» «Cosa lo rende diverso?» domandò Nynaeve. «E come potrebbe essere più che morto?» Sheriam trasse un respiro profondo e fissò le due, con sguardo penetrante. «È un Senzanima» rispose. «Un Grigio.» Assorta, si pulì di nuovo le dita e guardò ancora il cadavere. Preoccupata. «Un Senzanima?» disse Egwene, con un tremito nella voce, mentre Nynaeve ripeteva: «Un Grigio?» Sheriam lanciò loro un'occhiata, breve e penetrante. «Ancora non l'avete studiato» rispose. «Ma pare che voi due siate andate in molti modi al di là
delle regole. E poiché avete trovato questo...» Indicò il cadavere. «I Senzanima, i Grigi, rinunciano alla propria anima per servire come sicari il Tenebroso. Da quel momento, non sono realmente vivi. Non proprio morti, ma neppure vivi. E fra loro ci sono anche delle donne. Molto poche, perché anche tra gli Amici delle Tenebre solo un piccolo numero di donne è tanto stupido da rinunciare all'anima. Anche guardandoli, è difficile accorgersi di loro, prima che sia troppo tardi. Costui, quando camminava, era morto quasi come ora. Solo i miei occhi mi dicono che ciò che giace qui una volta è vissuto.» Diede loro un'altra lunga occhiata. «Dalle Guerre Trolloc, nessun Grigio ha più osato entrare a Tar Valon.» «Cosa farai?» domandò Egwene. Sheriam inarcò il sopracciglio e lei si affrettò a soggiungere: «Se posso domandarlo, Sheriam Sedai.» La Maestra delle Novizie esitò. «Immagino che tu possa, dal momento che avete avuto la sfortuna di trovarlo» rispose infine. «La decisione spetta all'Amyrlin Seat; con tutto ciò che è accaduto, lei vorrà che se ne parli il meno possibile, immagino. Meglio evitare che girino altre voci. Voi due non ne parlerete con nessuno, tranne me, o l'Amyrlin, se dovesse sollevare l'argomento.» «Certo, Aes Sedai» disse Egwene, con calore. Il tono di Nynaeve fu più freddo. Sheriam parve dare per scontata la loro ubbidienza. Si concentrò sul cadavere. Il Grigio. Il Senzanima. «Non si può nascondere il fatto che sia stato ucciso qui» disse infine. A un tratto risplendette dell'aura dell'Unico Potere; con la stessa repentinità una bassa cupola oblunga coprì il cadavere, grigiastra e opaca, tanto da rendere difficile scorgere che cosa contenesse. «Così chiunque sia in grado di scoprire la sua natura non potrà toccarlo. Devo farlo spostare, prima che tornino le novizie.» Le guardò come se si fosse appena ricordata della loro presenza. «Voi due andate pure. Nella tua stanza, credo, Nynaeve. Considerando ciò che dovete già affrontare, se si sapesse che siete implicate in questa faccenda, sia pure marginalmente... Andate.» Egwene eseguì la riverenza e tirò per la manica Nynaeve; ma quest'ultima disse: «Perché sei salita quassù, Sheriam Sedai?» Per un attimo Sheriam parve sorpresa, ma subito si accigliò. Pugni sui fianchi, fissò Nynaeve, con tutta la fermezza del suo grado. «Da quando in qua la Maestra delle Novizie ha bisogno di una scusa per recarsi nei quartieri delle novizie, Ammessa?» replicò piano. «Da quando in qua le Ammesse interrogano le Aes Sedai? L'Amyrlin ha dei progetti su di voi, ma in
ogni caso v'insegnerò almeno le buone maniere. Ora andatevene, prima che vi porti nel mio studio... e non per l'appuntamento che l'Amyrlin ha già preso per voi.» Egwene fu colta da un pensiero improvviso. «Chiedo scusa, Sheriam Sedai» disse in fretta «ma devo andare a prendere il mantello. Ho freddo.» Si allontanò di corsa oltre la curva della balconata, prima che l'Aes Sedai potesse replicare. Se Sheriam avesse trovato il dardo di balestra davanti alla porta, si disse, avrebbe fatto troppe domande. Allora lei non avrebbe più potuto fingere d'avere trovato lì per caso quell'uomo, di non avere alcun legame con lui. Ma quando arrivò davanti alla sua stanza, scoprì che il pesante dardo era sparito. Solo la scheggiatura nella pietra accanto alla porta rivelava che ci fosse mai stato. Egwene si sentì accapponare la pelle. Come avevano portato via il dardo senza che nessuno vedesse? Un altro Grigio! Toccò Saidar, prima di rendersene conto; anche così, fu costretta a fare appello a tutto il suo coraggio, per aprire la porta ed entrare nella stanza. Non trovò nessuno. Prese dal piolo il mantello bianco e non lasciò andare Saidar finché non fu a metà strada. Durante la sua assenza, fra le due donne era accaduto qualcosa. Nynaeve tentava di mostrarsi arrendevole e riusciva soltanto ad avere l'aspetto di chi soffre d'acidità di stomaco. Sheriam, pugni sui fianchi, tamburellava col piede per l'irritazione: lo sguardo che rivolgeva a Nynaeve - occhi simili a macine pronte a sbriciolare l'orzo in farina - incluse anche Egwene. «Chiedo scusa, Sheriam Sedai» disse in fretta Egwene, facendo la riverenza e nello stesso tempo sistemandosi sulle spalle il mantello. «Trovare... un morto... un... un Grigio!... mi ha fatto venire freddo. Possiamo andare?» Al secco cenno di congedo di Sheriam, Nynaeve eseguì un abbozzo di riverenza. Egwene la prese per il braccio e la tirò via. «Vuoi procurarci altri guai?» le domandò, quando furono scese di due piani... fuori portata d'orecchio di Sheriam, si augurò. «Cosa le hai detto, per farla arrabbiare a quel modo? Altre domande, immagino. Mi auguro che tu abbia appreso qualcosa che valesse la pena di farla infuriare.» «Non ha detto niente» brontolò Nynaeve. «Dobbiamo fare domande, se vogliamo ottenere risultati. Se non correremo qualche rischio, non scopriremo mai nulla.» «Be', cerca di fare più attenzione» sospirò Egwene. Ma capì, dalla sua aria decisa, che Nynaeve non intendeva affatto usare prudenza ed evitare
rischi. Sospirò di nuovo. «Il dardo è sparito» disse. «L'avrà preso un altro Grigio.» «Allora è per questo che sei... Luce santa!» Nynaeve si accigliò e si tirò la treccia. «Cos'ha fatto per coprire il... il cadavere?» domandò Egwene, dopo un poco. Non voleva pronunciare la parola Grigio, per non pensare che forse ce n'era un altro in circolazione. Non voleva pensare proprio a nulla, in quel momento. «Aria» rispose Nynaeve. «Ha usato Aria. Un bel trucco; e credo d'avere trovato il modo di sfruttarlo.» Dal punto di vista dell'uso, l'Unico Potere era diviso nei Cinque Poteri: Terra, Aria, Fuoco, Acqua e Spirito. Talenti diversi richiedevano combinazioni diverse dei Cinque Poteri. «Non capisco in quale modo siano combinati alcuni Poteri» disse Egwene. «Prendiamo la Guarigione. Capisco che richieda Spirito, e forse Aria, ma perché Acqua?» Nynaeve si girò a guardarla. «Cosa borbotti? Hai dimenticato cosa facciamo?» Si guardò intorno. Erano giunte nei quartieri delle Ammesse, una pila di balconate più in basso rispetto a quelli delle novizie, con un giardino centrale, anziché una corte. In vista c'era solo un'Ammessa che procedeva in fretta su di un altro piano, ma Nynaeve abbassò la voce. «Hai dimenticato l'Ajah Nera?» «Cerco di dimenticarla» rispose Egwene, con furia. «Per un poco, comunque. Cerco di dimenticare che abbiamo appena lasciato un morto. Cerco di dimenticare che a momenti mi uccideva e che ha un complice che potrebbe ripetere il tentativo.» Si toccò l'orecchio: la goccia di sangue si era seccata, ma la scalfittura le doleva ancora. «Siamo state fortunate, altrimenti a quest'ora saremmo tutt'e due morte.» Nynaeve ammorbidì l'espressione, ma nella voce aveva una traccia del tempo in cui era stata la Sapiente di Emond's Field e diceva ciò che andava detto per il bene di qualcuno. «Ricorda quel cadavere, Egwene. Ricorda che ha cercato di ucciderci. Ucciderci. Ricorda l'Ajah Nera. Ricorda sempre. Perché, se dimentichi, anche una volta sola, forse sarai tu a giacere senza vita.» «Lo so» sospirò Egwene. «Ma non sono obbligata a far sì che mi piaccia.» «Hai notato la cosa a cui Sheriam non ha mai accennato?» «No. Cosa?» «Non si è mai domandata chi l'abbia pugnalato. Su, andiamo. La mia
stanza è proprio qua sotto; potrai riposarti, mentre parliamo.» 16 Tre cacciatrici
La stanza di Nynaeve era assai più ampia di quelle per le novizie. C'era un letto vero, non incassato nella parete, due poltrone con lo schienale a listelli anziché uno sgabello, un armadio per gli abiti. L'arredamento era ordinario, degno d'una casa di contadini appena benestanti, ma pareva lussuoso, a confronto di quello per le novizie. C'era perfino un piccolo tappeto, con ghirigori gialli e rossi su sfondo azzurro. Quando Egwene e Nynaeve entrarono, la stanza non era vuota: davanti al focolare c'era Elayne, a braccia conserte, con gli occhi rossi almeno in parte di collera. Due giovanotti d'alta statura sedevano scompostamente sulle poltrone. Uno, con la giubba verde scuro sbottonata e camicia bianca, aveva gli stessi occhi azzurri e gli stessi capelli rossodorati di Elayne: sorriso e somiglianza rivelavano chiaramente la stretta parentela. L'altro, dell'età di Nynaeve, con la giubba grigia ben abbottonata, era più snello e più scuro d'occhi e di capelli. Si alzò, con sicurezza e con grazia, all'ingresso di Egwene e di Nynaeve. Era, pensò Egwene, non per la prima volta, l'uomo più bello che avesse mai visto. Si chiamava Galad. «Sono contento di rivederti» disse il giovane, prendendole la mano. «Mi sono preoccupato molto, per te. Ci siamo preoccupati molto.» Egwene si accorse che il cuore le batteva più in fretta e ritrasse la mano prima che lui notasse il turbamento. «Grazie, Galad» mormorò. Luce santa, quant'era bello! Si disse di smetterla di pensarci, ma non le era facile. Si scoprì a lisciarsi la veste, a desiderare che lui la vedesse in abiti di seta, non di lana ordinaria... una di quelle vesti domanesi di cui le aveva parlato Min, che parevano incollarsi al corpo, così sottili da sembrare trasparenti, anche se non lo erano. Arrossì furiosamente e scacciò il pensiero; non la consolava, sapere che metà delle donne della Torre, dalle sguattere alle stesse Aes Sedai, guardavano Galad come se la pensassero esattamente come lei. Né il fatto che il suo sorriso pareva rivolto a lei sola. Anzi, il sor-
riso peggiorava la situazione. Il giovanotto biondo si sporse dalla sedia. «Allora, dove siete state?» disse. «Elayne scantona come se avesse la tasca piena di fichi e non volesse darmene neppure uno.» «Te l'ho detto, Gawyn: non sono affari vostri» rispose Elayne, con voce tesa. Si rivolse a Nynaeve. «Sono venuta qui perché non voglio stare da sola. Mi hanno visto e sono entrati anche loro. Non si accontentano di un no come risposta.» «Naturale» commentò Nynaeve, in tono piatto. «Invece sono proprio affari nostri, sorella» disse Galad. «La tua incolumità riguarda anche noi.» Guardò Egwene, che provò un colpo al cuore. «L'incolumità di voi tutte è molto importante per me. Per noi.» «Non sono tua sorella» sbottò Elayne. «Se vuoi compagnia» intervenne Gawyn, con un sorriso «anche noi andiamo bene. E dopo quel che abbiamo sopportato solo per venire qui, meritiamo di conoscere il motivo della vostra assenza. Preferirei che Galad mi sbatacchiasse per tutto il giorno sul campo d'addestramento, anziché affrontare di nuovo per un solo minuto nostra madre. Preferirei far infuriare Coulin.» Costui era il Mastro d'Arme e imponeva una rigida disciplina ai giovani che venivano alla Torre Bianca per l'addestramento, sia che aspirassero a diventare Custodi, sia che volessero semplicemente imparare da loro. «Puoi negare il legame, se vuoi, ma non puoi cancellarlo» replicò in tono grave Galad, rivolto a Elayne. «Nostra madre ci ritiene responsabili della tua incolumità.» «Ci farebbe scorticare, se ti accadesse qualcosa» disse Gawyn, con una smorfia. «Abbiamo dovuto convincerla in fretta, altrimenti ci avrebbe riportati a casa. Non ho mai sentito dire che una regina affidasse al carnefice i propri figli, ma nostra madre pareva pronta a dare l'esempio, se non ti riporteremo a casa sana e salva.» «Sono sicura che l'avete convinta solo per amor mio» replicò Elayne. «Non per restare qui a studiare con i Custodi.» Gawyn divenne rosso. «La tua incolumità era la nostra prima preoccupazione» ribatté Galad, in tono sincero. «Abbiamo detto a nostra madre che, se tu fossi tornata qui, avresti avuto bisogno di qualcuno che badasse a te.» «Che badasse a me!» sbottò Elayne. Ma Galad continuò con calma: «La Torre Bianca è diventata un luogo pericoloso. Ci sono stati decessi... gente assassinata... senza alcuna vera
spiegazione. Persino alcune Aes Sedai sono state uccise, anche se la notizia non è di pubblico dominio. E nella Torre stessa si parla dell'Ajah Nera. Per ordine di nostra madre, appena potrai lasciare in piena sicurezza l'addestramento, ti riporteremo a Caemlyn.» Come risposta, Elayne sporse il mento e si girò dall'altra parte. Per la frustrazione, Gawyn si passò le dita fra i capelli. «Luce santa, Nynaeve, Galad e io non siamo delinquenti. Vogliamo soltanto aiutare. Lo faremmo in ogni caso; ma nostra madre l'ha ordinato, quindi non c'è possibilità che tu ci convinca a restare fuori da questa storia.» «Gli ordini di Morgase non hanno peso a Tar Valon» disse Nynaeve, con voce piatta. «In quanto all'offerta d'aiuto, me ne ricorderò. Se mai ne avremo bisogno, sarete fra i primi a saperlo. Per ora, vorrei che ve ne andaste.» Indicò di proposito la porta, ma lui non le badò. «Gran bel discorso. Ma nostra madre vorrà sapere che Elayne è tornata. E perché si è allontanata senza una parola; e cosa ha fatto in questi mesi. Luce santa, Elayne! La Torre era in subbuglio. Nostra madre era quasi pazza di paura. Pensavo che volesse abbattere a mani nude la stessa Torre.» Sul viso di Elayne comparve un'aria di colpevolezza e Gawyn sfruttò il vantaggio. «Glielo devi, Elayne. Lo devi anche a me. Maledizione, hai la testa dura come pietra. Sei stata via per mesi interi e so solo che ti sei messa in urto con Sheriam. E gli unici motivi sono che piangevi e non volevi sederti.» L'aria indignata di Elayne diceva che Gawyn aveva gettato al vento il momentaneo vantaggio. «Basta così» intervenne Nynaeve. Galad e Gawyn aprirono bocca, ma lei alzò la voce. «Ho detto basta!» Li fissò, torva, finché non fu chiaro che avrebbero fatto silenzio; allora proseguì: «Elayne non deve un bel niente a voi due! Poiché ha deciso di non dirvi niente, la faccenda è chiusa. Ora, questa è la mia stanza, non la sala comune di una locanda, e voglio che usciate di qui.» «Ma, Elayne...» iniziò Gawyn, proprio mentre Galad diceva: «Volevamo soltanto...» Nynaeve alzò la voce. «Non credo che abbiate chiesto il permesso d'entrare nei quartieri delle Ammesse.» I due la fissarono, sorpresi. «No, come pensavo» continuò lei. «Uscite dalla mia stanza e sparite, prima che abbia contato fino a tre; altrimenti scriverò un biglietto al Mastro d'Arme. Coulin Gaidin ha braccio più robusto di Sheriam Sedai e state sicuri che sarò lì a controllare che faccia un buon lavoro.» «Nynaeve, non oseresti...» cominciò Gawyn, preoccupato; ma Galad gli
fece segno di stare zitto e si accostò a Nynaeve. Quest'ultima mantenne l'espressione severa, ma inconsciamente, al sorriso di Galad, si lisciò la veste. Egwene non ne fu sorpresa: non aveva mai incontrato una donna, se non dell'Ajah Rossa, che restasse indifferente al sorriso di Galad. «Chiedo scusa, Nynaeve, per averti costretta a sopportare la nostra presenza» disse con calma il giovane. «Ce ne andiamo, certo. Ma non dimenticare che siamo qui, in caso di bisogno. E, qualsiasi cosa vi abbia spinte ad allontanarvi, possiamo aiutarvi anche in questo.» Nynaeve ricambiò il sorriso. «Uno» disse. Galad batté le palpebre e tornò serio. Con calma si girò verso Egwene, mentre Gawyn si alzava e si dirigeva alla porta. «Egwene» disse Galad «tu in particolare puoi chiedere il mio aiuto in qualsiasi momento e per qualsiasi cosa. Lo sai, vero?» «Due» disse Nynaeve. Galad le scoccò un'occhiata piena d'irritazione. «Ne parleremo ancora» disse a Egwene, con un inchino. Sorrise ancora e senza fretta si diresse alla porta. «Trrrrrr...» Gawyn varcò di corsa la soglia e perfino l'elegante passo di Galad divenne chiaramente più lesto. «...reee» terminò Nynaeve, mentre con un tonfo la porta si chiudeva alle spalle dei due. Elayne batté le mani. «Oh, ben fatto» disse. «Davvero ben fatto. Non sapevo che agli uomini fosse vietato l'ingresso anche nei quartieri delle Ammesse.» «Non è vietato» disse Nynaeve, ironica. «Ma quei tangheri non lo sapevano.» Elayne batté di nuovo le mani e si mise a ridere. «Li avrei lasciati andare semplicemente, se Galad non avesse fatto tanta scena per prendere tempo» soggiunse Nynaeve. «Quel ragazzo ha una faccia troppo bella per il proprio bene.» Egwene quasi si mise a ridere, a questo commento: Galad aveva appena un anno meno di Nynaeve e lei si lisciava di nuovo la veste. «Galad!» sbuffò Elayne. «Ci darà ancora fastidio e non so se il tuo trucco funzionerà due volte. Fa ciò che considera giusto, senza badare a chi ferisce, fosse anche se stesso.» «Allora troverò un altro sistema. Non possiamo permettere che ci tengano d'occhio ogni momento. Elayne, se vuoi, ti preparo un rimedio calmante.» Elayne scosse la testa; si lasciò andare di traverso sul letto, col mento tra le mani. «Se Sheriam lo scoprisse, senza dubbio dovremmo aspettarci
un'altra visita al suo studio. Egwene, quasi non hai aperto bocca. Il gatto ti ha mangiato la lingua?» Divenne più truce. «O Galad, forse?» Suo malgrado, Egwene arrossì. «Non avevo voglia di discutere con loro, ecco tutto» rispose, nel tono più dignitoso che riuscì a trovare. «Oh, certo» disse Elayne, di malavoglia. «Galad ha un bell'aspetto, lo riconosco. Ma è anche sgradevole. Si comporta sempre bene, come l'intende lui. So che non pare una cosa sgradevole, ma lo è. Non ha mai disubbidito a nostra madre, nemmeno nelle minime cose. Non dirà mai una bugia, nemmeno trascurabile, e non infrangerà mai una regola. Se ti denuncia perché ne hai infranta una, non lo fa per dispetto... parrà dispiaciuto che non hai potuto vivere secondo il suo metro, ma ti denuncerà egualmente.» «Un giudizio che... mette a disagio» disse Egwene, con prudenza «ma non sgradevole. Non riesco a immaginare che Galad faccia qualcosa di sgradevole.» Elayne scosse la testa, quasi incredula che Egwene trovasse tanto difficile capire ciò che per lei era chiarissimo. «Se vuoi mettere gli occhi su qualcuno, prova Gawyn. È abbastanza simpatico... la maggior parte delle volte... ed è infatuato di te.» «Gawyn? Non mi guarda nemmeno!» «Certo, sciocca, visto come perdi le bave dietro Galad.» Egwene diventò rossa, ma non se la sentiva di negarlo. «Quando Gawyn era bambino, Galad gli salvò la vita» proseguì Elayne. «Gawyn non ammetterà mai d'essere interessato a una donna, se a lei s'interessa anche Galad. Ma l'ho udito parlare di te e so come stanno le cose. A me non riesce a nascondere niente.» «Buono a sapersi» disse Egwene. Poi, al sorriso di Elayne, si mise a ridere. «Forse riuscirò a convincerlo a parlarne con me, non con te.» «Potresti scegliere l'Ajah Verde, sai. Le Sorelle Verdi a volte si maritano. Gawyn è davvero infatuato e tu andresti bene per lui. Mi piacerebbe averti in famiglia.» «Se avete terminato con le chiacchiere da ragazzina» intervenne Nynaeve «possiamo parlare di questioni importanti.» «Sì, come ciò che l'Amyrlin aveva da dirvi, dopo avermi congedato.» «Preferirei non parlarne» replicò Egwene, impacciata. Mentire a Elayne le dispiaceva. «Non ha detto niente di gradevole.» Elayne sbuffò, incredula. «Molti credono che me la cavi più facilmente perché sono l'Erede dell'Andor. Invece è vero il contrario. Tutt'e tre abbiamo fatto le stesse cose: se l'Amyrlin vi avesse rimproverate, a me avrebbe fatto di peggio. Allora, cos'ha detto?»
«Deve rimanere soltanto fra noi» disse Nynaeve. «L'Ajah Nera...» «Nynaeve!» esclamò Egwene. «L'Amyrlin ha detto che Elayne deve restare fuori da questa storia!» «L'Ajah Nera!» gridò quasi Elayne, alzandosi in ginocchio in mezzo al letto. «Non potete lasciarmi fuori, ormai avete detto troppo!» «Non l'ho mai pensato» la rassicurò Nynaeve, mentre Egwene, attonita, la fissava. «Egwene, tu e io siamo quelle che Liandrin considerava una minaccia. E hanno tentato di ucciderci...» «Di uccidervi?» bisbigliò Elayne. «Forse perché siamo ancora una minaccia. Forse perché sanno già che abbiamo parlato con l'Amyrlin in privato e addirittura di che cosa. Ci occorre la collaborazione di qualcuno che loro non conoscono; e se la stessa Amyrlin non ne sa niente, meglio ancora. Non sono sicura che possiamo fidarci di lei: l'Amyrlin si serve di noi per i suoi scopi. Voglio evitare che ci consumi. Lo capisci, questo?» Egwene annuì con riluttanza. Comunque, disse: «Sarà pericoloso, Elayne. Pericoloso come ciò che abbiamo affrontato a Falme. Forse ancora più pericoloso. Stavolta non sei obbligata a farne parte.» «Lo so» disse piano Elayne. Esitò. «Quando l'Andor scende in guerra, il Primo Principe della Spada comanda l'esercito, ma anche la Regina cavalca con i soldati. Settecento anni fa, nella battaglia di Cuallin Dhen, mentre gli andorani erano in rotta, la regina Modrellein, da sola e disarmata, portò nel cuore dell'esercito tairenese lo stendardo del Leone. Gli andorani ripresero coraggio, andarono di nuovo all'attacco per salvarla e vinsero la battaglia. Questo è il coraggio che ci si aspetta dalla Regina dell'Andor. Se non ho ancora imparato a dominare la paura, devo riuscirci, prima di prendere il posto di mia madre sul Trono del Leone.» All'improvviso si rianimò e ridacchiò. «E poi, credete che rinuncerei a un'avventura per pulire pentole?» «Le pulirai in ogni caso» disse Nynaeve. «E auguriamoci che tutti pensino che fai soltanto quello. Ora ascolta attentamente.» Mentre Nynaeve raccontava che cosa aveva detto l'Amyrlin e quale compito aveva affidato loro e infine il tentativo di ucciderle, Elayne ascoltò a bocca aperta. Rabbrividì nel sentir parlare del Grigio e lesse con meraviglia il documento che l'Amyrlin aveva dato a Nynaeve; nel restituirlo, mormorò: «Ne avessi uno anch'io, quando dovrò affrontare di nuovo mia madre!» Ma alla fine s'indignò. «Maledizione» sbottò. «È come ricevere l'ordine di andare fra le monta-
gne a cercare leoni; solo, non sai se ci sono; ma se ci sono, forse ti danno la caccia e sono travestiti da cespugli. Oh, e se trovi un leone, cerca di non farti sbranare prima che t'abbia detto dove sono gli altri.» «Se hai paura» disse Nynaeve «puoi ancora restarne fuori. Ma sarà troppo tardi, una volta iniziato.» Elayne gettò indietro la testa. «È naturale che abbia paura. Non sono una stupida. Ma non ho tanta paura da rinunciare prima di cominciare.» «Ancora una cosa» disse Nynaeve. «Ho l'impressione che forse l'Amyrlin lascerà morire Mat.» «Ma le Aes Sedai Guariscono chiunque lo chieda!» esclamò Elayne, fra l'indignato e l'incredulo. «Perché dovrebbe lasciar morire Mat? Non posso crederci!» «Neppure io!» ansimò Egwene. «Per tutta la strada Verin ha detto che l'Amyrlin l'avrebbe Guarito.» Nynaeve scosse la testa. «Verin ha detto che l'Amyrlin "avrebbe pensato a lui". Non è la stessa cosa. E alla mia domanda l'Amyrlin ha evitato di rispondere sì o no. Forse non ha ancora deciso.» «Ma perché?» domandò Elayne. «La Torre Bianca ha i suoi motivi» rispose Nynaeve, con un tono che diede i brividi a Egwene. «Non so quali siano. Bisogna vedere cosa si adatta meglio ai loro scopi... aiutare Mat o lasciarlo morire. I Tre Giuramenti non le obbligano a Guarirlo. Mat è un semplice strumento, agli occhi dell'Amyrlin. Proprio come noi. Lei ci userà per dare la caccia all'Ajah Nera; ma se rompi uno strumento, non ci piangi sopra: te ne procuri un altro. Farete bene a non dimenticarlo.» «Cosa facciamo per lui?» domandò Egwene. «Cosa possiamo fare?» Nynaeve andò all'armadio e frugò in fondo. Trovò un sacchetto di stoffa a strisce, pieno d'erbe medicinali. «Con le mie medicine, e con un po' di fortuna, forse posso Guarirlo io stessa.» «Verin non poteva» disse Elayne. «Moiraine e Verin insieme non ci sono riuscite, eppure Moiraine aveva un angreal. Nynaeve, se attingi troppo all'Unico Potere, rischi di ridurti in cenere. O di quietarti da sola, se sei fortunata. Ammesso di poterla definire fortuna.» Nynaeve scrollò le spalle. «Continuano a dire che potrei essere la più potente Aes Sedai degli ultimi mille anni. Forse è ora di scoprire se hanno ragione.» Si diede uno strattone alla treccia. Malgrado le parole coraggiose, si disse Egwene, era chiaro che Nynaeve aveva paura. Ma non avrebbe lasciato morire Mat, anche a costo di rischia-
re la propria vita. «Continuano a dire che tutt'e tre siamo potenti... o lo saremo» intervenne. «Forse, se tentiamo insieme, possiamo suddividere fra noi il flusso di Potere.» «Non abbiamo mai provato a lavorare insieme» obiettò Nynaeve. «Non so come combinare le nostre abilità. Il tentativo potrebbe essere altrettanto pericoloso.» «Oh, se dobbiamo farlo, facciamolo» disse Elayne, alzandosi dal letto. «Più ne parliamo, più mi sento spaventata. Mat si trova nelle stanze per gli ospiti, me l'ha detto Sheriam. Ma non so in quale.» Quasi a chiudere il discorso, la porta si spalancò con un forte colpo: entrò un'Aes Sedai, come se quella fosse la propria stanza e loro le intruse. Egwene rese più profonda la riverenza, per nascondere lo sgomento. 17 La Sorella Rossa
Elaida era una donna avvenente, più che bella: la severità del viso le rendeva più maturi i lineamenti senza età, tipici delle Aes Sedai. Non pareva vecchia, ma Egwene non riusciva a immaginare che un tempo fosse stata giovane. Tranne che nelle occasioni ufficiali, poche Aes Sedai portavano lo scialle ricamato a tralci, con la bianca Fiamma di Tar Valon sulla schiena; ma Elaida in quel momento portava lo scialle, la cui lunga frangia rossa indicava l'Ajah d'appartenenza. Bande rosse le ornavano anche la veste di seta color crema e dall'orlo spuntavano pantofole rosse. Elaida si fermò al centro della stanza e guardò le tre, con l'aria d'un uccello che guardi dei lombrichi. «Ah, siete tutte insieme» disse. «Me l'aspettavo.» Il tono e il modo di fare non cercavano di nascondere niente: lei era una donna che aveva potere ed era pronta a usarlo, se l'avesse ritenuto necessario... una donna che sapeva più di quanto non sapessero coloro a cui parlava, fossero una regina o delle novizie. «Chiedo scusa, Elaida Sedai» disse Nynaeve, con un'altra riverenza «ma stavo per uscite. Devo rimettermi in pari con gli studi. Se vuoi scusarmi...»
«I tuoi studi possono aspettare» ribatté Elaida. «Hanno già aspettato a lungo, in fin dei conti» Le tolse di mano il sacchetto a strisce e sciolse la cordicella; diede un'occhiata al contenuto e gettò a terra il sacchetto. «Erbe! Non sei più una Sapiente del villaggio, bambina. I legami col passato sono solo d'impaccio.» «Elaida Sedai...» intervenne Elayne. «Fai silenzio, novizia» la interruppe Elaida, con voce gelida e liscia come seta intorno a una lama d'acciaio. «Forse hai spezzato un legame fra Tar Valon e Caemlyn, un legame che durava da tremila anni. Parlerai quando ti sarà rivolta la parola.» Elayne si fissò la punta dei piedi; aveva sul viso due chiazze rosse. Senso di colpa o ira? Egwene non l'avrebbe saputo dire. Senza badare a loro, Elaida si accomodò in una poltrona e si sistemò con cura le sottane. Non indicò alle altre di sedersi. Nynaeve si tese e cominciò a dare piccoli strattoni alla treccia. Egwene si augurò che dominasse la collera e non prendesse senza permesso l'altra poltrona. Elaida terminò di sistemarsi in maniera soddisfacente e per un poco esaminò in silenzio le altre, senza lasciar trasparire niente. «Sapete che fra noi ci sono donne dell'Ajah Nera?» domandò infine. Egwene scambiò con Nynaeve e Elayne un'occhiata di sorpresa. «Così ci è stato detto» rispose con prudenza Nynaeve. «Elaida Sedai» soggiunse, dopo una pausa. Elaida inarcò il sopracciglio. «Sì. Pensavo che ne foste informate.» Egwene trasalì al tono di voce, che implicava più di quanto non rivelasse, e Nynaeve aprì la bocca, con ira; ma lo sguardo piatto dell'Aes Sedai bloccava ogni lingua. «Voi due» riprese Elaida, in tono indifferente «sparite, portando con voi l'Erede dell'Andor... la ragazza che potrebbe diventare un giorno Regina dell'Andor, se non la scortico e non ne vendo la pelle a un guantaio. Sparite senza permesso, senza una parola, senza lasciare traccia.» «Non mi hanno portata via» disse Elayne, con gli occhi rivolti al pavimento. «Sono andata con loro di mia volontà.» «Vuoi ubbidire, bambina?» Elaida era circondata da un alone e fissava con forza Elayne. «Devo darti una lezione qui e subito?» Elayne alzò la testa, con un'espressione impossibile da fraintendere: era furibonda. Sostenne a lungo lo sguardo di Elaida. Egwene si conficcò nel palmo le unghie. C'era da impazzire. Lei stessa, o Elayne, o Nynaeve, avrebbero potuto distruggere Elaida su due piedi. Se
la coglievano di sorpresa, almeno: in fin dei conti, Elaida era pienamente addestrata. Ma se avessero reagito, avrebbero gettato al vento tutto. Si augurò che Elayne non rovinasse ogni cosa. Elayne chinò la testa. «Chiedo scusa, Elaida Sedai» borbottò. «Ho... ho dimenticato le buone maniere.» L'alone scomparve. «Hai preso brutte abitudini, dove queste due ti hanno portato. Non puoi permetterti brutte abitudini, bambina. Sarai la prima Regina dell'Andor che sia anche Aes Sedai. La prima regina Aes Sedai di qualsiasi nazione, in più di mille anni. Sarai una delle Aes Sedai più potenti, dalla Frattura del Mondo in poi, forse tanto potente da essere la prima sovrana che ammetta apertamente d'essere Aes Sedai. Non mettere a repentaglio tutto questo, bambina, perché puoi ancora perderlo. Ho investito un mucchio di tempo per garantirmelo. Capito?» «Credo di sì, Elaida Sedai» rispose Elayne. Ma pareva che non avesse capito affatto. Proprio come Egwene. Elaida cambiò argomento. «Forse siete in grave pericolo. Tutt'e tre. Sparite e fate ritorno; nel frattempo, Liandrin e le sue... compagne... ci lasciano. Collegare i due fatti è inevitabile. Siamo sicure che Liandrin e le altre sono Amici delle Tenebre. Ajah Nera. Non vorrei che la stessa accusa toccasse a Elayne; per proteggere lei, a quanto pare, devo proteggervi tutte. Ditemi perché ve ne siete andate e cosa avete fatto in questi mesi; farò il possibile per aiutarvi.» I suoi occhi si fissarono su Egwene come grappini d'abbordaggio. Egwene cercò confusamente una risposta che l'Aes Sedai avrebbe accettato. Si diceva che Elaida a volte si accorgesse delle menzogne. «Si trattava di... di Mat» rispose infine. «Sta molto male.» Scelse con cura le parole, per non dire niente che non fosse vero, ma che nello stesso tempo fosse ben lontano dalla verità. Per fare, insomma come le Aes Sedai. «Siamo andate... L'abbiamo portato indietro perché lo Guarissero.» Si costrinse a incrociare lo sguardo dell'Aes Sedai e a non agitarsi con aria colpevole. Dall'espressione di Elaida non era possibile scoprire se l'Aes Sedai le avesse creduto anche solo in parte. «Basta così, Egwene» disse Nynaeve. Elaida la scrutò, ma Nynaeve non diede segno di risentire del suo sguardo penetrante e lo sostenne senza battere ciglio. «Scusa se ti ho interrotta, Elaida Sedai» soggiunse in tono mite «ma l'Amyrlin Seat ha detto che dobbiamo lasciarci alle spalle le nostre infrazioni e dimenticarle. Per iniziare da capo, non dobbiamo neppure parlarne. Come se non fosse accaduto niente, ha detto l'Amyrlin.»
«Ha detto così, eh?» replicò Elaida, senza rivelare, col tono di voce o con l'espressione del viso, se credeva alla spiegazione. «Interessante. Non vi sarà facile dimenticare, visto che la punizione è stata annunciata alla Torre intera. Cosa inaudita. Senza precedenti, per punizioni di così lieve entità. Ma capisco perché siate ansiose di dimenticare tutto. Ho saputo che stai per passare fra le Ammesse, Elayne. Anche tu, Egwene. Non la chiamerei punizione.» Elayne le scoccò un'occhiata, come per chiedere il permesso di parlare. «La Madre ha detto che eravamo pronte» dichiarò poi, con una punta di sfida nel tono. «Ho imparato, Elaida Sedai, e sono cresciuta. In caso contrario, l'Amyrlin non mi avrebbe nominata per il passaggio alle Ammesse.» «Hai imparato» ripeté Elaida, pensierosa. «E sei cresciuta. Forse è vero.» Non lasciò capire se lo ritenesse un bene. Spostò lo sguardo su Egwene e Nynaeve, con aria inquisitiva. «Siete tornate con questo Mat, un giovane del vostro villaggio. C'era anche un altro giovane, nel villaggio: Rand al'Thor.» Egwene ebbe l'impressione che all'improvviso una mano di ghiaccio le stringesse le viscere. «Mi auguro che stia bene» disse Nynaeve, con calma; ma stringeva con forza la treccia. «Non lo vediamo da un po' di tempo.» «Un giovanotto interessante» disse Elaida, studiandole. «L'ho incontrato una volta sola, ma l'ho trovato... molto interessante. Credo che sia ta'veren. Sì. Forse in lui si trovano le risposte a molte domande. Emond's Field è di certo un luogo inusuale, se ha prodotto voi due. E Rand al'Thor.» «È solo un villaggio» disse Nynaeve. «Un semplice villaggio come qualsiasi altro.» «Sì, certo» sorrise Elaida: un gelido arricciare di labbra che diede a Egwene una contrazione allo stomaco. «Parlatemi di lui. L'Amyrlin non vi ha ordinato di tacere anche su di lui, vero?» Nynaeve si tirò la treccia. Elayne esaminò il tappeto come se vi fosse nascosto qualcosa d'importante. Egwene si scervellò per trovare una risposta. Elaida, dicevano, si accorgeva delle menzogne: Luce santa, se davvero ne avesse udita una... Il silenzio perdurò, finché Nynaeve non si decise ad aprire bocca. Ma proprio in quel momento la porta si spalancò una seconda volta. Sheriam guardò con una certa sorpresa le persone nella stanza. «Sono contenta d'averti trovata qui, Elayne» disse. «Vi voglio tutt'e tre. Non m'aspettavo di trovarti qui, Elaida.»
Elaida si alzò e si aggiustò lo scialle. «Queste ragazze hanno incuriosito tutti» rispose. «Ci domandiamo perché se ne sono andate. Quali avventure hanno avuto, lontano di qui. Loro dicono di non poterne parlare, per ordine della Madre.» «E faranno bene a non parlarne» dichiarò Sheriam. «Saranno punite e la punizione dovrebbe chiudere la faccenda. Secondo me, scontata la pena, la colpa andrebbe cancellata.» Per un momento le due Aes Sedai rimasero a squadrarsi, impassibili. «Certo» disse poi Elaida. «Forse parlerò con loro in altra occasione. Di altre faccende.» Lanciò un'occhiata che a Egwene parve d'ammonimento, poi uscì, passando davanti a Sheriam. La Maestra delle Novizie tenne aperta la porta e guardò l'altra Aes Sedai percorrere la balconata. Non cambiò espressione. Egwene emise un lungo respiro e si accorse che Nynaeve e Elayne la imitavano. «Mi ha minacciata» disse Elayne, incredula, quasi tra sé. «Ha minacciato di quietarmi, se non smetto d'essere... caparbia!» «Hai frainteso» disse Sheriam. «Se la caparbietà meritasse una simile punizione, l'elenco delle Aes Sedai quietate per questa colpa sarebbe così lungo che nessuna riuscirebbe a impararlo a memoria. Poche donne d'animo arrendevole arrivano a ottenere anello e scialle. Ciò non significa, è ovvio, che non dobbiate imparare a comportarvi umilmente, quando è richiesto.» «Sì, Sheriam Sedai» dissero tutt'e tre insieme. Sheriam sorrise. «Visto? Se non altro, sapete mostrarvi umili in apparenza. Avrete un mucchio d'occasioni per far pratica, prima di tornare nelle buone grazie dell'Amyrlin. E nelle mie. In quest'ultimo caso, vi sarà più difficile.» «Sì, Sheriam Sedai» disse Egwene; ma questa volta solo Elayne le fece eco. «E quel... quel cadavere, Sheriam Sedai?» domandò invece Nynaeve. «Il... il Senzanima? Hai scoperto chi l'ha ucciso? E per quale motivo si trovava nella Torre?» Sheriam strinse le labbra. «Tu, Nynaeve, fai un passo avanti e subito uno indietro. Noto che Elayne non si è mostrata sorpresa, quindi gliene avete parlato... eppure vi avevo ordinato di non dire niente a nessuno! Così sono sette, le persone nella Torre che sanno dell'uomo ucciso oggi nei quartieri delle novizie, fra cui due uomini che non sanno più di questo. Ma sanno di
dover tenere chiusa la bocca. Se non date peso a un ordine della Maestra delle Novizie... e in questo caso v'insegnerò io... forse ubbidirete a un ordine dell'Amyrlin Seat. Di questa faccenda non dovete parlare a nessuno, tranne la Madre e me. L'Amyrlin non tollera che altre voci si aggiungano a quelle con cui già abbiamo a che fare. Sono stata chiara?» Il tono deciso provocò un coro di "Sì, Sheriam Sedai!"... ma Nynaeve non si lasciò fermare. «Sette, hai detto, Sheriam Sedai. Più l'assassino. E forse vittima e assassino hanno avuto aiuti per entrare nella Torre.» «La faccenda non ti riguarda» replicò Sheriam, con un'occhiata che comprendeva anche le altre. «Farò io le domande che bisognerà fare su questo uomo. Voi dimenticherete qualsiasi cosa sapete di un cadavere. Se scopro che ve ne interessate ancora... be', esistono cose peggiori che pulire pentole. E non accetterò scuse. Ho udito altre domande?» «No, Sheriam Sedai.» Stavolta, con sollievo di Egwene, anche Nynaeve si unì al coro. Ma non era un gran sollievo. L'occhio attento di Sheriam avrebbe reso doppiamente difficile portare a termine la ricerca dell'Ajah Nera. Per un momento Egwene si sentì sull'orlo d'una risata isterica: se non le avesse scoperte l'Ajah Nera, ci avrebbe pensato Sheriam. Sentì svanire l'impulso a ridere. Se Sheriam stessa non apparteneva all'Ajah Nera. Non riuscì a scacciare questo pensiero. Sheriam annuì. «Bene, allora. Adesso venite con me.» «Dove?» domandò Nynaeve; e soggiunse: «Sheriam Sedai» solo un attimo prima che l'altra socchiudesse gli occhi. «Hai dimenticato» disse Sheriam, con voce tesa «che nella Torre la Guarigione avviene sempre in presenza di coloro che ci portano i loro ammalati?» Egwene pensava che la Maestra delle Novizie avesse esaurito la riserva di pazienza, ma non riuscì a trattenersi. «Allora intende Guarirlo!» sbottò. «L'Amyrlin Seat in persona, fra altre, penserà a lui» replicò Sheriam, con viso inespressivo quanto il tono. «Avevi motivo di dubitarne?» Egwene riuscì solo a scuotere la testa. «Allora sprechi la vita del tuo amico, perdendo tempo qui. E non si fa aspettare l'Amyrlin Seat.» Tuttavia, malgrado queste parole, Egwene ebbe l'impressione che l'Aes Sedai non avesse proprio alcuna fretta. 18 Guarigione
Lampade in staffe di ferro alla parete illuminavano i corridoi del sottosuolo della Torre. Sheriam e le tre ragazze passarono davanti a porte chiuse, alcune a catenaccio, altre così ben mimetizzate da restare invisibili finché non si arrivava proprio davanti. Aperture buie segnavano la maggior parte dei corridoi trasversali, mentre in fondo ad altri si scorgeva solo il debole bagliore di luci lontane e assai distanziate. Non si vedevano altre persone. In quei locali perfino le Aes Sedai scendevano di rado. L'aria non era né fredda né calda, ma Egwene rabbrividì ugualmente e nello stesso tempo sentì un rivolo di sudore lungo la schiena. Proprio laggiù, nei profondi sotterranei della Torre Bianca, le novizie affrontavano la prova finale: o diventavano Ammesse, o erano mandate via dalla Torre. Laggiù, superata la prova conclusiva, le Ammesse pronunciavano i Tre Giuramenti. Nessuno, si rese conto Egwene, le aveva mai detto che cosa accadeva a un'Ammessa che fallisse la prova. Laggiù, da qualche parte, c'era la stanza dove si conservavano i pochi angreal e sa'angreal della Torre e le sale con i ter'angreal. In quei magazzini l'Ajah Nera aveva colpito. E se qualche donna dell'Ajah Nera era in attesa in quei tenebrosi corridoi trasversali, se Sheriam le guidava non da Mat, ma... Si lasciò sfuggire uno strillo, perché Sheriam si era fermata all'improvviso; mentre le altre la guardavano curiosamente, divenne rossa. «Pensavo all'Ajah Nera» spiegò con voce fioca. «Smettila di pensarci» disse Sheriam; e, per una volta, parve quella d'un tempo, gentile, anche se decisa. «Ancora per molti anni non dovrete preoccuparvi dell'Ajah Nera. Voi avete ciò che a noi manca: tempo, ancora molto tempo, prima di occuparvene. Appena entriamo, restate contro la parete e fate silenzio. Vi è concesso di presenziare, non di distrarre né d'interferire.» Aprì una porta rivestita di metallo grigio lavorato in modo da avere l'aspetto della pietra. La stanza, quadrata e spaziosa, aveva pareti spoglie, di pietra chiara. L'unico arredamento era un lungo tavolo di pietra, coperto di panno bianco, al centro della stanza. Mat, senza giubba e stivali, era disteso sul tavolo; aveva gli occhi chiusi e il viso così smagrito che a Egwene venne voglia di piangere. Respirava affannosamente, con una sorta di fischio rauco.
Alla cintura portava il fodero col pugnale proveniente da Shadar Logoth; il rubino incastonato sull'elsa pareva raccogliere la luce e brillava come un infocato occhio rosso, malgrado la decina di lampade che si riflettevano sulle pareti chiare e le bianche piastrelle del pavimento. L'Amyrlin Seat e Leane erano ferme accanto a Mat, la prima alla testa, l'altra ai piedi. Quattro Aes Sedai erano lungo un lato del tavolo e tre lungo l'altro. Sheriam si unì a queste ultime. Una di loro era Verin. Egwene riconobbe Serafelle, anche lei dell'Ajah Marrone, e Alanna Mosvani, della Verde, e Anaiya, dell'Ajah Azzurra. Alanna e Anaiya le avevano dato alcune lezioni su come aprirsi alla Vera Fonte, come abbandonarsi a Saidar per meglio controllarlo. E nel periodo fra il primo arrivo alla Torre e la partenza, Anaiya l'aveva esaminata almeno cinquanta volte per stabilire se era una Sognatrice. Gli esami non avevano dimostrato niente, in un senso o nell'altro, ma la gentile Anaiya, dal viso bruttino, con quel caldo sorriso che costituiva la sua unica bellezza, aveva continuato a convocarla per altre prove, implacabile come un macigno che rotoli lungo il pendio d'una montagna. Le altre Aes Sedai le erano sconosciute, a parte una donna dagli occhi gelidi che riteneva dell'Ajah Bianca. L'Amyrlin Seat e la Custode degli Annali indossavano la stola, naturalmente, ma nessuna delle altre aveva segni distintivi, a parte l'anello col Gran Serpente e il viso senza età. Nessuna di loro rivolse più d'una rapida occhiata a lei e alle sue compagne. Malgrado la loro calma esteriore, Egwene ritenne di scorgere, nelle donne intorno al tavolo, segni d'incertezza: le labbra serrate di Anaiya; una leggera ruga sul bel viso scuro di Alanna. La donna dagli occhi gelidi continuava a lisciarsi sui fianchi la veste azzurro chiaro e pareva non rendersi conto del gesto. Un'Aes Sedai che Egwene non conosceva sistemò sul tavolo un cofano di legno lucido, lungo e stretto, e lo aprì. Dall'imbottitura di seta rossa l'Amyrlin prese una verga bianca, scanalata, lunga un braccio. Pareva d'osso o d'avorio, ma non era né dell'uno né dell'altro. Nessuno al mondo sapeva di quale materiale fosse fatta. Egwene non l'aveva mai vista, ma la riconobbe dalla lezione che Anaiya aveva tenuto alle novizie. La verga era uno dei pochi sa'angreal, forse il più potente, che la Torre possedeva. I sa'angreal ovviamente non avevano potere intrinseco - erano semplici utensili per concentrare e aumentare il Potere che un'Aes Sedai riusciva a incanalare - ma con quella verga un'Aes Sedai poteva sbriciolare le mura di Tar Valon.
Egwene strinse la mano di Nynaeve da una parte e di Elayne dall'altra. Luce santa, si disse, le Aes Sedai non erano sicure di Guarire Mat, neppure con un sa'angreal... con il loro sa'angreal più potente! Se loro tre avessero tentato di Guarirlo, probabilmente l'avrebbero ucciso e avrebbero perso la vita! «Unirò io i flussi» disse l'Amyrlin. «Usate cautela. Il Potere necessario per spezzare il legame con il pugnale e per Guarire il danno già provocato è molto vicino a quello che può ucciderlo. Lo concentrerò io. Assistetemi.» Sollevò a due mani la verga, proprio davanti a sé, sopra il viso di Mat. Sempre incosciente, Mat scosse la testa, serrò il pugno sull'elsa del pugnale e borbottò qualche parola che parve un rifiuto. Intorno a ogni Aes Sedai comparve un alone, la tenue luce bianca visibile solo a donne in grado d'incanalare il Potere. A poco a poco gli aloni si diffusero fino a mescolarsi, divennero una luce sola che, agli occhi di Egwene, eliminò completamente quella delle lampade. E in quel bagliore c'era una luce ancora più intensa. Una barra di fuoco bianco come osso. Il sa'angreal. Egwene combatté l'impulso d'aprirsi a Saidar e aggiungere il suo flusso all'ondata. Era una spinta così forte che minacciava di gettarla a terra. Elayne strinse la mano di Egwene. Nynaeve mosse un passo verso il tavolo, si fermò scuotendo rabbiosamente la testa. Sul tavolo, Mat si dibatteva e borbottava parole incomprensibili. Ma non allentò la stretta sul pugnale e rimase a occhi chiusi. Lentamente, molto lentamente, cominciò a inarcare la schiena, a tendere i muscoli fino a farli vibrare. Continuò a lottare e a ribellarsi, finché toccò il tavolo soltanto con le spalle e i talloni. Aprì di scatto la mano e, tremando, l'allontanò a poco a poco dall'elsa: si ribellava, ma era costretto a staccarla. Snudò i denti in un ringhio, in una smorfia di sofferenza, e respirò con ansiti rauchi. «Lo uccidono» mormorò Egwene. «L'Amyrlin lo uccide! Dobbiamo fare qualcosa.» «Se le fermiamo... se riuscissimo a fermarle... Mat morirebbe» disse Nynaeve, anche lei in un bisbiglio. «Non credo di riuscire a manipolare nemmeno la metà di tutto quel Potere.» Esitò, come se si fosse appena resa conto del significato delle proprie parole... metà del Potere incanalato da dieci Aes Sedai mediante un sa'angreal... e proseguì a voce ancora più bassa: «La Luce m'aiuti, voglio farlo.» Tacque di colpo. Cosa intendeva dire? Voleva aiutare Mat oppure incanalare quell'enorme flusso di Potere? Egwene sentiva in sé lo stesso impul-
so, simile a musica che la spingesse a danzare. «Dobbiamo fidarci di loro» disse finalmente Nynaeve, in un bisbiglio carico di tensione. «Mat non ha altre possibilità.» All'improvviso Mat gridò, con forza: «Muad'drin tia dar attende caba'drim rhadiem!» Tutto inarcato, dibattendosi, a occhi chiusi, gridò chiaramente le parole: «Los Valdar Cuebiyari! Los! Carai an Caldazar! Al Caldazar!» Egwene corrugò la fronte. Aveva riconosciuto la Lingua Antica, ma capì solo qualche parola. Carai an Caldazar! Al Caldazar! "Per l'onore dell'Aquila Rossa! Per l'Aquila Rossa!" Antiche grida di guerra del Manetheren, una nazione scomparsa durante le Guerre Trolloc. Una nazione che si trovava dove ora c'erano i Fiumi Gemelli. Non sapeva altro; ma per un istante ebbe l'impressione che avrebbe dovuto capire anche il resto, come se il significato fosse appena fuori vista e le sarebbe bastato girare la testa per capirlo. Con un rumoroso schiocco di cuoio strappato il pugnale si staccò dalla cintura di Mat e rimase librato su di lui, a un piede d'altezza. Il rubino scintillò, parve proiettare scintille cremisi, come se anch'esso si ribellasse alla Guarigione. Mat spalancò gli occhi e guardò con odio le donne in piedi intorno a lui. «Mia ayende, Aes Sedai! Caballein misain ye! Inde muagdhe Aes Sedai misain ye! Mia ayende!» E cominciò a urlare, un ruggito rabbioso che parve interminabile. Anaiya si chinò in fretta a prendere da sotto il tavolo un pesante cofano di metallo scuro. Lo posò accanto a Mat e lo aprì: c'era uno spazio assai limitato fra pareti spesse almeno due pollici. Anaiya si chinò ancora a prendere un paio di molle simili a quelle che una massaia userebbe in cucina e afferrò il pugnale librato a mezz'aria, con la cautela che avrebbe usato per un serpente velenoso. Le grida di Mat divennero frenetiche. Il rubino brillò furiosamente, emise lampi rosso sangue. Anaiya depose nel cofano il pugnale e chiuse il coperchio; solo allora emise un gran sospiro. «Che cosa ripugnante!» disse. Mat smise di gridare e si accasciò, come se muscoli e ossa gli si fossero liquefatti. L'attimo seguente, l'alone intorno alle Aes Sedai si spense. «Fatto» disse l'Amyrlin, con voce roca, come se fosse stata lei a urlare. «È fatto.» Alcune Aes Sedai barcollavano visibilmente e più d'una aveva la fronte
imperlata di sudore. Anaiya si tolse dalla manica un fazzoletto di lino e si asciugò il viso. La Sorella Bianca si tamponò quasi di nascosto le guance, con un merletto del Lugard. «Affascinante» disse Verin. «Non credevo che il Sangue Antico potesse scorrere con tanta forza, ai giorni nostri.» Accostò la testa a quella di Serafelle e parlottarono, gesticolando molto. «È Guarito?» disse Nynaeve. «Sopravvivrà?» Mat pareva addormentato, ma il suo viso era sempre magro e smunto. Eppure, si disse Egwene, la Guarigione avrebbe dovuto rimetterlo completamente in sesto. A meno che tutto il Potere adoperato dalle Aes Sedai non fosse servito solo a separare Mat dal pugnale. «Brendas» disse l'Amyrlin «ti dispiace farlo portare nella sua stanza?» «Agli ordini, Madre» rispose l'Aes Sedai dagli occhi gelidi, con una riverenza serafica come lei stessa. Uscì a chiamare i barellieri. Anche altre, compresa Anaiya, lasciarono la sala. Verin e Serafelle uscirono subito dopo, continuando a discutere a bassa voce: Egwene non riuscì a capire di che cosa parlassero. «Mat sta bene?» domandò ancora Nynaeve. Sheriam si accigliò. L'Amyrlin Seat si girò verso di loro. «Meglio di così non può stare» disse freddamente. «Solo il tempo potrà dire se è guarito. Ha tenuto a lungo su di sé un oggetto con la contaminazione di Shadar Logoth... impossibile predire le conseguenze. Staremo a vedere. Ma il legame col pugnale è stato spezzato. Ora ha bisogno di riposo e di tutto il cibo che riuscirà a mangiare. Dovrebbe sopravvivere.» «Madre, cos'ha gridato?» domandò Elayne. «Se posso chiederlo» soggiunse in fretta. «Disponeva soldati» rispose l'Amyrlin Seat, con un'occhiata perplessa a Mat, ancora disteso sul tavolo. Non si era più mosso, da quando si era accasciato, ma secondo Egwene respirava con maggiore facilità e il suo petto si alzava e si abbassava ritmicamente. «In una battaglia combattuta duemila anni fa, direi» proseguì l'Amyrlin. «Il Sangue Antico ritorna.» «Le parole non riguardavano solo una battaglia» disse Nynaeve. «L'ho udito nominare le Aes Sedai. Madre» soggiunse tardivamente. Per un momento l'Amyrlin parve riflettere, incerta se dare o no spiegazioni. «Credo che per una volta» disse infine «il passato e il presente fossero un tutt'uno. Lui era là ed era qui; e sapeva chi siamo. Ci ha ordinato di rilasciarlo.» Esitò ancora. «"Sono un uomo libero, Aes Sedai. Non sono carne per Aes Sedai." Ecco cos'ha detto.»
Leane sbuffò e alcune altre Aes Sedai borbottarono rabbiosamente sottovoce. «Ma non poteva parlare sul serio, Madre» disse Egwene. «Il Manetheren era alleato di Tar Valon.» «Il Manetheren era nostro alleato, bambina, ma chi può conoscere il cuore di un uomo? Neppure lui stesso, sospetto. L'uomo è l'animale più facile da mettere al guinzaglio e il più difficile da tenere incatenato. Anche se lui stesso lo sceglie.» «Madre, è tardi» intervenne Sheriam. «Le cuoche saranno in attesa di queste aiutanti.» «Madre» disse ansiosamente Egwene «non potremmo stare con Mat? Se corre ancora il rischio di morire...» Con sguardo fermo, viso inespressivo, l'Amyrlin rispose: «Hai altro da fare, bambina.» Egwene fu sicura che non si riferiva alle pentole da pulire. «Sì, Madre» disse. Piegò il ginocchio nella riverenza, sfiorando con le sottane quelle di Nynaeve e di Elayne, che l'avevano imitata. Guardò ancora una volta Mat e seguì Sheriam. Mat ancora non si era mosso. 19 Risveglio
Mat aprì lentamente gli occhi e fissò il soffitto intonacato di bianco; si domandò dove si trovasse e come vi fosse giunto. Un'intricata frangia di foglie dorate bordava il soffitto e il materasso pareva imbottito di piume. Una casa ricca, allora, si disse. Di gente piena di denaro. Ma non ricordava né il dove né il come, né tante altre cose. Aveva sognato e brandelli dei sogni ancora gli si rincorrevano nella memoria. Non riusciva a separarli. Folli fughe e combattimenti, persone bizzarre che provenivano di là dell'oceano, Vie e Pietre Portali, frammenti d'altre vite, cose che parevano uscite dalle storie dei menestrelli... questi erano sogni di sicuro. Almeno, così pensava. Ma Loial non era un sogno... e Loial era un Ogier. Brandelli di conversazione gli galleggiavano nei pen-
sieri, discorsi con suo padre, con amici, con Moiraine, e con una donna bellissima, e con il capitano di una nave, e con un uomo ben vestito che gli parlava come un padre che dia saggi consigli. Probabilmente queste parti erano reali. Ma erano pur sempre frammenti e brandelli. Che si muovevano alla deriva. «Muad'drin tia dar allende caba'drin rhadiem» mormorò. Parole che per lui erano semplici suoni, eppure stimolarono... qualcosa. Le fitte schiere di lancieri si estendevano per un miglio o più, da entrambi i lati, sotto di lui, punteggiate di pennoni e di stendardi di paesi e di città e di Case minori. Il fiume gli proteggeva il fianco sinistro, le paludi e gli acquitrini il destro. Dal pendio guardò i lancieri affannarsi contro le orde di Trolloc che tentavano d'aprirsi un varco, dieci volte più numerosi degli uomini. Le lance trafiggevano nere cotte di maglia e asce aprivano varchi sanguinosi nelle fila dei soldati. Grida e urla straziavano l'aria. Il sole ardeva nel cielo sereno e il riflesso del calore si levava sopra la linea di battaglia. Dal nemico grandinavano ancora frecce che uccidevano indifferentemente uomini e Trolloc. Lui aveva richiamato gli arcieri, ma i Signori del Terrore non badavano alle vittime, pur di sfondare la linea. Sulla cresta accanto a lui, la Guardia Scelta aspettava l'ordine e i cavalli battevano nervosamente gli zoccoli. Le armature d'uomini e cavalli scintillavano d'argento al sole; né uomini né animali avrebbero potuto sopportare più a lungo il calore. Dovevano vincere lì o morire. Lui aveva fama di giocatore d'azzardo: era tempo di lanciare i dadi. Con voce che superava il tumulto, diede l'ordine e montò in sella. «Fanti pronti a far passare i cavalieri!» L'alfiere cavalcava accanto a lui e lo stendardo con l'Aquila Rossa gli garriva sopra la testa, mentre l'ordine era ripetuto lungo la linea. In basso, i lancieri si mossero all'improvviso, tirandosi di lato con buona disciplina, serrando la formazione e spalancando ampi varchi. Varchi in cui si riversarono i Trolloc, con ruggiti animaleschi, simili a nera marea di morte. Lui sguainò la spada, la tese in alto. «Avanti la Guardia!» Diede di tallone e il destriero si lanciò lungo il pendio. Udì alle proprie spalle il rombo di cavalli alla carica. «Avanti!» Fu il primo a colpire i Trolloc, muovendo in continuazione la spada, seguito da presso dal suo alfiere. «Per l'onore dell'Aquila Rossa!» La Guardia s'infilò nei varchi fra i lancieri, colpì la marea in arrivo, la respinse. «L'Aquila Rossa!» Facce per metà umane ringhiarono contro di lui, spade dalla bizzarra curvatura cercaro-
no di colpirlo, ma lui penetrò sempre più a fondo. Vincere o morire. «Manetheren!» Mat si portò alla fronte la mano scossa da tremiti. «Los Valdar Cuebiyari» borbottò. Era quasi sicuro di sapere il significato di questa frase... "Avanti la Guardia!" o forse "La Guardia andrà avanti"... ma gli pareva impossibile. Moiraine gli aveva detto alcune parole della Lingua Antica e lui sapeva solo quelle. Il resto poteva anche essere ciarlio di gazza. «Quella è pazza» disse, rauco. «Probabilmente non è neppure la Lingua Antica. Solo parole inintelligibili. Quell'Aes Sedai è pazza. Era solo un sogno.» Aes Sedai. Moiraine. A un tratto si accorse del polso fin troppo magro, della mano ossuta, e li guardò. Era stato ammalato. Una malattia che aveva a che fare con un pugnale. Un pugnale con un rubino incastonato nell'elsa e una città morta da tempo, chiamata Shadar Logoth. Era un ricordo confuso e remoto, privo di senso; ma lui sapeva che non era un sogno. Egwene e Nynaeve lo portavano a Tar Valon perché fosse Guarito. Questo lo ricordava. Cercò di alzarsi a sedere, ricadde all'indietro, debole come un agnellino appena nato. Faticosamente si tirò su e scostò la coperta di lana. Era nudo: forse i vestiti si trovavano nell'armadio intagliato a tralci, posto contro la parete. Per il momento se ne disinteressò. Si mise in piedi, barcollò sul tappeto a fiori, si aggrappò a una poltrona dall'alto schienale; da lì, sempre malfermo, andò al tavolo adorno di volute dorate sulle gambe e sugli angoli. Candele di cera d'api, quattro per candeliere, e piccoli specchi dietro le fiammelle, illuminavano vivacemente la stanza. Uno specchio più grande, appeso alla parete, sopra il lucido lavabo, gli restituì l'immagine d'un giovanotto magrissimo e consunto, dalle guance incavate e dagli occhi infossati, dai capelli madidi, curvo come un vecchio, ondeggiante come erba da foraggio nelle brezza. Mat si costrinse a stare dritto, ma la sua figura non migliorò di molto. Sentiva provenire, dal vassoio sul tavolo, un buon profumo di cibi. Scostò il panno che copriva il vassoio; vide due grosse caraffe d'argento e dei piatti di sottile porcellana verde. Aveva sentito dire che il Popolo del Mare comprava a peso d'argento quella porcellana. Si era aspettato brodino di manzo o panini dolci, il genere di cose che si danno ai malati. Invece un piatto conteneva una bella pila di fette d'arrosto di vitello, con mostarda scura e barbaforte. Negli altri c'erano patate arrostite, fagioli con cipolle,
cavoli, piselli. Sottaceti e una punta di formaggio giallino. Grosse fette di pane croccante e un piattino di burro. Una caraffa era piena di latte e aveva ancora goccioline di condensa all'esterno; l'altra conteneva un liquido che profumava di vino speziato. Di tutto c'era quanto bastava per quattro uomini. Mat sentì l'acquolina in bocca e il brontolio dello stomaco. Prima però voleva scoprire dove si trovava. Arrotolò una fetta d'arrosto, la tuffò nella mostarda e si avvicinò a una delle tre finestre, alte e strette. Erano chiuse da scuri di legno intagliati come merletto, ma dai fori si vedeva che era notte. Luci d'altre finestre punteggiavano il buio. Per un momento Mat si abbandonò contro il davanzale di pietra bianca, deluso; poi si mise a riflettere. Suo padre diceva sempre che, riflettendo, si poteva volgere a proprio vantaggio anche la peggiore delle situazioni... e di certo Abell Cauthon era il miglior mercante di cavalli dei Fiumi Gemelli. Quando pareva che il suo antagonista fosse in posizione di vantaggio, si scopriva sempre che gli era toccata invece la parte scivolosa del bastone. Abell Cauthon sì comportava onestamente, ma non si lasciava fregare nemmeno dalla gente di Taren Ferry... e tutti sapevano come quelli là tagliassero assai vicino all'osso. Abell Cauthon rifletteva, prima di agire, ed esaminava per bene la situazione, da ogni lato. Tar Valon, si disse Mat. Si trovava di sicuro a Tar Valon. La stanza era degna d'un palazzo. Il tappeto a fiori di fattura domanese probabilmente costava da solo quanto una fattoria. E poi, lui non credeva d'essere ancora ammalato e sapeva che solo a Tar Valon avrebbe avuto la possibilità di riacquistare la salute. A dire il vero, non si era mai sentito ammalato, neppure quando Verin (altro nome emerso dai suoi confusi ricordi) aveva detto a qualcuno lì vicino che lui era in fin di vita. Ora si sentiva debole come un neonato e affamato come un lupo a pancia vuota; ma in qualche modo era sicuro che l'avessero Guarito. Si sentiva... proprio bene, ecco. Era stato Guarito. Rivolse una smorfia agli scuri. Guarito. Significava che avevano usato su di lui l'Unico Potere. All'idea si sentì venire la pelle d'oca, ma sapeva che sarebbe accaduto. «Meglio che morire» disse ad alta voce. «Perfino Nynaeve pensava che sarei morto. Comunque, ormai è fatta e non serve a niente preoccuparsi.» Intanto aveva mangiato tutta la fetta d'arrosto e si leccava le dita. Incerto sulle gambe, tornò al tavolo. Vide sotto il piano uno sgabello, lo spostò e si sedette. Senza prendersi la briga d'usare coltello e forchetta, arrotolò un'altra fetta d'arrosto. Intanto si domandò come volgere a proprio
vantaggio il fatto di trovarsi a Tar Valon... e nella Torre Bianca, se non si sbagliava di grosso. Tar Valon significava Aes Sedai. Di sicuro questo non era motivo per trattenersi anche solo un'ora. Anzi, al contrario. Il poco che ricordava del tempo trascorso con Moiraine, e in seguito con Verin, non gli consigliava di trattenersi. Nessuna delle due, a quanto ricordava, aveva mai fatto nulla di veramente terribile... ma tutti i suoi ricordi erano frammentari, quindi non poteva esserne sicuro. E poi, qualsiasi cosa facessero, le Aes Sedai avevano sempre i propri motivi. «E non sempre sono i motivi che si pensa» borbottò, con la bocca piena di patatine. «Un'Aes Sedai non mente mai, ma non sempre la sua verità è quella che ci sì aspetta. Ecco una cosa da ricordare: non posso essere sicuro di loro, neppure quando sono convinto di sapere.» Non era una conclusione che rallegrasse lo spirito. Mat si riempì la bocca, stavolta di piselli. Pensando alle Aes Sedai, ricordò qualche altra cosa su di loro. Le sette Ajah, Azzurra, Rossa, Marrone, Verde, Gialla, Bianca e Grigia. Le Sorelle Rosse erano le peggiori. A parte quelle dell'Ajah Nera, di cui però tutte negavano l'esistenza. Ma in teoria per lui l'Ajah Rossa non costituiva una minaccia: s'interessava soltanto agli uomini in grado d'incanalare il Potere. Rand. Maledizione, come aveva fatto a dimenticarlo? Chissà dove si trovava. Chissà se stava bene. Sospirò tristemente e spalmò del burro sopra una fetta di pane ancora caldo. Chissà se Rand era già impazzito. Se anche avesse saputo le risposte, non avrebbe potuto fare niente per aiutare Rand. E non era sicuro che avrebbe fatto qualcosa, anche se avesse potuto. Rand era in grado d'incanalare e Mat era cresciuto ascoltando storie di uomini che incanalavano, storie per spaventare i bambini. Storie che spaventavano anche gli adulti, perché alcune erano fin troppo vere. Scoprire che Rand poteva incanalare era stato come scoprire che il suo migliore amico torturava animali e uccideva bambini. Alla fine ci si credeva e allora era difficile considerarlo ancora un amico. «Devo badare a me stesso» disse con rabbia. Si accorse con sorpresa che la caraffa era vuota: aveva bevuto tutto il vino. Allora si versò del latte. «Nynaeve e Egwene vogliono diventare Aes Sedai» continuò. «Rand segue Moiraine e si proclama il Drago Rinato. Solo la Luce sa cosa combina Perrin. Da quando ha cambiato il colore degli occhi, sembra impazzito. Devo badare a me stesso.» Maledizione, dei tre era l'ultimo ancora sano di mente. Tar Valon. Era considerata a ragione la più ricca città del mondo ed era
il centro dei commerci fra le Marche di Confine e il meridione, il centro del potere delle Aes Sedai. Ma lui non credeva di poter convincere un'Aes Sedai a giocare d'azzardo... e se ne avesse convinta una, non si sarebbe fidato dei dadi e delle carte. Ma di sicuro a Tar Valon c'erano mercanti pieni d'argento e d'oro. Doveva fermarsi per qualche giorno, la città stessa ne valeva la pena. Si era allontanato parecchio dai Fiumi Gemelli, ma non ricordava niente delle grandi città, a parte vaghe immagini di Caemlyn e di Cairhien. Aveva sempre desiderato visitare una grande città. «Ma non piena di Aes Sedai» brontolò acidamente, raccogliendo gli ultimi piselli. Li mangiò e si servì un'altra porzione d'arrosto. Si domandò oziosamente se le Aes Sedai non potessero lasciargli il rubino incastonato nel pugnale di Shadar Logoth. Aveva un ricordo molto confuso del pugnale, ma anche così era come ricordare una terribile ferita. Si sentì annodare le viscere e una fitta acuta gli trapassò le tempie. Eppure aveva chiara l'immagine del rubino, grosso come l'unghia del pollice, scuro come goccia di sangue, brillante come occhio cremisi. Si sicuro aveva il diritto di reclamarlo, lui più di loro; e valeva almeno dieci fattorie. Probabilmente avrebbero detto che pure il rubino era contaminato, pensò. Ed era verosimile. Tuttavia immaginò di barattarlo con i migliori appezzamenti dei Coplin. Quasi tutti i Coplin - piantagrane dalla culla e spesso anche ladri e bugiardi - meritavano qualsiasi cosa accadesse loro e anche peggio. Ma lui in realtà non credeva che le Aes Sedai gli avrebbero restituito il rubino; e, se l'avesse riavuto, non aveva molta voglia di portarlo fino a Emond's Field. Inoltre, non era entusiasta come un tempo, all'idea di possedere la più vasta fattoria dei Fiumi Gemelli. Era stata la sua maggiore ambizione, oltre a quella d'essere riconosciuto abile quanto suo padre nel commercio di cavalli, ma ora la considerava un desiderio ben misero, con tutto il mondo in attesa fuori della porta. Per prima cosa, decise, avrebbe cercato Egwene e Nynaeve. Forse avevano ritrovato il buonsenso, forse avevano rinunciato alla stupida idea di diventare Aes Sedai. Non lo riteneva probabile, ma non poteva andarsene senza averle viste. Perché se ne sarebbe andato, era sicuro. Un saluto a loro, un giorno per visitare la città, forse una partita a dadi per imbottire un po' il borsello... e poi sarebbe andato da qualche parte, dove non ci fossero Aes Sedai. Prima di tornare a casa - sarebbe tornato, prima o poi - intendeva vedere il mondo... e senza dover ballare alla musica di qualche Aes Sedai. Frugò nel vassoio in cerca di bocconi e si rese conto con sorpresa d'ave-
re lasciato solo macchie d'unto e qualche briciola di pane e di formaggio. Le due caraffe erano vuote. Stupito, si guardò lo stomaco: con tutto quello che aveva mangiato, avrebbe dovuto sentirsi pieno fino alle orecchie. Invece gli pareva d'avere fatto solo uno spuntino. Raccolse le ultime briciole di formaggio. Mentre le portava alla bocca, impietrì. Aveva suonato il Corno di Valere! Sottovoce fischiettò un motivetto. Ricordò le parole e si bloccò. Sono in fondo al pozzo È notte e piove. Crollano le pareti e non c'è corda per risalire Sono in fondo al pozzo. «Sarà meglio che ci sia una maledetta corda per risalire» mormorò. Lasciò cadere sul vassoio le briciole di formaggio Per un momento si sentì di nuovo male. Cercò di riflettere, di penetrare la nebbia che gli ottenebrava la mente. Verin aveva portato a Tar Valon il Corno, lo ricordava; ma non ricordava se l'Aes Sedai sapesse che era stato lui a suonarlo. Verin non ne aveva mai parlato, ne era sicuro. Be', quasi. E se l'Aes Sedai sapeva tutto? A meno che Verin non avesse fatto qualcosa di cui lui era all'oscuro, adesso le Aes Sedai avevano il Corno. Non avevano più bisogno di lui. Ma chi poteva dire di che cosa le Aes Sedai pensavano d'avere bisogno? «Se mi fanno domande» disse, torvo «non l'ho mai toccato. Se sanno... Se sanno... ci penserò quando sarà il momento. Maledizione, non possono volere tutto, da me. Non possono!» Udì un leggero colpo alla porta. Si alzò, barcollando, pronto a scappare... se ci fosse stato un posto dove scappare e se fosse riuscito a fare più di tre passi. Ma non c'era. E lui non si reggeva in piedi. La porta si apri. 20 Visite
Una donna vestita in seta bianca e argento entrò, chiuse la porta e si appoggiò al battente, scrutò Mat, con gli occhi più neri che lui avesse mai visto. Era talmente bella da mozzare il fiato: capelli neri come la notte, trattenuti da una fascia d'argento finemente intessuta, atteggiamenti aggraziati da danzatrice. Mat ebbe l'impressione di conoscerla, ma scartò subito il pensiero: nessuno poteva dimenticare una donna così bella. «Un po' più in carne, saresti forse passabile» disse la donna. «Ma per il momento sarebbe meglio che ti coprissi.» Mat continuò a fissarla ancora un istante e a un tratto si rese conto d'essere nudo. Rosso in viso, andò al letto e si mise sulle spalle la coperta come se fosse un mantello, poi, più che sedersi, si lasciò cadere sul bordo del materasso. «Chiedo scusa per... voglio dire... insomma, non m'aspettavo...» Trasse un gran respiro. «Chiedo scusa per essermi fatto trovare in questo stato.» Si sentiva ancora bruciare le guance. Per un attimo desiderò che Rand o Perrin fossero lì a consigliarlo. Loro parevano cavarsela sempre, con le donne; lui invece, per quanto si sforzasse, riusciva ogni volta a fare la figura dello sciocco. Come era appena accaduto. «Non ti avrei fatto visita così all'improvviso, Mat; ma mi trovavo qui nella... nella Torre Bianca...» sorrise, come se il nome la divertisse «per altri motivi e desideravo vedervi tutti.» Mat arrossì di nuovo e si strinse nella coperta; ma pareva che lei non avesse intenzione di prenderlo in giro. Con la grazia d'un cigno si accostò al tavolo. «Sei affamato» proseguì. «Era prevedibile, visto come operano. Cerca di mangiare tutto quello che ti danno. Sarai sorpreso nel vedere con quanta rapidità ti rimetterai in carne e ritroverai le forze.» «Chiedo scusa» disse Mat, diffidente «ma ti conosco? Senza offesa, mi sembri... familiare.» Lei lo fissò e Mat si mosse a disagio, una donna come quella s'aspettava che chiunque la ricordasse. «Forse mi hai già visto» disse lei infine. «Da qualche parte. Puoi chiamarmi Selene.» Inclinò leggermente la testa; pareva aspettare che lui riconoscesse il nome. Mat aveva un vago ricordo: era convinto d'avere udito quel nome, ma
non sapeva né quando né dove. «Sei Aes Sedai, Selene?» domandò. «No» rispose lei, piano, ma con enfasi sorprendente. Per la prima volta Mat la studiò: ora riusciva a vedere qualcosa di più della semplice bellezza. La donna era alta quasi come lui, snella e forte. Mat non seppe darle un'età - un paio d'anni più di lui, forse, o anche dieci ma notò che non aveva la minima ruga. Portava una collana di lucide pietre bianche e d'argento intrecciato, che faceva il paio con l'ampia cintura, ma non aveva l'anello col Gran Serpente. Lui non avrebbe dovuto sorprendersi per la mancanza dell'anello (nessuna Aes Sedai avrebbe dichiarato schiettamente di non essere Aes Sedai) eppure si sorprese. La donna aveva una certa aria... una fiducia in sé, una sicurezza nel proprio potere... che non avrebbe sfigurato in una regina e che lui aveva associato subito con le Aes Sedai. «Per caso non sei una novizia, vero?» domandò. Aveva sentito dire che le novizie vestivano di bianco, ma in realtà non credeva che lei fosse una novizia. Al suo confronto, si disse, Elayne sarebbe parsa una sguattera. Elayne. Un altro nome che emergeva dalla confusione dei suoi ricordi. «Non direi proprio» rispose Selene, con una smorfia. «Mettiamola a questo modo: sono una persona i cui interessi coincidono con i tuoi. Queste... Aes Sedai intendono usarti; ma a te piacerà, penso, in linea di massima. E accetterai. Tu non hai bisogno di spinte, per cercare la gloria.» «Usarmi?» A volte, ricordò, aveva pensato che le Aes Sedai volessero usare Rand, non lui; maledizione, per lui non avevano alcun uso, non potevano averne! «Cosa vuoi dire? Io non conto niente. Non sono utile a nessuno, escluso me stesso. Quale gloria?» «Sapevo che l'accenno alla gloria ti avrebbe colpito. Te, su tutti.» Il suo sorriso gli faceva girare la testa. Mat si ravviò i capelli e afferrò al volo la coperta che era scivolata. «Le Aes Sedai non sono interessate a me» disse. Però aveva suonato il Corno, pensò; forse questo era motivo d'interesse. «Sono soltanto un contadino.» Forse lo ritenevano legato a Rand in qualche modo. Ma no, Verin aveva detto... Non era sicuro di che cosa avesse detto Verin... o Moiraine; ma riteneva che le altre Aes Sedai non sapessero di Rand. E voleva che la situazione perdurasse, almeno finché lui non fosse stato molto lontano da Tar Valon. «Sono un semplice campagnolo. Voglio vedere un poco il mondo e tornare alla fattoria di mio padre, nient'altro.» E pensò: "Cosa vorrà dire, parlando di gloria?". Selene scosse la testa, come se gli avesse letto nel pensiero. «Ancora non conosci la tua importanza» disse. «Un'importanza sicuramente supe-
riore a quella che ti attribuiscono queste cosiddette Aes Sedai. Puoi davvero conquistare la gloria, se ne sai quanto basta a non fidarti di loro.» «Tu di sicuro non ti fidi di loro» replicò Mat. Cosiddette? Ebbe un sospetto, ma non riuscì a esprimerlo. «Sei una...? Sei una...?» Non era il genere d'accusa da rivolgere a nessuno. «Un Amico delle Tenebre?» terminò lei, beffarda. Parve divertita, non arrabbiata. Sprezzante. «Uno di quei patetici seguaci di Ba'alzamon, che pensano di ricevere da lui immortalità e potere? Io non seguo nessuno. C'è un solo uomo al cui fianco potrei stare, ma non seguo nessuno.» Mat ridacchiò nervosamente. «No, certo» disse. Sangue e ceneri, pensò, se fosse stata un Amico delle Tenebre, non l'avrebbe certo ammesso; ma probabilmente avrebbe avuto un pugnale avvelenato. Lui ricordava vagamente una donna, un'Amica delle Tenebre, vestita come le dame della nobiltà e armata d'un micidiale stiletto. «Non intendevo una simile sciocchezza. Hai l'aria... Hai l'aria d'una regina. Ecco cosa volevo dire. Sei una dama?» «Mat, Mat, devi imparare a fidarti di me. Oh, ti userò anch'io... sei per natura troppo diffidente, soprattutto da quando hai tenuto su di te quel pugnale, perché mi convenga negarlo... ma ti farò guadagnare ricchezza, potere, gloria. Non ti costringerò. Sono sempre stata convinta che gli uomini agiscono meglio se convinti, anziché costretti. Queste Aes Sedai non hanno la minima idea della tua importanza e lui proverà a dissuaderti o cercherà di ucciderti, ma io posso darti ciò che desideri.» «Lui?» domandò Mat, in tono penetrante. "Uccidermi?" pensò. "Luce santa, davano la caccia a Rand, non a me. E come mai Selene è al corrente del pugnale? Immagino che ne sia al corrente tutta la Torre." «Chi è questo "lui" che vuole uccidermi?» Selene serrò le labbra, come se avesse parlato troppo. «Tu sai cosa vuoi, Mat» disse «e io lo so bene quanto te. Devi scegliere di chi fidarti, per ottenerlo. Io ammetto che ti userò. Le Aes Sedai non lo ammetteranno mai. Io ti guiderò alla ricchezza e alla gloria. Loro ti terranno legato al guinzaglio, finché non morirai.» «Dici un mucchio di cose, ma come faccio a sapere che sono vere? Come faccio a sapere che posso fidarmi di te e non di loro?» «Facendo attenzione a ciò che ti diranno e a ciò che non ti diranno. Ti diranno che tuo padre è stato a Tar Valon?» «Mio padre è stato qui?» «Un certo Abell Cauthon e un certo Tam al'Thor, a furia d'insistere, han-
no ottenuto udienza. Volevano sapere dov'eravate, tu e i tuoi amici. Siuan Sanche li ha rimandati nei Fiumi Gemelli, senza dire loro neppure che eravate vivi. Le Aes Sedai te lo diranno, se non sarai tu a domandarlo? Forse non te lo diranno nemmeno se domanderai, perché potresti fuggire per tornare a casa.» «Mio padre pensa che io sia morto?» disse lentamente Mat. «Gli si può far sapere che sei vivo. Me ne posso occupare io. Rifletti su chi merita fiducia, Mat Cauthon. Le Aes Sedai ti diranno che in questo stesso momento Rand al'Thor è in fuga e che Moiraine lo insegue? Ti diranno che l'Ajah Nera infesta la loro amata Torre Bianca? Ti diranno che intendono usarti?» «Rand è fuggito? Ma...» Forse Selene sapeva già che Rand si era proclamato il Drago Rinato, ma in ogni caso lui non le avrebbe detto niente. L'Ajah Nera! Sangue e ceneri! «Chi sei, Selene? Se non sei un'Aes Sedai, chi sei?» Lei nascose dietro un sorriso i propri segreti. «Ricorda solo che esiste un'altra scelta» disse. «Non devi essere il burattino della Torre Bianca né la preda degli Amici delle Tenebre di Ba'alzamon. Il mondo è più complesso di quanto non immagini. Per il momento fai come vogliono le Aes Sedai, ma ricorda che puoi scegliere. Lo ricorderai?» «Non mi pare d'avere la minima possibilità di scelta» replicò Mat, torvo. «Ma lo ricorderò, penso.» Selene lo fissò con occhi penetranti; dalla sua voce la benevolenza scivolò via come pelle di serpente nella muta. «Pensi? Non sono venuta per farti piacere, per sentirti parlare a questo modo, per farmi dire che pensi, Matrim Cauthon.» Protese la mano sottile. La mano era vuota e lei stava quasi al centro della stanza, ma Mat si piegò all'indietro, come se lei gli fosse addosso e stringesse un pugnale. Non sapeva spiegarsi la reazione, ma aveva scorto negli occhi di lei una minaccia ed era sicuro che fosse reale. Si sentì formicolare la pelle e gli tornò il mal di testa. All'improvviso formicolio e dolore svanirono; Selene girò di scatto la testa, come se avesse udito un rumore al di là delle pareti. Si accigliò un poco e abbassò la mano. Si rasserenò subito. «Parleremo di nuovo, Mat» disse. «Ho molto da dirti. Ricorda le scelte. Ricorda che molte mani vorrebbero ucciderti. Solo io posso garantirti la vita e tutto ciò che cerchi, se fai come dico.» Scivolò fuori della porta, con movimenti aggraziati e silenziosi, così com'era entrata.
Mat lasciò uscire il fiato. Colava sudore. Luce santa, chi era quella donna? Un'Amica delle Tenebre, forse. Ma aveva mostrato per Ba'alzamon lo stesso disprezzo che provava per le Aes Sedai. Gli Amici delle Tenebre parlavano di Ba'alzamon come un altro avrebbe parlato del Creatore. E lei non gli aveva detto di nascondere alle Aes Sedai la propria visita. Già, pensò Mat, cosa poteva dire? "Scusatemi, Aes Sedai, quella donna è venuta a farmi visita. Non era Aes Sedai, ma penso che avesse iniziato a usare su di me l'Unico Potere; ha detto di non essere Amica delle Tenebre, ma sosteneva che voi intendete usarmi e che nella vostra Torre c'è l'Ajah Nera. Oh, e ha detto che io sono importante. Come, non so. Non vi dispiace se ora me ne vado, vero?" Andarsene diventava di minuto in minuto l'idea migliore. Mat si lasciò scivolare goffamente dal letto e, stringendosi ancora nella coperta, barcollò fino all'armadio. Gli stivali erano sul ripiano inferiore; il mantello pendeva da un piolo, sotto la cintura con la borsa e il fodero con il coltello. Un semplice coltello di campagna, con lama robusta, ma pericoloso come qualsiasi stiletto elegante. Il resto degli abiti - due resistenti giubbe di lana, tre paia di brache, cinque o sei camicie di lino e la biancheria - era stato spazzolato o lavato a seconda della necessità e ripiegato per bene sui ripiani laterali. Mat tastò la borsa: il contenuto era ammucchiato su di un ripiano, insieme con la roba tolta dalle tasche. Spinse da parte una piuma di falco rosso, un sasso levigato e screziato di cui gli erano piaciuti i colori, il rasoio e il coltello da tasca, col manico d'osso; sciolse la corda d'arco, tenuta di scorta e usata per legare la borsa, e vide che in questo caso la sua memoria era stata fin troppo buona. «Due marchi d'argento e qualche monetina di rame» brontolò. «Con questi soldi non andrò molto lontano.» Un tempo gli sarebbe parsa una piccola fortuna, prima però di lasciare Emond's Field. Si chinò a guardare in fondo al ripiano. Dov'erano? Cominciò a temere che le Aes Sedai li avessero gettati via, come avrebbe fatto sua madre, se li avesse trovati. Poi sentì un'ondata di sollievo. Proprio in fondo, dietro la scatola con l'occorrente per accendere il fuoco e il gomitolo di corda per le trappole, trovò i due astucci di cuoio per i dadi. Gli astucci produssero un acciottolio, mentre lui li prendeva; ma Mat li aprì ugualmente. Tutto era a posto. Cinque dadi intagliati con i simboli per il gioco delle corone e cinque marcati con punti. Questi ultimi servivano per un certo numero di giochi, ma pareva che il gioco più diffuso fosse quello delle corone. Con i dadi, si disse Mat, i suoi due marchi si sarebbero
moltiplicati quanto bastava per portarlo lontano da Tar Valon. Dalle Aes Sedai e anche da Selene. Udì un colpo perentorio alla porta, subito seguito dal rumore del battente che si apriva. Si girò di scatto e vide entrare l'Amyrlin Seat e la Custode degli Annali. Le avrebbe riconosciute anche senza l'ampia stola a strisce dell'Amyrlin e la stretta stola azzurra della Custode. Le aveva viste una volta sola, molto lontano da Tar Valon; ma non poteva dimenticare le due Aes Sedai ai vertici della gerarchia. L'Amyrlin inarcò le sopracciglia vedendolo lì fermo, con la coperta sulle spalle, la borsa e i dadi in mano. «Non credo che ti serviranno, figliolo, ancora per un poco» disse, ironica. «Posa quella roba e torna a letto, prima di cadere lungo e disteso.» Mat esitò, irrigidì la schiena; ma le sue ginocchia scelsero proprio quel momento per vacillare e le due Aes Sedai lo guardavano come se leggessero ogni suo pensiero di ribellione. Seguì il loro consiglio e si avvolse nella coperta. Si distese dritto come un'asse, senza sapere bene cos'altro avrebbe potuto fare. «Come ti senti?» domandò vivacemente l'Amyrlin, toccandogli la testa. A Mat venne la pelle d'oca. L'Amyrlin aveva fatto uso dell'Unico Potere? O bastava il semplice tocco di un'Aes Sedai a provocargli quella sensazione di gelo? «Bene» rispose. «Sono pronto ad andare per la mia strada. Dico addio a Egwene e a Nynaeve e mi tolgo dai piedi. Voglio dire... e me ne vado... ah... Madre.» Moiraine e Verin non badavano al suo modo d'esprimersi, ma lei era l'Amyrlin Seat, in fin dei conti. «Sciocchezze» disse l'Amyrlin. Tirò accanto al letto la poltrona dall'alto schienale e si accomodò. Si rivolse a Leane: «Gli uomini non ammettono mai d'essere ammalati, finché non stanno tanto male da raddoppiare il lavoro delle donne. Poi sostengono che presto staranno bene, con identico risultato.» La Custode diede un'occhiata a Mat e annuì. «Sì, Madre; però costui non può sostenere di stare bene: si regge a stento in piedi. Almeno ha mangiato tutto ciò che c'era sul vassoio.» «Sarei stata sorpresa se avesse lasciato tante briciole da far gola a un canarino. Se non sbaglio, ha ancora fame.» «Gli farò portare una crostata, Madre. O qualche focaccia.» «No, credo che ora abbia mangiato il massimo che può trattenere. Se rimette tutto, non gli farà bene.»
Mat la guardò di storto. Secondo lui, se uno si ammalava, diventava invisibile per le donne, a meno che non dovessero proprio parlare con lui. E poi, gli toglievano almeno dieci anni, lo trattavano come un ragazzino. Sua madre, le sue sorelle, Nynaeve e l'Amyrlin Seat si comportavano tutte allo stesso modo. «Non ho affatto fame» dichiarò. «Sto benissimo. Se mi lasci vestire, ti dimostro quanto sto bene. Uscirò di qui prima che te ne accorgi.» Ora tutt'e due lo guardavano. Mat si schiarì la voce. «Ah... Madre» soggiunse. L'Amyrlin sbuffò. «Hai mangiato un pasto per cinque e per un bel po' di tempo ne mangerai ancora tre o quattro al giorno, come quello, altrimenti morirai di fame. Sei stato appena Guarito da un legame col male che uccise ogni uomo, donna e bambino di Andhol; in quasi duemila anni d'attesa, non si è affatto indebolito. Ti stava uccidendo, con la stessa certezza con cui ha ucciso loro. Non è come avere nel pollice una spina di pesce, ragazzo. Nel tentativo di salvarti, noi stesse abbiamo rischiato di ucciderti.» «Non ho fame» ribatté Mat, testardo. Ma fu smentito dal rumoroso brontolio dello stomaco. «Non ho sbagliato a giudicarti, la prima volta che t'ho visto» disse l'Amyrlin. «Ero sicura che saresti schizzato via come un martin pescatore spaventato, se pensavi che cercassero di trattenerti. Ho fatto bene a prendere precauzioni.» Mat guardò con diffidenza le due donne. «Precauzioni?» disse. Loro gli restituirono lo sguardo, serene. Mat provò l'impressione che i loro occhi lo inchiodassero al letto. «Ho appena trasmesso alle guardie ai ponti il tuo nome e la tua descrizione» disse l'Amyrlin. «E anche ai responsabili del porto. Non ti costringerò a stare nella Torre; ma non lascerai Tar Valon, finché non starai bene davvero. Se ti venisse in mente di nasconderti nella città, alla fine la fame ti farebbe uscire. Altrimenti, ti troveremmo noi, prima che tu muoia di fame.» «Perché hai tanta voglia di tenermi qui?» domandò Mat. Gli parve di udire la voce di Selene: "Vogliono usarti". «Perché ti preoccupi se muoio di fame? Posso nutrirmi da solo.» L'Amyrlin ridacchiò senza tanta allegria. «Con due marchi d'argento e qualche moneta di rame, figliolo? Dovresti avere davvero una gran fortuna a dadi, per comprare tutto il cibo di cui avrai bisogno nei prossimi giorni. Non Guariamo le persone perché poi sprechino la nostra fatica quando hanno ancora bisogno di cure. Inoltre, forse la Guarigione sarà ancora ne-
cessaria.» «Ancora? Hai detto d'avermi Guarito. Perché dovrei averne ancora bisogno?» «Figliolo, hai tenuto per mesi quel pugnale. Credo che abbiamo estirpato ogni traccia, ma se ci fosse sfuggito anche il più piccolo frammento, per te sarebbe fatale E chissà quali saranno gli effetti dovuti al prolungato contatto con il pugnale. Fra sei mesi, un anno, potresti rimpiangere di non avere a portata di mano un'Aes Sedai che ti Guarisca di nuovo.» «Vuoi che resti qui un anno?» replicò Mat, incredulo, alzando la voce. Leane si agitò e gli scoccò un'occhiata penetrante, ma l'Amyrlin non si scompose. «Forse non così a lungo, figliolo, ma quanto basta a essere sicuri. Di certo interessa anche a te. Faresti vela in una barca, senza sapere se il calafataggio terrà o se qualche tavola non sia marcia?» «Non ho avuto molto a che fare con le barche» borbottò Mat. Forse era vero, si disse. Le Aes Sedai non mentivano mai. Tuttavia c'erano troppi se e ma, nel suo caso. «Manco da casa da parecchio, Madre» proseguì. «Mio padre e mia madre mi riterranno morto.» «Se vuoi scrivere una lettera, provvederò a farla recapitale a Emond's Field.» Mat aspettò che proseguisse, ma restò deluso. «Grazie, Madre» disse allora. Provò a sorridere. «Sono sorpreso che mio padre non sia venuto a cercarmi È proprio il tipo.» Non ne fu sicuro, ma credette di cogliere nell'Amyrlin una breve esitazione, prima della risposta. «Infatti è venuto. Leane gli ha parlato.» Subito la Custode intervenne: «A quel tempo non sapevamo dov'eri, Mat. Gliel'ho detto e lui se n'è andato prima che iniziassero le grosse nevicate. Gli ho dato un po' d'oro per facilitargli il viaggio.» «Senza dubbio sarà contento di ricevere tue notizie» disse l'Amyrlin. «Anche tua madre sarà contenta. Scrivi la lettera e penserò io a farla consegnare.» Gliel'avevano detto. Ma aveva dovuto domandarlo lui. E non avevano accennato al padre di Rand. Forse pensavano che non gli interessasse, forse... Maledizione, chi poteva capire i motivi delle Aes Sedai? «Viaggiavo con un amico, Madie» disse. «Rand al'Thor. Lo ricorderai di certo. Sai se sta bene? Anche suo padre sarà preoccupato per lui.» «Per quanto ne so» disse con calma l'Amyrlin «il ragazzo sta abbastanza bene, ma chi può dirlo con esattezza? L'ho visto soltanto una volta, a Fal
Dara, quando ho visto te.» Si rivolse alla Custode. «Forse gli andrebbe bene un pezzo di crostata, Leane. E da bere, visto che non la smette più di parlare. Ti dispiace occupartene?» «Ai tuoi ordini, Madre» mormorò Leane, dirigendosi alla porta. L'Amyrlin si girò verso Mat: sorrideva, ma con occhi gelidi. «Ci sono argomenti che per te sarebbe pericoloso discutere... anche di fronte a Leane, forse. Una lingua troppo sciolta ha ucciso più persone delle tempeste improvvise.» «Pericoloso, Madre?» A un tratto Mat si sentì la bocca secca, ma dominò l'impulso di umettarsi le labbra. Fino a che punto era informata su Rand? Se solo Moiraine non avesse avuto tutti quei segreti! «Madre, non so niente di pericoloso. Non ricordo neppure la metà di ciò che sapevo.» «Ricordi il Corno?» «Quale corno, Madre?» L'Amyrlin si alzò e si stagliò su di lui, con un movimento così rapido che Mat quasi non se ne accorse. «Ti diverti a giocare con me, ragazzo, ma ti farò piangere e chiamare la mamma. Non ho tempo per i giochi e tu neppure. Allora... lo ricordi?» Mat si strinse nella coperta e deglutì. «Lo ricordo, Madre.» L'Amyrlin parve rilassarsi un poco; Mat si strinse nelle spalle, a disagio. Si sentiva come se l'avessero appena fatto scendere dal patibolo. «Bene. Questo è un bene, Mat.» Tornò a sedersi lentamente, scrutandolo. «Sei legato al Corno, lo sai?» Mat, sconvolto, ripeté in silenzio la parola "legato". L'Amyrlin annuì. «Non credevo che lo sapessi. Sei stato il primo a suonare il Corno di Valere, dopo il suo ritrovamento. Per te, il Corno evocherà dalla tomba gli eroi defunti. Per tutti gli altri, sarà soltanto un corno... finché tu sarai vivo.» Mat trasse un lungo respiro. «Finché sarò vivo» disse, con voce spenta. L'Amyrlin annuì. «Potevi lasciare che morissi» riprese Mat. Lei annuì di nuovo. «Allora l'avresti fatto suonare a chi volevi e il Corno sarebbe stato al suo servizio.» Un altro cenno d'assenso. «Sangue e ceneri! Tu vuoi che lo suoni per te! Quando inizierà l'Ultima Battaglia, vuoi che richiami dalla tomba gli eroi per combattere il Tenebroso per conto tuo. Maledizione e ancora maledizione!» L'Amyrlin appoggiò sul bracciolo il gomito e con la mano si sostenne il mento. Continuò a fissarlo. «Preferiresti l'alternativa?» Dopo un attimo di perplessità, Mat ricordò di quale alternativa si trattasse. Se un altro doveva suonare il Corno... «Vuoi che suoni il Corno? Va
bene, lo suonerò. Non ho mai detto che non lo avrei suonato, giusto?» «Mi ricordi mio zio Huan» sospirò l'Amyrlin, esasperata. «Nessuno riusciva a inchiodarlo. Anche lui amava il gioco d'azzardo e preferiva divertirsi, anziché lavorare. Morì tirando fuori da una casa in fiamme dei bambini. Avrebbe continuato, finché non li avesse salvati tutti. Sei come lui, Mat? Sarai lì, quando le fiamme divamperanno?» Mat non riuscì a sostenere il suo sguardo. Si fissò le dita che stuzzicavano nervosamente la coperta. «Non sono un eroe» replicò. «Faccio il mio dovere, ma non sono un eroe.» «Per la maggior parte coloro che chiamiamo eroi fecero solo il proprio dovere. Basterà, per il momento. Non devi parlare del Corno a nessuno, figliolo. Né accennare al tuo legame con esso.» "Per il momento?" pensò Mat. "Sarà tutto quello che avrai, maledizione, per il momento e per sempre." «Non intendevo parlarne a tutte le maledette...» iniziò. L'Amyrlin inarcò il sopracciglio e Mat usò un tono più calmo. «Vorrei che nessuno lo sapesse. Ma perché deve restare un segreto? Non ti fidi delle tue Aes Sedai?» Per un istante che gli parve eterno pensò d'essersi spinto troppo oltre. L'Amyrlin indurì il viso e il suo sguardo avrebbe potuto trinciare manici d'ascia. «Se potessi fare in modo che fossimo solo noi due a sapere» replicò, gelida «non ci penserei due volte. Più gente conosce una cosa, più questa si diffonde, anche con la migliore volontà del mondo. La maggior parte della gente crede che il Corno di Valere sia solo una leggenda; chi sa come stanno realmente le cose, crede che i Cercatori debbano ancora trovarlo. Ma a Shayol Ghul sanno che è stato trovato; quindi alcuni Amici delle Tenebre sono informati. Ma non sanno dove si trova e, la Luce risplenda su di noi, ignorano che l'hai suonato. Vuoi davvero che gli Amici delle Tenebre ti diano la caccia? Mezzi Uomini o altra Progenie dell'Ombra? Anche loro vogliono il Corno: funziona sia in favore dell'Ombra, sia in favore della Luce. Ma se lo vogliono per loro, devono catturarti o ucciderti. Vuoi correre questo rischio?» Mat avrebbe voluto avere una seconda coperta e magari anche una trapunta di piumino d'oca: a un tratto la stanza gli pareva freddissima. «Stai dicendo che gli Amici delle Tenebre potrebbero darmi la caccia anche qui? Pensavo che non potessero entrare nella Torre Bianca.» Ricordò le parole di Selene a proposito dell'Ajah Nera e si domandò come avrebbe risposto l'Amyrlin, se vi avesse accennato.
«Una buona ragione per stare qui, non credi?» disse lei. Si alzò e si lisciò le sottane. «Riposa, figliolo. Presto ti sentirai molto meglio. Riposa.» Uscì e si chiuse alle spalle la porta, senza fare rumore. Per un bel pezzo Mat rimase disteso a fissare il soffitto. Quasi non si accorse che una cameriera era entrata, aveva messo sul tavolo un pezzo di crostata e una caraffa di latte ed era uscita portando via il vassoio con i piatti vuoti. Sentì brontolare lo stomaco, al profumo di mele calde e di spezie, ma non vi badò. L'Amyrlin pensava di tenerlo come pecora nel recinto. E Selene... Luce santa, chi era, quella? E che cosa voleva? Aveva avuto ragione, in alcune cose; ma l'Amyrlin aveva detto di volerlo usare e in quale modo. Be', più o meno. C'erano troppi buchi, in ciò che aveva detto; e a lui la cosa non andava a genio. L'Amyrlin voleva qualcosa, Selene voleva qualcosa... e lui era la fune che le due tiravano. Avrebbe preferito affrontare i Trolloc, anziché essere preso in mezzo fra loro. Doveva esserci un modo per uscire da Tar Valon, per sgusciare dalle dita di tutt'e due. Attraversato il fiume, poteva tenersi fuori delle grinfie delle Aes Sedai e anche di Selene e degli Amici delle Tenebre. Ne era sicuro. Non doveva fare altro che riflettere sulla situazione, esaminarla da tutti i lati. Sul tavolo, la crostata divenne fredda. 21 Un mondo di sogni
Egwene si pulì le mani in una tovaglietta e intanto percorse a grandi passi il corridoio debolmente illuminato. Si era lavata le mani due volte, ma le sentiva ancora sporche di unto. Non aveva pensato che al mondo potessero esistere tante pentole. Per giunta, quello era il giorno della pulizia dei forni e c'erano stati secchi di cenere da portare via. E poi, tavoli da ripulire con sabbia finissima, fin quasi a sbiancarli, e pavimenti da grattare carponi. Aveva la veste macchiata di unto e di cenere. Si sentiva la schiena a pezzi e avrebbe voluto mettersi a letto; ma Verin, con la scusa di prendere un pasto da consumare in camera, era venuta nelle cucine e, passandole accanto,
le aveva mormorato di presentarsi da lei. Le stanze di Verin si trovavano sopra la biblioteca, in corridoi adoperati solo da qualche altra Sorella Marrone. L'aria era polverosa, come se le donne che vivevano in quella parte della Torre fossero troppo occupate in altre faccende per badare che la servitù pulisse con frequenza maggiore; e i corridoi seguivano percorsi bizzarri, a volte scendevano o salivano inaspettatamente. C'erano pochi arazzi, dai colori smorti, puliti di rado come tutto il resto. Molte lampade erano spente e quindi il corridoio era nella penombra quasi totale. Egwene pensò d'essere la sola a percorrerlo, ma scorse di sfuggita un lampo biancastro più avanti, dovuto al passaggio di una novizia o di una cameriera impegnata in qualche commissione. Udiva il ticchettio delle proprie scarpe sul pavimento a piastrelle bianche e nere, che provocava deboli echi. Il corridoio non era un luogo confortevole, per chi in quel momento pensava all'Ajah Nera. Egwene trovò ciò che Verin le aveva detto di cercare: una porta dai pannelli scuri, in cima a una salita, accanto a un arazzo polveroso raffigurante un re a cavallo che riceveva la resa di un altro sovrano. Verin le aveva anche detto i nomi dei due monarchi, morti centinaia d'anni prima della nascita di Artur Hawkwing, ma Egwene non li ricordava, come non ricordava i nomi delle nazioni da tempo scomparse che i due avevano governato. Però fino a quel momento non aveva visto altri arazzi che corrispondessero alla descrizione di Verin. Aveva l'impressione che, a parte il rumore dei suoi stessi passi, il corridoio fosse più deserto e più minaccioso di prima. Bussò alla porta ed entrò in fretta, appena udì un distratto «Chi è? Avanti!» Mosse un solo passo nella stanza e si fermò a occhi sgranati. Gli scaffali rivestivano quasi completamente le pareti, esclusa una porta che di certo immetteva nelle stanze interne e alcuni spazi dove erano appese mappe, spesso una sull'altra, e carte del cielo notturno. Egwene riconobbe alcune costellazioni, l'Aratro e il Covone di Fieno, l'Arciere e le Cinque Sorelle. Libri, fascicoli e rotoli di pergamena ricoprivano quasi ogni superficie piana; fra le varie pile, a volte anche sopra, erano disseminati oggetti bizzarri: curiosi marchingegni di vetro e di metallo, sfere e tubi allacciati e cerchi dentro cerchi, risaltavano fra ossa e teschi d'ogni forma e dimensione. Una sorta di civetta impagliata, non più grossa d'una mano, era posta sopra quello che pareva un teschio disseccato di lucertola ma che di sicuro era appartenuto a un altro animale, perché era più lungo di un braccio e aveva denti irregolari grossi come dita. Candelieri disposti alla rinfusa illumina-
vano malamente la stanza e in certi punti rischiavano d'appiccare fuoco a qualche fascicolo. La civetta batté le palpebre e Egwene sobbalzò. «Ah, sì» disse Verin. Sedeva a un tavolo ingombro e reggeva con cautela una pagina strappata. «Sei tu. Sì.» Notò l'occhiata alla civetta. «Tiene basso il numero di topi» spiegò con aria distratta. «Quelli rosicchiano la carte.» Si ricordò della pagina che teneva in mano. «Affascinante, questo documento. Rosei di Essam sosteneva che più di cento pagine di questo libro fossero scampate alla Frattura e le si può credere, poiché scriveva solo due secoli più tardi; ma oggi, per quanto ne so, esiste quest'unico frammento. Il libro conteneva segreti per cui il mondo, secondo Rosei, non era pronto e di cui lei non voleva parlare. Ho letto mille volte questa pagina, nel tentativo di scoprire che cosa Rosei volesse significare.» La piccola civetta ammiccò di nuovo; Egwene cercò di non guardare da quella parte. «Cosa c'è scritto, Verin Sedai?» domandò. Verin batté le palpebre, proprio come la civetta. «Cosa c'è scritto? È una traduzione diretta, bada bene, e pare quasi la recita d'un bardo, in Canto Aulico. Ascolta. "Cuore delle Tenebre. Ba'alzamon. Nome nascosto dentro un nome velato da un nome. Segreto sepolto in un segreto ammantato di segreto. Traditole della Speranza. Ishamael tradisce ogni speranza La verità brucia e cauterizza. La speranza viene meno di fronte alla verità. Una menzogna è il nostro scudo. Chi può affrontate il Cuore delle Tenebre? Chi può affrontare il Traditore della Speranza? Anima d'ombra, Anima dell'Ombra, lui è..."» Con un sospiro s'interruppe. «Termina qui. Cosa ne hai capito?» «Non so» rispose Egwene. «Non mi piace.» «E perché dovrebbe, bambina? Piacerti o risultarti comprensibile? L'ho studiato per quarant'anni e ancora non lo capisco.» Rimise con cura la pagina in una cartellina di pelle rigida, rivestita di seta, e con noncuranza infilò il tutto in una pila di fascicoli. «Ma non sei venuta per questo» riprese. Frugò sul tavolo, borbottando tra sé e rischiando varie volte di far cadere una pila di libri o di manoscritti. Finalmente estrasse alcuni fogli coperti di scrittura minuta e spigolosa, legati con una cordicella. «Ecco qua, bambina. Tutto ciò che sì sa di Liandrin e delle donne andate via con lei. Nome, età, Ajah, luogo di nascita. Tutto ciò che sono riuscita a trovare negli annali. Anche il rendimento negli studi. Inoltre, ciò che sappiamo dei ter'angreal rubati: non è molto, per la maggior parte si tratta di semplice descrizione. Non so cosa potrai ricavarne. Io non ci ho trovato niente di utile.» «Forse una di noi troverà qualcosa» disse Egwene. Fu colta da un im-
provviso sospetto: forse Verin non aveva incluso tutto! L'Amyrlin pareva fidarsi di lei soltanto perché vi era costretta. E se la stessa Verin apparteneva all'Ajah Nera? Si diede una scossa. Aveva viaggiato con Verin da Capo Toman a Tar Valon e si rifiutava di credere che quella grassoccia studiosa fosse un Amico delle Tenebre. «Ho fiducia in te, Verin Sedai» soggiunse. Poteva davvero fidarsene? L'Aes Sedai batté di nuovo le palpebre, poi scosse la testa come per accantonare un pensiero, qualunque fosse. «Quell'elenco può essere importante o può rivelarsi carta sprecata, ma non è l'unico motivo per cui ti ho fatto venire qui.» Iniziò a spostare alcune cose per fare un po' di spazio. «Secondo Anaiya, potresti diventare Sognatrice. La nostra ultima Sognatrice fu Corianin Nedeal, quattrocento e settantatré anni fa; ma a dar retta agli annali, meritava a stento il nome. Sarebbe davvero interessante, se tu divenissi Sognatrice.» «Anaiya mi ha messo alla prova, Verin Sedai, ma non è sicura che alcuni miei sogni predicano il futuro.» «La predizione è soltanto una parte dell'opera di una Sognatrice, bambina. Forse la meno importante. Anaiya è convinta che le ragazze vadano istruite con lentezza... troppa, secondo me. Guarda qui.» Sul piano appena sgombrato tracciò col dito un certo numero di linee parallele che risaltavano chiaramente nel velo di polvere. «Poniamo che queste linee rappresentino mondi che potrebbero esistere, se fossero state fatte scelte diverse... se svolte cruciali del Disegno fossero avvenute in modo differente.» «I mondi raggiungibili per mezzo delle Pietre Portali» disse Egwene, per dimostrare d'avere ascoltato le lezioni di Verin durante il viaggio da Capo Toman. Ma si domandò come riguardassero il fatto che lei fosse o no una Sognatrice. «Giusto. Ma il Disegno può essere ancora più complesso, bambina. La Ruota intesse la vita di ciascuno per formare il Disegno di un'Epoca, ma le Epoche stesse sono intrecciate nel Merletto delle Epoche, nel Grande Disegno. Però chi può dire se questa sia anche solo la decima parte della tessitura? Alcuni, nell'Epoca Leggendaria, ritenevano che esistessero altri mondi, più difficili da raggiungere di quelli collegati dalle Pietre Portali, disposti in questo modo.» Tracciò altre linee che tagliavano le prime. Per un momento rimase a fissarle. «L'ordito e la trama della tessitura. Forse la Ruota del Tempo intesse un Disegno ancora più vasto, usando i mondi.» Si raddrizzò e si pulì le mani. «In tutti i mondi esistono alcune costanti. Per esempio, in ognuno di essi il Tenebroso è imprigionato.»
Suo malgrado, Egwene si accostò per scrutare le linee tracciate da Verin. «In tutti? Com'è possibile? Vuoi dire che per ogni mondo esiste un Padre delle Menzogne?» Rabbrividì al pensiero. «No, bambina. C'è un unico Creatore, che esiste dappertutto nello stesso tempo. Analogamente, esiste un unico Tenebroso. Se, in un mondo, si libera della prigione che il Creatore ha fatto per lui, sarà libero in tutti. Finché rimane imprigionato in un mondo, è imprigionato in tutti.» «Non mi pare che abbia senso» disse Egwene. «Paradosso, bambina. Il Tenebroso è l'incarnazione del paradosso e del caos, il distruttore della ragione e della logica, colui che infrange l'equilibrio e disfà l'ordine.» All'improvviso, senza rumore, la civetta spiccò il volo e si posò su di un grosso teschio bianco posto sopra uno scaffale alle spalle dell'Aes Sedai. Scrutò dall'alto le due donne e ammiccò. Nell'entrare, Egwene aveva notato quel teschio dalle corna ricurve e dal muso a punta e si era domandata quale razza d'arieti avesse testa così grossa. Ora notò la rotondità, l'alta fronte: non era un teschio d'ariete, ma di Trolloc. Trasse un respiro ansimante. «Verin Sedai, cosa c'entra, col fatto d'essere una Sognatrice? Il Tenebroso è imprigionato a Shayol Ghul e non voglio neppure pensare che possa liberarsi.» Ma i sigilli della prigione già s'indebolivano. Lo sapevano perfino le novizie. «Be', niente, bambina. A parte il fatto che tutti dobbiamo confrontare il Tenebroso, in un modo o nell'altro. Per ora il Tenebroso è imprigionato, ma il Disegno ha fatto nascere Rand al'Thor per uno scopo preciso. Il Drago Rinato affronterà il Signore della Tomba, questo è certo. Ammesso che Rand sopravviva fino a quel momento. Il Tenebroso cercherà di distorcere il Disegno, se gli è possibile. Be', siamo uscite parecchio dal seminato, no?» «Chiedo scusa, Verin Sedai, ma se questo...» indicò le linee tracciate nella polvere «non riguarda il fatto d'essere Sognatrice, perché me ne parli?» Verin la fissò come se Egwene facesse apposta a mostrarsi tarda di comprendonio. «Non riguarda? Altro che, bambina! Esiste una terza costante, oltre al Creatore e al Tenebroso. Esiste un mondo che si trova all'interno di ciascun altro, all'interno di tutti nello stesso tempo. O forse li circonda. Nell'Epoca Leggendaria lo chiamavano Tel'aran'rhiod, "Il mondo Invisibile". Forse "Il Mondo dei Sogni" è una traduzione migliore. Molte persone... gente comune che non penserebbe affatto d'incanalare il Potere... a
volte nei sogni hanno fuggevoli visioni del Tel'aran'rhiod e persino di questi altri mondi, attraverso di esso. Pensa alle cose peculiari che hai visto in sogno. Però una Sognatrice, una vera Sognatrice, può entrare nel Tel'aran'rhiod.» Egwene cercò di deglutire, ma aveva in gola un groppo che glielo impediva. «Non... non credo d'essere una Sognatrice, Verin Sedai» disse infine. «Le prove di Anaiya Sedai...» «Non dimostrano niente, in un senso o nell'altro» tagliò corto Verin. «E Anaiya ritiene ancora che tu possa essere davvero una Sognatrice.» «Immagino che prima o poi saprò se lo sono o non lo sono» borbottò Egwene. Voleva saperlo, no? Voleva imparare! Voleva tutto. «Non hai tempo, bambina. L'Amyrlin ha affidato a te e a Nynaeve un incarico molto importante. Devi sfruttare ogni strumento che sarai in grado di usare.» Prese dal tavolo un cofanetto rosso, di legno, largo quanto bastava a contenere fogli di carta; socchiuse il coperchio e ne tolse un anello intagliato in pietra variegata, con pagliuzze e striature di colore azzurro, marrone e rosso, troppo largo da portare al dito. «Tieni, bambina.» Egwene posò i fogli, prese l'anello e spalancò gli occhi, sorpresa. L'anello pareva certamente di pietra, ma sembrava più duro del ferro e più pesante del piombo. E aveva una bizzarra curvatura: passando il dito lungo il bordo, si faceva due volte il giro dell'anello, dentro e fuori, come se ci fosse una sola faccia. Egwene ne seguì il contorno due volte, per convincersi. «Corianin Nedeal» disse Verin «tenne questo ter'angreal per gran parte della vita. Ora lo terrai tu.» A momenti Egwene lo lasciò cadere. Un ter'angreal? Doveva custodire un ter'angreal? Verin parve non accorgersi del suo sconvolgimento. «Secondo lei» proseguì «facilita il passaggio nel Tel'aran'rhiod. E funziona anche per le persone prive di Talento, non solo per le Aes Sedai, purché sia a contatto del corpo, durante il sonno. Ci sono rischi, ovviamente. Il Tel'aran'rhiod non è come gli altri sogni. Ciò che vi accade, è reale: ci si trova realmente in quel mondo, non lo si guarda solo di sfuggita.» Si scostò la manica e mostrò una cicatrice sbiadita lungo il braccio. «Ho provato io stessa, una volta, alcuni anni fa. La Guarigione di Anaiya non ha funzionato bene come avrebbe dovuto. Non dimenticartene.» Lasciò che la manica coprisse di nuovo la cicatrice. «Starò attenta, Verin Sedai» mormorò Egwene. Reale? I suoi sogni erano già abbastanza brutti: non voleva farne altri che lasciassero cicatrici!
Avrebbe messo l'anello in un sacchetto, l'avrebbe cacciato in un angolo buio e lasciato lì. Ma voleva imparare. Voleva diventare Aes Sedai... e nessuna Aes Sedai era stata Sognatrice, negli ultimi cinquecento anni. «Starò molto attenta.» Infilò nella borsa l'anello e chiuse strettamente i cordoncini; poi raccolse i fogli preparati per lei da Verin. «Ricorda di tenerlo nascosto, bambina. Nessuna novizia, neppure le Ammesse, dovrebbe avere un oggetto del genere. Ma forse ti verrà utile. Tienilo nascosto.» «Sì, Verin Sedai.» Pensò alla cicatrice di Verin e quasi desiderò che venisse un'altra Aes Sedai e se lo portasse via subito. «Bene, bambina. Ora vai pure. Si fa tardi e devi alzarti presto per preparare le colazioni. Dormi bene.» Verin rimase per un poco a guardare la porta che Egwene si era chiusa alle spalle. Dietro di lei, la civetta chiurlò piano. Verin tirò a sé il cofanetto rosso, aprì il coperchio completamente e si accigliò nel guardare ciò che occupava quasi tutto lo spazio. Pagine su pagine di scrittura nitida, in inchiostro nero ancora ben visibile dopo quasi cinquecento anni. Gli appunti di Corianin Nedeal, tutto ciò che l'antica Aes Sedai aveva imparato in cinquant'anni di studi su quel peculiare ter'angreal. Una donna riservata, Corianin. Aveva tenuto per sé la maggior parte delle scoperte, affidandole solo a quelle pagine. Soltanto il caso e l'abitudine a frugare fra le vecchie carte della biblioteca avevano portato Verin a trovarle. Per quanto lei ne sapeva, nessun'altra Aes Sedai era al corrente di quel ter'angreal: Corianin era riuscita a cancellarne dai documenti l'esistenza. Ancora una volta Verin considerò se era opportuno bruciare il manoscritto, come già aveva considerato se conveniva darlo a Egwene. Ma distruggere una parte dello scibile, qualsiasi parte, per lei era anatema. In quanto all'altra possibilità... No, era molto meglio lasciare le cose come stavano. Ciò che doveva accadere, sarebbe accaduto. Lasciò ricadere il coperchio e chiuse il cofanetto. Allora, dove aveva messo quella pagina? Corrugò la fronte e cominciò a frugare tra i mucchi di libri e di carte, alla ricerca della cartellina di pelle. Aveva già dimenticato Egwene. 22 Il prezzo dell'anello
Egwene si era appena allontanata dalle stanze di Verin, quando incontrò Sheriam. La Maestra delle Novizie aveva l'aria alquanto preoccupata. «Se non t'avessero visto parlare con Verin, non ti avrei trovata» disse, con una certa irritazione. «Vieni, bambina. Cos'hai in mano? Cosa sono, quei fogli?» Egwene li strinse più forte. Cercò di rendere umile e rispettoso il tono di voce. «Verin Sedai ritiene che debba studiarli, Sheriam Sedai» rispose. Che cosa avrebbe fatto, se la Maestra delle Novizie avesse chiesto di darvi un'occhiata? Quale scusa poteva escogitare per un rifiuto? Quale spiegazione, per fogli che parlavano di tredici donne dell'Ajah Nera e dei ter'angreal da loro rubati? Ma Sheriam parve dimenticare subito la richiesta. «Lascia perdere» disse. «Ti aspettano.» Prese per il braccio Egwene e la costrinse a camminare più velocemente. «Mi aspettano, Sheriam Sedai? Per cosa?» Sheriam le scoccò un'occhiata d'esasperazione. «Hai dimenticato che stai per diventare Ammessa? Domani, quando verrai nel mio studio, avrai al dito l'anello, anche se non ti sarà di grande consolazione.» Egwene cercò di fermarsi, ma l'Aes Sedai proseguì di fretta e imboccò una stretta rampa di scale che scendeva a chiocciola dentro le pareti della biblioteca. «Stanotte?» protestò Egwene. «Di già? Ma sono mezzo addormentata, Sheriam Sedai, e sporca, e... Pensavo che mancassero ancora diversi giorni. Per prepararmi.» «L'ora non aspetta nessuno» replicò Sheriam. «La Ruota gira e ordisce come vuole e quando vuole. E poi, come ti prepareresti? Sai già l'indispensabile. Più di quanto non sapesse la tua amica Nynaeve.» Spinse Egwene attraverso una porticina ai piedi delle scale e percorse in fretta un altro corridoio, fino a una rampa che s'incurvava sempre più in basso. «Ho ascoltato le lezioni» protestò Egwene «e le ricordo, ma... non posso avere una notte di sonno, prima?» La rampa a chiocciola le pareva interminabile. «L'Amyrlin Seat ha deciso che non ha senso aspettare» rispose Sheriam,
con un'occhiata di traverso. «Le sue parole esatte sono state: "Se hai deciso di sventrare un pesce, non ha senso aspettare che puzzi". A quest'ora Elayne ha già attraversato gli archi e l'Amyrlin Seat vuole che anche tu li attraversi stanotte. Non capisco il motivo di tanta fretta» soggiunse, quasi tra sé. «Però, quando l'Amyrlin Seat ordina, noi ubbidiamo. Egwene si lasciò tirare in silenzio giù per la rampa. Aveva un nodo allo stomaco. Nynaeve era stata tutt'altro che disponibile a parlare della propria esperienza durante la cerimonia per diventare Ammessa: si era limitata a fare una smorfia e a dire: «Odio le Aes Sedai!». Quando finalmente la rampa sbucò in un ampio corridoio nei sotterranei della Torre, Egwene ormai tremava.» In fondo al corridoio, scavato nella roccia chiara e privo di decorazioni, c'era una porta a due battenti, di legno scuro, alta e larga come quella d'una fortezza e altrettanto semplice, anche se le assi erano ben rifinite e accostate ad arte. Ma i battenti erano ben bilanciati e Sheriam non ebbe difficoltà ad aprirne uno; varcò la soglia e tirò Egwene in un'ampia sala dal soffitto a cupola. «Era ora!» sbottò Elaida. Portava lo scialle rosso e stava accanto al tavolo sul quale c'erano tre grossi calici d'argento. Lampade su alti sostegni illuminavano la sala e la costruzione posta al centro, sotto la cupola: tre arcate d'argento con la parte superiore a contatto, di forma arrotondata, alte quanto bastava a permettere il passaggio, poste sopra un massiccio cordolo circolare d'argento. Un'Aes Sedai sedeva a gambe incrociate, sulla nuda pietra, davanti a ciascun punto d'unione fra le arcate e il cordolo; delle tre, Egwene riconobbe Alanna, una Sorella dell'Ajah Verde, ma non le altre due, una dell'Ajah Gialla e una della Bianca. Circondate dall'alone che rivelava il contatto con Saidar, le tre Aes Sedai fissavano gli archi, all'interno dei quali diventava sempre più luminoso un analogo bagliore tremolante. Quei tre archi erano un ter'angreal: non si sapeva bene per quale uso li avessero costruiti nell'Epoca Leggendaria, ma ora servivano per la cerimonia della nomina e le novizie dovevano attraversarli, per diventare Ammesse. All'interno degli archi ogni candidata affrontava le proprie paure. Ora la luce non tremolava più: pareva prigioniera all'interno delle arcate, ma riempiva lo spazio e lo rendeva opaco. «Non agitarti, Elaida» disse Sheriam, con calma. «Faremo in un attimo.» Si rivolse a Egwene. «Alle novizie sono concesse tre possibilità» spiegò. «Puoi rifiutare due volte di entrare sotto gli archi, ma al terzo rifiuto sarai allontanata per sempre dalla Torre. Questa è la prassi. Hai il diritto di rifiutare, certo, ma non credo che l'Amyrlin Seat ne sarebbe contenta.»
«Non bisognerebbe darle questa possibilità» disse Elaida, con voce ferrea e viso altrettanto duro. «Non m'interessa il suo potenziale. Bisognerebbe allontanarla dalla Torre. O almeno metterla a pulire pavimenti per i prossimi dieci anni.» Sheriam rivolse alla Sorella Rossa un'occhiata penetrante. «Non sei stata così inflessibile nei riguardi di Elayne» replicò, «Hai chiesto tu di partecipare alla cerimonia, forse proprio a causa di Elayne. Farai la tua parte anche per questa ragazza, come previsto; altrimenti, puoi andartene: troverò un'altra.» Le due Aes Sedai rimasero a fissarsi con tale intensità che Egwene non si sarebbe stupita di veder spuntare intorno a loro l'alone dell'Unico Potere. Alla fine Elaida scosse la testa e sbuffò rumorosamente. «Se dobbiamo farlo, facciamolo. Diamo a questa insopportabile ragazza la possibilità di rifiutare e procediamo. È tardi.» «Non rifiuterò» disse Egwene, con voce un po' tremante; ma la rese ferma e soggiunse: «Voglio andare avanti.» «Bene» disse Sheriam. «Bene. Ora ti dirò due cose che nessuna donna ode finché non si trova dove sei tu. Se inizi, devi andare fino in fondo: se in qualsiasi momento ti rifiuti, sarai allontanata dalla Torre. Seconda cosa: tentare, sforzarsi, è conoscere il pericolo.» Dal tono pareva che avesse ripetuto molte volte quegli ammonimenti. Aveva negli occhi una luce di simpatia, ma viso duro quanto quello di Elaida. La simpatia spaventò Egwene più dell'espressione dura. «Alcune donne sono entrate, ma non sono mai uscite» proseguì Sheriam. «Quando il ter'angreal si è spento, non c'erano più! E non sono state riviste. Se vuoi sopravvivere, devi essere decisa. Vacilla, fallisci e...» Una smorfia sostituì la conclusione della frase. Egwene rabbrividì. «Questa è la tua ultima possibilità» continuò Sheriam. «Se rifiuti adesso, vale come primo rifiuto: avrai a disposizione altri due tentativi. Se accetti adesso, non puoi più ritirarti. Non è vergogna, rifiutare. La prima volta, io ho rifiutato. Decidi.» "Non sono mai uscite?" pensò Egwene. Deglutì con forza. "Voglio essere Aes Sedai. Ma prima devo diventare Ammessa." «Accetto» rispose. Sheriam annuì. «Allora, preparati.» Egwene batté le palpebre, sorpresa; poi ricordò. Doveva entrare nuda negli archi. Si chinò per posare i fogli avuti da Verin... ed esitò. Se li lasciava lì, Sheriam o Elaida potevano leggerli, mentre lei era dentro il ter'angreal. Potevano anche trovare il piccolo ter'angreal chiuso nella bor-
sa. Se rifiutava la prova, poteva nasconderli o forse affidarli a Nynaeve. Si sentì mancare il respiro. Ormai non poteva più rifiutare: aveva già iniziato. «Hai già cambiato idea, bambina?» domandò Sheriam, perplessa. «Pur sapendo quali saranno le conseguenze?» «No, Sheriam Sedai» rispose subito Egwene. Si svestì in fretta e ripiegò gli abiti, posandoli sopra borsa e fogli. Non poteva fare di meglio. Accanto al ter'angreal, Alanna esclamò all'improvviso: «C'è una sorta di... di risonanza.» Continuò a fissare gli archi. «Come un'eco. Non so da dove provenga.» «Ci sono problemi?» domandò Sheriam, brusca. Pareva sorpresa, anche. «Non mando là dentro nessuno, se ci sono problemi.» Egwene guardò con desiderio i vestiti. Pregò la Luce che ci fosse davvero un imprevisto, qualcosa che le permettesse di nascondere i fogli senza rifiutare la prova. «No» rispose Alanna. «È come se un moscerino ti ronzasse intorno alla testa mentre cerchi di riflettere, ma senza interferire. Non ne avrei parlato, però è la prima volta che si verifica, a quanto mi risulta.» Scosse la testa. «Ora la risonanza è scomparsa.» «Forse» commentò Elaida, ironica «altre hanno ritenuto che non valesse la pena menzionare una cosa di così scarsa importanza.» «Procediamo» disse Sheriam; dal tono, era chiaro che non avrebbe ammesso altre distrazioni. «Vieni.» Con un'ultima occhiata ai vestiti e ai fogli, Egwene seguì Sheriam verso gli archi. Sotto i piedi scalzi la pietra le pareva fredda come ghiaccio. «Chi porti con te, Sorella?» intonò Elaida. Procedendo a passi misurati, Sheriam rispose: «Una candidata all'Ammissione, Sorella.» Le tre Aes Sedai intorno al ter'angreal non si mossero. «È pronta?» «È pronta a lasciarsi alle spalle quel che era e, passando attraverso le paure, a guadagnarsi l'Ammissione.» «Conosce le proprie paure?» «Non le ha mai affrontate, ma ora è disposta a farlo.» «Lasciamo allora che affronti quel che teme.» Malgrado il tono formale, nella voce di Elaida c'era una nota di soddisfazione. «La prima volta» disse Sheriam «è per quel che fu. La via del ritorno si presenterà solo una volta. Non esitare.» Egwene inspirò a fondo, mosse un passo; varcò l'arco e fu inghiottita dal bagliore.
«È passato Jaim Dawtry. Il venditore ambulante ha portato da Baerlon notizie bizzarre.» Egwene continuò a far dondolare la culla e alzò la testa. Vide Rand, fermo sulla soglia. Per un istante si sentì girare la testa. Spostò lo sguardo, stupita, da Rand - suo marito - alla bambina nella culla - sua figlia - e viceversa. "La via del ritorno si presenterà solo una volta. Non esitare." Non era un suo pensiero, ma una voce disincarnata che forse era nella sua testa e forse fuori, forse maschile e forse femminile, eppure priva d'emozioni e inconoscibile. Tuttavia non le pareva insolita. L'istante di stupore passò: Egwene si domandò per quale motivo avesse pensato che qualcosa non quadrava. Rand era suo marito, certo, e Joiya era sua figlia... la più bella, la più dolce bimbetta dei Fiumi Gemelli. Tam, padre di Rand, aveva portato al pascolo il gregge, con la scusa di consentire a Rand di lavorare nel fienile, ma in realtà per dargli più tempo per giocare con Joiya. Nel pomeriggio sarebbero venuti in visita i suoi genitori e forse anche Nynaeve, per vedere se la maternità interferiva con i suoi studi che un giorno le avrebbero permesso di sostituirla come Sapiente del villaggio. «Quali notizie?» domandò. Riprese a far dondolare la culla. Rand si avvicinò e sorrise alla bimbetta avvolta in fasce. Egwene ridacchiò piano fra sé: quando era con la figlia, non udiva più niente. «Rand?» ripeté. «Quali notizie? Rand?» «Cosa?» disse Rand, tornando serio. «Ah, notizie curiose. Guerra. C'è una guerra che coinvolge tutto il mondo, secondo Jaim.» Di rado le notizie di guerre arrivavano nei Fiumi Gemelli prima che i conflitti si fossero conclusi da tempo. «Dice che tutti combattono contro un popolo chiamato Shawkin o Sanchan o qualcosa del genere. Non ne ho mai sentito parlare.» Egwene seppe... pensò di sapere... L'impressione era già svanita. «Ti senti male?» domandò Rand. «Non è niente che ci sconvolga, amore mio. Le guerre non toccano mai i Fiumi Gemelli. Siamo troppo lontano dal resto del mondo, perché qualcuno s'interessi a noi.» «Non sono sconvolta. Jaim ha detto altro?» «Cose da non credere. Jaim pareva un Coplin. L'ambulante gli ha detto che per combattere si servono delle Aes Sedai, ma che danno un premio di mille marchi d'oro a chiunque ne consegni una e che uccidono chi le nasconde. Non ha senso. Be', non ci riguarda. Qui siamo molto lontano da loro.»
Aes Sedai. Egwene si toccò la testa. "La via del ritorno si presenterà solo una volta. Non esitare." Notò che pure Rand si toccava la testa. «I soliti dolori?» domandò. Rand annuì, a occhi chiusi. «La polverina di Nynaeve in questi ultimi giorni non mi fa effetto, a quanto pare.» Egwene esitò. Era preoccupata per le emicranie di Rand: da qualche tempo erano sempre più forti. Ma la cosa peggiore era ciò che sulle prime non aveva notato e che quasi rimpiangeva d'avere notato: quando Rand aveva mal di testa, subito dopo accadevano fatti bizzarri. Un fulmine a ciel sereno aveva fatto a pezzi l'enorme ceppo di quercia che Rand aveva impiegato due giorni a sradicare, quando con Tam aveva ripulito un nuovo campo. Tempeste che Nynaeve non udiva arrivare anche se ascoltava il vento. Incendi nella foresta. Più il dolore era intenso, peggiori erano gli eventi che seguivano. Per fortuna, nessuno li aveva collegati a Rand, nemmeno Nynaeve. Egwene non voleva neppure pensare quale fosse il loro possibile significato. Sono sciocchezze belle e buone, si disse. Doveva sapere, se voleva aiutarlo. Infatti anche lei aveva un segreto, un segreto che le metteva paura e di cui cercava ancora di scoprire il significato. Nynaeve le insegnava a distinguere le erbe medicinali, in modo che un giorno la sostituisse come Sapiente. Le cure di Nynaeve spesso avevano un effetto quasi miracoloso... ferite che si rimarginavano quasi senza lasciare cicatrici, guarigione di ammalati ormai con un piede nella fossa. Eppure già tre volte Egwene aveva guarito persone che Nynaeve riteneva bell'e morte. Tre volte era rimasta a tenere per mano un ammalato durante l'ultima ora e l'aveva visto alzarsi dal letto di morte. Nynaeve l'aveva interrogata a fondo per sapere quali erbe avesse usato, in quale mistura. Ma lei non aveva ancora trovato il coraggio di confessare: non aveva fatto niente. Eppure era impossibile. Una volta poteva essere un caso, ma tre volte... Doveva scoprirlo. Doveva imparare. Si senti vibrare la testa, come se le parole le ronzassero nel cranio: se aveva potuto fare qualcosa per quelle tre persone, forse poteva aiutare anche suo marito. «Lasciami provare, Rand» disse. Si alzò e dalla porta vide un arco argenteo davanti alla casa, un arco pieno di luce bianca. "La via del ritorno si presenterà solo una volta. Non esitare." Mosse due passi verso la porta, si fermò. Si girò, guardò Joiya che farfugliava nella culla, guardò Rand che ancora si stringeva la testa e la fissava come se si domandasse dove andava. «No»
disse. «No, questo è ciò che voglio! Perché non posso avere anche questo?» Non capiva le sue stesse parole. Certo, era ciò che voleva, e l'aveva. «Cos'è che vuoi, Egwene?» domandò Rand. «Se posso comprarlo, lo comprerò. Se non posso comprarlo, lo costruirò con le mie mani.» "La via del ritorno si presenterà solo una volta. Non esitare." Egwene mosse un passo, fu nel vano della porta. L'arco argenteo la chiamava. Qualcosa aspettava dall'altra parte. Qualcosa che lei voleva più di tutto al mondo. Qualcosa che doveva fare. «Egwene...» Udì un tonfo e girò la testa: Rand, sulle ginocchia, piegato in due, si stringeva le tempie. Il dolore non l'aveva mai colpito con tanta forza come in quel momento. Che cosa sarebbe accaduto, dopo? «Ah, Luce santa!» ansimò Rand. «Luce santa, che male! Che male! Egwene?» "Non esitare." Qualcosa aspettava. Qualcosa che lei doveva fare. Egwene mosse un passo. Era difficile, il passo più difficile della sua vita. Fuori, verso l'arco. Dietro di lei, Joiya rideva. «Egwene? Egwene, non posso...» Rand s'interruppe, con un gemito. "Non esitare." Egwene irrigidì la schiena e continuò a camminare, ma non poté impedire che le lacrime le rotolassero lungo le guance. I gemiti di Rand divennero un urlo, soffocarono le risate di Joiya. Con la coda dell'occhio Egwene vide Tam arrivare di corsa. Lui non può aiutarlo, si disse; le lacrime si mutarono in singhiozzi. Tam non poteva fare niente. Ma lei sì... lei avrebbe potuto fare qualcosa. Entrò nella luce e ne fu consumata. Tremante, scossa dai singhiozzi, Egwene uscì dall'arco... lo stesso dal quale era entrata, ricordò all'improvviso nel trovarsi di fronte Sheriam. Sentì acqua fredda e chiara cancellare le lacrime: Elaida le vuotava lentamente sulla testa un calice d'argento. Egwene continuò a piangere... non credeva che sarebbe mai riuscita a smettere. «Sei mondata» intonò Elaida «da qualsiasi peccato tu abbia commesso e da quelli commessi contro di te. Sei mondata da qualsiasi crimine tu abbia commesso e da quelli commessi contro di te. Vieni a noi pulita e pura, nel cuore e nell'anima.» "Luce santa, fosse vero" pensò Egwene, mentre l'acqua le scorreva lungo
il corpo. "L'acqua potrà mai lavare quel che ho fatto?" «Si chiamava Joiya» disse a Sheriam, tra i singhiozzi. «Joiya. Niente merita ciò che ho appena... che ho...» «Bisogna pagare un prezzo, per diventare Aes Sedai» replicò Sheriam; ma negli occhi aveva di nuovo una luce di simpatia, più intensa di prima. «Bisogna sempre pagare un prezzo.» «Era reale? L'ho sognato?» Il pianto inghiottì quel che Egwene avrebbe voluto dire: l'ho lasciato morire? Ho abbandonato mia figlia? Sheriam le circondò le spalle e la guidò intorno agli archi. «Ogni donna da me vista uscire di qui mi ha rivolto la stessa domanda. La risposta è: non lo sa nessuno. Ma è stata fatta un'ipotesi: coloro che non tornano, hanno trovato un luogo più felice e lì hanno scelto di restare per tutta la vita.» Indurì il tono di voce. «Se è un mondo reale e se sono rimaste lì per propria scelta, allora mi auguro che la loro vita sia tutt'altro che felice. Non ho simpatia per chi si sottrae alle proprie responsabilità.» Ammorbidì un poco il tono. «Secondo me, non si tratta di un mondo reale. Ma è reale il pericolo. Ricordalo.» Si fermò davanti al secondo arco. «Sei pronta?» A disagio, Egwene annuì. Sheriam ritrasse il braccio. «La seconda volta è per quello che è. La via del ritorno si presenterà solo una volta. Non esitare.» Egwene tremava. Ma la nuova esperienza, si disse, non poteva essere peggiore di quella appena affrontata. No di certo. Entrò nel bagliore. Si guardò la veste, seta azzurra con motivi a perline, lacera e impolverata. Alzò la testa e vide tutt'intorno le macerie di un grande edificio. Il Palazzo Reale dell'Andor, a Caemlyn. Lo riconobbe ed ebbe voglia di gridare. "La via del ritorno si presenterà solo una volta. Non esitare." Il mondo non era come lo voleva lei, non poteva pensarci senza avere voglia di piangere, ma da tempo aveva esaurito le lacrime e il mondo era rimasto uguale. Si era aspettata di vedere rovine. Incurante di altri strappi nella veste, ma attenta come un topolino a eventuali rumori, si arrampicò sopra un cumulo di macerie e scrutò le vie curve della Città Interna. Da ogni parte vedeva rovine e devastazione, edifici che parevano squarciati da creature impazzite, fitte colonne di fumo che si alzavano dagli incendi. C'era gente, nelle vie: bande di uomini armati che giravano in cerca di preda, che frugavano. E Trolloc. Gli uomini si ritraevano davanti ai Trolloc, i Trolloc ringhiavano e sghignazzavano, con risate
aspre e gutturali. Ma si conoscevano, facevano parte dello stesso gruppo. Lungo la strada giunse un Myrddraal, a passo deciso, col mantello nero che si muoveva appena, anche se il vento soffiava raffiche piene di terriccio e di detriti. Sotto il suo sguardo, uomini e Trolloc si fecero piccoli per il terrore. «Cercate!» disse il Myrddraal, con voce che pareva lo sbriciolio di cose morte da secoli. «Non restate qui a tremare. Trovatelo!» Egwene tornò al riparo del mucchio di macerie, cercando di fare meno rumore possibile. "La via del ritorno si presenterà solo una volta. Non esitare." Si fermò, con la paura che quel bisbiglio provenisse dalla Progenie dell'Ombra. Si diede un'occhiata alle spalle, con il terrore di vedere il Myrddraal fermo dove lei era stata l'attimo prima; entrò in fretta nel palazzo in rovina, scavalcò travi cadute, s'infilò a forza tra blocchi di muratura. Pestò un braccio femminile che sporgeva da una montagnola d'intonaco e di mattoni, resti della parete interna e forse del pavimento superiore. Prestò scarsa attenzione al braccio, come all'anello col Gran Serpente intorno a un dito: si era allenata a non vedere i morti fra i cumuli di macerie in cui era ridotta Caemlyn per opera dei Trolloc e degli Amici delle Tenebre. Si aprì la strada attraverso una stretta breccia e si trovò in una stanza mezzo sepolta dalle macerie dei locali sovrastanti. Rand era disteso per terra, bloccato da una pesante trave che gli premeva sul ventre, con le gambe nascoste dai blocchi di pietra. Aveva il viso impiastrato di polvere e di sudore. Quando lei si avvicinò, apri gli occhi. «Sei tornata» disse a fatica, in un mormorio stridulo. «Temevo... Non importa. Devi aiutarmi.» Egwene si lasciò cadere per terra. «Con Aria posso sollevare facilmente la trave; ma se la sposto, ci crolla addosso tutto. Non posso sollevare le macerie, Rand.» Lui rispose con una breve risata piena d'amarezza e di sofferenza. Sul viso gli luccicavano nuove gocce di sudore. Parlò a fatica. «Posso spostare anch'io la trave. Lo sai. La trave e le pietre. Ma, per farlo, devo lasciarmi andare e non mi fido. Non mi fido di...» S'interruppe, cercò di riprendere fiato. «Non capisco» disse Egwene, lentamente. «Lasciarti andare? Di cosa non ti fidi?» "La via del ritorno si presenterà solo una volta. Non esitare." Egwene si sfregò con forza le orecchie. «La pazzia, Egwene. La tengo... realmente... a bada.» La sua risata an-
simante le diede la pelle d'oca. «Ma mi occorre tutta la forza di cui dispongo» proseguì Rand. «Se mi lascio andare, anche un poco, anche per un istante, la pazzia mi prenderà. Non voglio pensare cosa farò, allora. Devi aiutarmi.» «Come, Rand? Ho tentato in ogni modo! Dimmi come e ti aiuterò.» Rand sollevò la mano e la lasciò cadere a breve distanza da un pugnale che giaceva nella polvere. «Il pugnale» mormorò. Riportò a fatica la mano al petto. «Qui. Nel cuore. Uccidimi.» Egwene fissò Rand, fissò il pugnale, come se tutt'e due fossero serpenti velenosi. «No! Non lo farò! Non posso! Come puoi chiedermi una cosa simile?» Lentamente Rand allungò di nuovo la mano verso il pugnale. Di nuovo non riuscì a toccarlo. Si forzò, gemendo; lo sfiorò con la punta delle dita. Prima che potesse ritentare, Egwene allontanò con un calcio il pugnale. Rand singhiozzò e ricadde disteso. «Dimmi perché» protestò Egwene. «Perché mi chiedi di... di assassinarti? Ti Guarirò, farò qualsiasi cosa per portarti fuori di qui, ma non posso ucciderti. Perché?» «Possono convertirmi, Egwene. Se mi prendono... il Myrddraal... i Signori del Terrore... possono convertirmi all'Ombra. In preda alla pazzia non posso combatterli. Non saprò cosa fanno, finché non sarà troppo tardi. Se, quando mi troveranno, in me ci sarà ancora una sola scintilla di vita, potranno convertirmi. Ti prego, Egwene. Per amore della Luce, uccidimi.» «Non... non posso, Rand. La Luce m'aiuti, non posso!» "La via del ritorno si presenterà solo una volta. Non esitare." Egwene si guardò alle spalle: un arco argenteo, pieno di luce bianca, occupava gran parte dello spazio libero fra le macerie. «Egwene, aiutami.» "Non esitare". Egwene si alzò, mosse un passo verso l'arco. Era proprio lì davanti a lei. Ancora un passo e... «Ti prego, Egwene. Aiutami. Non ci arrivo. Per amore della Luce, Egwene, aiutami!» «Non posso ucciderti» mormorò lei. «Non posso. Perdonami.» Mosse un passo. «Aiutami, Egwene!» La luce la bruciò, la ridusse in cenere.
Uscì barcollando dall'arco e non si accorse neppure d'essere nuda. Fu percorsa da un brivido e si coprì la bocca, con tutt'e due le mani. «Non potevo, Rand» mormorò. «Non potevo. Ti prego, perdonami.» Si sentì inondare d'acqua fredda. «Sei mondata del falso orgoglio» intonò Elaida. «Sei mondata della falsa ambizione. Vieni a noi pulita e pura, nel cuore e nell'anima.» Mentre la Sorella Rossa si girava, Sheriam circondò gentilmente le spalle di Egwene e la guidò verso l'ultimo arco. «Ancora uno, bambina» disse. «Ancora uno e avrai terminato.» «Ha detto che potevano convertirlo all'Ombra» borbottò Egwene. «Ha detto che Myrddraal e Signori del Terrore potevano obbligarlo.» Sheriam perdette il passo e si guardò intorno. Elaida era quasi tornata al tavolo. Le tre Aes Sedai fissavano il ter'angreal e parevano non accorgersi d'ogni altra cosa. «Un argomento sgradevole, bambina» disse infine Sheriam, a voce assai bassa. «Vieni. Ancora uno.» «Possono farlo?» domandò Egwene, insistente. «La consuetudine impone di non parlare di ciò che accade dentro il ter'angreal» rispose Sheriam. «Ogni donna ha le proprie paure.» «Possono farlo?» Sheriam sospirò, diede ancora un'occhiata alle altre Aes Sedai e ridusse la voce a un rapido bisbiglio. «È una cosa nota solo a poche, bambina, perfino nella Torre. Non dovresti apprenderla adesso, anzi forse mai; però te ne parlerò ugualmente. C'è un... un punto debole, nella capacità d'incanalare il Potere. Noi impariamo ad aprirci alla Vera Fonte, ma questo significa che possiamo aprirci anche a... ad altre cose.» Egwene rabbrividì. «Stai tranquilla, bambina» riprese Sheriam. «Non è facile. Per quanto ne so, non è più accaduto... e la Luce volesse che non fosse accaduto mai!... dalle Guerre Trolloc. In quel caso occorsero tredici Signori del Terrore... Amici delle Tenebre in grado d'incanalare il Potere... che intessevano i flussi attraverso tredici Myrddraal. Capisci? Non è facile. Oggi non ci sono Signori del Terrore. Questo è un segreto della Torre, bambina. Se altri sapessero, non potremmo mai convincerli che sono al sicuro. Solo chi ha la capacità d'incanalare può essere convertito in questo modo. Il punto debole della nostra forza. Gli altri sono sicuri come una rocca inespugnabile: solo i propri misfatti possono convertirli all'Ombra.» «Tredici» disse Egwene, con un filo di voce. «Lo stesso numero di donne che hanno abbandonato la Torre. Liandrin e altre dodici.»
Sheriam indurì l'espressione. «Non sono cose per te. Dimenticale.» Riportò la voce al tono normale. «La terza volta è per quel che sarà» disse. «La via del ritorno si presenterà una volta sola. Non esitare.» Egwene fissò l'arco rilucente, fissò un punto remoto al di là di esso. "Liandrin e altre dodici" pensò. "Tredici Amici delle Tenebre in grado d'incanalare il Potere. La Luce ci aiuti tutti!" Entrò nel bagliore. La luce la riempì. Brillò attraverso di lei. La bruciò fino all'osso, la cauterizzò fino all'anima. Egwene divenne un lampo incandescente. C'era soltanto la luce. E il dolore. Egwene fissò l'alto specchio e non seppe se era più sorpresa per il viso senza età o per la stola a bande colorate che le scendeva sul petto. La stola da Amyrlin Seat. "La via del ritorno si presenterà una volta sola. Non esitare." "Tredici." Vacillò, si afferrò allo specchio, rischiò di farlo cadere con lei stessa sul pavimento a piastrelle azzurre del camerino. C'era un errore, si disse. L'errore non aveva niente a che fare con l'improvviso giramento di testa. Ma lei non sapeva identificarlo. Aveva a fianco un'Aes Sedai, una donna con zigomi alti, come Sheriam, ma con capelli scuri e occhi castani pieni di preoccupazione, che portava la stretta stola da Custode degli Annali. Non era Sheriam, però. Egwene non l'aveva mai vista. Eppure era certa di conoscerla bene quanto se stessa. Riuscì a ricordare il nome: Beldeine. «Ti senti male, Madre?» La stola della Custode era verde. Quindi Beldeine apparteneva all'Ajah Verde. Ma la Custode proveniva sempre dalla stessa Ajah dell'Amyrlin. Quindi anche lei, se era l'Amyrlin, proveniva dall'Ajah Verde. Fu turbata da questo pensiero. Non perché apparteneva all'Ajah Verde, ma perché aveva dovuto dedurlo. C'era qualcosa di sbagliato, in lei! "La via del ritorno si pre..." La voce nella sua testa si perdette in un ronzio. "Tredici Amici delle Tenebre." «Sto bene, Beldeine» rispose. «Non dobbiamo farli aspettare.» Far aspettare chi? Non lo sapeva, ma si sentiva infinitamente triste, riluttante a porre termine all'attesa. «Diventeranno impazienti, Madre.» C'era un'esitazione, nella voce di Beldeine, come se anche lei provasse la stessa riluttanza, ma per un motivo
diverso. Se non si sbagliava di grosso, dietro la calma esteriore, Beldeine era atterrita. «Allora sarà bene muoverci.» Beldeine annuì, inspirò a fondo e attraversò il tappeto per prendere il bastone della carica, sormontato dalla candida goccia della Fiamma Bianca di Tar Valon, appoggiato accanto alla porta. «Immagino che sia necessario, Madre» disse. Aprì per lei la porta e la precedette, in un corteo di due sole persone, la Custode degli Annali e l'Amyrlin Seat. Egwene non notò i particolari del corridoio che imboccarono. Tutta la sua attenzione era rivolta dentro di sé. Che cosa le accadeva? Perché non riusciva a ricordare? Perché la maggior parte dei ricordi le pareva... sbagliata? Si toccò la stola con le sette bande. Perché aveva la forte impressione d'essere ancora novizia? "La via del ritorno si presenterà una..." Stavolta il pensiero terminò di colpo. "Tredici dell'Ajah Nera." Inciampò. Era un pensiero terrificante, la gelava fino al midollo, superava anche il terrore. Le pareva... personale. Avrebbe voluto urlare, correre a nascondersi. Si sentiva come se le dessero la caccia. Sciocchezze. L'Ajah Nera era stata distrutta. Anche questo pareva un pensiero bizzarro. Una parte di lei ricordava un evento definito la Grande Purga. Una parte di lei era sicura che l'evento non si era mai verificato. Con lo sguardo fisso avanti, Beldeine non si era accorta del suo inciampone. Egwene allungò il passo per starle dietro. Beldeine, si disse, era spaventata fino alla punta dei capelli. Dove la conduceva? La Custode si fermò davanti a una doppia porta assai alta, i cui battenti di legno scuro avevano un grande intarsio d'argento, la Fiamma di Tar Valon. Si asciugò nella veste le mani, come se all'improvviso le sentisse sudate; spalancò un battente e precedette Egwene su per una rampa dritta della stessa pietra bianca striata d'argento delle mura di Tar Valon. Anche lì la pietra pareva brillare. La rampa conduceva in un'ampia stanza circolare dal soffitto a cupola alto almeno novanta piedi. Una piattaforma correva lungo la base delle pareti e presentava una serie di gradini, tranne nei punti dove sbucavano tre rampe equidistanti. Al centro del pavimento c'era la Fiamma di Tar Valon, circondata da spirali che si allargavano verso l'esterno, con i colori delle sette Ajah. Dalla parte opposta della stanza c'era un seggio dall'alto schienale, massiccio e riccamente intagliato a tralci e foglie nei colori di tutte le
Ajah. Beldeine batté con forza il bastone. Nella voce mostrò un leggero tremito: «Giunge» disse. «La Custode dei Sigilli. La Fiamma di Tar Valon. L'Amyrlin Seat. Ecco che giunge.» Con un fruscio di sottane, le donne accomodate sulla piattaforma si alzarono dalla sedia. Ventun sedie in gruppi di tre, dello stesso colore della frangia dello scialle di chi le occupava. La Sala della Torre, si disse Egwene, mentre si dirigeva al proprio seggio. Il seggio dell'Amyrlin Seat. Ecco che cos'era: la Sala della Torre e gli Scanni per le Ajah. Migliaia di volte era stata in quella sala. Ma non riusciva a ricordarne neppure una. Cosa faceva lì, in quel momento? Luce santa, l'avrebbero scorticata viva, appena avessero visto... Non sapeva con sicurezza che cosa avrebbero visto; pregava soltanto che non vedessero. "La via del ritorno si pre..." "La via del rito..." "La via..." "L'Ajah Nera aspetta." Questo pensiero, almeno, era completo. Proveniva da tutte le parti. Perché nessun'altra pareva sentirlo? Si accomodò sul seggio dell'Amyrlin Seat e si rese conto di non avere la minima idea di che cosa bisognasse fare dopo. Le altre Aes Sedai si erano accomodate con lei, tutte tranne Beldeine, che si era messa al suo fianco, reggeva il bastone e deglutiva nervosamente. «S'inizi» disse infine la Custode. Parve sufficiente. Un'Aes Sedai dell'Ajah Rossa si alzò. Egwene riconobbe con sorpresa Elaida. Nello stesso tempo seppe che Elaida era la più eminente delle Rosse e sua acerrima nemica. L'espressione di Elaida, rivolta dall'altra parte della sala, procurò un brivido a Egwene. Era dura, gelida... e trionfante. Prometteva cose cui era meglio non pensare. «Portatelo dentro» disse Elaida a voce alta. Da una delle altre due rampe provenne lo scricchiolio di stivali su pietra. Comparvero delle persone. Dodici Aes Sedai che circondavano tre uomini, due dei quali, robuste guardie con la candida goccia della Fiamma di Tar Valon sul petto, tiravano le catene nelle quali il terzo procedeva inciampando, come intontito. Egwene si sporse di scatto. L'incatenato era Rand. Occhi socchiusi, testa a ciondoloni, pareva quasi addormentato e si muoveva solo come le catene lo tiravano. «Quest'uomo» proclamò Elaida «si proclama il Drago Rinato.» Seguì un
mormorio di disgusto, non come se le ascoltatrici fossero sorprese, ma come se quella fosse una dichiarazione che non volevano udire. «Quest'uomo ha incanalato l'Unico Potere.» Il brusio divenne più rumoroso, mostrò una traccia di paura. «Esiste solo una sanzione penale per questo crimine, nota e accettata in ogni nazione, ma emessa solo qui, a Tar Valon, nella Sala della Torre. Chiedo che l'Amyrlin Seat pronunci la sentenza di domare quest'uomo.» Gli occhi di Elaida scintillarono e si puntarono su Egwene. "Rand" pensò lei. "E ora cosa faccio? Luce santa, e ora cosa faccio?" «Perché esiti?» domandò Elaida. «La sentenza è stabilita da tremila anni. Perché esiti, Egwene al'Vere?» Una Sorella Verde scattò in piedi, con la collera che traspariva dalla calma esteriore. «Vergogna, Elaida!» esclamò. «Mostra rispetto per l'Amyrlin Seat! Mostra rispetto per la Madre!» «Il rispetto» rispose freddamente Elaida «può essere perduto, oltre che guadagnato. Allora, Egwene? Finalmente mostrerai la tua debolezza, la tua inabilità alla carica? Forse non pronuncerai la sentenza contro quest'uomo?» Rand cercò di sollevare la testa e fallì. Egwene si alzò a fatica, con la testa che le girava, e cercò di ricordare d'essere l'Amyrlin Seat, d'avere il comando su tutte quelle donne, gridò d'essere una novizia, di non appartenere a quel consesso, che c'era un terribile errore. «No» disse, con voce malferma. «No, non posso! Non pronuncerò...» «Si è tradita!» gridò Elaida, soffocando le parole di Egwene. «Si è condannata da sola! Prendetela!» Mentre Egwene apriva bocca, Beldeine le andò a fianco. E col bastone della Custode la colpì alla testa. Buio. Prima ci fu il dolore alla testa. Poi qualcosa di duro e di freddo, sotto la schiena. Quindi le voci. Mormorii. «È ancora svenuta?» Un raspio, come lima su osso. «Non preoccuparti» disse una donna, da molto lontano. Pareva a disagio, intimorita, ma decisa a non mostrarlo. «Sarà sistemata prima di capire cosa le accade. Poi sarà nostra, per fare di lei ciò che vogliamo. Forse te la daremo perché ti ci diverta.» «Dopo averla usata?» «Naturalmente.»
Le voci remote si allontanarono ancora. Con la mano Egwene si sfiorò la gamba, toccò carne nuda, ruvida. Aprì gli occhi, una fessura. Era nuda, piena di lividi, distesa sopra un tavolo di legno scabro, in quello che pareva un magazzino in disuso. Schegge le pungevano la schiena. In bocca aveva il sapore metallico del sangue. Un capannello di Aes Sedai era fermo da un lato: le donne parlavano fra loro, a voce bassa, ma in tono pressante. Il dolore alla testa rendeva difficile pensare, ma pareva importante contare quelle donne. Tredici. Un altro gruppo, uomini in mantello e cappuccio neri, si uni alle Aes Sedai, che parvero incerte se farsi piccole per la paura o se tentare d'imporre la propria presenza. Un uomo girò la testa e guardò in direzione del tavolo. La faccia cadaverica nell'ombra del cappuccio non aveva occhi. Egwene non aveva bisogno di contare i Myrddraal. Sapeva. Tredici Myrddraal e tredici Aes Sedai. Urlò di puro terrore. Tuttavia, anche nel terrore, si protese verso la Vera Fonte, artigliò disperatamente Saidar. «È rinvenuta!» «Impossibile! Non ancora!» «Schermatela! Presto! Presto! Non fatele toccare la Fonte!» «Troppo tardi! È troppo potente!» «Afferratela! Presto!» Mani si protesero verso le sue braccia e gambe. Mani esangui come limacce sotto i sassi, comandate da menti dietro facce livide e prive d'occhi. Se quelle mani l'avessero toccata, lei sarebbe impazzita. Fu inondata di Potere. Fiamme guizzarono dalle carni dei Myrddraal, lacerarono stoffa nera come se fossero solidi pugnali di fuoco. Mezzi Uomini urlanti sfrigolarono e bruciarono come carta oleata. Frammenti di roccia grossi un pugno si staccarono dalle pareti e sibilarono per la stanza, traendo urla e gemiti ogni volta che colpivano carne. L'aria si agitò, roteò, ululò in un turbine. Lentamente, dolorosamente, Egwene si tirò giù dal tavolo. Il vento le sferzò i capelli e la fece barcollare, ma lei continuò a spingerlo, mentre a passi incerti si dirigeva alla porta. Un'Aes Sedai si stagliò davanti a lei, ferita e sanguinante, circondata dall'alone del Potere. Una donna con la morte negli occhi neri. Egwene la riconobbe: Gyldan, la più intima amica di Elaida, con cui bisbigliava ogni momento negli angoli, con cui s'intratteneva di notte. Egwene serrò le labbra. Sdegnando pietre e vento, strinse il pugno e colpì Gyldan in mezzo agli occhi, con tutta la sua forza. La Sorella Rossa - la
Sorella Nera - si accasciò come se le si fossero sciolte le ossa. Strofinandosi le nocche, Egwene barcollò nel corridoio. "Grazie, Perrin" pensò "d'avermi mostrato come si fa. Ma non mi avevi detto che fa male." Richiuse la porta contro il vento e incanalò il Potere. Le pietre intorno al vano tremarono, si scheggiarono, bloccarono i battenti. Non avrebbero resistito a lungo, ma qualsiasi cosa che ritardasse anche di un solo minuto l'inseguimento meritava la fatica. I minuti potevano significare vita. Egwene raccolse le forze e si costrinse a correre. Traballava, ma almeno correva. Doveva trovare degli abiti, si disse. Una donna vestita ha più autorità di una donna nuda... e lei avrebbe avuto bisogno d'ogni briciolo d'autorità. Per prima cosa l'avrebbero cercata nelle sue stanze, ma lei teneva nello studio abiti e scarpe di ricambio... e un'altra stola: lo studio non era molto distante. La snervava, correre nei corridoi deserti. La Torre Bianca ospitava meno Aes Sedai d'un tempo, ma c'era sempre qualcuno in giro. Il rumore più forte era il tonfo di piedi scalzi sulle piastrelle. Attraversò in fretta l'anticamera dello studio, entrò nella stanza interna e finalmente trovò qualcuno: Beldeine, seduta per terra, testa fra le mani, in lacrime. Egwene si bloccò, diffidente, mentre Beldeine alzava gli occhi arrossati a incontrare il suo sguardo. L'alone di Saidar non circondava la Custode, ma Egwene non mise da parte la cautela. Era fiduciosa in se stessa. Non vedeva il proprio alone, certo, ma sentiva il flusso di potere... del Potere. Bastava, soprattutto se aggiunto al suo segreto. Beldeine si sfregò le guance bagnate di lacrime. «Ho dovuto farlo» disse. «Devi capirmi. Ho dovuto farlo. Loro... Loro...» Inspirò a fondo, tremando, e proseguì d'un fiato: «Tre notti fa mi hanno presa, mentre dormivo, e mi hanno quietata.» Alzò la voce, quasi un urlo. «Mi hanno quietata! Non posso più incanalare!» «Luce santa!» ansimò Egwene. Il flusso di Saidar la protesse dallo shock. «La Luce ti aiuti e ti conforti, figlia mia. Perché non me l'hai detto? Avrei...» Lasciò morire la frase: sapeva di non poter fare niente. «Cosa avresti fatto? Cosa? Niente! Non puoi farci niente. Ma loro hanno detto che potevano restituirmi Saidar, col potere del... col potere del Tenebroso.» Serrò gli occhi, da cui colavano lacrime. «Mi hanno fatto male, Madre, e mi hanno resa... Oh, Luce santa, quanto male mi hanno fatto! Elaida ha detto che mi avrebbero resa di nuovo intera, in grado d'incanalare
di nuovo, se avessi ubbidito. Ecco perché ho... ho dovuto farlo!» «Allora Elaida è davvero dell'Ajah Nera» disse Egwene, torva. Contro la parete c'era uno stretto armadio; vi era appesa una veste di seta verde, per quando lei non aveva tempo di tornare nelle proprie stanze. Accanto alla veste era appesa una stola a bande colorate. Egwene si vestì in fretta. «Cos'hanno fatto a Rand?» domandò. «Dove l'hanno portato? Rispondi, Beldeine! Dov'è Rand al'Thor?» Beldeine si rincantucciò, con labbra tremanti, occhi vacui; alla fine si scosse quanto bastava per dire: «Nella Corte del Traditore, Madre. L'hanno portato nella Corte del Traditore.» Egwene fu colta dai brividi. Brividi di paura. Brividi di rabbia. Elaida non aveva aspettato, neppure un'ora. La Corte del Traditore era usata per tre soli scopi: per un'esecuzione, per quietare un'Aes Sedai o per domare un uomo capace d'incanalare il Potere. Ma tutt'e tre richiedevano l'ordine dell'Amyrlin Seat. Allora chi portava la stola? Elaida, ne era sicura. Ma come poteva farsi accettare così in fretta, senza che lei fosse processata, condannata? Non poteva esserci un'altra Amyrlin, se prima non le avessero tolto stola e bastone. E non l'avrebbero trovata impresa facile. Luce santa! Rand! Si diresse alla porta. «Cosa puoi fare, Madre!» gridò Beldeine. «Cosa puoi fare?» Non era chiaro se si riferisse a Rand o a se stessa. «Più di quanto sospettino» disse Egwene. «Io non ho mai tenuto in mano la Verga dei Giuramenti, Beldeine.» L'ansito della Custode la seguì fuori della stanza. I ricordi giocavano ancora a nascondino con lei, ma Egwene sapeva che nessuna donna avrebbe ottenuto lo scialle e l'anello senza pronunciare i Tre Giuramenti stringendo in pugno la Verga, il ter'angreal che l'avrebbe obbligata a mantenerli come se fossero stati incisi nelle ossa fin dalla nascita. Nessuna donna diventava Aes Sedai, senza essere legata dai Giuramenti. Eppure, in qualche modo che nemmeno immaginava, lei ci era riuscita. Si mise a correre, con ticchettio di scarpe. Almeno ora sapeva perché i corridoi erano deserti. Ogni Aes Sedai, a parte forse quelle da lei lasciate nel magazzino, ogni Ammessa, ogni novizia, perfino tutte le cameriere, sarebbero state nella Corte del Traditore, secondo la consuetudine, per assistere all'attuazione della volontà di Tar Valon. E i Custodi avrebbero circondato la corte per evitare che qualcuno tentasse di liberare l'uomo che sarebbe stato domato. I resti dell'esercito di
Guaire Amalasan avevano fatto il tentativo, al termine di quella che alcuni chiamavano la Guerra del Secondo Drago, proprio prima che l'ascesa di Artur Hawkwing desse a Tar Valon altri motivi di preoccupazione; e lo stesso tentativo era stato fatto dai seguaci di Raolin Darksbane, molti anni prima. Lei non riusciva a ricordare se Rand avesse seguaci, ma i Custodi ricordavano cose del genere e se ne occupavano. Se Elaida portava davvero la stola dell'Amyrlin, si disse Egwene, i Custodi le avrebbero impedito d'entrare nella Corte del Traditore. Sapeva di potersi aprire con la forza la strada. Doveva agire in fretta, per evitare che Rand fosse domato, mentre lei imprigionava con Aria i Custodi. Perfino i Custodi si sarebbero dati alla fuga, se lei avesse scagliato contro di loro fulmini e fuoco malefico, se avesse aperto il terreno sotto i loro piedi. Fuoco malefico? Ma sarebbe stato un grave errore anche infrangere il potere di Tar Valon per salvare Rand. Doveva salvare l'uno e l'altro. Molto prima del corridoio che portava nella Corte del Traditore, svoltò e salì scale e rampe che diventavano sempre più strette; alla fine spalancò una botola e sbucò sul tetto inclinato di una torre, un tetto di tegole quasi bianche. Da lì poteva guardare, al di là d'altri tetti, al di là d'altre torri, l'ampia spianata della Corte del Traditore. La corte era gremita, a parte lo spiazzo centrale. La gente si era assiepata anche alle finestre sulla corte, affollava le balconate e perfino i tetti; ma Egwene distingueva benissimo l'uomo in catene al centro dello spiazzo. Rand. Dodici Aes Sedai lo circondavano e una tredicesima, che di sicuro portava la stola a bande colorate, era ferma di fronte a lui. Elaida. A Egwene parve di udire le parole che di sicuro Elaida diceva in quel momento. «Quest'uomo, abbandonato dalla Luce, ha toccato Saidin, la metà maschile della Vera Fonte. Perciò lo teniamo prigioniero. Cosa ancora più abominevole, quest'uomo ha incanalato l'Unico Potere, sapendo che Saidin è contaminato dal Tenebroso, contaminato per l'orgoglio degli uomini, contaminato per i peccati degli uomini. Per questo lo teniamo in catene.» Egwene si costrinse a scacciare di mente il resto. Tredici Aes Sedai. Dodici Sorelle e l'Amyrlin: il numero tradizionale per domare un uomo. Lo stesso numero per... Scacciò anche questo pensiero. Non aveva tempo per altro, doveva agire. Ed escogitare il modo migliore. Da quella distanza poteva usare Aria per sollevare di peso Rand, toglierlo dal cerchio di Aes Sedai e portarlo fino a lei. Forse. Anche se avesse trovato la forza, anche se non l'avesse lasciato cadere a metà strada, ucci-
dendolo, avrebbe impiegato troppo tempo e avrebbe reso Rand un inerme bersaglio per gli arcieri. Inoltre, il bagliore di Saidar avrebbe mostrato alle Aes Sedai - e ai Myrddraal, se per questo - dove lei si trovava. «Luce santa» mormorò «non c'è altro modo, a meno di scatenare una guerra dentro la Torre Bianca. Forse dovrò scatenarla in ogni caso.» Raccolse il potere, si mise a dirimere e a indirizzare i flussi. "La via del ritorno si presenterà una volta sola. Non esitare." Da parecchio tempo non aveva udito queste parole e trasalì; scivolò sulle tegole e riuscì a malapena a fermarsi prima del bordo. Il terreno si trovava trecento piedi più in basso. Egwene si guardò alle spalle. In cima alla torre, di piatto contro le tegole in pendenza, c'era un arco d'argento pieno di luce. L'arco tremolò, ondeggiò; la luce bianca fu attraversata da saettanti striature rosse e gialle. "La via del ritorno si presenterà una volta sola. Non esitare." L'arco si assottigliò fin quasi a diventare trasparente, tornò solido. Frenetica, Egwene guardò la Corte del Traditore. Doveva esserci tempo. Doveva. Le bastavano pochi minuti, forse dieci, e un po' di fortuna. Voci le scavarono la testa: non la voce disincarnata, inconoscibile, che l'ammoniva a non esitare, ma la voce di donne che quasi credeva di conoscere. «...Non possiamo bloccarlo a lungo. Se lei non esce subito...» «Bloccatelo! Bloccatelo, maledizione, o vi sventro tutte come storioni!» «...Sta impazzendo, Madre! Non possiamo...» Le voci si ridussero a un mormorio, il mormorio divenne silenzio. Ma l'altra voce parlò di nuovo. "La via del ritorno si presenterà una volta sola. Non esitare." "Bisogna pagare un prezzo, per diventare Aes Sedai." "L'Ajah Nera aspetta." Con un grido di rabbia, di perdita, Egwene si lanciò contro l'arco che tremolava come nebbiolina di calore. Quasi si augurò di mancarlo e di sfracellarsi al suolo. La luce la lacerò fibra per fibra, affettò le fibre fino a farle diventare sottili come capelli, suddivise i capelli in riccioli di nulla. Tutto andò alla deriva nella luce. Per l'eternità. 23 Legata
Egwene uscì dall'arco argenteo, gelida e rigida per la furia. Desiderò che il gelo dell'ira bilanciasse il bruciore del ricordo: il suo corpo ricordava il calore ardente, ma altri ricordi bruciavano più a fondo. «Per me non c'è altro? Devo abbandonarlo ogni volta? Respingerlo, tradirlo, solo e sempre? È questo, il mio destino?» All'improvviso si accorse che qualcosa non quadrava. Alla base di ciascun punto d'unione fra archi e cordolo sedevano ora due Aes Sedai e sudavano copiosamente. L'Amyrlin e le altre fissavano lei, preoccupate. Il ter'angreal ronzava, quasi vibrava: violente striature colorate squarciavano il candido bagliore all'interno degli archi. La Maestra delle Novizie pose la mano sulla testa di Egwene e per un attimo fu circondata dall'alone di Saidar; Egwene sentì un nuovo brivido. «Sta bene» disse Sheriam, in tono di sollievo. «Non ha subito alcun danno» soggiunse, quasi sorpresa. Le altre Aes Sedai parvero rilassarsi. Elaida lasciò uscire il fiato e andò in fretta a prendere l'ultimo calice Solo le Aes Sedai intorno al ter'angreal rimasero tese. Il ronzio era diminuito d'intensità e il bagliore tremolava, segno che il ter'angreal stava per tornare in stato di quiescenza; ma quelle Aes Sedai avevano l'aria di chi lotta a palmo a palmo per non cedere terreno. «Cos'è accaduto?» domandò Egwene. «Fai silenzio» le disse Sheriam, ma con gentilezza. «Per ora fai silenzio. Stai bene, questo è l'importante; e dobbiamo completare la cerimonia.» Elida si avvicinò, quasi di corsa, e passò all'Amyrlin il terzo calice. Egwene esitò solo un istante e s'inginocchiò. Cos'era accaduto? Lentamente l'Amyrlin vuotò il calice sulla testa di Egwene. «Sei mondata di Egwene al'Vere di Emond's Field. Sei mondata di tutti i vincoli che ti legano al mondo Vieni a noi pulita e pura, nel cuore e nell'anima. Sei Egwene al'Vere, Ammessa alla Torre Bianca» L'ultima goccia d'acqua cadde nei capelli di Egwene «Sei legata a noi, ora» concluse l'Amyrlin. Parve che le ultime parole avessero un significato speciale, condiviso solo fra Egwene e l'Amyrlin. Quest'ultima diede il calice a un'Aes Sedai e prese un anello a forma di serpente che si morde la coda. Suo malgrado,
Egwene tremò nell'alzare la sinistra; e tremò di nuovo, quando l'Amyrlin le infilò al medio l'anello col Gran Serpente. Le Aes Sedai potevano portare l'anello al dito che preferivano o non portarlo affatto, se era indispensabile tenere segreto il proprio stato, ma le Ammesse lo portavano al medio sinistro. Senza sorridere, l'Amyrlin la tirò in piedi. «Benvenuta, Figlia» le disse, baciandola sulla guancia. Con sorpresa, Egwene provò un brivido. Non bambina, figlia. Prima era sempre stata chiamata bambina. L'Amyrlin la baciò sull'altra guancia. «Benvenuta.» Arretrò d'un passo e la squadrò con occhio critico; poi si rivolse a Sheriam. «Asciugala e vestila. Assicurati che stia bene. Devi esserne sicura, capito?» «Sono sicura, Madre» rispose Sheriam, sorpresa. «L'ho esaminata a fondo.» L'Amyrlin rispose con un borbottio e guardò il ter'angreal. «Voglio sapere che cosa è andato storto stanotte» disse. Si diresse verso il punto che aveva fissato torvamente, a passo deciso, fra un ondeggiare di sottane. Quasi tutte le altre Aes Sedai si unirono a lei intorno al ter'angreal, ormai ridotto a semplice costruzione di archi sopra un cordolo circolare. «La Madre è preoccupata per te» disse Sheriam, tirando da parte Egwene e porgendole un asciugamano. «Quanto ne aveva motivo?» domandò Egwene. L'Amyrlin, pensò, voleva che non accadesse niente al suo segugio, finché non avesse abbattuto il cervo. Sheriam non rispose. Si limitò a corrugare la fronte e aspettò che Egwene si fosse asciugata; poi le porse una veste bianca con l'orlo a bande di sette colori. Egwene s'infilò la veste, con un fugace pizzico di delusione: era un'Ammessa, aveva l'anello al dito e le bande alla veste; perché non si sentiva diversa? Vide arrivare Elaida, che le portava la vecchia veste da novizia e le scarpe, la cintura e la borsa. E i fogli avuti da Verin. Aspettò con impazienza che l'Aes Sedai le porgesse il fagotto, resistendo all'impulso di strapparglielo di mano. «Grazie, Aes Sedai» disse. Guardò di nascosto i fogli: impossibile capire se erano stati esaminati. Ma la fettuccia pareva intatta. Come poteva accorgersi se Elaida li aveva letti? Sotto la veste da novizia tastò la borsa e sentì la forma del peculiare anello: almeno il ter'angreal c'era ancora.
«Non volevo che tu affrontassi la prova stanotte» disse Elaida, con espressione gelida come il tono di voce. «Non perché temessi ciò che è accaduto... nessuno poteva prevederlo. Ma per ciò che sei: una selvatica.» Egwene tentò di protestare, ma Elaida proseguì, implacabile come ghiacciaio di montagna. «Oh, so che hai imparato a incanalare il Potere sotto la guida di un'Aes Sedai, ma sei tuttora una selvatica. Selvatica nello spirito, selvatica nei modi. Hai un grande potenziale, altrimenti stanotte non saresti sopravvissuta, ma il potenziale non cambia nulla. Non credo che farai mai parte della Torre Bianca, a prescindere dal dito in cui porti l'anello. Per te sarebbe stato meglio che ti avessero insegnato quanto basta a restare in vita e rimandato al tuo tranquillo villaggio. Molto meglio.» Girò sui tacchi e uscì a passo deciso. "Se non è dell'Ajah Nera" pensò acidamente Egwene "è quanto di più prossimo ci possa essere." Si rivolse a Sheriam. «Potevi intervenire» brontolò. «Potevi darmi un aiuto.» «L'avrei dato, bambina, a una novizia» replicò, calma, Sheriam. Egwene trasalì: l'Aes Sedai era tornata all'uso del termine "bambina". «Cerco di proteggere le novizie, quando occorre, perché non possono proteggersi da sole» continuò Sheriam. «Ora tu sei Ammessa: è tempo che impari a proteggere te stessa.» Egwene la guardò negli occhi e si domandò se avesse davvero colto una certa enfasi nell'ultima frase. Come Elaida, anche Sheriam aveva avuto l'opportunità di leggere l'elenco di nomi, di stabilire che Egwene era immischiata con l'Ajah Nera. Luce santa, si disse, ormai sospettava di tutti. Meglio sospettare, che morire o essere catturata da tredici di loro e... Scacciò in fretta quei pensieri. «Sheriam» domandò «cos'è accaduto stanotte? Senza menare il can per l'aia.» Sheriam inarcò le sopracciglia fin quasi all'attaccatura dei capelli e Egwene si affrettò a mitigare la domanda. «Sheriam Sedai, volevo dire. Chiedo scusa, Sheriam Sedai.» «Non dimenticare, bambina, che non sei ancora Aes Sedai» replicò Sheriam. Malgrado il tono gelido, per un istante sorrise. «Non so cos'è accaduto. Ma hai rischiato davvero di morire.» «Nessuno sa cosa accade a quelle che non escono dal ter'angreal» intervenne Alanna, unendosi a loro. La Sorella Verde era nota per gli scatti di collera e per il senso dell'umorismo... alcune dicevano che passava in un batter d'occhio dall'una all'altro... ma l'occhiata che diede a Egwene mostrava una certa diffidenza. «Bambina, potevo interrompere la cerimonia,
quando ne ho avuto la possibilità, ossia appena ho notato quella... risonanza. Si è ripetuta. Ecco cos'è accaduto. Si è ripetuta, mille volte più intensa. Diecimila. Pareva che il ter'angreal cercasse di troncare il flusso di Saidar... o di fondersi col pavimento. Ti faccio le mie scuse, anche se le parole non bastano, per ciò che a momenti ti accadeva. Lo dico e sai che per il Primo Giuramento è la verità. Per dimostrartelo, chiederò alla Madre di condividere con te il lavoro nelle cucine e anche la visita allo studio di Sheriam. Avessi fatto il mio dovere, non avresti corso il rischio di morire: voglio espiare.» Sheriam rise, scandalizzata. «Non lo permetterà mai, Alanna. Una Sorella nelle cucine! Inaudito. Impossibile! Hai fatto ciò che ritenevi giusto. Non assumerti colpe inesistenti.» «Non è stata colpa tua, Alanna Sedai» disse Egwene. Ma si domandò perché Alanna avesse avanzato una proposta del genere. Forse voleva davvero convincerla d'essere estranea all'accaduto. E forse tenerla d'occhio per tutto il giorno. Quest'ultima idea - un'orgogliosa Aes Sedai immersa fino ai gomiti nell'unto delle pentole tre volte al giorno, solo per tenere d'occhio un'Ammessa - la convinse d'avere dato troppa corda alla propria immaginazione. Ma era impensabile anche la prima ipotesi. In ogni caso, Alanna non aveva avuto la possibilità di leggere l'elenco di nomi, impegnata com'era con il ter'angreal. Però, se Nynaeve aveva ragione, la Verde non avrebbe avuto bisogno di leggere quei nomi per tentare di ucciderla, ammesso che appartenesse all'Ajah Nera. S'ingiunse di smetterla. «Davvero, non è stata colpa tua» disse ancora. «Se avessi fatto il mio dovere» replicò Alanna, decisa «non sarebbe mai accaduto. Solo una volta ho visto un incidente analogo, anni fa, quando abbiamo provato a usare un ter'angreal nella stessa stanza dove ce n'era un altro che forse aveva qualche relazione con il primo. È rarissimo trovarne due del genere. Quei due ter'angreal si fusero e per una settimana ogni Sorella che si era trovata nel raggio di cento passi ebbe un tale mal di testa da non poter incanalare neppure una scintilla. Che ti prende, bambina?» Egwene aveva serrato la mano intorno alla borsa fino ad avere sul palmo l'impronta dell'anello di pietra. Non era un po' caldo? Luce santa, si disse, la colpevole era lei stessa! «Niente, Alanna Sedai» rispose. «Non hai fatto nulla di sbagliato. Non hai motivo di condividere il mio castigo. Proprio nessuno. Nessuno!» «Un po' veemente» osservò Sheriam «ma vero.» Alanna si limitò a scuotere la testa.
«Aes Sedai» disse lentamente Egwene «cosa significa appartenere all'Ajah Verde?» Sheriam spalancò gli occhi, divertita; Alanna sorrise apertamente. «Ti sei appena messa l'anello» disse «e già vuoi stabilire quale Ajah sceglierai? Primo, devi amare gli uomini. Non innamorarti di loro: amarli. Diversamente dalle Azzurre, alle quali piacciono fin tanto che condividono le loro cause e non ostacolano la loro strada. E di certo diversamente dalle Rosse, che li disprezzano come se ciascuno di loro fosse responsabile della Frattura.» Alviarin, la Bianca giunta insieme con l'Amyrlin, diede loro un'occhiata gelida e tirò dritto. «E diversamente dalle Bianche» proseguì Alanna, con una risata «che nella propria vita non hanno posto per alcun sentimento.» «Non mi sono spiegata, Alanna Sedai» disse Egwene. «Voglio sapere cosa significa essere una Verde.» Non era sicura che Alanna avrebbe capito, perché non era sicura di capire lei stessa il motivo della richiesta; ma Alanna annuì, come se capisse. «Le Marroni cercano conoscenza, le Azzurre s'impicciano in tutte le faccende e le Bianche considerano con logica implacabile le questioni di verità. Tutte noi facciamo un po' così, naturalmente. Ma essere una Verde significa stare pronta.» Mostrò nel tono una nota d'orgoglio. «Nelle Guerre Trolloc, spesso ci chiamavano l'Ajah da Battaglia. Tutte le Aes Sedai sono intervenute come e dove possibile; ma solo l'Ajah Verde era sempre con l'esercito, quasi in ogni battaglia. Noi eravamo la controparte dei Signori del Terrore. L'Ajah da Battaglia. E ora stiamo pronte, per una nuova venuta dei Trolloc a meridione, per la Tarmon Gai'don, l'Ultima Battaglia. Noi ci saremo. Ecco cosa significa essere dell'Ajah Verde.» «Grazie, Aes Sedai» disse Egwene. Questo, era stata? O sarebbe diventata? Quanto avrebbe voluto sapere se l'esperienza era reale, se riguardava il fatto di trovarsi lì in quel momento! L'Amyrlin si unì a loro, accolta da profonde riverenze. «Stai bene, Figlia?» domandò a Egwene. Scoccò una rapida occhiata all'angolo del fascicolo che sporgeva da sotto la veste da novizia e tornò subito a guardare in viso Egwene. «Scoprirò la ragione di quanto è accaduto stanotte, prima che sia finita.» Egwene arrossì. «Sto bene, Madre» rispose. Con sorpresa, udì Alanna fare all'Amyrlin la richiesta di cui aveva parlato poco prima. «Non ho mai sentito una cosa del genere!» ringhiò l'Amyrlin. «Il pro-
prietario non s'infanga con i marinai, anche se ha mandato la barca a incagliarsi in una secca.» Lanciò uno sguardo a Egwene, con occhi socchiusi per la preoccupazione. E per la collera. «Condivido il tuo turbamento, Alanna» soggiunse. «Qualsiasi cosa abbia fatto, questa bambina non meritava un simile rischio. Bene. Se può tranquillizzarti, fai pure visita a Sheriam. Ma che rimanga strettamente fra voi due. Non tollero che un'Aes Sedai cada nel ridicolo, neppure nella Torre.» Egwene aprì bocca per confessare tutto e restituire l'anello (non voleva tenerselo, quel maledetto anello...) ma Alanna l'anticipò. «E le cucine, Madre?» «Non essere ridicola, Figlia» replicò l'Amyrlin; era arrabbiata e lo mostrava a ogni parola. «Entro un giorno, tutti riderebbero alle tue spalle, tranne chi penserà che sei impazzita. E non credere di tenerla nascosta: storie come questa camminano con le proprie gambe. Sentiresti parlare dell'Aes Sedai sguattera, da Tear al Maradon. Il ridicolo ricadrebbe su ogni Sorella. No. Se vuoi liberarti d'un senso di colpa e non puoi comportarti come farebbe una donna adulta, bene, ti ho già detto di fare visita a Sheriam. Vai con lei stanotte, uscendo di qui. Così avrai a disposizione il resto della notte per stabilire se ne hai tratto giovamento. Domani comincerai a indagare per scoprire la causa dell'incidente!» «Sì, Madre» rispose Alanna, con voce perfettamente neutra. A Egwene era passata la voglia di confessare. Alanna aveva mostrato solo un lampo di delusione, nel capire che l'Amyrlin non le avrebbe permesso di stare con Egwene nelle cucine. Come qualsiasi persona assennata, non voleva la punizione: cercava solo una scusa per stare vicino a lei. Ma di sicuro, si disse Egwene, Alanna non aveva causato di proposito il cattivo funzionamento del ter'angreal: lei stessa era la responsabile. Poteva sospettarla d'appartenere all'Ajah Nera? Presa da questi pensieri, udì che qualcuno si schiariva la voce e ripeteva il verso, più forte. Si scosse: l'Amyrlin la fissava negli occhi. «Pare proprio che dormi in piedi, bambina» disse, staccando bene le parole. «Ti suggerisco di andare a letto.» Per un istante guardò i fogli malamente nascosti. «Hai molto lavoro, domani e nei giorni a venire.» Resse ancora per un istante lo sguardo di Egwene, poi si allontanò in fretta, prima che le altre potessero farle la riverenza.» Appena l'Amyrlin fu fuori portata d'orecchio, Sheriam si avventò contro Alanna, che ribollì d'ira, ma accettò in silenzio il rimprovero. «Sei pazza, Alanna!» l'apostrofò Sheriam. «Stupida, due volte stupida, se pensi che ti
tratterò con mano leggera solo perché siamo state novizie insieme. Sei presa dal Drago?» All'improvviso si accorse di Egwene e cambiò il bersaglio della propria collera. «Ho udito male, Ammessa, o l'Amyrlin Seat ti ha ordinato di andare a letto? Se ti scappa una sola parola, rimpiangerai che non ti abbia sotterrata in un campo per concimarlo! E ti vedrò nel mio studio domattina, appena la campana suona la Prima Ora, non un secondo di ritardo. Ora vattene!» Con la testa che le girava, Egwene lasciò la sala. Di chi poteva fidarsi? Dell'Amyrlin? L'aveva mandata a caccia di tredici donne dell'Ajah Nera e si era dimenticata di dirle che tredici era proprio il numero necessario per convertire all'Ombra, contro la sua stessa volontà, una donna in grado d'incanalare. Di chi poteva fidarsi? Non voleva stare da sola, pativa anche solo a pensarlo; così andò nei quartieri delle Ammesse, dicendosi che tanto l'indomani vi si sarebbe trasferita; bussò alla porta di Nynaeve e la spalancò senza attendere risposta. A lei poteva confidare ogni cosa. A lei e a Elayne. Nynaeve, seduta in una delle due poltrone, teneva in grembo la testa di Elayne che, scossa dai singhiozzi, piangeva piano, come quando non si ha più la forza di versare lacrime, ma si sente ancora il bruciore delle emozioni. Anche Nynaeve aveva le guance umide. Il Gran Serpente luccicava sulla mano che lisciava i capelli di Elayne e faceva il paio con quello alla mano di quest'ultima, stretta sull'orlo della sottana di Nynaeve. Elayne alzò il viso, rosso e gonfio per il lungo pianto; vide Egwene e tirò su col naso. «Non potrei essere così sciagurata, Egwene. Non potrei proprio!» L'incidente col ter'angreal, il timore che qualcuna avesse letto i fogli di Verin, i sospetti verso tutte le donne presenti in quella sala... erano state emozioni terribili, ma l'avevano riparata alla bell'e meglio da ciò che si era verificato dentro gli archi. Incidente, timore e sospetti provenivano dall'esterno; il resto, dal suo intimo. Le parole di Elayne lacerarono lo strato protettivo e l'emozione racchiusa colpì Egwene con la forza d'un soffitto che crolli. Rand suo marito e Joiya sua figlia. Rand, impossibilitato a muoversi, che la supplicava di ucciderlo. Rand in catene, sul punto d'essere domato. Prima di rendersene conto, si ritrovò in ginocchio accanto a Elayne e tutte le lacrime fino a quel momento trattenute sgorgarono come fiume in piena. «Non potevo aiutarlo, Nynaeve!» singhiozzò Egwene. «L'ho abbandonato lì!»
Nynaeve trasalì, come schiaffeggiata; ma subito circondò con le braccia Egwene e Elayne, le strinse al petto, le cullò. «Non dite niente» mormorò piano. «Col tempo, passa. Un poco. Un giorno le costringeremo a pagare il nostro prezzo. Non dite niente. Non dite niente.» 24 Indagini e scoperte
La luce del sole filtrò dagli scuri traforati, strisciò sul letto, svegliò Mat. Per un momento lui si limitò a stare disteso, perplesso. Prima di lasciarsi vincere dal sonno non aveva elaborato alcun piano per fuggire da Tar Valon, ma neppure vi aveva rinunciato. Ancora troppi ricordi erano annebbiati, ma non avrebbe ceduto. Entrarono due indaffarate cameriere, portando acqua calda e un vassoio carico di cibi; gli sorrisero e gli dissero che aveva già un aspetto migliore e che presto sarebbe stato di nuovo in piedi, se avesse seguito le prescrizioni delle Aes Sedai. Mat rispose brevemente, cercando di non mostrarsi aspro. Pensassero pure che intendeva continuare la cura. Al profumo proveniente dal vassoio, si sentì brontolare lo stomaco. Uscite le cameriere, gettò da parte la coperta e scese dal letto, fermandosi solo a ficcarsi in bocca mezza fetta di prosciutto, prima di versare l'acqua per lavarsi e radersi. Fissò l'immagine nello specchio posto sopra il lavabo e smise per un momento d'insaponarsi il viso: aveva davvero un aspetto migliore. Le guance erano ancora incavate, ma non come il giorno prima. Le occhiaie scure erano scomparse, gli occhi erano meno infossati. Pareva che ogni boccone trangugiato la sera precedente gli avesse messo carne sulle ossa. Si sentiva perfino più in forze. «Di questo passo» borbottò «me ne sarò andato prima che loro se ne rendano conto.» Ma era ancora sorpreso quando, dopo la rasatura, si sedette e divorò, fino all'ultimo pezzetto, prosciutto, rape e pere. Di sicuro si aspettavano che, terminato il pasto, tornasse subito a letto; invece si vestì. Batté i piedi per calzare gli stivali, guardò gli abiti di ri-
cambio e decise di lasciarli, per il momento. Prima doveva sapere cosa intendeva fare. Se doveva lasciarli... Infilò nella borsa i bussolotti dei dadi. Con quelli si sarebbe procurato tutti gli abiti che gli servivano. Aprì la porta e scrutò fuori. Altre porte di legno chiaro, dorato, si aprivano sul corridoio, alternate ad arazzi variopinti; una passatoia azzurra correva sul pavimento a piastrelle bianche. Ma non c'era nessuno. Niente guardie. Mat si mise in spalla il mantello e uscì rapidamente. Ora doveva trovare la via per l'esterno. Fu costretto a girare un poco, giù per scale e lungo corridoi e in corti a cielo aperto, prima di trovare una porta sull'esterno; e intanto vide delle persone: cameriere e novizie vestite di bianco, che procedevano in fretta per eseguire commissioni... e le novizie correvano anche più delle cameriere; cinque o sei servitori che trasportavano grossi bauli e altri carichi pesanti; alcune Ammesse con la veste ornata di bande dei sette colori. Persino un paio di Aes Sedai. Nel passare, le Aes Sedai non parvero neppure accorgersi di lui, oppure gli diedero solo un'occhiata di sfuggita. Mat indossava abiti di campagna, ma ben fatti: non aveva l'aspetto di un vagabondo; inoltre, la presenza dei servitori dimostrava che in quella parte della Torre era consentito l'ingresso ai maschi. Mat sospettò che lo scambiassero per un servitore: per lui andava bene, purché nessuno gli dicesse di sollevare oggetti pesanti. Rimase un po' deluso che nessuna delle donne viste fosse Egwene o Nynaeve o anche Elayne. Quest'ultima era carina, malgrado l'aria altezzosa. E avrebbe potuto dirgli come trovare Egwene e la Sapiente. Non poteva andarsene senza salutarle. Si domandò se una di loro avrebbe fatto la spia, visto che stava per diventare Aes Sedai, ma si diede dello stupido: loro non l'avrebbero mai fatto! Comunque, avrebbe corso il rischio. Una volta all'esterno, sotto il luminoso cielo del primo mattino, macchiato soltanto da qualche nuvola vagabonda, per un poco non pensò più alle donne. Aveva di fronte un'ampia corte lastricata, con al centro una comune fontana e sul lato opposto un casermone di pietra grigia. Quest'ultimo pareva un enorme macigno fra i pochi alberi che spuntavano da spiazzi bordati fra le pietre del lastrico. Davanti al lungo e basso edificio, guardie in maniche di camicia facevano manutenzione alle armi, alle corazze e ai finimenti. Le guardie erano proprio quel che lui cercava al momento. Attraversò la corte e osservò i soldati, come se non avesse niente di meglio da fare. Mentre lavoravano, i soldati chiacchieravano e ridevano, come contadini al termine del raccolto. Di tanto in tanto uno di loro guardava
curiosamente Mat, ma nessuno mise in discussione il suo diritto di trovarsi lì. E Mat di tanto in tanto faceva con noncuranza qualche domanda. Alla fine ottenne le risposte che cercava. «La guardia al ponte?» disse un uomo robusto, nero di capelli, più anziano di lui di cinque anni al massimo, con una forte cadenza illiana. Per quanto giovane, aveva sulla guancia sinistra una sottile cicatrice biancastra e oliava la spada, con competenza e cognizione di causa. Guardò Mat a occhi socchiusi, prima di riprendere il lavoro. «Devo fare la guardia al ponte e smonterò stasera. Perché lo domandi?» «Mi chiedevo soltanto quali condizioni ci fossero dall'altra parte del fiume. Buon tempo per viaggiare? Non dovrebbe esserci fango, a meno che non ci siano state più piogge di quanto non mi risulti.» «Quale lato del fiume?» domandò placidamente il soldato. Non alzò gli occhi dallo straccio unto che strofinava sulla lama. «Ah... orientale. Il lato orientale.» «Fango, no. Manti Bianchi.» Si spostò di lato a sputare, ma non cambiò tono di voce. «Nel raggio di dieci miglia i Manti Bianchi cacciano il naso in ogni villaggio. Ancora non hanno infastidito nessuno, ma la loro presenza basta a innervosire la gente. Porca Fortuna, penso proprio che vogliano provocarci: hanno l'aria di chi ci attaccherebbe, se potesse. Brutta storia, per chi vuole mettersi in viaggio.» «E a ponente?» «Stessa cosa.» Il soldato guardò in viso Mat. «Ma tu non passerai i ponti, ragazzo, né a levante né a ponente. Sei Matrim Cauthon. Ieri sera una Sorella è venuta di persona al ponte dov'ero di guardia. Ci ha ripetuto la tua descrizione, finché non la sapevamo a memoria. Sei un ospite, ha detto, da non toccare. Ma non devi lasciare la città, a costo di legarti mani e piedi per impedirtelo.» Socchiuse gli occhi. «Non avrai rubato qualcosa?» domandò, dubbioso. «Non hai l'aria dei soliti ospiti.» «Non ho rubato niente!» protestò Mat, indignato. Non aveva la minima possibilità di filarsela alla chetichella. Tutte le guardie lo conoscevano! «Non sono un ladro!» «No, non è ciò che ti leggo in faccia. Niente furti. Ma hai l'aria del tizio che tre giorni fa voleva vendermi il Corno di Valere. Diceva che era quello, per quanto ammaccato e graffiato. Hai anche tu un Corno di Valere da vendere? O forse è la spada del Drago?» Nel sentir nominare il Corno, Mat trasalì, ma riuscì a mantenere ferma la voce. «Ero ammalato» disse. Ora anche altri soldati lo guardavano. Senza
volerlo, aveva fatto in modo che tutti sapessero che non poteva andarsene. Si costrinse a ridacchiare. «Le Sorelle mi hanno Guarito» soggiunse. Alcuni soldati corrugarono la fronte. Forse pensavano che gli altri dovevano mostrare maggior rispetto e non chiamare Sorelle le Aes Sedai. «Immagino che le Aes Sedai non vogliano che me ne vada prima d'avere ricuperato le forze» concluse. Avrebbe voluto convincerli ad accettare questa versione. Un uomo che era stato Guarito, ecco tutto. Non c'era motivo di preoccuparsi ancora di lui. L'illiano annuì. «Hai l'aspetto di chi è stato ammalato» disse. «Forse la ragione è questa. Ma non ho mai sentito dire che le Aes Sedai si dessero tanta pena per tenere in città un ammalato.» «La ragione è questa, infatti» dichiarò Mat, deciso. Tutti ancora lo guardavano. «Be', devo andare. Mi hanno detto di fare passeggiate. Tante lunghe passeggiate. Per rimettermi in forze, capisci.» Mentre si allontanava, si sentì seguito dai loro sguardi e si accigliò. Aveva solo voluto scoprire fino a che punto le Aes Sedai avevano fatto circolare la sua descrizione. Se fossero stati informati soltanto gli ufficiali delle guardie ai ponti, forse sarebbe riuscito a filarsela. Era sempre stato bravo a passare inosservato: un'abilità che si sviluppa da sola, quando tua madre sospetta sempre che combini qualche marachella e hai quattro sorelle che le riferiscono ogni tua mossa. Ma aveva ottenuto solo di farsi vedere da mezza caserma di guardie, maledizione! I terreni della Torre erano in gran parte giardini alberati, con ericacee, betulle e olmi; ben presto Mat si trovò a camminare lungo un ampio e tortuoso sentiero di ghiaia. Pareva un viottolo di campagna, a parte le torri visibili al di sopra degli alberi. E la massa bianca della Torre stessa, dietro di lui, che pareva opprimerlo come se gli pesasse sulle spalle. Se c'erano uscite non sorvegliate, quello pareva il posto giusto dove cercarle. Sul sentiero comparve una ragazza con la veste bianca delle novizie e procedette con decisione verso di lui. Immerso nei propri pensieri, sulle prime Mat non la vide. Ma quando fu tanto vicino da distinguerne gli occhi grandi e neri e la treccia, sorrise. La conosceva, però non si sarebbe mai aspettato d'incontrarla lì. Anzi, neppure di rivederla. Ridacchiò tra sé. Fortuna per compensare la malasorte. Ricordò pure che non le dispiacevano i ragazzi. «Else» la chiamò. «Else Grinwell. Ti ricordi di me, vero? Mat Cauthon. Con un mio amico sono stato ospite nella fattoria di tuo padre. Ricordi? Hai deciso di diventare Aes Sedai, allora?»
Lei si fermò di colpo e lo fissò. «Cosa fai, in piedi e in giro?» replicò, gelida. «Ah, lo sai anche tu» disse Mat. Si avvicinò, ma Else arretrò e mantenne la distanza. Mat si fermò. «Non c'è pericolo di contagio. Sono stato Guarito, Else.» Gli occhioni neri parevano più perspicaci di quanto non ricordasse e molto meno calorosi, ma forse era una conseguenza degli studi per diventare Aes Sedai. «Cosa ti prende, Else? Non mi conosci più?» «Ti conosco» disse lei. Anche il comportamento era diverso da come lui lo ricordava: ora avrebbe potuto dare lezioni d'arroganza a Elayne. «Ho... da fare. Lasciami passare.» Il sentiero, pensò Mat con una smorfia, era sufficiente per sei persone a fianco a fianco. «T'ho detto che non c'è pericolo di contagio.» «Lasciami passare!» Brontolando, Mat si spostò sul bordo del sentiero. Else gli passò accanto, dall'altro lato, tenendolo d'occhio per assicurarsi che non s'avvicinasse. Poi allungò il passo e continuò a guardarlo da sopra la spalla, finché non scomparve al di là della curva. Voleva essere sicura che non la seguissi, pensò Mat, acido. Prima le guardie e ora Else. Non aveva molta fortuna, quel giorno. Riprese la passeggiata e ben presto udì una serie di colpi rumorosi, come di decine di bastoni battuti insieme. Incuriosito, si diresse da quella parte, fra gli alberi. Quasi subito si trovò in un vasto spiazzo di terra battuta, largo almeno cinquanta passi e lungo il doppio. Tutt'intorno, a intervalli sotto gli alberi, c'erano cavalletti di legno con bastoni ferrati e spade d'allenamento fatte con listelli lascamente legati, oltre a qualche spada vera, qualche ascia e qualche lancia. Sul terreno aperto, coppie di uomini quasi tutti a torso nudo si affrontavano con spade d'allenamento. Alcuni si muovevano con scioltezza e parevano danzare, passando di posizione in posizione, dal colpo di parata al colpo di risposta, in fluido e costante movimento. Non si segnalavano per qualcosa di particolare, a parte l'abilità, però Mat fu sicuro che fossero Custodi. Coloro che non mostravano altrettanta scioltezza erano tutti assai giovani; ciascuna coppia si addestrava sotto l'occhio attento d'un uomo più anziano che pareva irradiare grazia micidiale anche da fermo. Custodi e allievi, si disse Mat. Non era l'unico a guardare. Neanche a dieci passi da lui, cinque o sei
donne con il viso senza età delle Aes Sedai e altrettante Ammesse guardavano una coppia di allievi a torso nudo, lucidi di sudore, sotto la guida di un Custode con il fisico d'un blocco di pietra. Il Custode usava una corta pipa per dare insegnamenti agli allievi e lasciava una scia di fumo. Mat si sedette a gambe incrociate sotto un albero, raccolse tre sassi e cominciò a lanciarli in aria e a riprenderli al volo come i giocolieri. Non che si sentisse debole, ma gli faceva piacere starsene seduto. La via d'uscita, se c'era, non sarebbe svanita solo perché lui si riposava un momento. Prima che passassero cinque minuti, capì qual era la persona che Aes Sedai e Ammesse guardavano: uno degli allievi del Custode ben piantato, un giovanotto alto e snello, dai movimenti felini. Bello quasi come una ragazza, pensò Mat, sarcastico. Ogni donna, perfino le Aes Sedai, fissava con occhi scintillanti quel giovanotto. Il giovane adoperava la spada quasi con l'abilità dei Custodi e di tanto in tanto si guadagnava un borbottio d'approvazione da parte del maestro. Ma non perché l'avversario, più vicino all'età di Mat e dai capelli rossodorati, fosse poco abile. Anzi, era bravo anche lui, per quanto ne capiva Mat, che di spade sapeva poco. Il giovane dai capelli rossodorati parava ogni fulmineo attacco, schivava i colpi e di tanto in tanto contrattaccava. Ma l'altro respingeva in un batter d'occhio questi attacchi e riprendeva gli assalti. Mat passò i ciottoli in una mano sola, ma continuò a lanciarli in aria e a prenderli al volo. Non gli sarebbe piaciuto affrontare nessuno dei due, si disse; di certo, non con la spada. «Intervallo!» disse il Custode, con voce che pareva il rumore d'un secchio di pietre rovesciato. Col fiato grosso, i due abbassarono la spada. Avevano i capelli incollati di sudore. «Potete riposare, finché non avrò finito la pipa. Ma riposate in fretta: sono quasi al fondo.» Mat ne approfittò per dare una buona occhiata al giovane dai capelli rossodorati e lasciò cadere i tre ciottoli. "La Luce m'incenerisca!" pensò. "Mi giocherei fino all'ultima moneta che quello è il fratello di Elayne. E se l'altro non è Galad, mi mangio gli stivali." Mentre tornavano da Capo Toman, metà dei discorsi di Elayne riguardava le virtù di Gawyn e i difetti di Galad. Be', anche Gawyn, secondo Elayne, aveva qualche difetto, ma di scarsa importanza... e a Mat parevano quella sorta di debolezze che solo una sorella riterrebbe difetti. D'altra parte, se Elayne era messa alle strette, Galad pareva il figlio che ogni madre vorrebbe avere. Mat non pensava che gli sarebbe piaciuto passare tanto tempo in compagnia di Galad. Egwene arrossiva ogni volta che lo si nominava, ma pareva convinta che nessuno
se ne accorgesse. Quando Gawyn e Galad si fermarono, un'increspatura parve percorrere le spettatrici: si sarebbe detto che sarebbero avanzate tutte insieme. Ma Gawyn scorse Mat e disse sottovoce qualche parola a Galad; tutt'e due passarono davanti alle donne. Aes Sedai e Ammesse girarono la testa per seguire il loro sguardo. Mentre i due si avvicinavano, Mat si alzò. «Sei Mat Cauthon, vero?» disse Gawyn, con un sorriso. «Ero sicuro d'averti riconosciuto, dalla descrizione di Egwene. E di Elayne. Ho saputo che sei stato ammalato. Ora stai meglio?» «Sto benissimo» rispose Mat. Si domandò se doveva chiamare Gawyn "milord" o qualcosa del genere. Si era rifiutato di chiamare "milady" Elayne... be', lei non l'aveva mai preteso... e avrebbe fatto lo stesso col fratello. «Sei venuto nel campo d'allenamento per imparare la scherma?» domandò Galad. Mat scosse la testa. «Sono solo uscito a fare due passi. Di spade ne so poco. Ho più fiducia in un buon arco o in un bastone ferrato. So usarli.» «Se passi tanto tempo intorno a Nynaeve» disse Galad «per proteggerti avrai bisogno di arco, di bastone e anche di spada. E forse non basterebbero.» Gawyn lo guardò, incuriosito. «Galad, hai appena detto una battuta spiritosa!» «Ho anch'io il senso dell'umorismo, Gawyn» replicò Galad, con una ruga. «Tu credi che ne sia privo solo perché non mi piace beffare le persone.» Gawyn scosse la testa e si rivolse di nuovo a Mat. «Dovresti imparare, i fondamenti della scherma» disse. «Torna utile a tutti, di questi tempi. Il tuo amico, Rand al'Thor, portava una spada assai insolita. Hai notizie di lui?» «Non lo vedo da molto tempo» rispose subito Mat. Notò che per un istante, parlando di Rand, lo sguardo di Gawyn si era fatto più intenso. Possibile che sapesse? Ma no, non poteva sapere niente. Altrimenti avrebbe denunciato Mat come Amico delle Tenebre, solo per l'amicizia con Rand. Eppure qualcosa sapeva. «La spada non è l'arma migliore del mondo, sai» soggiunse. «Penso che me la caverei bene contro tutt'e due, spada contro un buon bastone ferrato.» Il colpo di tosse di Gawyn era chiaramente inteso a mascherare una risata. Con cortesia persino eccessiva, il giovane rispose: «Sarai di sicuro mol-
to abile, col bastone.» Galad era francamente incredulo. Forse perché tutt'e due la ritenevano una sbruffonata; forse perché aveva sbagliato a interrogare la guardia; forse perché Else, a cui piacevano i ragazzi, non aveva voluto avere niente a che fare con lui; forse perché tutte quelle donne guardavano Galad come i gatti tengono d'occhio un bricco di panna (in fin dei conti, Aes Sedai e Ammesse erano donne)... forse per una di queste ragioni (che però scacciò con rabbia, in particolare l'ultima) Mat decise di sfidarli. Per divertirsi, si disse. E per guadagnare qualche moneta. Non poteva avere sempre la sfortuna dalla sua parte. «Scommetto due marchi d'argento contro due per ciascuno di voi che posso battervi contemporaneamente. Mi sembra una scommessa equa. Siete due contro uno, quindi è giusto scommettere due marchi contro quattro.» Nel vedere la loro espressione costernata, a momenti si mise a ridere. «Mat» disse Gawyn «non c'è bisogno di scommettere. Sei stato ammalato. Meglio rimandare la sfida a quando sarai più in forze.» «Sarebbe una scommessa tutt'altro che equa» disse Galad. «Non l'accetterò, né ora né in seguito. Sei dello stesso villaggio di Egwene, vero? Non... non voglio che si arrabbi con me.» «E lei cosa c'entra? Colpitemi una volta sola, con la spada, e vi darò un marco d'argento ciascuno. Se vi colpirò fino a farvi abbandonare, mi darete due marchi ciascuno. Non credete di riuscirci?» «Ridicolo» disse Galad. «Non avresti alcuna possibilità contro uno spadaccino ben addestrato, figuriamoci contro due. Non accetto simili vantaggi.» «Ne sei convinto?» intervenne una voce stridula. Il Custode grande e grosso si era avvicinato e li guardava con sopracciglia aggrottate. «Siete convinti di saper usare la spada tanto bene da battere un ragazzo col bastone?» «Non sarebbe equo, Hammar Gaidin» disse Galad. «È ancora debole per la malattia» aggiunse Gawyn. «Non ha senso, questa sfida.» «In campo» ordinò Hammar, con un brusco cenno in direzione dello spiazzo. Galad e Gawyn diedero a Mat un'occhiata di rincrescimento e ubbidirono. Il Custode squadrò Mat in lungo e in largo. «Sei sicuro di potercela fare, ragazzo? Ora che ti guardo da vicino, hai proprio l'aria di chi dovrebbe stare a letto.» «Mi sono appena alzato» rispose Mat «e sono sicuro di farcela. Non voglio perdere due marchi.»
Sorpreso, Hammar inarcò il sopracciglio. «Intendi mantenere la scommessa, ragazzo?» «Ho bisogno di soldi» rise Mat. Smise di colpo di ridere, quando si girò verso la più vicina rastrelliera di bastoni ferrati e si sentì mancare le ginocchia. Le irrigidì con tale rapidità che pensò d'avere dato, a chiunque guardasse, l'impressione d'inciampare. Prese tempo per scegliere un bastone, del diametro di quasi due pollici e di un piede più lungo della propria altezza. Doveva vincere la sfida. Aveva fatto la sua solita sciocchezza, aprendo bocca, e ora doveva vincere. Non poteva permettersi di perdere i due marchi. Senza quei fondi, avrebbe impiegato una vita per vincere al gioco i soldi che gli occorrevano. Tornò a girarsi, reggendo a due mani il bastone. Gawyn e Galad aspettavano nello spiazzo. «Fortuna» mormorò Mat. «Tempo di lanciare i dadi.» Hammar gli diede un'occhiata bizzarra. «Parli la Lingua Antica, ragazzo?» Mat lo fissò per un momento, in silenzio. Si sentiva gelato fino alle ossa. Con uno sforzo si costrinse ad avanzare nello spiazzo. «Non dimenticate la scommessa» disse a voce alta. «Due marchi d'argento a testa, contro due dei miei.» Fra le Ammesse si levò un brusio, quando fu chiaro che cosa stava per accadere. Le Aes Sedai guardavano in silenzio. Un silenzio carico di disapprovazione. Gawyn e Galad si distanziarono, ma non si avvicinarono, né alzarono la spada. «Niente scommessa» disse Gawyn. «Non ti prenderò i soldi in questo modo» rincarò Galad. «Io ho intenzione di prendere i tuoi» replicò Mat. «Basta!» ruggì Hammar. «Se non hanno il coraggio di scommettere, ragazzo, coprirò io la posta.» «Benissimo» disse Gawyn. «Se proprio insisti... la scommessa è andata.» Galad esitò ancora un istante. «Allora è andata» brontolò poi. «Mettiamo fine a questa farsa.» Mat aveva bisogno solo di quell'istante di preavviso. Mentre Galad si avventava, fece scivolare le mani lungo il bastone e girò su se stesso. La punta del bastone urtò con forza il torace di Galad e gli strappò un borbottio, facendolo incespicare. Mat lasciò che il bastone rimbalzasse e si girò proprio mentre Gawyn veniva a portata. Abbassò il bastone, lo fece saetta-
re al di sotto della spada e colpì alla caviglia. Mentre Gawyn ruzzolava, Mat completò il giro, in tempo per colpire Galad al polso e fargli volare via la spada. Come se non sentisse il dolore al polso, Galad ruzzolò con scioltezza e si rialzò stringendo a due mani la spada. Ignorandolo per il momento, Mat si girò a mezzo. Gawyn, che si rimetteva in piedi, fu colpito alla tempia, con un tonfo solo in parte attutito dai capelli, e crollò come sacco vuoto. Mat notò appena l'Aes Sedai che si precipitava a soccorrere il fratello di Elayne e si augurò che Gawyn non si fosse fatto niente. Lui stesso aveva preso colpi peggiori, cadendo da qualche staccionata. Doveva ancora vedersela con Galad: da come aspettava, sulla punta dei piedi, spada pronta, era chiaro che ora lo prendeva sul serio. Le gambe di Mat scelsero quel momento per mettersi a tremare. Il ragazzo sentì la debolezza strisciarli addosso, l'intontimento, la fame di chi è digiuno da giorni. Se avesse aspettato l'attacco di Galad, sarebbe caduto lungo e disteso. Allora avanzò, tenendo con difficoltà le ginocchia dritte. Si augurò che la fortuna gli stesse al fianco. Dal primo colpo capì che la fortuna, o l'abilità, o qualsiasi cosa l'avesse fatto arrivare fino a quel punto, lo sosteneva ancora. Galad riuscì a deviare quel colpo, con uno schiocco secco, e il successivo, e altri due, ma irrigidì il viso per la tensione. L'elegante spadaccino, abile quasi quanto i Custodi, usava fino in fondo tutte le proprie capacità per tenere lontano il bastone. Non attaccava: poteva solo difendersi. Si muoveva in continuazione da una parte e dall'altra, cercava di non farsi sospingere indietro; e Mat lo incalzava, muovendo rapidamente il bastone. Galad arretrò d'un passo, arretrò ancora: la spada di legno era uno scudo ben piccolo, contro il bastone. Mat era divorato dai morsi della fame, come se avesse inghiottito delle donnole. Aveva il sudore negli occhi e cominciava a sentirsi sfinito, come se la forza gli colasse via insieme col sudore. Non poteva crollare, non ancora: doveva vincere. Subito. Con un ruggito gettò in un ultimo assalto tutte le residue energie. Il bastone guizzò dentro la guardia di Galad e in rapida successione colpì ginocchio, polso, costole; infine si piantò come lancia nello stomaco dell'avversario. Con un gemito Galad si piegò in due e si sforzò di non cadere. Nelle mani di Mat il bastone tremò, sul punto di vibrare il micidiale colpo conclusivo alla gola. Galad cadde a terra. Mat si rese conto di che cosa era stato sul punto di fare e lasciò quasi cadere il bastone. Doveva vincere, non uccidere! Che cosa aveva pensato?
D'istinto piantò a terra il bastone e subito fu costretto ad aggrapparvisi per tenersi in piedi. La fame lo scavava come coltello che togliesse dall'osso il midollo. A un tratto si rese conto che non solo Aes Sedai e Ammesse lo osservavano: Custodi e allievi avevano interrotto addestramento e lezioni, fissavano solo lui. Hammar si accostò a Galad, che ancora gemeva e cercava di tirarsi in piedi. Il Custode alzò la voce. «Chi fu il più grande spadaccino di tutti i tempi?» gridò. Dalla gola di decine d'allievi uscì la risposta: «Jearom Gaidin!» «Giusto» disse Hammar, girandosi per assicurarsi che tutti udissero. «In vita sua, Jearom sostenne più di diecimila scontri, in battaglia e in duello. Fu sconfitto solo una volta. Da un contadino armato di bastone! Non dimenticatelo. E non dimenticate quel che avete appena visto.» Guardò Galad e abbassò la voce. «Se ancora non riesci ad alzarti, ragazzo, è finita.» Sollevò la mano: Aes Sedai e Ammesse si precipitarono intorno a Galad. Mat scivolò ginocchioni. Nessuna Aes Sedai lo degnò d'uno sguardo; solo un'Ammessa gli diede un'occhiata... una ragazza grassoccia che forse Mat avrebbe invitato a un giro di danza, se non fosse stata destinata a diventare Aes Sedai. L'Ammessa corrugò la fronte, sbuffò, e si girò a guardare che cosa facevano le Aes Sedai intorno a Galad. Gawyn era in piedi, notò Mat con sollievo. Si alzò anche lui, mentre Gawyn si avvicinava. Non doveva mostrasi debole, altrimenti non sarebbe mai andato via da Tar Valon, se le Aes Sedai avessero deciso di curarlo dall'alba all'alba. Gawyn aveva i capelli sporchi di sangue, ma non si vedeva alcun taglio. Il giovane mise in mano a Mat due marchi d'argento. «La prossima volta ti darò retta» disse. Notò l'occhiata di Mat, si toccò la testa. «Hanno Guarito la ferita, ma era solo un graffio. Elayne m'ha fatto di peggio, più d'una volta. Sei bravo, col bastone.» «Meno di mio padre» rispose Mat. «Da quando mi ricordo, ogni anno alla festa di Bel Tine ha vinto la gara di bastone, a parte un paio d'occasioni in cui vinse il padre di Rand.» Negli occhi di Gawyn tornò quel lampo d'interesse e Mat rimpianse d'avere menzionato Tam al'Thor. Aes Sedai e Ammesse erano ancora raggruppate intorno a Galad. «Devo... devo averlo ferito gravemente. Ma non ne avevo l'intenzione.» Gawyn diede un'occhiata da quella parte (non c'era niente da vedere, a parte due cerchi di schiene femminili, il più esterno composto di vesti bianche delle Ammesse che scrutavano da sopra la spalla delle Aes Sedai
accovacciate) e si mise a ridere. «Non l'hai ucciso. Ho udito i suoi gemiti, quindi ormai dovrebbe essersi rimesso in piedi; ma quelle non si lasceranno sfuggire l'occasione, ora che gli hanno messo le mani addosso. Luce santa, quattro sono dell'Ajah Verde!» Mat gli diede un'occhiata, perplesso, e Gawyn scosse la testa. «Non importa. Ma sta' sicuro che la cosa peggiore di cui debba preoccuparsi Galad è un'altra: trovarsi legato come Custode a un'Aes Sedai Verde prima che la testa gli si schiarisca.» Rise. «No, non faranno una cosa del genere. Ma scommetterei quei miei due marchi che alcune di loro rimpiangono di non poterlo fare.» «Non tuoi» disse Mat, mettendo nella tasca della giubba le due monete. «Miei.» Non aveva capito molto, della spiegazione, a parte che Galad stava bene. Del legame fra Custode e Aes Sedai conosceva quel poco che gli dicevano i frammentari ricordi su Lan e Moiraine: e li non c'era niente di ciò che Gawyn pareva insinuare. «Se la prenderanno, se vado a riscuotere l'altra metà della scommessa?» «Oh, eccome» intervenne ironicamente Hammar, unendosi a loro. «Al momento non sei molto ben visto, da queste particolari Aes Sedai.» Sbuffò. «Si penserebbe che perfino le Verdi siano meglio di ragazzine appena staccate dalle sottane materne. Galad non è poi bello fino a questo punto.» «No, infatti» convenne Mat. Gawyn ridacchiò, finché Hammar non lo guardò di storto. «Prendi» disse il Custode, mettendo in mano a Mat altre due monete d'argento. «Più tardi mi farò rimborsare da Galad. Da dove provieni, ragazzo?» «Dal Manetheren» rispose Mat. Restò di sasso, nell'udire quel nome uscirgli dalle labbra. «Voglio dire, dai Fiumi Gemelli» si corresse subito. «Ho ascoltato troppe storie dei tempi antichi.» I due si limitarono a guardarlo in silenzio. «Penso... penso che tornerò a cercare qualcosa da mettere sotto i denti.» Ancora non era suonata la campana di mezzo mattino, ma i due annuirono, come se avesse detto una cosa assennata. Mat tenne il bastone (nessuno gli aveva detto di rimetterlo a posto) e si allontanò lentamente, finché gli alberi non lo nascosero alla vista. Allora vi si appoggiò, come se fosse l'unica cosa che lo tenesse in piedi. E forse era proprio così, si disse. Se avesse aperto la giubba, pensò, avrebbe visto un buco al posto dello stomaco, un buco sempre più largo, man mano che divorava il resto del corpo. Ma quasi non pensava alla fame. Continuava a sentire voci nella testa. Parli la Lingua Antica, ragazzo? Dal Manetheren. Rabbrividì. Luce santa, continuava a inguaiarsi sempre più. Doveva andarsene di lì. Ma co-
me? Tornò a passo malfermo verso la Torre, come un uomo vecchio, vecchissimo. Ma come? 25 Domande
Distesa di traverso sul letto di Nynaeve, mento fra le mani, Egwene guardava l'amica andare nervosamente avanti e indietro. Elayne se ne stava seduta davanti al camino ancora pieno della cenere della notte, ma esaminava un'altra volta l'elenco di nomi fornito da Verin e rileggeva con pazienza ogni parola. Le pagine con l'elenco dei ter'angreal, erano sul tavolo. Dopo la prima lettura, Egwene e le amiche, sconvolte, avevano accantonato questo argomento, anche se avevano parlato di tutto. E discusso, anche. Egwene soffocò uno sbadiglio. Era solo metà mattino, ma nessuna di loro aveva riposato molto. Si erano svegliate presto. Per andare nelle cucine e preparare la colazione. Per altri motivi a cui Egwene si rifiutava di pensare. Quel po' di sonno che era riuscita a concedersi era stato pieno di sogni spiacevoli. Forse Anaiya poteva aiutarla a capire i sogni, almeno quelli che bisognava capire, però... e se fosse stata dell'Ajah Nera? La notte scorsa, dopo avere fissato ogni donna presente nella sala ed essersi domandata chi appartenesse all'Ajah Nera, trovava difficile fidarsi di qualcuno, a parte le sue due amiche. Ma avrebbe voluto conoscere un sistema per interpretare quei sogni. Gli incubi riguardanti l'accaduto della notte precedente all'interno del ter'angreal erano abbastanza comprensibili, anche se a causa di essi si era svegliata in lacrime. Aveva sognato anche i Seanchan, donne che sul petto della veste avevano il simbolo di fulmini intrecciati e che portavano al guinzaglio una lunga fila di donne con l'anello del Gran Serpente al dito e le costringevano a scatenare fulmini contro la Torre Bianca. Per colpa di questo sogno si era svegliata in un bagno di sudore freddo, ma anche questa volta si trattava di un incubo. E poi aveva sognato Manti Bianchi che legavano le mani a suo padre. Un incubo provocato dalla nostalgia di casa, si disse. Ma gli altri... Guardò di nuovo le altre due. Elayne leggeva ancora. Nynaeve andava
ancora avanti e indietro, con lo stesso passo deciso. In un sogno Rand afferrava una spada che pareva fatta di cristallo, senza vedere la rete sottile che gli cadeva addosso. In un altro, era in ginocchio in una sala dove un vento secco soffiava polvere sul pavimento e creature simili a quella raffigurata sullo stendardo del Drago, ma molto più piccole, si libravano nell'aria e gli entravano nelle carni. Aveva sognato pure che Rand scendeva in un grande pozzo in una montagna nera, un pozzo pieno di bagliore rossastro, come se in fondo ardessero enormi fuochi; e perfino che affrontava i Seanchan. Su quest'ultimo sogno era incerta, ma gli altri dovevano pur avere un significato. In precedenza, quando ancora si fidava di Anaiya, prima di lasciare la Torre, prima di sapere dell'esistenza dell'Ajah Nera, con caute domande, in modo che l'Aes Sedai le ritenesse frutto di semplice curiosità, aveva appreso che i sogni di una Sognatrice riguardanti persone ta'veren erano quasi sempre significativi e più i ta'veren erano forti, più il "quasi sempre" diventava "certamente". Ma anche Mat e Perrin erano ta'veren e lei aveva sognato anche di loro. Sogni bizzarri, perfino più incomprensibili. Perrin con un falco sulla spalla, Perrin con uno sparviero. Però il falco aveva tra gli artigli un guinzaglio (Egwene, senza saperselo spiegare, era convinta che falco e sparviero fossero femmine) e lo sparviero cercava di metterlo al collo di Perrin. Al pensiero, rabbrividiva ancora adesso: odiava i sogni riguardanti guinzagli! E quel sogno in cui Perrin (con la barba!) guidava un enorme branco di lupi che si estendeva fin dove arrivava la vista. I sogni su Mat erano addirittura più orribili. Mat che metteva il proprio occhio sinistro sul piatto d'una bilancia. Mat impiccato a un ramo d'albero. C'era stato pure un sogno che comprendeva Mat e i Seanchan, ma lei era propensa a ritenerlo un incubo. Non poteva essere altro. Come quello in cui Mat parlava la Lingua Antica. Di sicuro era provocato da ciò che lei aveva udito durante la Guarigione di Mat. Egwene sospirò e mutò il sospiro in un altro sbadiglio. Con le altre due quel pomeriggio era andata a trovarlo, dopo colazione, ma Mat non era nella sua stanza. Probabilmente stava abbastanza bene da andare alle feste da ballo. Luce santa, ora forse avrebbe sognato Mat che danzava con i Seanchan! Basta con i sogni, si disse, decisa. Ci avrebbe pensato quando non fosse stata così stanca. Pensò alle cucine, al pasto di mezzogiorno ormai prossimo, e poi alla cena, e alla colazione dell'indomani, e alle pentole e ai tavoli da spa-
recchiare e alle pulizie che parevano non finire mai. Cambiò posizione e guardò le amiche. Elayne continuava a esaminare l'elenco di nomi. Nynaeve aveva rallentato l'andirivieni. Da un momento all'altro, pensò Egwene, Nynaeve avrebbe ripetuto le parole di poco prima. Nynaeve si fermò e fissò Elayne. «Metti via quei fogli» disse. «Li abbiamo esaminati venti volte e non c'è una parola utile. Verin ci ha dato robaccia. Non aveva altro, o ce l'ha data di proposito? Ecco il punto!» "Avevo proprio ragione" pensò Egwene. "Fra mezz'ora dirà le stesse cose." Corrugò la fronte e si fissò le mani, contenta di non poterle vedere distintamente. L'anello col Gran Serpente pareva fuori posto, in mani screpolate dalle lunghe immersioni in acqua bollente saponata. «Sapere i loro nomi ci è utile» disse Elayne, continuando a leggere. «E anche conoscere il loro aspetto fisico.» «Sai benissimo cosa intendo» replicò Nynaeve, brusca. Egwene sospirò e incrociò le braccia, posandovi sopra il mento. Quel mattino, appena uscita dallo studio di Sheriam, quando il sole non sfiorava neppure l'orizzonte, aveva trovato ad aspettarla, nel corridoio freddo e buio, Nynaeve con una candela. Non ci si vedeva molto, ma Nynaeve pareva pronta a mordere chiunque le capitasse a tiro, pur sapendo che la sua rabbia non avrebbe cambiato niente, nei prossimi minuti. Per questo era così irritabile. "È permalosa e orgogliosa come un uomo" pensò Egwene "ma non dovrebbe sfogarsi su noi due. Se Elayne può sopportarlo, dovrebbe riuscirci anche lei. Non è più la Sapiente del villaggio." Senza badare all'umore di Nynaeve, Elayne corrugò la fronte. «Liandrin è l'unica Rossa» disse, pensierosa. «Con lei c'erano due per ogni Ajah.» «Oh, fa' silenzio, bambina» sbottò Nynaeve. Elayne agitò la sinistra per mostrare il Gran Serpente, rivolse a Nynaeve un'occhiata piena di significato e proseguì. «Non ce ne sono due della stessa città e non più di due di una stessa nazione. Amiqa Nagoyin è la più giovane, ha solo quattro anni più di Egwene e di me. Joiya Byir potrebbe essere nostra nonna.» Egwene si risentì perché una dell'Ajah Nera aveva lo stesso nome di sua figlia. Subito si diede della sciocca. Un mucchio di gente aveva lo stesso nome; e poi, lei non aveva nessuna figlia. Joiya non era reale! «E questo cosa ci dice?» domandò Nynaeve, con voce troppo calma: era pronta a esplodere come un carro carico di fuochi d'artificio. «Hai scoperto segreti che mi sono sfuggiti?» «Ci dice che è tutto troppo ben ordinato» rispose Elayne, calma. «Quali
sono le probabilità che tredici donne, scelte unicamente perché al servizio del Tenebroso, siano così ben suddivise per età, per paese d'origine, per Ajah? Se si trattasse di un gruppo casuale, non sarebbe più logico che ci fossero, che so, tre Rosse o quattro cairhienesi o due della stessa età? Avevano un'ampia scelta, altrimenti l'elenco non sarebbe stato così preciso. Nella Torre, o chissà dove, ci sono ancora donne dell'Ajah Nera. Non ci vedo altro significato.» Nynaeve si tirò la treccia. «Luce santa! Credo che tu abbia ragione. Scopri davvero segreti che a me sfuggono. Mi auguravo che con Liandrin se ne fossero andate tutte.» «Non sappiamo nemmeno che sia lei il loro capo» disse Elayne. «Può darsi che abbia ricevuto l'ordine di... di liberarsi di noi.» Fece una smorfia. «Purtroppo mi viene in mente solo una ragione, per giustificare che siano arrivate al punto di evitare qualsiasi schema, a parte la mancanza stessa di uno schema. Significa che c'è davvero uno schema di qualche genere, nell'Ajah Nera.» «Se c'è, lo troveremo» disse Nynaeve, decisa. «Elayne, se guardando tua madre mandare avanti la corte hai imparato queste sottigliezze, sono felice che tu abbia esaminato attentamente l'elenco.» Egwene osservò Nynaeve: finalmente pareva pronta a smettere di comportarsi come un orso col mal di denti. Alzò la testa. «A meno che non vogliano farci credere di nascondere uno schema, in modo che perdiamo tempo a cercarlo, mentre non esiste» disse. «Non dico che non c'è; dico che ancora non sappiamo se c'è. Cerchiamolo pure; ma dovremmo cercare anche altre cose, non vi pare?» «Ah, sei sveglia» disse Nynaeve. «Ti credevo addormentata.» Ma sorrideva. «Egwene ha ragione» convenne Elayne, di malumore. «Ho costruito un ponte di paglia. Peggio: di desideri. E forse hai ragione anche tu, Nynaeve. A cosa ci serve, questa... questa robaccia?» Prese un foglio. «Rianna ha capelli neri con una striatura bianca sopra l'orecchio sinistro. Se sono tanto vicino da scorgerla, sono più vicino di quanto mi piaccia.» Prese un altro foglio. «Chesmal Emry è una delle migliori Guaritrici degli ultimi anni. Ve l'immaginate farsi Guarire da una dell'Ajah Nera?» Prese un terzo foglio. «Marillin Gemalphin ha la passione per i gatti e lascia perdere tutto per soccorrere animali feriti. Gatti! Puah!» Raccolse tutti i fogli e li accartocciò nel pugno. «È davvero robaccia inutile!» Nynaeve glieli tolse di mano, con gentilezza. «Forse» disse. «E forse
no.» Lisciò con cura i fogli, tenendoli contro il petto. «Qui hai trovato una cosa su cui indagare. Forse ne troveremo altre, se insistiamo. E poi c'è l'altro elenco.» Imitata da Elayne, diede un rapido sguardo a Egwene. Egwene evitò di guardare il tavolo dove c'erano gli altri fogli. Non voleva pensarci, ma non poteva farne a meno. L'elenco dei ter'angreal le era rimasto scolpito nella mente. Verga di cristallo, liscia e trasparente lunga un piede e del diametro di un pollice; uso sconosciuto; ultimo studio eseguito da Corianin Nedeal. Statuetta d'alabastro raffigurante una donna nuda, alta un palmo; uso sconosciuto; ultimo studio eseguito da Corianin Nedeal. Disco, all'apparenza di normale ferro, ma del tutto privo di ruggine, del diametro di tre pollici, finemente inciso su entrambi i lati con una fitta spirale; uso sconosciuto; ultimo studio eseguito da Corianin Nedeal. Troppi oggetti... e Corianin Nedeal era stata l'ultima a studiare più della metà di quelli d'uso sconosciuto. Tredici, per l'esattezza. Egwene rabbrividì. Era quasi arrivata al punto da odiare perfino il pensiero di quel numero. L'elenco comprendeva un numero minore di ter'angreal di cui si conosceva l'uso. Un porcospino intagliato in legno, non più grosso dell'ultima falange d'un pollice, oggetto molto semplice e di sicuro inoffensivo: chi se ne serviva per incanalare, si addormentava. Mezza giornata di sonno tranquillo, senza sogni... e a lei faceva accapponare la pelle. Altri tre riguardavano in qualche maniera il sonno. Era quasi un sollievo, leggere la descrizione di una verga scanalata, di pietra nera, lunga un braccio, che produceva "fuoco malefico" con la notazione "Pericoloso e quasi impossibile da controllare" scritta di pugno di Verin, con tanta forza da lacerare la carta in due punti. Egwene non aveva ancora idea di che cosa fosse il "fuoco malefico", ma dava l'impressione d'essere pericolosissimo e di sicuro non aveva niente a che fare con Corianin Nedeal né con i sogni. Nynaeve mise sul tavolo i fogli stropicciati. Esitò, prima di sparpagliare gli altri e guardarli. «Eccone uno che piacerebbe a Mat» disse, con tono fin troppo leggero. «Gruppo intagliato di sei dadi a punti, uniti per gli spigoli, meno di due pollici di diametro. Uso sconosciuto; però, se usato per incanalare, sospende le probabilità oppure le altera.» Iniziò a leggere ad alta voce. «"Monete lanciate in aria ricadevano sempre sulla stessa faccia e durante un esperimento sono cadute in equilibrio sul taglio per cento volte consecutive. Mille lanci di dadi figurati hanno dato mille volte cinque corone".» Emise una risata forzata. «Mat ne andrebbe pazzo.»
Con un sospiro Egwene si alzò e si avvicinò a passo rigido al camino. Elayne si tirò in piedi e guardò in silenzio come Nynaeve. Egwene si rimboccò il più possibile la manica e tastò con cautela nella cappa. Ne tolse una calza arrotolata e bruciacchiata, con un bozzo in punta. Si pulì dal braccio una macchia di fuliggine, portò al tavolo la calza e la scosse. L'anello distorto di pietra bianca a strisce e a puntini rotolò sul piano e ricadde sopra un foglio dell'elenco di ter'angreal. Per un momento tutt'e tre si limitarono a fissarlo. «Forse» disse infine Nynaeve «a Verin è sfuggito il fatto che Corianin sia stata l'ultima a studiare la maggior parte di essi.» Però non parve convinta. Elayne annuì, ma parve dubbiosa. «Una volta l'ho vista camminare sotto la pioggia e inzupparsi tutta; le portai un mantello. Era così immersa nei suoi pensieri da non accorgersi che pioveva, finché non le ho messo sulle spalle il mantello. Può darsi che la coincidenza le sia sfuggita davvero.» «Forse» disse Egwene. «In caso contrario, sapeva che me ne sarei accorta appena letto l'elenco. Non so. A volte mi pare che Verin noti più di quanto non lasci capire. Non so, ecco.» «Quindi bisogna sospettare di Verin» sospirò Elayne. «Se appartiene all'Ajah Nera, allora sanno esattamente cosa combiniamo. E di Alanna.» Diede a Egwene un'occhiata incerta, di sottecchi. Egwene aveva raccontato tutto alle altre due, tranne ciò che le era accaduto all'interno del ter'angreal durante le tre prove: non riusciva a parlarne, come Nynaeve o Elayne non potevano parlare della propria esperienza. Aveva riferito ogni cosa accaduta nella sala delle prove, ciò che Sheriam aveva detto a proposito della terribile debolezza conferita dalla capacità d'incanalare, ogni parola pronunciata da Verin, le paresse o meno importante. L'unica parte che le altre due avevano trovato difficile da accettare riguardava Alanna: le Aes Sedai non facevano cose del genere e basta. Nessuno, sano di mente, faceva cose del genere; un'Aes Sedai, meno di tutti. Egwene guardò di storto le altre due, quasi udisse i loro pensieri. «In teoria le Aes Sedai non mentono, ma pare che Verin e la Madre vadano molto vicino a mentire, con quel che ci dicono. E in teoria l'Ajah Nera non esiste.» «Alanna mi è simpatica» disse Nynaeve, tirandosi la treccia. Scrollò le spalle. «Oh, bene. Forse... Cioè, sì è comportata in maniera bizzarra.» «Grazie» replicò Egwene. Nynaeve le rispose con un cenno, come se
non avesse colto il sarcasmo della risposta. «In ogni caso l'Amyrlin è informata dell'accaduto e può tenere d'occhio Alanna molto più facilmente di noi.» «Elaida e Sheriam?» domandò Egwene. «Elaida non mi è mai stata simpatica» disse Elayne «ma non posso credere realmente che sia dell'Ajah Nera. E Sheriam? Impossibile!» Nynaeve sbuffò. «Impossibile vale per ciascuna di loro. Quando le troveremo, niente ci dice che fra loro non ci siano anche donne a noi simpatiche. Ma non intendo gettare sospetto, e che sospetto, su ogni donna. Non basta che abbiano visto cose che non dovevano vedere.» Egwene e Elayne annuirono. Nynaeve proseguì. «Lo riferiremo all'Amyrlin, ma senza sottolinearlo più di quanto meriti. Ammesso che venga a trovarci come ha detto. Se per caso sarai presente, Elayne, ricorda che lei di te non sa nulla.» «È poco probabile che me ne dimentichi» rispose Elayne. «Ma dovremmo avere qualche altro sistema per parlare con lei. Mia madre avrebbe escogitato qualcosa di meglio.» «No, se non poteva fidarsi dei messaggeri» disse Nynaeve. «Aspetteremo. O ritenete opportuno che una di noi vada a parlare a Verin? Nessuno la troverebbe una cosa fuori del normale.» Elayne esitò, poi scosse la testa. Egwene fu più rapida e più vigorosa nel fare lo stesso gesto. Distrazione o no, Verin aveva taciuto troppe cose, per meritare fiducia. «Bene» disse Nynaeve, più che soddisfatta. «Sono perfino contenta di non poter parlare con l'Amyrlin, quando ne avremmo voglia. Così prendiamo da sole le decisioni, entriamo in azione quando e come stabiliamo, senza che lei ci guidi a ogni passo.» Allungò la mano sui fogli con l'elenco dei ter'angreal rubati e prese l'anello di pietra. «La prima decisione riguarda questo qui. Finora è l'unica cosa che abbia un vero legame con Liandrin e le altre.» Corrugò la fronte, poi trasse un gran respiro. «Stanotte dormirò tenendolo al dito.» Egwene non esitò a togliere di mano a Nynaeve l'anello. Avrebbe voluto esitare, restare immobile, ma si compiacque di non averlo fatto. «Sono io, quella che potrebbe essere Sognatrice. Non so se questo mi dà qualche vantaggio, ma Verin ha detto che l'uso dell'anello è pericoloso. Chiunque di noi lo usi, ha bisogno di qualsiasi vantaggio riesca a trovare.» Nynaeve strinse la treccia e aprì bocca, come se volesse protestare. Alla fine però disse solo: «Sei sicura, Egwene? Non sappiamo neppure se sei davvero una Sognatrice e io posso incanalare più di te. Credo ancora che
tocchi a me...» «Puoi incanalare più di me solo se sei infuriata» tagliò corto Egwene. «Sei sicura d'essere infuriata, in un sogno? Avrai il tempo d'infuriarti, prima d'essere costretta a incanalare? Non sappiamo neppure se sia possibile, in sogno! Hai ragione, è l'unico legame che abbiamo; ma se una di noi deve approfittarne, quella sono io. Forse sono davvero una Sognatrice. E poi, Verin l'ha dato a me.» Nynaeve parve voler discutere, ma alla fine annuì malvolentieri. «E va bene» concesse. «Ma Elayne e io saremo presenti. Non so cosa potremmo fare... ma se qualcosa va storto, forse possiamo svegliarti o... Insomma, saremo presenti.» Anche Elayne annuì. Ottenuto il loro consenso, Egwene sentì uno sfarfallio alla bocca dello stomaco. Le aveva convinte... ma aveva una gran voglia che loro convincessero lei a non fare niente. In quel momento si accorse della donna ferma nel vano della porta, con la veste bianca delle novizie e due lunghe trecce. «Non ti hanno insegnato a bussare, Else?» disse Nynaeve. Egwene nascose nel pugno l'anello di pietra. Aveva la bizzarra impressione che Else l'avesse fissato. «Ho un messaggio per voi» disse Else, calma. Guardò il tavolo e i fogli sparpagliati, poi le tre donne. «Dall'Amyrlin.» Egwene e le altre si scambiarono occhiate di stupore. «Be', cosa riguarda?» domandò Nynaeve. Else inarcò il sopracciglio, divertita. «Gli effetti personali di Liandrin e delle altre sono conservati nel terzo ripostiglio a destra della scala principale, nel secondo seminterrato sotto la biblioteca» riferì. Diede ancora un'occhiata ai fogli e uscì, né in fretta né lentamente. Egwene si sentì mancare il fiato: loro non si fidavano di nessuno e l'Amyrlin aveva deciso di fidarsi di Else Grinwell, fra tutte! «Non ci si può fidare che quella sciocca non spettegoli con chiunque la stia a sentire!» esclamò Nynaeve, avviandosi alla porta. Egwene si raccolse le sottane e la sorpassò di corsa. Le scarpe la facevano scivolare sulle piastrelle della balconata, ma lei colse un lampo di bianco svanire lungo la rampa più vicina e si precipitò da quella parte. Anche Else, si disse, andava di corsa, per essere già così lontano. Ma perché correva? Il lampo di bianco già scompariva giù per un'altra rampa. Egwene lo seguì. In fondo alla rampa, una donna si girò a fronteggiarla: Egwene si fermò, confusa. Chiunque fosse, non era di sicuro Else. Vestita di seta bianca e
argento, emanava sensazioni che Egwene non aveva mai provato prima. Era molto più alta di lei, molto più bella: lo sguardo di quegli occhi neri la faceva sentire brutta, piccola e non troppo pulita. E probabilmente poteva anche incanalare più Potere di lei, pensò Egwene. Probabilmente era più intelligente di loro tre messe insieme. Non era giusto che una sola donna... All'improvviso si rese conto della piega che prendevano i suoi pensieri. Arrossì e si scosse. Non si era mai sentita... inferiore... a un'altra e non intendeva cominciare adesso. «Hai coraggio» disse la donna. «Hai coraggio a girare da sola dove sono stati compiuti molti assassinii.» Pareva quasi compiaciuta. Egwene raddrizzò le spalle e si sistemò in fretta la veste, augurandosi che l'altra non lo notasse, sapendo che l'aveva notato e rimpiangendo d'essersi fatta vedere a correre come una ragazzina. «Chiedo scusa» disse «ma cerco una novizia che è andata da questa parte. Grandi occhi scuri e trecce nere. Grassoccia e graziosa a modo suo. Hai visto da quale parte è andata?» La donna alta la squadrò, con aria divertita. Egwene non ne fu sicura, ma pensò che l'altra avesse fissato per un momento il pugno contro il fianco, dove teneva ancora l'anello di pietra. «Non credo che la raggiungerai» rispose la donna. «Correva velocemente. Ormai sarà molto lontano da qui.» «Aes Sedai...» cominciò Egwene; ma non ebbe l'opportunità di domandare da quale parte fosse andata Else. Negli occhi neri dell'altra brillò un lampo che forse era di collera, forse di fastidio. «Ho già sprecato troppo tempo con te. Devo sbrigare faccende più importanti. Vattene.» Indicò la parte da cui Egwene era arrivata. Il tono di comando fu così imperioso che Egwene si girò e mosse tre passi senza rendersene conto. Arrabbiata, si girò di scatto: Aes Sedai o no, avrebbe... La balconata era deserta. Perplessa, Egwene scartò le porte più vicine (nessuno viveva in quelle stanze, a parte forse qualche topo) e scese di corsa la rampa; scrutò a destra e a sinistra, seguì la curva della balconata, guardando da tutte le parti. Scrutò anche dalla ringhiera, nel piccolo Giardino delle Ammesse, ed esaminò le altre balconate, superiori e inferiori. Vide due Ammesse, Faolain e un'altra che conosceva di vista, se non di nome. Ma non vide da nessuna parte la donna vestita di seta bianca e argento. 26
Dietro un lucchetto
Scuotendo la testa, Egwene tornò alle porte che aveva scartato. La donna era di sicuro da qualche parte. Nella prima stanza, i pochi mobili erano montagnole informi sotto impolverati teli di protezione e l'aria sapeva di chiuso, come se da tempo nessuno avesse aperto la porta. Con una smorfia, Egwene vide che per terra, nella polvere, c'erano davvero tracce di topi, ma non di piedi. Aprì frettolosamente altre due porte e vide due stanze simili Non c'era da stupirsi: nei quartieri delle Ammesse, le stanze vuote erano molto più numerose di quelle occupate. Mentre si ritraeva dalla terza stanza, vide giungere senza fretta Nynaeve e Elayne. «Si è nascosta?» domandò Nynaeve, stupita. «Lì dentro?» «Mi è sfuggita» rispose Egwene. Guardò di nuovo a destra e a sinistra lungo la balconata. Si domandò dove fosse finita, ma non si riferiva a Else. «Se avessi pensato che Else corre più velocemente di te» disse Elayne con un sorriso «l'avrei inseguita anch'io; ma mi è sempre sembrata troppo grassoccia per correre.» Però il suo sorriso era velato di preoccupazione. «La troveremo dopo» disse Nynaeve. «E ci accerteremo che sappia di dover tenere chiusa la bocca. Come può fidarsi di lei, l'Amyrlin?» «Credevo d'averla raggiunta» disse lentamente Egwene «ma si trattava di un'altra persona. Nynaeve, le ho girato la schiena per un istante e quella è scomparsa. Non parlo di Else... non l'ho nemmeno vista... ma della donna che credevo fosse Else. È sparita, così... e non so dove.» «Una Senzanima?» ansimò Elayne. Subito si guardò intorno, ma nella balconata non c'era nessuno. «Lei no» rispose Egwene, decisa. «Lei..» Non avrebbe detto che l'aveva fatta sentire come una bambina di sei anni, col vestito lacero, il viso sporco e il moccio al naso. «Lei non era un Grigio. Era alta e bella, con occhi e capelli neri. Risalterebbe anche in mezzo alla folla. Non l'avevo mai vista, ma penso che sia Aes Sedai. Per forza.» Nynaeve aspettò che proseguisse. «Se la rivedi» sbottò infine, con impazienza «indicamela. Se ritieni che ci sia motivo. Non abbiamo tempo di
star qui a parlare. Voglio vedere cosa c'è in quel ripostiglio, prima che Else ne parli alla persona sbagliata. Forse sono state negligenti. Non diamo loro l'opportunità di correggere eventuali errori.» Affiancandosi a Nynaeve, con Elayne dall'altro lato, Egwene si rese conto di stringere ancora in pugno l'anello di pietra... il ter'angreal di Corianin Nedeal. Con riluttanza lo infilò nella borsa e annodò le cordicelle. Finché non fosse andata a dormire tenendo al dito il maledetto... Ma era proprio ciò che contava di fare, no? Ma la sera era lontana e non aveva senso preoccuparsi adesso. Mentre percorrevano la Torre, continuò a cercare con gli occhi la donna in bianco e argento. Non sapeva perché, ma fu contenta di non vederla e di non incontrare nessuna che le assomigliasse anche vagamente. Più pensava a quella donna, più aveva l'impressione che in lei ci fosse qualcosa di... di sbagliato. Luce santa, si disse, cominciava a vedere Ajah Nera anche sotto il letto. Solo che forse c'era davvero! La biblioteca era un po' spostata rispetto all'alto e massiccio corpo centrale della Torre Bianca: le pietre chiare erano fortemente striate d'azzurro e parevano onde che si schiantassero, mutate in pietra nel momento cruciale. Nella luce del mattino quelle onde si stagliavano con la vastità d'un palazzo e di certo contenevano parecchie stanze, ma tutti quei locali, sotto i bizzarri corridoi dei piani superiori, dove Verin alloggiava, contenevano scaffali zeppi di libri, di manoscritti, di fascicoli, di pergamene, di mappe e di carte nautiche, provenienti da ogni nazione importante e raccolti nel corso di tremila anni. Neppure le grandi biblioteche di Tear e di Cairhien avevano un numero così grande di opere. Le bibliotecarie, tutte Sorelle dell'Ajah Marrone, custodivano quegli scaffali e sorvegliavano con altrettanta attenzione le porte, per assicurarsi che nessun frammento lasciasse quei locali senza che loro sapessero quale fosse e chi l'avesse preso. Ma Nynaeve non guidò Egwene e Elayne a uno degli ingressi sorvegliati. Intorno alla base della biblioteca c'erano altre porte, grandi e piccole, che si aprivano di piatto nel terreno all'ombra di alti alberi di noce. A volte gli operai dovevano entrare nei ripostigli degli scantinati e le bibliotecarie non approvavano che uomini sudati andassero avanti e indietro nel loro territorio. Nynaeve aprì una di queste porte, non più grande dell'ingresso d'una casa colonica, e indicò alle altre di seguirla per una ripida rampa di scale che sprofondava nel buio. Quando richiuse la porta, le tenebre divennero complete.
Egwene si aprì a Saidar - le riusc