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STORIE DI LUPI MANNARI Da Dumas a Kipling, da Pirandello a Lovecraft, le più belle storie di ogni tempo sulla figura più inquietante dell'immaginario orrorifico (1994) A cura di GIANNI PILO e SEBASTIANO FUSCO Indice Il Lupo Mannaro. Introduzione di Gianni Pilo e Sebastiano Fusco PARTE PRIMA. MALE DI LUNA Il Lupo Mannaro di Gaio Petronio Arbitro La lupa bianca delle Montagne Hartz di Frederick Marryat Hugues, il Lupo Mannaro di Sutherland Menzies Lokis di Prosper Merimée Pelliccia Bianca di Edith Nesbit Il Lupo di Guy de Maupassant Il Marchio della Bestia di Rudyard Kipling Gabriel-Ernest di Saki (Hector Hugh Munro) Lupo-Che-Corre di Algernon Blackwood Male di luna di Luigi Pirandello Gli intrusi di Saki (Hector Hugh Munro) Il cane di Howard Phillips Lovecraft I Lupi Mannari del Castello Manglana di H. Warner Munn Testa di Lupo di Robert Ervin Howard Il lupo di St. Bonnot di Seabury Quinn La vendetta del Lupo Mannaro di H. Warner Munn Lupi nelle tenebre di Jack Williamson Vendetta Voodoo di Kirk Mashburn INTERMEZZO. LE BESTIE MANNARE L'Orso Mannaro di Walter Scott La Donna Pantera di Ambrose Bierce L'Uomo Toro di Henry S. Whitehead Il Cane Mannaro di Henry S. Whitehead
La Tigre Mannara di Hugh Clifford La Donna Gatto di Mary Elizabeth Counselman Dhoh di Manly Wade Wellman PARTE SECONDA. ACONITO, ARGENTO E BIANCOSPINO. Sahara di Gladys Gordon Pendarves Il Nero Segugio della Morte di Robert Ervin Howard Il Marchio del Mostro di Jack Williamson Lupo Mannaro di Manly Wade Wellman La Maledizione della Strega di Arlton Eadie La Donna Lupo di Bassett Morgan Tabù di Geoffrey Household Amore di Licantropo di Seabury Quinn L'Orrore Immortale di Manly Wade Wellman La pistola d'argento di Carl Richard Jacobi Il cane di Fritz Reuter Leiber Gli ambasciatori di Anthony Boucher Il Lupo Mannaro perfetto di Anthony Boucher Loup-Garou di Manly Banister La Caccia di Joseph Payne Brennan Lo spiazzo di Canavan di Joseph Payne Brennan La sua razza di Thomas M. Disch Azuna di Gianni Pilo I lupi affamati della steppa di John Wysocki Gesù di Gianni Pilo PARTE TERZA. NOTTI DI LUNA PIENA Il Signore dei Lupi di Alexandre Dumas La Maledizione Eterna di Jessie Douglas Kerruish I Figli del Lupo di Diane Detzer (Adam Lukens) Il Figlio della Notte di Jack Williamson APPENDICI Appendice I. Il Lai du Bisclavret Appendice II. Il Werewolf
Appendice III. Artù e Gorlagon Appendice IV. Dal Dictionnaire Infernal di Jacques Collin de Plancy Filmografia Bibliografia Schede degli Autori Il Lupo Mannaro Credesti tu, come taluni sogliono, che certe femmine volgarmente chiamate Parche esistano e siano capaci di fare ciò che loro si attribuisce: e cioè che possano predestinare un uomo alla nascita, acciò che questi, quando vuole, possa trasformarsi in lupo - che in tedesco vien detto werewulf - o in qualsiasi altra figura? Se ciò credesti, credendo che sia accaduto o possa accadere che ad una creatura divina sia dato di mutar forma e aspetto per opera d'altri che non Dio Onnipotente, devi per dieci giorni fare penitenza a pane e acqua. Dai Decretali di Burcardo di Worms, sec. XI Studiando nei loro ristretti habitat naturali i pochi lupi rimasti, gli etologi del secolo presente hanno scoperto - non senza sorpresa - che il presunto feroce predatore è in realtà d'abitudine un animale timido e mite, monogamo, sollecito con la prole, non aggressivo nei confronti dell'uomo. Una creatura cioè ben lontana dall'immagine leggendaria che le ha cucito addosso l'uomo, dipingendola come ladra, malvagia e avida di sangue: quasi che su di essa avesse proiettato, come in un esorcismo, i peggiori difetti che in realtà macchiano non la stirpe lupina, ma l'umanità stessa. Fra lupo e uomo vibrano peraltro straordinarie consonanze. Animale d'origine paleoartica, il lupo migrò con l'uomo primitivo dall'Eurasia all'America del Nord attraversando, durante le glaciazioni, lo Stretto di Behring, e seguì le stirpi indoarie nella loro diffusione nell'Europa e nel subcontinente indiano. Fra tutti gli animali selvaggi, è quello che maggiormente ha segnato la civiltà occidentale, prima come animale totemico, poi come manifestazione diabolica. Superior stabat lupus
Un canto funebre rumeno, recitato ancora agli inizi di questo secolo, dice: «Il lupo apparirà davanti a te... Prendilo come tuo fratello, perché il lupo conosce l'ordine delle foreste... Egli ti condurrà per via piana verso il Paradiso...». L'idea che il lupo sia uno psicopompo, cioè una creatura destinata a guidare nell'Aldilà le anime dei morti, è antica quanto la cultura delle stirpi d'origine indo-europea, come testimoniano le urne funerarie in forma di testa di lupo nelle quali i primitivi popoli nomadi custodivano le ceneri dei defunti. Per le popolazioni non stanziali, nelle quali la cultura dominante non era ancora quella agricola, ma quella della caccia, il lupo era un rivale, un competitore che, nella medesima nicchia ecologica, perseguiva le stesse prede. Ed era più abile, perché più veloce, dotato di sensi più acuti, capace di vedere di notte e «armato» dalla natura in modo terribile, con zanne e artigli. Per riuscire nella caccia, si doveva perciò ingraziarsene lo spirito: il che - nelle culture sciamaniche - avveniva per via imitativa; vale a dire, facendosi «invasare» dal Dio della Bestia sino ad assumerne i poteri, il comportamento, perfino l'aspetto. È nei rituali sciamanici delle culture nomadi paleolitiche che gli antropologi rintracciano le radici di quella che, più tardi, venne chiamata - con termine estensivo - «licantropia»: ovvero la capacità, da parte di esseri umani, di trasformarsi in determinate condizioni nell'animale totemico, ovverossia rappresentativo e protettivo della tribù. Per i cacciatori nomadi dell'Asia Centrale, questo animale era il lupo (per altri popoli, come vedremo, l'animale sarà diverso): lo Sciamano delle steppe, con l'aiuto dei rituali estatici e con l'assunzione del Fungo Sacro, l'Amanita Muscaria che dilata la coscienza, faceva discendere entro di sé lo Spirito del Lupo. Con indosso una pelle dell'animale totemico, ne assumeva anche l'aspetto: e così, quale Lupo-Dio, guidava le danze propiziatorie alla caccia, se non - come sembrerebbero dimostrare certe pitture rupestri - la caccia stessa. Della funzione totemica del lupo presso le genti indo-arie si ha traccia nelle infinite leggende che nacquero quando le religioni virili, «solari» e d'impianto sciamanico da loro portate, vennero a scontrarsi e fondersi con le religioni femminili, «lunari», e basate su riti della fertilità adottate dalle popolazioni europee autoctone che subirono l'invasione dei nomadi provenienti dalle steppe asiatiche, agli albori dell'Età del Bronzo. Molte «leggende degli inizi» (quelle che narrano della nascita di Dèi ed
Eroi, o della fondazione di città o luoghi sacri) vedono il lupo come protagonista. Nel mito greco, Febo e Artemide, le divinità legate a Sole e Luna, cioè gli astri luminiferi, vennero partoriti da Latona trasformatasi in lupa. Licaone, il capostipite dei Pelasgi, fondatore sul Monte Liceo della prima città, Licosura, si identifica, per via del nome, col lupo (lykos, in greco); e ih lupo vero e proprio verrà trasformato, quando il mito, col mutare delle condizioni culturali, assumerà valenze negative. «Figli del lupo» si proclamavano tanto i Celti quanto i Sabini: ed è per questo, forse, che a una lupa venne affidata la protezione dei due divini gemelli, Romolo e Remo, fondatori dell'Urbe. Secondo Diodoro Siculo, Osiride rinasce, dopo la divisione del suo corpo, sotto forma di lupo. E persino nella cultura mongola il Lupo Celeste è genitore di Eroi, l'ultimo dei quali fu Gengis Khan. Lykaion, territorio del lupo, era chiamato il bosco sacro che circondava il tempio di Febo ad Atene; Aristotele usava tenervi le sue lezioni, ed è questa l'origine del termine liceo. L'immagine del lupo viene così connessa a quella della sapienza, peraltro in conformità con le tradizioni che ne facevano un animale iniziatico, ovvero rivelatore di conoscenze occulte. Macrobio, nei Saturnalia, descrive una statua che si trovava nel tempio di Serapide, ad Alessandria; vi era raffigurato il Tempo come mostro tricipite: una testa di leone fra due teste di lupo. Il leone è il presente, ovvero ciò che sappiamo; il lupo è passato e avvenire, ovvero le cose che abbiamo dimenticato e quelle che non conosciamo ancora. Flegone descrive un Oracolo nel quale a profetizzare è la testa di un uomo sbranato da un lupo. D'altronde, nel nome del lupo è insita la radice lyk-, che è la stessa da cui deriva il nome luce: la creatura che vede al buio è dunque anche quella che dissipa le tenebre. L'antica sovrapposizione fra culti della caccia e culti della fertilità si rivela nei miti che vedono il lupo come animale propiziatore delle fecondazioni. In Anatolia - ancora oggi - nelle campagne le donne sterili invocano il lupo per avere figli. Nella Kamchatka i contadini, per le Feste Ottobrali, realizzano con il fieno il simulacro d'un lupo, cui recano voti perché entro l'anno si maritino le vergini del villaggio. Nell'antica Roma, il Dìo Luperco era protettore delle greggi; le sue feste, i Lupercali, che si tenevano a metà febbraio, vedevano i sacerdoti correre nudi tra la folla, armati di corregge di pelle di montone: dice Ovidio nei Fasti che le donne in età fertile colpite dalla sferza, sarebbero state fecondate entro l'anno. Nel corso dei Lupercali, un sacerdote, vestito d'una pelle di lupo, passa-
va una lama bagnata di sangue sulla fronte di due adolescenti: riproduzione simbolica, evidentemente, di antichi sacrifici umani che venivano tributati al lupo totemico. Questo particolare ci pone a contatto con il lato tenebroso dei culti del lupo. Creature d'inferno Nel passaggio dalle culture nomadi e cacciatrici a quelle stanziali e agricole, muta radicalmente il modo di considerare il lupo. Il cacciatore ha bisogno dello spirito dell'animale da preda che lo guidi ad uccidere; il contadino deve invece proteggere le greggi da chi vuole uccidere. Il sacrificio in onore del lupo, a poco a poco, da propiziatorio si trasforma in scongiuro: non si prega più perché il Grande Predatore intervenga, ma perché stia lontano. Le cerimonie sacrificali, il più delle volte con vittime umane, celebrate in onore del lupo, assumono valenze sinistre. Esemplare, in questo senso, è la leggenda di Licaone. I riti che, in origine, si tenevano sul Monte Liceo, in Arcadia, in onore del lupo erano di origine aria, e assumevano il carattere di sacrifici umani culminanti con un rito di antropofagia: parte della vittima veniva consumata dai celebranti. L'evoluzione culturale rende esecrabile questa modalità rituale, e la fantasia mitica elabora prontamente un episodio che fissi indelebilmente i nuovi parametri del sacro. Giove - racconta la leggenda, riferita da Ovidio nelle Metamorfosi, - si reca, in incognito, in visita a Licaone. Questi, incerto sulla natura umana o divina del suo visitatore, decide di sottoporlo a una prova, e gli ammannisce, a mo' di banchetto ospitale, le carni di uno schiavo (o, secondo altre versioni, di un altro ospite, o di un ostaggio, o addirittura del proprio figlio), e per primo ne gusta egli stesso: confida che un Dio avrebbe scoperto la vera natura del sacrificio. Sdegnato da tanta efferatezza, Giove arde con le sue folgori la reggia di Licaone e trasforma quest'ultimo in lupo. Il senso della leggenda è chiaro: il sacrificio cruento e cannibalesco, gradito un tempo alle divinità proprie d'un popolo nomade e cacciatore, è inviso invece agli Dèi di una società agricola e stanziale. Licaone, lupo fatto re, da re ritorna lupo. Sono infinite, in ambito classico, le leggende che segnano un passaggio analogo. Il pugile Demeneto (racconta Plinio nelle Storie Naturali), arcade come Licaone, avendo sacrificato un bimbo a Giove Attico, mangiatene le interiora, venne trasformato in lupo, e tale restò per nove anni; al deci-
mo, ritornò uomo, e vinse la gara di pugilato a Olimpia. Sempre degli antropofagi Arcadi si diceva che, per espiazione, dovessero ogni anno estrarre a sorte un membro della comunità; questi era immerso nelle acque di un lago e ne usciva trasformato in lupo, restando tale per nove anni, e poteva recuperare le forme umane soltanto se si fosse astenuto dall'antropofagia. Echi di questo mito si ritrovano, applicati alle più diverse popolazioni, fino al Medioevo. A poco a poco, lo Sciamano che assume in sé lo spirito del lupo a beneficio della tribù, si trasforma in creatura infernale dedita a pratiche esecrabili. I residui della primordiale religione sciamanica si trasformano già in epoca classica in culti infernali e stregoneschi. L'antica capacità degli Sciamani di identificarsi con gli animali totemici assume connotazioni tenebrose. Nasce la figura dello Stregone, in contatto per via diabolica con le istintualità più perverse. Il sacrificio umano, con il suo corollario cannibalico, da cerimonia sacrale trascende nelle pratiche abominevoli della profanazione dei cadaveri e della necrofagia, perversioni attribuite ai recipiendari dell'antico animismo sciamanico, ormai totalmente travisato e stravolto. Il potere della metamorfosi, ovvero la capacità di riprodurre le caratteristiche dell'animale totemico, già prerogativa sacerdotale, diventa segno di una punizione divina o frutto di un'alleanza con i poteri delle tenebre. Quanto al lupo, da animale propiziatorio, assume - e non le perderà più le caratteristiche di mostro antropofago, di belva feroce vomitata dalle tenebre e di creatura infernale. Da psicopompo, si fa guardiano del regno dei morti: Cerbero, che impedisce alle anime di uscire dal loro triste regno, è un lupo con tre teste. Ade, Re degli Inferi, porta un elmo di pelle di lupo che lo rende invisibile, e lo stesso valeva per Ajta, il Dio etrusco del mondo sotterraneo. Presso i Celti il lupo è carnivoro funebre, e lo si dipinge seduto sulle zampe posteriori, nell'atto di divorare un morto. Nasce anche la sua fama di persecutore di bambini (come tutti i predatori, i lupi aggrediscono di preferenza i cuccioli delle prede, meno capaci di difendersi): la lupa Mormolice era un dèmone femminile con la quale le madri greche minacciavano i loro pìccoli, corrispettivo, in qualche modo del «lupo cattivo» delle fiabe nostrane. Era stata nutrice del mostro infernale Acheronte, e si diceva che rendesse zoppi i bambini disobbedienti. Intorno alla fiaba di Cappuccetto Rosso, Dumézil (Les Dieux des Gérmains) traccia una serie di connessioni che riconducono agli antichi miti indo-europei, mentre Piettre fa notare che esistevano versioni del racconto
molto più truci di quella nota nel testo ingentilito di Perrault. In una di esse è presente un palese tema cannibalesco: dopo aver divorato quasi completamente la nonna di Cappuccetto Rosso, il lupo pone parte della carne e un po' di sangue in un bacile, e li fa mangiare e bere alla bambina; Piettre ne deduce una connessione con gli antichi sacrifici umani a sfondo antropofago con i quali veniva onorato lo Spirito del Lupo. Viene esaltato nel contempo il carattere di feroce combattente del lupo, che già i Greci associarono ad Ares, Dio della Guerra. Un tema che ebbe la sua diffusione più ampia soprattutto fra le genti nordiche. I guerrieri dalla pelle di lupo Nell'ottavo capitolo della Volsunga Saga è riferita la storia di Sigmundr e Sinfjotli che, attraversando una foresta, giungono a una casa nella quale giacciono addormentati due figli di re. Alla parete, sulle loro teste, sono appese due pelli di lupo: i due dormienti sono vittime di un incantesimo in seguito al quale soltanto una notte ogni dieci possono liberarsi della pelle di lupo e riprendere l'apparenza umana. Ma quella notte, sfiniti, non possono trascorrerla che dormendo. Sigmundr e Sinfjotli indossano, incautamente, le pelli, e il maleficio ricade su di loro. Non possono più liberarsene, e non parlano più con voce umana, ma con voce di lupo, anche se fra di loro continuano ad intendersi. Travolti dall'istinto delle belve, si gettano nella foresta, dove vagano per nove giorni, conducendo la vita dei lupi. Al decimo, recuperato l'aspetto umano, danno le pelli alle fiamme, perché non possano più nuocere ad alcuno. Dalla leggenda, una delle molte che nei miti nordici trattano di fiere e di trasformazioni in fiere (nella stessa Volsunga Saga, al capitolo quinto, è raccontato di come la madre del Re Siggeir abbia dilaniato, in forma di lupa, i figli di Volsung caduti prigionieri), traspare una concezione sinistra del lupo, considerato l'incarnazione del dolore e della lacerazione. Della diffusione delle credenze sulla trasformazione di uomini in lupi presso i popoli nordici, fa fede Olaus Magnus che, nella Historia de gentibus septentrionalibus, racconta di come la notte di Natale si radunino in un certo luogo molti uomini mutati in lupi, «li quali la notte medesima, con meravigliosa ferocità incrudeliscono, e contro la generazione humana, e contro gl'altri animali, che non son di feroce natura, che gl'habitatori di quelle regioni patiscono molto più danno da costoro, che da quei che naturali Lupi sono, non fanno. Percioché, come s'è trovato impugnato con
meravigliosa ferocità a le case de gl'huomini, che stanno nelle selve, e sforzami di romperle le porte, per poter consumare gl'huomini, e le bestie che vi son dentro». Dice ancora Olaus che questi uomini-lupo entrano nelle cantine ove è custodita la birra, e «quivi si bevono molte botti, e di quella e d'altre bevande, e poi lasciano le botti vote, l'una sopra l'altra, in mezzo della cantina. E in questa parte sono disformi dai naturali, e veri Lupi». Questi guerrieri così feroci e di così triste fama, venivano chiamati Ulfhedhnir, cioè guerrieri «dalla casacca di pelle di lupo». Così se ne dice nello Hràfnsmal: «Si chiamano pelli di lupo, / li si vede scuotere / gli scudi macchiati dal sangue dei caduti / arrossano le spade / quando giungono alla battaglia». Il carattere di questi guerrieri vi è descritto in modo scarno ma efficace, e ci porta alla mente l'immagine del combattente esaltato dal «furore» che, invaso dallo Spirito del Lupo, combatte al di là dei limiti umani. L'assunzione della veste ferina riproduce il gesto ancestrale dello Sciamano che, all'alba dell'uomo, in questo modo gettava un ponte tra natura umana e natura bestiale, quando ancora non era ben chiara, ma cominciava a delinearsi, la distinzione fra le due identità. Non era, peraltro, soltanto il lupo l'animale totemico con il quale si identificavano i guerrieri nordici. Affini agli Ulfhedhnir, i berserkr indossavano - come dice il loro nome - vesti di pelle d'orso: «Goditori di sangue / che si precipitano in battaglia, / schiera che combatte con giubilo», dice di loro ancora lo Hràfnsmal. Lupo e orso, nel mondo germanico, sono legati da una medesima aura di terrore. Nella Saga di Odd-della-Freccia, Gudmund narra che in sogno gli pareva di aver visto dalla nave un orso polare dall'aspetto pauroso, col pelo ritto, in atto di scagliarsi sui vascelli di passaggio per farli affondare. Sigurdhr interpreta il sogno come presagio di venti sfavorevoli, «perché l'orso pareva essere così lupesco». I guerrieri che venivano invasati dai due animali totemici, spesso combattevano a fianco a fianco, come è confermato sempre dallo Ulfhedhnir: «I Berserkr urlavano / ardevano della battaglia, / gridavano gli Ulfhedhnir / e scuotevano il ferro». La paura che il lupo e l'orso incarnano, è legata alla magia e alle forze occulte, risvegliate dai riti sciamanici. I guerrieri invasi dallo Spirito della Bestia hanno forza e resistenza sovrumane, non avvertono il dolore, non conoscono la paura, compiono atti prodigiosi: passano indenni tra le fiamme, sopravvivono alle ferite più atroci. Sono i poteri dello Sciamano,
riconoscibili attraverso tutte le culture. Gli antropologi, per esempio, hanno tracciato un parallelo fra i berserkr e gli Hirpi Sorani, i sacerdoti-lupo del Monte Soratte, eredi nell'antica Roma di un culto ancestrale: nelle feste di Apollo, entrati in estasi, camminavano sulle braci ardenti ululando come lupi. Come i loro animali totemici, i guerrieri-bestia sono sfuggiti e temuti. Chi li affronta e riesce a scampare la vita, soffre comunque qualche perdita, come avviene a chiunque venga a contatto con le manifestazioni di forze infere e tenebrose. Loro caratteristica è la furia cieca, incontrollabile, rivolta contro chiunque, anche i parenti e gli amici. Nella Saga di Odd-laFreccia, dodici fratelli berserkr, avendo trovato insoddisfacente un combattimento contro nemici troppo deboli, decidono di sfogare la furia che li travolge tornando a casa per uccidere il proprio padre. Nella Egilssaga, Skall-Grimr, berserkr e figlio di berserkr, preso da furia cieca, attacca il figlio; per impedirgli di sbranarlo, si sacrifica la sua nutrice. Dumézil, anche sulla base di considerazioni filologiche, fa risalire questo invasamento al furore dei Marut, i compagni di Indra, e del loro padre, il terribile Rudra, mettendo in luce una precisa eredità indoeuropea in questa classe di tradizioni germaniche. La veste stregata Non sappiamo se le invasioni da parte delle genti nordiche abbiamo avuto una qualche parte nella diffusione del mito degli uomini-lupo in tutta l'Europa. Con la conversione dei Vichinghi al cristianesimo, peraltro, la figura del berserkr perde l'aura di orrore sacrale, per assumere sempre più il carattere della maledizione diabolica, o del frutto di una mercificazione con le Potenze Infernali. In pratica, entra nella casistica della stregonerìa. La vestizione con la pelle ferina, da atto simbolico diventa strumento di un incantesimo: la pelle, si dice, è affatturata e trasforma in belva chi la indossa. La bevanda sacra (eredità forse del Soma vedico), a base di sostanze allucinogene, che secondo alcune tradizioni i berserkr assumevano insieme con la birra e l'idromele, diviene un filtro magico, un beveraggio da strega che determina la mostruosa metamorfosi. Si ricorre alle Sacre Scritture per tracciare l'equazione lupo = diavolo, equiparando agli eretici Streghe e Stregoni che - si diceva - mutavano forma per recarsi al Sabba infernale.
A quanti opponevano che sarebbe stato sacrilego attribuire al Diavolo il potere di cambiare una forma stabilita da Dio, si obiettava che la metamorfosi, in realtà, era illusoria, frutto di inganno diabolico. Al princeps huius mundi infatti - sempre secondo le autorità scritturali - era concessa la facoltà di confondere i sensi degli uomini. Sovvenivano in questo, ancora una volta, reminiscenze ancestrali. L'inganno del Diavolo - asserirono molti demonologi - non si esercitava direttamente sul corpo fisico, ma sul suo substrato psichico, su quella che gli occultisti chiamarono in seguito «proiezione fluidica». Una specie di «doppio» estroflesso dall'individuo, fatto di sostanza plasmabile tanto da poter assumere qualsivoglia forma, ma in qualche modo legato ancora al corpo fisico: infatti, una ferita inferta al «doppio» si riproduceva identica nel corpo materiale. Innumerevoli sono le storie di Streghe che, cosparsesi di fronte agli inquisitori il corpo di un qualche unguento soporifero, caddero addormentate e, al risveglio, riferirono d'aver partecipato al Sabba in veste di capro, di lupo, di gatto nero o di qualche altro animale selvatico. Se, in tale forma, avevano compiuto un atto esecrabile, ad esempio menato strage in un gregge, prontamente si riscontravano le prove dell'effettuato delitto. Se avevano subito ingiuria, sul loro corpo materiale si producevano i segni della ferita. Ancora una volta, di fronte a queste fole, si ripresenta l'immagine atavica dello Sciamano che, nelle antiche steppe, remota culla della civiltà attuale, entrato nell'estasi procurata dai riti e dalle sostanze magiche, sperimentava la regressione a uno stato pre-umano e pre-evolutivo, e l'«uscita da sé» caratteristica del sogno lucido. Gli stimmatizzati, gli isterici, gli allucinati, per secoli hanno dimostrato quanto potenti possano essere, sulla carne, gli effetti della suggestione psichica. All'epoca della «caccia alle streghe», nell'Europa cinquecentesca, la figura dell'Uomo-Lupo era ormai inestricabilmente legata con quella dello stregone, schiavo del demonio. Giunge così al punto più basso la parabola del lupo: da spirito tutelare, procacciatore di prede in questo mondo e guida delle anime nell'altro, a dèmone da esorcizzare o da evocare solo per assumerne l'avidità di sangue, infine a trastullo di Satana, camuffamento animalesco atto a coprire le azioni più esecrabili e nefande. Cede il sacro, per dar luogo al bestiale. Uomini e lupi
Il termine «Lupo Mannaro» deriva dal basso latino lupus homenarius, vale a dire (e in questo c'è un tocco di ancestrale ironia) «lupo che si comporta come un uomo». Più incerta l'etimologia del francese loupgarou: i più rintracciano nel termine garou una radice che significa «uomo», ma ci sembra più plausibile - certo più sottile - l'interpretazione di Collin de Plancy: loups dont il faut se garer, ossia «lupo dal quale occorre guardarsi», ovvero quello che, avendo assunto le abitudini feroci e aggressive dell'uomo, non si comporta con la timidezza tipica della sua naturale specie. Palesi invece le derivazioni dei termini inglese e tedesco (werewolf, werwulf): la radice indoeuropea wer- è la stessa da cui deriva il latino vir, «uomo». Altrettanto chiare le derivazioni nelle lingue slave: il polacco wilkolak, il russo volklak, il bulgaro vulkolak, lo sloveno volkodlak e così via. In tutte queste aree linguistiche e geografiche, il termine indica un essere umano che, per diversi motivi, assume forma e comportamento ferini, dandosi a stragi sanguinose e abbandonandosi ad atteggiamenti cannibalici. Le sue vittime preferite essendo - come per i Lupi Mannari delle fiabe - i bambini e i cuccioli delle greggi. In qualche raro caso, peraltro, il Lupo Mannaro recupera parte del suo antico retaggio di spirito-guida dell'umanità primeva errante nelle steppe, e diviene creatura depositaria di antiche saggezze, o soccorrevole, o testimone della potenza di Dio (si vedano, a questo riguardo, le narrazioni leggendarie riportate in Appendice). Negli anni dal Quattrocento al Seicento, l'Europa fu soggetta a vere e proprie epidemie di licantropismo (analoghe alle infezioni vampiriche che si verificarono durante il secolo successivo). Colpite in particolare furono regioni della Francia e della Germania, negli anni in cui più feroce si manifestò la caccia alle Streghe. Che i Lupi Mannari fossero creature del Diavolo era dato per certo: l'unica distinzione che si faceva era se la metamorfosi fosse effettiva o soltanto illusoria. Si tracciò (come poi per il vampirismo) un'eziologia, una diagnostica e una profilassi dell'infezione licantropica. Si può divenire Lupi Mannari per diversi motivi. In primo luogo, per una maledizione, scagliata direttamente da Dio, o per suo tramite da un sant'uomo, in seguito a comportamenti di particolare efferatezza. Il modello è, ovviamente, la trasformazione operata da Giove di Licaone in lupo, a punirne le tendenze cannibaliche. San Natale e San Patrizio sono accreditati di analoga impresa, a sca-
pito di intere popolazioni. Diviene licantropo anche chi nasce la notte di Natale (o in occasione di altre festività importanti, come il Capodanno o l'Epifania), in quanto il suo venire al mondo in un tempus sacro può apparire come un atto di profanazione. In molti casi, sono le donne adultere ad essere punite con la trasformazione in belve, per aver violato la santità del sacramento. Dormire a volto scoperto sotto la luna piena è anche, secondo molte tradizioni popolari, fonte di licantropismo. Si può diventare Uomini-Lupo anche per incidente: per esempio, venendo infettati dall'«acqua licantropica» che - a detta di alcune leggende - si raccoglie nelle orme lasciate da un Lupo Mannaro. L'idea che l'infezione possa essere trasmessa dal morso di un altro Uomo-Lupo è invece soltanto di origine cinematografica, mutuata probabilmente dalle modalità di trasmissione dell'infezione vampirica: nelle narrazioni tradizionali non ve ne è traccia. La causa di gran lunga più importante del licantropismo è peraltro di natura diabolico-stregonesca. Si diventa Lupi Mannari per intervento diretto del Diavolo, che dà origine così a una coorte di schiavi per il Sabba, scegliendoli fra persone dalla condotta particolarmente esecrabile. Oppure, si stringe un patto col Demonio, che in cambio dell'anima consegna una veste o una cintura di pelle di lupo, indossando la quale si subisce la mostruosa trasformazione. Grazie a filtri e unguenti speciali, Streghe e Stregoni erano in grado di mutare se stessi e gli altri in lupi; spesso si servivano dei tramutati come di cavalcature per recarsi al Sabba: in tal caso, le montavano al contrario, con la faccia rivolta verso la coda. La persona suscettibile di trasformarsi in Lupo Mannaro si può riconoscere (come il Vampiro) da una serie di tratti caratteristici: il corpo eccezionalmente peloso, gli occhi iniettati di sangue, la dentatura ferina, il temperamento irascibile. Scarse le difese. Il Lupo Mannaro sopporta (come i berserkr) le ferite più atroci, e la sua forza e agilità immense ne rendono difficile la cattura. Si dice (ma è tradizione più letteraria che effettiva) che sia sensibile all'argento: per cui si impiegavano per ucciderlo lame di quel metallo, o pallottole argentee benedette da un prete. Colpirlo in fronte con un forcone può costringerlo a riprendere l'aspetto umano e se, giunti in possesso della veste stregata, la si brucia, si impediscono ulteriori metamorfosi. I sistemi preventivi variano peraltro a seconda delle latitudini. In Europa, si può impedire il triste destino cui sono condannati i bimbi nati a Natale incidendo ogni anno, per tre anni, una croce sul loro piede sinistro
con un ferro rovente. Ad Haiti, si ricorre ad un sistema diverso: si fanno mangiare loro scarafaggi fritti con aglio e olio di ricino. Nel nostro Meridione, per sfuggire al suo inseguimento, basta gettargli addosso un mantello, o accecarlo con una forte luce, o salire una rampa di scale (al licantropo sono vietate). In certe regioni della Francia, si usava una terapia «robusta»: il presunto Lupo Mannaro in forma umana deve essere staffilato da fanciulle vergini con sottili bastoni di frassino, fino a ricoprirlo di sangue; quindi, gli si gettano addosso diverse mestolate di zolfo, olio di ricino, aceto e pece bollenti. Chi sopravvive, è guarito. Animali mannari Il lupo, e talvolta l'orso, sono gli animali più feroci dell'area europea. In altri continenti, il fenomeno dello zoo-antropismo assume diverse morfologie. In certe zone dell'Africa - Abissinia, Sudan, Nubia - l'animale mannaro è la iena. Gli Abissini pensavano che predisposti alla metamorfosi fossero coloro che esercitavano il mestiere di fabbro. Le iene mannare avevano un re, cui ogni notte doveva essere presentato come offerta un cadavere. I Nubiani credevano che a trasformarsi in iene, estromettendo durante il sonno il loro «corpo fluidico», fossero le suocere degli uomini sposati. Nell'Africa Centrale, gli Stregoni si trasformano in leoni e leopardi. Gli Uomini-Leopardo agiscono tuttora, e sono frequenti anche oggi i processi intentati per atti di cannibalismo rituale praticati da adepti di sette segrete che - a imitazione degli antichi Sciamani - si vestono di una pelle di belva, e armano le loro mani con unghie di leopardo per straziare le vittime. Si impiegano anche bevande eccitanti: negli anni Sessanta, era famoso il «tè di Lumumba», fatto bere ai ribelli congolesi per eccitare in loro la furia del berserkr: gli ossessi si gettavano contro le mitragliatrici, e sembravano insensibili ai proiettili che ne dilaniavano il corpo. A lungo gli Inglesi lottarono contro i Mau-Mau uomini-leone e si ha notizia anche di uomini-pantera, uomini-caimano, uomini-scimpanzé. Di molte di queste sette fanno parte anche donne. Nell'America Settentrionale la belva scelta per la trasformazione è ancora il lupo. Una tribù pellerossa, i Pawnee, si auto-definiva «stirpe di lupo» e, cacciando i bisonti, ne indossava la pelle e ne imitava la tecnica. I giovani erano condotti a spiare i lupi, per impararne il modus vivendi. Al Centro e al Sud, invece, ci si rivolgeva al giaguaro.
L'Asia è il regno della tigre. Uomini-tigre si trovavano (e forse si trovano ancora) in Malesia, a Burma, in India. Gli Stregoni invasi dallo spirito della tigre si comportano con inaudita ferocia; per recuperare la natura umana, occorre che passino attraverso una porta. Anche in Cina appaiono le trasformazioni in tigre, pur se non mancano, secondo le regioni, altri animali, fra cui il topo e la scolopendra. La volpe è presente soprattutto in Giappone, e non sempre peraltro agisce in senso malefico. Nella regione di Ninko, si dice che donne-volpi possano entrare in famiglie umane, sposarsi, e portare fortuna a chi le ha accolte. Lupi di carta Tutta questa massa di materiale leggendario non ha mancato, ovviamente, di interessare la narrativa. L'episodio del «versipelle» nel Satyricon di Petronio è la prima apparizione romanzesca del Lupo Mannaro, la cui sanguinosa figura corre poi per secoli nella poesia e nella fiaba: il «lupo cattivo» di Cappuccetto Rosso è una figura simbolica che ha sollecitato le interpretazioni più diverse. In epoca moderna, la prima apparizione del Lupo Mannaro si ritrova in un episodio del romanzo The Albigenses (1824) di Charles Maturin, uno dei creatori della narrativa gotica. Lo si incontra ancora, quindici anni dopo, in un altro capitolo di romanzo, The Phantom Ship (1839) di Frederick Marryat. La popolarità del Vampiro di Polidori giova anche alla figura del Lupo Mannaro, che conosce a metà dell'Ottocento un certo successo letterario, seppure non paragonabile a quello del sinistro succhiatore di sangue. Successo sancito dall'apparizione del solito romanzo-fiume venduto in dispense settimanali: Wagner the Wher-Wolf, di George William Reynolds, apparso fra il 1846 e il 1847. Di uomini e lupi si occuparono poi autori come Alexandre Dumas, Guy de Maupassant, Erckmann & Chatrian. Nell'ambito della letteratura popolare, tutti i «maestri del brivido» (citiamo Blackwood, Lovecraft, Conan Doyle) hanno dedicato racconti al truce mostro antropofago. Nel 1923, la comparsa in edicola di Weird Tales, la celebre rivista americana dell'Orrido, portò a una moltiplicazione di racconti licantropia: sulle sue pagine apparve fra l'altro il ciclo del «Lupo Mannaro di Ponkert», ispirato da Lovecraft e scritto da H. Warner Munn. Fu su una rivista concorrente, tuttavia, Unknown, diretta da John W.
Campbell, che apparve quello che a tutt'oggi è forse il più famoso romanzo licantropico: Darker than You Think (1948), di Jack Williamson, che rinnovò ampiamente il cliché ormai un po' logoro. Fra gli autori successivi, citiamo Whitney Strieber, cui si deve il bel romanzo Wolfen (1978), Tanith Lee con Lycanthia (1981) e il sempiterno Stephen King. Anche il cinema ha detto la sua in campo licantropico. Dopo una serie di pellicole di scarsa consistenza (si veda la Filmografia in questo volume), nel 1941 il personaggio «sfondò» con L'Uomo-lupo di George Waggner, che nel ruolo centrale consacrò l'attore Larry Talbot, il quale in seguito girò numerosi altri film come Lupo Mannaro, in molti dei quali compariva in coabitazione con altri mostri celebri, come Dracula e la creatura di Frankenstein. Confinato in pellìcole di serie B, negli anni successivi il lupo umano ha conosciuto poche punte di eccellenza. Negli anni Cinquanta, l'unica pellicola notevole è stata I Was a Teenage Werewolf (1957), di Gene Fowles, in cui la tematica si sposta in ambito giovanile. Da segnalare, dopo, The Howling (1980), di Joe Dante, fino alla prima pellicola di assoluta eccellenza, An American Werewolf in London (1981) di John Landis, divenuto rapidamente un cult-movie. Dopo, ben poco, fino al recentissimo Wolf (1993) di Michael Nichols, con Jack Nicholson nella parte del licantropo, che ha battuto tutti i record d'incasso ai botteghini dei cinema degli Stati Uniti, dove è stato proiettato. GIANNI PILO / SEBASTIANO FUSCO PARTE PRIMA MALE DI LUNA IL LUPO MANNARO di Gaio Petronio Arbitro dal Satyricon, II secolo D.C. LXII. «Il caso volle che il padrone andasse a Capua per vendere qualche cianfrusaglia fuori uso. Approfitto dell'occasione e persuado un nostro ospite ad accompagnarmi fino al quinto miglio. Si trattava d'un soldato coraggioso come un leone. Ci avviammo al canto del gallo: splendeva una luna che pareva giorno. Ma, arrivati a certe tombe, il mio uomo si nasconde a fare i suoi bisogni tra le pietre, mentre io continuo a camminare canticchiando e mi metto a contarle. Mi volto e che ti vedo? Il mio compagno
si spogliava e buttava le vesti sul ciglio della strada. Mi sentii venir meno il respiro e cominciai a sudare freddo. Senonché quello si mette a inzuppare di orina le vesti e diventa d'improvviso un lupo. Non crediate ch'io scherzi! Vi assicuro che non direi bugie per tutto l'oro del mondo. Ma che vi stavo dicendo? Ah, dunque, appena diventato lupo, si mette a ululare, ed entra nel bosco. Sul principio, io non sapevo più dove diamine fossi, ma poi, quando m'avvicino per raccogliere le vesti, le trovo mutate in pietre. Se non sono morto allora dalla paura, vuol dire che non muore più nessuno. Mi faccio forza e, snudata la spada, comincio a sciabolare le ombre fino a che non arrivo alla villa dove abitava la mia amica. Entrai che ero addirittura senza fiato, col sudore che mi colava giù per la schiena e due occhi spiritati. Non ce la facevo più a stare in piedi. La mia Melissa pareva stupita al vedermi in giro a un'ora simile e aggiunse: "Se tu fossi arrivato poco fa, ci avresti dato una mano: un lupo è entrato nella villa e ha scannato tutte le pecore peggio di un macellaio. Ma anche se è riuscito a fuggire l'ha pagata cara, perché uno schiavo gli ha trapassato il collo con una lancia". Al sentire questo non riuscii a chiudere occhio durante tutta la notte e, fattosi giorno, me ne tornai di volo a casa di Gaio, il nostro padrone, come un mercante svaligiato. E quando arrivai nel punto in cui le vesti erano diventate pietre, non trovai più che sangue. Ma quando entrai in casa, vidi il soldato che giaceva disteso sul mio letto, sanguinante come un bue, e un medico che gli curava il collo. Capii finalmente che si trattava di un Lupo Mannaro, e da allora non mi fu più possibile dividere con lui un pezzo di pane, neanche se m'avessero ammazzato. Spieghi ognuno come vuole questa faccenda: per me, i vostri Geni me la facciano pagare se ho aggiunto qualcosa di mio.» LA LUPA BIANCA DELLE MONTAGNE HARTZ The White Wolf Of The Hartz Mountains di Frederick Marryat The Phantom Ship [cap. 39], 1837 1. Prima dell'una, Philip e Krantz si erano imbarcati, e navigavano sulla peroqua. Non avevano difficoltà a mantenere la rotta; le isole di giorno, e le nitide stelle la notte, erano la loro bussola. È vero che non seguivano la traiettoria
più diretta, ma quella più sicura, navigando le acque più tranquille, e puntando più verso Nord che verso Ovest. Molte volte furono inseguiti dai prahos malesi che infestavano le isole, ma la velocità della piccola peroqua era la loro sicurezza. In verità, l'inseguimento in genere, veniva abbandonato non appena la piccolezza del vascello veniva scoperta dai pirati, che pensavano di trovarvi poco o nessun bottino. Una mattina, mentre veleggiavano tra le isole, con meno vento del solito, Philip osservò: «Krantz, hai detto che ci sono stati degli avvenimenti nella tua vita, o ad essa connessi, che confermerebbero il misterioso racconto che ti ho confidato. Vorresti dirmi ora a che cosa ti riferivi?». «Certamente», replicò Krantz; «ho pensato spesso di farlo, ma una circostanza o l'altra me l'hanno finora impedito. Questa è, però, l'occasione adatta. Preparati perciò ad ascoltare una strana storia, strana, forse, quanto la tua.» «Do per scontato che hai già sentito parlare delle Montagne Hartz», osservò ancora Krantz. «Non ne ho mai sentito parlare, per quanto rammenti», replicò Philip; «ma in qualche libro ho letto di quelle montagne e degli strani avvenimenti che vi sono accaduti.» «È veramente una regione selvaggia», riprese Krantz, «e si raccontano molte storie strane al riguardo. Ma, per quanto strane siano, ho buoni motivi per crederle vere. Mio padre non era nato tra le Montagne Hartz, né vi risiedeva fin dall'inizio della sua vita. Era uno dei servi di un nobile ungherese, che aveva grandi possedimenti in Transilvania. Ma, sebbene fosse un servo, non era affatto povero e ignorante. In effetti, era ricco, e la sua intelligenza e rispettabilità erano tali che il suo Signore lo aveva elevato al ruolo di maggiordomo. Ma chiunque abbia la ventura di nascere servo, servo deve rimanere, anche se diviene un benestante: tale era la condizione di mio padre. Mio padre era sposato da cinque anni, e dal suo matrimonio erano nati tre figli: mio fratello maggiore Caesar, io (Hermann), e una sorella, Marcella. Sai bene, Philip, che il Latino è ancora la lingua parlata in quel paese, e questo è il motivo dei nostri nomi altisonanti. Mia madre era molto bella, purtroppo però, più bella che virtuosa. Fu vista e notata dal Signore. Mio padre fu mandato via a compiere qualche missione e, durante la sua assenza, mia madre, lusingata dalle attenzioni e vinta dall'assiduità di quel
nobile, cedette ai suoi desideri. Accadde che mio padre tornasse inaspettatamente, e scoprisse l'intrigo. La prova della colpa di mia madre era certa: egli la sorprese in compagnia del seduttore! Trascinato dall'impeto dei suoi sentimenti, aspettò l'occasione propizia, e uccise la propria moglie e il suo seduttore durante un convegno segreto. Conscio del fatto che, in qualità di servo, nemmeno la provocazione da lui ricevuta bastava a giustificare la sua condotta, raccolse frettolosamente tutti i soldi su cui riuscì a mettere le mani. Poiché eravamo nel cuore dell'inverno, attaccò i cavalli alla slitta, prese con sé i propri figli, e partì nel pieno della notte. Era già lontano prima che il tragico avvenimento fosse risaputo. Cosciente del fatto che sarebbe stato cercato, e che non aveva alcuna possibilità di fuga se restava in una zona qualsiasi del suo paese natio (in cui le autorità avrebbero potuto imprigionarlo), continuò la sua fuga senza soste finché non si seppellì nell'intrico e nella solitudine delle Montagne Hartz. Naturalmente, tutto quello che ti ho appena narrato, lo appresi solo in seguito. I miei ricordi più vecchi sono legati a un capanno rozzo, eppure comodo, in cui vivevo con mio padre, mio fratello e mia sorella. Si trovava ai confini di una di quelle vaste foreste che coprono la parte settentrionale della Germania. Intorno al capanno c'era qualche acro di terreno che, durante i mesi estivi, mio padre coltivava, e che, sebbene fruttasse uno scarso raccolto, era sufficiente al nostro sostentamento. In inverno, vi passavamo molto tempo dentro, poiché, quando mio padre andava a caccia, noi restavamo soli, e i lupi durante quella stagione si aggiravano incessantemente in cerca di preda. Mio padre aveva acquistato il capanno e il terreno circostante da uno di quei rudi abitanti delle foreste, che si guadagnano da vivere in parte cacciando e in parte bruciando il carbone, allo scopo di fondere l'oro delle miniere dei dintorni. Era lontano circa due miglia dalle altre abitazioni. In questo momento, ho davanti agli occhi quel paesaggio. Gli alti pini che si elevavano sulla montagna sovrastante, e la selvaggia distesa delle foreste che erano più sotto. Ci arrampicavamo sui rami e sulle cime più alte di quegli alberi per guardare il nostro capanno e la montagna che scendeva ripida nella vallata lontana. In estate la veduta era bella ma, durante il rigido inverno, non si poteva immaginare una scena più desolata.
Ho già detto che, in inverno, mio padre era impegnato nella caccia. Ogni giorno ci lasciava, e spesso chiudeva a chiave la porta per impedirci di uscire. Non aveva nessuno che l'aiutasse, o che si prendesse cura di noi: non era facile trovare una serva che volesse vivere in una simile solitudine. Ma, anche se ne avesse trovata una, mio padre non l'avrebbe ricevuta, perché era inorridito dal sesso, come la differenza del suo comportamento verso di noi - i suoi due figli maschi - e verso la mia povera sorellina Marcella, testimoniava a sufficienza. Potresti pensare che fossimo tristemente abbandonati a noi stessi. In verità, soffrivamo molto, perché mio padre, nel timore che potessimo farci del male, non ci permetteva di tenere il fuoco acceso quando lasciava il capanno. Perciò eravamo costretti a infilarci sotto i mucchi di pelle d'orso, e a stare il più possibile al caldo fino al suo ritorno. Poi, la sera, il fuoco scoppiettante era la nostra gioia. Che mio padre avesse scelto quel genere di vita irrequieta potrebbe apparire strano, ma il fatto era che non riusciva a stare tranquillo. Fosse per il rimorso di aver commesso un omicidio, fosse per la miseria risultante dal cambiamento di situazione, o per entrambi i motivi insieme, non era felice se non era in uno stato di attività. I bambini, comunque, se lasciati così a lungo a se stessi, acquistano una maturità non comune alla loro età. Così accadde a noi. E, durante i brevi giorni dell'inverno, stavamo in silenzio a pensare con nostalgia alle ore felici, quando la neve si sarebbe sciolta, le foglie sarebbero spuntate, gli uccelli avrebbero cominciato le loro canzoni, e noi saremmo stati di nuovo liberi. Così vivemmo, in questa maniera selvaggia e singolare, finché mio fratello Caesar ebbe nove anni, io sette, e mia sorella cinque, e avvennero quei fatti su cui è basato il racconto che sto per narrarti. Una sera mio padre tornò a casa più tardi del solito. La caccia non gli era andata bene e, poiché il tempo era molto rigido e molti centimetri di neve erano ammassati sul terreno, non solo era molto infreddolito, ma era anche di pessimo umore. Aveva portato della legna, e noi tre eravamo felici di aiutarci l'un l'altro a soffiare sui tizzoni per infiammarli, quando afferrò la povera piccola Marcella per un braccio e la spinse da parte. La bambina cadde, urtò con la bocca a terra, e sanguinò abbondantemente. Mio fratello corse ad alzarla. Abituata ai maltrattamenti, e timorosa di mio padre, lei non osò piangere, ma alzò gli occhi sul suo volto con un'espressione commovente. Mio padre
avvicinò il suo sgabello al camino, mormorò qualcosa di offensivo nei riguardi delle donne, e si dedicò ad attizzare il fuoco, che sia io che mio fratello avevamo abbandonato quando la nostra sorellina era stata trattata così brutalmente. Una fiamma allegra fu ben presto il risultato dei suoi sforzi, ma noi non ci raccogliemmo, come al solito, intorno al focolare. Marcella, ancora sanguinante, si ritirò in un angolo, e mio fratello e io portammo i nostri sgabelli accanto a lei, mentre mio padre si sporgeva verso il fuoco, cupo e solo. Rimanemmo in questo modo per una mezz'ora, finché l'ululato di un lupo, vicino alla finestra del capanno, ci fece trasalire. Mio padre si alzò di scatto, e afferrò il fucile. Quando l'ululato si ripeté, egli esaminò l'innesco, e poi rapidamente lasciò il capanno, chiudendosi la porta alle spalle. Tutti noi aspettavamo (ascoltando ansiosamente), perché pensavamo che, se riusciva a sparare al lupo, sarebbe ritornato con un umore migliore. E, sebbene fosse aspro con tutti noi, e soprattutto con la nostra sorellina, noi amavamo nostro padre, e ci piaceva vederlo allegro e felice: del resto, chi altro potevamo amare e rispettare? A questo punto, devo osservare che forse non ci sono mai stati tre bambini più affezionati l'uno all'altro. Noi non litigavamo, come fanno altri bambini. E se, per caso, nasceva qualche disaccordo tra mio fratello e me, la piccola Marcella correva da noi, ci baciava entrambi e, con le sue implorazioni, ci spingeva a fare pace. Marcella era una bambina gentile, amabile. Ho davanti agli occhi i suoi bei tratti. Ahimè! Povera, piccola, Marcella!» «È morta allora?», chiese Philip. «Morta! Sì, è morta! Ma come morì? Ma non devo anticipare, Philip; lasciami raccontare la mia storia. Aspettammo, ma lo sparo del fucile non si sentì, e allora il mio fratello maggiore disse: "Nostro padre ha seguito il lupo, e non tornerà subito. Marcella, lascia che ti laviamo il sangue dalla bocca, poi lasceremo quest'angolo e andremo accanto al fuoco a scaldarci". Facemmo in questo modo, e restammo accanto al camino fino a mezzanotte, chiedendoci a ogni momento che passava perché nostro padre non tornasse. Non immaginavamo che fosse in pericolo, ma pensavamo che avesse inseguito il lupo per molto tempo. "Andrò a guardare fuori per vedere se nostro padre sta venendo", disse mio fratello Caesar, andando verso la porta. "Fa' attenzione", disse Marcella, "i lupi devono essere in giro, e noi non possiamo ucciderli, fratello."
Mio fratello aprì la porta con molta prudenza, e solo di qualche centimetro, poi scrutò fuori. "Non vedo niente", disse, dopo qualche momento, e ci raggiunse accanto al fuoco. "Non abbiamo cenato", risposi io, perché mio padre di solito preparava da mangiare non appena tornava a casa e, durante la sua assenza, non avevamo nient'altro di cui cibarci che gli avanzi del giorno precedente. "E se nostro padre toma a casa, dopo la caccia, Caesar", disse Marcella, "sarà felice di trovare la cena pronta. Cuciniamo per lui e per noi." Caesar salì su uno sgabello, e prese delle provviste... ho dimenticato se fosse cervo o carne d'orso. Tagliammo la solita quantità di carne, e ci mettemmo a pulirla, come eravamo soliti fare sotto la sorveglianza di nostro padre. Eravamo impegnati a metterla nei piatti accanto al fuoco, in attesa del suo arrivo, quando sentimmo il suono di un corno. Ci mettemmo in ascolto... poi si sentì un rumore all'esterno e, un minuto dopo, mio padre entrò e introdusse una giovane donna e un uomo scuro e robusto, vestito da cacciatore. Forse ora farei bene a raccontare quello che mi fu noto solo anni dopo. Quando mio padre aveva lasciato il capanno, aveva scorto una grande lupa bianca a una trentina di metri di distanza. Non appena l'animale aveva visto mio padre, si era allontanato lentamente, ringhiando e digrignando i denti. Mio padre l'aveva seguito. L'animale non correva, ma si manteneva sempre a una certa distanza. E a mio padre non piaceva sparare finché non era più che certo che la sua pallottola avrebbe colto nel segno. Perciò continuarono ad avanzare per qualche tempo: ogni tanto la lupa lasciava molto indietro mio padre, quindi si fermava a ringhiargli contro in segno di sfida, e poi, quando lui si avvicinava, ripartiva a grande velocità. Ansioso di sparare all'animale (perché il lupo bianco è molto raro), mio padre continuò l'inseguimento per parecchie ore, durante le quali salì costantemente lungo la montagna. Devi sapere, Philip, che su quelle montagne ci sono luoghi particolari che si crede siano - e come la mia storia ti proverà, questa credenza è veritiera - abitati da influssi malefici. Sono ben noti ai cacciatori, che li evitano accuratamente. Ora, uno di questi luoghi, una radura nella foresta di pini che era più sopra del capanno, era stato segnalato a mio padre come pericoloso proprio per quei motivi. Ma, sia che non credesse a quelle storie superstiziose, sia che, nell'avidità della caccia le avesse trascurate, fu attirato dalla lupa
bianca in quella radura, dove l'animale rallentò. Mio padre si avvicinò, portò il fucile alla spalla, e stava per sparare, quando la lupa scomparve improvvisamente. Egli pensò che la neve gli avesse annebbiato la vista, e abbassò il fucile per cercare la belva, ma quella era scomparsa. Come avesse fatto a fuggire in quella radura, senza farsi vedere, era al di là della sua comprensione. Deluso dal suo insuccesso stava per ritornare sui propri passi, quando sentì il suono lontano di un corno. Lo stupore nel sentire un suono simile, a un'ora simile, in un luogo simile, fu tale da fargli dimenticare la delusione. Restò inchiodato al suolo. Dopo un minuto il corno suonò una seconda volta, e a una distanza inferiore. Mio padre restò immobile ad ascoltare. Il corno suonò una terza volta. Ho dimenticato il termine che serviva a definirlo, ma era il segnale - ben noto a mio padre - che indicava che un gruppo di cacciatori si era smarrito nei boschi. Dopo qualche minuto, mio padre vide un uomo sul dorso di un cavallo, con una donna seduta sulla groppa, entrare nella radura, e cavalcare verso di lui. Sulle prime, ricordò tutte le strane storie che aveva sentito a proposito degli esseri soprannaturali che si diceva frequentassero quelle montagne. Ma, quando la coppia si avvicinò, si accorse che erano esseri umani come lui. Non appena gli furono vicini, l'uomo che conduceva il cavallo gli parlò. "Amico cacciatore, siete nei boschi a quest'ora tarda, e questa è una fortuna per noi. Cavalchiamo da molto tempo, e temiamo per la nostra vita, che è in grave pericolo. Queste montagne ci hanno consentito di sfuggire ai nostri inseguitori ma, se non troviamo un riparo e del cibo, moriremo per la fame e per il freddo della notte. Mia figlia, che è dietro di me, è più morta che viva. Ditemi, potete aiutarci?" "Il mio capanno è a qualche miglio di distanza", replicò mio padre, "ma ho ben poco da offrirvi oltre un riparo dalle intemperie. Siete i benvenuti nella mia misera casa. Posso chiedervi da dove venite?" "Sì, amico, non è più un segreto. Siamo fuggiti dalla Transilvania, dove l'onore di mia figlia e la mia vita erano in pericolo!" Quest'informazione fu sufficiente a svegliare l'interesse di mio padre. Ricordò la propria fuga: ricordò la perdita dell'onore di sua moglie, e la tragedia con cui si era conclusa la storia. Offrì subito e con cordialità tutto l'aiuto che poteva loro fornire. "Allora, non c'è tempo da perdere, mio buon signore", osservò il cavaliere. "Mia figlia è gelata, e non ce la farà a resistere oltre all'inclemenza del
tempo." "Seguitemi", replicò mio padre, e li guidò verso casa. "Sono stato attirato tanto lontano, da una grande lupa bianca", osservò mio padre. "È arrivata fino alla finestra del mio capanno, altrimenti non sarei stato fuori a quest'ora della notte." "Quell'animale ci è passato accanto quando siamo usciti dal bosco", disse la donna, con voce argentina. "Stavo per sparargli", osservò il cacciatore; "ma, visto che ci ha reso un così buon servizio, sono lieto di averlo lasciato fuggire." In un'ora e mezza, durante la quale mio padre camminò a un passo veloce, il gruppo arrivò al capanno, e, come ho già detto, entrarono. "Siamo arrivati al momento giusto", osservò il cacciatore dalla pelle scura, annusando l'odore della carne arrostita. Poi si avvicinò al fuoco e osservò mio fratello, mia sorella e me. "Avete dei cuochi molto giovani, Meinheer!" "Sono felice che non dovremo aspettare", replicò mio padre. "Venite, signorina, sedetevi accanto al fuoco; avete bisogno di calore dopo quella lunga cavalcata al gelo." "E dove posso sistemare il mio cavallo, Meinheer?", osservò il cacciatore. "Mi prenderò io cura di lui", replicò mio padre, uscendo dalla porta del cottage. La donna, però, deve essere descritta nei particolari. Era giovane, e sembrava avesse una ventina d'anni. Indossava degli abiti da viaggio, bordati di una folta pelliccia bianca, e sul capo portava un cappello di ermellino bianco. I suoi tratti erano bellissimi, almeno così mi sembrava, e così dichiarò mio padre. I suoi capelli erano biondo chiaro, lucidi, splendenti e lucenti come uno specchio. La bocca, sebbene piuttosto grande quando era aperta, metteva in mostra i denti più candidi che abbia mai visto. Ma c'era qualcosa nei suoi occhi, brillanti com'erano, che spaventò noi bambini. Erano così irrequieti, così furtivi. A quell'epoca non avrei saputo dire perché, ma sentivo che c'era crudeltà in quegli occhi. Quando ci fece cenno di avvicinarci, ci accostammo a lei con timore. Eppure era bella, bellissima. Parlò con gentilezza a me e a mio fratello, ci diede qualche colpetto affettuoso sulla testa e ci carezzò. Ma Marcella non volle avvicinarsi. Al contrario, sgattaiolò via, si nascose sotto le coperte, e non volle nemmeno aspettare la cena che aveva desiderato con tanta ansia solo mezz'ora prima.
Mio padre, dopo aver sistemato il cavallo in un capanno vicino, tornò, e la cena fu disposta sul tavolo. Quando fu terminata, mio padre invitò la giovane a prendere possesso del letto, mentre lui sarebbe rimasto accanto al camino con suo padre. Dopo qualche esitazione da parte di lei, questa sistemazione fu accolta di buon grado, e io e mio fratello ci infilammo nell'altro letto con Marcella, perché fino a quel momento avevamo sempre dormito insieme. Ma non riuscimmo a dormire: c'era qualcosa di così insolito, non solo nel vedere gente estranea, ma nell'avere ospiti nel capanno quelle persone, che eravamo sconcertati. Per quanto riguarda la povera piccola Marcella, lei stava zitta, ma io mi accorsi che tremò tutta la notte, e talvolta mi parve che soffocasse un singhiozzo. Mio padre aveva tirato fuori dei liquidi, di cui faceva raramente uso, e lui e lo strano cacciatore erano restati a berli e a parlare accanto al fuoco. Le nostre orecchie erano pronte ad afferrare il più lieve bisbiglio, tanta era la nostra curiosità. "Avete detto che venite dalla Transilvania?", osservò mio padre. "Proprio così, Meinheer", replicò il cacciatore. "Ero uno dei servi della nobile casa di... Il mio Signore insisteva che abbandonassi mia figlia ai suoi desideri. Tutto è finito con qualche centimetro del mio coltello da caccia nel suo cuore." "Noi siamo compatrioti e compagni di sventura", replicò mio padre, prendendo la mano del cacciatore e stringendola con calore. "Veramente! Allora anche voi venite dalla Transilvania?" "Sì, e anch'io sono fuggito per salvarmi la vita. Ma la mia è una storia triste." "Come vi chiamate?", chiese il cacciatore. "Krantz." "Che cosa? Krantz di...? Ho sentito la vostra storia. Non avete bisogno di rinnovare il vostro dolore ripetendola ora. Benvenuto, benvenuto, Meinheer, e, posso anche dire, mio caro parente. Io sono il vostro secondo cugino, Wilfred di Barnsdorf", gridò il cacciatore, alzandosi e abbracciando mio padre. Riempirono i loro boccali di corno fino all'orlo, e bevvero l'uno dal bicchiere dell'altro, alla maniera tedesca. Poi la conversazione fu continuata a voce più bassa. Tutto quello che riuscimmo a sentire fu che il nostro nuovo parente e sua figlia avrebbero vissuto nel nostro capanno, almeno per il momento. Dopo circa un'ora, entrambi si abbandonarono sulle sedie e sembravano addormentati.
"Marcella, cara, hai sentito?", disse mio fratello sottovoce. "Sì", replicò Marcella, in un sussurro, "ho sentito tutto. Oh! Fratello, non posso sopportare la vista di quella donna... mi fa tanta paura." Mio fratello non rispose e, poco dopo, eravamo tutti e tre profondamente addormentati. Quando la mattina dopo ci svegliammo, scoprimmo che la figlia del cacciatore si era alzata prima di noi. Pensai che sembrava più bella che mai. Si avvicinò alla piccola Marcella e l'accarezzò. La bambina scoppiò a piangere, e singhiozzò fino a farsi scoppiare il cuore. Ma, senza dilungarmi nei particolari, dirò che il cacciatore e sua figlia si sistemarono nel nostro capanno. Mio padre e l'altro andavano a caccia ogni giorno, mentre Christina restava con noi. Lei adempiva a tutti i doveri casalinghi; era molto gentile con noi bambini, e gradualmente perfino l'antipatia di Marcella scomparve. Ma un grande cambiamento avvenne in mio padre. Sembrava aver superato la sua avversione al sesso, ed era molto attento a Christina. Spesso, dopo che suo padre e noi ci eravamo coricati, restava in piedi con lei a conversare a voce bassa accanto al fuoco. Avrei dovuto dire che mio padre e il cacciatore Wilfred dormivano in un'altra parte del capanno, e che il letto, occupato prima da lui, e che era nella stessa camera del nostro, era stato dato a Christina. I nostri ospiti erano da tre settimane al capanno quando, una sera, dopo che noi bambini eravamo stati mandati a letto, si tenne una consultazione. Mio padre aveva chiesto Christina in sposa, e aveva ottenuto sia il consenso della ragazza che quello di Wilfred. Dopodiché, ebbe luogo una conversazione che più o meno fu la seguente: "Potete prendere mia figlia, Meinheer Krantz, e avrete tutte le mie benedizioni. Io poi partirò per cercare un'altra abitazione. Non importa dove". "Perché non rimanete, Wilfred?" "No, no, sono chiamato altrove. Che ciò basti, e non fate altre domande. Avete mia figlia." "Vi ringrazio per avermi concesso la sua mano: terrò in grande stima vostra figlia. Ma c'è una difficoltà." "So che cosa vorreste dire. Non c'è nessun sacerdote in questa regione selvaggia, è vero, e non c'è nessuna legge da rispettare. Ma una cerimonia deve avvenire tra voi per soddisfare suo padre. Acconsentite a sposarla alla mia maniera? Se acconsentite, vi sposerò io stesso." "Acconsento", replicò mio padre. "Allora prendetela per mano. Ora, Meinheer, giurate."
"Giuro", ripeté mio padre. "Su tutti gli Spiriti delle Montagne Hartz..." "Be', e perché non su Dio?", lo interruppe mio padre. "Perché non sono dell'umore adatto", ribatté Wilfred. "Se preferisco questo giuramento, meno vincolante, forse, di un altro, certamente non mi vorrete contraddire." "Be', sia come volete, allora. Assecondo il vostro umore. Mi farete giurare su quello in cui non credo?" "Molti lo fanno, ed esteriormente sono cristiani", ribatté Wilfred. "Ditemi, voleve sposarvi, o porto via mia figlia insieme a me?" "Procedete pure", replicò mio padre con impazienza. "Giuro su tutti gli Spiriti delle Montagne Hartz, su tutti i loro poteri benigni o maligni, che prendo Christina come mia legittima moglie, che la proteggerò, la curerò e l'amerò per sempre, che la mia mano non si leverà mai contro di lei." Mio padre ripeté le parole dopo Wilfred. "E se mancherò al mio giuramento, possa la vendetta degli Spiriti ricadere su di me e sui miei figli. Possano essi morire per mano dell'avvoltoio, o di altre belve della foresta. Possa la loro carne essere dilaniata dalle membra, e le loro ossa sbiancare nelle foreste. Tutto questo io giuro." Mio padre esitò, quando Wilfred disse le ultime parole. La piccola Marcella non poté più trattenersi e, quando mio padre ripeté l'ultima frase, scoppiò in lacrime. Questa interruzione improvvisa parve sconvolgere il gruppo, e soprattutto mio padre. Parlò in tono aspro alla bambina, che controllò i singhiozzi, affondando il volto tra le coperte. Così avvenne il secondo matrimonio di mio padre. La mattina dopo, il cacciatore Wilfred montò a cavallo e partì. Mio padre riprese a dormire nel proprio letto, che era nella stessa stanza del nostro, e le cose andarono più o meno come prima del matrimonio. Solo che la nostra nuova matrigna non aveva più alcuna gentilezza nei nostri confronti. In realtà, durante le assenze di mio padre, ci picchiava spesso. Maltrattava soprattutto la piccola Marcella, e i suoi occhi fiammeggiavano quando guardava avidamente la graziosa e amabile bimba. Una notte mia sorella svegliò me e mio fratello. "Che cosa c'è?", disse Caesar. "Lei è uscita", sussurrò Marcella. "Uscita!" "Sì, è uscita dalla porta in camicia da notte", replicò la bambina. "L'ho
vista alzarsi dal letto, guardare nostro padre per vedere se dormiva, e poi andare alla porta." Che cosa l'avesse indotta a lasciare il letto, e uscire svestita, in una notte invernale così fredda, con la neve alta, ci era incomprensibile. Restammo svegli e, dopo un'ora, sentimmo l'ululato di un lupo vicino alla finestra. "C'è un lupo", disse Caesar. "Sarà fatta a pezzi." "Oh, no!", gridò Marcella. Dopo qualche minuto la nostra matrigna apparve: era in camicia da notte, come aveva detto Marcella. Non tirò il saliscendi, per non fare rumore, poi si avvicinò a un secchio pieno d'acqua, si lavò faccia e mani, e scivolò nel letto accanto a nostro padre. Tremavamo tutti e tre, e nemmeno capivamo il perché; ma decidemmo di stare attenti la notte seguente. Lo facemmo, e non solo la notte successiva, ma anche molte altre. E, sempre alla stessa ora, vedemmo la nostra matrigna alzarsi dal letto e lasciare il capanno. Dopo che lei era uscita, invariabilmente sentivamo l'ululato di un lupo sotto la nostra finestra, e al suo ritorno la vedevamo sempre lavarsi prima di ritornare a letto. Notammo anche che mangiava raramente e che, quando lo faceva, sembrava mangiare con disgusto. Ma quando prendeva la carne per preparare la cena, spesso, furtivamente, si infilava un pezzo di carne cruda in bocca. Mio fratello Caesar era un ragazzo coraggioso; non voleva parlare a nostro padre finché non ne avessimo saputo di più. Decise che l'avrebbe seguita fuori per sapere che cosa facesse. Marcella e io ci sforzammo di dissuaderlo dal progetto. Ma lui non ci diede ascolto. La notte seguente si coricò tutto vestito e, non appena la nostra matrigna lasciò il capanno, balzò in piedi, prese il fucile di nostro padre, e la seguì. Puoi facilmente immaginare in che stato di ansia restammo io e Marcella durante la sua assenza. Dopo qualche minuto sentimmo lo sparo di un fucile. Io non svegliai mio padre; restammo solo a tremare per l'ansia. Dopo qualche minuto, vedemmo la nostra matrigna entrare nel capanno: aveva il vestito insanguinato. Misi la mano sulla bocca di Marcella per impedirle di gridare, sebbene anch'io fossi allarmato. La nostra matrigna si avvicinò al letto di nostro padre, guardò per vedere se dormiva, poi si avvicinò al focolare e soffiò sui tizzoni per farli infiammare. "Chi è?", disse mio padre, svegliandosi. "Sta' tranquillo, caro", replicò la mia matrigna; "sono io. Ho acceso il fuoco per riscaldare dell'acqua. Non mi sento molto bene." Mio padre si girò dall'altra parte, e si riaddormentò subito. Ma noi conti-
nuammo a osservare la nostra matrigna. Si cambiò la camicia da notte, e gettò gli abiti che aveva indosso nel fuoco. Allora ci accorgemmo che sanguinava abbondantemente dalla gamba destra, come se avesse una ferita d'arma da fuoco. Si fasciò la gamba, poi si vestì e rimase accanto al fuoco fino al sorgere del giorno. Il cuore della povera piccola Marcella batteva forte accanto a me, come, del resto, batteva forte anche il mio. Dov'era nostro fratello Caesar? Da chi altri la nostra matrigna poteva essere stata ferita se non da lui? Alla fine mio padre si alzò, e allora parlai per la prima volta. Dissi: "Padre, dov'è mio fratello?". Esclamò lui: "Perché, dove può essere?". "Dio Misericordioso! Se penso a come ho dormito male questa notte", osservò la mia matrigna. "Ho sentito qualcuno aprire il saliscendi della porta; e, mio caro, che fine ha fatto il tuo fucile?" Mio padre lanciò un'occhiata al di sopra del camino, e si accorse che il suo fucile mancava. Per un momento parve perplesso; poi, afferrata una grande ascia, uscì dal capanno, senza dire nemmeno una parola. Non restò fuori a lungo. Dopo pochi minuti ritornò stringendo tra le braccia il corpo mutilato del mio povero fratello. Lo stese sul letto, e gli coprì il volto. La mia matrigna si alzò a guardare il corpo, mentre io e Marcella ci mettemmo in un angolo a piangere e singhiozzare amaramente. "Ritornate a letto, bambini", disse lei in tono aspro. "Marito", continuò, "tuo figlio deve aver preso il fucile per sparare a un lupo, e l'animale era troppo forte per lui. Povero ragazzo! Ha pagato cara la sua avventatezza." Mio padre non rispose. Avrei voluto parlare - dire tutto - ma Marcella, che aveva compreso la mia intenzione, mi tenne per un braccio, e mi guardò con uno sguardo così implorante che desistei. Mio padre, perciò, restò nella sua ignoranza. Ma Marcella e io, sebbene non comprendessimo il perché, sapevamo che la nostra matrigna era in qualche modo connessa alla morte di Caesar. Quel giorno, mio padre uscì a scavare una tomba. Dopo aver adagiato il corpo nel terreno, lo coprì di pietre, in modo che i lupi non potessero scavare e dilaniare il cadavere. Lo shock di quella tragedia fu molto duro per lui; per molti giorni non andò a caccia, sebbene ogni tanto lanciasse anatemi contro i lupi e giurasse di vendicarsi. Ma anche durante quei giorni di lutto, i vagabondaggi notturni della mia matrigna continuarono con la stessa regolarità di prima. Infine, mio padre prese il fucile per recarsi nella foresta, ma tornò subito
e aveva un'aria molto turbata. "Ci crederesti mai, Christina, che i lupi - maledetta sia la loro razza! sono riusciti a scavare la tomba del mio povero figlio, e ora del suo corpo sono rimaste solo le ossa?" "Veramente!", replicò la mia matrigna. Marcella mi guardò, e io lessi nei suoi occhi intelligenti tutto quello che avrebbe voluto dire. "Un lupo ulula sotto la nostra finestra ogni notte, padre", dissi io. "Ah, veramente! Perché non me lo hai detto prima, ragazzo? Svegliami la prossima volta che lo senti." Vidi la mia matrigna girarsi. Gli occhi le fiammeggiavano, e digrignava i denti. Mio padre uscì nuovamente, e coprì con un mucchio di pietre i poveri, sparuti resti di mio fratello che i lupi avevano risparmiato. Quello fu il primo atto della tragedia. Poi venne la primavera; la neve si sciolse, e a noi fu dato il permesso di lasciare il capanno. Ma io non lasciavo mai da sola la mia cara sorellina alla quale, dalla morte di mio fratello, ero ancora più affezionato di prima. In realtà, avevo paura di lasciarla sola con la mia matrigna, che sembrava provare un piacere particolare nel maltrattarla. Mio padre si interessava alla sua piccola coltivazione, e io ero in grado di aiutarlo. Marcella aveva l'abitudine di sedersi accanto a noi che lavoravamo, lasciando la nostra matrigna sola nel capanno. Avrei dovuto dire che, man mano che la primavera avanzava, diminuivano le camminate notturne della mia matrigna, e che non udimmo più l'ululato del lupo sotto la finestra dopo che io ne avevo parlato a nostro padre. Un giorno, mentre mio padre e io eravamo nel campo e Marcella era con noi, la mia matrigna uscì, disse che doveva andare nella foresta a raccogliere delle erbe, e che Marcella doveva andare nel capanno a controllare la cottura della cena. Marcella andò. La mia matrigna scomparve nella foresta, prendendo la direzione opposta a quella del capanno, e lasciando mio padre e me, per così dire, tra lei e Marcella. Circa un'ora dopo sentimmo delle grida provenire dal capanno - era la piccola Marcella a gridare. "Marcella si sarà scottata, padre", dissi io e gettai la vanga a terra. Mio padre lasciò cadere la sua, ed entrambi ci affrettammo verso il capanno. Prima che raggiungessimo la porta, si avventò fuori un grande lupo bianco, che fuggì a grande velocità. Mio padre non aveva armi; si precipitò nel capanno, e vi trovò la povera Marcella moribonda. Il suo corpo era orrendamente mutilato e il sangue che ne fluiva a-
veva formato una grande pozza sul pavimento del capanno. La prima intenzione di mio padre era stata quella di afferrare il fucile e inseguire il lupo. Ma fu paralizzato da quello spettacolo orrido. Si inginocchiò accanto alla sua bambina morente, e scoppiò a piangere. Marcella poté solo guardarci teneramente per qualche attimo e poi i suoi occhi si chiusero per sempre. Mio padre e io eravamo ancora accanto al corpo della mia povera sorella quando la mia matrigna entrò. Fu molto interessata a quella visione spaventosa, ma non parve impressionata dal sangue, come di solito lo sono le donne. "Povera bambina!", disse. "Deve essere stato quel grande lupo bianco che mi ha superato proprio ora, e mi ha spaventato. È morta, Krantz." "Lo so! Lo so!", gridò mio padre, in preda al dolore. Pensai che mio padre non si sarebbe mai ripreso dagli effetti di quella seconda tragedia. Pianse amaramente sul corpo della sua dolce bambina, e per molti giorni non volle seppellirlo, sebbene la mia matrigna gli chiedesse spesso di farlo. Alla fine si rassegnò, le scavò una tomba vicina a quella del mio povero fratello, e prese ogni precauzione perché i lupi non violassero i suoi resti. Ora mi sentivo veramente derelitto e abbandonato quando dormivo solo nel letto che prima avevo diviso con mia sorella e mio fratello. Non potevo fare a meno di pensare che la mia matrigna fosse implicata in quelle due morti, sebbene non riuscissi a spiegarmi come. Ma non avevo più paura di lei: il mio piccolo cuore era pieno di odio e di vendetta. La notte dopo che mia sorella era stata sepolta, mentre ero disteso a letto, mi accorsi che la mia matrigna si alzava e usciva dal capanno. Aspettai qualche minuto, poi mi vestii e guardai attraverso lo spiraglio della porta, che avevo socchiusa. La luna splendeva, e vidi il posto in cui erano stati sepolti mia sorella e mio fratello. E quale fu il mio orrore quando mi accorsi che la mia matrigna era impegnata a togliere le pietre dalla tomba di Marcella! Indossava la sua camicia da notte bianca, e la luna la illuminava in pieno. Stava scavando con le mani, e gettava le pietre dietro di sé con tutta la ferocia di una belva selvaggia. Mi occorse del tempo per ritornare in me e decidere che cosa dovessi fare. Alla fine mi accorsi che era arrivata al corpo e l'aveva sollevato dalla tomba. Non sopportai oltre. Corsi da mio padre e lo svegliai. "Padre, padre!" gridai. "Vestiti e prendi il fucile."
"Che cosa!", gridò mio padre. "Ci sono i lupi, è vero?" Saltò giù dal letto, si infilò i vestiti, e nella sua ansia non notò l'assenza della moglie. Non appena fu pronto, io aprii la porta, lui uscì e io lo seguii. Immagina il suo orrore, quando (impreparato qual era a una scena simile) egli vide, mentre avanzava verso la tomba, non un lupo, ma sua moglie, in camicia da notte, accucciata a quattro zampe accanto al corpo di mia sorella. Era troppo impegnata a staccare a morsi grandi pezzi di carne e a divorarli con l'avidità di un lupo per accorgersi di noi. Mio padre lasciò cadere il fucile; gli si rizzarono i capelli. Respirò pesantemente, e poi il respiro gli si fermò. Io raccolsi il fucile e glielo misi tra le mani. D'improvviso parve che un'ira intensa raddoppiasse il suo vigore. Abbassò il grilletto, sparò, e con un grido acuto cadde la vipera che egli aveva nutrito nel suo petto. "Dio del Cielo!", gridò mio padre e cadde a terra svenuto non appena ebbe scaricato il fucile. Io restai al suo fianco finché non rinvenne. "Dove sono?", disse, "Che cosa è avvenuto? Oh!... sì, sì! Ricordo ora. Che Iddio mi perdoni!" Si alzò e si avvicinò alla tomba. Quale fu il nostro stupore nello scoprire che, invece del cadavere della mia matrigna, come ci aspettavamo, sui resti della mia povera sorellina era distesa una grande lupa bianca. "La lupa bianca", esclamò mio padre, "la lupa bianca che mi attirò nella foresta... Capisco tutto ora... ho fatto un patto con gli Spiriti delle Montagne Hartz." Per qualche momento mio padre restò in silenzio, immerso in profondi pensieri. Poi sollevò con cura il corpo di mia sorella, lo rimise nella tomba, e lo ricoprì di pietre. Quindi schiacciò la testa dell'animale sotto il calcagno, delirando come un pazzo. Ritornò al capanno, chiuse la porta, e si gettò sul letto. Io feci la stessa cosa, perché ero stordito per l'orrore e per lo stupore. All'alba del giorno dopo fummo entrambi destati da forti colpi alla porta. Nel capanno entrò il cacciatore Wilfred. "Mia figlia... uomo... mia figlia! Dov'è mia figlia?", gridò pieno di rabbia. "Dove dovrebbero stare le vipere e i dèmoni, spero", replicò mio padre, alzandosi e mostrando una collera uguale. "E dove dovrebbe essere: all'Inferno! Uscite subito da questo capanno, o farete una fine peggiore." "Ah... ah!", replicò il cacciatore. "Vorresti fare del male a un potente Spirito delle Montagne Hartz? Povero mortale, che ha sposato un Lupo
Mannaro!" "Fuori da qui, demonio! Sfido te e il tuo potere." "E tu lo proverai il mio potere. Ricorda il tuo giuramento - il tuo solenne giuramento - di non alzare mai la mano contro di lei." "Io non ho fatto nessun patto con gli spiriti maligni." "Tu l'hai fatto e, se hai mancato al tuo giuramento, subirai la vendetta degli Spiriti. Tuo figlio morirà per mano dell'avvoltoio, del lupo..." "Via, va' via, demonio!" "E le tue ossa sbiancheranno nelle foreste. Ah... ah!" Mio padre, folle di rabbia, afferrò l'ascia e la sollevò sulla testa di Wilfred. "Tutto questo io giuro", continuava il cacciatore in tono derisorio. L'ascia si abbassò; ma passò attraverso il corpo del cacciatore. Mio padre perse l'equilibrio, e cadde a terra. "Mortale", disse il cacciatore, scavalcando il corpo di mio padre, "noi abbiamo potere solo su coloro che hanno commesso un omicidio. Tu ti sei reso colpevole di un duplice omicidio: pagherai la pena prevista dal tuo giuramento di matrimonio. Due dei tuoi figli sono morti, e il terzo li seguirà. E li seguirà davvero, perché il tuo giuramento è valido. Va': sarebbe una gentilezza ucciderti! La tua punizione sarà il vivere!" A queste parole lo spirito scomparve. Mio padre si alzò da terra, mi abbracciò teneramente, e si inginocchiò a pregare. La mattina dopo lasciò per sempre il capanno. Mi prese con sé, e diresse il suo cammino verso l'Olanda, dove arrivammo sani e salvi. Aveva dei soldi con sé; ma eravamo da poco ad Amsterdam, quando fu colto da una febbre cerebrale, e morì delirando. Io fui messo in un orfanotrofio, e dopo venni imbarcato sui vascelli. Ora sai tutta la mia storia. La domanda è: pagherò la pena prevista dal giuramento di mio padre? Io sono convinto che, in un modo o nell'altro, la pagherò.» 2. Al ventesimo giorno di navigazione fu visibile l'altopiano della costa meridionale di Sumatra: poiché non c'erano vascelli in vista, decisero di attraversare lo Stretto, e di fare rotta verso Pulo Penang, che si aspettavano, visto che avevano il vento a favore, di raggiungere in sette o otto giorni. Per la costante esposizione ai raggi solari, Philip e Krantz erano tanto abbronzati che, con le lunghe barbe e gli abiti musulmani, potevano essere
presi facilmente per indigeni. Avevano navigato tutti i giorni esposti al sole bruciante, e avevano dormito tutte le notti all'umido e al fresco. Ma la loro salute non ne aveva sofferto. Per parecchi giorni, da quando aveva confidato a Philip la storia della propria famiglia, Krantz era diventato silenzioso e malinconico. La sua consueta allegria era svanita, e Philip gliene aveva chiesto spesso la causa. Quando entrarono nello Stretto, Philip parlò di che cosa avrebbero fatto al loro arrivo a Goa. E Krantz aveva replicato con gravità: «Da qualche giorno, Philip, ho il presentimento che non vedrò mai quella città». «Non stai bene, Krantz», replicò Philip. «No, sono in ottima salute, sia fisica che mentale. Mi sono sforzato di liberarmi di questo presentimento, ma invano. C'è una voce che mi avverte di continuo che non starò a lungo con te. Philip, mi faresti il favore di accontentarmi in una cosa? Ho dell'oro con me che potrebbe esserti utile. Fammi il favore di prenderlo e tenerlo sulla tua persona.» «Che assurdità, Krantz!» «Non è un'assurdità, Philip. Tu non hai mai presentimenti? Perché io non dovrei avere i miei? Sai che non sono pauroso, e che non mi preoccupo di morire. Ma, a ogni ora che passa, il mio presentimento si fa più forte...» «Queste sono le fantasie di un cervello sconvolto, Krantz. Non c'è nessun motivo di credere che tu, giovane e sano, non viva in pace fino alla vecchiaia. Domani starai meglio.» «Forse sì», replicò Krantz, «ma tu devi acconsentire al mio desiderio e prendere quell'oro. Se mi sbaglio, e arriveremo sani e salvi, Philip, potrai restituirmelo», osservò Krantz, con un debole sorriso, «ma non dimenticare che l'acqua è quasi finita, e che dobbiamo trovare qualche ruscello lungo la costa per averne una nuova riserva.» «Ci stavo pensando quando hai incominciato a parlare di quello sgradevole argomento. Faremmo bene a cercare l'acqua prima dell'imbrunire e, non appena avremo riempito le giare, potremo riprendere la navigazione.» Quando ebbe luogo questa conversazione, erano sul versante orientale dello Stretto, a una quarantina di miglia in direzione nord. L'interno della costa era roccioso e montagnoso, ma digradava lentamente verso una pianura di foreste alternate a giungle, che continuava fino alla spiaggia. La zona sembrava disabitata. Costeggiando la spiaggia scoprirono, dopo qualche ora, un ruscello che scendeva a cascata dalle montagne, e si faceva
strada lungo la giungla, fino a versare il proprio tributo alle acque dello Stretto. Entrarono nella foce del ruscello, abbassarono le vele, e spinsero la peroqua controcorrente, finché furono abbastanza avanti da essere sicuri di trovare dell'acqua dolce. Le giare furono presto riempite, e stavano già pensando di ritornare al mare quando, attirati dalla bellezza del luogo, dalla frescura dell'acqua, e stanchi del loro lungo isolamento a bordo della peroqua, decisero di fare un bagno: un lusso poco apprezzato da coloro che non hanno vissuto situazioni simili. Si tolsero gli abiti musulmani, e si immersero nel ruscello. Si bagnarono a lungo. Krantz fu il primo a uscire. Si lagnò di sentire freddo, e si diresse verso la riva dove avevano lasciato gli abiti. Anche Philip si avvicinò alla spiaggia, con l'intenzione di seguirlo. «E ora, Philip», disse Krantz, «ho finalmente l'occasione buona per darti i miei soldi. Aprirò la mia fusciacca e ne farò uscire l'oro: così potrai infilarlo nella tua prima di indossarla.» Philip era in piedi sul fondo, e l'acqua gli arrivava alla vita. «Be', Krantz», disse, «immagino che, se deve essere così, così deve essere. Ma mi pare un'idea talmente ridicola. Comunque, fa' come vuoi.» Philip uscì dalla corrente e sedette accanto a Krantz, che era già impegnato a scuotere i dobloni dalle pieghe della fusciacca. Infine disse: «Ora che li hai tu, Philip, mi sento soddisfatto». «Quale pericolo puoi correre a cui non sia esposto anche io?», replicò Philip; «Comunque...» Aveva appena finito di pronunciare queste parole, quando ci fu un tremendo ruggito, seguito da uno spostamento d'aria simile a quello provocato da un vento impetuoso. Qualcosa lo spinse di lato. Sentì un grido, rumori di una lotta. Philip si riprese, e vide il corpo nudo di Krantz trascinato via velocemente da una tigre enorme. Guardò la scena con gli occhi spalancati. In pochi secondi l'animale e Krantz scomparvero nella giungla. «Dio del Cielo! Perché mi hai risparmiato?», gridò Philip, gettandosi con la faccia a terra per la sofferenza. «Oh, Krantz! Amico mio... fratello mio. Eri così sicuro del tuo presentimento. Dio misericordioso, abbi pietà, ma che sia fatta la tua volontà.» E Philip scoppiò a piangere. Rimase per più di un'ora immobile, senza curarsi dei pericoli da cui era circondato. Alla fine, ripresosi alquanto, si alzò, si vestì, e poi si risedette con gli occhi fissi sui vestiti di Krantz e sull'oro che era ancora sulla sabbia.
«Ha voluto darmi quell'oro. Aveva previsto la propria fine. Sì! Sì! Era il suo destino, e si è compiuto. Le sue ossa sbiancheranno nelle foreste, e lo spirito-cacciatore e la sua figlia-lupa sono stati vendicati.» HUGUES, IL LUPO MANNARO Hugues, The Were-Wolf di Sutherland Menzies 1838 1. Un tempo, su gran parte della Contea del Kent, si stendeva una grande foresta, i cui resti ai giorni nostri sono noti sotto il nome di Bosco di Kent. Dove la foresta allargava il suo manto impervio, a metà strada tra Ashford e Canterbury, durante il lungo regno del nostro Enrico II, una famiglia di origine normanna, gli Hugues (O Wulfric, com'erano di solito chiamati dagli abitanti sassoni di quel distretto), sotto la protezione delle leggi della foresta, aveva eretto un'abitazione solitaria e miseranda. E in quel rifugio silvano, impegnati nel lavoro di taglialegna, quegli sventurati reietti, perché tali erano per un motivo o per un altro, avevano vissuto per anni e anni un'esistenza precaria e appartata. Forse a causa dell'antipatia, radicata e ancora viva, contro la nazione usurpatrice di cui erano originari, o forse a causa di misfatti compiuti contro i loro superstiziosi vicini anglosassoni, venivano creduti Lupi Mannari. E, poiché veniva loro rifiutato il lavoro dai proprietari del circondario, la loro discendenza da un antenato licantropo venne confermata definitivamente. Non c'è da meravigliarsi che gli Hugues Wulfric non contassero nemmeno un amico nelle fattorie vicine, né tra i servi né tra gli uomini liberi, visto che avevano una reputazione così poco invidiabile. Infatti, venivano invariabilmente attribuite loro disgrazie che solo il caso aveva potuto provocare. Un incendio bruciava una fattoria. Un granaio deteriorato dal tempo, sovraccarico di un raccolto abbondante, crollava. I covoni di frumento venivano abbattuti sui campi da una tempesta. Il carbonchio distruggeva il grano. Il bestiame periva, decimato dall'afta. Un bambino deperiva per un male devastante. Una donna metteva al mondo un figlio prematuro. In ogni caso, erano sempre gli Hugues Wulfric a essere accusati apertamente. Venivano guardati di traverso, con paura mista a odio. Il dito accu-
satore del giovane e del vecchio li additava con amare imprecazioni. Insomma, erano classificati ferae natura, come quel mitico prototipo, ed erano trattati di conseguenza. Erano veramente terribili le storie che si raccontavano su di loro la sera intorno al camino acceso, mentre si filava il lino o si spennavano le oche. Quelle storie venivano confermate anche alla luce del giorno, mentre si conducevano le mucche al pascolo, e venivano discusse con abbondanza di particolari la domenica, tra la messa e i vespri, dai pettegoli radunati sul sagrato di Ashford. I fedeli ne parlavano alternando le maledizioni a più devoti segni della croce. Stregoneria, latrocinio, omicidi e sacrilegio, costituivano i tratti principali delle tragedie sanguinarie e misteriose di cui gli Hugues Wulfric erano i presunti attori. A volte i misfatti venivano attribuiti al padre, altre alla madre, e perfino la sorella non sfuggiva alla sua parte di diffamazione. Con piacere avrebbero attribuito un'indole feroce anche al bambino non ancora svezzato, tanto grande, tanto universale era l'orrore che provavano per quei figli di Caino! Il cimitero di Ashford, e la croce di pietra da cui si diramavano le strade per Londra, Canterbury e Ashford, situata a metà strada tra le ultime due località, fungevano, come affermava la tradizione, da teatri notturni alle gesta empie dei Wulfric. Si diceva che vi si recassero con la luna piena per rimpinzarsi dei cadaveri appena seppelliti, o per succhiare il sangue di qualche essere vivente che fosse stato abbastanza imprudente da avventurarsi in quei luoghi solitari. È vero che i lupi, durante gli inverni più rigidi, erano usciti dalle tane nelle foreste, erano entrati nel cimitero attraverso una breccia nelle mura, e, spinti dalla fame, avevano dissotterrato i morti. È vero anche che la Croce del Lupo, come i contadini la chiamavano comunemente, una volta si era macchiata di sangue. Un mendicante ubriaco era caduto e si era fratturato il cranio contro un angolo appuntito della base. Ma questi incidenti, così come una moltitudine di altri, erano attribuiti all'intervento malvagio dei Wulfric, sotto le spoglie diaboliche di Lupi Mannari. Questa povera gente, per di più, non si prendeva la pena di giustificarsi davanti a un'accusa così mostruosa. Erano al corrente di quale calunnia fossero vittime, ma erano altrettanto consci della propria impotenza a contraddirla. Ne soffrivano in silenzio, e fuggivano ogni contatto con coloro cui sapevano di fare orrore. Evitavano le strade maestre, e non osavano mai attraversare Ashford in pieno giorno, perciò facevano solo quei lavori
che si potessero svolgere in casa o nei luoghi solitari. Non andavano al mercato di Canterbury, né si accodavano ai pellegrini del famoso Santuario di Becket, né assistevano a tornei, balli e feste del raccolto. Il sacerdote aveva loro proibito di mettere piede in chiesa, e i bevitori di birra di mettere piede in osteria. La casupola primitiva che essi abitavano, era in calcare e argilla, con un tetto di paglia, in cui il vento aveva provocato enormi squarci. La chiudeva una porta di legno fradicio, piena di grandi buchi, attraverso cui le correnti d'aria avevano libero accesso. Quella misera dimora era situata a una distanza considerevole da ogni altra. Se, per caso, uno dei servi dei dintorni verso sera si smarriva nelle sue vicinanze, i timori superstiziosi gli impedivano di avvicinarsi troppo, non appena vedeva i vapori della palude alzarsi in volute verso il cielo dell'imbrunire. E, quando si avvicinava quell'ora che la tradizione chiama «tra il cane e il lupo» o «tra il falco e la poiana», i fuochi fatui cominciavano a baluginare intorno alla casa dei Wulfric. Essi, a quell'ora, cenavano tutti insieme - quando avevano di che cenare - e, subito dopo, si abbandonavano al riposo. Il dolore, la miseria e le esalazioni putride della canapa messa a macerare, da cui ricavavano abiti rozzi e poveri, contribuirono infine a portare malattia e morte in quella famiglia sventurata che, nel momento del bisogno estremo, non poteva nemmeno sperare nella pietà e nell'aiuto del prossimo. Il padre fu il primo ad ammalarsi, e il suo cadavere era ancora caldo quando la madre esalò l'ultimo respiro. Così quella coppia sfortunata terminò i propri giorni, senza il conforto del confessore e senza le cure di un medico. Hugues Wulfric, il loro figlio maggiore, scavò una tomba, vi depose i corpi avvolti in cenci di canapa al posto dei sudari, e vi collocò sopra qualche zolla di terra per segnare la loro ultima dimora. Un contadino, cui capitò di vederlo compiere quel sacro dovere al calar delle tenebre, si fece il segno della croce e fuggì a gambe levate, convinto di aver assistito a qualche incantesimo infernale. Quando trapelò la notizia vera, i pettegoli del vicinato si congratularono l'un l'altro per quelle due morti, che furono viste come il tardo castigo divino. Si parlò di suonare le campane a festa e di cantare Messe di ringraziamento per un simile atto di grazia. Era il Giorno dei Morti, e il vento gemeva lungo i pendii brulli delle colline, e fischiava tristemente tra i rami nudi degli alberi della foresta, le cui ultime foglie erano cadute da tempo. Il sole era scomparso. Una nebbia
densa e gelida si stendeva nell'aria come il velo funebre di una vedova, i cui giorni d'amore siano fuggiti precocemente. Nessuna stella splendeva nel cielo immobile e cupo. In quella casupola solitaria, che la morte aveva visitato di recente, gli orfani vegliavano accanto alla fiamma intermittente del focolare. Molti giorni erano trascorsi da quando le loro labbra si erano premute per l'ultima volta sulle mani fredde dei genitori. Molte tristi notti erano trascorse da quell'ora tragica in cui la loro dipartita li aveva lasciati soli al mondo. Poveri orfani! Erano entrambi nel fiore della giovinezza. Quanto tristi, ma quanto sereni apparivano nella loro sofferenza! Ma che cos'era quel terrore improvviso e misterioso che parve assalirli? Non era, ahimè, la prima volta da quando erano rimasti soli al mondo che si erano ritrovati a quell'ora della notte accanto al focolare, un tempo rallegrato dalle storie, antiche e belle, della madre. Spesso avevano pianto insieme ricordandola, ma fino a quel momento, la loro solitudine non si era mai rivelata così spaventosa. Pallidi come spettri, si guardavano tremanti l'un l'altro, mentre le fiamme guizzavano sui loro volti. «Fratello! Hai sentito quel grido che ogni eco della foresta ha ripetuto? Mi è parso che la terra rimbombasse del passo di un fantasma gigantesco, i cui respiri abbiano scosso la porta della nostra capanna. Il respiro dei morti si dice sia ghiacciato. Un brivido mortale mi ha scossa!» «Anche a me, sorella, è parso di sentire delle voci lontane, che mormoravano strane parole. Non tremare così: non sono forse vicino a te?» «Oh, fratello! Preghiamo la Santa Vergine affinché impedisca ai morti di entrare nella nostra dimora.» «Ma, forse, nostra madre è tra loro: viene, privata del conforto della confessione e del sudario, a visitare la sua prole derelitta. Oh, adorata! Forse non sai, sorella, che questo è il giorno in cui i morti abbandonano le tombe. Lasciamo la porta aperta, che nostra madre entri e riprenda il suo solito posto accanto al focolare.» «Oh, fratello, quanto è buio fuori, quanto umido e freddo è il vento! Hai sentito i gemiti dei morti intorno alla nostra capanna? Oh, chiudi la porta, in nome del cielo!» «Fatti coraggio, sorella: ho gettato sul fuoco quel ramoscello santo, colto in fiore la scorsa Domenica delle Palme. Scaccerà tutti gli spiriti cattivi, e così potrà entrare solo nostra madre.» «Ma che aspetto avrà, fratello? Si dice che i morti siano orribili da vedersi, che i loro capelli siano caduti, e le loro ossa scricchiolino orrenda-
mente. Allora, nostra madre sarà così?» «No, avrà i tratti che ci piaceva guardare. Avrà il tenero sorriso che ci salutava al ritorno dal lavoro. Avrà la voce che, da bambini, ci cercava quando le tenebre ci sorprendevano lontani dalla nostra casa.» La ragazza si apprestò a disporre la misera cena sull'asse traballante che serviva da tavolo. Era la sua ultima e pia offerta di amore filiale. La compì solo grazie a uno sforzo estremo, tanto debole era diventato il suo fisico. «Allora, facciamo entrare la nostra adorata madre!», esclamò la ragazza, ricadendo esausta sullo sgabello. «Le ho preparato la cena, perché non soffra la fame. Tutto è disposto come piaceva a lei. Ma perché, fratello, tremi come tremavo io prima?» «Non hai visto, sorella, quelle pallide luci alzarsi dalla palude? Sono i morti che vengono a sedere alla mensa preparata per loro. Zitta! Ascolta i tocchi funebri della campana d'Ognissanti arrivare nel vento e unirsi alle loro voci sorde... Ascolta, ascolta!» «Fratello, quest'orrore è insopportabile. Sento che questa è la mia ultima notte sulla terra! E non c'è una parola di speranza a confortarmi, tra queste voci spaventose? Oh, madre! Madre!» «Zitta, sorella, zitta! Hai visto le luci spettrali che annunciano i morti, splendere all'orizzonte? Hai udito lo scampanio prolungato della campana? Arrivano! Arrivano!» «Eterno riposo alle loro anime!», esclamarono i due orfani. Si inginocchiarono, quindi chinarono la testa, per il terrore e per il dolore. Quando pronunciarono quelle parole, la porta si chiuse con violenza, come se fosse stata sbattuta da una mano vigorosa. Hugues balzò in piedi, perché lo scricchiolio dell'asse che reggeva il tetto sembrò preannunciare la caduta della fragile struttura. Il fuoco d'improvviso si spense, e un gemito si unì alle raffiche di vento che fischiavano attraverso le fessure della porta. Nel sollevare la sorella, Hugues scoprì che anche lei non era più nel regno dei vivi. 2. Hugues, divenuto il capo della sua famiglia, composta di due sorelle più giovani di lui, le vide entrambe scendere nella tomba nel breve spazio di due settimane. E quando ebbe deposto l'ultimo corpo accanto a quello della madre, si chiese se non dovesse stendersi tra loro, e condividere il loro riposo eterno. Non fu con lacrime e sospiri che un dolore intenso come il
suo si manifestò, ma nella contemplazione muta e cupa delle tombe in cui erano sepolti i suoi congiunti e la sua felicità futura. Durante le tre notti successive lasciò, pallido e sparuto, la sua capanna solitaria per prostrarsi a turno davanti alle tombe. Per tre giorni non mangiò. L'inverno aveva interrotto i lavori nei boschi e nei campi. Hugues si era presentato invano nelle terre dei vicini a chiedere di trebbiare il grano, tagliare la legna, o condurre l'aratro. Nessuno voleva assumerlo per la paura di attirare su di sé la maledizione legata a chiunque portasse il nome di Wulfric. Il giovane si scontrò con dinieghi brutali da ogni parte. Veniva ingiuriato, minacciato, e si aizzavano i cani contro di lui. Lo privarono anche della misericordia riservata ai mendicanti di professione. In breve, si trovò coperto di ferite e di vergogna. Allora, doveva morire d'inedia o liberarsi delle torture della fame con il suicidio? Avrebbe preso quest'ultima risoluzione, se non fosse stato trattenuto sulla terra, a lottare contro il suo destino ingrato, dall'amore. Sì, quell'essere abietto, spinto dalla disperazione, contro la sua anima più vera, a odiare la specie umana in generale e a provare una gioia selvaggia nell'ingaggiare lotte contro di essa; quel paria che non confidava più in quel Dio che sembrava solo un apatico testimone delle sue persecuzioni; quell'uomo così isolato da quelle relazioni sociali, che sole ci ricompensano dei dolori e dei problemi della vita, senza altro sostegno che quello offerto dalla propria coscienza; quell'essere senza la prospettiva di un destino diverso dalla vita amara e dalla morte miserabile dei suoi congiunti defunti; quel giovane ridotto pelle e ossa dalle privazioni e dal dolore, gonfio di rabbia e di rancore, acconsentiva a vivere, ad aggrapparsi alla vita, perché, strano a dirsi, amava! Se non fosse stato per quel raggio divino che illuminava il suo sentiero spinoso, egli avrebbe volentieri rinunciato a quel pellegrinaggio solitario e faticoso in cambio del sonno sereno della tomba. Hugues Wulfric sarebbe stato il più bel giovane di tutta quella parte di Kent, se le vessazioni, contro cui doveva incessantemente combattere, e le privazioni che era costretto a subire, non avessero tolto il colore dalle sue guance e infossato i suoi occhi. Aveva la fronte sempre corrugata e lo sguardo torvo e orgoglioso. Eppure, nonostante la rabbia e la sofferenza gli stravolgessero i tratti, qualcuno, ignaro dei maligni pettegolezzi sul suo conto, non avrebbe potuto fare a meno di ammirare la selvaggia bellezza della sua testa. Il suo viso era nobile, incoronato da una profusione di capelli ondulati. Le proporzioni robuste e armoniose delle spalle erano intuibili al di sotto
degli stracci che le celavano. Il suo portamento era fermo e maestoso. I suoi movimenti non erano privi di una grazia rude, e il tono caldo della sua voce si accordava meravigliosamente alla purezza della sua lingua natia: il Franconormanno. In breve, differiva tanto dai suoi calunniatori, che si è costretti a credere che la gelosia e i pregiudizi non fossero estranei alle maligne persecuzioni di cui era oggetto. Solo le donne osarono per prime compatire la sua misera condizione, e si sforzarono di vederlo in una luce migliore. Brenda, nipote di Willieblud, il macellaio di Ashford, come le altre fanciulle della città, notò Hugues e lo apprezzò. Un giorno le era capitato di passare a cavallo attraverso un boschetto alla periferia della città mentre il giovane era alle prese con un maiale selvatico, un animale che, a causa della natura della regione, era incredibilmente difficile catturare da soli. Le maligne falsità dei vecchi pettegoli ronzavano continuamente nelle orecchie della ragazza, ma non diminuivano in nessun modo l'ottima opinione che si era fatta di quel Lupo Mannaro maltrattato e dall'aspetto avvenente. A volte, deviava dal suo cammino solo per incontrarlo e scambiare con lui un saluto cordiale. Hugues, dal canto suo, cosciente delle attenzioni di cui era divenuto oggetto, aveva alla fine preso il coraggio di guardare più da vicino la bella Brenda. Il risultato era che l'aveva trovata molto più graziosa e avvenente di tutte le fanciulle su cui si era posato il suo sguardo timoroso durante le brevi passeggiate al di fuori della foresta. La sua gratitudine era cresciuta in proporzione. E, quando i suoi lutti familiari erano arrivati a colpirlo uno dopo l'altro, aveva deciso di dichiarare a Brenda il suo amore, alla prima occasione. Era un inverno gelido - il periodo natalizio - lo scampanio lontano della campana del coprifuoco era cessato da tempo, e tutti gli abitanti di Ashford erano al sicuro nelle loro case. Hugues sedeva solitario, immobile, silenzioso, con la fronte tra le mani, lo sguardo fisso sui tizzoni che bruciavano debolmente nel focolare. Non si curava dell'aspro vento del Nord, le cui folate scuotevano il tetto di paglia e fischiavano attraverso le fessure della porta. Non sussultava alle rauche grida degli aironi che lottavano per la preda nella palude, né ai lugubri gracchii dei corvi annidati nel comignolo della capanna. Pensava ai suoi parenti morti, e immaginava che l'ora di raggiungerli sarebbe venuta presto. Il freddo intenso congelava il midollo delle sue ossa e la fame rodeva e torceva le sue viscere. Eppure, ogni tanto, il ricordo di quell'amore nascen-
te, di Brenda, acquietava improvvisamente la sua sofferenza e faceva splendere un debole sorriso sul suo volto. «Oh, santa Vergine! Fai che le mie sofferenze cessino presto!», mormorò, disperato. «Oh, se fossi veramente quel Lupo Mannaro che essi mi credono! Allora potrei restituire tutto il male che mi hanno fatto. In verità, non potrei nutrirmi della loro carne, né vorrei succhiare il loro sangue. Ma potrei terrorizzare e tormentare coloro che hanno portato i miei genitori e le mie sorelle alla morte, che hanno perseguitato la mia famiglia fino allo sterminio! Perché non ho il potere di trasformare la mia natura in quella di un lupo, se è vero che i miei antenati possedevano un potere simile, come tutti affermano? Almeno troverei qualche carogna da divorare, e non morirei in questo modo orribile. Brenda è il solo essere al mondo che si curi di me; è solo questa convinzione che mi riconcilia con la vita!» Hugues diede libero sfogo a queste riflessioni cupe. Le braci fumanti ormai emettevano solo un bagliore fievole e vacillante, lottando debolmente contro il buio circostante. Hugues ebbe orrore dell'oscurità che stava per piombargli addosso. Si sentiva gelare dai brividi di freddo un istante e l'istante dopo si sentiva scuotere dalle pulsazioni affrettate delle sue vene. Alla fine, si alzò per cercare qualcosa da bruciare, e gettò sul fuoco un mucchio di segatura, di erica secca e di paglia, che ben presto diedero vita a una fiamma chiara e crepitante. La sua provvista di legna era finita, e si diede alla ricerca di altro materiale con cui attizzare la fiamma morente del focolare. Mentre rovistava sotto la rozza stufa, tra il mucchio di cianfrusaglie che la madre aveva raccolto per cuocere il pane - manici di utensili, piedi di sgabelli rotti e frantumi di piatti - scoprì uno scrigno ricoperto di pelle conciata. Non aveva mai visto quell'oggetto: lo sollevò come se avesse scoperto un tesoro, e ruppe il coperchio che era assicurato con una corda. Quello scrigno, che era rimasto evidentemente chiuso a lungo, conteneva il travestimento completo da Lupo Mannaro. C'erano una pelle di pecora tinta, con guanti a forma di zampe, una coda, e una maschera con un muso allungato e fornito di una formidabile fila di denti di cavallo ingialliti. Hugues balzò all'indietro, terrificato dalla sua scoperta, così opportuna che gli pareva frutto di una stregoneria. Poi, ripresosi dalla sorpresa, tirò fuori uno alla volta i vari pezzi dallo strano contenitore. Quel travestimento era stato evidentemente usato, e si era danneggiato restando a lungo abbandonato. Poi gli vennero improvvisamente in mente i racconti meravi-
gliosi che gli faceva suo nonno, mentre lo cullava sulle ginocchia. Durante la narrazione di quelle storie, sua madre piangeva in silenzio, mentre lui rideva di cuore. Nella mente aveva una ridda di sensazioni vaghe e di propositi altrettanto indefinibili. Continuò il silenzioso esame di quell'eredità criminale e, a poco a poco, la sua immaginazione si animò di progetti vaghi e stravaganti. Fame e disperazione contribuirono a spingerlo oltre. Non vide più quegli oggetti attraverso un prisma insanguinato. Sentiva i suoi propri denti in quella maschera, ansiosi di mordere. Provò un desiderio inconcepibile di correre. Cominciò a ululare come se avesse praticato la licantropia per tutta la vita, e iniziò ad assumere l'apparenza e gli attributi della sua nuova vocazione. Un cambiamento così sorprendente avrebbe potuto difficilmente prodursi, se quella metamorfosi grottesca fosse stata veramente l'effetto di un incantesimo. La trasformazione fu dovuta anche a quella febbre che avrebbe prodotto una pazzia temporanea nel suo cervello congelato. Quasi senza accorgersene, si ritrovò travestito da Lupo Mannaro e, influenzato dalla sua maschera, balzò fuori dalla capanna, corse attraverso la foresta e uscì in aperta campagna. La terra era bianca per la brina gelata, ed era battuta dall'aspro vento del Nord. Ululando in un modo spaventoso, attraversò prati, pianure e paludi, simile ad un'ombra. Ma, a quell'ora e in quella stagione, non c'era nessun viandante a incontrare Hugues. Ormai l'aria pungente e la corsa avevano spinto al massimo la sua stravaganza e la sua audacia: ululava man mano che aumentava la sua fame. D'un tratto, il rombo pesante di un veicolo che si avvicinava, attrasse la sua attenzione. Sulle prime con indecisione, poi con una stupida fissità, lottò contro due suggerimenti che gli consigliavano nello stesso tempo di scappare e di avanzare. Il carro, o qualsiasi cosa fosse, continuava ad avvicinarsi. La notte non era completamente buia, ed egli vide il campanile della chiesa di Sashford a breve distanza: accanto vi era accatastata una pila di pietre rozze, destinate a una riparazione o a una aggiunta all'edificio sacro. Hugues corse all'ombra della catasta, si accucciò e, in questo modo, aspettò l'arrivo della sua preda. Si rivelò essere il carro coperto di Willieblud, il macellaio di Ashford, che due volte alla settimana portava la carne a Canterbury, e viaggiava di notte per essere tra i primi all'apertura del mercato. Di tutto questo Hugues era perfettamente a conoscenza, e la partenza del
macellaio gli suggerì l'ovvia deduzione che sua nipote dovesse essere sola in casa, perché il nostro robusto macellaio era da molto tempo vedovo. Per un istante esitò tra il proposito di presentarsi alla ragazza, visto che gli si offriva una così bella opportunità, e quello di attaccare lo zio per impadronirsi della sua scorta di carne. La fame ebbe la meglio sull'amore, per quella volta. Il fischio monotono con il quale il macellaio era abituato a incitare il suo magro cavallo avvertì il giovane di tenersi pronto. Ululò lamentosamente, balzò in avanti e afferrò il cavallo per il morso. «Willieblud, macellaio», disse, contraffacendo la voce e parlandogli nella lingua Franca dell'epoca. «Ho fame: gettami due libbre di carne se non vuoi morire.» «San Willifred abbi pietà di me!», gridò il macellaio terrorizzato. «Sei tu, Hugues Wulfric di Wealdmarsh, il Lupo Mannaro?» «Hai detto giusto: sono io», replicò Hugues, che era sufficientemente abile da sfruttare la superstizione di Willieblud. «Preferisco la carne cruda alla tua polpa grassa. Gettami, perciò, quanto ti chiedo e, ogni volta che partirai per il mercato di Canterbury, non dimenticare la porzione di carne per me. Se non ubbidirai, ti farò a pezzi.» Hugues, per esibire i suoi attributi di Lupo Mannaro allo spaventato macellaio, era salito sui raggi della ruota, e aveva messo una zampa anteriore sul bordo del carro, il che dava l'impressione che stesse annusando con il lungo muso. Willieblud, che credeva assolutamente nei Lupi Mannari così come credeva nel suo santo patrono, non appena vide quella zampa mostruosa, pronunciò una fervente invocazione al suo santo, afferrò il migliore pezzo di carne, e lo lasciò cadere a terra. Mentre Hugues si slanciava ad afferrare il cibo, il macellaio diede un colpo improvviso e violento sul fianco del cavallo, che partì al galoppo senza aspettare un nuovo invito della frusta. Hugues era così soddisfatto di quel pasto, che gli era costato così poco procurarsi, che si ripromise di ripetere quell'espediente, la cui esecuzione era facile e divertente nel medesimo tempo. Infatti, sebbene fosse affascinato dalla bella Brenda, trovava un piacere maligno nell'aumentare il terrore di suo zio Willieblud. Quest'ultimo, per un lungo periodo, non rivelò ad anima viva il suo terribile incontro e lo strano patto, che variava a seconda delle circostanze. Si sottometteva in silenzio all'imposta che il Lupo Mannaro chiedeva a ogni loro incontro, senza essere esigente riguardo al peso o alla qualità della carne. Non aspettava nemmeno più che gliela chiedesse. Faceva tutto il
possibile per evitare la vista di quella forma diabolica appesa alla fiancata del suo carro, e per non venire a contatto con quella zampa deforme che sembrava si tendesse a strangolarlo. Quella zampa una volta doveva essere stata una mano umana. In quell'ultimo periodo era diventato silenzioso e pensieroso. Partiva malvolentieri per il mercato, e sembrava temere l'ora della partenza. Non ingannava la noia del suo viaggio notturno fischiando al cavallo o canticchiando ballate, come gli piaceva un tempo. Invariabilmente, tornava di umore malinconico e irrequieto. Brenda era perplessa riguardo ai motivi che avevano potuto originare quella depressione che si era impossessata della mente di suo zio. Dopo vane congetture, passò a interrogarlo, tormentarlo, e supplicarlo, finché l'infelice macellaio, inerme davanti a quelle continue richieste, alla fine si sgravò del peso che aveva sul cuore. Raccontò la storia delle sue avventure con il Lupo Mannaro. Brenda ascoltò l'intero racconto senza né interrompere né commentare, ma alla fine: «Hugues è un Lupo Mannaro come me e te», esclamò, offesa che si potesse nutrire un sospetto simile contro la persona che lei amava. «È una stupida favola, o qualche furbo stratagemma. Penso proprio che tu abbia sognato tutto, zio Willieblud, perché Hugues di Wealdmarsh, o Wulfric, come lo chiamano gli ignoranti, è degno di tutt'altra stima». «Ragazza, è inutile parlarmi così di quest'argomento», replicò Willieblud, ostinandosi ad affermare la veracità della sua storia, «la famiglia degli Hugues, come tutti sanno, era composta da Lupi Mannari. Poiché, grazie al cielo, sono tutti morti, tranne uno, Hugues ha ereditato la zampa del Lupo Mannaro.» «Ti dico, e lo dichiarerò pubblicamente, zio, che Hugues è di natura troppo gentile e onesta per essere un servo di Satana e trasformarsi in una belva selvaggia, e che io non ci crederò finché non l'avrò visto con i miei occhi.» «Accidenti, lo vedrai presto, se verrai con me! È proprio lui, e mi ha confessato il suo nome: non ho riconosciuto la sua voce, ma non ho sognato la sua zampa poggiata sul carro. Ragazza, quell'uomo è alleato del Demonio.» Brenda era imbevuta di superstizioni quanto suo zio; l'unica eccezione fino a quel momento era stata per quel giovane che aveva accesso, per qualche strana perversione femminile, i suoi sentimenti. La sua curiosità femminile, in questo caso, determinò meno la sua decisione di accompa-
gnare il macellaio nel suo viaggio a Canterbury del desiderio di discolpare il suo amore. Era convinta che lo strano incontro fatto dal suo parente fosse l'effetto di qualche allucinazione. L'unico timore che provò salendo sul carro carico di carne insanguinata, fu quella di scoprirlo colpevole. Era mezzanotte quando partirono da Ashford, l'ora che è cara sia ai Lupi Mannari che agli spettri di ogni genere. Hugues era puntuale al luogo dell'appuntamento. I suoi ululati avevano ancora qualcosa di umano, e turbarono non poco la dubbiosa Brenda. Willieblud, comunque, tremava ancora di più di lei, e cercò la carne per il Lupo Mannaro. Quest'ultimo si alzò sulle zampe posteriori e tese una di quelle anteriori per ricevere il suo compenso, non appena il carro si fermò accanto alla catasta di pietre. «Zio, sto per svenire dalla paura», esclamò Brenda, stringendosi al macellaio, e chiudendo gli occhi. «Sciogli le redini e colpisci quella bestia, altrimenti sarà peggio per noi.» «Non sei solo, sciocco», gridò Hugues, temendo un tranello. «Se cerchi di ingannarmi, ti ammazzo subito.» «Non ci fare del male amico Hugues: sai che non risparmio la mia carne migliore per te. Manterrò fede al mio patto. È Brenda, mia nipote, che viene con me a fare delle spese a Canterbury.» «C'è Brenda con te? Sei veramente tu, più prospera e rosea che mai? Scendi, bella, e vieni a chiacchierare un po' con me.» «Ti scongiuro, buon Hugues, non spaventare così crudelmente la mia povera nipote, che è già morta di paura. Facci riprendere il nostro viaggio: l'ora del mercato si avvicina.» «Continua da solo allora, zio Willieblud: è con tua nipote che vorrei parlare, con ogni cortesia e onore. Se non me lo permetterai subito, e volentieri, vi ucciderò entrambi.» Invano Willieblud si esaurì in preghiere e lamenti, con la speranza di rabbonire il sanguinario Lupo Mannaro. Quest'ultimo rifiutò di accettare ogni sorta di compromesso in cambio di ciò che aveva chiesto e, alla fine, replicò con minacce orribili che gelarono il cuore a entrambi. Brenda, sebbene fosse la diretta interessata della discussione, non si mosse né aprì bocca, così grande era il terrore che l'aveva sopraffatta. Continuò a tenere gli occhi fissi sul lupo, che la scrutava attraverso la maschera. Si scoprì incapace di offrire resistenza quando fu trascinata fuori dal carro e deposta da una forza invisibile - così le parve - accanto alla catasta di pietre. Svenne senza nemmeno un grido. Il macellaio non era meno stupefatto dalla piega che avevano preso gli
avvenimenti, e cadde tra i suoi pezzi di carne come se fosse stato colpito da un fulmine. Immaginò che il lupo gli avesse frustato gli occhi con la coda. Quando tornò in sé, si trovò solo nel carro che correva a scossoni verso Canterbury. Sulle prime si mise in ascolto, ma invano, perché il vento non gli portò né le urla di sua nipote né gli ululati del lupo. Non riuscì però a fermare il cavallo che, preso dal panico, continuava a trottare come fosse stregato, o sentisse lo sprone di un diavolo pungergli i fianchi. Willieblud, comunque, arrivò alla sua meta sano e salvo, vendette la carne e ritornò ad Ashford, convinto di dover dire un De Profundis per sua nipote, il cui fato non aveva cessato di commiserare per tutta la notte. Ma quale fu la sua sorpresa nel trovarla a casa, un po' pallida per il recente spavento e per la mancanza di sonno, ma senza nemmeno un graffio. Ancora più sorpreso fu nel sentire che il lupo non le aveva fatto alcun male, ma si era accontentato, dopo che lei era rinvenuta, di accompagnarla alla loro casa. Sotto ogni aspetto, si era comportato come un corteggiatore piuttosto che come un sanguinario Lupo Mannaro. Willieblud non sapeva che cosa pensare. Quella cavalleria notturna nei riguardi di sua nipote aveva irritato ancora di più il robusto sassone nei confronti del Lupo Mannaro. Sebbene la paura di ritorsioni gli impedisse di attaccare apertamente Hugues, meditava di prendersi una vendetta segreta e sicura. Prima di mettere in atto il suo piano, gli venne in mente che avrebbe fatto bene a raccontare le sue disavventure al vecchio sacrestano e becchino della chiesa di St. Michael. Era un uomo di grande intelligenza e di profonda erudizione, ed era consultato come un oracolo dai vecchi fedeli e dalle fanciulle infelici per amore di tutta la zona di Ashford. «Non puoi uccidere un Lupo Mannaro», fu la risposta del sapiente alle ansiose richieste del tormentato macellaio, «perché la sua pelle è inattaccabile dalle lance e dalle frecce... Però è vulnerabile alla lama affilata di un'arma di acciaio. Ti consiglio di ferirlo leggermente, o di tagliargli la zampa, in modo da sapere con sicurezza se è veramente Hugues. Non correrai nessun pericolo, tranne che non gli procuri una ferita da cui non scorra sangue, perché, non appena la pelle gli viene tagliata, fuggirà.» Deciso a seguire il consiglio del sacrestano e, determinato a sapere quella stessa sera con che Lupo Mannaro avesse a che fare, nascose la sua mannaia, affilata per l'occasione, sotto il carico di carne sul carro. Si preparò a fare uso di quell'arma come primo passo per stabilire se Hugues e il ladro di carne erano la stessa persona, e per ritrovare la pace perduta. Il lu-
po si presentò puntuale come al solito, e chiese ansiosamente di Brenda, il che spinse il macellaio a portare a compimento il suo piano. «Ecco, Lupo», disse Willieblud, chinandosi come per scegliere un pezzo di carne: «ti do una porzione doppia stanotte. Alza la zampa, prendi il tuo compenso e ricordati della mia benevola carità.» «Me ne ricorderò, sciocco», ribatté il nostro Lupo Mannaro. «Ma quando avverranno le nozze solenni tra me e la bella Brenda?» Hugues credeva di non aver nulla da temere da parte del macellaio, della cui carne si appropriava tanto facilmente, e della cui nipote sperava di poter ottenere un possesso non meno legale. Egli amava veramente la fanciulla e, inoltre, vedeva l'unione con lei come un mezzo sicuro per entrare a far parte di quella società che l'aveva bandito così ingiustamente. Ma prima doveva riuscire ad intercedere presso i santi padri della chiesa affinché togliessero il veto posto contro di lui. Hugues stese la zampa sul bordo del carro ma, invece di porgergli un pezzo di bue o di montone, Willieblud sollevò la mannaia, e con un solo colpo tagliò di netto la zampa, che era appoggiata in modo così opportuno che sembrava messa sul ceppo. Il macellaio abbassò l'arma, e frustò il cavallo, il lupo urlò di dolore, e scomparve tra le ombre scure della foresta, nella quale, con il favore del vento, i suoi ululati si persero ben presto. Il giorno seguente, al suo ritorno, il macellaio, ridacchiando, depositò un panno insanguinato sul tavolo, accanto al tagliere su cui la nipote era impegnata a preparargli il pranzo. Il panno si aprì e mostrò allo sguardo inorridito della fanciulla una mano umana tagliata di recente, avvolta in una pelliccia da lupo. Brenda comprese che cos'era accaduto, strillò, scoppiò a piangere, e poi corse a indossare il mantello. Intanto suo zio si divertiva a girare e torcere la mano con una gioia feroce, esclamando, mentre tamponava il sangue che ancora ne scorreva: «Il sacrestano aveva ragione. Il Lupo Mannaro ha il suo punto debole, e ora che ho scoperto la sua vera natura non temo più le stregonerie». Sebbene il sole fosse già alto, Hugues giaceva sul suo giaciglio, contorcendosi per il dolore. Le coperte erano imbevute di sangue, così come il pavimento della sua capanna. Il suo volto, mortalmente pallido, esprimeva un dolore più morale che fisico. Lacrime spuntavano dalle sue palpebre arrossate. Ascoltava ogni rumore con un'inquietudine crescente, dolorosamente visibile sui suoi tratti distorti. Sentì un rumore di passi che si avvicinavano rapidamente, poi la porta fu aperta di colpo, e una donna si gettò accanto al suo giaciglio. Con un miscuglio di singhiozzi e imprecazioni
cercò teneramente il suo braccio mutilato, che, fasciato rozzamente con stracci di canapa, non nascondeva l'assenza della mano. Dal moncone scorreva ancora sangue. A quello spettacolo pietoso, aumentò le sue maledizioni contro il sanguinario macellaio, e mescolò i suoi lamenti a quelli della vittima. Quelle effusioni di amore e dolore, però, erano destinate ad essere bruscamente interrotte: qualcuno bussò alla porta, Brenda corse alla finestra per vedere chi fosse il visitatore che osava penetrare nella tana del Lupo Mannaro e, nel vedere di chi si trattava, alzò gli occhi e le mani al cielo, presa dalla disperazione, mentre i colpi alla porta diventavano più forti. «È mio zio», balbettò lei. «Ah, povera me, come me ne andrò di qui senza che mi veda? Dove mi nasconderò? Oh, qui, qui, vicino a te, Hugues, e moriremo insieme», si accucciò in un angolo buio dietro il suo giaciglio. «Se Willieblud alzerà la mannaia per ucciderti, colpirà prima il corpo di sua nipote.» Brenda si nascose in fretta dietro un mucchio di stracci, e sussurrò a Hugues di farsi coraggio. Quest'ultimo trovò appena la forza di alzarsi a sedere, mentre i suoi occhi cercavano invano un'arma con cui difendersi. «Buon giorno a te, Wulfric!», esclamò Willieblud, nell'entrare, stringendo in una mano un fazzoletto con i lembi legati, che sistemò sulla cassa che era accanto al sofferente. «Vengo ad offrirti un lavoro. Dovresti legare e affastellare delle fascine: so che sei veloce in questo lavoro. Lo farai?» «Sono malato», replicò Hugues, reprimendo l'ira che, nonostante il dolore, sprizzava dai suoi occhi selvaggi. «Non sono in condizione di lavorare.» «Malato, scioccone, sei veramente malato? O è solo pigrizia? Su, che cosa hai? Dammi la mano, che ti sentirò il polso.» Hugues arrossì, e per un istante si chiese se dovesse resistere a quella richiesta di cui aveva subito compreso il fine. Ma, per evitare di esporre Brenda, trasse la mano sinistra da sotto le coperte, tutte piene di sangue coagulato. «Non questa mano, Hugues, l'altra, la destra. Ahimè, hai forse perso la mano, e te la devo andare a cercare?» Hugues, il cui colorito rosso di rabbia impallidì rapidamente, non rispose agli scherni, né mostrò di prepararsi a soddisfare una richiesta tanto più crudele quanto più che l'oggetto di essa era a malapena celato. Willieblud rise, e ghignò, risvegliando malignamente le torture che aveva inflitto al sofferente. Sembrava ormai disposto ad usare violenza, piuttosto che an-
darsene senza aver ottenuto la prova decisiva a cui mirava. Già aveva cominciato a slegare il fazzoletto, dando sfogo nel frattempo a tutti i suoi implacabili dileggi. Hugues teneva la mano appoggiata sulle coperte ma, semisvenuto per l'ansia e per il dolore, non pensò di ritrarla. «Perché mi tendi quella mano?», continuò il suo persecutore instancabile, che ormai credeva di stare per ottenere la prova che desiderava così ardentemente. «Vuoi che te la tagli? Svelto, Mastro Wulfric: fai quanto ti ho chiesto. Ti ho domandato di vedere la tua mano destra.» «Guardala allora!», esclamò una voce soffocata, che non apparteneva a nessun essere soprannaturale, benché potesse sembrare non umana. E Willieblud, con disappunto e sorpresa, vide una seconda mano, sana e intera, che si stendeva verso di lui in silenziosa accusa. Egli indietreggiò, balbettò un grido di pietà, poi piegò per un istante le ginocchia. Quindi si sollevò e, impazzito dal terrore, fuggì dalla capanna, che credette fermamente fosse sotto il dominio di un dèmone. Non portò con sé la mano recisa che da allora in poi divenne una visione perpetua davanti ai suoi occhi. Tutti gli esorcismi potenti del sacrestano, a cui egli chiedeva di continuo aiuto e consiglio, fallirono nello scopo di cancellare quella visione. «Oh, quella mano! A chi appartiene allora quella mano maledetta?», gemeva continuamente. «È veramente quella di un dèmone o quella di un Lupo Mannaro? Certamente, Hugues è innocente: non ho visto forse entrambe le sue mani? Ma da dove veniva tutto quel sangue? C'è una stregoneria in fondo a tutta questa storia.» La mattina dopo, all'alba, il primo oggetto che colpì il suo sguardo nell'entrare nella sua bottega, fu la mano recisa che la notte precedente aveva lasciato sulla cassa nella capanna della foresta. Era stata privata della pelliccia di lupo, ed era appoggiata sul bancone insieme ai tagli di carne. Non osava più toccare quella mano, che ora credeva fosse veramente incantata. Ma, nella speranza di liberarsene per sempre, la gettò in un pozzo. Con disperazione, poco dopo la trovò sul ceppo. La bruciò nel giardino, ma non riuscì a liberarsene. Ritornò livida e disgustosa a infettare la sua bottega, e ad aumentare il rimorso che era incessantemente alimentato dai rimproveri della nipote. Alla fine, sperando si sfuggire alle persecuzioni di quella mano, gli venne in mente di portarla al cimitero di Canterbury, e tentare con esorcismi e con la sepoltura in terra consacrata di impedirle di ritornare alla luce del sole. Anche questo espediente fu provato, ma ahimè! il giorno seguente la vide inchiodata alla porta della bottega.
Sconfortato da quei rimproveri muti ma terribili, che gli toglievano la pace, e impaziente di annientare ogni traccia di un'azione che anche il cielo pareva rimproverargli, una mattina lasciò Ashford senza salutare la nipote. Qualche giorno dopo fu trovato annegato nel fiume Stour. Tirarono fuori il cadavere gonfio e livido, che era stato visto galleggiare tra le alghe. Fu solo con grandi sforzi che riuscirono a strappare al suo pugno contratto la mano spettrale che, nelle convulsioni della morte, aveva stretto saldamente. Un anno dopo questo avvenimento, Hugues, sebbene menomato di una mano, e di conseguenza Lupo Mannaro accertato, sposò Brenda, unica erede del commercio e dei beni del defunto macellaio di Ashford. LOKIS Lokis. Le Manuscript Du Professeur Wittembach di Prosper Merimée Revue des Deux Mondes, autunno 1869 Manoscritto del professor Wittembach 1. «Teodoro», disse il professor Wittembach, «datemi per piacere quel quaderno legato in pergamena, sulla seconda mensoletta, sopra lo scrittoio. No, non quello: il piccolo in ottavo. Ho raccolto in quelle pagine tutte le note del mio diario del 1866, o perlomeno le note che si riferiscono al Conte Szemioth.» Il professore si mise gli occhiali e, nel più profondo silenzio, lesse quel che segue: LOKIS con questo proverbio lituano in epigrafe: Miszka su Lokiu, Abu du tokiu «Entrambi sono una coppia e un paio»; letteralmente: «Michele con Lokis, pari entrambi».
Quando uscì a Londra la prima traduzione lituana della Sacra Scrittura, pubblicai nella Gazzetta di Scienze e Lettere di Koenigsberg un articolo, nel quale, pur tributando giuste lodi alla fatica del dotto interprete e alle pie intenzioni della Società Biblica, stimai di dover segnalare qualche lieve errore; non senza osservare, per giunta, come tale versione non potesse giovare, in definitiva, che a una parte soltanto delle popolazioni lituane. Infatti, il dialetto adoperato, sarebbe stato difficilmente compreso dagli abitanti delle circoscrizioni linguistiche zemaitiche, e cioè dalle popolazioni del Palatinato di Samogizia, il cui idioma si avvicina al sanscrito forse anche più dell'alto lituano. Questa osservazione, a dispetto delle critiche astiose che mi procurò da parte di un noto professore dell'Università di Dorpat, illuminò sull'argomento i membri del consiglio di amministrazione della Società Biblica, il quale consiglio non esitò a propormi il lusinghiero incarico di dirigere e curare la redazione del Vangelo di San Matteo in samogizio (Ero allora troppo preso dai miei studi sulle lingue transuraliche per accingermi a un lavoro più ampio che comprendesse i quattro Vangeli). Procrastinai dunque il mio matrimonio con la signorina Geltrude Weber e mi recai a Kovno (Kaunas), nell'intento di raccogliervi tutti i documenti linguistici, stampati o manoscritti, in lingua samogitica che mi fosse possibile rinvenire, senza escluderne, beninteso, le poesie popolari - o dainos - e i racconti e le leggende - o pasakos - da cui avrei attinto gli elementi per un glossario demaitico: un lavoro questo, che doveva, per necessità di cose, precedere l'altro della traduzione. Mi avevano dato una lettera per il giovane Conte Michele Szemioth, il cui genitore, mi assicuravano, aveva posseduto il famoso Catechismus Samogiticus di padre Lavicki, opera tanto rara che la sua stessa esistenza fu posta in dubbio, particolarmente dal professore di Dorpat del quale ho fatto cenno. Secondo le informazioni in mio possesso, la biblioteca del Conte Szemioth racchiudeva anche una vecchia collezione di dainos e una raccolta di poesie in prussiano antico. Scrissi dunque al Conte, per esporgli lo scopo della mia visita, ed egli mi rispose nel modo più cortese, invitandomi nel suo castello di Medintiltas per tutto il tempo richiesto dalle mie indagini.; Nella chiusa della sua lettera, mi diceva che aveva la pretesa di parlare il puro samogizio quasi altrettanto bene dei suoi contadini, e che inoltre sarebbe stato lieto di unire le sue fatiche alle mie per il buon successo di un'impresa che definiva nobile e interessante. Al pari di alcuni tra i più ricchi latifondisti di Lituania, professava la religione evangelica, della
quale mi onoro di essere ministro. Mi avevano anche parlato di una certa sua bizzarria di modi, la quale non gl'impediva tuttavia di essere molto ospitale, amico delle scienze e delle lettere, e pieno di una speciale benevolenza per coloro che le coltivavano. Perciò partii alla volta di Medintiltas. Fui ricevuto, sullo scalone del castello, dall'Intendente del Conte, il quale mi accompagnò immediatamente nella stanza che mi era stata assegnata. «Il signor Conte», mi disse, «è dolentissimo di non poter cenare stasera con il signor professore. Ma è tormentato dal mal di testa, un disturbo a cui disgraziatamente va un po' soggetto. Se il signor professore non vuole essere servito in camera, potrà cenare con il signor dottor Frœber, medico personale della signora Contessa. Si cena fra un'ora; non si cambia abito. Se il signor professore avesse comandi, ecco il campanello.» Detto questo, si ritirò con un profondo inchino. La stanza era spaziosa, ben arredata, ornata di specchi e ori. Da una parte, dava su un giardino, o meglio sul parco del castello; dall'altra, sull'ampio cortile d'onore. Nonostante l'avviso: «Non si cambia abito», stimai di dover cavare dal baule il vestito nero. Ero in maniche di camicia, intento a disfare il mio modesto bagaglio, quando il rumore di una carrozza mi fece correre alla finestra che dava sul cortile. Era entrato in quel momento un bel calesse, con sopra una signora vestita di nero, un signore e una donna vestita alla foggia delle contadine lituane, ma così alta e membruta che, sulle prime, fui tentato di prenderla per un uomo travestito. Costei scese a terra; intanto, due altre donne di non meno robusta complessione erano già apparse sulla scalinata. Il signore che ho detto si chinò verso la donna vestita di nero e, con mia grande sorpresa, slacciò un'ampia cinta di cuoio che la teneva legata al calesse. Notai che quella signora aveva i lunghi capelli bianchi molto arruffati e che gli occhi di lei, benché spalancati, parevano senza vita: si sarebbe detto un volto di cera. Dopo averla disciolta, colui che l'accompagnava le rivolse la parola, con il cappello in mano, in atto di profondo ossequio; ma lei non mostrò di badargli affatto. Allora, l'uomo si rivolse alle domestiche con un lieve cenno del capo. Subito, le tre fantesche afferrarono la signora vestita di nero e, nonostante gli sforzi che faceva per tenersi alla vettura, la sollevarono come una piuma e la portarono nell'interno del castello. Alla scena assistevano parecchi servi di casa, i quali davano a vedere di non scorgervi nulla di men che ordinario. L'uomo che aveva diretto l'operazione tirò fuori l'orologio, chiedendo se fosse pronta la cena.
«Tra un quarto d'ora, signor dottore», gli fu risposto. Mi fu facile intuire che quello era il dottor Frceber e che la gentildonna vestita di nero era la Contessa. Dall'età dimostrata da quest'ultima, conclusi che doveva essere la madre del Conte Szemioth, e dalle precauzioni usate nei suoi riguardi, che non avesse tutto il lume della ragione. Qualche minuto dopo, il dottore in persona entrò nella mia stanza. «Il signor Conte non si sente bene», mi disse, «e perciò sono costretto a presentarmi da me al signor professore. Il dottor Froeber, per riverirla. Son davvero lieto di conoscere uno scienziato, il cui merito è noto a tutti coloro che leggono la Gazzetta di Scienze e Lettere di Koenigsberg. Vi tornerebbe gradito che si porti in tavola?» Risposi del mio meglio ai convenevoli del dottore, e gli dissi che, se quella era l'ora della cena, lo avrei seguito volentieri. Appena entrammo in sala da pranzo, un maggiordomo ci presentò, secondo le usanze del Settentrione, un vassoio d'argento carico di liquori e di certi antipasti salati, e ancora più pepati, adattissimi per stuzzicare l'appetito. «Consentitemi, signor professore», mi disse il dottor Frceber, «di consigliarvi, nella mia qualità di medico, un bicchiere di questa starka, genuina acquavite di cognac con quarant'anni di stagionatura. È la madre dei liquori. Prendete anche un'acciuga di Drontheim; nulla è meglio indicato per aprire e preparare il tubo digerente, organo importantissimo... E ora, a tavola! Perché non parliamo tedesco? Voi siete di Koenigsberg, e io di Memel, ma ho studiato a Jena. Così saremo più liberi, e la servitù, che conosce solo il polacco e il russo, non ci capirà.» Mangiammo dapprima in silenzio. Però, dopo il primo bicchiere di Madera, chiesi al dottore se il Conte era spesso afflitto dal disturbo che ci privava oggi della sua presenza. «Sì e no», rispose il dottore. «Dipende dalle escursioni che fa.» «Cioè?» «Quando va a zonzo per la strada di Rosienie, per esempio, ritorna con il mal di capo e di umore scontroso.» «Eppure, sono stato anch'io a Rosienie senza provare nulla di simile.» «Ciò dipende, signor professore, dal fatto che non siete innamorato.» Sospirai, pensando alla signorina Geltrude Weber. «E così», domandai, «la fidanzata del signor Conte sta a Rosienie?» «Sì, nei dintorni. Fidanzata!... Non saprei dire. Una vera civetta! Lo farà andar via di cervello, com'è già successo alla madre.»
«Infatti, sbaglio, o la signora Contessa è... malata?» «È pazza, caro signore, pazza da legare! E il più pazzo di tutti sono io, che sono venuto a star qui!» «Speriamo che le vostre cure le ridiano la salute.» Il dottore scosse la testa, esaminando attentamente il colore di un bicchiere di Bordeaux che aveva in mano. «Quale mi vedete, signor professore, ero Maggiore Chirurgo nel Reggimento di Kaluga. A Sebastopoli, dalla mattina alla sera non facevamo che tagliare braccia e gambe. Non parlo delle bombe che ci correvano dietro come le mosche al guidalesco dei cavalli. Eppure, male alloggiato e mal nutrito qual ero, non mi annoiavo come mi annoio qui, benché mangi e beva quanto c'è di meglio, con un alloggio principesco e gli onorari di un Medico di Corte... Ma la libertà, caro signore!... Figuratevi che, con quella diavola, non si gode un attimo di respiro!» «È affidata da molto tempo alla vostra esperienza?» «Da meno di due anni; ma saranno a dir poco ventisei anni ch'è pazza: da prima che nascesse il Conte. Non vi hanno detto questo a Rosienie né a Kovno? Allora ascoltatemi: è un caso che mi riprometto d'illustrare un giorno in un articolo sul Giornale medico di San Pietroburgo. Impazzì per uno spavento.» «Uno spavento? Com'è possibile?» «Uno spavento che ebbe. È uscita dalla famiglia dei Keystut... Eh! In questa casa, non ci si sposa con gente di bassa condizione! Discendiamo, noi, da Gedimino... Dunque, signor professore, tre giorni... o forse due giorni soltanto dopo il matrimonio, celebrato nel castello ove abbiamo il bene di pranzare (alla vostra salute!...) il Conte, padre del Conte attuale, se ne va a caccia. Le nostre gentildonne lituane, come non ho bisogno di dirvi, sono amazzoni compite. Va a caccia anche la Contessa... Non ricordo se precedesse, oppure seguisse i battitori... Il fatto è che, sul più bello, il Conte vede arrivare a tutto sprone il piccolo cosacco della Contessa, un ragazzo di dodici o quattordici anni. "Padrone", dice, "un orso sta portando via la padrona." "Dove?", chiede il Conte. "Da quella parte", risponde il piccolo cosacco. L'intera brigata corre al luogo indicato; da una parte, si trova il cavallo sgozzato, dall'altra il mantello di pelliccia a brandelli, ma la Contessa non si vede! Cercano, frugano il bosco in ogni direzione. Alla fine, un cacciatore grida: "Ecco l'orso!". Infatti, l'orso stava attraversando una radura, sem-
pre trascinando la Contessa evidentemente con l'intenzione di andarsela a divorare con comodo in un macchione, poiché quelle bestiacce sono ghiotte: sono come i frati, che ci tengono a non esser disturbati mentre mangiano. Sposato da due giorni appena, il Conte era molto cavalleresco. Voleva scagliarsi sull'orso, con il coltellaccio in pugno. Ma, caro il mio signore, l'orso lituano non si lascia infilzare come un cervo. Per fortuna, l'armigero del Conte, un tipaccio poco di buono, che per di più aveva bevuto quel giorno tanto da non distinguere più un coniglio da un capriolo, spiana la carabina e spara a oltre cento passi, senza darsi pensiero di considerare se la pallottola avrebbe colto la belva o la donna...» «E colse la belva?» «Secca. Non ci sono che gli ubriachi per fare di questi colpi. Vi sono poi anche le pallottole predestinate, signor professore, e abbiamo qui certi Stregoni che le vendono a un prezzo equo... La Contessa era tutta graffiata, priva di sensi naturalmente, e con una gamba rotta. La portano a casa, rinviene, ma il cervello se n'era andato. La portano a Pietroburgo; gran consulto, quattro dottoroni con patacche di tutti gli Ordini. "La signora Contessa è incinta", dicono, "e può darsi che il parto determini una crisi benefica. Sarà bene tenerla in campagna; aria buona, siero di latte, codeina..." Si pigliano ognuno cento rubli. Nove mesi dopo, la Contessa dà alla luce un maschietto ben formato; ma quanto a crisi benefica, tanti saluti!... Le sue furie raddoppiano. Il Conte le mostra il figlio: è una cosa che fa sempre effetto... nei romanzi. "Uccidetelo! uccidete la bestia!", grida lei. Per poco non gli torse il collo. Da quel giorno, è stato un continuo alternarsi di profonda ebetudine e di pazzia furiosa, con forte propensione al suicidio. Per farle prendere un po' d'aria, si è costretti a legarla, e per tenerla ci vogliono tre serve robuste. Tuttavia, signor professore, vi prego di notare questo particolare: quando sono stufo di sprecare il tempo con lei senza ottenerne ubbidienza, mi resta sempre per calmarla un mezzo infallibile: minaccio di tagliarle i capelli. Credo che un tempo li avesse splendidi. La civetteria! Ecco l'ultimo sentimento umano rimastole. Non è un fatto curioso? Però, se potessi trattarla a modo mio, forse la guarirei.» «E come?» «Spianandole ben bene le costole. Ho guarito in questa maniera venti contadine, in un paese ov'era scoppiata la furiosa pazzia russa, la licantropia: una donna, a un tratto, comincia ad ululare, una sua comare ulula an-
che lei e, in capo a tre giorni, ulula tutto il villaggio. Io, a forza di botte, le ho fatte rinsavire (Prendete una pollastrella: sono davvero tenere). Con la madre, però, il Conte non ha mai voluto che provassi.» «Come! Volevate che acconsentisse a questa orribile cura?» «Boh! Ha conosciuto tanto poco la madre; eppoi, sarebbe stato per il suo bene. Ma ditemi, signor professore, avreste mai creduto che la paura potesse togliere la ragione?» «Veramente, la posizione della Contessa era spaventevole... Trovarsi tra le unghie di una bestia così feroce!» «Ebbene, il figlio non somiglia a lei. Meno di un anno fa, si è trovato esattamente in una posizione identica ma, con la sua presenza di spirito, se l'è cavata come meglio non avrebbe potuto.» «Tra le unghie di un orso?» «Di un'orsa, ed era la più grossa che si fosse mai vista da un pezzo a questa parte. Il Conte si era provato ad attaccarla con lo stocco in pugno. Macché! Con un rovescio della zampa, la bestia svia la lama, adunghia il signor Conte e lo sbatacchia per terra, come io potrei sbatacchiare questa bottiglia. Lui, furbo, fa il morto... L'orsa lo fiuta un bel po', e dopo, invece di sbranarlo, gli dà una linguata. Il Conte ebbe l'accortezza di non muoversi, e la bestia se ne andò per la sua strada.» «L'orsa ha creduto che fosse morto. Infatti, ho sentito dire che quelle bestie non divorano i cadaveri.» «Meglio crederlo che andarlo a provare. Ma, in tema di paura, lasciate che vi racconti un fatto successo a Sebastopoli. Eravamo in cinque o sei intorno a una brocca di birra portataci proprio allora, dietro l'ambulatorio del famoso bastione n. 5. La sentinella grida: "Una bomba!". Ci buttiamo tutti a pancia a terra... Cioè, non tutti: un certo... ma il nome non ha importanza... un giovane ufficiale, arrivato di fresco, rimase in piedi, con il bicchiere pieno in mano, giusto nel momento in cui la bomba esplose. Questa, portò via la testa al mio povero collega Andrea Speranski, un ottimo ragazzo, e sfasciò la brocca. Fortuna che era quasi vuota. Quando ci rialzammo, dopo lo scoppio, vedemmo tra il fumo il nostro amico che si scolava l'ultimo sorso di birra come niente fosse. Lo credemmo tutti un eroe. Il giorno appresso, m'imbatto nel Capitano Ghedeonov, il quale usciva dall'ospedale. Mi dice: "Oggi pranzo con voi e, per festeggiare il mio ritorno, offro lo spumante". Ci sediamo a tavola, e c'era con noi anche quel tale della birra, il quale non sapeva nulla dello spumante. Gli sturano la bottiglia accanto... Paff! Il tappo gli schizza alla tempia. Lui dà in un grido e
sviene. Credetemi pure, il nostro eroe il giorno prima aveva avuto una fifa tremenda, e se tracannò la birra invece di scansarsi, fu semplicemente perché aveva perduto la testa: un fenomeno di automatismo del quale non aveva avuto coscienza. Infatti, signor professore, la macchina umana...» «Signor dottore», disse, entrando in sala, un domestico, «la Sdànova avverte che la signora Contessa non vuol mangiare.» «All'inferno!», borbottò il dottore. «Vado subito. Quando la mia diavoli avrà mangiato, se vi tornasse gradito, signor professore, potremmo fare un; partitina a preferenza o a duratshki...» Mi rammaricai con lui della mia ignoranza di quei giochi e, quando si recò a visitare l'inferma, mi ritirai nella mia camera e scrissi alla signorina Geltrude. 2. La notte era calda e avevo lasciato aperta la finestra che dava sul parco. Quand'ebbi finito la mia lettera, poiché non avevo ancora voglia di dormire, mi diedi a ripassare i verbi irregolari lituani e a ricercare nel sanscrito le ragioni delle loro singole peculiarità. Mentre ero profondamente assorto in quella occupazione, un albero abbastanza vicino alla mia finestra fu scosso con una certa violenza; udii un crepitare di rami secchi, e mi sembrò che qualche bestia molto pesante tentasse di arrampicarvisi. Ancora impressionato dalle storie di orsi narratemi dal dottore, mi alzai, non senza un certo batticuore e, a pochi piedi dalla finestra, scorsi nel fogliame un volto umano, rischiarato in pieno dalla mia lampada. Quell'apparizione non durò che un attimo, ma la luce singolare degli occhi che allora vidi mi colpì più di quanto non saprei esprimere. Mi ritrassi involontariamente, poi corsi di nuovo alla finestra e, con voce severa, chiesi all'intruso che cosa andasse cercando. Ma già quello si affrettava a scendere. Afferrato un grosso ramo, si calò penzoloni; quindi si lasciò cadere, e subito scomparve. Suonai il campanello e riferii al domestico ciò che era successo. «Forse il signor professore si sarà sbagliato.» «Sono certo di quello che dico», replicai. «Temo che vi sia un ladro nel parco.» «Impossibile, signore.» «Allora, è qualcuno di casa?» Il servo spalancava gli occhi senza rispondermi. Poi mi chiese se avessi
altri ordini per lui. Gli dissi di chiudere la finestra e mi coricai. Dormii benissimo, e non sognai né orsi, né ladri. La mattina dopo, mi stavo vestendo, quando bussarono all'uscio. Andai ad aprire e mi trovai a tu per tu con un bel giovane di statura aitante, in veste da camera di fine stoffa di Bukhara, con una lunga pipa turca in mano. «Vengo a chiedervi scusa», mi disse, «di aver così male accolto un ospite come voi, professore. Sono il Conte Szemioth.» Mi affrettai a rispondere che invece ero suo debitore per la magnifica ospitalità, e gli chiesi se si fosse liberato del suo mal di testa. «Non c'è male», rispose. «Perlomeno fino al prossimo accesso.» Queste ultime parole erano state pronunziate con una espressione di tristezza. Aggiunse: «Vi pare sopportabile questo soggiorno? Non dimenticate, vi prego, che vi trovate in mezzo ai barbari. Non bisogna aver pretese, in Samogizia». Lo assicurai che non mi sarei potuto trovar meglio; e intanto, mentre gli parlavo, non potei trattenermi dal fissarlo con una curiosità che sembrò anche a me impertinente. Il suo sguardo aveva un che di strano, che mio malgrado mi ricordò quello dell'uomo che avevo visto arrampicarsi sull'albero la sera prima... Ma come potrebbe essere - pensavo in cuor mio - che il signor Conte Szemioth si vada di notte arrampicando sugli alberi? Il Conte aveva la fronte alta e ben formata, per quanto un po' stretta. I lineamenti del volto erano perfetti: solo che gli occhi erano troppo vicini, e giudicai che tra le due sacche lacrimali non ci fosse lo spazio di un altro occhio, come vorrebbe il canone degli scultori greci. Lo sguardo era penetrante, e i nostri occhi, essendosi incontrati più volte involontariamente, li distoglievamo entrambi un po' impacciati. A un tratto, il Conte scoppiò a ridere esclamando: «Mi avete riconosciuto!». «Riconosciuto?» «Sì, mi scopriste ieri sera in atteggiamento davvero singolare.» «Oh, signor Conte!...» «Mi ero sentito malissimo per tutta la giornata, solo nel mio studio. Siccome ieri sera stavo meglio, sono uscito a fare due passi nel giardino. Ho visto la luce accesa in camera vostra, e non ho resistito a un moto di curiosità... Avrei dovuto dire chi ero e presentarmi, ma la mia posizione era proprio ridicola... Mi sono vergognato, e sono fuggito... Vorrete scusarmi per avervi scomodato nel vostro lavoro?» Il tono voleva essere scherzoso, ma il Conte arrossiva e, visibilmente,
non si trovava a suo agio. Feci del mio meglio per convincerlo di non aver serbato nessuna spiacevole impressione del nostro primo incontro e, per cambiare discorso, gli chiesi se davvero possedesse il catechismo samogitico di Padre Lavicki. «Può darsi; ma - ad esser sinceri - non conosco troppo bene la biblioteca del babbo. Gli piacevano i libri antichi e le rarità bibliografiche. Io non leggo che opere moderne. Ma faremo tutte le ricerche, signor professore. E così, ci volete far leggere il Vangelo in dialetto samogizio?» «Non pensate, signor Conte, che una versione della Sacra Scrittura nell'idioma di questo paese, sia un'impresa auspicabile?» «Certamente; per quanto, con vostra licenza, sarei tentato di farvi osservare come, tra le persone che conoscono soltanto il samogizio, non ve ne sia una sola che sappia leggere.» «Sarà; ma Vostra Eccellenza vorrà permettermi di farle notare che la principale difficoltà, per imparare a leggere, sta proprio nella mancanza di libri. Quando le popolazioni samogitiche disporranno di un testo a stampa, vorranno leggere e impareranno... È accaduto già per molti selvaggi... non che io voglia dare questo appellativo agli abitanti di questa contrada... D'altronde -soggiunsi - non è un fatto deplorevole che una lingua scompaia senza lasciar traccia di sé? Da una trentina d'anni il prussiano è diventato una lingua morta, e l'ultimo individuo che sapesse il comico è morto l'altro ieri.» «Peccato!», interruppe il Conte. «Alessandro di Humboldt narrava a mio padre di aver conosciuto in America un pappagallo, il quale era l'unico essere vivente che sapesse ancora qualche parola della lingua di una tribù oggi interamente distrutta dal vaiolo. Vi dispiace se faccio portare il tè qui?» Mentre sorbivamo il tè, la conversazione si svolse sulla lingua samogitica. Il Conte criticava il metodo di trascrizione del lituano seguito dai Tedeschi, e aveva ragione. «Il vostro alfabeto», osservava, «non si attaglia alla nostra lingua. Non avete né la nostra J, né la nostra L, e tantomeno la nostra Y o la nostra E. Ho una collezione di dainos pubblicati a Kcenigsberg l'anno scorso, e debbo sudare sette camicie per decifrare le parole, tanto sono stranamente raffigurate.» «Vostra Eccellenza allude certamente ai dainos di Lessner!» «Sì; è una poesia proprio sciatta: che ne dite?» «Forse avrebbe potuto trovar di meglio. Concedo che, così come si pre-
senta, la raccolta non ha che un interesse puramente filologico; ma credo che, cercando bene, si troverebbero senza dubbio fiori più leggiadri nella selva delle vostre poesie popolari.» «Ahimè! Ne dubito assai, a dispetto del mio patriottismo.» «Qualche settimana fa, mi hanno dato a Wilno una ballata veramente bella, e per giunta storica... L'afflato poetico è davvero degno di nota... Posso leggervela? L'ho qui nel portafoglio.» «Mi farete veramente piacere.» Chiestami licenza di fumare, si sprofondò nella poltrona. «Non gusto bene la poesia se non fumando», mi disse. «Il titolo è: I tre figli di Budris.» «I tre figli di Budris?», esclamò il Conte con un gesto di viva meraviglia. «Sì: Budris, come sa meglio di me Vostra Eccellenza, è un personaggio storico.» Il Conte mi stava fissando con occhi straniera uno sguardo indefinibile, il suo, tra timido e selvaggio, che dava un'impressione quasi molesta a chi non vi era avvezzo. Mi affrettai a leggere per liberarmene: I TRE FIGLI DI BUDRIS Poi che nell'ampio cortile del suo turrito castello Budris il nobile vecchio i suoi tre figli ha chiamato, tutti e tre lituani veri tutti e tre valenti nell'armi: «Figlioli», dice, «abbiadate i vostri nitrenti corsieri; tenete pronte le selle, e le grandi sciabole curve, le chiaverine acuminate. Dicono che da Wilno la guerra divampi in tre direzioni; da Wilno già corre la strage ai confini del mondo abitato.
Già muove contro ai Russi Olgerdo e Skirghello contro ai Polacchi e sui Cavalieri Teutonici di Kèistut si avventa il terrore. Andate pur voi, e vi assistano gli Dèi della Lituania! Budris or più non guerreggia ché troppo gl'incresce vecchiaia; ma voglio pur darvi un consiglio; figli dell'eroe, ascoltate: Tre sono i confini del mondo, tre sono le vie della gloria. Il primo di voi con Olgerdo nella pingue Russia si rechi, in riva dell'Ilmen pescoso e a Novgòrod cinta di mura, ricca d'ermellini e broccati. Là, più che ghiaccioli nel fiume, i mercanti han rubli ammucchiati. Con Kèistut vada il secondo, e cavalchi, e forte guerreggi. Ai lidi del torbido Baltico la marmaglia crociata disperda: là trovansi stoffe preziose, d'ambra son le dune del mare, sui chiari paramenti dei preti rubini scintillanti occhieggiano. L'ultimo passi il gran fiume, il Nièmen col prode Skirghello. Non rubli, non ricchezze opime troverà, ma servili aratri. Però lance e scudi mi porti e una nuora pei giorni miei tardi.
Le donne di Polonia, figlioli, Budris non vi trae in inganno, tra quante prigioniere si adducano son le prigioniere più belle. Beato colui che le impalma! Bianche come panna frullata, come gatte son pazzerelle; gli occhi come stelle sfavillano sotto le nere ciglia tremanti. Quand'ero anch'io giovine, ahimè! or è mezzo secolo, anch'io una prigioniera stupenda riportai con me di Polonia, e moglie mi fu, per cui vedovo pur da tanti lustri sospiro». Il vecchio i suoi figli gagliardi ora benedicendo accomiata. E balzano in sella, già partono... Eppoi nulla più... Le stagioni trascorron, l'autunno piovoso e l'inverno tetro... Non tornano... Non tornano i figli suoi forti e Budris già morti li piange; quand'ecco la neve, e nel bianco turbinio un uomo a cavallo. Chi mai esser può? la sua burka nasconde un pesante bottino. «È un sacco!», esulta il vegliardo. «Forse che il mio primo mi porta di Novgòrod i rubli sonanti?» «No, padre, una nuora vi porto dall'umida vasta Polonia...»
E passano i giorni, e si affaccia il vecchio sull'alto torrione; e turbina ancora la neve; e nel vento è un guerriero che avanza. Ecco, l'ampia burka ricopre pur ora un ricco fardello. «Figlio mio, tu certo mi porti l'ambra del paese tedesco?» «No, padre, ma un ben più prezioso, una nuora dalla Polonia.» Ora, tra l'infuriare del vento, nella neve, un uomo a cavallo per ultimo arriva, e ritardagli il passo la burka pesante. Ma prima che giunga, e le labbra pur muova, l'astuto vegliardo gli amici a convito chiamò. I fuochi negli alti camini per le terze nozze risplendono... «Bravo professore!», esclamò il Conte. «Pronunziate il samogizio ch'è un godimento ascoltarvi; ma da chi avete avuto questa graziosa daina?» «Da una nobile fanciulla che ebbi l'onore di conoscere a Wilno, in casa della Principessa Katazina Paç.» «E si chiama?...» «La panna Iwinska.» «La signorina Iulka!», esclamò il Conte. «Quella pazzerella! Me lo sarei dovuto immaginare! Caro il mio professore, conoscete il samogizio e tutte le lingue dotte, avete letto molti vecchi libri, ma vi siete lasciato mistificare da una ragazzina che ha letto solo romanzi. Vi ha tradotto, in samogizio più o meno corretto, una graziosa ballata di Mickiewicz, che voi non conoscete perché avrà tutt'al più gli anni miei. Se volete, ve la farò leggere in polacco, a meno che non preferiate l'ottima versione russa di Puskin.» Confesso che rimasi esterrefatto. Che gioia per il professore di Dorpat, se avessi pubblicato come originale la daina dei figli di Budris!
Invece di prendersi spasso della mia confusione, il Conte si affrettò, con squisita cortesia, a cambiare discorso. «E così», domandò, «conoscete la signorina Iulka?» «Ebbi l'onore di esserle presentato.» «E che ne pensate? Siate sincero.» «È una signorina molto simpatica...» «Vi piace dire così.» «...Graziosissima...» «Ma!» «Come sarebbe a dire? Non ha forse i più begli occhi del mondo?» «Sì...» «Una carnagione veramente abbagliante?... C'è un ghazel persiano, in cui un amante celebra la delicatezza di pelle dell'amata: "Quando beve vino rosso", dice, "lo si vede passare per la gola". La panna Iwinska mi ha ricordato i versi del poeta persiano.» «Forse lo stesso fenomeno avviene anche per la signorina Iulka; ma non so davvero se abbia sangue nelle vene... Certo non ha cuore... È come la neve: candida e... fredda.» Si alzò e passeggiò qualche minuto senza parlare, su e giù per la stanza, indubbiamente - o almeno così mi sembrò - per nascondere il suo turbamento; poi, fermandosi di colpo: «Scusate», disse, «mi pare che stessimo parlando di poesie popolari...». «Già, signor Conte.» «Ad ogni modo, bisogna riconoscere che ha tradotto Mickiewicz con molto garbo... "Bianca come panna frullata... come una gatta pazzerella... gli occhi come stelle sfavillano...". È il suo ritratto. Non vi sembra?» «Proprio così, signor Conte.» «In quanto alla sua birichinata... certo, assai fuori di posto... la povera figliola si annoia con quella vecchia zia... Fa una vita da convento.» «A Wilno, andava ai ricevimenti. La trovai a un ballo offerto dagli ufficiali del reggimento di...» «Ah, sì! La compagnia dei giovani ufficiali: ecco ciò che fa per lei. Ridere con questo, scherzare con quello, civettare con tutti... Vogliamo vedere la biblioteca del babbo, professore?» Lo seguii in un'ampia galleria con molti libri ben rilegati, ma che raramente venivano aperti, com'era facile capire dalla polvere che li copriva in testa e sul taglio. Figuratevi la mia contentezza quando, tra i primi volumi che trassi da uno scaffale, mi capitò in mano il Catechismus Samogiticus!
Non riuscii a trattenere un grido di gioia... Si deve credere che una misteriosa forza di attrazione ci muova a nostra insaputa... Il Conte prese il libro e, sfogliatolo con noncuranza, scrisse sulla prima pagina: Al sig. professor Wittembach, offerto da Michele Szemioth. Mi è impossibile esprimere tutta la mia riconoscenza in quel momento. In cuor mio, promisi a me stesso che, dopo la mia morte, il prezioso volume sarebbe andato a ornare la biblioteca dell'Università nella quale mi addottorai. «Vi prego di considerare questa libreria come il vostro studio privato», disse il Conte. «Qui, nessuno verrà mai a darvi fastidio.» 3. Il giorno appresso, dopo colazione, il Conte mi propose una passeggiata. Saremmo andati a vedere un kapas (nome lituano di quei tumuli che in russo vengono detti kurgan) famosissimo in tutta la contrada, in quanto i poeti e gli stregoni - il che fa tutt'uno - vi si davano anticamente convegno nelle occasioni solenni. «Posso offrirvi», mi disse, «un cavallo docilissimo. Mi rincresce di non potervi portare in carrozza ma, ad essere sinceri, la strada che seguiremo non è affatto carreggiabile.» Avrei preferito rimanere a prendere appunti in biblioteca, ma mi parve sconveniente manifestare un desiderio men che conforme a quello dell'ospite generoso; dunque accettai. I cavalli erano già pronti a piè dello scalone; nel cortile, un valletto teneva un cane al guinzaglio. Il Conte si fermò un attimo e, voltandosi dalla mia parte: «Professore, v'intendete di cani?». «Pochissimo, Eccellenza.» «L'intendente di Zorany, dove ho una tenuta, mi manda un cane spagnolo del quale dice mirabilia. Vi dispiace se gli do un'occhiata?» Chiamò e gli fu condotto il cane. Si trattava di una bestia magnifica, che aveva già dimestichezza con il servo e perciò saltava allegramente, tutta fuoco. Ma, a pochi passi dal Conte, mise la coda tra le gambe e si ritrasse di colpo, come in preda a un terrore subitaneo. Il Conte lo accarezzò, il che lo fece guaire lamentevolmente e, dopo averlo osservato per un attimo con occhio d'intenditore, disse: «Credo che sarà un buon cane. Abbiatene cura». E balzò in sella. Come imboccammo il viale del castello, il Conte mi disse:
«Professore, avete visto il timore di quel cane. Ho voluto che ne foste voi stesso testimone... Nella vostra qualità di scienziato, dovreste sapere sciogliere gli enigmi... Perché le bestie hanno paura di me?». «Davvero, signor Conte, mi state facendo l'onore di scambiarmi per Edipo. Non sono che un povero docente di linguistica comparata. Potrebbe darsi...» «Notate», interruppe il Conte, «che non frusto mai né i cavalli né i cani. Mi farei scrupolo di dare una staffilata a una povera bestia che fa una sciocchezza senza saperlo. Pure, non potete sapere quale avversione ispiri tanto a questi che a quelli. Perché si avvezzino a me, devo sempre sprecare il doppio del tempo e della fatica che normalmente si richiederebbero a un altro. Per esempio, quel cavallo che avete ora, ho messo non so quanto a ridurlo com'è adesso, voglio dire mansueto come un agnello.» «Credo, signor Conte, che gli animali siano fisionomisti e che si accorgano subito se le persone che vedono per la prima volta abbiano oppur no qualche simpatia per loro. Io credo che voi amiate le bestie solo per il giovamento che potete trarne; taluni invece hanno una predilezione naturale per certe bestie, le quali se ne avvedono sul momento. Io, per esempio, ho sin dall'infanzia una preferenza istintiva per i gatti. E i gatti assai di rado fuggono quando mi avvicino per accarezzarli; non solo, ma nessun gatto mi ha mai graffiato.» «È possibilissimo», assentì il Conte. «Infatti, io non ho quello che si dice il gusto degli animali... Non valgono affatto più degli uomini. Intanto, signor professore, vi sto conducendo in una selva nella quale vige tuttora il regno delle bestie, la matecznik, la grande matrice, la grande fabbrica degli esseri viventi. Proprio così, secondo le nostre tradizioni nazionali. Nessuno ne ha mai scandagliato i più profondi recessi, nessuno ha mai potuto raggiungere il centro di questi boschi e di queste paludi, salvo, beninteso, i poeti e gli stregoni, che s'intrufolano in ogni dove... Qua vivono tutti gli animali in perfetta repubblica... o sotto qualche altro governo costituzionale, che non saprei meglio precisare. Leoni, orsi, alci, jubr - i nostri uri -, tutta questa bella roba vive d'amore e d'accordo, insieme. Il mammut, la cui razza vi si è pure conservata, vi gode di un particolare prestigio; credo sia il capo della dieta. La loro polizia è molto severa e, quando trovano qualche bestia viziosa, la giudicano e la esiliano. Costei viene così a cadere dalla padella nella brace: non le resta che avventurarsi nel paese degli uomini, e poche scampano.» «Questa leggenda è veramente curiosa!», esclamai. «Ma, signor Conte,
avete menzionato l'uro. Forse questo nobile animale, descritto già da Cesare nei suoi Commentari, lo stesso, poi, cui i re merovingi davano la caccia nella foresta di Compiègne, esiste realmente in Lituania, come ho sentito dire?» «Certamente. Mio padre stesso uccise un jubr, con regolare licenza del Governo, s'intende: forse ne avete visto la testa nel salone. Io, finora, non ne ho visti mai, e credo che gli uri siano oggi molto rari. In compenso, abbiamo lupi e orsi a iosa. Anzi, se mi son provveduto di questo aggeggio (mi mostrava una cèccola circassa che aveva a tracolla), e se il mio scudiero porta una doppietta all'arcione, è proprio in previsione di un possibile incontro con qualcuno di cotesti messeri.» Cominciavamo a inoltrarci nella foresta. Il viottolo per cui andavamo presto scomparve. A ogni piè sospinto, eravamo costretti ad aggirare certi alberi enormi, i cui rami c'impedivano il passo. Qualcuno, già caduto sotto il peso degli anni, ci opponeva una specie di bastione, munito, si sarebbe detto, di un invalicabile sbarramento di cavalli di Frisia. Più in là, c'erano profonde paludi coperte di ninfee e di lenticchie d'acqua, e ancora più in là splendevano radure di erba smeraldina; ma guai a chi vi si fosse avventurato, perché quella lussureggiante e ingannevole vegetazione nasconde solitamente certe voragini melmose ove cavallo e cavaliere sprofonderebbero senza scampo... L'asprezza del cammino aveva interrotto la nostra conversazione, e io facevo del mio meglio per seguire il Conte, ammirato della imperturbabile avvedutezza con cui si orientava senza bussola e immancabilmente ritrovava la direzione ideale che occorreva seguire per raggiungere il kapas. Era chiaro che doveva avere una lunga esperienza di cacce in quelle foreste selvagge. Finalmente scorgemmo il tumulo, nel bel mezzo di un'ampia radura. Era molto alto e circondato di un fosso tuttora riconoscibile nonostante i cespugli e le frane. Pare che vi avessero già fatto degli scavi. Al vertice, notai i ruderi di una costruzione, delle pietre in parte calcinate. Da un cospicuo mucchio di ceneri frammiste a carbone e a cocci di rozzo vasellame, si poteva arguire che in cima al tumulo il fuoco era stato tenuto acceso per un periodo considerevole. Se si volesse prestar fede alla tradizione volgare, pare anzi che anticamente sui kapas si celebrassero sacrifici umani. Ma tra le religioni oggi scomparse, si può dire che non ve ne sia una cui non siano stati imputati consimili riti, e io dubito assai che, nei confronti degli antichi Lituani, un'opinione siffatta si possa ritenere fondata su rigorose testimo-
nianze storiche. Stavamo ridiscendendo dal tumulo per riprendere i cavalli, che avevamo lasciati al di qua del fosso, quando vedemmo avvicinarsi una vecchia, appoggiata a un bastone, con un canestro in mano. «Miei buoni signori», disse, quando ci ebbe raggiunti, «fatemi la carità per l'amor di Dio! Datemi da comprarmi un bicchiere d'acquavite che riscaldi le mie povere membra.» Il Conte le buttò una moneta d'argento, chiedendole che cosa facesse nel bosco, in un punto così lontano da ogni luogo abitato. Per sola risposta, gli fece vedere il canestro pieno di funghi. Non m'intendo molto di botanica, tuttavia mi sembrò che parecchi di quei funghi appartenessero a specie venefiche. «Buona donna», le dissi, «spero che non mangerete quella roba?» «Mio buon signore», rispose la vecchia con un mesto sorriso, «la povera gente mangia tutto ciò che il Signore vuol darle.» «Non conoscete il nostro stomaco lituano», aggiunse il Conte, «è foderato di latta. I nostri contadini mangiano qualunque fungo trovino, e meglio di così non potrebbero stare.» «Almeno, fate che non abbia da assaggiare l'agaricus necator che vedo nella sua cesta», esclamai. E nel dire quelle parole, stesi la mano per toglier via un fungo tra i più velenosi; ma la vecchia ritrasse lestamente il canestro. «Bada», mi disse con voce spaventata, «sono custoditi.... Pirkuns! Pirkuns!» Pirkuns, sia detto di sfuggita, è il nome samogizio della Divinità che i Russi chiamano Perun; è il Giove tonante degli Slavi. Per quanto mi stupisse che la vecchia invocasse un Dio pagano, mi meravigliai ancora di più nel vedere i funghi sollevarsi nel paniere. Spuntò fuori la testa nera di un serpente che vidi ergersi di un buon palmo sopra i funghi. Feci un balzo indietro e il Conte volse il capo a sputare dall'altra parte, secondo l'usanza misteriosa degli Slavi, che ritengono, come già gli antichi Romani, di scongiurare a quel modo i malefizi. La vecchia posò il canestro a terra, si accoccolò, e pronunziò certe parole incomprensibili che avevano tutta l'aria di una formula di stregoneria. Il serpente restò fermo per un minuto, poi si arrotolò al braccio rinsecchito della vecchia e scomparve nella manica della mantellina di pelle di pecora in cui, oltre a una logora camiciola, si compendiava - mi sembra - tutto il vestiario di quella Circe lituana. La vecchia ci guardava con un risolino di
trionfo, come un giocoliere che sia riuscito a eseguire un difficile gioco di prestigio. Si leggeva sul suo volto un'espressione mista di astuzia e di stupidità, abbastanza frequente nei pretesi stregoni, i quali, il più delle volte, sono a un tempo creduli e raggiratori. «Ecco», mi disse il Conte in tedesco, «un bel saggio di colore locale: una strega nell'atto d'incantare un serpente, all'ombra di un kapas, in presenza di un dotto professore e di un ignorante gentiluomo lituano. Che bel soggetto per un quadro di maniera del vostro conterraneo Knauss! Non volete farvi predire il futuro? Questa sarebbe una buona occasione.» Risposi che non mi sarei davvero curato d'incoraggiare simili pratiche. «Preferisco assai», aggiunsi, «chiederle se non sappia qualche altro particolare sulla curiosa tradizione di cui mi avete fatto cenno... Buona donna», feci quindi alla vecchia, «non avresti nessuna notizia di un angolo di questa selva ove le bestie vivono con un proprio governo, senza essere molestate dall'uomo?» La vecchia assentì con il capo e, sempre con quel suo risolino tra scemo e astuto: «Ne torno or ora», assicurò. «Le bestie hanno perso il re. Nobile, il leone, è morto; le bestie stanno per scegliersi un altro sovrano. Vai tu; sarai re, forse». «Che stai vaneggiando, nonnetta?», esclamò il Conte, scoppiando a ridere. «Sai per lo meno con chi parli? Ignori forse che il signore è... (come diavolo si dice professore in samogizio?)... che il signore è un uomo molto istruito, un saggio, un waidelote?» La vecchia lo fissò attentamente. «Infatti, sbaglio», disse. «Sei tu che dovresti andare laggiù. Tu sarai il loro re, non lui: sei grande, forte; hai zanne e artigli...» «Che ve ne pare degli epigrammi di cui ci gratifica?», mi chiese il Conte. «Conosci la strada, mammina?», le domandò. Con un cenno della mano quella indicò una parte della foresta. «Uhm!», fece il Conte, «e la palude, come fai a passarla?... Dovete sapere, signor professore, che da quella parte si trova una palude impraticabile, un lago di melma liquida velato d'erba verde. L'anno scorso, un cervo che ferii si gettò in quel pantano. L'ho visto affondare piano piano... In capo a dieci minuti, non se ne vedevano più se non le corna; poi, più nulla e, oltre a ciò, ci ho rimesso anche un paio di cani.» «Io, però, sono leggera», fece la vecchia ridacchiando. «Come no! Sono certo che attraversi la palude come niente, sul manico
della scopa.» Gli occhi della vecchia lampeggiarono d'ira. «Mio buon signore», disse, riprendendo il tono strascicato e naseggiante degli accattoni, «non avresti una pipata di tabacco da regalare a una poveretta?» E, abbassando la voce, aggiunse: «Faresti meglio a cercare il passaggio tra la palude, anziché recarti a Dowghielli». «Dowghielli!», esclamò arrossendo il Conte. «Che intendi dire?» Non potei trattenermi dal notare che quel nome produceva su di lui uno strano effetto. Era visibilmente impacciato; calò la testa e, per celare il proprio turbamento, si affannò più del necessario per aprire la borsa del tabacco, che teneva appesa all'impugnatura del coltello da caccia. «No, non andare a Dowghielli», ripeté la vecchia. «La colombella bianca non è roba per i tuoi denti. Che te ne pare, Pirkuns?» In quel punto, la testa del serpente sbucò dal collo della mantellina e si spinse fino all'orecchio della padrona. Il rettile, indubbiamente addestrato per quella funzione, muoveva la mandibola come per parlare. «Dice che ho ragione», spiegò la vecchia. Il Conte le diede una manciata di tabacco. «Mi conosci?», domandò. «No, mio buon signore.» «Sono il padrone di Medintiltas. Vieni a trovarmi uno di questi giorni. Ti darò tabacco e acquavite.» La vecchia gli baciò la mano e si allontanò rapidamente. In un attimo la perdemmo di vista. Il Conte era rimasto soprapensiero; legava e scioglieva i cordoni del suo zaino senza accorgersi troppo di quel che facesse. «Professore», disse dopo una pausa piuttosto lunga, «ora voi riderete di me. Quella vecchia birbona mi conosce più di quanto voglia dare a intendere, e la strada che mi ha indicato poc'anzi... Però, tutto considerato, non mi sembra un fatto così straordinario. Da queste parti, mi conoscono tutti, e questa gaglioffa mi ha certo visto più di una volta sulla strada del castello di Dowghielli... Laggiù abita una fanciulla da marito e lei ne ha concluso che io fossi innamorato... Inoltre, qualche altro pretendente le avrà unto la mano perché mi predicesse una sinistra ventura... Tutto questo è chiaro e lampante... Eppure, mio malgrado, le sue parole mi hanno scosso. Ne sono quasi spaventato... Voi ridete, e avete ragione... Ma il fatto è che avevo de-
ciso di andare a chiedere un invito a pranzo al castello di Dowghielli, e ora sono titubante... Sono davvero un bel pazzo! Vediamo, signor professore, decidete voi stesso. Che ne dite: andremo?» «Non mi permetterò davvero di esprimere un'opinione in proposito», risposi ridendo. «In fatto di matrimonio, non do mai consigli.» Avevamo intanto raggiunto i nostri cavalli. Il Conte balzò svelto in sella e, allentate le redini, esclamò: «Sceglierà il cavallo!». Il cavallo non ebbe esitazioni; infilò subito un viottolo che, dopo molti giri, andò a sbucare su una strada ferrata, e quella strada conduceva a Dowghielli. Mezz'ora dopo ci presentavamo allo scalone del castello. Lo scalpitare dei cavalli chiamò alla finestra una graziosa testa bionda. Riconobbi, tra due tendine, la perfida traduttrice di Mickiewicz. «Benvenuto!», disse. «Non potevate capitare più a proposito, Conte Szemioth. Mi è giunto or ora un vestito da Parigi. Non mi riconoscerete per quanto sarò bella.» Le tendine si richiusero. Nel salire la scalinata, il Conte diceva tra i denti: «Certo, non per me si preparava a indossare il vestito nuovo...». Mi presentò alla signora Dowghiello, zia della panna Iwinska, la quale mi accolse affabilmente e mi parlò dei miei ultimi articoli sulla Gazzetta di Scienze e Lettere di Koenigsberg. «Il signor professore», disse il Conte, «è venuto a lagnarsi con voi della signorina Giuliana, che gli ha giocato un pessimo tiro.» «È una bambina, signor professore; bisogna scusarla. Mi fa spesso disperare con le sue pazzie. A sedici anni, io avevo più giudizio di quanto ne abbia lei a venti; ma, in fondo, è una brava figliola, e ha tutte le più solide qualità. Ha un'ottima preparazione musicale, dipinge i fiori divinamente, parla con eguale facilità il francese, il tedesco, l'italiano... Ricama...» «E compone versi in samogizio!», aggiunse ridendo il Conte. «Questo, no!», esclamò la signora Dowghiello, a cui dovemmo narrare la birichinata della nipote. La signora Dowghiello era colta e conosceva le antichità della sua patria. La sua conversazione mi piacque enormemente. Leggeva molto le nostre riviste tedesche e aveva oneste nozioni in materia di linguistica. Perciò confesso che non mi accorsi del tempo impiegato nel vestirsi dalla signorina Iwinska. Non altrettanto può dirsi del Conte Szemioth, il quale si alzava, tornava a sedere, poi andava alla finestra, e tamburellava con le dita sui
vetri come un uomo a corto di pazienza. Finalmente, dopo tre quarti d'ora, la signorina Giuliana ricomparve seguita dalla governante francese. Portava con grazioso sussiego un abito la cui descrizione richiederebbe molte cognizioni che io non ho. «Non sono forse bella?», chiese al Conte Szemioth, girandosi lentamente perché potesse osservarla da ogni lato. Quanto a lei, non guardava né il Conte, né il sottoscritto: guardava l'abito. «Come, Iulka!», disse la signora Dowghiello. «Non saluti il professore, che è venuto a lagnarsi di te?» «Ah, professore!», esclamò la ragazza con una smorfietta graziosa. «Che ho fatto? Volete dunque mettermi in castigo?» «Signorina», risposi, «ci metteremmo in castigo noi stessi, se facessimo tanto di privarci della vostra presenza. Non solo non mi lagno, ma mi rallegro di avere appreso, grazie a voi, che la musa lituana è più che mai viva e fiorente.» Chinò la testa e, copertasi il viso con le mani, con l'avvertenza tuttavia di non scomporre la sua pettinatura: «Perdonatemi», disse, con il tono del bambino che abbia commesso un furterello di marmellata, «non lo farò più!». «Non vi perdonerò, cara pani», le risposi, «se non quando avrete mantenuto una certa promessa che vi piacque farmi a Wilno, dalla Principessa Katazyna Paç.» «Quale promessa?», domandò, rialzando il viso ridente. «Ve ne siete già scordata? Mi prometteste che, se ci fossimo ritrovati mai in Samogizia, mi avreste fatto vedere un certo ballo paesano del quale mi diceste mirabilia.» «Oh, la russalka! Se mi ci metto, sono affascinante, ed ecco proprio l'uomo che ci vuole.» Corse a un tavolino coperto di musica, sfogliò velocemente una partitura, la pose sul leggio del pianoforte e, rivolgendosi alla governante: «Vi prego, anima mia, allegro presto», le disse. E accennò lei stessa, senza nemmeno sedersi, il motivo del ritornello per indicare il tempo. «Venite qui, Conte Michele; siete troppo lituano per non ballare bene la russalka... Ma ballatela alla contadina, siamo intesi?» La signora Dowghiello avrebbe voluto fare qualche obiezione, ma invano. Io insistetti, e così il Conte, che però aveva le sue buone ragioni, poi-
ché la sua parte, come si vedrà, stava per essere quanto mai piacevole. La governante, dopo alcune note di prova, disse che forse gliela avrebbe fatta a suonare quella strana specie di valzer, e la signorina Iwinska, tolto di mezzo un tavolo e alcune sedie che potevano essere d'impaccio, afferrò il suo cavaliere per il bavero della giubba, trascinandolo in mezzo al salotto. «Dovete sapere, professore, che sono una russalka, per servirvi.» Fece un profondo inchino. «Le russalke sono ninfe delle acque. Ognuno di quei neri acquitrini che abbelliscono le nostre foreste ha la sua. Statene lontano! O la russalka esce, anche più bella di me - se possibile - e vi trascina là in fondo, dove, secondo ogni apparenza, vi sgranocchia a bocconcini...» «Costui», proseguì la signorina Iwinska indicando il Conte Szemioth, «è un pescatorello molto ingenuo, che mi si caccia tra le unghie, e io, per far durare il piacere, lo ammalierò ballandogli un po' attorno... Ah, per riuscirvi come si deve, mi occorrerebbe una sarafana. Che peccato!... Scusate il vestito, senza carattere e senza colore locale... Oh! e le mie scarpe! Non è possibile ballare la russalka con le scarpe ai piedi! E coi tacchi, poi!» Si tirò quindi su la veste e, scuotendo con molta grazia un bel piedino, a rischio di far vedere un po' la gamba, mandò la scarpetta a ruzzolare in fondo al salotto. L'altra scarpetta seguì la stessa via, e lei rimase così, sul nudo pavimento, senz'altro ai piedi che le calze di seta. «Tutto è pronto», disse alla governante. E il ballo ebbe inizio. La russalka gira e rigira intorno al cavaliere. Questi stende le braccia e vuole ghermirla, ma lei scivola sotto e gli sfugge. Lo spettacolo è assai grazioso; la musica, poi, ha un certo brio e una certa originalità. La figura si chiude quando il cavaliere, ormai convinto di stringere la russalka, tenta di baciarla, e lei muove un salto, lo colpisce sulla spalla, e lo fa cadere ai suoi piedi, tramortito... Ma il Conte improvvisò una variante, abbracciando forte la birichina e baciandola realmente. La signorina Iwinska emise un piccolo grido, arrossì molto e si buttò a sedere su un divano con aria imbronciata, dolendosi della stretta che lui, da quell'orso che era, le aveva dato. Vidi che il paragone non garbò al Conte. Infatti gli ricordava la disgrazia materna, e la sua fronte si rabbuiò. Io, ringraziai vivamente la signorina Iwinska e lodai la sua danza, cui mi sembrò di doversi riconoscere un carattere molto antico, ossia una certa affinità con le danze sacre dei Greci. Fui interrotto da un servo che annunziò il Generale e la Principessa Ve-
liaminof. La signorina Iwinska fece un balzo dal divano alle scarpe, nelle quali infilò in fretta i bei piedini, e corse subito incontro alla Principessa, cui fece lì per lì due profondi inchini. Notai che ogni volta sollevava agilmente il tacco. Il Generale, che si era portato appresso anche due Aiutanti di Campo, era venuto come noi a invitarsi a cena. In qualunque altro paese, penso che la padrona di casa si sarebbe trovata alquanto in imbarazzo per ricevere all'improvviso sei ospiti di buon appetito. Ma, nelle famiglie lituane, l'abbondanza e l'ospitalità sono tali che la cena fu ritardata, credo, di non più di mezz'ora. Solo che vi erano un po' troppi pasticcetti, caldi e freddi. 4. La cena riuscì molto allegra. Il Generale ci fornì dei ragguagli interessantissimi sulle lingue parlate nel Caucaso, parte delle quali sono arie e parte turaniche, benché esista una notevole similitudine tra i modi di vita e le usanze delle varie tribù. Dovetti parlare anch'io dei miei viaggi, dopo che il Conte Szemioth mi ebbe elogiato per la mia bravura nel cavalcare: egli infatti osservò di non essersi mai imbattuto prima di allora in un ministro del culto o in un professore capace di cavarsela con tanto onore in una galoppata come quella che avevo fatto in sua compagnia. E io stimai mio dovere spiegargli come, per la compilazione di un lavoro sullajingua dei Charruas affidatomi dalla Società Biblica, fossi vissuto tre anni e mezzo nella Repubblica dell'Uruguay, quasi sempre a cavallo, con gl'Indios della pampa. In questo modo, venni a narrare l'avventura toccatami la volta che mi smarrii in quelle sconfinate pianure, allorché rimasi tre giorni senza viveri e senz'acqua, costretto a seguire l'esempio dei gauchos che mi accompagnavano, e cioè ad aprire una vena al cavallo e a berne il sangue. Le donne presenti ebbero un grido di orrore. Il Generale osservò che i Calmucchi si comportano allo stesso modo in simili estremi. Il Conte mi chiese come avessi trovato quella bevanda. «Dal lato morale», risposi, «m'ispirava una grande ripugnanza; ma, fisicamente, ne trovai giovamento, e oggi le debbo anche l'onore di assistere a questa cena. Molti Europei, ossia molti bianchi, dopo una lunga consuetudine di vita con gl'Indiani, finiscono anche loro con l'abituarvicisi, e anzi, vi prendono gusto. Il mio ottimo amico, don Fructuoso Rivero, Presidente della Repubblica, raramente tralascia di levarsi questa voglia. Mi ricordo che un giorno, mentre si recava a un congresso in alta uniforme, gli capitò
di passare davanti a un rancho ove stavano levando del sangue a un puledro. Si fermò, scese da cavallo per chiedere un chufon, e cioè una succhiata; dopodiché pronunziò uno dei discorsi più eloquenti della sua vita.» «Il vostro Presidente è un orribile mostro!», esclamò la signorina Iwinska. «Vi chiedo scusa di dovervi contraddire, cara pani», replicai, «ma è un uomo assai distinto, di spirito veramente superiore. Parla a maraviglia parecchie lingue indiane difficilissime, soprattutto il charrua, per le innumerevoli forme assunte dal verbo, a seconda del regime diretto o indiretto, e persino dei rapporti sociali esistenti tra i vari interlocutori.» Stavo per illustrare alcune curiosissime peculiarità del meccanismo del verbo charrua, ma il Conte m'interruppe chiedendomi in che punto occorra salassare i cavalli, quando si desideri berne il sangue. «Per l'amor del cielo, caro professore», esclamò la signorina Iwinska con una comica espressione di terrore, «non glielo dite! Sarebbe uomo da sgozzare tutta la sua scuderia, e da divorare anche noi, finiti i cavalli!» Dopo questa uscita, le signore si alzarono di tavola ridendo, per andare a preparare il tè e il caffè, mentre noi ci disponevamo a fumare. Trascorso appena un quarto d'ora, dal salotto mandarono a chiamare il Generale. Lo volevamo seguire tutti, ma ci dissero che le signore non desideravano più di un uomo per volta. Un attimo dopo udimmo risuonare nel salotto grandi scrosci di risa e fragorosi battimani. «La signorina Iulka ne fa qualcuna delle sue», osservò il Conte. Vennero a chiamare lui. Nuove risate, nuovi applausi. Poi toccò a me. Nell'entrare in salotto, i visi di tutti i presenti si erano atteggiati a una gravità che non prometteva nulla di buono. Mi aspettavo qualche burla. «Signor professore», mi disse il Generale con il tono più protocollare che gli era possibile assumere, «le signore qui presenti sostengono che abbiamo fatto troppo onore allo spumante che si sono degnate di offrirci. Perciò, non ci accoglieranno nella loro gentile compagnia se non dopo una prova. Si tratterà di andare con gli occhi bendati dal centro del salotto fino a quella parete, e di toccarla col dito. Vedete bene che la cosa è semplice; basta camminare diritto. Vi sentite in grado di seguire la linea retta?» «Credo bene, signor Generale.» Subito, la signorina Iwinska mi mise un fazzoletto sugli occhi e, con quanta forza poté, me lo annodò sulla nuca. «Siete nel bel mezzo del salotto», disse. «Stendete la mano... Bene! Scommetto che non toccherete il muro.»
«Avanti, marc'!», fece il Generale. Non vi erano da fare più di cinque o sei passi. Avanzai molto lentamente, convinto di dovere urtare in qualche corda o in qualche sgabello, messo a tradimento sulla mia strada per farmi incespicare. Sentivo ridere sommessamente, il che accresceva il mio impaccio. Finalmente pensavo di essere a un pelo dal muro, quando il mio dito, che tenevo lungo disteso, affondò in qualcosa di freddo e di viscido. Feci una smorfia e un salto indietro che fece sbellicare i presenti. Mi tolsi la benda, e vidi di fronte a me la signorina Iwinska che reggeva in mano un barattolo di miele, nel quale avevo ficcato il dito, pensando di toccare il muro. Ebbi tuttavia la consolazione di vedere i due Aiutanti di Campo passare per la stessa prova e non fare miglior viso di me. Per tutto il resto della serata, la signorina Iwinska non smise un istante di dare libero corso alla sua indole scherzevole. Sempre motteggiatrice, sempre birichina, bersagliava ora questo ora quello con le sue celie. Notai però che se la prendeva soprattutto con il Conte, il quale, debbo riconoscerlo, non si offendeva mai e sembrava anzi prendere gusto alle sue punzecchiature. Invece, quando la giovane pigliava di mira l'uno o l'altro dei due Aiutanti di Campo, aggrottava le sopracciglia, e negli occhi vedevo allora lampeggiargli quella fiamma cupa che aveva veramente qualcosa di terrificante. «Pazzerella come una gatta, bianca come panna frullata.» Mi sembrava proprio che Mickiewicz, in quel verso, avesse voluto ritrarre la panna Iwinska. 5. Si vegliò fino a tardi. In molte case di grandi famiglie lituane si vedono magnifiche argenterie, bei mobili, preziosi tappeti persiani e non si hanno, come nella nostra cara Germania, buoni letti di piuma da offrire all'ospite stanco. Che sia ricco o povero, nobile o villano, uno slavo è sempre capace di dormire ottimamente anche su un pezzo di tavola. Il castello di Dowghielli non faceva eccezione alla regola generale. Nella stanza che ci fu assegnata, io e il Conte non disponevamo che di due divani ricoperti di marocchino. Ma questo non m'impressionava, poiché nei miei viaggi mi era spesso accaduto di dormire sulla nuda terra, e perciò risi alquanto delle imprecazioni del Conte circa la barbarie dei suoi compatrioti. Venne poi un servo, il quale ci tolse gli stivali e diede a ciascuno una veste da camera e un paio di pantofole.
Il Conte, levatasi la giubba, passeggiò un pezzetto senza parlare, su e giù per la stanza; quindi, fermatosi di fronte al divano sul quale mi ero già coricato, mi domandò: «Che ne pensate di Iulka?». «La trovo piacevolissima.» «Sì, ma è tanto civetta!... Credete che abbia veramente una simpatia per quell'ufficialetto biondo?» «Il Capitano?... Che volete che ne sappia?» «È un vanesio!... E dunque deve piacere alle donne.» «Non approvo la conclusione, signor Conte. Volete che vi dica il vero? La signorina Iwinska è assai più desiderosa di piacere al Conte Szemioth che a tutti gli Aiutanti di Campo dell'esercito.» Arrossì senza rispondere, ma mi sembrò che le mie parole gli arrecassero un vivo piacere. Passeggiò ancora un po' in silenzio poi, guardato l'orologio: «In fede mia», disse, «faremmo assai meglio a dormire, perché è tardi.» Prese quindi il fucile e il coltello da caccia, che erano stati portati nella nostra stanza, e li chiuse in un armadio, da cui tolse la chiave. «Volete tenerla?», mi domandò nel consegnarmela non senza mio vivo stupore. «Me ne potrei scordare, e voi avete più memoria di me.» «Il miglior mezzo per non dimenticare le vostre armi», gli dissi, «sarebbe di metterle su quel tavolo, accanto al vostro divano.» «No... e poi, a essere sinceri, non mi piace tenere armi vicino quando dormo... Vi dirò per quale ragione. Quando ero negli Ussari, a Grodno, dormii una volta nella stessa camera con un collega; le mie pistole erano su una seggiola, accanto a me. Durante la notte, mi svegliò una detonazione. Mi ritrovai con una pistola in mano; avevo sparato, e la pallottola era passata a due dita dal capo del mio collega... Non mi sono mai potuto ricordare del sogno che avevo fatto.» L'aneddoto mi turbò un poco. Va bene che a me non sarebbe toccata nessuna pallottola in testa, ma se consideravo l'alta statura e la complessione erculea del mio compagno di stanza, e le sue braccia nerborute coperte di nera lanugine, non potevo fare a meno di riconoscere che non gli sarebbe mancato il mezzo di strozzarmi con le mani, qualora avesse fatto un brutto sogno. Tuttavia, mi astenni dal mostrargli la minima inquietudine, e mi limitai a porre un candeliere su una seggiola vicino al divano; dopodiché mi accinsi a leggere il Catechismo di Lawicki, che avevo portato con me. Il Conte mi diede la buonanotte, si distese sull'altro divano, si rivoltò
cinque o sei volte, e infine parve assopirsi, benché stesse raggomitolato come quel tale amante di cui Orazio dice che, rinchiuso in una cassa, ha il capo che gli tocca le ginocchia rattratte: ...Turpi clausus in arca, Contractum genibus tangas caput... Ogni tanto lo sentivo sospirare forte o emettere una specie di rantolo nervoso che attribuivo alla sua strana giacitura. Sarà trascorsa così un'ora, e stavo per prender sonno anch'io. Chiuso il libro mi ero adagiato alla meglio sul mio lettaccio, quando uno sghignazzamento singolare del mio vicino mi fece trasalire. Guardai il Conte; aveva gli occhi chiusi, ma sussultava tutto e dalle labbra semiaperte gli uscivano poche parole, articolate appena: «Freschissima!... Bianchissima!... Il professore non sa quello che dice... Il cavallo non val nulla... Che ghiotto boccone!». Poi addentò selvaggiamente il cuscino su cui posava il capo ed emise una specie di ruggito così forte che si svegliò. Io rimasi fermo sul mio divano, fingendo di dormire. Però lo stavo osservando. Si alzò a sedere, si stropicciò gli occhi, sospirò tristemente e rimase circa un'ora in quella posizione, assorto, mi pareva, nei suoi pensieri. Mi sentivo molto a disagio e in cuor mio dicevo che mai più avrei dormito vicino al Conte. A lungo andare, tuttavia, la stanchezza prevalse sull'inquietudine e, quando la mattina dopo vennero a svegliarci, dormivamo entrambi profondamente. 6. Dopo colazione, rientrammo a Medintiltas. Trovatomi solo a solo con il dottor Froeber, gli confidai che il Conte mi faceva l'effetto di non stare bene, che aveva sogni spaventosi, che forse era sonnambulo, e che poteva anch'essere pericoloso in quello stato. «Mi sono accorto di tutto questo», mi disse il medico. «Con quella sua complessione atletica, è nondimeno nervoso come una bella signora. Forse ha preso dalla madre... Anche lei, stamane, è stata di una irrequietudine indiavolata... Io non credo troppo alle ciance che si fanno sulle paure e le voglie delle donne incinte; ma una cosa è certa, e cioè che la Contessa è maniaca, e la mania si trasmette con il sangue...»
«Ma il Conte», ripresi, «ha tutta la sua ragione, è assennato, assai più colto - non lo nego - di quanto io stesso pensavo, ama leggere...» «D'accordo, d'accordo, caro signore; ma spesso è lunatico. Gli capita di starsene chiuso in camera per parecchi giorni di seguito, parecchie volte va in giro di notte, legge libri inauditi... metafisica tedesca... fisiologia... che so! Non più tardi di ieri, ne ha ricevuto un gran pacco da Lipsia. Debbo parlar chiaro? A ogni Ercole ci vuole la sua Ebe. Qui non mancano contadine graziosissime... Il sabato sera, dopo che hanno fatto il bagno, si scambierebbero per Principesse... E non ce n'è una sola che non sarebbe fiera di distrarre Sua Eccellenza... All'età sua, io, che il Diavolo mi porti!... Lui no, non ha amanti, e non si sposa, e qui sbaglia. Gli ci vorrebbe un diversivo.» Il materialismo grossolano del dottore mi urtava enormemente: perciò tagliai corto al nostro dialogo, con l'augurio che il Conte Szemioth trovasse una sposa degna. Ma confesserò che non mi aveva molto meravigliato la rivelazione del gusto del Conte per gli studi filosofici. Che quell'ufficiale degli Ussari, che quell'appassionato cacciatore leggesse opere di metafisica tedesca e si occupasse di fisiologia, era un fatto che capovolgeva tutte le mie supposizioni nei suoi riguardi. Il dottore, tuttavia, aveva detto il vero, come potei averne la prova quel giorno stesso. «Come spiegate, signor professore», mi domandò improvvisamente il Conte Szemioth verso la fine del pranzo, «come spiegate la dualità, o meglio la duplicità della nostra natura?...» E, poiché si avvide che non lo capivo perfettamente, aggiunse: «Non vi siete mai trovato in cima a una torre, oppure sull'orlo di un precipizio, combattuto contemporaneamente tra la tentazione di precipitarvi nel vuoto e un senso di terrore completamente opposto?». «Il fenomeno può spiegarsi mediante ragioni meramente fisiche», interloquì il dottore. «Primo: la stanchezza prodotta da uno sforzo ascensionale determina un afflusso di sangue al cervello...» «Non parliamo del sangue, dottore», esclamò il Conte con impazienza, «e scegliamo un altro esempio. Avete un'arma da fuoco carica. C'è il vostro migliore amico. Vi prende l'idea di piantargli una pallottola in testa. Concepite il più vivo orrore per ciò che può somigliare a un assassinio, eppure ne avete la tentazione. Io credo, signori miei, che se tutti i pensieri che ci frullano per la testa in men di un'ora... Ma parlavo con voi, signor professore, che pure ritengo un uomo saggio: credo, dunque, che se tutti i vostri pensieri si potessero vedere stampati, riempirebbero forse un in folio in base al quale non c'è avvocatucolo a cui non riuscirebbe di ottenere la
vostra interdizione, né giudice che non si affretterebbe a mandarvi in carcere o al manicomio.» «Quel giudice, signor Conte, non mi condannerebbe certamente per il delitto di aver indagato stamane, per più di un'ora, la legge misteriosa secondo cui i verbi slavi prendono il senso del futuro nel combinarsi con una preposizione; ma, quand'anche avessi avuto altri pensieri, quale prova addurreste contro di me? Io non sono padrone dei miei pensieri più di quanto lo sia degli accidenti esteriori da cui muovono; né dal fatto che un pensiero nasca in me, si può inferire un principio di esecuzione, o anche soltanto il proponimento di eseguirlo. Non mi è mai venuto in mente di uccidere chicchessia; ma, se anche mi frullasse l'idea di un assassinio, forse che la mia ragione non è qui presente per allontanarmene?» «Parlate della vostra ragione con molta sicumera; ma è sempre là presente, come dite voi, per dirigerci? Perché la ragione parli e si faccia ubbidire, è necessario riflettere; cioè occorre tempo e sangue freddo. Io chiedo se si abbia sempre questo e quello. Assisto, mettiamo, a un combattimento; sul più bello vedo una palla di cannone che sta per cogliermi di rimbalzo; mi scanso e vedo il mio amico, per il quale avrei dato la vita se avessi avuto tempo di riflettere...» Cercai di ricordargli i nostri doveri d'uomini e di cristiani, in uno con la necessità in cui ci troviamo d'imitare il guerriero della Scrittura, ognora pronto al combattimento; infine gli dimostrai che, nella diuturna lotta contro le nostre passioni, acquistiamo sempre nuove forze, sì da fiaccare e dominare più agevolmente il nemico interiore. Ma non mi parve convinto, e temo di non essere riuscito che a ridurlo al silenzio. Mi trattenni al castello un'altra decina di giorni. Feci anche un'altra scappata a Dowghielli, ma non vi pernottammo. La signorina Iwinska si comportò, come già la prima volta, da ragazzetta birichina e viziata. Esercitava sul Conte una specie di malia, e non dubitai più che lui ne fosse profondamente innamorato. Tuttavia, il Conte conosceva bene i suoi difetti e non si faceva illusioni: la sapeva civetta, frivola, indifferente per tutto ciò che non le tornasse di divertimento. Spesso mi accorgevo che soffriva nel vederla così poco ragionevole, ma bastava che quella gli facesse qualche moina perché si scordasse di tutto, e il viso, dalla gran gioia, gli s'illuminasse. Il giorno prima della mia partenza, il Conte avrebbe voluto trascinarmi una volta ancora a Dowghielli, forse perché tenessi in conversazione la zia mentre lui sarebbe andato a passeggio con la nipote nel giardino; però, a-
vevo molto da fare, e dovetti scusarmi, nonostante la sua insistenza. Ritornò per la cena, benché ci avesse detto di non aspettarlo; ma, a tavola, non riuscì a ingoiare un boccone. Per tutta la durata del pranzo, si mostrò cupo e di pessimo umore. Ogni tanto aggrottava le sopracciglia e in quel momento i suoi occhi assumevano un'espressione sinistra. Quando il dottore uscì per recarsi dalla Contessa, mi seguì nella mia stanza e mi aprì il suo cuore. «Mi pento veramente», esclamò, «di avervi lasciato per andare a vedere quella pazzerella, che si burla di me e non ha simpatia che per le facce nuove. Per fortuna tutto è finito tra noi; ne sono profondamente disgustato, e non la vedrò più...» Al solito, passeggiò un pezzetto su e giù per la stanza, poi riprese: «Forse avete creduto che ne fossi innamorato? Così pensa anche quell'imbecille di un dottore. No, non l'ho mai amata. Il suo viso ridente mi divertiva, mi piaceva di vedere quella sua pelle bianca... Ma è tutto ciò che ha di buono... specie la pelle... Di cervello nemmeno a parlarne. Non ho mai visto in lei che una bella bambola, che fa piacere guardare quando si prova uggia e non si ha un libro nuovo... Certo, non si può negare che sia una bellezza... La pelle è meravigliosa... professore. Il sangue che corre sotto quella pelle, dev'essere migliore di quello di un cavallo... Che ne dite?». Scoppiò in una risata, ma quel riso faceva pena a sentirsi. Il giorno appresso mi accomiatai da lui per proseguire le mie indagini nell'Alto Palatinato. 7. Le mie esplorazioni si protrassero per due mesi, e posso dire che non esiste paesucolo, in Samogizia, dove non mi sia fermato e non abbia l'accolto qualche documento per il mio lavoro. Vorrei anzi avvalermi di questa occasione per ringraziare gli abitanti di quella provincia, soprattutto i signori Ecclesiastici, per l'aiuto davvero premuroso concessomi nelle mie ricerche, e per l'ottimo contributo che mi ha consentito di arricchire il mio dizionario. Dopo un soggiorno di una settimana a Szawlé, mi proponevo d'imbarcarmi a Klaipeda (il porto da noi chiamato Memel) per ritornare a casa, quando ricevetti dal Conte Szemioth la seguente lettera, portatami da un suo bracchiere:
Signor professore, Consentitemi di scrivere in tedesco; i miei solecismi sarebbero anche più numerosi, se mi arrischiassi a scrivervi in samogizio, e perderei ogni vostra considerazione. Già non so quanta ne possiate avere per me; e oltre a ciò mi chiedo fino a che punto la notizia che sto per darvi possa farmi aumentare nella vostra stima. Senz'altro preambolo, vi dirò che mi sposo; voi sapete bene con chi. Giove si prende spasso dei giuramenti degli innamorati, e lo stesso fa Pirkuns, il nostro Giove samogizio. Dunque sposerò proprio la signorina Giuliana Iwinska, il giorno 8 del mese prossimo, e voi sarete l'uomo più gentile che esista se vorrete assistere alla cerimonia. Tutto il contadiname di Medintiltas e dintorni verrà nella mia casa a divorare alcuni buoi e innumerevoli maiali; quando cotesta gente sarà ben brilla, danzerà sul prato, a destra del viale che conoscete. Vedrete costumi paesani e usanze degne della vostra attenzione. Io, sarò lietissimo di rivedervi, e così pure Giuliana. Aggiungerò che un vostro rifiuto ci metterebbe in un serio impiccio. Sapete, infatti, che professo la fede evangelica, così come la mia fidanzata. Ora, il nostro ministro, che risiede a trenta leghe da qui, è inchiodato a casa dalla gotta. Perciò, ardisco sperare che vorrete officiare in sua vece. Credetemi, caro professore, il vostro devotissimo, MICHELE SZEMIOTH In calce, a guisa di post scriptum, una mano femminile piuttosto graziosa aveva fatto questa aggiunta in lingua samogizia: Io, musa della Lituania, scrivo in zemaitico. Michele è un impertinente quando dubita della vostra approvazione. Quale altra donna, infatti, all'infuori di me, potrebbe essere tanto pazza da prendersi un giovanotto del suo stampo? Vedrete, signor professore, l'8 venturo, una sposa alquanto chic. Non è un vocabolo samogizio; è francese. Vi prego, almeno, di non distrarvi durante la cerimonia. Non mi piacquero né la lettera, né il post scriptum. Mi parve che i due fidanzati facessero mostra di una imperdonabile leggerezza in una occa-
sione tanto solenne. Però, ditemi voi: avevo il modo di rifiutare? Confesserò pure che lo spettacolo promesso dalla lettera mi tentava alquanto. Era lecito supporre che, nella folla dei nobili convitati accorsi nel castello di Medintiltas, non sarebbero mancate le persone colte in grado di darmi utili notizie. Il mio glossario samogizio era indubbiamente ricchissimo; ma il senso di molte parole raccolte dalla bocca di zotici contadini rimaneva tuttora avvolto per me in una parziale oscurità. Tutte queste considerazioni concorsero a farmi accettare l'invito del Conte, cui risposi che la mattina dell'8 sarei giunto a Medintiltas. Quanto ebbi da pentirmene! 8. Al mio affacciarmi sul viale del castello, vidi un gran numero di signore e signori in abito da mattino, parte riuniti a gruppi sulla scalinata e parte a passeggio nel parco; il cortile era pieno di contadini coi panni della domenica; e tutto il castello era in gala, ornato in ogni punto di fiori, di ghirlande, di bandiere e di festoni. L'Intendente mi accompagnò nella stanza che avevano preparato per me al pianterreno, scusandosi di non potermene offrire una migliore; ma il castello era così affollato che non era stato possibile riservarmi quella che avevo occupato precedentemente e che adesso era destinata alla moglie del Maresciallo della nobiltà. D'altronde, la mia nuova camera, situata sotto quella del Conte, era decentissima, con vista sul parco. Mi vestii in fretta per la cerimonia e indossai l'abito pastorale, ma gli sposi non si vedevano ancora. Il Conte si era recato a prendere la fidanzata a Dowghielli. Sarebbero dovuti comparire da un pezzo, ma la vestizione di una sposa non è affare di poco, e il dottore andava partecipando agli invitati che il pranzo si sarebbe tenuto dopo l'uffizio religioso; perciò gli appetiti impazienti avrebbero fatto bene a provvedersi a un certo tavolo guarnito di dolci e di ogni sorta di liquori. Notai, in tale occasione, come l'attesa disponga gli animi alla maldicenza; le madri di due graziose donzelle invitate al matrimonio non finivano di malignare sul conto della sposa. Era passato mezzogiorno quando una salva di mortaretti e di fucilate, annunziò l'arrivo di quest'ultima. Subito dopo, una sfarzosa carrozza imboccò il viale, tirata da quattro splendidi cavalli. Dalla schiuma che copriva il petto degli animali si capiva che non avevano nessuna colpa del ritardo. In carrozza non vi erano che la sposa, la signora Dowghiello e il Conte. Que-
sti balzò a terra e offrì la mano alla signora. La signorina Iwinska, con mossa piena di grazia e di fanciullesca civetteria, fece l'atto di nascondersi con lo scialle per sottrarsi agli sguardi curiosi che da ogni parte convergevano su di lei. Pure, si alzò in piedi nella carrozza, e stava per prendere a sua volta la mano del Conte, quando i cavalli del timone, forse spaventati dai fiori che i contadini facevano piovere sulla sposa, o forse anche in preda allo strano terrore che il Conte Szemioth ispirava agli animali, s'impennarono sbuffando; una ruota urtò il paracarro a piè della scalinata, e per un attimo vi fu da temere qualche accidente. La signorina Iwinska lanciò un piccolo strillo... Ma la nostra ansia fu breve. Il Conte, presala in collo, la trascinò di volata in cima dello scalone, non meno facilmente che se fosse pesata quanto una colomba. Applaudimmo tutti, per la sua prontezza e la sua cavalleresca galanteria. I contadini eruppero in fragorosi evviva. La sposa, tutta rossa in volto, rideva e tremava insieme. Il Conte, per nulla impaziente di disfarsi di quel grazioso fardello, sembrava un trionfatore, nel mostrarsi in quell'atteggiamento alla folla che lo attorniava... All'improvviso, una donna di alta statura, pallida, magra, con le vesti in disordine, i capelli sparsi e tutti i lineamenti del volto contratti dal dolore, comparve lassù, senza che nessuno l'avesse vista venire. «Dagli all'orso!», gridava con voce stridula. «All'orso! Qua i fucili!... Si porta una donna! Uccidetelo! Fate fuoco! Fate fuoco!» Era la Contessa. L'arrivo della sposa aveva richiamato tutti quanti sulla scalinata, nel cortile o alle finestre del castello, e anche le donne che custodivano la povera demente avevano dimenticato la propria consegna. Quella era fuggita e, senza che nessuno vi avesse fatto caso, era piombata in mezzo a noi. Fu una scena penosissima. Bisognò allontanarla a forza, nonostante le sue urla e la sua resistenza. Molti, tra gli invitati, non conoscevano la sua malattia. Si dovettero dare spiegazioni, e per un po' di tempo fu un gran sussurrare sottovoce. Non c'era viso che non fosse rattristato. «Pessimo augurio!», dicevano le persone superstiziose, le quali non sono scarse di numero in Lituania. Intanto, la signorina Iwinska chiese cinque minuti per mettersi l'abito e il velo nuziali, operazione che durò tuttavia un'oretta buona. Era più di quanto sarebbe occorso perché gli invitati che ignoravano l'infermità della Contessa ne apprendessero la cagione e i minuti particolari. Finalmente riapparve la sposa, magnificamente vestita e coperta di diamanti. La zia la presentò a tutti gl'invitati e, quando fu l'ora di passare nella
cappella, con mio vivo stupore, la signora Dowghiello assestò alla nipote, in presenza di tutti, uno schiaffo così sonoro da far rivoltare anche quelli che avessero avuto qualche distrazione. Lo schiaffo venne ricevuto con la massima rassegnazione, tra l'indifferenza generale; solo che un uomo vestito di nero scarabocchiò qualcosa su un foglio di carta che aveva portato con sé; quindi alcuni dei presenti sottoscrissero quella specie di verbale con la più assoluta noncuranza. Non fui in grado di conoscere la soluzione dell'enigma se non alla fine della cerimonia. Se avessi potuto intuirla in tempo, non avrei tralasciato di oppormi, con tutto il peso del mio ministero sacro, contro quella odiosissima usanza, che mira nientemeno che a tenere aperto uno spiraglio al divorzio, con il simulare un matrimonio a cui uno dei coniugi non si sarebbe sottoposto se non contro voglia e per un atto di costrizione materiale. Dopo l'ufficio divino, stimai mio dovere rivolgere alla giovane coppia alcune parole, con le quali mi applicai a farla riflettere sulla gravità e santità del vincolo che adesso la univa; e, poiché mi stava ancora sul cuore il frivolo post scriptum della signorina Iwinska, le ricordai che aveva ora abbracciato una nuova vita, non più contrassegnata da piaceri e da svaghi giovanili, ma piena di obblighi seri e di gravi prove. Mi sembrò che questa parte della mia allocuzione avesse molto effetto sulla sposa, non meno che su tutti coloro che capivano il tedesco. Il corteo, uscendo dalla cappella, fu accolto da salve di fucileria e grida di gioia. Si passò in sala e, siccome il pranzo era magnifico e l'appetito non scherzava, sulle prime non si udì altro che il rumore dei coltelli e delle forchette; ma poi, grazie anche ai vini di Sciampagna e di Ungheria, si cominciò a discorrere, a ridere, e a vociare. I commensali bevvero con entusiasmo alla salute della sposa e, appena si sedettero, un vecchio pan dai baffoni bianchi, si alzò, dicendo con voce stentorea: «Vedo con dolore che le nostre antiche usanze si vanno perdendo. Ma i nostri padri avrebbero fatto questo brindisi bevendo in bicchieri di cristallo. Una volta, si beveva nella scarpina della sposa, e persino nel suo stivaletto, poiché, ai tempi miei, le signore portavano stivaletti di marocchino rosso. Facciamo vedere, amici miei, che siamo tuttora veri Lituani. E tu, signora, degnati di levarti la scarpetta». La sposa, arrossendo, rispose con un risolino represso: «Vieni a prenderla, signore... ma io non berrò nel tuo stivale». Il pan non se lo fece ripetere. Con fare galante, si inginocchiò, s'impossessò di una scarpetta di raso bianco dal tacco rosso, l'empì di spumante e
bevette con tale maestria da non rovesciarsene più della metà indosso. Da una mano all'altra, la scarpetta fece il giro della tavola e tutti gli uomini tracannarono la loro parte, ma non senza fatica. Il vecchio nobiluomo pretese quindi che gli fosse ridata quella reliquia preziosa, e la signora Dowghiello fece dire a una cameriera di venire a riordinare l'acconciatura della nipote. Quel brindisi fu seguito da molti altri, e di lì a poco i convitati diventarono così rumorosi che non mi sembrò decente trattenermi più a lungo. Senza che nessuno se ne accorgesse, mi alzai per andare a prendere una boccata d'aria; ma, anche fuori mi toccò vedere uno spettacolo poco edificante. Domestici e contadini, a cui la birra e l'acquavite erano state somministrate senza risparmio, erano già in massima parte ubriachi. Vi erano stati alterchi e rotture di teste. Qua e là, sul prato del castello, si vedevano corpi privi di sentimento ravvoltolati nel brago, e i luoghi della festa arieggiavano molto, per l'aspetto generale, a un campo di battaglia. Sarei stato alquanto curioso di vedere da vicino le danze popolaresche, ma erano quasi tutte dirette da zingare sfacciate, e non mi parve onesto avventurarmi in quella gazzarra. Rientrai dunque nella mia stanza, feci un po' di lettura, poi mi svestii e quasi subito mi addormentai. Quando mi svegliai, l'orologio del castello batteva le tre. La notte era chiara, benché la luna fosse in parte velata da una nebbiolina leggera. Mi sforzai di riprendere sonno, ma invano. Secondo il mio solito in simili casi, pensai di prendere un libro e studiare; ma non trovai fiammiferi sottomano. Mi ero alzato e stavo girando un po' a tentoni per la camera, quando un corpo scuro, assai voluminoso, attraversò il riquadro della finestra e andò a cadere con un tonfo sordo nel giardino. La mia prima impressione fu che si trattasse di un uomo, e pensai che qualche ospite ubriaco fosse precipitato dalla finestra. Mi affacciai a guardare: ma non vidi nulla. Finalmente accesi una candela e, coricatomi di nuovo, diedi una buona ripassata al mio glossario finché non mi portarono il tè. Verso le undici, mi recai nel salotto, ove trovai molti occhi sbattuti e molti visi sfatti; seppi che a tavola si erano fatte le ore piccole. Né il Conte né la Contessa si erano ancora visti. Alle undici e mezzo, dopo molte celie di pessimo gusto, gl'invitati cominciarono a mormorare, prima sottovoce, e poi in maniera da essere intesi. Il dottor Frœber si pigliò la briga di mandare un cameriere a bussare alla porta del Conte. Trascorso un quarto d'ora, l'uomo ricomparve e, un po' commosso, disse di aver bussato una dozzina di volte, forse anche di più, senza ottenere
nessuna risposta. Ci consigliammo, la signora Dowghiello, il dottore e io. Il cameriere mi aveva attaccato la sua inquietudine. Salimmo tutt'e quattro insieme. Sull'uscio, trovammo la cameriera della Contessa in viva apprensione. Affermava che doveva essere successa qualche digrazia, poiché la finestra della sua padrona era spalancata. Mi ricordai con raccapriccio il corpo pesante caduto davanti alla mia finestra. Bussammo a più non posso. Nessuno rispondeva. Alla fine, il servo portò una spranga di ferro e scardinammo l'uscio... No! non mi va l'animo di descrivere lo spettacolo che si offrì ai nostri sguardi. La giovane Contessa era stecchita sul letto, con il viso orrendamente maciullato e la gola squarciata, in un lago di sangue. Il Conte era scomparso, e da quel giorno nessuno ne ha mai più avuto notizia. Il dottore esaminò l'orribile ferita della giovane sposa. «Non è stata una lama d'acciaio», esclamò, «a produrre questa ferita... Questo è un morso!» Il professore Wittembach richiuse il libro, e guardò il fuoco, pensoso. «E la storia finisce qui?», domandò Adelaide. «Finisce qui!», rispose il professore con voce lugubre. «Ma», rispose la sua interlocutrice, «perché l'avete intitolata Lokis? Nessuno dei personaggi porta questo nome.» «Non è un nome di persona», spiegò il professore. «Vediamo, Teodoro, mi sapete dire che cosa significa Lokis?» «Non ne ho idea.» «Se aveste approfondito come si deve la legge del trapasso dal sanscrito al lituano, riconoscereste in Lokis il sanscrito arksha o riksha. Si chiama lokis, in lituano, l'animale che i Greci chiamavano árktos, i Latini ursus e i Tedeschi bär. E ora potete afferrare il senso dell'epigrafe: Miszka su Lokiu Abu du tokiu. «Voi sapete che nel Romanzo di Reinardo, l'orso ha il nome di damp Brum. Gli Slavi lo chiamano Michele, Miszka in lituano, e tale soprannome è quasi sempre adoperato invece del nome generico, lokis. Allo stesso modo, i Francesi hanno dimenticato, a proposito della volpe, il nome neolatino di goupil o gorpil, sostituendovi quello di renard.» Ma Adelaide fece osservare che era già tardi, e la compagnia si sciolse.
PELLICCIA BIANCA The White Wolf di Edith Nesbit 1898 Il fuoco bruciava nel grande camino della fattoria, e la stanza echeggiava di voci, di risate e dei rumori di svariati lavori artigianali. Soltanto ai giovanissimi e ai vecchi era permesso stare senza far niente come al piccolo Rol, che stava giocando con un cucciolo, e alla vecchia Trella, che sferruzzava con mano malferma. La sera era calata precocemente, e i servi rientrati dai campi si erano riuniti in quell'ampia cucina che poteva ospitare dozzine di contadini. Alcuni uomini stavano intagliando il legno, e a costoro erano riservati i posti migliori e più illuminati, mentre altri preparavano o riparavano arnesi da pesca, e una grande rete teneva impegnate tre paia di mani. Tra le donne, alcune stavano scegliendo le piume d'oca per le trapunte, suddividendole secondo la qualità. Vi erano anche dei telai, sebbene per il momento non fossero usati, ma le ruote di tre arcolai giravano rapide, e il filo più fine e regolare usciva dalle dita della padrona di casa. Accanto a lei stavano alcuni fanciulli, impegnati anche loro a intrecciare stoppini per candele e lanterne. Al centro di ogni gruppo brillava un lume e, i più lontani dal camino, si riscaldavano a due. bracieri, regolarmente riforniti con tizzoni ardenti. Ma il bagliore delle fiamme giungeva fino agli angoli più remoti e prevaleva sul riflesso delle luci più deboli. Il piccolo Rol, stancatosi del suo cucciolo, lo abbandonò all'improvviso e si precipitò verso Tyr, il vecchio cane lupo che si scaldava accanto al fuoco, addormentato, e sussultava e gemeva in sogno. Rol si sdraiò al fianco di Tyr, cingendogli il collo possente con le sue braccine e mescolando i suoi riccioli al nero pelo dell'animale. Il cane gli concesse una leccatina distratta e poi si stiracchiò pigramente. Rol imitò un grugnito e scrollò il cane invitandolo a giocare, ma ottenne soltanto un placido sguardo e un ammiccare complice, subito spento. «Prendi questo, allora!», gridò Rol indignato per tanta indifferenza, e scaraventò il cucciolo contro il vecchio cane dignitoso che non lo aveva degnato di attenzione come compagno di gioco. Ma Tyr non gli badò, e allora il bimbo andò a cercare svaghi altrove. Il suo occhio notò i panieri di piuma d'oca allineati in un angolo. Scivo-
lato sotto il tavolo, cominciò ad avanzare a quattro zampe, perché l'idea di attraversare la stanza camminando normalmente in quel momento non lo divertiva. Quando giunse vicino alle donne, si immobilizzò per un attimo, con i gomiti appoggiati all'impiantito e il mento sul palmo della mano. Una delle donne lo vide e sorrise, e allora lui scivolò dietro le sue gonne, e così passò inosservato da una all'altra, finché ebbe l'occasione di impossessarsi di una bella manciata di piume. Stringendole in pugno attraversò di nuovo la stanza, sempre sotto il tavolo, e riemerse accanto alle filatrici. Si rannicchiò ai piedi della più giovane, protetto dagli sguardi delle altre, e ottenne la sua complicità mostrandole il suo bottino con un sorriso fiducioso. Rassicurato da un leggero cenno del capo, iniziò il gioco che aveva in mente. Prese un ciuffo di piume bianche e lo lasciò ricadere dolcemente sopra una ruota dell'arcolaio. Catturate dal moto vorticoso, le piume cominciarono a volteggiare in cerchi sempre più larghi, finché si dispersero come una soffice neve bianca. Gli occhi del piccolo Rol brillavano, e la chiostra dei suoi dentini si scoprì in un silenzioso sorriso di beatitudine. Altri ciuffi di piume subirono la stessa sorte, e svolazzarono come mosche prigioniere di una ragnatela, finché la provvista di Rol si esaurì. Il piccolo si sporse per controllare la possibilità di compiere una nuova spedizione verso l'altra estremità della stanza, e la sua spalla urtò contro la ruota, che si inceppò improvvisamente. Il filo si ruppe. «Rol, cattivo!», gridò la ragazza. Anche la ruota più veloce si arrestò, e la padrona di casa - zia di Rol - si chinò in avanti. Vide la testolina ricciuta del piccolo e, con un rimbrotto, lo rimandò accanto alla vecchia Trella. Rol ubbidì ma, dopo essere rimasto tranquillo per qualche minuto, si spostò di nuovo, evitando lo sguardo della zia. Si insinuò allora nel gruppo degli uomini, e subito questi badarono a controllare che i loro attrezzi non fossero a portata di mano del bambino. Rol riuscì lo stesso ad impossessarsi di uno scalpello, ma la sgridata dell'intagliatore lo impaurì, e sparì di nuovo sotto il tavolo. Là, imbronciato, si dedicò alla contemplazione delle gambe che lo circondavano, schermando gli occhi dalla luce del fuoco. Alcune di quelle gambe erano molto strane. Erano curve dove avrebbero dovuto essere diritte e diritte dove avrebbero dovuto essere curve. Rol disse fra sé: «Sembrano tutte intagliate in modo diverso». Alcune stavano modestamente ripiegate presso la sedia, altre si allungavano sotto il tavolo, invadendo il terri-
torio di Rol. A sua volta egli allungò le proprie gambette e le osservò dapprima con occhio critico e poi, dopo gli opportuni paragoni, con approvazione. Perché non tutte le gambe erano ben fatte come quelle laggiù? Le gambe apprezzate da Rol erano un po' in disparte dalle altre. Il bambino si avvicinò strisciando carponi e fece un secondo paragone. Il suo viso assunse un'espressione solenne, mentre pensava agli innumerevoli giorni che sarebbero trascorsi prima che le sue gambe diventassero così lunghe e forti. Si augurò che raggiungessero la perfezione del modello, dritte nelle ossa e salde nei muscoli. Pochi istanti dopo, Sweyn, il padrone di quelle lunghe gambe, sentì una manina che gli accarezzava un piede e, guardando in basso, incontrò lo sguardo del suo cuginetto Rol. Sdraiato sulla schiena, e sempre lisciando e accarezzando il piede del giovanotto, il bimbo rimase tranquillo e felice a lungo. Osservava il movimento delle mani abili e forti che afferravano ora l'uno ora l'altro utensile. Di quando in quando, un truciolo gli cadeva sul viso. Infine, Rol si raddrizzò con molta cautela, nel timore che uno spostamento brusco potesse irritare l'intagliatore e, incrociando le proprie gambe attorno alla caviglia di Sweyn, gli posò le mani sul polpaccio e la testa sul ginocchio. Rol era felice, e fu ancora più felice quando Sweyn interruppe il lavoro un attimo per battergli una mano sulla testa e tirargli i riccioli. Il bimbo rimase lì immobile, per quanto fosse consentita l'immobilità a membra così infantili. Sweyn si scordò di lui, e notò appena che Rol si staccava dalla sua gamba, per cui non si accorse che uno dei suoi coltelli gli veniva abilmente sottratto. Dieci minuti dopo, un lamento partì dal basso, alzandosi poi fino all'urlo di cui erano capaci i sani polmoni di Rol: la sua mano era lacerata da un taglio e sanguinava tanto copiosamente, il che lo aveva spaventato. Subito vi fu un grande accorrere per confortarlo, lavargli la ferita e fasciarla, non senza qualche affettuoso rimbrotto, finché le grida si placarono in intermittenti singhiozzi e il bambino, con il viso rigato di lagrime, tornò nel cantuccio dove Trella lo accolse scrollando il capo. Come reazione al dolore e alla paura, Rol trovò nel tepore del camino un rifugio ideale. Persino Tyr, anziché ignorarlo, si lasciò commuovere dai suoi singhiozzi e mostrò tutto l'interesse e la simpatia che poteva manifestare un cane, leccandolo e osservandolo attentamente. Rol si sentì oppresso da un po' di vergogna, e rimpianse di aver tanto strillato. Rammentò come un giorno Sweyn fosse rincasato con un braccio lacerato all'altezza
della spalla, dopo aver ucciso un orso; e come non si fosse lasciato sfuggire nemmeno un gemito, sebbene le sue labbra apparissero sbiancate dal dolore. Il povero Rol commentò allora quella sua debolezza con un sospiro supplementare. Le fiamme del camino cominciarono a narrare strane favole al bimbo, mentre il vento che si insinuava a tratti nella cappa fungeva da controcanto. La grande bocca nera di quella cappa, sospesa sopra il focolare, ingoiava spirali di fumo denso e mazzi di scintille, e più su si udivano gorgoglii e strani sibili e forse accadevano anche cose misteriose, poiché a volte il fumo arretrava come preso dal panico, o si condensava in lunghe volute sul tetto. E il vento si accaniva allora sulla sua preda, battendo collerico contro le imposte e contro le porte. In una pausa di silenzio tra due raffiche, Rol rialzò il capo sorpreso, in ascolto. Per un attimo anche le voci delle donne e degli uomini si erano acquietate, e fu possibile udire all'esterno il suono di una voce infantile, e il bussare di mani infantili contro la porta. «Aprite, aprite! Lasciatemi entrare», pigolò una voce che giungeva da un'altezza inferiore a quella del saliscendi. L'uomo che stava più vicino alla porta si alzò e l'aprì. «Non c'è nessuno qui», disse. Tyr rialzò la testa e lanciò un lungo ululato, forte, prolungato, quasi di terrore. Sweyn, rifiutandosi di credere che le orecchie lo avessero ingannato, si alzò e andò sulla soglia. Era una notte buia, con nubi gonfie di neve, che già era caduta in abbondanza. Non si notavano orme sulla bianca crosta gelata. Sweyn aguzzò lo sguardo, ma riuscì a distinguere soltanto quel cielo buio, quella neve, e l'ombra di un larice sulla collina. «Dev'essere stato il vento», disse. Poi richiuse la porta. Su molti visi era affiorata la paura. Il suono della voce infantile era stato molto chiaro, come limpide erano state le sue parole: «Aprite, aprite! Lasciatemi entrare». Il vento poteva far tintinnare il saliscendi, o battere contro l'uscio, ma non poteva imitare quella voce. E nemmeno il bussare delicato di una mano infantile. Inoltre, l'ululato del cane lupo pareva un cattivo presagio, da temersi più di ogni altra cosa. Le filatrici e gli intagliatori sussurrarono inquieti, finché un rimbrotto della padrona di casa li fece tacere. Quindi si sparse un silenzio inquieto e denso di disagio ma, a poco a poco, la paura si acquietò e il cicaleccio di sempre riprese.
Mezz'ora dopo, bastò un lieve rumore all'esterno per fermare ogni lingua e ogni mano. Tutti gli sguardi fissarono la porta. «È Cristiano; a quest'ora tarda!», esclamò Sweyn. No. Quel passo debole non apparteneva a un uomo. Lo accompagnò il tap tap di un bastone contro l'uscio, e una voce acuta chiamò: «Aprite, aprite! Fatemi entrare». Di nuovo Tyr rialzò il muso ed emise un ululato. Prima che l'eco della voce si fosse spenta, Sweyn era già balzato verso la porta, e l'aveva spalancata. «Nessuno!», ripeté in tono fermo, sebbene i suoi occhi brillassero inquieti. Vide di nuovo l'immobile distesa di neve, le nubi sempre più basse, e i larici scossi dal vento. Richiusa la porta senza alcun commento, fece ritorno al suo posto. Una dozzina di visi pallidi per la paura lo fissarono come se egli fosse in grado di fornire la soluzione dell'enigma. Quella muta richiesta turbò la sua fermezza abituale. Esitò, guardò prima sua madre - la padrona di casa poi la gente sgomenta e, infine, si fece con gravità il segno della croce. Vi fu uno svolazzare di mani mentre tutti ripetevano il suo gesto e il silenzio fu percorso da un grande sospiro, poiché il respiro trattenuto da molti fluì di nuovo per il magico sollievo legato al Segno della Croce. Persino la padrona di casa era turbata. Lasciò l'arcolaio e si avvicinò a suo figlio, col quale parlò per qualche minuto a voce così bassa che nessuno riuscì a cogliere il senso delle sue parole. Ma, poco dopo, ricuperò il suo tono autoritario, e tutti l'udirono rimproverare una delle ragazze: «È un pettegolezzo da gallina!», esclamò. Forse tentava di condannare negli altri i propri turbamenti e presentimenti. Nessuno osò più riprendere la spensierata conversazione di prima. Si mormorava a voce bassa e, di quando in quando, il silenzio permeava la stanza. Persino gli utensili venivano manovrati con cautela, quasi che ogni gesto dovesse arrestarsi quando di nuovo qualcuno avesse bussato alla porta. A un tratto Sweyn lasciò il tavolo e si avvicinò a un gruppo di giovani che stavano accanto all'ingresso, quindi si chinò fingendo di dar loro dei consigli. Il passo di un uomo risuonò nel portico antistante. «Cristiano!», esclamarono Sweyn e sua madre contemporaneamente: lui in tono fiducioso, lei con tono autoritario, quasi volesse rassicurare le filatrici ed evitare che gli arcolai si arrestassero. Ma Tyr rialzò il capo e ululò. «Aprite! Aprite! Fatemi entrare!»
Era la voce di un uomo, e la porta fu scossa dalle forti mani di un uomo. Sweyn sentì scricchiolare il legno dell'uscio mentre lo spalancava, ma fuori vide soltanto il portico deserto, la neve, il cielo, e i larici scossi dal vento. Sostò un lungo attimo sulla soglia. Il vento soffiava gelido, ma ancora più gelido era il brivido di paura che percorse veloce la stanza e fece accelerare il battito di ogni cuore. Sweyn agguantò un mantello di pelle di capra. «Sweyn, dove vai?», gli chiese sua madre. «Non mi spingerò oltre il portico, madre», rispose il giovane, e uscì richiudendo la porta. Avvoltosi nel mantello, si appoggiò per un istante alla parete del portico, quasi per raccogliere le proprie forze prima di affrontare il Demonio e le sue opere. Non giungevano voci dall'interno: si udiva soltanto il crepitio del fuoco. Il freddo era intenso. I piedi gli si stavano intorpidendo, ma Sweyn non volle batterli contro il suolo per scaldarli, perché quel suono non intimorisse chi stava chiuso in casa. Né voleva abbandonare il portico, per non lasciare impronte su quel manto di neve immacolata, dove sembrava che da due ore non fosse passato nessuno. «Quando il vento si calmerà, nevicherà di nuovo», pensò Sweyn. Per quasi un'ora vigilò immobile, ma non vide nessuno e non udì voci di sorta. «Mi congelerò se rimarrò qui più a lungo», borbottò infine, e rientrò. Una donna si lasciò sfuggire un grido mentre lui posava la mano sul saliscendi, e sospirò di sollievo quando lo vide. Nessuno gli fece domande; soltanto sua madre disse, con tono forzatamente disinvolto: «Non hai visto se Cristiano sta arrivando?», come se la sua unica preoccupazione fosse l'assenza del figlio minore. Sweyn si era appena avvicinato al fuoco, quando si udì bussare chiaramente alla porta. Tyr balzò in piedi, gli occhi lucenti come braci, i denti scoperti nel muso nero, i peli dritti sul collo; e, scavalcato Rol, si precipitò verso la porta, abbaiando furiosamente. Fuori una voce chiara e dolce stava chiamando. L'abbaiare di Tyr non permetteva di distinguere le parole. Nessuno osò precedere Sweyn. Egli avanzò con passo risoluto verso la porta, tirò il catenaccio e aprì. Una donna vestita di bianco entrò nella stanza. Non era un fantasma! Ma una donna viva, bellissima, giovane!
Tyr balzò verso di lei. Rapidissima, lei gli coprì il muso con un lembo della lunga veste, mentre estraeva dalla cintura una piccola ascia a due tagli, pronta a vibrare colpi per difendersi. Sweyn afferrò il cane per il collare e lo trascinò via. La sconosciuta rimase immobile sulla soglia con un braccio ancora alzato, finché la padrona di casa andò verso di lei e Sweyn, lasciato il furibondo Tyr in altre mani, chiuse la porta porgendo le sue scuse per una accoglienza così scortese. Allora la donna abbassò il braccio, riinfilò l'accetta nella cintura, allentò le pellicce che le circondavano il viso, e lasciò ricadere dalle spalle il lungo mantello bianco: il tutto, parve, con un unico movimento armonioso. Era una giovane alta e molto bionda. Indossava vesti di strana foggia, in parte maschili, ma non prive di femminilità. Una tunica di pelliccia le giungeva soltanto poco sotto il ginocchio. I polpacci erano coperti da calzari intrecciati, da cacciatore. Un berretto di pelliccia bianca che le scendeva fino alla linea delle sopracciglia, era ornato di frange di pelo, che le ricadevano sulle spalle e si intrecciavano sotto il mento. Spinto all'indietro, quel berretto rivelava due lunghe trecce bionde che le giungevano fino alla cintura ricoperta di borchie d'avorio, dove brillava l'accetta. Sweyn e sua madre guidarono la sconosciuta fino al focolare, senza porle domande o rivelare segni di curiosità, finché fu lei a raccontare di sua spontanea volontà la storia di un lungo viaggio iniziato per visitare alcuni lontani parenti, di una guida che non si era presentata all'appuntamento, e di una strada smarrita. «Da sola!», esclamò Sweyn stupefatto. «Si è spinta tanto lontano... almeno cento leghe da sola!» Lei rispose: «Sì», con un piccolo sorriso. «Superando le colline e le paludi! Ma gli abitanti di quei luoghi sono più selvaggi delle belve!» La donna posò la mano sulla sua accetta con un'occhiata di disprezzo. «Non temo né uomini né animali», dichiarò, «ma molti hanno paura di me», e narrò di attacchi subiti, di come si era difesa, e della sua audace, libera vita di cacciatrice. Le parole le uscivano dalla bocca lentamente, scelte con cura, quasi parlasse una lingua non troppo familiare; di quando in quando si interrompeva a metà frase, cercando il termine adatto. Divenne il centro di un gruppo di ascoltatori. L'interesse che suscitava dissipò, in una certa misura, il terrore ispirato prima dalle voci misteriose.
Non vi era nulla di inquietante in quella bella donna bionda, nonostante la stranezza del suo aspetto. Il piccolo Rol si avvicinò quatto quatto, fissando la sconosciuta con occhi sbarrati. Senza farsi notare, accarezzò un lembo del suo morbido mantello bianco che si era allargato sull'impiantito in larghe pieghe. Poi appoggiò la guancia sulla stoffa come in una carezza, e si spostò ancora di più verso le ginocchia della signora. «Come ti chiami?», le chiese. Il sorriso della sconosciuta, e la sua pronta risposta, salvarono Rol dal rabbuffo che si era meritato. «Il mio vero nome», disse quella fissando il bimbo, «suonerebbe strano per le vostre orecchie e per la vostra lingua. Il popolo di questo paese me ne ha dato un altro, e proprio a causa di questo», indicò il mantello, «mi chiamano Pelliccia Bianca.» Il piccolo Rol ripeté tra sé, sempre accarezzando il mantello: «Pelliccia Bianca, Pelliccia Bianca». Il bel volto, i capelli biondi e lo splendido vestito piacevano molto a Rol. Fissò gli occhi della sconosciuta con aria di curiosa incertezza, come un passero su un davanzale poi, all'improvviso, le appoggiò i gomiti sulle ginocchia, con un gridolino di sorpresa per la sua audacia. «Rol!», esclamò la zia. «Lasciatelo fare», disse Pelliccia Bianca, sorridendo e accarezzando il capo del bimbo. Rol rimase. Anzi, divenne più ardito e, sfidando l'autorità della zia, si arrampicò sulle ginocchia della sconosciuta. Le braccia di lei lo accolsero soffocando ogni protesta. Rol vi si annidò felice, tastando l'accetta, gli ornamenti eburnei della cintura, la fibbia del mantello, le trecce bionde; quindi soffregò il capo contro la morbidezza dei lembi di pelliccia, con la fiducia infantile nella bellezza. Pelliccia Bianca non si scoprì il capo, anzi, annodò di nuovo i lembi di pelliccia sotto il mento. Rol allungò la mano, mormorò quasi tra sé il nome: «Pelliccia Bianca, Pelliccia Bianca», poi cinse il collo della straniera con le braccia e la baciò, una, due volte. «Il bimbo vi molesta?», chiese Sweyn. «Nient'affatto!», rispose quella, con un calore così intenso che parve sproporzionato alle circostanze. Rol si raggomitolò di nuovo sulle sue ginocchia e cominciò a svolgere la benda che gli fasciava la mano. Si interruppe un attimo vedendo la tela im-
bevuta di sangue, ma poi continuò finché la sua mano non fu nuda e rivelò un taglio superficiale, anche se molto lungo. Tese quindi la manina verso Pelliccia Bianca, chiedendo la sua pietà e la sua simpatia. Vedendo quella ferita, e la benda macchiata di sangue, la donna respirò con affanno e strinse forte a sé Rol, poi sempre più forte, finché il bimbo cominciò a divincolarsi. Il viso della sconosciuta era nascosto dal capo di Rol, e nessuno poté notare la sua espressione, che si era contratta in un orrendo sogghigno. Lontano, oltre il filare di larici, aldilà delle colline, l'assente Cristiano stava affrettandosi sulla strada del ritorno. Era partito all'alba, per invitare a una battuta all'orso tutti i migliori cacciatori delle fattorie e delle capanne che si trovavano nel raggio di venti miglia. Ma, poiché era in ritardo, incurante della stanchezza, allungò il passo nella corsa, divorando le miglia che lo separavano da casa. Rallentò appena quando si addentrò nella fitta oscurità del bosco di larici, sebbene il sentiero fosse invisibile e, non appena si ritrovò all'aperto, scorse le luci della fattoria duecento metri più in basso. Stava per riprendere la corsa, quando si scostò con un balzo dalla pista, immobilizzandosi. Sulla neve spiccavano le tracce di un grosso lupo. Cristiano abbassò la mano sul coltello, la sua sola arma. Si inginocchiò, cercando di portare il suo sguardo all'altezza degli occhi della bestia, e si guardò intorno a denti stretti, il cuore che batteva un po' più in fretta del solito. Un lupo solitario, quasi sempre feroce e di grossa taglia, è una belva formidabile che non esita ad affrontare l'uomo. Le orme lasciate da quel lupo erano le più grosse che Cristiano avesse mai visto e, da quanto poteva giudicare, abbastanza fresche. Scendevano dai larici verso la pianura. Cristiano ringraziò il cielo per il ritardo che l'aveva tanto irritato prima. Buon per lui che non aveva incrociato la belva nel folto del bosco! Muovendosi con cautela, seguì le tracce. Lo condussero giù dalla collina, oltre il torrente ghiacciato, attraverso il terreno pianeggiante che portava alla fattoria. A quel punto, una persona meno esperta di Cristiano avrebbe cominciato a dubitare che quelle fossero orme di lupo, attribuendole piuttosto a Tyr o a un altro grosso cane. Ma Cristiano la sapeva troppo lunga per cadere in quell'equivoco. Stava seguendo delle tracce di lupo. Procedevano sempre diritte, verso la fattoria. Cristiano prima si sorprese, poi si preoccupò all'idea che la belva si fosse
avvicinata tanto all'abitato. Strinse il coltello e affrettò il passo, aguzzando gli occhi. Oh, se Tyr fosse stato con lui! Le orme sparivano davanti alla porta della fattoria, dove non c'era più neve. Cristiano sentì che il cuore gli balzava in gola. Il portico era deserto e nessuna traccia indicava che il lupo si fosse diretto da un'altra parte. I larici si profilavano diritti contro il cielo e le nubi sembravano più basse, poiché il vento era cessato e cominciavano a cadere i primi fiocchi di neve. Cristiano si immobilizzò un attimo, come folgorato. Poi premette il saliscendi ed entrò. Il suo sguardo abbracciò i volti familiari, e tra questi colse la presenza della straniera, ammantata di pelliccia e bellissima. In un lampo intuì l'orrenda verità: sapeva chi era la donna. Soltanto pochi tra i presenti notarono il cigolio del saliscendi, poiché la stanza era colma di brusio e di movimento. Per l'ora di cena, tutti abbandonavano gli arnesi di lavoro e spostavano sgabelli e tavoli. Cristiano non ebbe chiara coscienza di quel che disse o fece; si mosse e parlò meccanicamente, con la vaga speranza che ben presto si sarebbe svegliato da quell'orrendo sogno. Sweyn e la madre immaginarono che fosse infreddolito e stanco, e gli risparmiarono inutili domande. Lui si trovò seduto accanto al fuoco, di fronte all'orribile Cosa che aveva assunto l'aspetto di una bella ragazza; osservò attento ogni sua mossa, poi la vide accarezzare il piccolo Rol e ne fu angosciato. Anche Sweyn era lì, lo sguardo fisso su Pelliccia Bianca, ma con un'espressione tanto diversa! Lei pareva non curarsi dell'attenzione di entrambi: non badava al freddo odio apparso negli occhi di Cristiano, o alla calda ammirazione di Sweyn. Quei due fratelli, che erano gemelli, apparivano molto diversi, nonostante la somiglianza fisica. Avevano un profilo regolare, capelli castani e profondi occhi azzurri; ma i lineamenti di Sweyn erano perfetti come quelli di un Dio mentre quelli di Cristiano apparivano più irregolari nei particolari. La linea della bocca era meno diritta, gli occhi troppo infossati, le guance più incavate di quelle di Sweyn. La statura era identica, ma Cristiano era troppo magro, mentre in Sweyn una salda struttura muscolare componeva una ideale figura maschile. Come cacciatore o pescatore, Sweyn non aveva rivali. In tutto il circondario era riconosciuto come il migliore nella lotta, nella danza, nel canto. Soltanto nella corsa poteva essere sorpassato dal fratello minore. Sweyn distanziava facilmente tutti gli altri, ma Cristiano lo batteva sempre. Cri-
stiano traeva ben poco vanto dall'agilità dei suoi piedi, poiché considerava le gambe come le membra meno pregevoli del corpo umano. Non invidiava l'atletica superiorità del fratello, sebbene in molte gare questi si fosse classificato onorevolmente come secondo. Lo amava come si ama un gemello: fiero delle qualità di Sweyn, entusiasta dei suoi successi, e umilmente soddisfatto che il suo grande affetto non fosse ricambiato in uguale misura, perché si riteneva meno degno di essere amato. Alla presenza delle donne e dei bambini, Cristiano non osava esprimere il proprio orrore con parole. Cercò di consultare il fratello, ma Sweyn non vide - o non volle vedere - i muti appelli che Cristiano gli rivolgeva, e tenne sempre gli occhi fissi su Pelliccia Bianca. Cristiano si scostò allora dal camino, incapace di rimanere passivo di fronte alla minaccia che incombeva su tutti. «Dov'è Tyr?», chiese all'improvviso. E subito notò il cane accucciato in un angolo: «Perché lo avete legato laggiù?». «Ha aggredito la nostra ospite», rispose qualcuno. Gli occhi di Cristiano si accesero. «Davvero?», disse e, alzatosi, si avvicinò a Tyr in silenzio. Il cane si drizzò per accoglierlo, mortificato e indignato quanto può esserlo una povera bestia. Cristiano gli accarezzò la testa nera. «Bravo Tyr! Bravo cane!», disse. Soltanto loro due sapevano la verità, e quel comune segreto fu di conforto per entrambi. Gli occhi di Cristiano si posarono di nuovo su Pelliccia Bianca, e Tyr si protese in avanti tendendo al massimo la catena! La mano di Cristiano accarezzò il collo del cane e sentì i suoi peli drizzarsi in una furia impotente. Anche lui cominciò a tremare, per una collera nata dalla ragione e non dall'istinto; si sentiva impotente moralmente come Tyr lo era fisicamente. Non osava toccare una donna. Non fosse stato per quell'apparenza, lui e Tyr sarebbero stati liberi di uccidere o di essere uccisi. Ritornò tra la gente per porre nuove domande. «Da quanto tempo è arrivata la straniera?» «Un'ora e mezzo prima di te.» «Chi le ha aperto la porta?» «Sweyn. Nessun altro ne avrebbe avuto il coraggio.» Il tono di quella risposta era misterioso. «Perché?», chiese Cristiano. «È accaduto qualcosa di strano? Ditemi tutto.» Gli narrarono a bassa voce delle invocazioni udite oltre la porta senza
che si manifestasse alcuna presenza umana; e degli ululati di Tyr, e della vana ricerca di Sweyn sotto il portico. Cristiano si rivolse al fratello, cercando con angosciata impazienza l'occasione di dirgli due parole in privato. La tavola era apparecchiata e Sweyn stava guidando Pelliccia Bianca al posto d'onore. Inconcepibile! Avrebbe spezzato il pane con loro sotto lo stesso tetto. Cristiano si fece avanti e, posata la mano sul braccio di Sweyn, gli sussurrò un urgente appello. Sweyn lo fissò stupito e scrollò il capo con stizza. Cristiano rifiutò allora di toccare cibo. L'occasione che attendeva si presentò, finalmente. Pelliccia Bianca chiese informazioni sulla Collina di Cairn, che avrebbe dovuto raggiungere quella sera stessa. La padrona di casa e Sweyn lanciarono un'esclamazione. «È lontana tre miglia», disse Sweyn, «e l'unico rifugio è una capanna cadente. Rimanete con noi questa notte e io vi accompagnerò domattina.» Pelliccia Bianca parve esitare. «Tre miglia», disse. «Allora sarà possibile vedere o udire un segnale.» «Ci starò attento», disse Sweyn, «e, se non vi sarà segnale, non ci lascerete.» Andò verso la porta. Cristiano lo seguì fuori, in silenzio. «Sweyn», chiese poi, «lo sai chi è quella donna?» Sweyn, sorpreso dal topo cupo e aspro della voce, domandò a sua volta: «Chi? Pelliccia Bianca?». «Sì.» «È la più bella donna che io abbia mai visto.» «È un Lupo Mannaro.» Sweyn scoppiò in una risata. «Sei impazzito?», chiese. «No. Vieni. Guarda con i tuoi stessi occhi.» Cristiano lo guidò ai limiti del portico, indicando la neve dove prima spiccavano le orme... prima, poiché ora non si vedevano più. La neve che cadeva abbondantemente le aveva cancellate. «Ebbene?», chiese Sweyn. «Se tu mi avessi ascoltato, e se fossi uscito poco fa, le avresti viste.» «Che cosa?» «Le orme di un lupo che arrivavano fino alla porta, ma nessuna orma che se ne allontanasse.» Era impossibile non rimanere colpiti dal tono di Cristiano, sebbene la sua voce fosse poco più che un sussurro. Sweyn scrutò ansioso il volto del
fratello, ma nell'oscurità non riuscì a distinguerne l'espressione. «Quando il freddo ti entra fino nel cervello è possibile avere delle visioni», disse Sweyn. «No», lo interruppe Cristiano. «Ho seguito quelle orme dalla collina fin qui. E non erano una visione.» Sweyn non si lasciò convincere. Cristiano si abbandonava spesso a strane fantasie, sebbene fino a quel giorno non avesse mai immaginato nulla di tanto stravagante. «Non mi credi?», chiese Cristiano, disperato. «Devi credermi! Ti giuro che è la verità. Sei cieco? Persino Tyr se ne è accorto.» «Domattina, dopo una buona notte di riposo, ti si saranno schiarite le idee. E allora ti consiglio di venire alla Collina di Cairn con Pelliccia Bianca. Se hai ancora dei dubbi, vedrai quali impronte lascerà sulla neve.» Irritato dall'evidente disprezzo di Sweyn, Cristiano si diresse bruscamente verso la porta. Il fratello lo trattenne. «Dove vai adesso, Cristiano? Che cosa hai intenzione di fare?» «Se tu non mi credi, mia madre mi crederà.» Sweyn rafforzò la sua stretta: «Non le dirai nulla», intimò con voce autoritaria. Di solito Cristiano ubbidiva docilmente al fratello, ma questa volta si liberò vigorosamente dalla mano che lo tratteneva e disse con tono altrettanto deciso: «Nostra madre deve sapere». Sweyn lo aveva preceduto sulla soglia e gli sbarrava il passo. «C'è stato abbastanza trambusto questa sera. Se davvero vuoi raccontarle questa tua storia, aspetta domani mattina.» Cristiano esitava. «Le donne si spaventano facilmente», insistette Sweyn, «e sono pronte a credere qualsiasi stupidaggine senza prove. Sii uomo, Cristiano, e combatti da solo contro questa folle idea del Lupo Mannaro.» «Se almeno tu potessi credermi», insistette Cristiano. «Io credo che tu sia uno sciocco», disse Sweyn che aveva perso la pazienza. «E, se non fossi tuo fratello, penserei che sei invidioso e che hai trasformato Pelliccia Bianca in un Lupo Mannaro perché ha sorriso a me prima che a te.» L'insinuazione non era priva di fondamento, perché gli sguardi teneri di Pelliccia Bianca si erano posati soltanto su di lui, e su Cristiano neppure per un istante. L'irritazione di Sweyn appariva sempre sincera e quasi perdonabile, perché giustificata.
«Se vuoi un alleato», continuò Sweyn, «confidati con la vecchia Trella. Nel bagaglio della sua saggezza, posto che la memoria non le venga meno, saprà trovare i consigli da darti per combattere un Lupo Mannaro nel modo più ortodosso. Se ricordo bene, dovrai sorvegliare la persona sospetta fino a mezzanotte, quando sarà costretta a riassumere la sua forma di animale, e non potrà più liberarsene se un occhio umano assiste alla metamorfosi; oppure, meglio ancora, dovrai spruzzarle mani e piedi con acqua benedetta, il che implica la morte sicura! Non temere, la vecchia Trella si dimostrerà all'altezza della situazione.» Il disprezzo di Sweyn non si manifestava più in tono scherzoso, poiché cominciava a sentirsi veramente seccato per quel mostruoso dubbio nei confronti di Pelliccia Bianca. Ma Cristiano era troppo angosciato per offendersi. «Parli come se si trattasse di una favola da donnette; ma se avessi visto quello che ho visto io, saresti pronto a seguire i consigli di Trella, con la speranza che abbiano effetto.» «Ebbene», disse Sweyn con una risata di scherno, «seguili pure, quei consigli. Non me ne importa nulla, purché tu non ne parli con nessuno. E ora, Cristiano, promettimi il tuo silenzio, e smettiamola di rimanere qui fuori a gelare.» Cristiano non rispose. Sweyn gli posò le mani sulle spalle e tentò invano di scrutare il suo volto nell'oscurità. «Finora non avevamo mai litigato, Cristiano.» «Io non ho mai litigato con te», replicò l'altro, rendendosi conto per la prima volta che la prepotenza del fratello gliene aveva spesso offerto l'occasione. «Pensala come vuoi», replicò Sweyn, «ma se parlerai di Pelliccia Bianca con qualcun altro, dicendo le cose che hai detto a me, litigheremo davvero.» Pronunciò quelle parole come un ultimatum, poi si voltò bruscamente e rientrò in casa. Cristiano, sempre più sgomento e preoccupato, lo seguì. «La neve cade fitta, e non si è vista neppure una luce.» Gli occhi di Pelliccia Bianca sorvolarono Cristiano come se nemmeno lo vedessero, e si posarono, vivacissimi, sul viso di Sweyn. «E non si è sentito nemmeno un richiamo?», chiese. «Avete udito il suono di un corno?» «Non ho visto nulla e non ho sentito nulla; e poi, segnale o no, questa
bufera di neve vi impedirebbe in ogni modo di recarvi laggiù.» La donna ringraziò con un sorriso, e il cuore di Cristiano si colmò di sconforto nel vedere quale luce quel sorriso aveva acceso negli occhi di Sweyn. Durante la notte, mentre tutti dormivano, Cristiano, che era il più stanco, vegliò davanti alla porta dell'ospite fin dopo mezzanotte. Non udì rumori di sorta, nemmeno il minimo fruscio. La metamorfosi di mezzanotte era dunque davvero una favola? Cristiano avrebbe dato il braccio destro per sapere se dietro quell'uscio si celava una donna o una bestia. Istintivamente posò la mano sul saliscendi, sebbene fosse sicuro che il paletto era stato tirato dall'interno. Ma l'uscio cedette, e Cristiano lo spalancò; un soffio d'aria gelida lo colse lì sulla soglia. La finestra era aperta e la stanza vuota. Cristiano poté andare a dormire con animo più sollevato. La mattina seguente, quando fu scoperta l'assenza di Pelliccia Bianca, tutti ne furono sorpresi e fecero parecchie congetture. Cristiano si chiuse nel silenzio; non disse nemmeno che aveva constatato che era fuggita prima della mezzanotte; e Sweyn, seppure evidentemente addolorato, pareva evitare qualsiasi discussione col fratello su quell'argomento. Soltanto Sweyn partecipò alla caccia all'orso; Cristiano trovò un pretesto per rimanere a casa, e il fratello si limitò a deprecarne l'assenza senza troppo insistere. Per tutto quel giorno, e nei seguenti, Cristiano non si allontanò mai di casa. Soltanto Sweyn notò quelle manovre, e ne fu chiaramente irritato. Il nome di Pelliccia Bianca non veniva mai pronunciato tra loro, sebbene lo si udisse spesso nella conversazione generale. Non passava quasi giorno senza che il piccolo Rol chiedesse quando sarebbe ritornata Pelliccia Bianca, così bella, e che baciava come un fiocco di neve. E se era Sweyn a rispondergli, Cristiano leggeva nei suoi occhi accesi che il ricordo di Pelliccia Bianca in lui non si era spento. Il piccolo Rol! Il biondo, allegro, dispettoso, piccolo Rol! Venne il giorno in cui i suoi piedi varcarono la soglia di casa per l'ultima volta; e non tornò più, né più si udirono le sue chiacchiere e le sue risate; e lacrime furono versate dagli occhi che non avrebbero più visto la sua testolina bionda, né viva né morta. Fu notato l'ultima volta una sera al crepuscolo, mentre fuggiva di casa con il suo cucciolo, ribellandosi ai richiami della vecchia Trella. Più tardi, quando la sua assenza cominciava a destare ansietà, il cucciolo era tornato alla fattoria, trascinando le zampette nella neve e gemendo: una povera be-
stiolina spaventata, senza la capacità o il coraggio di guidare le ricerche. Rol non fu più trovato. Non si riusciva a capire come fosse sparito senza lasciar tracce: forse era stato divorato da una belva? Cristiano udì pronunciare la parola «lupo», e un'orribile certezza affiorò nella sua mente: sapeva chi era quel lupo. Tentò di parlarne, ma Sweyn indovinò il suo proposito e lo afferrò per un braccio imponendogli il silenzio con la sua stretta imperiosa e con il suo sguardo implacabile. Cristiano cedette di nuovo alla volontà del fratello, e tacque. Se ne pentì prima che la luna nuova (la prima dell'anno) avesse chiuso il suo ciclo. Pelliccia Bianca tornò, e si presentò sorridendo come se fosse sicura di ottenere una buona accoglienza; e, in verità, una sola persona trasalì con orrore vedendo il suo bel viso e il suo bianco mantello. Il viso di Sweyn si illuminò di gioia, mentre quello di Cristiano si irrigidiva in un pallore di morte. Aveva promesso di tacere, ma non avrebbe mai immaginato che Pelliccia Bianca sarebbe tornata. A faccia a faccia con la Cosa, il silenzio era impossibile. Cristiano gridò: «Dov'è Rol?». Pelliccia Bianca non batté ciglio, e rimase imperturbabile mentre lo sguardo di Sweyn si posava minaccioso sul fratello. L'occhio di molte donne si inumidì al ricordo del bimbo, ma nessuno si stupì per la domanda di Cristiano, poiché pareva naturale. Rol si era annidato spesso nelle braccia della sconosciuta, baciandola, accarezzandola, e la sua mancanza non poteva non essere notata. Cristiano uscì in silenzio. C'era una sola cosa che lui poteva fare e senza indugio. Il suo orrore superava la curiosità di udire le contorte giustificazioni di Pelliccia Bianca e le sue sorridenti scuse per la bizzarra e scortese fuga da quella casa. O la facile favoletta che avrebbe raccontato per spiegare le circostanze del suo ritorno. Né voleva assistere al suo simulato dolore quando l'avessero informata di quanto era accaduto a Rol. Il più veloce corridore della regione cominciò la sua gara più dura, poco meno di tre leghe e ritorno, e che contava di coprire in due ore, sebbene la notte fosse senza luna e il terreno accidentato. Corse fendendo l'immobile aria fredda finché sentì il vento sulla faccia. La sagoma della fattoria sparì oltre un crinale alle sue spalle, e altre colline coperte di neve si profilarono all'oscuro orizzonte. Lui le superava tutte, mentre l'aria tagliata dalla sua corsa si richiudeva dietro di lui. Non prendeva nota dei punti di riferimento che potevano segnare il suo cammino, nemmeno quando ogni traccia di sentiero sparì sotto la neve. La sua
volontà era tesa a raggiungere la meta con velocità ineguagliabile, e le sue forze, mosse dal puro istinto, lo portavano avanti senza fargli commettere errori. Il suo cervello frattanto rimaneva inerte, passivo, accogliendo in quel suo vuoto immagini e suoni che si presentavano via via: Rol che piangeva, rideva, si rifugiava tra le braccia dell'orrenda Cosa: Tyr (oh, Tyr!) con le zanne scoperte nel muso nero; le donne che piangevano attorno al cucciolo, reso prezioso dall'ultima carezza di Rol; orme che arrivavano fino alla porta: un viso sorridente tra le pellicce, una donna così bella che sorrideva, sorrideva... e il volto di Sweyn. «Sweyn, Sweyn! Oh Sweyn, fratello mio!» La risata di scherno di Sweyn risuonò nel suo orecchio nonostante il sibilo del vento; il disprezzo di Sweyn lo assalì più rapido e acuto del morso del freddo alla gola. E tuttavia non si lasciò turbare dall'idea di quanto sarebbero aumentati lo scherno e il disprezzo del fratello se avesse saputo lo scopo di quella corsa. Per Cristiano tutta la vita era un mistero spirituale, che il denso velo della carne gli impediva di vedere chiaramente. Poiché egli sapeva che il suo corpo era legato alle forze complesse e antagoniste dell'anima, non gli sembrava impossibile che una sola forza spirituale si impossessasse di forme diverse per manifestarsi in modo più vario. Né gli costava grande sforzo il credere che come l'acqua pura lava ogni naturale sporcizia, così l'acqua santificata dalla consacrazione avrebbe potuto eliminare dal mondo di Dio quella sozzura che era quella Cosa soprannaturale e maligna. Perciò, con una velocità mai prima raggiunta, egli corse nella notte buia e immobile, coprendo le leghe che lo separavano dalla lontana chiesa dove la salvezza giaceva nell'acquasantiera presso la porta d'ingresso. La sua fede era salda come quella che produsse miracoli nei tempi andati, semplice come il desiderio di un bambino, forte come la volontà di un uomo. La sua assenza non fu notata in quelle ore che costarono un estremo sforzo ai suoi muscoli e ai suoi nervi. Nella fattoria si vivevano momenti sereni illuminati dalle parole e dai gesti che l'istinto di ospitalità suggeriva ai suoi abitanti. La cordialità e l'interesse rinascevano attorno alla bellezza della misteriosa visitatrice riapparsa tra loro. Ma Sweyn manifestava un calore molto più intenso di quello che sarebbe stato naturale in un ospite. L'impressione che durante la prima visita della sconosciuta lo aveva affascinato, e che da quel giorno era vissuta nella sua memoria, si acuì ora con la sua presenza. Sweyn, ancora senza com-
pagna, intuì che nella bionda Pelliccia Bianca si celava uno spirito forte e ardito come il suo, e una struttura così solida che soltanto le proporzioni fisiche potevano impedire il manifestarsi di una forza pari a quella dell'uomo più robusto. Eppure la sua pelle era così morbida, e non appariva gonfiata dai muscoli. Tutto l'amore che il suo naturale egoismo poteva concedergli, sbocciava ora in Sweyn, destato dall'ardente ammirazione per quella straordinaria straniera. Anzi, nella sua passione, c'era più ammirazione che amore, e dunque Sweyn non si sentiva impedito dall'esitazione dell'amante, da delicate riserve e da dubbi. In modo franco e audace egli la corteggiò con occhiate e parole, e con una destrezza che gli era particolare. Né lei era donna da lasciarsi corteggiare altrimenti. Teneri sussurri e sospiri non avrebbero conquistato il favore del suo orecchio; ma i suoi occhi si accendevano ammirati se udiva narrare un'audace impresa, e per simpatia la sua mano si spostava sull'accetta, e la stringeva. Quel gesto risvegliava ogni volta l'ammirazione di Sweyn; ne attendeva il ripetersi, lo provocava e gioiva nel vederlo. Era splendido il moto di quel polso, sottile e forte come l'acciaio, e della morbida mano che si chiudeva sul manico dell'accetta, pronta ad amministrare la morte. Mosso dal desiderio di sentire su di sé la pressione di quelle dita, l'audace ammiratore le propose di ascoltare una canzone di cacciatori, che veniva eseguita con accompagnamento ritmico di battimani. Subito Sweyn intonò i versi con la sua splendida voce e, mentre il coro attaccava, invitò la sconosciuta a battere le mani contro le sue: nonostante la rapidità del contatto, egli percepì, come sperava, la forza latente, il vigore che faceva vibrare la punta delle dita. Anche lei unì la sua voce a quella degli altri, presa dal fascino del ritmo e del suono. E poi cantò da sola. Per contrasto, o forse per valorizzare i toni caldi e profondi della propria voce, scelse una ballata triste, che si spegneva via via come un canto funebre. Via, lasciatemi andare! Volteggiano intrecci di neve e la buia terra dorme al di sotto. Lontano sulla pianura geme una voce di dolore là dove sarà sepolto il mio bambino...
La vecchia Trella si staccò dal suo angolino, scossa dall'emozione di un resuscitato ricordo. Aguzzò gli occhi velati verso la sconosciuta, e chinò il capo in modo che il suo unico orecchio buono potesse percepire ogni parola della canzone. Alla fine, mormorò con la voce acuta e tremula dei vecchi: «Così cantava la mia Thora. La mia ultima figlia, e la migliore. Che aspetto ha costei, che canta come la mia Thora? Sono azzurri i suoi occhi?». «Azzurri come il cielo.» «Così erano gli occhi della mia Thora. E i suoi capelli sono biondi, pettinati in trecce che le scendono fino alla vita?» «Esattamente», rispose Pelliccia Bianca, e strinse le mani che si protendevano verso di lei, guidandole a toccare per conferma ciò che avevano detto le sue parole. «Come la mia povera Thora morta», ripeté la vecchia, e poi le sue mani si arrestarono sulle spalle coperte di pelliccia, e si chinò in avanti e baciò il volto che la sconosciuta aveva alzato verso di lei, per ricevere un gesto d'affetto. In quell'atteggiamento le colse Cristiano rientrando. Ristette un momento. Dopo la totale oscurità della notte, il morso gelido dell'aria e la fatica silente di due ore di corsa la sua tensione si allentò al tepore della stanza, alla luce, e al mormorio lieto di voci umane. Ma subito una imprevedibile angoscia lo assalì, e intuì la possibilità di essere battuto dall'astuzia e dall'audacia della straniera, come se al momento della morte le rimanesse la capacità di trasformarsi in belva per inghiottirli tutti in un ultimo scatto. Guardò con orrore e pietà quella povera gente semplice, ignara del pericolo che minacciava la loro pace. L'orrenda Cosa, velata dalle sembianze di una splendida donna, costituiva tra loro il centro di un lieto interesse. Persino la povera Trella, la più debole e la più inerme di tutti, era stata imprigionata dal suo fascino. E da un attimo all'altro poteva rivelarsi un mostro orrendo, scatenandosi in quella comunità di donne, di ragazze e di uomini incauti. Soltanto lui era pronto a difendersi. Si sentì barcollare per un attimo, il tempo di un respiro e non di più, mentre sulla sua mente scivolava l'agonia del dubbio. Poi capì che non avrebbe mai rinunciato al suo proposito. Era solo? No, poteva contare anche su Tyr, e allora attraversò la stanza dirigendosi verso l'animale che, come lui, aveva capito.
Il pensiero è così al di fuori del tempo, che pochi secondi soltanto trascorsero da quando Cristiano abbassò il saliscendi a quando sciolse il collare di Tyr. Ma, in quei pochi secondi, le reazioni degli altri furono rapide come la folgore. I vigili occhi di Sweyn si erano posati sul fratello, e subito ogni sua fibra fu ostilmente all'erta. Intuendo, sia pure incredulo, lo scopo di Cristiano nel liberare Tyr, scattò in avanti, travolto dalla collera, pronto ad opporsi alla malvagità del fratello. Accanto a Sweyn si alzò anche Pelliccia Bianca, più pallida del suo mantello, gli occhi accesi e selvaggi. Balzò verso la porta, raccogliendo le vesti attorno a sé. «Il segnale!», ansimò. «Il suono del corno! Devo andare.» E aprì l'uscio. Per un prezioso istante Cristiano esitò con la mano sul collare già allentato di Tyr, pensando che se la Cosa non avesse abbandonato le sue spoglie di donna per assumere forma bestiale, le zanne di Tyr avrebbero ridotto in pezzi il suo onore di maschio. Poi udì la voce di lei e si voltò. Troppo tardi. Mentre varcava la soglia, Cristiano si precipitò in avanti con la fiala dell'Acqua Santa, ma Sweyn gli sbarrò il passo irresistibilmente e, nonostante i suoi sforzi, Cristiano riuscì a liberare soltanto un braccio. Con quel braccio, e sotto la spinta della disperazione, scagliò la fiala. La vide infrangersi sulla porta subito richiusa. Allora, mentre la stretta di Sweyn si allentava e lo stupore appariva sui volti lì attorno, Cristiano gridò: «Dio ci aiuti tutti! È un Lupo Mannaro!». Sweyn protestò: «Bugiardo! Bugiardo! Vigliacco», e le sue mani si strinsero attorno al collo del fratello in una morsa mortale, come se volesse uccidere quelle parole appena pronunciate. Poi, mentre Cristiano si difendeva, lo sollevò da terra e lo scagliò contro il muro. Là Cristiano giacque immobile, ma tanta era la collera che animava Sweyn, da indurlo a calpestare il corpo del fratello, finché la madre li separò gridando: «Vergogna!». Allora Sweyn si tirò in disparte, la fronte corrugata, i denti stretti, mentre Cristiano si alzava, barcollante e stupito. Il suo silenzio fu più di quanto Sweyn si aspettasse, e trasformò la sua collera in disprezzo. «È pazzo!», gridò allontanandosi dal fratello mentre parlava, evitando lo sguardo della madre, colmo di rimprovero per l'aperta manifestazione di un timore che stava celato in lei. Cristiano era troppo esausto per parlare. Il respiro gli usciva affannoso dalle labbra in sibili; i suoi muscoli avevano perduto lo scatto per la lunga fatica. Il suo fallimento recente lo tuffò in una cupa disperazione. Si senti-
va inoltre umiliato per l'attacco del fratello, e sconvolto nell'udire il suo disprezzo espresso senza riserve, poiché si rendeva conto che Sweyn aveva dominato i dubbi e l'eccitazione degli astanti con un gesto di violenza e con un giudizio tagliente ben lontani dall'affetto fraterno. Sweyn nel frattempo osservava Cristiano, stupito di avvertirne sempre lo sguardo su di sé; ed era uno sguardo di disperata angoscia, tale da scoraggiare il più furente aggressore. «Come un cane bastonato!», pensava Sweyn cercando di rianimare il disprezzo contro la crescente pietà. L'osservazione lo indusse a chiedersi come mai Cristiano fosse tanto esausto. Il respiro affannoso e l'inerzia dei muscoli gli rivelarono un lungo sforzo. E poi, come mai quasi due ore di assenza si erano concluse con un comportamento ostile verso Pelliccia Bianca? All'improvviso, i frammenti della fiala gli diedero la chiave del mistero, e indovinò tutto, fissando il fratello con stupore. Dimenticò che Cristiano aveva agito contro Pelliccia Bianca, e ammirò invece la sua velocità e la sua resistenza. Quella sera Sweyn e sua madre parlarono a lungo, dando consistenza al sospetto che Cristiano stesse perdendo l'equilibrio mentale e discutendone la causa evidente. Sweyn infatti, dichiarando il proprio amore per Pelliccia Bianca, insinuò che il fratello, animato da pari passione (poiché erano gemelli in amore come nella nascita), fosse stato indotto dalla gelosia a trasformare l'amore in odio. A un certo punto la ragione non l'aveva più sostenuto, e si era sviluppata una follia pericolosamente minacciosa e aggressiva. Così teorizzò Sweyn convincendo se stesso via via che parlava; convinse poi anche gli altri, semmai avessero avanzato dubbi sulla natura di Pelliccia Bianca; giustificando con ogni mezzo la sua fuga precipitosa, e mettendo a tacere la propria coscienza poiché tale fuga appariva invece senza motivo. Ma, poco tempo dopo, Sweyn perse il proprio vantaggio nell'ondata di orrore che sommerse di nuovo la famiglia. Trella sparì in modo misterioso. La povera vecchia uscì di casa in pieno giorno, per visitare un'amica malata in una casupola oltre il boschetto di lecci. Fu vista per l'ultima volta tra gli alberi, quando si fermò per rimandare alla fattoria la sua accompagnatrice, pregandola di recuperare un oggetto dimenticato. L'allarme si diffuse prontamente, e tutti gli uomini parteciparono alle ricerche. Ritrovarono il suo bastone in un cespuglio presso il sentiero, ma nessuna traccia di lei, perché una tormenta di neve aveva ricoperto ogni cosa. La gente della fattoria fu colta da un tale panico, che nessuno usciva più
da solo. Un pericolo noto si poteva affrontare: ma non quella insidiosa morte invisibile, che aveva falciato un bambino ancora immerso nei suoi giochi e una vecchia già vicina alla tomba. «Rol l'aveva baciata! Trella l'aveva baciata!», ripeteva incessantemente Cristiano in una sorta di ritornello frenetico, finché Sweyn lo trascinò via e lo tenne lontano dagli altri. Ma, da quel momento, tutti i ragionamenti e tutta l'autorità di Sweyn non poterono impedire i sospetti che si accumulavano contro Pelliccia Bianca. Il nome di lei, pronunciato prima con allegro affetto, veniva ora sussurrato soltanto, e con allusioni che Sweyn non riusciva a cogliere, ma che paventava. Per qualche tempo, l'ostilità che divideva i due fratelli si manifestò in Sweyn con una rigida indifferenza, in Cristiano con un pesante silenzio e una nervosa sorveglianza del suo gemello. Su Cristiano infatti, oltre all'angoscia, pesava il disprezzo di Sweyn, e il ricordo della loro violenta lite era una continua fonte di dolore. Sweyn, invece, più autosufficiente e meno sensibile, non poteva capire quanto fosse profonda la ferita inferta al fratello, e anzi, l'incessante sorveglianza di costui lo irritava. Per allontanare da sé quell'atmosfera di sospetto, pensò di fare qualche gesto di riconciliazione, e la mossa gli riuscì perfettamente. Un po' di gentilezza, qualche piccola attenzione, e subito Cristiano reagì con gratitudine, con un solievo che avrebbe commosso Sweyn se fosse riuscito a capire tutto; invece questo aumentò il suo segreto disprezzo. Tanto successo aveva avuto la diplomazia di Sweyn che, quando una sera egli trasmise a Cristiano un messaggio che lo convocava in un luogo poco distante, il fratello non ne mise in dubbio l'autenticità. E, quando non trovò nessuno al punto convenuto, pensò soltanto a un errore o a un equivoco, e si dispose al ritorno. Giunto in vista della fattoria, che giaceva tra la neve, il ricordo della notte in cui aveva seguito le tracce del lupo sorse vivo nella sua memoria, accompagnato da un indefinito ma angoscioso sospetto. Strinse con maggior forza lo spiedo per la caccia all'orso che portava con sé; tutti i suoi sensi erano all'erta, i muscoli tesi; l'eccitazione lo spingeva in avanti, la prudenza lo tratteneva, ed entrambe dettarono il ritmo della sua corsa verso una soluzione che ormai gli sembrava a portata di mano. Mentre si avvicinava all'ingresso del cortile, un'ombra leggera si mosse e sparì, come se un lembo di neve avesse acquistato una forza autonoma. U-
n'altra ombra scura si erse davanti a Cristiano. Sweyn gli sbarrava il passo, mentre l'ombra sfuggita poc'anzi doveva essere certamente Pelliccia Bianca. Erano stati insieme, vicinissimi. Forse Sweyn l'aveva stretta tra le braccia e baciata? La luna non brillava, ma le stelle emanavano luce sufficiente per rivelare che il volto di Sweyn era acceso dall'emozione. Si irrigidì vedendo il fratello, e gli si pose un dilemma: se Cristiano aveva visto tutto, come affrontarne la collera? Con autorità? Con indifferenza? Esitò tra le due ipotesi, e Cristiano incalzò: «Era Pelliccia Bianca?», chiese. «Sì, ebbene?», rispose Sweyn in un tono che implicava la sua possibilità di passare subito all'azione. Cristiano chiese: «L'hai baciata?» e quella domanda inattesa colpì Sweyn come una frustata, incrinò la sua audacia temeraria. Arrossì ancor più, eppure un sorriso sulle sue labbra rivelò la soddisfazione per il suo recente trionfo. Se davvero tra lui e il fratello fosse esistita la rivalità che egli immaginava, la sua espressione insolente sarebbe bastata per scatenare una tempesta. «Hai il coraggio di chiedermelo?», disse. «Sweyn, Sweyn, io debbo saperlo! L'hai baciata?» L'angoscia e la disperazione della sua voce irritarono Sweyn, poiché lui le interpretò come segni di una gelosia tanto travolgente da risultare intollerabile. «Sciocco!», gridò, perdendo il controllo di sé. «Conquistati anche tu una donna da baciare, e lascia in pace la mia. Non permetterò mai che tu baci quella che ho baciato io.» Allora Cristiano capì in quale equivoco fosse caduto il fratello. «Io... io...», gridò. «Io dovrei baciare Pelliccia Bianca, quella Cosa mortale? Sweyn, ma sei cieco, pazzo? Io voglio salvarti da lei, dal Lupo Mannaro!» Sweyn perse il lume degli occhi a quella rinnovata accusa, suggerita, come egli pensava, dal desiderio di vendetta, e per la seconda volta i due fratelli vennero violentemente alle mani. Ma Cristiano era ora troppo disperato per rispettare gli scrupoli; poiché in un'illuminazione della mente aveva intravisto una possibilità, e per essere libero di seguirla doveva immobilizzare il fratello. Grazie al cielo era armato, e dunque pari a Sweyn. Faccia a faccia con il suo avversario, lo costrinse ad alzare le braccia
premendolo con lo spiedo da orsi, e poi lo colpì allo stomaco così forte che Sweyn cadde a terra. A quel punto l'imbattibile corridore balzò via, per inseguire una vaghissima speranza. Sweyn, rialzandosi, fu al tempo stesso irritato e stupito da quella fuga, poiché sapeva che nel cuore del fratello non si celava ombra di codardia, e non era dunque possibile che avesse evitato un combattimento per timore della disfatta, o perché il disprezzo del probabile vincitore sarebbe stato umiliante. Sweyn si rendeva anche conto che un tentativo di inseguimento si presentava inutile; doveva dunque covare il suo rancore finché si fosse ripresentata un'occasione propizia. Poiché Pelliccia Bianca si era allontanata alla sua destra e Cristiano alla sua sinistra, la possibilità di un incontro tra loro non lo sfiorò nemmeno. Frattanto Cristiano, regolandosi su una vaga ombra che aveva intravisto sul crinale oltre la fattoria proprio mentre Sweyn lo attaccava, puntava tutte le sue speranze su un'unica carta: la propria velocità. Se ciò che egli aveva visto era davvero Pelliccia Bianca, immaginò che si dirigesse verso gli aperti spazi della pianura; e vi era una possibilità che, imboccando una scorciatoia e superando con un balzo uno stretto crepaccio, lui riuscisse a raggiungerla o anche a superarla. A quel che sarebbe accaduto poi, preferiva non pensare. Ecco ormai alle sue spalle quella rapida, fulminea corsa, e il rischio di morte mentre superava il crepaccio; si fermò in un avvallamento per riprendere fiato e per guardarsi attorno: sarebbe giunta? Era già passata di lì? Poi la vide arrivare. Avanzava con una rapida, morbida, silente andatura che non era né passo né corsa, le braccia avvolte nella pelliccia e strette al petto, i lembi del berretto richiusi attorno al viso; lo sguardo fisso su una distanza remota. Poi il ritmo del suo procedere fu bruscamente interrotto da Cristiano. «Pelliccia!» Si fermò di botto udendo il suo nome così mutilato e si trovò faccia a faccia con il fratello di Sweyn. I suoi occhi brillarono. Le sue labbra si sollevarono scoprendo i denti. La metà del suo nome, caricata di significato maligno dal tono di Cristiano, l'avvertì che si trovava davanti a un nemico. Tuttavia lasciò ricadere con grazia il mantello, e parlò come una donna gentile. «Che cosa vuoi?» Cristiano rispose con una solenne e terribile accusa:
«Hai baciato Rol, e Rol è morto! Hai baciato Trella, e Trella è morta! Hai baciato Sweyn, mio fratello, ma Sweyn non morirà!», poi aggiunse: «Tu puoi vivere fino a mezzanotte». Il balenio dei suoi denti e dei suoi occhi si ravvivò per un attimo, e per un attimo la mano si allungò verso l'accetta. Poi, senza una parola, Pelliccia Bianca, si voltò e balzò via agile sulla neve. E con uno scatto Cristiano la seguì, mantenendosi alle sue calcagna. Così corsero insieme, in silenzio, verso le vaste pianure coperte di neve dove nessun essere vivente all'infuori di loro si muoveva alla luce delle stelle. Mai come in quel momento Cristiano apprezzò la propria forza. Il dono della velocità e l'allenamento avevano ora per lui un valore inestimabile. Sebbene la mezzanotte fosse ancora lontana, egli nutriva fiducia che quella Cosa Bianca non gli sarebbe sfuggita. Poi, giunto il momento della trasformazione, quando le sembianze femminili non avrebbero più frenato come uno scudo la mano dell'uomo, lui avrebbe potuto uccidere o essere ucciso per salvare Sweyn. Aveva colpito il diletto fratello per estrema necessità, ma non poteva, per quanto grave fosse la ragione, colpire una donna. Corsero per un miglio, per due; Pelliccia Bianca in testa, Cristiano sempre a uguale distanza, così vicino che, di quando in quando, lo sfiorava un lembo di pelliccia. Nessuno dei due disse una parola. Lei non voltò mai il capo per guardarlo né cambiò direzione per sfuggirgli; avanzava in linea retta, sul terreno liscio o accidentato, conscia della vicinanza di Cristiano per il ritmico rumore dei suoi passi, e del suo respiro. Ad un tratto Pelliccia Bianca affrettò il passo. Fin dal principio Cristiano aveva ammirato la sua velocità, pur esultando nella certezza della propria superiorità. Ma, quando essa forzò l'andatura, lui si trovò messo a dura prova. Il suo animo tuttavia non cedette né la speranza diminuì nel suo cuore. E così continuò quella corsa disperata. Di quando in quando, Cristiano calcolava, dalla posizione delle stelle, quanto mancasse a mezzanotte: molto, ancora molto! Pelliccia Bianca proseguiva senza cedimenti, anch'essa convinta della propria forza, anch'essa decisa a superare indenne la fatale mezzanotte. E Cristiano reggeva alla fatica. Non poteva fallire, no non poteva! Vendicare la morte di Rol e di Trella sarebbe già stato un motivo sufficiente, ma per Sweyn avrebbe fatto anche di più. Lei aveva baciato Sweyn e Sweyn non
poteva morire: pensando alla salvezza di Sweyn lui non doveva cedere. Mai vi fu corsa come quella, nemmeno quando nell'antica Grecia un uomo e una fanciulla gareggiarono insieme con i loro destini come posta; poiché la velocità rimase costante per un'ora, poi per due, mentre le stelle sorgevano e tramontavano. Poi Cristiano vide e udì qualcosa che lo trafisse di paura. Là dove pochi alberi costeggiavano un declivio, qualcosa si mosse e ululò, e un'ombra nera si allargò sulla neve: era un branco di lupi all'inseguimento. Lui non avrebbe avuto paura delle bestie sole, convinto com'era di distanziarle in velocità, per quanto avessero quattro gambe. Ma temeva gli artifici di Pellicci Bianca, poiché nulla le impediva di avvalersi delle zanne feroci di quei lupi, suoi fratellastri naturali. Lei non fece alcun cenno agli animali, ma Cristiano, ubbidendo a un impulso e per assicurarsi che lei non gli sfuggisse, afferrò un lembo della sua pelliccia, sempre correndo. Lei si voltò con un ringhio, gli occhi furenti. L'ascia balenò nell'aria. Cristiano parò il colpo con lo spiedo, ma in modo incompleto, e l'ascia gli ferì il polso, costringendolo a mollare la presa. Proseguirono la corsa come prima, e Cristiano non perse terreno, sebbene la sua mano sinistra sanguinasse. Quel ringhio, per quanto addolcito da una gola femminile, la furia rivelata nel balenio degli occhi e dei denti, e la violenza con cui aveva vibrato l'ascia, distrassero Cristiano dal pensiero dei lupi che lo inseguivano da vicino, e si rese conto che un pericolo infinitamente maggiore lo precedeva, sotto le spoglie di quella Cosa mortale. Quando si voltò per guardarsi alle spalle, il branco si scostò bruscamente, e gli ululati degli inseguitori si mutarono in guaiti e gemiti. Tanto orrida era quella creatura per l'uomo e per le bestie. Si era avvolta più strettamente nella pelliccia, in modo che non ricadesse dietro di lei ma le giungesse appena alle ginocchia, senza con ciò spezzare il ritmo della sua splendida corsa. Teneva la testa alta come sempre, le labbra strette, le narici aperte. E non dava segno di stanchezza, nonostante lo sforzo implacabile. In Cristiano, invece, la fatica era evidente. La testa tendeva a ricadergli sul petto e il respiro gli usciva dalla bocca in stentati singhiozzi; lo spiedo da caccia gli sembrava un inutile peso. Il suo cuore pulsava come un martello, e un velo gli offuscava il cervello impedendogli di rendersi conto delle sue miserabili condizioni; ferito, disarmato, inseguiva quella Cosa che era una donna disperata e munita di accetta, e che poteva trasformarsi
da un momento all'altro in una belva con zanne ancora più pericolose. Le stelle, inclinandosi lentamente, indicavano che mancava un'ora a mezzanotte. La sua mente era così velata, che Cristiano ebbe l'impressione che Pelliccia Bianca fuggisse dalla posizione stellare, superandone il lento progredire con una corsa che ormai durava da giorni attorno al circolo polare, e che sarebbe durata all'infinito, a meno che lei rallentasse o che Cristiano cedesse. Ma lui non avrebbe ceduto. Da quanto tempo stava pregando perché le forze lo reggessero? Aveva cominciato quella corsa così fiducioso da non ritenere necessaria la preghiera; ora invece gli pareva l'unico modo per impedire che il cuore gli squarciasse il petto e che il suo cervello si obnubilasse del tutto. Un dolore acuto come un morso gli tormentava la mano sinistra ferita; non poteva liberarsene, ma pregò perché anche quello si alleviasse. Le limpide stelle in cielo rabbrividirono e Cristiano ne capì il perché: rabbrividivano vedendo ciò che stava dietro di lui. Lui non l'aveva mai intuito, prima, che le strane Cose si nascondessero agli occhi degli uomini assumendo la forma innocente di macchie d'alberi coperte di neve. Ma eccole che ora sgusciavano fuori dalle loro ingannevoli apparenze per seguirlo, e ridere della sua impotenza a strappare una Cosa sorella alla sue mentite spoglie. Lui sapeva che l'aria attorno a lui era affollata; udiva il ronzio di innumerevoli sussurri, ma i suoi occhi non potevano vederle, erano troppo agili e astute. Eppure non aveva dubbi sulla loro presenza; aveva visto monticelli di neve dileguarsi al suo passaggio; aveva visto gli alberi avvitarsi su se stessi in una immobilità che li rendeva irriconoscibili dietro i cespugli. Dopo quelle constatazioni, Cristiano notò che le stelle avevano ripreso il loro corso, e una coltre infinita di silenzio si era stesa sul mondo gelido e immobile, interrotta soltanto dal fruscio della falcata delle gambe che fuggivano, e di quelle che inseguivano, e dall'affannoso respiro di Cristiano. Per qualche istante egli capì che il suo unico scopo era di mantenere la velocità nonostante la fatica e il dolore, e di negare con ogni sua forza la possibilità che la donna gli sfuggisse o lo distanziasse prima della mezzanotte. Un incidente turbò il ritmo della corsa. Pelliccia Bianca fece un brusco balzo di lato e Cristiano, colto di sorpresa, si trovò a un passo da un pozzo, trascinato dal proprio impeto incontrollabile. Ma riuscì ad afferrarle il braccio destro, stringendolo saldamente nella propria mano, e rotolarono
assieme fin sul ciglio. L'istinto di autodifesa di Pelliccia Bianca fu così vigoroso, che bastò a controbilanciare lo slancio di Cristiano, trattenendo entrambi a un passo dal precipizio. Poi, prima che egli fosse certo di aver evitato la morte con un tuffo nel vuoto, vide la donna ergersi in uno scatto di pallida furia e, poiché il suo braccio destro era ancora imprigionato, con il sinistro vibrò un colpo d'ascia. L'impatto fu tanto violento da spezzare un osso del braccio di Cristiano, che ricadde impotente. Superando il dolore, il giovane balzò in avanti di nuovo, per recuperare i pochi metri di vantaggio che la donna si era già assicurata su di lui. Il pericolo evitato e l'improvviso smacco acuirono tutte le sue facoltà. Lui sapeva che ciò che stava inseguendo era senza dubbio una incarnazione della Morte; ferito e indebolito, era completamente alla sua mercé, se lei se ne fosse resa conto decidendo di approfittarne. Disperando ormai di riuscire a vendicare, o a salvare chicchessia, fu la forza della sua angoscia per la sorte di Sweyn che lo spinse a insistere nella corsa per precedere il suo gemello in quella morte segnata da un bacio. Doveva inseguire la Cosa fino alla mezzanotte, per vederla abbandonare quelle spoglie di donna, menzognere e seduttrici, e assumere quelle della bestia: ecco quanto restava dei suoi iniziali e ottimistici propositi. L'ultima ora prima della mezzanotte aveva perso metà dei suoi quarti e le stelle si innalzavano verso i minuti fatali, e di nuovo il suo cuore contratto, il suo cervello velato, e il dolore che gli trafiggeva entrambe le braccia, cospirarono per minare quella forza di volontà che, sola, gli permetteva di muovere i piedi. Il corpo di Pelliccia Bianca era così strettamente avvolto nel mantello che nemmeno un lembo di pelliccia si librava dietro di lei. Procedeva china in avanti, perdendo la compostezza eretta del vero corridore. A volte avanzava a balzi, affrettando l'andatura e costringendo Cristiano a sforzi disumani. Stupefatto, lui ormai dubitava della propria identità e della propria autentica forma. Lui non poteva essere veramente un uomo, come la Cosa sfuggente non era veramente una donna; lui aveva assunto l'aspetto di un uomo, ma che cosa vi si celasse dentro, non lo sapeva. E non sapeva nemmeno quale fosse la reale forma di Sweyn. Sweyn giaceva ai suoi piedi, là dove lui lo aveva colpito, suo fratello, lui! Era dovuto passare sul suo cor-
po per inseguire colei che aveva baciato Sweyn e che correva così veloce: «Sweyn... Sweyn.. Sweyn!». Perché le stelle non rabbrividivano più? Era certo giunta la mezzanotte! L'indomabile Cosa gli lanciò un'occhiata selvaggia e rise con scherno e trionfo. Cristiano ne capì il perché: entro pochi secondi, avrebbe potuto sfuggirgli per sempre. Da un lato il terreno sprofondava in un crepaccio ghiacciato; dall'altro si alzava una ripidissima parete di roccia; fra i due, c'era appena lo spazio per appoggiare un piede, ma non per reggere il peso di un corpo. Tuttavia, un cespuglio di ginepro, che si protendeva più in alto, offriva un buon appiglio per chi fosse stato abbastanza audace da aggrapparvisi per balzare oltre, verso la salvezza. Sebbene stessero trascorrendo gli ultimi secondi vitali, lei non resistette alla tentazione di lanciare quell'occhiata al suo inseguitore, e di ridere con disprezzo. Quella provocazione suscitò in Cristiano uno spasimo di volontà convulsa. Balzò in avanti, superò la donna prima che la sua risata si fosse spenta e le sbarrò il passo. Lei si precipitò su di lui, disperata; abbozzò una finta con il braccio destro, e poi scattò come una belva pronta ad uccidere. E lui, con un braccio sano e una mano impotente, e con una mano salda e un braccio rotto, riuscì a trattenerla. Caddero insieme. E, poiché sentiva che le forze gli sfuggivano dalle membra, Cristiano si aggrappò con i denti alla sua tunica, all'altezza delle ginocchia, proprio mentre Pelliccia Bianca credeva di averlo respinto. Rapida come il fulmine, afferrò l'ascia e lo colpì al collo, profondamente, una, due volte, e il sangue di lui schizzò fuori irrorandole i piedi. Le stelle toccarono la mezzanotte. L'urlo di morte che Cristiano udì non era uscito dalla sua bocca, che ancora stringeva la tunica. Fu un urlo che cominciò come strillo di donna e si chiuse sul guaito di una bestia. E, prima che l'oscurità scendesse sui suoi occhi morenti, Cristiano vide infatti la donna che lasciava il posto alla Cosa; o meglio la vita che lasciava il posto alla Morte, incomprensibilmente. Non avrebbe mai immaginato che nemmeno l'Acqua Santa avesse tanto potere di distruggere il male quanto il sangue sgorgato da un cuore puro in un atto di sacrificio e di devozione. La sua vera identità nascosta, che tanto aveva desiderato conoscere, divenne palpabile, identificabile. E gli apparve così: la grande, lieta, speranza di aver salvato il proprio fratello, troppo vasta per essere contenuta nella
forma di un unico uomo, cercava ora un'incarnazione infinita come le stelle. Di fronte a quella autentica realtà, che importanza aveva se il cervello dell'uomo affondò nel nulla, se il suo corpo non riuscì a sopportare il dolore del suo cuore e lo lasciò sfuggire dal rivolo rosso che gli sgorgava dal collo, se un velo nero cancellò per sempre la sua vista, l'udito, i sensi? Nell'alba grigia, Sweyn seguiva le orme di un uomo, di un uomo in corsa, come poté capire dal volume di neve spostata; e la direzione di quelle orme lo incuriosì, poiché più oltre si apriva un crepaccio. Anche la lunghezza della falcata attirò la sua attenzione: era esattamente simile alla sua. Capì allora che stava seguendo Cristiano. Preso dalla collera, si era illuso di rimanere indifferente all'assenza del fratello, prolungatasi ormai per tutta la notte; ma ora, vedendo le tracce di quella corsa disperata, fu colto da una sensazione di stupore e sgomento. Avrebbe dovuto aver più cura di quel suo povero, squilibrato gemello, che forse si era precipitato verso la morte. Il suo cuore sussultò quando giunse nel punto dove il crepaccio era stato superato con un balzo. Sweyn aggirò l'ostacolo e, tornato sull'altro lato, vide che le orme continuavano in linea retta. Sweyn esitò riflettendo; era irritato perché un uomo era riuscito a compiere quel balzo là dove lui non si era arrischiato a seguirlo; e seccato per essersi lasciato sopraffare da penose emozioni cercando invano di indovinare quale scopo perseguisse Cristiano nel lanciarsi in una simile impresa. Seguì quindi ancora le tracce del fratello, finché giunse al punto in cui le orme si raddoppiavano. Le seconde erano più piccole: erano orme di donna, sebbene la falcata apparisse più ampia di quanto di solito le gonne femminili consentissero. E se fosse stata Pelliccia Bianca? Un orrendo sospetto lo colse, così pauroso che si sforzò di non crederci. Eppure il suo viso divenne grigio come la cenere, e respirò con affanno per acquietare i battiti del suo cuore. Incredibile? Un esame più accurato gli rivelò che la donna aveva a un tratto aumentato la sua velocità, poiché le orme erano più profonde in corrispondenza della noce del piede, e più leggere in corrispondenza del tallone. Incredibile? C'era un'altra donna all'infuori di Pelliccia Bianca che potesse correre così? Il dubbio divenne certezza: stava seguendo le tracce lasciate da Pelliccia Bianca mentre fuggiva davanti a Cristiano. Quel crimine gli infiammò il cuore e il cervello, colmandoli di indigna-
zione. Un tale crimine commesso dal fratello, finora tanto amabile e lodevole, ma pazzo nella sua debolezza! Avrebbe ucciso Cristiano; anche se avesse avuto tante vite quante le orme lasciate sulla neve, gliele avrebbe strappate tutte, perché così voleva la sua sete di vendetta. In una tempesta di odio omicida continuò speditamente, guidato dalle orme che spiccavano chiarissime. Coprì un miglio dopo l'altro col petto ansante; ancor più tragica, degna di rispetto, gli sembrava quella splendida prova di Pelliccia Bianca che aveva retto tanto a lungo senza lasciarsi superare dalla famosa velocità di Cristiano. L'amore e l'ammirazione di Sweyn crebbero a dismisura, e con essi il dolore e la rabbia. Là dove le tracce erano inconfondibili, correva con tale prodigalità da sfiancarsi, e poi a tratti si trascinava pesantemente; a volte perdeva di vista le orme sul ghiaccio di uno stagno o in un punto battuto dal vento; ma tanto diritta era stata la linea seguita da Cristiano e da Pelliccia Bianca, che poco più oltre Sweyn ricuperava la loro pista. Trascorsero le ore fino alla metà di quel giorno d'inverno, e Sweyn giunse nel luogo dove la neve appariva calpestata da molte zampe, che si avvicinavano e di nuovo si allontanavano. Lupi! Lupi in caccia che avevano rinunciato alla preda! Che cosa incredibile! Poco più oltre trovò lo spiedo da caccia di Cristiano. La neve era macchiata di sangue, ma le tracce riprendevano ancora. Un rauco grido di esultanza uscì dalle labbra di Sweyn: «Ah, Pelliccia Bianca, mio povero, eroico amore! Hai vibrato un bel colpo!». La vista del sangue lo eccitò quasi fosse un animale da preda. Impazziva per il desiderio di stringere Cristiano alla gola fino all'ultimo respiro, o di picchiarlo, pugnalarlo a morte, o di farlo a pezzi, e allora, soltanto allora, avrebbe pianto come un bambino, come una fanciulla, sull'ingrata sorte del suo povero amore perduto. Avanti, ancora avanti, teso sulle tracce di quei due superbi corridori, stupefatto per la loro forza di resistenza, ma ignaro della loro velocità, poiché avevano coperto nelle tre ore prima della mezzanotte la distanza da lui percorsa tra un crepuscolo e l'altro. La luce del giorno ormai scemava quando giunse a un vecchio pozzo e vide come quei due avessero lottato disperatamente per evitare di precipitarvi. Nuove macchie di sangue lo spinsero all'odio contro il suo infame fratello; e le seguì fino al punto in cui, coagulato dal freddo, il sangue aveva smesso di gocciolare dalla ferita; si rallegrò a quella prova che dimostrava come Cristiano fosse stato lacerato profondamente, sentendo sorge-
re in sé il desiderio di colpirlo di nuovo e più efficacemente per appagare la sua brama omicida. Cominciò tuttavia a intuire che in tanta disperazione aveva tenuto vivo un germe di speranza e che ora tale germe si stava dilatando alimentato dal sangue del fratello. Proseguì quasi alla cieca, mosso ora da un accesso di speranza, ora da un accesso di angoscia, spasmodicamente teso verso la meta, per quanto terribile fosse, e oppresso dalla stanchezza di tutte le miglia percorse per giungervi. E la luce scivolò via dal cielo, lasciando il posto alle incerte stelle. Sweyn arrivò alla fine del suo inseguimento. Due corpi giacevano in poco spazio. Uno era quello di Cristiano, ma l'altro non era quello di Pelliccia Bianca. Là dove le sue orme cessavano, si trovava un grande lupo bianco. A quella vista la forza di Sweyn ricevette un colpo terribile; la sua anima e il suo corpo stramazzarono gemendo. Le stelle brillavano limpide e intense quando le sue membra immobili ebbero un brivido di coscienza. Debolmente si trascinò accanto al fratello morto, posò le mani su di lui, e rimase in quella posizione, senza osare guardare oltre. Era freddo, rigido, morto da ore. Eppure, quel cadavere era il suo unico riparo in un momento tanto orribile. L'anima di Sweyn, messa a nudo, tremava, aggrappandosi al cadavere con il suo bisogno di aiuto. Poi Sweyn si rizzò in ginocchio, sollevando il cadavere. Cristiano era caduto nella neve a faccia in giù, le braccia spalancate, e così il gelo lo aveva irrigidito. Era una posizione bizzarra, orrenda, resistente alla pressione di Sweyn, che lo depose di nuovo e si chinò per afferrarlo più in basso, con un lungo gemito partito dal cuore. Quando infine trovò la forza per sollevare il corpo del fratello e reggerlo tra le braccia, ben stretto al suo petto, cercò di affrontare la Cosa che giaceva più oltre. Quella vista gli riempì le membra di orrore e di paura. I sensi gli sarebbero venuti meno per pura codardia, se non avesse attinto energia dalle spoglie di Cristiano; così costrinse i suoi occhi a reggere allo spettacolo, e il suo cervello a registrare l'aspetto della Cosa. Non presentava nessuna ferita, soltanto sangue ai suoi piedi. Le forti mascelle, contratte in un selvaggio sogghigno, erano irrigidite dalla morte. E il suo bacio... non riuscì più a tollerare quello spettacolo, e si voltò senza guardarsi alle spalle. Il morto che reggeva tra le braccia, pur avendo piena coscienza di quel-
l'orrore, l'aveva seguito e affrontato per amor suo. Per amor suo aveva accettato l'agonia e la morte; sul suo collo si apriva un'atroce ferita, e un braccio e una mano erano coperti di sangue. Per amor suo! Lo conosceva soltanto ora da morto, come mai lo aveva conosciuto in vita: pronto a dare tutto se stesso per amore e per devozione. Ora Sweyn agognava all'annichilimento, pur di cancellare il tormento di sapersi tanto indegno di un amore così forte. La gelida pace della morte su quel viso lo affascinava. Non osò sfiorarlo con le labbra che ormai malediceva, le labbra insozzate dal bacio di quell'orrore che era stata la Morte. Si alzò faticosamente in piedi, sempre reggendo Cristiano. Il cadavere rimase rigido, gli occhi non completamente aperti, la testa un poco inclinata di lato, e le braccia spalancate. Era l'immagine di un crocifisso, e le sue mani insanguinate lo confermavano. Così il vivo e il morto ripercorsero quella pista che l'uno aveva affrontato in uno slancio d'amore e l'altro in uno slancio di odio. Per tutta la notte Sweyn arrancò nella neve, reggendo il peso del cadavere di Cristiano, ricalcando le orme che aveva seguito odiando e maledicendo con furia omicida quel fratello che, nel frattempo, aveva dato la vita per lui. IL LUPO Le Luop di Guy De Maupassant 1882 Ecco quel che ci raccontò il vecchio Marchese d'Arville, al termine del pranzo di Sant'Uberto in casa del Barone des Ravels. Durante la giornata avevamo ridotto agli estremi un cervo. Il Marchese era il solo fra i commensali che non avesse partecipato alla caccia, perché non lo faceva mai. Per tutta la durata della lunga cena, non avevamo fatto altro che parlare di stragi di animali. Persino le signore si interessavano ai racconti sanguinari e spesso inverosimili; chi raccontava dava anche una rappresentazione mimica degli attacchi e delle lotte contro gli animali, agitava le braccia e faceva rimbombare la voce. Il Signor d'Arville parlava con proprietà, persino con qualche tono poetico anche se un po' retorico, ma pieno d'effetto. Chissà quante volte aveva ripetuto la narrazione della storia perché la esponeva con fluidità, senza esitare, su parole scelte abilmente per suggerire vive immagini.
«Signori, io non sono mai andato a caccia, mio padre nemmeno, e neanche il nonno e il bisnonno. Questi era figlio d'un uomo che era stato un cacciatore più accanito di tutti voi. Morì nel 1764 e vi dirò in che modo. Si chiamava Jean, era sposato e padre d'un ragazzo che è stato il mio trisavolo. Abitava insieme al fratello minore, François, un nostro castello in Lorena, in mezzo a una foresta. François d'Arville non si era sposato per la passione della caccia. Dal primo all'ultimo giorno dell'anno, i due fratelli andavano a caccia senza tregua e senza stancarsene mai. Amavano soltanto la caccia, non comprendevano che la caccia, non parlavano d'altro e vivevano solo per essa. Nei loro animi c'era solo questa passione terribile, inesorabile. Li bruciava, li dominava totalmente, non lasciando posto per altro. Avevano proibito a chiunque di disturbarli quand'erano a caccia, qual che ne fosse il motivo. Il mio trisavolo era nato mentre suo padre cacciava la volpe. Jean d'Arville non interruppe la rincorsa, ma imprecò: "Accidenti! quel cretino avrebbe potuto aspettare l'hallalì!". Suo fratello François si mostrava ancora più appassionato di lui. All'alba andava a vedere i cani, passava poi ai cavalli, e quindi sparava qualche colpo ai volatili nei dintorni del castello sino al momento di andare a inseguire qualche animale di grossa taglia. In paese li chiamavano "il Signor Marchese" e "il Signor Cadetto" poiché, per la nobiltà d'una volta, non si faceva questione, come per i nobili di recente nomina, per i quali oggi s'è soliti stabilire una gerarchia verso il basso; infatti il figlio d'un Marchese non è più Conte, né quello d'un Visconte Barone, né il figlio d'un Generale Colonnello sin dalla nascita. Ma la meschina vanità del giorno d'oggi trova qualche vantaggio in questi compromessi. Torno ai miei antenati. Erano, così dicono, molto alti, d'ossatura enorme, pelosissimi, violenti e vigorosi. Il Cadetto, ancora più alto del Maggiore, aveva una voce tanto robusta che, secondo una leggenda di cui era orgoglioso, non c'era foglia nella foresta che non tremasse se si metteva a gridare. E quando tutti e due salivano a cavallo per andare a caccia, vedere quei due giganti inforcare gli arcioni sui loro purosangue doveva essere uno spettacolo superbo. Ora, verso la metà dell'inverno del 1764, il freddo fu talmente eccezionale che i lupi divennero feroci. Attaccavano i contadini isolati, la notte gi-
ravano attorno ai casolari, urlavano dal tramonto all'alba e massacravano tutte le bestie nelle stalle. Ben presto si sparse la voce d'un lupo colossale, dal pelame grigio chiaro, quasi bianco, che aveva divorato due piccini, azzannato il braccio a una donna, sgozzato tutti i cani da guardia del villaggio e che s'infilava senza paura sotto i recinti per venire a fiutare presso le porte. Tutti i contadini dicevano d'aver sentito il suo soffio potente che faceva tremolare la luce delle candele. L'intera provincia ne era terrorizzata. Appena faceva notte, nessuno aveva più il coraggio d'uscire di casa. Le tenebre sembravano essere la magica dimora dell'animale. I fratelli d'Arville decisero di stanarlo e di ucciderlo. Invitarono a questa caccia tutti i nobili della zona. Inutilmente. Per quanto si battessero i boschi e si frugasse ogni macchia, non lo s'incontrò mai. Furono uccisi dei lupi, ma non quello. E tutte le notti che seguivano quelle battute, come se avesse voluto vendicarsi, l'animale attaccava qualche viandante o faceva strage di bestiame sempre in posti lontani da dove lo avevano cercato. Una notte riuscì a penetrare nel porcile del castello d'Arville e divorò i due esemplari più pregiati. Incolleriti, i due fratelli considerarono il fatto come una sfida del mostro, come un'offesa diretta a loro. Presero tutti i segugi più robusti e abituati alla caccia grossa e si misero a caccia con l'animo pieno di furore. Dall'alba al momento in cui il sole imporporato si cela dietro i grandi alberi spogli, batterono la foresta là dov'è più fitta senza trovarlo. Alla fine tutti e due, furiosi e depressi, stavano tornando al passo dei cavalli percorrendo un viale bordato da alti cespugli, e si stupivano d'esser stati depistati da quel lupo, presi all'improvviso da un timore immotivato. Il Maggiore affermava: "Non è una bestia come le altre. Si direbbe che è capace di pensare come un uomo". Gli rispose il Cadetto: "Forse dovremmo far benedire un proiettile dal Vescovo nostro cugino, oppure pregare qualche prete di dire le parole opportune". Poi tacquero. Jean riprese: "Guarda com'è rosso il sole. Questa notte il grande lupo procurerà qualche disgrazia". Non aveva finito di parlare, quando il cavallo gli si impennò, mentre
quello di François prese a scalciare. Una siepe coperta da foglie secche s'abbatté davanti a loro e apparve una colossale bestia grigia che s'inoltrò subito nel bosco. I due fratelli lanciarono un rauco grido di gioia e, curvandosi sull'incollatura dei loro forti cavalli, si buttarono in avanti e spinsero con tutto il peso dei loro corpi; li lanciarono a una tale andatura, incitandoli, spronandoli in un delirio di gesti, di richiami, di pungolamenti talmente sfrenato, che quei robusti cavalieri sembravano sostenere pesanti animali tra le cosce e sollevarli come se stessero per volare. Corsero così, ventre a terra, distruggendo gli arbusti, scavalcando i fossati, superando i pendii, calandosi nelle forre e suonando il corno a pieni polmoni dietro ai servi e ai cani. Ed ecco che in quella cavalcata a perdifiato il mio antenato andò a battere con la fronte contro un ramo enorme che gli spaccò il cranio; e cadde a terra morto sul colpo, mentre il cavallo imbizzarrito s'era adombrato ed era sparito nel buio della foresta. Il minore dei d'Arville si fermò di colpo, saltò a terra, prese il fratello tra le braccia e si rese conto che dalla ferita fuoriusciva della materia cerebrale mista al sangue. Si sedette allora accanto a quel corpo, poggiò sui suoi ginocchi quel capo sfigurato e vermiglio e aspettò contemplando il volto immobile del fratello maggiore. A poco a poco fu preda della paura, una paura strana che non aveva ancora mai provato, paura del buio, della solitudine, della foresta deserta e anche di quel lupo stregato che era stato la causa della morte del fratello per vendicarsi di loro. Le tenebre infittivano, e il freddo acuto faceva scricchiolare gli alberi. Rabbrividendo, François si rialzò, incapace di rimanere più a lungo in quel luogo e rendendosi conto che stava per venir meno. Non s'udiva più niente, né guaiti di cani, né suoni di corno, tutto era silente fino all'invisibile orizzonte; e questo silenzio tetro della gelida sera aveva qualcosa di spaventevole e di innaturale. Prese tra le sue mani da gigante il corpo di Jean, lo sollevò e lo sistemò di traverso sulla sella per poterlo riportare al castello; poi riprese lentamente il cammino, con l'animo sconvolto come se fosse ebbro, incalzato da immagini orrende e sorprendenti. All'improvviso, sul sentiero invaso dal buio notturno, passò un corpo gigantesco. Era il lupo. Un fremito di spavento scosse il cacciatore, qualcosa di freddo, come una goccia d'acqua, gli scivolò sulla schiena e, come un
monaco tentato dal demonio, egli si fece un gran segno di croce, perdendosi d'animo per l'inatteso ritorno della belva raminga. Ma gli occhi gli si posarono sul corpo inerte steso davanti a lui e subito, con brusco passaggio dal timore all'ira, fu scosso da un fremito di incontenibile rabbia. Così pungolò il cavallo e si lanciò dietro il lupo. Lo seguì nel bosco ceduo, nei torrenti, nelle foreste più fitte, traversando zone che non riconosceva più, con l'occhio fisso sulla macchia bianca che stava fuggendo nella notte scesa sulla terra. Anche il suo cavallo sembra animato da una forza e un ardore nuovi. Andava al galoppo col collo teso in linea retta davanti a sé urtando alberi e rocce, mentre la testa e i piedi del morto penzolavano dalla sella. I rovi s'aggrovigliavano alla criniera, il muso sfiorava enormi tronchi macchiandoli di sangue, e gli speroni strappavano lembi di scorza dagli alberi. D'improvviso, cavallo e cavaliere uscirono dalla foresta e piombarono in un vallone, mentre la luna faceva la sua apparizione da sopra i monti. Era un vallone pietroso, chiuso da enormi rocce, senza uscite possibili, e allora il lupo, ridotto alle strette, tornò indietro. François lanciò un grido di gioia che l'eco ripeté simile al rombo del tuono, e saltò giù da cavallo, col pugnale in mano. L'irsuta bestia, dalla schiena rotonda, lo stava aspettando. I suoi occhi luccicavano come stelle. Ma, prima d'iniziare la lotta, il cacciatore, dopo aver abbrancato il fratello, lo depose su una roccia e, sostenendone la testa ridotta a un ammasso sanguinolento con qualche sasso, gli gridò nelle orecchie come se avesse parlato a un sordo: "Guarda guarda adesso!". Poi si buttò addosso al mostro. Si sentiva capace di buttar giù una montagna, di spezzare una pietra con le mani. La bestia tentò di azzannarlo, cercando di sfondargli il ventre, ma già lui l'aveva afferrata al collo e la strangolava lentamente, soffermandosi ad ascoltarne gli aneliti e i battiti del cuore. E rideva con una gioia atroce mentre aumentava gradatamente la sua formidabile presa e gridava come in delirio: "Guarda, Jean, Guarda!". Ogni resistenza poi cessò; il corpo del lupo s'afflosciò. Era morto. Allora François lo sollevò con le braccia e lo andò a gettare ai piedi del fratello ripetendo con voce piena di tenerezza: "Guarda, guarda Jean: eccolo qui". Rimise quindi sulla sella i cadaveri, l'uno sull'altro. E tornò indietro. Rientrò nel castello ridendo e piangendo contemporaneamente come
Gargantua alla nascita di Pantagruel; lanciava urla trionfali con l'impazienza di chi è molto allegro quando riferiva la morte del fratello. Anni dopo, parlando ancora di quella sera, diceva con le lacrime agli occhi: "Se soltanto quel povero Jean avesse potuto vedere come l'ho strangolato, sarebbe morto felice, ne sono certo". La vedova del mio antenato ispirò al figlio rimasto orfano quell'orrore per la caccia che si è trasmesso sino a me.» Il Marchese d'Arville tacque. Qualcuno domandò: «Questa storia è una leggenda, non è vero?». E il narratore rispose: «Vi giuro che è vera: totalmente». Allora una donna dichiarò con un fil di voce lieve: «Non ha importanza, è bello avere passioni così forti». IL MARCHIO DELLA BESTIA The Mark Of The Beast di Rudyard Kipling The Pioneer (Allabahad), 12 e 14 luglio 1890 I tuoi e i miei Dèi: chi di noi sa quali sono i più forti? Proverbio indigeno A est della città di Suez, dicono alcuni, cessa il controllo della Provvidenza. In quelle zone l'uomo è lasciato in balia degli Dèi e dei Diavoli dell'Asia, e la Provvidenza della Chiesa d'Inghilterra esercita solo di tanto in tanto un controllo abbastanza parziale sui destini degli Inglesi. Questa teoria spiega alcuni aspetti della vita in India: e può servire a dare in parte una spiegazione di questa vicenda. Il mio amico Strickland fa parte del Corpo di Polizia, e conosce gli indigeni quanto qualsiasi altro; egli può testimoniare a proposito degli eventi verificatisi. Dumoise, il nostro dottore, ha visto anche lui ciò di cui Strickland e io siamo stati testimoni. Tuttavia, le conclusioni che egli ha tratto, sono del tutto errate. Ormai è morto, è morto in una maniera piuttosto curiosa, che è stata descritta altrove. Quando Fleete giunse in India, possedeva un gruzzoletto e della terra sull'Himalaya, nei pressi di un luogo chiamato Dharmsala. Entrambi gli erano stati lasciati da uno zio, e lui era venuto per occuparsi dell'ammini-
strazione di quelle proprietà. Era un uomo di grossa corporatura, piuttosto pesante, di carattere amabile e inoffensivo. Le sue conoscenze circa la popolazione locale erano piuttosto limitate, e si lamentava delle difficoltà che incontrava nel cercare di comprenderne la lingua. A Capodanno scendeva a cavallo dalla sua tenuta tra le colline per festeggiare l'Anno Nuovo alla stazione, e alloggiava a casa di Strickland. L'ultimo dell'anno vi era una grande cena al Club, dove naturalmente il grado di euforia alcolica era sempre piuttosto alto. Quando gli uomini si radunano dagli angoli più lontani dell'Impero, hanno il diritto di prendersi delle libertà. La Polizia di Frontiera aveva inviato un drappello di ufficiali che non aveva visto più di venti bianchi in un anno intero e che erano abituati a cavalcare per quindici miglia per poter cenare nel fortino più vicino rischiando di ricevere una pallottola dai Khyber invece dell'aperitivo. Essi mostrarono di godere della sicurezza riacquistata: infatti tentarono di giocare a biliardo con un riccio arrotolato che avevano trovato nel giardino, e uno di loro portò la «palla bianca» in trionfo tenendola tra i denti. Una mezza dozzina di piantatori venuti dal Sud, parlavano con il Più Grande Bugiardo d'Asia, che tentava di superare le loro storie fantastiche raccontando contemporaneamente diverse storie ancora più incredibili delle loro. Erano venuti tutti. In quell'atmosfera si fraternizzava, e si contavano le perdite - dovute a morte e invalidità - di coloro che mancavano all'appello rispetto all'anno precedente. Era una notte di grande baldoria, e ricordo che cantammo «Il Valzer delle Candele» con i piedi nella Coppa del Campionato di Polo e le teste tra le stelle, e giurammo di essere amici per sempre. Poi, alcuni di noi se ne andarono ad annettere la Birmania, mentre altri tentavano di aprire il Sudan alla penetrazione bianca e furono invece aperti in due dagli indigeni in quella orribile mischia fuori Suakim; alcuni ottennero stelle e medaglie, altri si sposarono - e ciò fu un male - mentre altri fecero cose ancora peggiori. Altri infine rimasero prigionieri delle stesse catene e tentarono di far soldi nonostante la nostra esperienza fosse del tutto insufficiente. Fleete iniziò la serata bevendo sherry e bitter, bevve champagne regolarmente fino al dessert, poi passò al vino di Capri; pieno di whisky, prese il caffè con il Benedictine, altri quattro o cinque whisky e soda per migliorare i suoi colpi al tavolo da biliardo, birra alle due e mezza, e finì poi con del vecchio brandy.
Quando uscì dal Club alle tre e mezza della mattina, e si trovò a fronteggiare una gelata da quattordici gradi sotto zero, si irritò molto con il suo cavallo per aver tossito, e tentò di salire in sella saltando alla cavallina. Il cavallo s'imbizzarrì e corse via diretto verso la sua stalla. E così, Strickland e io formammo una Guardia del Disonore, per riportare Fleete a casa. Dovevamo passare attraverso il bazar accanto a un piccolo tempio dedicato ad Hanuman, il Dio Scimmia, la divinità più importante e degna di rispetto del luogo. Tutti gli Dèi hanno delle caratteristiche favorevoli, e tutti hanno i loro Sacerdoti. Per quanto mi riguarda, io do una grande importanza ad Hanuman e sono ben disposto verso la sua gente: le grandi scimmie grigie delle colline. Non si può mai sapere quando può tornare utile un amico. Mentre passavamo, scorgemmo una luce accesa nel tempio, e udimmo alcune voci di uomini che cantavano inni. In un tempio indigeno, i sacerdoti si svegliano a tutte le ore durante la notte per onorare il loro Dio. Prima che potessimo fermarlo, Fleete era corso su per i gradini, era entrato e, dando delle pacche sulle spalle dei due Sacerdoti, schiacciò il sigaro contro la fronte rosseggiante della statua di pietra di Hanuman. Strickland tentò di trascinarlo fuori, ma lui si sedette a terra e disse solennemente: «Vischto? Il Scegno della B-besctia! L'ho fatto io. Non è belliscimo?». In un istante il tempio divenne affollato e rumoroso, e Strickland, che sapeva quali conseguenze comportassero simili profanazioni, disse che sarebbero potute accadere delle cose spiacevoli. A causa della sua posizione di pubblico ufficiale e della sua lunga permanenza nel paese, nonché della sua tendenza di mischiarsi alla popolazione, i Sacerdoti lo conoscevano, e lui quindi si sentiva a disagio. Fleete si sedette a terra e rifiutò di muoversi. Disse che «il buon vecchio Hanuman» era un buon cuscino morbido. Poi, all'improvviso, un Uomo d'Argento uscì da una nicchia dietro la statua del Dio. Era del tutto nudo nonostante il freddo intenso, e il suo corpo riluceva come l'argento, poiché era uno di quelli che la Bibbia chiama «un lebbroso bianco come la neve». Inoltre non aveva un viso, poiché era ormai lebbroso da molti anni e la sua malattia lo aveva segnato profondamente. Ci chinammo per rimettere in piedi Fleete, mentre il tempio si riempiva di gente, spuntata dal nulla. Ma, all'improvviso, l'Uomo d'Argento ci corse incontro e, facendo un verso simile al miagolio di una lontra, abbracciò Fleete, abbandonando la testa sul suo petto prima che potessimo impedirglielo. Poi si ritirò in un angolo e rimase a miagolare mentre la folla bloc-
cava tutte le uscite. Fino a quel momento i Sacerdoti erano stati molto adirati. Ma, quando l'Uomo d'Argento toccò Fleete, parvero riprendersi. Dopo alcuni minuti di silenzio, uno dei Sacerdoti si avvicinò a Strickland e disse in perfetto inglese: «Porta via il tuo amico. Lui ha finito con Hanuman, ma Hanuman non ha finito con lui». Nella folla si aprì quindi un varco, e riuscimmo a portare Fleete in strada. Strickland era molto arrabbiato. Disse che avremmo potuto essere tutti e tre accoltellati, e che Fleete avrebbe dovuto ringraziare la sua buona stella per essere scampato incolume. Fleete non ringraziò nessuno. Disse che voleva andare a letto: era sotto l'effetto di una sbronza monumentale. Riprendemmo il cammino. Strickland era silenzioso e adirato. Poi Fleete fu preso da violenti brividi, e si ricoprì di sudore: disse che gli odori del bazar gli procuravano una gran nausea, e che si meravigliava del fatto che fosse permesso ai macelli di sorgere così vicini alle case degli Inglesi. «Non sentite l'odore del sangue?», chiese. Finalmente lo mettemmo a letto, mentre fuori sorgeva l'alba. Strickland mi invitò a bere un altro whisky e soda. Mentre bevevamo, lui parlò dell'incidente accaduto presso il tempio, e ammise che lo aveva totalmente disorientato. Strickland non sopporta l'idea di essere disorientato dal comportamento della gente locale: infatti il suo mestiere nella vita è quello di batterli sul loro stesso terreno. Ancora non è riuscito nel suo intento ma, tra quindici o venti anni, potrebbe aver compiuto qualche piccolo passo in avanti. «Avrebbero potuto dilaniarci», disse, «invece di miagolare. Mi chiedo cosa possa significare. Non mi piace affatto.» Dissi che il Comitato di Gestione del Tempio avrebbe probabilmente intentato una causa contro di noi per aver insultato la loro religione. Vi era una sezione del Codice Penale Indiano che contemplava proprio il tipo di reato commesso da Fleete. Strickland disse che sperava e pregava che avrebbero fatto proprio così. Prima di andarmene, gettai uno sguardo alla stanza di Fleete, e lo vidi sdraiato sul lato destro, mentre si grattava il bicipite sinistro. Poi andai a letto. Avevo freddo, ero depresso e infelice, ed erano le sette della mattina. All'una uscii a cavallo diretto verso la casa di Strickland per avere notizie sui postumi della sbornia di Fleete. Di sicuro sarebbe stata una sbornia
di dimensioni notevoli. Fleete stava facendo colazione. Non aveva una bella cera. Sembrava aver perso la pazienza e inveiva contro il cuoco il quale non gli aveva ancora servito una bistecca di maiale al sangue. Un uomo capace di mangiare carne cruda dopo una notte di stravizi, è un fenomeno degno di nota. Lo dissi a Fleete e lui rise. «Avete delle zanzare ben strane da queste parti», disse. «Sono stato mangiato vivo, ma solo in un punto.» «Vorrei dare un altro sguardo al punto in cui ti hanno morso», disse Strickland. «Forse adesso sarà guarito.» Mentre si cucinavano le bistecche, Fleete aprì la camicia e ci mostrò che appena al di sopra del bicipite sinistro vi era un segno: una copia perfetta delle macchie nere - le cinque o sei macchie irregolari disposte in circolo tipiche del manto del leopardo. Strickland guardò il segno poi disse: «Era solo rosa questa mattina. Adesso è diventato nero». Fleete corse verso lo specchio. «Per Giove!», esclamò. «Allora è una cosa grave! Di che si tratta?» Non potevano rispondergli. A quel punto arrivarono le bistecche, tutte rosse e sugose, e Fleete ne divorò tre in maniera molto sgarbata. Mangiava solo con i denti situati sul lato destro della mascella, la testa rivolta verso la spalla destra mentre dilaniava la carne. Quando ebbe finito, si rese conto di essersi comportato stranamente, e si scusò: «Non credo di essermi mai sentito tanto affamato in vita mia. Mi sono abbuffato come uno struzzo». Dopo pranzo, Strickland mi disse: «Non te ne andare. Rimani qui: rimani a dormire qui stanotte». Dal momento che la mia casa non distava più di tre miglia da quella di Strickland, quella richiesta mi parve assurda. Ma Strickland insistette, ed era sul punto di aggiungere qualcosa, quando Fleete lo interruppe e dichiarò con un certo ritegno di avere ancora fame. Strickland mandò un uomo a casa mia per prendere le mie cose e un cavallo, e noi tre scendemmo nelle scuderie per passare il tempo fin quando fosse stata l'ora di uscire a fare una cavalcata. Chi ama i cavalli non si stanca mai di ispezionarli e, quando due uomini passano il tempo in questo modo, raccolgono nuove conoscenze e bugie l'uno dall'altro. Nelle scuderie vi erano cinque cavalli, e non dimenticherò mai il momento in cui cercammo di avvicinarci a loro per guardarli. Sembravano impazziti. S'imbizzarrivano e nitrivano, e riuscirono quasi a strappare via i picchetti ai quali erano legati. Sudavano, tremavano, ed erano coperti di
schiuma; sembravano impazziti dal terrore. I cavalli conoscevano Strickland quanto i suoi cani, e questo rendeva la cosa ancora più strana. Lasciammo le scuderie preoccupati della possibilità che quelle bestie si azzoppassero in preda al panico, poi Strickland tornò indietro e mi chiamò. I cavalli erano ancora impauriti, ma ci permisero di carezzarli e di coccolarli, e appoggiarono i loro musi contro il nostro petto. «Non hanno paura di noi», disse Strickland. «Sai: darei tre mesi di paga per sentire cosa avrebbe da dire Outrage.» Ma Outrage era muto e poteva solo rannicchiarsi contro il suo padrone e soffiare attraverso le froge, come fanno i cavalli quando vorrebbero spiegare qualcosa ma non possono. Fleete si avvicinò mentre eravamo ancora nelle stalle. Non appena i cavalli lo videro, il terrore tornò a farli impazzire. Riuscimmo a malapena a fuggire senza che ci prendessero a calci. Strickland osservò: «Sembra che non ti amino, Fleete». «Sciocchezze!», disse Fleete. «La mia giumenta mi segue come un cane.» Si avvicinò quindi al suo cavallo che si trovava nel padiglione aperto. Ma, non appena oltrepassò le sbarre, quella caricò, facendolo cadere a terra, e scappò via, diretta verso il giardino. Io risi, ma Strickland non ne fu affatto divertito. Si afferrò i baffi con entrambe le mani, e li tirò fin quasi a strapparseli. Fleete, invece di andare ad inseguire ciò che gli apparteneva, sbadigliò, e disse che si sentiva assonnato. Poi rientrò in casa per sdraiarsi e dormire. Un modo molto sciocco di passare il Capodanno. Strickland si sedette con me nelle scuderie e mi chiese se avessi notato qualcosa di particolare circa il comportamento di Fleete. Risposi che mi pareva che mangiasse come un animale, ma questo avrebbe potuto essere il risultato della vita solitaria sulle colline lontano dalla compagnia raffinata ed edificante quale era la nostra. Strickland non parve divertito. Non credo che mi stesse ascoltando: infatti, il commento che fece subito dopo, riguardava il segno sul petto di Fleete. Risposi dicendo che poteva trattarsi di tafani. O che poteva essere un neo appena nato e visibile ora per la prima volta. Entrambi ci trovammo d'accordo sul fatto che fosse piuttosto sgradevole alla vista, e Strickland ebbe l'occasione di dirmi che ero uno sciocco. «Non posso dirti ora quello che penso», disse, «perché diresti che sono uno stupido. Ma devi rimanere con me per i prossimi giorni, se puoi. Vo-
glio che tu osservi Fleete, ma non dirmi quel che pensi fino al momento in cui decido di chiedertelo.» «Ma io ceno fuori stasera», risposi. «Anch'io», disse Strickland, «e anche Fleete. A meno che non cambi idea.» Camminammo in giardino, fumando, ma senza aggiungere nulla - perché eravamo amici, e perché i discorsi rovinano il buon tabacco - finché le nostre pipe non furono spente. Poi andammo a svegliare Fleete. Era già sveglio e si agitava muovendosi per la stanza irrequieto. «Dico io, ho di nuovo voglia di bistecche», esordì. «Posso averne?» Ridemmo, dicendogli: «Vai a cambiarti. I pony saranno qui tra qualche minuto». «Va bene», disse Fleete. «Verrò, quando avrò avuto le mie bistecche... al sangue, naturalmente.» Sembrava che stesse parlando sul serio. Erano le quattro del pomeriggio, e avevamo mangiato all'una. D'altra parte, era da molto tempo che ci chiedeva bistecche al sangue. Poi si mise i vestiti per andare a cavallo e uscì sulla veranda. La sua giumenta non era stata ancora ripresa, e il suo pony non gli permetteva di avvicinarsi. Tutti e tre i nostri cavalli erano imbizzarriti - impazziti dalla paura - e finalmente Fleete disse che sarebbe rimasto a casa e si sarebbe procurato qualcosa da mangiare. Strickland e io uscimmo, riflettendo sull'accaduto. Mentre passavamo davanti al tempio di Hanuman, l'Uomo d'Argento uscì e miagolò verso di noi. «Dev'essere uno dei Sacerdoti addetti al tempio», disse Strickland. «Credo che proverei un particolare piacere nel mettergli le mani addosso.» Non fu una gran galoppata quella sera all'ippodromo. I cavalli erano stanchi e si muovevano lentamente, come se avessero galoppato tutto il giorno. «È stato a causa della paura che si sono presi questa mattina», osservò Strickland. Questo fu il solo commento che fece durante l'intera cavalcata. Un paio di volte imprecò sottovoce, credo; ma quello non contava. Quando tornammo era già buio, e vidi che non vi erano luci accese nel bungalow. «I miei servi sono dei lazzaroni!», disse Strickland. Il mio cavallo si arrestò di scatto, sorpreso da qualcosa che aveva scorto sul sentiero dinanzi a noi. Fleete si alzò in piedi proprio davanti al suo muso.
«Cosa fai, grufoli in giardino?», disse Strickland. Ma entrambi i nostri cavalli si imbizzarrirono e rischiammo di cadere. Smontammo accanto alle scuderie e tornammo da Fleete, che si era accoccolato carponi sotto certi alberelli di aranci. «Cosa diavolo ti prende?», esclamò Strickland. «Niente, assolutamente nulla!», disse Fleete, parlando velocemente in tono molto concitato. «Ho fatto un po' di giardinaggio... una piccola escursione botanica, diciamo. L'odore della terra è veramente speciale. Credo che farò una passeggiata... una lunga passeggiata: sì, credo proprio che farò così!» Poi vidi che vi era qualcosa di molto sbagliato in tutto quello, e dissi a Strickland: «Cenerò a casa stasera». «Dio ti benedica!», esclamò Strickland. «Ehi, Fleete, alzati. Ti prenderai la febbre là sotto. Vieni a cena e accendiamo le lampade. Mangeremo tutti a casa.» Fleete si rialzò di malavoglia. «Niente lampade... niente lampade... È molto più bello qui. Mangiamo all'aperto e facciamoci portare delle altre bistecche - molte, e al sangue quelle con tanto sangue e tanto grasso!», disse. Beh, la sera, a dicembre, nell'India del Nord fa un gran freddo, e l'idea di Fleete poteva essere solo quella di un pazzo. «Entra», disse Strickland severamente. «Entra subito!» Fleete gli ubbidì e, quando arrivarono le lampade, ci accorgemmo che era tutto ricoperto di fango dalla testa ai piedi. Doveva di certo essere ruzzolato nella terra del giardino. Evitò la luce e si diresse verso la sua stanza. I suoi occhi avevano un aspetto orribile: ne traspariva una luce verde che non emanava da essi, e il suo labbro inferiore pendeva stranamente. Strickland disse: «Avremo dei guai... grossi guai... stanotte. Non levarti la tenuta da cavallerizzo». Aspettammo a lungo che Fleete ritornasse; nel frattempo ordinammo la cena. Lo sentivamo muoversi in camera sua, ma non vi era alcun lume acceso. Ben presto, in quella stanza si udì un prolungato ululare di lupo. La gente scrive con facilità del sangue che si gela nelle vene, dei capelli che si rizzano e altre cose del genere. Entrambe le sensazioni sono troppo orribili per potersi prendere alla leggera. Il cuore mi si fermò, come se fosse stato attraversato da un coltello. Strickland diventò bianco quanto la tovaglia che era stesa sul tavolo. L'ululato si ripeté, e venne riecheggiato da un altro lontano, oltre i cam-
pi. Quello fu il momento culminante di tanto orrore! Strickland si lanciò verso la stanza di Fleete: io lo seguii, e vedemmo Fleete mentre tentava di uscire dalla finestra. Emetteva suoni bestiali dal profondo della gola. Non riuscì a rispondere quando lo chiamammo. Sputò. Non ricordo bene quello che accadde poi. Credo che Strickland debba averlo stordito con un lungo bastone da passeggio, altrimenti non saprei spiegarmi come mi ritrovai a cavalcioni del petto di Fleete. Lui non riusciva a parlare, ma ringhiava solamente, e il suo ringhiare era quello di un lupo, non certo di un uomo. Lo spirito umano in lui doveva essersi indebolito tutto il giorno, per poi sparire completamente al tramonto. Stavamo affrontando la bestia che una volta era stata Fleete. La cosa trascendeva qualsiasi esperienza umana o razionale. Tentai di dire «Idrofobia», ma la parola non era adatta. Sapevo di stare mentendo. Legammo la bestia con le corde di cuoio della corda punkah e le legammo insieme i pollici e gli alluci. Quindi la imbavagliammo con un calzante da scarpe, che è un ottimo bavaglio, se adoperato in modo giusto. Poi la portammo nella sala da pranzo, e mandammo un uomo da Dumoise, il dottore, dicendogli di venire subito. Dopo aver spedito il messaggero, riprendemmo fiato. Strickland disse: «È inutile. Questa non è cosa da dottori». Anch'io sapevo che diceva la verità. La testa della bestia era libera, e la dimenava da parte a parte. Chiunque fosse entrato nella stanza avrebbe creduto che stessimo conciando una pelle di lupo. Questo era il particolare più sgradevole dell'intera vicenda. Strickland sedeva con il mento appoggiato sul pugno, e guardava la bestia mentre si dimenava sul pavimento, ma non diceva nulla. La camicia di Fleete, che era stata strappata nella colluttazione, mostrava il segno: la rosa di macchie nere sul bicipite sinistro. Si stagliava sulla pelle come una piaga. Nel silenzio, mentre guardavamo, udimmo un suono simile al miagolio di una lontra femmina. Allora ci alzammo tutti e due in piedi, e io, per parte mia, non Strickland, vomitai... letteralmente. Ci dicemmo, come gli uomini del Pinafore, che era stato il gatto. Dumoise arrivò, e non ho mai visto un uomo così piccolo, rimanere orripilato in maniera tanto poco professionale. Disse che si trattava di un caso di idrofobia acuta, e che non si poteva far nulla. Sarebbero stati solo dei palliativi che avrebbero servito a nient'altro che a prolungare l'agonia.
La bestia schiumava. Informammo Dumoise circa il fatto che Fleete era stato morso un paio di volte dai cani. Un uomo che alleva una mezza dozzina di terrier si deve aspettare un morso di tanto in tanto. Dumoise non poteva darci alcun aiuto. Poteva solo certificare il fatto che Fleete stesse morendo di idrofobia. La bestia a quel punto riprese a ululare, poiché era riuscita a sputare il calzascarpe. Dumoise fece presente che era pronto a certificare la causa di morte, e che l'epilogo della malattia era sicuro. Era un buon uomo, e si offrì di rimanere con noi, ma Strickland rifiutò quell'atto gentile. Non desiderava intristire il Capodanno di Dumoise. Gli chiese solamente di non rendere pubblica la vera causa della morte di Fleete. Così Dumoise ripartì, profondamente scosso. Appena il fragore delle ruote del carro si affievolì, Strickland mi informò sottovoce dei suoi sospetti. E io, che ormai ero d'accordo con le teorie di Strickland, ebbi tanta vergogna ad ammetterlo, che finsi di non credervi. «Se l'Uomo d'Argento avesse veramente desiderato colpire Fleete, per aver contaminato l'immagine di Hanuman, la punizione non avrebbe potuto abbattersi tanto presto.» In quello stesso istante, un grido dall'esterno si levò nuovamente, e la bestia cadde preda di un rinnovato parossismo. Tentò furiosamente di liberarsi, e allora tememmo che le corde che la tenevano avvinta avrebbero ceduto. «Guarda!», disse Strickland. «Se questo succede altre sei volte, mi prenderò le responsabilità del caso. Ti ordino di aiutarmi!» Andò quindi in camera sua, e tornò dopo alcuni minuti. Aveva preso il tamburo di una vecchia pistola, un pezzo di lenza, della corda robusta, e la pesante testiera del suo letto. Lo informai del fatto che le convulsioni erano giunte due secondi dopo il richiamo e che la bestia pareva molto indebolita. Strickland mormorò: «Ma non può prendersi la sua vita! Non può prendersi la sua vita!». Benché sapessi di andare contro le mie stesse convinzioni, dissi: «Potrebbe essere un gatto. Dev'essere un gatto! Se l'Uomo d'Argento è responsabile di tutto ciò, perché non osa venire fin qui?». Strickland dispose il legno nel camino, mise il tamburo nel fuoco, sparse la lenza sul tavolo e spezzò in due un bastone da passeggio. In tutto vi era quasi un metro di lenza, del budello unito al filo di ferro usato nella pesca Mahseer. Ne annodò i due capi, per formare un cappio.
Poi disse: «Come facciamo a catturarlo? Dobbiamo prenderlo vivo e incolume». Dissi che dovevamo affidarci alla Provvidenza, prendere i bastoni da polo, e scivolare senza far rumore verso la zona dei cespugli di fronte alla casa. L'uomo - o l'animale - che emetteva quelle grida, girava attorno alla casa con regolarità, come una sentinella. Avremmo potuto aspettarlo nascosti tra i cespugli, e attaccarlo di sorpresa. Strickland accettò, e così scivolammo fuori attraverso la finestra di un bagno, giungendo poi sulla veranda posta sulla facciata della casa, quindi attraversammo il sentiero principale e ci nascondemmo tra i cespugli. Alla luce della luna riuscimmo a vedere il lebbroso che spuntò da dietro l'angolo della casa. Era perfettamente nudo; di tanto in tanto miagolava, e si arrestava per danzare assieme alla sua ombra. Era una visione estremamente spiacevole e, pensando al povero Fleete che era stato portato ad un tale punto di degrado da una creatura simile, misi da parte i miei dubbi e decisi di aiutare Strickland a mettere in atto tutte le torture che si sarebbero rese necessarie: dai tamburi della pistola al cappio della lenza, dai lombi alla testa, e viceversa... Il lebbroso si arrestò per un momento sulla soglia della porta centrale, e allora noi gli saltammo addosso con i bastoni. Era molto forte, e tememmo che potesse sfuggirci o rimanere ferito a morte prima che riuscissimo a catturarlo. Credevamo che i lebbrosi fossero deboli, ma dovemmo ricrederci. Strickland riuscì a placcarlo e a farlo cadere, e io gli posi il piede sul collo. Miagolava in modo orribile e, anche attraverso i miei stivali da cavallerizzo, potevo sentire che la sua carne non era sana. Tentò di colpirci con la mano e i piedi deformi. Lo legammo con un guinzaglio per cani, facendolo passare al di sotto delle ascelle, e lo trascinammo all'indietro, verso il salone e fin dentro la sala da pranzo in cui giaceva la bestia. Lì lo legammo con delle cinghie da baule. Non tentò di scappare, limitandosi a miagolare di tanto in tanto. Il confronto tra quell'uomo e la bestia fu una scena indescrivibile. La bestia si inarcò all'indietro come se fosse stata avvelenata con la stricnina, gemendo in maniera pietosa. Diverse altre cose accaddero, ma non possono essere descritte a questo punto. «Forse avevo ragione», disse Strickland. «Ora gli chiederemo di curare questo caso.» Ma il lebbroso si limitò a miagolare. Strickland si fasciò la mano con un asciugamano e tolse i tamburi della pistola dal fuoco. Passai un pezzo del
bastone da passeggio attraverso il cappio della lenza e assicurai il lebbroso alla testiera del letto di Strickland. Compresi allora come possa accadere che uomini, donne e bambini possano sopportare di vedere una strega bruciata sul rogo. Infatti, la bestia gemeva distesa a terra e, benché l'Uomo d'Argento non avesse un viso, si potevano vedere le orribili sensazioni che provava passargli sulla carne liscia, proprio come delle ondate di calore che si liberino dal ferro incandescente: ad esempio, come i tamburi di una vecchia pistola. Strickland si protesse gli occhi con la mano per un momento, poi cominciammo il lavoro. Ma questa parte non può essere pubblicata. L'alba aveva cominciato a sorgere quando finalmente il lebbroso si decise a parlare. I suoi miagolii non erano stati molto soddisfacenti fino a quel momento. La bestia era svenuta, spossata, e la casa era molto quieta. Slegammo il lebbroso e gli ordinammo di togliere la maledizione. Lui strisciò verso la bestia e le pose la mano sul petto, a sinistra. Fu tutto. Poi cadde supino e gemette, riprendendo fiato. Osservammo la bestia, e nei suoi occhi vedemmo nuovamente l'anima di Fleete. Poi la fronte e gli occhi si ricoprirono di sudore e gli occhi - di nuovo occhi umani - si chiusero. Attendemmo per un'ora, ma Fleete dormiva ancora. Lo portammo allora nella sua stanza, e ordinammo al lebbroso di andarsene; gli demmo anche la testiera e il lenzuolo del letto per coprirsi, i guanti e gli asciugamani con cui lo avevamo toccato, e la frusta con cui lo avevamo legato. L'uomo si avvolse il lenzuolo attorno ai lombi e uscì dalla casa nella luce dell'alba senza miagolare e senza pronunciare una sola parola. Strickland si asciugò il viso e si sedette. Si udì il rintocco del gong, in qualche punto lontano della città, che annunciò le sette. «Sono passate esattamente ventiquattr'ore!», osservò Strickland. «In questo lasso di tempo ho fatto cose che causerebbero il mio licenziamento dal servizio, nonché il mio internamento in un ospedale psichiatrico. Secondo te, siamo ben desti, o è stato tutto un sogno?» Il tamburo incandescente della pistola, era caduto a terra e stava bruciacchiando il tappeto. L'odore che emanava era molto reale. Quella mattina alle undici andammo a svegliare Fleete. Osservammo che il segno nero del leopardo che aveva sul petto era sparito. Era solo molto intontito e stanco ma, non appena ci vide, disse: «Ah! Accidenti a voi. Vi auguro buon anno! Non mischiate mai gli alco-
lici. Sono quasi morto!». «Ti ringrazio della tua gentilezza, ma sei in ritardo», disse Strickland. «Oggi è il mattino del secondo giorno dell'anno. Hai dormito di gusto: più di ventiquattr'ore!» La porta poi si aprì e il piccolo Dumoise sporse la testa oltre la porta. Era venuto a piedi e credeva che vegliassimo Fleete. «Ho portato un'infermiera», disse Dumoise. «Ho pensato che potesse essere utile per accudire... alle necessità del caso.» «Benissimo!», disse Fleete, allegro, alzandosi a sedere sul letto. «Fate venire le infermiere.» Dumoise rimase senza parole. Strickland lo condusse fuori dalla stanza e gli spiegò che doveva esserci stato un errore nella diagnosi. Dumoise rimase in silenzio e si affrettò a lasciare la casa. Il dottore considerò lesa la sua reputazione professionale, ed era sul punto di offendersi per la rapida guarigione del paziente. Poi Strickland uscì. Quando tornò, disse che era stato al Tempio di Hanuman per fare ammenda per la contaminazione del Dio, e riferì che gli era stato solennemente assicurato che nessun bianco aveva mai toccato l'idolo, che egli era un'incarnazione di tutte le virtù, e che lui era in preda a un'illusione. «Che ne pensi?», chiese Strickland. Risposi: «Ci sono più cose...». Ma Strickland odia quella citazione, Dice che ne faccio uso troppo spesso. Poi accadde un'altra cosa curiosa, che mi spaventò più di quello che era accaduto durante la notte. Quando Fleete si fu rivestito, scese in camera da pranzo e annusò l'aria. Aveva uno strano modo di muovere il naso quando annusava. «C'è un orribile odore di cane qui», disse. «Dovresti cercare di tenere i terrier sotto controllo. Prova con lo zolfo, Strick.» Ma Strickland non rispose. Aveva afferrato lo schienale di una sedia, e all'improvviso cadde in preda a un attacco isterico. È uno spettacolo terribile vedere un uomo forte e robusto cadere preda di un attacco isterico. Poi fui colpito dal pensiero che in quella stessa stanza avevamo lottato per strappare all'Uomo d'Argento l'anima di Fleete, e che avevamo perso per sempre il nostro onore di Inglesi, e allora scoppiai anch'io in grandi risate, mentre Fleete ci guardava come se fossimo impazziti entrambi. Non gli raccontammo mai quello che avevamo fatto. Qualche anno più
tardi, quando Strickland si era già sposato ed era diventato un fedele membro della parrocchia per amore di sua moglie, riparlammo in maniera distaccata di quello che era accaduto, e Strickland suggerì di rendere nota la storia. Per quanto mi riguarda, non vedo come questo possa contribuire a svelare il mistero. Infatti, in primo luogo, nessuno crederebbe che questa spiacevole storia sia vera e, in secondo luogo, è ben noto agli uomini probi che gli Dèi pagani sono fatti di pietra e di ottone, e che ogni tentativo di aver a che fare con loro sotto altra forma deve essere sempre condannato. GABRIEL-ERNEST Gabriel-Ernest di Saki (Hector Hugh Munro) The Westminster Gazette, 23 mag. 1909 «C'è una belva selvaggia nei vostri boschi», disse Cunningham, l'artista, mentre veniva accompagnato in auto alla stazione. Era l'unica osservazione che aveva fatto durante il viaggio ma, visto che Van Cheele aveva parlato senza sosta, il silenzio del suo compagno non era stato evidente. «Una o due volpi di passaggio e qualche donnola stanziale. Niente di più spaventoso», disse Van Cheele. L'artista non disse niente. «Che cosa intendeva dire con belva selvaggia?», chiese Van Cheele poi, quando si trovavano sul marciapiede. «Niente, una mia fantasia. Ecco il treno», disse Cunningham. Quel pomeriggio Van Cheele andò a fare una delle sue frequenti passeggiate nella sua proprietà boscosa. Aveva un tarabuso impagliato nel suo studio, e conosceva il nome di molti fiori selvatici, perciò sua zia aveva qualche giustificazione nel definirlo un grande naturalista. Ad ogni modo, era un gran camminatore. Era sua abitudine prendere mentalmente nota di tutto quello che vedeva durante le sue camminate, non tanto al fine di aiutare la scienza contemporanea, quando per provvedersi di nuovi argomenti di conversazione. Quando le campanule cominciarono a fiorire, egli si fece obbligo di informare tutti di questo fatto. Quello che Van Cheele vide quel pomeriggio di particolare fu, però, qualcosa di molto lontano dalla normale sfera delle sue esperienze. Su una sporgenza rocciosa, a picco su un laghetto che si trovava in una valletta piena di querce, era disteso un ragazzo di circa sedici anni che si asciugava il corpo scuro e bagnato al sole. I capelli, umidi per un tuffo recente, erano
sparsi vicino alla testa, e gli occhi marroni, tanto chiari che avevano quasi il bagliore degli occhi delle tigri, si girarono verso Van Cheele con un'attenzione pigra. Era un'apparizione inaspettata, e Van Cheele si ritrovò impegnato nel processo, per lui nuovo, di pensare prima di parlare. Da dove diavolo spuntava fuori quel ragazzo? La moglie del mugnaio aveva perso un bambino circa due mesi prima - si supponeva che fosse stato trascinato dalla corrente del ruscello - ma era solo un bambino, non un ragazzo. «Che stai facendo lì?», domandò. «Ovviamente, prendo il sole», replicò il ragazzo. «Dove vivi?» «Qui, in questi boschi.» «Non puoi vivere nei boschi», disse Van Cheele. «Sono dei boschi molto belli», disse il ragazzo, con una sfumatura di condiscendenza nella voce. «Ma dove dormi la notte?» «La notte non dormo; è il periodo del giorno in cui sono più occupato.» Van Cheele cominciò a provare l'irritante sensazione di essere alle prese con un problema che gli sfuggiva. «Di che cosa ti cibi?», chiese. «Di carne», disse il ragazzo, e pronunciò quella parola con un tale gusto che sembrava la stesse assaggiando in quel momento. «Carne! Quale tipo di carne?» «Dal momento che vi interessa: conigli, uccelli, lepri, pollame, agnelli e, quando è la stagione, bambini... quando ne riesco a prendere uno. In genere, sono chiusi in casa la notte, quando io caccio. Sono quasi due mesi che non gusto carne di bambino.» Ignorando la natura scherzosa di quell'ultima osservazione, Van Cheele cercò di spostare la conversazione sulla possibilità che il ragazzo cacciasse di frodo. «Le spari grosse quando dici di mangiare le lepri. Le nostre lepri non sono così facili da prendere.» «La notte caccio su quattro zampe», fu la risposta alquanto sibillina del ragazzo. «Immagino che tu voglia dire che cacci con un cane?», azzardò Van Cheele. Il ragazzo si rotolò lentamente sulla schiena, e rise di un riso gutturale e strano, che era piacevole quanto un chiocchio e sgradevole quanto un rin-
ghio. «Immagino che nessun cane sarebbe molto ansioso di stare in mia compagnia, soprattutto la notte.» Van Cheele cominciò ad avvertire che c'era qualcosa di realmente insolito nel giovane dagli strani occhi e dallo strano modo di parlare. «Non posso permetterti di restare in questi boschi», dichiarò in tono autoritario. «Immagino preferiate che stia qui invece che nella vostra casa», disse il ragazzo. L'idea di quell'animale selvaggio e nudo nella casa ordinata di Van Cheele era allarmante. «Se non te ne vai tu ti manderò via io», disse Van Cheele. Il ragazzo si girò come un lampo, si tuffò nel laghetto e, in un attimo, si issò con il corpo bagnato e luccicante sulla riva dove stava Van Cheele. In una lontra quel movimento non si sarebbe notato; in un ragazzo, Van Cheele lo trovò piuttosto sorprendente. Un piede gli scivolò nel fare un involontario movimento all'indietro, ed egli si trovò disteso sulla riva resa scivolosa dalle alghe, con quegli occhi gialli e animaleschi a poca distanza dai suoi. Quasi istintivamente portò la mano alla gola. Il ragazzo rise di nuovo, una risata in cui il ringhio aveva quasi scacciato il chiocchio e poi, con un altro di quei suoi movimenti sorprendentemente fulminei, si tuffò in un intrico di erbacce e di felci. «Che animale selvaggio!», disse Van Cheele nell'alzarsi. E poi ricordò l'osservazione di Cunningham: «C'è una belva selvaggia nei vostri boschi». Camminando lentamente verso casa, Van Cheele cominciò a riandare con la mente ai vari avvenimenti locali in cui si potesse rintracciare l'esistenza di quel giovane selvaggio. Negli ultimi tempi, qualcosa aveva fatto diminuire la cacciagione, il pollame spariva dalle fattorie, le lepri erano diventate incredibilmente rare, e gli erano giunti all'orecchio i lamenti di chi aveva perso gli agnelli che pascolavano sulle colline. Era possibile che quel ragazzo selvaggio stesse veramente battendo la zona in compagnia di qualche cane intelligente? Aveva parlato di caccia «a quattro zampe» la notte, ma poi aveva accennato misteriosamente che a nessun cane sarebbe piaciuto avvicinarglisi, «soprattutto la notte». Era veramente sconcertante. E, poi, mentre Van Cheele ricordava i vari saccheggi commessi negli ultimi due mesi, arrivò improvvisamente a un punto morto, sia nella sua passeggiata che nei suoi ragionamenti.
Ripensò al bambino che era scomparso dal mulino due mesi prima. La teoria accettata da tutti era che fosse caduto nel ruscello e fosse stato portato via dalla corrente. Ma la madre aveva sempre detto di aver sentito un urlo dal lato della casa che era sul pendio della collina, dalla parte opposta all'acqua. Era impensabile, naturalmente, ma egli desiderava che il ragazzo non avesse fatto quella strana osservazione a proposito della carne di bambino mangiata due mesi prima. Cose così spaventose non si dovrebbero dire nemmeno per scherzo. Van Cheele, contrariamente al suo solito, non si sentiva disposto a comunicare ad altri la scoperta fatta nel bosco. La sua posizione di consigliere della chiesa e di giudice di pace gli sembrava in qualche modo compromessa dal fatto di dare asilo a una persona di dubbia reputazione sulla sua proprietà. C'era anche la possibilità di ricevere una pesante multa per i danni arrecati dalla scomparsa degli agnelli e del pollame. A cena, quella sera, fu insolitamente silenzioso. «Dove ti è andata a finire la lingua?», chiese sua zia. «Si direbbe che hai visto un lupo.» Van Cheele, che non conosceva i detti antichi, pensò che l'osservazione fosse piuttosto stupida. Se lui avesse visto un lupo sulla sua proprietà, la sua lingua sarebbe stata straordinariamente impegnata sull'argomento. La mattina, a colazione, Van Cheele era conscio che la sensazione di disagio riguardo all'episodio del giorno prima non era scomparsa del tutto. Decise di andare in treno nella vicina città sede del Vescovato, di cercare Cunningham e chiedergli perché avesse fatto quell'osservazione a proposito di una bestia selvaggia nei boschi. Quando ebbe preso questa risoluzione, il suo buon umore in parte ritornò, e canticchiava un motivetto quando si diresse nel soggiorno per fumare la sua solita sigaretta. Quando entrò nella stanza, il motivetto fu bruscamente interrotto da un'esclamazione. Graziosamente disteso sull'ottomana, in atteggiamento di riposo, c'era il ragazzo dei boschi. Era più asciutto dell'ultima volta che Van Cheele l'aveva visto, ma non si poteva notare nessun altro cambiamento nella sua toilette. «Come hai osato venire qui?», chiese Van Cheele con rabbia. «Mi avete detto che non dovevo restare nei boschi», disse il ragazzo con calma. «Ma non avevo detto di venire qui. E se mia zia ti vedesse?» E, al fine di minimizzare gli effetti della catastrofe, Van Cheele coprì il più possibile il suo ospite indesiderato con i fogli del Morning Post. In
quel momento sua zia entrò nella stanza. «Questo povero ragazzo si è smarrito e ha perso la memoria. Non sa chi sia né da dove venga», spiegò Van Cheele in tono disperato, lanciando una occhiata ansiosa al derelitto per vedere se stesse per aggiungere una sincerità sconcertante alle sue altre qualità selvagge. Miss Van Cheele fu enormemente interessata. «Forse la sua biancheria intima è cifrata», suggerì. «Sembra che ne abbia perso la maggior parte», disse Van Cheele, cercando freneticamente di tenere il Morning Post al suo posto. Un bambino nudo e senza casa affascinava Miss Van Cheele nello stesso modo in cui sarebbe stata affascinata da un gattino randagio o da un cagnolino abbandonato. «Dobbiamo fare tutto il possibile per lui», decise la donna, e in breve un fattorino, inviato in Canonica, dove c'era un servitore, tornò con degli abiti, una camicia, un paio di scarpe e della biancheria. Vestito, pulito e strigliato, il ragazzo non perse nulla della sua stranezza agli occhi di Van Cheele, ma sua zia lo trovò dolcissimo. «Dobbiamo dargli un nome dato che non sappiamo qual è il suo», disse lei. «Gabriel-Ernest, penso che vada bene. Sono due nomi graziosi e adatti». Van Cheele era d'accordo, ma intimamente dubitava che fossero stati dati a un ragazzino grazioso e ammodo. I suoi timori non furono diminuiti dal fatto che il suo spaniel, vecchio e posato, fosse fuggito dalla casa all'arrivo del ragazzo, e ora restasse ostinatamente a tremare e a guaire in un angolo del frutteto, mentre il canarino, di solito vocalmente impegnato quanto lo stesso Van Cheele, si fosse dato a rari e spauriti cinguettii. Era più che mai risoluto a consultare Cunningham senza perdere tempo. Mentre guidava verso la stazione, sua zia stava disponendo che GabrielErnest l'aiutasse ad intrattenere i bambini della sua Scuola Domenicale durante il tè di quel pomeriggio. Cunningham sulle prime non era disposto a parlare. «Mia madre è morta per una malattia mentale», spiegò, «perciò capirete quanto sia poco propenso a indugiare su qualsiasi fenomeno di natura fantastica che veda o pensi di vedere.» «Ma che cosa avete visto?», insisté Van Cheele. «Quello che penso di avere visto è qualcosa di tanto straordinario che nessun uomo sano di mente può credere sia realmente accaduto. L'ultima sera che sono stato da voi, ero seminascosto dalla siepe che è accanto al
cancello del frutteto, a guardare il bagliore del sole morente. A un tratto mi sono accorto della presenza di un ragazzo nudo, con il corpo bagnato da un tuffo recente in qualche laghetto vicino. Stava sul pendio della collina a guardare il tramonto. La sua posa ricordava tanto un selvaggio fauno del mito pagano, che immediatamente avrei voluto ingaggiarlo come modello, e stavo per chiamarlo. Ma proprio allora il sole scomparve, e tutto l'arancione e il rosa abbandonarono il paesaggio, lasciandolo freddo e grigio. E nello stesso momento accadde qualcosa di incredibile: anche il ragazzo scomparve!» «Che cosa! Svanì nel nulla?», chiese eccitato Van Cheele. «No, questa è la parte più spaventosa della storia», rispose l'artista, «c'era un gran lupo, dal pelo nerastro, dalle zanne bianche e crudeli, e con occhi gialli e selvaggi. Penserete...» Ma Van Cheele non si fermò a fare nulla di così inutile come pensare. Già stava correndo alla massima velocità verso la stazione. Rinunciò all'idea di un telegramma. «Gabriel-Ernest è un Lupo Mannaro», era un tentativo inadeguato per spiegare la situazione, e sua zia avrebbe pensato che si trattasse di un messaggio in codice di cui aveva omesso di darle la chiave. La sua unica speranza era di arrivare a casa prima del tramonto. La vettura pubblica che noleggiò alla stazione d'arrivo lo torturò con quella che a lui pareva una lentezza esasperante lungo le strade di campagna, che erano rosa e violette per i raggi del sole morente. Sua zia stava riponendo delle conserve e una torta quando lui arrivò. «Dov'è Gabriel-Ernest?», gridò quasi. «Sta accompagnando a casa il bambino dei Toop», disse sua zia. «Si stava facendo tardi, così ho pensato che sarebbe stato imprudente farlo tornare a casa da solo. Che bel tramonto, non è vero?» Ma Van Cheele, sebbene non fosse ignaro della luce che illuminava l'occidente, non indugiò a discutere sulla sua bellezza. A una velocità che la sua auto reggeva a malapena, corse lungo lo stretto viottolo che conduceva alla casa dei Toop. Da un lato correva il ruscello del mulino, dall'altro si ergeva lo spoglio pendio della collina. Una striscia rossa era ancora visibile all'orizzonte, e alla prossima curva avrebbe dovuto vedere la coppia male assortit di cui era all'inseguimento. Poi il colore abbandonò d'improvviso tutte le cose, e una luce grigia si distese sul paesaggio. Van Cheele udì un acuto grido di paura, e smise di correre. Nessuno vide mai più il bambino dei Toop e Gabriel-Ernest, ma gli abiti abbandonati di quest'ultimo vennero trovati sulla strada, così si dedusse
che il bambino fosse caduto in acqua, e che il ragazzo si fosse svestito e tuffato nel ruscello, nel vano tentativo di salvarlo. Van Cheele e qualche contadino che era nei pressi in quel momento, testimoniarono di aver sentito un grido di bambino proprio vicino al posto dove erano stati trovati gli abiti. Mrs. Toop, che aveva altri undici figli, si rassegnò al lutto, ma Miss Van Cheele era sinceramente addolorata per la scomparsa del suo trovatello. Fu per sua iniziativa che venne posta una lapide nella chiesa alla memoria di «Gabriel-Ernest, un ragazzo sconosciuto che coraggiosamente sacrificò la sua vita per un altro». Van Cheele assecondava la zia in molte cose ma rifiutò con decisione di sottoscrivere la lapide alla memoria di Gabriel-Ernest. LUPO-CHE-CORRE Running Wolf di Algernon Blackwood The Century, agosto 1920 L'uomo che gode di un'avventura estranea all'esperienza comune della sua razza e la comunica agli altri, non deve sorprendersi se viene preso per bugiardo o per pazzo, come Malcolm Hyde, impiegato d'albergo in vacanza, scoprì a tempo debito. Ma «godere» non è la parola giusta per esprimere le sue emozioni: la parola che avrebbe scelto lui sarebbe stata probabilmente «sopravvivere». Quando vide per la prima volta il Medicine Lake, fu colpito dalla sua bellezza tranquilla e scintillante, incastonata nelle vaste zone boscose e selvagge del Canada. In secondo luogo, fu colpito dalla sua solitudine estrema e, infine - questo, molto più tardi - dalla combinazione di bellezza, solitudine e atmosfera particolare, dovuta al fatto che era la scena della sua avventura. «Abbonda di pesci grandi», aveva detto Morton dello Sporting Club di Montreal. «Passate le vostre vacanze lassù, lungo la strada per Mattawa, a una quindicina di miglia ad ovest dello Stony Creek. Sarete completamente solo, fatta eccezione per un vecchio indiano che ha una capanna. Accampatevi sulla riva orientale se volete il mio suggerimento.» Poi aveva parlato per una mezz'ora di quello sport meraviglioso, ma per il resto non era stato molto comunicativo, e Hyde aveva notato che non gradiva le domande. Non aveva soggiornato a lungo sulle rive del lago. Se
era veramente un paradiso come affermavano Morton, i suoi scopritori e i pescatori più esperti della provincia, perché vi si era fermato solo tre giorni? «Scarseggiavano i vermi», fu la sua spiegazione. Ma, a un altro amico, aveva detto laconicamente «mosche», e a un terzo, come Hyde apprese in seguito, fornì la scusa che il suo meticcio si era «ammalato», e che era stato necessario un veloce ritorno alla civiltà. Hyde, comunque, non si curò molto delle spiegazioni; il suo interesse per esse fu risvegliato più tardi. «Abbonda di pesci» era una frase che gli piaceva. Prese il treno della Canadian Pacific fino a Mattawa, si accampò lungo lo Stony Creek, e da lì partì per la traversata in canoa di quindici miglia, senza un solo pensiero al mondo. Visto che viaggiava con pochi pesi, i punti in cui affluivano altri fiumi non gli crearono problemi. L'acqua era veloce e agevole, le rapide sormontabili; tutto andava per il verso giusto, come si usa dire. Di tanto in tanto vide dei pesci dirigersi verso acque più profonde, e fu molto tentato di fermarsi, ma non cedette alla tentazione. Si addentrò nel mondo immenso delle foreste che si stendevano per centinaia di miglia, conosciute solo dai cervi, dagli orsi, dagli alci e dai lupi, ma ignote all'uomo. Una regione selvaggia, solitaria e primitiva. La giornata autunnale era calma, le acque cantavano e scintillavano, il cielo azzurro si stendeva sereno su tutto, abbagliante di luce. Verso sera superò una diga di castori, aggirò una piccola punta, e posò per la prima volta gli occhi sul Medicine Lake. Sollevò la pagaia gocciolante: la canoa scese con una silenziosa scivolata nelle acque calme. Hyde lanciò un'esclamazione di gioia, perché la bellezza del lago gli aveva tolto il fiato. Sebbene fosse soprattutto uno sportivo, non era insensibile alla bellezza. Il lago formava una mezzaluna, lunga circa quattro miglia e larga quasi un miglio. I raggi dorati e obliqui del tramonto l'inondavano. Nessuna brezza increspava la superficie cristallina. Era così da quando il Dio Pellerossa l'aveva fatto, e sarebbe stato così finché Lui non l'avesse prosciugato. Altri abeti si schieravano lungo le rive, cedri maestosi si chinavano come se volessero dissetarsi, sumacchi cremisi brillavano a macchie fiammeggianti, e aceri splendevano di rosso e d'arancio. L'aria era frizzante come un vino, e silenziosa come un sogno. Era lì che i Pellirosse un tempo «facevano magie», con tutti i rituali selvaggi e le cerimonie tribali dei tempi antichi. Ma era a Morton, più che agli Indiani, che Hyde pensava. Se quel paradiso solitario e nascosto ab-
bondava di grandi pesci, doveva molto a Morton per quell'informazione. La pace lo invase, ma sotto covava l'eccitazione del cacciatore. Si guardò intorno con un occhio rapido ed esperto in cerca di un posto per accamparsi, prima che il sole si immergesse al di sotto delle foreste e scendesse il crepuscolo. La capanna dell'Indiano, illuminata in pieno dal tramonto sulla riva orientale, gli fu subito visibile; ma gli alberi erano troppo fitti in quel punto. Del resto, non desiderava stare così vicino all'abitante della capanna. Sul lato opposto, però, si trovava una radura ideale per un accampamento. Era già immersa nell'ombra: l'enorme foresta la ombreggiava all'imbrunire; ma quello spazio aperto lo attrasse. Pagaiò rapidamente verso la riva e l'esaminò. Il terreno era duro e asciutto, scoprì, e un piccolo ruscello correva spumeggiando lungo un lato e affluiva al lago. Anche quella foce sarebbe stata un ottimo posto per pescare. Era perfino protetta. Qualche salice segnava lo sbocco. Un campeggiatore esperto prende subito le sue decisioni. Era un posto perfetto, e qualche ceppo carbonizzato, nonché delle tracce di vecchi fuochi, gli dissero che non era stato il primo a pensarlo. Hyde era deliziato. Poi, improvvisamente, la delusione oscurò il suo piacere. Aveva portato a terra il suo equipaggiamento e aveva cominciato a montare la tenda, quando ricordò un particolare che l'eccitazione aveva spinto in un angolo remoto della sua mente: il consiglio di Morton. Ma non solo di Morton, perché il bottegaio a Stony Creek l'aveva confermato. Quell'uomo alto con i baffi radi e le spalle curve, abbigliato in camicia e pantaloni, gli aveva dato il consiglio finale insieme alla pancetta, alla farina, al latte condensato e allo zucchero. Aveva ripetuto le parole di Morton, che Hyde aveva quasi dimenticate: «Montate la vostra tenda sulla riva orientale. Al posto vostro, io lo farei», aveva detto al momento del commiato. Il bottegaio ricordava anche Morton. «Un uomo basso, scuro come un indiano e che emanava odore di boschi. Viaggiava con Jake, il meticcio.» Era sicuramente Morton. «Non si fermò a lungo, vero?», aggiunse in tono meditabondo. «State andando al Windy Lake, vero? Oppure al Ten Mile Water, forse?» Era stata la prima domanda che aveva fatto ad Hyde. «Al Medicine Lake.» «Veramente?», aveva detto l'uomo, come se ne dubitasse per qualche ragione oscura. Si toccò i baffi ispidi. «Veramente?», ripeté. E le ultime pa-
role arrivarono dopo una lunga pausa: il consiglio a proposito della riva migliore su cui accamparsi. Tutto questo gli tornò improvvisamente alla mente con una sfumatura di delusione e di noia perché, quando due uomini esperti concordano, la loro opinione non si può trascurare con leggerezza. Desiderò di aver chiesto più particolari al bottegaio. Si guardò intorno, meditò, esitò. Il posto che aveva scelto per accamparsi era senza dubbio sulla riva proibita. Quali mai potevano essere le obiezioni contro quella riva? Ma la luce si stava affievolendo; doveva decidere velocemente che cosa fare. Dopo aver guardato il bagaglio ancora imballato e la tenda montata a metà, prese la sua decisione mormorando una frase che inviava sia Morton che il bottegaio in luoghi molto meno piacevoli. «Devono avere qualche ragione», brontolò tra sé; «persone del genere di solito sanno quello che dicono. Immagino che farei meglio a trasferirmi sull'altra riva, almeno per stanotte.» Prima di ricaricare tutto sulla canoa, lanciò un'occhiata alla riva opposta. Dalla capanna dell'Indiano non si alzava fumo. Non aveva visto nessuna traccia di una canoa. Decise che l'Indiano non c'era. Allora, con riluttanza, abbandonò quell'ottima radura e pagaiò attraverso il lago. Un'ora e mezza dopo, la sua tenda era montata, la legna per il fuoco era stata raccolta, e due piccole trote erano già state prese per la cena. Ma i pesci più grandi, Hyde lo sapeva, lo aspettavano sull'altra riva, accanto alla piccola foce. Alla fine, si addormentò sul suo letto di rami balsamici, deluso e annoiato, chiedendosi come fosse possibile che una semplice frase l'avesse persuaso così facilmente, malgrado il suo parere contrario. Dormì come un sasso; il sole era già alto quando si svegliò. Ma il suo umore mattutino era molto diverso. La luce brillante, la pace, l'aria inebriante, tutto era così rallegrante per la sua mente da dissolvere le stupide fantasticherie della sera prima. Si meravigliò di essere stato tanto debole. Non aveva più esitazioni. Subito dopo colazione smontò l'accampamento, attraversò con la canoa la striscia di acqua scintillante, e si sistemò rapidamente sulla riva proibita, come ormai la chiamava, con un ghigno di disprezzo. E, più vedeva quella radura, più gli piaceva. C'era legna in abbondanza, acqua da bere, uno spazio aperto intorno alla tenda, e non c'erano mosche. La pesca, per di più, era magnifica. La descrizione di Morton era pienamente giustificata, e «abbonda di pesci grandi» per una volta non era un'esagerazione. Passò le ore inutili del primo pomeriggio a sonnecchiare al sole, o a pas-
seggiare nella boscaglia che era al di là dell'accampamento. Non trovò niente di insolito. Si bagnò in uno stagno freddo e profondo, e si divertì in quel piccolo paradiso solitario. Solitario, lo era certamente, ma la solitudine faceva parte del suo fascino. La tranquillità, la pace, l'isolamento di quel bel lago tra i boschi lo deliziavano. Il silenzio era divino. Hyde era soddisfatto. Dopo una tazza di tè, verso sera passeggiò lungo la riva per vedere i primi pesci che salivano a galla. La lieve increspatura sull'acqua e le ombre che si allungavano, erano buoni segni. Si sentiva un tonfo dopo l'altro, quando i grandi pesci salivano a galla, ghermivano il cibo, e svanivano nelle profondità. Si affrettò all'accampamento. Dieci minuti dopo aveva preso le canne e scivolava silenziosamente con la canoa sull'acqua tranquilla. La pesca era tanto buona e le trote si ammucchiavano tanto velocemente sul fondo della canoa che, nonostante il buio si infittisse, trovò difficile allontanarsi. «Un'altra», si disse, «e poi me ne vado.» Tirò in secco quell'«altra», e stava per staccarla dall'amo, quando il silenzio profondo della sera fu stranamente turbato. Improvvisamente si accorse di essere osservato. Un paio d'occhi, così gli sembrava, lo fissavano dalle ombre circostanti. Almeno, così interpretò quello strano turbamento del suo umore lieto; quella era la sua sensazione. Ne era stato assalito senza nessun preavviso. Non era solo. La grande trota viscida gli scivolò dalle mani. Restò immobile a guardarsi intorno. Non si muoveva niente: l'increspatura sul lago era scomparsa, non c'era vento, e la foresta era un ammasso purpureo di ombre. Il cielo giallo, che scoloriva velocemente, creava riflessi che infastidivano gli occhi e rendevano incerte le distanze. Ma non c'era nessun rumore, nessun movimento. Non vide nessuna figura. Eppure sapeva che qualcuno lo osservava, e un'ondata di un terrore irragionevole lo sommerse. La prua della canoa era contro la riva. In un attimo, e istintivamente, la allontanò e pagaiò verso l'acqua più profonda. L'osservatore, anche questo gli venne alla mente istintivamente, era vicino a quella riva. Ma dove? E chi era? Era l'Indiano? Quando arrivò nell'acqua più profonda, a una ventina di metri dalla sponda, si fermò e aguzzò occhi e orecchie per scovare qualche indizio. Provava un po' di vergogna, ora che quella strana sensazione iniziale si era attutita. Ma la certezza restava. Per quanto assurdo fosse, era sicuro che qualcuno lo osservasse con concentrazione e intensità. Ogni fibra del suo essere glielo diceva; e, sebbene non vedesse nessuna figura, nessuna sa-
goma sulla riva, avrebbe potuto giurare in quale gruppo di salici quella persona era nascosta a spiarlo. La sua attenzione era attratta da un gruppo in particolare. L'acqua gocciolava lentamente dalla pagaia che era poggiata di traverso sulla canoa. Non si udiva nessun altro suono. La tela della sua tenda brillava fioca. Cominciarono a vedersi le stelle. Hyde aspettava, ma non accadde niente. Poi, improvvisa com'era venuta, la sensazione passò, ed egli seppe che la persona che l'aveva osservato intenzionalmente era andata via. Fu come se una corrente si fosse spenta: il mondo tornò normale. Il paesaggio si svuotò come se qualcuno avesse lasciato una stanza. Quella sgradevole sensazione lo lasciò nel medesimo tempo, cosicché virò immediatamente la canoa verso la riva, la tirò in secco e, con la pagaia in mano, si avvicinò a esaminare il gruppo di salici che aveva identificato come nascondiglio dell'osservatore. Non c'era nessuno, naturalmente, né c'era traccia che vi fosse stato di recente un essere umano. Non c'erano né foglie né rami smossi, e nemmeno un ramoscello era stato spostato. Il suo occhio acuto ed esperto non trovò nessuna orma sul terreno. Ma, ciononostante, era certo che poco tempo prima qualcuno si fosse accovacciato proprio tra quelle foglie per osservarlo. Ne restò assolutamente convinto. L'osservatore, sia che fosse l'Indiano, un cacciatore, un boscaiolo, sia che fosse un meticcio vagabondo, si era ritirato: una ricerca sarebbe stata inutile, e stava scendendo la sera. Ritornò al suo piccolo accampamento più turbato di quanto volesse ammettere. Si cucinò la cena, appese il carniere a una fune, in modo che nessun animale predatore lo prendesse durante la notte, e si preparò a stare comodo fino all'ora di andare a letto. Inconsciamente, preparò un fuoco più grande del solito, e si sorprese a scrutare le profonde ombre che si stendevano oltre il falò e a tendere le orecchie per afferrare il minimo rumore. Restò in allarme, una condizione che gli era del tutto nuova. Un uomo che si trovi in condizioni simili e in un posto simile, non avverte il disagio finché il senso di solitudine non lo colpisce come qualcosa di troppo reale e vivido. La solitudine apporta fascino, piacere, e una bella sensazione di calma fino a che, o a meno che, non arrivi troppo vicina. Dovrebbe restare solo un ingrediente tra gli altri; non dovrebbe essere notato troppo direttamente, con troppa concretezza. Una volta che si sia avvicinata troppo, però, può facilmente attraversare lo stretto confine tra benessere e malessere, e il buio è il momento peggiore per questa transizione.
Può facilmente seguire una strana paura: la paura che la solitudine possa essere improvvisamente turbata, e il solitario essere umano si sente esposto ad ogni attacco. Per Hyde, ormai, quella transizione si era già compiuta. Quel senso troppo profondo di solitudine si era trasformato d'improvviso nella terribile condizione di non sopportare più di essere completamente solo. Era un momento difficile, e l'impiegato d'albergo comprese con esattezza la sua posizione. Non gli piaceva affatto. Sedeva con le spalle ai ceppi accesi, una figura stagliata sullo sfondo della luce del falò, mentre tutt'intorno a lui il buio della foresta si ergeva come un muro impenetrabile. Non vedeva nulla al di là del piccolo alone del suo fuoco da campo; il silenzio che lo circondava era il silenzio della morte. Non frusciava nessuna foglia, non sciabordava nessun'onda; lui stesso era immobile come un ceppo di legno. Poi, ad un tratto, divenne cosciente che la persona che l'aveva osservato era tornata, e che veniva fissato dallo stesso sguardo intenso e concentrato. Non c'era stato nessun avvertimento; non aveva sentito scalpiccii furtivi né scoppiettii di ramoscelli secchi. Eppure, il possessore di quegli occhi ferini era molto vicino, probabilmente a poco più di tre metri di distanza. Quella sensazione di vicinanza era schiacciante! Un brivido gli corse lungo la spina dorsale. Questa volta, per giunta, era certo che l'uomo fosse accovacciato appena oltre la luce del falò, e quella era una distanza accuratamente calcolata. Avvertiva che l'osservatore era proprio davanti a lui. Per qualche minuto non mosse nemmeno un muscolo, eppure ogni suo nervo era pronto e attento. Tendeva gli occhi invano per penetrare l'oscurità, ma riuscì solo ad abbagliarli per il riflesso della luce. Poi, mentre cambiava posizione lentamente, con cautela, per avere un altro angolo di visuale, il cuore gli diede due tonfi contro le costole e i capelli gli si rizzarono sulla nuca, mentre aumentava la sensazione di gelo lungo la spina dorsale. Nel buio, di fronte a sé, vide due cerchietti verdastri che erano, senza dubbio, un paio d'occhi, ma non quelli di un Indiano o di un qualsiasi altro essere umano. Erano due occhi di animale che lo fissavano intensamente dall'oscurità. E questa certezza ebbe un effetto immediato e naturale su di lui. Perché, alla minaccia contenuta in quegli occhi, le paure dei milioni di cacciatori vissuti fin dall'origine dei tempi si ridestarono in lui. Per quanto fosse un impiegato d'albergo, gli istinti atavici sorsero dentro di lui e lo inondarono. La sua mano annaspò in cerca di un'arma. Le dita toccarono la testa di ferro della sua piccola ascia da campo e, all'improvvi-
so, tornò ad essere se stesso. La fiducia ritornò, e quella paura vaga e superstiziosa scomparve. Doveva trattarsi di un orso o un lupo che aveva sentito l'odore dei pesci ed era venuto a rubarli. Con un essere di quel genere sapeva istintivamente come comportarsi, pur ammettendo che, grazie a questo stesso istinto, la sua prima paura era stata di un genere completamente diverso. «Dannazione, scoprirò subito che cos'è», esclamò ad alta voce: afferrò quindi un tizzone ardente dal fuoco e lo lanciò con un tiro preciso verso gli occhi dell'animale che gli stava davanti. Il ceppo di abete cadde in una pioggia di scintille che illuminarono l'erba secca che si trovava ai fianchi della creatura: fiammeggiò per un attimo, poi si spense. Ma, in quell'istante di luce forte, egli vide con chiarezza chi era il suo visitatore. Un grande lupo era accucciato sulle zampe posteriori, e lo fissava attraverso il fuoco. Vide le zampe e le spalle, vide il pelo, vide anche i grandi tronchi di abete che erano dietro l'animale, e la macchia di salici che gli dava riparo. Il tutto creava un quadro vivido, netto, reso visibile in ogni particolare dal momentaneo lampo di luce. Con sua grande meraviglia, però, il lupo non fuggì dal ceppo acceso, ma si ritrasse solo di qualche metro, e si rimise a sedere sulle zampe a fissare, a fissare come prima. Cielo, come fissava! Hyde urlò per mandarlo via, ma non ottenne nessun effetto. L'animale non si mosse. Non sprecò un altro ceppo, perché ormai la sua paura era scomparsa. Un lupo era un lupo, e poteva restare lì quanto gli piaceva, purché non tentasse di rubargli il carniere. Ormai non era più allarmato. Sapeva che i lupi sono innocui in estate e in autunno, e anche quando si raccolgono in branchi durante l'inverno, attaccano l'uomo solo se sono in preda ad una fame disperata. Perciò restò ad osservare l'animale, gettò qualche bastoncino di legno nella sua direzione, e gli parlò perfino, chiedendogli se si sarebbe mai mosso. «Puoi restare lì per sempre, se vuoi», osservò ad alta voce, «perché tanto non puoi prendere i miei pesci, e il resto delle provviste lo porterò in tenda con me!» La creatura batté gli occhi grandi e verdi, ma non si mosse. Perché, allora, se la sua paura era scomparsa, pensava a certe cose mentre si agitava tra le coperte prima di addormentarsi? L'immobilità di quell'animale era strana, il suo rifiuto di girarsi e scappare era ancora più strano. Non aveva mai saputo prima di allora che potesse esistere un animale che non temeva il fuoco. Perché sedeva e lo osservava con quello sguardo
intento, con quei suoi occhi spaventosi? Come aveva fatto ad avvertire immediatamente la presenza del lupo? Un lupo, soprattutto un jupo solitario, è una creatura timida, ma quello non temeva né l'uomo né il fuoco. Ora, mentre era disteso nella comoda tenda, avvolto nelle coperte, il lupo era accucciato sotto le stelle, accanto alle braci morenti, con il vento gelido nella pelliccia, la terra fredda sotto le zampe, a guardarlo, a guardarlo fissamente. E forse sarebbe restato lì fino all'alba. Era insolito, e strano. Poiché non possedeva né immaginazione né ricordi, non richiamò alla mente nessuna riserva di visioni ataviche. Banale, concreto, un impiegato d'albergo in vacanza, era steso tra le coperte a farsi domande e a stupirsi. Un lupo era un lupo e niente più. Eppure quel lupo l'idea lo ossessionava - era diverso. In una parola, la parte più profonda del suo primitivo disagio restava intatta. Si girò e rigirò, e a volte rabbrividì durante il suo sonno agitato. Non uscì dalla tenda a vedere, ma si svegliò presto e non riposato. Ma con la luce del sole e il vento mattutino, l'incidente della notte prima fu dimenticato, divenne quasi irreale. Il suo zelo di pescatore era più forte. Il tè e il pesce erano deliziosi, la sua pipa non aveva mai avuto un gusto così buono, e la gloria di quel lago solitario tra le foreste primitive gli andò alla testa. Era un cacciatore davanti a Dio, e nulla più. Provò a pescare ai bordi del lago e, mentre era in preda all'eccitazione per aver preso un grande pesce, capì improvvisamente che il lupo era lì. Si fermò con la canna in mano, come se si fosse incagliata. Si guardò intorno, poi guardò in una direzione precisa. La brillante luce del sole rendeva ogni minimo particolare chiaro e netto: i massi di granito, i ceppi bruciati, i sumacchi cremisi, i ciottoli lungo la riva, ma senza rivelare dov'era nascosto l'osservatore. Poi spostò lo sguardo lungo la riva tra la macchia intricata e, improvvisamente, scorse quella sagoma familiare, quasi attesa. Il lupo era disteso dietro un masso di granito, cosicché ne erano visibili solo la testa, il muso e gli occhi. Si fondeva con lo sfondo. Se non avesse saputo che era un lupo, non l'avrebbe mai distinto dal paesaggio. I suoi occhi splendevano alla luce del sole. Hyde lo guardò. I loro occhi si incontrarono. «Gran Dio!», esclamò ad alta voce. «Be', sembra proprio un essere umano!» Da quel momento, involontariamente, stabilì un singolare rapporto personale con l'animale. E ciò che seguì confermò quell'indesiderabile impressione, perché l'animale si alzò immediatamente e scese verso la riva con passo deciso e tranquillo. Poi si fermò a guardarlo. Lo fissava negli occhi come un grande cane sel-
vatico, cosicché Hyde fu cosciente di una sensazione nuova e incredibile: il lupo voleva un cenno di riconoscimento da parte sua. «Bene, bene!», esclamò ancora, liberandosi di quella sensazione con il rivolgersi ad alta voce all'animale. «Questo supera tutto quello che ho visto nella mia vita! Che cosa vuoi, ad ogni modo?» Lo esaminò con più attenzione. Non aveva mai visto un lupo così grande. Era una bestia tremenda, un avversario difficile da combattere, rifletté, se si fosse mai arrivati a quel punto. Era accucciato assolutamente tranquillo e fiducioso. Nella abbagliante luce del sole, ne osservò ogni particolare: un lupo enorme, peloso, dai fianchi magri. I suoi occhi maligni guardavano fissi nei suoi, quasi come se l'animale avesse qualcosa di preciso in mente. Vide le sue grandi mandibole, i denti e la lingua che penzolava e gocciolava saliva. Eppure in quell'animale c'era ben poca traccia di selvatichezza o di ferocia. Era stupito e sorpreso oltre ogni limite. Desiderò che l'Indiano tornasse. Non capiva un comportamento tanto strano in un animale. I suoi occhi, la loro strana espressione, gli procuravano una sensazione insolita, imbarazzante. Si chiese se per caso gli stavano saltando i nervi. La bestia stava sulla riva e lo guardava. Per la prima volta desiderò di aver portato con sé un fucile. Con uno schiaffo sonoro, calò di piatto la pagaia sull'acqua, con tutta la sua forza, finché gli echi risuonarono come colpi di fucile e furono udibili da un'estremità del lago all'altra. Il lupo non si mosse. Hyde ammiccò con gli occhi e gli parlò come si parla ad un cane, un animale domestico, una creatura abituata alle maniere umane. L'animale ammiccò in risposta. Alla fine, aumentò la distanza dalla riva e continuò a pescare. L'eccitazione di quello sport meraviglioso attrasse la sua attenzione, quella superficiale, almeno. A volte dimenticò quasi l'animale; però, ogniqualvolta alzava lo sguardo, lo vedeva lì. Ma, peggio ancora, quando cominciò lentamente a pagaiare verso la riva, lo vide trottare lungo la spiaggia come se volesse tenergli compagnia. Nell'attraversare una piccola baia, Hyde raddoppiò la velocità delle remate, con la speranza di raggiungere l'altro punto prima del suo compagno indesiderato e indesiderabile. Immediatamente, l'animale cominciò a correre con quell'andatura rapida, instancabile che, tranne sul ghiaccio, supera nella corsa qualsiasi altra creatura a quattro zampe che corra nei boschi. Quando raggiunse quel punto distante, il lupo lo aspettava. Alzò la pagaia dall'acqua, e si fermò un momento per riflettere. Quell'attenzione così
viva - l'imbrunire e la notte dovevano ancora arrivare - non gli piaceva affatto. Il suo accampamento era vicino; doveva avvicinarsi a riva. Si sentì a disagio perfino nella luce splendente del giorno, quando, con suo grande sollievo, a circa un mezzo miglio dalla tenda, vide la creatura fermarsi di colpo e accucciarsi. Aspettò un momento, poi riprese a pagaiare. Il lupo non lo seguì. Non fece nessun tentativo di muoversi; era accucciato e lo guardava. Dopo qualche centinaio di metri, si girò a guardarlo: era ancora immobile, fermo dove l'aveva lasciato. Ed ebbe la sensazione assurda ma intensa, che la creatura avesse indovinato i suoi pensieri, la sua ansia, la sua paura, e ora gli stesse mostrando, quanto meglio poteva, che non nutriva alcun sentimento ostile, che non meditava di attaccarlo. Virò la canoa verso la riva e la tirò in secco; all'imbrunire si cucinò la cena ma l'animale non diede alcun segno. Certamente era accucciato poco lontano a guardare, ma non avanzava. E Hyde, ormai attento in un modo nuovo, fu acutamente cosciente della strana atmosfera assunta dalla sua personalità banale e comune: d'improvviso si rese conto che le sue relazioni con il lupo, già stabilite, avevano fatto un netto passo in avanti. Questo lo sorprese, ma la sorpresa non fu accompagnata dall'allarme che avrebbe certamente provato ventiquattro ore prima. Capiva il lupo. Era conscio di provare dei sentimenti amichevoli nei suoi confronti. Si spinse a tal punto da mettere qualche grosso pesce nel punto dove l'aveva visto la prima volta la notte precedente. «Se viene», pensò, «li mangerà volentieri. Io ne ho in abbondanza, ad ogni modo.» Ormai pensava al lupo come a una persona. Ma il lupo non si fece vedere finché Hyde non fu sul punto di entrare nella tenda molto tempo dopo. Erano quasi le dieci, sebbene le nove fosse l'ora in cui andava a dormire. Inconsciamente, l'aveva aspettato. Poi, mentre stava chiudendo la tenda, vide gli occhi nel posto in cui aveva messo il pesce. Attese, nascondendosi e aspettandosi di sentire il rumore di mandibole che masticavano, ma tutto rimase in silenzio. Solo gli occhi lampeggiavano fermi sullo sfondo dei boschi bui. Chiuse la tenda. Non provava la minima paura. Dopo dieci minuti era profondamente addormentato. Non doveva aver dormito molto perché, quando si svegliò, vide un debole bagliore rossastro attraverso la tela, e il fuoco non si era spento completamente. Si alzò e scrutò cautamente fuori. L'aria era molto fredda, e il suo respiro si condensava in nuvolette di vapore. Ma vide anche il lupo, perché si era avvicinato, ed era accucciato accanto al fuoco morente, a cir-
ca due metri dall'entrata della tenda. E questa volta, a una distanza così ravvicinata, ci fu qualcosa nell'atteggiamento della grande creatura selvatica che attrasse la sua attenzione con un fremito di sorpresa e uno shock improvviso che lo immobilizzò. Guardò, incapace di credere ai propri occhi. L'atteggiamento del lupo gli comunicava qualcosa di familiare che lui sulle prime non fu in grado di spiegare. La sua posizione gli faceva pensare a qualcos'altro con cui lui aveva familiarità. Che cos'era? Forse i sensi lo tradivano? Stava ancora dormendo o quello era un sogno? Poi, a un tratto, con un sussulto, riconobbe e capì. Il suo atteggiamento era quello di un cane. Una volta trovata la chiave di interpretazione, la sua mente fece un balzo spaventoso. Perché quello, dopotutto, era solo la scimmiottatura di un cane, era qualcosa di più vicino a lui, e di ancora più familiare. Buon Dio! L'atteggiamento, la posizione di riposo del lupo, avevano qualcosa di quasi umano. E poi, con una seconda scossa di pungente meraviglia, ebbe una rivelazione. Il lupo sedeva accanto al fuoco così come si sarebbe seduto un uomo. Prima che potesse soppesare la sua straordinaria scoperta, prima che la potesse esaminare nei particolari e con cura, l'animale, seduto in quella maniera spaventosa, sembrò sentire gli occhi dell'uomo fissi su di lui. Si girò lentamente a guardarlo in volto e, per la prima volta, Hyde sentì una paura superstiziosa, atavica, sommergere il suo intero essere. Sembrò trafitto dal terrore senza nome che si dice assalga gli esseri umani che si trovino d'improvviso davanti alla morte, ritrovandosi incapaci di parlare e di muoversi. Certamente, fu colto da quel momento di paralisi. Comunque, passò nello stesso modo singolare in cui era venuto. Perché quasi subito fu cosciente di qualcosa che andava al di là e al di sopra di quella imitazione di una posa e di un atteggiamento umani, qualcosa che fluiva lungo i suoi nervi non abituati, raggiungeva i suoi sensi, e forse perfino il cuore. L'improvviso mutamento fu straordinario, ma il suo risultato fu ancora più straordinario e inatteso. Eppure il fatto restava. Fu cosciente di un altro fattore che ebbe l'effetto di placare il suo terrore rapidamente com'era nato. Fu cosciente di una supplica silenziosa, inespressa, ma patetica. Vide in quegli occhi selvaggi un'espressione implorante, perfino struggente, che cambiò come per magia la sua paura in una simpatia spontanea. Il grande animale grigio, simbolo di crudele ferocia, sedeva accanto al fuoco morente e chiedeva aiuto. L'abisso tra esseri umani e animali in quel momento sembrò colmarsi. Era, naturalmente, incredibile. Hyde, con la coscienza ancora annebbiata
dal sonno e dai sogni, riconobbe, senza sapere come, quel fatto stupefacente. Si sorprese a fare un cenno di assenso al lupo e, immediatamente, senza rumore, la forma snella e grigia si alzò come un fantasma e si allontanò al trotto, con passo fermo, verso l'oscurità della notte. Quando la mattina dopo Hyde si svegliò, la sua prima impressione fu di avere sognato l'intero incidente. La sua natura pratica ebbe la meglio. La fresca aria autunnale era frizzante, il sole brillante non lasciava nessuna zona di penombra, e lui si sentiva forte nell'animo e nel corpo. Quando ripensò a ciò che era accaduto, arrivò alla conclusione che era completamente inutile ragionare. Non gli venne in mente nessuna spiegazione possibile del comportamento dell'animale: aveva a che fare con qualcosa di completamente estraneo alla sua esperienza. La paura, però, l'aveva lasciato del tutto. Rimaneva quello strano senso di amicizia. L'animale aveva uno scopo definito, e lo stesso Hyde era incluso in quello scopo. La sua simpatia era valida. Ma insieme alla simpatia c'era anche una curiosità intensa. «Se ritorna», si disse, «mi avvicinerò e scoprirò che cosa vuole.» Il pesce che aveva lasciato la sera prima non era stato toccato. Fu un'ora dopo la colazione che rivide l'animale: era ai margini della radura e lo guardava in un modo che ormai gli era divenuto familiare. Hyde immediatamente afferrò l'ascia e avanzò coraggiosamente verso il lupo, tenendo gli occhi fissi nei suoi. Era nervoso, ma si controllava. Nulla tradì il suo nervosismo. Un passo dopo l'altro, si avvicinò finché li separarono solo una decina di metri. Il lupo non aveva ancora mosso nemmeno un muscolo. La mascella inferiore era abbassata, e i suoi occhi lo osservavano intensamente. Lo lasciò avvicinare senza far capire quale fosse il suo umore. Poi, quando ci furono solo dieci metri tra loro, si girò di scatto e si avviò lentamente, guardandosi indietro prima da un lato e poi dall'altro, esattamente come avrebbe fatto un cane, per vedere se Hyde lo seguiva. Fu un viaggio singolare quello che fecero insieme l'animale e l'uomo. Furono subito circondati dagli alberi, perché lasciarono dietro di loro il lago, ed entrarono nella macchia intricata che era al di là dell'acqua. L'animale, notò Hyde, prese ovviamente i sentieri che lui poteva percorrere più facilmente. Gli ostacoli, che non significavano niente per un quadrupede esperto ma erano difficoltosi per un uomo, furono evitati dal lupo con un'intelligenza soprannaturale, mentre la direzione generale fu mantenuta accuratamente. Ogni tanto c'erano degli alberi abbattuti da superare; ma, sebbene il lupo li superasse con facilità, si fermava sempre ad aspettare che
l'uomo vi si arrampicasse a fatica e spuntasse dall'altra parte. Si addentrarono sempre più nel cuore della foresta solitaria in quel modo particolare. A Hyde parve che tagliassero l'arco della mezzaluna del lago. Infatti, dopo circa due miglia, riconobbe il grande promontorio roccioso che era a picco sulla riva settentrionale del lago. Dal suo accampamento aveva visto quel promontorio un cui lato scendeva ripido fino all'acqua. Aveva immaginato che fosse il posto in cui gli Indiani tenevano le loro cerimonie magiche, perché si ergeva isolato e la sua cima non era di facile accesso. E fu lì, vicino a un grande abete che era ai piedi del promontorio, che il lupo si fermò improvvisamente e diede per la prima volta espressione ai propri sentimenti. Si accucciò sulle zampe posteriori, alzò il muso, aprì le mascelle, ed emise un guaito lungo e sommesso che era molto più simile al lamento di un cane che al feroce ululato che in genere si associa al lupo. Nel frattempo, Hyde aveva perso non solo ogni paura, ma anche la cautela. E, piuttosto stranamente, quel guaito non risvegliò in lui nessuna emozione spiacevole. In quello strano suono, egli riconobbe lo stesso messaggio che comunicavano gli occhi: una richiesta di aiuto. Cionondimeno si fermò, un po' spaventato e, mentre il lupo aspettava, si guardò rapidamente intorno. Gli alberi erano giovani: evidentemente, prima quella era una piccola radura. Ascia e fuoco avevano fatto il loro lavoro, ma a un occhio esperto era chiaro che vi avevano lavorato degli Indiani e non uomini bianchi. Una parte dei rituali magici, senza dubbio, avveniva in quella piccola radura, pensò l'uomo, mentre avanzava verso il suo paziente compagno. La fine del loro strano viaggio era vicina, sentiva Hyde. Non aveva ancora fatto due passi, che l'animale si alzò e si mosse lentamente in direzione di alcuni cespugli bassi che formavano una macchia. Entrò tra i cespugli, voltandosi per assicurarsi che il suo compagno lo stesse guardando. I cespugli lo nascosero: un momento dopo riemerse. Compì due volte quella pantomima: ogni volta, quando riapparve, si fermò a guardare l'uomo con l'espressione più implorante che un animale riesce ad assumere. La sua eccitazione, intanto, aumentò, e quella eccitazione fu comunicata all'uomo. Hyde prese in fretta la propria decisione. Afferrò più strettamente il manico dell'ascia e si tenne pronto a usarla al primo segno di aggressività, e poi si mosse lentamente verso i cespugli, chiedendosi con un po' di paura che cosa sarebbe accaduto. Se si aspettava di essere sorpreso, le sue aspettative furono colmate; ma
fu il comportamento dell'animale a farlo trasalire. Gli saltellò intorno, scodinzolando come un cane allegro. Saltellava di gioia. La sua eccitazione era intensa, eppure dalla bocca aperta non proveniva alcun suono. Con un balzo improvviso, poi, saltò oltre Hyde nel folto di cespugli. Si fermò ai bordi, e cominciò a grattare con forza sul terreno. Hyde si fermò a guardare, e lo stupore e l'interesse allontanarono il nervosismo, perfino quando l'animale, nel suo movimento violento, toccò il suo corpo con il proprio. Hyde, forse, aveva la sensazione di vivere in un sogno, uno di quei sogni fantastici in cui può accadere qualsiasi cosa ma mai niente è sorprendente. Altrimenti, il modo in cui il lupo grattava e scalfiva il terreno gli sarebbe dovuto apparire un fenomeno impossibile. Nessun lupo, certamente nessun cane, avrebbe usato le zampe nel modo in cui le usava quell'animale. Hyde ebbe la sensazione strana, angosciante, di stare guardando mani e non zampe. Eppure, in qualche modo, la sorpresa naturale che avrebbe dovuto sentire era assente. Lo strano comportamento del lupo non gli sembrava del tutto innaturale. Nel suo cuore si sprigionò una corrente di simpatia e di pietà Fu cosciente di un grande dolore. Il lupo interruppe la sua attività e alzò gli occhi sull'uomo. Hyde allora agì senza più esitare. In seguito, non fu assolutamente in grado di spiegare la propria condotta. Seppe che cosa doveva fare, indovinò che cosa gli veniva chiesto, che cosa l'animale si aspettava da lui. Tra la sua mente e il muto desiderio che dilaniava la belva, si creò una comunicazione intelligente e intellegibile. Egli tagliò un ramo e lo affilò, perché le pietre avrebbero spuntato la lama dell'ascia, quindi entrò nel folto di cespugli per completare lo scavo cominciato dal suo compagno quadrupede. E, mentre lavorava, sebbene non dimenticasse la vicinanza del lupo, non gli prestò alcuna attenzione. Spesso gli voltava la schiena e si chinava sul duro scavo. In lui non c'era più né disagio né senso del pericolo. Il lupo era accucciato accanto ai cespugli e guardava i suoi movimenti. La sua attenzione concentrata, la sua pazienza, il suo desiderio intenso, la gentilezza e la docilità di quell'animale grigio, feroce e forse affamato, il suo piacere e la sua soddisfazione evidente nell'aver conquistato l'essere umano ai suoi fini misteriosi: tutti questi furono i colori dello strano quadro a cui Hyde pensò più tardi quando si trovò di nuovo a trattare con il gregge umano del suo albergo. In quel momento era cosciente soprattutto del grande dolore e della compassione. Tutta quella storia era, naturalmente, incredibile, ma questa sco-
perta avvenne più tardi, quando volle raccontare la sua esperienza agli altri. Lo scavo continuò per una mezz'ora prima che le sue fatiche fossero ricompensate dalla scoperta di un piccolo oggetto biancastro. Lo sollevò e lo esaminò: era l'osso di una mano umana. Seguirono in fretta molte altre scoperte. Il nascondiglio fu messo a nudo. Raccolse quasi tutto lo scheletro. Il teschio, però, lo trovò alla fine, e non l'avrebbe trovato affatto, se non fosse stato per il suo compagno attento e vigile. Era a qualche metro dal fosso appena scavato. Il lupo strofinò il muso sul terreno e Hyde capì che doveva scavare esattamente in quel punto per trovare il teschio. Tra le zampe del lupo ficcò il ramo nel duro terreno. Grattò la terra dall'osso e lo esaminò con attenzione. Era perfetto, tranne per il fatto che qualche animale selvaggio l'aveva morso, e le impronte dei denti erano ancora chiaramente visibili. Accanto ad esso, c'era la testa di ferro arrugginita di un tomahawk. Quest'ultimo e la piccolezza delle ossa gli confermarono l'idea che non si trattava dello scheletro di un uomo bianco, ma di un Indiano. Durante l'eccitazione della scoperta delle ossa, e poi del teschio ma, soprattutto, durante i momenti di intenso interesse in cui Hyde li esaminava, prestò poca attenzione al lupo. Era conscio che l'animale era accucciato e lo guardava, senza mai spostare gli occhi penetranti dalle varie operazioni, ma non fece alcun segno né si mosse. Sapeva che l'animale era contento e soddisfatto, sapeva anche di aver adempiuto al suo desiderio. L'ulteriore intuizione che ebbe, derivata, ne era certo, dal muto desiderio del suo compagno, fu forse la parte più interessante di tutta la sua esperienza. Raccolte le ossa nella sua giacca, le portò, insieme al tomahawk, ai piedi del grande abete, nel punto in cui il lupo si era fermato la prima volta. La sua gamba sfiorò il muso della creatura. Il lupo girò la testa a guardarlo, ma non lo seguì né si mosse mentre preparava la piattaforma di ramoscelli. Sul letto di rami appoggiò le povere ossa logore di un Indiano che era stato ucciso, senza dubbio, in un attacco improvviso o in un'imboscata, e ai cui resti era stata negata l'ultima grazia di una giusta sepoltura tribale. Avvolse quindi le ossa nella corteccia, e posò il tomahawk accanto al teschio. Accese un fuoco tutt'intorno alla pira, e il fumo azzurrino si alzò nella luce abbagliante della mattinata autunnale finché si perse in alto tra le cime degli alberi. Nel momento in cui aveva acceso il fuocherello si era girato a vedere che cosa stava facendo il suo compagno. Era accucciato a cinque, sei metri di distanza. Hyde vide che guardava intensamente la scena e che una delle
sue zampe anteriori era leggermente sollevata dal terreno. Non fece alcun segno. L'uomo finì il lavoro, e ne fu tanto assorbito che non ebbe occhi che per la cura del suo fuoco cerimoniale. Solo quando la piattaforma di ramoscelli crollò, lasciando cadere gentilmente le ossa bruciate sul terreno fragrante tra le soffici ceneri di legno, l'uomo si girò di nuovo, come se volesse mostrare al lupo che cosa aveva fatto, e vedere, forse, un'espressione soddisfatta in quegli occhi stranamente espressivi. Ma il lupo era scomparso. Non lo vide più: da nessuna parte c'era traccia della sua presenza, Hyde non era più osservato. Pescò come prima, camminò nella macchia che circondava l'accampamento, sedette a fumare accanto al fuoco la sera, e dormì tranquillamente nella tenda piccola e comoda. Non fu disturbato. Nella lontana foresta non si sentì nemmeno un guaito, nessun ramoscello schioccò sotto un passo fermo e pesante, non vide nessun paio di occhi. Il lupo che si comportava come un uomo era scomparso per sempre. Il giorno prima di partire Hyde notò che dalla capanna, che si trovava dall'altra parte del lago, usciva del fumo. Pagaiò fino all'altra riva per scambiare qualche parola con l'Indiano che evidentemente era tornato. Il pellerossa gli andò incontro mentre lui tirava in secco la canoa, ma fu subito chiaro che parlava molto male l'inglese. Sulle prime, emise solo dei grugniti familiari, poi, poco a poco, Hyde mise in pratica il suo vocabolario limitato. Il risultato, però, fu scarso. «Tu accampare lì?», chiese l'uomo, indicando l'altra riva. «Sì.» «Il lupo venire?» «Sì.» «Tu vedere lupo?» «Sì.» L'Indiano lo fissò per un momento, e il suo volto ramato e rugoso assunse un'espressione penetrante e curiosa. «Tu avere paura del lupo?», chiese dopo un momento di pausa. «No», replicò Hyde, in tutta sincerità. Sapeva che era inutile fare domande, sebbene desiderasse avidamente ottenere delle informazioni. L'altro non gli avrebbe detto niente. Era già una fortuna che l'uomo avesse toccato quell'argomento, e Hyde capì che il suo ruolo era solo rispondere, non porre domande. Poi, d'improvviso, l'Indiano divenne relativamente loquace. C'era timore reverenziale nella sua voce e nelle sue maniere. «Lui non lupo. Lui grande lupo stregone. Lui spirito di lupo.»
Dopodiché, bevve il tè che l'altro gli aveva preparato, serrò le labbra e non disse altro. La sua sagoma era visibile sulla riva, rigida e immobile, un'ora dopo, quando la canoa di Hyde girò l'angolo del lago a tre miglia di distanza, ed egli la tirò in secco per far risalire ai bagagli la prima rapida del suo viaggio di ritorno. Fu Morton che, persuaso da Hyde, gli fornì ulteriori particolari di quella che definiva «la leggenda». Un centinaio di anni prima, la tribù che viveva nel territorio al di là del lago aveva cominciato le annuali cerimonie magiche sul grande promontorio roccioso, posto sulla riva settentrionale. Ma non poté essere realizzata nessuna magia. Gli spiriti, dichiarò il capostregone, non avrebbero risposto. Erano offesi. Seguì un'indagine. Si scoprì che un giovane indiano aveva ucciso un lupo, un'azione severamente proibita, visto che il lupo era l'animale totem della tribù. A peggiorare la situazione, il nome del colpevole era Lupo-Che-Corre. Poiché l'offesa era imperdonabile, l'uomo fu maledetto e scacciato dalla tribù. «Va' via. Erra solo nei boschi e, se ti vedremo, ti uccideremo. Le tue ossa saranno sparse nella foresta e il tuo spirito non entrerà nei Beati Territori di Caccia finché un uomo di un'altra razza non le troverà e le brucerà.» «Il che significa», spiegò Morton laconicamente, e fu il suo unico commento alla storia, «probabilmente per sempre». MALE DI LUNA di Luigi Pirandello Corriere della Sera, 22 settembre 1913 Batà sedeva tutto aggruppato su un fascio di paglia, in mezzo all'aja. Sidora, sua moglie, di tratto in tratto si voltava a guardarlo, in pensiero, dalla soglia su cui stava a sedere, col capo appoggiato allo stipite della porta, e gli occhi socchiusi. Poi, oppressa dalla gran calura, tornava ad allungare lo sguardo alla striscia azzurra di mare lontano, come in attesa che un soffio d'aria, essendo ormai prossimo il tramonto, si levasse di là e trascorresse lieve fino a lei, a traverso le terre nude, irte di stoppie bruciate. Tanta era la calura, che su la paglia rimasta su l'aja dopo la trebbiatura, l'aria si vedeva tremolare com'alito di bragia. Batà aveva tratto un filo dal fascio su cui stava seduto, e tentava di batterlo con mano svogliata su gli scarponi ferrati. Il gesto era vano. Il filo di paglia, appena mosso, si piegava. E Batà restava cupo e assorto, a guardare in terra.
Era nel fulgore tetro e immoto dell'aria torrida un'oppressione così soffocante, che quel gesto vano del marito, ostinatamente ripetuto, dava a Sidora una smania insopportabile. In verità, ogni atto di quell'uomo, e anche la sola vista le davano quella smania, ogni volta a stento repressa. Sposata a lui da appena venti giorni, Sidora si sentiva già disfatta, distrutta. Avvertiva dentro e intorno a sé una vacuità strana, pesante e atroce. E quasi non le pareva vero, che da sì poco tempo era stata condotta lì, in quella vecchia roba isolata, stalla e casa insieme, in mezzo al deserto di quelle stoppie, senz'un albero intorno, senza un filo d'ombra. Lì, soffocando a stento il pianto e il ribrezzo, da venti giorni appena aveva fatto abbandono del proprio corpo a quell'uomo taciturno, che aveva circa vent'anni di più di lei e su cui pareva gravasse ora una tristezza più disperata della sua. Ricordava ciò che le donne del vicinato avevano detto alla madre, quando questa aveva loro annunziato la richiesta di matrimonio. «Batà? Oh Dio, io per me non lo darei a una mia figliuola.» La madre aveva creduto lo dicessero per invidia, perché Batà per la sua condizione era agiato. E tanto più s'era ostinata a darglielo, quanto più quelle con aria afflitta s'erano mostrate restie a partecipare alla sua soddisfazione per la buona ventura che toccava alla figlia. No, in coscienza non si diceva nulla di male di Batà, ma neanche nulla di bene. Buttato sempre là, in quel suo pezzo di terra lontano, non si sapeva come vivesse; stava sempre solo, come una bestia in compagnia delle sue bestie, due mule, un'asina e il cane di guardia; e certo aveva un'aria strana, truce e a volte da insensato. C'era stata veramente un'altra ragione e forse più forte, per cui la madre s'era ostinata a darle quell'uomo. Sidora ricordava anche quest'altra ragione che in quel momento le appariva lontana lontana, come d'un'altra vita, ma pure spiccata, precisa. Vedeva due fresche labbra argute e vermiglie come due foglie di garofano aprirsi a un sorriso che le faceva fremere e frizzare tutto il sangue nelle vene. Erano le labbra di Saro, suo cugino, che nell'amore di lei non aveva saputo trovar la forza di rinsavire, di liberarsi dalla compagnia dei tristi amici, per togliere alla madre ogni pretesto d'opporsi alle loro nozze. Ah, certo, Saro sarebbe stato un pessimo marito; ma che marito era questo, adesso? Gli affanni, che senza dubbio le avrebbe dati quell'altro, non eran forse da preferire all'angoscia, al ribrezzo, alla paura, che le incuteva questo?
Batà, alla fine, si sgruppò; ma appena levato in piedi, quasi colto da vertigine, fece un mezzo giro su se stesso; le gambe, come impastojate, gli si piegarono; si sostenne a stento, con le braccia per aria. Un mugolo quasi di rabbia gli partì dalla gola. Sidora accorse atterrita; ma egli l'arrestò con un cenno delle braccia. Un fiotto di saliva, inesauribile, gl'impediva di parlare. Arrangolando, se lo ricacciava dentro; lottava contro i singulti, con un gorgoglio orribile nella strozza. E aveva la faccia sbiancata, torbida, terrea; gli occhi foschi e velati, in cui dietro la follia si scorgeva una paura quasi infantile, ancora cosciente, infinita. Con le mani seguitava a farle cenno di attendere e di non spaventarsi e di tenersi discosta. Alla fine, con voce che non era più la sua, disse: «Dentro... chiuditi dentro... bene... Non ti spaventare... Se batto, se scuoto la porta e la graffio e grido... non ti spaventare... non aprire... Niente... va'! va'!» «Ma che avete?» gli gridò Sidora, raccapricciata. Batà mugolò di nuovo, si scrollò tutto per un possente sussulto convulsivo, che parve gli moltiplicasse le membra; poi, col guizzo d'un braccio indicò il cielo, e urlò: «La luna!» Sidora, nel voltarsi per correre alla roba, difatti intravide nello spavento la luna in quintadecima, affocata, violacea, enorme, appena sorta dalle livide alture della Crocca. Asserragliata dentro, tenendosi stretta come a impedire che le membra le si staccassero dal tremore continuo, crescente, invincibile, mugolando anche lei, forsennata dal terrore, udì poco dopo gli ululi lunghi, ferini, del marito che si scontorceva fuori, là davanti la porta, in preda al male orrendo che gli veniva dalla luna, e contro la porta batteva il capo, i piedi, i ginocchi, le mani, e la graffiava, come se le unghie gli fossero diventate artigli, e sbuffava, quasi nell'esasperazione d'una bestiale fatica rabbiosa, quasi volesse sconficcarla, schiantarla, quella porta, e ora latrava, latrava, come se avesse un cane in corpo, e daccapo tornava a graffiare, sbruffando, ululando, e a battervi il capo, i ginocchi. «Ajuto! ajuto!» gridava lei, pur sapendo che nessuno in quel deserto avrebbe udito le sue grida. «Ajuto! ajuto!» e reggeva la porta con le braccia, per paura che da un momento all'altro, non ostante i molti puntelli, cedesse alla violenza iterata, feroce, accanita, di quella cieca furia urlante. Ah, se avesse potuto ucciderlo! Perduta, si voltò, quasi a cercare un'arma
nella stanza. Ma a traverso la grata d'una finestra, in alto, nella parete di faccia, di nuovo scorse la luna, ora limpida, che saliva nel cielo, tutto inondato di placido albore. A quella vista, come assalita d'improvviso dal contagio del male, cacciò un gran grido e cadde riversa, priva di sensi. Quando si riebbe, in prima, nello stordimento, non comprese perché fosse così buttata a terra. I puntelli della porta le richiamarono la memoria e subito s'atterrì del silenzio che ora regnava là fuori. Sorse in piedi; s'accostò vacillante alla porta, e tese l'orecchio. Nulla, più nulla. Stette a lungo in ascolto, oppressa ora di sgomento per quell'enorme silenzio misterioso, di tutto il mondo. E alla fine le parve d'udire da presso un sospiro, un gran sospiro, come esalato da un'angoscia mortale. Subito corse alla cassa sotto il letto; la trasse avanti; l'aprì; ne cavò la mantellina di panno; ritornò alla porta; tese di nuovo a lungo l'orecchio, poi levò a uno a uno in fretta, silenziosamente, i puntelli, silenziosamente levò il paletto, la stanga; schiuse appena un battente, guatò attraverso lo spiraglio per terra. Batà era lì. Giaceva come una bestia morta, bocconi, tra la bava, nero, tumefatto, le braccia aperte. Il suo cane, acculato lì presso, gli faceva la guardia, sotto la luna. Sidora venne fuori rattenendo il fiato; riaccostò pian piano la porta, fece al cane un segno rabbioso di non muoversi di lì, e cauta, a passi di lupo, con la mantellina sotto il braccio, prese la fuga per la campagna, verso il paese, nella notte ancora alta, tutta soffusa dal chiarore della luna. Arrivò al paese, in casa della madre, poco prima dell'alba. La madre s'era alzata da poco. La catapecchia, buja come un antro, in fondo a un vicolo angusto, era stenebrata appena da una lumierina a olio. Sidora parve la ingombrasse tutta, precipitandosi dentro, scompigliata, affannosa. Nel veder la figliuola a quell'ora, in quello stato, la madre levò le grida e fece accorrere con le lumierine a olio in mano tutte le donne del vicinato. Sidora si mise a piangere forte e, piangendo, si strappava i capelli, fingeva di non poter parlare per far meglio comprendere e misurare alla madre, alle vicine, l'enormità del caso che le era occorso, della paura che s'era presa. «Il male di luna! il male di luna!» Il terrore superstizioso di quel male oscuro invase tutte le donne, al racconto di Sidora. Ah, povera figliuola! Lo avevano detto esse alla madre, che quell'uomo
non era naturale, che quell'uomo doveva nascondere in sé qualche grossa magagna; che nessuna di loro lo avrebbe dato alla propria figliuola. Latrava eh? ululava come un lupo? graffiava la porta? Gesù, che spavento! E come non era morta, povera figliuola? La madre, accasciata su la seggiola, finita, con le braccia e il capo ciondoloni, nicchiava in un canto: «Ah figlia mia! ah figlia mia! ah povera figliuccia mia rovinata!» Sul tramonto, si presentò nel vicolo, tirandosi dietro per la cavezza le due mule bardate, Batà, ancora gonfio e livido, avvilito, abbattuto, imbalordito. Allo scalpiccio delle mule sui ciottoli di quel vicolo che il sole d'agosto infocava come un forno, e che accecava per gli sbarbagli della calce, tutte le donne, con gesti e gridi soffocati di spavento, si ritrassero con le seggiole in fretta nelle loro casupole, e sporsero il capo dall'uscio a spiare e ad ammiccarsi tra loro. La madre di Sidora sulla soglia si parò, fiera e tutta tremante di rabbia, e cominciò a gridare: «Andate via, malo cristiano! Avete il coraggio di ricomparirmi davanti? Via di qua! via di qua! Assassino traditore, via di qua! Mi avete rovinato una figlia! Via di qua!» E seguitò per un pezzo a sbraitare così, mentre Sidora, rincantucciata dentro, piangeva, scongiurava la madre di difenderla, di non dargli passo. Batà ascoltò a capo chino minacce e vituperii. Gli toccavano: era in colpa; aveva nascosto il suo male. Lo aveva nascosto, perché nessuna donna se lo sarebbe preso, se egli lo avesse confessato avanti. Era giusto che ora della sua colpa pagasse la pena. Teneva gli occhi chiusi e scrollava amaramente il capo, senza muoversi d'un passo. Allora la suocera gli batté la porta in faccia e ci mise dietro la stanga. Batà rimase ancora un pezzo, a capo chino, davanti a quella porta chiusa, poi si voltò e scorse su gli usci delle altre casupole tanti occhi smarriti e sgomenti, che lo spiavano. Videro quegli occhi le lagrime sul volto dell'uomo avvilito, e allora lo sgomento si cangiò in pietà. Una prima comare più coraggiosa gli porse una sedia; le altre, a due, a tre, vennero fuori, e gli si fecero attorno. E Batà, dopo aver ringraziato con muti cenni del capo, prese adagio adagio a narrar loro la sua sciagura: che la madre da giovane, andata a spighe, dormendo su un'aja al sereno, lo aveva tenuto bambino tutta la notte esposto alla luna; e tutta quella notte, lui
povero innocente, con la pancina all'aria, mentre gli occhi gli vagellavano, ci aveva giocato, con la bella luna, dimenando le gambette, i braccini. E la luna lo aveva «incantato». L'incanto però gli aveva dormito dentro per anni e anni, e solo da poco tempo gli s'era risvegliato. Ogni volta che la luna era in quintadecima, il male lo riprendeva. Ma era un male soltanto per lui; bastava che gli altri se ne guardassero: e se ne potevano guardar bene, perché era a periodo fisso ed egli se lo sentiva venire e lo preavvisava; durava una notte sola, e poi basta. Aveva sperato che la moglie fosse più coraggiosa; ma, poiché non era, si poteva far così, che, o lei, a ogni fatta di luna, se ne venisse al paese, dalla madre; o questa andasse giù alla roba, a tenerle compagnia. «Chi? mia madre?» saltò a gridare a questo punto, avvampata d'ira, con occhi feroci, Sidora, spalancando la porta, dietro alla quale se ne era stata a origliare. «Voi siete pazzo! Volete far morire di paura anche mia madre?» Questa allora venne fuori anche lei, scostando con un gomito la figlia e imponendole di star zitta e quieta in casa. Si accostò al crocchio delle donne, ora divenute tutte pietose, e si mise a confabular con esse, poi con Batà da sola a solo. Sidora dalla soglia, stizzita e costernata, seguiva i gesti della madre e del marito; e, come le parve che questi facesse con molto calore qualche promessa che la madre accoglieva con evidente piacere, si mise a strillare: «Gnornò! Scordatevelo! State ad accordarvi tra voi? È inutile! è inutile! Debbo dirlo io!» Le donne del vicinato le fecero cenni pressanti di star zitta, d'aspettare che il colloquio terminasse. Alla fine Batà salutò la suocera, le lasciò in consegna una delle due mule, e, ringraziate le buone vicine, tirandosi dietro l'altra mula per la cavezza, se ne andò. «Sta' zitta, sciocca!» disse subito, piano, la madre a Sidora, rincasando. «Quando farà la luna, verrò giù io, con Saro...» «Con Saro? L'ha detto lui?» «Gliel'ho detto io, sta' zitta! Con Saro.» E, abbassando gli occhi per nascondere il sorriso, finse d'asciugarsi la bocca sdentata con una cocca del fazzoletto che teneva in capo, annodato sotto il mento, e aggiunse: «Abbiamo forse, di uomini, altri che lui nel nostro parentado? È l'unico che ci possa dare ajuto e conforto. Sta' zitta!» Così la mattina appresso, all'alba, Sidora ripartì per la campagna su quell'altra mula lasciata dal marito.
Non pensò ad altro più, per tutti i ventinove giorni che corsero fino alla nuova quintadecima. Vide quella luna d'agosto a mano a mano scemare e sorgere sempre più tardi, e col desiderio avrebbe voluto affrettarne le fasi declinanti; poi per alcune sere non la vide più; la rivide infine tenera, esile nel cielo ancora crepuscolare, e a mano a mano, di nuovo crescere sempre più. «Non temere,» le diceva, triste, Batà, vedendola con gli occhi sempre fissi alla luna. «C'è tempo ancora, c'è tempo! Il guajo sarà, quando non avrà più le corna...» Sidora, a quelle parole accompagnate da un ambiguo sorriso, si sentiva gelare e lo guardava sbigottita. Giunse alla fine la sera tanto sospirata e insieme tanto temuta. La madre arrivò a cavallo col nipote Saro due ore prima che sorgesse la luna. Batà se ne stava come l'altra volta aggruppato tutto sull'aja, e non levò neppure il capo a salutare. Sidora, che fremeva tutta, fece segno al cugino e alla madre di non dirgli nulla e li condusse dentro la roba. La madre andò subito a ficcare il naso in un bugigattolino bujo, ov'erano ammucchiati vecchi arnesi da lavoro, zappe, falci, bardelle, ceste, bisacce, accanto alla stanza grande che dava ricetto anche alle bestie. «Tu sei uomo,» disse a Saro, «e tu sai già com'è,» disse alla figlia; «io sono vecchia, ho paura più di tutti, e me ne starò rintanata qua, zitta zitta e sola sola. Mi chiudo bene, e lui faccia pure il lupo fuori.» Riuscirono tutti e tre all'aperto, e si trattennero un lungo pezzo a conversare davanti alla roba. Sidora, a mano a mano che l'ombra inchinava su la campagna, lanciava sguardi vieppiù ardenti e aizzosi. Ma Saro, pur così vivace di solito, brioso e buontempone, si sentiva all'incontro a mano a mano smorire, rassegare il riso su le labbra, inaridir la lingua. Come se sul murello, su cui stava seduto, ci fossero spine, si dimenava di continuo e inghiottiva con stento. E di tratto in tratto allungava di traverso uno sguardo a quell'uomo lì in attesa dell'assalto del male; allungava anche il collo per vedere se dietro le alture della Crocca non spuntasse la faccia spaventosa della luna. «Ancora niente,» diceva alle due donne. Sidora gli rispondeva con un gesto vivace di noncuranza e seguitava, ridendo, ad aizzarlo con gli occhi. Di quegli occhi, ormai quasi impudenti, Saro cominciò a provare orrore e terrore, più che di quell'uomo là aggruppato, in attesa.
E fu il primo a spiccare un salto da montone dentro la roba, appena Batà cacciò il mugolo annunziatore e con la mano accennò ai tre di chiudersi subito dentro. Ah, con qual furia si diede a metter puntelli e puntelli e puntelli, mentre la vecchia si rintanava mogia mogia nello sgabuzzino, e Sidora, irritata, delusa, gli ripeteva, con tono ironico: «Ma piano, piano... non ti far male... Vedrai che non è niente.» Non era niente? Ah, non era niente? Coi capelli drizzati su la fronte, ai primi ululi del marito, alle prime testate, alle prime pedate alla porta, ai primi sbruffi e graffi, Saro, tutto bagnato di sudor freddo, con la schiena aperta dai brividi, gli occhi sbarrati, tremava a verga a verga. Non era niente? Signore Iddio! Signore Iddio! Ma come? Era pazza quella donna là? Mentre il marito, fuori, faceva alla porta quella tempesta, eccola qua, rideva, seduta sul letto, dimenava le gambe, gli tendeva le braccia, lo chiamava: «Saro! Saro!» Ah sì? Irato, sdegnato, Saro d'un balzo saltò nel bugigattolo della vecchia, la ghermì per un braccio, la trasse fuori, la buttò a sedere sul letto accanto alla figlia. «Qua,» urlò. «Quest'è matta!» E nel ritrarsi verso la porta, scorse anch'egli dalla grata della finestrella alta, nella parete di faccia, la luna che, se di là dava tanto male al marito, di qua pareva ridesse, beata e dispettosa, della mancata vendetta della moglie. GLI INTRUSI The Interlopers di Saki (Hector Hugh Munro) The Bystander, 17 gennaio 1912 In una foresta di piante diverse, da qualche parte sui bastioni orientali dei Carpazi, c'era un uomo che se ne stava fermo nella notte invernale, intento a guardare e ad ascoltare, come se aspettasse che qualche creatura del bosco si facesse vedere e poi si portasse a tiro del suo fucile. Ma la cacciagione che stava aspettando con tanta ansia non era di quella che è permessa dal regolamento della caccia sportiva; Ulrich von Gradwitz pattugliava la foresta di notte in cerca di un nemico umano. Le terre boscose di Gradwitz erano molto estese e ricche di selvaggina; la sottile striscia di boscaglia scoscesa che le circondava non era rinomata per la selvaggina che ospitava o la caccia che vi si poteva fare, ma di tutte
quelle terre, era quella che il proprietario custodiva più gelosamente. Ai tempi di suo nonno, c'era stata una famosa causa legale per togliere quella terra a una famiglia di piccoli proprietari terrieri; la famiglia spodestata non aveva mai accettato il giudizio dei tribunali, e i rapporti fra tre generazioni delle due casate erano stati funestati da una serie di episodi di caccia di frodo e scandali simili. La guerra tra famiglie era diventata personale quando Ulrich si era ritrovato a capo della sua famiglia. Se c'era un uomo al mondo che detestava e al quale voleva male, questi era Georg Zynaem, erede della disputa e instancabile ladro di selvaggina, amante delle scorribande nella boscaglia coqtesa. La guerra forse si sarebbe calmata, o forse si sarebbe raggiunto un compromesso, se l'astio personale che divideva i due uomini non lo avesse impedito. Sin da ragazzi, erano stati assetati l'uno del sangue dell'altro, e ora che erano diventati uomini, ognuno pregava che l'altro cadesse sotto i colpi della malasorte. In quella notte invernale battuta dai venti, Ulrich aveva riunito i suoi guardacaccia per sorvegliare la foresta, non in cerca di prede quadrupedi, ma bensì per sorprendere i ladri che si sospettava avessero attraversato il confine della proprietà. I caprioli, che di solito durante le tempeste di vento rimanevano al riparo nelle cavità del terreno, quella notte correvano come posseduti, e fra le creature che di solito dormivano durante la notte, serpeggiava una certa agitazione. Certo nella foresta era presente un elemento di disturbo, e Ulrich riusciva ad immaginare da quale direzione venisse. Si allontanò, solo, dalle sentinelle che aveva fatto nascondere in cima alla collina, e percorse la ripida discesa facendosi largo nel fitto sottobosco, per riuscire a vedere - o a udire - qualche traccia dei malfattori, nonostante il fischio del vento e lo stormire incessante delle fronde. Se solo in quella notte furibonda, in quel luogo buio e isolato, egli avesse potuto imbattersi in Georg Zynaem, da uomo a uomo, senza testimoni... questo era il desiderio in cima ai suoi pensieri. Girò intorno al tronco di un faggio enorme, e si trovò faccia a faccia con l'uomo di cui andava in cerca. I due nemici si fissarono per un lungo attimo silenzioso. Entrambi imbracciavano un fucile, ed entrambi avevano il cuore pieno d'odio e la mente piena di pensieri omicidi. Era venuto il momento di lasciare libero sfogo alle passioni di tutta una vita. Ma, per un uomo che sia cresciuto secondo le regole di una cultura che predica il controllo delle passioni, non è facile sparare a freddo a un suo simile senza dire una parola, a meno che non sia stata recata offesa alla propria casa e al proprio onore.
Prima che i due avessero il tempo di vincere l'esitazione, un atto della stessa Natura ebbe il sopravvento. Un colpo di vento di forza inaudita aveva provocato uno schianto terribile sopra le teste dei due e, prima che fossero riusciti a scansarsi, erano già stati investiti da un faggio caduto. Ulrich von Gradwitz si trovò steso a terra, con un braccio spezzato e schiacciato sotto il suo stesso corpo, e l'altro quasi altrettanto inservibile, imprigionato in un fitto groviglio di rami. Aveva entrambe le gambe immobilizzate dal tronco caduto. I suoi piedi non erano stati schiacciati solo per via dei pesanti stivali da caccia che calzava ma, sebbene le sue fratture avrebbero potuto essere molto più gravi, era evidente che non sarebbe riuscito a muoversi se qualcuno non fosse venuto a toglierlo di lì. I rami, cadendo, lo avevano ferito al volto, e dovette scuotere via alcune gocce di sangue dalle ciglia prima di potersi rendere conto del disastro. Accanto a lui, così vicino che in una situazione normale avrebbe quasi potuto toccarlo, giaceva Georg Zynaem, vivo, che si dibatteva ma evidentemente era rimasto imprigionato. Tutto intorno ai due uomini erano sparsi rami spezzati. Il sollievo di trovarsi ancora vivo e l'esasperazione di sapersi imprigionato, fecero pronunciare a Ulrich un misto di ringraziamenti e di imprecazioni. Georg, quasi accecato dal sangue che gli colava sugli occhi, smise di dibattersi per un istante e poi fece una piccola risata di scherno. «Allora non sei morto, come dovevi essere, ma comunque non puoi muoverti!», esclamò. «Sei in trappola! È proprio da ridere: Ulrich von Gradwitz caduto in trappola nella sua stessa foresta. Questa sì che è giustizia!» E rise ancora, selvaggiamente e con scherno. «Io sono prigioniero nella mia foresta», replicò Ulrich. «Quando arriveranno i miei uomini a liberarci, però, forse desidererai essere in una situazione più favorevole: sei stato sorpreso a cacciare di frodo sulla terra del tuo vicino. Vergognati!» Georg per un po' non disse nulla; poi rispose, calmo: «Sei sicuro che troveranno qualcosa da liberare? Anch'io ho degli uomini con me, stasera, e saranno loro i primi a trovarci. Quando mi libereranno da questi rami maledetti, basterà un poco di sbadataggine da parte loro perché tu sia schiacciato da questo grande tronco. I tuoi uomini ti troveranno morto sotto un albero caduto. Per amor di convenienza, farò ugualmente le mie condoglianze alla tua famiglia». «Questo è un buon suggerimento», disse Ulrich con ferocia. «I miei uo-
mini avevano l'ordine di seguirmi dopo dieci minuti, e devono esserne già trascorsi almeno sette. Quando mi tireranno fuori, mi ricorderò di questa tua buona idea. Tuttavia, siccome sarai morto mentre rubavi selvaggina sulla mia terra, non credo che mi sarà possibile offrire condoglianze alla tua famiglia.» «Bene», ringhiò Georg, «bene! Risolviamo questa disputa fra noi, fino alla morte, e che nessun maledetto intruso si intrometta. Morte e dannazione a te, Ulrich von Gradwitz!» «Altrettanto a te, Georg Zynaem, ladro dei boschi e di selvaggina.» Entrambi parlavano con l'amarezza di una possibile sconfitta in mente, poiché ognuno sapeva che poteva passare molto tempo prima che i propri uomini venissero a cercarlo; era solo una questione di fortuna che l'uno o l'altro gruppo giungesse per primo fino a loro. Ormai entrambi avevano rinunciato alla inutile lotta per liberarsi dalla massa di legno che li teneva prigionieri; Ulrich ormai cercava solo di usare il braccio che aveva qualche possibilità di movimento per prendere la fiaschetta del vino che teneva nella tasca esterna del soprabito. Anche quando ebbe conclusa questa operazione, gli ci volle molto tempo perché riuscisse a svitare il tappo della bottiglia e a versarsi del vino in gola. Ma quel sorso sembrava mandato dal Cielo! L'inverno era ancora agli inizi, ed era caduta poca neve. Quindi i due uomini soffrirono meno freddo di quanto avrebbero potuto soffrirne, in quella stagione; tuttavia, il vino riscaldò e ravvivò l'uomo ferito, che rivolse uno sguardo quasi pietoso verso il suo nemico, che si sforzava di reprimere i gemiti di dolore e di stanchezza che volevano uscirgli dalle labbra. «Se ti lanciassi questa fiaschetta, riusciresti a prenderla?», gli chiese improvvisamente Ulrich. «C'è dentro del buon vino, e tanto vale non negarsi un po' di conforto. Beviamo dunque, anche se stanotte uno di noi dovrà morire.» «No, non riesco a vedere quasi nulla; ho gli occhi ingombri di sangue rappreso», disse Georg, «e comunque, non bevo vino insieme a un nemico.» Ulrich rimase in silenzio per qualche istante, ascoltando l'ululato stanco del vento. Nel suo cervello si stava formando un'idea, che cresceva piano piano e si rafforzava ogni volta che guardava quell'uomo in lotta contro il dolore e lo sfinimento. Tra il dolore e il languore che egli stesso provava, Ulrich sentiva quell'antico odio spegnersi. «Vicino», disse poco dopo, «fai pure come credi, se i tuoi uomini doves-
sero arrivare per primi. È giusto. Ma per quel che mi riguarda, ho cambiato idea. Se i miei uomini arrivassero per primi, tu sarai il primo ad essere liberato, come mio ospite. Per tutta la vita abbiamo litigato come dèmoni per questa stupida foresta in cui gli alberi non riescono nemmeno a resistere a un poco di vento. Comincio a credere che siamo stati degli stupidi. Nella vita ci sono cose più importanti che vincere una disputa di confine. Vicino: se tu mi aiuti a dimenticare questa disputa, io... ti chiederò di essere mio amico.» Georg Zynaem rimase in silenzio così a lungo che Ulrich credette fosse svenuto, forse per il dolore provocatogli dalle ferite. Invece cominciò a parlare lentamente, a scatti. «Pensa a come la gente ci guarderebbe, cosa direbbero se ci vedessero arrivare insieme nella piazza del mercato. Nessun uomo vivente ricorda di aver visto uno Zynaem e un von Gradwitz parlarsi in amicizia. E che pace ci sarebbe fra la gente dei boschi se stasera mettessimo fine alla nostra guerra. E se decidessimo di far la pace tra le nostre genti, nessuno potrebbe interferire, non ci sarebbero intrusi da fuori. ...Verresti a passare da me la notte di San Silvestro, e io verrei a mangiare alla tua tavola un altro giorno di festa... non sparerei mai nemmeno un colpo sulla tua terra, tranne se tu mi invitassi come ospite; e tu potresti venire a caccia con me nella palude, dove vivono le anatre. In tutto il paese nessuno potrebbe ostacolarci, se decidessimo di fare la pace. Ho sempre creduto che l'unico mio desiderio fosse di odiarti per tutta la vita, ma credo di aver cambiato idea anch'io in quest'ultima mezz'ora. Tu mi hai offerto da bere... Ulrich von Gradwitz, accetto di essere tuo amico!» Per un po' i due uomini rimasero in silenzio, rimuginando sui meravigliosi cambiamenti che quella improvvisa riconciliazione avrebbe potuto provocare. Rimasero stesi nella foresta buia e fredda, mentre il vento soffiava tra i rami nudi e fischiava attorno ai tronchi, e attesero gli uomini che avrebbero portato soccorso e libertà ad entrambi. Ognuno, fra sé, pregava che i propri uomini fossero i primi ad arrivare, in modo di avere l'occasione di mostrare quella nobile cortesia verso il nemico che era divenuto amico. Poco dopo il vento calò per qualche istante, e Ulrich spezzò il silenzio. «Gridiamo aiuto», disse, «ora che c'è meno vento, le nostre voci potrebbero arrivare lontano.» «Credo che gli alberi e il sottobosco lo impediranno», disse Georg, «ma possiamo provare. Insieme allora.»
I due emisero insieme un lungo grido da cacciatore. «Insieme, un'altra volta!», disse Ulrich qualche minuto più tardi, dopo aver atteso invano una risposta. «Stavolta credo di aver sentito qualcosa», disse Ulrich. «Io ho sentito solo questo maledetto vento», disse Georg con voce rauca. Ci fu di nuovo qualche minuto di silenzio, poi Ulrich lanciò un grido di gioia. «Vedo delle sagome nel bosco. Seguono la strada che ho percorso quando ho disceso la collina.» Entrambi gli uomini gridarono ancora, più forte che poterono. «Ci hanno sentiti! Si sono fermati. Ora ci hanno visti. Corrono verso di noi», esclamò Ulrich. «Quanti sono?», chiese Georg. «Non riesco a vedere bene», disse Ulrich. «Forse nove, o dieci.» «Allora sono i tuoi», disse Georg, «con me c'erano solo sette uomini.» «Bravi, stanno venendo più in fretta che possono», disse Ulrich soddisfatto. «Sono i tuoi uomini?», chiese Georg. «Sono i tuoi?», ripeté impaziente, poiché Ulrich non rispondeva. «No», disse Ulrich, con la risata idiota di un uomo colpito da una paura incommensurabile. «Chi sono?», chiese subito Georg, sforzandosi di scorgere ciò che l'altro avrebbe preferito non vedere. «Lupi.» IL CANE The Hound di Howard Phillips Lovecraft Weird Tales, febbraio 1925 Continuo, incessante, risuona nelle mie orecchie un cupo battito, un raspare d'ali d'incubo, un sommesso latrare lontano, come di un cane gigantesco che ulula nella notte. Non è un sogno, e non è neppure - temo - follia: troppe cose sono ormai accadute perché io possa rifugiarmi in simili illusioni pietose. St. John è ridotto ad un povero corpo a brandelli. Io soltanto conosco l'origine del suo tragico destino, ed è proprio questa consapevolezza che fa dilatare nel mio cervello il terrore di finire come lui. L'oscura Nemesi, buia
e informe, che mi trascina all'autoannientamento, si sta già muovendo veloce lungo i corridoi tenebrosi e interminabili della fantasia soprannaturale. Che il cielo perdoni a entrambi la follia e gli istinti morbosi che ci hanno condotti a una fine così orribile! Eravamo stanchi della banalità del mondo di tutti i giorni, che rendeva piatti e volgari anche gli impulsi romantici e gli estri avventurosi. Perciò, St. John e io, avevamo cominciato a seguire con entusiasmo tutti i movimenti estetici e culturali che sembravano prometterci un po' di sollievo dalla noia devastante. Ci addentrammo fra gli enigmi dei Simbolisti e le estasi languide dei Pre-Raffaelliti: ma ogni nuovo turbamento dell'anima perdeva presto vigore, e il tedio riprendeva inesorabile il suo dominio, scacciando il fascino della novità. Alla fine, trovammo un sollievo più stabile nella filosofia sepolcrale dei Decadenti: ma solo al prezzo di aumentare continuamente il vigore trasgressivo delle nostre sensazioni. Le divagazioni letterarie di Baudelaire e di Huysmans finirono presto per non procurarci più alcuna emozione, e alla fine non ci rimase altra risorsa che provare noi stessi, in prima persona, il brivido diretto delle esperienze innaturali. Fu questo inestinguibile bisogno di emozioni nuove che alla fine ci condusse alla più bassa delle turpitudini, alla più detestabile pratica umana, che persino ora, sconvolto dal terrore come sono, nomino con vergogna e disgusto di me stesso: l'aborrita abitudine di profanare le tombe. Non oso rivelare i dettagli delle nostre infami imprese, né descriverò, neppure in parte, i più orrendi trofei che ornavano l'abominevole museo che avevamo allestito nella grande e gelida magione di pietra nella quale vivevamo, St. John e io, soli e senza domestici. Il nostro museo era un luogo inimmaginabile e blasfemo, ove, con gusto infernale alimentato dalla nevrosi, avevamo raccolto un mondo di orrore e putrefazione per eccitare la nostre sensibilità ormai logore e illanguidite. Era una sala segreta, nel più profondo dei sotterranei, dove mostri enormi scolpiti nell'onice e nel basalto vomitavano da ampie bocche ghignanti una livida luce verde e arancione, e tubi d'aria nascosti facevano agitare in caleidoscopiche danze macabre file di scheletri che, la mano nella mano, intrecciavano lente evoluzioni sospese nell'ombra. Dai tubi uscivano a volontà gli odori che più si intonavano al nostro stato d'animo. Talvolta, aleggiava nell'aria immota il profumo sottile di tenui gigli funerari; talaltra, l'incenso narcotico di immaginari templi orientali e dei mausolei di sovrani defunti; altre volte ancora - come tremo al ricordo!
- si spandeva all'intorno il fetore spaventoso delle tombe appena scoperchiate: un tanfo che sconvolge l'anima e la ragione. Attorno alle pareti di quella cripta repellente facevano mostra di sé i sarcofagi aperti di mummie primeve, che si alternavano alle figure imbalsamate di corpi perfetti, mirabilmente conservati dall'arte del tassidermista, appoggiati a pietre tombali strappate ai più antichi cimiteri del mondo. Nicchie disposte qua e là, custodivano teschi di ogni specie e teste mozze conservate in diversi stadi della putrefazione. I crani pelati e variamente decomposti di nobili famosi si mostravano assieme ai volti radiosi incorniciati da capelli biondi di bimbi appena sepolti. C'erano sculture e quadri, tutti di soggetto infernale, in parte eseguiti da St. John e da me. Una cartella sigillata, con la rilegatura in pelle umana, conteneva disegni immondi e blasfemi che, secondo certe voci, erano stati eseguiti da Goya nel delirio. C'erano poi strumenti musicali il cui suono era ancora più inquietante della forma; con essi, St. John e io talvolta eseguivamo sinfonie stridenti, fondate su suoni morbosi e disarmonici che logoravano i nervi. In una serie di scrigni d'ebano intarsiato di madreperla erano poi conservati altri dei nostri tesori: il bottino predato dalle tombe. Mente umana non potrebbe mai immaginare quale quantità di lugubri reperti abbiamo rinvenuto in tanti anni di folli ricerche. Di questo infame bottino, soprattutto, non debbo parlare: per grazia di Dio, ho avuto il coraggio di distruggerlo molto prima di pensare a distruggere me stesso! Per noi, le spedizioni di saccheggio con le quali ci procuravamo i nostri reperti immondi erano eventi artisticamente memorabili. Non eravamo rozzi e ignoranti profanatori di tombe, ma operavamo soltanto quando si realizzava il concorso di più condizioni, legate allo stato d'animo, all'ambiente, al paesaggio, alla stagione, alla data, e alla luce lunare. Quelle imprese rappresentavano per noi la forma più squisita di espressione estetica, e ne curavamo i dettagli tecnici con meticolosa fantasia. Un'ora inadatta, un effetto di luce discordante, una manipolazione disattenta delle zolle pregne di humor mortis, potevano rovinare del tutto, per noi, la stimolazione estetica che seguiva all'esumazione dei sinistri e giganteschi segreti della terra. La nostra ricerca di scenari sempre nuovi e di situazioni sempre più morbose era febbrile e insaziabile. St. John era il capo delle nostre spedizioni, e fu lui a guidarmi nel luogo tetro e maledetto che ha segnato la nostra orrenda e ineluttabile condanna. Quale maligno destino ci attirò in quel sinistro cimitero olandese? Penso
che furono certe voci che avevamo raccolto, riguardanti la presenza, fra gli inumati, di un uomo misterioso sepolto ormai da cinque secoli, che ai suoi tempi era circondato da fama di empietà e che si diceva avesse a sua volta sottratto qualcosa di misterioso e prezioso da un antico sepolcro. Rammento i tratti salienti della scena. Sulle tombe splendeva la pallida luna d'autunno, che gettava lunghe ombre spaventose; all'intorno, alberi grotteschi si curvavano cupi sull'erba incolta e sulle lapidi corrose; intere legioni di pipistrelli dalle enormi dimensioni volavano in cerchio, stagliandosi contro la luna; l'antica chiesa coperta di edera malaticcia puntava un enorme dito spettrale verso il cielo livido; sotto i tassi e in boschi lontani, danzavano insetti fosforescenti simili a fuochi fatui; il vento notturno, che ci raggiungeva dopo essere passato su mari e paludi, portava con sé sentori di muffa, di vegetazione putrida, e di altre cose meno individuabili. Peggiore di ogni altra cosa, infine, un ululato lontano, debole e sommesso, come di un cane gigantesco che non riuscivamo a individuare né a localizzare, perveniva alle nostre orecchie rese ipersensibili dall'eccitazione. Quando udimmo per la prima volta quel remoto abbaiare, fummo colti da un brivido, ricordando le storie che ci avevano narrato i contadini. Perché ciò che stavamo cercando era stato ritrovato secoli addietro, in quel medesimo luogo, sbranato e dilaniato dalle zanne e dagli artigli di una bestia indescrivibile. Ricordo con quanta furia affondammo le vanghe nella tomba dello stregone, e come ci eccitava l'immagine mentale di noi stessi, del sepolcro, della livida luna che ci fissava, e delle ombre cupe; ricordo gli alberi contorti, i pipistrelli enormi, la chiesa decrepita, i fuochi fatui danzanti, gli odori mefitici, il vento notturno col suo lieve lamento, e soprattutto l'enigmatico, indistinto abbaiare della cui reale esistenza non potevamo neppure essere sicuri. Infine, scavando nel tumulo gonfio di umidità, le nostre vanghe colpirono qualcosa di solido. Emerse una lunga bara, dal legno marcito incrostato di muffe e depositi minerali del terreno, rimasto intatto per secoli. Malgrado l'età, le tavole erano incredibilmente dure e spesse, e fu solo con grande fatica che riuscimmo a scoperchiare il sarcofago, facendo leva con i nostri attrezzi. Il suo contenuto fu una festa per gli occhi. Nonostante i cinquecento anni trascorsi, della cosa sepolta era rimasto molto, orrendamente molto. Lo scheletro, benché mostrasse ancora le fratture provocate dalle fauci del mostro che lo aveva straziato, stava insieme con sorprendente solidità. Fissammo con occhi avidi il bianco cranio puli-
to, i lunghi denti ancora ben piantati nei loro alvei, e le orbite vuote che un tempo ospitavano i bulbi oculari, le cui pupille dovevano essersi illuminate della stessa luce morbosa che oggi accendeva le nostre alla vista degli ossari. All'interno della bara c'era anche uno strano amuleto, dal disegno insolito ed esotico, che evidentemente un tempo era appeso al collo del defunto. Era l'effigie, straordinariamente realistica, di un cane alato seduto sulle zampe posteriori, o di una sfinge dal volto semicanino. Era scolpita con arte finissima e gusto orientaleggiante in un unico pezzo di giada verde. L'espressione dei lineamenti bestiali trasmetteva una sensazione violenta di repulsione. Emanava un sentore impalpabile ma nettissimo di morte, furore, malvagità. Attorno alla base correva un'incisione in caratteri che né io né St. John riuscimmo a identificare. Sul fondo, come un marchio di fabbrica, era inciso un teschio orrendo e grottesco. Alla sola vista dell'amuleto, avevamo capito che doveva essere nostro. Quel tesoro bastava, da solo, a giustificare il nostro viaggio e la profanazione di quel sepolcro secolare. Anche se la foggia non ci era familiare, lo desideravamo, tanto più che, guardandolo attentamente, scoprimmo che non ci era del tutto sconosciuto. Era estraneo, certo, a qualsiasi arte e letteratura nota a studiosi sani ed equilibrati. Ma noi vi riconoscemmo la cosa cui allude, nel suo proibito Necronomicon, l'arabo pazzo Abdul Alhazred. L'osceno e spettrale idolo del culto dei divoratori di cadaveri che abitano l'inaccessibile Altopiano di Leng, nell'Asia Centrale. Rabbrividimmo, riconoscendo nell'immagine le fattezze descritte dall'antico demonologo arabo. Fattezze - egli scrisse - tratte da oscure manifestazioni soprannaturali degli spettri di coloro che tormentano e rodono i morti. Afferrato l'oggetto di giada verde, lanciammo un ultimo sguardo al teschio livido e alle sue occhiaie vuote, poi richiudemmo la bara e rimettemmo tutto nelle condizioni originarie. Ci stavamo allontanando in fretta da quel luogo orribile, con l'amuleto custodito in una tasca di St. John, quando ci parve di vedere i pipistrelli calare come una nuvola compatta sul terreno che da poco avevamo profanato, quasi a cercarvi un nutrimento disgustoso e sacrilego. Ma la luna d'autunno brillava troppo pallida e debole, e non ne fummo sicuri. Allo stesso modo, il giorno dopo, mentre salpavamo dall'Olanda diretti in patria, ci parve di udire il lontano, debole ululato di un cane gigantesco, che si perdeva oltre l'orizzonte. Ma il vento d'autunno gemeva triste e monotono, e non ne fummo sicuri.
Meno di una settimana dopo il nostro rientro in Inghilterra, cominciarono ad accadere dei fatti inquietanti. Come ho già detto, io e St. John vivevamo come reclusi. Privi di amici, soli e senza domestici, trascorrevamo la nostra esistenza in poche stanze di un antico maniero situato in una brughiera desolata e deserta. Perciò, ben pochi visitatori si prendevano il disturbo di bussare alla nostra porta. Da qualche tempo, però, eravamo infastiditi da un suono che assomigliava a un raspare notturno, non soltanto dietro le porte, ma anche dietro le finestre, comprese quelle che si trovavano più in alto. Una volta ci parve che un grande corpo scuro velasse la luce della luna dietro la finestra della biblioteca. Un'altra volta fummo certi di udire un rumore inquietante, come una vibrazione o un battito ritmico, leggero e paurosamente vicino. Cercammo, ma senza trovare nulla; di conseguenza, attribuimmo gli eventi alla nostra immaginazione, che ancora ci faceva risuonare nelle orecchie il debole ululato lontano che avevamo udito nel solitario cimitero olandese. L'amuleto di giada era adesso custodito in un tabernacolo nel nostro museo e, di tanto in tanto, vi accendevamo davanti una candela dal profumo aromatico. Andammo a leggere sul Necronomicon di Alhazred i suoi poteri e i legami che grazie ad esso si potevano accendere fra le entità fantomatiche e gli oggetti del mondo reale. Ciò che leggemmo ci sconvolse. Poi si insediò il terrore! La notte del 24 settembre 19.. udii bussare alla porta della mia camera. Sicuro che fosse St. John, dissi di entrare. Come risposta, udii una risata orrenda. Uscii dalla camera: nel corridoio non c'era nessuno. Quando destai St. John dal suo sonno, si disse del tutto ignaro del fatto. Guardandolo negli occhi, vidi che era preoccupato quanto me. Quella stessa notte dovemmo ammettere che il debole ululato lontano che risuonava nella brughiera non era un'illusione dei nostri sensi, ma una realtà spaventosa. Quattro giorni dopo, mentre ci trovavamo entrambi nel museo sotterraneo, udimmo un lieve, cauto raspare, dietro l'unica porta che dava sulla scala verso la biblioteca nascosta. La nostra agitazione fu duplice perché, oltre al timore dell'ignoto, avevamo sempre nutrito il terrore che la nostra macabra collezione potesse essere scoperta. Spente tutte le luci, avanzammo verso la porta e la spalancammo di colpo: sui nostri volti alitò una inspiegabile combinazione di rauchi bisbigli e risate ghignanti, che retrocedevano nel buio. Non facemmo alcuno sforzo per capire se fossimo impazziti, se avessimo sognato, o se fossimo ancora nel pieno delle nostre facoltà. Infatti, ci
eravamo resi conto, con cieco terrore, che quel biascicare incorporeo, quelle frasi smozzicate, erano in lingua olandese. Dopo di ciò, vivemmo invischiati in una palude di orrore crescente. Cercavamo di chiudere gli occhi sulla verità dicendoci l'un l'altro che all'origine di tutto c'era un cedimento dei nostri nervi, dovuto alla continua tensione di una vita intessuta di eccitazioni innaturali. Talvolta, però, ci piaceva di più drammatizzare la nostra situazione, e crederci vittime di una sorte funesta e insidiosa. Intanto, le manifestazioni soprannaturali erano diventate tante da non riuscire più a tenerne il conto. La nostra casa buia e solitaria aveva quasi preso vita, per la presenza di una entità maligna la cui natura non osavamo immaginare, mentre ogni notte l'ululato demoniaco echeggiava nella brughiera spazzata dal vento, sempre più alto. Il 29 ottobre scoprimmo, nella terra umida sotto la finestra della biblioteca, una fila di orme assolutamente indescrivibili. Erano sconcertanti, così come gli stormi di enormi pipistrelli che si andavano radunando fra le guglie dell'antico maniero in numero crescente e mai visto prima. Il 18 novembre, l'orrore giunse al culmine. Dopo il tramonto, mentre tornava a casa a piedi dalla tetra stazione ferroviaria, St. John venne assalito da uno spaventoso mostro carnivoro, e fatto a pezzi. Le sue urla altissime mi avevano raggiunto a casa. Accorso sul posto dell'orribile scena, era giunto in tempo per udire un battito d'ali nere e per scorgere una cosa oscura, nebulosa e indistinta, stagliarsi contro la luna sorgente. Quando gli parlai, il mio povero amico stava morendo, e non poté dare alcuna risposta coerente alle mie domande. Riuscì soltanto a mormorare: «L'amuleto, quella cosa maledetta...». Poi crollò, una massa inerte di carne straziata! A mezzanotte del giorno seguente lo seppellii in uno dei nostri giardini invasi da erbacce velenose, e sul suo corpo recitai uno di quei rituali demoniaci che in vita aveva tanto amato. Avevo appena pronunciato l'ultima frase quando, lontano, nella brughiera, si levò l'ululato di un cane gigantesco. La luna era alta nel cielo, ma non osai guardarla. E quando scorsi sulla brughiera soffusa della pallida luce dell'astro notturno, un'ombra grande e nebulosa che si muoveva rapida da un cespuglio all'altro, chiusi gli occhi e mi gettai a terra con la faccia in giù. Non so quante ore passarono. Infine, mi rialzai tremante, rientrai in casa barcollando, e resi un omaggio osceno e sacrilego all'amuleto di giada verde racchiuso nel suo tabernacolo.
Avevo paura, ormai, di abitare da solo nel vecchio maniero al centro della brughiera, e partii l'indomani per Londra, portando con me l'amuleto. Distrussi col fuoco l'empia collezione e, quanto non poteva essere bruciato, lo seppellii. Ma, dopo tre notti, udii nuovamente l'ululato lontano e, dopo una settimana, vedevo nel buio occhi misteriosi che mi fissavano. Una sera, mentre passeggiavo lungo il Victoria Embarkment per prendere una boccata d'aria di cui sentivo il bisogno, scorsi una forma nera oscurare la luce di un lampione che si rifletteva nell'acqua nel molo. Un vento più forte del vento notturno, passò sul mio viso come una raffica. Seppi allora che quanto era accaduto a St. John sarebbe presto accaduto anche a me. L'indomani avvolsi accuratamente in un drappo di seta nera l'amuleto di giada, e mi imbarcai per l'Olanda. Non sapevo se, restituendo l'idolo al suo silenzioso proprietario defunto, potessi aspettarmi una qualche forma di misericordia. Tuttavia, sentivo di dover agire secondo una qualche logica. Che cosa fosse quel cane mostruoso, e perché mi avesse seguito, erano interrogativi ancora vaghi. Ma avevo udito l'ululato lontano per la prima volta nell'antico cimitero olandese presso la chiesa in rovina, e tutti gli eventi successivi, comprese le parole pronunziate da St. John in punto di morte, contribuivano a collegare la maledizione con il furto sacrilego dell'amuleto. Perciò piombai nella più profonda disperazione quando scoprii, in una località di Rotterdam, che ignoti ladri mi avevano sottratto quell'unico viatico per una incerta salvezza. Quella notte l'ululato risuonò altissimo, e al mattino lessi sui giornali di un delitto abominevole compiuto nel quartiere più malfamato della città. La gente del luogo era terrorizzata, perché un crimine sanguinoso era stato commesso, con indicibile, brutale violenza, in un'abitazione che dava ricetto a individui dalla losca fama. Nello squallido tugurio, abitato da ladri, un'intera famiglia era stata dilaniata da criminali sconosciuti che non avevano lasciato tracce, mentre per tutta la notte era echeggiato, all'intorno, il latrare insistente di un cane gigantesco. Così, alla fine, fu con le mani vuote che mi ritrovai nell'orrido cimitero, dove una livida luna invernale gettava ombre contorte, e gli alberi nudi si piegavano tristi sull'erba inaridita e gelata e sulle lapidi corrose dal tempo. La chiesa ricoperta di edera puntava sempre il suo dito beffardo verso il cielo ostile, e il vento notturno ululava furioso passando sulle paludi coperte di ghiaccio e sui gelidi mari. Il latrato lontano era molto debole, e cessò di colpo quando mi avvicinai
all'antico sepolcro che un tempo avevo profanato. Roteando la pala, feci allontanare lo stormo di pipistrelli dalle dimensioni abnormi che volteggiavano bassi sulla tomba. Non so perché mi fossi spinto fin là, se non per pregare, o biascicare suppliche inutili e incoerenti all'indirizzo della cosa candida e silente che giaceva all'interno della bara. Qualunque fosse il mio scopo, attaccai col badile le zolle indurite dal gelo, animato da una disperazione che in parte era mia e in parte nasceva da una volontà dominante al di fuori di me. Lo scavo fu più facile del previsto, anche se a un certo punto vi fu una strana interruzione, quando un macilento avvoltoio piombò a picco dal cielo torbido e cominciò a beccare avidamente la terra della tomba, finché non lo uccisi con un colpo di vanga. Infine, arrivai alla bara lunga e corrosa, e ne sollevai l'umido coperchio ricoperto di verdi incrostazioni. Quella fu la mia ultima azione razionale. Nella bara antica di secoli, la cosa scheletrica che il mio amico e io avevamo depredato, dormiva rannicchiata su se stessa, attorniata da uno stuolo compatto di pipistrelli enormi e rigonfi di sangue, che pulsavano immersi anch'essi nel sonno. E non era uno scheletro nudo e silente, come quello che avevamo ricomposto nella cassa dopo il furto, ma un orrore ricoperto di sangue raggrumato, di lembi di carne appiccicati alle ossa e di ciuffi di capelli strappati a chissà quali corpi. Mi guardava, quell'incubo indescrivibile, fissandomi cosciente e maligno dalle orbite cave e fosforescenti. I suoi denti aguzzi e macchiati di sangue si aprivano in un ghigno beffardo e contorto che proclamava la mia ineluttabile condanna. E, quando da quelle fauci spalancate emerse un profondo, crudele ululato, come di un cane gigantesco, e vidi che i suoi luridi artigli insanguinati stringevano il fatale amuleto di giada verde che avevo perduto, non seppi far altro che gridare, e gridare, e gridare, e poi fuggire come un demente, finché le mie grida si dissolsero in scoppi di risa isteriche. La follia governa il vento che scende dalle stelle... zanne e artigli acuminati lacerano secoli di cadaveri... Cavalcando uno stormo di vampiri e un branco di Lupi Mannari, la morte viene distillata dalla notte, sulle oscure rovine dei templi di Belial, sepolti dal profondo dei secoli... L'ululato di quella mostruosità defunta, che cerca carne da appiccicare alle sue ossa, si fa sempre più vicino. Il raspare furtivo, il battito incessante di maledette ali d'incubo stringe sempre di più il cerchio attorno a me. Nella mia pistola, troverò l'oblio che è il solo rifugio da quelle cose che non
hanno nome, e che non devono averne. I LUPI MANNARI DEL CASTELLO MANGLANA The Bug-Wolves Of Castle Mangana di H. Warner Munn 1926 in The Master Fights Weird Tales, dicembre 1930
Leon Gunnar si trovava sugli spalti merlati del Castello Manglana. Era appoggiato a un moschetto e guardava pensieroso le profonde acque del lago Erne. Era la fine di ottobre dell'anno di Nostro Signore 1588. Manglana si trovava su un promontorio a picco sull'ampio lago, le cui onde lambivano la base delle mura del castello. Nessuna barca solcava il lago Erne. Erano state tutte affondate una settimana prima, quando O'Rourke, il proprietario del castello, si era ritirato con la sua famiglia e i suoi servi tra le montagne, lasciando Gunnar e altri otto Spagnoli a difendersi come potevano contro un esercito di centocinquanta Inglesi. Erano stati reclutati a Dublino ed erano condotti dal Lord Deputy dell'Irlanda. I suoi ordini erano di sbarazzare la zona occidentale e uccidere tutti coloro che erano fuggiti dai tredici galeoni naufragati su quella parte della costa. Una rondine sfiorò le acque tranquille del lago e lasciò una scia di cerchi che si allargavano. Leon sospirò e la seguì con lo sguardo, desiderando di avere anch'egli un paio d'ali con le quali lasciare quel paese selvaggio. Come avrebbe voluto volare in Scozia dai suoi parenti! Lo schiocco di un moschetto e un urlo di gioia lo risvegliarono dal suo sogno ad occhi aperti. Leon si voltò e vide un uomo barbuto, abbigliato con il mantello color zafferano dei soldati mercenari irlandesi, danzare sugli spalti. «Perbacco», gridò. «Questa volta ho preso quella sporca spia! Guarda come scalcia nella palude!» «Ben fatto, Cuellar!», lo complimentò Leon. «Non possiamo sprecare munizioni. Ogni colpo deve trafiggere il cuore di un inglese!» «Ragazzo!», sussurrò. «Non sai quanto sia vero. Oggi sono andato a ispezionare il deposito delle polveri e ho scoperto che tre dei barili di pol-
vere che ci ha lasciato O'Rourke erano di quelli raccolti sulle spiagge dopo i naufragi!» «È un bene?», chiese Gunnar. «No! Male! L'acqua in qualche modo è penetrata. Abbiamo solo mezzo barile e una dozzina di moschetti per combattere un esercito. Temo che la Señora Cuellar dovrà trovarsi un altro marito.» «Non vi abbattete», disse Leon. «Mantenete alto lo spirito: il tempo gioca a nostro favore, lo sapete. Gli Inglesi non conoscono la nostra forza, e un paio di forti piogge li affogheranno.» Indicò il lato interno del promontorio. A una distanza sufficiente perché i colpi di moschetto non potessero raggiungere i difensori, c'era l'accampamento degli Inglesi, posto sulla collina più alta di quella zona paludosa. Ogni tanto qualche soldato coraggioso lasciava l'accampamento e cercava di trovare il modo di attraversare l'acquitrino per entrare nel castello. Ma, dopo che i primi attacchi in gran numero erano finiti in una sconfitta sanguinosa, gli Inglesi si erano sistemati nell'accampamento e avevano cominciato ad aspettare che la fame spingesse gli Spagnoli tra le loro braccia. Con provviste di cibo per due mesi, questo non preoccupava gli assediati, ma la scarsa riserva di polvere da sparo era un fatto grave. Una volta che gli Inglesi avessero saputo che un uomo poteva penetrare nel castello senza che venisse fatto segno a colpi d'arma da fuoco, altri sarebbero seguiti. «Ah, Gunnar», rispose Cuellar, «non capisci i sentimenti di un padre. Tutti noi qui abbiamo una famiglia che ci aspetta, tranne te. Quando si vedono i propri figli crescere e l'espressione negli occhi della loro madre, non si vorrebbe stare ad aspettare che un altro uomo prenda il tuo posto! È quasi un anno che siamo partiti, e nessuno a casa sa che siamo ancora vivi e dove siamo! Sei approdato con quel galeone che ha fracassato il mio sulle rocce della Sligo Bay, hai detto. Ricordi quel monastero bruciato e i dodici Spagnoli impiccati alle travi della navata? Ma, per la pietà del Signore, anche noi avremmo potuto pendere da quel soffitto.» Leon annuì con forza. «E i Santi benedetti tutti calpestati sotto i loro piedi! Dio onnipotente! Li vedo ancora davanti agli occhi!» «Era terribile!», convenne Cuellar. «E solo un miracolo ha potuto salvarci da quei folli che saccheggiavano i relitti. Ricorderò per sempre nelle mie preghiere quel capo che mi ha salvato la vita.» Leon parlò con amarezza.
«Non credere che l'abbia fatto perché ama gli Spagnoli! Lui odia gli Inglesi come il diavolo, e ci ha dato protezione solo perché siamo loro nemici. Se gli fosse importato qualcosa di noi, ci avrebbe aiutati a tornare a casa invece di lasciarci qui.» «È vero», convenne Cuellar, «ma siamo vivi, ed è stato un miracolo che ci ha fatto raggiungere il suo castello!» Si fece il segno della croce, e Gunnar, nauseato, ritornò al suo posto di combattimento sul bastione orientale. Leon sapeva troppo bene che i Santi non avevano niente a che fare con l'aver raggiunto insieme a Cuellar e a un giovane ufficiale la dubbia protezione del Castello Manglana. Un compagno invisibile aveva viaggiato con i tre uomini; un compagno tanto potente da proteggere chi desiderava contro qualsiasi nemico! E lui, il terribile nemico del genere umano, si chiamava il Signore! Cuellar urlò a qualcuno che si trovava ai piedi della scala a chiocciola. «Gomez, di' a Ramon di portare su un altro fiasco di polvere e altri tre moschetti. Manda su Diego, Enrique e Rodriguez. Penso che quei rospi inglesi stiano per arrivare di nuovo!» Gunnar riattraversò il tetto piatto. Era vero che nell'accampamento c'era uno strano movimento, appena percettibile nell'oscurità del lago. Gli echi si stavano ancora spegnendo tra le scogliere del lago Erne, quando un tuono scosse il castello e, sia Gunnar che Cuellar, provarono una breve sensazione di vertigine come se la solida struttura ondeggiasse sotto di loro. Un gemito orribile venne da sotto, e le due vedette si guardarono negli occhi con timore. Un'idea si stava facendo strada nelle loro menti. Un uomo salì barcollando la scala e uscì sul tetto. I suoi capelli erano increspati e fumavano, un lato della faccia era senza barba, e scintille sprizzavano dai suoi abiti carbonizzati. Vide Cuellar e andò verso di lui, salutandolo militarmente: infatti era il capo, tacitamente riconosciuto, della piccola guarnigione. «Madre de Dios, Gomez, parla!», gridò Cuellar. «Che cosa ti è successo?» «Ramon», disse l'uomo, con difficoltà, con gli occhi che gli roteavano mentre annaspava per respirare, «è entrato nel... deposito... con... una torcia accesa...!» Poi cadde, ancora nella posizione del saluto, ai piedi di Cuellar. «Questa è la fine per noi.» Cuellar guardò Leon. «Gli Inglesi alla fine
sono riusciti a trascinare un cannone fino al loro accampamento, e ora la nostra polvere è tutta finita!» Leon infilò una mano sotto la giacca di pecora che indossava il soldato caduto. «Gomez è morto», annunciò. «Me l'aspettavo», fu la disperata risposta. «Andiamo a vedere quanti sono ancora vivi.» Mentre i due lasciavano il tetto, un altro scoppio lontano risuonò dall'accampamento, e Gunnar tornò indietro. «Andate. Io resterò di guardia qui, e chiamerò se c'è un attacco.» «Molto bene», replicò Cuellar. «Adios, amico. Questa e la fine!» E scomparve tra le onde di fumo che salivano lungo la scala a chiocciola. «Non è la fine!», mormorò una voce untuosa nell'orecchio di Gunnar. Riconobbe subito la voce. Il Signore stava facendo la sua solita visita notturna, approfittando del fatto che Gunnar era solo. «Sei del tutto spietato?», sbottò Gunnar con passione. «Non c'è alcuna pietà, alcuna umanità in te? Bestia! Dèmone! Diavolo! Disonori il nome di uomo! Sei un mostro! Nel nome di tutti i Santi, ti imploro: lasciami morire in pace!» Negli occhi del Signore si accese un lampo di fredda crudeltà. «Non farti ingannare dal corpo che ho assunto! Posso rivestire altre sembianze che potrebbero sorprenderti! Io non sono un uomo né una bestia. Presto saprai che non sono umano! Per quanto riguarda la misericordia e la pietà, le avevo molto tempo fa, ma mi sono state sottratte. Comunque, non sono venuto per dirti questo, ma per indicarti una via d'uscita e forse per aiutare quelli che sono con te.» La faccia di Gunnar si illuminò, ed egli avanzò di un passo verso quella strana creatura che lo aveva in suo potere, grazie a un patto di schiavitù stretto a bordo di un galeone che affondava, all'inizio dell'anno. «Qual è?», chiese con ansia. «Dimmelo, subito!» «Sai che stanotte è la Vigilia d'Ognissanti? È l'unica notte dell'anno, oltre la Notte di Santa Valpurga, in cui per un uomo è molto facile diventare un lupo dal tramonto all'alba.» Gunnar ridacchiò. «Tu puoi avere poteri meravigliosi e ammetto che sai renderti invisibile e sai placare le tempeste, ma nessun uomo può diventare un lupo! Questa è solo una superstizione irlandese e francese.» «Come già ti ho detto, io non sono un uomo. Tu sei troppo ignorante per
capire che quella che chiami superstizione è un fatto conosciuto e creduto vero in tutti i paesi e in tutte le epoche. Io, il Signore, sono quello che ha dato inizio a questa conoscenza sulla terra! Strappati i vestiti e vedremo che cosa si può fare la notte d'Ognissanti!» Gunnar esitò e il Signore lo incitò. «Spogliati!», gli ordinò di nuovo, e lo spagnolo, senza muovere gli occhi da quel volto contorto, cominciò a fare quello che gli era stato ordinato. Gli occhi rossi del Signore fissavano il giovane come se fossero stati di pietra. Gli si avvicinò. «Ti sto offrendo una scelta», disse con lentezza. «A bordo della Santa Ysabel ti ho promesso che vivrai fino alla tua morte naturale se mi darai il tuo corpo dopo la morte, e solo trent'anni se troverai necessario chiamarmi in tuo aiuto. Scegli ora, se vuoi diventare una creatura che disperderà gli Inglesi dell'accampamento come foglie al vento! Se lo farai, io domani provocherò delle tempeste che allagheranno le paludi e salveranno la vita ai tuoi amici. Se non lo farai, domani li vedrai morire quando i soldati prenderanno il castello, e sarai salvato da me. Allora, sarai cosciente per tutta la vita che avresti potuto salvare i tuoi amici e non l'hai fatto!» Leon Gunnar considerò il dilemma: a nessuno importava sia che lui vivesse o morisse. Trent'anni di vita, almeno, gli stavano davanti secondo i patti. In quegli anni poteva succedere qualcosa per sconfiggere i piani del Signore... Poi c'era anche la promessa che sarebbero state risparmiate le vite di Cuellar e degli altri. La Señora Cuellar... i bambini... la Spagna e l'amore... e finalmente il sole a riscaldare quei cuori stanchi! «Voglio lottare e chiedo il tuo aiuto», rispose Leon. «Trent'anni allora, ragazzo mio», ridacchiò lo gnomo nero e chinò la testa sul braccio di Gunnar. Il giovane sentì un dolore acuto nell'incavo del gomito. Il Signore indietreggiò e gli lanciò addosso un liquido dall'odore orrendo, mormorando degli incantesimi. Poi... Leon sentì un dolore indescrivibile. Fu come se tutte le ossa si fossero tirate, storte e rimesse violentemente a posto! Cadde sul tetto, gridando di dolore. Era un'allucinazione o era la verità che le sue grida suonavano come guaiti e ululati, invece che come parole? Il suo naso sembrava stranamente lungo; in effetti, non era più un naso, ma un muso. Quando spostò le mani verso il naso, le vide e ululò di nuovo. Non erano mani: erano (poteva essere mai vero?) le zampe pelose di un lupo!
Sentì un calcio violento nelle costole. Lo gnomo sembrava molto irritato. «Sta' zitto, stupido! Farai accorrere tutti! Guarda ora!» Il Signore si strinse il mantello nero intorno al corpo e si sporse in avanti. Gunnar voleva ansimare, ma emise un basso guaito di sorpresa, quando vide che improvvisamente il mantello nero non era più un mantello, ma una pelliccia nera! Poi il Signore cadde in avanti, le sue membra scheletriche si contrassero, la sua faccia mutò, e ora due lupi senza coda stavano fianco a fianco sul tetto del Castello Manglana. Gunnar sentì uno strano fremito percorrere le sue vene. Sembrava che qualcosa dello spirito feroce e alieno del Signore fosse passato in lui. Non era più un essere umano, ma una belva, e aveva le stesse sensazioni di un animale da preda. L'uomo era il suo nemico: non doveva ucciderlo? Sotto, nel castello, c'erano degli uomini! Avanzò, con le zampe rigide, verso le scale. I peli del collo gli si drizzarono e la bava gli cadde dalle avide mascelle. Lì l'odore degli uomini era intenso! Fece un passo avanti e lanciò un ululato lungo e spaventoso. Si sarebbe lanciato lungo le scale contro i suoi ex amici, se un gelido ordine non l'avesse fermato. Restò immobile, mentre il suo corpo era scosso da violenti tremiti. Non gli era rimasto niente della sua vita passata. Era solo una macchina costruita ad uno scopo, e questo scopo era uccidere finché fosse stato in grado di lottare. Nella sua mente si alzò la rossa marea dell'omicidio. Il lupo nero lo guardava con un'espressione di umorismo macabro. «Lo farai», annunciò, e le parole furono comunicate senza suono al cervello del lupo grigio. «Ci sono molti più uomini laggiù. Seguimi.» L'animale nero attraversò a grandi salti il tetto e balzò oltre una bassa apertura nei bastioni. Il lupo grigio si tuffò nel lago dopo il nero. Cominciarono a nuotare verso la riva. Mentre la raggiungevano, il cielo si coprì di nuvole, che erano apparse misteriosamente, visto che pochi minuti prima non ne era visibile nemmeno una. I due lupi affondarono fino al ventre nella melma, e si sforzarono di raggiungere un punto dove il terreno fosse più solido. Dalle pozze di acqua verdastra, piene di foglie marce e insetti morti, si alzava un tanfo di muffa. Una pioggerella picchiettava e sibilava sull'acqua limacciosa.
«Questa pioggia terrà le nostre prede al riparo», pensò il lupo grigio, e il nero chinò il capo come se quelle parole fossero state pronunciate. Balzarono in acque meno profonde, nuotarono un poco e poi avanzarono a fatica nel fango che risucchiava le zampe. Al di là c'era l'accampamento. Con cautela costeggiarono l'orlo della palude. Una sentinella si avvicinò. Il lupo nero lasciò indietro quello grigio e strisciò avanti, poi raccolse le zampe sotto il corpo e tese i muscoli d'acciaio. Un balzo, un singulto soffocato, quindi un tonfo nelle pozzanghere, e l'uomo giacque morto con la gola aperta e gorgogliante. Un'altra sentinella si avvicinò: scrutava attentamente le tenebre per scoprire la fonte di quel lieve rumore. Il lupo grigio balzò. Poi, entrambi con i musi bagnati di sangue, sgattaiolarono nell'accampamento addormentato e inerme. Come aveva supposto il lupo grigio, non si vedeva nessuno. Negli alloggi, qualcuno dormiva e qualcun altro sonnecchiava, ma tutto era tranquillo. Il ticchettio della pioggia soffocava qualsiasi rumore provocato da quelle zampe vellutate. Il lupo grigio si fermò e alzò le orecchie, vigile e pronto all'attacco, mentre il Signore riprendeva la forma umana. Lavorò per qualche istante intorno al cannone. Poi, di nuovo, due lupi senza coda trottarono nell'accampamento. C'era una tenda appartata rispetto alle altre, da cui proveniva un sonoro russare. Dopo un momento di esitazione, entrambi i lupi entrarono attraverso la bassa apertura. Quando ne uscirono, non si sentiva più russare. Gli occhi di tutti e due brillavano di una strana allegria quando si separarono. Il lupo nero scelse una fila di tende e il lupo grigio cominciò ad entrare e a uscire da quelle tende di un'altra fila. Sul terreno bagnato lasciavano una traccia di gocce di sangue a segnalare dov'erano passati. Dietro di loro lasciavano una pace che non sarebbe mai più stata rotta dagli occupanti delle tende che avevano visitate. Quell'andirivieni spaventoso continuò per molto tempo, senza interruzione. Il lupo nero aveva già finito due file di tende ed era a metà della terza, mentre il grigio uccideva, ebbro di morte, nella sua seconda fila, quando un uomo si svegliò da un incubo per vedere le zanne insanguinate e trovarsi immerso in una realtà ancora più orrida. Ebbe appena il tempo di gridare: «I Lupi Mannari!», prima che la spina dorsale gli fosse spezzata da quelle zanne d'acciaio. L'altro occupante della
tenda si svegliò, urlò qualcosa di incoerente e morì. Improvvisamente, ci fu parecchio movimento: degli uomini correvano tra le tende senza scopo, cercando la banda di nemici che li aveva colti di sorpresa. Non capirono con chi dovessero lottare finché non videro le due bestie, con le zampe di dietro stranamente più alte, che balzavano da una fila all'altra di tende. Un irlandese rinnegato, che faceva da guida alla truppa, si inginocchiò a quella vista. «I dèmoni!», urlò. «I lupi! I lupi! Ci attaccano i Lupi Mannari!» E strisciò con le mani e con le ginocchia nel fango, in direzione del cannone. Il grido di «Lupi Mannari!» fece il giro dell'accampamento aumentando il terrore dei soldati, cui erano già familiari le storie sugli uomini-bestia. Nel frattempo i due lupi, approfittando della confusione, balzavano sui soldati, li trucidavano, e li mordevano come belve rabbiose. Infine, con la testa bassa per evitare i colpi, attraversarono di corsa il centro dell'accampamento e si diressero verso il castello. Su un piccolo rialzo di terreno, si fermarono, e le loro figure si stagliarono nitide nel cielo più chiaro, ma si trovavano sulla linea di fuoco del cannone. La guida irlandese, pregando tra sé che il cannone fosse carico, abbassò il fusto e, circondato da una folla frenetica di soldati, diede fuoco alla carica. La scossa violenta che ne seguì, fece tremare tutto l'accampamento. Un lampo di luce livida illuminò le nubi che si accavallavano nel cielo, e frammenti di ferro e corpi mutilati volarono dappertutto, mentre nel Castello Manglana sei uomini si guardavano l'un l'altro. Non osavano sperare che l'uomo scomparso avesse trovato un modo di aiutarli. Le fragili tende erano cadute in molti punti e, quando i sopravvissuti all'esplosione si ricordarono dei lupi, il rialzo di terreno fu abbandonato. Un vento forte portò uno scroscio di pioggia. La pioggia cadde abbondante e costante finché la superficie del lago Erne coprì le paludi che erano alla base del promontorio e continuò a salire. Prima dell'alba, il Castello Manglana si sarebbe trovato su un'isola, e la pioggia, che avrebbe continuato a cadere per giorni, sarebbe stata sufficiente a rendere la posizione degli Inglesi insostenibile, prima che potessero procurarsi un altro cannone. Cuellar e altri cinque Spagnoli finalmente sarebbero ritornati alle proprie case. A miglia di distanza il Signore era avvolto nel suo mantello nero. Un lu-
po grigio stava accucciato ai suoi piedi. «Da quella parte», disse il tenebroso gnomo, «c'è Astrim». Da lì puoi raggiungere facilmente la Scozia. Ti ho già detto dove puoi trovare la tua unica parente e sono sicuro che ti piacerà. Corri ora, e arriva più lontano che puoi prima dell'alba. Prendi i vestiti del primo uomo che incontri un'ora prima dell'alba. Che cosa ha provocato l'esplosione del cannone? Vi ho aggiunto un'altra carica di polvere e ho riempito il fusto di fango! Arrivederci, Leon Gunnar, sei uno schiavo degno.» Un secondo dopo il lupo grigio era solo. Non indugiò, ma corse invece nella direzione che gli aveva indicato il Signore. La Señora Cuellar un giorno avrebbe rivisto il suo uomo, e non avrebbe mai saputo che un vagabondo, sconosciuto e solitario, aveva dato anni della propria vita perché sei uomini si potessero riunire alle proprie famiglie. E, anche se l'avesse saputo, non ci avrebbe creduto. Ma colui che si era sacrificato per salvare gli altri, corse nel buio verso Astrim e la Scozia con una fretta disperata. La mattina sarebbe stato un uomo normale, che non avrebbe mai più conosciuto il potere empio e i desideri blasmefi di quella notte insanguinata. TESTA DI LUPO Wolfshead di Robert Ervin Howard Weird Tales, Aprile 1926 Parlate di paura? Chiedo venia, messieurs, ma nessuno di voi conosce il vero significato della paura. No, ne sono sicuro. Siete tutti soldati, avventurieri. Conoscete le cariche dei reggimenti di Dragoni, la furia dei mari flagellati dal vento. Ma la paura, la vera paura quella che gela il sangue e fa rizzare i capelli, non l'avete mai conosciuta. Io sì. E fino al giorno in cui le Legioni delle Tenebre non eromperanno dalle porte dell'Inferno e il mondo finirà tra le fiamme, una paura simile non verrà più conosciuta dall'uomo. Vi racconterò la mia storia: ascoltatemi se volete. È accaduta molti anni fa, dall'altra parte del mondo, e nessuno di voi vedrà mai l'uomo di cui vi parlerò. D'altra parte, anche vedendolo, non lo riconoscereste. Tornate indietro negli anni insieme con me, fino al giorno in cui io, giovane e inesperto cavaliere, scesi dalla barca che mi aveva portato dalla na-
ve all'ancora nel porto, imprecai contro il fango che lordava il molo, e mi avviai verso il castello, dove mi aveva invitato un vecchio amico, Dom Vincente da Lusto. Era un uomo strano Dom Vincente, lungimirante: un uomo notevole, capace di vedere oltre gli orizzonti del suo tempo. Nelle sue vene, forse, scorreva il sangue degli antichi Fenici, quel popolo che, come ci narrano i preti, dominarono i mari e costruirono città in terre lontane e in tempi remoti. Il modo in cui aveva fatto fortuna era singolare: pochi uomini ci avrebbero pensato, e meno ancora ci sarebbero riusciti. I suoi possedimenti, infatti, si trovavano sulla costa occidentale di quel continente tenebroso e pieno di magia che sconcerta gli esploratori: l'Africa. Presso una piccola baia aveva disboscato la giungla fitta, aveva costruito il suo castello e i magazzini, e con pugno di ferro aveva strappato le ricchezze alla terra. Possedeva quattro navi: tre vascelli più piccoli e un grande galeone, che facevano la spola tra i suoi dominii e le città della Spagna, del Portogallo, della Francia e perfino dell'Inghilterra; carichi di legname prezioso, avorio e schiavi: le mille, incredibili ricchezze che Dom Vincente si era procurato col commercio e la rapina. Infatti la sua era un'impresa pazzesca, e un commercio ancora più strano. Eppure, avrebbe potuto crearsi un impero in quella terra di stregoni se non fosse stato per l'infame Carlos, suo nipote... ma sto anticipando il mio racconto. Ecco, messieurs: traccio una carta sul tavolo, alla buona, con l'indice intinto nel vino. Qui si trova il porticciolo poco profondo, e qui gli ampi moli. L'approdo era qui; si saliva lungo una stradicciola con ai lati le capanne che fungevano da magazzini, e che finiva davanti a un ampio fossato. Si attraversava uno stretto ponte levatoio e si arrivava davanti a una palizzata di alti tronchi infissi nel terreno, che cingeva il castello. La rocca era stata costruita sui modelli di un'epoca più antica, con in mente più la solidità che la bellezza. Era fatta di pietre portate da lontano: per molti anni i negri avevano faticato sotto la frusta per erigerne le mura, ma, appariva, una volta finita, inespugnabile. Era quello che volevano i suoi costruttori, perché i pirati berberi infestavano le coste e inoltre incombeva sempre il pericolo di una ribellione degli indigeni. Di fronte a ogni lato del castello, era stato liberato dagli alberi un tratto di circa un chilometro, ed erano state costruite strade attraverso i terreni paludosi. Un lavoro enorme: ma la manodopera abbondava. Bastava fare
un dono a un Capotribù, e quello forniva il necessario. E i Portoghesi sapevano far lavorare gli uomini! Meno di trecento metri a est del castello, scorreva un fiume ampio e poco profondo, che si gettava nel porto. Il nome mi sfugge di mente: era una parola indigena, e non sono mai riuscito a pronunciarla. Scoprii che non ero l'unico invitato al castello. Una volta l'anno, Dom Vincente faceva giungere nella sua rocca solitaria una schiera di allegri compagni, e passava qualche settimana di baldorie per ripagarsi delle fatiche e della solitudine del resto dell'anno. Era ormai notte, quando arrivai, ed era già in corso un grande banchetto. Fui accolto con gioia dagli amici, e venni presentato a quelli che ancora non conoscevo. Troppo stanco per partecipare con entusiasmo al festino, mangiai e bevvi in silenzio, ascoltai i brindisi e i canti, e studiai gli invitati. Conoscevo bene Dom Vincente, dato che ero suo amico intimo da anni; e anche Ysabel, la sua deliziosa nipote, una delle ragioni principali che mi avevano fatto accettare l'invito in quella terra selvaggia. Conoscevo e detestavo il secondo cugino di Ysabel, Carlos: un uomo viscido e intrigante, che somigliava a una faina. Poi c'erano un mio vecchio amico - Luigi Verenza, un italiano - e sua sorella, Marcita, che come al solito faceva la civetta con tutti gli uomini. Poi c'erano un tedesco basso e robusto, il Barone Von Schiller, e Jean Desmarte, un estroverso gentiluomo guascone; e Don Fiorenzo de Seville, un uomo magro, bruno, taciturno, che diceva di essere spagnolo e portava una spada lunga quasi quanto lui. C'erano anche molti altri, uomini e donne; ma è passato molto tempo, e non ricordo tutti i loro nomi e le loro facce. Un uomo tuttavia attirò il mio sguardo come la calamita dell'alchimista attira il ferro. Era snello, di statura di poco superiore alla media, vestito in modo semplice, quasi austero; stringeva una spada lunga quasi quanto quella dello spagnolo. Non furono però i suoi abiti né la sua spada ad attirare la mia attenzione: fu il suo volto. Un volto fine, aristocratico, segnato da linee profonde che gli conferivano un'espressione spettrale. Piccole cicatrici erano sparse sul mento e sulla fronte, come il ricordo di artigli selvaggi; e avrei giurato che gli occhi grigi, sempre socchiusi, avessero talvolta una fuggevole espressione allucinata. Mi rivolsi a Marcita e le chiesi il nome di quell'uomo, poiché non ricordavo se fossimo già stati presentati. «De Montour, della Normandia», rispose lei. «Un uomo strano. Non mi piace.»
«Vuoi dire che ha resistito al tuo fascino, mia piccola strega?», mormorai. La nostra lunga amicizia mi rendeva immune alla sua ira come alle sue astuzie. Ma Marcita non si arrabbiò e rispose pacatamente, sbirciandomi sotto le ciglia abbassate con insolito pudore. Continuavo a fissare De Montour: mi sentivo stranamente affascinato. Mangiava poco, ma in compenso beveva molto: parlava di rado e solo se qualcuno gli rivolgeva una domanda. Poi cominciarono i brindisi. Notai che i suoi compagni lo invitarono ad alzarsi per proporre di bere alla salute di qualcuno. Dapprima rifiutò; poi, dopo molte insistenze, si levò in piedi e rimase in silenzio per un momento, alzando il calice. Sembrava dominare e intimorire tutti. Poi, con una risata beffarda, levò il calice davanti a sé. «A Salomone, che ha imprigionato tutti i dèmoni!», esclamò. «E sia tre volte maledetto per quelli che si è lasciato sfuggire!» Un brindisi e una maledizione insieme! Tutti bevvero in silenzio, scambiandosi occhiate perplesse. Quella notte mi ritirai presto, stanco del viaggio e con la testa che mi girava per la potenza del vino delle ricche cantine di Dom Vincente. La stanza assegnatami si trovava nella parte più alta del castello, e guardava sulle foreste a sud e sul fiume. Era arredata con un rude splendore barbarico, come il resto del castello. Andai alla finestra e guardai l'archibugiere di guardia all'interno della palizzata; lo spazio vuoto, sgradevolmente spoglio nel chiarore della luna; la foresta; e il fiume silenzioso. Dai quartieri indigeni, vicino al fiume, salivano le strane note di un liuto primitivo che suonava una melodia barbara. Nel folto cupo della foresta, un ignoto uccello notturno lanciò il suo richiamo beffardo. Risuonarono mille note in risposta: uccelli, mammiferi, e lo sa il demonio cos'altro! Un grosso felino della giungla cominciò ad urlare in modo agghiacciante. Scrollai le spalle e mi allontanai dalla finestra. Senza dubbio in quelle ombre cupe si annidavano delle creature infernali. Qualcuno bussò alla mia porta: aprii ed entrò De Montour. Si avvicinò alla finestra e osservò la luna che splendeva fulgida. «La luna è quasi piena, vero monsieur?», osservò, girandosi verso di me. Annuii. Chissà perché, mi era parso di averlo visto rabbrividire. «Mi perdoni, monsieur, non la infastidirò oltre.» Si avviò per andarsene ma sulla soglia si girò e tornò indietro. «Monsieur», mormorò, con una tensione inspiegabile, «qualunque cosa
accada, questa notte sbarri la porta!» Poi uscì, mentre io lo seguivo sbalordito con lo sguardo. Mi assopii, mentre in lontananza si udivano ancora le grida degli invitati che continuavano a far baldoria. Sebbene fossi stanchissimo, e forse proprio per questo, dormii di un sonno leggero. Non mi svegliai fino al mattino successivo, ma i suoni e i rumori parvero giungermi egualmente attraverso il velo del sonno, e una volta ebbi l'impressione che qualcosa premesse contro la porta sbarrata. Com'era prevedibile, il giorno seguente molti ospiti mostravano i postumi di una sbornia e rimasero nelle loro stanze per quasi tutta la mattina, o scesero molto tardi. Oltre a Dom Vincente, solo in tre erano rimasti lucidi: De Montour, lo spagnolo (De Seville, come aveva detto di chiamarsi), e io. Lo spagnolo non toccava mai vino; De Montour, benché l'avessi visto berne quantità incredibili, non sembrava risentirne assolutamente. Le signore ci accolsero con molta grazia. «Sono davvero lieta», osservò Marcita, porgendomi la mano con un'aria compita che mi fece sorridere, «di constatare che tra noi ci sono dei gentiluomini che al vino preferiscono la compagnia delle donne. Quasi tutti sono straordinariamente intontiti, stamattina.» Poi, girando all'intorno gli occhi stupendi con aria provocante, aggiunse: «Credo anzi che qualcuno fosse addirittura troppo ubriaco, questa notte, per essere discreto... o forse non abbastanza ubriaco. Infatti, se i sensi non mi hanno ingannata, qualcuno ha cercato di aprire la mia porta, a notte fonda». «Ah!», esclamai, preso da un'ira improvvisa. «Chi mai...!» «No. Taci.» Si guardò intorno, per assicurarsi che fossimo soli, poi aggiunse: «Non è strano che De Montour, prima di andare in camera sua, ieri sera, mi abbia consigliato di sbarrare la porta?». «Strano», mormorai, ma non le dissi che anche a me De Montour aveva dato lo stesso avvertimento. «E non è strano, Pierre, che sebbene De Montour abbia lasciato il banchetto anche prima di te, abbia l'aria di essere stato alzato tutta la notte?» Scrollai le spalle. Spesso le fantasie delle donne sono assurde. «Questa notte», concluse lei, maliziosamente, «lascerò aperta la porta. Chissà chi riuscirò a catturare.» «Non farai una cosa simile!» Marcita scoprì i denti sottili in un sorriso sprezzante e mi mostrò un piccolo pugnale affilatissimo.
«Ascoltami, sventatella. De Montour ieri sera ha rivolto anche a me lo stesso avvertimento. Qualsiasi cosa sapesse, e chiunque si aggirasse questa notte per i corridoi, ciò che si tramava era più probabilmente un omicidio che un'avventura galante. Tieni la porta sbarrata. Donna Ysabel divide la stanza con te, non è vero?» «No. E di notte lascio andare le mie camieriere negli alloggi degli schiavi», mormorò lei, guardandomi maliziosamente tra le ciglia socchiuse. «A sentirti parlare ti si giudicherebbe una ragazza assai spudorata», le dissi, con la franchezza della gioventù e di una lunga amicizia. «Bada a te, damigella, o dirò a tuo fratello di sculacciarti.» Mi allontanai per rendere omaggio a Ysabel. La giovane portoghese era l'opposto esatto di Marcita: timida e pudica, era meno bella dell'italiana ma squisitamente graziosa, con un'aria incantevole, quasi fanciullesca. Un tempo pensavo... Ah! Quando si è giovani come si è sciocchi! Vi chiedo perdono, messieuss. Talvolta la mente di un vecchio divaga. È di De Montour, che volevo parlarvi: di De Montour, e del cugino di Dom Vincente. Una torma di indigeni armati si accalcava intorno alle porte, tenuta a distanza dai soldati portoghesi. Tra di loro c'erano alcune decine di giovani, uomini e donne, tutti nudi, incatenati per il collo: schiavi, catturati a qualche tribù guerriera e offerti in vendita. Dom Vincente andò di persona a esaminarli. Ci furono lunghe trattative, di cui mi stancai ben presto; mi allontanai, stupito che un uomo del rango di Dom Vincente si abbassasse a un genere di commercio tanto ignobile. Tornai indietro, tuttavia, quando giunse di corsa uno degli indigeni del vicino villaggio e interruppe la discussione con una lunga discussione rivolta a Dom Vincente. Mentre parlavano, arrivò De Montour e, poco dopo, Dom Vincente si rivolse a noi e spiegò: «Un taglialegna del villaggio è stato sbranato da un leopardo o da un'altra belva, questa notte. Era un giovane scapolo molto robusto». «Un leopardo? L'hanno visto?», chiese De Montour, e quando Dom Vincente rispose che si era dileguato nella notte, il francese alzò la mano tremando e se la passò sulla fronte, come per tergersi un sudore freddo. «Guarda, Pierre», disse Dom Vincente. «Ho qui uno schiavo che, meraviglia delle meraviglie, desidera spontaneamente diventare di tua proprietà. Anche se solo il Diavolo sa perché.» Mi condusse un jakri giovane e snello, un ragazzo, la cui dote principale
sembrava un allegro sorriso. «È tuo», fece Dom Vincente. «È ben addestrato e sarà un ottimo servitore. Ricorda: uno schiavo è meglio di un servo, perché gli bastano il vitto, uno straccio per coprire le vergogne, e qualche frustata per tenerlo a posto.» Scoprii presto perché Gola (così si chiamava il ragazzo) desiderava diventare il mio schiavo, scegliendomi tra tutti gli altri. Era per via dei miei capelli. Come molti elegantoni di quel tempo, li portavo lunghi fino alle spalle. Ero l'unico tra gli ospiti a portarli così, e Gola se ne stava seduto a guardarli in silenziosa ammirazione per ore e ore o fino a quando, stufo di averlo tra i piedi, lo buttavo fuori. Quella sera l'astio contenuto che covava tra il Barone Von Schiller e Jean Desmarte esplose come una fiammata. Al solito, la causa fu una donna. Marcita, che civettava sfacciatamente con entrambi. Quale imprudenza. Desmarte era un giovane fatuo e impulsivo, e Von Schiller era una bestia libidinosa. Ma quando mai, messieurs, una donna ha dato prova di saggezza? L'odio fra i due esplose in una furia omicida quando il tedesco cercò di baciare Marcita. In un istante, le spade si incrociarono. Ma, prima che Dom Vincente potesse urlare l'ordine di smetterla, Luigi si era gettato fra i duellanti e aveva fatto cadere loro le spade, dividendoli rabbiosamente. «Signori», disse, a voce bassa ma ardente, «vi sembra consono a gentiluomini del vostro rango battersi per mia sorella? Per le unghie di Satana, se non desistete, me ne renderete conto entrambi! Marcita, va' immediatamente in camera tua e non uscirne senza il mio permesso!» Marcita se ne andò perché, pur essendo un tipo indipendente, non osava contrastare quel giovane esile e dall'aria femminea quando una smorfia da tigre gli torceva le labbra e una luce omicida gli brillava negli occhi scuri. Ci fu poi uno scambio di scuse, ma dalle occhiate che i due rivali si scambiavano capimmo che il dissidio non era sanato e che sarebbe nuovamente divampato al minimo pretesto. Quella stessa notte, mi svegliai all'improvviso con una strana e inspiegabile sensazione di orrore. Non avrei saputo dire perché. Mi alzai, vidi che la porta era saldamente sbarrata, e notando Gola addormentato sul pavimento, lo svegliai con un calcio, irritato. Mentre lo schiavo si alzava in fretta, massaggiandosi, il silenzio fu rotto da un urlo orrendo che echeggiò nel castello e strappò un grido di sbalordimento all'archibugiere di guardia
alla palizzata: era l'urlo di una donna atterrita. Con uno strillo, Gola si buttò dietro il divano. Spalancai la porta e mi lanciai di corsa nel corridoio buio. Scesi a precipizio una scala a chiocciola: arrivato in fondo urtai qualcuno, e ruzzolammo a terra entrambi. L'uomo borbottò qualcosa, e riconobbi la voce di Jean Desmarte. Lo aiutai ad alzarsi e continuai a correre; lui mi seguì. Le urla erano cessate, ma tutto il castello era in subbuglio: grida, sferragliare di armi, luci che si accendevano. Dom Vincente chiamava a gran voce i soldati, uomini armati correvano per le stanze scontrandosi. In quella confusione tremenda, io, Desmarte e lo spagnolo arrivammo alla stanza di Marcita nell'istante stesso in cui Luigi si precipitava all'interno e raccoglieva tra le braccia la sorella. Entrarono altri con lanterne e armi gridando e chiedendo concitati cos'era successo. La ragazza giaceva in silenzio tra le braccia del fratello, i capelli sciolti sulle spalle e l'elegante camicia da notte lacerata che lasciava scoperto il corpo incantevole. Sulle braccia, sul seno e sulle spalle, erano visibili i segni di lunghi graffi. Dopo qualche istante aprì gli occhi, rabbrividì, poi urlò disperatamente aggrappandosi al fratello Luigi, supplicandolo di difenderla. «La porta!», gemette. «Non l'avevo sbarrata. E qualcosa è entrato nella stanza, al buio. Ho tentato di colpirlo con il pugnale, ma mi ha scagliata sul pavimento cercando di sbranarmi. Poi sono svenuta.» «Dov'è Von Schiller?», chiese lo spagnolo, con uno scintillio minaccioso negli occhi scuri. Ci guardammo: tutti gli ospiti erano presenti, tranne il tedesco. Notai che De Montour stava fissando la ragazza terrorizzata: il suo volto era ancora più scavato del solito. E mi parve strano che non fosse armato. «Già, Von Schiller!», esclamò rabbiosamente Desmarte. Alcuni di noi seguirono Dom Vincente nel corridoio. Cercammo in tutto il castello, e in un piccolo corridoio buio trovammo Von Schiller. Era steso a terra, in una chiazza rossa che si andava allargando. «Questa è opera di un indigeno!», esclamò Desmarte, sconvolto. «Assurdo!», fece Dom Vincente. «Nessun indigeno potrebbe entrare senza essere bloccato dai soldati. Tutti gli schiavi, incluso quello di Von Schiller, sono sottochiave nel loro alloggio, eccettuati Gola, che dorme nella stanza di Pierre, e la cameriera di Ysabel.» «Ma chi altro avrebbe potuto far questo?», esclamò furibondo Desmarte. «Voi!», esclamai bruscamente. «Se no, perché fuggivate così in fretta
dalla stanza di Marcita?» «Maledetto! È una menzogna!», gridò Desmarte. Sguainò fulmineo la spada e me la puntò al petto, ma lo spagnolo fu ancora più svelto. La spada del guascone tintinnò contro il muro e lui rimase immobile come una statua, con la lunga lama spagnola che gli toccava la gola. «Legatelo», ordinò impassibile De Seville. «Abbassate la spada, Don Fiorenzo», ordinò Dom Vincente, facendosi avanti e dominando la scena. «Jean, tu sei uno dei miei migliori amici, ma qui io rappresento l'unica legge e devo fare il mio dovere. Dammi la tua parola che non cercherai di fuggire.» «Ce l'hai!», rispose calmo il guascone. «Ho agito avventatamente, e me ne scuso. Non stavo fuggendo, ma i corridoi di questo maledetto castello mi confondono.» Di tutti i presenti, probabilmente uno solo gli credette. «Messieurs!», esclamò De Montour, facendosi avanti. «Questo giovane non può essere il colpevole. Rivoltate il tedesco.» Due soldati si affrettarono a eseguire. De Montour rabbrividì, tendendo la mano. Noi guardammo, e indietreggiammo inorriditi. «Quale uomo avrebbe mai potuto fare una cosa simile?» «Con un pugnale...», cominciò qualcuno. «Nessun pugnale provoca simili ferite», disse lo spagnolo. «Il tedesco è stato sbranato dagli artigli di una belva spaventosa.» Ci guardammo intorno, quasi aspettandoci che un mostro orrendo uscisse dalle ombre per avventarsi su di noi. Frugammo il castello palmo a palmo, ma non trovammo tracce di belve. Era già l'alba quando feci ritorno nella mia stanza, e scoprii che Gola si era barricato all'interno: dovetti impiegare quasi mezz'ora per convìncerlo a lasciarmi entrare. Gliele diedi di santa ragione per la sua vigliaccheria; poi gli raccontai l'accaduto, poiché capiva la mia lingua e riusciva a parlare un bizzarro miscuglio di idiomi diversi che chiamava orgogliosamente «francese». Spalancò la bocca e strabuzzò gli occhi quando il mio racconto giunse al punto culminante. «Ju-ju!», bisbigliò impaurito. «Uomo dei feticci!» All'improvviso mi colpì un'idea. Avevo sentito raccontare certe storie poco più che accenni a leggende - sulla diabolica Setta del Leopardo, che esisteva sulla Costa Occidentale. Nessun bianco aveva mai visto uno dei suoi seguaci, ma Dom Vincente ci aveva parlato di uomini-belva che a
notte fonda si aggiravano nella giungle ricoperti di pelli di leopardo e uccidevano e divoravano. Un brivido di orrore mi corse lungo la spina dorsale: afferrai Gola così forte, da farlo strillare. «È stato un uomo-leopardo?», gridai, scuotendolo rabbiosamente. «Massa, massa!», ansimò lui. «Me buon figliolo! Uomo-ju-ju me prende! Meglio non dire!» «Me lo dirai, invece!», gridai. Gli ricamai la schiena finché Gola, agitando debolmente le mani in segno di protesta, promise di dire tutto ciò che sapeva. «No uomo-leopardo», mormorò, spalancando gli occhi in preda a una paura soprannaturale. «Luna, lei piena, trova taglialegna, lui sbranato. Trova altro taglialegna. Grande Massa (Dom Vincente) dice "leopardo". No leopardo. Ma uomo-leopardo, lui viene e uccide. Qualcosa uccide uomo-leopardo! Unghie. Artigli. Ahi, ahi! Luna ancora piena. Qualcosa viene in capanna solitaria: sbrana donna, sbrana altri. Uomo trova. Grande Massa dice "leopardo". Ancora luna piena, e trova taglialegna. Sbranato. Adesso viene in castello. No leopardo. Ma sempre orme di uomo!» Imprecai, sbalordito e incredutolo. Era vero, giurò e spergiurò Gola. C'erano sempre orme d'uomo che si allontanavano dalla scena degli omicidi. E allora perché gli indigeni non lo dicevano al Grande Massa, in modo che potesse dare la caccia a quel Demonio? A questo punto Gola assunse un'espressione astuta e mi mormorò all'orecchio: «Orme erano di uomo che porta scarpe!». Pur essendo certo che Gola mi avesse mentito, provai un brivido d'orrore inspiegabile. Allora chi era, secondo gli indigeni, il colpevole di quelle atroci uccisioni? E Gola rispose: «Dom Vincente». Ormai, messieurs, e sapete che la mia mente era un vortice. Che cosa poteva significare tutto quello? Chi - mi chiesi - aveva assassinato il tedesco e aveva cercato di violentare Marcita? Ma poi, ripensandoci, mi convinsi che lo scopo dell'aggressione doveva essere un omicidio, non la violenza carnale. Perché - mi chiesi ancora - De Montour ci aveva messi in guardia e poi aveva mostrato di essere ben informato del delitto, informandoci che Desmarte non poteva averlo commesso? Non riuscivo a capire.
La notizia dell'uccisione si diffuse subito tra gli indigeni, sebbene cercassimo di tenerla nascosta: divennero irrequieti e nervosi. Tre volte, quel giorno, Dom Vincente fece frustare un negro per la sua insolenza. Sul castello aleggiava ormai un'atmosfera di minaccia. Pensai di andare da lui per riferirgli ciò che mi aveva detto Gola, ma decisi di attendere ancora. Quel giorno, le donne rimasero nelle loro stanze, gli uomini erano cupi e nervosi. Dom Vincente annunciò che avrebbe raddoppiato le sentinelle e avrebbe organizzato delle ronde anche nei corridoi del castello. Mi sorpresi a pensare, cinicamente, che se i sospetti di Gola erano fondati le sentinelle non sarebbero servite a molto. Mi conoscete, Messieurs, e sapete che non sono il tipo che sopporta pazientemente una situazione del genere. E a quei tempi perdipiù ero giovane. Perciò, mentre bevevamo prima di ritirarci, gettai il calice sul tavolo e annunciai che a dispetto degli uomini, delle belve e dei diavoli, quella notte avrei dormito con la porta spalancata. E me ne andai in camera mia furibondo. Come la prima notte, si presentò De Montour. Aveva la faccia di un uomo che ha guardato oltre le porte spalancate dell'Inferno. «Sono venuto», disse, «per chiedervi... no, monsieur, per implorarvi di ritornare sulla vostra decisione.» Scossi il capo, irritato. «Avete deciso? Sì? Allora vi chiedo un favore: quando sarò entrato in camera mia, sbarrate la mia porta dall'esterno.» Feci ciò che mi aveva chiesto e tornai nella mia stanza, con la mente perduta in un labirinto di enigmi. Avevo mandato Gola nell'alloggio degli schiavi, e tenevo a portata di mano spada e pugnale. Non mi misi a letto: mi rannicchiai al buio in una grande sedia. Poi mi sforzai di non cedere al sonno. Per restare sveglio cominciai a riflettere sulle strane parole di De Montour. Mi era parso molto agitato. I suoi occhi facevano pensare a misteri terribili, a lui solo noti. Eppure non aveva il volto di un malvagio. Decisi di andare in camera sua, a parlargli. Percorrere i corridoi immersi nell'oscurità fu piuttosto sconvolgente, ma alla fine arrivai alla porta di De Montour. Chiamai sottovoce. Silenzio. Allungai una mano, e sentii sotto le dita frammenti di legno spezzato. Mi affrettai a usare la selce e l'acciarino che avevo portato con me, e alla luce dell'esca vidi la grande porta di quercia che pendeva dai robusti cardini, sfondata dall'interno. La camera di De
Montour era vuota. L'istinto mi spinse a ritornare in fretta nella mia stanza, senza far rumore, muovendo con cautela i piedi scalzi. Quando mi avvicinai alla porta mi accorsi che c'era qualcosa nelle tenebre davanti a me, qualcosa che veniva da un corridoio laterale e avanzava furtivamente. In preda al panico, balzai in avanti sferrando colpi alla cieca nell'oscurità. Il mio pugno centrò una testa umana, e un corpo crollò a terra di schianto. Accesi di nuovo un po' di esca. Sul pavimento c'era un uomo privo di sensi. De Montour. Accesi una candela e la posai in una nicchia; in quel momento il francese aprì gli occhi e si alzò, barcollando un poco. «Voi!», esclamai, quasi senza sapere ciò che dicevo. «Proprio voi!» De Montour si limitò ad annuire. «Siete stato voi, a uccidere Von Schiller?» «Sì.» Indietreggiai, soffocando un'esclamazione d'orrore. «Ascoltate.» De Montour alzò la mano. «Prendete la spada e trapassatemi da parte a parte. Nessuno vi farà del male.» «No!», esclamai. «Non posso.» «Allora», disse, concitato, «entrate nella vostra camera e sprangate la porta. Presto! La cosa tornerà!» «Quale cosa?», domandai, con un fremito d'orrore. «Se farà del male a me, ne farà anche a lei. Venga con me nella mia stanza.» «No, no!», gridò lui, arretrando con un balzo dal mio braccio proteso. «Preso, presto! Mi ha abbandonato per un istante, ma ritornerà.» Poi, a voce bassa, con un tono d'indescrivibile orrore: «Ecco, sta tornando! È qui, adesso!». E allora percepii qualcosa, una presenza informe, molto vicina. Un che di terrificante. De Montour stava eretto, le gambe larghe, le braccia all'indietro, i pugni stretti. I muscoli risaltavano sotto la pelle, gli occhi si spalancavano e si socchiudevano, le vene si gonfiavano sulla sua fronte come in un tremendo sforzo fisico. E, mentre guardavo, con mio grande orrore qualcosa di informe e senza nome apparve dal nulla e assunse una vaga consistenza. Come un'ombra, si avvicinò a De Montour. Si librava su di lui! Buon Dio, si fondeva, diventava una cosa sola con lui! L'uomo vacillò, e un profondo gemito represso gli sfuggì dalle labbra. La cosa indistinta svanì. De Montour barcollò. Poi si girò verso di me, e Dio voglia che non debba mai più vedere una faccia come quella. Era una faccia orrenda, bestiale. Gli occhi brillavano di una spaventosa
ferocia; le labbra contratte scoprivano i denti lucidi, che apparivano al mio sguardo sgomento più come zanne di belva che come denti umani. In silenzio, la cosa (non posso chiamarla uomo) avanzò verso di me. Ansimando per l'orrore, balzai indietro e varcai la soglia, nell'attimo stesso in cui la cosa si avventava nell'aria con un movimento sinuoso che in quel momento mi fece pensare a un lupo. Chiusi con violenza la porta, tenendola bloccata contro la cosa orrenda che si avventò più e più volte per sfondarla. Passò molto tempo prima che desistesse: poi sentii l'essere allontanarsi furtivamente nel corridoio. Debole, sfinito, mi sedetti e attesi, in ascolto. La brezza entrava dalla finestra aperta portando tutti gli odori dell'Africa, gli aromi e i fetori. Dal villaggio indigeno veniva il suono di un tamburo. Altri tamburi risposero, più lontani, lungo il fiume e nella boscaglia. Poi dalla giungla, orrendamente incongruo, si levò il richiamo acuto e prolungato di un lupo. La mia anima si rivoltò. All'alba giunse la notizia che gli abitanti del villaggio erano terrorizzati: una negra era stata aggredita da un diavolo della notte, ed era scampata a malapena. Io andai da De Montour. Mentre mi recavo da lui, incontrai Dom Vincente. Era perplesso e furioso. «Qualcosa d'infernale è all'opera nel castello», mi fece. «Stanotte, anche se non ne ho detto nulla a nessuno, qualcosa è balzato sulle spalle di uno degli archibugieri, gli ha lacerato la giubba di cuoio e l'ha inseguito fin sotto gli spalti. E poi qualcuno ha chiuso a chiave De Montour in camera sua, e lui è stato costretto ad abbattere la porta per uscire.» Passò oltre, borbottando tra sé; io scesi le scale, più sconcertato che mai. De Montour sedeva su uno sgabello, e guardava dalla finestra. Aveva l'aria stanca e disfatta. I lunghi capelli erano scarmigliati, gli abiti laceri. Con un brivido, vidi delle macchie rosse sulle sue mani e notai che le unghie erano spezzate. Quando entrai sollevò la testa e mi accennò di sedermi. Il suo volto era pesto e sconvolto, ma umano. Parlò dopo un momento di silenzio. «Vi racconterò la mia strana storia. Mai prima d'ora è uscita dalle mie labbra, e non so perché ve la narro sapendo che non mi crederete.» Ascoltai allora quella che senza dubbio era la vicenda più assurda, più fantastica, più sbalorditiva che un uomo avesse mai udito. «Anni fa», disse De Montour, «ero impegnato in una missione militare nel nord della Francia. Fui costretto a passare da solo attraverso i boschi di Villefère, infestati dai dèmoni. In quella foresta mostruosa fui aggredito da
una cosa inumana, orribile: un Lupo Mannaro. Lottammo sotto la luna di mezzanotte, e l'uccisi. Ora, questa è verità sacrosanta: se un Lupo Mannaro viene ucciso in forma semiumana, il suo spettro perseguiterà l'uccisore per tutta l'eternità. Ma se viene ucciso in forma di lupo, l'Inferno si spalanca per accoglierlo. Il vero Lupo Mannaro non è, come molti credono, un uomo che può assumere forma di lupo, ma un lupo che assume forma di uomo! Ora ascoltatemi bene, amico mio, e vi parlerò della sapienza infernale che possiedo, acquisita in molte azioni orrende e impartitami tra le ombre spaventose delle foreste notturne dove si aggirano dèmoni e belve. Dapprincipio il mondo era strano, deforme. Belve grottesche vagavano nelle sue giungle. Scacciati da un altro mondo, antichi dèmoni vennero in gran numero e si stanziarono su questo mondo nuovo e più giovane. Le forze del Bene e del Male guerreggiarono a lungo. Una bestia strana, conosciuta col nome di uomo, vagava tra le altre, e poiché il bene e il male devono avere forma concreta prima di realizzare il loro volere, gli spiriti del bene entrarono nell'uomo. I dèmoni entrarono invece in altre bestie, rettili e uccelli, e l'eterna lotta infuriò a lungo, ferocemente. Ma l'uomo vinse. I grandi draghi e i serpenti furono uccisi, e con loro i dèmoni. Salomone, il più saggio degli uomini, scatenò contro di loro una guerra senza quartiere e, grazie alla sua sapienza, li catturò e li incatenò. Ma alcuni dèmoni erano più feroci e arditi e, sebbene li scacciasse, Salomone non riuscì a vincerli. Avevano assunto forma di lupi. Col passare dei secoli, lupo e demonio si fusero. Il demonio non poteva più lasciare il corpo del lupo quando lo voleva. In molti casi l'indole selvaggia del lupo ebbe la meglio sulla sottigliezza del demonio e lo rese schiavo, così che il lupo ridivenne semplicemente una belva per quanto feroce e astuta. Ma i Lupi Mannari sono ancor oggi numerosi. Durante il plenilunio il lupo può assumere, per intero o in parte, la forma di uomo. Quando la luna è allo zenit, tuttavia, lo spirito del lupo riprende il sopravvento, e il Lupo Mannaro ridiventa un vero lupo. Ma se viene ucciso in forma umana, il suo spirito è libero di perseguitare l'uccisore per tutta l'eternità. Ora ascoltatemi bene. Credevo di aver ucciso la cosa dopo che aveva assunto la sua vera forma, ma l'avevo colpita un attimo troppo presto. La luna, sebbene vicina allo zenit, non l'aveva ancora raggiunto e la cosa non aveva assunto completamente la forma di lupo.
Ignaro, proseguii per la mia strada. Ma, all'appressarsi del successivo plenilunio, cominciai a percepire un influsso strano, maligno. Un'atmosfera di orrore aleggiava nell'aria attorno a me, e io provavo impulsi inesplicabili. Una notte, in un villaggio al centro di una grande foresta, l'influsso si presentò in tutta la sua potenza. Era notte, e la luna quasi piena si stava alzando sopra i boschi. E tra la luna e me vidi fluttuare nell'aria, appena discernibili, i contorni di una testa di lupo! Ben poco rammento di ciò che accadde poi. Ricordo vagamente che scesi nella strada silenziosa; ricordo di aver lottato, di aver resistito brevemente ma invano; il resto è una nebbia scarlatta fino a quando ritornai in me, la mattina dopo, e mi accorsi di avere gli indumenti e le mani incrostati e macchiati di sangue. Più tardi, udii gli abitanti del villaggio, inorriditi, parlare di una coppia d'innamorati che erano stati orribilmente massacrati appena fuori dall'abitato: sembrava fossero stati sbranati dai lupi. Fuggii dal villaggio in preda al terrore, ma non fuggii solo. Durante il giorno non sentii la presenza del mio spaventoso catturatore, e quando scese la notte e si levò la luna mi ritrovai ad aggirarmi nella foresta silenziosa: ero una cosa orrenda, un assassino, un demonio in forma di uomo. Dio, quante battaglie ho combattuto! Invano! Sempre la forza orrenda mi vinceva e mi spingeva in cerca di nuove vittime. Ma quando il plenilunio passava, il potere che la cosa aveva su di me cessava di colpo e ritornava solo tre notti prima del plenilunio successivo. Da allora vago per il mondo... fuggendo, fuggendo, e cercando di salvarmi dalla persecuzione. Ma la cosa mi segue sempre e, quando c'è la luna piena, s'impadronisce del mio corpo. Dio, le azioni orrende che ho commesso! Mi sarei tolto la vita già da molto tempo, ma non oso farlo. L'anima di un suicida è maledetta, e finirei per l'eternità tra le fiamme dell'Inferno. E, cosa ancora più orrenda, il mio cadavere vagherebbe in eterno sulla terra, animato e abitato dall'anima del Lupo Mannaro! Può esistere un pensiero più atroce? A quanto sembra sono immune alle armi dell'uomo. Molte spade mi hanno trafitto, molti pugnali mi hanno colpito: sono coperto di cicatrici. Eppure non mi hanno mai ucciso. In Germania mi catturarono e mi portarono al patibolo. Avrei posato con sollievo la testa sul ceppo. Ma la cosa s'impadronì di me: infransi i legami, feci una strage e fuggii. Ho vagabondato in tutto il mondo, lasciandomi dietro una scia di orrore e di sangue. Non esistono catene o celle che possano trattenermi. La cosa è unita a me
per l'eternità. Con disperazione ho accettato l'invito di Dom Vincente, perché nessuno sa della mia terribile doppia vita. Nessuno potrebbe riconoscermi quando sono preda del demonio; e pochissimi di coloro che mi vedono in quell'aspetto sopravvivono per parlarne. Le mie mani sono lorde di sangue, la mia anima è dannata alle fiamme eterne, la mia mente è lacerata dal rimorso delle mie colpe. Eppure non posso far nulla. Vi assicuro, Pierre, che nessuno ha mai conosciuto l'Inferno in cui vivo. Sì, sono stato io a sbranare Von Schiller, e ho cercato di uccidere anche Marcita. Non so perché non l'ho fatto: in passato ho ucciso indifferentemente uomini e donne. Ora, se volete farmi una grazia, prendete la spada e trafiggetemi: e col mio ultimo respiro io vi benedirò. Conoscete ormai la mia storia, e sapete di avere davanti un uomo posseduto per l'eternità dal demonio.» Quando lasciai la stanza di De Montour ero stupefatto, sconvolto. Non sapevo che cosa fare. Temevo che avrebbe finito con l'assassinarci tutti, eppure non riuscivo a risolvermi a raccontare ogni cosa a Dom Vincente. Provavo una profonda pietà per De Montour. Perciò serbai il segreto, e nei giorni seguenti andai più volte a cercarlo per parlare con lui. Tra noi si stabilì una vera amicizia. In quei giorni quel diavolo nero di Gola cominciò ad assumere un'aria di eccitazione repressa, come se fosse a conoscenza di qualcosa che desiderava disperatamente dirmi e tuttavia non volesse o non osasse parlarmene. Le giornate intanto trascorrevano tra banchetti, bevute e partite di caccia. Infine, una notte De Montour venne in camera mia e indicò in silenzio la luna che stava sorgendo. «Ascolta», disse. «Ho un piano. Farò sapere che vado a caccia nella giungla, e sarò assente parecchi giorni. Ma stanotte tornerò al castello, e tu dovrai rinchiudermi nella segreta che funge da magazzino.» Facemmo come aveva detto De Montour; e io scendevo di nascosto due volte al giorno nel sotterraneo, per portare cibo e bevande al mio amico. Aveva insistito per rimanere nella segreta anche di giorno, perché sebbene il demonio che lo dominava non avesse mai esercitato il suo influsso su di lui quando c'era il sole, e lui lo ritenesse privo di potere in quelle ore, non voleva correre rischi inutili. Mi accorsi in quel periodo che il nipote di Dom Vincente, il giovane Carlos dalla faccia di faina, stava sempre intorno a Ysabel, sua seconda cugina, che mostrava di non gradirne le attenzioni. Per quanto mi riguardava l'avrei sfidato volentieri a duello, perché lo di-
sprezzavo e lo detestavo, ma per la verità non era affar mio. Tuttavia sembrava che Ysabel avesse paura di lui. Il mio amico Luigi, tra l'altro, si era innamorato della graziosa portoghese, e tutti i giorni le faceva una corte spietata. E De Montour era chiuso nella cella e ripensava alle sue terribili imprese, e scuoteva le sbarre con le mani nude, mentre Don Fiorenzo si aggirava per il castello e i dintorni come un severo Mefistofele. Gli altri ospiti intanto andavano a cavallo, litigavano e si ubriacavano. Gola s'intrufolava dappertutto, e continuava a fissarmi come se fosse sempre sul punto di rivelarmi delle notizie sensazionali. C'è da stupirsi se i miei nervi erano sempre più tesi? Intanto gli indigeni diventavano sempre più cupi, torvi e intrattabili. Una notte, poco prima del plenilunio, entrai nella segreta dove era chiuso De Montour. Il mio amico, vedendomi, alzò la testa di scatto. «Corri un grave rischio, a venire da me di notte», mi disse. Scrollai le spalle e mi sedetti. Dalla finestrella, chiusa da una grata, entravano gli odori e i suoni dell'Africa. «Senti i tam-tam degli indigeni?», chiesi. «In quest'ultima settimana hanno suonato senza quasi mai smettere.» De Montour annuì. «Gli indigeni sono irrequieti. Penso che abbiano in mente qualche diavoleria. Hai notato che Carlos va spesso tra di loro?» «No», risposi. «Ma è probabile che ci sia presto uno scontro tra lui e Luigi. Luigi corteggia Ysabel.» Continuammo a parlare, finché all'improvviso De Montour divenne cupo e taciturno e mi rispose solo a monosillabi. La luna si era levata affacciandosi alla finestra e illuminava con i suoi raggi il volto di De Montour. La mano dell'orrore mi afferrò, mi strinse. Sulla parete, dietro De Montour, apparve un'ombra, un'ombra nettamente delineata, in forma di testa di lupo! Nello stesso istante De Montour ne avvertì l'influsso. Con un urlo balzò dallo sgabello. Si avventò con ferocia: e mentre io uscivo tremando, sbattendo e sprangando l'uscio dietro di me, lo sentii gettarvisi contro con tutto il suo peso. Mentre salivo correndo la scala, lo sentii percuotere selvaggiamente la porta rinforzata da fasce di ferro. Ma, nonostante la tremenda forza del Lupo Mannaro, l'uscio non cedette. Quando entrai nella mia stanza, Gola arrivò di corsa e mi riferì ansimando ciò che si era tenuto per sé durante tutti quei giorni. Lo ascoltai, incre-
dulo, poi mi precipitai in cerca di Dom Vincente. Mi fu detto che Carlos l'aveva pregato di accompagnarlo al villaggio, per acquistare altri schiavi. Il mio informatore era Don Fiorenzo de Seville: appena gli riferii in poche parole quanto mi aveva detto Gola, si affrettò ad accompagnarmi. Insieme ci precipitammo fuori dal castello, lanciando un avvertimento alle guardie, e attraversammo la spianata che portava al villaggio. «Dom Vincente, Dom Vincente, sta' in guardia, e tieni pronta la spada! Sei proprio uno stupido, ad avventurarti nella notte in compagnia di Carlos, il traditore!» Li raggiungemmo quando erano ormai vicini al villaggio. «Dom Vincente!», esclamai. «Torna immediatamente al castello! Carlos ti ha venduto agli indigeni! Gola mi ha riferito che vuole le tue ricchezze e Ysabel. Un indigeno terrorizzato gli ha parlato di orme di stivali scoperte nei luoghi in cui sono stati assassinati i taglialegna, e Carlos ha fatto credere ai negri che l'assassino sei tu! Questa notte gli indigeni si rivolteranno e uccideranno tutti gli uomini che si trovano nel castello, tranne Carlos! Non mi credi, Dom Vincente?» «È la verità, Carlos?», chiese sbalordito il mio ospite. Carlos rise beffardamente. «Quell'idiota dice la verità», rispose. «Ma non ti servirà a nulla.» Con un grido si gettò contro Dom Vincente. Una lama d'acciaio lampeggiò nel chiaro di luna, e lo spagnolo trapassò Carlos con la sua lunga spada prima che l'altro lo potesse colpire. Le ombre presero vita intorno a noi. Spalla a spalla, con spade e pugnali, affrontammo in tre cento nemici. Le lance balenavano, e urla infernali uscivano dalle gole dei selvaggi. Infilzai tre indigeni con altrettanti affondi e poi caddi stordito da un colpo di mazza; un attimo dopo Dom Vincente si accasciò su di me, con un braccio e una gamba trafitti da colpi di lancia. Don Fiorenzo era ancora in piedi, e la sua spada guizzava come una cosa viva; poi una carica degli archibugieri sgombrò la riva del fiume, e noi fummo trasportati nel castello. Le nere orde si gettarono all'assalto, con le lance che lampeggiavano come un'ondata d'acciaio, e un ruggito tonante e furioso salì al cielo. Più volte salirono i pendii, scavalcando a balzi il fossato, e alla fine cominciarono ad arrampicarsi sulla palizzata, ma ogni volta il fuoco dei cento e più difensori le costrinse ad arretrare. I negri avevano incendiato alcuni dei magazzini saccheggiati, e la luce delle fiamme gareggiava in intensità con quella della luna. Aldilà del fiu-
me c'era un magazzino di grandi dimensioni: le orde vi si raccolsero intorno, sfasciandolo e distruggendolo per fare bottino. «Vorrei che lo incendiassero», disse Dom Vincente, «perché dentro non c'è altro che qualche migliaio di libbre di polvere da sparo. Tutte le tribù del fiume e della costa si sono radunate per ucciderci e tutte le mie navi sono lontane, in navigazione. Potremo resistere per un po', ma prima o poi finiranno col superare la palizzata e ci annienteranno.» Scesi nella segreta in cui era rinchiuso De Montour. Lo chiamai, fermandomi davanti alla porta, e lui mi disse di entrare: il suo tono mi fece capire che il demonio l'aveva abbandonato per qualche istante. «I negri sono insorti», gli annunciai. «L'avevo capito. Come va la battaglia?» Gli raccontai del tradimento e dello scontro, e gli dissi della polveriera oltre il fiume. Balzò in piedi. «Per la mia anima dannata!», esclamò. «Giocherò ai dadi con l'Inferno, ancora una volta! Presto, fammi uscire dal castello! Cercherò di attraversare a nuoto il fiume e di dar fuoco alle polveri!» «È una pazzia!», ribattei. «Ci sono un mille negri in agguato tra la palizzata e il fiume, e sull'altra sponda ce n'è almeno il triplo. E il fiume è pieno di coccodrilli!» «Tenterò lo stesso!», mi rispose, illuminandosi in volto. «Se riesco a raggiungere la polveriera, ci saranno mille indigeni trasformati in torce che rischiareranno l'assedio; se verrò ucciso la mia anima sarà finalmente libera e forse potrà ottenere il perdono divino, perché avrò dato la vita per espiare le mie colpe.» Poi esclamò: «Affrettati, perché il demonio sta per tornare! Sento già la sua influenza! Svelto. Fai presto!». Corremmo verso la porta del castello, e De Montour ansimava come se stesse sostenendo una lotta terrificante. Davanti alla porta cadde bocconi, poi si alzò e la oltrepassò con un balzo. Fu accolto dalle urla selvagge degli indigeni. Gli archibugieri imprecarono contro di lui e contro di me. Affacciandomi dall'alto della palizzata, lo vidi guardarsi attorno incerto. Almeno venti negri stavano correndo verso di lui, con le lance levate. Fu allora che l'agghiacciante ululato del lupo salì al cielo, e De Montour si avventò. Inorriditi, gli indigeni si fermarono: e, prima che potessero muoversi di nuovo, lui fu in mezzo a loro. Udii delle urla folli, non di rabbia ma di terrore. Sbigottiti, gli archibugieri smisero di sparare.
De Montour si lanciò in mezzo al gruppo dei negri, e questi fuggirono lasciando sul terreno tre compagni. Il francese li inseguì per una decina di passi: poi si fermò e rimase immobile. Dopo essere stato così per un momento, mentre le lance gli volavano intorno, si voltò e si diresse di corsa verso il fiume. A pochi passi dalla riva, un'altra schiera di negri gli sbarrò la strada. Nelle lingue di fiamma delle capanne incendiate, la scena era perfettamente visibile. Una lancia trapassò la spalla di De Montour. Senza rallentare, se la strappò dalle carni e la usò per trafiggere un indigeno, poi scavalcò il cadavere per avventarsi sugli altri. I negri non ebbero il coraggio di affrontare quel bianco posseduto dal demonio. Fuggirono urlando, e De Montour balzò sulla schiena di uno di loro e lo abbatté. Poi si alzò, barcollò, e si lanciò verso la riva del fiume. Si fermò solo per un attimo, poi scomparve tra le ombre. «In nome del Diavolo!», ansimò Dom Vincente, che mi aveva raggiunto. «Che razza d'uomo è mai quello? Era De Montour?» Annuii. Le urla degli indigeni salivano più forti del crepitare degli archibugi. Si erano ammassati intorno al grande magazzino oltre il fiume. «Si preparano per un assalto in forze», disse Dom Vincente. «Credo che questa volta riusciranno a superare la palizzata. Ah!» Uno schianto parve squarciare i cieli! Una lingua di fiamma raggiunse le stelle, e il castello tremò per l'esplosione. Poi il silenzio. Il fumo, disperdendosi, mostrò solo un grande cratere là dove prima sorgeva il magazzino. Potrei descrivervi la carica che Dom Vincente, benché ferito, guidò fuori dal castello giù per il pendio, per avventarsi sui negri sopravvissuti all'esplosione e inebetiti dal terrore. Potrei descrivere il massacro, la vittoria, l'inseguimento degli indigeni in fuga. Potrei anche raccontarvi, messieurs, come mi trovai separato dagli altri e vagai a lungo nella giungla, incapace di ritrovare la strada per la costa. Potrei raccontarvi ancora di come venni catturato da una banda di razziatori di schiavi, e di come riuscii a fuggire. Ma non è mia intenzione farlo. Sarebbe una lunga storia: ed è di De Montour invece che voglio parlare. Riflettei molto a quanto era accaduto, e mi chiesi se De Montour aveva raggiunto la polveriera e l'aveva fatta saltare o se l'esplosione era stata opera del caso. Mi sembrava impossibile che un uomo, anche se posseduto dal demonio, riuscisse ad attraversare quel fiume brulicante di coccodrilli. Comunque, se aveva fatto esplodere il magazzino, certamente doveva esse-
re rimasto ucciso nella deflagrazione. Una notte, mentre avanzavo stanco nella giungla, ormai vicino alla costa, vidi sulla riva una piccola capanna di paglia. Mi avviai in quella direzione, pensando di dormire là dentro se gli insetti e i rettili me l'avessero permesso. Quando varcai la soglia mi fermai, impietrito. Su un rozzo sgabello c'era seduto un uomo. Alzò la testa quando entrai, e i raggi della luna gli investirono il volto. Arretrai con un fremito di orrore. Era De Montour, e la luna era piena! Mentre me ne stavo lì immobile, incapace di fuggire, lui si alzò e venne verso di me. Il suo volto, sebbene straziato com'era logico attendersi da un uomo che ha visto l'Inferno, era tranquillo, razionale. «Entra, amico mio», disse, e nella sua voce c'era un'immensa serenità. «Entra e non aver paura di me. Il demonio mi ha lasciato per sempre.» «Ma come hai fatto a vincerlo?», esclamai, stringendogli la mano. «Ho combattuto una lotta spaventosa, mentre correvo verso il fiume», mi rispose. «Infatti il demonio mi aveva in suo potere e mi spingeva ad avventarmi contro gli indigeni. Ma, per la prima volta, la mia mente e la mia anima hanno avuto il sopravvento sia pure per un breve istante, ma un istante lungo a sufficienza per farmi portare a termine il mio scopo. E credo che tutti i Santi del Paradiso siano accorsi in mio aiuto, poiché offrivo la vita per salvare altre vite. Mi sono gettato nel fiume e ho cominciato a nuotare, e subito i coccodrilli si sono affollati intorno a me. Li ho combattuti, dominato di nuovo dal demonio. Poi, all'improvviso, la cosa mi ha abbandonato. Allora sono risalito sull'altra sponda e ho incendiato il magazzino. L'esplosione mi ha scagliato lontano, e ho vagato per molti giorni nella giungla con la mente confusa. Poi è venuto il plenilunio, ed è tornato ancora, ma non ho sentito più l'influsso del demonio. Sono libero, libero!» E una prodigiosa nota di esultanza (no, di esaltazione) vibrò nelle sue parole: «La mia anima è libera! Per quanto possa sembrare incredibile, il demonio ora giace in fondo al fiume o dimora nel corpo di qualcuno di quei feroci rettili che nuotano nelle acque cupe del Niger». IL LUPO DI ST. BONNOT The Wolf Of St. Bonnot di Seabury Quinn
Weird Tales, dicembre 1930 La festa con cui Norval Fletwood celebrò l'inaugurazione delle Dodici Querce, la sua nuova villa di campagna, fu funestata da un tragico avvenimento. Le giornate di venerdì e di sabato erano trascorse piacevolmente. Più di una lepre aveva imboccato la via del carniere e, da lì, quella del tegame. La domenica mattina, invece, gli ospiti cominciarono a detestare la città, il teatro, i night-club, e quei rapporti affollati e tranquilli che riuscivano a trovare solo nella vita di tutti i giorni. La pioggia, spinta e frustata dal vento proveniente da Nord-Ovest, cominciò a cadere sin dalle prime ore del giorno. Da metà pomeriggio, l'autunno abbandonò definitivamente il campo di battaglia e l'inverno si impossessò del mondo, come una tribù di barbari cattura e saccheggia una città. Il tardo vento novembrino correva intorno alla casa, torcendo e sbattendo le porte, urlando canzoni oscene nella canna fumaria del camino e lottando selvaggiamente con le enormi dodici querce situate di fronte alla villa e che le davano il nome. Gli ospiti erano stanchi, come fossero marinai appena salvati da un naufragio. Lo potevano vedere dalle facce spossate dei loro compagni. A rendere il tutto più insopportabile, ci fu il fatto che, caduta ormai la sera, sotto le folate del vento fortissimo, si interruppe la linea elettrica che portava la preziosa energia alla villa. La radio cessò di propinare la sua musica jazz e, nello stesso istante, tutte le luci della villa si spensero. Anche il motore del grande frigorifero che si trovava nella dispensa, si fermò ronzando. Piccoli zampilli di fiamma si accesero qui e là, rivelando la presenza di alcuni fiammiferi. Furono recuperate poche candele e subito accese. Le loro fiammelle, fievoli e tremolanti, tramutarono l'oscurità, nera come la pece, in un imbrunire indeterminato. Gli ospiti si sedettero nella semioscurità osservando con attenzione il susseguirsi degli avvenimenti e aspettando l'opportunità di trovare una scusa ragionevole per poter dire buonanotte e per poter scappare ognuno dalla compagnia degli altri. «Qualcuno potrebbe suonare della musica da ballo», brontolò uno. «Anche se avessimo un valente musicista, mancherebbe sempre il pianoforte», rispose Fleetwood cupamente. «I tecnici della centrale elettrica di Dodson sono decisamente lenti nelle riparazioni, almeno così mi hanno detto.» «È troppo buio per poter fare una partita a bridge: non riuscirei neanche
a riconoscere se hai giocato picche o quadri.» «Io non giocherei neanche se ci fosse la luce. L'altra notte ho perso troppo: più di quanto possa permettermi.» «Non credo che la Società Elettrica stia dimostrando di poter assicurare un servizio efficiente. Se ci fossi io...» «Oh, so io cosa possiamo fare!», proruppe improvvisamente Mazie Noyer, grassoccia, sulla quarantina, e indecentemente civettuola, con la sua voce alta e sottile che non sembrava potesse provenire da una donna bassa e grassa. «Una seduta spiritica! Questa è proprio la notte ideale: fredda, scura e spettrale. Forza, venite tutti. Io sarò la medium. Mangiamo uno spuntino e poi cominciamo.» «Attento», bisbigliò Jules de Grandin nelle mie orecchie. «Amico Trowbridge, non scherzare con loro. Mettere le mani su un tavolo per evocare spiriti, è più rischioso che bruciarsi le dita. Sì: lascia che siano gli altri a rovinarsi da soli!» Fleetwood, la sua giovane moglie e sette dei loro ospiti attraversarono la sala da pranzo seguendo la sottana provocatoriamente agitata dalla signorina Noyer. Io e de Grandin ci sedemmo su una panca ricoperta di pelle vicino a un camino; eravamo al di fuori della stanza dove si sarebbe svolta la seduta spiritica. Da lì riuscivamo quasi a vedere, malgrado l'oscurità quasi totale, la tenue forma circolare che le persone stavano formando intorno al tavolo. Eravamo nascosti alla loro vista dal buio che ci circondava, e ciò ci dava un piacevole senso di sicurezza. L'anello si formò velocemente. Ogni membro del gruppo pose le sue mani sul tavolo pulito. I pollici di ogni persona si toccarono e le dita si estesero sino a che i mignoli non entrarono in contatto con quelli del vicino di destra e di sinistra. «Credo che dovrò cantare», suggerì la Noyer. «Madame Northrop spesso inizia le sue sedute spiritiche con un inno. A cosa servirà...» Seguì qualche istante di silenzio, poi, in falsetto, iniziò il canto: Di Angeli di luce vestiti Chiamiamo la schiera maggiore, Chiamiamo dei giusti gli spiriti La cui fede è mutata dal dolore. Concluse quei versi quasi sillabando le parole. Parlò ancora, in preda a riverente timore, come se veramente credesse a quella pagliacciata.
«Spiriti dei defunti, noi siamo qui riuniti in questa notte scura insieme a voi. C'è qualcuno presente in questa stanza? Se c'è, faccia notare la sua presenza battendo un solo colpo sul tavolo.» Un'altra pausa; quindi il suo invito fu seguito da un colpo secco e dal sibilo prodotto dal bussare sul legno mal stagionato. Jules de Grandin prese l'accendino dalla tasca della sua giacca e accese una puzzolente sigaretta francese, quindi guardò impazientemente dietro la porta che conduceva oltre la stanza. «Insensée», sussurrò sdegnosamente. «Il buon Dio le ha dato un cervello piccolo e colmo di sciocche stupidaggini.» «Oh, stupendo!», esclamò la medium con un tono di voce molto alto. «Sei uomo o donna? Per favore, bussa una volta se sei un uomo, due volte se sei una donna.» Il francese alzò la testa bionda e guardò in avanti, mentre le sue orecchie si orientavano verso il salone. Pur convinto che si trattava di una finzione, ogni muscolo del suo corpo era teso in uno stato di profonda attenzione, come si poteva facilmente notare dalla sua silhouette che si stagliava contro il muro. Attraverso la luce fioca dalle candele, udimmo l'eco di un colpo tagliente e incisivo. «Un uomo!» La voce di Mazie Noyer uscì con un sussurro di sgomento. «Chi sei, anzi, chi sei stato? Dove e quando sei vissuto? Colpisci una volta per A, due volte per B, tre volte per C e così via.» Ancora una volta ci fu in istante di pausa, quindi cominciò un lento e ben distinto bussare, come se il tavolo fosse colpito da un tirapugni affilato. Sette colpi, seguiti da nove, quindi dodici, di nuovo dodici, poi cinque, continuarono fino a formare: «Gilles Garnier, St. Bonnot, nel regno di Re Carlo». «Dieu de Dieu, ha detto Gilles Garnier di St. Bonnot!», esclamò de Grandin con un sussurro raspante e penetrante. «Amico Trowbridge, questo non è più un semplice gioco. Dobbiamo intervenire subito, immediatamente, senza perdere tempo. Andiamo.» Si alzò di scatto dalla panca e si avviò verso la stanza da pranzo, ma si fermò a metà strada. Girò lo sguardo intorno, come fa un cane da caccia che ha sentito nell'aria l'odore della preda. A me sembrò di vedergli vibrare con eccitazione le punte affilate dei mustacchi incerati, quasi fossero le vibrisse di un gatto irritato e attento. Quando de Grandin si fermò, fui pervaso da un improvviso brivido di
eccitazione, quasi di terrore. Un suono debole, ma continuo e crescente, sembrava provenire da lontano, dall'oscurità, dalla collina boscosa che si trovava un miglio o poco più oltre i pascoli. Il rumore era così tenue che poteva a malapena essere dissociato dal fischiare cupo del vento. Ma, con costanza drammatica, cresceva e si gonfiava, sia di tono che di volume. Era come un ululato lungo e tirato che si alzava in un crescendo acuto. Poi calò sino a sembrare un lamento, ma subito riprese in un pianto tremolante e senza speranze; penetrante come il lamento di un uomo che cerca di sfuggire alla caccia delle Furie. Improvvisamente si sentì provenire dalla stanza un lamento soffocato, come se una delle persone sedute intorno al tavolo fosse stata strozzata e annaspasse per respirare; poi un urlo che sembrò rispondere a quello che proveniva dall'esterno della villa. Era come se un corpo fosse straziato da una tortura troppo crudele per poter essere sopportata: «Ow-o-o-o-O-OO!». Crescendo in forza si ripeté disperatamente, andando poi a smorzarsi: «Ow-O-O-O-o-o-oo!». Quello strano pianto mezzo riluttante e mezzo esaltante era stato emesso così velocemente, che era impossibile determinarne l'esatta provenienza dalla sala da pranzo. «Nom d'un chat noir, chi emette questi suoni scimmieschi?», disse de Grandin in tono di sfida. Entrò nella sala da pranzo come se stesse per esplodere: i suoi occhi erano accesi dall'ira e sul suo volto si leggevano i segni della furia: «Pazzi, bêtes, non sapete che cosa state facendo! Beffarsi di loro è come invitarli a distruggere...». Si fermò e, come a dar forza alle sue parole, ritornò la luce, inondando la grande villa di improvvisa lucentezza e illuminando la scena nella stanza come un tableau vivant su un palcoscenico. Fleetwood e altre otto persone erano sedute intorno al tavolo, con le mani ancora premute sul piano di legno, sbigottiti, con una espressione inebetita stampata sui volti e sbattendo gli occhi come civette per l'improvviso sfolgorio. Hildegarde, moglie di Fleetwood da appena sei mesi, e per la quale era stata costruita la villa, aveva invece la testa appoggiata sul tavolo. I suoi capelli sciolti, color bronzo scuro, erano sparsi sul piano di quercia di fattura fiamminga. Il suo volto era pallido come avorio scolpito, le labbra, lievemente aperte, mostravano due file identiche di piccoli denti color bianco latte. «Mio Dio!», esclamò de Grandin, «è svenuta! Questo scherzo folle è stato troppo forte per lei.» Ancora adirato, girò intorno al tavolo osservando i volti pallidi dei partecipanti alla seduta spiritica. «Chi ha lanciato quelle
urla irriverenti?», domandò ferocemente. Il piccolo francese lanciò un'occhiata indagatrice alla donna svenuta. «Amico Trowbridge, se puoi, occupati di lei», ordinò risoluto, accennando con la testa verso Hildegarde, quindi fissò Mazie Noyer. «Mademoiselle, la colpa è vostra; credo proprio che sia stata lei a produrre quei suoni!», aggiunse freddamente rivolto alla medium. «Io?», rispose la signorina Noyer visibilmente scandalizzata. «Non mi è mai passato per la mente di fare queste cose! Sono stata sorpresa come tutti gli altri quando ho sentito quelle urla inumane; e venivano proprio da questa stanza!» Scosse le spalle in un gesto di disgusto e lanciò uno sguardo fulminante a de Grandin. «Credo proprio che lei si sia sbagliato dottor de Grandin», insistette lei. «Credo che mi debba delle scu...» «Mille pardons, Mademoiselle», la interruppe acidamente il francese. «Qualsiasi cosa possa aver detto è ormai troppo tardi per rimediare. Comunque credo che una serata noiosa sarebbe stata preferibile alla vostra stupida evocazione di forze che noi non conosciamo. Ora possiamo solo sperare che non sia avvenuto nessun danno irreparabile.» Si girò e si inchinò ai presenti con fredda cortesia. «Messieurs, Mesdames», disse. «Si è fatto tardi e tutti noi domani abbiamo degli affari che ci attendono in città. Suggerisco di cercare i nostri soprabiti prima di rimanere di nuovo al buio.» Si girò sui calcagni, e lasciò la stanza senza degnare di uno sguardo Mazie Noyer e senza dare la minima spiegazione alle sue accuse. Dottor Trowbridge, porterò mia moglie in città per una visita urgente. Per favore vediamoci domani. FLEETWOOD Passai il telegramma a Jules de Grandin e sogghignai mentre leggeva il foglio con attenzione. «Perché sei così serio?», domandai, prendendo una focaccia al miele dalla teglia rovente. «Da quando Adamo ed Eva hanno lasciato il Paradiso Terrestre e si sono dedicati alla pratica dell'economia familiare, cose come queste sono all'ordine del giorno. Ovviamente Norval e Hildegarde sono agitati, ma in fondo si tratta di una normale funzione biologica e...» «Ah, bah!», mi interruppe. «Amico mio, tu mi deludi, mi irriti. Credi proprio che Madame e Monsieur Fleetwood siano in attesa di un felice evento? Spero che tu abbia ragione, ma ho paura che non sia così. Telegra-
ferebbe solo per questo? Ti vogliono vedere con urgenza, immediatamente, per qualcosa che credo non segua il normale corso della natura. Già, credo che non si tratti dell'attesa di un figlio...», colpì il telegramma con la punta della sua forchetta, «ci deve essere qualcosa di più sinistro. Sono molto preoccupato per Madame Hildegarde per quanto è successo quella notte alle Dodici Querce quando è svenuta sentendo le urla prodotte con chissà quale trucco da Mademoiselle Noyer in quella casa scura. E...» «Non dire assurdità», commentai. «Spero che si tratti veramente di assurdità», rispose seriamente. «Amico mio, se sarà così, vedrai che io sarò il primo a sorridere.» Il giorno seguente restai in casa, in attesa dei Fleetwood; ma venne l'ora della cena senza che avessi loro notizie. «Accidenti», brontolai, «speriamo che vengano presto. Stasera, al Teatro Accademia, danno Re Lear, e spero proprio di poterlo vedere. Se si sbrigano, riuscirò a entrare prima della metà del secondo atto e...» «Eh bien, devi essere paziente, vecchio mio», consigliò de Grandin. «A meno che non mi sia sbagliato, credo che assisterai a una tragedia che Monsieur Shakespeare non ha mai nemmeno sognato. Inoltre penso che ormai stiano per arrivare...» Si girò per guardare la porta d'entrata e, come se fosse stato evocato, dalla porta entrò Norval Fleetwood. «Ho lasciato Hildegarde nella casa di Passic Boulevard», disse, rispondendo alla domanda espressa dall'agitarsi delle nostre mani, «e ho pensato che fosse meglio farle lasciare la villa e...», si interruppe come se il pensiero delle parole che stava per pronunciare gli impedisse di parlare. Riprese dopo un po'. «...Ho pensato che sarebbe stato molto meglio che parlassi con lei prima che visiti mia moglie.» «Ah!», fu il semplice commento di de Grandin. In lui si poteva avvertire un tono di trionfo, e io lo fulminai con una occhiata veloce. Quasi in risposta al francese, Fleetwood scosse il capo. «Dottor Trowbridge, io sono molto preoccupato per le condizioni di mia moglie», mi disse. «Si ricorderà di quella folle seduta spiritica che Mazie Noyer ha tenuto la domenica notte di due settimane fa, quando mancò la luce alle Dodici Querce. Tutto è cominciato proprio in quel momento.» «A-ah?», mormorò de Grandin. «Quali sono i sintomi del disturbo?», chiesi lanciando un'altra occhiata fulminante al piccolo francese. «Io... vorrei saperlo anch'io, signore. Hildegarde passò quella notte in continua agitazione, come un bambino che ha paura del buio. Il giorno do-
po si alzò con lo sguardo perso nel vuoto. Andai in città per lavorare e tornai prima che facesse scuro. Arrivai a cena con circa un'ora di ritardo, ma lei non aveva mangiato e disse che non aveva appetito. Tutto ciò era molto strano: come lei sa, Hildegarde ha sempre goduto di ottima salute. Ma...», mi fissò con quell'espressione tra il serio e il faceto che ogni persona usa in queste circostanze, «...be', dottore, lei può capire cosa io abbia sospettato.» Questa volta era il mio momento di gioire; Hildegarde era quasi sicuramente incinta. Non feci alcun segno a de Grandin, e attesi che Fletwood riprendesse a parlare. «Dovevano essere passate da poco le ventidue», continuò, «quando sentii il profondo e lungo latrare di un cane provenire dal prato adibito a pascolo. Pensai che qualcuno nelle vicinanze avesse delle bestie e che, durante la notte, le lasciassero libere di correre. Dottor Trowbridge, quella sera sentii quel cane una volta o due, ma mai così vicino come la prima volta...» Si fermò di nuovo, deglutendo convulsamente e tamburellando nervosamente sul bordo del tavolo con la punta delle dita. Distolse il suo sguardo da me, come uno scolaro che sta per confessare una marachella. «Sì?», dissi interrompendo quel silenzio lungo e imbarazzante. «Lei ricorda quel lamento terribile e inumano che si è sentito nella stanza da pranzo quella domenica notte? Il dottor de Grandin accusò Mazie Noyer di averlo prodotto lei.» Io annuii. «Non era stata Mazie; era stata Hildegarde!» «Ma non ha senso», obiettai decisamente. «Hildegarde era svenuta, non può essere stata lei!» «E invece sì. Lo so perché, la notte dopo, quando quell'infernale latrare risuonò sotto le nostre finestre, lei cominciò a rotolarsi nel letto e a tossire come se fosse in preda a un incubo.» Ancora una volta interruppe il suo racconto: sembrava che stesse cercando di radunare il suoi pensieri per poterli poi descrivere velocemente. «Allora lei gettò via le coperte, si mise in ginocchio e rispose al latrare del cane!» «A-a-ah!» Jules de Grandin appoggiò le palme delle mani sulle ginocchia. Si guardò quindi le scarpe da sera di coppale pensando sicuramente che quella era una storia davvero eccitante. «E allora, Monsieur, cosa successe?» La voce di Fleetwood si fece tremula: era come se fosse in preda a una rabbia ingovernabile. «Era solo l'inizio! La scossi, e lei sembrò svegliarsi.
Per più di un'ora rimase ai limiti dell'incoscienza, stringendo tra le mani le lenzuola, rotolando la testa sul cuscino e lamentandosi dolorosamente a ogni istante. Doveva essere mattina quando finalmente si addormentò. Comunque quel latrato si sentì ancora un paio di volte: allora Hildegarde si svegliava agitata, e cadeva poi in un sonno profondo.» «Naturalmente sua moglie era molto spaventata», lo interruppi. «No, non lo era affatto! Sembrava che il suo unico desiderio fosse quello di uscire dalla villa per raggiungere quel malefico cane... fremeva per andare!» Lo fissai incredulo, ma ciò che disse dopo mi lasciò senza fiato. «La notte dopo andò!» «Cosa?», urlai. «Proprio così. Il latrato si fece sentire durante la cena, Hildegarde lasciò coltello e forchetta ed ebbe una crisi isterica. Andai verso lo sgabuzzino, entrai, e presi un fucile per dare a quella bestia la scarica di pallettoni che si meritava. Uscii dalla villa ma non lo trovai. Feci per numerose volte il giro della casa e, alla fine, vidi oltre il bosco un'enorme bestia bianca e pelosa. Purtroppo era lontana, oltre la gittata del mio fucile, e così non potei spararle. Rientrai poco dopo mezzanotte con la strana sensazione che qualcosa non andasse per il verso giusto. Subito mi recai al letto di Hildegarde; ma lei non era più lì. Era passata circa un'ora e mezza da quando l'avevo lasciata. Mentre attraversavo le varie stanze della casa alla sua vana ricerca, sentii di nuovo il latrare del cane. Quando raggiunsi la finestra per vederlo, rimasi impietrito. Quell'enorme bestia bianca si trovava sul prato intorno alla villa e stava facendo le feste ad Hildegarde leccandole il viso. Sì, lei stava lì, con una temperatura di circa zero gradi e con indosso solo una vestaglia da notte. Giocava con quella bestia e l'accarezzava, come se fosse stato il suo animale prediletto per tutta la vita!» «Dopo aver visto questa scena, lei che cosa ha fatto?», gli chiesi. «Sono uscito», rispose semplicemente. «Il terreno era ghiacciato, e sono corso attraverso il prato cercandola disperatamente. Quando la trovai, il cane non c'era più. Lei era lì, sola, che batteva i denti per il freddo. La chiamai e lei... mi guardò...», le parole uscivano lente e la sua voce era quasi strozzata. «Attesi un attimo, quindi le toccai gentilmente una spalla.» «Poi che cosa successe?», chiesi dolcemente. «Lei mi guardò e ringhiò. Ha presente un lurido cane bastardo che arric-
cia le labbra quando vi avvicinate a lui? Dottor Trowbridge, mia moglie mi guardò proprio in quel modo; e dalla sua gola uscì una specie di brontolio selvaggio, come quello di un cane poliziotto pronto ad attaccare. Mi spaventai e rimasi senza fiato per alcuni istanti. Quando mi ripresi, lei si era calmata, tornando quasi completamente alla normalità. Le chiesi: "Cara, cosa stai facendo qui?", ma lei mi guardò, stordita e assiderata, senza rispondere. La presi in braccio, la portai all'interno della casa, e la misi nel suo letto. Si addormentò immediatamente. La mattina dopo non ricordava più nulla, e allora le dissi ciò che era accaduto. Nei giorni che seguirono, il cane si fece sentire più volte, ma sempre di notte.» «Quando?», chiese con un filo di voce de Grandin. «La notte dopo, quella ancora seguente, e così via. Ogni notte viene a ululare intorno alla casa come fosse uno spettro. Sebbene mia moglie si sia mossa nel suo letto ed abbia risposto qualche volta a quella bestia, non è più uscita, ma solo perché io ero lì a impedirle di farlo.» «Senta, signor Fleetwood», dissi con calma, «tutto ciò è molto angoscioso, ma non penso che si debba allarmare eccessivamente. L'altra notte, quando Hildegarde svenne e io la visitai, mi accorsi che non si sentiva bene. Lei vi ha detto qualcosa, vero?» «Voi dite...» «Proprio così. Forse lei non ne era consapevole, ma io sospettavo che qualcuno avrebbe occupato una culla alle Dodici Querce prima del prossimo giugno. Non credo di violare nessun segreto professionale, se vi dico che più di una paziente, nelle stesse condizioni di Hildegarde, ha avuto comportamenti piuttosto strani. Una signora, mi ricordo, non sopportava l'odore del pesce e non poteva vederne uno senza avere una crisi isterica. Un'altra invece, manifestava un desiderio smodato per le aringhe secche e, più puzzavano e più erano salate, più ne divorava. In alcuni casi la gestante sta così male da sembrare pazza, senza speranza. Invece, con la nascita del bambino, ritorna alla perfetta normalità. Nel caso di Hildegarde, si tratta sicuramente di zoofilia, il cui sintomo è un amore anormale verso gli animali. Come può immaginare, si tratta di un disturbo piuttosto raro, ma per nulla preoccupante. Sono sicuro che tutto si risolverà entro brevissimo tempo.» Il giovane marito mi sorrise, e io rimasi sorpreso perché anche de Grandin sembrava condividere la mia opinione. «È proprio così», disse a Norval. «Anch'io, in questi casi, ho assistito a comportamenti stranissimi. Mentre porta un'altra vita nel suo ventre, nes-
suna donna più essere considerata pienamente responsabile di ciò che compie. Si rassicuri, amico Trowbridge, è normale. Ora sta provando un po' di paura, ma vedrà che noi due l'assisteremo nel miglior modo possibile. Ci chiami immediatamente al rimanifestarsi di questi disturbi: verremo da lei senza perdere un solo istante.» «Vecchio mio, la sola cosa decente che potevi fare era darmi ragione», dissi ringraziandolo dopo che Fleetwood aveva chiuso la porta. «Mi venivano i brividi al solo pensiero che tu tirassi fuori qualcuno di quei tuoi assurdi discorsi sull'occultismo, impaurendo a morte quel poveretto. Così avremmo dovuto risolvere due casi clinici invece di uno.» Mi guardò serio, tamburellando sull'angolo del tavolo con le unghie ben curate, segno evidente di una recente visita dalla manicure. «Credo di essere un ipocrita spregevole», rispose. «Non credo minimamente a una sola delle parole che ho detto. Sono sicuro che qualcosa di malvagio è penetrato nel nostro mondo, qualcosa che lacera, che ha bisogno di sangue, qualcosa che noi dobbiamo ricacciare da dove è venuto il più presto possibile. Caro amico, tutto ciò che ho detto sulle possibili crisi maniaco-depressive che possono portare, in casi di gestazione, anche alla momentanea pazzia, è vero. Ma questo caso è completamente diverso. Normalmente una donna giovane può provare un amore profondo verso un animale. Ne ho viste alcune accarezzare teneramente con le loro dita la morbida pelliccia di un gattino, o il pelo ruvido di un cane pastore; ma non le ho mai, e ripeto mai, viste rispondere con ululati di quel tipo a una bestia selvaggia. Nessuna è mai corsa a piedi nudi in una notte invernale alla ricerca di un animale selvaggio. Amico mio, ho paura che ci troviamo solo all'inizio di una terribile partita. Ancora...», alzò le spalle sconfortato, «...sono preoccupato per ciò che potrà accadere, e anche molto presto, parbleu! Cerchiamo di nascondere la verità al giovane Fleetwood il più a lungo possibile per...» Il suono del campanello del telefono dell'ufficio troncò le sue parole. «Dottor Trowbridge, sono Norval, Norval Fleetwood. Telefono da casa. Hildegarde è fuggita! Nancy, la domestica di colore, mi ha detto che ero appena uscito, quando un cane ha cominciato a latrare sotto le finestre della casa. Hildegarde è diventata di colpo selvaggia, isterica, urlando e piangendo come se stesse rispondendo alla bestia. Quindi è corsa fuori. Non è ancora tornata. Nancy è diventata quasi bianca dal terrore e non ha idea su quale direzione possa aver preso Hildegarde. Cosa devo fare?» «Aspetti un momento», dissi, mentre mettevo de Grandin al corrente dei
fatti. «Mon Dieu, così presto? Non lo pensavo neanche io!», piagnucolò il francese. «Digli di aspettarci, mon vieux, saremo lì da lui in un istante, prima ancora di subito!» «Amico mio, il tuo paese è decisamente bagnato di spiritismo», insistette de Grandin come arrivammo di fronte all'abitazione cittadina dei Fleetwood in Passic Boulevard. «Non ti avevo forse detto che sarebbe accaduto?» «Sciocchezze!», risposi stizzito. «Che cosa ha a che vedere lo spiritismo con la scomparsa di Hildegarde? Credo che tu ti riferisca alla seduta spiritica delle Dodici Querce, quando qualche spiritosone si è messo a ululare nel salotto, scioccando quella povera ragazza e facendola svenire. Tutto è spiegabile con un sistema nervoso piuttosto fragile che non è stato in grado di sopportare un'esperienza simile. Avrebbe dovuto avere più cura della sua salute. Se ci avesse pensato, ora non si troverebbe in queste condizioni.» «Oh?», disse sarcasticamente. «E così i tuoi pazienti, quando si trovano in crisi depressive o in stato di aberrazione mentale, si alzano dal letto ululando come cani e...» «Naturalmente!», dissi interrompendolo. «Norval ha detto che la moglie gli ha ringhiato in faccia: Questo è un sintomo tipico. Sai anche tu che l'avversione verso il marito è una delle manifestazioni più comuni di questo genere di aberrazioni.» «E del cane - per ora continuiamolo a chiamare così - e del cane che la segue e che la chiama, che spiegazione dai?», insistette lui. «Forse ti conviene ignorarlo, oppure ti sei dimenticato di lui?» «Balle!», lo canzonai. «La campagna è piena di randagi notturni e...» «E anche la città», insistette il francese. «Cani che ululano alle finestre delle signore proprio nel momento in cui il marito esce?» «Allora dimmi, mio caro de Grandin, visto che hai già risolto il caso: cosa c'entra il cane con Hildegarde?» «Del cane so poco o niente», replicò a bassa voce. «Potremmo parlare di un caso di zoofilia, come tu hai detto al giovane Fleetwood, ma...» «Ma cosa?», gli domandai. «Parla! Qual è la tua idea?» «Va bene», scosse la testa con un fare solenne. «Questo è il mio pensiero: il cane, come noi l'abbiamo chiamato, non è un cane, bensì un lupo o, ancora meglio, un Loup-garou, che voi chiamate Lupo Mannaro. Si è servito dell'opportunità datagli dalla seduta spiritica dell'odiosa Mademoiselle
Noyer per tornare e...» Cominciai a ridere forte. «Sei fantastico!», gli dissi. «Speriamo che sia così», rispose deciso. «Io, Jules de Grandin, sono conosciuto come uno dei migliori illusionisti del mondo, ma in questo caso vorrei tanto fare la figura dello zoticone superstizioso. Sì!» «Sì», rispose la domestica di colore alle nostre domande frettolose, «sono al servizio della signora Hildegarde, da quasi sette anni. Il signor Norval aveva lasciato da poco la casa, quando ho sentito un forte ululato provenire da sotto le finestre della stanza della signora Hildegarde. Come lei lo sentì, si alzò dal letto e rispose alla bestia con lo stesso urlo.» «Ci racconti tutto con calma dall'inizio», disse de Grandin alla domestica. «Oggi ci siamo trasferiti qui dalla campagna. Io e la signora Hildegarde avevamo molto freddo. Per riscaldarci, ho pensato di preparare un drink, del gin con un po' di limone. L'ho portato alla signora, ma lei non l'ha voluto. Era molto nervosa e si agitava come si agita un piccolo cane che, terminato un bagno nel fiume, si scrolla l'acqua di dosso. Verso le diciannove ho servito la cena e i signori hanno mangiato. Dopo aver finito, la signora è salita nella sua camera. La stavo aiutando a riporre i vestiti e a indossare un pigiama di chiffon nero, quando è entrato il Signor Fleetwood dicendo che sarebbe andato a trovare il Dottor Trowbridge. Dopo circa cinque minuti, ho sentito un ululato provenire da sotto le finestre della stanza. "Nancy!", mi disse la signora Hildegarde, "l'hai sentito anche tu?" "Certamente, l'ho sentito perfettamente", risposi. "Cosa pensa che sia?" Rimase per un attimo attonita, quindi cominciò a parlare velocemente: "No, No, non voglio; non voglio; te lo sto dicendo; non voglio!". Poi si rivolse verso di me: "Nancy, mi sta prendendo, di' a Norval che l'amo...". Improvvisamente smise di parlare, fece una strana smorfia con la lingua, evidenziata dal digrignare dei denti. Gli occhi le si fecero fissi e vitrei, e una specie di ringhio le venne su dalla gola. Le mani si strinsero a pugno e le sue dita si serrarono come se dovesse schiacciare qualcosa di durissimo. Per tutto il tempo, restai rintanata dietro il sofà che si trova nella stanza. Ero terrorizzata e pensavo che da un momento all'altro mi saltasse addosso.» «Sì, e poi?», chiese de Grandin avvicinando i suoi occhi piccoli e lucenti al volto della domestica. «Dopo quel momento di esitazione, si avvicinò alla finestra, pronunciò
delle strane parole in una lingua straniera, guardò verso il basso, ed emise un ululato lugubre e prolungato. Quindi si girò e corse per le scale ringhiando e soffiando. Ecco: questo è tutto ciò che accadde!» «Mademoiselle, non si ricorda cosa disse la signora, quando guardò fuori dalla finestra?» «No, proprio no. Parlava in una lingua che non aveva nulla a che fare con l'inglese!» «Ci pensi molto attentamente, Mademoiselle. Quasi tutto dipende da lei. Non si ricorda almeno che tipo di suono ha emesso e che strane parole ha pronunciato?» La donna roteò gli occhi e aspirò profondamente una boccata d'aria, quindi strinse le labbra e le guance le si gonfiarono come se lo sforzo mnemonico potesse essere aiutato dalla pressione del suo respiro. Finalmente disse: «Poteva suonare più o meno così: jere raven, proprio così», replicò espellendo l'aria con un respiro esplosivo. «Jere raven, jere raven?», mugugnò de Grandin a se stesso. «Jere... Barbe d'un porc, ho capito! Je reviens: io torno! N'est-ce-pas, Mademoiselle?», disse inquisitoriamente alla donna. «Sì, disse proprio così! Come avevo detto io: jare raven. Avevo indovinato!» Il francese mi lanciò uno sguardo rapido e trionfante. «Mio vecchio amico, ora cos'hai da dire?», mi domandò. «Niente, solo che...» «Tres bon! Per ora basta il "niente", il "solo" verrà più tardi. Dobbiamo prima cercare la signora Hildegarde.» Decidemmo che non era il caso di telefonare alla Polizia; cominciammo quindi a pattugliare le strade fredde e deserte. Passarono circa tre ore, ma nessuno di noi la vide, e in nessun modo riuscimmo a ottenere informazioni su Hildegarde Fleetwood. Non restava che avvertire Norval del fallimento delle ricerche e leggere nei suoi occhi la cocente realtà dei fatti. Mi fermai un istante vicino al portico che si trovava nei pressi della casa per mettere il cappuccio invernale al radiatore della mia automobile, cosa che avrei dovuto fare già da molto tempo. Come mi girai verso la scala della casa, la mia attenzione fu attratta da un flebile lamento proveniente dalla macchia di lecci nani situata vicino all'atrio della casa. Subito mi feci strada tra i sempreverdi, e de Grandin accese la sua torcia elettrica tascabile, illuminando l'ombra sotto di loro.
Hildegarde Fleetwood era accucciata e raggomitolata in un angolo del muro. Il fragile pigiama di chiffon nero che indossava era ormai un cencio strappato. Le mancava una delle pantofole nero-satinate. Sotto il costume diafano, la pelle era coperta da numerosi graffi. I piedi, lividi e sanguinolenti, erano macchiati di argilla rossa. C'era del fango sulle sue caviglie, e altre macchie di terra si trovavano sulle ginocchia, le braccia e le mani. Le unghie delle dita delle mani erano altrettanto sporche. Altro fango era presente sul volto, e i capelli erano impastati di terriccio. Stava cercando di pettinarsi con le unghie i capelli color bronzo, lunghi e lisci. L'impresa era decisamente ardua. «Mio Dio!», esclamai, chinandomi. Presi la donna ormai quasi assiderata tra le mie braccia, e mi diressi verso le scale che conducevano alla casa. Il piccolo francese mi aiutò come meglio poté, illuminandomi la strada con la sua torcia tascabile, precedendomi di un passo e aprendomi la porta dell'ingresso. «Finalmente», mormorò sottovoce, «finalmente! Caro amico, visto che hai nominato Dio, devo riconoscere che lassù sei certamente un raccomandato. Ed è un bene perché, prima che questa storia finisca, avremo bisogno del Suo aiuto; e naturalmente di quello di Jules de Grandin.» Applicammo subito a Hildegarde una terapia antiassideramento. Una spugnatura con acqua tiepida seguita da un massaggio con alcool e con panni di flanella morbida, riattivò la sua circolazione. Una tazza di brodo ristretto, somministrato con un cucchiaio, diede poi al suo volto pallido una sembianza di colore. Le feci un'accurata visita medica, cercando eventuali sintomi di congestione, ma riscontrai solo un leggero stato confusionale. Le somministrai del bromuro come sedativo, e feci capire a Norval come fosse importante che mi chiamasse immediatamente se le condizioni della moglie fossero mutate. Quindi io e de Grandin lasciammo la casa. Quando giungemmo nel mio studio scossi la testa sconfortato. «Questo caso sembra più serio di quanto pensassi all'inizio», ammisi finalmente. «Bene», annuì de Grandin risoluto. «Sì, mio caro amico, è davvero molto serio. Sì, certamente!» «Mordieu, i miei peggiori timori sono stati tutti confermati! È diabolico, infernale! Leggi, amico, leggi e piangi, tu che avevi detto che le mie teorie erano tutte baggianate: poi mi dirai chi era che diceva parole folli! Madame Hildegarde è posseduta dal Demonio?», gridò Jules de Grandin
nel bel mezzo della colazione leggendo la prima edizione del Morning Journal. Mi porse il giornale con le mani tremanti dall'eccitazione e mi indicò un articolo nell'angolo superiore destro della prima pagina: PROFANATORI APRONO LA TOMBA DI UNA RAGAZZA Rimosso il corpo dalla bara, Sottratti gigli dalle mani della morta. Il corpo è stato lasciato dissepolto Ricercata donna in nero Il guardiano del cimitero fugge per lo spavento Una o due persone, lavorando nel silenzio del St. Rose's Cemetery, sulla Andover Road a due miglia a nord di Harrysonville, hanno profanato una tomba, estraendo dalla bara il corpo di Monica Doyle, di 16 anni, figlia di Patrick Doyle, abitante al 163 di Willow Avenue, in Harrysville, morta mercoledì scorso e sepolta ieri mattina. Tra le esili mani incrociate sul petto della morta, era stato lasciato un rosario e un mazzo di gigli bianchi; i profanatori hanno preso i fiori che hanno poi trafugato. La ragazza aveva i vestiti funebri lacerati in alcuni punti e il suo corpo è stato rinvenuto nella bara rivoltato. Il coperchio del feretro è stato rimesso al suo posto dagli sconosciuti profanatori, ma la tomba non è stata richiusa. Il crimine si presenta decisamente misterioso, se si aggiunge che il guardiano del cimitero, Andrew Fischer, ha visto una strana donna vestita di nero e accompagnata da un mostruoso cane bianco, aggirarsi nel cimitero durante la notte. La profanazione è stata scoperta questa mattina quando Ronald Flander, 25 anni, e Jacon Rupert, di 31, stavano preparando la fossa per un funerale che si sarebbe dovuto svolgere poco dopo. Hanno subito notato dei mucchi di terra fresca, nei pressi della tomba della signorina Doyle. Allora si sono avvicinati e hanno visto la tomba violata e la bara dissepolta. La profanazione della tomba di Monica Doyle è sicuramente uno dei crimini più gravi commessi nel New England, se si esclude l'assassinio di Sara Humphreys di cinque anni fa. Come certo
ricorderete, tutto avvenne sul campo da golf del Sedgemoor Country Club, che si trova due miglia oltre il cimitero, anch'esso sulla Andover Road. Una delle teorie avanzate è che la profanazione sia stata attuata da un gruppo di persone in preda a fanatismo religioso e suggestionate dalla credenza popolare che vuole che un giglio sepolto con un corpo, cresca rigoglioso sul cadavere. L'apertura della tomba avrebbe quindi avuto il solo scopo di impossessarsi di questi «strani» fiori. La Polizia sta esaminando attentamente ogni piccolo indizio, ed è convinta di risolvere il caso in breve tempo. Si è dichiarata sicura di poter arrestare il colpevole entro ventiquattr'ore. Terminai di leggere l'angosciante storia, quindi fissai de Grandin con occhi colini di terrore. «È terribile... diabolico... proprio come hai detto tu!», ammisi. «Chi...» «Ah bah, perché mi dici di andare a prendere la ciotola quando vedi il gatto che esce dalla sala da pranzo con i baffi sporchi di cibo?», disse il francese visibilmente contrariato. «Forza, andiamo! Non dobbiamo perdere un solo istante.» «Andiamo? Ma dove?» «Al cimitero di St. Rose, ovviamente. Dai, sbrigati! Ci vuole rapidità mio caro. La Polizia è alla ricerca di prove, almeno così dice il nostro loquace giornalista. Potrebbe aver già ripulito la zona e quindi non potremmo usufruire dei loro stessi indizi!» «Credi che arresteranno veramente qualcuno?» «Dio ce ne scampi e liberi!», rispose. «Forza, sbrigati, mon vieux, ti prego!» Nel piccolo ufficio di cemento del cimitero di St. Rose, l'aria era riscaldata da una piccola stufa di forma ovoidale. Il carbone ardente era di un intenso color rosa, e infondeva alla stanza un calore tale, che faceva pensare più a una torrida giornata agostana, che a una fredda mattina di dicembre. Il vento fischiava incanalandosi tra gli angoli della casa e lottava con i rami spogli degli alberi che punteggiavano il cimitero piccolo e cupo. Il signor Fischer, viso rotondo, occhi blu, di mezza età, indossava una giacca bianca e, dal modo in cui si comportava, sembrava che, più che in un cimitero, si trovasse nella propria abitazione. Sporse la testa, per salutarci, da dietro una copia del Morgen Zeitung che stava leggendo con inte-
resse. «Giornalisti?», si informò con un forte accento tedesco. «Non ho nulla da aggiungere a quanto ho già detto. Non potete lasciarmi finalmente un po' in pace?... È da stamattina che...» «Avete pienamente ragione», lo interruppe de Grandin aprendosi in un veloce e ironico sorriso, «ma vorremmo rubarle giusto un minuto del suo preziosissimo tempo. E, visto che è così importante, accetterebbe un piccolo compenso per poche informazioni?» Vidi appena un istante una macchia verde, e le banconote cambiarono rapidamente di mano con la rapidità con cui un prestidigitatore fa scomparire le carte da gioco. Da annoiato che era, Andrew Fischer si mostrò subito cortese e attento. «Va bene, cosa posso fare per voi?» Il piccolo francese tirò fuori il suo portasigarette, ne offrì una a Fischer e, con cura infinita, ne prese una per sé. «Prima di tutto», disse, «vorremmo sapere qualcosa sull'apparizione della misteriosa donna vestita di nero e che, almeno apparentemente, sembra aver commesso il fatto dissacrante. Può dirci qualcosa di lei?» «Certamente che posso», disse di sua spontanea volontà. «Saranno state le ventuno e trenta o le ventidue. Di solito chiudo il cancello principale alle venti e quello posteriore intorno alle ventuno e trenta. Stavo giusto chiudendo quello posteriore per poi andare a casa a dormire, quando sentii, tra il fischiare del vento, il rumore sordo di un colpo e un fruscio. Andai a controllare, e mi accorsi che si era rotto il lucchetto del cancello principale. Era vecchio e arrugginito, ma in effetti mi sembrò strano che potesse essersi rotto da solo: in fondo non è che ci fosse stato tutto quel gran vento. Così mi misi alla ricerca di un pezzo di corda, o qualcosa di simile, per poter legare il cancello. Mi diressi verso il capannone degli attrezzi. Si trova al di là del terreno consacrato, dove seppelliamo i suicidi e i bambini morti prima di essere battezzati. Gli uomini incaricati di scavare le fosse avevano ammucchiato gli attrezzi nel capanno disordinatamente. Stavo per entrare per mettermi alla ricerca della corda in quel mare di oggetti, quando da un cespuglio saltò fuori una donna piuttosto alta insieme al cane più grande e orrendo che avessi mai visto. Gott in Himmel!», disse, smettendo di parlare in americano ed esprimendosi nell'idioma dei suoi antenati. Quindi riprese normalmente: «Ero terrorizzato!». Il francese, sovrappensiero, gettò la cenere della sua sigaretta sul lino-
leum che ricopriva il pavimento di cemento della stanza. «Saprebbe descrivere la donna?», disse lentamente, lanciandomi un'occhiata veloce. Quindi fissò con fare minuzioso le volute di fumo che uscivano dalla sua sigaretta. Fischer pensò per un istante. «Non ne sono sicuro», disse. «È accaduto tutto così improvvisamente. È come se fosse uscita dal nulla, e devo ammettere che ero molto più ansioso di correre via, piuttosto che di osservarla attentamente. Comunque era molto alta, almeno più alta di una testa di una donna normale; credo anche fosse molto bella. Era magra, con dei lunghi capelli che le coprivano parzialmente il volto e le spalle. Indossava qualcosa di nero, senza maniche, e aveva... non so come spiegarlo esattamente... Ecco, potrei dire che aveva uno sguardo diabolico e crudele.» «Diabolico? Come?» «Aveva sul volto una specie di sorriso, come se fosse contenta di incontrarmi. Ma era un ghigno, più che un sorriso, io lo chiamerei così; una specie di sguardo selvaggio e piacevole allo stesso tempo. E il cane! Mein Gott! Era grande come il cucciolo di un elefante. Aveva il muso lungo e appuntito, e teneva aperte le sue fauci rosse, enormi e terribili. Gli occhi erano stretti e lunghi come quelli di un cinese, e lampeggiavano nell'oscurità come fossero quelli di un gatto!» «Si è mosso per attaccarvi?» «No, non mi sembrava intenzionato a farlo. Stava solo lì, con una zampa alzata, pronto a saltarmi addosso, ma non si è mosso. La donna si trovava dietro di lui, con i capelli al vento, e una mano sulla groppa del cane; entrambi mi ringhiavano ferocemente! Anzi, la bestia ringhiava e la donna la imitava, quasi rispondendole. Non attesi oltre e corsi subito via. Credo che anche voi avreste fatto altrettanto!» «Non ha idea da dove possano essere venuti?» «No. Sono tornato qui il più velocemente possibile, ho chiuso le porte e ho usato un mobile per barricarmi all'interno!» «Uhm. Possiamo vedere la tomba della sfortunata Mademoiselle Doyle?» Una antipatia razziale si accese nello sguardo di Fischer quando de Grandin usò quella parola in francese, ma, il ricordo del recente e cospicuo indennizzo, gli fece superare l'astio atavico. «Sicuro», acconsentì con minore cordialità e gettandosi sulle spalle un
giubbotto di pelle incartapecorita. «Andiamo.» La bara e la terra erano state rimesse nel sepolcro violato. Nel posto dove giaceva Monica Doyle nel suo riposo eterno, sembrava che la terra rossa avesse subito una profonda ferita. Il piccolo francese osservò attentamente il terreno circostante, quindi affondò il suo coltellino nella terra prelevando un campione del fango con cui avevano riempito la fossa; poi si alzò scuotendo il capo. «E ora, se lei sarà così gentile da mostrarci il luogo dove ha incontrato quella strana visitatrice, non la disturberemo più», disse al guardiano. Il cimitero era piuttosto piccolo, dovendo provvedere a una clientela ricca ma limitata. Molte tombe, più che di fiori, erano ricoperte d'erica. Evidentemente era cresciuta durante l'ultima estate. Ora, nel dicembre brullo, aveva un'aria desolata che mi lasciò depresso come il suono distorto di una musica melanconica. Anche gran parte degli alberi del cimitero erano spogli. La parte riservata agli indigenti e ai non battezzati, si trovava in uno stato decisamente peggiore. Non c'erano né erica né piante grasse. I sepolcri che avevano una pietra tombale erano ancora più malinconici di quelli che non l'avevano. Si trattava di semplici lapidi di legno o pietra, dipinte di bianco e incise così rozzamente che qualsiasi mendicante le avrebbe rifiutate come riconoscimento della propria tomba. Dopo aver camminato per un breve tratto, il guardiano si fermò nei pressi di un folto cespuglio. «Ecco, erano qui», annunciò risoluto, fissando de Grandin con uno sguardo non certo amichevole. «Ora però sbrigatevi; ho da fare. Non posso stare con voi tutto il giorno.» Ancora una volta, de Grandin ispezionò il terreno. Con il suo coltellino smosse il fango rosso e appiccicoso, osservando attentamente il luogo dove Fischer era rimasto terrorizzato. Poi si rialzò e, con un passo breve e strano, si diresse verso la linea formata da alcuni pioppi della Lombardia che servivano come frangivento lungo il muro posteriore del cimitero. «Ehi, non posso più aspettare», disse il guardiano riscaldandosi. «Devo fare una quantità incredibile di cose. Se volete chiedermi qualcos'altro, mi troverete nel mio ufficio.» Detto questo, si girò e ci lasciò. «Sale caboche», mormorò de Grandin lanciando uno sguardo gelido al guardiano che si stava allontanando. «Meglio così, ora non ci serve più. L'assenza è il miglior regalo che potesse farci. Sbrighiamoci, amico Tro-
wbridge: vado avanti io, se tu permetti.» Dalla tasca del panciotto tirò fuori il suo accendino, l'accese, e dalla giacca prese una candela di paraffina. «Ero proprio sicuro che mi sarebbe servita.» Mi spiegò che avrebbe fatto colare il grasso della candela sino a colmare l'interno di una piccola impronta di scarpa impressa nel terreno umido. «Perché diamine lo stai facendo?», chiesi, mettendomi di fronte a lui per fare scudo con il mio corpo contro il vento. Mi sentii imbarazzato per lo sguardo curioso lanciatomi da un passante. «Parbleu, credo che farò costruire una casa di mattoni in cui racchiuderò tutte le tue domande senza senso!», rispose ironicamente, versando delicatamente la paraffina calda all'interno della depressione e aspettando ansiosamente che si indurisse. Quando la paraffina si fu ben raffreddata, la prese con molta cura, la pulì dalla terra che vi si era attaccata, e la ripose in due fogli di carta. La prese così delicatamente che sembrava avesse per le mani un neonato con appena un giorno di vita. Quindi si rialzò e procedette metodicamente attraverso il cimitero annotando attentamente, su di un foglio, ogni impronta femminile che incontrava. «Dubito che la Polizia abbia rilevato queste impronte», mi disse, «a meno che questo caso non sia stato affidato al buon Sergente Costello. È sicuramente il più in gamba di tutti. Io e lui abbiamo lavorato molte volte insieme.» Quando tutto era stato ormai osservato con grande soddisfazione da parte sua, ci dirigemmo verso l'uscita. «Merci beaucoup, Monsieur l'allemand-transplanté!», disse ironicamente, alzando il suo cappello di feltro verde e uscendo dal cancello. «Dannata rana!», rispose il guardiano. E con quello scambio di amenità lasciammo il cimitero. «Lentamente, caro Trowbridge, guida lentamente, per favore», ordinò. Si era seduto sul sedile posteriore, e osservava attentamente la vegetazione che si trovava lungo il bordo della strada, ora a destra, ora a sinistra. Una volta o due mi fermai su sua richiesta. Scese poi dalla macchina e fece un giro, addentrandosi per un breve tratto nel sottobosco. Finalmente, quando avevamo ormai impiegato quasi un'ora per percorrere appena quattro miglia, ritornò dalla sua investigazione con in volto stampato un sorriso di soddisfazione. «Triumphe!», annunciò, mostrandomi ciò che aveva appena trovato. Era una pantofola da notte nero-satinata!
«E ora, se sarai così buono da lasciarmi qui, te ne sarò infinitamente grato», mi disse quando raggiungemmo il centro della città. Circa un'ora più tardi entrò nella mia stanza delle visite mediche. I suoi occhi brillavano d'esultanza, e lo stesso sorriso di soddisfazione che avevo visto solo pochi minuti prima nel bosco, si librava sotto le punte aguzze dei suoi mustacchi biondi e incerati. «Mio incredulo Tommaso, vuoi proprio vedere la prova?», mi disse. «C'est pourquoi, e io te l'ho portata. Regardez: questa...», scartò attentamente un pacchetto e ne rovesciò il contenuto sulla scrivania, «...è l'impronta dell'orma che ho rinvenuto al cimitero. Questa...», tirò fuori dalla tasca della giacca la pantofola che aveva trovato sul bordo della strada, «...è quella che ho trovato nei pressi del cimitero durante le mie ricerche. E questa...», prese da un'altra tasca una pantofola nera, «...è la scarpa che Madame Hildegarde indossava l'altra notte quando ha vagato senza conoscenza all'esterno della casa. Me la sono fatta dare, meno di un'ora fa, dalla femme de chambre che abbiamo interrogato l'altra notte. Ora presta la massima attenzione. Osserverai che le scarpe sono identiche, salvo che una è rotta e l'altra no. Entrambe sono sporche dello stesso fango rosso, il fango che ho rinvenuto nel cimitero di St. Rose. Noterai anche che entrambe si adattano perfettamente alle impronte rilevate al cimitero. Enfin, sono ognuna la compagna dell'altra. Sono entrambe le scarpe di Madame Hildegarde. Con queste ai piedi, l'altra notte ha lasciato la sua casa, dirigendosi al cimitero con quella specie di lupo bianco per andare a disseppellire il cadavere di Mademoiselle Doyle! Mio caro amico, la misteriosa "donna in nero" era proprio lei, e, partitié de Dieu, il suo compagno era lo spirito redivivo di Gilles de Garnier, il Lupo Mannaro di St. Bonnot, che è penetrato nel nostro mondo attraverso la porta che Mademoiselle Noyer ha aperto durante quella maledetta seduta spiritica, quella domenica notte alle Dodici Querce! Ed è per questo che lei ride e ghigna come un cane! Ti dico che le cose stanno proprio così! Plût à Dieu, non saprei dare un'altra spiegazione!» «Io invece non rido», dissi. «In un primo momento ero incline a pensare che si trattasse di uno dei tuoi soliti scherzi sui fantasmi, ma ciò che è venuto alla luce intorno a questo caso è così strano e terribile che credo proprio che tu abbia ragione. Insieme siamo stati testimoni di questo fatto, e ora non sono più disposto a scherzare. Ma dimmi...» «Tutto ciò che posso!», rispose impetuosamente porgendomi le mani.
«Cosa vuoi sapere?» «Se l'animale in compagnia di Hildegarde è veramente un Lupo Mannaro, perché hanno dissotterrato il corpo della giovane Doyle? Io ho sempre sentito parlare di licantropi che divorano esseri viventi.» «E anche i morti», replicò. «Vi sono diversi tipi di licantropi: alcuni uccidono cani e pecore, ma attaccano l'uomo solo se sono a loro volta attaccati; altri sono come iene e predano i morti. Altri ancora, i più pericolosi, bramano carne umana e cercano e uccidono donne, bambini e anche uomini, quando non sono disponibili prede più deboli. Nel nostro caso, questo abominevole Garnier forse preferisce dei morti inermi come vittime delle loro incursioni, perché...» «Loro incursioni?», gli feci eco inorridito. «Loro...» «Ahimè sì. È proprio la verità. La povera e sfortunata Madame Hildegarde è divenuta come il suo dominatore e padrone Gilles Garnier. Anche lei è un loup-garou. Ma ancora la sua mente non è stata completamente ottenebrata. Ricordi come piangeva l'altra notte? Diceva "No, no, io non verrò". E poi, quando ha lasciato alla femme de chambre un messaggio d'amore e d'addio per suo marito prima di lasciare la casa per raggiungere il suo spettrale padrone? Ricordi il fango che abbiamo trovato sotto le sue unghie rotte? Credo proprio che lei abbia aiutato il lupo a estrarre dal terreno la bara di Monica Doyle. Sono sicuro che le cose ormai stanno a questo punto.» «Ma perché loro non hanno...», iniziai, ma la domanda mi si strozzò in gola. «Ma perché loro non hanno... mangiato...», mi fermai nauseato. «Per quello che la ragazza stringeva nelle mani.» Rispose. «Il rosario e i gigli che loro hanno strappato a morsi e portato via. Io ne ho trovati alcuni brandelli nella terra vicino alla tomba, sebbene la Polizia avesse già fatto la sua ispezione. Inoltre, il corpo della fanciulla era stato benedetto con l'incenso e l'acqua santa. Ah, pardieu, queste cose li hanno sconfitti. Non potevano più sfogare la loro collera sul corpo, e allora lo hanno rigettato capovolto nella bara come se si trattasse di un grave insulto.» Si alzò, attraversò velocemente la stanza per sgranchirsi le gambe e continuò con rinnovata energia. «Ora seguimi attentamente», disse, sedendosi sull'angolo della scrivania e fissandomi senza battere ciglio. «Tu hai familiarità con quella che viene chiamata la "nuova psicologia" di Freud e Jung. Per il tuo lavoro dovresti almeno averne sentito parlare. Bene: tu sai che ci sono verità che noi preferiamo dimenticare. Ogni gran-
de desiderio, ogni odio, ogni passione, ogni idea di lussuria, viene catalogata nella nostra mente e indirizzata in un recesso di subconscio. Noi non siamo capaci di richiamare queste informazioni. Ma, in occasioni particolari, come può essere una seduta spiritica, riusciamo a liberare tutti i desideri repressi e proibiti: invidia, malizia, odio o bramosia, che sin da fanciulli abbiamo incamerato nel nostro cervello. Noi sappiamo, come hanno rilevato recenti studi di psicologia, che leggi fisse e immutabili governano i nostri processi mentali. C'è, ad esempio, la legge di somiglianza, che evoca l'associazione di idee. Vi è la legge di integrazione, che spacca le immagini mentali in frammenti e, che inabilita il subconscio a riunire queste immagini nella figura completa dell'evento o della scena vissuta, come i pezzi di un puzzle che non siamo capaci di ricomporre. Bene. Pensa ora a dieci o dodici persone sedute in perfetto silenzio intorno ad un tavolo. Vi sono tutte le condizioni che possono condurre a uno stato di ipnosi: oscurità, il focalizzare insieme lo stesso oggetto, la mancanza di influenze esterne che possano distrarre l'attenzione dei presenti. In queste condizioni, la loro mente si apre. Le normali inibizioni che la morale tiene prigioniere nel nostro subconscio, vengono così liberate; è come se una sentinella si fosse addormentata permettendo l'apertura furtiva dei cancelli del castello! Ora ci sono le condizioni ideali per un'invasione. Eh bien, amico mio, non pensare che il nemico ne approfitti lentamente. Non è assolutamente così. Se alla seduta spiritica è presente anche una sola persona la cui mente sia predisposta al male, ecco che il Potere del Maligno penetra all'interno del cancello e l'ignaro tramite diventa a lui collegato. Quando i cancelli della psiche sono lasciati aperti, qualsiasi forza può oltrepassarli. Ora, chi pensi che potrebbe essere più facilmente attaccabile? Madame Hildegarde, non è vero? Essendo incinta, il suo flusso sanguigno, tutto il sistema circolatorio, deve avere cura di due persone. Al cervello arriva perciò meno sangue, e quindi la capacità di resistenza diminuisce. Andiamo avanti. Consideriamo ora ciò che è successo alle Dodici Querce. Un colpo sul tavolo ci ha fatto capire che lo spirito di un uomo vuole entrare in comunicazione con noi. Gli chiediamo il nome. Eh bien, e che risposta! Dice il suo nome e la paura si è fatta sentire nei presenti che lo hanno riconosciuto. "Gilles Garnier, che vive a St. Bonnot durante il regno di Re Carlo", come lui stesso ci ha detto sfrontatamente. Hai mai sentito parlare di lui?», si interruppe per un attimo inarcando le sopracciglia inter-
rogativamente. «No, non avevo mai sentito il suo nome», risposi. «Bien. Credo che, come te, nessuno dei presenti lo conoscesse. Il suo nome, la nazionalità, l'epoca in cui è vissuto, tutto potrebbe far pensare a qualcosa di molto "romantico" per una congrega di stupide zucche vuote. Non è successo forse proprio questo? Sì, e in misura piuttosto marcata. Ah, ma Jules de Grandin lo conosce! Come tu hai studiato la storia della medicina, dell'anestesia, delle piaghe che hanno flagellato il nostro povero mondo, così io ho studiato questi altri flagelli che hanno distrutto corpi o menti e, a volte, entrambi. Ascoltami: ti dirò chi è e che cosa ha fatto Gilles Garnier. Nel 1573, quando Carlo IX salì al trono di Francia, viveva a St. Bonnot, vicino alla città di Dole, un individuo chiamato Gilles Garnier. Era un contadino zoticone, dal carattere decisamente sgradevole. Più una persona lo conosceva, più si allontanava da lui. Viveva sempre da solo e, nella regione, era conosciuto come "l'eremita". Ma questo nome non intendeva attribuirgli un carattere di santità; anzi, tutt'altro! Venne così l'estate di quell'anno fatale e, con essa, furono inoltrate molte lamentele al Parlamento di Dole. I contadini che vivevano nei pressi della città, denunciarono il furto di pecore dall'ovile, il ritrovamento dei corpi morti dei cani da guardia e persino la scomparsa di bambini trovati poi orrendamente dilaniati lungo la strada o le siepi. Tre menestrelli girovaghi, tutti veterani di guerra ed esperti spadaccini, che si erano accampati nel bosco di St. Bonnot, furono trovati morti, malgrado tutt'intorno vi fossero i segni di una strenua resistenza. Mi sembra inutile aggiungere che i loro corpi erano quasi irriconoscibili. Tutti gli abitanti della regione erano terrorizzati e, anche se armati, gli uomini preferivano non muoversi di notte dalle proprie case, perché un loup-garou, o Lupo Mannaro se preferisci, reclamava per sé quelle terre dal tramonto sino all'alba. La sera dell'8 novembre 1573 era una sera come tutte le altre. I campi erano ormai privi di vegetazione e le ultime foglie avevano lasciato recalcitranti la compagnia dei rami degli alberi. Tre spaccalegna stavano tornando velocemente alle loro case a Chastenoy dal loro lavoro, quando sentirono le grida di una giovane ragazza provenire dal fitto sottobosco. Il pianto della bimba si mischiava all'abbaiare di un lupo. Brandendo le loro asce, si fecero strada nella boscaglia dirigendosi verso il luogo da dove provenivano le grida. In una piccola radura, videro questa terribile scena: una bimba di dieci anni si trovava con le spalle appoggiate
ad un albero e si difendeva, come meglio poteva, con il suo bastone da pastore. Di fronte a lei si ergeva una creatura mostruosa che non aveva cessato il suo abbaiare diabolico e che stava attaccando la fanciulla con denti e artigli. Il corpo della ragazza era già ricoperto di sangue, a causa delle numerose ferite. Come i tre boscaioli uscirono allo scoperto, urlando e dirigendosi con le asce verso la bestia, questa si dette alla fuga, scomparendo istantaneamente nel fitto del bosco. Gli uomini avrebbero voluto inseguirla, ma le loro attenzioni furono ovviamente tutte per la bambina, stremata e gravemente ferita.» Si fermò per accendersi un'altra sigaretta, quindi proseguì: «In un processo», mi chiese, «quando due testimonianze sono contraddittorie, tutti i testimoni hanno uguale possibilità di essere creduti?». «Credo che sarebbe appoggiata la tesi espressa dal maggior numero di testimoni», risposi. «Molto bene. Questo direbbe la logica, ma non fu così. Il giorno dopo, quando i tre taglialegna raccontarono il fatto alle autorità, uno disse che l'assalitore della fanciulla era un uomo con dei foltissimi capelli, ma gli altri due dissero che si trattava di un lupo dal pelo grigio molto lucente e con gli occhi decisamente umani. Ti ricordi che l'amabile Monsieur Fischer questa mattina ci ha detto che la bestia che l'aveva terrorizzato la notte precedente aveva gli occhi di un cinese? Comunque, a St. Bonnot non si credette alla tesi del lupo, e non furono ordinate ulteriori indagini. Il 14 novembre scomparve un ragazzo di otto anni. Il bambino era stato visto per l'ultima volta all'interno della casamatta per i balestrieri che si trovava presso i cancelli della città. Poi era svanito, come se fosse stato inghiottito dalla terra stessa. Morbleau, era stato inghiottito, ma non dalla terra! No! Questa volta alcuni indizi piuttosto chiari, indicavano in Gilles Garnier, "l'eremita", il responsabile dei recenti avvenimenti. Un sergent de ville e sei archibugieri andarono ad arrestarlo. Lo presero sotto la loro custodia verso mezzogiorno del 16 novembre. Venne subito processato. È strano, ma molto spesso accade che, persone implicate in crimini anche molto gravi, una volta arrestati, confessino i loro reati senza aspettare che siano prodotte prove contro di loro. E così accadde. Garnier ammise di aver fatto un patto con il Diavolo, per mezzo del quale, dal sopraggiungere dell'oscurità sino al canto del gallo, poteva trasformarsi in lupo.
Furono chiamati coloro che potevano testimoniare contro di lui: alcuni dei contadini derubati che l'avevano visto nella notte, ma soprattutto la giovane ragazza salvata vicino a Chastenoy. La testimonianza della giovane fu molto importante, perché identificò il prigioniero dai suoi occhi. Inoltre fu presa l'impronta dei denti di Garnier e confrontata con i segni dei morsi che la fanciulla aveva ancora impressi nella carne. Quando avviene la metamorfosi, un Lupo Mannaro mantiene denti e occhi della controparte umana. Le impronte risultarono quindi identiche. Garnier ammise di averla attaccata e raccontò molti altri episodi simili. Nel giorno dei festeggiamenti di San Michele, aveva attaccato con morsi e artigliate una ragazza di dieci/dodici anni, vicino al bosco di La Serre. L'aveva poi trascinata all'interno di un boschetto divorandola. Ci fu anche chi rafforzò la sua storia, andando a recuparare i resti del corpo mutilato. Il quattordicesimo giorno dopo Ognissanti, sempre in forma di lupo, aveva ucciso e divorato un ragazzo. Il venerdì antecedente la festa di San Bartolomeo aveva catturato e ucciso un giovane di dodici anni e lo avrebbe mangiato se non fossero arrivati alcuni contadini. Questi uomini furono rintracciati e confermarono la storia di Gilles Garnier. Anche qui ci fu un conflitto di testimonianze. Alcuni giurarono che lui era in forma umana, altri deposero che si trattava veramente di un lupo. Ma tutti dissero che urlava e ringhiava come una bestia. Ti ricordi la data in cui Mademoiselle Noyer ha effettuato la seduta spiritica alle Dodici Querce?» «Aspetta... mi sembra...», feci un veloce calcolo mentale, «sì, era il 26 novembre.» «Précisement», annuì. «Ed era il 26 novembre 1573 quando Gilles Garnier, altrimenti noto come il Lupo Mannaro di St. Bonnot, fu riconosciuto colpevole, portato mezzo miglio fuori dalla città, appeso a una corda per le caviglie e arso vivo!» «Coinciden....», iniziai a dire dubbioso. «Coincidenze? Ma, diavolo!», proruppe de Grandin. «Amico mio, ma di che cosa hai bisogno? Lo spirito di quell'uomo si è liberato nell'aria, invisibile ma potente, per quasi quattro secoli. Nell'anniversario della sua esecuzione è più forte il ricordo della vita trascorsa sulla terra. La rabbia e l'ansia di tornare ancora una volta a predare, hanno evidentemente accresciuto le sue forze psichiche. Ha bussato di nuovo al cancello del nostro mondo, come il lupo cattivo nella favola de les trois petit cochons, bussa alla porta e, notando la sua debolezza, l'abbatte con un solo soffio! Sì. In-
dubbiamente le cose stanno proprio così.» «Ma senti», controbattei, «sono d'accordo con te quando parli di problemi psicologici che possono aver influenzato le azioni di Hildegarde: non voglio contraddirti su questo. Ma come può Garnier, essere riuscito a manifestarsi materialmente nel nostro mondo? Io posso anche avere visioni di fantasmi, o di spettri, o come diavolo tu li voglia chiamare, ma l'essere che Fischer ha visto nel cimitero o che Norval Fleetwood ha osservato nel prato delle Dodici Querce insieme a sua moglie, non è incorporeo. Chi ha riesumato il corpo della giovane Doyle dalla sua tomba, rimettendolo poi nella bara, non poteva essere che qualcosa di materialmente concreto. Anche supponendo che l'insanità mentale abbia dato a Hildegarde una forza soprannaturale, è impensabile credere che lei sia riuscita a fare tutto ciò da sola!» «Ineguagliabile Trowbridge!», piagnucolò allegramente. «Quando tutto mi sembra ormai cupo e scuro, tu mi mostri una luce di speranza. Io e te siamo il solo barlume di salvezza per Madame Hildegarde.» Lo fissai a bocca aperta, quindi: «Nel mondo...». Con un gesto gentile, de Grandin mi fece segno di azzittarmi. «Prestami attenzione», ordinò. «Hai risolto questo problema dannatamente complesso con la più semplice delle soluzioni. Tu sai, o comunque te lo sto dicendo ora, che un fenomeno molto comune associato alle sedute spiritiche, è la produzione di luce. Molti medium hanno il potere di attrarre o emettere luce. Io stesso ho assistito a questi fenomeni, partecipando ad alcune sedute tra esperti del settore. Ma cos'è questa luce? Alcuni pensano che si tratti dell'essenza del vero fenomeno spiritico, energia naturale dell'uomo che si manifesta sotto forma di ondate di luce canalizzate dai pensieri dei membri del circolo della seduta spiritica. Ma, al tempo stesso, questa essenza sembra sia qualcosa di più sostanziale di una semplice emissione di vibrazioni capaci di essere riconosciute come luce. Questa che noi stiamo vivendo è la prova indubbia che la materializzazione di uno spirito inizia durante la seduta spiritica. La British Society for Psychical Research e la Société d'Études Psychiques, l'hanno attestato dopo studi scientifici seri e approfonditi. Ma come è possibile la materializzazione? Uno spirito è il fantasma di quello che una volta era stato un uomo. Ma, in effetti, di quell'uomo non vi è più il corpo. Sono proprio questi ultimi che visitano le sedute spiritiche, sperando nella materializzazione. Non possono materializzarsi da soli, così come un muratore, anche esperto, non può costruire una casa se prima non si è procurato i materiali grezzi con
cui edificarla. È così anche per gli spiriti. Una particolare forma di energia viene irradiata dalle persone presenti alla seduta spiritica: è qualcosa di molto simile alle onde radio. Questa energia è chiamata psicoplasma. Se nell'aria vi è una presenza massiccia di questa forza, il fantasma, spirito demoniaco, può assorbirla, riuscendo così a modificare le vibrazioni della sua essenza, contraendosi sino a divenire solido e ponderabile, ricostruendosi così un corpo, non necessariamente identico a quello originale. In circostanze normali, al termine della seduta spiritica, lo psicoplasma ritorna alla mente di chi lo ha generato. Ma supponiamo che vi sia uno spirito che abbia un grande desiderio di tornare ancora una volta a vivere su questo mondo e che voglia quindi riavere un corpo solido: cosa fa? Già sai qual è la risposta, e ora comprendi qual è il pericolo di una seduta spiritica. È possibile fornire inconsapevolmente una struttura corporea a una entità maligna. Ed è quello che è successo nel nostro caso.» «Sì?», domandai. «E qual è la soluzione del problema che secondo te io avrei trovato?» «Pardieu! Riformare la seduta spiritica con le stesse persone, e fare in modo che Gilles Garnier torni da dove è venuto... Forse non funzionerà, ma dobbiamo provarci; e dobbiamo farlo assolutamente questa notte.» Passò tutto il pomeriggio al telefono, cercando di parlare con i dodici membri che avevano partecipato alla seduta spiritica alle Dodici Querce. Quando li rintracciò e tutti ebbero accettato di venire quella sera nella casa di città di Fleetwood, de Grandin si alzò in piedi esausto. «Amico mio, non mi aspettare per pranzo», disse mestamente. «Preferirei tagliarmi un dito, piuttosto che perdere quel maialino che Nora McGinnis sta arrostendo in cucina, ma su di noi incombe qualcosa di più importante. Mangerò in un albergo a New York. Hélas!» «Ma dove stai andando?» «Devo fare una prenotazione presso un'agenzia teatrale.» «Una prenotazione...» «Calmati! Hai capito esattamente quello che ho detto. Ci vedremo questa sera alle venti da Monsieur Fleetwood. Mi fido di te. Fai in modo che nessuno del gruppo lasci la casa prima del mio arrivo. Au plaisir de vous revoir.» Erano appena rintoccate le ventuno e trenta al grande orologio a cucù che si trovava nel salone di casa Fleetwood, quando arrivò de Grandin.
Nella stanza erano radunati i partecipanti a quella dannata seduta spiritica. Erano imbarazzati e piuttosto irritati per l'attesa; Norval stava facendo del suo meglio per intrattenerli. Hildegarde, smunta e pallida, non sembrava aver risentito fisicamente dell'avventura della notte precedente. Sedeva vicino al fuoco, e a volte dei brevi brividi le percorrevano il corpo, anche se la temperatura della stanza era molto elevata. Uno sguardo sgomento era stampato sul suo volto. A ogni suono di clacson proveniente dalla strada, un lampo di paura le si accendeva negli occhi, quindi si alzava di scatto dalla sedia con una contrazione convulsa che le attraversava le guance e moriva sulle labbra. Insieme a de Grandin, entrò un uomo giovane e pallido. Indossava abiti piuttosto semplici, i suoi capelli erano corti e scuri, e aveva dei malinconici occhi infossati. «Professor Morine, Dottor Trowbridge.» De Grandin introdusse l'estraneo nella stanza. «Monsieur Fleetwood, Professor Morine.» «Il Professore è un esperto di ipnotismo», spiegò a bassa voce. «In questo momento si trova senza lavoro, ma una persona al bureau d'enregistrement dei lavoratori dello spettacolo, me lo ha raccomandato, senza riserve, per il suo indubbio talento. La sua tariffa per stanotte è di cento dollari. Per lei va bene, Monsieur?», chiese, guardando inquisitoriamente Norval Fleetwood. «Se aiuterà Hildegarde a guarire, pagherò il doppio.» «Molto bene. Diciamo allora centocinquanta dollari. Penso che potremo contare sulla discrezione del Professore. Ha promesso di dimenticare tutto ciò che vedrà e sentirà stanotte in questa casa.» «Va bene, va bene», rispose Fleetwood nervosamente. «Cominciamo.» «Très bien. È tutto pronto? Mi scusi, Madame Hildegarde: potrebbe uscire da questa stanza per un minuto?» Norval sussurrò qualcosa all'orecchio di sua moglie. Come la donna uscì, il francese riprese a parlare a tutto il gruppo. «Messieurs, Mesdames, noi siamo qui riuniti, questa notte, per replicare le condizioni che hanno portato all'indisposizione di Madame Fleetwood. Vi assicuro sul mio onore che tutto quello che stiamo facendo non è per qualche scopo personale. Solo se necessario, sarete sottoposti a un leggero procedimento ipnotico. Personalmente posso assicurarvi che non ci sono pericoli di alcun genere. Siete d'accordo?» Anche se riluttanti, gli ospiti, uno dopo l'altro, acconsentirono. Venne poi il turno di Mazie Noyer.
«Io non voglio», rispose brevemente. «Non prenderò parte a questo ridicolo modo di procedere. Lei vuole impossessarsi della mia mente per farmi fare la figura della stupida. Lo so! Non acconsento!» «Mademoiselle», protestò de Grandin, «non le interessa vedere Madame Fleetwood guarire dalla sua malattia? Se rifiutate, vi assumete una grande responsabilità.» «Non mi interessa che Hildegarde stia bene oppure no. Potrebbe anche morire prima che io acconsenta ad essere ipnotizzata. Il fatto è che lei vuole vedermi impazzire!» «Parbleu, in questo la natura mi ha preceduto», borbottò de Grandin, ma poi disse a voce alta: «Va bene, Mademoiselle, come lei desidera. Ci vuole scusare mentre portiamo avanti il nostro lavoro?». Con un inchino gelido si allontanò da lei e condusse gli altri all'interno di una stanza adiacente. Da qui erano stati rimossi i mobili, escluso un tavolo rotondo e una mezza dozzina di sedie. Poco dopo, de Grandin tracciò sul pavimento un pentacolo composto da due triangoli intrecciati. Su ognuna delle cinque punte pose una candela di cera, un pugnale corto e tagliente con la punta rivolta verso l'esterno del pentacolo, e un piccolo crocifisso. Il tavolo si trovava all'interno dello strano disegno. Norval condusse Hildegarde nella stanza, quindi chiuse la porta. Tutti presero posto intorno al tavolo. Il Professor Morine cominciò a camminare lentamente intorno al cerchio formato dai partecipanti, accarezzando con le mani le fronti di ogni persona. Dopo aver terminato il giro, sussurrò con voce calmissima: «Dottore: è tutto pronto. Sono in stato di trance. Cosa facciamo ora?». Il francese accese le candele una ad una, mormorando una sorta di preghiera o di incantesimo per ogni fiamma. Osservò per un istante le tenui fiammelle, quindi si girò verso il Professore. «Se per lei va bene, vorrei essere io a parlare», rispose. De Grandin prese cinque piatti d'argento da sotto il tavolo e versò dentro di questi un liquido scuro e denso preso da una grossa fiasca. Da una bottiglia centellinò un liquido scuro come il primo, ma molto meno denso. Come richiuse la seconda fiasca, mi accorsi che l'aria era pervasa da un piacevole odore di vino di Porto. Ognuno dei cinque piatti fu messo su una delle cinque punte del pentacolo. Si sentì un suono stridulo provenire da sotto il tavolo. Era de Grandin che aveva preso tre incensieri ecclesiastici. Ne tenne uno per sé, e diede gli
altri uno a me e uno a Morine. Erano carichi e pronti ad essere accesi. «Prendeteli e accendeteli, amici mei», ordinò, «e agitateli verso qualsiasi cosa compaia nell'oscurità, senza esitazioni di alcun genere.» Poi si rivolse alle persone sedute intorno al tavolo. «Ora concentratevi con tutte le vostre forze. Cercate di non pensare a nulla. Ecco: così va bene. Quando ve lo dirò, ripetete più volte queste parole: "Gilles Garnier, restituiscimi quello che mi hai preso!".» Ci fu qualche secondo di pausa, poi riprese: «Ecco: ora!» Come il leggero mormorio di un vento estivo lontano molte miglia, un coro basso e monotono cominciò a recitare: «Gilles Garnier, restituiscimi quello che mi hai preso!». Il parlottio del coro continuava da oltre cinque minuti. L'incessante ripetizione aveva su di me un effetto soporifero. Fissavo le fiammelle delle candele che illuminavano fiocamente la stanza, e facevo uno sforzo terribile per distrarre la mia mente da quell'incessante litania, sperando che terminasse al più presto. «Perché hai fatto venire quell'ipnotista di professione?», sussurrai a de Grandin. «Vedo che stai svolgendo un ottimo lavoro. Perché hai coinvolto nella storia anche un estraneo?» «Tiens», rispose sottovoce, «qui ci sono molti soggetti: avevo previsto anche la presenza della recalcitrante Mademoiselle Noyer. Per influenzarli tutti e per usare su di loro la mia magia, mi sarei dovuto stancare troppo e, le bon Dieu, devo avere la mente libera e pronta per ogni eventuale segnale d'allarme. Attendez! Sta arrivando!» Una sensazione di freddo intenso mi attraversò il corpo. La stanza era perfettamente chiusa, ma le fiammelle delle cinque candele si agitavano e danzavano come se qualcuno soffiasse su di loro. Vidi muoversi una tenda e ingenuamente pensai che forse del vento passava attraverso le fessure degli stipiti, poi, ad un tratto, si udì un rumore strano e leggero. Sembrava quello che produce un gatto quando lecca il latte dalla sua ciotola. Sulla superficie del liquido luminescente si formarono dei cerchi concentrici: era come se qualcuno agitasse il liquido, come se una lingua invisibile lo stesse bevendo. Il livello si abbassò sempre di più, sempre di più, sino a che il piatto non fu totalmente vuoto. De Grandin si mosse lentamente, senza produrre alcun rumore. Afferrò uno dopo l'altro i piatti d'argento trascinandoli all'interno delle linee del pentacolo.
Di nuovo il monotono ritornello: «Gilles Garnier, restituiscimi quello che mi hai preso!», rintronò nelle mie orecchie. Improvvisamente, nell'angolo più lontano della stanza, mi sembrò di vedere una fosforescenza leggera ed eterea. Sempre più luminosa, sempre più luminosa poi, da quella nebbia, prese forma, prese sostanza... un lupo bianco mostruoso e irsuto. Era acquattato lungo il muro nell'angolo della stanza! La bestia era più grande di un mastino, più di un pastore scozzese. Dalle sue enormi fauci spalancate, pendeva una lingua rossa e famelica dalla quale colava un liquido vermiglio. Ma, la cosa più orribile, non era la dimensione del mostro, ma il suo aspetto, con quegli occhi stranissimi. Le orbite erano così incavate che sembrava come se le pupille si trovassero all'interno dei fori di un teschio. Il suo sguardo era crudele, cattivo come quello di un uomo vizioso, astuto e deciso. Sembrava avesse lo sguardo più di un essere umano dedito al male, che di una belva, brutale per feroce istinto. Per un istante il mostro guardò verso l'alto, quindi, con un ululato di collera, si alzò sulle quattro zampe e ci caricò. «Maledetto rifiuto dell'Inferno, restituiscimi quello che ci hai preso!», urlò de Grandin avanzando verso un angolo del pentacolo per incrociare la carica del Lupo Mannaro. Agitò il suo incensiere di fronte a sé, e una nuvola d'incenso si liberò nell'aria, raggiungendo il lupo che latrò inferocito. Quando la bestia toccò il limite della linea di gesso del pentacolo tracciato attraverso la stanza, si fermò di colpo, come se fosse entrata in contatto con un muro solido. Cominciò ad abbaiare selvaggiamente e incessantemente, soffocando e annaspando tra la nuvola d'incenso. «Maledetto rifiuto dell'Inferno, restituiscici quello che ci hai preso!», ordinò di nuovo de Grandin. La grande bestia bianca lo guardò interrogativamente, si abbassò sino a che il suo ventre non entrò in contatto con il pavimento della stanza, e cominciò lentamente a girare intorno al pentacolo uggiolando tra l'impaurito e l'adirato. «Maledetto rifuto dell'Inferno, restituiscici quello che ci hai preso!»: l'inesorabile comando fu profferito un'altra volta. Improvvisamente, la cosa-lupo sembrò cominciare a perdere sostanza. Era come se la forza di coesione delle molecole del suo corpo diminuisse di efficacia. Attraverso il suo corpo, riuscivo a vedere la parete opposta della stanza: ormai era come se la bestia fosse composta di vapore. Perse i suoi colori rossi e bianchi, e divenne luminosa come una figura dipinta con
vernice fosforescente su una parete scura. La testa, il tronco, gli arti, la coda, si allungarono, separandosi l'uno dall'altra. Due piccoli globi di gas luminoso si alzarono da quello che era il corpo del lupo. Raggiunsero il soffitto, fluttuando un istante nell'aria, quindi si diressero verso il monotono brusio che proveniva dalle persone sedute intorno al tavolo. Ogni volta che un globo giungeva a contatto con uno degli ospiti, svaniva, ma non come una bolla di sapone; era come se qualcosa di invisibile lo succhiasse lentamente. Era come vedere il livello del latte che si abbassa in un bicchiere in cui è stato immerso un biscotto. Un solo globo luminoso, piuttosto piccolo e a forma di pera, rimase a sobbalzare contro l'intonaco del soffitto. Tornò di nuovo verso il basso: si muoveva come una mosca che è volata inavvertitamente in una stanza e che percorre un circolo vizioso alla ricerca di un'uscita che la porti all'esterno. «Maledetto rifiuto dell'Inferno, restituiscici quello che ci hai preso!», ordinò de Grandin fissando la riluttante palla di fuoco. «Ritorna da chi...» «Ehi! Mi sono stufata di aspettare! Cosa state combinando qui?» Mazie Noyer irruppe nella stanza. «Se state facendo qualcosa di occulto voglio...» «Pour l'amour de Dieu, attenzione!», gridò de Grandin alla donna. Lei, senza minimamente ascoltare le parole del francese, attraversò uno degli angoli del pentacolo, rovesciando e spegnendo una candela. «Non sopporterò più a lungo i vostri insulti e le vostre angherie, miserabile pezzente d'un francese!», disse urlando in direzione di de Grandin. «Io...» La sfera luminosa riprese improvvisamente consistenza e ricadde pesantemente sul pavimento producendo un tonfo sordo. Per un attimo rotolò avanti e indietro come impazzita, poi sembrò contrarsi, prendere consistenza e velocemente si condensò nella forma di un piccolo lupo bianco. Non era più grande di un topo, ma era la copia perfetta della enorme bestia che ci aveva minacciato solo qualche istante prima; e, come lei, era implacabilmente selvaggia. Con un ululato molto più forte e violento dello squittio di un topo, si lanciò attraverso la stanza, puntando direttamente verso l'angolo del pentacolo dove si era spenta la candela. «Pardieu, Monsieur le loup-garou, credo che ci rincontreremo solo in una dimensione che non è di questa terra!», gridò de Grandin, e infilzò la lama tagliente nel piccolo corpo del mostro che si stava dirigendo verso di lui.
La piccola cosa selvaggia morì lentamente, in preda a orribili convulsioni. Con denti e artigli, aveva cercato invano di estrarsi lo stiletto dalla carne. Un fiotto di sangue e un ululato di agonia fuoruscirono dalle sue fauci spalancate; infine cessò di lottare continuando comunque a tremare in una pozza di sangue. «Oh! Voi crudele, odioso e spregevole individuo, avete ucciso quel povero animale indifeso come se niente fosse!», urlò Mazie Noyer infuriata. Dopo aver recitato quella brutale tiritera, si avvicinò al povero de Grandin rifilandogli un sonoro ceffone sulle guance. Come il palmo della mano e le dita lo colpirono, si formò, sul volto di de Grandin una chiazza rossa; ma era nulla, rispetto all'espressione livida che assunse al sentire quei rabbiosi insulti. «Strega! Megera! Alleata delle Potenze dell'Inferno!», urlò furioso. «Se potessi, la getterei tra le fiamme e attenderei che il suo corpo divenisse cenere, così che i suoi familiari non possano riavere neanche il suo cadavere! Se ne vada, altrimenti mi dimenticherò del suo sesso e...» Si gettò verso di lei, mentre nei suoi occhi brillava uno sguardo d'odio che ricordava quello dei serpenti. «Lo farebbe», controbatté lei usando ora un tono di voce decisamente timido e impaurito. «Sono sicura che lei avrebbe veramente il coraggio di colpirmi!» «Sicuramente», mi disse de Grandin nel mio studio due ore più tardi, «amico mio, devi ammettere che avevo preso ogni possibile precauzione. Il pentacolo è stato apprezzato in tutti i secoli come una protezione decisamente efficace contro il potere del Male. Gli spiriti malvagi, anche i più potenti, sono ostacolati da questo prezioso strumento. Su ognuno dei cinque angoli, ho messo una candela benedetta presa dalla chiesa, un crocifisso e avevo un pugnale immerso in acqua santa. Gli spiriti malvagi che si sono materializzati nel nostro mondo, ma che non hanno preso possesso di un altro corpo umano, non possono fronteggiare l'acciaio appuntito. Probabilmente, le forze psichiche che si sprigionano dalle menti umane, concentrate nella seduta spiritica, si catalizzano sul pugnale e sono distruttive per lo spirito. Oltre le candele, mi sono fatto dare dal buon Curato tre stecche di incenso concentrato. Mordieu, è stato veramente difficile convincerlo, ma quando si è reso conto che gli oggetti sacri mi servivano per combattere una invasione sacrilega proveniente dall'altro mondo, mi avrebbe voluto dare l'intero maiale, come dite voi americani. L'incenso, come hai
potuto vedere, è decisamente ripugnante per uno spirito malvagio, e in particolare se si tratta di fantasmi di spiriti morti da molto tempo. Eh bien, pensavo che ormai la frittata fosse fatta, quando quella specie di donna abominevole, la Noyer, è entrata all'interno della stanza, rovesciando la candela guardiana. La sua cattiveria e la sua normale angheria hanno formato un'aura di disturbo, e ha così dato alla piccola nuvola di psicoplasma, che ancora non era stata assorbita, il nutrimento necessario per trasformarsi ancora una volta in un Lupo Mannaro, anche se di dimensioni ridotte. Dovevo ucciderlo immediatamente col coltello consacrato, perché ormai era penetrato all'interno del pentacolo protettivo e perché avrebbe riacquistato le sue dimensioni normali. Cordieu, non voglio neanche pensare a cosa sarebbe accaduto di noi! E credo anche che sarebbe meglio per noi dimenticare ciò di cui siamo stati testimoni.» «Che cosa c'era in quei piatti d'argento?», gli chiesi. «Un'esca», rispose con un ghigno. «Si trattava di sangue e vino, amico mio, vino e sangue. Per gli spiriti malvagi questa miscela è particolarmente gustosa. Per esempio, nella celebrazione di una messa noire, che è poi la cerimonia durante la quale gli affiliati pregano Satana, un calice viene riempito di vino e sangue sgorgato dalla gola di un bimbo sacrificato. Mi sono procurato un po' di sangue fresco all'ospedale, ho prelevato dalla tua dispensa del Porto, e così ho fatto la mia esca. Il Lupo Mannaro è venuto, ma io non l'ho lasciato bere a tutte le scodelle. No. Dopo che aveva svuotato la prima, ho rimosso le altre ponendole all'interno del pentacolo, ed esse sono divenute per noi un'arma preziosa. Uno non nutre un nemico prima di incontrarlo. Sarebbe assurdo. Tutto ciò mi ricorda che...» «Che cosa?», chiesi, appena egli si azzittì mostrando uno dei suoi ormai proverbiali ghigni. «Che il vino usato per la miscela è veramente eccellente, e che io ho una sete dannata. Ciò che influenzava la mente di Madame Hildegarde, ormai non è più in questo mondo, e lei non ha più nulla da temere. Privo del suo corpo, Gilles de Garnier non può farle alcun male. Fortunatamente non ci sono casi urgenti che richiedano l'intervento del magistrale Jules de Grandin, perciò...», si alzò e si produsse un profondo inchino, «...se permettete, credo che berrò sino a cadere in uno stato di totale incoscienza e chi mi sveglierà prima di domani a mezzogiorno, può cominciare sin da ora a recitare le sue ultime preghiere!» LA VENDETTA DEL LUPO MANNARO
The Return Of The Master di H. Warner Munn Weird Tales, luglio 1927 Ora io, Adam Grant, il narratore, devo introdurmi personalmente in questi racconti. Tutte le storie precedenti sono state scritte per spiegare che cosa so e che cosa ho vissuto. Non pensate che sia stato facile coprire un periodo di tempo di oltre quattro secoli e mezzo, da quando Wladislaw Brenryk, l'Ungherese, cominciò a vivere il suo tragico destino. Solo con estrema difficoltà e molti viaggi, sono riuscito a ricostruire i fatti nudi e crudi, deducendoli dalle statistiche di molti paesi, con simpatia, affetto e orgoglio. Sì, orgoglio! Perché questi sono i miei antenati, la mia gente, la mia famiglia. Ho tentato di raccontare le storie di pochi di loro. Sono molti altri i racconti che avrei potuto narrare, ma lo spazio e il tempo a mia disposizione sono limitati. Forse, un giorno... ma come Kipling usava dire: «Questa è un'altra storia». Non credo che esista un'altra famiglia tanto duramente provata, o che abbia affrontato un nemico così orribile con tale prolungato coraggio, per un periodo di tempo tanto lungo. Se l'affetto di Ivga Brenryk non si fosse diretto su Hugo Gunnar, se lei non avesse volontariamente barattato la sua vita, tutto questo non sarebbe mai successo. Infatti, dovunque si stabilirono i sette rami della famiglia, lì, prima o poi, è arrivato il Signore. Ah, be'! Tutta la storia non è altro che l'insieme delle vite delle varie persone. Ho cercato di raccontare le storie dei pochi che hanno influito sulla storia: la mia gente, i miei antenati, perché Ishmael, il figlio di quella coppia sfortunata, Ansel Grant e Achsah Young di Windsor, era un mio diretto antenato. Ishmael sembra fosse stato trascurato dal Signore. Almeno si sa che abitò a Salem, nel Massachusetts, durante la caccia alle streghe del 1692, senza essere coinvolto nei suoi orrori. Sebbene sia certamente più di una coincidenza il fatto che vivesse lì proprio in quel momento. Probabilmente fu lui ad attirare l'attenzione del Signore su quella zona. Evidentemente, lui stesso la pensava in quel modo. È documentato che vendette la sua fattoria e si trasferì a Deerfield. Forse provò un certo sol-
lievo nel garantire l'incolumità al proprio giovane figlio, che avrebbe potuto essere scelto dal Signore come vittima della generazione successiva. Se anche fu così, la sua pace terminò durante la terribile notte di mercoledì 29 febbraio 1703 quando, durante una violenta bufera, più di trecento Francesi e Indiani assalirono la città. Questa mi sembra più di una coincidenza. Ma forse fu una fortuna per quel ramo della mia famiglia. Ansel Grant fu ucciso da un tomahawk all'età di 77 anni e fu tumulato insieme a più di cinquanta cadaveri. Suo figlio Ishmael, e la moglie, Purity, furono presi prigionieri, ma furono liberati durante la battaglia di Greenfield Meadow, quando le bande di Hatfield e Hadleu misero in fuga gli Indiani con più di un centinaio dei loro prigionieri. Però, il loro figlio di nove anni, Nehemiah, fu separato dai genitori e fuggì insieme ad altri. Sopravvisse all'arduo viaggio di trecento miglia attraverso montagne e foreste, fino al Quebec. Lì, sebbene molti fossero stati rilasciati dietro riscatto, il bambino fu adottato da una famiglia Mohawk e gli fu dato il nome di Akahenyon, che vuol dire il Diffidente, o l'Astuto. Non ritornò mai più, benché sia documentato che suo padre e sua madre implorarono Joseph Dudlay, Capitano Generale e Governatore Supremo di Sua Maestà della Provincia del Massachusetts, nel New England, con una petizione datata 3 marzo 1706, affinché il Commonwealth pagasse il riscatto per il loro figlio. Il nome di Astuto gli si adattava bene. Egli, sebbene in apparenza diventasse uno dei Soluriquois, non dimenticò mai di essere inglese e virtualmente un prigioniero. Il suo unico figlio, avuto da Pretty Brook, la sua moglie Mohawh, fu chiamato Assan, un nome che le piacque, non sapendo che in inglese Assan significava John. Fu sotto il nome di John Grant, che il giovane taciturno e scuro di pelle si trasferì da Louisburg nel New England, dopo che i coloni inglesi avevano conquistato quella temibile fortezza nel 1744. Di conseguenza sembrerebbe che, in quei vagabondaggi, questo ramo della famiglia si sia smarrito, ignorato o in qualche modo dimenticato dal Signore, finché io, involontariamente, con le mie ricerche, mi sono fatto notare da lui. Avevo un amico che aveva approfondito lo studio dell'Occulto. La sua specialità erano gli incunaboli. La sua attività secondaria era la filosofia, la sua passione le ricerche dell'Occulto, il suo divertimento la collezione di
libri rari. Nella sua biblioteca vidi il Necronomicon (nell'edizione rarissima, in lettere gotiche, stampata in Germania nel 1443). Lui non mi permise né di leggerlo né di sfogliarlo perché, come disse, era probabile che nemmeno lo stesso arabo pazzo Alhazred sapesse quanto fosse pericoloso per chi non era in grado di prendere le giuste precauzioni. Inoltre, dubitava che io avessi la pazienza o la capacità di premunirmi. Ma io lessi, inorridendo a ogni pagina, il Libro di Eibon, i Misteri del Verme di Ludvig Penn e gli Unausprechlichen Culten di Von Junzt. Fu in questo volume che mi imbattei per la prima volta in un riferimento al Signore. Era una breve nota a piè di pagina, un riferimento alquanto sarcastico alla credenza popolare che la Guerra dei Trent'Anni fosse stata in qualche modo fomentata dal Diavolo. Von Junzt osservava: «Satana è stato sopravvalutato per troppo tempo. Ci sono dèmoni peggiori, più antichi di quelli noti alla mitologia cristiana». Brenryk lo sapeva. La sua conoscenza non era forse racchiusa nella sua stessa pelle? E, scarabocchiata al margine, c'era un'annotazione in una grafia minuta: «Vero. L'ho dato a Garnier di Bois Verdes: una famiglia un tempo nota come Gunnar». Seguiva un monogramma scritto a spirale e al contrario, che, visto in uno specchio dopo averlo decifrato, si leggeva: GUNTIUS. Lo feci notare al mio amico. Lui rise. «Non darei molta importanza a quella annotazione. C'era uno stregone scozzese che si chiamava Guntius e che scomparve alquanto misteriosamente, ma questo accadde circa trecento anni fa. Naturalmente gli Scozzesi e i Francesi erano in buoni rapporti a quell'epoca... be', almeno dal periodo di Giovanna d'Arco fino a Culloden. Suppongo che il vecchio stregone avesse affidato un libro rilegato in pelle umana a qualche amico o cugino, perché glielo conservasse. Questo sempreché la frase non abbia racchiuso un significato più semplice, privo di doppi sensi: "Racchiuso nella sua stessa pelle", potrebbe significare che a Garnier fosse stato semplicemente rivelato un segreto che Brenryk - mai sentito prima questo nome - conservava solo nella sua mente.» «Hai mai sentito parlare di Bois Verdes?» «Non esiste su nessuna cartina della Germania né dei Paesi Bassi. I primi due nomi certamente non sono francesi, benché Bois Verdes sembri esserlo. Perché ti interessa tanto?»
«Veramente non lo so. Ho la stranissima sensazione di dover scoprire qualcosa. Non è solo curiosità. Non almeno una curiosità normale. Si sono mai rilegati libri in pelle umana?» «Oh, sì. Molti. Io ne ho tre nella mia collezione.» Mentre ne guardavo uno e ne tastavo la rilegatura, simile a fine camoscio e meravigliosamente bianca, con pori quasi invisibili, egli continuò: «Era un'abitudine macabra abbastanza diffusa nella Francia del Diciassettesimo Secolo. Quello che tu hai in mano, per esempio, fu rilegato da un aristocratico con ampie strisce di pelle ricavata dalla schiena di una sua amante morta. È un libro di poemi d'amore. La leggenda vuole che egli la uccise per avere il materiale con cui rilegare il volume! Comunque, Von Junzt era un cognome austriaco, Brenryk un cognome ungherese. Sospetto che Guntius fosse tedesco, ma che avesse scelto la Scozia, perché era un paese più sicuro dell'Europa. Tutta la gente pratica e dalla testa dura non è adatta agli eccessi di fantasia». Io fui d'accordo, ma con qualche riserva. «Bois Verdes sembra francese. Garnier lo è certamente. Gunnar potrebbe esserlo tramite qualche antenato normanno, forse.» «Sembra alquanto strano che questi cognomi abbiano un suono simile. Può essere che siano i vari rami di una stessa famiglia? Scommetto con te qualche dollaro che, non solo posso trovare Bois Verdes, se tuttora esiste ma, se la famiglia Garnier o Gunnar vi abitano ancora, ti riporterò quel libro che parla di dèmoni, più antichi e potenti di quel diavolo particolare che si chiama Satana! Scopriamo chi è veramente da incolpare per tutto il male che esiste al mondo!» «È andata!», disse il mio amico. «Scommettiamo mille dollari? E, se trovi il libro e me ne porti una copia, te ne darò altri mille. Cinquemila, se mi procuri l'originale.» Ci stringemmo le mani per ratificare l'accordo e le mie lunghe ricerche ebbero inizio. Chiamatemi Adam, chiamatemi Ishmael, chiamatemi pazzo. Diventai un vagabondo, un cacciatore di vecchie biblioteche. Mi accecai gli occhi su schede sbiadite e illeggibili di libri antichi e rari. Qualcuno avrebbe potuto essere distrutto già da tempo o tenuto chiuso in sotterranei. Leggendo volumi maledetti quali i Frammenti di Celaeno, le Rivelazioni di Glaaki e il Cthaat Aquadingen, divenni un credente. Ma fu solo quando scoprii il Cultes des Goules del Conte d'Erlette che appresi dove si trovavano le strade del villaggio Bois Verdes e scovai la
locanda di proprietà di Pierre Garnier. Me lo ingraziai, e ottenni una copia del libro in suo possesso. Offrendogli di dividere gli incassi, ottenni anche il permesso di pubblicarlo. Uscì sotto forma di romanzo, con il titolo: Il Lupo Mannaro di Ponkert. In questo modo, anche se mi servii dello pseudonimo con il quale scrivo, vinsi la mia scommessa pur se ad un costo terribile. Non valeva certo mille dollari sapere che ero diventato la vittima predestinata dello spietato Signore e che avevo causato la morte di Pierre Garnier. Era un uomo amabile, ed eravamo più che amici. Quando scoprimmo di essere lontani cugini e gli ultimi membri di una famiglia perseguitata dall'odio vendicativo del Signore, entrambi ne fummo spaventati. Era possibile che quell'antica maledizione sopravvivesse ancora? Presto l'avrei appreso. Io, che rintracciai le ragioni dell'inizio della maledizione e che scoprii quanti avevano sofferto a causa di essa, ne vidi la fine. Sì, ho l'autorità per parlare. Io so. Ero presente! E ora dedico una parola ai curiosi. Non fu un compito semplice rintracciare i rami intricati che discendevano dalla diaspora dei sette figli di Hugo Gunnar e Ivga Brenryk. Se non fosse stato per l'evidente desiderio di ciascuno di conservare in parte il cognome della famiglia, trasformandolo per adattarlo al paese in cui aveva deciso di vivere, questo progetto sarebbe stato quasi irrealizzabile. Così com'era, divenne estremamente difficile associare determinati individui alle calamità che, senza dubbio, colpirono le loro patrie di elezione. Dovunque saltassero fuori cognomi come Gunnar, Grenier, Gunther, Ganger e Guntius, la connessione era vaga, ma nella mia mente era una certezza. Altri, che non ho rintracciato, possono fornire delle spiegazioni a chi sia interessato. Naturalmente il mio cognome, Grant, comune quanto Smith o Black, entrò nell'intreccio delle discendenze per pura coincidenza. Eppure coincidenze simili sembrano più che casuali. Esiste veramente un Dio che ci indica la strada? Mi chiesi quante altre derivazioni del cognome Gunnar si sarebbero potute scoprire con pazienti ricerche. Ormai è superfluo. La famiglia si è estinta, e la maledizione è morta, spero. Le mie indagini su quei trecento anni non sono state esaurienti. Possono esistere altri racconti, altrettanto orribili, che testimoniano il coraggio dello spirito umano quando si trovi di fronte all'ignoto e alla morte.
Mi viene in mente, per esempio, il caso di Urbain Grandier e delle Suore Orsoline, o quello di Gilles Garnier, bruciato vivo a Dole, il 18 gennaio 1574 per licantropia. Penso all'antenato di Pierre Garnier, Jean Grenier, che subì lo stesso destino per lo stesso motivo a Les Sandes (non lontano da Bois Verdes) nel 1603: il cambiamento del cognome si rivelò inutile. Come pure Else Gwinner, denunciata per stregoneria, e condannata a morte senza pietà, a Offenburg in Germania qualche anno dopo. Se qualcuno è curioso di sapere, lascio al suo giudizio il caso di Isobel Gowdie e Isobel Grierson, scozzesi. Non ho rintracciato alcuna connessione con la famiglia Gunnar, ma forse esiste: circostanze sospette puntano in questa direzione. Vorrei sapere di più del mio parente che andò a vivere nelle Isole delle Spezie. Sfuggì all'opprimente Signore? Da qualche parte ci sono miei cugini dalla pelle scura che suonano strumenti esotici e pregano ancora nel Tempio Batang, ignari che il Signore ci ha lasciati, coscienti solo di quanto i loro padri soffrirono a causa sua! Il mio unico consiglio a coloro che sono sufficientemente curiosi è di indagare a partire da questi suggerimenti, così come ho fatto io, con particolare attenzione ai disastri avvenuti negli ultimi trecento anni. Potrete esserne inorriditi, potrete stupirvene, ma sono sicuro che vi convincerete dell'esistenza del Signore. Ora, leggete e verrete a conoscenza del modo in cui il Signore terminò la sua vita, non interamente per mano mia, sebbene avessi una parte nel suo trapasso. Passarono gli anni, dopo la pubblicazione del libro Il Lupo Mannaro di Ponkert, che uscì in una tiratura limitata ma ottenne un discreto successo. Mi ero ormai appassionato al compito di ricostruire i vagabondaggi dei figli di Gunnar e avevo intenzione di proseguire le ricerche necessarie a completare questa raccolta di racconti, quando fui interrotto da un cablogramma proveniente da Bois Verdes. A questo punto devo dire che all'epoca non avevo scoperto i miei rapporti con quella famiglia. Non sapevo nulla del tragico destino di Achsah (Gunther) Yonge, non avevo mai sentito parlare di Ansel o Ishmael Grant. Tutto questo accadde in seguito. Dopotutto, quanti sanno qualcosa della vita dei loro nonni, per non parlare di quello che accadde ai loro lontani antenati? Il cablogramma diceva:
M. Grant, Non avete bisogno del mio nome per capire da chi vi arriva questo messaggio. Non oso essere più esplicito. Se volete soccorrere un amico che vi ha aiutato quando non avrebbe dovuto, e che necessita disperatamente del vostro aiuto proprio a causa di ciò che ha fatto per voi, venite subito alla locanda in cui siete stato in passato. Nel nome di Dio, venite subito. Una settimana di ritardo potrebbe essere fatale per chi è terrorizzato e versa in un pericolo terribile. P.G. La prima emozione che provai fu la gioia. Pierre Garnier era vivo. Naturalmente, avevo capito da chi proveniva quel messaggio. Ma perché quel mistero? Quella segretezza? Avrei capito, se il cablogramma non fosse stato firmato con le iniziali. Ma quel tono sofferente, così estraneo al placido carattere di Pierre! Rilessi: «Una settimana di ritardo potrebbe essere fatale». Il tragitto fino a Boston in treno e quello fino a Parigi in aereo, mi parvero entrambi lunghissimi, e io mi crucciai per l'indugio. Ma l'ultima tappa, da Parigi a Bois Verdes, fu atrocemente lenta e difficile. Bois Verdes è fuori dalle carte geografiche, come si suol dire, ed è mal servita. Nei pressi non c'è nessuna strada principale e al villaggio arriva solo una stradina di campagna. Forse, se non fosse per un'altra strada proveniente da Nord che l'attraversa, in quel posto non ci sarebbe affatto un villaggio. Certamente non c'erano molte scuse per la locanda, che sorgeva ad una certa distanza dal villaggio. Credo che la cosa fosse intenzionale, visto che in passato si era guadagnata una reputazione «piccante», e i carrettieri e i pastori dei dintorni desideravano che le loro necessità fossero soddisfatte con discrezione. Perciò, a sole dieci miglia da Parigi, fui costretto a cambiare treno e, per fortuna - così pensai - arrivai appena in tempo per prendere la coincidenza. Nel primo treno avevo avuto tutto lo scompartimento per me, ma così non fu nel secondo. Mentre correvo lungo il marciapiede, il treno già si stava muovendo e tutte le porte erano chiuse. Quasi disperato, corsi più avanti. Una mano mi fece cenno, una porta si aprì. Quando la raggiunsi, vi lanciai la mia borsa
da viaggio, balzai sul predellino e, senza fiato, chiusi la porta dietro di me. Le orecchie mi ronzarono, ma sono sicuro che sentii qualcuno dire: «Sì, è sicuramente lui!». Sprofondai nel sedile che era vuoto, e mi guardai intorno con gratitudine. Capii allora che era stata una manina guantata a farmi cenno, ma un uomo a parlare. C'erano due viaggiatori nella carrozza: una donna snella, vestita di nero, con un velo che le celava i tratti, e un ometto agile e svelto che aveva in sé qualcosa di repellente. Avvertii una certa animosità nel momento in cui entrai, e la stranissima sensazione di essere atteso. A mia volta, sentii sorgere in me l'avversione. Se esiste l'amore a prima vista, c'è anche il suo contrario. Provavo un odio che apparentemente era immotivato. Mi vergognai di me stesso, soprattutto quando l'ometto sorrise e fece un gesto gentile, dicendo in un tono calmo e lento, come se scegliesse attentamente le parole: «Voi... siete... agile, Monsieur». Se l'aspetto quell'uomo destava in me ripugnanza, la sua voce la destava ancor di più. Gli diedi una risposta convenzionale, aprii il quotidiano, e finsi di esserne profondamente interessato. Quando capì che non riusciva a trascinarmi in una conversazione, scelse un altro modo per divertirsi. Ora penso che, se avessi capito la vera natura del grido d'aiuto di Pierre e la natura del nemico che avrei dovuto fronteggiare, non avrei mai lasciato gli Stati Uniti. Sono un tipo sedentario, non uso alla violenza, una persona dedita ai libri, ed ero stato felice di vivere quella vita tranquilla. In precedenza, i miei divertimenti erano derivati solo dalle ricerche nelle biblioteche, in modo passivo, ma sufficiente a soddisfarmi. Qualcuno potrebbe considerarmi noioso, ma non possiamo essere tutti sportivi e violenti. In verità, non avevo idea che, nel trovarmi di fronte a quell'ometto sgradevole, stessi non solo mettendo in un grave pericolo il mio corpo, ma soprattutto la mia anima. Continuai a leggere il mio giornale, ma non potei fare a meno di notare che la donna era estremamente irrequieta. Mi lanciava continue occhiate, come potevo capire dai movimenti della sua testa, sebbene il velo pesante le nascondesse il volto. Era ovvio che lei e l'ometto erano compagni di viaggio, ma ebbi l'impressione che non fosse l'amicizia ad unirli. Lui le tenne un rapido monologo nell'orecchio, avvicinandosi mentre la donna si ritraeva, e guardando spesso nella mia direzione. Non riuscii a capire molto di quello che diceva, tranne che sembrava la stesse spingendo a fare qualcosa che lei rifiutava di fare. La donna non rispose e, quando
abbassai il giornale con l'intenzione di esprimere le mie rimostranze, un cenno quasi impercettibile della sua mano mi avvertì che la cosa non mi riguardava. Ripresi la lettura e seguii con attenzione le azioni dell'ometto. Quando vidi che era ormai schiacciata contro la parete dello scomparto, mi parve necessario intervenire. Posai il quotidiano, mi alzai, mi chinai cortesemente, per quanto me lo consentissero le oscillazioni della vettura, e chiesi in tono educato: «Quest'uomo vi sta disturbando, Madame?». «No, Monsieur», disse a bassa voce. «È mio fratello.» Il suo tormentatore saltò su, giallo di rabbia. «Fratello di una femmina? Io? Tu menti, sfacciata, e me la pagherai!» Quindi la colpì sulla bocca con la mano aperta. Poi si rivolse a me e cominciò: «Signore, vi sarei grato se badate ai fatti vostri. Il vostro momento arriverà abbastanza presto...». Con un vigore che mi sorprese, lo colpii nello stesso modo, ma con la mano stretta a pugno. Mi aspettavo che l'ometto cadesse. La donna gridò. Lui rise, ma non barcollò. Con una forza sorprendente per una persona dalla complessione così fragile, mi afferrò la gola. Ricordò che notai con distacco come le sue dita potenti fossero estremamente calde, quasi brucianti. La mia bocca si aprì, ne uscì la lingua. Lampi di luce mi fiammeggiarono davanti agli occhi. Capii di essermi scontrato con una forza maggiore della mia, ma la mente umana è così strana che, in quel momento di estremo pericolo, mi chiesi quale insolito metabolismo avesse quell'uomo. Raccolsi tutte le mie forze e colpii ripetutamente, ma i miei pugni non erano niente contro quell'avversario mortale. Quell'ometto, che avrebbe potuto facilmente stare in piedi al di sotto del mio braccio teso, stava per uccidermi! Barcollai ciecamente attraverso la carrozza e, lottando per respirare, andai a sbattere contro la parete. Dovevo avere il volto nero, e nelle orecchie mi scorrevano cascate d'acqua. Attraverso la nebbia scura vidi i suoi occhi accendersi di bagliori rossastri. Ghignò. Ormai non avevo più forza. Allora, vidi la donna avvicinarsi a noi, sentii dell'aria fredda colpirmi il volto quando la porta si spalancò, mi accorsi che tirava le mani che mi stavano strangolando e, ad un tratto, il mio strano nemico lasciò la presa. Con le ultime forze, mi afferrai a un corrimano, e scagliai tutto il peso delle mie mani sulla sua faccia mentre lui si protendeva verso di me. Sentii i suoi denti affondarmi nel polso. Poi cadde all'indietro attraverso la porta aperta e colpì il terreno, dove rimbalzò una volta e giacque mentre il treno procedeva barcollando.
La donna mi afferrò gli avambracci, singhiozzò, sollevò il velo e, apparentemente con grande sforzo, mi guardò negli occhi. Le labbra le si schiusero. Aveva un'espressione d'attesa, come se pensasse che io la dovessi riconoscere, ma il suo volto, segnato dalle rughe, mi era del tutto sconosciuto. Si abbandonò sul sedile, si coprì il volto con le mani e allora mi accorsi che piangeva. Mi sedetti accanto a lei e le toccai una spalla. «Madame, non piangete, ve ne prego. Volevo solo difendervi. Certamente non avevo intenzione di creare una situazione così incresciosa. Non avrei mai interferito se avessi pensato che questo non era il vostro desiderio. Fermerò il treno, in modo che si possa cercare il vostro compagno di viaggio.» E allungai una mano verso il freno d'emergenza. Con una forza terribile, mi tirò di nuovo a sedere, e mi trattenne. «Fermare il treno? Piuttosto pregate che non si fermi mai, e pregate per tutti gli Dèi che conoscete che lui sia morto o moribondo. Non è per questo che piango. Non mi riconoscete, cher Monsieur? Un tempo non vi ero sconosciuta!» Si tirò la pelle flaccida sulle tempie. Le rughe le si spianarono un poco. Il mio silenzio ebbe il valore di una risposta. Si girò, cominciò a battere sul finestrino con le dita guantate, poi affondò la testa tra le mie braccia e scoppiò in un pianto dirotto. Tra i singhiozzi, si sentivano parole rotte dal pianto. «Vecchia! Vecchia! Ed ero tanto giovane! Quanto sono orribile! Quanto sono cambiata! Ho solo ventisette anni e sembra che ne abbia cento. Un tempo mi conoscevate bene, Monsieur Grant e io... vi adoravo: ero molto giovane e voi eravate gentile con quella ragazzina che vi serviva. Avete dimenticato Regina Noël che serviva ai tavoli al Blue Falcon?» «Regina!», ansimai, scrutando quel volto sciupato. Avevo veramente conosciuto la cameriera graziosa e impertinente, pronta al riso e allegra quanto uno scoiattolino, ma era accaduto dieci anni prima. Una fanciulla dalla fragile bellezza non diventa una vecchia stanca nel giro di un decennio. «Impossibile! Non c'è nessuna somiglianza.» Cadde il silenzio. Il treno continuò a sferragliare, divorando chilometri e chilometri. Lei alzò la testa di scatto, con fare provocatorio, adirata. «Sì, ero Regina! Ora non so chi sono, tranne il fatto che sono schiava di un Demonio.»
«Un Demonio?» Le mie labbra formarono quella parola, ma non ne uscì alcun suono. «Quello che avete visto! Lui... Il Nero! Il Nemico, si definisce lui stesso. Non capite che era un complotto per uccidervi? Speravo che avreste ucciso me. È un miracolo che siate riuscito a sfuggirgli. Aveva programmato quell'incidente per mesi in modo da farvi cadere in suo potere. Voi avete, per caso, distrutto i suoi piani al primo scontro. Ma non durerà a lungo. Lui mi possiede e presto possiederà voi. Sento che ci sta seguendo!» «Calmatevi. Quell'uomo è morto. Non vi darà più fastidio.» Riprese a piangere. «Non capite, vero? È il vostro terribile destino a spaventarmi. Vi ha attirato fin qui per raggiungere i suoi scopi... e voi mi parlate dei miei problemi.» «No», dissi, con un braccio intorno alle sue spalle, «non capisco. Io sono venuto dopo aver ricevuto una lettera dal mio amico Pierre, in cui mi chiedeva aiuto.» Si girò a guardarmi con aria mesta. «Ho scritto io quel messaggio. Riuscite ad immaginare chi mi ha costretto?» Un altro attacco di singhiozzi scosse il suo fragile corpo. La strinsi a me, e lei non oppose resistenza. «Parlatemene, Regina. Vi aiuterò. Come è accaduto tutto questo?» «Solo Dio ci può aiutare, ora.» La sua voce era la desolazione stessa. «Siamo perduti, ma vi racconterò tutto. Cominciò poco dopo la vostra partenza, dieci anni fa. Pierre era così buono con me!» Soffocò un singhiozzo. «Non potevo sopportare di vederlo indebolirsi, e non tolleravo il modo in cui ciò stava accadendo. Oh, Maria, Madre Dolorosa, abbi misericordia e proteggi noi peccatori dai poteri del Cane Nero! Tre anni lo vedemmo lentamente deperire, quell'uomo nobile, coraggioso! Poi, una notte, mi chiamò: mi aveva sempre considerato come una figlia, ricordate?» Io annuii. «Era andato deperendo costantemente. Per un certo periodo rifiutò di dormire nel suo letto: dormiva nella sua vecchia poltrona accanto al camino. Sentiva sempre freddo, e negli ultimi tempi era molto pallido. Il cuore mi sanguinava a vederlo! Quella notte mi chiamò e io andai.
"Regina, questa notte morirò. Lo sento. Ma, prima di lasciarti, ho da dirti qualcosa. C'è un libro in uno dei cassetti del cassettone. Portamelo." Feci quanto mi aveva detto. Lo ricordate? Quel libro rilegato in pelle, con quattro pagine di legno? Quello che aveva appeso un frammento di catena?» «Certamente, che me lo ricordo. È il libro da cui ho copiato la storia che in seguito ho pubblicato per una rivista.» Si liberò dalla mia stretta, aveva gli occhi spalancati per la paura e l'orrore. «Voi avete pubblicato... quella storia? Monsieur Grant, non c'è da stupirsi che Lui vi voglia catturare!» «Ditemi di Pierre.» Con grande sforzo si controllò e continuò. «"Regina", disse, "non devi leggerlo. Potrebbe arrecarti dolore. Guarda attentamente e capirai il perché." Sollevò la debole mano alla gota e ne tolse una benda. "Guarda da vicino, ragazza mia", ripeté con un bisbiglio, come se temesse di essere udito da qualcuno. "Che cosa vedi?" "Due piccole ferite", risposi. "Vi siete tagliato mentre vi radevate?" "No, cara", replicò, sorridendo come se gli costasse fatica, "sii coraggiosa e non temere per me. Tu mi sei cara e io non posso fidarmi di nessun altro, nemmeno di un sacerdote. Chi mi può credere, se non tu che ti sei presa cura di me con tanta dedizione e affetto? Sono perseguitato da un Dèmone. Questo è il segno di un Vampiro." In qualche modo, non ero veramente spaventata. Non penso che il significato delle sue parole mi fosse chiaro. Ma lui continuò: "Stanotte morirò. Lo sento con chiarezza. Non piangere per me, cara: sono vecchio, e ho vissuto abbastanza. Morirò ma, dopo che sarò morto", la sua voce severa mi fece rabbrividire, "ti imploro: segui le mie istruzioni alla lettera! Io sono il discendente di un uomo sfortunato che, quattrocento anni fa, divenne un Lupo Mannaro. Mentre progettava di ribellarsi al suo crudele Signore, fu tradito, e la sua mente venne imprigionata. Mentre era stregato da quell'incantesimo, in lui avvenne una trasformazione. Come avvertimento agli altri membri del branco, fu costretto ad uccidere la moglie. Fortunatamente - o sfortunatamente per me - la sua figlioletta fu salvata, e in seguito tutti i Lupi Mannari vennero catturati e uccisi: tutti tranne il capo. La ragazzina crebbe, si sposò ed ebbe dei figli: tutti maschi. Questi, quando appresero la loro temibile eredità, si sparsero in tutto il mondo,
perché su tutti loro gravava una maledizione. Fino ai nostri giorni, viene scelto un membro di ogni generazione e viene preso dal Signore come pagamento per il tradimento del mio antenato. Così, di quella famiglia, gli unici discendenti siamo io e un altro uomo, il mio buon amico, Monsieur Grant, che vive nel New England, in America. Te lo ricordi?" Io annuii, ma non parlai», mormorò Regina. «Amavo il vecchio Pierre. Era come un padre per me. Non potevo credere a quello che stava dicendo, eppure non riuscivo a parlare. Che cosa avrei potuto fare per confortarlo? "Di' al mio amico che sono morto, ma non dirgli nient'altro, altrimenti cadrebbe in potere del mostro, venendo qui. Non potrebbe aiutarmi. Né potrebbe vendicarmi. Parlo, per così dire, già dalla tomba. Ora sto per chiederti di fare una cosa spaventosa per una ragazzina. Eppure sono certo che tu sarai coraggiosa." "Cercherò di fare qualsiasi cosa sia necessaria", dissi. Lo vedevo appena, e i miei occhi erano pieni di lacrime. "Lo so. So che lo farai. Monsieur Grant sa qualcosa di questa storia, ma ancora non sa di essere colpito dalla Maledizione. Non sa di essere mio parente. Ho dei documenti da mandargli, con nomi, statistiche importanti, che lo stupiranno. Forse ne rimarrà terrorizzato, ma almeno starà in guardia. È uno scrittore, cosa che io non sono. Può ricostruire la vita di coloro che hanno vissuto prima di noi. Può raccontare le loro storie meglio di me. È suo dovere farlo! Chi altri può mettere il mondo in guardia? L'umanità è indifesa davanti a quel Dèmone." Pierre andò a uno scrittoio e ne trasse una pesante busta sigillata, che portava già l'indirizzo e i francobolli. "Va' subito", disse. "Per prima cosa, spedisci questa lettera, poi va' dal sacerdote e portalo qui. Quando tornerai, sarò morto. Devi dire al sacerdote tutto quello che ti ho detto, sotto il vincolo della segretezza. A meno che egli non esegua determinati atti, io diventerò un Vampiro dopo la morte, e vivrò di nuovo. Sarò un mostro. Tu e il sacerdote dovete aprire la tomba prima della mezzanotte dello stesso giorno in cui sarò stato sepolto. Voi due soli dovete segarmi la testa dal corpo e riempirmi la bocca, le narici e le orecchie di aglio. Su ogni occhio mettete una croce d'argento e trapassatemi il cuore con uno spillone d'argento.
Poi rimettete tutto nella tomba, riempitela di terra, e su di essa versate acqua e aceto bollenti. Se lo farete, il buon Dio vi benedirà come vi benedirò io, ma se mancherete di farlo... ah, piccola mia, io ti perdonerò, ma temo che anche tu sarai in pericolo mortale!" Presi la lettera, ma - Dio e il vecchio Pierre forse mi perdoneranno - io non sarò mai capace di perdonarmi! Invece di spedire subito la lettera, andai prima dal sacerdote. Non era in casa. Avevo il terribile presentimento che fosse accaduto qualcosa di brutto. Ritornai alla locanda, invece di andare al villaggio. Quando entrai nella stanza, scoprii che Pierre aveva capito tutto meglio di me. Era veramente morto, come aveva predetto. C'era un'altra persona nella stanza seduta sul bordo del letto. Non spedii mai la lettera. È ancora nella locanda, di nuovo nello scrittoio. Se sopravviveremo a tutto questo, forse non sarà troppo tardi perché voi facciate quello che Pierre voleva. Ma credo che nessuno di noi due sopravviverà. So che per me è troppo tardi. Io sono perduta! Ho sbagliato e sono una schiava. Oh, il mostro mi promise grandi cose; "Regina! Regina di nome, e Regina sarai di fatto su molti sudditi fedeli che io ti procurerò." Dio misericordioso», gridò la donna, balzando in piedi. «Guardatemi: questa è la faccia di una Regina?» La feci risedere accanto a me. «Andate avanti», dissi con voce rauca. «La locanda venne chiusa dopo il funerale e non è stata mai più riaperta. Il Signore vi abita insieme a un'altra persona, e la gente considera quel posto stregato. Monsieur Grant, lui è alle nostre spalle. Sono sicura che non è morto. Forse è ferito, ma ha delle risorse a cui non credereste. Oggi l'Inferno è libero e ci sono poche speranze. Forse, se riusciste a prendere quella lettera, a ritornare in qualche modo in America, e riusciste a pubblicare quello che scoprirete, potreste avvertire l'umanità del pericolo mortale in cui versa. Avete già provato una volta, e il vostro scritto è stato preso per un'opera di fantasia. Questa volta, dovete convincere la gente che è la verità. So che lui vuole la vostra morte, ma sarà una morte vivente! Ha giurato di dare inizio con voi a un branco di Dèmoni, e di aggiungervi continuamente altre persone, finché tutta la Francia non sarà in suo potere.
Quel cablogramma l'ha dettato lui. L'ho spedito dietro suo ordine. Ora sapete tutto. Se potete scappare, fatelo, e non pensate più alla povera Regina!» Era pallida ed esangue. Stavo per parlare, quando a un tratto lei sussurrò: «Ssstt! Avete sentito?». Non avevo sentito niente, tranne i rumori del treno, e stavo per dirlo, quando lei fece un gesto impaziente per zittirmi. Aprì la porta e insieme guardammo indietro. Non vidi niente d'insolito. Regina disse: «Sento che sta arrivando. Siete armato?». E poi: «Troppo tardi, troppo tardi!», aggiunse, indicando un punto. Lungo i binari, dietro di noi, qualcosa svolazzava intorno al treno. Aveva la forma di un pipistrello, ma un pipistrello di quelle dimensioni spaventose non si era mai visto da quando l'uomo si è tirato fuori dal fango e ha cominciato a respirare l'aria con i polmoni. Arrivò rapidamente su di noi, superò il treno in corsa, poi si librò in volo al di sopra degli alberi, delle case e dei fili. Discese di nuovo in una scivolata, quindi si tuffò velocemente verso la pianura. Continuava a crescere, mentre volava lungo i campi già superati. Ben presto volò parallelo al treno, oltrepassò la nostra carrozza e svolazzò verso la testa del convoglio. «Che i santi proteggano il macchinista!», sussurrò la giovane donna, la bocca spalancata per l'orrore. Il treno, nel percorrere una curva, si piegò a semicerchio, e dal punto in cui eravamo vedemmo la creatura tuffarsi verso i finestrini di ogni vagone, restare immobile per un attimo, poi volare verso la carrozza successiva. Sapevamo che cosa cercava. Non ebbi bisogno di sentire la voce tremante di Regina dire: «E lui!» per sapere chi cercava il mostro. Il treno si raddrizzò. Non potevamo più vedere avanti, ma nel vento ci arrivavano trilli acuti, quasi troppo alti per essere uditi. Le strida, dolci, acute e penetranti, arrivavano sempre più forti e più vicine. Alla fine fummo scorti. Sentii il calore del corpo della donna tremare contro di me. Nella mia stretta protettiva, il suo corpo si irrigidì. La carrozza oscillò e allora pensai che fosse a causa del potente battito delle ali, che erano ormai parallele alla nostra vettura. Avevo visto il pipistrello di Giava, l'esemplare più grosso di tutte le specie note. In qualche modo, il nostro inseguitore gli somigliava. Aveva il
muso appuntito, e non aveva quel naso allungato e schiacciato, tipico dei pipistrelli comuni, perciò, da questo punto di vista, non sembrava tanto alieno. Ma le sue dimensioni! E il rosso fiammeggiante delle narici raggrinzite, mentre fischiava e sibilava per la rabbia! La velocità del suo passaggio mi fece comprendere che eravamo alla sua mercé, protetti per il momento solo dalle pareti della vettura. Immaginate il vostro incubo più spaventoso. Chiudete gli occhi! Siete inseguiti da una creatura volante con un corpo di circa due metri, priva di pelo in alcuni punti, ferita e selvaggia, considerate le contusioni e un lungo squarcio sanguinante. La gran parte del suo corpo è coperta di un pelo marrone, rognoso e sporco, che sfuma in un grigio cenere sul ventre. Il fango incrostato sul pelo opaco non ancora secco, la fa sembrare più spaventosa. Non vi potete muovere. Siete raggelati, guardate, aspettate il balzo! Osservate quelle ali lunghe tre metri colpire l'aria mentre il treno e il terrore corrono fianco a fianco. Ma per noi non era un sogno. Noi non potevamo risvegliarci. Eravamo inermi e terrorizzati. Il treno lanciò un fischio perché ci approssimavamo a un passaggio a livello. Come se si fosse spaventata per quel rumore, la creatura voltò la testa verso di noi, continuando a volare. Immaginate la testa di un pipistrello della misura di una piccola tinozza. Quelle erano le dimensioni della sua testa. Immaginate, se ci riuscite, una bocca, ornata di lunghe setole nere, che faceva smorfie e mormorava parole incomprensibili contro di noi, scoprendo zanne curve e bianche. E, orribili sopra ogni altra cosa, costituiti solo dalle pupille, nelle quali ci riflettevamo come in specchi di ambra nera e lucida. Quegli occhi erano completamente malvagi. Vi si celava una promessa inesprimibile a cui non osavo nemmeno pensare. Ebbi una strana idea. Quel pipistrello era finito all'Inferno contro la propria volontà. Torturato, perduto, folle - un orrore soprannaturale velava i suoi occhi - immagino le cose che doveva avere visto, volando in quegli Inferi cupi, preso tra fumi soffocanti, ustionato e bruciato da fiamme livide. Ma un giorno era riuscito a volare verso l'aria aperta e pura, di nuovo libero, ma con dei ricordi che niente poteva cancellare! Fu un attimo di lucidità e di intuizione. Solo molto più tardi capii quanto fossi arrivato vicino alla verità. Il fischio stridette di nuovo. Ruppe l'incantesimo che ci aveva irrigiditi.
In risposta, arrivò dall'esterno un lamento aspro. A un tratto la bestia alata si alzò a candela, facendoci ombra con le sue ali nervate e senza piume. L'oscurità piombò verso di noi. Quando entrammo nel tunnel, vidi la creatura alzarsi quasi perpendicolarmente per superare la collina che stavamo attraversando. Scoprimmo che potevamo muoverci. Tirai un lungo sospiro di sollievo. Regina si lasciò cadere, semisvenuta, sul sedile. Io mi sporsi su di lei per tenerla ferma e aprii la mia borsa da viaggio. Indumenti volarono per tutto lo scompartimento, mentre cercavo l'automatica che di solito portavo con me quando viaggiavo. Quando finalmente sentii il freddo metallo della canna, uscimmo alla luce. Era il tramonto. Il sole, rosso cupo, era tagliato a metà dalla cima della collina che avevamo attraversato. Contro la sua luce abbagliante si stagliava una macchia nera che volava, simile a una falena carbonizzata. Aspettammo. Ben presto vedemmo il nostro inseguitore vicino alla carrozza. Un'ala gigantesca grattò contro il vetro del finestrino. Mentre le sue ali si aprivano di nuovo in tutta la loro estensione per un altro colpo e il corpo repellente era tutto scoperto, scaricai sei pallottole nel punto dove l'ala e il tronco si congiungevano. Alla musica del tintinnio dei vetri e delle strida di dolore, il pipistrello danzò, si alzò, cadde, fece qualche capriola, poi finì a terra in un ammasso confuso di membrane coriacee. Il treno continuò a correre. La strinsi in un abbraccio di gioia. «Se n'è andato! Il Signore è morto!», gridai. «Nessuno potrà mai dirlo. Non lo si può uccidere. Eccolo!» Ritrasse il capo dal vetro rotto. Ora il suo viso aveva perso completamente il colore ed era grigio e stanco. Guardai indietro e sentii il sangue ritrarmisi dalle guance. Un orrore gelido mi pervase e la pelle d'oca mi fece formicolare collo e braccia. In lontananza, dietro di noi, sobbalzava una figura nera, simile a un grande cane sgraziato. Correva zoppicando, ma ci inseguiva a una velocità spaventosa. Correva sui campi arati, scompariva alla nostra vista e poi riappariva ogniqualvolta lo distanziavamo. Si avvicinava alla velocità di una rondine. Poi il sole tramontò. La notte si addensava su di noi quando scendemmo dal treno. Avevo pensato di proseguire il viaggio, visto che Pierre era ormai morto, ma que-
gli avvenimenti avevano destato in me una rabbia tale che sognavo di vendicarlo in qualche modo. Come mi aspettassi di farlo, non ne avevo la minima idea. Mi ero scontrato con il Signore una volta e avevo avuto la meglio. Ma ero sicuro che, se aveva fatto tanto per farmi arrivare fino in Francia, ci saremmo sicuramente incontrati di nuovo, non importava cosa facessi per sfuggirgli. Meno ancora riuscivo a immaginare da che cosa ci saremmo dovuti guardare. Quel poco che avevo letto nei libri antichi, e che avevo visto, mi diceva che il pericolo poteva apparire sotto qualsiasi forma. Ci affrettammo in direzione della locanda. Se dovevo lottare con le Forze del Male quella notte, era meglio su un terreno familiare che altrove. Il cammino fino al villaggio era lungo e, come ho già detto, la locanda si trovava a metà strada. Ad un tratto Regina si fermò. Le sue dita affondarono nel mio braccio. «Ascoltate», sussurrò. «Sentite? Sta arrivando, ed è vicino!» Sulle prime non udii nulla, poi mi arrivò un lieve scalpiccio di piedi proveniente dall'altra parte della siepe, che fiancheggiava il lato sinistro della strada. Non vedevo con chiarezza in quella penombra. Qualcosa ci guardava attraverso la siepe: una forma grande e rigonfia era al di là dei cespugli. Le mie letture mi avevano fornito qualche nozione. Non sono particolarmente coraggioso, ma mi sentivo armato delle mie conoscenze. Raccolsi due bastoncini di legno e, mentre Regina si accucciava dietro di me, li incrociai e avanzai con decisione verso il nostro indistinto inseguitore. «Oh, Vampiro! Lupo Mannaro! Cane dell'Inferno!», gridai. «Guarda questo Simbolo di Santità e trema! Guarda questa croce! Ecco il Signore, il nostro Dio, che soffrì per noi sulla Croce! Ti scongiuro in nome del Cristo Bianco di svanire e non turbare più questo paese.» Confesso di non capire che cosa accadde poi. L'incantesimo, così affermano i testi arcani, è una formula sicura e non ha mai mancato di funzionare in tutti i casi in cui è stato usato. Ma in quel caso, non funzionò. La bestia si lanciò contro di me. Ma di che cosa era fatta quella siepe? Non lo seppi mai, però era d'ostacolo alla creatura, che rimbalzò con un ululato di rabbia e di frustrazione. In quel momento ebbi paura. Eppure ero grato ai miei libri, perché ora sapevo che non poteva oltrepassare la siepe. Ricordai che questa continuava per tutta la strada, quasi fino al villaggio. Il nostro persecutore era dal lato sbagliato, ma potevano esserci delle aperture. Ce n'era qualcuna prima che potessimo raggiungere un qualche rifugio sicuro? Durante la mia ulti-
ma visita, non c'erano case prima della locanda. Ora ce n'erano? Qualcuno ci avrebbe fatto entrare, sempre che ce ne fosse stato il tempo? Ci affrettammo a proseguire. Forse avevo fatto qualche errore nel pronunciare l'esorcismo. Forse il Signore, perché non poteva essere altri che lui, era protetto contro gli Incantesimi Minori. In questo caso, eravamo privi di difesa. La mia speranza era di tentare di arrivare oltre la locanda, di raggiungere il villaggio, e trovare il sacerdote locale. Nella sua casa saremmo stati sicuri per la notte. Poi, l'indomani, alla luce del giorno, mi sarei procurato i poteri degli uomini santi contro quel figlio dell'Inferno e lo avrei rispedito da dov'era venuto. Quando cominciammo a vedere le luci davanti a noi, frugai freneticamente la mia memoria alla ricerca di altri esorcismi. Decisi di provarne uno che i libri ritenevano fosse molto efficace. Mi fermai ancora una volta. Regina mi tirò per un braccio. La allontanai, mi girai verso la siepe dietro la quale si scorgeva la forma scura e tracciai in aria il Segno della Croce. Poi dissi a voce alta: «Ti esorcizzo, spirito impuro, nel nome di Gesù Cristo. Trema, o Satana, nemico della fede, nemico del genere umano, tu che hai portato la morte del mondo, che hai privato gli uomini della vita, e ti sei ribellato contro la giustizia! Corruttore del genere umano, fonte del male, origine dell'avarizia, della discordia e dell'invidia, scompari per sempre!». Un grido di Regina e il fragore della creatura che si lanciava contro la siepe, furono i soli risultati. Ma non riuscì a penetrare la nostra unica protezione. Allora compresi che il potere che lottava contro di noi era così antico e malvagio, così innaturale e alieno, che solo una magia antica come lui poteva vincerlo. Naturalmente allora non avevo alcun sospetto dell'identità del Signore, e non lo ebbi per molto tempo. Solo quando le mie ricerche mi portarono alla scoperta dei manoscritti, da cui sono state tratte le due storie del Mago Guntius e del suo sfortunato cugino, capii veramente che cosa avevo incontrato quella notte e che cos'altro avevo visto in quel luogo. In un certo qual modo, è un caso fortuito che Guntius avesse seppellito quei manoscritti nel suo laboratorio segreto del Castello dello Stregone. Se il castello non fosse stato abbattuto, e ogni pietra non fosse stata segnata, numerata e spedita nel Texas occidentale perché il Castello fosse ricostrui-
to, non si sarebbe mai saputo che il Signore non era né un abitante di questo mondo né dei reami dell'Occulto. Ma era reale, i suoi poteri erano letali! Le sue trasformazioni erano temibili quanto quelle di qualsiasi Dèmone della mitologia, sia che derivassero dalla magia, sia che fossero originate da una scienza a noi incomprensibile. Il pericolo era grave, e noi ci affrettavamo avanti. Camminavamo lungo una strada fangosa, scivolando nel letame di quel viottolo non asfaltato e molto battuto. Sentivo come sottofondo ai nostri rumorosi tonfi, tre passi e una pausa. Era uno zoppichio dal ritmo costante che manteneva il nostro passo dall'altra parte della siepe. Un uggiolio soffocato che aveva un tono di desiderio frustrato, fece quasi svenire la mia compagna, che divenne un peso morto su di me. Sorreggendola, la spinsi ad andare avanti perché ci trovavamo in una situazione pericolosa. Lei non poteva o non voleva muoversi. Infine, quando mi parve caduta in uno stato d'incoscienza, l'afferrai per le spalle. La scossi con violenza, e allora lei parlò. Rispose debolmente, piano, alle mie implorazioni. Diceva una parola alla volta: «Non restate! Allontanatevi da me! Qualcosa... non so che cosa... sta succedendo...». Poi, mentre era appoggiata a me, sentii il suo corpo tendersi in ogni muscolo. Lei balzò lontana, e le sue dita si allargarono come se cercasse di allontanare qualcosa dalla testa e dal cuore. «No! No! Ah-h, Signore... questo no!» E a me gridò: «Correte!». Poi cominciò a strapparsi di dosso la giacca e gli indumenti. Scorsi le sue spalle nivee e i seni sodi, che contraddicevano il volto rugoso, e allora capii! Corsi a tentoni nell'oscurità, pregando che più avanti ci fosse qualche luce. Mi ritornava ossessionante alla mente una frase folle, tremenda, della storia di Wladislaw Brenryk: «Quando il mio corpo si trasformava in quello del lupo, provavo tutto il terrore di una bestia selvaggia costretta nei vestiti di un uomo!». Dietro di me - grazie a Dio molto lontano - si alzò un gemito, un urlo lamentoso che aveva in sé trionfo e disperazione! Accanto a me non sentivo più nessun rumore proveniente dalla siepe, ma il silenzio era più spaventoso di quanto lo sarebbe stato un ringhio. Cominciai a correre, caddi, corsi di nuovo. Dov'era il Signore? Che cosa stava progettando? Quanto mi era vicino?
Quando le luci del villaggio divennero più visibili, capii che non le avrei mai raggiunte, perché, a grandi balzi, alle mie spalle stava arrivando qualcosa di bianco, delle dimensioni di un collie. Presi la pistola. Pur sapendo che cosa dovevo fare, non potei sopportare l'idea di fare fuoco direttamente su quella creatura. Uno sparo al di sopra della testa la fermò. Corsi, ma quella mi seguì. Mi girai di nuovo, ma la pistola era scarica e sparai a vuoto, solo per chiedere aiuto e per minacciare, mentre mi giravo e riprendevo a correre. Si muoveva con lentezza, mantenendo le distanze, poi, preso coraggio, cominciò ad accorciare la distanza tra noi. A un tratto riconobbi l'ambiente circostante. La locanda abbandonata era chiusa. Lanciai la mia automatica e la sentii cadere con un tonfo sulla creatura. Poi udii un guaito, un uggiolio e, mentre correvo verso l'edificio che si trovava ai bordi della strada, dei passi che correvano molto vicino a me. Pregai che la porta non fosse chiusa a chiave. Arrivai al gradino - la creatura ansimava alle mie calcagna - e, quando mi lanciai contro la porta, una seconda creatura caricò dall'altra direzione. Il Signore era corso avanti, aveva trovato un'apertura nella siepe e tutti e tre ci eravamo trovati contemporaneamente davanti alla porta! La porta si sfondò. Io venni gettato sul pavimento e le due bestie, poiché avevano urtato una contro l'altra, si bloccarono sulla soglia per un secondo. Dalla posizione supina in cui mi trovavo, spinsi entrambi i piedi contro la porta che oscillava, e quella si chiuse violentemente tra me e quelle mascelle bavose. Penso che mai, in tutta la mia vita, abbia udito un suono più gradito di quel benedetto scatto della serratura. Silenzio all'interno della locanda, silenzio e terrore! All'esterno c'erano le due belve a caccia di preda. Trattenni il respiro, ascoltai. Si sentiva lo strano ritmo della creatura ferita, tre passi raggruppati quindi una pausa, avvertita più che udita, e di nuovo tre passi. Una serie di scalpiccii delicati passarono come un vento avido e ansioso intorno all'edificio. Un guaito affamato che mi fermò il cuore, e poi fece tremare il mio corpo, quando divenne un ululato selvaggio. Intrecciati in quella trama di terrore, quei due stavano intessendo un altro filo. Vi fu quindi un tonfo pesante di piedi nudi che battevano, sordi e inanimati, sulla terra. Il respiro mi sibilò tra i denti. Lo trattenni finché delle onde rosse non mi annebbiarono gli occhi. Per qualche secondo non udii più quel nuovo rumore. Ma avvertivo, sebbene non sapessi spiegare il perché, che quell'essere era al di là delle passioni umane, che le armi che gli
uomini usano l'uno contro l'altro, non avrebbero sconfitto quel nemico. Perché un nemico lo era di certo. Sospettavo, anzi ero quasi sicuro, di sapere che cosa fosse a camminare come un automa intorno alla locanda in una sarabanda mortale. Non c'era elettricità nella locanda, come non ce n'era nel piccolo villaggio. Pierre si era sempre affidato alle lampade a petrolio e alle candele. Alla luce di un fiammifero, frugai nelle stanze sventrate, da cui era stata rubata ogni cosa di valore. Puzzavano, perché vi si erano rifugiati degli animali. Cercai di respingere quell'idea in un angolo della mente. Sapevo bene che cosa vi aveva trovato riparo dalla luce del sole. Quanto desiderai che un miracolo spazzasse via la notte e così potessi vedere sorgere il sole che apportava salvezza. Ma la notte era appena cominciata. Per proteggermi con la luce, come un ponte che arrivasse fino al mattino, trovai quattro mozziconi di candele, il più lungo dei quali non superava i cinque centimetri, e una piccola lampada piena a metà di petrolio. Eppure mi sentii più a mio agio una volta che un paio di candele furono accese. Sapevo di non essere in condizioni normali. Ero solo una massa tremante di nervi, che fremeva e sussultava al suono dei passi che camminavano all'esterno. Esaminai i chiavistelli delle porte e delle finestre. I vetri non c'erano più, ma i pesanti scuri di legno erano al loro posto ed erano sbarrati. Nauseato dal pesante lezzo, mentre i miei piedi calpestavano le foglie secche sparse sul pavimento, continuai le mie ricerche. La porta sul retro era marcia, e la serratura arrugginita. Ovviamente, le creature erano sempre entrate dalla porta principale. Visto che non poteva essere aperta dalle zampe di animali, quali essi erano ora, presto ci avrebbe provato qualcuno con sembianze umane? O forse l'altra cosa che camminava su due gambe, in loro compagnia? Con una forza che in seguito mi sorprese, strappai una breve sezione del pavimento d'assi, l'assicurai bene contro quella porta, e mi sentii sollevato. Un altro pezzo del pavimento mi fornì un randello. Non avevo armi in quella situazione disperata, e non mi illudevo che quella sarebbe servita a qualcosa. Mi consolavo con il pensiero che ero meglio preparato ad affrontare i miei nemici di quanto lo fosse stato l'ungherese Brenryk. Non ero forse armato della conoscenza di secoli? Ma i miei esorcismi avevano fallito nel momento del bisogno. Un sapere più antico e più potente poteva ancora prevalere. Ero certo di essere al sicuro finché durava la luce, anche se fio-
ca. È scritto nell'antico inno persiano a Ormuzd (Spirito Puro di Luce) che dice: Coloro che seguono Ahriman Lo temeranno! Coloro che camminano con me Con il mio potere lo conquisteranno! Anche i ghoul e i rakshasa hanno paura della luce! Non pensavo che quelle creature fossero da meno. Aspettavo l'alba mentre le candele ondeggiavano, sebbene l'aria fosse immobile. C'erano rumori continui. Alcuni sembravano di origine malvagia, altri sembravano innocenti. L'edificio era pieno di scricchiolii e piccoli rumori, che un orecchio ansioso poteva interpretare come suoni provenienti da creature pronte a balzare, ma che poi si rivelavano del tutto naturali. Il mio cuore si fermò. Cadde polvere dall'intonaco scrostato del soffitto! Contemporaneamente al rumore di qualcuno che camminava al piano superiore, si sentì uno schianto potente quando la porta fradicia, divelta dai cardini, si abbatté rumorosamente sul pavimento della locanda. Sulle assi frantumate, avanzò zoppicando una bestia nera. E, dietro di essa, un bruto grosso e goffo, dalle sembianze umane ma privo di espressione e sgraziato, attraversò con movimenti legnosi la soglia. La creatura scura e pelosa si avvicinò con un balzo incerto ma, quando entrò nel cerchio della luce, arretrò e lanciò un grido gutturale. Tentò ancora di avanzare, ma mi accorsi che ogni movimento le procurava dolore. Mentre la bestia si avvicinava, si mosse anche l'uomo che le era alle spalle, con gli occhi fissi in una sorta di ottusa adorazione del Signore. Accesi frettolosamente le altre due candele e avvicinai una delle fiamme al lucignolo della lampada. Il Signore rallentò e si fermò man mano che la luce aumentava e diventava ferma. Sembrava che nessuno dei due osasse avanzare, perché anche il nuovo venuto si bloccò. Insieme, indietreggiarono verso il riparo della notte. Ero stanco mentalmente e fisicamente. In quella faccia gonfia, maligna, brutalizzata dai vizi peggiori e segnata dal marchio di una corruzione a malapena tenuta a bada da una forza empia che non riuscivo nemmeno ad immaginare, riconobbi l'uomo che era stato uno dei miei migliori amici: Pierre Garnier, un morto vivente! Arretrai, quindi mi avvicinai alle luci, attento a non gettare ombra sui
miei nemici. Indietreggiai ancora... e urtai contro un corpo caldo e soffice che stava dietro di me. Si mosse, e il cuore mi si fermò. Mi girai di scatto, pronto a lottare per la mia vita. Regina mi guardò coraggiosamente. Era avvolta in una delle pesanti tende delle stanze del piano superiore. I suoi occhi imploravano protezione, ma erano limpidi e umani nella loro espressione supplichevole. Le presi una mano e insieme affrontammo il nostro comune nemico. Il vento che entrava dalla porta aperta fece oscillare la fiamma delle candele. Non osammo tentare di respingere le creature. Potevo solo pregare che le luci non venissero a mancare, mentre la Vita e la Morte giocavano una partita sulle pareti, con le ombre come pedine e due anime umane come posta! Era una scena che il pennello potrebbe descrivere meglio della penna. Un pennello tenuto da Brueghel o Kley; forse un Angarola o un Sime con una punta d'acciaio e acido, o Willy Pogany, usando entrambe le tecniche, avrebbero potuto catturare quel momento orrido, soprannaturale. Ma le parole non sono malleabili. La Magia Nera e quella Bianca erano venute alle prese in quella locanda abbandonata, quella notte. Luce e Ombra erano in guerra, e il prezzo per cui lottavano aspettava la fine della battaglia, senza avere il potere né di lottare né di scappare! Figure informi strisciavano sulle pareti, balzavano su di noi! Si ritiravano negli angoli con contorcimenti riluttanti. La notte sgorgava attraverso la porta aperta. Il buio e tutto il male antico, che gli uomini sanno si cela in esso, era acquattato appena oltre la soglia. Il Signore riprese le sue sembianze umane. Si contorse e rimodellò la sua figura. Il braccio sinistro gli pendeva flaccido al fianco. La spalla era un ammasso sanguinolento che si irrigidiva al vento freddo. Era nudo e nero, il suo corpo era nodoso e gonfio, il colorito non era naturale ma sembrava il risultato di una malattia o di una forza maligna che avesse torturato tutto il suo corpo e l'avesse sformato. Quando le candele oscillavano, orridi fantasmi si scontravano sul soffitto, e al loro inseguimento si lanciavano bandiere ondeggianti. Bandiere di Luce, intolleranti del Male, scacciavano quei laceri ospiti della Notte. Le piccole fiamme vacillavano violentemente, ma la lampada, protetta da un tubo di vetro, bruciava ferma e salda. Quando le ombre correvano sulle pareti, talvolta mi sembrava assumes-
sero forma umana: lottavano come se tentassero di rompere e spaccare la superficie piatta. Mi sembrava che da certe angolazioni quelle ombre fossero uomini e donne che ondeggiavano, si avvicinavano alla porta e la minacciavano con le braccia tese. Poi, una solida cortina di buio le copriva, e le spingeva verso di noi quando la fiamma delle candele diminuiva d'intensità. Trattenevamo il fiato finché gli stoppini non fiammeggiavano di nuovo. Notai che una candela era quasi finita. «Quando sarà spenta», pensai, «ci assaliranno? Le luci restanti saranno abbastanza forti da difenderci?» Bruciò più bassa e meno costante. Era rimasto solo un anello di cera. Poi lo stoppino cadde nella cera sciolta, e la fiamma si spense. Le ombre insorsero. Le due creature avanzarono di un passo: questo fu tutto. Per il momento non osavano venire più vicine, ma la luce si stava affievolendo in fretta. Le spire fameliche della notte sembravano saperlo. Ora coprivano più frequentemente le ombre che si contorcevano sulle pareti. Pensavo a cos'altro c'era da fare. Non potevamo scappare da nessun'altra parte, e non potevamo difenderci: non c'era nascondiglio dove loro non ci avrebbero raggiunti. Perciò, mentre le ombre saltellanti danzavano e si muovevano sulle pareti e gli spaventosi cacciatori sbirciavano, noi, con quanto più coraggio ci fosse possibile, aspettavamo. «Coraggio!», sussurrai a Regina. Lei sorrise e si sfiorò un livido sulla guancia che stava cominciando ad annerirsi. Pensai che doveva essere il segno lasciato dalla pallottola della mia pistola. Le lanciai uno sguardo di compassione, ma lei lo equivocò. «Non abbiate paura», disse. «Non può cambiarmi ora. Sto resistendo al suo potere, e lui sta cercando solo di farvi abbassare la guardia. Sento che altri ci stanno aiutando, ma voi dovete resistere alla sua influenza con tutta la forza. Possiamo ancora sfuggirgli, a meno che non vi sottomettiate. Allora vi chiamerà da lui, dovunque vi possa raggiungere.» Avvertii che una spossatezza crescente mi prendeva. Quanto desideravo riposare! «Sonno!», mi veniva ordinato. «È stupido contrapporsi a me! Riposa, e io ti darò il mondo come giocattolo! Vieni da me e ti darò il riposo!» Era una voce carezzevole, una richiesta insistente. Avanzai lentamente. Non avvertivo più la presenza di Regina. Un'altra candela si spense. Il mio nemico mi venne incontro. Improvvisamente, mani invisibili alzarono una barriera tra noi. Sebbene la spingessi ansiosamente, cercando di obbedire, e la terza fiamma si spegnesse, fui riportato con fermezza contro la parete. Le ombre mi trattenne-
ro. Quando guardai il Signore furioso per la rabbia, vidi che niente lo tratteneva dall'entrare, ma l'aria sembrava palpitare di vita nuova. Vita che esultava gioiosamente del piacere di esistere. Vita che pulsava per uno scopo definito che non poteva essere negato. Sono sicuro che anche Regina l'avvertisse. La sua faccia giovanevecchia si avvicinò alla mia. La baciai. Le misi un braccio intorno alla vita e la strinsi forte a me. Fianco a fianco aspettammo. La cosa che era stata Pierre fece scorrere la lingua rossa sulle zanne appuntite e ci guardò. Era evidente che non aveva paura. La sua faccia brutale non era illuminata dall'intelligenza. Su quei tratti erano scritti solo una crudeltà indicibile e un desiderio famelico. E quello era l'amico che avevo amato. Ma colui che. aveva apportato morte e distruzione a tante persone, che era l'incarnazione del Male, alla fine capì che cosa significava la paura. La sensazione di oppressione diminuì. Mi sentii libero di muovermi di nuovo e tornai a pensare lucidamente. Un peso soffocante era stato sollevato dal mio cranio. Allora, anche il muro lasciò la sua presa. Me ne allontanai di poco, mentre nella stanza la luce aumentava a dismisura. Corpuscoli di fiamma fredda e guizzante cominciarono a raggrupparsi. Si raccolsero nella stanza, scivolando attraverso gli scuri che sbarravano le finestre rotte e attraverso la porta aperta. Qualcuno sembrava uscire dallo stesso corpo del Signore. Capii con sicurezza che era così, quando ne vidi uno uscirgli lentamente dal petto. Egli si ritrasse. Il corpuscolo indugiò come se lo stesse esaminando con attenzione, quindi si riunì agli altri. Ora il Signore sembrava più alto e meno gonfio. Il suo colorito era più grigiastro che nero, e notai che il suo volto sembrava più severo che crudele. Mi ricordava il Lucifero di Doré, quando era appena stato scacciato dal Paradiso e non era ancora Signore dell'Inferno. Nella sua dannazione c'era la malvagità, ma c'era anche un certo orgoglio arrogante, un qualcosa di indefinibile che io ammiravo. Avevo paura dei miei stessi pensieri. I piccoli fuochi fatui continuavano a fluire dalle pareti, dal pavimento, dal soffitto e dal corpo del Signore. Ora era molto più magro e alto, e diritto... non era più nero, e nemmeno grigio. Stava diventando un uomo molto bello e, mentre guardavo e mi meravigliavo della trasformazione, cerchi di luce continuavano a raggiungermi. Mi stupii della loro quantità. «Che cosa possono essere, Regina?»
«Aspettate», rispose. La paura era scomparsa dalla sua voce. «Penso di saperlo.» Ora, intorno ad ogni nucleo di luce, si era formata una specie di foschia, come nebbia attorno a un lampione stradale. Poi la foschia si inspessì, si addensò, e cominciarono ad apparire dei corpi. I loro indumenti rappresentavano tutti i periodi della storia e tutti i paesi. È difficile esserne sicuri, ma penso che il primo, e il più vicino al Signore - come se fosse stato l'ultimo ad uscire - fosse un uomo abbigliato con una tunica babilonese, ornata di nappe e frange. Vicina a questi, c'era una donna anziana e bassa. Questi due, quando si solidificarono, afferrarono il Signore, ognuno per un braccio. Le loro dita sembravano fatte d'ombra, ma lui non poteva - o non tentava - di allontanarle. Si erse orgogliosamente, aspettando, mentre altri gli si affollavano intorno. La stanza non era grande, ma mi parve che le pareti si fossero allontanate a una distanza grandissima. Era come se una vasta armata di stranieri, che volevano il nostro bene, fosse venuta a liberarci. Noi eravamo al centro di quella folla amichevole. Fianco a fianco, accanto a un impetuoso cavaliere spagnolo, stava uno zingaro con un fazzoletto maculato, vestito di cuoio lucido e bottoni dorati. Più lontano, riconobbi un gladiatore romano che teneva la mano sulla spalla di un lanciere persiano, la cui armatura risaliva alle conquiste di Alessandro. Una vecchiaccia rugosa e orrenda, con il naso a uncino e i denti sporgenti e vacillanti, era sostenuta da un bonzo cinese. Vicino a loro, vidi i volti scuri degli orientali e le tuniche verdi dei Maomettani, che ritenevano sacro il colore verde. E sul petto di ciascuno, simile a un cuore fiammeggiante - o a un'anima vivente - splendeva cupamente il fuoco centrale. «È la rivolta degli schiavi», mormorò Regina, «questi sono coloro che hanno sofferto a causa della dominazione del Signore. Gli spiriti dei morti sono venuti a salvarci. Oh Dio, ti ringrazio! Ringraziate Iddio, Monsieur Grant! Siamo stati liberati!» «Forse», replicai. «Guarda! L'ultima candela si è consumata.» La situazione era statica. Nessuno si muoveva, mentre la candela sgocciolava. In quell'istante di indecisione fu come se il tempo si fermasse. Ebbi il tempo di pensare. Capii che cosa voleva dire Regina, che cosa stava guardando. Non so se lo chiamate anima, id, ego o essenza di una persona. So solo
che... ogni nucleo terso e splendente era l'Io indistruttibile che rende un individuo quello che è. Il Signore si era nutrito di quella materia duratura e immortale, nei lunghi secoli di vendetta nei quali il corpo di Althusar, il babilonese, aveva dato asilo non solo alla sua anima prigioniera, lo spirito dominante del Signore, ma anche a quelle di molti altri. Di conseguenza, l'entità prigioniera di Nithryhs si era nutrita delle anime intrappolate nel suo corpo. Aveva appreso molto dai prigionieri. Ma non abbastanza. Non aveva capito che, essendo indistruttibile, ogni anima guadagnava una porzione di forza dai propri compagni. Per quanto fosse potente la magia della strega babilonese - figlia arcana, e forse perfino un avatar di Nergal, l'Oscuro dei Due fiumi - per quanto fosse terribile la forza e l'odio dell'alieno prigioniero, il momento della rivolta era inevitabile. Fortunatamente per me e per Regina, quel momento era arrivato durante la nostra vita e in un momento terribile. Era vero. Degli amici, anche solo perché condividevano con noi il fatto di essere umani, erano venuti in nostro aiuto. Non tutti gli spiriti provenivano dal corpo del Signore. Alcuni si affrettavano alla lotta uscendo dal corpo di Vampiri, Lupi Mannari e ghoul. Arrivavano da tutti i luoghi stregati della terra, perché in varie epoche il tocco corruttore del Signore aveva creato quelle creature da innocenti esseri umani. Credo che in tutto il mondo quei corpi infetti stessero cominciando a decadere rapidamente. Dovettero verificarsi molte sparizioni strane e inesplicabili in varie città e paesi del mondo. Non mi sono curato di cercare tra i quotidiani di quel tempo. Mi basta sapere che io e la persona che amo abbiamo trovato la salvezza e la felicità durante quella notte terribile. E non io solo. Come ho già detto, il nostro nemico non era più uno gnomo nero e informe. Con la liberazione di coloro che erano prigionieri nel corpo di Althusar, la sua figura riprese per poco l'aspetto che aveva in passato. Ora era forte, diritta e bella. Ma i suoi occhi erano diversi. Bruciavano di un dolore che il viso severo non rivelava. C'era ancora della ferocia repressa in quella faccia, ma una rassegnazione crescente la stava sostituendo. Il Signore sapeva, e aspettava la fine. Lo stoppino cadde nella cera sciolta. Fiammeggiò e si spense. Le ombre ritornarono, ma il Signore e il Morto-Vivente, che gli era accanto, non avanzarono. Erano stati immobilizzati e, sebbene fosse evidente che deside-
ravano scappare, rimasero a fissare la folla minacciosa che si infittiva. Un membro di quella compagnia sussurrante era più opaco degli altri. Negli spasmi della lotta titanica, singhiozzava e ansimava, e la sua luce nebulosa divenne più fioca mentre il suo corpo diventava più visibile. Quando la sua forma divenne più pronunciata, le miriadi di corpuscoli raggianti persero la brillantezza, come se egli prosciugasse il loro ectoplasma e la loro forza. Il rosso di un'uniforme divenne rosa, l'armatura del cavaliere, prima traslucida, divenne diafana, trasparente, e scomparve davanti ai miei occhi. Uno ad uno, i membri di quella strana folla divennero invisibili, ma sapevo che erano ancora tutti presenti e che stavano prestando la loro forza al loro compagno, che diventava sempre più concreto ad ogni secondo. Il Signore era diventato la preda. Come lui aveva paralizzato gli altri, mentre esercitava la sua volontà su di loro, così ora era tenuto in una morsa da cui non c'era via di scampo. Ma non si sottometteva tranquillamente alle sue passate vittime. Lottava strenuamente per la propria vita. Grandi gocce di sudore gli apparvero sulla fronte mentre lanciava la sua potente forza di volontà contro la forma che diventava sempre più chiaramente umana. I suoi tremendi poteri mentali lottavano contro la forza combinata della folla ormai invisibile, e spingevano qua e là per la stanza quella forma semiconcreta. Presa nei vari turbini di forza, la figura volteggiava come una foglia al vento. Quando colpiva le pareti o il pavimento, non si feriva. Non era ancora solida. Era una scena potente, che non aveva eguali con nient'altro si fosse mai visto nel mondo. L'incredibile e l'impossibile stavano accadendo davanti ai nostri occhi. Il Male che aveva trionfato fin da tempi remoti stava per essere sconfitto, e da entità che un tempo erano state esseri umani. Non era altro che una rivoluzione. Mi sentii orgoglioso di essere uomo, di appartenere alla razza dominante. In un impeto di potere diedi il mio debole contributo alla lotta. Poiché era ovvio che il Signore non desiderava che lo straniero diventasse forte, io desiderai con tutte le mie forze che lo diventasse. Mi piace pensare che fu quella mia aggiunta di energia a far pendere da una parte i piatti della bilancia che fino a quel momento era stata in equilibrio. Ad un tratto, senza preavviso, un uomo, concreto come voi o come me, stava al centro della stanza. Era vestito di un panno blu, ruvido e pesante.
Intorno alla gola portava un collo di pelliccia e sulla testa un cappello di astrakan nero. Quando avvenne la trasformazione, la stanza pulsò e vibrò di gioia. Gli esseri invisibili gioivano. Durante la battaglia delle volontà si poteva udire solo il pesante respiro del cadavere vivente, al di sopra del folle battito dei nostri cuori, ma ora la stanza echeggiò dei lunghi scoppi di un riso selvaggio e spaventoso. Era lo straniero che rideva. Parlò. La sua era una lingua a me sconosciuta eppure compresi le sue parole. «Sono tornato», disse, con una voce lenta e gelida. «Ho appreso tutto quello che sai tu. Mi riconosci?» Il Signore non rispose, ma vidi che era scosso. Il corpo giovane e bello, che aveva assunto per così breve tempo, stava ora invecchiando con rapidità. I suoi capelli divennero bianchi, e la sua schiena si incurvò, mentre i secoli gli scorrevano addosso. Presto, pensai, sarà cadente, inerme e vecchio. Lo straniero continuò. «Prima di morire, pregai di poterti avere come mia vittima. Ho aspettato molti anni. Ho atteso che arrivasse il mio momento. Ora, ti affrontiamo tutti insieme. Ci riconosci?» Una voce gracchiante replicò: «Siete vermi del pianeta Terra, sì!». «Allora», ringhiò lo straniero, «preparati a morire!» Nonostante tutto quello che avevo letto, nonostante tutto quello che avevo visto quella notte, non credevo ancora sul serio alla possibilità della trasmutazione. Stavo per convincermene. Vidi un uomo diventare Lupo Mannaro! Si strappò l'abito blu e si erse, nudo e gigantesco, davanti a noi. Poi cadde carponi, gli arti gli si contorsero, e divennero zampe lunghe e scarne. Sulle mani spuntarono artigli e cuscinetti. Su tutto il corpo cominciò a crescergli il pelo. La testa si strinse, la bocca si allargò e si allungò in un muso, mentre le orecchie diventavano appuntite e si tiravano indietro. I suoi occhi erano iniettati di sangue per la rabbia. Cercò di parlare, ma emise solo un guaito. Era ormai una bestia, e capii chi era quando già nella mia mente si formavano le parole. «Wladislaw Brenryk, Lupo Mannaro di Ponkert, non c'è dubbio che questo ti dà il diritto alla vendetta. Prenditi la rivincita! Uccidilo!» E il Cane dell'Inferno balzò. Mirò dritto alla gola del Signore, ma invece gli afferrò il braccio che gli
pendeva lungo il fianco. Sentii uno scatto secco e capii che l'osso si era spezzato. Il Signore barcollò sotto il colpo, gemette e cadde sulle ginocchia. La bestia lasciò la presa e cercò di afferrargli la gola. Questa volta ci riuscì, ma vidi che le zanne non penetravano nella pelle. Giocava con il suo nemico. Con una pesante zampa sul torace del Signore lo teneva fermo, e gli ringhiava sulla faccia. Per assaporare la vendetta, indugiò troppo a lungo. Pierre, il Vampiro, un ammasso di muscoli senza cervello, si lanciò in avanti e afferrò la bestia ai lombi, sebbene la creatura gli mordesse ferocemente le braccia. Grazie alla forza di volontà del Signore, il cadavere si era riempito di energia! Nel mio cervello si riversavano dei balbettii. Sapevo che provenivano dall'invisibile compagnia. Erano molte voci eccitate che mi ordinavano: «La lampada! Getta la lampada! Non possono superare le fiamme!». «Ma l'Ungherese? Che cosa ne sarà di Brenryk?» «Non riceverà alcun danno. Ha assunto questa forma solo perché lo desideravamo.» «E Pierre?» «È morto», fu la risposta, «ma è legato alla terra finché il Signore è vivo. Sarà una benedizione per lui. Se sbagli, non potremo colpire di nuovo, e tu e la donna diventerete come noi. Non hai paura per la sorte di voi due? Il fuoco arreca una morte pura. Lancia la lampada!» Il Morto-Vivente si preparava a dilaniare il lupo. Il Signore cominciò ad alzarsi. «Ora!» Il coro divenne un urlo. Gettai la lampada. Riempita in parte di petrolio e in parte di gas caldo, esplose quando colpì il pavimento. Il liquido in fiamme zampillò sulle tre creature e arrivò alla porta accanto alla quale lottavano. Si sparse sulle foglie secche. La via di fuga era bloccata. Si allontanarono barcollando dalle fiamme e furono sospinti in un angolo, dove, simile a fuoco elementale, la morte avanzava verso di loro lambendo avidamente i loro corpi. Divelsi le sbarre che bloccavano la porta e scappammo. L'ultima visione che ebbi delle tre creature fu attraverso una lingua di fuoco. Pierre guardava stolidamente la luce. Il Signore giaceva a terra, senza lottare con il lupo che gli era addosso. Mentre guardavo, un bagliore chiaro si alzò dal corpo
di Brenryk, che divenne nebbioso, assunse la forma di un uomo e scomparve. La sua missione era compiuta. L'ultimo suo sguardo fu diretto a me. Esprimeva gratitudine. Poi le mura crollarono. Pierre cadde, colpito da una trave. Vidi un'espressione di pace passare sul volto del Signore. Per un altro istante, fu di nuovo Althusar. Poi si alzò una colonna di fiamme che distrussero tutto. Regina e io fuggimmo verso la salvezza, nella luce grigia dell'alba. La gente accorreva dal villaggio. Si raccolsero intorno a noi e guardarono a bocca aperta quelle fiamme improvvise. E io non seppi più niente. Sono seduto nella mia sedia a leggere le parole che ho appena scritto. Morbide mani mi chiudono gli occhi. Mi giro a ricevere il bacio e l'abbraccio affezionato che mi attendono. Sembra solo un incubo quello che ho vissuto contro la mia volontà, ma tutto va bene. Spiegammo alla gente che, nel passare davanti alla locanda, avevo visto un vagabondo aggredire una giovane donna. Avevo lottato per liberarla e nella zuffa si era rovesciata una lampada. Qualcuno, penso, credette alla mia storia, ma vidi che altri furtivamente si facevano il Segno della Croce. Sono certo che furono tutti felici di vederci partire. Parte della storia la rivelai al sacerdote del villaggio, sotto il vincolo della segretezza. Egli pronunciò un anatema sulle rovine, ma dubito che valesse molto. Ho ancora più fede nel forte vento che si alzò e sparse quelle ceneri lontano. Solo una magia potente potrebbe ricomporre quel temibile giramondo. Ma non penso che la cosa ci riguarderebbe. L'alieno della lontana Nithryhs è andato via: è tornato, ne sono certo, da dove era partito tanti secoli fa. Anch'egli ha una storia da raccontare che, spero, possa far desistere altri della sua specie dal venire qui. Il mondo ha sofferto molto a causa sua. Ricordate però che fu un essere umano a renderlo ciò che era: né uomo né bestia. Egli si vendicò sull'umanità. Se è possibile ammirare un nemico, ammiriamo il suo coraggio, la sua forza e la sua tenacia. Le sue azioni furono terribili. Le cicatrici che ha lasciato fanno parte delle nostre leggende, delle nostre paure e della nostra storia. Ma ci siamo liberati di lui. Capisco che avremo ancora sofferenze e dolore su questo pianeta. Non mancheranno malattie, catastrofi e guerre. Queste sono cose fami-
liari agli esseri umani... ma saranno problemi nostri causati da noi stessi, non da lui. Il Signore è tornato a casa. LUPI NELLE TENEBRE Wolves Of Darknes di Jack Williamson Strange Tales Of Mystery And Terror, gennaio 1932 1. Mi fermai involontariamente, rabbrividendo, sul piazzale coperto di neve della stazione. Un suono strano, misterioso, e in un certo senso terrificante, si udiva nel chiarore spettrale della luna in quella notte d'inverno. Era un ululato tremolante e lontano che si ripercuoteva sul mio corpo con brividi ben più freddi del penetrante morso dell'aria immota e ghiacciata. Ero ben conscio che quel suono lugubre che lacerava i nervi doveva essere l'ululato dei lupi grigi, chiamati anche lobo, sebbene non li avessi più sentiti da quando ero piccolo. Ma quel suono conteneva una nota di profondo terrore che nemmeno le tremanti apprensioni della fanciullezza avevano mai colto nella voce dei grandi lupi. C'era un non so chè di acuto, di strano, in quel lamento arcano, che proveniva da un punto remoto in un pulsare ritmico. Era qualcosa che induceva a pensare che l'ululato giungesse da delle gole umane tese in uno sforzo inumano... Lottando con me stesso per liberarmi da quel frutto della mia immaginazione, mi affrettai ad attraversare il piazzale ghiacciato precipitandomi nel caldo della squallida sala d'aspetto. Il locale era ben illuminato da alcune semplici lampadine e una stufa rovente lo riempiva di un calore piacevole. Ad ogni modo, ero ben contento di aver lasciato all'esterno quell'ululare lontano e non m'importava granché di aver trovato il tepore di un riparo. Accanto alla stufa sedeva un uomo alto, completamente assorto - con attenzione febbrile - in un solitario fatto con delle carte da gioco unte, disposte su una cassa da imballaggio che stringeva tra le ginocchia. Portava un giubbotto di pelle sformato e lucido per l'eccessivo uso. Una delle guance abbronzate era rigonfia di tabacco, e le labbra erano striate di macchie color ambra. Sembrò stranamente colto di sorpresa dal mio ingresso subitaneo, e con un brusco sussulto spinse via la cassa, balzando contemporaneamente in
piedi. Per un istante i suoi occhi mi fissarono ansiosi, poi sembrò sospirare di sollievo. Aprì lo sportello della stufa e, dopo aver sputato sulla fiamma crepitante, tornò a sedersi. «Ben arrivato, signore», disse con un tono strascicato leggermente forzato e rauco. «Mi ha quasi spaventato. Ci ha messo tanto, a entrare, che credevo non fosse sceso nessuno.» «Mi sono fermato ad ascoltare i lupi», gli spiegai. «Un suono sinistro, non crede?» Mi rivolse uno sguardo indagatore con occhi strani e apprensivi, restando a lungo in silenzio. Poi esordì in modo sbrigativo: «Be', cosa posso fare per lei?». Mentre avanzavo verso la stufa, aggiunse: «Sono Mike Connell, il Capostazione». «E io sono Clovis McLaurin», mi presentai. «Dovrei rintracciare mio padre: il dottor Ford McLaurin. Abita in una fattoria da queste parti.» «Ah, lei è il figlio del dottor McLaurin, eh?», disse Connell, assumendo un atteggiamento visibilmente cordiale. Quindi si alzò e sorrise, spostando la cicca di tabacco all'altra guancia, e mi strinse la mano. «Sì. L'ha visto ultimamente? Tre giorni fa ho ricevuto da lui uno strano telegramma. Mi chiedeva di venire subito. Pare che si trovi in qualche guaio: ne sa niente lei?» Connell mi guardò con un'espressione ambigua. «No», rispose alla fine. «In questi ultimi tempi non si è visto. Sono due o tre settimane che nessuno della fattoria si fa vivo qui a Hebron. Vede: sono anni che non viene giù una nevicata come questa, e non è facile andare in giro. Però non so proprio come hanno fatto a mandare un telegramma senza venire in città. E qui non li ha visti nessuno.» «Lei conosce di persona mio padre?», gli chiesi, sempre più preoccupato. «Be', no... non proprio», ammise il Capostazione. «Ma l'ho visto abbastanza spesso quando è venuto qui a Hebron con Jetton e sua figlia. C'è parecchia roba per loro, qui alla stazione. Scatole e casse: dalle etichette si direbbero apparecchiature scientifiche, ma di preciso non saprei. Però quella Stella Jetton è un bel pezzo di ragazza: davvero stupenda!» «Sono tre anni che non vedo mio padre», dissi al Capostazione, nella speranza di guadagnarmi la sua comprensione e di ottenere qualsiasi eventuale aiuto potesse offrirmi per raggiungere il ranch attraversando l'insolita coltre nevosa che ammantava le pianure del Texas occidentale. «Sono stato
in un istituto di medicina nell'Est, e non vedo il babbo da quando è venuto qui nel Texas tre anni fa.» «Lei è dell'Est, eh?» «New York. Ma ho trascorso qui un paio d'anni con mio zio, quand'ero piccolo. Il babbo ha ereditato la fattoria da lui.» «Sì, lo so. Il vecchio Tom McLaurin era mio amico», mi spiegò il Capostazione. Erano trascorsi tre anni da quando mio padre aveva lasciato la Cattedra di Astrofisica di un'Università dell'Est, nel 1928, per venire in questo ranch isolato e condurre i suoi nuovi esperimenti. L'eredità di suo fratello Tom, oltre alla fattoria, comprendeva una certa quantità di denaro, così mio padre aveva potuto rinunciare alla propria occupazione accademica e dedicarsi interamente ai problemi astrusi su cui stava lavorando. Dato che mi interessava più la scienza medica che quella matematica, io non avevo seguito completamente il lavoro di mio padre, sebbene di solito l'avessi aiutato nei suoi esperimenti quando disponeva solo di un piccolo appartamento e di misere attrezzature. Sapevo, ad ogni modo, che aveva elaborato uno sviluppo della geometria non-euclidea di Weyl in una direzione del tutto differente da quelle scelte da Eddington e da Einstein, che conduceva a delle implicazioni riguardanti la struttura del nostro universo davvero stupefacenti. La sua nuova teoria dell'elettrone-onda, che completava lo smantellamento della struttura atomica planetaria di Bohr, era stata altrettanto sensazionale. La prova richiesta dalla sua teoria era il confronto esatto della velocità dei raggi di luce ad angoli retti. Per l'esperimento si rendeva quindi necessaria la disponibilità di un vasto spazio all'aperto, e che possedesse un'atmosfera limpida, priva di polvere o di fumo. Da qui la scelta di mio padre circa l'utilizzazione della fattoria come luogo in cui portare a compimento il lavoro. Dato che desideravo restare all'istituto universitario e non ero in grado di aiutarlo ulteriormente, il babbo aveva scelto come suo assistente e collaboratore il dottor Blake Jetton, anch'egli studioso di fama grazie ai suoi notevoli studi sulla propagazione della luce e sulle recenti modifiche della teoria quantistica. Il dottor Jetton, come mio padre, era vedovo. Aveva un'unica figlia, di nome Stella, che trascorreva parecchi mesi dell'anno insieme a loro al ranch. Sebbene non l'avessi vista che rare volte, potevo senza dubbio di-
chiararmi d'accordo con il Capostazione circa il fatto che fosse una ragazza graziosa, anzi la ricordavo come una fanciulla dotata di notevole avvenenza. Tre giorni prima avevo ricevuto quel telegramma da mio padre. Si trattava di un messaggio allarmante, formulato in modo strano, in cui mi implorava di raggiungerlo senza perdere un solo istante. Diceva che la sua vita era in pericolo, sebbene non accennasse minimamente alla natura di questo pericolo. Incapace di comprendere pienamente il messaggio, mi ero affrettato a raccogliere alcuni effetti personali strettamente necessari, tra i quali non avevo tralasciato di mettere una piccola pistola automatica, e senza indugio ero salito sul primo treno Espresso. Avevo trovato la distesa del Texas Panhandle coperta da quasi trenta centimetri di neve; un inverno così severo non si registrava da diversi anni. E quando ero sceso dal treno nel villaggio solitario di Hebron, ero stato accolto da quei terribili e misteriosi ululati. «Era un telegramma urgente... molto urgente», dissi a Connell. «Devo raggiungere il ranch stanotte, se è appena possibile. Lei non sa come potrei arrivarci?» Per un po' Connell rimase in silenzio, guardandomi con un'espressione che tradiva una certa paura. «No, non saprei», rispose poi. «Ci sono quindici chilometri da qui al ranch. E lungo la strada è tutto deserto: non c'è anima viva. C'è quasi mezzo metro di neve, e non credo che un'auto ce la farebbe. Potrebbe farsi dare uno strappo da Sam Judson col suo carro, domani.» «Pensa che mi porterebbe là anche adesso?» Il Capostazione scosse la testa a disagio; guardò nervosamente il deserto di neve che brillava sotto la luna fuori dalle finestre, e parve che si mettesse in ascolto carico d'ansia. Io stesso riuscii a fatica a reprimere un brivido. «No, penso proprio di no!», esclamò poi Connell all'improvviso. «Da un po' di tempo non è troppo salutare uscire di notte in questi paraggi.» S'interruppe un istante; poi, lanciandomi una fuggevole occhiata inquieta, mi domandò di colpo: «Penso che abbia sentito quell'ululato, vero?». «Sì. Lupi?» «Hmmm, sì... credo proprio di sì. È un maledettamente strano! Sono dieci anni che non si vede un loafer da queste parti. Hanno cominciato a farsi sentire proprio dopo l'ultima bufera di neve.»
(Loafer, a quanto pare, era un termine locale derivato dalla parola spagnola lobo che indicava appunto il lupo grigio della prateria, un animale molto più grosso del coyote e un nemico temuto da tutti i rancheros del Sud-Ovest finché non era stato quasi completamente sterminato.) «Pare che ci sia un intero branco di quelle bestie che se ne va a caccia qui attorno», proseguì Connell. «Hanno ucciso un bel po' di bestiame nelle ultime settimane, e...», s'interruppe, abbassando la voce, «... e anche cinque uomini!» «I lupi hanno ucciso delle persone?», esclamai. «Sissignore», affermò il Capostazione lentamente. «Josh Wells e il suo aiutante sono stati uccisi circa due settimane fa... sì, con venerdì, saranno due settimane giuste. Li hanno uccisi mentre si trovavano fuori nella prateria. Poi è toccato a Simms. Il vecchio, sua moglie e la piccola Dolly. Li hanno attaccati proprio fuori dal recinto delle mucche, credo, mentre stavano mungendo. Abitavano a tre chilometri dal paese. Rufe Smith è andato a trovarli domenica. Nel recinto c'erano delle bestie morte e c'erano i secchi del latte tutti sfasciati in un mucchio di neve sotto la tettoia. Di Simms e della sua famiglia nemmeno l'ombra, invece!» «Non ho mai sentito dire che i lupi attaccassero la gente in questo modo!» Connell spostò nuovamente la cicca di tabacco e mormorò: «Neanch'io. Ma vede, signore... questi non sono lupi comuni!». «Come sarebbe a dire?» «Be', dopo che i Simms erano spariti ci siamo riuniti in una specie di squadra di volontari e siamo andati a caccia di quelle bestiacce. Di lupi non ne abbiamo trovati, però abbiamo trovato delle tracce nella neve. Di giorno non c'è in giro nemmeno l'ombra di un lupo! Be', c'erano queste impronte nella neve», ripeté lentamente. «E vede, signore, quelle tracce di lupo, maledizione, erano troppo lontane l'una dall'altra per essere quelle di una bestia normale. Quei lupi devono fare dei balzi di una decina di metri!» Quindi Connell piombò nel silenzio, fissandomi con una strana espressione. Io ero sconvolto. Naturalmente ero abbastanza incredulo circa quanto avevo sentito, ma il Capostazione non mi sembrava il tipo che ha appena finito di abbindolarti con qualche storiella fantasiosa, dato che i suoi occhi rivelavano un terrore autentico. E poi ricordavo che mi era parso di riconoscere dei toni umani negli strani ululati che avevo udito in lontananza.
Non c'era alcuna buona ragione per cui potessi credere di trovarmi semplicemente di fronte a una superstizione locale. Per quanto diffuse possano essere le leggende sulla licantropia, deve ancora giungermi notizia di un racconto di Lupi Mannari narrato da un texano dell'Ovest. Il racconto del Capostazione era stato troppo particolareggiato e ricco di elementi concreti perché fossi indotto a ritenerlo un parto di fantasia o una paura radicata segretamente nel profondo dell'animo. «Il messaggio di mio padre era urgentissimo», ripetei a Connell. «Devo assolutamente raggiungere la fattoria stasera. Se l'uomo di cui mi ha parlato non vorrà portarmi, noleggerò un cavallo e andrò da solo.» «Se Judson accetta di uscire al buio con quei lupi in giro, è proprio un imbecille!», disse con tono convinto il Capostazione. «Ma niente le impedisce di chiederglielo. Dovrebbe essere ancora alzato, a quest'ora. Abita in quella casa bianca, appena girato l'angolo dietro il negozio di Brice.» Connell mi seguì verso il piazzale per indicarmi la strada. Non appena la porta fu aperta, sentimmo di nuovo il ritmico, intenso ululato proveniente da lontano attraverso la candida distesa nevosa. Non riuscii a reprimere un brivido. Dopo avermi indicato la casa di Sam Judson, tra le poche e sparse abitazioni che costituivano il villaggio di Hebron, Connell rientrò in tutta fretta nella stazione, chiudendosi la porta alle spalle. 2. Sam Judson possedeva una tenuta che distava un chilometro e mezzo da Hebron, ma era andato ad abitare nel villaggio in modo che sua moglie potesse occuparsi dell'ufficio postale. Mi affrettai verso la casa di Judson attraversando parecchie strade ghiacciate, felice che Hebron potesse permettersi il lusso dell'illuminazione elettrica. L'ululare distante del branco di lupi mi riempiva di una paura vaga e inspiegabile, ma non diminuiva la mia determinazione di raggiungere il ranch di mio padre il più presto possibile, per risolvere l'enigma del telegramma che mi era stato inviato. Quando bussai alla porta, Judson venne ad aprire. Era un uomo robusto che indossava una tuta rattoppata di un azzurro sbiadito e una camicia di flanella marrone. Era quasi completamente calvo, e la sua testa nuda e abbronzata sembrava una striscia di cuoio scuro. Il volto, largo, era coperto da una barba nera che doveva avere parecchie settimane. Judson mi squadrò con un misto di nervosismo e di paura.
Mi condusse quindi nella cucina posta sul retro della casa, una stanzetta squallida con le pareti coperte da una serie disordinata di pentole e padelle. La stufa economica era accesa; a quanto pare, Judson doveva essere stato seduto tenendo i piedi appoggiati nel forno, intento a leggere un giornale che ora si trovava sul pavimento. Mi fece accomodare su una sedia scricchiolante e allora mi presentai. Disse che conosceva mio padre, il dottor McLaurin, dato che veniva a ritirare la posta nella stanza anteriore adibita appunto ad ufficio postale. Ma aggiunse che da tre settimane non si era più fatto vivo nessuno del ranch, forse perché la neve rendeva gli spostamenti difficoltosi. Mi spiegò che ora al ranch vivevano cinque persone: mio padre, il dottor Jetton e sua figlia Stella, e due meccanici provenienti da Amarillo. Gli parlai del telegramma che avevo ricevuto tre giorni prima e Judson suggerì che forse mio padre poteva essere venuto in paese di sera, imbucando il telegramma all'ufficio telegrafico con il denaro necessario per l'invio. Ma disse che era strano che non avesse parlato con nessuno, e che nessuno l'avesse visto. Allora chiesi a Judson che mi portasse subito al ranch e, alla mia richiesta, il suo atteggiamento cambiò: sembrava maledettamente spaventato! «Non ha poi così fretta da voler partire stanotte, vero, signor McLaurin?», domandò. «Possiamo sistemarla nella stanza libera, e domani la porterò al ranch con il carro. Il viaggio è lungo, per farlo di notte.» «Sono molto ansioso di arrivare al ranch», gli spiegai. «Sono preoccupato per mio padre. C'era qualcosa che non andava quando mi ha telegrafato: qualche guaio serio. La pagherò più che adeguatamente, e vedrà che ne varrà la pena.» «Non si tratta di soldi», mi disse. «Sarei felice di farlo gratis per il figlio del dottor McLaurin. Ma penso che anche lei li abbia sentiti i lupi, vero?» «Sì, li ho sentiti. E Connell, alla stazione, mi ha detto alcune cose in proposito. Hanno proprio attaccato degli uomini?» «Sì.» Per alcuni istanti Judson rimase in silenzio, e mi fissò con due occhi strani. Poi riprese: «E non è tutto qui. Alcuni di noi hanno visto le tracce. E c'erano anche impronte di uomini!». «Ma io devo raggiungere mio padre», insistetti. «Dovremmo essere abbastanza al sicuro in un carro. E poi lei avrà un'arma, no?» «Sì, ho un fucile», ammise Judson. «Ma non è che abbia molta voglia di trovarmi di fronte ai lupi!» Mi ostinai: alla fine, quando gli offrii cinquanta dollari per il viaggio, lui
cedette. Ma disse che lo faceva - io gli credetti - più per cortesia verso un amico che per denaro. Andò nella stanza da letto, dove sua moglie stava già dormendo, la svegliò, e le spiegò che si apprestava ad accompagnarmi. La donna era piuttosto spaventata, come ebbi occasione di giudicare dal tono della voce, ma si calmò sentendo dei cinquanta dollari. Allora si alzò - era un tipo alto ed estremamente bizzarro in camicia da notte color porpora e cuffietta intonata - e si diede da fare per prepararci un po' di caffè sulla stufa ancora calda e per trovarci qualche coperta perché potessimo avvolgercela addosso sul carro, dato che la notte era freddissima. Nel frattempo, Judson accese una lampada a kerosene, che era quasi inutile nel riflesso brillante della luna, e si recò nella stalla dietro la casa per preparare il veicolo. Mezz'ora dopo stavamo uscendo dal villaggio a bordo di un leggero carro tirato da due cavalli. I loro zoccoli affondavano nella crosta superficiale di neve a ogni passo, e le ruote del carro facevano altrettanto, scavando un solco in cui si infilavano saldamente producendo un curioso scricchiolio. Il nostro procedere era lento, e io mi preparai a un viaggio di parecchie ore. Sedevamo vicini sul sedile a molle, pesantemente infagottati e con delle coperte che ci riparavano stese sulle ginocchia. L'aria aveva un morso pungente, ma non c'era vento, quindi pensai che in fondo non potevo lamentarmi. Judson si era legato alla cintura un vecchio revolver, e inoltre disponevamo di una doppietta e di un fucile a ripetizione che stavano appoggiati sulle nostre ginocchia. Una volta fuori dal villaggio di Hebron, ci trovammo circondati su ogni lato da una candida distesa di neve quasi perfettamente liscia. Era interrotta soltanto dalle file di paletti che sostenevano i reticolati e che a quanto pareva rappresentavano per Judson l'unico punto di riferimento. Il cielo era inondato da un'opalescenza spettrale, e sulla neve sfavillavano milioni di diamanti di gelo. Per circa un'ora e mezza non accadde nulla degno di nota. Le luci di Hebron impallidirono e, a poco a poco, svanirono alle nostre spalle. Non incontrammo alcuna abitazione lungo quel deserto di neve sconfinato. L'impressionante ululato, ad ogni modo, si faceva sempre più forte. Poi quei lamenti misteriosi cambiarono d'un tratto posizione. Judson al mio fianco rabbrividì e parlò nervosamente ai due cavalli che arrancavano a fatica nella neve. Poi si voltò verso di me e disse in tono conciso: «Credo che stiano arrivandoci alle spalle, signor McLaurin».
«Be', in questo caso lei può sempre tirarsene dietro qualcuno, per scuoiarlo domani», gli risposi. Le mie intenzioni erano state quelle di mettergli un po' di buonumore, ma la mia voce era stranamente brusca, e aveva un tono che suonava falso perfino alle mie orecchie. Per alcuni minuti avanzammo in silenzio. All'improvviso, notai un cambiamento nelle urla del branco. Quel ritmo strano e profondo si fece improvvisamente più concitato. Quei lugubri lamenti sembrarono cedere il posto a rapidi guaiti di bramosia, un suono che aveva in sé un elemento ventriloquiale che ci impediva di individuarne esattamente la direzione di provenienza. Le note rapide e smaniose sembravano giungerci da una dozzina di punti sparsi lungo la distesa candida alle nostre spalle. I cavalli si allarmarono. Drizzarono le orecchie e guardarono indietro, riprendendo il cammino con rinnovata foga. Vidi che gli animali stavano tremando. Uno di loro di colpo sbuffò. Quel rumore inaspettato urtò i miei nervi già strapazzati, e allora mi afferrai in maniera convulsa alla sponda del carro. Judson impugnava saldamente le redini e si puntellava con i piedi contro il cassone del veicolo, parlando sommessamente ai due cavalli spaventati per calmarli. Se non fosse stato per quello, forse si sarebbero già dati alla fuga. Si voltò poi verso di me e disse sottovoce: «Di lupi ne ho sentiti, ma non ululano in questo modo. Questi non sono i soliti lupi!». E, ascoltando i latrati del branco, capii che aveva ragione. Quegli ululati avevano una sfumatura insolita e aliena, una caratteristica intrinseca che non era di questa terra. È difficile farne una descrizione, perché era qualcosa di completamente estraneo. Mi balenò nella mente, allora, che, se fossero esistiti dei lupi negli antichi deserti di Marte - ormai morti da secoli forse avrebbero potuto produrre simili lamenti, mentre si lanciavano all'inseguimento di una creatura indifesa spingendola verso una morte crudele. «Credo che ci siano alle calcagna», disse improvvisamente Judson, con voce sommessa e stentorea. «Guardi dietro di noi, signore.» Mi voltai sul sedile a molle, scrutando l'immensa pianura coperta da un manto di neve abbagliante. Per alcuni minuti aguzzai invano lo sguardo, sebbene l'urlo del branco invisibile crescesse rapidamente d'intensità. Poi scorsi delle macchioline grigie che spiccavano dei balzi, molto lontane dietro la pista lasciata dal carro. Normalmente un lupo avrebbe dovuto arrancare a fatica attraverso la spessa coltre nevosa, dato che la crosta su-
perficiale non era abbastanza solida per sostenerne il peso. Ma le cose che vedevo, agili ombre grigie dalla forma indefinita, avanzavano invece a grandi balzi, con una velocità stupefacente. «Li vedo», mormorai con voce tremante a Judson. «Guidi lei», mi disse allora, mettendomi in mano le redini e afferrando il fucile a ripetizione. Quindi si voltò sul sedile e cominciò a sparare. I cavalli tremavano e sbuffavano. Nonostante il freddo, i loro corpi ansanti grondavano di sudore. Improvvisamente, dopo che Judson aveva aperto il fuoco, strinsero il morso e si ribellarono alla guida fuggendo disperatamente, affondando nella neve e trascinando il carro privo di controllo. Per quanto mi sforzassi di riprenderli alla mano, strattonando con forza le redini, il mio tentativo si rivelò del tutto inutile. Judson ben presto finì il caricatore. Dubito che fosse riuscito a colpire qualcuna delle bestie che ci inseguivano... infatti era praticamente impossibile mirare con precisione stando sul carro che ondeggiava e traballava. E, anche se il veicolo fosse stato immobile, i nostri inseguitori che spiccavano quei balzi selvaggi avrebbero costituito un bersaglio difficile. Judson gettò il fucile scarico nel cassone del carro e si girò verso di me con una faccia pallida e spaventata. Aveva la bocca aperta e gli occhi sbarrati dal terrore. Sbraitò qualche parola incoerente che non riuscii ad afferrare, e agguantò le redini. Impazzito evidentemente di paura, maledisse i due cavalli che abbrancavano nella neve e li frustò, come se credesse di poter distanziare il branco. Per un po' mi aggrappai alla sponda del carro traballante. Poi i cavalli, sbuffando, fecero uno scarto inaspettato, rompendo quasi il timone del carro e per poco non facendolo rovesciare. Il sedile a molle si staccò dai fermi e cadde nell'interno del cassone. Io fui sballottato oltre la sponda di tutto il busto e per un attimo disperato tentai di arrampicarmi nuovamente a bordo. Ma i due cavalli fecero un altro balzo in avanti e allora fui proiettato nella neve. Infransi la sottile crosta ghiacciata, e lo spesso strato di neve soffice sottostante attutì la mia caduta. In pochi istanti riuscii a risollevarmi in piedi, portandomi freneticamente le mani al volto per liberarmi gli occhi da quella sostanza bianca e farinosa. Il carro era ormai a un centinaio di metri. I cavalli, pazzi di paura, stavano ancora fuggendo, con Judson in piedi sul cassone che maneggiava furiosamente le redini ondeggiando avanti e indietro, incapace di frenarli.
Quando ero stato sbalzato, i cavalli avevano girato bruscamente e ora stavano lanciandosi a capofitto in direzione di quel misterioso branco di belve ululanti! Judson, urlando e imprecando pazzo di terrore, veniva trascinato indietro verso quelle grigie ombre indistinte che saltavano nella notte lanciando spaventosi ululati soprannaturali. L'orrore scese su di me simile a un'enorme ondata che mi paralizzava l'anima. Provai un folle desiderio di fuggire, di correre e correre attraverso la distesa innevata finché non avessi cessato di udire il lamento di quello strano branco. Con uno sforzo mi controllai, frenai il tremito del mio corpo e deglutii per inumidirmi la gola secca. Sapevo che con il mio misero arrancare non sarei mai riuscito a distaccare le ombre grigie sorprendentemente agili che balzavano nei riflessi lattei della luce lunare in direzione del carro. Fu allora che mi ricordai di essere in possesso di un'arma, l'automatica calibro 25 che tenevo sotto un'ascella. Lo strano messaggio di mio padre mi aveva infatti spinto a portare con me quella piccola arma mortale e ad infilarmi in tasca alcuni caricatori di proiettili. Con mani tremanti mi sfilai un guanto e frugai sotto gli abiti in cerca della pistola. Alla fine estrassi la minuscola ma pesante automatica, piacevolmente calda per il contatto con il mio corpo, e feci scattare indietro l'otturatore per accertarmi che ci fosse un colpo in canna. Poi rimasi fermo in quella distesa nevosa che mi arrivava quasi alle ginocchia, e attesi. Il lugubre ululato alieno del branco mi paralizzò letteralmente per il terrore. Il carro doveva trovarsi a circa quattrocento metri da me, quando le indistinte macchie scure del branco abbandonarono la pista e deviarono per tagliargli la strada. Vidi allora sottili lingue di fiamma giallastre, e udii secche scariche di armi da fuoco, seguite dal sibilo lancinante dei proiettili. Judson, almeno così supponevo io, doveva aver abbandonato le redini e tentava di difendersi con i fucili e la sua vecchia pistola. Poi le macchie grigie circondarono il carro. Sentii l'urlo di un cavallo agonizzante, il suono più straziante e orribile che io conosca, se si escludevano gli ululati soprannaturali di quel branco. Una massa di figure in lotta sembrò dibattersi a ridosso del carro. Seguirono ancora alcune detonazioni, quindi un grido echeggiò sinistro sulla prateria innevata, un grido che racchiudeva in sé un misto di atroce sofferenza e di terrore inconcepibile...
Capii che si trattava di Judson. Dopodiché non rimase altro che l'agghiacciante lamento delle belve, un coro mostruoso che non si era ancora placato. Presto, spaventosamente presto, quel coro alieno parve avvicinarsi. E vidi allora delle forme grigie che si staccavano dalla macabra scena della tragedia e avanzavano a balzi... verso di me! 3. Non sono assolutamente in grado di spiegare il terrore che mi prese quando mi resi conto che le belve si erano lanciate sulle mie tracce. Il mio cuore parve arrestarsi, tanto che pensai che sarei svenuto; poi cominciò a pulsarmi profondamente nella gola. Avevo il corpo improvvisamente madido di sudore gelido, i muscoli tesi spasmodicamente, e stringevo la pistola con tanta forza da avvertire un certo dolore alla mano. Avevo deciso di non fuggire, ritenendo inutile un eventuale tentativo di sottrarmi alla caccia del branco. Ma la mia decisione di resistere a ogni costo era ben poca cosa rispetto alla paura che mi ossessionava. Mi misi a correre attraverso la levigata distesa di neve. I miei piedi sprofondavano nella sottile sfoglia di ghiaccio e arrancavo a fatica, con i polmoni in fiamme. La neve sembrava divertirsi a ostacolarmi, quasi fosse un demone malvagio. Molte volte incespicai e caddi, ma mi rialzai sempre con la forza della disperazione avanzando di nuovo ormai stremato, singhiozzando di terrore e ansando nell'aria gelida. Ma la mia fuga ben presto volse al termine. Le cose che mi stavano inseguendo erano in grado di procedere a una velocità di gran lunga superiore alla mia. Voltandomi, quando non avevo coperto nemmeno un centinaio di metri, le vidi avvicinarsi, forme ancora vaghe nel chiarore lunare. Mi accorsi però che gli inseguitori erano soltanto due. Improvvisamente, il mio pensiero tornò alla piccola automatica che stringevo in mano. La sollevai e scaricai tutti i proiettili, sparando il più rapidamente possibile; ma anche se colpii qualcuna di quelle forme grigie, dovevano essere senz'altro invulnerabili alle mie pallottole. Avevo trovato in tasca un secondo caricatore e stavo tentando con dita tremanti di infilarlo nella pistola, quando quelle cose giunsero sufficientemente vicine perché potessi vederle in modo distinto. A quel punto le mie mani si paralizzarono; ero troppo sorpreso e sconvolto per completare il caricamento della pistola.
Una delle due forme grigie era un lupo, uno scarno lupo della prateria dal lungo pelo ispido, una bestia enorme alta quasi un metro che stava spiccando balzi che coprivano diversi metri. I suoi grandi occhi avvampavano di una misteriosa luce verdastra, una luce innaturale, strana, terribile, e in un certo senso ipnotica. L'altra era una ragazza! Era una cosa incredibile, che ottenebrò e fece vacillare la mia mente già offuscata dal terrore. Dapprima pensai che si trattasse di un'allucinazione ma, mentre lei si avvicinava a lunghi salti con la stessa rapidità del lupo grigio, fui costretto ad accettare quanto vedevano i miei occhi. Ricordai allora la mia impressione di aver udito delle voci umane nelle grida del branco; ricordai anche quanto Connell e Judson mi avevano detto circa la presenza di orme umane frammiste a quelle dei lupi nelle tracce lasciate dal branco. La ragazza era vestita in modo piuttosto leggero, per trovarsi fuori all'aperto nel freddo pungente di quella notte invernale. Apparentemente indossava solo una leggerissima sottoveste di seta bianca, lacera, che le penzolava da una spalla e non le arrivava nemmeno alle ginocchia. Aveva il capo scoperto, e i suoi capelli, che alla luce lunare sembravano di uno strano biondo pallido, erano corti e scarmigliati. Le braccia vellutate e le piccole mani, le gambe, e perfino i suoi piedi guizzanti, erano nudi. La sua pelle era bianca, di un candore freddo, esangue, lebbroso. Quasi bianca quanto la neve. E i suoi occhi scintillavano di un riflesso verde! Erano come gli occhi del lupo, brillanti di una terribile fiamma di smeraldo, la fiamma di una vita aliena, estranea a questo mondo. Erano malvagi, crudeli, ripugnanti! Erano gelidi come le distese cosmiche al di là della luce delle stelle e ardevano di un'intelligenza maligna, più forte e spaventosa di quella di qualsiasi creatura terrestre. Le sue labbra e le sue guance, di un candore alabastrino, erano segnate da una macchia gocciolante di color rosso scuro che spiccava quasi nera al chiarore fioco. Rimasi come pietrificato, svuotato di ogni residua energia per l'orrore e l'incredulità. La ragazza e il lupo avanzarono balzando fianco a fianco nella neve, come dotati di una forza e di un'agilità soprannaturali. E, mentre si facevano più vicini, io subii un altro shock terrificante. Il volto della ragazza mi era familiare, nonostante il pallore cadaverico,
l'infernale riflesso maligno degli occhi verdi, e la macchia rossastra sulle gote e sulle labbra. Quella donna era la ragazza che io avevo ammirato, e che avevo persino sognato di poter amare, un giorno. Era Stella Jetton! Quella ragazza era la deliziosa figliola del dottor Blake Jetton che, come ho detto, mio padre aveva portato con sé in quel ranch del Texas come assistente nei suoi rivoluzionari esperimenti. Mi resi conto che doveva essere stata trasformata in qualche modo spaventoso. «Stella!», gridai. Più simile a un urlo atterrito di angoscia e incredulità che a una voce umana, quel nome uscì dalla mia gola inaridita dalla paura. Io stesso sussultai udendo quel mio appello rauco, stentoreo e ansante. L'enorme lupo grigio si diresse verso di me, come se stesse per balzarmi alla gola. Ma si fermò a qualche metro di distanza, accucciandosi nella neve e mi guardò con quegli orribili occhi verdi da cui trapelava un'espressione di guardinga e strana intelligenza. La ragazza si fece ancora più vicina, prima di fermarsi e di restare a guardarmi con i suoi occhi terribili, simili a quelli della belva, luminosi e verdi. Il volto, per quanto di un pallore spettrale e orrendamente macchiato di rosso, era proprio quello di Stella Jetton. Ma gli occhi non erano i suoi! Poi parlò. La sua voce conteneva ancora qualcosa del suono che mi era familiare, ma ora possedeva un tono nuovo e strano. Racchiudeva lo stesso mistero alieno e minaccioso degli occhi e della pelle lebbrosa, la medesima sfumatura dei lugubri ululati lamentosi del branco che ci aveva seguito. «Sì, sono Stella Jetton», disse. «Come sei chiamato tu? Sei tu Clovis McLaurin? Hai ricevuto un telegramma?» A quanto pare non mi conosceva. Perfino la formulazione delle sue parole era un po' strana, come se stesse parlando una lingua con cui non aveva molta dimestichezza. La deliziosa ragazza, quella ragazza che avevo conosciuto un tempo, era cambiata spaventosamente. Pensai che doveva essere stata colpita da qualche forma di follia, da cui aveva tratto quella forza soprannaturale che aveva dimostrato di possedere quando correva con il branco di lupi. Doveva trattarsi di un caso di licantropia davvero molto particolare, immaginai. «Sì, sono Clovis McLaurin», risposi con voce tremante. «Ho ricevuto il telegramma di mio padre tre giorni fa. Dimmi cosa c'è che non va: perché ha usato quelle parole nel messaggio?»
«Non c'è nulla che non va, amico mio», rispose la strana creatura. «Noi desideravamo semplicemente la tua assistenza in un certo esperimento di grande singolarità, che abbiamo cominciato ad attuare. Tuo padre ora attende al ranch, e io sono venuta per condurti da lui.» Quel discorso era assurdo. Riuscii ad accettarlo solo partendo dal presupposto che chi aveva parlato soffrisse di uno spaventoso sconvolgimento mentale. «Tu mi sei venuta incontro?», esclamai, combattendo contro l'orrore che stava per sopraffarmi. «Stella, non devi startene fuori al freddo così poco coperta. Devi prendere il mio cappotto.» Cominciai a togliermelo ma, come mi ero in un certo senso aspettato, lei rifiutò di accettarlo. «No. Non mi serve. Il freddo non può nuocere a questo corpo. E adesso devi venire con noi. Tuo padre ci attende in casa per attuare il grande esperimento.» Aveva detto noi! Inorridii ancora di più notando che la ragazza considerava lo scarno lupo uguale a lei. Poi balzò in avanti con un'agilità incredibile nella direzione in cui io e Judson stavamo viaggiando prima. Con un braccio nudo e di un pallore cadaverico, mi invitò a seguirla. Il grande lupo grigio si mosse a balzi, dietro di me. Stimolato di colpo ad agire, ricordai la pistola caricata a metà che stringevo in mano. Con un gesto brusco finii di inserire il caricatore nuovo, feci scattare l'otturatore, e poi scaricai tutti i colpi addosso alla belva dagli occhi verdi. Una strana calma era scesa su di me. I miei movimenti furono sufficientemente controllati, quasi calcolati. Sono certo che la mia mano non tremasse. Il lupo si trovava solo a pochi metri ed era praticamente impossibile mancarlo, non centrarlo con almeno un proiettile. Sono sicuro di averlo colpito numerose volte, poiché sentii le pallottole conficcarsi nel suo corpo scarno, vidi l'animale vacillare sotto il loro impatto, e notai dei ciuffi di pelo grigio cadere in terra nella luce lunare. Eppure non morì. I suoi terribili occhi verdi non mostrarono il benché minimo cenno d'esitazione e continuarono a fissarmi con quella loro espressione sinistra di malvagità infernale. Non appena gli ebbi scaricato addosso tutti i colpi - mi erano occorsi solo alcuni secondi per sparare i sette proiettili - udii un ringhio selvaggio emesso dalla ragazza. Mi ero girato per metà nella sua direzione quando il
suo corpo pallido si scagliò contro di me con la velocità di un proiettile. Caddi sotto di lei, alzando istintivamente un braccio per proteggermi la gola. E fu un bene che l'avessi fatto, perché sentii i suoi denti mordermi il braccio e la spalla, mentre sprofondavamo insieme nella neve. Sono certo che urlai. Lottai con lei selvaggiamente, finché non udii di nuovo la sua strana voce non umana. «Non devi avere paura», disse. «Non vogliamo ucciderti. Vogliamo solo il tuo aiuto per un esperimento importantissimo. Per questo motivo devi venire con noi. Tuo padre attende. Il lupo è nostro amico e non ti farà del male. E la tua arma non può ferirlo.» Dalla gola del lupo, che non si era più mosso da quando gli avevo sparato, uscì un bizzarro guaito inarticolato, come se la bestia avesse capito le parole della ragazza e stesse confermandole. Lei mi gravava ancora addosso con tutto il suo peso, tenendomi schiacciato nella neve. I suoi denti insanguinati si trovavano a pochi centimetri dal mio viso e le sue dita affondavano nel mio corpo quasi fossero artigli dotati di una forza sovrumana. Dalla gola le uscì un basso grugnito bestiale, poi riprese a parlare. «Verrai dunque con noi alla casa, dove tuo padre ci aspetta per condurre l'esperimento?», mi chiese con quella voce terribile tanto simile agli ululati del branco di lupi. «Verrò», acconsentii, leggermente sollevato nel constatare che quella coppia di belve non voleva divorarmi subito. La donna - non posso chiamarla Stella poiché, tranne che nel corpo, lei non era più Stella - mi aiutò ad alzarmi. Non mosse alcuna obiezione quando mi chinai a raccogliere la pistola che era caduta nella neve e l'infilai in tasca. Lei e il lupo grigio, che chissà come i miei proiettili non erano riusciti ad uccidere, si allontanarono a grandi balzi sulla candida distesa innevata. Io li seguii, arrancando al massimo delle mie possibilità, con la mente piena di supposizioni confuse e ottenebrata dal terrore. Ormai non avevo più dubbi circa il fatto che la donna si considerasse un membro del branco, e che lo fosse effettivamente. Sembrava che tra lei ed il grande lupo che camminava al suo fianco esistesse uno strano rapporto empatico. Doveva trattarsi di una qualche forma di pazzia, pensai, per quanto non avessi mai letto di casi di licantropia dai sintomi così terribilmente esage-
rati come quelli che lei presentava. È ormai noto che alcuni pazzi hanno una forza sovrumana, ma il modo in cui lei correva e balzava sulla neve era qualcosa che esulava dai limiti della comprensione e del raziocinio. Senza contare poi gli altri particolari che la teoria della malattia mentale era incapace di spiegare. Il pallore cadaverico della sua pelle, la terribile luminosità verde degli occhi, il modo in cui parlava... come se l'inglese rappresentasse per lei una lingua straniera, ma di cui possedeva una discreta padronanza. L'andatura sostenuta dalla donna e dal lupo era troppo rapida per me. Per quanto arrancassi al limite delle mie possibilità, non riuscivo a muovermi con la velocità che loro desideravano. Né potevo restare indietro perché, ogni volta che mi attardavo, il lupo mi raggiungeva, ringhiando minacciosamente. Dopo essermi trascinato per alcuni chilometri, i polmoni mi dolevano ed ero pressoché cieco dalla fatica. Per l'ultima volta incespicai e caddi pesantemente nella coltre nevosa. Quando tentai di risollevarmi, i muscoli indolenziti rifiutarono di rispondere e allora rimasi steso là, pronto a sopportare qualsiasi cosa il lupo potesse farmi, piuttosto che sottopormi all'agonia di uno sforzo ulteriore. Ma questa volta fu la donna a raggiungermi. Io ero semi-svenuto, ma mi resi vagamente conto che mi stava sollevando, e che mi caricava sulle sue spalle. Dopodiché i miei occhi si chiusero; ero troppo stanco per osservare ciò che mi circondava. Però, da una sensazione di ondeggiamento, capivo in maniera nebulosa che mi si stava trasportando. Infine le tossine dello sforzo sostenuto presero il sopravvento sui miei tentativi di restare cosciente. Sprofondai nel sonno tipico della spossatezza, dimenticando che i miei arti stavano gelando e che ero trasportato sulle spalle di una donna che possedeva gli istinti di un lupo e la forza di un demonio; una donna che, l'ultima volta che l'avevo vista, era stata una creatura assolutamente umana e adorabile... 4. Non riuscirò mai a dimenticare le sensazioni che provai al mio risveglio. Aprii gli occhi in un'oscurità attenuata soltanto da una fioca luminosità rossa. Ero steso su un letto, o un divano e, avvolto in alcune coperte. Delle mani, che perfino al mio corpo gelato sembravano fredde come ghiaccio, stavano massaggiandomi gambe e braccia. E terribili occhi verdastri flut-
tuavano nell'oscurità soffusa di sfumature scarlatte, fissandomi dall'alto con un'espressione orribile. Spaventato, ricordando quanto era accaduto nel chiarore lunare come un vago incubo, chiamai a raccolta i miei sensi smarriti e con uno sforzo mi levai a sedere sulle coperte. È strano, eppure la prima impressione che colpì la mia mente confusa fu la vista degli sgradevoli fiori verdi che spiccavano in file monotone sulla squallida tappezzeria macchiata. Nella luce rossastra della stanza sembravano di una lugubre tinta nera, eppure risvegliarono ugualmente in me un vecchio ricordo. Mi resi conto che mi trovavo nella sala da pranzo della fattoria, dove ero venuto a trascorrere due estati con lo zio Tom McLaurin molti anni prima. Quella camera dall'illuminazione grottesca conteneva pochissimi mobili. Il divano su cui giacevo si trovava accanto a una parete, di fronte a un lungo tavolo circondato da una mezza dozzina di sedie. In fondo alla stanza vi era una grossa stufa, e dietro di essa un secchio pieno di carbone e una cassa contenente dei ramoscelli di pino per accendere il fuoco. La stufa era spenta e la stanza era freddissima. La debole luce scarlatta proveniva da una piccola lampada elettrica appoggiata sul tavolo, provvista di una lampadina rossa del tipo usato dai fotografi nelle camere oscure. Senza dubbio dovetti recepire tutte quelle impressioni in maniera inconscia, dato che la mia mente atterrita era completamente presa dalle persone che occupavano la stanza. Mio padre, chino su di me, era intento a strofinarmi le mani, mentre Stella mi stava massaggiando i piedi che sporgevano dalle coperte. E anche mio padre aveva subito lo stesso spaventoso, misterioso cambiamento della ragazza! La sua pelle esangue era di un freddo pallore cadaverico, e le sue mani erano gelide quanto quelle di un morto irrigidito. E i suoi occhi, che mi osservavano con una strana e terribile circospezione, brillavano di un fulgore verdastro, simili a quelli di Stella e del grande lupo grigio. Lei stessa, quell'essere orribile che un tempo era stato l'adorabile Stella, non era cambiata. Aveva sempre quella pelle cadaverica, quegli occhi dalla strana luminescenza verde e quelle macchie sul viso, che adesso apparivano nere nella tetra luce rossastra. Nella stufa non ardeva alcuna fiamma, eppure, nonostante il gelo che impregnava la stanza, lei indossava ancora la stessa sottoveste di seta bianca strappata di prima. Mio padre - o almeno la cosa che una volta era mio
padre - portava solo una leggera camicia di cotone, da cui erano state strappate le maniche, e un paio di calzoni logori. Le braccia e i piedi erano nudi. Constatai un'ennesima cosa spaventosa. Mentre il mio respiro si condensava in bianche nuvole di cristalli ghiacciati nell'aria gelida, dalle narici di mio padre e di Stella non usciva alcuna traccia di vapore. Dall'esterno potevo sentire il lugubre lamento soprannaturale del branco. E, di tanto in tanto, i due guardavano con inquietudine in direzione della porta, quasi fossero ansiosi di raggiungere i loro simili. Quando mio padre parlò, mi ero già sollevato a sedere e mi guardavo attorno con un misto d'incredulità e di confusione. «Siamo felici di vederti, Clovis», mi disse piuttosto freddamente e senza mostrare alcuna emozione, con un atteggiamento del tutto diverso dai suoi modi solitamente gioviali e affettuosi. «Sembra che tu abbia freddo, ma tra poco tornerai ad essere normale. Sorprendentemente, noi abbiamo bisogno di te per un esperimento che non possiamo portare a termine senza la tua assistenza.» Parlava lentamente, incerto, come uno straniero che ha tentato di imparare l'inglese da un dizionario. Rimasi fortemente perplesso, anche se davo per scontato che sia lui che Stella soffrissero di uno squilibrio mentale. E la sua voce aveva un certo tono lamentoso, che ricordava gli ululati del branco. «Ci aiuterai?», domandò Stella con la stessa, terrificante inflessione. «Spiegatemi! Spiegatemi tutto quanto, per favore!», sbottai. «Altrimenti impazzirò! Perché tu correvi insieme ai lupi? Perché i tuoi occhi hanno quella luminosità verde, e la tua pelle è di un pallore mortale? Perché siete così freddi? Perché questa luce rossa? Perché non c'è alcun fuoco acceso?» Mentre farfugliavo tutte quelle domande, loro rimasero a fissarmi in silenzio nella strana stanza, con quello sguardo agghiacciante. Per alcuni minuti restarono zitti. Poi, negli occhi di mio padre apparve un'espressione astuta, e dalla sua bocca uscì di nuovo quella voce agghiacciante. «Clovis», mi disse, «tu sai che siamo venuti qui allo scopo di studiare la scienza. Ed è stata effettuata una grande scoperta, un'enome scoperta riguardante le risorse della vita. I nostri corpi sono cambiati, come tu puoi vedere. Sono diventati macchine migliori e più forti. Il freddo non li danneggia, a differenza del tuo. Perfino la nostra vista è migliore, quindi non ci occorrono più luci intense.
Ma ci manca ancora il successo perfetto. Le nostre menti sono state cambiate e noi non ricordiamo ciò che un tempo sapevamo. E sei tu che noi desideriamo come nostro aiutante per aggiustare una nostra macchina che è stata rotta. Noi vorremmo che ci aiutassi, cosicché a tutta l'umanità possiamo portare il dono della nuova vita, che è forza eterna e non conosce morte. Noi cambieremo tutti con la nuova scienza che abbiamo scoperto.» «Vorresti dire che hai intenzione di trasformare la razza umana in tanti mostri simili a voi?» Mio padre ringhiò con la ferocia di un animale da preda. «Tutti gli uomini riceveranno il dono della vita simile alla nostra», ribadì. «La morte non sarà più. E noi richiediamo il tuo aiuto... e l'otterremo!» La sua voce conteneva un intenso tono di maleficio di minaccia. «Tu sarai nostro aiuto. Tu non rifiuterai!» Si piantò di fronte a me digrignando i denti e incurvando le dita come fossero artigli. «Certo che ti aiuterò!», riuscii a balbettare con voce tremante. «Ad ogni modo non sono molto bravo come sperimentatore.» Ero sicuro che un rifiuto avrebbe rappresentato un mezzo per commettere uno spiacevolissimo suicidio. In quei minacciosi occhi verdi brillò una luce trionfante di astuzia, l'astuzia del folle che ha appena perpetrato un abile inganno. «Puoi venire adesso, così da vedere la macchina?», domandò Stella. «No», risposi in fretta, cercando delle ragioni per guadagnare tempo. «Ho freddo. Devo accendere un fuoco e scaldarmi. E poi ho fame, e sono molto stanco. Devo mangiare e dormire.» Ed era tutto quanto vero, tra l'altro. Il mio corpo era interamente ghiacciato per le ore trascorse all'aperto. Gambe e braccia mi tremavano ancora. I due si guardarono scambiandosi degli strani suoni gutturali, simili a lamenti bestiali. Sembrava che quello, e non le parole, fosse il loro linguaggio naturale, e che il loro inglese fosse solo una lingua appresa superficialmente da poco tempo. «Vero», disse mio padre, e guardò verso la stufa. «Accendi un fuoco se devi. Quello che ti occorre è qui?» E indicò con aria interrogativa il carbone e i legnetti, come se il fuoco fosse una cosa del tutto nuova e sconosciuta per lui. «Noi dobbiamo andare all'esterno», aggiunse. «La luce del fuoco è dannosa per noi, come il freddo per te. E in un'altra stanza, chiamata...», esitò visibilmente, «...chiamata cucina, ci sarà cibo. Là ti aspetteremo.»
Seguito dalla ragazza, uscì silenziosamente dalla camera. Rabbrividendo per il freddo, mi affrettai verso la stufa: le braci erano spente, e da parecchi giorni non veniva accesa. Scossi la cenere, accesi un fiammifero che trovai in tasca e lo buttai sulla grata, riempiendo poi la stufa di ramoscelli e carbone. In pochi minuti si levò una fiamma crepitante, di fronte alla quale mi accovacciai con un senso di gratitudine. Poco dopo la porta si aprì lentamente. Stella lanciò un'occhiata guardinga per vedere se c'era della luce nella stanza, poi entrò. La stufa, perfettamente chiusa, non lasciava filtrare alcun bagliore. La pallida ragazza dagli occhi verdi aveva le braccia cariche di cibo, un curioso assortimento raccolto evidentemente a casaccio in cucina. C'erano due pagnotte, della pancetta affumicata, una lattina chiusa di caffè, un sacchetto di sale, una scatola di farina d'avena, un barattolo di lievito, una dozzina di confezioni di cibo in scatola, e perfino una bottiglia di lucido per la stufa. «Tu mangi questo?», mi chiese con la sua voce stranamente animalesca, deponendo il tutto sul tavolo. Era una situazione quasi ridicola, eppure in un certo senso anche terribile. Sembrava che non avesse la minima idea riguardo i bisogni alimentari umani. Provando finalmente un piacevole tepore, e letteralmente affamato, mi accostai al tavolo ed esaminai lo strano assortimento che c'era sopra. Scelsi una pagnotta, una scatoletta di salmone e una di albicocche. «Alcune di queste cose si mangiano così come sono», azzardai, chiedendomi come avrebbe reagito. «Altre devono essere cotte, invece.» «Cotte?», domandò immediatamente lei. «Cosa vuol dire?» Poi, mentre io restavo zitto per la sorpresa, aggiunse: «Vuoi forse dire che devono essere calde e sanguinanti dell'animale?». «No!», urlai. «No. Per cuocere un cibo lo si riscalda. E di solito si aggiunge del condimento, come il sale, per esempio. È un procedimento abbastanza complesso che richiede una notevole abilità.» «Capisco», disse. «E tu devi consumare simili generi per mantenere il tuo corpo integro?» Le risposi di sì, poi le dissi che mi serviva un apriscatole per il cibo confezionato. Dopo avermi chiesto una descrizione di tale arnese, andò in cucina e tornò quasi subito con l'apriscatole. Anche mio padre era rientrato nella stanza. I due mi osservarono con quegli strani occhi verdi mentre mangiavo. Il mio appetito non ne era certo
stimolato, ma cercai di portare avanti il pasto il più a lungo possibile per rinviare qualsiasi cosa mi riservassero per quando avessi finito. Entrambi mi rivolsero parecchie domande. Domande simili a quella di Stella riguardante la cottura, circa argomenti normalmente noti anche a un bambino. Non si trattava comunque di domande stupide... affatto! Entrambi mostravano di avere un'intelligenza quasi soprannaturale. Ricordavano tutto, e rimasi impressionato dalla loro abilità nel collegare i fatti che fornivo loro, per svilupparne altri. I loro occhi mi fissarono incuriositi quando, incapace di protrarre ulteriormente la finzione di avere ancora fame, estrassi una sigaretta e cercai un fiammifero per accenderla. Quando la fiammella brillò, lanciarono un urlo come se fossero in agonia e si coprirono gli occhi, balzando indietro tremanti. «Distruggi quella cosa!», ringhiò mio padre inferocito. Spensi la minuscola fiamma, sorpreso dai suoi effetti. I due si scoprirono gli occhi, sbattendo le palpebre. Trascorsero parecchi minuti prima che si riavessero completamente dalla loro sbalorditiva paura della luce. «Non fare più luce quando noi siamo vicini», ringhiò mio padre. «Ti lacereremo il corpo se dimentichi!» E scoprì i denti, arricciando le labbra come un lupo e lanciando un altro terribile ululato. Stella corse ad una finestra che guardava a Est, aprì gli scuri e sbirciò nervosamente fuori. Vidi che stava sorgendo l'alba. La ragazza uggiolò in maniera strana, rivolta a mio padre. Anche lui era inquieto, come una preda braccata dai cani, e roteava gli enormi occhi verdi intorno a sé. Si voltò quindi verso di me con fare ansioso. «Vieni», disse. «La macchina che noi con il tuo aiuto ripareremo, è nella cantina sotto la casa. Il giorno arriva. Noi dobbiamo andare.» «Non posso», protestai. «Sono stanco morto: sono stato in piedi tutta la notte, devo assolutamente riposarmi, prima di mettermi a lavorare a una macchina. Ho tanto sonno che non riesco nemmeno a connettere.» Mio padre rivolse un guaito lamentoso a Stella, come se stesse parlando in una strana lingua lupesca. Lei gli rispose nello stesso modo, poi mi disse: «Se il riposo è necessario al funzionamento del tuo corpo, puoi dormire fino a quando la luce non sparirà. Seguimi». Aprì la porta in fondo alla stanza, mi fece attraversare una sala buia, e quindi mi fece entrare in una piccola camera da letto che conteneva un let-
tino, due sedie, una toeletta e un armadio. «Vedi di non andartene», mi avvertì con un ringhio, «o noi ti seguiremo sulla neve!» Quindi la porta si chiuse e rimasi solo. Una chiave cigolò sinistramente nella serratura. La piccola stanza era fredda e buia. Mi infilai in fretta a letto e, per un po', rimasi sveglio ad ascoltare. L'ululato spaventoso del branco, che era continuato per tutta la notte, sembrò farsi più intenso e vicino. Poi cessò con pochi uggiolii acuti, apparentemente proprio fuori dalla mia finestra. Con l'alba, il branco era venuto nella casa! Mentre la luce crescente del giorno filtrava nella cameretta, mi sollevai sul letto per esaminarne di nuovo il contenuto. Era una stanza ordinata, tappezzata di fresco. La toeletta era coperta da un vivace drappo di seta su cui erano disposti ordinatamente degli articoli da toeletta femminili. In un angolo, sotto una tenda, erano appesi alcuni abiti, un berretto di colore brillante, e un maglione. Sulla parete c'era una foto... un mio ritratto! Mi resi conto che la stanza in cui ero stato chiuso a chiave fino al calar della sera doveva appartenere a Stella. Ora capivo anche che nessuna spiegazione terrena, nessuna forma di pazzia, poteva spiegare ciò che avevo visto e sentito. Era un pensiero presente nella mia mente fin dall'inizio, ma avevo tentato di relegarlo in un angolo, in cerca di una spiegazione più semplice. Avevo pensato a Marte... e adesso mi rendevo conto che si riferiva a qualcosa di alieno, qualcosa che non apparteneva a questo mondo. Stella e mio padre erano posseduti da entità aliene, entità intelligenti e malvagie. Le loro personalità umane erano state scacciate, o assoggettate... e le entità usurpatrici ora volevano il mio aiuto... Passai ad esaminare le finestre, nell'eventualità di una fuga. Ce n'erano due, rivolte a oriente. All'esterno, comunque, erano state fissate trasversalmente due assi massicce, talmente vicine da togliermi qualsiasi speranza di riuscire a sgusciarvi in mezzo. Un'ispezione della stanza non rivelò alcun oggetto con cui potessi tentare di rimuoverle. Del resto, avevo troppo sonno ed ero troppo spossato per tentare la fuga. Al pensiero dei quindici chilometri di neve spessa e farinosa che mi separavano da Hebron, abbandonai subito l'idea. Sapevo che, nelle condizioni in cui mi trovavo, non sarei mai riuscito a percorrere una distanza simile nel corso di quella breve giornata invernale. E rabbrividii al pensiero di poter essere raggiunto sulla pianura innevata dal branco.
Mi coricai di nuovo sul letto di Stella, che conservava ancora una leggera fragranza di profumo, e ben presto mi addormentai. Il mio sonno, per quanto profondo, fu agitato. Ma nessun incubo avrebbe potuto essere così sconvolgente come la realtà da cui avevo trovato scampo per qualche ora. 5. Dormii per gran parte della breve giornata invernale. Al mio risveglio il sole stava tramontando. Una luce grigia scendeva sullo sterminato deserto di neve all'esterno delle mie finestre sbarrate, e il pallido disco della luna quasi piena stava sorgendo nel cielo crepuscolare a oriente. Non si scorgeva traccia di alcuna abitazione lungo le miglia di quella candida distesa, e provai un'acuta sensazione di completa solitudine. Non potevo contare su alcun aiuto esterno nell'affrontare la strana e paurosa situazione in cui mi ero inaspettatamente trovato. Se dovevo sfuggire a quei mostri che si celavano nei corpi delle persone a me più care, dovevo fare affidamento esclusivamente sulle mie forze. E sarebbe toccata esclusivamente a me l'impresa di restituire loro le personalità che possedevano un tempo. Ancora una volta esaminai le robuste traverse di legno che ostruivano le finestre. Sembravano inchiodate saldamente alla parete da entrambi i lati e io non trovai alcun attrezzo adatto a tagliarle. Avevo ancora i fiammiferi in tasca, comunque, e pensai che forse avrei potuto bruciarle. Ma non c'era il tempo sufficiente per una simile operazione prima che le tenebre facessero tornare i miei catturatori, e inoltre non gradivo per niente il pensiero di fuggire con il branco che mi inseguiva. E poi avevo di nuovo fame e sete. Scese l'oscurità, mentre giacevo sul letto tra gli effetti personali di un'adorabile ragazza nei cui confronti avevo nutrito sentimenti di tenerezza, e aspettavo che lei arrivasse con la notte, in compagnia dei suoi terribili alleati, per trascinarmi incontro a un orrendo destino che mi era ancora ignoto. La grigia luce diurna svanì impercettibilmente nel pallido chiarore argenteo della luna. All'improvviso, senza alcun segno rivelatore, la chiave girò nella serratura. Stella, o l'entità aliena che dominava il grazioso corpo della ragazza, scivolò nella stanza con una grazia sinistra. «Immediatamente tu verrai», disse con quella voce lupina. «La macchina
aspetta l'aiuto di te nel grande esperimento. Subito vieni. Il tuo debole corpo è riposato?» «D'accordo», dissi. «Certo, ho dormito. Però adesso ho di nuovo fame e sete. Devo assolutamente bere e mangiare qualcosa, prima di mettermi ad armeggiare con una macchina.» Ero deciso a posticipare il più a lungo possibile qualsiasi prova mi fosse riservata. «Il tuo corpo potrai ancora soddisfare», acconsentì la donna. «Ma impiega non troppo tempo!», ringhiò minacciosa. La seguii nella stanza da pranzo. «Prendo acqua», mi disse, e uscì silenziosa dalla porta. La stufa era ancora tiepida. L'aprii, attizzai le braci e aggiunsi altro carbone, ottenendo ben presto una fiamma crepitante. Poi spostai la mia attenzione sul cibo che era avanzato. I resti del salmone e delle albicocche erano gelati sui piatti, e allora li appoggiai sulla stufa a scaldarsi. Poco dopo Stella fu di ritorno con un secchio contenente un blocco di ghiaccio. Evidentemente sorpresa dal fatto che non potessi bere l'acqua in forma solida, mi lasciò deporre il recipiente sulla stufa affinché il ghiaccio si sciogliesse. Mentre attendevo accanto alla stufa, mi rivolse innumerevoli domande, molte delle quali così elementari da risultare ridicole se mi fossi trovato in una situazione meno tragica, altre riguardanti invece le più recenti e astruse teorie scientifiche, di cui la ragazza sembrava possedere una conoscenza superiore alla mia. Mio padre apparve all'improvviso con le braccia cadaveriche piene di libri. Li depose sul tavolo e mi fece un brusco cenno esortandomi a dare un'occhiata. Aveva portato La teoria della relatività di Einstein, Gravitazione ed Elettricità di Weyl, e due dei suoi volumi stampati privatamente. Si trattava di Tensori Spazio-temporali e del volume di ipotesi matematiche intitolato Universi interdipendenti, le cui bizzarre implicazioni avevano creato molta sensazione tra gli studiosi ai quali mio padre aveva inviato delle copie del libro. Cominciò allora ad aprire quei volumi e a bombardarmi di domande a cui spesso non fui in grado di rispondere. Tuttavia, la maggior parte dei suoi interrogativi riguardavano semplicemente la grammatica o il significato delle parole del testo. Sembrava che riuscisse ad afferrare facilmente l'essenziale del discorso, mentre la lingua gli creava delle difficoltà. Le sue domande erano esattamente quelle che avrebbe potuto rivolgere
un essere super-intelligente di Marte, nel caso avesse tentato di leggere dei trattati scientifici senza possedere però una padronanza completa del linguaggio in cui erano scritti. Anche i suoi stessi testi sembravano risultargli poco familiari, come quelli degli altri scienziati. Eppure scorse le pagine a una velocità impressionante, fermandosi solo occasionalmente per chiedere un chiarimento, e parve acquisire una conoscenza completa del testo man mano che procedeva. Quando mi lasciò libero di consumare il mio pasto, il cibo e l'acqua erano ormai caldi. Bevvi, poi mangiai pane, salmone e albicocche, con la massima lentezza che il coraggio mi consentiva. Li invitai a dividere il pasto con me, ma i due rifiutarono seccamente. La serie di domande nel frattempo continuò. Poi, di colpo, concludendo evidentemente che avevo mangiato a sufficienza, si incamminarono verso la porta ordinandomi di seguirli, e io non osai fare altrimenti. Mio padre si fermò all'estremità del tavolo e prese la lampada rossa, unica fonte luminosa della stanza. Attraversammo di nuovo la sala buia e uscimmo da una porta sul retro della fattoria. Mentre percorrevamo un tratto innevato alla luce lunare, io rabbrividii per l'ennesima volta udendo il gemito lontano del branco in cui echeggiava ancora quella nota terribile che ricordava degli organi vocali umani tesi in uno sforzo inaudito. A pochi metri da noi si trovava la porta della cantina. Il seminterrato dell'abitazione era stato evidentemente ampliato in maniera considerevole di recente, dato che il cortile posteriore era pieno di cumuli di terriccio, alcuni dei quali coperti di neve, altri neri e spogli. I due fecero strada lungo i gradini che immettevano nella cantina; mio padre portava ancora la lampada che rompeva debolmente l'oscurità con un fievole bagliore cremisi. La cantina era spaziosa e intonacata accuratamente. Non aveva subito lavori di ampliamento, ma accanto alla porta si apriva un passaggio scuro che scendeva verso scavi situati a una profondità maggiore. Al centro del pavimento c'erano i rottami di uno strano macchinario che era stato evidentemente danneggiato di proposito. Lì accanto notai infatti un'accetta, senza dubbio l'oggetto causa della devastazione. Il pavimento era cosparso di schegge di vetro, appartenenti a valvole termoioniche infrante. La macchina stessa era un ammasso di cavi aggrovigliati, di bobine contorte e di magneti piegati, sistemato in maniera incomprensibile all'e-
sterno di un grande anello di rame, del diametro di un metro abbondante. L'anello di rame era montato perpendicolarmente su un telaio metallico, di fronte al quale vi era uno scalino di pietra sistemato in modo da lasciar supporre che servisse per salire e penetrare attraverso l'anello. Vidi però che era praticamente impossibile farlo, poiché sul lato opposto vi era un ammasso di apparecchiature contorte... e un grande specchio parabolico di metallo lucido al centro del quale era avvitato un oggetto che aveva tutta l'aria di un tubo catodico spezzato. Era una macchina davvero sconcertante, che aveva subito una distruzione pressoché totale. Escludendo l'anello di rame e quel gradino di pietra, le altre sue parti erano quasi tutte contorte o infrante. In fondo alla cantina c'era un generatore di piccole dimensioni, un piccolo motore a benzina collegato a una dinamo, del tipo usato a volte nelle case isolate per fornire corrente elettrica. Vidi che quello non era stato danneggiato. Da un banco vicino alla parete, mio padre raccolse una valigetta da cui tolse un rotolo di cianografie e un fascio di fogli infilati in una cartelletta di cartoncino. Sparse tutto quanto sul banco e vi appoggiò vicino la lampada rossa. «Questa macchina, come vedi, è stata danneggiata, con nostra grande sfortuna», mi disse. «Queste carte dicono il metodo di costruzione da seguire nel montaggio di simili macchine. Il tuo aiuto è necessario nel decifrare quello che dicono. E la nuova macchina porterà una grande e forte vita, come noi abbiamo, a tutto il tuo mondo.» «Hai detto tuo mondo!», gridai. «Dunque ammetti di non appartenere a questa terra? Tu sei un mostro, un mostro che ha rubato il corpo di mio padre.» Entrambi ringhiarono come belve, scoprendo i denti e fulminandomi con un terribile sguardo dei loro occhi verdastri. Poi nelle pupille di mio padre affiorò di nuovo una subdola espressione d'astuzia. «No, figlio mio», mi disse con un uggiolio animalesco. «Un nuovo segreto di vita noi abbiamo scoperto. Grande forza esso dà ai nostri corpi. La morte non più temiamo. Ma le nostre menti sono cambiate. Molte cose non ricordiamo. Dobbiamo chiedere il tuo aiuto per leggere questo che un tempo noi abbiamo scritto...» «Sciocchezze!», esclamai. «Non ti credo. E che io sia dannato se vi aiuterò a riparare quel congegno infernale, e a trasformare altri esseri umani in mostri come voi!»
I due balzarono verso di me. I loro occhi brillavano orrendamente sulla pelle pallidissima; le loro dita erano incurvate come artigli e dalle loro bocche ringhianti gocciolava saliva. «Tu aiuterai!», urlò mio padre. «O il tuo corpo noi atrocemente distruggeremo. Lo divoreremo lentamente, mentre tu vivi ancora!» Accecato dal terrore persi l'uso della ragione, e con un grido selvaggio e tremolante mi lanciai verso la porta. Era un gesto disperato, poiché era impossibile sfuggire a esseri dotati della loro forza soprannaturale. Con urla impressionanti si scagliarono dietro di me insieme, gettandomi sul pavimento e addentandomi selvaggiamente alle braccia e al corpo. Per alcuni istanti lottai sorretto dalla disperazione, mi contorsi e scalciai, riparandomi la gola con un braccio e colpendo alla cieca con l'altro. Poi mi immobilizzarono definitivamente, e non mi restò altro che imprecare e lanciare una vana richiesta di aiuto. La donna, bloccandomi le braccia contro i fianchi, mi sollevò con facilità e mi caricò sulle sue spalle. Il suo corpo a contatto del mio era freddo come ghiaccio. Lottai con furia ma inutilmente, mentre lei imboccava il tenebroso pendio del passaggio che conduceva nei recenti scavi sottostanti la cantina della casa. Dietro di noi, mio padre raccolse la lampada rossa e le carte del progetto, seguendoci nel tetro cunicolo. 6. Impotente tra quelle braccia mostruosamente forti, sebbene avessero il gelo e il pallore di un cadavere, venni trasportato lungo una stretta rampa di scalini in un'alta sala sotterranea pervasa da una fioca luce rossastra che non proveniva da alcuna fonte visibile, tanto da sembrare un tetro lucore sanguigno prodotto dall'aria stessa. Le pareti del locale sotterraneo erano lisce e scurissime, di una misteriosa sostanza nera come l'ebano. Venni trasportato per diversi metri lungo quella cavità stranamente illuminata, finché non arrivammo in un locale più ampio, con un alto soffitto a volta e ogive sorretto da una doppia fila di colonne massicce e nerissime. Nelle pareti erano scavate numerose e buie nicchie ad arco. Anche questa sala più ampia era illuminata in maniera tetra da una luce spettrale e scarlatta che non sembrava irradiarsi da nessun punto definito. Era un posto silenzioso e terribile, una specie di cattedrale delle tenebre
consacrata al male e alla morte. Una sinistra atmosfera di orrore indicibile pareva sprigionarsi da quelle pareti buie come la notte, simile ai soffocanti fumi d'incenso offerti a un'informe Divinità dell'Orrore. La fioca luce rossastra avrebbe potuto provenire da ceri invisibili bruciati in riti proibiti di sangue e di morte. Il silenzio stesso era come un'entità malvagia e tangibile che strisciava su di me staccandosi da quei muri d'ebano. Mi fu concesso ben poco tempo per poter riflettere sugli interrogativi suscitati da quel luogo. Cos'era quella materia nerissima delle pareti? Da dove proveniva quel livido, lucore sanguigno? Da quanto tempo era stato costruito quello strano tempio del terrore? E a quale Divinità demoniaca era consacrato? Ma non ebbi l'opportunità di cercare una risposta a quelle domande, anzi, non ebbi nemmeno il tempo di riprendermi dal mio naturale stupore nel trovare un posto simile sotto il terreno di una fattoria del Texas. La ragazza che mi trasportava mi lasciò cadere a terra, accanto a un pilastro che aveva un diametro di mezzo metro abbondante, e lanciò un guaito stridulo come quello di un cane affamato. Si trattava evidentemente di un richiamo, dato che due uomini apparvero nell'ampia navata centrale del tempio, verso la quale io ero voltato. Due uomini... o piuttosto due mostruosità malvagie celate in corpi umani. I loro occhi brillavano di quella verde fiamma aliena, e i loro corpi, sotto gli abiti stracciati, erano spaventosamente bianchi. Uno di loro mi si avvicinò con un pezzo sfilacciato di corda, probabilmente un frammento di laccio che avevano trovato di sopra. Più tardi capii che quei due dovevano essere i meccanici provenienti da Amarillo e che, come mi aveva detto Judson la notte del nostro viaggio fatale, erano stati assunti da mio padre. Non avevo ancora visto il dottor Blake Jetton, il padre di Stella, che era stato l'assistente capo di mio padre in varie indagini scientifiche... indagini che avevano avuto un risultato terrificante! Mentre la donna mi teneva contro la colonna, gli uomini mi afferrarono le braccia, le tesero dietro il pilastro e le legarono. Io scalciai, lottai, li maledissi, ma invano. Il mio corpo sembrava stucco molle di fronte alla loro terrificante forza. Una volta legatemi le mani, mi passarono una seconda corda attorno alle caviglie, stringendola saldamente contro la colonna color ebano. Ero così del tutto impotente in quel misterioso tempio sotterraneo, in balìa di quelle quattro creature che sembravano possedere una superintelli-
genza infernale unita alla forza e alla natura di lupi. «Guarda lo strumento che noi dobbiamo costruire!», esclamò la voce ringhiante di mio padre. Fermo di fronte a me con il rotolo di progetti tra le mani cadaveriche, mi indicò un oggetto che fino a quel momento non avevo scorto in quel macabro baluginio rossastro. Al centro dell'alta navata principale, tra le file gemelle di neri pilastri, c'era una lunga e bassa piattaforma di pietra d'ebano, da cui si ergeva un'intelaiatura metallica simile a quella della macchina distrutta che avevo visto di sopra, nella cantina. Il telaio sosteneva verticalmente un enorme anello di rame, molto più grande dell'anello appartenente all'apparecchio devastato. Il suo diametro era di circa tre metri e mezzo, se non di più; la sua curva superiore si innalzava verso la buia volta del locale, luccicando stranamente nell'atmosfera sanguigna e spettrale. Dietro l'anello era stato sistemato un gigantesco specchio parabolico argenteo di metallo lucido. Ma l'apparecchiatura era evidentemente incompleta. Le complesse valvole termoioniche, le delicate bobine, i magneti e l'intricata cablatura, di cui avevo osservato i resti inservibili nel rottame dell'altra macchina, non erano ancora stati installati. «Guarda!», urlò di nuovo mio padre. «Lo strumento da cui verrà sulla tua terra la grande vita che è nostra. Il progetto su questi fogli abbiamo fatto. Dal progetto abbiamo costruito la macchina piccola, e abbiamo condotto a noi stessi la vita, la forza, l'amore del sangue...» «L'amore del sangue!» Sussultai, lanciando un urlo angosciato, e fui di nuovo quasi sopraffatto dall'orrore che incombeva in quello strano posto. Mi accasciai contro le corde tremando di paura. Negli occhi della cosa che un tempo era stata mio padre comparve ancora quella luce d'astuzia. «No, non temere», mi calmò con un tono lamentoso. «La tua lingua è nuova per me, e io dico quello che non intendo. Non devi avere paura... se farai il nostro volere. Se non lo farai, allora noi assaggeremo il tuo sangue. Ma la nuova vita è giunta solo a pochi. Poi la macchina si è rotta, per colpa di un uomo, e i nostri cervelli sono cambiati; così noi non ricordiamo come leggere i progetti che abbiamo fatto un tempo. Il tuo aiuto vogliamo nel ricostruire una nuova macchina. Per te e per tutta la tua specie di vita!» Mio padre ringhiò in direzione della donna. Lei allora si gettò carponi e si scagliò contro di me come un lupo, con terribili ululati!
Mi prese con i denti i calzoni, sulla metà della coscia destra, e diede uno strappo verso il basso. Poi me li affondò nella carne e cominciò a rosicchiare lentamente... Non mi produsse una ferita profonda, ma il sangue, che appariva nero in quella luce terribile, prese a gocciolare lungo la mia gamba... sangue che di tanto in tanto lei leccava con gusto, smettendo momentaneamente di rosicchiare. Era chiaro che tutto ciò veniva fatto con il preciso scopo di causarmi il massimo del dolore e della paura. Per alcuni minuti, forse, lo sopportai... minuti che sembrarono secoli. Il dolore in sé era atroce, ma non quanto lo era il terrore del luogo e della situazione in cui mi trovavo. Lo strano tempio delle tenebre, dal pavimento nero, le pareti nere, i pilastri neri, il soffitto a volta nero; la fioca luce color sangue, senza fonti apparenti, che lo pervadeva; lo spaventoso silenzio, rotto soltanto dai miei gemiti e dal lieve rumore dei denti che rosicchiavano; il mostro demoniaco che mi stava di fronte nel corpo di mio padre, che mi fissava tenendo in mano gli schemi e i pezzi della macchina, e che aspettava che parlassi. Ma la cosa più orribile era che il demone che mi stava addentando possedeva il corpo della cara, adorabile Stella! La ragazza stava ora affondando i denti con un rumore scricchiolante. Mi dimenai, urlando per il dolore atroce mentre grondavo di sudore. Diedi alcuni strattoni furiosi ai legami che mi bloccavano, cercando di spezzare la corda che imprigionava la mia gamba torturata. Dalla gola di lei si levarono avidi e rabbiosi grugniti. Il suo viso, di un pallore cadaverico, era di nuovo sporco di sangue, come la prima volta che l'avevo visto. Ma lo strazio della mia gamba continuava, interrotto solo occasionalmente quando lei si fermava a leccarsi le labbra con un'orribile espressione di soddisfazione. Alla fine non riuscii più a sopportare quella tortura. Anche se il destino della Terra dipendeva da me, come ero convinto, non potevo più resistere. «Basta! Basta!», gridai. «Parlerò!» Mio padre si avvicinò a me con uno sguardo in cui bruciava una verde fiamma malvagia, e mi srotolò di fronte agli occhi uno dei fogli contenenti i disegni e i dati delle strane valvole che dovevano essere montate all'esterno dell'anello di rame. Dalle sue labbra uscì quel curioso lamento animalesco con cui quei mostri comunicavano tra di loro. Uno dei meccanici mutati gli si avvicinò allora, portando in mano le parti di una valvola: filamenti, placca, griglia, schermatura, elettrodi ausiliari e il tubo di vetro in cui dovevano essere sigillate.
Le parti evidentemente erano state costruite con la massima conformità possibile alle istruzioni scritte, permessa dalla imperfetta conoscenza dell'inglese di quegli esseri. «Ci sono i piani di queste parti», disse mio padre. «Se sbagliate, tu devi dire dove sbagliate. Descrivi come metterle assieme. Parla rapido, o morirai con lentezza!» E ringhiò minaccioso. Sebbene non fossi assolutamente un esperto in fisica, vidi abbastanza facilmente che gran parte di quei pezzi erano inservibili, nonostante fossero stati fabbricati con sorprendente precisione. Sembrava che quelle creature non possedessero alcuna conoscenza dei principi fondamentali che erano alla base del funzionamento della macchina che stavano tentando di costruire... eppure, nel fabbricare quei pezzi, avevano compiuto delle realizzazioni che sarebbero state al di fuori della portata della nostra scienza. Il filamento era costruito in metallo, abbastanza bene... ma era troppo spesso, e la corrente che avrebbe condotto avrebbe fatto saltare la valvola. La griglia era costruita in maniera eccellente... ed era di radio metallico! Valeva una piccola fortuna, ma era del tutto inadatta a una valvola termoionica. La placca era evidentemente di quarzo puro, fuso. Era modellata con una precisione che mi sorprese, ma anch'essa era inservibile. «Parti sbagliate?», latrò eccitato mio padre, avendomi senza dubbio letto qualcosa in faccia. «Indica quanto sono sbagliate! Descrivi come farle corrette!» Io serrai le labbra, deciso a non rivelare nulla. Sapevo che la spaventosa metamorfosi di mio padre e di Stella era avvenuta tramite la macchina ora distrutta, e non volevo collaborare alla trasformazione di altri esseri umani in simili mostri diabolici. Ero certo che quell'apparecchiatura, una volta completata, avrebbe costituito una minaccia per l'intera umanità. Piuttosto riluttante, la ragazza si alzò, leccandosi le labbra scarlatte. Mio padre - io continuo sempre a chiamare il mostro con questo nome, ma quello non era mio padre - mi mise gli schemi sotto gli occhi, mostrando nel palmo della mano le minuscole parti che componevano la valvola. Dovetti usare tutta la forza di volontà di cui disponevo per distogliere la mente dal dolore pulsante della ferita alla gamba. Ma riuscii a spiegare che il filamento avrebbe dovuto essere molto più sottile, che il radio non era adatto per la griglia, e che la placca doveva essere costruita con un metallo conduttore, invece che con del quarzo. Fece fatica a comprendere i termini scientifici da me usati. Il nome tungsteno, per esempio, non significava niente per lui, finché non gli spiegai le
caratteristiche e il numero atomico di tale metallo. Al che lo identificò immediatamente, e parve possedesse al riguardo una conoscenza perfino superiore alla mia. Per lunghe ore risposi alle sue domande e fornii spiegazioni. Alcune volte fui tentato di rifiutare di farlo, ma il ricordo insopportabile dei denti che mi rodevano la gamba finì sempre col costringermi a parlare. La conoscenza scientifica e l'abilità dimostrate nella costruzione delle parti della macchina, una volta capite correttamente le istruzioni, mi sorpresero. Quei mostri, che avevano rubato quei corpi umani, sembravano possedere una loro conoscenza scientifica notevole, specialmente nella chimica e in certi rami della fisica. Però l'elettricità, il magnetismo e le moderne teorie della relatività e dell'equivalenza, sembravano nuove per loro, probabilmente perché quegli esseri provenivano da un mondo i cui fenomeni naturali erano differenti dai nostri. Da una delle cavità che si aprivano nella grande sala, portarono uno strano congegno luccicante che consisteva in una serie di sfere e di bulbi collegati tra loro e costruiti con una specie di cristallo. Un blocco di pietra calcarea, che doveva provenire dagli scavi del tempio sotterraneo, venne posto in una capiente sfera inferiore del macchinario, e si dissolse lentamente formando un denso gas iridescente color viola. Allora, quando mio padre o uno degli altri volevano costruire qualcosa una placca o una griglia metallica, una bobina, un interruttore o qualsiasi altro pezzo occorrente alla macchina - modellavano una piccola copia dell'oggetto desiderato con una sostanza biancastra e molle, simile a cera. Il modello veniva quindi posto in uno dei bulbi di cristallo che veniva riempito con il gas violetto, probabilmente un derivato formato dai protoni e dagli elettroni del calcare scisso. L'operatore del congegno azionava un controllo, e al momento giusto toglieva dal bulbo di cristallo... non il modello, bensì l'oggetto finito, formato del materiale desiderato! Non mi spiegarono il processo, ma sono certo si trattasse di formare nuovi atomi partendo dagli elettroni e dai positroni originali; un processo che era esattamente l'opposto della disintegrazione. Si poteva partire da atomi semplici come quelli dell'idrogeno o dell'elio, e si ottenevano poi carbonio, silicio, o ferro. E poi argento, se si desiderava, oppure oro! E infine radio o uranio, i metalli più pesanti. L'oggetto veniva tolto quando gli atomi avevano raggiunto il numero adatto per la formazione dell'elemento richiesto.
Con quell'apparecchio meraviglioso, i cui risultati superavano i sogni più folli degli alchimisti, la realizzazione dell'enorme macchina al centro della navata procedeva a una velocità impressionante, una velocità che mi terrorizzava. Pensai allora che avrei potuto ritardarne la costruzione escogitando qualche espediente. Spremendomi il cervello, stanco e offuscato dal dolore, cercai un trucco che potesse sviare i miei astuti avversari. L'idea migliore che mi si presentò fu quella di fornire una falsa interpretazione della parola «vuoto». Se fossi riuscito a nasconderne il vero significato a mio padre, lui avrebbe lasciato aria nelle valvole, che sarebbero saltate non appena data corrente. Quando alla fine mi domandò cosa volesse dire quella parola, gli spiegai che indicava uno spazio chiuso. Ma lui aveva consultato opere scientifiche, oltre a sfruttare la mia povera consulenza tecnica. Quando quelle parole uscirono dalle mie labbra, mi balzò addosso con un ringhio terrificante, cercando di ghermirmi la gola. Se non fosse stato per un'affrettata simulazione di ottusità e di paura, la mia parte in quell'orribile avventura avrebbe potuto giungere a una prematura conclusione. Protestai la mia sincerità, adducendo come scusa che la mia mente era sfinita e che non riuscivo più a ricordare argomenti scientifici, che avevo ancora bisogno di mangiare e di dormire. Poi mi accasciai contro le corde, con il capo penzolante, rifiutando di rispondere anche di fronte alla minaccia di ulteriori torture. E, a dire il vero, vi era ben poca finzione nella mia stanchezza, perché non avevo mai passato una giornata così logorante, una giornata in cui gli orrori si erano succeduti così di continuo. Alla fine mi slegarono, e la ragazza, percorrendo il passaggio di prima, mi condusse di nuovo in casa; ero troppo esausto per camminare da solo. Quando uscimmo nel cortile coperto di neve, il lontano lamento del branco mi colpì un'altra volta i timpani. A Est, sulla sconfinata distesa di neve, il pallido disco della luna dai freddi riflessi stava sorgendo. Era di nuovo notte! Ero rimasto nel tempio sotterraneo per più di ventiquattro ore. 7. Ero di nuovo nella piccola stanza che un tempo era stata di Stella, tra i suoi oggetti personali, cogliendo un occasionale sentore del suo profumo. Era una cameretta ordinata e semplice, ed io avevo la sensazione di violare
un luogo sacro. Ma non avevo scelta, del resto, poiché le finestre erano bloccate e la porta era chiusa a chiave. Stella, o meglio dovrei dire la «donna lupo», mi aveva lasciato fermare nell'altra stanza per mangiare e bere qualcosa, e mi aveva perfino concesso di cercare il mobiletto dei medicinali da cui avevo prelevato una bottiglia di disinfettante da applicare alla gamba ferita. Ora, seduto sul letto in un freddo raggio di luce lunare, versai il liquido bruciante e fasciai la gamba con una benda ricavata da un lenzuolo pulito. Poi mi alzai e andai alla finestra: ero deciso a fuggire se la fuga fosse stata possibile, o a farla finita definitivamente in caso contrario. Non avevo alcuna intenzione di tornare vivo in quel tempio infernale. Ma, mentre raggiungevo la finestra, udii debole il lugubre ululato del branco, e cominciai a tremare inorridito, guardando quel bizzarro deserto di neve argentea che luccicava nella foschia opalescente della luna. Poi colsi di sfuggita due occhi verdi che si muovevano, e lanciai un grido. Un enorme lupo grigio stava andando avanti e indietro tranquillamente sotto la finestra, alzando di tanto in tanto il muso e fissando le mie finestre con occhi malvagi. Una sentinella per controllarmi! Alla mia disperazione assoluta si aggiunse allora il peso gravoso della fatica. Mi sentii improvvisamente stremato, fisicamente e mentalmente. Mi accasciai barcollando sul letto e scivolai sotto le coperte senza nemmeno spogliarmi, addormentandomi quasi all'istante. Al risveglio trovai ad accogliermi una giornata fredda e grigia. Un vento gelido sibilava inquietante attorno alla vecchia casa, e il cielo era coperto da tetre nubi bluastre. Balzai dal letto provando un notevole senso di ristoro dopo la lunga dormita. Per un istante, nonostante il giorno cupo, avvertii uno straordinario senso di sollievo; per quell'attimo fuggevole mi sembrò che tutto quanto era accaduto fosse solo un incubo orrendo da cui stavo risvegliandomi. Poi tornarono i ricordi, accompagnati da un dolore sordo alla gamba ferita. Mi chiesi come mai non mi avessero riportato nell'orrido tempio dalla luce rossastra prima dello spuntare del giorno; forse dovevo aver dormito troppo profondamente perché mi svegliassero. Ricordando il lupo grigio, guardai nervosamente dalla finestra. Se n'era andato, ovvio. Sembrava proprio che i mostri non sopportassero la luce del giorno, o qualsiasi altra luce che non fosse il terribile lucore sanguigno del
tempio. Mi gettai una coperta sulle spalle, dato il freddo intenso, e cominciai subito a studiare un sistema per fuggire. Ero deciso a conquistarmi la libertà o a morire nel tentativo. Per prima cosa esaminai ancora le finestre. Le traverse esterne, quantunque di legno, erano solidissime, e anche sforzandomi al massimo, non riuscii a spezzarle. Nella stanza non trovai niente che fosse adatto a tagliarle o a spaccarle senza impiegare ore di duro lavoro. Alla fine mi concentrai sulla porta, ma pugni e calci non sortirono alcun effetto sui solidi pannelli. La serratura aveva un aspetto robusto, e poi non avevo né la capacità, né gli attrezzi per forzarla. Ma mentre ero lì a fissare la serratura, mi venne un'idea. Avevo ancora una piccola automatica e due caricatori pieni. I miei carcerieri avevano mostrato solo disprezzo per quell'arma minuscola, e io non vi facevo più alcun affidamento dopo averne constatato la sorprendente inefficacia nell'uccidere quel lupo grigio. Indietreggiai, presi la pistola e scaricai, senza fretta, tre colpi nella serratura. Quando provai ancora ad aprire la porta, mi accorsi che continuava a non cedere. Allora spinsi e girai la maniglia in continuazione finché, con un secco scatto, la porta si spalancò. Ero libero. Se solo fossi riuscito a raggiungere un luogo al sicuro prima che l'oscurità spingesse allo scoperto quel branco misterioso! Mi fermai nella vecchia sala da pranzo per bere e mangiare affrettatamente, poi uscii dalla porta anteriore perché non osavo avvicinarmi a quell'infernale tana sotterranea nemmeno di giorno, e con una fretta disperata mi incamminai nella neve. Sapevo che il piccolo centro di Hebron distava quindici chilometri in direzione Nord. Sulla spessa coltre nevosa erano visibili ben pochi punti di riferimento, e le nubi grigie nascondevano il sole. Ma io presi ad arrancare lungo un reticolato che sapevo mi avrebbe guidato nella direzione giusta. Lentamente, la casa colonica ingiallita dal tempo, una struttura mal progettata e mal costruita dal tetto di assicelle grigiastre, rimpicciolì sulla candida distesa alle mie spalle. I fabbricati annessi, piccoli, più vecchi e in rovina della casa stessa, parvero raggrupparsi con l'abitazione, fino a formare un'unica macchia bruna sulla smisurata desolazione della prateria innevata. La crosta superficiale, per quanto più ghiacciata e solida della notte maledetta in cui ero arrivato, era ancora troppo fragile per sorreggere il mio
peso. A ogni passo si incrinava sotto i miei piedi, facendomi affondare fino alle caviglie. La mia avanzata era una lotta dolorosa e spietata. Gli orrori e gli sforzi estenuanti degli ultimi giorni mi avevano svuotato di qualsiasi energia. Ben presto mi ritrovai ansimante, con i piedi pesanti come piombo e un dolore sordo alla gamba ferita, un dolore intollerabile. Se la neve fosse stata abbastanza ghiacciata da sostenere il mio peso e permettermi così di correre, avrei potuto arrivare a Hebron prima dell'oscurità. Invece, affondando a ogni passo fino alla caviglia, non riuscivo assolutamente a muovermi con rapidità. Non avevo nemmeno coperto, a mio avviso, la metà della distanza che mi separava da Hebron, quando le tenebre di quella giornata grigia e deprimente sembrarono calare su di me. Mi resi conto, con un fremito d'orrore, che la mia fuga non era iniziata di prima mattina. Avevo l'orologio fermo e, poiché il sole era stato coperto da nubi plumbee, non avevo alcuna nozione del tempo. Sfinito per quell'intero giorno di torture trascorso nel tempio, dovevo aver dormito per più di mezza giornata: la notte mi aveva sorpreso quando ero ancora ben lontano dalla meta. Distrutto dalla fatica, mi ero trovato già diverse volte sul punto di fermarmi e riposare, ma il terrore mi infuse nuove energie e continuai ad arrancare il più rapidamente possibile, evitando però di mettermi a correre, cosa che avrebbe esaurito troppo presto le mie ultime forze. Avevo forse percorso un altro chilometro e mezzo, quando sentii l'agghiacciante ululato del branco. Dapprima lo sentii lontanissimo, basso e lamentoso, con quella sua orrenda nota umana, poi però si fece più forte, e divenne una serie di guaiti striduli e avidi. Capii allora che il branco che aveva assalito me e Judson si era lanciato sulle mie tracce. Il terrore che mi prese, un terrore pazzesco, assoluto e lacerante è inimmaginabile. Urlai e persi ogni controllo. Il mio corpo passava continuamente da ondate di calore a brividi e sudori freddi. Avevo la gola riarsa, e vacillavo mentre il cuore mi batteva cupo in tutto il corpo. Fuggii come un forsennato. Corsi con tutte le mie forze ma, dopo alcuni istanti, sembrò proprio che avessi dato fondo a ogni mia energia. Di colpo mi sentii oppresso dalla fatica e barcollai, quasi incapace di reggermi in piedi. Una foschia rossastra, punteggiata da lampi di candide fiamme, mi danzava di fronte agli occhi. La vasta piana di neve mi roteava attorno in maniera assurda.
Continuai ad avanzare barcollando. Ogni passo mi costava un enorme sforzo di volontà; sentivo che ero sul punto di crollare, ma lottavo disperatamente per trovare la forza di alzare nuovamente il piede. Intanto, gli orribili ululati si facevano più vicini, finché il loro suono non mi martellò nel cervello. Alla fine, incapace di muovere un altro passo, mi voltai a guardare. Per alcuni istanti rimasi lì, barcollando e ansando concitato. Le urla agghiaccianti del branco erano vicinissime, ma non riuscivo a scorgere nulla. Poi, attraverso le nubi, un ampio raggio spettrale di luce lunare illuminò la distesa di neve dietro di me. Allora vidi il branco. Il massimo dell'orrore! Lupi grigi che spiccavano balzi: animali scarni dagli occhi verdastri. E tra di loro, delle strane figure umane! Pupille di smeraldo che fissavano, gelide e spietate. Corpi di pallore cadaverico vestiti solo di stracci. E Stella era alla testa del branco! Mio padre la seguiva, come pure degli altri uomini: tutti avevano gli occhi verdi e la pelle di un bianco immondo. Alcuni erano orrendamente mutilati, e altri così malridotti che avrebbero dovuto essere già morti! Judson, l'uomo che mi aveva condotto fuori da Hebron, era con loro. La carne livida gli pendeva a brandelli dal corpo, aveva perso un occhio, e l'orbita vuota sembrava cauterizzata da una fiamma verde. Il suo torace era lacerato in modo inconcepibile. Quell'uomo era stato anche... completamente sventrato! Eppure il suo corpo mostruoso balzava accanto ai lupi! Altri erano in condizioni altrettanto orribili. Uno era privo di testa. Una foschia scura sembrava concentrarsi sopra il livido moncone del suo collo, e in essa splendevano malvagi due tizzoni verdi. Nel gruppo c'era anche una donna. Le era stato strappato un braccio e il suo petto nudo era dilaniato, ma correva con gli altri componenti del branco, ululando a bocca spalancata e con gli occhi verdastri che brillavano. Poi, in quella compagnia grottesca, scorsi anche un cavallo, un possente animale grigio che avanzava spiccando salti impressionanti. Anche nei suoi occhi scintillava il fuoco malvagio di un'intelligenza maligna che non apparteneva a questa terra. Si trattava di una delle bestie di Judson, anch'essa vittima dell'orrida metamorfosi. Dalla sua bocca, tra un luccichio di denti giallastri, uscivano urla terrificanti. L'orda infernale, ringhiando, si avvicinò sempre di più, guizzando velocissima verso di me da tutte le direzioni. La mia mente non riuscì a sopportare l'orrore di quella situazione. Una pietosa oscurità mi avvolse, mentre, barcollando, cadevo sulla neve.
8. Mi risvegliai nel silenzio assoluto di un sepolcro. Per un po' rimasi ad occhi chiusi, analizzando le sensazioni del mio corpo ghiacciato e dolente, avvertendo il dolore sordo e pulsante della ferita alla gamba. Rabbrividii al ricordo delle esperienze spaventose vissute negli ultimi giorni, soprattutto al ricordo dell'orrore opprimente nell'attimo in cui il branco - lupi, uomini, cavalli, orrendamente mutilati e dai demoniaci occhi verdi - mi aveva raggiunto sulla prateria innevata. Per un po' non osai aprire gli occhi. Alla fine, facendomi forza e preparandomi ad eventuali nuovi orrori che avrebbero potuto attendermi in quel luogo, sollevai le palpebre. Il mio sguardo si affacciò sul macabro lucore cremisi del tempio dai pilastri d'ebano. Mi trovavo accanto a una di quelle pareti nere come la notte, steso su un mucchio di stracci e coperto sommariamente da un panno. Oltre la fila di massicce colonne cilindriche, vidi lo strano macchinario con l'enorme anello di rame che emanava strani bagliori nella fioca luce sanguigna. Lo specchio parabolico sembrava sprigionare un rossore intenso di rubini fusi, e le numerose valvole termoioniche, ora montate sui loro supporti, irradiavano la stessa incandescenza. La macchina sembrava ormai completata; livide figure dagli occhi verdi vi erano affaccendate, muovendosi con rapidità ed efficienza meccanica. Fui subito impressionato dal fatto che si muovessero più come macchine che come esseri umani. Si trattava di mio padre, di Stella e dei due meccanici. Restai immobile, a osservarli di nascosto, per parecchio tempo. Evidentemente mi avevano portato in quella camera sotterranea per togliermi qualsiasi possibilità di tentare una seconda fuga. Cominciai a esaminare l'eventualità di strisciare lungo la parete verso il passaggio che conduceva di sopra, e poi di imboccarlo a tutta velocità. Ma vi erano poche speranze che riuscissi a farlo senza esser visto. E poi non avevo alcun modo di sapere se fosse giorno o notte; sarebbe stata una follia darmi alla fuga nelle tenebre. Sentii che la piccola automatica era ancora sotto il braccio; non si erano minimamente preoccupati di togliermi quell'arma di cui non avevano alcun timore. All'improvviso, prima che avessi osato muovermi, vidi che mio padre mi si stava avvicinando. Alla vista ravvicinata della sua pelle cadaverica e dei suoi malefici occhi verdastri, non riuscii a reprimere un fremito. Mi immobilizzai, cercando di fingere di dormire.
Ma avvertii il glaciale contatto delle sue dita sulla spalla e fui trascinato in piedi in modo brusco. «Altra assistenza ci devi dare», uggiolò la sua voce animalesca. «E non più verrai riportato indietro vivo, se dovessi essere tanto sciocco da fuggire!» E il tono lamentoso della sua voce si concluse con un ringhio sinistro. Mi trascinò verso quell'apparecchio fantastico che scintillava nel macabro chiarore. Al pensiero che mi legassero ancora alla colonna, mi persi completamente d'animo. «Vi aiuterò!», urlai. «Farò quello che vorrete. Ma non legatemi, per l'amor del cielo! Non fatemi azzannare da lei!» La mia voce doveva essersi mutata in un grido isterico. Mi sforzai di assumere un tono più calmo, arrovellandomi il cervello in cerca di un appiglio. «Se mi legate un'altra volta, morirò», implorai vigorosamente. «E poi, se mi lasciate libero, potrò aiutarvi con le mie mani!» «Sarai libero da legami, allora», disse mio padre. «Ma ricorda! Vattene, e noi non ti riporteremo vivo!» Mi condusse accanto alla grande macchina. Uno dei meccanici, ad un uggiolio di comando di mio padre, srotolò di fronte a me uno schema e cominciò a rivolgermi parecchie domande riguardanti l'impianto di cavi per collegare le numerose valvole, le bobine e i magneti disposti intorno all'enorme anello di rame. Pareva che il suo strano cervello non possedesse alcuna idea circa la natura dell'elettricità; così mi toccò spiegargli i principi fondamentali. Tuttavia afferrava ogni nuova nozione con una prontezza stupefacente e sembrava vederne istintivamente le applicazioni pratiche. Apparve così chiaro che la grande macchina era praticamente finita; in un'ora circa, i collegamenti dei cavi vennero completati. «E ora, cosa ancora dev'essere costruito?», domandò mio padre. Mi resi conto che non si era provveduto affatto all'elettricità necessaria per il funzionamento delle valvole e dei magneti. Sembrava proprio che quegli esseri ignorassero la necessità di una fonte energetica. Un'altra possibilità di fermare l'esecuzione del loro piano diabolico, pensai allora. «Non lo so», risposi. «Da quel che posso vedere, la macchina segue tutte le norme costruttive. Non saprei che altro fare.» Mìo padre ringhiò qualcosa a uno dei meccanici, che prese subito il pezzo di corda insanguinata con cui ero stato legato in precedenza. Stella balzò verso di me, arricciando le labbra in un avido ringhio bestiale, con un
luccichio di denti. Un terrore incontrollabile mi scosse, e mi indebolì le ginocchia fino a farmi barcollare. «Aspettate, fermatevi!», urlai. «Ve lo dirò, se non mi legherete!» Si fermarono. «Parla!», latrò mio padre. «Presto, descrivi!» «Alla macchina occorre energia motrice. Elettricità, forse.» «E da dove proviene l'elettricità?» «C'è un generatore, su in cantina presso l'altra macchina. Quello potrebbe adattarsi allo scopo.» Mio padre e il mostro che un tempo era Stella mi spinsero lungo la sala dei pilastri neri facendomi salire poi per il passaggio che conduceva in cantina. Arrivati, indicai loro il generatore, e tentai di spiegare sommariamente come funzionava. I due si chinarono e afferrarono la base metallica dell'apparecchio. Con la loro forza incredibile lo sollevarono e lo trasportarono verso il passaggio per trasferirlo nella sala della macchina, costringendomi però a camminare davanti a loro e frustrando così un'altra mia speranza di tentare una fuga improvvisa verso l'esterno. Proprio mentre stavano sistemando il generatore - il motore a benzina e la dinamo, assieme, dovevano pesare diverse centinaia di chili - sulla piattaforma nera accanto alla gigantesca macchina misteriosa si verificò un'interruzione. Dal passaggio si sentì uno strisciare di piedi, seguito da quel misto di suoni secchi e lamentosi che i mostri usavano apparentemente come sistema di comunicazione. E, nella vaga luce rossastra, tra le alte file di colonne tenebrose, apparve il branco! C'erano enormi lupi dal corpo scarno. Uomini orrendamente dilaniati... Judson, e gli altri che avevo visto. Il cavallo. Tutti i loro occhi erano di quel verde luminoso, accesi di un fuoco spaventoso e maligno. Le labbra degli uomini, i musi dei lupi e perfino quello del cavallo, erano macchiati di scarlatto. Portavano... la preda! Sulle spalle lacerate di Judson penzolava inerte e coperto di sangue il corpo straziato di una donna... sua moglie! Uno dei lupi trasportava sul dorso il corpo maciullato di un uomo, e lo teneva fermo con le fauci, girando il muso di lato. Un altro portava un vitello chiazzato. Altri due lupi stringevano nelle bocche grondanti di sangue i corpi inerti di due coyote. E uno degli uomini reggeva in spalla i resti di un enorme lupo grigio.
Quei corpi esanimi vennero gettati in un cumulo orribile sotto la navata centrale del tempio, accanto alla strana macchina che pareva un altare di morte. Il sangue si sparse sul pavimento nero, coagulandosi in spessi grumi viscidi. «A questi noi portiamo vita», ringhiò mio padre rivolto a me, indicando con il capo lo spaventoso mucchio di corpi dilaniati. Rabbrividendo e sconvolto dall'orrore, caddi per terra coprendomi gli occhi. Ero in preda a una nausea insopportabile. La mia mente, ottenebrata e confusa, stava vacillando, e si rifiutava di prendere in considerazione il significato di quella scena orribile. L'essere demoniaco che si celava sotto le spoglie di mio padre mi sollevò violentemente in piedi, mi trascinò verso il generatore e cominciò ad assediarmi con una serie di domande riguardanti il suo funzionamento e il modo in cui collegarlo allo strano macchinario con l'anello di rame. Mi sforzai di rispondere ai suoi interrogativi cercando, ma invano, di dimenticare in quel modo il mio orrore. Ben presto i collegamenti vennero completati. Sotto la sorveglianza di mio padre, esaminai il motore e vidi che era già fornito di carburante. Poi lui tentò di metterlo in moto, ma non sapeva come far funzionare correttamente il carburatore. Allora, sotto la costante minaccia della corda insanguinata e delle fauci aguzze della donna-lupo, mi misi all'opera attorno al piccolo motore finché, dopo aver tossicchiato alcune volte, quello non si accese con uno scoppio regolare. Mio padre mi fece premere l'interruttore che forniva alla strana macchina la corrente del generatore. Dalle bobine si sollevò un lieve ronzio. Le valvole si accesero di una debole incandescenza. E una cortina d'oscurità sembrò calare improvvisamente attraverso l'anello di rame. Sembrava che un nero assoluto fluisse dallo strano tubo catodico sistemato posteriormente, e che venisse poi riflesso dallo specchio parabolico. Un disco di fitta e assoluta oscurità riempiva così l'anello. Per alcuni istanti fissai la scena sconcertato. Poi, quando i miei occhi cominciarono lentamente ad assuefarsi, scoprii che riuscivo a vedere attraverso il disco... a vedere in un orrendo mondo da incubo. L'anello era diventato un'apertura che si affacciava su un mondo alieno, un mondo d'orrore e di tenebre. Il cielo di quel mondo era di un nero indescrivibile e inconcepibile, era più nero della notte più buia. Non aveva stelle, non aveva corpi celesti, non
mostrava nemmeno un fievolissimo baluginio che ne spezzasse la terribile e opprimente intensità. Oltre l'anello era visibile una vasta distesa della superficie di quell'altro mondo. Basse colline, desolate e consumate dal tempo, che sembravano nere al pari del lugubre cielo. Tra di esse scorreva un largo fiume stagnante, le cui acque pigre e cupe brillavano di una vaga luminosità spettrale, un pallido bagliore che aveva qualcosa di immondo e disgustoso. E sopra quelle basse e antiche colline, tondeggianti come il petto gonfio di un cadavere, cresceva una vegetazione ripugnante. Orride, oscene parodie di piante normali, dalle foglie lunghe e strette, simili a serpi. Sembravano contorcersi animate da una vita spaventosa e contraria alla natura; coprivano le colline in grovigli disgustosi e si spingevano fino nelle fetide acque del fiume. I loro viticci tentacolari, simili a rettili, emettevano una pallida luce spettrale, livida e verdastra. E su una collina, sopra il fiume e la giungla oscena, sorgeva l'equivalente di una città. Un ammasso caotico di marciume rossastro. Una chiazza immonda di cupo inquinamento cremisi. Non si trattava forse di una città... almeno, non nel senso che noi attribuiamo alla parola. Sembrava una specie di nube di tenebre, orribile e sfumata di sangue, che spingeva i suoi repellenti tentacoli striscianti lungo la bassa collina; una chiazza di malvagia nebbia color cremisi. Protuberanze ed escrescenze, folli e repellenti, si innalzavano intorno in una grottesca caricatura di guglie e torri. La città era immobile. Compresi istintivamente che una sordida e abominevole forma di vita senziente regnava all'interno di quella spaventosa contaminazione scarlatta. Mio padre salì sullo scalino di pietra di fronte all'anello di rame, e cominciò a lanciare un ululato misterioso in quel regno oscuro. In risposta, la caotica città d'incubo sembrò agitarsi leggermente. Cose scure, nere masse fetide, sembrarono muoversi strisciando dalle sue disgustose protuberanze per sciamare verso di noi attraverso l'immonda vegetazione brulicante. Le tenebre del male assoluto strisciavano da quel mondo d'incubo per penetrare nel nostro! Per lunghi istanti, un folle terrore mi paralizzò in un'impotenza totale. Poi, di colpo, nacque in me il coraggio che mi portò alla disperata decisione di ribellarmi ai miei mostruosi dominatori, incurante della minaccia della corda insanguinata. Strappai i miei occhi dalla terrificante attrazione che pareva trascinarli
verso la ripugnante città, in quell'orrido mondo di male inconcepibile. Mi accorsi che nessuno mi controllava più. I verdi occhi dei mostri che mi stavano accanto erano fissi con avidità, ammaliati dall'anello di rame attraverso il quale era visibile il mondo alieno. Sembravano non rendersi conto della mia presenza. Se solo fossi riuscito a distruggere la macchina, prima che quell'orrore strisciante penetrasse sulla terra! Avanzai istintivamente, ma mi fermai, accorgendomi che sarebbe stato impossibile danneggiare seriamente la macchina a mani nude, prima che i mostri mi vedessero e attaccassero. Allora pensai alla piccola automatica che avevo ancora in tasca, e che nessuno si era degnato di togliermi. Sebbene i proiettili fossero innocui per i corpi dei mostri, avrebbero invece potuto arrecare seri danni al macchinario. La estrassi rapidamente di tasca e cominciai a sparare con decisione mirando alle valvole. Non appena la prima valvola si frantumò, l'immagine di quel mondo orrendo tremolò e svanì. Dietro l'anello di rame tornò di nuovo visibile l'enorme specchio parabolico. Almeno momentaneamente, le nere forme del male assoluto erano state chiuse fuori dal nostro mondo! Mentre continuavo a sparare, sbriciolando le valvole e le altre parti più complesse e più delicate della macchina, un urlo agghiacciante si levò dal gruppo di mostri umani e animali colti di sorpresa. Le creature mi si scagliarono addosso lanciando spaventosi ululati. 9. Furono le lingue giallastre della fiamma della pistola a salvarmi. Dapprima quel branco di esseri si era gettato nella mia direzione, con grida di atroce sofferenza causata evidentemente dalla vista della luce. Io avevo continuato a far fuoco deciso a danneggiare il più possibile la macchina prima che mi fossero addosso. Ma all'improvviso quelli indietreggiarono con guaiti agghiaccianti, coprendosi gli occhi e scivolando al riparo dietro le massicce colonne nere. Quando la pistola fu scarica, alcuni ripresero ad avanzare verso di me. Ma sembravano ancora scossi, deboli e incerti. Con gesti concitati frugai nelle tasche in cerca dei fiammiferi; prima non mi ero reso conto degli effetti devastanti che aveva la luce su di loro. Ne trovai solo tre. Pareva che non me ne fossero rimasti altri.
I mostri, dopo essersi ripresi dall'effetto dei bagliori della pistola, mi stavano di nuovo balzando addosso nel tetro chiarore rossastro, mentre io tentavo disperatamente di creare altra luce. Il primo fiammifero mi si spezzò tra le dita. Ma il secondo avvampò con una vivida fiamma gialla. Le belve si ritrassero ancora con gemiti, mentre io reggevo alta la fiammella, e si ripararono all'ombra tremolante dei pilastri. La mia mente sconvolta e offuscata fu rischiarata dalla speranza di poter fuggire, e acquistò rapidamente la sua efficienza. Tenendoli a distanza con la luce, avrei potuto raggiungere l'aria aperta. Senza contare, mi resi improvvisamente conto, che doveva essere già giorno, fuori. Sì, era mattino, e il branco era stato spinto a nascondersi nella tana dalla luce del sole nascente! Il più rapidamente possibile, senza spegnere la debole fiamma con la corrente prodotta dai miei movimenti, avanzai lungo la grande sala sotterranea, tenendomi nella navata centrale per paura che i miei nemici mi seguissero strisciando all'ombra delle colonne. Prima che raggiungessi il passaggio che portava in superficie, una folata d'aria colpì il fiammifero spegnendolo. Mi trovavo di nuovo immerso in quella foschia scarlatta in cui, all'estremità posteriore del tempio, guizzavano malvagie pupille verdastre. Un ululato di rabbia tornò a farsi sentire, seguito dal rapido muoversi dei passi dei mostri. Mi restava un solo fiammifero. Mi chinai, lo strofinai con cautela sul pavimento nero e lo sollevai sopra il capo... Nuovi guaiti di dolore. Le belve batterono ancora in ritirata. Trovai l'imboccatura del passaggio, che infilai in tutta fretta, proteggendo la preziosa fiamma con la mano piegata a coppa. Nel salone alle mie spalle si levarono le urla agghiaccianti del branco. Sentii i mostri riversarsi nel passaggio. Quando raggiunsi la vecchia cantina, il fiammifero si era ormai consumato. Mi voltai e lasciai che gli ultimi bagliori rischiarassero il tunnel. Altre urla di sofferenza e di terrore, e i mostri si ritirarono dal passaggio. Improvvisamente, il fiammifero si spense. Nella folle fretta sbattei contro la parete, trovai gli scalini che portavano fuori e mi precipitai disperatamente. Il branco intanto stava risalendo il passaggio con una velocità che non mi era assolutamente consentita.
Alla fine la mia mano si posò sulla porta che chiudeva la scala. Dietro quella porta c'era l'abbagliante luce del giorno. E nel medesimo istante, dita fredde come quelle di un cadavere mi serrarono la caviglia in una morsa stritolante. Con un gesto incontrollato, spinsi una mano verso l'alto. La porta si spalancò, sbattendo rumorosamente. Sopra di me apparve un vivido cielo azzurro, in cui il sole del mattino sfolgorava accecante. La sua calda radiosità mi fece lacrimare gli occhi ormai abituati alla penombra rossastra del tempio. Alle mie spalle si levarono di nuovo atroci gemiti animali. La morsa attorno alla mia caviglia si strinse in modo convulso, poi si allentò. Voltandomi, vidi Stella ai miei piedi, rannicchiata e tremante come in preda a spasimi insopportabili, che lanciava urla bestiali di sofferenza. Sembrava che la luce abbagliante del sole l'avesse stroncata del tutto, indebolendola a tal punto da non permetterle più di ritirarsi come avevano invece fatto gli altri. Improvvisamente mi trovai a vederla come un'adorabile fanciulla che soffriva, e non come un mostro demoniaco. Mi sentii lambire da una tenera ondata di compassione per lei... forse perfino d'amore. Se avessi potuto salvarla, e restituirle la sua vera personalità! Mi precipitai giù dai gradini, l'afferrai per le spalle, e cominciai a portarla verso la luce del giorno. Il suo corpo aveva ancora quel pallore e quel rigore cadaverici, e conservava tuttora un residuo della sua forza sovrumana. La ragazza si dimenò tra le mie braccia, ringhiando e cercando di addentarmi. Per un istante i suoi occhi lanciarono un ultimo guizzo malvagio ma, non appena la luce li colpì, lei li chiuse, urlando e tentando di ripararli con un braccio. La portai su, sotto un sole sfolgorante. Prima pensai di chiudere la porta della cantina e di cercare di bloccarla. Poi mi resi conto che la luce diurna, filtrando lungo la scala, avrebbe tenuto lontani i mostri molto più efficacemente di qualsiasi porta sbarrata. Era ancora mattino presto. Il sole doveva esser sorto da un'ora circa, e brillava nel cielo terso riflettendosi sulla neve in una miriade di accecanti bagliori prismatici. L'aria, comunque, era ancora fredda; non c'era il minimo accenno di disgelo, e non ci sarebbe stato finché la temperatura non avesse subito uno sbalzo considerevole. Mentre stavo lì al sole, sorreggendo Stella, si verificò in lei uno strano
cambiamento. I suoi latrati lamentosi si spensero lentamente. Le sue convulsioni di dolore si affievolirono, come se una marea di vita aliena stesse defluendo, abbandonando il suo corpo. Dopo un ultimo spasmo improvviso le sue membra si afflosciarono. Notai quasi subito che stava mutando colore. L'orrido pallore cadaverico stava lentamente cedendo il posto al normale colorito roseo di una persona sana. Lo strano gelo soprannaturale era sparito; dove il suo corpo era a contatto col mio, sentii una traccia di tepore. Poi il suo petto si sollevò. Respirava. Sentivo il suo cuore pulsare lentamente. I suoi occhi erano ancora chiusi, mentre lei giaceva inerte tra le mie braccia come se stesse dormendo. Liberai una mano e delicatamente le sollevai una palpebra. L'occhio era di un azzurro limpido... di nuovo normale. La sinistra fiamma verdastra era scomparsa. Per qualche ragione che non capivo, la luce diurna aveva purificato la fanciulla, liberando il suo corpo dall'immonda e crudele forma di vita che l'aveva posseduto. «Stella! Svegliati!», gridai. La scossi leggermente, ma lei non si mosse. Sembrava profondamente addormentata. Comprendendo che ben presto lei sarebbe gelata per l'aria glaciale, la portai allora in casa, nella sua stanza, dove ero stato imprigionato io, e la distesi sul letto, coprendola con alcuni panni. Ma la ragazza non accennò a riprendersi. Per un'ora, forse, cercai con ogni mezzo che conoscevo, e che era disponibile, di destarla da quel profondo stato di coma o di sincope in cui versava. Ma lei continuava a non riacquistare conoscenza. Era una situazione davvero sconcertante. Stella, la vera Stella, era stata espropriata del proprio corpo da un immondo essere alieno. Quella malvagia forma di vita era stata distrutta dalla luce, eppure la ragazza non era ancora rientrata in possesso del proprio organismo. Alla fine pensai di provare con un influsso ipnotico... io sono un buon ipnotizzatore e ho studiato a fondo quella tecnica e i fenomeni mentali affini. Un'impresa disperata, forse, dato il profondo stato d'incoscienza di Stella, ma ero costretto a ricorrere anche al minimo appiglio. Esercitando tutta la mia volontà per richiamarla, mettendole la mano sulla morbida fronte o passandola lentamente sul suo bel viso esangue, le ordinai ripetutamente di aprire gli occhi. E all'improvviso, quando ero ormai sul punto di piombare di nuovo nella
disperazione, le sue palpebre si scossero leggermente e si aprirono. Naturalmente poteva essersi trattato di un risveglio naturale, sebbene molto insolito, e non del risultato dei miei sforzi. Ma i suoi occhi azzurri si dischiusero e mi fissarono. Però non aveva ancora riacquistato uno stato di coscienza normale. Le sue pupille spente non rivelavano alcuna espressione di vita, erano annebbiate dal sonno e pareva che si fossero aperte in seguito a una risposta meccanica ai comandi che le avevo impartito. «Parla, Stella. Parla. Parlami!», gridai. Le sue pallide labbra si mossero. «Clovis.» Pronunciò il mio nome con voce debole e incolore, ancora impastata dalla narcosi del sonno. «Stella, cos'è accaduto a te e a mio padre?», le urlai. E questo è ciò che mi raccontò, con voce esile e inespressiva. Ho condensato il racconto, dato che spesso la sua voce stanca si affievolì e si spense, cosicché dovetti incitarla, interrogarla, quasi costringerla a continuare. «Mio padre è venuto qui per aiutare il dottor McLaurin nel suo esperimento», cominciò lei lentamente e con espressione monotona. «Io non ho capito completamente di cosa si trattasse, ma so che cercavano altri mondi esistenti accanto al nostro. Altre dimensioni interdipendenti con la nostra. Il dottor McLaurin stava elaborando questa sua teoria da molti anni, basando il suo lavoro sulle nuove matematiche di Weyl e di Einstein. Il nostro universo non è semplice. Mondi e mondi sono fianco a fianco, come le pagine di un libro... e ogni mondo è ignoto a tutti gli altri... strani mondi che si toccano, girano affiancati, eppure sono divisi da mura difficili da abbattere. Il segreto è nella vibrazione. Perché tutta la materia, la luce, il suono, tutto il nostro universo, non è che vibrazione. Tutte le cose materiali sono formate di particelle vibranti di elettricità... gli elettroni. E ogni mondo, ogni universo, ha il proprio ordine di vibrazione: attraverso ogni mondo vi sono miriadi di altri mondi, sconosciuti e invisibili, che vibrano, ognuno secondo un proprio ordine. Il dottor McLaurin sapeva tramite la matematica che quegli universi dovevano esistere, ed era suo desiderio esplorarli. Venne qui, in cerca di solitudine, perché nessuno curiosasse nei suoi segreti. Aiutato da mio padre e da altri uomini, aveva faticato per anni a costruire la sua macchina. Una macchina che, se avesse funzionato, avrebbe cambiato la velocità di
vibrazione della materia e della luce, e avrebbe modificato la vibrazione della nostra dimensione portandola alla velocità vibrante di altre. Con quella macchina il dottor McLaurin avrebbe potuto vedere miriadi di altri mondi e anche visitarli. La macchina era stata completata. E attraverso il suo grande anello di rame noi abbiamo visto un altro mondo. Un mondo di tenebre con un cielo nerissimo. Sulle sue colline si contorcevano schifose piante verdi dalla mostruosa forma di rettili. Ed era dominato da una vita aliena e malvagia. Il dottor McLaurin era penetrato in quel mondo oscuro, e l'orrore del luogo aveva distrutto la sua mente. Era tornato pazzo, e cambiato in maniera strana. Aveva gli occhi che brillavano di una luce verde, e la sua pelle era bianchissima. E da quel luogo portò con sé delle cose... cose striscianti e appiccicose di un nero disgustoso, che rubavano i corpi di uomini e di animali. Esseri viventi e malvagi che sono i signori di quella dimensione delle tenebre. Uno è strisciato in me, impossessandosi del mio corpo e dominandolo. Ricordo ciò che ne ha fatto solo come un sogno confuso. Per quella cosa io non ero che una macchina. Sogni confusi. Sogni terribili, in cui correvo sulla neve a caccia di lupi, e tornavo con le prede perché quelle cose nere strisciassero in loro facendole rivivere. Sogni in cui torturavo mio padre, che le creature aliene non avevano soggiogato, dapprincipio. Mio padre è stato torturato, azzannato. È stato il mio corpo a farlo, non io. Io ero lontana e vedevo tutto come in un brutto sogno. Le creature nere non conoscevano il nostro mondo. La luce le distrugge perché è una forza estranea alla loro dimensione. E, dato che non avevano alcuna difesa contro la luce, hanno scavato una tana profonda in cui ritirarsi di giorno. Per loro il nostro era un mondo completamente nuovo e non conoscevano niente, né la lingua, né le macchine... Hanno costretto mio padre a insegnare loro a parlare, a leggere i libri, ad azionare la macchina con cui sono venute. Quelle cose stanno progettando di costruire nubi nere che nascondano il sole per sempre, così il nostro mondo sarà buio come il loro. Vogliono impadronirsi dei corpi di tutti gli uomini e di tutti gli animali, e usarli come macchine per quello scopo. Quando mio padre ha saputo quale era il loro piano, non ha più voluto rivelare altro. È così il mio corpo lo ha azzannato... mentre io ero lontana, mentre guardavo ma non potevo evitarlo. Lui ha finto di accettare le loro
richieste, e lo hanno lasciato libero. Con un'ascia, allora, ha distrutto la macchina, in modo che nessun'altra creatura maligna potesse passare in questa dimensione. Poi si è fatto saltare le cervella con una revolverata, così non avrebbero più potuto torturarlo e costringerlo a collaborare. Le creature nere non sapevano da sole come riparare la macchina. Ma in alcune lettere avevano appreso dell'esistenza di Clovis McLaurin, che sapeva qualcosa sulle macchine. Lo hanno mandato a chiamare, per torturarlo come era stato torturato mio padre. La mia mente era di nuovo piena di dolore, perché Clovis mi era caro. Ma il mio corpo ha torturato anche lui perché aiutasse le creature aliene a costruire una nuova macchina. Poi Clovis ha distrutto la macchina. E poi... poi...» La debole voce di Stella si affievolì e i suoi occhi azzurri, ancora annebbiati da un sonno confuso, rimasero fissi nel vuoto. Il suo strano stato di trance era davvero intenso. Non ricordava nemmeno che stava parlando con me! 10. La storia raccontata dalla ragazza era terribile e sorprendente. In parte, quasi incredibile. Eppure, per quanto volessi metterla in dubbio e desiderassi ridimensionare la portata degli orrori che essa prometteva al mondo, sapevo che doveva corrispondere al vero. Eminenti scienziati hanno discusso abbastanza frequentemente circa la possibile esistenza di altri mondi, di altri piani di realtà strettamente affiancati al nostro. Infatti non c'è niente di solido o impenetrabile nella materia del nostro universo. Si pensa che l'elettrone sia solo una vibrazione nell'etere, e, con ogni probabilità, esistono campi di forza vibranti che formano altri elettroni, altri atomi, altri soli e altri pianeti, prospicienti il nostro mondo eppure non in grado di manifestare esplicitamente la loro esistenza. Solo una esigua banda delle vibrazioni dello spettro è visibile ai nostri occhi come luce. Se i nostri occhi fossero sintonizzati su altre bande, superiori all'ultravioletto o inferiori all'infrarosso, quali strani e nuovi mondi potrebbero affacciarsi di prepotenza nel nostro campo visivo? No, non potevo dubitare di questa parte del racconto di Stella. Mio padre aveva compiuto, più di chiunque altro, studi circa l'esistenza di questi mondi a noi invisibili, e aveva pubblicato le sue scoperte, complete di prove matematiche, nel suo sorprendente lavoro intitolato Universi interdipendenti. Se mai fossero stati scoperti questi mondi paralleli, a rigor di lo-
gica mio padre sarebbe stato l'uomo più adatto a effettuare la scoperta. E io non potevo dubitare che fosse riuscito nel suo intento... perché avevo visto di persona quell'orrendo universo da incubo, al di là dell'anello di rame! E avevo visto, in quel mondo alieno e oscuro, la città delle striscianti creature nere. Potevo quindi credere senza dubbio alcuno anche a quella parte della narrazione che riguardava le entità maligne che rubavano i corpi di uomini e di animali. Forniva una soluzione razionale di tutti i fatti che avevo osservato fin dalla notte del mio arrivo a Hebron. All'improvviso pensai che ben presto gli esseri mostruosi avrebbero riparato la macchina, senza il bisogno di alcun aiuto da parte mia. Dopodiché nuove orde di nere creature avrebbero attraversato il varco per impadronirsi del nostro mondo, per rendere schiava l'umanità. Come aveva detto Stella, per servirsi di noi nella trasformazione della terra in un pianeta di tenebre simile al loro repellente luogo d'origine. Dovevo fare qualcosa per contrastarle. Combatterle... combatterle con la luce! La luce era l'unica forza in grado di annientarle, la forza che aveva liberato Stella dalla schiavitù. Ma dovevo trovare fonti luminose più efficaci di una manciata di fiammiferi. Delle lampade si sarebbero adattate allo scopo; un riflettore, forse. Ed ero deciso a portare Stella a Hebron, se lei fosse stata in condizioni di muoversi. Dovevo raggiungere il villaggio per trovare ciò che mi serviva, ma non riuscivo a sopportare l'idea di lasciarla in balia dei mostri una volta calata la notte, di lasciare che s'impadronissero ancora del suo bel corpo per i loro fini immondi. Vidi che su mio ordine la ragazza si muoveva, si alzava e riusciva a camminare, per quanto lenta e rigida, come una sonnambula. Eravamo ancora di prima mattina e io pensai che, aiutandola a camminare, avremmo potuto coprire la distanza che ci separava da Hebron, prima che scendesse l'oscurità. Cercai tra le sue cose e trovai degli indumenti adatti: calze di lana, scarponcini, calzoni pesanti, maglione, guanti e berretto. I suoi tentativi di vestirsi furono lenti e impacciati, come quelli di un bimbo stanco che cercasse di togliersi i vestiti semi-addormentato, e così dovetti aiutarla. Non sembrava che avesse fame, ma quando sostammo nella sala da pranzo, dove gli avanzi del cibo erano ancora sul tavolo, le feci bere del latte. Stella lo fece in modo meccanico. Io, invece, mangiai con voracità, nonostante gli infausti presagi del ricordo del pasto consumato a quel tavolo alla vigilia del mio primo tentativo di fuga.
Poi ci incamminammo nella neve, seguendo il reticolato come la prima volta. Accanto alle mie vecchie impronte si notavano quelle del branco di inseguitori composto da lupi, uomini, e dal cavallo. Adesso comunque si avanzava con maggiore facilità, dato che la neve soffice era stata pressata da tutti quei piedi. Camminavo con un braccio attorno alla vita di Stella, e a volte dovevo quasi sorreggerla di peso. Le parlavo per incoraggiarla, ma lei reagiva con tentativi lenti e meccanici. La sua mente sembrava lontanissima, e i suoi occhi erano velati da strani sogni. Mentre le ore di faticosa avanzata passavano, stringendo il suo corpo tiepido contro il mio, mi accorsi di amare moltissimo quella fanciulla. Il sole raggiunse lo zenit e cominciò a calare lentamente verso Ovest. Mentre la sera si avvicinava, Stella parve stancarsi... o forse si trattava solo di un intensificarsi del suo stato di trance. Comunque reagiva sempre più lentamente ai miei incitamenti e, quando la mia voce cessava di spronarla, lei rimaneva immobile, come persa in strane visioni. La incitai disperatamente a proseguire, comandandole con decisione di tener duro. I miei occhi si posavano ansiosi sul sole ormai al tramonto. Sapevo che ci restava poco tempo per arrivare al villaggio prima di sera; era assolutamente necessario affrettarsi. Alla fine, quando il sole affiorava ancora di poco sopra un bianco orizzonte, avvistammo Hebron. Un gruppetto di macchie scure sulla sconfinata distesa di neve. Dovevamo essere a circa quattro chilometri dalla meta. Sembrava però che Stella continuasse ad affondare sempre più nello strano mare di sonno da cui solo l'influsso ipnotico era riuscito a levarla. Quando ci lasciammo alle spalle un altro chilometro, la ragazza rifiutò di reagire alle mie parole. Respirava lentamente e con regolarità, ma aveva chiuso gli occhi. Io non potevo fare nulla per risvegliarla. Il sole era calato sull'orizzonte innevato e tingeva la prateria occidentale di pallide fiamme porpora. L'oscurità era ormai prossima. Disperato, mi caricai il corpo inerte di Stella sulle spalle e avanzai barcollando sotto quel nuovo fardello. Mancavano non più di tre chilometri a Hebron, e nutrivo una certa speranza di raggiungere il paese con la ragazza prima che fosse buio. Purtroppo la neve era tanto alta da rendere estenuante perfino l'avanzata di una persona non carica, e il mio corpo era già stremato dalle terribili esperienze cui era stato sottoposto ultimamente. Prima di aver coperto barcollando mezzo chilometro, mi resi conto dell'inutilità dei miei sforzi.
Eravamo al crepuscolo. La luna non era ancora sorta, ma la neve splendeva argentea sotto gli ultimi bagliori spettrali del tramonto che inondavano ancora il cielo. Le mie orecchie erano tese per poter udire subito la voce dello spaventoso branco, ma intorno a me si drappeggiava un sudario di silenzio assoluto. Continuai a procedere fiaccamente con la fanciulla. Di colpo notai che il suo corpo, a contatto delle mie mani, stava diventando stranamente freddo. Preso dall'ansia, la deposi allora sulla neve, per esaminarla... tremando per la premonizione dell'orrore imminente. Il corpo di Stella era un pezzo di ghiaccio, e aveva pure assunto un pallore assurdo. Era bianca come quando l'avevo vista correre sulla neve in compagnia del lupo. Ma le sue gambe e le sue braccia, stranamente, non si erano irrigidite; erano ancora inerti, afflosciate. Non era dunque il gelo della morte che stava fluendo in lei; era il gelo di quella vita aliena che, scacciata dalla luce, stava impossessandosi nuovamente della ragazza con l'avvento dell'oscurità! Capii che ben presto non sarebbe più stata una fanciulla umana, bensì un'orrenda donna-lupo. Per alcuni istanti rimasi accovacciato accanto al suo corpo inerte, implorandola di rispondermi e di seguirmi, e urlando quasi come un ossesso. Poi mi resi conto che era inutile, e che mi trovavo in pericolo. Quella forma di vita mostruosa sarebbe rifluita di nuovo in lei. E lei mi avrebbe ricondotto a quella insopportabile prigionia nel tempio sotterraneo, per fare di me uno schiavo dei mostri... o forse un membro della loro malvagia società. Dovevo fuggire, per il bene stesso di Stella. E del mondo intero. Meglio abbandonarla adesso e proseguire da solo, che farmi riportare indietro. Forse avrei avuto un'altra possibilità di salvarla. Inoltre, dovevo rendere la ragazza inoffensiva, in modo che non potesse inseguirmi una volta schiava di quell'orribile forma di vita aliena. Mi sfilai il cappotto e la camicia. Freneticamente strappai la camicia in tante strisce che attorcigliai, formando delle corde improvvisate. Poi accostai le caviglie di Stella e le legai saldamente. La voltai bocconi, le incrociai le braccia inerti dietro la schiena e le bloccai i polsi insieme. Dopo, come ultima precauzione, mi tolsi la cintura e gliela allacciai stretta attorno ai fianchi sopra i polsi incrociati, immobilizzandoli definitivamente. Per finire, allargai il cappotto sulla neve e vi deposi sopra Stella, perché volevo che fosse il più comoda possibile. E ripartii vero Hebron, un grup-
petto di luci bianche che brillava nelle ombre del crepuscolo. Non avevo mosso che pochi passi, quando qualcosa mi fece fermare e guardare indietro spaventato. Il corpo inerte e pallidissimo della ragazza era ancora steso sul cappotto. Poco più in là, intravidi una cosa strana e orripilante muoversi con rapidità tra le ombre grigie della sera. Era qualcosa di incredibile e di orrendo. Si trattava di una massa di tenebra che scivolava sulla neve, una nube strisciante di nerezza immonda, informe e tentacolata. Era priva di arti e di tratti definiti... solo quelle nere appendici simili a serpi, che estrofletteva per muoversi. Ma, all'interno della cosa, brillavano due punti verdi... che sembravano occhi! Verdi pupille malefiche, infiammate di una malvagità demoniaca! Era una creatura viva. Un ammasso vivente di tenebra, diverso da qualsiasi forma di vita superiore, anche se in seguito ho pensato che assomigliasse a un'ameba, una massa fluente di poltiglia protoplasmica, un animale unicellulare. Al pari dell'ameba, quell'essere alieno si muoveva estroflettendo stretti pseudopodi dalla massa centrale. E gli orribili occhi verdi, nei quali pareva concentrarsi la sua vita aliena, forse corrispondevano ai vacuoli o nuclei dei protozoi. Mi resi conto, paralizzato da un senso d'orrore indicibile, che si trattava di un mostro proveniente dal nero mondo d'incubo che stava oltre l'anello di rame. E che veniva a reclamare di nuovo il corpo di Stella, a cui era ancora collegato da qualche vincolo. Sebbene sembrasse solo strisciare o scivolare, il mostro si spostava con una rapidità pazzesca... molto più veloce dei lupi stessi. L'avevo scorto solo da un istante, e già aveva raggiunto il corpo di Stella. Si fermò, rimanendo sospeso su di lei, in una fitta e viscida nube in cui spiccavano quegli spaventosi occhi verdastri. Per un istante il mostro celò il corpo della vittima con le sue appendici striscianti e informi, che si contorcevano come orridi tentacoli. Poi fluì all'interno di Stella. Sembrò penetrarle nelle narici e nella bocca. La nube nera sospesa diminuì progressivamente. Le pupille verdi rimasero invece all'esterno fino all'ultimo, poi parvero affondare negli occhi della ragazza, che di colpo si animò in modo terribile. Stella si dimenò, lottando contro i legami con forza sovrumana, rotolando dal cappotto nella neve in preda a tremende convulsioni. I suoi occhi erano di nuovo aperti... e brillavano, non di vita propria, bensì del terribile
fuoco delle pupille malvagie che li avevano occupati. Dalla gola di lei si levò l'agghiacciante ululato che ormai conoscevo fin troppo bene, un urlo bestiale in cui risuonava una misteriosa eco umana. Un latrato di richiamo per il branco. Quel suono infuse vigore ai miei arti paralizzati. Nei pochi istanti occorsi all'essere alieno per impadronirsi del corpo di Stella, io ero rimasto immobile, inchiodato sul posto dall'orrore della scena. Mi voltai e corsi come un pazzo verso le luci tremolanti di Hebron. Alle mie spalle la donna-lupo continuava a dimenarsi per rompere le corde, ululando per chiamare a raccolta il branco! Quelle luci baluginanti parevano farsi gioco di me. Sembravano vicinissime sulla distesa innevata eppure, mentre correvo, si allontanavano danzando. Sembravano muoversi come lucciole e si fermavano finché non le avevo quasi raggiunte, per poi ritirarsi ancora, scintillando remote sulla neve. Dimenticai la mia estrema stanchezza, dimenticai il dolore pulsante della ferita riaperta, e corsi disperatamente come mai avevo corso prima. Non avevo ancora coperto metà della distanza, quando udii alle mie spalle la voce dell'orda. Uno strano e remoto uggiolio che cresceva d'intensità rapidamente. La donna-lupo aveva lanciato il richiamo, e ora il branco veniva a liberarla. Continuai a fuggire. I miei passi sembravano miseramente lenti. I piedi affondavano nella neve, che sembrava avvinghiarli con malefiche dita demoniache. E le luci, in apparenza così vicine, sembravano fuggire da me in una danza beffarda. Grondavo di sudore e i polmoni mi pulsavano atrocemente. Il cuore sembrava martellarmi alla base del cervello. Avevo la mente sommersa da un mare di dolore. Ma continuavo a correre. Le luci di Hebron divennero fiammelle irreali, ingannevoli fuochi fatui. Tremolavano dinanzi a me in un mondo deserto di grigia oscurità, e io mi affannavo per raggiungerle in una foschia d'atroce sofferenza. Non sentivo nient'altro che i lamenti del branco. Ero talmente esausto da non riuscire a connettere. Ma mi resi conto all'improvviso che i miei inseguitori erano vicinissimi. Forse girai il capo e lanciai un rapido sguardo. Oppure può darsi che io ricordi il branco solo come lo vedevo nella mia immaginazione. Comunque conservo un'immagine molto vivida di scarni lupi grigi che spiccavano balzi ululando, affiancati nella loro corsa da pallide figure umane con le pupille verdastre.
Tuttavia continuai la fuga, combattendo le nere nebbie della spossatezza che mi offuscavano il cervello. Un'inerzia atroce sembrava opporsi ai miei sforzi, come se stessi nuotando contro corrente, e corsi... corsi... non vedendo, non pensando che alle luci di Hebron, luci così vicine, ma che fuggivano sempre dinanzi a me. Poi improvvisamente mi trovai steso sulla neve morbida, con gli occhi chiusi. Quel dolce giaciglio era un'oasi di benessere per il mio corpo stremato. Rimasi là, inerte. Non tentai nemmeno di risollevarmi, non mi rimaneva più una goccia di forza. L'oscurità calò su di me... uno stato d'incoscienza che neppure gli ululati del branco potevano vincere. Quei sinistri latrati sembrarono affievolirsi lentamente, poi tutto scomparve. 11. «Direi che è proprio scoppiato, vero, signore?» Una voce aspra si insinuò nella mia mente distrutta dalla stanchezza. Delle mani robuste stavano sollevandomi in piedi. Aprii gli occhi e mi guardai attorno, confuso. Due uomini vestiti in modo trasandato stavano sorreggendomi. E un terzo, che riconobbi come il Capostazione, teneva in mano una lanterna. Di fronte a me, vicinissime, c'erano le luci di Hebron che prima sembravano sfuggirmi beffarde. Mi accorsi che ero crollato proprio ai bordi del villaggio, talmente vicino alle poche luci stradali che il branco non aveva potuto avvicinarsi a me. «Ah, è lei, McLaurin?», fece Connell sorpreso, riconoscendomi. «Credevamo che avessero preso lei e Judson.» «Infatti», riuscii a rispondere. «Ma non mi hanno ucciso. Io sono riuscito a fuggire.» Ero troppo spossato per rispondere alle loro domande. Ricordo solo vagamente che mi portarono in una casa e mi spogliarono; mi addormentai mentre stavano esaminando la ferita alla gamba, tra esclamazioni inorridite alla vista dei segni dei denti. Mi svegliai il giorno dopo, verso mezzogiorno. Accanto al letto sedeva un ragazzino irrequieto di forse dieci anni. Disse di chiamarsi Marvin Potts, figlio di Jed Potts, proprietario di un emporio a Hebron. Suo padre era uno degli uomini che mi avevano trovato quando la loro attenzione era stata attirata dagli ululati del branco. Ora mi trovavo appunto in casa dei Potts. Il ragazzo chiamò sua madre. La donna, sentendo che avevo fame, mi
portò quasi immediatamente del caffè, biscotti, pancetta e patate fritte. Mangiai con discreto appetito, sebbene fossi ancora lontano dall'essermi ripreso completamente dalla mia disperata corsa per sottrarmi all'orda di belve. Mentre stavo mangiando, ancora a letto appoggiato su un gomito, entrò il padrone di casa, accompagnato da Connell, il Capostazione, e da altri due uomini. Erano tutti ansiosi di conoscere la mia storia. La raccontai in breve, tralasciando le parti che, a mio giudizio, sarebbero risultate incredibili a quelle persone. Mi spiegarono che il branco aveva mietuto altre vittime umane. Una fattoria isolata era stata attaccata la notte prima e tre uomini erano scomparsi. Mi dissero anche che la signora Judson, affranta per la perdita del marito, era uscita nella neve a cercarlo e non aveva più fatto ritorno. Dal canto mio, ricordavo benissimo che alla fine lo aveva trovato... Mi rimproverai, amareggiato, di aver spinto quell'uomo ad avventurarsi in quel viaggio notturno con me. Mi informai se non si erano presi provvedimenti per dare la caccia al branco. Mi risposero che lo sceriffo aveva organizzato una squadra di cittadini che si era spinta fuori Hebron diverse volte. Si erano trovate numerose tracce di lupi e di uomini che correvano affiancate, una pista facile da seguire, dunque. Ma, mi parve di capire, i cacciatori non erano stati poi molto smaniosi di raggiungere la preda. La neve era alta e impediva di muoversi rapidamente, e loro non avevano avuto alcuna intenzione di incontrare il branco di notte. Le tracce non erano mai state seguite per più di nove o dieci chilometri fuori da Hebron. Lo sceriffo era rientrato al comando di Contea, diciotto chilometri lungo la ferrovia, promettendo che sarebbe tornato quando la neve si fosse sciolta a sufficienza per permettere spostamenti più agevoli. E i pochi abitanti di Hebron, per quanto profondamente turbati dal destino dei loro vicini che erano stati uccisi dal branco, erano troppo terrorizzati per organizzare una battuta per proprio conto. Quando accennai alla mia intenzione di trovare qualcuno che tornasse con me al ranch, la mia proposta fu accolta in modo evasivo da tutti. L'esempio della morte di Judson era impresso chiaramente nella mente dei presenti, e nessuno voleva rischiare di farsi sorprendere lontano dal paese di notte. Mi resi conto che dovevo agire da solo, senza alcun aiuto. Per gran parte della giornata rimasi a letto, recuperando le forze, perché sapevo che avrei dovuto disporre di tutte le mie energie per affrontare la
dura prova che mi attendeva. Comunque, mi informai sui mezzi che avrei trovato in paese, e preparai il piano per il mio folle tentativo di abbattere la minaccia che incombeva sull'umanità. Con l'aiuto del ragazzo, Marvin, che funse da mio rappresentante, acquistai un calesse, completo di un ronzino e dei finimenti; i miei tentativi di affittare un veicolo o di assumere qualcuno che mi conducesse sul posto si erano rivelati un fallimento clamoroso. Il ragazzino si diede da fare anche per procurarmi altre attrezzature. Gli feci comprare una dozzina di lanterne a benzina, con una scorta abbondante di reticelle e due fustini di combustibile da venticinque litri. Constatando che la scuola di Hebron vantava scarse forniture di attrezzatura da laboratorio, mandai Marvin in cerca di nastri al magnesio e di zolfo. Il ragazzo tornò con un bel mazzetto di sottili strisce metalliche, tagliate in varie lunghezze. Per facilitarne l'accensione, intinsi quindi l'estremità di ogni fascetta dentro dello zolfo fuso. Mi comprò anche due potenti torce elettriche con pile e lampadine di scorta, delle munizioni per la mia automatica, e due dozzine di candelotti di dinamite con capsule e micce. Il mattino seguente mi svegliai di buon'ora, sentendomi molto meglio. La ferita alla gamba stava rimarginandosi rapidamente e aveva cessato di causarmi forti sofferenze. Mentre sedevo con i Potts a consumare una frugale colazione, li assicurai che quello stesso giorno mi ripromettevo di tornare nella tana del branco, da cui ero fuggito, per farla finita definitivamente con quelle belve. Prima che avessimo fino di mangiare, sentii la chiamata del tipo da cui avevo comprato il calesse, che veniva a consegnarlo e a riscuotere il generoso prezzo che gli avevo garantito tramite la mediazione di Marvin Potts. Il ragazzo uscì con me. Ritirammo il veicolo e facemmo il giro dei pochi negozi di Hebron, raccogliendo le cose che il ragazzo aveva acquistato per me il giorno prima: le lanterne, il combustibile, le torce elettriche e la dinamite. Era ancora prima mattina quando lasciai Marvin alla fine della strada, ricompensandolo con una banconota, e mi spinsi da solo nella neve, verso il ranch isolato dove avevo vissuto orribili esperienze. La giornata, sebbene limpida, era fredda. La neve non accennava a sciogliersi ed era spessa come sempre. Il ronzino avanzava lento, mentre i suoi zoccoli e le ruote del calesse affondavano con un secco scricchiolio nella crosta superficiale ghiacciata.
Quando Hebron svanì alle mie spalle e mi trovai circondato soltanto dallo sterminato deserto di neve luccicante, fui preso da un senso di paura, da un violento desiderio di affrettarmi a raggiungere qualche posto affollato di uomini. Nella mia immaginazione anticipai il terrore della notte, quando il branco sarebbe uscito di nuovo, lanciandosi sulla prateria innevata. Come sarebbe stato facile tornare indietro, prendere il treno per New York e dimenticare quel luogo orribile! No, sapevo che non avrei mai potuto scordare la minaccia di quello spaventoso mondo, nero come la notte, che si apriva oltre l'anello di rame, abitato da una razza che progettava di impadronirsi della Terra per farne una seconda sfera di tenebra immonda. E Stella? Non sarei mai riuscito a dimenticarla. Ora sapevo di amarla, sapevo che dovevo salvarla o morire con lei. Spronai il cavallo ad avanzare nella solitaria distesa. Raggiunsi la fattoria poco dopo mezzogiorno, ma mi restava ancora un buon margine di luce diurna. Mi misi all'opera immediatamente. C'era parecchio da fare: vuotare le scatole ammucchiate sul calesse; riempire le lanterne di combustibile, pompare l'aria all'interno e assicurarmi che funzionassero in modo soddisfacente; innescare i candelotti di dinamite; provare le torce elettriche; caricare la pistola e riempire i caricatori di riserva; sistemarmi nelle tasche in modo razionale i fiammiferi, le munizioni, le pile per le torce, e i nastri di magnesio. Il sole era ancora alto quando ultimai i preparativi. Allora misi il cavallo nella stalla sul retro della casa, chiusi la porta a chiave e la barricai, per assicurarmi che l'animale fosse completamente bloccato, nel caso qualche orrida metamorfosi lo mutasse in un mostro dalle pupille verdi. Poi entrai in casa, portando con me una lanterna accesa: era silenziosa e deserta. Tutti i mostri evidentemente erano là sotto. La porta della cantina era chiusa, e anche la minima fessura era stata ostruita per impedire che filtrasse luce. Accesi tutte le lanterne e le disposi circolarmente attorno all'ingresso della scala. Quindi spalancai la porta. Dal passaggio sottostante si levò un ululato orribile! Sentii il rumore dei piedi che si affrettavano a ritirarsi lungo il tunnel, tra latrati rabbiosi e aspri gemiti selvaggi. Un'ondata fisica di orrore nauseante mi inondò di brividi, al pensiero di avventurarmi in quel tempio sotterraneo dal lucore rossastro dove ero stato testimone e vittima di orrori indicibili. Indietreggiai tremando. Ma, al pen-
siero di mio padre e dell'adorata Stella giù in quel covo e posseduti dai mostri, riacquistai coraggio e mi avviai verso l'imboccatura spalancata che conduceva nel tempio edificato dalle belve aliene. Prima avevo pensato di lasciare le lanterne in cerchio attorno all'imboccatura del passaggio, e di portarne una sola con me. Ora invece mi resi conto che avrebbero impedito con maggiore efficacia la fuga dei mostri se le avessi disseminate lungo il tragitto. Ne raccolsi sei, tre per mano, e cominciai a scendere gli scalini. I loro possenti raggi illuminarono la vecchia cantina con un chiarore graditissimo. Ne deposi una al centro del pavimento dello scantinato; altre tre le sistemai lungo il cunicolo in pendenza che portava negli scavi sotterranei. Avevo intenzione di deporre le altre due lanterne sul pavimento del tempio, e poi di tornare in superficie a prenderne altre. Speravo che la luce liberasse l'intero branco dall'invasore alieno, come si era verificato nel caso di Stella. Avrei approfittato del loro stato di incoscienza per trasportare all'aperto Stella e mio padre, e gli altri uomini in condizione di poter riprendere a vivere normalmente. Poi avrei distrutto la macchina e il tempio con la dinamite. Giunsi in fondo al passaggio, sbucando nella vasta sala nera sorretta dalla doppia fila di colonne. Il chiarore intenso proiettato dalle lanterne, che ronzavano lievemente, disperse l'oscurità venata di quel lucore rosso sangue. Udii un coro agghiacciante di urla animali da cui traspariva una sofferenza atroce e, in fondo alla lunga sala dietro i massicci pilastri, vidi forme dagli occhi verdastri che si acquattavano al riparo, accalcandosi nell'ombra. Deposi le due lanterne per terra ed estrassi dalla tasca una delle potenti torce elettriche. Il suo fascio intenso e penetrante sondò le tenebre al di là delle poderose colonne nere. Forme umane e di lupi, urlanti e spaventate, lanciarono gemiti acuti quando vennero raggiunte dal raggio, e si accasciarono sul nero pavimento. Fiducioso, avanzai per frugare ogni angolo recondito con il brillante fascio luminoso. La mia fiducia si rivelò quasi fatale... Avevo sottovalutato l'astuzia e l'abilità dei miei nemici. Quando mi accorsi del globo nero, il mio piede vi era appoggiato sopra. Era una sfera perfetta di tenebra pura, un globo di circa trenta centimetri che pareva tornito in un cristallo nero come la notte. Ormai non potevo evitarlo e, quando lo toccai, parve esplodere. Si udì
un sordo e minaccioso plop, poi la sfera sprigionò un'oscurità fluttuante, un gas nero che mi avvolse nel suo buio sudario soffocante. Mi voltai come impazzito, precipitandomi indietro verso il passaggio che conduceva alla luce del sole. Ero completamente accecato. Le lanterne sfolgoranti erano assolutamente invisibili, e ne urtai una con i piedi mentre avanzavo freneticamente. Poi inciampai e sbattei contro la fredda parete del tempio. Tastai febbrilmente la superficie... ma in entrambe le direzioni, fin dove riuscivo a spingermi con le braccia, il muro era assolutamente liscio. Dov'era il passaggio? Avanzai barcollando per alcuni metri, tenendo sempre le mani sulla parete. No, il cunicolo doveva trovarsi dalla parte opposta. Mi girai. I latrati mostruosi e trionfanti del branco colpirono le mie orecchie; sentii i loro piedi muoversi e attraversare il tempio. Allora corsi lungo la parete, ma inciampai e caddi sopra una lanterna rovente. Mi balzarono addosso... Lo strano baluginio rossastro del tempio mi circondava di nuovo. Mi trovavo ancora legato ad uno di quei pilastri neri e massicci, impotente e bloccato dalla medesima corda insanguinata. Di fronte a me c'era lo strano macchinario che, cambiando le vibrazioni della materia, apriva una breccia comunicante con altri universi contigui... con la Dimensione Nera. La luce rossastra si rifletteva come una sfumatura di sangue sull'anello di rame e sul grande specchio parabolico. Vidi con un certo sollievo che le valvole erano spente, il generatore silenzioso, e le tenebre scomparse dall'anello. Di fronte, però, era stato eretto uno spaventoso altare, su cui erano deposti i corpi straziati e sanguinanti di uomini e donne, di lupi grigi, di piccoli coyote e di altri animali. Il branco aveva fatto buona caccia nelle due notti in cui ero stato assente! Le cadaveriche e mostruose creature, i corpi orrendamente mutati di mio padre e di Stella e degli altri, mi circondavano. «Il tuo ritorno è una cosa buona», guaì in toni bestiali l'essere che occupava il corpo di mio padre. «Il fabbricatore di elettricità non funziona. Tu che torni lo farai muovere ancora. La strada deve essere di nuovo aperta, perché una nuova vita giunga a questi che attendono.» E indicò il cumulo di cadaveri grondanti di sangue. «Poi la nuova vita anche a te noi condurremo. Troppe volte sei fuggito. Tu diverrai uno di noi. E noi cercheremo un uomo che agisca come noi di-
ciamo. Ma prima deve la via essere aperta di nuovo. Dal nostro mondo la vita verrà. Per prendere i corpi degli uomini come macchine. Per fare un gas di tenebre come quello che hai trovato in questa sala, per nascondere tutta la luce del tuo mondo e renderlo a noi adatto.» La mia mente vacillò inorridita al pensiero dell'inconcepibile e assurda minaccia che si alzava come un orrido spettro a fronteggiare l'umanità, al pensiero che presto anch'io non sarei stato altro che una semplice macchina. Il mio corpo, gelido e pallido come un cadavere, avrebbe svolto compiti innominabili al comando delle creature delle tenebre, e i loro occhi verdastri sarebbero divampati nelle mie orbite! «Presto, spiega il metodo per far funzionare il fabbricatore di elettricità», mi venne ordinato, con un ringhio malvagio e minaccioso, «o noi roderemo la carne dalle tue ossa, e cercheremo un altro che eseguirà il nostro volere!» 12. Acconsentii ad accendere il generatore, sperando che nel frattempo mi si presentasse qualche opportunità di ribaltare nuovamente la situazione. Ero più che certo che non avrei potuto fare niente finché rimanevo legato alla colonna... e la minaccia che avrebbero trovato un altro uomo per sostituirmi come loro insegnante mi fece capire che dovevo piazzare in fretta il colpo giusto. I mostri erano convinti che, per azionare il generatore, avrebbero avuto bisogno di qualcosa di più di un mio semplice aiuto verbale. Uno dei meccanici mi slegò e mi accompagnò verso la macchina, stringendomi un braccio in una dolorosa morsa di dita fredde come ghiaccio. Discretamente, abbassai una mano per tastarmi le tasche. Erano vuote! «Non fare luce!», giunse il ringhio d'avvertimento di mio padre che aveva intravisto il mio gesto. I mostri si erano finalmente resi conto che era opportuno perquisirmi. Guardandomi attorno vidi le cose che mi avevano tolto, accatastate alla base di un pilastro. L'automatica, i caricatori, le torce, le pile, i fiammiferi e le fascette di nastro al magnesio. C'erano anche le due lanterne che avevo portato con me nel tempio, e che erano state evidentemente spente dal gas nero che mi aveva accecato. Due lupi grigi montavano di guardia accanto agli oggetti, fissandomi in maniera sinistra.
Dopo aver armeggiato per qualche istante attorno al motore, scoprii che si era fermato per mancanza di carburante. Dopo che avevo danneggiato la macchina, i mostri avevano continuato a lasciarla in funzione finché non era finita la benzina. Spiegai a mio padre che non avrebbe funzionato senza altra benzina. «Fallo girare e produrre elettricità», disse, ripetendo il ringhio minaccioso, «o roderemo la carne dalle tue ossa e troveremo un altro uomo.» Dapprima provai a insistere che non potevo trovare della benzina senza recarmi in qualche luogo abitato, ma quando mi trascinarono verso la corda insanguinata per sottopormi a nuove torture, confessai che avrei potuto usare il combustibile delle lanterne. Erano sospettosi. Mi frugarono ancora per accertarsi che non avessi addosso altri mezzi per produrre luce. E controllarono attentamente anche le lanterne in cerca di eventuali sistemi di accensione che non richiedessero l'uso di fiammiferi. Alla fine mi portarono le lanterne. Con mio padre che mi stringeva un braccio, versai la benzina nel serbatoio del motore. Sarebbe stato comunque difficilissimo travasarlo senza rovesciarne un po', e in ogni modo mi preoccupai di versarne per terra il più possibile, senza destare sospetti. Riuscii a formare una piccola pozzanghera di benzina sotto lo scappamento, dove una scintilla avrebbe potuto incendiare i vapori. Poi mi fecero accendere il generatore. Le bobine tornarono a ronzare e le valvole termoioniche si illuminarono. Lo strano tubo catodico centrale sembrò produrre una massa oscura che lo specchio parabolico rifletté nell'anello di rame. Per la seconda volta, guardando attraverso l'anello, vidi la Dimensione Nera. Dinanzi a me si stagliava un cielo di oscurità assoluta, con luride acque stagnanti in cui baluginava una luminescenza putrescente e basse colline ammantate da quella vegetazione ripugnante che si contorceva come un ammasso di serpi, sprigionando una fioca luce verdastra. E su una di quelle colline c'era una città. Una macchia caotica di rosso malvagio, una chiazza di tenebra cremisi, di corruzione rossastra. Si allungava sulla collina come un mostro di rossa bruma dagli innumerevoli tentacoli. E dalla città si innalzavano orride appendici, verruche e protuberanze assurde, parodie macabre di torri e minareti. Era immobile. E all'interno della sua fetida oscurità scarlatta si celavano
cose nere e striscianti... innumerevoli orde di cose simili all'abominevole mostruosità che avevo visto fluire nel corpo di Stella. Neri orrori viventi, informi e delle pupille verdastre. I mostri attorno a me ulularono attraverso l'anello in quel mondo nero... lanciando un richiamo! E ben presto, dall'anello fluì un fiume di inconcepibile orrore informe... Indescrivibili mostri di un universo alieno. Esseri ripugnanti che dimoravano nelle tenebre... la razza della Dimensione Nera! Spaventosi occhi verdi nuotavano in masse striscianti d'oscurità maligna. Sciamarono ricoprendo il cumulo di cadaveri che giacevano al suolo. E i morti risorsero a una abominevole e assurda vita! Cadaveri mutilati e corpi lacerati di lupi, balzarono ritti ringhiando e guaendo. E gli occhi di ognuno erano i malvagi occhi di fiamma smeraldina delle cose che erano entrate in loro. Io ero ancora accanto al piccolo motore scoppiettante. Mentre balzavo indietro, alla vista dello spaventoso spettacolo di quei morti che risorgevano a vita sacrilega, i miei occhi si posarono disperatamente sulla pozza di benzina. Non si era ancora incendiata. Accarezzai la fuggevole idea di cercare di impregnarmi la mano di benzina e di metterla di fronte allo scappamento per farne una torcia vivente. Ma era troppo tardi, e le dita gelide e inflessibili di mio padre continuavano a serrarmi dolorosamente un braccio. Poi mio padre lanciò un ululato lamentoso. Un'oscena e informe massa strisciante, dalle orbite scintillanti di aliena fiamma verde, si staccò dal fiume nero che si riversava dall'anello e avanzò verso di me. «Ora tu diverrai uno come noi!», annunciò mio padre. La cosa stava dunque venendo per fluire nel mio corpo, per rendermi suo schiavo, per mutarmi nella sua macchina! Urlai, lottai contro le mani crudeli che mi bloccavano. Folle di terrore, bestemmiai e implorai... promettendo di consegnare ai mostri il mondo intero. Ma la cosa strisciante continuò ad avanzare. Crollai, inzuppato di sudori gelidi, tremante, nauseato per l'orrore. Proprio allora, come avevo sperato e pregato, il motore fece uno scoppio irregolare. Dallo scappamento uscì una vampata di scintille, seguita da una cupa esplosione di vapori. Un improvviso lampo giallo illuminò il tempio... E una colonna di fiamma tremolante si levò dalla pozza di benzina ac-
canto al motore. Le creature nere vennero distrutte dalla luce... e svanirono! Il tempio si trasformò in un pandemonio di acuti ululati di dolore, di corpi confusi che si dibattevano in preda al panico. La morsa attorno al mio braccio cedette, e mio padre crollò al suolo, strisciando verso l'ombra dei pilastri e riparandosi gli occhi. Vidi che i lupi avevano abbandonato la sorveglianza alle cose che mi avevano sequestrato, e mi precipitai in quella direzione. In un istante le mie mani tremanti afferrarono una delle torce elettriche. Con gesti frenetici trovai l'interruttore e lo feci scattare. Con il fascio abbagliante spazzai l'ampia sala e il coro infernale di lamenti animali crebbe d'intensità. Poi accesi la seconda torcia e, arraffando in fretta la pistola, le munizioni, i fiammiferi e il nastro al magnesio, mi ritirai accanto alla pozza di benzina incendiata. Questa volta mi mossi con estrema precauzione, sondando con il raggio luminoso di fronte a me per evitare di inciampare in un'altra bomba d'oscurità. Credo comunque che la mia cautela fosse inutile. Sono sicuro, da quanto ebbi modo di vedere in seguito, che ne era stata preparata una sola. Accostandomi al motore mi resi conto che stava ancora funzionando, tenendo così aperto il varco che immetteva nella Dimensione Nera. Interruppi l'erogazione di carburante e il piccolo motore tossicchiò affannato, spegnendosi. Il muro di tenebre svanì dall'anello di rame interrompendo il collegamento con l'orrido mondo appartenente a un altro universo. Poi appoggiai frettolosamente le torce sul pavimento, mettendole in modo che proiettassero i fasci di luce in direzioni opposte. Presi i fiammiferi, accesi l'estremità di una striscia di nastro al magnesio, a cui avevo aggiunto dello zolfo per facilitarne l'accensione. Il nastro s'incendiò subito formando un bianco bagliore accecante che pareva un sole in miniatura. Lo scagliai attraverso la sala. La sua luce vivida descrisse una parabola, spezzando le ombre dietro i pilastri. Le belve nascoste e impaurite ulularono in preda a nuove atroci sofferenze e caddero sul nero pavimento, tremando e contorcendosi in maniera convulsa. Io continuai ad accendere sottili strisce metalliche e a gettarle in ogni angolo della sala per scacciare l'oscurità grazie alla loro scintillante fiamma candida. I latrati si fecero sempre più deboli, e gli uggiolii lamentosi cessarono. I
lupi e gli uomini giacevano immobili. La loro violenta lotta contro gli spasmi d'agonia era finita. Dopo aver lanciato l'ultima striscia di magnesio, presi l'automatica e sparai nel serbatoio del motorino, appiccando poi il fuoco al rivolo di liquido che fuoriusciva. Mentre una nuova colonna di luce sfavillante divampava verso l'alto, mi affrettai in direzione del passaggio che conduceva in superficie, attento a non calpestare un'altra di quelle sfere che eruttavano tenebra. Trovai le lanterne ancora accese, poiché i mostri evidentemente non erano riusciti a spegnerle. Corsi all'esterno, raccolsi le sei lanterne che avevo lasciato là e che scintillavano ancora nel crepuscolo imminente, e tornai velocissimo nel tempio. I mostri erano ancora inerti e privi di conoscenza. Sistemai le lanterne sul pavimento, disponendole in modo che ogni recesso fosse rischiarato efficacemente. Andai poi a prendere altre due lanterne e un fustino di combustibile, e riempii anche quelle lampade da cui avevo tolto la benzina per versarla nel motorino del generatore. Quindi girai per la sala sotterranea, sempre tenendo due lampade vicine, e distesi i gelidi corpi rannicchiati, rivoltandoli in modo che volgessero la faccia verso la luce. Trovai Stella. Il corpo della ragazza era ancora integro, a parte il pallore impressionante e lo strano gelo. Poi fu la volta di mio padre. C'era anche l'ammasso dilaniato che un tempo era stato il corpo di Judson. E il cadavere decapitato di Blake Jetton, il padre di Stella. Controllai pure molti altri corpi straziati di esseri umani, e le carcasse gelide di lupi, di coyote, del cavallo e di alcuni altri animali. In mezz'ora circa il cambiamento fu completo. L'assurdo gelo della forma di vita aliena aveva abbandonato le vittime. La maggior parte dei corpi si irrigidirono rapidamente in un tardivo rigor mortis. Anche mio padre era senza dubbio deceduto. Il suo corpo rimase freddo e immobile, nonostante lo strano gelo che l'occupava fosse svanito. Ma la squisita figura di Stella tornò a scaldarsi, pervasa di nuovo dal tenue rossore della vita. La ragazza respirava e il cuore le pulsava lentamente. La trasportai nella cantina e la deposi sul pavimento tra due lanterne, per prevenire ogni eventuale ritorno dell'invasore alieno mentre finivo il macabro lavoro che mi attendeva di sotto. Non c'è bisogno che mi addentri in inutili dettagli...
Quando ebbi usato metà della scorta di dinamite, non rimase alcun frammento riconoscibile, né della macchina maledetta, né dei corpi posseduti dalla mostruosa forma di vita. Innescai l'altra dozzina di candelotti accanto ai pilastri e nelle pareti del tunnel... Nessuno metterà mai più piede nella grande sala sotterranea che ho chiamato a volte tempio. Ultimato il lavoro, portai Stella in camera sua e la misi delicatamente a letto. Vegliai con ansia tutta la notte, mantenendo una brillante illuminazione nella stanza, ma non si verificò alcun segno di quanto temevo. Stella dormì profondamente, ma in modo normale, e sembrava ormai completamente libera da eventuali infestazioni residue del mostruoso parassita che un tempo era in lei. Dopo una nottata stressante giunse l'alba, e un chiarore rosato si diffuse sulla neve. La fanciulla si stiracchiò. Due profondi occhi azzurri si aprirono e mi fissarono: erano occhi sorpresi e ansiosi, da cui trapelava un'espressione interrogativa. Occhi non più offuscati come un tempo da strani sogni. «Clovis!», esclamò Stella con la sua vera voce dal tono morbido. «Clovis, cosa fai qui? Dov'è papà? Dov'è il dottor McLaurin?» «Stai bene?», le chiesi ansioso. «Stai bene, Stella?» «Bene?», fece lei, sollevando il suo stupendo viso sorpreso. «Ma certo! Cosa dovrei avere? Il dottor McLaurin tenterà il suo grande esperimento oggi. Sei venuto ad aiutarlo?» Allora capii, e ne fui immensamente felice, che tutti gli orribili ricordi erano stati cancellati dalla sua mente. Stella non ricordava nulla di quanto era accaduto a partire dalla vigilia dell'esperimento, causa di quella catena di cose terrificanti. Guardò improvvisamente dietro di me, verso la mia fotografia appesa alla parete, con un'espressione curiosa, e arrossì leggermente acquistando un aspetto ancora più attraente grazie a quel lieve rossore accentuato. «Non te l'ho data io quella foto», l'accusai. Volevo evitare, per il momento, qualsiasi domanda riguardante suo padre, o il mio, o l'esperimento. «L'ho avuta da tuo padre», confessò lei. Ho scritto questo resoconto in casa del dottor Friedrichs, il famoso psichiatra di New York, mio intimo amico. Mi recai da lui non appena io e Stella raggiungemmo New York, e da allora mi ha tenuto presso di sé sotto costante osservazione. Mi assicura che in poche settimane sarò perfettamente ristabilito. Ma a
volte dubito che riacquisterò del tutto il mio equilibrio normale, poiché gli orrori di quell'invasione da un altro universo sono incisi troppo profondamente in me. Ora non sopporto di restare solo al buio, o perfino alla luce lunare: tremo ogni volta che sento il latrato di un cane, e cerco precipitosamente la presenza di luci brillanti e la compagnia di esseri umani. Ho raccontato al dottor Friedrichs la mia storia, e lui mi crede: mi sono deciso a scriverla in seguito alla sua insistenza. È una verità storica, sostiene il mio amico, il fatto che le leggende, i miti ed il folklore si basino su eventi reali. E non esistono leggende più diffuse di quelle riguardanti la licantropia. È importante osservare come non solo i lupi siano oggetto di tali leggende, bensì gli animali più feroci di ogni paese. In Scandinavia, per esempio, le leggende riguardano gli orsi; nel continente europeo, i lupi; in Sudamerica, i giaguari; in Asia e in Africa, i leopardi e le tigri. È pure importante notare come la credenza nella possessione da parte di spiriti maligni, e la credenza nei Vampiri, siano collegate alla diffusissima credenza dei Lupi Mannari. Il dottor Friedrichs pensa che, in seguito a qualche incidente cosmico, questi mostri della Dimensione Nera abbiano potuto accedere al nostro mondo anche in precedenza; e che quelle leggende, stranamente diffuse ovunque, siano ricordi popolari di orrori che hanno colpito la terra quando quelle abominevoli mostruosità si impossessavano dei corpi degli uomini e di animali feroci, e andavano a caccia nelle tenebre. Si potrebbe aggiungere parecchio d'altro a sostegno di questa teoria, ma io lascerò che la mia esperienza parli da sola. Stella viene spesso a trovarmi, ed è più adorabile di quanto non mi fossi mai reso conto. Il mio amico mi assicura che la mente della fanciulla è assolutamente normale. Sostiene che la sua amnesia è un fatto naturale, dal momento che la sua mente dormiva quando l'entità aliena dominava il suo corpo. E afferma anche come sia impossibile che venga posseduta di nuovo. Io e Stella contiamo di sposarci entro poche settimane, non appena il dottor Friedrichs stabilirà che sono sufficientemente guarito. VENDETTA VOODOO Voodoo Vengeance di Kirk Mashburn Weird Tales, novembre 1934
1. «Mi interesso di ricerche sugli psicopatici, dei suoi effetti sui crimini e cose del genere, ma non di casi privati», informò freddamente i suoi visitatori il dottor Forest Loring. «Non c'è niente in questo caso che possa farmelo considerare come un'eccezione.» Il Capitano Frane arrossì di rabbia sotto l'abbronzatura del suo volto magro ma dai lineamenti ben marcati. Gli occhi scuri della ragazza con il volto pallido che si trovava al suo fianco si riempirono di una rassegnazione sempre più cupa. «Il nostro comune amico, il Procuratore Distrettuale, mi ha consigliato di venire da lei...», cominciò a dire Frane, ma venne interrotto bruscamente. «Credo che me lo abbia già detto prima», ribatté il Dottor Loring. «L'ho aiutato in un paio di casi perché coinvolgevano fattori interessanti per il tipo di ricerca psicologica di cui mi occupo. Nel vostro caso non si ravvisano neanche gli estremi del crimine. Sua moglie sembra soffrire di mania di persecuzione, il che non può davvero giustificare l'interruzione di alcuni esperimenti davvero molto urgenti e importanti che sto portando avanti.» Cercando di controllare la rabbia mentre si girava verso la moglie, Frane disse semplicemente: «Vieni, cara. Andiamo». Mentre si stava alzando, un cupo grugnito risuonò sotto la finestra aperta che si trovava a fianco del dottor Loring. Una testa ispida con un muso sottile e appuntito comparve alla vista; lunghe zanne ricoperte di saliva brillarono in un ghigno saturnino. Con le zampe anteriori poggiate sul davanzale, un essere mostruoso dall'aspetto di un lupo fece capolino dalla finestra con gli occhi rossi infuocati dalla ferocia. Natalie Frane soffocò un grido. «Ecco, ci siamo!», esclamò suo marito, con la voce non del tutto ferma. «Probabilmente, la paura che mia moglie nutre nei confronti del suo fratellastro, è una "mania di persecuzione", ma il suo cane - a meno che quel mostro non sia davvero un lupo! - ci ha seguiti fin qui!» Senza fretta, il Dottor Loring aprì un cassetto della sua scrivania. Ne tirò fuori un oggetto che rassomigliava a una piccola pistola automatica, la puntò in direzione della finestra e una sottile striscia di liquido, dello spessore di un ago, partì in direzione del cane. Con un grugnito, che all'improvviso si mutò in rantoli soffocati, l'orribile
muso scomparve dalla vista; i respiri affannosi diminuirono rapidamente. L'odore di ammoniaca, che si era diffuso nella stanza, svanì quasi all'istante. «Un'arma molto efficace, come ho già potuto constatare in altre occasioni», annunciò con calma il Dottor Loring. «Diceva che il cane appartiene al poco simpatico parente di sua moglie? Chiamerò Tou-Tou per scoprire come ha fatto a penetrare nel giardino.» «Quel selvaggio è in grado di scavalcare muri ben più alti del suo», gli rispose Frane con un sorriso triste. Prese il suo cappello e il bastone proprio mentre la porta si apriva e TouTou, l'emaciato servitore haitiano del dottore, scivolava nella stanza. Porse al suo padrone una piccola scatola avvolta nella iuta, con questa laconica spiegazione: «Hanno suonato alla porta; sono andato a rispondere e ho trovato questo. Fuori, non c'era nessuno». Il Capitano Frane, ex marine con quattro anni di servizio ad Haiti al suo attivo, capì le parole del patois creolo. Appena l'uomo di colore fu uscito, il Capitano si rivolse a guardare con disagio il misterioso pacchetto. «Non posso fare a meno di chiedermi», prese a dire con fare esitante, «se Polynice Poynter non abbia qualcosa a che fare con questa faccenda. Il suo orribile segugio non si stacca mai da lui, ed è chiaro che siamo stati seguiti fin qui. Poynter potrebbe aver mandato quel pacchetto come avvertimento affinché lei non accetti di occuparsi del nostro caso. Se è così, e la cosa sarebbe perfettamente in sintonia con la sua natura teatrale, è probabile che si tratti di qualcosa di spiacevole, e persino di pericoloso.» Il Dottor Loring agitò delicatamente il pacchetto, che apparentemente sembrava essere una scatola di cartone avvolta nella carta, e lo tenne vicino all'orecchio. Con un'espressione vaga dipinta sul volto, decise poi: «Bene, andiamo a vedere di che si tratta! Vuole avvicinarsi, Capitano?». Dopo aver chiesto a Mrs. Frane di accomodarsi di nuovo al suo posto e di aspettare, condusse il marito verso un bagno dove aprì i rubinetti del lavandino. Quando ci fu abbastanza acqua da riempirlo completamente, il dottore vi immerse la scatola, ancora avvolta nella carta così come l'aveva ricevuta. L'oggetto era leggero e galleggiava. 2. Prendendo in prestito il bastone che Frane teneva ancora in mano, il
Dottor Loring immerse il pacchetto nell'acqua. Con grande attenzione spinse il puntale del bastone nella carta che lo ricopriva e poi nella scatola. Quando l'acqua entrò nel foro, si udì un lieve fruscio che proveniva dall'interno della scatola. Con un movimento del polso, il Dottor Loring allargò il buco nella scatola ormai fradicia e tirò via il bastone. «Ora guardi», invitò. Per un attimo non accadde nulla. Poi, sgusciando attraverso il piccolo varco che lui aveva praticato, venne fuori un serpentello nero ricoperto di scaglie; circa settanta centimetri di sinuosa e convulsa lunghezza seguirono la testa del serpente. Il rettile nuotò avanti e indietro con la lingua biforcuta che usciva fuori a intervalli brevissimi e con sorprendente rapidità mentre tentava vanamente di arrampicarsi sulla liscia porcellana del lavandino. «Un Fer-de-lance, se ne ho mai visto uno!», esclamò il Dottor Loring. Frane annuì, pallidissimo sotto la pelle abbronzata. «Poynter potrebbe averlo rubato allo Zoo, o può averlo portato, insieme ad altri, da Haiti: è capacissimo di fare una cosa del genere!», disse il Capitano. «Così questo Poynter è stato ad Haiti?», rifletté il dottore. «Lui è haitiano», lo corresse Frane. Poi anticipò con sufficienza la domanda inespressa del dottor Loring. «Sì, è un meticcio con un ottavo di sangue nero. Si ricordi che ho detto che è il fratellastro di mia moglie.» «Se è stato lui a spedire il serpente, è senza dubbio un vero farabutto!», affermò accalorandosi il dottore. «Quelle cose», disse indicando il lavandino, «sono una specie maledettamente sgradevole e pericolosa.» «Lo so», convenne Frane con calma; «ho visto ciò che sono in grado di fare. Ma d'altra parte», ricordò ironicamente, «a Polynice Poynter piacciono proprio le cose sgradevoli, come quella di creare "manie di persecuzione", per esempio!» «Mi racconti i particolari prima di ritornare da sua moglie, quelli che deve aver tralasciato prima», gli chiese a bruciapelo il Dottor Loring. Quindi storse la bocca e aggiunse: «Credo di aver preso in antipatia il suo Polynice Poynter! Forza, svelto!», lo incalzò dal momento che Frane esitava. «Mi riferisca i fatti veramente importanti: com'è possibile che un meticcio con un ottavo di sangue nero sia il fratello di sua moglie, e i motivi che ha per volerle fare del male.» «È semplice», rispose Frane. «Il padre di mia moglie Natalie era coltivatore di canna da zucchero ad Haiti. La madre di Natalie morì e suo padre si risposò con una donna haitiana che era stata la sua amante per molti anni;
per così tanti anni che tutti a Port au Prince credono che Polynice, che ha circa trent'anni, sia figlio naturale del vecchio Poynter. Ad ogni modo, Poynter lo adottò legalmente dopo aver sposato la madre. Questa situazione risultò insopportabile per Natalie: io la sposai e, subito dopo, rassegnai le dimissioni per lasciare Haiti con lei. Per quanto riguarda il motivo di cui lei parla», continuò in fretta, «a meno che non sia cambiata di recente, la legge di Haiti proibisce inderogabilmente ai bianchi di possedere terre ad Haiti. Così il vecchio Poynter ha investito i suoi guadagni qui negli Stati Uniti con tale accortezza che, alla sua morte, Natalie ha ereditato una notevole fortuna. È semplicissimo: se Natalie muore senza figli, tutto sarà suo. Capisce?» «Il motivo è semplice», ammise il Dottor Loring. «Ma, in effetti, che cosa ha veramente fatto questo Polynice? Lei mi ha detto solo che sia la mente che il fisico di sua moglie, si stanno distruggendo a causa della paura che ha di lui, ma su cosa si basino i timori di sua moglie, di questo lei non mi ha parlato. Mi racconti ciò che finora si è tenuto per sé.» Il Capitano Frane esitò. «Deve capire», disse alla fine, «che Natalie è nata ad Haiti. Cose che sembrerebbero assurde per la maggior parte delle ragazze americane, sono invece molto serie per lei. Haiti è un'isola molto particolare, Dottor Loring, e Natalie crede nei riti voodoo.» «Ah!», annuì il Dottore, «ho capito. È tutto molto chiaro! Questo Polynice ha convinto sua moglie di essere in possesso di oscuri poteri e sfrutta la situazione per influenzarla. Sa in che modo?». Frane fece un gesto vago e imbarazzato. «Le ha fatto credere che lei, la sua anima, o almeno una parte di essa... oh, al diavolo! È infantile, ma finirà per uccidere Natalie se lei non lo fermerà. Lei crede che Polynice abbia messo una parte di lei in un pezzo di mogano, un pezzetto di legno essiccato non più grande di un libro di piccole dimensioni. E ogni giorno le ripete, per telefono o di persona, che lui distruggerà quel pezzetto di legno, e quindi anche lei, molto presto.» «E lei morirà, se lui lo distrugge», confermò prontamente il Dottor Loring. «La forza della suggestione rende la cosa ragionevolmente certa. Ma», disapprovò, «qualsiasi psicologo, anche alle prime armi, avrebbe potuto risolvere il vostro problema... Ad ogni modo lo farò io stesso. Lo ripeto: non mi piace questo Polynice che spedisce serpenti alla gente.» Rifletté un attimo e poi aggiunse: «L'unica difficoltà è rappresentata da quel pezzetto di legno. Fortunata-
mente, averlo non è assolutamente necessario; ma renderebbe tutto più semplice». «È Natalie stessa che lo conserva», gli rispose Frane preso dall'ansia. «Ora si trova nella sua borsa.» Il Dottor Loring strinse le labbra in un fischio silenzioso. «Davvero furbo questo Polynice!», concesse. «Questa è stata una mossa da maestro: lasciarlo tenere a lei. In questo modo, il potere della sua suggestione si rafforza ogniqualvolta lei lo guarda, e tenta costantemente di tenerlo lontano da ogni pericolo. La suggestione è la forza più potente del mondo, Capitano Frane. In questo caso sarà il fuoco con cui combatteremo il Diavolo. Venga! Abbiamo ancora a disposizione quasi tutto il pomeriggio, e lo useremo per disorientare questo Stregone voodoo che è nato nella giungla africana.» 3. Una volta tornati nello studio, Frane informò con calma sua moglie che il Dottor Loring ci aveva ripensato su e aveva deciso di accettare il suo caso. Il dottore la guardò attentamente per la prima volta. Natalie Frane era almeno di una dozzina d'anni più giovane del marito; doveva avere più o meno venticinque anni, giudicò il Dottor Loring. Avrebbe potuto essere bella, se non fosse stato per l'espressione ossessionata del volto e per i suoi occhi tristi. Istintivamente si ricordò del periodo in cui aveva esercitato l'attività di semplice medico generico, e automaticamente disapprovò il suo pallore, che veniva messo ancora più in risalto dai capelli neri tirati indietro in una semplice crocchia all'altezza del collo. Assomigliava a una Madonna pallida e preoccupata; proprio il tipo impressionabile e ipersensibile facile preda di subdole influenze. «Sono venuta perché John ha voluto così, Dottor Loring», disse in tono di difesa. «Dubito che un medico sia in grado di aiutarmi, o anche solo capire ciò che fiacca la mia forza e la mia volontà.» «Mia cara», la rassicurò gentilmente il Dottor Loring, «è vero che sono un medico. Ma sono anche uno psicologo, che vuol dire molto di più. Inoltre sono uno psichiatra, e questo vuol dire ancora di più.» Si chinò verso di lei confidenzialmente: «Al di là di tutto questo, ho vissuto e studiato ad Haiti. Ho vissuto tra gli indigeni come uno di loro, per portare avanti le mie ricerche scientifiche.
Ne so dei riti Voodoo almeno quanto Polynice, più altre cose di cui lui non ha neanche una vaga cognizione. Io posso aiutarla. Me lo permetterà?». Natalie Frane alzò la testa per guardarlo in volto; e ciò che vide portò uno spiraglio di lieve e incredula speranza sul suo viso. Impulsivamente gli prese la mano. «Sì!», bisbigliò. «Oh, sì!» C'era un divanetto nello studio, a causa dell'abitudine del dottore di schiacciare un pisolino nei momenti più strani; e verso quel divanetto condusse la ragazza. «Si stenda», la persuase. «Si metta comoda e si rilassi.» Dopo che si fu sistemata, riprese a parlare: «Do per scontato che quando», contemporaneamente si avvicinò alla borsa che lei ancora teneva stretta tra le mani, «quando il fatto è accaduto, lei era o addormentata o in uno stato di coma apparente. Le stesse condizioni sono necessarie per sortire un effetto contrario...». Continuando a parlare, il Dottore sistemò uno strano congegno sulla sua scrivania, una serie di piccoli specchi racchiusi in una normale cornice. Una funicella inserita in una presa del muro faceva girare gli specchi. Mentre giravano, si confondevano in un disco di luce scintillante e ipnotica. Natalie Frane guardò quella luminosità girevole che attirava ineluttabilmente i suoi occhi e, fissandola, emise un sospiro e si rilassò. La preziosa borsa cadde dalle sue mani afflosciate. «Un utile aiuto meccanico alla pratica dell'ipnosi», spiegò il Dottor Loring, facendo fermare gli specchi girevoli. Dopo aver rimosso il congegno, spinse un pulsante sotto la sua scrivania. «Portami un'accetta, o un coltello pesante: quel machete che usi per potare le siepi sarebbe l'ideale», ordinò poi quando apparve Tou-Tou. «Quando la sveglierò», comunicò a Frane, «le diremo che qualsiasi parte del suo ego potesse essere racchiusa nel pezzetto di mogano è stata obbligata a uscire e le è stata restituita. Una volta che lei abbia accettato ciò, le mostreremo come prova il pezzo di legno spaccato in due. Dopodiché, lei non dovrà fare altro che tenere questo Polynice alla larga da sua moglie. A mano a mano che il tempo passerà, i ricordi che sua moglie ha di Haiti si offuscheranno e scompariranno.» Tou-Tou ritornò con il machete, un arnese con la lama lunga e ben affilata. Frane prese il pezzo di legno dalla borsa di sua moglie, e il Dottor Loring lo mise su una rivista che si trovava sulla scrivania. Il machete si sollevò e, subito dopo, ricadde. Il legno, secco e stagionato, si divise esatta-
mente in due parti. Ma né Frane né il dottor Loring videro cadere i due pezzi. Esattamente nello stesso momento in cui la lama penetrava nel pezzo di legno, Natalie Frane urlò. Lanciò un urlo e poi sembrò che stesse per soffocare: quindi continuò a emettere dei gemiti strozzati come se le sue corde vocali non riuscissero ad articolare dei suoni normali. Si irrigidì in tutte le parti del corpo e, con un movimento inconsulto, tirò su le ginocchia. «Mio Dio!», urlò il Dottor Loring «Questa non è una pagliacciata: è uno sconvolgente, terribile e genuino rito Voodoo!» «Che sta succedendo? Che diavolo ha fatto?» «Non è il momento delle spiegazioni ora!», tagliò corto il dottore mettendosi subito all'opera. «Si tolga da qui...» Uscì precipitosamente dalla stanza e, un attimo dopo, fu di ritorno con una siringa ipodermica tra le mani. «La sua maledetta macchinazione non può riuscirgli: almeno non completamente, mentre lei è sotto ipnosi», mormorò rivolto più a se stesso che a Frane. «Ma lo stato di coma non durerà ancora molto; e, se si sveglia ora... morirà! E allora...» Il Dottor Loring affondò l'ago nel braccio di Natalie e, mentre lo adagiava di nuovo sul lettino, lei si rilassò sotto l'influenza del narcotico. Ma anche ora c'era una strana tensione nel suo corpo immobile. Il dottore si girò verso Frane: «Sa come rintracciare quel demonio?». «Polynice? Sì, per telefono. Ma, per amor di Dio, che cosa...» «Ora non c'è davvero tempo da perdere!», lo interruppe brusco il Dottor Loring. «Telefoni a Polynice: gli dica esattamente ciò che è accaduto. Gli dica che acconsentirà a tutte le sue richieste, se lui verrà qui immediatamente e mi aiuterà a sciogliere quest'incantesimo Voodoo. Gli dica tutto quello che vuole, ma lo faccia venire qui immediatamente. Si muova!» 4. Frane cercò febbrilmente nell'elenco telefonico e lo gettò via con un'imprecazione. Compose il numero «Informazioni», e il Dottor Loring gli sentì chiedere il numero di cui aveva bisogno. Poi Frane posò lentamente il ricevitore con un'espressione avvilita dipinta sul volto. «Il suo numero telefonico è privato. L'operatrice non ha voluto darmelo. E», aggiunse disperato, «io non ho assolutamente idea di dove viva.»
«Se non riusciremo a portarlo qui entro breve tempo...» Ciò che il Dottore voleva dire era perfettamente chiaro. «Cosa?», sbottò l'ex Capitano di Marina. «Sta cercando di dirmi che, ora che ha scatenato la crisi, non è capace di riparare al malfatto? Faccia qualcosa! Lei si è vantato di saperne più di Polynice... non può fare ciò che farebbe lui?» «Polynice non avrebbe potuto salvare sua moglie», rispose paradossalmente il Dottor Loring. «Io invece lo farò. Ma Polynice è un elemento necessario.» «Lei mi parla con degli enigmi», si irritò Frane. «Io ho messo Natalie nelle sue mani, fidandomi ciecamente, ed ora ecco qual è il risultato! Ha spinto le cose a un punto tale che ora non sa più controllarle. E io non so neanche cosa è accaduto a mia moglie, né perché. Se lei lo sa, è arrivato il momento di dirmelo!» «Ho fatto un pasticcio», ammise il Dottor Loring con amarezza. «È stata colpa di quel fer-de-lance. Pensavo che si trattasse di una volgare messa in scena, ma invece è stata una mossa astutissima. Mi ha portato fuori strada, mi ha fatto diventare una marionetta nelle mani di Polynice. Pensavo che stesse facendo leva sulle paure di sua moglie fino a farla cedere ai suoi finti riti Voodoo. Ci sono pochissimi veri adepti, anche tra gli haitiani papalois... ma Polynice è evidentemente uno di quelli.» «Vuol dirmi forse che esiste davvero la Stregoneria?» L'incredulità combatteva in Frane la terribile paura che le parole del dottore fossero vere, mentre con gli occhi sbarrati guardava in direzione del divano. «Stregoneria nel senso in cui la intende lei, no», rispose prontamente il Dottor Loring. «Non c'è nulla che non possa essere spiegato in termini scientifici, anche se alcune volte le spiegazioni non sono molto chiare. Il Voodoo, come Magia Nera, non è nient'altro che autosuggestione indotta. È un fenomeno abbastanza comune tra i selvaggi e le popolazioni semicivilizzate, trovare degli individui dotati di un notevole controllo psichico. Polynice ne è dotato perché ha una parte delle sue radici nella giungla. Ha dominato la mente di sua moglie facendole credere che lui ha costretto una parte di lei - qualcosa che in mancanza di un termine migliore, potremmo definire la sua essenza spirituale - a entrare in quel pezzetto di mogano. In effetti, dal momento che è riuscito a convincerla del fatto, lui è davvero riuscito a farlo! Il fatto sussisteva, ma non la danneggiava in alcun modo finché le cose
rimanevano così. Ma, quando ho violentemente distrutto il pezzo di legno, si è scatenata una reazione psicologica simpatica, come lei ha visto. Nel suo stato di coma, lo shock psicologico è stato parzialmente neutralizzato; ma, se si svegliasse ora, ciò che avverrebbe è paragonabile al tentativo di far partire un motore con la batteria praticamente scarica. Dobbiamo ricaricare le sue batterie psicologiche prima che riprenda conoscenza ed esaurisca le poche forze che le rimangono. Altrimenti...» Il Dottor Loring allargò le braccia in un gesto più eloquente di qualsiasi parola. «E lei ha bisogno di Polynice per salvarla?», gemette Frane. «Perché?» La ragazza sul divano riprese a muoversi e la domanda non ottenne alcuna risposta mentre il dottore le si precipitava accanto. Le dita lunghe e sottili del Dottor Loring le sollevarono il polso poi, senza dire una parola, il medico riempì di nuovo la siringa ipodermica. 5. Dopo aver somministrato il sonnifero, il Dottor Loring si girò ad affrontare Frane. «È la dose massima che posso azzardarmi a darle», annunciò molto lentamente. «Una dose più forte la ucciderebbe. La manterrà in stato di coma per altre tre, quattro ore.» I suoi occhi rimasero fissi in quelli di Frane per un lungo e terribile minuto. Sul volto del Capitano Frane era dipinto un inferno di disperazione quando si girò a guardare il corpo immobile e indifeso di sua moglie. Il dottore spinse il bottone che stava sotto la sua scrivania. «Tou-Tou», chiese all'haitiano, «hai capito cosa è accaduto qui?» Gli occhi di Tou-Tou avevano un'espressione lugubre mentre giravano intorno alla stanza. Annuì senza parlare. «C'è un modo», chiese esitante, quasi spaventato, il Dottor Loring, «un modo... per venirne fuori?» «Uno», rispose Tou-Tou con voce sommessa. I due si scambiarono un'occhiata significativa; sembrava che si fossero capiti all'istante. Il Dottor Loring annuì lentamente mentre Tou-Tou usciva dalla stanza. «Un solo modo», mormorò tra sé, pallido in volto. «Un solo modo... e non si riesce a trovare Polynice.» Frane sollevò il capo dalle mani. Nei suoi occhi si leggeva una rabbia omicida.
«Polynice...», bisbigliò cupamente. «Se Natalie morirà, la legge non potrà toccarlo, ma Dio lo guardi!» Poi rimasero seduti in attesa, senza parlare. La punta della lingua di Frane passava lentamente sulle sue labbra secche... Squillò il telefono. Il Dottor Loring portò il ricevitore all'orecchio con una mossa fulminea; poi fece segno a Frane. «Vogliono lei», disse. Guardandolo, il Dottore vide che gli occhi vuoti di Frane si erano illuminati per l'eccitazione. «È Polynice!», urlò Frane, stendendo una mano tremante verso il ricevitore. «Cosa devo dirgli?» «Gli dica... no lasci fare a me!», scattò il Dottor Loring. Afferrò la cornetta del telefono e parlò con voce secca e decisa. «Pronto!... Parla il Dottor Loring. Mrs. Frane è qui e si trova in condizioni molto critiche per la distruzione di un certo pezzetto di mogano: lei mi capisce, naturalmente. Ho assoluto bisogno della sua assistenza per riportarla in condizioni normali, per guarirla dal potere mesmerico con cui lei la tiene in pugno. Per avere il suo aiuto, Mr. Frane è disposto ad accettare tutte le sue condizioni. Le do la mia parola d'onore che non ci sarà in futuro nessuna rappresaglia da parte sua o della Polizia... Oh, sì! Credo che la mia testimonianza renderebbe piuttosto realistica un'azione criminale!» Le labbra del dottore si tesero in un risolino sardonico, e a bella posta aggiunse: «Lo stesso Capitano Frane è in condizioni pietose. Farà meglio a venire immediatamente». Dopo che il ricevitore fu rimesso al suo posto, si girò verso Frane con un'espressione trionfante. «Quell'ultima frase sul fatto che lei fosse ridotto a pezzi, ha fatto colpo su di lui. Non ha saputo resistere a venire qui a gongolare. Tra l'altro si sente molto sicuro di sé.» «Lei gli ha promesso l'immunità più completa!», controbatté amaramente Frane. «Non è vero!», lo contraddisse il Dottor Loring. «Gli ho detto che lei era pronto ad accettare qualsiasi condizione per salvare sua moglie... il che è vero; e che non ci sarebbe stata alcuna azione criminale...» Fece una pausa e con le dita armeggiò sotto il bordo della sua scrivania. «Non ce ne sarà alcun bisogno!», aggiunse con calma, sottintendendo
qualcosa che Frane non riuscì ad afferrare. 6. Il Dottor Loring schiuse le labbra per parlare mentre Tou-Tou scivolava nella stanza, poi esitò. Dopo aver lanciato a Frane uno sguardo indeciso, cambiò la sua prima decisione e fece segno all'haitiano di andar via. «Devo fare i preparativi per quando arriverà il nostro ospite», spiegò all'improvviso. La porta si chiuse dietro di lui. Frane camminava avanti e indietro per lo studio e i suoi occhi spiritati continuavano a soffermarsi sul volto pallido ed esangue del corpo che giaceva immobile sul piccolo divano. Appena il Dottor Loring rientrò nella stanza, Frane sollevò lo sguardo. «Ha l'aria di chi ha sistemato tutto», osservò lentamente Frane, «e aspetta solo che accada qualcosa.» «Certo», annuì cupo il Dottore, «sono pronto a combattere il Diavolo con le sue stesse armi!» Qualsiasi domanda Frane fosse stato pronto a fare, fu rimandata dal debole suono del campanello dall'altra parte della casa. «Ci siamo», esclamò piano il Dottor Loring, con gli occhi che gli brillavano, «quel demonio sta arrivando!» Attraverso la porta socchiusa, Tou-Tou parlò in fretta nel suo francese patois: «È lui! Senza il cane non entrerà». Il dottor Loring fece schioccare le dita con un'esclamazione. «Il cane, Tou-Tou! Sei d'accordo anche tu che il cane può benissimo sostituire una capra?» Gli occhi dell'haitiano mandavano lampi mentre usciva dalla stanza. Tornò introducendo un uomo a fianco del quale camminava un cane macilento del tutto simile a un lupo, con le zampe rigide per la paura. Era lo stesso animale che aveva ringhiato fuori dalla finestra del dottore. L'uomo che non ebbe bisogno di nessuna presentazione essendo il tanto desiderato Polynice, era di statura media, ma robusto. La sua carnagione, leggermente itterica piuttosto che scura, non tradiva la sua origine ibrida, né tantomeno i capelli che erano lisci e neri. Il suo tratto più caratteristico erano gli occhi diabolici e ipnotici: scuri e lucidi come l'ambra nera. «Ah!», mormorò, con un leggero accento inglese e un piccolo inchino. «Il Dottor Loring, presumo, e l'esimio Capitano Frane!» Poi con soddisfat-
ta malizia, aggiunse: «E la mia povera sorellastra!». I muscoli erano ben in evidenza sulle mascelle serrate di Frane, ma il Dottor Loring si rivolse all'haitiano con voce incalzante: «Entri, prego. Non abbiamo tempo da perdere». Dopo avergli stretto a malincuore la mano, il meticcio avanzò nella stanza. «Contrariamente a quanto crede il Capitano Frane, io non ho nulla contro sua moglie o, sì... contro i suoi possedimenti. Certo non sono io il colpevole del suo deplorevole disordine mentale, e non sono un uomo di scienza. Anche se sono molto desideroso di rendermi utile, non c'è nulla che io posso fare per aiutarla, Dottor Loring.» «Così lei pensa di rimanere qui a godersi la scena di Mrs. Frane che muore quando uscirà dal suo stato comatoso?» La voce del dottor Loring era falsamente gentile. «Bene, allora si è completamente sbagliato. Lo shock che ha subito è troppo grande perché lei possa porvi rimedio, anche se volesse.» «E allora perché mi ha fatto venire qui?», mormorò Polynice. «Perché io ora sono in grado di aiutarla! Ma per lei sarà molto dura!» Con un gesto improvviso, il dottor Loring chiamò in causa Tou-Tou che piombò come un'ombra impaziente. Il macilento uomo di colore fece un balzo in avanti e il cappio di una corda andò ad avvolgere le spalle del meticcio imprigionandogli le braccia. Ma non avevano considerato la reazione di quella specie di lupo feroce che si precipitò in difesa del suo padrone non appena quello lanciò un urlo di rabbia. Con balzi furiosi si avventò contro Tou-Tou che, per difendersi dalle sue zanne affilate, lasciò cadere la corda. Polynice in un attimo si liberò del cappio e tirò fuori una pistola dalla tasca superiore della giacca. Con un salto si diresse verso la finestra aperta, ma subito Frane gli si parò davanti. Con la mano tesa colpì Polynice al polso, e dalla pistola partì un proiettile; la pistola rotolò quindi sul pavimento. Il pugno dell'ex marine andò a segno spingendo Polynice contro la scrivania, sulla quale era sistemato un pesante machete. Dita scarne e olivastre si protesero verso l'arma; la lama assassina sibilò quindi in direzione di Frane che riuscì a stento a farsi da parte. Mentre Polynice tentava di nuovo di guadagnare la finestra, dalla quale avrebbe avuto via libera, il Dottor Loring lanciò la propria figura sottile al suo inseguimento. Qualcosa brillò nel pugno del dottore e si conficcò nella spalla sinistra dell'haitiano.
Lanciando un urlo di dolore e di rabbia insieme, Polynice fece roteare il machete che descrisse una curva assurda. Il Dottor Loring riuscì a malapena a evitare il colpo. Prima che riuscisse a voltarsi verso il dottore, o a lanciarsi su Frane, che stava correndo di nuovo verso di lui, Polynice inciampò e lasciò cadere il machete sul pavimento. «Non lo colpisca!», gridò il Dottor Loring. Ma Frane si era già bloccato e fissava il volto di Polynice contratto dal dolore. «Dannazione a te!», sibilò l'itterico haitiano. Sarebbe crollato sul pavimento, se non fosse stato per il Dottor Loring che lo afferrò e lo sostenne. Con l'aiuto di Frane, mise Polynice su una sedia. «Decisamente forte il sedativo di quella siringa!», boccheggiò il dottore. «Ma non durerà ancora per molto. Leghiamolo.» Erano stati troppo impegnati per seguire la battaglia di Tou-Tou con il cane. Ora, quando Frane si girò per raccogliere la corda, l'uomo di colore stringeva con una mano il cane alla gola e sembrava tenere la situazione sotto controllo. Il vestito di Tou-Tou era ridotto a brandelli e la mano che aveva libera sanguinava; ma il cane sembrava stordito, domato. Aveva gli occhi incredibilmente vitrei. «Torci il collo di quella bestiaccia!», grugnì Frane mentre, con la corda tra le mani, attraversava con ansia la stanza verso la povera ragazza che era rimasta immobile sul divanetto. «No», lo contraddisse il dottore; «ci sarà ancora utile. Portalo in giardino, Tou-Tou.» Mentre il Dottor Loring si chinava su Natalie, Frane legava Polynice alla sedia. Soddisfatto che le condizioni della ragazza non fossero peggiorate, il dottore rivolse la sua attenzione al prigioniero. 7. Polynice dava già segni di riprendere conoscenza. Il dottore aiutò il processo mettendogli sotto il naso una bottiglia di sali. Il metìccio spostò di lato la testa e con un lamento si contorse sulla sedia. Tirandolo per il mento, il dottore gli fece trangugiare qualcosa che aveva miscelato in un bicchiere. Polynice aprì lentamente gli occhi che, piano piano, si schiarirono e si riempirono di odio. «Ora l'effetto è passato», osservò il Dottor Loring. «È un bene; perché voglio che capisca ciò che sto per dirle.»
Non dando a Polynice l'opportunità di interromperlo, continuò seccamente: «Lei sa tutto sui riti Voodoo, proprio come me! Li ho studiati per mesi sulle montagne vicino al confine con la Dominica. Il mio domestico è originario di quella regione, come avrà già avuto modo di capire.» «Lei non ne sa abbastanza per salvare Mrs. Frane!», lo provocò Polynice. «Ah! Qui si sbaglia», lo corresse con calma il Dottor Loring. «Fino a che la sua influenza sarà così incondizionata, è vero che non posso liberare la sua mente.» Si fermò deliberatamente e poi aggiunse: «Così ho pensato di eliminarla!». Il suo interlocutore sbiancò, assumendo un colorito letteralmente cadaverico. «Lei non oserà tanto!», sibilò Polynice. «Mi sono preoccupato di far sapere a più di una persona che sarei venuto qui.» «Lei mi crede troppo sciocco», si prese gioco di lui il Dottor Loring. «Non intendevo nulla di così brutale e, in questo caso, così inutile come la violenza fisica... Nel caso in cui Mrs. Frane muoia, non c'è alcun modo per farla sottoporre al giudizio della Legge; né la Polizia potrà proteggere Natalie Frane in seguito se io annullo solo temporaneamente la sua influenza. Ma io propongo di farle conoscere le mie condizioni», la sua voce divenne furibonda, «cioè di punirla una volta e per tutte per il crimine che ha commesso!» «Lei non oserà farmi del male!», ripeté Polynice, ma aveva le labbra tirate. «Davvero?», sibilò il Dottor Loring. «Senza dubbio lei ha già capito ciò che ho in mente. Sì, parlo delle cerimonie petro: cosa le ricordano la ragazza e la capra? Bene, caro mittente di serpenti, deve sapere che Tou-Tou era un papaloi delle montagne haitiane; e lui dice che il suo cane potrà tranquillamente sostituire la capra. E, anche se certo lei non è una giovane vergine, tuttavia credo che ci riusciremo!» Frane aveva ascoltato con impazienza e senza capirci praticamente niente, ma la minaccia del dottore era atrocemente chiara per Polynice. «Quello no!», urlò, cercando disperatamente di liberarsi della corda che lo legava. Si affannò senza speranza e poi, all'improvviso, smise qualsiasi tentativo. Un sorriso astuto e malvagio gli si dipinse sul volto. «È in possesso della droga che si dà alla ragazza prima della cerimonia?», chiese con voce trionfante. «Io credo di no, e lei non può farne a
meno. Il suo narcotico non potrà sostituirla: la mente deve essere sotto controllo, non resa insensibile. L'unico altro modo è quello di ipnotizzarmi, e la mia mente non cederà mai alla sua! Lei non sarà in grado di ipnotizzarmi, e non oserà uccidermi!» «In tutti i casi, prendo in parola la sua sfida», gli rispose il Dottor Loring, con un sorriso ironico. «Ma c'è troppo poco tempo per mettere a repentaglio la vita della mia paziente solo per soddisfare la mia vanità. Ho rimandato la cosa fino ad ora solo perché era necessario che la sua mente fosse del tutto consapevole di ciò che sta per accadere. Si sta già facendo scuro; e stanotte la luna sorge quasi al crepuscolo...» Sulla scrivania venne di nuovo sistemato il congegno con gli specchi. Mentre aggiustava gli specchi, il Dottor Loring, quasi scusandosi, disse a Polynice: «I poteri psichici che lei ha ereditato dai suoi Stregoni africani non possono molto contro la scienza moderna». Senza riuscire a capire, ma molto a disagio, l'haitiano osservò gli specchi che cominciavano a girare. Realizzò troppo tardi che era ormai in trappola. Tentò disperatamente di distogliere lo sguardo; le vene ingrossate erano ben evidenti sulle sue tempie sudate. Per alcuni lunghi minuti Polynice combatté un'angosciosa e silenziosa battaglia con quell'oggetto che fiaccava la sua volontà. Poi, con un sospiro soffocato si rilassò sulla sedia, con gli occhi spalancati che non vedevano nulla. 8. Tou-Tou scivolò dentro come un'ombra misteriosa. Dietro all'impassibilità della sua faccia scura c'era una brama profonda. Un vistoso fazzoletto era legato intorno alla sua testa ricciuta e aveva in mano una bacchetta attorcigliata in modo molto strano. «Ho fatto un bastone con le ossa del serpente che quello ha mandato!», quasi cantò in quel suo impacciato patois. «Il cane è pronto e la luna sta per sorgere.» «Anche lui è pronto», gli comunicò cupo il dottore. Indicando Natalie, disse a Frane ciò che doveva fare: «La prenda tra le braccia. Spero che una buona parte di quanto sta per accadere raggiunga il suo subconscio per registrare la sensazione della sua liberazione... Forza!». Dopo aver afferrato Polynice per un braccio, mentre Tou-Tou prendeva l'altro, il dottor Loring mormorò in tono di comando:
«Alzati! Vai dalle tue divinità, vai da Damdalla!». Un po' strisciando, un po' trasportato, Polynice avanzò in mezzo ai due. Frane prese delicatamente tra le braccia Natalie e li seguì. La luna, una falce crescente, fece capolino sopra l'alto muro che circondava il giardino. I fiori, che durante il giorno erano un tripudio di colori, volgevano verso l'alto le loro corolle bianche e spettrali sotto la luce della pallida luna. Il gruppo si mosse verso una macchia di arbusti secretivi nel centro del giardino. L'orribile cane, legato ai cespugli, prese a uggiolare man mano che si avvicinavano. Frane adagiò sua moglie in una sdraio da giardino che trovò lì vicino. Il Dottor Loring lasciò la presa sul braccio di Polynice e aiutò Frane ad aggiustare lo sdraio finché la ragazza non giacque quasi completamente stesa. Il dottore quindi le passò leggermente le dita sulla fronte, con un ordine sommesso: «Riposa e osserva come l'Inferno si riprende il suo Diavolo». Tou-Tou aveva costretto Polynice a mettersi carponi di fronte al cane che nel frattempo si era tranquillizzato. L'esangue macchia del volto dell'uomo si trovava a pochi millimetri di distanza dal muso della bestia. «Lei deve seguire con molta attenzione le fasi del rituale», bisbigliò il Dottor Loring a Frane. «Sono psicologicamente vitali.» Si allontanò e tirò fuori dalle tenebre qualcosa che era stato precedentemente sistemato lì, pronto per l'uso; Frane si rese conto con stupore che si trattava di una grande chitarra. Accovacciatosi con quell'assurdo oggetto sul prato davanti a lui, il dottore cominciò a tamburellare lievemente sul suo retro. Tou-Tou si dondolò sui piedi seguendo il ritmo vibrante e misterioso delle dita tamburellanti. «Legba, apri la strada! Grande Damballa-Ouédo, prendi ciò che offriamo!» Smise di ballare e si chinò sulla coppia così malamente assortita. L'uomo e la bestia, con il volto e il muso che quasi si toccavano, mantenevano la loro singolare immobilità. La bacchetta, con le vertebre intrecciate del serpente, descrisse su di loro antichissime figure misteriose. Il dottore proseguì nel percuotere il tamburo improvvisato, sempre con lo stesso, monotono tempo. «La cosa è fatta!», annunciò Tou-Tou, con la voce ridotta a un sussurro. Il rullo del dottore divenne più alto e potente fino a raggiungere uno staccato acuto e imperativo. La luce della luna fece brillare per un attimo il
coltello che Tou-Tou impugnava. Un accenno di urlo, disumano, ma che pure assomigliava a una voce umana, si spense in un gorgoglio soffocato. Il cane ricadde sul fianco, contorcendosi per pochi secondi. «Mio Dio!», Frane non riuscì a trattenere un grido. «Polynice...» «È Polynice?», chiese il Dottor Loring con le dita ormai immobili. Perché Polynice aveva gettato indietro la testa... e ululava come un lupo in direzione della luna! «Porti di nuovo in casa Mrs. Frane. Subito! Potrebbe svegliarsi da un momento all'altro, e non voglio che veda nulla di tutto ciò, non quando sarà cosciente.» 9. Natalie stava già cominciando a stiracchiarsi quando Frane l'adagiò di nuovo sul divanetto nello studio. Il Dottor Loring si chinò su di lei e le sentì brevemente il polso. «Ancora pochi minuti e sarà completamente sveglia e normale. Nel suo subconscio la mente ha registrato la sua liberazione dalla minaccia di Polynice. Ciò dovrebbe aver compensato lo shock che ha subito quando ho spaccato il pezzo di mogano.» «Ringrazio Dio per tutto ciò!», esclamò Frane con convinzione. «Ma Dottor Loring! E Polynice? Quel cane urlava come un essere umano, e Polynice ringhiava contro tutti e quattro noi come un cane. Avevo letto di Sacerdoti Voodoo che riuscivano a fare scambi di questo genere, ma non ci credevo... Dannazione, non ci credo neanche adesso!» «Naturalmente no», convenne il Dottor Loring; «ma Polynice ci credeva! Ogni singola cellula del suo cervello è marcata per sempre dall'impressione che ha ricevuto e ci ha creduto nel momento in cui Tou-Tou ha tagliato la gola al cane. Per tutti i fini pratici, la sua personalità era nel cane quando quello è morto, e quella del cane in lui. È la stessa cosa che è capitata a sua moglie, che si è ripetuta in lui. Le avevo detto che avremmo combattuto il Diavolo con le sue stesse armi! Così abbiamo evitato un efferato delitto che la legge sarebbe stata impossibilitata a smascherare, e il criminale è stato punito.» Controllò il suo orologio e aggiunse: «Ho telefonato alla Polizia; dovrebbero venire a prendere Polynice nel giro di pochi minuti. Domani firmerò i documenti che lo faranno rinchiudere nel Manicomio Statale».
S'interruppe per avviarsi velocemente verso il divanetto. Frane raggiunse per primo la moglie, mentre la ragazza stava aprendo gli occhi. Il marito, col viso tirato per l'ansia, l'aiutò a sollevarsi per mettersi seduta. «Mi sento molto stanca», sospirò lei. Aveva il viso tirato ed era terribilmente pallida. Il Dottor Loring si fece deliberatamente da parte. Natalie Frane sgranò gli occhi e le dita le corsero alla bocca per soffocare un urlo. Poi, un'espressione sorpresa calò sul suo volto; un lieve rossore le colorò le guance esangui. «Oh, John!», gridò rivolgendosi al marito con l'ombra di un sorriso che finalmente esprimeva un sollievo insperato. «Hai tagliato in due il pezzo di legno! Quindi il Voodoo non esiste!» «Precisamente!», approvò con decisione il Dottor Loring proprio mentre suonava il campanello. Con la moglie stretta tra le braccia, il Capitano Frane riuscì appena a trattenersi dall'impulso di contraddirlo. Attraverso la finestra aperta arrivarono i lontani, terribili ululati di dolore di un cane, ululati che avevano una nota strana, misteriosamente umana. INTERMEZZO LE BESTIE MANNARE L'ORSO MANNARO The Wer-Bear di Walter Scott 1827 Hringo, Re dell'Upland, aveva un unico figlio di nome Biorno, il più bello e il più valoroso di tutta la gioventù norvegese. Già abbastanza in là con gli anni, il Re si innamorò di una strega, che scelse come seconda moglie. Tra il giovane Biorno e Bera, la bella figliola di un vecchio guerriero, c'era stato un tenero sentimento già dai tempi della loro infanzia, ma la nuova Regina concepì una passione incestuosa per il suo figliastro e, per soddisfare tale passione, convinse suo marito, mentre si accingeva a partire per una di quelle spedizioni piratesche che costituivano le campagne estive dei monarchi scandinavi, a lasciare a casa il Principe. In assenza di Hringo, lei rivelò a Biorno la sua impura passione, ma fu respinta con un moto di violento sdegno. L'ira della matrigna fu senza confini. «Andrai nella foresta!», esclamò, colpendo il Principe con un guanto di
pelle di lupo. «Andrai nella foresta, e vivrai solo delle greggi di tuo padre! Vivrai cacciando, e morirai cacciato!» Da quel momento in poi, il Principe Biorno non fu più visto, e i guardiani del bestiame del Re cominciarono a rendersi conto che ogni notte un orso di dimensioni immense e di colore nero, feroce oltre ogni dire, faceva strage fra le greggi. Tutti i tentativi di uccidere o di catturare quell'animale risultarono vani; e tutti si rammaricavano invano dell'assenza di Biorno, il cui unico divertimento consisteva nel cacciare gli animali da preda. Bera, fedele innamorata del giovane Principe, aggiunse le sue lacrime al lutto della gente. Mentre si trovava in un luogo appartato, immersa nella sua malinconia, fu spaventata dall'avvicinarsi di un orso mostruoso, proprio l'animale che era il terrore di tutto il paese. Non poteva fuggire, quindi la fanciulla rimase ferma ad aspettarlo, ed era sicura che la morte fosse ormai vicina, quando l'animale cominciò a farle le feste, si rotolò ai suoi piedi e la guardò con degli occhi in cui, nonostante l'orribile trasformazione, lei ravvisò lo sguardo del suo amante perduto. Bera ebbe poi il coraggio di seguire l'orso sino alla sua caverna dove, durante alcune ore del giorno, l'incantesimo gli permetteva di riprendere forma umana. L'amore che la donna provava vinse ogni ripugnanza, e la fanciulla continuò a vivere nella caverna di Biorno, godendo della sua compagnia nei momenti in cui era libero dall'incantesimo. Un giorno il Principe guardò sua moglie con aria triste, e disse: «Bera, si avvicina la fine della mia esistenza. La mia carne diverrà presto un pasto per mio padre e per i suoi cortigiani. Ma guardati dalle minacce e dalle lusinghe della mia malefica matrigna, nel caso dovesse cercare di convincerti a partecipare a quel banchetto orrendo. Partorirai tre figli, che saranno la meraviglia di tutto il Nord». Poi fu l'ora dell'incantesimo, e lo sfortunato Principe uscì dalla caverna per andare a cacciare le greggi. Bera lo seguì da lontano, piangendo. Ora si udiva il suono dei corni da caccia. Il vecchio Re, di ritorno dalle sue scorribande, aveva riunito un gruppo di armati per uccidere la bestia che saccheggiava le sue campagne. Il povero orso si difese con valore, uccidendo molti cani e alcuni cacciatori. Ma alla lunga, stremato, cercò protezione ai piedi di suo padre. I suoi gesti di supplica furono vani, e gli occhi dell'affetto paterno si dimostrarono meno acuti di quelli dell'amore della sua donna. Biorno fu ucciso dalla
lancia di suo padre, e le sue carni furono cucinate per farne un banchetto regale. Bera fu riconosciuta, e spedita al cospetto della Regina. Come Biorno aveva previsto, la Maga cercò di convincere Bera a mangiare quella carne, che a quei tempi era considerata un piatto da Re. La Maga supplicò e minacciò la fanciulla invano, dopodiché comandò che si usasse la forza. Bera fu costretta a ingoiare un boccone della carne dell'orso. Le fu messo in bocca un secondo boccone, ma riuscì in qualche modo a risputarlo da parte. Poi fu mandata a casa di suo padre. Qui, dopo qualche tempo, partorì tre figli, due dei quali avevano subito, nel corpo e nell'indole, gli effetti dei bocconi che la loro madre era stata costretta a ingoiare al banchetto del Re. Il figlio più grande somigliava a un alce dalla cintola in giù, e quindi fu chiamato Elgfrod. Si dimostrò uomo di forza non comune ma dai modi selvaggi, e divenne ladro di professione. Thorer, il secondo figlio di Bera, era bello e ben formato, tranne che per il fatto che aveva un piede di cane; e così fu chiamato Piedecanino. Ma Bodvear, il terzo figlio, era un modello di perfezione sia nel corpo che nella mente. Vendicò la morte di suo padre uccidendo la Regina Maga, e divenne il campione più famoso dei suoi tempi. LA DONNA PANTERA The Eyes Of The Panther di Ambrose Bierce In The Midst Of Life, 1908 1. Un uomo e una donna (la natura li aveva uniti) sedevano su una panchina rustica, nel tardo pomeriggio. L'uomo era di mezza età, snello, bruno, con l'espressione di un poeta e l'aspetto di un pirata: un uomo da guardare più di una volta. La donna era giovane, bionda, graziosa, con qualcosa nella figura e nei movimenti che suggeriva la parola «felina». Indossava un vestito grigio con strani disegni marroni nella trama. Poteva anche essere bella, ma non lo si poteva dire a prima vista, perché i suoi occhi distraevano l'attenzione da tutto il resto. Erano grigio-verde, lunghi, stretti, con un'espressione che sfidava ogni analisi. Si vedeva solo che erano inquietanti. Cleopatra poteva avere avuto occhi simili.
L'uomo e la donna stavano parlando. «Sì», disse la donna, «ti amo, Dio lo sa quanto! Ma sposarti, no. Non posso, né potrò.» «Irene, lo hai detto tante volte, ma negandomi sempre una spiegazione. Ho il diritto di sapere, di capire, di sentire e provare il mio coraggio, se ne possiedo. Dammi una ragione.» «Per amarti?» La donna sorrideva attraverso le lacrime e il pallore. Il che non commosse l'uomo. «No, non c'è alcun motivo per questo. Una ragione per non sposarmi. Ho il diritto di sapere. Devo sapere! Voglio sapere!» Si era alzato e le stava davanti con i pugni serrati, accigliato... si poteva dire che fosse addirittura minaccioso. La guardava come se potesse tentare di strangolarla per sapere. Lei non sorrideva più, e sedeva guardandolo semplicemente in viso con uno sguardo fisso, deciso, che era del tutto privo di emozione o di sentimento. Eppure aveva qualcosa che placò il suo risentimento e lo fece rabbrividire. «Sei deciso a sapere?», chiese lei con un tono completamente meccanico, che avrebbe potuto essere il suo sguardo reso sonoro. «Se ne hai voglia... se non è chiederti troppo.» Apparentemente questo signore del creato cedeva una parte del suo dominio sulla sua favorita. «Molto bene: allora saprai. Sono pazza.» L'uomo sussultò, poi la guardò incredulo e capì che doveva fingersi divertito. Ma, di nuovo, il suo senso dell'umorismo gli venne a mancare e, nonostante il suo scetticismo, era profondamente turbato da ciò che non credeva. Tra le nostre convinzioni e i nostri sentimenti non c'è una buona intesa. «È quel che direbbero i medici», continuò la donna, «se sapessero. Personalmente, preferirei chiamarlo un caso di possessione. Siediti e ascolta quello che ho da dirti.» L'uomo riprese posto in silenzio accanto a lei sulla panchina rustica al margine della strada. In alto davanti a loro, sul lato orientale della vallata, le colline erano già immerse nella luce del sole che tramontava, e la tranquillità che li circondava aveva quella particolare qualità che prelude al crepuscolo. Qualcosa della sua misteriosa e significativa solennità si era trasmessa allo stato d'animo dell'uomo. Nel mondo spirituale, come in quello materiale, esistono segni e presagi della notte.
Incontrando di rado il suo sguardo, e, ogni volta che lo faceva, sempre cosciente del timore indefinibile che, nonostante la loro bellezza felina, gli incutevano gli occhi di lei, Jenner Branding ascoltò in silenzio la storia raccontata da Irene Marlowe. Per rispetto ai possibili pregiudizi del lettore verso l'ingenuità di un narratore inesperto, l'autore osa sostituire la sua versione con quella della donna. 2. In una piccola casa di tronchi formata da un'unica stanza miseramente e rozzamente ammobiliata, rannicchiata per terra contro una delle pareti, c'era una donna che stringeva un bambino al petto. Fuori, una fitta foresta si stendeva per molte miglia in ogni direzione. Era notte, e la stanza era immersa nella più profonda oscurità: nessun occhio umano avrebbe potuto scorgere la donna e il bambino. Eppure qualcuno li osservava, da vicino, con attenzione, senza neanche un attimo di distrazione. Questo è l'argomento cardine sul quale si impernia la narrazione. Charles Marlowe apparteneva a quel genere - ora estinto in questo paese - di pionieri dei boschi: uomini che si trovavano a proprio agio nelle solitudini silvane che si stendevano lungo il pendio orientale della valle del Mississippi, dai Grandi Laghi al Golfo del Messico. Per più di cento anni, questi uomini si erano spinti verso Ovest, una generazione dopo l'altra, con carabina e ascia, strappando alla natura e ai suoi figli selvaggi, qui e là una estensione di terreno da arare, per poi cederla velocemente ai loro successori meno temerari ma più parsimoniosi. Da ultimo si erano riversati attraverso il limite della foresta nell'aperta campagna ed erano svaniti come se fossero precipitati da una scogliera. I pionieri dei boschi non esistono più; il pioniere delle pianure, il cui facile compito era di sottomettere, occupandoli, due terzi del paese con una generazione, era un essere diverso e inferiore. Con Charles Marlowe, nella solitudine, dividendo i pericoli, le difficoltà e le privazioni di quella strana vita senza vantaggi, c'erano sua moglie e suo figlio ai quali, come tutti quelli per i quali le virtù domestiche sono una religione, era attaccato appassionatamente. La donna era ancora abbastanza giovane da essere avvenente, e abbastanza nuova al tremendo isolamento del suo destino da essere ancora allegra. Nel negarle la grande capacità di godere della felicità che le semplici soddisfazioni della vita nella
foresta non avrebbero potuto soddisfare, il Cielo l'aveva trattata benevolmente. Nei lavori domestici abbastanza leggeri, nel suo bambino, nel marito e nei suoi pochi libri sciocchi, trovava abbondante nutrimento per le sue necessità. Una mattina di mezza estate, Marlowe staccò la carabina dai ganci in legno sul muro e manifestò la sua intenzione di andare a caccia. «Abbiamo abbastanza carne», disse la moglie. «Per favore, oggi non uscire. Ho fatto un sogno la notte scorsa: oh, una cosa terribile! Non riesco a ricordare cosa, ma sono pressoché sicura che si avvererà se tu esci.» È doloroso confessare che Marlowe ricevette questa solenne dichiarazione con minore gravità di quanta fosse dovuta alla natura misteriosa della calamità preannunciata. A dire il vero, rise. «Cerca di ricordare», disse. «Forse hai sognato che Baby aveva perso l'uso della parola.» La supposizione era ovviamente suggerita dal fatto che Baby, aggrappato alle frange della giacca da caccia del padre con tutte e dieci le dita grassottelle, esprimeva in quel momento il suo senso della situazione in una serie di esultanti ghu-ghu ispirati dalla vista del cappello in pelle di procione del genitore. La donna si arrese allo scherzo benevolo. Così, con un bacio alla madre e uno al bambino, l'uomo lasciò la casa e chiuse la porta per sempre sulla sua felicità. Al calar della notte non era ancora tornato. La donna preparò la cena e aspettò. Poi mise Baby a letto e cantò dolcemente finché non si fu addormentato. Nel frattempo, il fuoco nel camino, sul quale aveva cucinato la cena, si era spento, e la stanza era illuminata da una sola candela. In seguito la poggiò sulla finestra aperta come segnale di benvenuto se il cacciatore fosse arrivato da quella parte. Aveva premurosamente chiuso e sbarrato la porta contro quegli animali selvaggi che l'avessero preferita alla finestra aperta: non era al corrente delle abitudini degli animali da preda nell'entrare - non invitati - in una casa, benché, con previsione tutta femminile, avesse considerato la possibilità che potessero entrare dal comignolo. Mentre la notte passava lentamente, divenne non meno ansiosa, ma più assonnata; infine appoggiò le braccia sul letto accanto al bambino, e la testa sulle braccia. La candela sulla finestra si consumò, crepitò e brillò per un momento, poi si spense inosservata: la donna dormiva e sognava. Nel suo sogno sedeva accanto alla culla di un secondo figlio. Il primo
era morto. Anche il padre era morto. La casa nella foresta non c'era più e l'abitazione nella quale viveva le era sconosciuta. C'erano pesanti porte di quercia, sempre chiuse e, fuori dalle finestre, fissate agli spessi muri di pietra, c'erano delle sbarre di ferro, evidentemente (pensò) a difesa dagli Indiani. Osservava tutto questo con infinita autocommiserazione, ma senza sorpresa, emozione questa sconosciuta nei sogni. Il bambino nella culla era invisibile sotto la copertina, che qualcosa la spinse a spostare. Quando la tolse, scoprì la faccia di un animale selvatico! Lo shock di quella tremenda scoperta svegliò la donna, tremante nell'oscurità della sua capanna nel bosco. Mentre la sensazione della realtà circostante tornava lentamente, toccò il bambino per assicurarsi che non fosse un sogno, e il suo respiro le confermò che tutto andava bene; non poté comunque evitare di passargli una mano sul viso, leggermente. Poi, spinta da un impulso che probabilmente non avrebbe saputo spiegare, si alzò e prese tra le braccia il bambino addormentato, tenendolo stretto al petto. La testa della culla del bambino poggiava contro la parete alla quale volgeva le spalle stando in piedi. Alzando gli occhi, vide due oggetti luminosi che brillavano nell'oscurità con un bagliore verde rossastro. Pensò che fossero due carboni nel camino ma, con il ritornare del senso dell'orientamento, arrivò anche la consapevolezza inquietante che non erano dalla parte giusta della stanza. Inoltre erano troppo in alto, quasi a livello degli occhi... dei suoi occhi. Erano gli occhi di una pantera! La belva stava davanti alla finestra aperta proprio di fronte a lei, a non più di cinque passi di distanza. Nulla, se non quei terribili occhi, era visibile ma, nel terrificante tumulto delle sue sensazioni, quando la situazione si svelò alla sua comprensione, seppe in qualche modo che l'animale si teneva in piedi sulle zampe posteriori, appoggiandosi con le anteriori al davanzale della finestra. Questo era segno di un interesse ostile, non di una semplice e indolente curiosità. La consapevolezza di quell'atteggiamento aumentava il suo terrore, e accentuava la minaccia di quegli occhi tremendi nel cui fuoco costante si consumavano la forza e il coraggio della donna. Sotto il loro silenzioso interrogativo, lei rabbrividì e si sentì mancare. Le ginocchia cedettero e, poco alla volta, cercando di evitare ogni movimento brusco che avrebbe potuto far balzare la belva su di lei, si abbassò sul pavimento, si rannicchiò contro il muro, e tentò di proteggere il bambino con il suo cor-
po tremante senza abbassare lo sguardo da quegli occhi luminosi che la stavano uccidendo. Non un pensiero per il marito le venne in mente nella sua angoscia, non la speranza né l'idea di salvezza o di una fuga. Le sue capacità di pensare e di sentire si limitavano a un'unica dimensione: il terrore che l'animale saltasse, il contatto del suo corpo, l'urto delle sue grandi zampe, la sensazione dei suoi denti sulla gola, e il suo bambino sbranato. Immobile e nel silenzio più assoluto, aspettò il suo destino... i momenti diventavano ore, anni, secoli; ed ancora quegli occhi diabolici mantenevano la loro fissità. Tornando alla sua capanna a notte inoltrata, con un cervo sulle spalle, Charles Marlowe tentò di aprire la porta. Ma quella non cedette. Bussò, ma non ebbe risposta. Posò allora il cervo per terra e si diresse verso la finestra. Mentre girava l'angolo della casa, gli sembrò di sentire un rumore di passi furtivi e un fruscio nel sottobosco, ma erano rumori troppo leggeri anche per un orecchio esperto come il suo. Giunto alla finestra, e sorpreso di trovarla aperta, scavalcò il davanzale ed entrò. Tutto era buio e silenzioso. Brancolò fino al camino, sfregò un fiammifero e accese una candela. Poi si guardò in giro. Acquattata contro il muro, sul pavimento, c'era sua moglie che serrava il bambino al petto. Quando si precipitò verso di lei, la donna si alzò e proruppe in una risata, lunga, forte e meccanica, priva di gioia e di senso: una risata non diversa dallo sferragliare di una catena. Non sapendo il motivo di quella risata, l'uomo le tese le braccia. La donna vi depose il bimbo. Era morto, soffocato a morte dall'abbraccio materno. 3. Questo è quanto era accaduto una notte in una foresta, ma Irene Marlowe non raccontò tutto a Jenner Branding; né lei sapeva tutto. Quando terminò di parlare, il sole era sceso dietro l'orizzonte e il lungo crepuscolo estivo iniziava ad incupirsi nelle cavità della terra. Branding rimase in silenzio per alcuni istanti, aspettando che la narrazione proseguisse per collegarsi con la conversazione che l'aveva introdotta. Ma anche la narratrice rimaneva in silenzio, lo sguardo lontano, le mani che le si aprivano e chiudevano in grembo, quasi che i suoi movimenti fossero indipendenti dalla sua volontà. «È una storia terribile e triste», disse Branding alla fine, «ma non capisco. Charles Marlowe è tuo padre, lo so. È invecchiato prima del tempo,
affranto da un grande dolore: l'ho visto, o ho creduto di vederlo. Ma, scusami, hai detto che tu... che tu...» «Che sono pazza», disse la ragazza, senza un movimento della testa o del corpo. «Ma, Irene, hai detto... per favore, cara non guardare da un'altra parte... hai detto che il bambino era morto, non impazzito.» «Sì, quello... io sono la seconda figlia. Sono nata tre mesi dopo quella notte: a mia madre fu misericordiosamente concesso di lasciare questa vita donandola a me». Branding rimase ancora in silenzio; era leggermente stordito, e non riuscì subito a pensare cosa dire. Irene aveva ancora il viso voltato. Nel suo imbarazzo, allungò le mani verso quelle di lei che si chiudevano e si aprivano sul suo grembo, ma qualcosa, non avrebbe saputo dire cosa, lo trattenne. Ricordò allora, vagamente, che non gli era mai piaciuto prenderle la mano. «È verosimile», riprese, «che una persona nata in tali circostanze sia come gli altri... sia quello che si chiama normale?» Branding non rispose; era preoccupato da un nuovo pensiero che stava prendendo forma nella sua mente; quello che uno scienziato avrebbe chiamato un'ipotesi, e un investigatore una teoria. Avrebbe potuto gettare una nuova luce, quantunque fosca, sul dubbio circa l'equilibrio di lei, che quella affermazione non aveva dissipato. Il paese era ancora giovane, e i villaggi intorno scarsamente popolati. Il cacciatore di professione era ancora una figura familiare, e tra i suoi trofei c'erano teste e pelli di ogni tipo di animale. Talvolta venivano narrati dei racconti non molto credibili di incontri notturni con animali selvaggi lungo delle strade solitarie, quindi di bocca in bocca venivano ingranditi per poi scemare fino ad essere dimenticati. Una recente aggiunta a questi apocrifi, originati apparentemente per generazione spontanea in parecchie famiglie, era quello di una pantera che spaventava i vari membri della famiglia guardandoli di notte dalle finestre. L'aneddoto aveva causato il suo piccolo brivido di eccitazione, e aveva anche ottenuto l'onore di essere riportato nel quotidiano locale; ma Branding non vi aveva prestato attenzione. La sua somiglianza con la storia che aveva appena ascoltato gli parve ora più che accidentale. Non era possibile che quella storia avesse suggerito l'altra? O che, trovando condizioni favorevoli in una fantasia morbosa e fertile, si fosse sviluppata nel tragico racconto che aveva appena ascoltato?
Branding ricordava alcune circostanze e caratteristiche della storia della ragazza, delle quali, con la mancanza di curiosità tipica dell'amore, finora non aveva tenuto conto: la sua vita solitaria con il padre, nella casa del quale nessuno apparentemente era ben accetto, e il suo strano timore per la notte, al quale i suoi conoscenti attribuivano il fatto che non si facesse mai vedere dopo il tramonto. Certo, in un animo come quello, l'immaginazione, una volta accesa, poteva divampare in una fiamma sfrenata, penetrando e avviluppando l'intera struttura. Che lei fosse pazza, benché questa convinzione gli procurasse il più atroce dei dolori, non poteva più dubitare; aveva confuso solo un effetto del suo disordine mentale con la sua causa, mettendo in relazione con la propria personalità le divagazioni dei locali fabbricanti di leggende. Con la vaga intenzione di provare la sua nuova «teoria», e non sapendo come cominciare, disse gravemente, ma senza esitazione: «Irene, cara, dimmi... Ti prego di non offenderti, ma dimmi...». «Ti ho detto», lo interruppe la donna, parlando con un appassionato fervore che non aveva mai notato in lei, «ti ho già detto che non posso sposarti: che altro dovrei dirti?» Prima che potesse fermarla, era saltata giù dal sedile e, senza un'altra parola o uno sguardo, si era allontanata tra gli alberi verso la casa di suo padre. Branding si era alzato per trattenerla: rimase a guardarla in silenzio fin quando scomparve nell'oscurità. Improvvisamente sussultò come se fosse stato colpito da un'arma da fuoco; il suo viso assunse un'espressione di stupore ed allarme: in una delle ombre nere nelle quali era scomparsa, aveva colto una rapida, breve apparizione di occhi scintillanti! Per un istante rimase stordito e confuso; poi si precipitò nel bosco dietro di lei, gridando: «Irene, Irene, attenta! La pantera! La pantera!». Un momento dopo era passato oltre il confine della foresta nell'aperta campagna e vide la gonna grigia della ragazza scomparire nella casa del padre. Non c'era nessuna pantera. 4. Jenner Branding, Procuratore Legale, viveva in un villino al limite della città. Proprio dietro la sua abitazione c'era la foresta. Essendo scapolo, e perciò - per il draconiano codice morale del tempo e del luogo - privato dell'unico tipo di servizio domestico conosciuto nei dintorni, la «ragazza a ore», mangiava all'albergo del villaggio dove c'era anche il suo ufficio.
Il villino accanto al bosco era una dimora mantenuta, senza grandi costi in verità, come prova di prosperità e rispettabilità. Sarebbe stato difficile per uno che il giornale aveva indicato come «il più insigne avvocato del tempo» non possedere una casa, benché a volte avesse sospettato che le parole «casa» e «abitazione» non fossero strettamente sinonimi. La sua consapevolezza della diversità e la sua volontà di risolverla erano argomenti di deduzione logica, poiché era risaputo che, poco dopo la costruzione del villino, il suo proprietario aveva inutilmente tentato l'avventura matrimoniale, arrivando, in verità, al punto di essere rifiutato dalla bella ma eccentrica figlia del vecchio Marlowe, il recluso. Tutti credevano a questo fatto poiché lui stesso lo aveva raccontato mentre lei no: un rovesciamento del comune ordine delle cose che difficilmente avrebbe mancato di convincere. La camera da letto di Branding si trovava sul retro della casa, con una singola finestra che dava sulla foresta. Una notte fu svegliato da un rumore alla finestra; difficilmente avrebbe potuto dire che cosa fosse. Con un piccolo brivido, si tirò su a sedere nel letto e afferrò la pistola che, con una previdenza veramente encomiabile per uno abituato a dormire al pianoterra con la finestra aperta, aveva messo sotto il cuscino. La camera era assolutamente buia ma, non essendo spaventato, sapeva dove dirigere lo sguardo: e là lo volse, aspettando in silenzio ciò che sarebbe potuto accadere. Adesso poteva distinguere vagamente l'apertura della finestra, un quadrato di nero più chiaro. Poco dopo, apparvero sul bordo inferiore due occhi scintillanti che ardevano di una luce malevola indicibilmente terribile! Il cuore di Branding fece un grande balzo, poi sembrò si fermasse. Un brivido gli corse lungo la spina dorsale e tra i capelli; quindi sentì il sangue che gli abbandonava le guance. Non avrebbe potuto gridare neanche per salvarsi la vita; ma, essendo un uomo coraggioso, neanche per salvarsi la vita avrebbe voluto farlo, anche potendo. Il suo corpo vile tremava, ma lo spirito era di materia più forte. Lentamente quegli occhi scintillanti si sollevavano con un movimento costante e sembrava si avvicinassero: lentamente la mano destra di Branding si sollevò e impugnò la pistola. Sparò! Accecato dal lampo e stordito dallo scoppio, Branding tuttavia sentì, o pensò di sentire, l'alto urlo selvaggio della pantera, così umano nel suono, così diabolico nella sua immaginazione. Dopo esser saltato giù dal letto, si vestì in fretta e, pistola alla mano,
balzò alla porta, dove incontrò due o tre uomini che venivano correndo dalla strada. A una breve spiegazione seguì una cauta ricerca intorno alla casa. L'erba era bagnata di rugiada; sotto la finestra appariva calpestata e parzialmente livellata per un vasto spazio, dal quale una traccia tortuosa, visibile alla luce di una lanterna, conduceva nei cespugli. Uno degli uomini inciampò e cadde sulle mani, che, quando si alzò e se le fregò, erano viscide. Esaminandole, apparvero rosse di sangue. Disarmati, uno scontro con una pantera ferita non attirava certo quegli uomini; tutti tranne Branding tornarono indietro. Con la lanterna in una mano e la pistola nell'altra, si spinse coraggiosamente nel bosco. Dopo aver superato un difficile sottobosco, giunse in un piccolo spiazzo, e lì il suo coraggio fu ricompensato, poiché vi trovò il corpo della sua vittima. Ma non era una pantera. Quel che era, ancor oggi, è scritto su una lapide consumata dalle intemperie nel cimitero del villaggio, e per molti anni fu quotidianamente attestato dalla figura curva accanto alla tomba e dal viso segnato dal dolore del vecchio Marlowe. Pace all'anima sua, e all'anima della sua strana e infelice creatura. Pace. Pace e perdono. L'UOMO TORO The Black Beast di Henry S. Whitehead Adventure, 1931 1. Oltre la Piazza del Mercato della Domenica di Christiansted, sull'Isola di Santa Cruz, dalla parte della casa chiamata del Vecchio Moore, dove ho abitato per una stagione - ossia sul lato meridionale dell'antica Piazza del Mercato della Città Vecchia, costruita sul sito abbandonato della precedente città francese di Bassin - sorge, piena di austera e scolorita maestà, un'altra casa più grande, conosciuta con il nome di Casa Gannett. Per quasi mezzo secolo Casa Gannett era rimasta vuota e chiusa, e la solida facciata che dava sulla Piazza del Mercato aveva un aspetto cupo e triste. Le finestre sprangate, oltre alle pietre scure e scolorite dal tempo, conferivano alla dimora un aspetto arcigno e cupo. Durante quei cinquant'anni circa in cui era stata chiusa e in cui aveva assistito accigliata allo spettacolo che le offriva la massa di gente che passa-
va dinanzi alla sua mole massiccia e alle sue porte sprangate, diverse persone avevano tentato di riaprirla. Una casa di quel genere, una delle più grandi dimore private in tutte le Indie Occidentali, nonché una delle più belle, era un peccato che restasse chiusa, lasciata a se stessa, solo perché si venne a sapere - quello era il volere del suo capriccioso proprietario, misterioso e assente, che l'isola non aveva più visto da molto tempo. Una simile preda naturalmente stimolava l'interesse dei potenziali affittuari. Io so, anche perché me lo ha rivelato lui stesso, che il Reverendo Fratello Richardson, della Chiesa Anglicana, aveva tentato di installarvi un convento per le sue consorelle nel 1929. Tentai io stesso di affittarla per una stagione, l'anno in cui, non essendovi riuscito, presi invece la Casa del Vecchio Moore, una palazzina con strane finestre, stanze dalle generose dimensioni, ed enormi portali, attraverso i quali innumerevoli volte il Vecchio Moore era passato portando con sé, se dobbiamo credere a certe dicerie, il suo strano fardello di apprensione, tremando e attendendo con paura gli eventi... Una ricerca effettuata presso gli uffici governativi aveva rivelato che a Christiansted viveva il vecchio avvocato Mailing, un notabile che ricordava bene il periodo della dominazione danese; questo personaggio aveva un enorme valore per gli ufficiali governativi quando si trattava di districarsi tra gli antichi registri danesi. Era lui che si occupava di Casa Gannett. Herr Mailing, interrogato a sua volta, fu cortese ma deciso: la casa non poteva essere affittata per nessun motivo. Tali erano le istruzioni che gli erano state impartite, registrate nei suoi archivi. No, era impossibile, fuori questione. Ricordo anche che fece degli oscuri riferimenti a un vecchio scandalo. Bevendo un bicchiere di eccellente sherry offerto dall'ospitale Herry Mailing, gli posi diverse domande. Le risposte indicarono che i Gannett ancora in vita erano del tutto irremovibili su quel punto. No, non avevano alcuna intenzione di tornare. Fino a quel momento non erano stati necessari restauri. La casa infatti aveva la solidità di una fortezza. Non avevano addotto alcun motivo circa la loro intenzione di tenere sfitta la loro proprietà di Christiansted? No... e Herr Mailing non poteva fare altrimenti. No: aveva già scritto per ben due volte. Una volta, di recente, per conto del Rettore della Chiesa Anglicana. Inoltre, dieci o undici anni prima, un professore di Berlino che soggiornava sull'isola aveva concepito l'idea di fondare una scuola tropicale per necessità didattiche, e aveva messo l'occhio su quella vecchia magione. No: era stato impossibile.
«Ebbene, skaal, Herr Canevin! Allora... ne beva ancora... la prego! Un uomo non può viaggiare su una gamba sola: sa? È uno dei nostri vecchi proverbi.» Ma, tre anni dopo questo incontro con Herry Mailing, finalmente la vecchia casa fu riaperta. L'ultimo dei Gannett, a quanto pare, era partito dalla città di Edimburgo per il mondo dei più, e il titolo era passato al ramo cadetto che non aveva alcuna connessione né aveva mai risieduto nelle Indie Occidentali. Le nuove istruzioni di Herr Mailing, trasmessegli per mezzo di un avvocato di Aberdeen, gli intimavano di affittare la proprietà alle migliori condizioni possibili, di inviare notizie sulle offerte formulate, di stimare i restauri necessari, e di inviare ad Aberdeen queste stime. Herr Mailing non era uomo da rendere pubblici gli affari privati dei suoi clienti. Io ne fui informato grazie alla signora Ashton Garde, durante un tè che si tenne nel vasto salone di Casa Gannett. Una Casa Gannett linda e rimessa a nuovo che lei aveva affittato per una stagione. Al mogano del Diciottesimo Secolo preesistente la signora aveva unito diversi elementi di mobilio più leggero. Questo aveva avuto l'effetto di trasformare la dimora simile a un austero castello in una delle residenze più belle che io abbia mai avuto il piacere di visitare. La signora Garde, una vedova americana, aveva più di quarant'anni, ed era la più deliziosa e affascinante donna del mondo. Era una padrona di casa raffinata, possedeva notevoli sostanze, ed era madre di tre figli. Di questi, una figlia sposata viveva in Florida, e non visitava i Garde che durante l'inverno a Santa Cruz. Gli altri figli, Edward, da poco laureato a Harvard, e Lucretia, di ventiquattro anni, vivevano con la madre. Benché Edward, un atleta, non fosse un conversatore, entrambi - in maniera diversa - avevano ereditato il fascino materno e la bellezza del padre. Il ritratto di quest'ultimo - uno splendido quadro di Sargent - era appeso sopra uno dei due enormi camini che si fronteggiavano ai lati del vasto salone. Era appeso piuttosto in basso al di sopra della mensola del camino, poiché questo era molto alto. Ricordo che, durante la mia prima visita presso i Garde, ci sedemmo vicino al punto in cui era appeso quel ritratto; notai che la signora Garde, che aveva disposto che il tavolino da tè fosse posto in asse con il camino, si era poi seduta di fronte a me, lungo l'asse maggiore dell'ambiente in cui ci trovavamo, e di tanto in tanto lanciava un'occhiata in alto, presumibilmente verso il ritratto.
Ho una mentalità analitica, anche a proposito delle minuzie. Immaginai che stesse tentando di giudicare l'effetto del quadro nella nuova posizione, come fanno le persone prima di abituarsi a nuove dislocazioni degli oggetti e agli aspetti ambientali di una casa nuova o temporanea. Una volta che la mia attenzione fu attratta dal quadro, feci un commento, e mi alzai per esaminarlo da vicino. Ne fui ripagato. Ma la signora Garde, come per schermirsi, fece vertere la conversazione su altri argomenti. Lì per lì la mia attenzione per questi dettagli fu solo passeggera. Ma, durante il ricevimento seguente, nei momenti in cui non era occupata a versare il tè ai suoi numerosi ospiti, i suoi sguardi in tralice, diretti in alto e verso un punto alla sua destra, e i suoi impegni di padrona di casa, la costrinsero a tornare più volte in quell'angolo. Non diedi un rilievo particolare a questi fatti. Essi non richiedevano un'analisi: tuttavia li registrai. Vidi spesso i Garde durante le settimane seguenti. Poi, avendo deciso da qualche tempo di dirigermi verso le altre isole fino alla Martinica, quando seppi che la Margaret, una nave della Bull-Insular Line che faceva la spola tra le isole superiori vi ci sarebbe diretta, mi imbarcai. Non li vidi per più di due settimane durante le quali rinnovai la mia conoscenza dei Francesi della Martinica, oltreché dell'interessante capitale della Martinica, Fort de France. Tornai a visitare i Garde poco dopo il mio ritorno a Santa Cruz al termine di quel viaggio, e trovai la signora Garde sola. Edward e Lucretia giocavano a tennis, e avrebbero cenato con i Covington alla Hermon Hill Estate House. Mi resi conto immediatamente che la signora Garde era cambiata. Sembrava in preda a una infinita stanchezza. Pareva rimpicciolita, quasi fragile. Gli occhi, bruni e brillanti, del tipo che spesso si ritrova nelle persone di carnagione scura, ora parevano enormi e, quando mi guardava, i suoi sguardi erano intervallati da occhiate frettolose verso il ritratto del marito, e non riuscii a fare a meno di notare che la sua espressione ora aveva un aspetto che si può descrivere solo con la parola «spiritata». Lì per lì rimasi sorpreso. Quel fenomeno mi incuriosiva molto. Era una di quelle cose evidenti che ci colpiscono direttamente, senza mezze misure, come un colpo improvviso al volto. Il cambiamento presagiva in qualche modo una tragedia. Mi rese subito irrequieto, e mi commosse profondamente, poiché la signora Garde mi piaceva molto, e avevo pregustato la frequentazione di quella famiglia. Notai che la mano le tremava mentre mi
porgeva la tazza del tè, e che lanciò uno di quegli sguardi in tralice verso l'alto e a destra, proprio mentre compiva quel gesto ospitale. Bevvi metà del contenuto della tazza, ma nessuno parlò. Poi, guardando la signora Garde, la sorpresi mentre lanciava un altro sguardo in quella direzione. Stava abbassando lo sguardo proprio in quel momento. Incrociò il mio e, forse, avvertì una parte della sollecitudine che nutrivo verso di lei in quel momento in maniera particolare. Il suo volto serio arrossì un poco. Abbassò lo sguardo, e si dette da fare con gli oggetti posti sul vassoio rotondo. Allora le parlai. «Lei non sembra aver goduto di buona salute, signora Garde. Se mi è permesso dirlo, non mi è parso di vederla nel pieno della sua forma, questa volta.» Tentai di assumere un tono leggero per poter avere notizie su un fatto che mi stava realmente molto a cuore, in modo da lasciare spazio per una risposta altrettanto faceta. Lei mi rivolse uno sguardo tragico. Non vi era alcun sorriso sul suo viso teso. Il tono inaspettato della sua risposta mi fece balzare in piedi. «Signor Canevin... mi aiuti!», disse semplicemente, guardandomi diritto negli occhi. In meno di due secondi aggirai il tavolino da tè, e afferrai le sue mani tremanti, che erano fredde come il ghiaccio. Le tenni strette e la guardai. «Con tutto il mio cuore», dissi. «Ditemi, per favore, quando potrete - ora o più tardi - di cosa si tratta.» Lei espresse i suoi ringraziamenti per quella mia assicurazione con un cenno del capo. Ritirò quindi le mani, si adagiò contro la sedia di canne intrecciate, e chiuse gli occhi. Pensai che stesse per svenire, e forse, intuendo questo, riaprì gli occhi e disse: «Sto bene, Mr. Canevin... vale a dire per quanto riguarda il presente immediato. Non vuole sedersi, e finire il suo tè? Gliene verso un'altra tazza». Con un certo sollievo ripresi il mio posto e, mentre sorseggiavo una seconda tazza di tè, osservai la padrona di casa. Aveva fatto uno sforzo notevole per riprendere il controllo. Rimanemmo per diversi minuti in silenzio. Poi, quando rifiutai di prenderne una terza tazza, la signora chiamò il maggiordomo che portò via il tè e mise le sigarette sul tavolo tra di noi. Solo dopo che il suo servitore fu uscito di nuovo dalla stanza chiudendosi la porta alle spalle, lei si sporse verso di me spinta da un forte impulso e mi raccontò quello che era accaduto.
Nonostante il suo stato di agitazione - che era molto evidente - e lo stato in cui si trovavano i suoi nervi, e che ho cercato di descrivere, la signora Garde giunse subito al punto senza tergiversare. Mentre parlava, mi accorsi che doveva aver meditato sulle frasi da usare nell'esprimersi. Lo fece in maniera molto chiara e concisa. «Signor Canevin», iniziò, «senza dubbio lei avrà notato i miei sguardi verso la parete al di sopra del camino. È diventato una specie di tic. Lei lo avrà certamente osservato, vero?» Le dissi che supponevo che i suoi sguardi fossero diretti verso il ritratto di suo marito. «No», riprese la signora Garde, fissandomi come se volesse evitare che il suo sguardo vagasse involontariamente verso quel punto al di sopra del camino, «non guardavo il quadro, signor Canevin. Piuttosto un punto proprio sopra al ritratto: circa un metro al di sopra della cornice superiore, per essere precisi.» A questo punto fece una pausa, e non riuscii a fare a meno di guardare verso il punto che mi aveva indicato. Mentre volgevo gli occhi, intravidi le sue mani affusolate, piuttosto belle. Erano strette attorno al bordo del tavolino, come se stesse afferrando qualcosa di solido e materiale - un'àncora per i suoi nervi tesi - e osservai che le nocche erano bianche per la pressione con cui stringeva il bordo del tavolino. Non vidi null'altro che un ampio spazio vuoto, una grigia parete verniciata che arrivava fino all'alto soffitto e che sovrastava il ritratto. Uno spazio vuoto, lasciato vacante dal suo senso artistico, si sarebbe detto, dalla persona che aveva avuto il buon senso di lasciare il quadro di Sargent solo sulla grigia parete. Rivolsi nuovamente lo sguardo alla signora Garde e mi accorsi che mi fissava con aria risoluta. Pareva tenesse lo sguardo fisso sul mio volto grazie a un enorme sforzo di volontà, costringendosi a non guardare la parete. Assentii con fare rassicurante. «La prego, continui, se non le dispiace, signora Garde», dissi, appoggiandomi allo schienale della mia poltrona, e accesi una sigaretta che avevo preso dalla scatola d'argento posta sul tavolo fra noi. La signora Garde si rilassò e si appoggiò allo schienale della poltrona, ma non smise di fissarmi. Quando riprese a parlare, lo fece lentamente, con un certo sforzo. Istintivamente mi resi conto che aveva dovuto fare un notevole sforzo per prendere quella decisione e che, se non si fosse concentata in quel modo, avrebbe perso il controllo, e avrebbe urlato.
«Forse lei avrà letto il libro di Du Maurier, Il Marziano, signor Canevin», mi disse e, quando assentii, riprese: «Rammenterà certo il momento in cui la vista di Josselin comincia a venir meno, e lui è disorientato e molto preoccupato dalla scoperta di un punto debole all'interno del suo occhio sano: questo fatto viene enfatizzato dalla cecità dell'altro, e lui ne è molto scosso. Pensa che stia diventando completamente cieco, finché un oculista dal continente non lo rassicura rivelandogli l'esistenza del punctum caecum, un punto di cecità totale in linea con l'asse visivo del nervo ottico. Rammenta quell'episodio?». «Perfettamente», dissi io, e assentii in maniera rassicurante. «Ebbene, ricordo di aver compiuto io stessa delle ricerche per trovare il mio punctum caecum, quando ero ragazza», riprese la signora Garde. «Immagino che molte persone abbiano provato a ripetere l'esperimento. Naturalmente esiste un asse visivo al di fuori di ciascun punctum caecum, alla sinistra del normale fuoco visivo dell'occhio sinistro, e in un punto simmetricamente opposto a questo, alla destra del fuoco dell'altro occhio. Oltre a questa variazione della nostra visione normale, ho appurato che esiste un'altra condizione, particolarmente manifesta nella mezz'età. La linea retta della visione normale si logora, diciamo, e la visione stessa, specialmente per coloro che hanno usato molto la vista - per ricamare, leggere o per un lavoro di tipo professionale che richiede una visione concentrata diventa meno acuta rispetto ai casi in cui la visione viene esercitata da un'angolazione insolita.» Fece una pausa, e mi guardò come per accertarsi del fatto che seguissi il suo discorso. Ancora una volta assentii. Avevo ascoltato con attenzione ogni sua parola. La signora Garde, riprendendo il discorso, entrò nel vivo dell'argomento. «Appena giungemmo qui, signor Canevin, la prima cosa a cui pensai fu di trovare un luogo adeguato per questo ritratto del signor Garde.» Non lo guardò, ma indicò il ritratto con un gesto della mano. «Ho esaminato quella sezione del muro per trovare quale sarebbe stato il punto migliore. Decisi che quel punto era il migliore, e ordinai al maggiordomo di piantare un chiodo nel punto che avevo scelto. Il quadro fu appeso lì ed è tuttora nel posto che scelsi allora. Durante questa operazione io avevo esaminato a lungo la parete vuota. Ma, quando il quadro fu messo al suo posto, mi resi conto... compresi che vi era qualcosa... qualcosa, signor Canevin, che diventava sempre più chiaramente distinguibile con il passare del tempo, più definita.
Sopra al quadro vi era qualcosa che si trovava al di fuori del mio angolo visivo oltre il punto cieco del mio occhio sinistro. Quando ero seduta e guardavo in alto a sinistra, mi sembrava sempre più distinta. Naturalmente, avevo guardato il quadro molte volte, per assicurarmi che avessi trovato il punto giusto sulla parete. Così facendo, la parte dell'occhio che non era tanto logorata dall'uso, mi mostrava il punto che vi ho indicato. Come vi ho detto, esso si trova a circa un metro al di sopra del ritratto del signor Garde. Signor Canevin, quella cosa è cresciuta... cresciuta!» Improvvisamente la signora Canevin perse il controllo di sé. Si nascose il volto tra le mani tremanti e, appoggiandosi al tavolo come una bambina che gioca a moscacieca, nascose il volto tra le braccia, e il suo corpo slanciato cadde preda di tremiti e di singhiozzi incontrollabili. Questa volta compresi che la miglior cosa da fare era di sedere in silenzio, e attendere che la povera signora, così scossa, si riprendesse dal suo attacco isterico. Attesi quindi pazientemente tentando mentalmente di rassicurare la padrona di casa, per quanto possibile, della mia simpatia nei suoi confronti e del mio desiderio di aiutarla in qualsiasi modo. Piano piano, come avevo previsto, gli spasimi dei singhiozzi diminuirono d'intensità, e alla fine cessarono del tutto. La signora Garde sollevò la testa, si ricompose, e mi guardò di nuovo. Questa volta con maggior calma e compostezza. Come spesso accade, quel momento di pianto isterico, benché l'avesse molto scossa, le aveva fatto bene. Riuscì perfino a sorridermi mestamente. «Temo che lei mi giudichi una persona di poco carattere, signor Canevin», disse finalmente. Sorrisi in silenzio. «Quando sarà possibile, credo che sarebbe meglio se potessi saperne di più», dissi. «Cerchi, per favore, di dirmi esattamente cosa vede sulla parete, signora Garde.» La signora Garde acconsentì con un cenno del capo, e passò un po' di tempo a ricomporsi. Fece persino uso del suo portacipria, e alla fine riuscì perfino a sorridere. Poi, improvvisamente tornata seria, disse semplicemente: «È la testa e una parte del corpo - la parte superiore frontale, per essere più precisi, signor Canevin - di un animale che pare un giovane toro. Dapprima solo la testa era visibile. Poi, col tempo, sono apparse le spalle e il collo. È una cosa grottesca, assurda; non le pare?
Ma, signor Canevin, per quanto strano le possa sembrare...». Abbassò lo sguardo sulle mani che si agitavano nervosamente, poi, con evidente sforzo, tornò a guardarmi. Il suo viso improvvisamente era orribilmente impallidito al di sotto del velo di cipria fresca. «Signor Canevin, questa non è la cosa più terribile. Si potrebbe infatti spiegarla come un'illusione ottica, o qualcosa del genere. È piuttosto...», esitò di nuovo abbassando contemporaneamente lo sguardo poi, con uno sforzo ancor maggiore di prima riprese a guardarmi, «è piuttosto... l'espressione... di quel muso, signor Canevin! Si tratta di un'espressione del tutto umana, l'assicuro: è terrificante, e ha un'aria che si potrebbe definire di rimprovero! Inoltre, signor Canevin, vi è del sangue, un grosso fiotto di sangue, che cola dal centro della fronte sul naso di quella povera creatura! È una visione assolutamente patetica, signor Canevin! Un'esperienza terribile da provare. Mi ha sconvolto la vita. È tutto qui, signor Canevin: la testa, il collo e le spalle di un giovane toro, con il sangue che gli cola lungo il muso, e quell'espressione...» Immediatamente, sentendo quella dettagliata descrizione della straordinaria impressione ottica della signora Garde, le mie facoltà analitiche caddero preda di una grande confusione. Nel suo racconto trovai punti di contatto con alcune cose che sapevo circa le credenze dei negri a proposito degli spettri e di altri fenomeni simili delle Indie Occidentali, faccende circa le quali non sono del tutto privo di esperienza. Il toro, pensai subito, era il principale soggetto dei sacrifici del culto voodoo nelle isole, e ovunque abbiano prevalso gli antichi Dei africani della Guinea. Ma un toro con un'espressione simile a quella descritta dalla signora, con il sangue che gli colava lungo il naso, apparso in un punto della parete al di sopra della mensola del camino di Casa Gannett: be', questo era senza dubbio un rebus! Mi ricordo che feci scivolare in avanti la sedia, e sollevai una mano perché la signora Garde ascoltasse quello che stavo per dirle. Avevo avuto un'idea. «Per favore, signora Garde», chiesi. «Potrebbe dirmi se la visione che mi ha descritto è vicina alla parete... o meno?» «È ben staccata dalla parete», rispose la signora Garde, sforzandosi di esprimersi con precisione. «Pare, direi, che sia distanziata di circa un metro dalla parete vera e propria, nella nostra direzione. Naturalmente... non è al di là del muro, voglio dire e, ho omesso di dirle, signor Canevin, che, quando fisso l'immagine per un certo lasso di tempo, la testa e le spalle sembrano slittare in avanti e verso il basso. Sembrerebbe che l'animale sia
stato appena ferito, e stia per crollare a terra morto.» «Grazie», dissi. «Deve esserle costato molto darne una descrizione tanto chiara e precisa. Tuttavia, da un punto di vista psicologico, è molto facile capire che questo non può che giovarle. Lei ha condiviso con un'altra persona questa sua esperienza. Questo naturalmente, è un passo nella giusta direzione. Ora, signora Garde, mi permette di prescriverle una cura?» «Naturalmente, signor Canevin», rispose la signora Garde. «Francamente, questa cosa mi ha ridotto in uno stato pietoso, e sono pronta a tutto pur di trovare qualche sollievo. Ovviamente, non ne ho fatto parola con i miei figli. Non ne ho parlato con nessuno al di fuori di voi. Non è certo una cosa che si possa discutere... con chiunque.» Mi inchinai dal punto oltre il tavolo al complimento sottinteso, a quell'espressione di fiducia nei miei confronti. Dopotutto, ero una semplice conoscenza della signora Garde. «Suggerisco», dissi, «che l'intera famiglia Garde faccia un'escursione per le isole, simile al viaggio che io ho appena terminato. La Samaria, della Cunard Line, sarà a St. Thomas giovedì. Oggi è lunedì. Sarebbe molto semplice prenotare per telegrafo o per mezzo di un cablogramma, inviandolo a St. Thomas. Parta per due o tre settimane, e torni solo quando si sente pronta a farlo. Mi lasci le chiavi di Casa Gannett, signora Garde.» La padrona di casa assentì. Aveva ascoltato con viva attenzione il mio suggerimento. «Lo farò, signor Canevin. Credo che Edward e Lucretia non si opporranno. Infatti, hanno espresso la loro invidia nell'apprendere del vostro viaggio in Martinica.» «Bene», dissi in tono incoraggiante. «Siamo d'accordo allora. Dovrei forse aggiungere che il Grebe salperà per St. Thomas domattina. Sarebbe un'ottima cosa se riusciste a trovarvi posto. Telefonerò immediatamente al Segretario Comunale per il permesso, e consulterò il dottor Pelletier che è l'ufficiale sanitario della città: è un uomo di larghe vedute, e ha una vasta esperienza di casi simili a questo.» Nuovamente la signora Garde assentì docilmente. Evidentemente, era giunta al punto in cui avrebbe portato a termine qualsiasi suggerimento intelligente per mettere fine a quella orribile visione che la perseguitava. La famiglia Garde salpò a bordo della piccola nave governativa che faceva la spola tra le Isole Vergini e Portorico alle otto del giorno seguente. Li salutai dalla banchina del porto di Christiansted, e il pomeriggio seguente un telegramma da St. Thomas mi informò del fatto che il dottor
Pelletier era stato di grande aiuto e che le prenotazioni per la crociera di tre settimane nelle Isole erano state effettuate; sarebbero partiti a bordo della nave della Cunard Line. Ne fui molto sollevato, finalmente. Mi ero assunto una grossa responsabilità dando alla signora quei consigli. Ora, per tre settimane, ero padrone di Casa Gannett. Disposi, per mezzo del maggiordomo della signora Garde - un bianco che lei aveva portato con sé - che fosse data alla servitù una giornata di permesso per un picnic, una forma molto comune di svago tra i negri delle Indie Occidentali. Infatti, la signora mi aveva dato carta bianca circa l'intera faccenda. Inoltre, ordinai al maggiordomo di prendersi qualche giorno di permesso. Gli feci osservare che poteva andare a St. Thomas con il Grebe e tornare il giorno seguente. Vi erano molti bei negozi a St. Thomas. Il maggiordomo obbedì senza fare alcuna obiezione, e io mi recai a visitare il Reverendo Richardson, il Rettore della Chiesa Anglicana. Il Reverendo, quando gli raccontai l'intera storia, non fece altro che assentire con un'espressione di grande saggezza, tipica di certi abitanti delle Indie. Lui aveva passato la sua intera vita di sacerdote a combattere la «stupidità» dei negri. Sapeva esattamente quello che doveva fare, senza bisogno di altri suggerimenti da parte mia. Il giorno in cui la servitù era assente da Casa Gannett, il Reverendo Richardson venne con la sua borsa nera e compì il rito esorcistico dappertutto, ripetendo le sue formule e benedicendo ogni stanza con l'Acqua Santa. Poi, dopo aver accettato solennemente la banconota da venti franchi che gli diedi per i suoi poveri, e dopo avermi benedetto, il buon prete ripartì. I suoi servizi senza dubbio non gli parvero al di fuori dei suoi compiti quotidiani. Ora ero più sollevato. Come anche i più esperti conoscitori della Magia Voodoo di Haiti - quell'isola infestata di serpenti - ammettono nel corso delle loro sacre liturgie settimanali (quando ogni altare dedicato al Serpente è spogliato dei suoi simboli più nefasti, che vengono poggiati a faccia in giù sul terreno, coperti di frasche e il crocifisso prende il loro posto sull'altare), Dio è infinitamente più potente del più potente Serpente della Guinea, e di tutti gli Dei suoi affiliati! Io credo sia sempre meglio non correre rischi. Dopo questo episodio, attesi il ritorno della signora Garde. Di tanto in tanto andavo a parlare con Robertson, il maggiordomo. Per il resto lasciavo che l'aria marina agisse in maniera salutare sulla signora Garde, fidu-
cioso che al suo ritorno, dopo quel diversivo, le sue orribili visioni sarebbero cessate. Dal mio punto di vista il problema era piuttosto complesso. Naturalmente non avrei avuto pace finché non mi fossi accertato con qualsiasi mezzo delle circostanze di quelle strane apparizioni di cui la signora mi aveva raccontato di fronte al tavolino da tè. Nel corso dei miei processi mentali in cui avevo esaurito le mie conoscenze occultistiche circa le credenze delle Indie Occidentali, mi ricordai del vecchio avvocato Mailing. Ecco chi poteva custodire la chiave del mistero! Ho alluso brevemente a ciò che potrebbe definirsi la vaga ombra di un antico scandalo che aleggiava attorno a Casa Gannett. Se esisteva un evento precedente connesso con la vicenda presente, e qualcuno tra i vivi ne era a conoscenza, questa persona non poteva essere altri che Herr Mailing. Lui aveva già passato il suo ottantesimo compleanno, aveva conosciuto di persona, in gioventù, Angus Gannett, l'ultimo della famiglia a risiedere nella casa, ed era stato incaricato di sorvegliare la proprietà da una vita. Quindi, dopo aver pensato a lungo al modo in cui dovevo presentare la questione a quel vecchio conservatore, mi diressi da Mailing. Herr Mailing mi ricevette con tutta la cortesia tipica del Vecchio Mondo, che rende la visita più comune un'occasione cerimoniosa. Mi offrì il suo ottimo sherry. Usò perfino la formula: «A cosa, signor Canevin, devo l'onore di questa visita tanto piacevole?». Dopo aver chiacchierato circa diverse faccende di interesse locale, mi apprestai a introdurre con le necessarie cautele l'argomento che mi stava a cuore. Non tenterò di dare un resoconto completo del modo in cui giungemmo finalmente al cuore dell'argomento, né dell'impasse piuttosto lunga che si creò rapidamente tra il vecchio avvocato e me. Capivo chiaramente quale fosse il suo punto di vista. Le caute domande avevano a che fare con faccende private, e quindi pressoché sacre, di un suo vecchio cliente. La sua professionalità gli intimava il silenzio: un silenzio cortese, un silenzio circondato e edulcorato da diversi commenti strategicamente definibili come un palliativo. Ma, nonostante tutto, un silenzio definitivo quanto la solitudine di Quintana Roo nel mezzo delle giungle dello Yucatan. Ma ne uscì una parola chiave. Consciamente o inconsciamente io l'avevo probabilmente tenuta in serbo istintivamente. Non avevo fornito alcun dettaglio circa la descrizione fatta dalla signora Garde. Ossia, non avevo rive-
lato nulla circa la natura o la qualità della cosa che l'aveva colpita. Finalmente, battuto su tutti i punti dalla resistenza del vecchio conservatore, feci detonare la mia potenziale bomba. E funzionò! La parola chiave era «toro». Quando giunsi al punto del racconto in cui descrivevo ciò che la signora Garde aveva visto sopra il camino a Casa Gannett, e pronunciai quella parola, pensai per un istante che il vecchio gentiluomo, che era violentemente impallidito e aveva le labbra decrepite di un colore bluastro, stesse per svenire. Tuttavia non svenne. Con una certa sollecitudine si versò un bicchiere del suo ottimo sherry, lo bevve, con mano quasi ferma appoggiò il bicchiere sul tavolo, poi si voltò verso di me e disse: «Aspettate!». Attesi mentre il vecchio percorreva il corridoio, e ascoltai i passi attutiti delle sue pantofole, mentre andava alla ricerca di qualcosa. Quando tornò, il suo aspetto era quello abituale, le guance erano tornate del solito colore rossiccio, e il sorriso benigno di una vecchiaia innocente trionfava nuovamente sulle sue vecchie labbra. Pose sul tavolo di mogano accanto allo sherry un faldone di tipo antiquato. Mi lanciò un'occhiata e, assentendo gravemente con il capo tra sé e sé, Herr Mailing mi porse un documento con un inchino cerimonioso. Lo presi e ascoltai ciò che il vecchio gentiluomo aveva da dire, mentre ne scorrevo il contenuto. Conteneva molte pagine di carta a righe, del tipo che ho visto in uso negli antichi registri delle piantagioni. Lo tenni con vivo interesse mentre ascoltavo le parole di Herr Mailing. «Signor Canevin», disse, «le do questo, amico mio, perché contiene una spiegazione di ciò che vi ha turbato... naturalmente. Si tratta del resoconto esatto di ciò che accadde a Casa Gannett, nell'autunno del 1876, quando Herr Angus Gannett, l'ultimo proprietario, era appena tornato dagli Stati Uniti dove si era recato in visita a certi parenti, e per visitare l'Esposizione del Centenario a Philadelphia. Credo che lei troverà che questo documento, questo racconto, spiega cose che adesso è impossibile... persino concepire! Mi considero libero di mostrarglielo, giacché l'autore è morto. Penso di essere legato ai miei doveri solo per quanto riguarda l'uso del documento durante la vita del testatario, ossia del narratore. Non si tratta di un testamento: infatti è un resoconto. Immagino, signore, che lo troverà molto interessante. Per me è stato così!» Con un inchino ringraziai Herr Mailing della sua grande cortesia, e in-
trapresi la lettura. 2. Gannett House, Christiansted, D.W.I. 25 Ottobre 1876 Mio buon amico e fratello Rudolf Mailing, Quello che sto per scrivere conterrà tutte le istruzioni per te circa il modo di amministrare le mie proprietà e la residenza di città sul lato meridionale della Piazza del Mercato della Domenica di cui ti affido la custodia amministrativa. È mio intento, il ventinovesimo giorno di questo mese, salpare per l'Inghilterra, diretto alla città di Edimburgo. Il mio domicilio in quella città sarà: MacKinstrie's Lane, 19, una traversa di Clarges Street. A questo indirizzo perverranno tutte le comunicazioni necessarie, sia a livello personale sia quelle concernenti la proprietà, qualora se ne creasse la necessità. Voglio che tutta la casa sia chiusa dopo la mia partenza e mantenuta in questo stato, e che l'inventario degli oggetti al momento della chiusura da te stilato, sia mandato per posta a Edimburgo il prima possibile. Ti devo una spiegazione - e me ne rendo conto - di questa mia brusca partenza. Mi accingo a fornirtela. Ti chiedo di osservare la più completa segretezza per tutta la durata della mia vita naturale sulla base della fratellanza che, come Fratello Massone, tu naturalmente riconoscerai benché ti venga notificata in maniera tanto informale. Terrai dunque segreto questo rapporto confidenziale seguendo le regole della Confraternita. Comincerò ricordando in parte ciò che tu già conosci. Alla morte di mia madre, Jane Alicia MacMutrie Gannett, mio padre, il deceduto Fergus Gannett, ha causato a me e ai suoi parenti in Scozia un gran dolore, avvalendosi di un sollievo che in realtà costituisce una piaga che affligge numerosi gentiluomini di razza caucasica e molte altre classi sociali qui nelle Indie Occidentali. In breve, mio padre si legò a una certa Angelica Kofoed, una mulatta della nostra casa, che era stata la cameriera personale di mia madre. Questo avvenne nell'anno 1857. Come ben sai, da questa unione nacque un figlio. Mio padre, che avrebbe potuto esentarsi da ogni obbligo legale secondo le leggi vigenti nelle Indie Occidentali pagando la somma di quattrocento dollari alla madre, scelse invece, a causa di quell'infatuazione, di riconoscere il figlio e, attra-
verso un processo previsto dal codice legale, decise di legittimarne la nascita. Io avevo poco più di dieci anni quando nacque il bambino chiamato poi Otto Andreas Gannett, proprio qui nella casa in cui ora scrivo queste parole. Da allora in poi, mio padre troncò ogni relazione con Angelica Kofoed, le diede una pensione a vita e, non appena il piccolo fu svezzato, la costrinse a emigrare nell'isola di St. Vincent, dove era nata. Il mio fratellastro, Otto Andreas Gannett, rimase invece a casa nostra, accudito da una balia, e crebbe sotto il nostro stesso tetto come un membro della famiglia. Devo dire che sarebbe stato più facile per me lottare contro la ripugnanza e l'odio che nutrivo per il mio fratellastro se lui non avesse avuto un pessimo carattere, sviluppatosi dall'infanzia fino all'età adulta in maniera da precludere ogni altro atteggiamento da parte mia. Sarò più esplicito, dicendo che Otto Andreas aveva ereditato solo poco più di un ottavo di sangue negro, e pareva quindi di razza caucasica. Non vorrei che sorgesse un malinteso su questo punto. Sono al corrente del fatto che alcuni dei nostri migliori cittadini qui nelle Indie Occidentali hanno sangue misto. Nel migliore dei casi questa è una questione delicata, almeno per quanto riguarda la situazione qui nelle isole. Sia sufficiente affermare che le peggiori caratteristiche della razza negra si manifestarono man mano che Otto cresceva e diventava un uomo. Egli ha oggi, e avrà per lungo tempo, una pessima reputazione anche tra i negri dell'isola. Una reputazione dovuta alla sua malvagità e alla sua lussuria, alla pessima scelta di amicizie, a un comportamento egoistico e peggio ancora. Infatti, manifestò sempre un'incurabile tendenza a occuparsi delle pratiche malvage e stupide dei negri. Con gran vergogna per la nostra casa, ebbe stretti rapporti con questo mondo per molto tempo, fino alla sua morte, avvenuta nell'autunno di quest'anno, il 1876. Mi riferisco alle credenze conosciute sotto il nome di obeah. È da notare che proprio per questo motivo io riuscivo a malapena a sopportarlo. Fortunatamente mio padre lasciò questa terra cinque anni fa, prima quindi che questa esecrabile tendenza verso il potere del Demonio si fosse manifestata chiaramente all'attenzione del mio vecchio genitore. Ringrazio Dio di aver chiamato a sé mio padre prima che fosse costretto a portare questa croce. Non fornirò altri dettagli, limitandomi a dire che il cumulo di tante qualità negative nel mio fratellastro fu la causa della mia partenza per gli Stati Uniti il 2 Maggio del 1876. Come tu ben sai, lasciai qui Otto Andreas dopo
un suo solenne giuramento di buona condotta, pensando di riuscire a sfuggire al continuo contatto con lui. Infatti mi era diventato ormai insopportabile. Mi recai quindi a New York e di lì a Philadelphia, dove intervenni all'Esposizione del Centenario sperando di distrarmi. Più tardi, all'inizio di Ottobre, visitai diversi nostri parenti negli Stati del Maryland e della Virginia. Ritornai in patria salpando da New York e facendo scalo a Portorico, il diciannove Ottobre. Sbarcai nel West-End, e pernottai presso un nostro amico, Herr Mulgrav, il Giudice della Corte di Frederiksted, e grazie al Reverendo dottor Dubois e alla cortesia della Chiesa Anglicana del WestEnd, che molto gentilmente mi prestò la sua carrozza a cavalli, giunsi dopo un viaggio di quasi trenta chilometri a Christiansted il mattino seguente. Giunsi poco prima dell'ora di colazione, un quarto d'ora prima dell'una di pomeriggio. Mio caro amico e fratello, vorrei informarti che non ero stato tanto ingenuo da pensare che la mia lunga assenza in America avrebbe avuto l'effetto di correggere il carattere del mio fratellastro. Ero anzi sicuro che avrei dovuto fronteggiare nuove nefandezze, nuove stupidaggini da parte sua, perpetrate durante la mia assenza. Mi aspettavo quindi che il mio ritorno a casa non sarebbe stato molto piacevole. Avevo ampie prove che questa mia paura non fosse infondata. Arrivai a casa mia, quindi, in uno stato mentale non completamente sereno. Ero partito per assicurarmi un po' di pace. Tornavo ora a fronteggiare l'ignoto. Nessun uomo in pieno possesso delle sue facoltà - lo dico deliberatamente, con l'intenzione di avvertirti, amico mio, mentre leggi ciò che sto per scrivere - avrebbe tuttavia potuto immaginare ciò che mi attendeva! Avevo ricevuto un avvertimento circa lo stato di cose sulla strada che avevo percorso tra qui e Frederiksted. Come tu ben sai, i negri sull'isola mostrano chiaramente in volto quali siano i loro pensieri, in certi momenti. Altre volte invece possono essere del tutto imperscrutabili. Mentre passavo, osservai i negri lungo la strada o al lavoro nei campi, ma non vidi null'altro sui loro volti se non la pietà e la compassione. Ai miei orecchi giungevano numerosi mormorii, mentre tra loro dicevano: «Povero signorino!». Oppure commenti come: «Oh, Dio! Casca dalla pentola nella brace!». Questo naturalmente era poco rassicurante. Eppure non ne fui sorpreso. Mi ero aspettato guai, dei quali Otto Andreas era la causa e la radice.
Non ti nascondo che mi aspettavo qualcosa di brutto. Entrai nella casa stranamente silenziosa, e la prima cosa che avvertii fu un odore terribile! Probabilmente sarai sorpreso di questo. Ma ti sto dando il resoconto dei fatti. Lasciai che il cocchiere del dottor Dubois portasse all'interno il bagaglio a mano, poi mi diressi verso la porta, la spalancai ed entrai; le mie narici immediatamente furono assalite da un odore terribile, un fortissimo fetore di stallatico. Mi attanagliò la gola. Chiamai a gran voce i servi, lasciando la porta aperta in modo che Jens potesse entrare con le mie valigie, e per far uscire quell'odore nauseabondo. Chiamai quindi Herman, il maggiordomo, e Josephine e Marianna, le cameriere. Chiamai anche Amaranth Niles, la cuoca. Sentendo il suono della mia voce, i servi, che non avevano saputo del mio arrivo durante la notte precedente, arrivarono di corsa. I loro visi erano istupiditi e assenti, come accade ai negri quando hanno qualcosa da nascondere. Ordinai loro di portare le valigie nella mia stanza, poi mi voltai per dare a Jens una ricompensa per il suo disturbo. Quando mi girai, trovai solo Josephine che mi fissava dalla soglia di una porta: gli altri due erano già spariti con il mio bagaglio. Le altre cose, i bauli e i colli pesanti, sarebbero stati mandati da Frederiksted nel pomeriggio su un carro. «Cos'è questo odore terribile, Josephine?», chiesi. «La casa puzza come una porcilaia, ragazza mia. Cosa è accaduto? Forza, parla!» La ragazza era ferma sulla porta. Il suo viso era imperscrutabile. Si torse le mani. «Oh Dio, Signore, non saprei», rispose con quella falsa ingenuità tanto irritante che i negri possono fingere quando vogliono. Non dissi nulla, perché non desideravo inaugurare il mio ritorno a casa con una sfuriata. Inoltre, quell'orribile odore poteva non essere colpa della ragazza. Andai a sinistra, lungo il corridoio interno, ed entrai nel salone attraverso la porta d'ingresso, che trovai chiusa. L'aprii, ed entrai. Mailing, amico mio, preparati. Tu sarai - a dir poco - sorpreso, per così dire. Lì nel centro del salone, con il collo rivolto verso chiunque apriva la porta del salone, cioè, in questo caso, io stesso... vi era un giovane torello, nero come il carbone! Accanto, sul pavimento, nel mezzo del tappeto di Bukhara che mio nonno aveva riportato dal suo viaggio nel Turkestan nel 1837, vi era una cesta
piena di erba fresca e di carote. Sullo stesso tappeto vi era un grosso secchio d'acqua. Dalla bocca del torello pendevano dei ciuffi d'erba, e mi fissò a lungo, come per dire: «Chi osa disturbarmi nella mia dimora?». A quel punto persi il controllo. Un torello nel salone di casa mia, nella mia casa di città... era troppo! Corsi via, verso il corridoio, chiamando i servi: Herman, Josephine, e Marianna. Vennero, e mi guardarono dall'alto affacciati alla balaustra delle scale, le facce grigie per la paura. Imprecai violentemente contro di loro, come potrai immaginare. Perfino il buon dottor Dubois proverebbe il desiderio di esprimersi in quel modo se tornando un giorno al Rettorato trovasse un torello acquartierato nel salotto buono! Tuttavia, le mie parole non ottennero alcuna risposta eccettuati gli sguardi ottusi che ho già descritto. E quando, nel mezzo della mia invettiva, apparve la vecchia Amaranth Niles, la cuoca, accorsa dalla cucina mentre stringeva ancora un lungo cucchiaio nella mano grassoccia, e che era stata con noi fin dalla mia nascita avvenuta ventotto anni prima, anche lei assunse la stessa espressione ottusa. Improvvisamente smisi di inveire, chiamandoli stupidi, ingrati, lazzaroni e pendagli da forca. Mi venne in mente ben presto che quelle gesta non potevano essere opera loro. Doveva essere l'ultima malefatta del mio fratellastro Otto Andreas. Ora lo capivo chiaramente. Mi ricomposi, e mi rivolsi al povero Herman in tono più benevolo. «Vieni, Herman: porta quella bestia fuori da questa casa, immediatamente», dissi, indicandogli la porta spalancata del salone. Ma Herman, nonostante il mio ordine fosse stato inequivocabile, non si mosse. Il suo viso divenne di una tinta color cenere, e mi lanciò uno sguardo implorante. Poi, lentamente, levò le mani al di sopra del capo e rimase lì sulla scala, guardando con aria tremante oltre la balaustra, e gridò: «Non posso, signore, lo giuro di fronte a Dio... non posso!». Rivolsi uno sguardo abbastanza calmo a Herman, e gli dissi: «Dov'è il signor Otto Andreas?». A quella domanda semplicissima, le due cameriere cominciarono a piangere e a gridare, e la vecchia Amaranth Niles, la cuoca, che aveva osservato la scena con occhi sgranati dalla porta, si voltò con un'agilità del tutto inaspettata e fuggì per cercare rifugio in cucina. Il viso di Herman, se mai era possibile, si era schiarito di un tono. Con fare esitante, l'uomo si sforzò di scendere dalle scale, afferrandosi rigidamente alla balaustra. Quindi si voltò e mi si avvicinò, il viso grigio e inquieto, mentre il sudore gli imperlava la fronte. Cadde in ginocchio di
fronte a me sul pavimento del corridoio e, sollevando le mani al di sopra del capo, gridò: «Lui morto, signore, il giorno prima di ieri, signore: è la verità, padrone!». Ti confesso, Mailing, che, sentendo questa notizia, mi parve che il corridoio ruotasse intorno a me, tanto era inaspettata. Forse i miei amici non ne erano stati informati. Ma un'altra questione si presentava alla mia mente disorientata, una domanda che avrebbe chiarito perché non ne ero stato informato. «A che ora è morto, Herman?», riuscii a dire. Ero io ora a tenere stretta la balaustra. «Tardi, signore», rispose Herman, ancora in ginocchio, dondolando da una parte all'altra. «Forse due ore dopo la mezzanotte, signore. Lui sepolto il giorno dopo, signore, cioè ieri pomeriggio, alle due. Il corpo non teneva bene, e poi, signore, noi non sapevamo del vostro arrivo.» Ecco perché i Mulgrav non me lo avevano riferito. Semplicemente, non erano stati messi al corrente della morte del mio fratellastro. Secondo il normale corso degli eventi, essendo piuttosto distanti da Christiansted, non ne avrebbero saputo nulla fino ad oggi. La mia prima reazione - lo ammetto - fu di profondo sollievo. Otto Andreas - confesso di averlo pensato - non mi avrebbe creato altri problemi. Non avrebbe più danneggiato nessuno con i suoi difetti, la sua arroganza, le sue empietà e le sue villanie. Ma non era così... Poi, quasi meccanicamente, suppongo, il mio pensiero si rivolse al soqquadro che regnava nel salone, a quell'animale da stalla che vi era rinchiuso, e al tappeto intriso di letame. Mi rivolsi a Herman e gli dissi: «Alzati, Herman! In piedi! Non c'è motivo che ti comporti in questo modo. Naturalmente mi sono molto adirato quando ho visto quell'animale nel salone, e lo sono ancora. Dimmi...», chiesi, mentre l'uomo si alzava tremante, «chi ce lo ha messo, e perché non è stato portato via...». A queste parole Herman prese a tremare dalla testa ai piedi, e di nuovo il suo viso scuro, che era quasi tornato al suo solito colorito, divenne grigio dalla paura. Mi accorsi che l'uomo che avevo di fronte non era impaurito dalla mia presenza, ma vi era qualcos'altro che lo terrorizzava. Naturalmente sono abituato alle stranezze dei negri. Gli parlai di nuovo, con gentilezza, dando voce a un'idea che mi era venuta in precedenza e che aveva arrestato il mio primo sfogo d'ira. «È stato il signor Otto Andreas a condurre la bestia in casa?»
Herman apparentemente non era in grado di parlare, e assentì. «Forza, amico, portalo via subito!», ordinai. Con mia grande stizza, Herman cadde nuovamente in ginocchio ai miei piedi, mormorando sconsolato di non poter obbedire ai miei ordini. Lottai per conservare la pazienza. Era stato fortemente messo alla prova, pensai. Presi Herman per una spalla, lo feci rialzare, e lo feci camminare, senza che opponesse resistenza, lungo il corridoio fino al mio ufficio. Chiusi quindi la porta alle nostre spalle e mi sedetti alla scrivania dove scrivo ora, e dove solitamente faccio i miei conti. Mi resi conto che Herman tremava ancora; vi era qualcosa che non riuscivo a capire. «Vai e porta del rum e due bicchieri, Herman», ordinai, sforzandomi di parlare con calma e gentilezza. Herman lasciò la stanza in silenzio. Rimasi ad attendere il suo ritorno, molto turbato. Il toro avrebbe dovuto aspettare. Da ciò che avevo visto, sembrava che fosse rimasto in quella casa un giorno intero o forse più. L'odore era insopportabile, nonostante la porta fosse chiusa. Herman ritornò, e poggiò il rum e i bicchieri sul tavolo. Ne versai una dose generosa per lui, e una più piccola per me. Bevvi quindi il mio rum e porsi a Herman l'altro bicchiere. «Bevi, Herman», gli ordinai, «poi siediti. Desidero parlarti.» Herman bevve il rum, sgranando gli occhi quando ripetei il mio ordine, e si sedette inquieto sul bordo della sedia che gli avevo indicato. Lo fissai. Bere il rum gli aveva giovato. Infatti aveva smesso di tremare. «Ora ascoltami», dissi. «Ti prego di dirmi, con parole semplici e chiare, perché non hai portato il toro fuori dal salone. Lo devo sapere: forza, dimmelo!» Nuovamente Herman si gettò ai miei piedi e vi rimase. Mormorava: «Ti prego di credere, padrone, che non posso farlo». Questo era troppo. Lasciai da parte il mio senso di autocontrollo, afferrai quel furfante nero per il collo, lo feci rialzare, e presi a scuoterlo di santa ragione. Lo presi a pacche sul viso. Lui non opponeva resistenza, poveraccio. «Adesso me lo dirai», lo minacciai, «o, per Dio, ti romperò ogni osso di quel tuo corpo di negro buono a nulla! Forza, dimmelo subito: basta con queste stupidaggini!» Herman s'irrigidì. Si sporse in avanti, e bisbigliò tremante alcune frasi nel mio orecchio. Non osava, a quanto pareva, menzionare il nome ad alta voce. Mi disse che Pap Joseph, il demoniaco papaloi nero, come lo chia-
mano loro, lo Stregone, aveva ordinato che il torello non fosse spostato dal salone. Inoltre, una volta cominciata la confessione, mi disse che il mio fratellastro aveva tenuto quella bestia immonda nella casa per diversi giorni prima della sua morte improvvisa. Riesci a immaginarlo, Mailing? I due avevano fatto una serie di complicati preparativi, lì nel salone, per qualche sporco obeah che avevano deciso di fare. Il torello vi era stato portato tre giorni prima. Herman aggiunse altri particolari del tutto superflui e, finalmente, disse che per quanto poteva capirne lui - che non aveva assistito ad alcuna delle fasi delle loro Magie Nere e stregonerie, di cui altri negri erano stati testimoni - Otto Andreas era morto all'improvviso e inaspettatamente, nel mezzo delle loro cerimonie, e che Pap Joseph stesso aveva ordinato a Herman di non rimuovere il torello dalla sala in nessun caso. Pap Joseph aveva aggiunto che sarebbe stato proprio lui, Pap Joseph in persona, a portarlo via. Bisognava dargli cibo ed acqua - per questo erano stati posti nella stanza il secchio e il cibo - e tutto doveva essere lasciato com'era. Questo, naturalmente, spiegava molte cose. Tuttavia sapere il motivo del non voler eseguire i miei ordini, non spiegava il resto. La creatura disgustosa era, per così dire, ancora al pascolo nel mio salone. Era una cosa inspiegabile: perché lo Stregone aveva dato degli ordini tanto ridicoli? Per capire questo, bisognava conoscere bene le loro cerimonie e le altre stupidaggini del genere. Tuttavia mi resi conto che Herman era troppo impaurito: tutti i negri temono questo Joseph come la peste e il Diavolo in persona, e nulla lo avrebbe convinto a togliere l'animale dalla stanza. Mandai via Herman, e mi diressi lungo il corridoio verso la sala. Qui, per la prima volta, mi resi conto di quanto mi disorientasse la presenza di quel torello che occupava con tutta calma il mio salone. La prima volta infatti non me ne ero completamente reso conto. Sul lato orientale del salone, una grande piattaforma di legno, molto robusta, con una rampa inclinata che serviva da accesso, era stata costruita ai piedi della parete, e arrivava fino alla mensola di marmo sopra il camino. Quella piattaforma, delle dimensioni di circa tre metri quadri, pareva un'estensione del camino all'interno della sala. Compresi subito, come lo comprendi tu ora, quale fosse il significato di quella costruzione. La piattaforma era una specie di altare voodoo. Riti molto complicati, facenti parte delle più alte manifestazioni delle loro pratiche nefande, vi erano stati perpetrati. Avevo la bocca completamente
secca per l'indignazione: il figlio di mio padre, Fergus Gannett - sia pure di colore - si era prestato a tanta empietà, prendendo parte a tale opera! Dovevo trovare una corda con la quale legare il toro per condurlo fuori. Infatti era del tutto libero, e ora stava fermo, intento a guardare fuori da una delle finestre, senza neanche un collare. Uscii dalla stanza, chiudendomi la porta alle spalle, ed ero sul punto di chiamare Herman e di ordinargli di prendere una corda, quando pensai che sarebbe stato meglio cercare qualcuno che mi aiutasse. Vedi: non avrei certo potuto condurre la bestia fuori di casa e portarla sulla strada pubblica. Sarebbe stata una scena ridicola, che mi avrebbe segnato per gli anni a venire, quando sarei stato fatto segno di derisione e di pettegolezzi tra i negri della città, anzi, di tutta l'isola. Allora chiamai Herman e, quando egli venne, non gli chiesi una corda, ma gli ordinai di procurarmi una carrozza. Quando questa apparve, dieci minuti dopo, ordinai a Herman di portarmi a Macartney House. Sì, mi ero deciso, a costo di dovermi confidare con Macartney, ma avrei fatto bene ad avvalermi di lui. Possedeva infatti molti capi di bestiame. Macartney che consegnava un torello, magari facendolo passare dal retro da uno dei suoi braccianti, non avrebbe creato molta curiosità in città. Pensavo a questa decisione durante i dieci minuti che ci vollero per arrivare da Macartney e, quando arrivai, lo trovai a casa: con lui vi era Cornelius Hansen, il genero, che aveva sposato sua figlia Honoria. Spiegai a quei gentiluomini che il mio eccentrico fratellastro, da poco defunto, aveva portato un capo di bestiame nel salone poco prima di morire, e chiesi loro di aiutarmi a liberarmi di quella bestia. Entrambi acconsentirono. Erano quasi le tre del pomeriggio quando giungemmo a casa. Macartney aveva portato uno dei suoi bovari, che era seduto a cassetta accanto a Herman, e aveva con sé una corda e una cavezza. Entrammo con quell'uomo in casa, e c'incamminammo lungo il corridoio interno diretti verso il salone. A questo punto, caro Mailing, devo raccontarti un evento molto strano! Il torello, che era ancora giovane e non ancora cresciuto, non era però tanto docile e placido quanto ci si sarebbe potuto aspettare. In breve, ti dirò che, non appena la creatura ci vide entrare, e vide l'uomo con la corda e la cavezza, prese a comportarsi come se fosse indemoniata! Si mise a correre per tutta la stanza, rovesciando i mobili e frantumando alcuni oggetti, rovesciandone altri, sempre inseguito dal bovaro.
Macartney, il signor Hansen ed io tentavamo di circondarla. Finalmente si rifugiò proprio sulla piattaforma di assi! Sì, fuggì lungo la rampa e rimase immobile, ormai circondata, con il muso ricoperto di schiuma, le narici tese, e uno sguardo pieno di una emozione straordinaria, indescrivibile, sul suo volto bovino. L'animale rimase immobile mentre noi lo guardavamo, poi Macartney sbottò: «Perdiana, signor Gannett, questa bestia ha un'espressione umana in quegli occhi maledetti!». Lanciai uno sguardo al toro e mi resi conto che Macartney aveva ragione! L'animale aveva un'espressione molto umana, che esprimeva la sua volontà di non lasciare la sala! La cosa era del tutto ridicola, a parte il fatto che le sue pazze corse mi costavano un patrimonio. Infatti il falegname avrebbe dovuto lavorare a lungo su tutto quel mobilio ridotto in pezzi. Macartney ordinò al negro di salire sulla rampa e di mettere la cavezza al collo della bestia ormai intrappolata, e lui tentò di obbedire. Era arrivato quasi in cima, quando all'improvviso il torello caricò, e scaraventò l'uomo a terra rompendogli un braccio tra la spalla e il gomito. A questo punto persi del tutto la pazienza. Quella sciocchezza era durata abbastanza. Sembrava che le malefatte del mio fratellastro mi avrebbero perseguitato anche dalla tomba, per cui decisi che avrei posto fine a quella storia all'istante. «Occupatevi del vostro uomo, Macartney», dissi. «Io tornerò immediatamente. Portatelo fuori, se necessario, e Herman lo condurrà all'ospedale municipale.» Lasciata la stanza, mi diressi lungo il corridoio fino al mio studio, e presi una pistola dal cassetto della scrivania, dove la tengo abitualmente. Tornai nella sala passando davanti a Macartney e ad Hansen che stavano accompagnando il poveraccio con il braccio rotto - che gemeva in maniera pietosa - fino alla carrozza che li aspettava in strada. Con la pistola in mano mi avvicinai alla piattaforma. Il torello era ancora lì: non aveva fatto alcuno sforzo per discenderne. Camminai diritto lungo la stanza e mi misi di fronte alla piattaforma, poi sollevai la pistola, e presi attentamente la mira, puntando al centro della fronte della bestia. Proprio mentre premevo il grilletto, vidi l'espressione negli occhi dell'animale. Poi compresi appieno quello che Macartney aveva detto, circa lo sguardo di quella bestia! Se ne avessi avuto il tempo, lo confesso, Mailing, anche dopo tutte le provocazioni e gli affanni che mi aveva procurato, l'a-
vrei risparmiato. Ma era troppo tardi. La pallottola colpì la bestia in piena fronte. Essa barcollò sulle zampe, e un gran fiotto di sangue scorse lungo il suo naso roseo e si riversò sugli assi della piattaforma. Poi, all'improvviso, le quattro gambe non la ressero e cadde con un tonfo sordo sulle assi, facendo vibrare con il suo peso la piattaforma. Rimase quindi immobile, con la testa che sporgeva oltre il gradino della piattaforma. La lasciai dov'era, mentre il sangue si spargeva sul pavimento di mogano, e uscii dalla stanza, certo che la faccenda fosse conclusa. Ma, mentre cominciavo a pensare alle riparazioni e alle pulizie necessarie, mi sorse nella mente un pensiero terribile. Avevo l'impressione bizzarra e illogica che, per quanto strana ti possa apparire, mi porterò fino alla tomba: avevo l'impressione di aver gravemente interferito in qualche maniera inesplicabile e misteriosa, con l'estremo desiderio del mio fratellastro Otto Andreas! Macartney e suo genero stavano percorrendo il corridoio. Avevano già sistemato il bovaro nella carrozza, e allora li condussi nella sala da pranzo per offrir loro da bere. Poggiai quindi la pistola sul tavolo. «Ha sparato a quell'animale, allora?», commentò Macartney. «Sì», risposi, «e questo pone fine ai nostri problemi. Il vino e il rum sono qui sul tavolo. Prendete i vostri bicchieri, signori... Vi è una sola cosa, riguardo alla quale desidero ricevere il vostro parere.» Bevemmo insieme una misura di rum. Poi, posati i bicchieri e la bottiglia accanto alla pistola, avvicinammo le poltrone, e allora confidai a quei gentiluomini - che sono come noi membri della Loggia dell'Armonia di St. Thomas - dopo averli sottoposti formalmente al Rito del Silenzio, il fatto che il mio defunto fratellastro aveva portato uno Stregone in casa mia, per compiervi i suoi riti infernali. Entrambi furono d'accordo con me una volta che ebbi loro spiegato l'accaduto. Era una faccenda che richiedeva misure immediate. Dovevamo parlare con Knudsen, il Capo della Polizia, anch'egli un Massone, fortunatamente. Una volta giunti a quella conclusione, non perdemmo tempo. Mi scusai con loro e, lasciandoli in compagnia della bottiglia e dei lori bicchieri, presi la pistola, la rimisi al suo posto, e scrissi un breve messaggio al Capo della Polizia Knudsen. Poi ordinai a Marianna di portarlo a Christiansted. Knudsen rispose alla chiamata alle quattro precise e, dopo che fu arrivato, ci sedemmo per prendere il tè nella sala da pranzo, e per discutere il da
farsi. Knudsen fu d'accordo con noi. Avrebbe mandato immediatamente un paio di gendarmi, avrebbe arrestato Pap Joseph, e lo avrebbe imprigionato nel forte, per poi trasferirlo sulla scena del suo ultimo delitto quella sera stessa alle nove. Macartney e Hansen promisero che sarebbero tornati a quell'ora, e Herman, che era appena tornato dall'ospedale, li ricondusse a Macartney House. Knudsen e il suo prigioniero - ammanettato tra due gendarmi che sedevano con lui nel corridoio su tre sedie fin dalle otto e quarantacinque - furono i primi ad arrivare. Alle nove giunsero Macartney e Hansen. Knudsen e io sedemmo nel mio studio in attesa degli altri due. Lui bevve un paio di bicchieri, ma io rifiutai di bere ancora. Quando giunsero Macartney e suo genero Cornelius Hansen, mandammo via i gendarmi. Knudsen ordinò loro di attendere all'estremità del corridoio. Intanto portammo il prigioniero nello studio, e lo facemmo sedere. Ci sedemmo quindi attorno a lui e lo guardammo. Quell'uomo era piccolo, nero, e ben vestito: tranne che per l'espressione maligna, pareva una persona normale. Eppure, una sola parola al mio maggiordomo, aveva fatto in modo che un vecchio servitore della mia famiglia che era stato al nostro servizio per più di trent'anni, avesse rifiutato di eseguire l'ordine che gli avevo impartito di togliere quella bestia immonda dal mio salone! Avevo mandato a casa la servitù, senza tenere con me neanche Herman. Quindi avevamo tutta la casa a disposizione. Knudsen assentì verso di me non appena ci fummo sistemati, e allora mi rivolsi allo Stregone. «Joseph», dissi, «sappiamo che tu sei stato in questa casa con il signor Otto Andreas, e che hai usato il mio salone per i tuoi incantesimi. Questo naturalmente ti pone al di fuori della legge. Il codice proibisce che si pratichi l'obeah nelle Indie Occidentali Danesi, e tu hai infranto la Legge. Inoltre, giacché lo hai fatto in casa mia, io sono stato coinvolto nel caso. Ho parlato della faccenda con questi signori e, per essere franchi, vi sono delle cose che non mi sono ben chiare. In particolare vorrei sapere perché ho trovato un capo di bestiame acquartierato nella mia dimora, il che, da quel che ne so, è opera tua. Ti abbiamo portato qui per sentire la tua versione dei fatti. Se risponderai con chiarezza a quello che vogliamo chiederti, Herr Knudsen mi assicura che non sarai scaraventato in prigione, e non sarai punito. Se rifiuti, la legge seguirà il suo corso. Ti chiedo quindi di spiegarci pienamente perché quell'animale era nella mia casa e qual è stato il ruolo di Andreas in questa faccenda. Questi sono
i due punti sui quali vogliamo sapere tutti i dettagli.» Mailing: quell'uomo si rifiutò semplicemente di parlare. Non riuscimmo a cavarne una sola parola. Tentò Macartney, poi il signor Hansen. Finalmente Knudsen, che fino ad allora non aveva detto nulla, prese la parola. «Se ti rifiuti di rispondere a queste due domande», disse, «farò io in modo che tu parli.» Fu tutto. Non passò più di mezz'ora; ad ogni modo, il mio orologio indicava le dieci meno un quarto quando facemmo una pausa. Macartney, Hansen e io ci scambiammo sguardi disorientati. A quanto pareva, non riuscivamo ad aver ragione di quel maledetto ostinato. Poi, nella pausa che seguì, Knudsen, il Capo della Polizìa, mi rivolse queste parole: «Con il vostro permesso vorrei mandare i miei uomini in cucina». Mi inchinai. «Qualsiasi cosa vogliate, Herr Knudsen», replicai, e Knudsen si alzò e uscì in corridoio: attraverso la porta mezza socchiusa lo udimmo parlare ai gendarmi. Poi tornò e si sedette in silenzio, fissando il negro che ora, per la prima volta, appariva un po' irrequieto. Dava segno del suo stato d'animo con un caratteristico roteare degli occhi. Al di fuori di questo, fu molto poco comunicativo, proprio come era accaduto fino ad allora. Rimanemmo quindi in attesa fino a qualche minuto dopo le dieci. Knudsen e il negro erano rimasti in silenzio, e gli altri parlavano a bassa voce fra loro. Poi, trascorsi otto minuti dopo le dieci, uno dei gendarmi bussò alla porta e porse a Knudsen, che si era alzato per aprire, un secchio pieno di tizzoni, e le baionette delle carabine dei due uomini, staccate dai fucili probabilmente proprio per ordine dell'ufficiale. A quel punto ebbi la sensazione che qualcosa di spiacevole stesse per accadere. Sapevo che Knudsen aveva una reputazione di uomo probo e giusto. Lui era, come tu ben sai, uno degli ufficiali dell'Esercito Danese. Come uomo abituato a comandare gli uomini, non ammetteva stupidità da parte dei criminali o di altri con cui doveva avere a che fare durante lo svolgimento della sua professione. Pose il secchio di tizzoni al centro della stanza, e immerse le punte delle due baionette nella brace ardente. Poi si rivolse all'uomo in attesa accanto alla porta, e gli ordinò: «Porta qui Larsen, Krafft, e lega quest'uomo, mani e piedi». L'ufficiale aveva parlato in danese, una lingua che credo fosse sconosciuta al negro. Eppure mi accorsi che fece una smorfia a quelle parole, che chiaramente avevano a che fare con il trattamento che gli era riservato,
e il suo viso scuro assunse un aspetto grigiastro, il che nei negri equivale all'impallidire. I due gendarmi tornarono subito. Mentre Krafft faceva il saluto, l'altro disse: «Non abbiamo corda, Herr Commandant». Mi ricordai che la corda del bovaro di Macartney, che era stato portato in ospedale, era rimasta in casa. Mi ricordai che era rimasta a terra accanto all'orrida piattaforma, e io stesso avevo lasciato la stanza dopo aver ucciso la bestia. Nessuno era tornato nella sala da sette ore. «Mi perdoni, Herr Knudsen», dissi, alzandomi in piedi. «Se mandate un uomo ad accompagnarmi, gli darò io una corda.» Knudsen parlò a Krafft, che fece un altro saluto e, facendosi da parte in modo che potessi uscire nel corridoio, mi seguì da presso mentre lo percorrevo diretto verso la porta che dava sul salone. Mailing, amico mio, esito a descriverti quel che accadde poi. Eppure devo continuare il racconto, dopo questa lunga storia che ti ho già descritto in oltre un giorno di lavoro, per riuscire a far sì che tu comprenda. Tenterò di scrivere con chiarezza tutta questa terribile e incredibile faccenda, che con il suo orrore mi ha tanto colpito, e che mi ha causato una sofferenza mentale che durerà finché vivo. Essa infatti è la ragione per la quale lascio l'isola sulla quale ho vissuto una vita intera, che amo, che considero la mia patria, e dove vivono tutti i miei amici. Ascolta, allora, amico mio, quello che devo assolutamente porre per iscritto in modo che tu capisca. Giunto alla porta, la spalancai, e ci investì quell'odore orribile che aveva permeato completamente l'intera casa nonostante le finestre spalancate. Sfregato un cerino, accesi la lampada più vicina, un lume di ottone situato poco lontano dalla porta accanto al pianoforte Broadwood di mia madre. Grazie a questa luce il gendarme Krafft e io avanzammo nella stanza verso l'angolo opposto, verso la piattaforma. L'animale vi giaceva ancora, la testa riversa oltre il limite delle assi. All'alba del giorno seguente, dietro mio ordine, Herman e altri due braccianti l'avrebbero dovuto rimuovere e ripulire immediatamente la stanza. A due terzi del percorso mi fermai e, indicando la zona in cui giaceva la corda sul pavimento di mogano, dissi a Krafft che l'avrebbe trovata in quel punto. Con la coda dell'occhio vidi che accennava un silenzioso «signorsì». Intanto, io avevo cominciato ad accendere un altro grosso lume. Infatti, la luce della prima lampada, a causa del grosso paralume, illuminava in
maniera piuttosto fioca. Eravamo quindi ancora in penombra e la mensola e la piattaforma che la sovrastava erano immerse nel buio. Avevo appena acceso il lucignolo di questa seconda luce, quando udii il grido di Krafft. Lasciando cadere a terra la scatola dei fammiferi, mi voltai di scatto, e vidi il soldato con le mani sollevate verso il viso in un gesto di orrore, crollare a terra svenuto a non più di cinque passi dalla piattaforma. Guardai verso di lui e, per un attimo, i miei occhi rimasero abbagliati dalla vicinanza della fiamma che avevo appena acceso. Poi, Mailing, amico mio, vidi quel che lui aveva visto. Quel che aveva causato le urla di un poliziotto abituato a tutto, e che lo aveva fatto cadere a terra in preda agli spasimi del più puro terrore. E mentre guardavo quella scena, avvertii che la stanza aveva preso a rotearmi attorno, e fui convinto di trovarmi alla fine della mia vita terrena. Anch'io crollai a terra, indifeso davanti al cupo terrore di quella visione inaudita. Caddi a terra e, mentre svenivo, udii dietro di me le voci agitate di Knudsen, Macartney e del giovane signor Hansen. Costoro, attirati dall'urlo di Krafft, si erano infatti affrettati ad affacciarsi alla porta. Avevo visto in maniera indistinta nella poca luce delle due lampade ad olio, non la testa del torello che avevo annientato: avevo visto la testa e le spalle del mio fratellastro Otto Andreas, il buco nero sulla fronte e il sangue rappreso sul suo viso contorto. Ti ora il suo volto pendeva esanime e orribile a vedersi oltre il limite della piattaforma voodoo... Mi ripresi nel mio studio, circondato dai miei amici, e avvertii delle gocce d'acqua, fredda sul viso e sul collo, mentre il sapore del brandy mi pungeva la gola. Ero disteso a terra supino e, guardando in alto, vidi il gendarme Larsen, che ancora sorvegliava il negro tenendogli una pistola puntata alla nuca. Mi alzai a sedere con l'aiuto del giovane signor Hansen. Knudsen volgeva le spalle al gruppo. Afferrando una delle baionette che era ormai incandescente, nella mano guantata, pronunciò un ordine secco. Larsen costrinse il negro ad alzarsi dalla sedia e lo fece sdraiare, ancora legato, sul pavimento. L'attesa mi diede una leggera nausea. Chiusi gli occhi; avevo deciso di non interferire con quello che Knudsen stava facendo. Lui conosceva certi metodi ed era lì, dopotutto, dietro mia richiesta, per costringere quel criminale a confessare ciò che avrebbe svelato i misteri di cui volevamo venire a capo.
Ben presto tornai a sedere sulla mia sedia, grazie alle sollecite misure prese nei miei confronti, e fui in grado di ascoltare le parole che Knudsen rivolgeva al prigioniero steso a terra, supino. Vidi anche il viso pallido e distorto di Krafft, sulla soglia. Anche lui sembrava essersi ripreso. Abbrevio la descrizione di questa faccenda piuttosto scabrosa, e che mi nauseò fin nel profondo dell'animo. Tuttavia era necessario procedere in quel modo se volevamo ottenere quelle informazioni. Per dirla in breve, lo Stregone, anche nella sua situazione di grande pericolo, rifiutò di rispondere. Knudsen stesso gli strappò la camicia e applicò la baionetta incandescente al torace del malcapitato. Un orribile odore di carne ustionata si levò immediatamente e io chiusi gli occhi, nauseato a quella vista. Il negro urlò per il dolore insopportabile, poi serrò le labbra turgide e scosse la testa ignorando gli ordini ripetuti più volte da Knudsen di rispondere alle nostre domande. Poi Knudsen rimise la baionetta al suo posto, immergendola a fondo tra i carboni ardenti, e prese la seconda. Stringendola in pugno, rimase in piedi sovrastando il negro. Gli si rivolse quindi con tono secco, freddo e duro: «Amico, ti avverto! Non lascerai questa casa da vivo. Ti torturerò in tutto il corpo con queste baionette, finché non risponderai alle domande che ti abbiamo fatto». Alla fine di questo discorso, premette bruscamente il piatto della lama della baionetta sull'addome del negro. Dopo un grido di dolore angosciante, Pap Joseph capitolò. Assentì con il capo, e dalle labbra contorte gli uscì un gemito di assenso. Immediatamente lo facemmo rialzare e i gendarmi lo fecero sedere fra loro. Poi, con voce strozzata, roteando gli occhi, in preda a un'angoscia mentale che sovrastava di molto le sue orribili ferite, ci raccontò quel che segue... A quanto pare esistono due tipi di «sacrifici supremi» alle divinità oscure della religione voodoo. Il primo è il sacrificio umano, che essi chiamano del «capro senza corna». Secondo il nostro interlocutore non è stato mai praticato nelle isole. Il secondo tipo di cerimonia è quella del «battesimo». Quest'ultimo era proprio quello che era stato perpetrato in casa mia! E, benché non si sarebbe mai potuto indovinare a questo punto della narrazione che ti faccio in forma privata, caro Mailing... Otto Andreas stesso era il candidato. Avrei forse dovuto menzionare il fatto che il suo corpo, sepolto da un giorno e mezzo, e che era stato visto sia da me che da Krafft pendere sul-
l'orlo della piattaforma sacrificale, era stato tolto da quel luogo. Ora era stato ricomposto da Knudsen e da Larsen su quattro sedie nel salone, e vi era rimasto per tutto il periodo in cui Macartney e Hansen avevano tentato di farmi tornare in me e di riportarmi nello studio. Sul suo corpo c'erano tracce di terra e pezzi di legno di pino. Il culmine di quell'ignominioso rito che essi empiamente chiamano battesimo, è il sacrificio di un animale. Alle volte si tratta di una capra, altre volte di un giovane toro. In questo caso era stato scelto un toro. Prima che l'animale venga sgozzato, il candidato che si appresta al battesimo si pone carponi, denudato, e deve «confrontarsi» con la capra o il toro. Sì, Mailing, questo l'ho saputo dalle labbra distorte dal dolore di quel mascalzone. I due, ossia il candidato e l'animale sacrificale, si fissano a lungo negli occhi. Si crede infatti che, in questo modo, per un certo periodo di tempo, i due si scambino le personalità. Pare incredibile che si possa credere una cosa simile, eppure è così. Nel corso della cerimonia, quando il sacerdote ufficiante determina l'avvenuto scambio delle personalità, l'animale viene ucciso all'improvviso, sgozzandolo con un machete affilato o con un coltello per tagliare le canne da zucchero. A questo punto, la personalità dell'essere umano ritorna alla sua sede naturale. Eppure, una certa parte rimane nell'animale: infatti, alla morte della vittima sacrificale, essa ne esce e si pone sotto la protezione della cosa che essi chiamano il Serpente di Guinea. Questi infatti è l'oggetto finale delle loro devozioni, e ad esso è offerto il sacrificio del candidato. Tali sono i princìpi alla base del battesimo voodoo, nei termini nei quali ci sono stati spiegati. Questo è ciò che sarebbe accaduto nel caso di Otto Andreas, se non fosse sopravvenuto qualcosa di imprevisto. Naturalmente si può facilmente capire lo stress mentale e fisico a cui si sottopone un candidato in tali condizioni. Nel caso del mio fratellastro, esse risultarono addirittura insostenibili. Otto Andreas era morto all'improvviso, senza dubbio a causa di un attacco cardiaco dovuto allo sforzo, lì sulla pedana, pochi minuti prima che Pap Joseph stesso sacrificasse il toro. I seguaci del voodoo credono che le personalità in quel momento fossero scambiate. In altre parole, la mancata liberazione e il mancato ritorno alle rispettive sedi naturali, che sarebbero avvenute grazie al coltello sacrificale, fecero in modo che l'«anima» della vittima sacrificale morisse al momento della morte improvvisa di Otto Andreas, e... l'anima di Otto Andre-
as rimase nel torello. «E così, signore», terminò Pap Joseph, con un sorriso demoniaco, rivolto verso di me, «tu hai distrutto la vita di tuo fratello, signore, quando ti sei affrettato a uccidere quel torello!» Lo Stregone, da quanto risultava dal resto del racconto, aveva ordinato al vecchio Herman di tenere il torello nel salone, poiché ignorava che sarei tornato di lì a poco. Aveva fatto questo perché stava «facendo una Magia» per fare in modo che le anime «si scambiassero di nuovo». Naturalmente era stato necessario seppellire il corpo di Otto Andreas. Ma, ci assicurò, se il torello fosse stato lasciato al suo posto, si sarebbe ritrasformato in Otto Andreas, un processo che richiedeva non solo una grande sapienza in fatto di Magia, ma anche un notevole impiego di tempo! Vi erano solo due cose che potevamo fare quella notte. Pap Joseph fu rimandato a Christiansted, e fu disposta la sua liberazione il giorno seguente alle sei di mattina. Poi, noi quattro avvolgemmo il cadavere di Otto Andreas in una coperta, e lo portammo al cimitero. Quando arrivammo, Hansen e Knudsen si accinsero a scavare con due pale che ci eravamo procurati, per recuperare la bara. Era una notte di plenilunio. Naturalmente, a quell'ora, non vi era nessuno nei pressi del cimitero. La terra ci parve insolitamente cedevole, anche tenendo conto del fatto che si trattava di una sepoltura recente. Una pala cozzò contro il legno a circa un piede di profondità. Macartney diede il cambio al genero. Io mi offrii di fare lo stesso per Knudsen, ma lui rifiutò. Entro un minuto, esclamò con tono incerto: «Cos'è questo?». Si accucciò nella fossa e con la mano guantata scavò nella terra soffice, rivelando ciò che aveva scoperto. Mailing: avevano dissotterrato una bara frantumata, una bara che aveva perso tutte le caratteristiche tipiche dello stretto ricettacolo destinato a raccogliere i resti degli esseri umani. Non sorprendeva il fatto che fosse letteralmente esplosa, vista la cosa mostruosa che si stava rivelando pian piano ai nostri occhi. Non scoprimmo del tutto ciò che avevamo trovato sotto il manto di terra consacrata. Non ce n'era bisogno, Mailing! Ciò che trovammo fu un arto rigido e ossuto, appartenente a un quadrupede munito di corna. Questo fu ciò che Knudsen aveva liberato dalla terra con la sua mano guantata. Vi era sepolto un torello, proprio nel punto in cui trentasei ore prima altri uomini avevano interrato il corpo del mio defunto fratellastro, Otto Andreas Gannett. Pap Joseph, a quanto pareva ob-
bligato nonostante la sua reticenza a piegarsi alla forza, ci aveva detto il vero. Rapidamente allargammo la fossa, per potervi adagiare il cadavere che avevamo portato e, lasciato un cumulo più alto di quello che avevamo trovato nonostante lo avessimo spianato con le pale, tornammo rapidamente e in silenzio a casa mia. Lì, come si conveniva a membri della nostra Confraternita Massonica, giurammo che al di fuori di queste informazioni indirizzate a te, nostro confratello, nessuno di noi, per la durata della mia vita naturale, avrebbe mai rivelato nulla di quello che avevamo udito, a nessuno. Knudsen si assunse la responsabilità per i suoi gendarmi e, vista la reputazione di cui gode in fatto di disciplina, sono sicuro che essi non diranno nulla circa gli eventi a cui assistettero. Dunque, Fratello, il resoconto servirà a spiegarti perché parto da Santa Cruz diretto in Scozia. Quella è la terra dalla quale è venuta la mia famiglia da diverse generazioni, quando queste isole furono finalmente aperte alla colonizzazione dei piantatori e di altri Danesi grazie alla generosità del governo danese. Non posso più rimanere in questa casa maledetta, dove accadono cose tali da far perdere il senno a un uomo. Quindi pongo la proprietà nelle tue mani servizievoli ed efficienti, amico, mio, con la certezza di aver reso chiari i motivi della mia decisione. Porto con me in Scozia il mio vecchio e fedele servo, Herman. Non lo lascerò qui alla mercé di quel pestifero criminale di Pap Joseph. Lui infatti ha contravvenuto agli ordini dello Stregone a causa mia. Non si può dire cosa accadrebbe a quel povero diavolo, se non lo proteggessi io. Rimango a tua disposizione. Fedelmente Angus Gannett P.S. Knudsen naturalmente insiste nel dire che alcuni negri seguaci di Pap Joseph, hanno semplicemente scambiato il corpo del mio fratellastro con quello del torello, nell'intervallo intercorso dopo che io sparai all'animale, durante il quale la sala rimase deserta. A.G. 3. Terminata la lettura, restituii a Herr Mailing il manoscritto. Lo ringraziai
per la sua straordinaria cortesia, per avermi permesso di leggerlo, poi mi diressi subito a Casa Gannett per rivedere il salone in cui quegli eventi prodigiosi si erano verificati. Robertson mi fece entrare, e mi sedetti nel posto solitamente occupato dalla signora Garde. Poi Robertson mi portò il tè su un grande vassoio circolare. Non riuscii a fare a meno di lanciare uno sguardo al punto dove una volta era sorta la piattaforma di assi, sulla quale aveva avuto luogo il battesimo voodoo. Lo strano rito era stato interrotto poco prima del momento culminante dal collasso di Otto Andreas, che aveva tanto desiderato far parte dei devoti del Serpente, e che ormai era morto da tempo. Questi sono gli strani avvenimenti delle nostre Indie Occidentali. Ebbene, Dio si era dimostrato come sempre molto più forte del Serpente. Ero sicuro che non si sarebbero mai più riviste quelle strane manifestazioni. La grottesca visione che dopo tanti anni si era proiettata sul muro, quel toro dall'espressione «quasi umana», dagli occhi patetici e leggermente adombrati da un velo di rimprovero descritto dalla signora Garde, era stato lo stesso che aveva guardato il cupo scozzese che con mano ferma aveva alzato la pistola e aveva mirato in un punto tra gli occhi della bestia. La signora Garde tornò alla sua dimora temporanea, dopo aver beneficiato del suo viaggio per mare. La sua mente era stata presa da altri pensieri, e l'orrore sul muro accanto al ritratto del marito era stato cancellato dalla sua mente. Come previsto, il fenomeno non si ripeté. Naturalmente, la signora Garde si affrettò a chiedere come avessi fatto, e in che modo fossi riuscito a far sì che l'apparizione che aveva distrutto la sua serenità d'animo e la sua felicità non si manifestasse più. Tuttavia io non desideravo spiegarle l'accaduto, e riuscii a evitarlo sempre. La signora Garde apparteneva alla Chiesa Unitaria di Boston, e gli Unitari di Boston tendono a vedere le cose da un punto di vista intellettuale. Non è quindi facile per loro comprendere la natura di pratiche legate alla frequentazione dell'Aldilà, o l'esorcismo delle case, che invece fanno parte dell'ordinaria amministrazione per il buon Reverendo Richardson. Inoltre non ho dubbi circa il fatto che la signora Garde rimase così contenta per la sparizione del fenomeno, che probabilmente lo attribuì a ciò che normalmente viene chiamato «stress visivo». Non vi era nulla che le rammentasse il torello dal muso insanguinato e dagli occhi patetici, che cadeva colpito a morte. Di Otto Andreas Gannett non rimase alcun ricordo a Christiansted.
Quell'inverno trascorremmo molte divertenti serate danzanti e ricevimenti per il tè nella magnifica sala di Casa Gannett. IL CANE MANNARO Jumbee di Henry S. Whitehead Weird Tales, settembre 1926 Il signor Granville Lee, il più Virginiano di tutti i Virginiani, tornò dalla Grande Guerra con un polmone distrutto dall'Yprite, e il suo dottore gli prescrisse di passare un inverno nel clima speziato e dolce delle Antille, le isole minori dell'arcipelago delle Indie Occidentali. Lui scelse una delle isole americane, St. Croix, la vecchia Santa Cruz - l'Isola della Santa Croce - battezzata da Colombo in persona durante il suo secondo viaggio, e famosa in passato per la qualità del suo rhum. Come ultima cosa il signor Lee si rivolse a Jaffray Da Silva per ottenere informazioni precise sulla magia locale. Le informazioni furono accompagnate, dopo due mesi di permanenza, da un generale miglioramento della sua salute, e allora cominciò a considerarle della massima importanza, grazie anche alle prove irrefutabili che aveva avuto circa la persistenza della magia sull'isola. Il contatto con gli usi locali era stato sufficiente a smussare la sua sensibilità ereditaria, e a farlo sentire quasi a suo agio mentre sedeva con il signor Da Silva nella fresca galleria della bellissima casa appartenente a quel gentiluomo, sita all'ombra di una bougainvillea di oltre quarant'anni, un certo pomeriggio. Era il momento delle chiacchiere e del riposo, che va dalle cinque del pomeriggio dall'ora di cena. Una brocca di vetro piena di spumante rum-swizzel era posta sul tavolo tra di loro. «Ma ditemi, signor Da Silva», disse l'americano, mentre sorbiva il secondo bicchiere della fresca bevanda, «lei non ha mai incontrato uno "Jumbee"? Ne ha mai visto uno? Eppure ammette con franchezza di credere nella loro esistenza!» Non era la prima domanda che il signor Lee poneva circa gli Jumbee. Aveva interrogato i piantatori, aveva parlato della questione degli Jumbee con i negozianti di colore, persone intelligenti ed educate, e perfino a Christiansted, l'altra città - più grande - che sorgeva sul lato settentrionale dell'isola. Aveva perfino menzionato l'argomento parlando con un paio di braccianti dei campi di canna da zucchero, neri come il carbone. Infatti era
rimasto abbastanza a lungo sull'isola e poteva finalmente comprendere - in una certa misura - quello strano dialetto che Lafcadio Hearn, in occasione della sua visita a St. Croix molti anni prima, non aveva riconosciuto come «vero inglese»! Delle differenze molto marcate caratterizzavano le risposte che gli erano state date. I piantatori e i negozianti avevano sorriso, chi più chi meno, e avevano risposto che erano stati i Danesi a inventare gli Jumbee, per tenere i loro braccianti dentro casa la notte, in modo che potessero godere di una notte intera di sonno salutare, e per diminuire il rischio di essere depredati del raccolto non ancora maturo. I braccianti che lui aveva interrogato avevano invece alzato gli occhi al cielo ma, siccome la scena accadeva in pieno giorno, avevano abbandonato la loro espressione abitualmente impassibile e gli avevano regalato larghi sorrisi. Avevano inoltre cercato di sottolineare quanto disprezzassero le superstizioni a cui erano soggetti i loro fratelli di colore, e lo avevano assicurato con frasi ambiguamente scelte che lo Jumbee era in realtà un parto dell'immaginazione. Nonostante ciò, il signor Lee non era soddisfatto. Qualcosa mancava: qualcosa di molto interessante, gli pareva. Qualcosa di molto diverso da «Fratello Coniglio» e altre simili storie che avevano popolato la sua infanzia in Virginia. Inoltre, aveva letto un libro sulla Martinica e sulla Guadalupa, quegli antichi gioielli della Corona francese, e non aveva dovuto leggere a lungo prima di imbattersi nella parola «Zombi». Dopo quella volta, almeno, seppe che i Danesi non avevano "inventato" lo Jumbee. Aveva udito parlare vagamente della credenza dei braccianti secondo la quale Sven Garik, che era tornato da poco in Svezia, e Garrity, uno dei piantatori minori ancora sull'isola, erano dei «lupi»! Licantropia e metamorfosi animale, a quanto pareva, facevano parte di quello strano tessuto di leggende locali. Il signor Jaffray Da Silva era per un ottavo di sangue un africano. Quindi, secondo l'uso isolano, era considerato di colore, il che - nelle Indie Occidentali - era molto diverso dall'essere "nero". Il signor Da Silva era stato educato alla maniera europea. Secondo tutti i diritti e gli usi della società delle Indie Occidentali, il signor Da Silva era un gentiluomo di colore, il cui status sociale era chiaro e definito come un cammeo. Quelle isole erano per lo più popolate da persone come il signor Da Silva. Nonostante la differenza del loro status da quello che avrebbero avuto in Nord America, sulle isole godevano di certi vantaggi. Per la mentalità
delle Indie Occidentali, un uomo la cui eredità derivava per sette ottavi dal rango patrizio, con tanto di autentico stemma di famiglia, aveva il diritto di essere trattato di conseguenza. Per questo motivo i molti segretari del signor Da Silva, e tutti coloro che lo conoscevano, lo trattavano con una certa deferenza, gli si rivolgevano dicendo «Signore», e si toglievano il cappello alla maniera europea quando lo incontravano. A questi saluti naturalmente il signor Da Silva rispondeva invariabilmente, anche a quelli provenienti dai più umili, una caratteristica questa che distingue ovunque il vero gentiluomo. «Anche i miei amici ridono, signor Lee», rispose, con un sorriso tollerante, che per un attimo ravvivò il suo melanconico viso color avorio. «Ridono di me, perché ammetto di credere negli Jumbee. È possibile che chiunque abbia una goccia di sangue africano creda nella Magia e cose simili, tuttavia io sembro esserci particolarmente portato! È una questione di esperienza, per quanto mi riguarda, signore, e i miei amici sono liberi di sorriderne, se vogliono. La maggior parte... be', forse in realtà non ammettono di credere in certe cose con la stessa franchezza con cui lo ammetto io!» Il signor Lee sorseggiò il suo swizzel freddo. Aveva sentito parlare di quanto fosse difficile riuscire a far parlare Jaffray Da Silva delle sue esperienze, e sospettava che sotto la squisita cortesia del suo ospite si celasse l'austera fierezza che odia di essere messa in ridicolo, nonostante il suo sorriso denotasse tolleranza. «La prego, proceda, Signore», lo esortò Mr. Lee, il quale era del tutto ignaro di aver scelto proprio la parola che, nel suo paese, era riservata ai gentiluomini di puro sangue caucasico. «Quando ero giovane», iniziò il signor Da Silva, «intorno all'anno 1894, vi era un mio amico danese di nome Hilmar Iversen, che viveva qui in città vicino alla chiesa morava, su quella che la gente locale chiama la collina Foun'Out. Iversen lavorava per il Governo come impiegato, e il suo ufficio era nel Forte. Sulla strada del ritorno a casa, si fermava qui ogni pomeriggio a prendere uno swizzel e a fare due chiacchiere. Eravamo amici, ottimi amici. Lui allora aveva passato da poco la cinquantina, ed era un tipo rubicondo, molto grasso e, come molti di coloro che avevano la sua corporatura, soffriva di cuore. Una notte venne un ragazzo a chiamarmi. Erano le undici, e stavo sistemando la zanzariera sul mio letto, pronto a coricarmi. La servitù era tornata a casa, e così aprii io stesso la porta. Ero in camicia e pantaloni, e in
mano portavo una lampada, per vedere cosa fosse accaduto. O meglio, lo sapevo perfettamente: il messaggero era venuto a informarmi che Iversen era morto!» Mr. Lee si alzò a sedere di scatto. «Come facevate a saperlo?», chiese, con gli occhi sgranati. Mr. Da Silva buttò via i resti della sigaretta. «Alle volte mi capita di sapere in anticipo le cose», rispose, lentamente. «In questo caso, Iversen e io eravamo stati grandi amici da lungo tempo. Avevamo parlato a lungo di magia e di cose del genere, ad esempio di poteri occulti, di manifestazioni soprannaturali, eccetera. È un argomento di conversazione molto comune da queste parti, come avrete notato. Ne sentireste parlare ancora di più se continuaste a vivere qui e adottaste gli usi e la mentalità della gente di quest'isola. Per la verità, signor Lee, Iversen e io avevamo fatto un patto. Colui che sarebbe "partito" per primo, doveva tentare di avvertire l'altro. E vede, signor Lee; io avevo ricevuto l'avvertimento di Iversen meno di un'ora prima. Ero rimasto seduto qui nella galleria fino alle dieci. Stavo seduto proprio sulla sedia in cui vi trovare voi ora. Iversen aveva avuto un attacco cardiaco. Io gli avevo fatto visita proprio quel pomeriggio: aveva lo stesso aspetto di altre volte in cui era stato soggetto a un attacco. Infatti intendeva tornare in ufficio la mattina seguente. Nessuno di noi, ne sono sicuro, aveva pensato che esistesse la possibilità di un improvviso peggioramento della sua salute. Non ne avevamo nemmeno parlato nel nostro accordo. Be', erano circa le dieci, come ho detto, quando a un tratto udii Iversen avvicinarsi attraversando quello spiazzo laggiù, e venire verso la casa lungo il sentiero di ciottoli. Apparentemente era passato attraverso il cancello da Kongensgade - la strada Reale, come viene chiamata oggi - e io sentivo i suoi passi pesanti risuonare chiaramente sui ciottoli. Zoppicava appena. Passo pesante... passo leggero; toc-toc ... toc-toc; era proprio il vecchio Iversen. Non ci si poteva sbagliare. Quella notte non vi era la luna. La mezzaluna calante si sarebbe mostrata circa un'ora e mezza più tardi, ma a quell'ora il giardino era ancora immerso nel buio. Mi alzai dalla sedia e mi avvicinai all'imboccatura delle scale. A dirvi la verità, signor Lee, avevo un vago sospetto - ho una certa predisposizione per queste cose - che non fosse proprio Iversen. Come posso esprimermi? Dentro di me vi era l'idea che si trattasse di lui, venuto a tentare di tener fede al suo accordo, e il mio istinto mi assicurava del fatto che era appena
morto. Non posso dirvi come facessi a saperlo, ma era così, signor Lee. E così attesi, proprio lì, dietro il punto in cui siete ora voi, in cima alle scale. I passi si avvicinavano pian piano. Ai piedi delle scale, nell'ombra dei cespugli di ibisco, era appena meno buio che sul sentiero. Una luce fioca proveniva dalla lampada all'interno della casa. Sapevo che, se era Iversen, sarei stato in grado di vederlo nel momento in cui i passi fossero usciti dalla profonda oscurità che regnava tra i cespugli. Non parlai. I passi si avvicinarono a quel punto, poi lo oltrepassarono. Aguzzai la vista tentando di distinguere qualcosa nel buio, ma non vidi nulla. Allora seppi, signor Lee, che Iversen era morto, e che stava tenendo fede al nostro accordo. Tornai qui e mi sedetti: poi attesi. I passi salirono le scale, quindi procedettero lungo il pavimento della galleria, diritto verso di me. Si arrestarono qui, signor Lee, proprio accanto a me. Io sentivo che Iversen era in piedi accanto a me.» Il signor Da Silva indicò il pavimento con la mano affusolata ed elegante. «All'improvviso, nel silenzio, avvertii i capelli rizzarmisi sul cuoio capelluto, e diventare diritti e rigidi. Sentii dei brividi corrermi lungo la schiena, signor Lee! Tremavo come un uomo febbricitante per la malaria, seduto qui sulla mia sedia. Dissi: "Iversen, ora capisco! Ho paura!". Sbattevo i denti come fossero castagnole, signor Lee. Continuai: "Iversen, vattene, per favore! Hai tenuto fede al nostro accordo. Mi dispiace di mostrare tanta paura, ma la carne è debole! Non ho paura di te, vecchio amico, ma tu cerca di capirmi! Non è una paura normale: la mia mente è a posto, Iversen, ma ho un attacco di panico, quindi ti prego di andartene, amico mio". Fino a che non avevo parlato rivolto a Iversen, come le avevo detto, signor Lee, era regnato il più perfetto silenzio: infatti i passi si erano arrestati poco lontano dal punto in cui ero seduto. Ma, quando pronunciai quelle parole e chiesi al mio amico di andarsene, avvertii distintamente che si allontanava, e seppi che aveva compreso il senso di quanto dicevo! Improvvisamente, signor Lee, era come se quei passi non ci fossero mai stati, e lei può comprendere in che senso. È difficile da esprimersi a parole. Immagino che, se fossi stato uno dei braccianti, a quel punto mi sarei trovato a metà strada tra qui e Christiansted, ma non ero tanto spaventato da non riuscire a sopportare la situazione. Dopo aver ripreso il controllo di me stesso, e quando non ebbi più la pelle d'oca e i brividi ebbero smesso di corrermi su e giù per la schiena, mi al-
zai, sentendomi molto stanco, signor Lee. Era stata un'esperienza assai faticosa. Entrai in casa a bere un bel bicchiere di brandy francese: mi sentii subito meglio, mi sentii di nuovo me stesso. Presa una lanterna, l'accesi, poi mi avviai lungo il sentiero diretto al cancello che dava sulla Kongensgade. Vi era una sola cosa che volevo vedere laggiù in fondo al giardino. Volevo assicurarmi che il cancello fosse chiuso. E infatti così era. Quella grande sbarra di ferro che lei ha visto, era al suo posto. È stata usata per chiudere quel vecchio cancello fin dal Diciottesimo Secolo, immagino. Non avevo pensato che qualcuno avesse veramente aperto il cancello, ma ora lo sapevo per certo. Non vi erano orme sul sentiero di ciottoli, signor Lee. Guardai bene: i segni lasciati dalla scopa di saggina dello sguattero dopo aver chiuso il cancello erano intatti. Ero soddisfatto e non più spaventato, neanche un po'. Tornai qui, mi sedetti, e pensai alla mia lunga amicizia con il vecchio Iversen. Mi sentii molto triste sapendo che non lo avrei mai più rivisto da vivo. Non si sarebbe mai più fermato da me a bere uno swizzel e a fare due chiacchiere. Intorno alle 11 entrai in casa e, stavo per coricarmi, quando sentii bussare alla porta d'ingresso. Vede, Mr. Lee, io già sapevo cosa significava. Andai ad aprire in camicia e calzoni, scalzo, con la lampada in mano. Non avevamo la luce elettrica, allora. Alla porta trovai il servo di Iversen, un giovanotto di circa diciotto anni. Era mezzo addormentato, e molto scosso. Mi guardò e non disse nulla. "Cosa c'è, ragazzo?", gli chiesi. "Signora Iversen mi ha mandato da lei, Signore. Per favore venire a casa; signor Iversen morto." "A che ora è morto, ragazzo; lo sai?" "Io no riuscito vedere che ora era, Signore. Madama Iversen venire svegliare me dove io dormire in stanza sul retro, Signore, e mandato a chiamare voi... Io penso lui morto un'ora fa, Signore." Mi rimisi le scarpe e gli altri vestiti, poi presi un bastone da passeggio marca St. Kettis Supplejack - gliene procurerò uno: è uno di quei bastoni da passeggio di legno di vite, molto utili nelle notti scure - e mi diressi verso Casa Iversen con il ragazzo. Quando giunsi vicino alla chiesa morava, vidi qualcosa sulla strada di fronte a noi, sul ciglio della strada. Erano più o meno le undici e un quarto, e le strade erano deserte. Quello che vidi mi incuriosì e volli fare una prova. Mi arrestai, e dissi al ragazzo di correre avanti e di dire alla signora I-
versen che sarei stato lì a momenti. Il ragazzo prese a trottare in avanti. Era un negro di razza pura, signor Lee, ma passò accanto a quello che io avevo visto senza neppure notarlo. Virò leggermente per evitarlo, e credo che forse in quel punto allungasse leggermente il passo, ma fu tutto.» «Cosa avevate visto?», chiese il signor Lee, interrompendo la narrazione. Aveva parlato con il fiato sospeso: il suo polmone sinistro non era ancora del tutto guarito. «Il Jumbee appeso», rispose il signor Da Silva, con il suo solito tono di voce. «Sì! Lì sul ciglio della strada vi erano i tre Jumbee. Vengono nominati nella Storia di Stewart McCann. Forse lei ha letto quel libro, vero?» Il signor Lee assentì, e il signor Da Silva recitò: «"Lì rimasero appesi, e nessun piolo di scala ne sosteneva i piedi penzolanti nel vuoto". «E c'è un'altra strofa nella Storia», riprese, sorridendo, «che descrive un tipico gruppo di Jumbee Appesi: "Una giovane, un ragazzo e una megera". Be', vi era il prescritto numero di Jumbee, che parevano penzolare nell'aria. Non vi era molta luce, ma riuscii a distinguere un ragazzo di circa dodici anni, una ragazza, e una vecchia rinsecchita, alla quale l'autore della Storia di Stewart McCann si riferiva con la parola "megera". A questo proposito, signor Lee, fu lui stesso a informarmi del fatto che aveva dato due piedi ai suoi Jumbee più che altro per esigenze metriche: una licenza poetica! Gli Jumbee Appesi non hanno piedi. È una delle loro caratteristiche. Le loro gambe terminano all'altezza delle caviglie. Hanno gambe sproporzionatamente lunghe e molto magre, gambe africane. Sono sempre neri, sapete? I loro piedi - quando ne hanno - sono sempre nascosti da una specie di nebbia che giace sul terreno ovunque li si veda. Si muovono di sbieco e ancheggiano, come fa un vero africano spostando il peso su un piede solo per far riposare l'altro oppure si grattano la caviglia che ne sostiene il peso con le dita dell'altro piede. Non dondolano come se pendessero da una corda: non è questo il significato del loro nome. Non ruotano sul loro asse. Ciò che è caratteristico è il fatto che fronteggiano sempre colui che si avvicina... sempre... Avanzai lentamente e li oltrepassai; e quelli mi fronteggiavano sempre. Ci sono abituato... Dopo essere salito lungo le scale della casa fino alla galleria sulla faccia-
ta, trovai la signora Iversen che mi aspettava. Vi era anche sua sorella con lei. Rimasi seduto con loro per quasi un'ora. Arrivarono anche due vecchie negre che erano state chiamate dalla campagna. Queste vecchie vengono chiamate a preparare i morti per la sepoltura. Poi convinsi le signore a ritirarsi, e mi accinsi a rincasare anch'io. Era passata da poco la mezzanotte: da circa un quarto d'ora. Presi il mio cappello dalla cappelliera su cui erano appesi tre o quattro cappelli appartenenti al povero Iversen, poi afferrai il bastone da passeggio, uscii dalla porta, e mi trovai nel piccolo loggiato in cima alle scale. Ci sono circa dodici o tredici gradini che portano dal loggiato alla strada. Mentre cominciavo a scendere, mi accorsi che una terza vecchia era seduta, tutta rannicchiata, sull'ultimo gradino, e mi volgeva le spalle. Pensai subito che doveva essere una compagna delle altre due; una delle preparatrici dei morti. Immaginai che forse aveva avuto paura a rimanere sola nella loro catapecchia, e quindi che le avesse accompagnate fino in città - sono come bambini per certi aspetti - poi, sentendosi troppo umile per poter entrare in casa, si fosse seduta ad aspettare sul gradino, e si fosse addormentata. Avrete certamente sentito quel proverbio, vero? Ce n'è uno che si adatta perfettamente alla situazione che mi ero prefigurato: "Lo scarafaggio non porta gli stivali che scricchiolano quando entra nel pollaio!". Significa: "Sii riservato quando sei in presenza dei tuoi superiori!". Piuttosto curioso! Povere donne! Cominciai a scendere i gradini e mi avvicinai alla vecchia. Una piccola falce di luna era salita in cielo mentre ero ancora seduto con le signore e, grazie a quella luce, tutto aveva l'aria ben definita e chiara. Vedevo la vecchia con la stessa nitidezza con cui vedo voi, signor Lee. Infatti vedevo il viso di quella povera creatura mentre scendevo le scale e intanto tentavo di trovare in tasca una monetina per dargliela: per il tabacco e lo zucchero, come si dice da queste parti! E mi chiedevo, nel frattempo, come mai non si fosse ancora alzata in piedi per fare uno di quegli strani piccoli inchini: "Lo scarafaggio si inchina alle galline", dice un vecchio proverbio. Pareva che la vecchia fosse caduta in un sonno profondo: infatti non si era mossa affatto, benché in circostanze normali avrebbe dovuto sentirmi. La notte era molto quieta, e la gente di qui ha un udito straordinariamente fine, come quello di un cane o di un gatto. Ricordo bene la fragranza che si levava dalle tuberose della signora Iversen piantate nei vasi sulla ringhiera
del loggiato, che si spandeva come un ruscello nella notte, "dando il benvenuto alla luna"! Era un profumo intensissimo. Signor Lee, quando mi voltai nuovamente a guardare lungo quelle scale dopo quello che fu poco più di un quinto di secondo di disattenzione, la vecchia negra rannicchiata sull'ultimo gradino, apparentemente addormentata, era sparita! Era svanita nel nulla! Inoltre, signor Lee, un piccolo cagnolino bianco, grande quanto un barboncino francese, stava salendo di corsa le scale e mi veniva incontro. Ad ogni saltello, ad ogni passo in avanti, il cane diventava più grande. Pareva ingigantirsi sotto i miei occhi. A quel punto cominciai ad avere veramente paura: ero letteralmente terrorizzato. Capivo che, se quell'"animale" fosse riuscito a toccarmi, sarei morto, di una morte assolutamente certa. La vecchietta era una "sheen"... chien, naturalmente. Lei avrà sentito parlare della licantropia - la trasformazione da uomo in lupo - naturalmente. Ebbene, quella era una delle forme in cui il fenomeno si manifesta. Non so che nome abbia. "Caninotropia", forse. Non lo so, ma è qualcosa... qualcosa di imparentato con la licantropia, un cugino di secondo grado in linea retta, signor Lee. La vecchia era un Cane-Mannaro! Naturalmente non ebbi il tempo per pensare, per cui dovetti affidarmi al mio istinto. Brandii il bastone da passeggio con tutta la forza di cui ero capace, e percossi con violenza la testa della bestia. A quel punto essa si trovava solo a un passo da me, e potevo vedere la debole luce lunare brillare sulla bava che le pendeva dalle fauci. In quell'attimo mi pareva grande quanto un cane di medie dimensioni: della taglia di un lupo, signor Lee, e di un colore bianco mortifero. Ero disperato, e la forza con cui lo colpii mi fece perdere l'equilibrio. Non caddi, ma mi ci vollero un paio di secondi per rimettermi in piedi. Quando sentii di nuovo la terra sotto i piedi, mi guardai attorno disperatamente, da tutte le parti, in cerca del "cane". Ma anch'esso, come la vecchia, era scomparso. Mi guardai attorno con pensieri che potete ben immaginare dopo una simile esperienza, alla luce chiara e fioca della luna. Per diversi metri attorno alla base delle scale non vi era un solo punto - nemmeno un buco - in cui il "cane" o la vecchia potevano essersi nascosti. Né vi era sul loggiato, largo solo pochi metri, e che era poco più di un pianerottolo. Poi mi giunse all'orecchio, ormai reso fino dalle esperienze di quella notte, un suono proveniente dalla piantagione che si stendeva sul retro della casa di Iversen: il suono attutito di piedi nudi. Qualcuno... qualcosa... stava
correndo disperatamente verso l'entroterra dell'isola, verso le colline, per rintanarvisi. Poi, alle mie spalle, le due vecchie incaricate di preparare il corpo di Iversen per il funerale, corsero fuori dalla casa. Erano molto scosse e gridavano concitatamente, senza che riuscissi a capirle. Dovrò darvi un'idea del loro modo di parlare. "O, Il Buon Dio vi protegga, Mister Jaffray, Signore... il Joombie, il Joombie! La 'Sheen', Mister Jaffray! Lui andato, Signore?" Rassicurai le povere vecchie, e ritornai verso casa.» Il signor Da Silva interruppe improvvisamente il racconto. Lentamente cambiò posizione, poi prese una sigaretta e l'accese. Il signor Lee rimase in un silenzio assoluto, e non si mosse. Il signor Da Silva riprese il discorso con calma. «Vedete, signor Lee, io credo che le Indie Occidentali siano diverse da ogni altro posto al mondo. L'ho affermato molte volte, benché non abbia mai lasciato le isole, tranne una volta da giovane, quando visitai Copenhagen. Le ho detto esattamente quel che accadde quella sera particolare.» Il signor Lee emise un sospiro. «La ringrazio, signor Da Silva, la ringrazio di cuore», mormorò soprapensiero, e si apprestò ad alzarsi in piedi. Il suo orologio militare indicava le sei. «Prendiamo assieme del swizzel fresco, almeno, prima che ve ne andiate», propose il signor Da Silva. «Da queste parti c'è un detto: "Un uomo non può viaggiare con una gamba sola!" Forse lo avete già sentito.» «L'ho sentito», rispose il signor Lee. «Knud, Knud! Mi senti, ragazzo? Knud: di' a Charlotte di spezzare un altro blocco di ghiaccio... Hai sentito? Fai presto!», ordinò il signor Da Silva. LA TIGRE MANNARA The Were-Tiger di Hugh Clifford The Further Side Of Silence, 1927 Anima morta prima che la vita finisca, Corpo che è corpo d'una Bestia, dotato di un cervello umano che osa e progetta, Eccomi pronto al banchetto!
Strappo, sbrano e uccido coi denti, gli artigli e le mascelle, e mi aggiro all'alba coi sensi all'erta, avvertendo persino quando cambia il vento. Anima che languisce nell'angoscia eterna, la tua vita è breve, quindi sarà meglio che tu ti affretti prima che le Forze del Male ti trascinino all'inferno. Il canto del Loup-Garou Se chiedete un'opinione sull'argomento a quella stimabile associazione di sapienti che è la Società per la Ricerca del Soprannaturale, essi vi risponderanno che il fatto che in ogni età si sia creduto ai fantasmi, alla magia e alle streghe, è già un elemento sufficiente per giustificare queste cose, e anzi, a rendere estremamente probabile la loro esistenza. Non sta certo a me o a quelli come me mettere in discussione l'opinione di questi saggi dell'Occidente, ma se i fantasmi, gli spettri, le streghe e i posseduti debbono esser dati per veri sulla base di questa osservazione, allora mi sia consentito, per lo stesso motivo, di sostenere la causa del Loup Garou, della Tigre Mannara e di tutta la loro famiglia sanguinaria. Ovunque ci siano bestie selvagge che predano i figli dell'uomo, si annida la credenza che i peggiori mangiatori di uomini, i più rapaci, siano proprio gli esseri umani stessi, che abbiano assunto temporaneamente una forma animale grazie alla Magia Nera, per soddisfare la loro inestinguibile sete di sangue. Questa credenza cerca di spiegare la grandissima sete di sangue di una bestia facendone risalire l'origine a un essere umano, e sembrerebbe basarsi su una constatazione molto cinica del carattere sanguinario della nostra specie. L'uomo, sia bianco che scuro, sia giallo che nero, ha trovato ognuno per strade diverse la stessa spiegazione del medesimo fenomeno. Tutte le razze umane approvano quindi quel proverbio malese, il quale dice che siamo tutti come il pesce toman, che preda i propri simili. Questa opinione, che è generalmente accettata, sembra credibile proprio per il fatto che non è per nulla lusinghiera nei confronti di coloro che l'hanno formulata. La gente ignorante e volgare potrebbe pensare che essa è il fondamento della credenza di cui sto parlando, se non vi fosse anche il verdetto di quella Società per la Ricerca del Soprannaturale di cui vi parlavo
poc'anzi. Inchinandoci di fronte a tale autorità, dobbiamo accettare il Loup Garou e tutta la sua genìa come realtà incontestabili. Non dobbiamo quindi attribuire il Loup Garou - come invece abbiamo teso a fare - a una paura mortale delle bestie selvagge unita alla conoscenza approfondita degli aspetti spiacevoli della natura umana primordiale. I dotti europei che vivono in una terra dove persino la natura, ove possa esser vista dalle case, reca i segni profondi dell'azione dell'uomo, tendono a pensare che l'Età della Superstizione è stata ormai relegata nella soffitta del passato. Di tanto in tanto si risvegliano da questi pensieri, quando una strega viene torturata in una capanna da un bog (mostro simile ad un orso) irlandese; ma nemmeno un tale fatto che si verifica così vicino alle loro case basta per far loro uscire di mente del tutto questa opinione preconcetta. Il vero problema è che non riescono a liberarsi dall'idea che il mondo è tutto popolato di dotti europei come loro, e da qualche altra persona di minore importanza. Non si rendono conto che numericamente essi non sono che una goccia nel mare dell'umanità. Ma, d'altra parte, è possibile sapere una cosa molto bene, ma non rendersene nemmeno conto. Così, si sono formati questa opinione del tutto sbagliata. Infatti, in realtà, l'Età della Superstizione dura oggi come quando negli anni passati le streghe venivano bruciate a Smithfield, oppure morivano coi polmoni pieni d'acqua, legate a una panca che veniva immersa nell'acqua. Nelle zone più remote della penisola malese viviamo ancora nel Medio Evo, e conserviamo tutte le connotazioni proprie dei Secoli Bui. La magia e gli spiriti maligni, la stregoneria, le fatture e i filtri d'amore, gli amuleti e gli incantesimi, costituiscono per l'indigeno una realtà di vita quotidiana, come lo sono il miracolo della crescita del riso e i misteri della riproduzione delle specie. Questo non solo dev'essere noto, ma accettato, sia come teoria che come fatto, se si vuole capire e apprezzare la visione della vita degli indigeni. I racconti del Fantastico e del Soprannaturale provocano interesse e paura in un malese, ma certo non sorpresa. Ogni malese sa che in passato sono accadute cose strane, e continuano a succedere ogni giorno a lui e ai suoi compagni. Ad alcuni capita di essere colpiti da un fulmine, mentre altri scampano indenni; accade inoltre che alcuni facciano delle strane esperienze, mentre altri vivono e muoiono senza essere mai toccati dal Sopran-
naturale. Nella percezione del malese, i due casi sono del tutto paralleli e, sebbene possano essere entrambi un argomento di discussione, e provocare paura e sbigottimento, nessuno dei due può essere considerato un fenomeno senza precedenti, tale da provocare sorpresa e meraviglia. Quindi, per un indigeno, l'esistenza del Loup Garou malese è un fatto, non una semplice credenza. Il malese sa che è una realtà. Se ci fosse bisogno di prove, se ne potrebbero trovare moltissime: la testimonianza di uomini assennati le cui parole, pronunciate in un tribunale, convincerebbero anche la giuria più ostinata a emettere una condanna, e sarebbero più che sufficienti a far impiccare anche il più innocente degli imputati. I Malesi sanno bene che Haji Abdallah, indigeno del piccolo stato di Korinchi a Sumatra, fu trovato nudo in una trappola per le tigri, e tornò libero solo dopo aver risarcito il prezzo dei bufali che aveva sbranato dopo aver assunto le sembianze di una tigre. Sanno che innumerevoli uomini di Korinchi hanno vomitato piume dopo aver mangiato dei polli, anch'essi dopo aver assunto le sembianze di una tigre. Altri uomini della stessa razza hanno abbandonato vesti e masserizie sul ciglio della strada per lanciarsi nella boscaglia, dalla quale poco dopo usciva una tigre. I Malesi sanno che tutti questi fatti sono successi, e continuano ad accadere anche oggi nella terra in cui vivono. Di fronte a queste prove schiaccianti e evidenti, le vuote assicurazioni dei dotti europei che le Tigri Mannare non esistono e non sono mai esistite, non fanno che provocare derisione e una certa dose di disprezzo. La Valle Stretta si trova fra le colline che dividono Pahang da Perak. È popolata da Malesi di diverse razze. Vi sono i Rawa e i Menengkabau di Sumatra, gente che usa titoli altisonanti e vanterie per nascondere la sua estrema povertà. Vi sono i Perak che vengono dalla ridente Valle Kinta, che cercano metalli o diventano bravi commercianti. C'è gente fuggita da Pahang, che si è stabilita da tempo in questa zona, e la feccia di Giava, di Sumatra e della Penisola. Fu in questo luogo che udii il racconto sulla Tigre Mannara che qui riporto. Mi fu raccontato da Penghulu Mat Saleh, che a quel tempo era, e forse lo è ancora, il capo di questa varia umanità. Qualche anno fa giunse nella Valle Stretta un mercante Korinchi chiamato Haji Ali con i suoi due figli, Abdulrahman e Abas. Come usa fare quella gente, giunsero con un pesante carico di sarong - il costume o perizoma degli indigeni - attraversando la foresta e i villaggi in fila indiana. Vendevano la loro merce agli indigeni del luogo, con dei trucchi astuti e mercanteggiando senza pietà.
Benché fossero venuti per commerciare, rimasero anche dopo che ebbero venduto tutto, perché ad Haji Ali quel luogo piaceva. Comprò un pezzo di terra, e si mise all'opera con i suoi due figli piantando noci di cocco e riso. Era gente beneducata e tranquilla che andava alla moschea ogni venerdì per le preghiere collettive e, siccome erano ricchi, furono subito benvoluti dai loro vicini più poveri. Così accadde che, quando Haji Ali fece sapere che desiderava prendere moglie, ci fu un certo trambusto fra i genitori di ragazze da marito e, benché egli avesse ormai superato la mezza età, Haji Ali ebbe diverse proposte fra cui scegliere. La ragazza che scelse si chiamava Patimah. I suoi genitori erano poveri contadini che si guadagnavano da vivere coltivando i campi in uno dei villaggi confinanti. Era una fanciulla graziosa, grassoccia e rotonda, di carnagione chiara. Aveva un viso felice che avrebbe rallegrato suo marito, e delle dita abili per servirlo. Fu pagata la dote, e per l'occasione fu dato un banchetto di dimensioni proporzionate alle ricchezze di Haji Ali. Dopo che fu trascorso un tempo conveniente, la sposa fu portata alla casa di suo marito, fra i frutteti e le palme. Di solito, in quei paesi è tradizione che lo sposo rimanga in casa del suocero per molto tempo dopo il matrimonio, ma Haji Ali possedeva già una bella casa di vimini e fango, dipinta di bianco e di nero e con un tetto di paglia spessa. Inoltre, Haji Ali aveva sposato la figlia di un povero, quindi poteva dettare condizioni sia a lei che ai genitori. La fanciulla obbedì abbastanza volentieri: in fondo lasciava la povertà per la ricchezza, una misera capanna per una bella casa. Avrebbe inoltre lasciato i genitori che sapevano come farla lavorare fino a consumare anche l'ultimo briciolo di forze che aveva, per unirsi a un marito che sembrava gentile, indulgente e generoso. Nonostante ciò, tre giorni più tardi fu vista battere i pugni sulla porta dei suoi genitori all'alba: tremava, aveva i capelli in disordine e gli abiti zuppi della rugiada che bagnava gli sterpi tra i quali aveva corso. Aveva gli occhi dilatati dall'orrore, ed era pazza di paura. La storia che raccontò - il primo atto del dramma della Tigre Mannara di Valle Stretta - era questa, anche se non cercherò di ripetere le parole o il tono in cui lei la raccontò, a tratti e fra i singhiozzi, ai propri genitori sbigottiti. La ragazza era giunta nella casa di Haji Ali, dove egli abitava con i suoi
figli, Abdulrahman e Abas, e tutti erano stati molto cortesi e gentili con lei. Il primo giorno aveva cucinato male il riso e, benché i due giovani si fossero lamentati, Haji Ali non l'aveva rimproverata: lei, invece, si aspettava di essere picchiata, cosa che sarebbe successa a molte altre mogli in un caso simile. Non aveva nulla da lamentarsi per ciò che riguardava la gentilezza usatale da suo marito, ma nonostante ciò era fuggita dalla sua casa, e i suoi genitori, disse, potevano anche «impiccarla, venderla in terra straniera, farla bruciare ai raggi del sole, immergerla nell'acqua o arderla col fuoco», ma non sarebbe mai tornata da un uomo che era una Tigre Mannara e andava a caccia di notte. Tutte le sere, dopo la preghiera, Haji Ali usciva con un pretesto e non tornava che un'ora dopo l'alba. Per due volte non si era accorta del suo ritorno perché lo aveva visto steso accanto a lei sulla stuoia. Ma la terza sera era rimasta sveglia finché un rumore le disse che suo marito si stava avvicinando. Si era allora affrettata a togliere la sbarra dalla porta, che aveva abbassato non appena Abas ed Abdulrahman si erano addormentati. La luna era coperta da una nuvola e la sua luce era fioca, ma Patimah vide chiaramente qualcosa che l'aveva fatta impazzire di terrore. Sull'ultimo piolo della scala che in quella casa, come in tutte le case malesi, portava da terra alla porta d'ingresso, c'era la testa di una tigre adulta. Patimah aveva visto le strisce nere smagliarsi sul pelo, le vibrisse diritte, i denti lunghi e crudeli, e la luce verde e feroce negli occhi della bestia. Due zampe rotonde con gli artigli lunghi e ricurvi, in parte retratti, erano posate sul piolo ai due lati della testa del mostro. La parte inferiore del corpo della tigre era così corto che alla ragazza sembrò il corpo di un uomo. Patimah, con la tigre a circa un metro da lei, rimase imbambolata a fissare l'animale, paralizzata dal terrore e incapace di urlare. Vide quella creatura trasformarsi piano piano ai suoi piedi. Come un'onda provocata dal vento percorre lentamente uno specchio d'acqua, così il muso della tigre mutò, finché la fanciulla vide il volto di suo marito emergere dal muso della bestia, come la faccia di un tuffatore che torna a galla. Un attimo dopo, Patimah vide che Haji Ali stava salendo la scala per entrare a casa, e l'incantesimo che l'aveva immobilizzata si ruppe. La prima cosa che fece dopo aver riacquistato il controllo dei sensi, fu di lanciarsi fuori dalla casa, passando accanto a suo marito, e gettarsi nella giungla che circondava la casa. I Malesi non amano camminare soli nella giungla nemmeno in pieno giorno, e in una situazione normale non sarebbe stato possibile convincere
una donna a farlo. Ma Patimah era folle di paura per ciò che aveva lasciato dietro di sé e, benché fosse sola, la luce della luna fosse fioca, e l'alba ancora lontana, preferiva il ventre oscuro della foresta alla casa di suo marito, la Tigre Mannara. Così si fece largo nella boscaglia, strappandosi le vesti e le carni, inciampando nei rampicanti e nei tronchi nascosti, e inzuppandosi completamente con la rugiada che cadeva dalle foglie e dall'erba che toccava. Poco prima dell'alba, come ho detto, raggiunse la casa di suo padre, e lì raccontò la sua strana avventura. La notizia di ciò che era accaduto si sparse presto di villaggio in villaggio, e i genitori delle ragazze da marito, che erano stati delusi dalla scelta di Haji Ali, gioirono ed ebbero cura di dire alla mamma e al papà di Patimah di aver sempre saputo che sarebbe accaduto qualcosa del genere. Haji Ali non fece nulla per riprendersi sua moglie, un fatto questo che i suoi vicini presero come una conferma della storia di Patimah: cominciarono infatti ad evitare lui e i suoi figli, al punto che questi presto furono costretti a vivere quasi completamente isolati. Ma l'atto finale del dramma della Tigre Mannara della Valle Stretta doveva ancora avere luogo. Una notte, un bufalo giovane e robusto, di proprietà di Penghulu Mat Saleh, il Capo, fu ucciso da una tigre, e il proprietario, senza farne parola a nessuno, sistemò sopra la carcassa un ingegnoso fucile a molla. Dei fili erano stati messi in modo che, se la tigre fosse tornata per finire il suo pasto, che aveva iniziato con un paio di morsi frettolosi ai quarti posteriori della vittima, sarebbe stata sicuramente ferita o uccisa dai proiettili e dai bulloni con i quali Penghulu aveva caricato l'arma. La notte seguente, un paio d'ore prima dell'alba, uno sparo risuonò nella quiete della foresta, informando Penghulu Mat Saleh che qualche bestia aveva toccato i fili della trappola. Probabilmente si trattava della tigre ma, se era stata ferita, non era consigliabile andarla a cercare al buio. Così, Penghulu Mat Saleh aspettò l'alba. Un villaggio malese si sveglia poco dopo l'alba. Appena c'è abbastanza luce per vedere dove si mettono i piedi, le porte delle abitazioni si aprono una ad una, e gli abitanti del villaggio ne escono avvolti fino al mento nei sarong o nei lenzuoli. Si dirigono alla sponda del fiume per fare le abluzioni del mattino, oppure si fermano semplicemente in riva al fiume, con lo sguardo fisso nel vuoto, figurine nere che si stagliano contro la rossa aurora malese. Solo quando il sole comincia a levarsi in cielo, le abluzioni
sono state fatte con attenzione, e il sonno del mattino ha ormai abbandonato le palpebre, la gente del villaggio comincia a occuparsi delle faccende giornaliere. Penghulu Mat Saleh quel giorno si alzò e si comportò come ogni mattino prima di radunare un gruppo di Malesi che lo aiutassero a cercare la tigre ferita. Non fu difficile trovare degli uomini disposti a dividere con lui l'emozione di quell'avventura e, poco dopo, si mise in marcia col suo gruppo di quasi una dozzina d'uomini malvestiti, armati di due fucili e di parecchie lance e kriss. Giunsero nel punto in cui era stata preparata la trappola, e videro che senza alcun dubbio la tigre era tornata a mangiare la sua preda. C'erano le impronte ancora fresche delle sue grosse zampe. Inoltre, accanto alla carcassa del bufalo, c'era un punto in cui la terra era smossa e l'erba era macchiata abbondantemente di sangue: lo sparo era andato a segno. Penghulu Mat Saleh e i suoi uomini si misero subito sulle tracce della tigre ferita. Non era difficile, poiché l'animale camminava su tre zampe, trascinandosi dietro l'arto ferito e inservibile. Di quando in quando, trovavano un grumo di sangue che si stagliava rosso fra le foglie e l'erba zuppa di rugiada. Tuttavia, Penghulu e i suoi uomini procedevano lentamente e con molta cautela. Sapevano che una tigre ferita non è mai una bestia con la quale si potrebbe far giocare un bambino, e sapevano anche che, nonostante camminasse solo con tre gambe, poteva ugualmente portare con sé nel mondo delle tenebre un buon numero di esseri umani. Le tracce attraversavano la boscaglia in cui era stata messa la carcassa del bufalo e poi s'inoltravano in una zona di giungla che costeggiava il fiume per qualche centinaio di metri sopra il villaggio di Penghulu Mat Saleh, e correva fino a Kaala Chin Lama, una mezza dozzina di miglia più avanti. La tigre si era inoltrata in quel tratto di giungla e aveva risalito il fiume. Dopo circa mezzo miglio, aveva imboccato uno stretto sentiero. Quando Penghulu Mat Saleh giunse al sentiero, si fermò e si rivolse alla sua gente. «Fratelli, sapete dove conduce questo sentiero?», chiese loro, sussurrando. Gli uomini assentirono col capo, senza dir nulla. Era sufficiente uno sguardo per capire quanto fossero ansiosi e a disagio. «Cosa ne pensate?», disse poi Penghulu. «Continuiamo a seguire questa traccia?»
«Come desideri, Penghulu», disse l'uomo più anziano del gruppo, parlando per tutti. «Noi ti seguiremo ovunque tu vada.» «Molto bene!», disse Penghulu. «Andiamo, dunque!» Dopo queste poche parole sussurrate, non ve ne furono altre, e il gruppo ricominciò a seguire la traccia con prudenza raddoppiata. Il sottile sentiero percorso dalla tigre ferita, conduceva verso la sponda del fiume, e poco dopo apparve fra gli alberi l'alta palizzata di bambù e fango di una casa indigena. Penghulu Mat Saleh indicò la palizzata. Non disse altro che «guardate!», poi il gruppo riprese il cammino, sempre sulle tracce della tigre, seguendo le gocce rosse sull'erba. Le macchie di sangue li condussero al cancello della palizzata, e poi al laman, o spazio aperto di fronte alla casa. Le tracce della tigre zoppicante finivano in un punto in cui i fili dell'erba lalang erano stati schiacciati da qualcosa di pesante. Nello stesso punto c'era una vera e propria pozza di sangue. Nessuna traccia si dipartiva da quel punto, tranne quelle di esseri umani che avevano calpestato l'erba che copre la terra in qualsiasi terreno recintato malese. Penghulu Mat Saleh disse di nuovo: «Guardate! Andiamo: saliamo in casa». Così dicendo, cominciò a salire la scala dell'abitazione di Haji Ali e dei suoi due figli Abas ed Abdulrahman, dalla quale uno o due mesi prima Patimah era fuggita nottetempo con gli occhi pieni di una paura mortale, sulle labbra il racconto sconnesso di una strana vicenda. Penghulu Mat Saleh e i suoi uomini trovarono Abas seduto a gambe incrociate nell'appartamento esterno, intento a preparare un infuso di noce di betel con cura meticolosa. Gli ospiti si sedettero sulle stuoie e, dopo aver recitato i saluti di rito, Penghulu Mat Saleh disse: «Sono venuto per vedere tuo padre. È in casa?». «È in casa», disse Abas, laconico. «Se è così, vorrei rendergli noto che desidero parlargli.» «Mio padre è malato», disse Abas con aria grave, e a quelle parole fra la gente di Penghulu Mat Saleh corse un brivido di eccitazione. «Cos'è quella chiazza di sangue fra l'erba lalang davanti alla casa?», chiese Penghulu con aria di voler conversare, dopo una breve pausa. «Ieri sera abbiamo ucciso una capra», rispose Abas. «Abas, ne hai la pelle?», chiese Penghulu. «Perché sto cambiando la pelle ai miei tamburi, e vorrei comprarla.» «La pelle era rognosa, e l'abbiamo gettata nel fiume», disse Abas.
«Cos'ha tuo padre, Abas?», chiese Penghulu, tornando alla carica. «È malato», disse improvvisamente una voce proveniente dalla porta chiusa da una tenda che conduceva all'appartamento interno. La voce apparteneva al figlio maggiore, Abdulrahman. In mano teneva una spada e, mentre pronunciava queste parole con l'accento duro e rasposo della gente Korinchi, una brutta espressione si impossessò del suo viso. Sempre stando in piedi accanto alla porta, disse: «È malato, Penghulu, e il rumore delle tue parole lo disturba. Vuole dormire e stare tranquillo. Esci da questa casa, poiché egli non può riceverti. Da' ascolto a queste mie parole!». I modi e le parole di Abdulrahman erano così rudi e pieni di sfida, che Penghulu capì che doveva scegliere tra uno scontro, che avrebbe sicuramente prodotto uno spargimento di sangue, e una ritirata in tutta fretta. Era un uomo vecchio e mite, e riceveva uno stipendio mensile dal governo di Perak. Inoltre, sapeva bene che gli uomini bianchi che reggevano le sorti di Perak erano contrari agli omicidi e al sangue, anche se la persona uccisa era un mago o il figlio di un mago. Quindi, decise che sarebbe stato meglio battere in ritirata. Mentre scendevano la scala che era fuori dalla porta, Mat Takir, uno degli uomini di Penghulu, lo tirò per la manica e indicò un punto sotto la casa. Proprio sotto il punto in cui si poteva pensare giacesse su una stuoia malato Haji Ali, la terra era macchiata da una chiazza rossa di circa quindici centimetri di circonferenza. I pavimenti delle case malesi sono fatti di doghe di legno o di bambù parallele e leggermente spaziate. Ciò è molto comodo perché così tutta la zona sotto la casa può essere usata per gettare liquidi o rifiuti in generale. Quella macchia rossa sembrava sangue, e non solo: poteva sembrare il sangue di qualcuno all'interno della casa, di una ferita che era stata lavata e medicata di recente. Poteva anche essere il succo rosso della noce di betel, sebbene le macchie di questa noce raramente siano così grandi. Ma di qualsiasi cosa si trattasse, Penghulu e i suoi uomini non ebbero occasione di esaminarla più da vicino, perché Abdulrahman e Abas li seguirono fin fuori dal recinto, e poi sbarrarono il cancello. Poi Penghulu andò a raccontare la sua storia all'Ufficiale del Distretto, l'uomo bianco che era il responsabile della zona della Valle Stretta. Ci andò di malavoglia, poiché gli europei sono scettici riguardo a tali storie. Al suo ritorno, circa cinque giorni più tardi, trovò che Haji Ali era sparito, portando con sé i suoi figli. Erano fuggiti sul fiume di notte, senza avvertire nessuno della loro partenza. Non avevano raccolto le messi dei campi,
che ora erano mature, né avevano venduto la casa e il terreno circostante, che erano stati comprati con denaro sonante, «dollari dei più bianchi», come direbbe un malese. Non si erano nemmeno fatti pagare i debiti. Questi sono i fatti. E, a chi conosce l'amore per le ricchezze e per le proprietà che alberga nel petto di ogni malese, sembrerà il fatto più strano di tutti questi accadimenti che costituiscono il dramma della Tigre Mannara di Valle Stretta. Per la mentalità europea, c'è solo una spiegazione possibile. Haji Ali e i suoi figli erano stati uccisi, ed era stata inventata una storia fantasiosa per giustificarne la sparizione. Questa spiegazione è invero molto plausibile e molto astuta, e rivela una profonda conoscenza della natura umana. Io sarei quasi incline ad accettarla come la spiegazione esatta, se non fosse per il fatto che Haji Ali e i suoi figli dopo qualche mese ricomparvero in un'altra zona della Penisola. Non avevano nulla che li distinguesse dagli altri, se non che Haji Ali era zoppo della gamba destra. LA DONNA GATTO The Cat Woman di Mary Elizabeth Counselman Weird Tales, ottobre 1933 La prima volta che sentii parlare di Mademoiselle Gatta Bianca (la chiamerò così, dal momento che non ricordo il suo vero nome) fu grazie all'assurdo e incoerente racconto con cui mi intrattenne la padrona di casa. «Lei non è come noi», mi confidò l'anziana signora, parlando a bassa voce e lanciando trepide occhiate al di sopra delle spalle. «C'è qualcosa di animalesco nel suo aspetto! Non mi piace per niente. E i suoi occhi... sono pieni di malvagità!...» Repressi a stento un sorriso. «Oh, signora Bates, non sarà poi così cattiva...», le dissi, in tono pacato. «E dite che costei vive proprio di fronte alla mia camera? Be', sono curioso di fare la sua conoscenza...» «Non ne caverete nulla di buono, signor Harper, se avrete a che fare con lei», mi avvertì la donna; poi si allontanò con andatura dondolante, scuotendo ritmicamente il capo. Fu soltanto durante la mia seconda notte di permanenza alla Pensione Bates, comunque, che ebbi modo di incontrare la donna tanto diffamata. Ero rientrato tardi da teatro, e stavo armeggiando maldestramente con le chiavi, quando un cigolìo alle mie spalle mi indusse a girarmi di scatto e a
sollevare lo sguardo. Una donna, alta e decisamente formosa, stava ritta sulla soglia semiaperta, proprio di fronte a me. Era molto, molto attraente, e i suoi squisiti lineamenti erano sormontati da una corta capigliatura biondo cenere. C'era qualcosa nella sua figura - non so essere più preciso, anche se suppongo fosse in gran parte per via dei suoi tondi occhi verdi - che mi fece pensare immediatamente a un gatto. Mi tolsi il cappello con un gesto un tantino nervoso, e borbottai una scusa per averla disturbata a quell'ora. Lei non rispose; rimase invece a osservarmi, nella tenue luce del corridoio, con quei suoi occhioni verdi. Aprii la bocca per aggiungere qualcosa, ma subito la richiusi. Quindi mi girai, sentendomi arrossire, e continuai ad armeggiare con la serratura. All'improvviso udii provenire da dietro le mie spalle un sommesso ronzio, simile a quello di un ventilatore, anche se molto più debole. Tornai a voltare il capo, e allora mi accorsi che la donna si era ritirata nel suo appartamento; doveva essersi mossa in maniera estremamente felpata, dato che non avevo affatto sentito i suoi passi allontanarsi. La sua porta, però, era rimasta socchiusa, e sulla soglia vidi un grosso gatto bianco che si stava profondendo in sonore fusa: quello era il ronzio che avevo udito! «Salve, micetto», bisbigliai, tendendo una mano. La bestiola si dimostrò molto socievole, poiché si avvicinò subito cominciando a strusciarsi contro le mie gambe, tra fusa sempre più energiche. Lo coccolai per qualche secondo; poi, finalmente, riuscii ad aprire la porta, entrai, mi richiusi l'uscio alle spalle e accesi la luce. Una forma bianca attirò subitamente la mia attenzione verso il pavimento: il gatto, senza che me ne fossi minimamente accorto, era riuscito a intrufolarsi all'interno assieme a me. Gli accarezzai il capo come solitamente i gatti amano sentirsi fare, poi lo sollevai e andai a bussare, timidamente, alla porta della sua padrona. Non ricevetti risposta. Bussai di nuovo, e poi ancora, un po' più deciso. Neppure alla terza volta mi andò meglio. La donna doveva essere uscita, oppure era già a letto, mi dissi; dunque, spingendo dolcemente la porta, lasciai scivolare dentro il gatto, e poi richiusi. Tornato nella mia stanza, mi infilai senza esitare sotto le lenzuola e non ci pensai più. Un paio d'ore più tardi, fui svegliato da qualcosa che gravava sopra i miei piedi. Mi sollevai a sedere e, tastando con una mano sopra le coperte, incontrai un corpo caldo e peloso. Accesi velocemente la lampada sul co-
modino, e allora vidi il gatto beatamente arrotolato in fondo al letto. Doveva essersi introdotto passando per la finestra. Con un sorrisetto sulle labbra ritornai quindi al mio sonno interrotto, ripromettendomi di restituire l'animale alla mia stravagante vicina il mattino dopo. Fu così che il giorno seguente mi recai a bussare nuovamente alla porta della dirimpettaia e, non ricevendo risposta neppure quella volta, feci entrare solo il gatto, come la notte precedente. Soltanto mentre mi stavo preparando per uscire notai, non senza una certa sorpresa, che tutte le finestre del mio appartamento erano chiuse. Ricordavo perfettamente di avere anche chiuso a chiave la porta, prima di coricarmi, contro la sgradita evenienza di visite indesiderate. Allora: com'era riuscito a entrare, quel gatto? Quando feci ritorno alla pensione, ero ancora impegnato a rimuginare su quella curiosa faccenda. La signora Bates stava pulendo le scale, e allora mi fermai un istante per scambiare due parole. Nuovamente, lei mi parlò della mia strana vicina, e non tralasciò neppure di rimettermi in guardia contro di lei. Sorrisi. «L'ho vista giusto ieri sera, sul tardi. Davvero graziosa, non trova?» La padrona scosse la testa con veemenza, e sollevò gli occhi al cielo. «E ha uno splendido gattone bianco!», aggiunsi. La donna si irrigidì. «Un gatto?», esclamò. «Qui non è permesso tenere animali! Gliene parlerò alla prima occasione!» A quelle parole, l'ingresso della pensione si aprì, e la mia vicina ci venne incontro. Rimasi di nuovo impressionato dalla sua non comune bellezza e dalla grazia decisamente felina che trasudava da ogni suo movimento. E ancora una volta mi venne spontaneo associarla, nella mia mente, a un sinuoso gatto ben nutrito. «Mi è stato riferito che tenete un gatto in camera, signorina», l'attaccò subito la padrona, in tono sgradevole. «Pensavo di essere stata chiara...» Mademoiselle Gatta Bianca puntò i suoi grandi occhi verdi contro l'interlocutrice. «Io non ho gatti», rispose freddamente. La sua voce, comunque, suonò profonda e musicale, con uno strano accento... No, non era francese, e non mi ricordò alcuna inflessione che avessi mai udito. La signora Bates assunse uno sguardo torvo.
«Ma il signor Harper mi ha appena detto...» «Mi dispiace», intervenni prontamente. «Si è trattato certamente di un gatto randagio. L'ho visto vicino alla sua porta, e così ho pensato...» Ma le parole mi si impastarono in bocca. Quegli occhi di smeraldo fissi su di me mi fecero scordare ciò che intendevo dire. «D'accordo. Va tutto bene», sussurrò allora dolcemente, e senza dire un'altra parola si avviò lungo le scale, verso la sua stanza. Dopo un attimo di perplessità, decisi di precipitarmi dietro di lei. La trovai immobile sulla soglia, in silenzio, come se mi stesse aspettando, mentre mi osservava con uno sguardo imperscrutabile. «Sono terribilmente costernato», cominciai, sforzandomi di evitare i suoi occhi. «Vedete, ho messo il gatto...» Improvvisamente lei fece un passo verso di me, chiuse languidamente gli occhi, e con mio vivo stupore prese a strofinare con dolcezza il capo contro la mia spalla! La prima cosa a cui pensai, fu che probabilmente quelle erano le moine di una scaltra ragazza da marciapiede, solo più raffinata delle sue sguaiate e malvestite «colleghe». Ma poi quella prosaica idea dovette cedere il passo a una consapevolezza ben più sinistra che mi avvolse come un sudario gelato: quella non era una donna, non era un essere del tutto umano... era un gatto! Mi distolsi bruscamente da lei, e mi rifugiai tremando nella mia stanza; ricordo comunque di aver udito un sordo e continuo vibrare di fusa sgorgare dalle profondità della sua gola! Attraversai la stanza e presi a guardare fuori dalla finestra, tentando di riprendermi dallo shock; e fu allora che percepii qualcosa strusciarsi contro le mie calze. Era il gatto bianco, con il dorso peloso inarcato per la soddisfazione, e mi stava dedicando una serenata di fusa. Non ero affatto dell'umore per apprezzare qualunque cosa potesse ricordare anche lontanamente un gatto; ma la sua furbizia ebbe infine la meglio su di me, e così mi ritrovai nonostante tutto a giocherellare con lui. Improvvisai una pallina con un po' di spago, lanciandola lungo il pavimento; l'animale la rincorse, divertendosi a farsela saltellare fra le zampette. Fu così che in breve scordai del tutto quello sgradevole incontro con Mademoiselle Gatta Bianca, e riuscii a spassarmela per un po' con quell'imprevisto visitatore peloso. Ma il nostro gioco venne interrotto da un colpo alla porta e da una voce piuttosto familiare. Era la signora Bates. Non appena l'ebbi fatta entrare, il sorrisetto che aleggiava sulle sue lab-
bra svanì di colpo. «Oh, quello dev'essere il vostro gatto bianco, non è vero? Non mi sono mai piaciute, quelle bestiacce... Pussa via!» Il gatto si rannicchiò su se stesso, spaventato, incapace di muoversi, e allora la donna lo afferrò come un fulmine per la collottola e lo lanciò fuori dalla finestra, in mezzo al fango del vialetto. «Ecco fatto!», commentò trionfante. «Forse adesso se ne andrà per sempre!» Dopodiché, la signora Bates si trattenne sulla soglia per dirmi qualcosa a proposito della pigione; ascoltai distrattamente poi, ad un tratto, vidi Mademoiselle Gatta Bianca dietro di lei, nel corridoio. Era curiosamente imbrattata di terriccio e fanghiglia, e fissò la padrona di casa con un tale odio negli occhi che non potei non rabbrividire. Fu solo un attimo; poi, scomparve nella sua stanza. Il mattino seguente, durante la colazione (io mangiavo da solo, dal momento che dovevo uscire prima degli altri inquilini), notai che il volto della signora Bates era per metà nascosto da una benda di garza fissata con cerotti, sotto la quale faceva capolino una rossa chiazza di mercuriocromo. «Che diavolo vi è successo al viso?», le domandai quando si fu avvicinata al tavolo per servirmi. «Un gatto è entrato nella mia camera, questa notte», si lagnò. «Ed era lo stesso, quello grande, bianco! È saltato sul letto e, prima che avessi il tempo di ricacciarlo fuori, mi ha graffiato come un ossesso. Ho tentato di colpirlo con la scopa, ma è fuggito. Ho sempre detestato i gatti... dannate bestiacce!» E continuò a ciarlare finché non me ne fui andato. Rividi Mademoiselle Gatta Bianca solo due giorni dopo. Confesso di averla evitata, lungo il corridoio; e, siccome mangiavamo in orari differenti, non avevamo altre occasioni per incontrarci. Ma quel pomeriggio la trovai ritta sulla soglia della sua stanza, intenta a fissarmi mentre mi avvicinavo. Ebbi la netta impressione che si stesse apprestando a ripetere quella sorta di strusciamento felino contro di me, per cui accennai un secco saluto con il capo e mi infilai diritto nella mia camera. Mi trovai così ad inciampare contro qualcosa di soffice e vibrante... Ancora una volta, dunque, quel gatto bianco cominciò a strofinarsi affettuosamente contro le mie gambe, in un mare di fusa. Un'idea, istintivamente, mi indusse a voltarmi verso la ragazza che stava ritta sulla soglia alle mie spalle, con l'inesplicabile certezza che non ve l'avrei trovata.
Infatti, non c'era più. Richiusi la porta con un inquietante presentimento, una cupa sensazione che comunque il candido micione ebbe il potere di dissipare ben presto con le sue divertenti capriole. Giocammo insieme per un po', finché - come la volta precedente - fummo interrotti da alcuni colpi alla porta e dalla voce della signora Bates. Il gatto parve intuire di chi si trattava, poiché subito cominciò a soffiare e sibilare minacciosamente mentre la pelliccia gli si arruffava sul dorso. Quindi si voltò di scatto, terrorizzato, e fuggì attraverso la finestra aperta. Saltando, però, una delle sue zampe sbatté contro lo stipite di legno; mi affacciai subito per verificare se la bestiola fosse atterrata malamente, ma ciò che vidi subito fu un grosso corpo scuro precipitarsi lungo il vialetto e avventarsi contro il povero gatto. Quello cominciò a lottare selvaggiamente, ma non aveva la minima possibilità di sconfiggere il mastino. Vidi l'enorme cane azzannare per due volte il mio sventurato piccolo amico, il cui disperato rauco miagolio mi parve molto simile a un gemito umano. Un attimo più tardi, la signora Bates ed io ci trovammo sotto gli occhi il corpicino dal bianco manto insanguinato, disteso immobile nel fango. A me, sinceramente, è sempre parsa molto più di una semplice coincidenza il fatto che da quel giorno Mademoiselle Gatta Bianca fosse letteralmente sparita, dissolta come fumo, senza una sola parola di commiato (e come ebbe più volte a ripetere la signora Bates, senza pagare la pigione). La cosa più inspiegabile, comunque, fu che se ne andò lasciando tutto ciò che possedeva nella stanza, e la padrona di casa - anche se non lo ammise mai - poté rivalersi sui suoi oggetti personali ottenendo un ricavo ben più sostanzioso di quanto le fosse dovuto. I vestiti, i cappelli, le scarpe, gli articoli cosmetici: nulla di tutto ciò fu mai ritirato dalla legittima proprietaria. La padrona di casa, inoltre, non poté non notare un oggettino davvero strano, uno di quei manufatti che certe vecchie signore confezionano amorevolmente per i loro gatti: un piccolo topo di tessuto imbottito, per metà dilaniato da artigli e minuscole zanne acuminate... DHOH Dhoh di Manly Wade Wellmann Weird Tales, luglio 1948
Reuben Pipe Feather era un giovane sicuro dal viso bruno e vanitoso. Ottanta anni prima, sarebbe stato uno dei più dotati guerrieri e cacciatori della sua tribù, nonché uno dei più vanagloriosi. Andava in giro con abiti da cowboy di rodeo come quelli che si vedono nei films: la camicia arancione aveva collo, polsini e risvolti delle tasche color marrone rossiccio. I pantaloni grigio scuro gli fasciavano le magre gambe storte a forma di stella, ed erano ripiegati su degli stivali a tacco alto di cuoio morbido. Intorno al collo portava una sciarpa rosso ciliegia, al polso un braccialetto d'argento, all'indice un anello di turchese. Teneva l'ampio cappello in una mano in modo da far sì che il caldo sole del pomeriggio rilucesse della gloria untuosa dei suoi lunghi e lisci capelli neri. Aveva il nobile viso di un Hiawatha e i modi di un attore di second'ordine. «Ora siamo fuori della riserva del Katonka», assicurò James Randolph quando il turista bianco fermò la sua macchina nel punto in cui la strada pessima e sporca si restringeva in un sentiero di erbacce. «E siamo lontani da quegli ignoranti e imbroglioni pellerossa e squaw che, con l'aria di essere tristi e depressi, ti vendono gioielli falsi e terraglie fatte a Fermantown. Ha avuto la fortuna di trovarmi a casa, in vacanza da Hollywood. Quei vecchi matti non glielo avrebbero detto se lo avessero saputo, e non lo sanno assolutamente.» I vecchi matti erano in realtà dei dignitosi indiani di mezza età, dall'aspetto trasandato con le loro coperte e mocassini, ma rispettabili, riservati e di buone maniere. Tra di essi c'erano gli stessi genitori di Reuben Pipe Feather, che lui probabilmente disprezzava più degli altri. Reuben Pipe Feather era stato per due anni in un piccolo college del Kansas, e di lì nella grande industria cinematografica per fare dei piccoli lavoretti extra in western a puntate e documentari storici. Ora era ritornato nella riserva del Katonka con l'aria di un eroe tribale che si aspetta riconoscimenti e deferenza. Allo spaccio aveva prontamente cominciato a chiacchierare con James Randolph, che era interessato al folklore del Katonka. «Ha detto», ricordò Randolph, mentre usciva dalla macchina, «che questo è il posto in cui gli anziani dicono che Dhoh, l'orso indemoniato, era solito essere visto.» Randolph era grassoccio, quarantadue anni, con baffi e occhiali. Dirigeva un piccolo quotidiano nell'Est e i miti americani erano il suo hobby. Le sue due settimane di vacanza tra le riserve indiane gli avrebbero permesso di raccogliere - almeno sperava - stralci di storie per quello che un giorno
poteva diventare un libro. «Yeah!», concordò Reuben Pipe Feather facendosi aria sulla faccia scura con il cappello. «Questa è zona libera, proprietà dello Stato. La gente potrebbe venire a farci pascolare i ponies, ma non vengono.» Si mise a ridere, e i suoi denti spuntavano bianchi come delle zollette di zucchero. «Hanno paura del Vecchio Dhoh. Pensano che potrebbe mangiarsi i loro ponies. E loro stessi.» Il posto potrebbe essere frequentato, rifletté Randolph mentre si guardava intorno. La riserva era per la maggior parte una prateria con dolci declivi, ciuffi di salici o macchie di pioppi, ma qui i declivi diventavano colline. Dalle cime più basse nelle vicinanze, si elevavano vette più distanti, circondate da vegetazione a cespugli e alberi, e punteggiate qua e là da massi. Sì, aveva un aspetto selvaggio; e, per un'immaginazione superstiziosa, anche sinistro. «Dhoh vive qui», disse Randolph. «Questa specie di orso-stregone... Che cosa si pensa che sia?» «Terrorizzerebbe anche i bambini americani», disse Reuben Pipe Feather, facendo un sorriso ancora più largo. «Si dice che sia mezzo uomo e mezzo orso... ogni parte con le sue caratteristiche, credo. Un paio di vecchi dicono di aver visto le impronte del vecchio Dhoh. Un piede come quello di un uomo, l'altro da orso. Mi capisce?» Con grande scioltezza, la mano libera di Reuben Pipe Feather abbozzò una figura in aria. «Cosa crede che sia? Troppo alcool, o una scarpa truccata per fare delle impronte che facciano spavento?» Randolph aveva una macchina fotografica appesa a una cinghia a tracolla sulla spalla rivestita di tweed. La mise a fuoco, e scattò un'istantanea alle colline. «Un bello squarcio di panorama», disse. «Che cosa è quello scintillìo davanti a noi, oltre l'erba alta, accanto ai pioppi?» «Quella è una delle cose a cui mi riferivo», Reuben Pipe Feather si fece ombra sugli occhi per scrutare. «È la vasca da bagno di Dhoh. Quando ero bambino, una delle squaw me ne mostrò un altro paio. Si credeva che Dhoh si lavasse lì di tanto in tanto. Io avevo paura... una paura inaudita.» Cominciarono a camminare verso il bagliore scuro. Era una specie di stagno fangoso, come una grossa vasca da bagno, e ad essa simile per dimensioni e forma. Annidata tra pietre coperte da erbacce, la sua superficie scura si muoveva come se fosse percorsa da una corrente calda. «Sicuro, sicuro. I vecchi dicono che la sorgente lubrifichi le giunture e
curi il mal di pancia. Ma nessuno ne fa uso, non se Dhoh è stato avvistato nei paraggi.» Reuben Pipe Feather si mise a ridere di nuovo. «Mi chiedo come abbia avuto inizio questa leggenda, in quanto tempo e di quanto sia cresciuta.» Tirò fuori tabacco e cartine, e difese il suo ruolo di cowboy di Hollywood arrotolando una sigaretta con una sola mano. Randolph si accovacciò e immerse le dita nello stagno. L'acqua era tiepida, forse per il sole. Quindi esaminò la schiuma che gli era rimasta sulle dita. Era unta, appiccicosa. Sempre accovacciato, guardò attentamente la sovrabbondanza di erba vicino all'acqua, poi si alzò e studiò un pezzo di terra alle sue spalle, umida e spoglia. «Hai detto che qui non viene nessuno?» «Nessuno.» Reuben Pipe Feather contrasse le labbra scure e con un soffio fece un anello di fumo nell'aria immobile e luminosa. «Ma vedo delle tracce!», fece notare Randolph. «Sembrano fresche.» Girò intorno al bordo dello stagno. La terra umida mostrava due tracce proprio sul margine e altre due più in là, che si allontanavano. Randolph udì alle sue spalle l'improvviso, netto strozzarsi del respiro del suo compagno. Si voltò per guardare. Il viso di Reuben Pipe Feather non era più scuro e baldanzoso, ma grigio e sofferente. Le labbra di Reuben Pipe Feather si rilassarono, e gli cadde la sigaretta. Aveva gli occhi spalancati. «Perché non dà un'occhiata a quello?», mormorò con voce rauca, e Randolph si mise a guardare. L'impronta di un mocassino, l'altra... Ampia, pesante, piatta, sembrava lo stampo di una grande e lunga scure. Le dita... sì, le dita avevano, a ognuna delle estremità, un marchio a punta. Persino James Randolph, che non era un abitatore di boschi, sapeva che forma avesse l'impronta di orso. «Mr. Randolph», disse Reuben Pipe Feather con voce terribilmente impaurita «andiamo subito via di qui!» «Perché?» «Lei sa cosa sono quelle impronte, Mr. Randolph!» Il giovane indiano si stava allontanando. «Ma aveva detto che non credeva...» «Ora ci credo. E non ho intenzione di rimanere qui. Andiamo.» Randolph non si mosse, e intanto Reuben Pipe Feather si stava dirigendo verso il sentiero. «Allora me ne torno alla riserva a piedi.»
E cominciò ad accelerare il passo più di quanto sia immaginabile con quegli stivali da cowboy. Randolph rise sotto i baffi. Sicuramente il ragazzo lo aveva portato lì per fargli uno scherzo. Doveva aver fatto le impronte lui stesso e poi finto... Ma nessuno, indiano o bianco che fosse, sarebbe riuscito a farlo impallidire in quel modo. Un altro esame delle impronte. Randolph avrebbe voluto saperne di più sugli animali e sulle loro zampe. Quella poteva essere un'imitazione di un'impronta di orso, fatta con un mocassino distorto e con l'estremità a forma di artigli. E, tuttavia, poteva anche non esserlo. Mise a fuoco la sua macchina fotografica un'altra volta, e scattò. Al click metallico arrivò come risposta un profondo brontolio da un lato, e Randolph alzò bruscamente la testa e cominciò a guardarsi attentamente intorno. Non c'era da meravigliarsi, pensò, che fosse stato lasciato solo allo stagno. Anche con il brontolio che poteva indicargli una direzione, guardò due volte prima di riuscire a scorgerne l'artefice, accovacciato ricurvo, e mezzo nascosto da un ammasso di alte erbacce secche. Era una figura sottile, avvolta in una vecchia coperta marrone che il tempo e l'usura avevano reso del pallore di una foglia morta. Una folta chioma grigia e disordinata cadeva come un cespuglio su un volto scuro, dal quale degli occhi vispi guardavano Randolph. Un secondo brontolio rispose allo sguardo di Randolph. «Ahy», fece Randolph per simulare un saluto alla maniera indiana. «Buon pomeriggio», rispose una voce profonda e pacata. «Fa caldo.» «Lei parla americano», osservò con sollievo Randolph. «Ho imparato molte lingue», fu la risposta. «Tra queste, l'americano.» La figura curva si mosse e si alzò. La coperta dal mento cadde fino a terra, coprendo la magrezza decrepita come una toga. «Questa è quella che chiamano macchina fotografica?» «Sì», disse Randolph. «Ho fatto una fotografia a queste impronte.» Il vecchio cominciò ad avanzare lentamente, rigidamente, ma senza vacillare. Randolph scorse sotto la folta capigliatura grigia un viso adeguato alla coperta a forma di toga, un volto scuro e romano, con una bocca diritta, un grosso naso aquilino, e profondi occhi neri regolari: un incrocio e un labirinto di rughe e segni della vecchiaia. «Yuh», disse la voce pacata, ancora più profonda. «Le impronte di Dhoh. Che cosa ne farà della fotografia?»
«La pubblicherò. La mostrerò ad altra gente. Scoprirò di cosa si tratta.» «Le impronte di Dhoh...», ripeté l'anziano. Dall'interno della coperta scivolò lentamente fuori la mano sinistra, e si mise a gesticolare. Era una mano sottile e avvizzita, scura e all'apparenza secca come un fascio di ramoscelli, ma flessuosa, persino aggraziata. «Ho sentito parlare il giovane incosciente. Ahi! Gli è bastato il tempo che ci vuole a fare un respiro per togliersi ogni dubbio.» «Lei crede in Dhoh?», chiese prontamente Randolph pieno di speranza. Un breve cenno di affermazione. «Yuh. Perché io so. Sono più vecchio di tutti forse, più vecchio di tutti gli altri.» La mano sottile ondeggiò con un lieve gesto verso la riserva. Lanciando uno sguardo in quella direzione, Randolph vide che Reuben Pipe Feather era scomparso alla vista dietro una curva della strada. «Hanno delle curiose credenze. La maggior parte sono inventate. Ma so di Dhoh. Americano, dove stai andando?» «Ritorno alla mia macchina.» Randolph indicò con il pollice. «Vuole fare un giro con me?» «Non vuole seguire Dhoh dalle tracce?» Randolph scosse la testa. «La terra umida termina qui nell'erba selvatica. Non sono un buon segugio.» «Lei no. Ma io sono un buon segugio.» La vecchia e magra figura avvolta nei drappeggi cominciò ad allontanarsi camminando attraverso l'erba frusciante, e si curvò. Un altro brontolio. «Qui ci sono altre impronte. Perché non viene?» Randolph cominciò a sentirsi eccitato, avvolto dal mistero. «Aspetti. Dhoh... non è il nome di uno spirito maligno? Qualcosa che è metà uomo e metà orso?» «Si è sempre creduto che sia così.» Il volto scuro guardò attentamente indietro. «Ma io non ho paura, Americano. E tu?» Randolph rise in tono beffardo all'idea. «Certo che no, vecchio!» «Allora andiamo. Seguiremo il percorso di Dhoh.» L'uno di fianco all'altro cominciarono a camminare. Randolph teneva il passo e cercava, senza successo, di vedere ciò che gli occhi vivi del vecchio continuavano a scorgere nell'erba. Una volta o due Randolph si fermò a esaminare un gambo spezzato, una foglia schiacciata: niente di più. Si ricordò che i vecchi indiani selvaggi erano in grado di seguire delle tracce anche sulla nuda roccia. Ma forse quel vecchietto stava giocando, fingen-
do, come Reuben Pipe Feather. «Vedi?», disse l'anziano, e di nuovo mosse con leggerezza la mano sinistra tirandola fuori dalle pieghe della coperta. «Dhoh è passato di qui.» Vi era una chiazza nuda di terreno tra i ciuffi d'erba, piena di polvere sottile, e su di essa un'unica impronta, larga e piatta, con alle estremità tracce di artigli. Randolph si fermò, rimproverandosi per avere quella sensazione di freddo. «Come ha fatto quel segno?» «Con il suo piede nudo.» «Americano», disse il vecchio in tono di dignitosa protesta, «anche un giovane idiota è in grado di riconoscere un'impronta vera da una falsa.» «Forse è una vera impronta di orso», suggerì Randolph. «Non l'impronta di uno stregone.» «Orsi veri qui non ce ne sono da quando gli Americani hanno sottratto il territorio agli Indiani. Sarei molto più sorpreso di vedere le orme di un vero orso piuttosto che quelle di Dhoh.» Continuò ad avanzare, con la sua andatura rigida ma leggera. «Ahi», disse. «Un altro segno. Guarda l'impronta degli artigli su quelle foglie larghe. Dhoh si è diretto verso quella piccola gola: va verso il posto in cui vive tra le colline.» L'indiano proseguì nel cammino con tanta decisione e sollecitudine che Randolph si vergognò di indugiare. Lanciò un'occhiata all'indietro e vide la sua macchina parcheggiata sul terreno della riserva, lontana e sola. «Sbrigati!», gli disse il compagno, sollecitandolo a fare in fretta. Randolph si decise ad andare. «Mi racconti di Dhoh», disse. «Dhoh è Dhoh. Non esiste niente come lui.» «Sembra di no», convenne Randolph, ma stava pensando ad altri orsidemoni di racconti che aveva udito. I Lapps avevano uno spirito orso, che insieme temevano e veneravano. Gli Anius, quegli incomprensibili selvaggi bianchi barbuti delle isole più a nord del Giappone, credevano di discendere da un eroe che era un orso. E solo Mudjekeewis, il Dio del Vento Chippewa, osò sfidare Miche Mokwa, un mostro dalle sembianze di orso... che era a Hiawatha. Cosa dicevano i Piegans, la tribù chiamata dei Piedineri? L'orso è di una natura simile a quella dell'uomo. Non mangiatelo, né uccidetelo, senza scusarvi sommessamente per aver ucciso un vostro fratello. «Ma hai detto che sapevi di Dhoh...», insistette Randolph. Sperava che il
vecchio Indiano non se ne restasse in silenzio. Se questo fosse accaduto, non c'era altro di cui avrebbero potuto parlare. La bocca dritta aveva l'espressione di un leggero sorriso, come quello di un nonno paziente. «Te lo dirò, Americano. Il tutto è accaduto in un tempo lontano da oggi, tutta la vita di un vecchio. In quei giorni gli Indiani avevano i loro idoli, prima che gli Americani glielo proibissero.» «Gli Americani non proibiscono niente ora», tenne a precisare Randolph in fretta. I due avevano imboccato la gola tra due rapide scogliere e lui aveva un po' di difficoltà a camminare, perché il suolo era stato inondato da recenti flussi di acqua piovana e le pietre sotto i piedi erano instabili. Continuava a scivolare e inciampare, mentre il vecchio indiano proseguiva con sicurezza nella sua andatura rigida e maestosa. Dall'altro lato si levavano alti macigni e macchie di vegetazione che adombravano il cielo e la luce del sole. La scena ricordò a Randolph quello strano paese selvaggio nel quale Rip Van Winkle andava girovagando per incontrare i nani con le loro botti di liquore fatato. «Agli Indiani non sono proibite le loro vecchie credenze», disse con enfasi Randolph. «L'amministrazione delle Riserve Indiane si è occupata del problema per oltre dodici anni. Da quando erano in carica il Segretario Ickers e Collier...» «Ah, questo è vero. Ma nel frattempo», il vecchio ribatté seccamente, «le tribù hanno dimenticato la maggior parte dei loro antichi riti propiziatori. Hanno dimenticato il digiuno a cui i giovani uomini si devono sottoporre per trovare i loro amici tra gli spiriti animali. Voglio dirti di un giovane uomo, un ragazzo, il cui digiuno fu uno degli ultimi osservati nella sua tribù.» «Sì, me lo racconti», lo pregò Randolph. «Il ragazzo stava per diventare uomo. I suoi zii e nonni lo prepararono con il canto raccontandogli molte cose durante la notte. Il mattino stabilito, egli lasciò la dimora di suo padre e venne in questi paraggi.» Ancora una volta la vecchia mano sottile si lasciò andare a una svolazzante indicazione. «Si fece un rifugio di sterpaglia, distese la coperta e se ne rimase lungo lì. Aveva dell'acqua in un recipiente di creta, ma niente cibo. Non doveva mangiare, dormire o muoversi, finché non avesse udito la voce che era andato ad ascoltare.»
Randolph ricordò di aver letto qualcosa a proposito di quella antica usanza. Un giovane aspettava sino a che la fame e l'assoluto silenzio non lo avessero ipnotizzato fino a raggiungere uno stato in cui immaginava di avere una visione, generalmente di qualche spirito animale. Quella poi diventava la sua medicina segreta, il centro della sua venerazione personale. «Il ragazzo rimase lì a lungo», continuò la voce pacata. «In quel tempo la maggior parte dei digiuni duravano tre o al massimo quattro giorni. Ma il ragazzo vide il sole sorgere e tramontare sei volte. Sette. Otto. Temeva che nessuno spirito lo volesse, ma poi ricordò che quando si verificava una simile attesa, colui che aveva aspettato era destinato a fare grandi cose nella medicina. Al nono sorgere del sole, accadde che lo spirito dell'orso... Naku-ma, andò a parlargli. Per questo rimase orso.» Il vecchio si fermò e si drizzò: il suo corpo era eretto e aveva un aspetto dignitoso. Nonostante tutta la sua magrezza, a un certo punto assunse le sembianze di un orso. Con espressione solenne fissò lo sguardo su Randolph. «L'orso», continuò il vecchio indiano, «parlò al ragazzo, Dhoh. Lo chiamò figlio e fratello. Naku-ma, lo spirito dell'orso, vide che Dhoh era debole ed esangue, e gli portò del cibo per mangiarlo insieme. Naku-ma disse che aveva aspettato a lungo perché voleva mettere alla prova Dhoh, perché voleva vedere se era meritevole di ricevere il potere degli spiriti, un potere che permetteva di fare quasi ogni cosa. Naku-ma dette i poteri al ragazzo.» «Quali poteri?» Randolph cominciava a essere un po' stanco. Si mise a sedere su una radice nodosa che sporgeva da una delle pareti rocciose che racchiudevano la gola. La macchina, il sentiero, lo stagno fangoso, non erano più visibili, e una distanza abissale lo separava da essi. «Naku-ma gli mostrò come curare una ferita alitandoci sopra», disse il vecchio restando in una posizione assolutamente dritta e immobile. «Nakuma gli mostrò come guarire i malati masticando piante medicinali e respirando sui malati. Naku-ma gli mostrò come impastare il colore di guerra in modo che i colpi tornassero indietro ai nemici, e lo dotò di un potere alla mano destra che, ogni volta, avrebbe scagliato un colpo mortale. Naku-ma gli bisbigliò all'orecchio, e Dhoh riuscì a comprendere tutte le lingue. Naku-ma lo strinse tra le braccia, e Dhoh divenne più forte del più forte guerriero.» Di nuovo la bocca diritta accennò un sorriso a labbra chiuse. «Perché mi chiedi di raccontarti queste vecchie cose? Sei Americano. Dentro di
te mi stai deridendo: tu non mi credi.» Randolph ricordò le letture fatte al liceo: i saggi di Benjamin Franklin. Le Annotazioni sui selvaggi del Nord America, un saggio pieno di saggezza e cultura... «Selvaggi, li chiamiamo, perché le loro maniere sono diverse dalle nostre che consideriamo come la perfezione della civiltà; ma pensiamo allo stesso modo.» E quell'aneddoto sul missionario coloniale che aveva definito le credenze del suo ospite indiano «Favole, invenzioni, sciocchezze!» A quella accusa il dignitoso selvaggio gli aveva risposto: «Fratello mio, sembra che i vostri amici non si siano molto preoccupati della sua educazione; sembra che non si siano dati pena di istruirla sulle regole del vivere in una comunità. Voi dite che noi, che comprendiamo e pratichiamo quelle regole, abbiamo creduto a tutte le vostre storie; perché voi rifiutate di credere alle nostre?»... Meraviglioso, povero... Richard Hume avrebbe potuto a ragione definirlo il primo filosofo del Nuovo Mondo. Lui, Randolph, avrebbe fatto tesoro della sua lezione. «Ma io ci credo, vecchio», disse in tono di protesta e, mentre diceva questo, sentiva quasi che ci credeva veramente. «Forse dici così perché pensi che devi», obiettò l'indiano, ancora dritto, dignitoso e immobile nella sua coperta ben stretta attorno al corpo. «Perché dovrei credere se non volessi?», domandò Randolph, plausibilmente. «Ci credo sul serio! Le tue parole sono vere. Ti prego di credere che le mie non sono da meno.» «Allora», il vecchio fece un lieve cenno della testa, «posso raccontare il resto. Non c'è molto da dire. Dhoh tornò a casa con i poteri di cui ti ho parlato, e, cominciò a usarli per aiutare i suoi amici. Ma era cambiato in un modo che terrorizzava gli Indiani. Qualche volta sembrava avere il peso e la forza di un orso. Quando era arrabbiato, ringhiava come ringhia un orso, e i denti gli diventavano grandi e affilati, simili a quelli di un orso. E, poiché la sua gente aveva paura di quelle cose, cominciò a evitarlo.» Nella voce pacata si percepiva una vena di tristezza. «Non avevano fiducia in lui, anche quando si dimostrava un grande guaritore e un abile guerriero. Quando arrivarono gli Americani, e lui andò a combattere per le loro terre, per la libertà e per i bambini, essi si allontanarono da lui. Dicevano che gli Americani erano uomini, mentre lui - Dhoh - non lo era.» E tacque. «E poi?» Randolph lo incitò chiaramente a continuare.
«Dhoh si arrabbiò. Ringhiò e ruggì come un orso. Li maledì in nome di Naku-ma. Sputò sulla terra e se ne andò via. Fu allora che si trasformò ancora di più che all'inizio. Uno dei suoi piedi gli diventò come la zampa posteriore di un orso, una delle mani, come una zampa anteriore. Cominciò a non aiutare più gli uomini anzi, rivoltò tutti i suoi poteri contro di loro. Era una cosa brutta, vivere da solo e odiare la propria razza. Ma la sua razza lo aveva rifiutato.» «Sì, quello era stato un brutto gesto», confermò Randolph con diplomazia. «Gli altri Indiani lo ritenevano pericoloso. Un paio di volte tentarono di ucciderlo, ma lui uccise loro. Li uccide come scarafaggi. Ahi!» Il sorriso svanì, poi tornò di nuovo. «Bene, questa è tutta la storia di Dhoh.» La vecchia mano sottile si mosse come se stesse gettando via un pizzico di sabbia. «Ho finito.» «Ma poi, che accadde?» «Poi, Dhoh è rimasto al suo posto, e gli uomini hanno imparato a lasciarlo solo. Sei sicuro di credere a tutto questo?» «Ci credo», gli disse Randolph con rispetto. La grigia testa di stoppa si voltò, e lanciò tutt'intorno uno sguardo attento. «Vedo altre impronte... impronte fresche... e continuano. Guarda!» Portò Randolph vicino al grande tronco morto di un albero, alto circa quattro metri, che era ancora saldamente radicato al terreno roccioso della gola. «Le orme di Dhoh!» La rozza corteccia era lacerata e squarciata da grandi artigli, nella parte superiore come in quella inferiore. Randolph ricordò il suo Ernest Thompson Seton... gli orsi segnavano gli alberi in quel modo. «Vedi», disse l'uomo, «si è sfregato qui. Ci sono dei peli.» «Mi lasci fare una fotografia di questo», disse Randolph, e scattò. «Fai anche una foto a quello.» La mano scarna indicò, e Randolph vide, sotto una protuberanza rocciosa un dieci metri più avanti, la bocca nera di una caverna o di un buco. Da quella che chiaramente era la tana di qualche cosa di grosso e selvaggio Randolph indietreggiò involontariamente, ma il suo compagno avanzò in quella direzione. Randolph si impose di avvicinarsi. «Che cosa c'è all'interno?», bisbigliò.
La testa grigia si scosse. «Niente. Dhoh non c'è.» «Attenzione!», disse Randolph in tono di avvertimento. «Non possiamo esserne sicuri.» «Ma io so», gli rispose la voce pacata. «Aspetti. Stia indietro. Guardi le tracce.» Randolph ne indicò una serie che lì erano chiaramente visibili sulla terra inumidita da recenti flussi d'acqua. In alternanza, l'orma del mocassino e la grossa forma con gli artigli dell'orso guidavano direttamente alla caverna e al suo interno. «Torniamo indietro», disse Randolph. La sua voce era rauca e tremula. «Hai dimenticato la mia storia, Americano?... No, ho tralasciato qualcosa. Quando Dhoh lasciò la sua gente, lo spirito di Naku-ma lo trasformò ancora di più. Gli girò i piedi in modo che puntassero nella direzione opposta rispetto alle caviglie. Quelle orme», e il vecchio le indicò, «conducono fuori dalla caverna, e non al suo interno.» «Ora aspetti!», protestò Randolph. «Ho sentito quella storia anche altrove... sui piedi di un mostro demoniaco che erano stati girati. Ma è una cosa stupida e impossibile. Come è possibile girarli al contrario?» «Così.» La mano scura afferrò la coperta e la sollevò di alcuni centimetri. E Randolph poté vedere i piedi del vecchio Indiano. Due tibie magre come aste venivano giù fino al terreno come se vi ci penetrassero. Due piatte protuberanze si estendevano dalla parte opposta. La coperta si alzò di più. Randolph vide un mocassino, e qualcos'altro. Un piede ampio, pesante, irsuto di peli grigiastri, come quello di un orso, ma messo all'indietro. «Sono veramente spiacente», disse la voce pacata. «Ma laggiù vicino al confine delle riserve hai usato quella macchina fotografica. Hai fotografato le tracce. Ne avresti parlato in altri luoghi. Sarebbero potuti venire altri Americani, ancora molti. E gli Americani hanno dei loro poteri, che potrebbero persino annullare e distruggere i poteri donati dallo spirito dell'orso Naku-ma.» Randolph tentò di indietreggiare, ma sentì che le ginocchia gli tremavano, e temeva che sarebbe inciampato e caduto. «E tu», balbettò. «Tu... sei...» «Sì, giusto.» Il vecchio lasciò cadere la coperta. Era nudo, magro, scuro. Lungo un fianco, sulla spalla, sul braccio e sulla zampa munita di artigli, si
stendeva uno spesso strato di pelliccia stopposa. Aprì la bocca, e Randolph vide il luccichio sulle grandi zanne affilate. «Io sono Dhoh», disse, e si lanciò su di lui. PARTE SECONDA ACONITO, ARGENTO E BIANCOSPINO... SAHARA Werewolf Of The Sahara di Gladys Gordon Pendarves Weird Tales, agosto/settembre 1936 La notte era tiepida sulla costa sassosa della Libia. A poca distanza dalla cittadina di Sollum, in vista del mare, il vento faceva oscillare la fiamma di una lampada a kerosene appesa fuori da una tenda. Sotto di essa, intorno a un tavolino su cui c'erano i resti della cena, due uomini e una donna bevevano in silenzio il caffè. Da tre settimane ormai sostavano lì, in attesa di poter riprendere il viaggio verso l'Oasi di Siwa. Merle Anthony, la ragazza si accese una sigaretta ed esalò una pigra boccata di fumo verso il firmamento limpidissimo. «Dùnque domani finalmente si parte», sospirò. «Sapete: quasi mi rincresce. Mi stavo affezionando a Sollum. Qui ho dipinto due dei miei quadri migliori.» «Il fatto che tu li abbia subito bruciati rivela che il tuo senso critico è ancora migliore», la derise bonariamente Dale Fleming, suo cugino. Il volto delizioso di Merle, incorniciato da lisci capelli biondi pettinati alla paggio, s'imporporò. «La tua acidità è un balsamo, Dale. Ma da un po' di tempo sta superando il livello di guardia.» «Dale non ha torto se è di pessimo umore», mormorò Gunnar Sven, accigliato. «Perché pretendere che il soggiorno qui sia piacevole? Ed è tutta colpa mia. Sì...» Annuì cupamente. «È così. Me ne sono reso conto oggi al mercato, ascoltando i discorsi di due arabi.» «Colpa tua?» Gli occhi grigi di Merle si spalancarono. «Dopo tutto il lavoro che hai fatto per organizzare la spedizione?» Invece di rispondere, Gunnar si alzò, scosse la testa, e si allontanò lungo l'orlo a strapiombo della costa. Gli altri due lo videro fermarsi poco più lontano, un'ombra alta e snella stagliata contro i riflessi che la luna strap-
pava alla superficie del mare. Merle lo fissò addolorata e perplessa. Sul volto di Dale, largo e grasso, si era invece dipinta un'espressione indagatrice. L'uomo era pesante, corpulento, con una barba che, sfumandosi di grigio, gli conferiva un'aria da intellettuale. Nelle sue fattezze poco avvenenti non c'era però nulla di spiacevole, poiché i grandi occhi colmi di una acuta intelligenza lo rendevano interessante. «Se i miei quadri non ti piacciono», disse Merle, «questo non è un buon motivo per prendermi in giro.» «Sarebbe assai peggio se qualcuno non ti dicesse la verità.» «E la tua è la verità con la V maiuscola, immagino. Ebbene, sei soltanto un impiccione con la I maiuscola», ritorse lei. Dale rise divertito, ma i suoi occhi rimasero seri. Per lui era molto difficile accettare il fatto che Merle sembrasse essersi innamorata de! biondo svedese. Da quando i genitori di lui avevano praticamente adottato la ragazza, che era rimasta orfana all'età di soli sei anni, lei era diventata il centro dei suoi affetti. E, malgrado la differenza di età, il suo affetto era adesso tutt'altro che platonico. Gunnar Sven era invece giovane, assai attraente, e tuttavia in lui c'era qualcosa di molto strano, quasi un mistero che pesasse come un'ombra sulla sua vita. Quale fosse questo mistero, era una cosa che Dale aveva deciso di scoprire. «È un'altra la verità che adesso mi preoccupa, bambina», mormorò. «Questi libici hanno terrore di lui. E tu lo sai quanto me. Se si rifiutano di collaborare, è solo perché lui è nostro amico.» «Non dire idiozie, ti prego! Nessuno può aver paura di Gunnar. Anzi, lo trovo più che gentile con la gente del posto.» «Sicuro. Sa comportarsi da vero esperto con loro. Devo ammettere che, per un giovane della sua età, è molto capace.» «E allora, qual è il problema?» «C'è qualcosa di strano in lui. Questi arabi lo sanno, e lo sappiamo anche noi.» Fece una pausa. «Si è aggregato a noi soltanto due mesi fa, al Cairo, giusto dopo che mia madre decise di lasciarci. Il telegramma che la richiamava a casa, al capezzale di zia Sue, è arrivato Mercoledì 3 Maggio. Lei si è imbarcata il 5 Maggio. E Gunnar Sven si è presentato il giorno 6.» Merle bevve un altro sorso di caffè. «Benissimo. Non voglio contraddire la tua lucida esposizione dei fatti. Ora spiegami perché questo tono di rimprovero.» Gettò via la sigaretta. «Faccio i capricci, Dale?»
«Sei tu a definirli capricci. Dopotutto ti sei rifiutata di aspettare al Cairo che mamma ritornasse, secondo il suo programma.» «Il Cairo!» La ragazza sbuffò. «Milioni di imbrattatele hanno già dipinto in tutti i modi le Piramidi, la Sfinge e il Nilo. Io voglio dei soggetti nuovi, che nessuno abbia mai visto.» «Tu vuoi l'Oasi di Siwa. Di tutti i più dannati posti dimenticati da Dio, proprio quello! E per di più in estate, con un caldo che...» «Tu stavi morendo dalla voglia di vedere l'Oasi. Non provarti a negarlo, sai!», lo accusò lei. «Ti sei eletto a mio guardiano e protettore solo per salvare la faccia, ma la verità è questa. Oh, che ipocrita! Io ti strozzerò, Dale Fleming!» L'uomo esplose in una risata tonante. Il cuoco arabo e alcuni dei servi che avevano assunto, seduti accanto alle loro tende, si voltarono a guardarlo con una sorta di indifferente meraviglia. «Touché! E va bene. Per amor tuo mi farò mangiare vivo dalle mosche di Siwa e, mentre dipingi le palme, combatterò a fucilate coi Tuareg per tenerli lontani dalla tua dolce persona. Ma...», d'un tratto la sua faccia perse ogni allegria, «per tornare a Gunnar: perché si è dato tanta pena per non rivelarci il nome dell'uomo per cui sta lavorando?» «A dire il vero, non gliel'ho mai domandato.» «Neppure io... almeno apertamente. Ma parecchie volte ho cercato di condurlo su quell'argomento, e lui è sempre scivolato via come un'anguilla. Per una buona ragione, direi.» «E sarebbe?» «Lavora per un arabo», rivelò Dale. «Uno Sceicco. Un uomo conosciuto... o meglio famigerato, dal Marocco al Cairo. Si fa chiamare Sceicco El Afrit, e passa per essere uno Stregone. Il suo vero nome è Zura El Shabur.» «Ah!» Merle lo guardò stupita, poi diede attorno un'occhiata cauta e abbassò la voce. «Be', cosa ci sarebbe di tanto tremendo in questo?» «Ha una brutta fama. Molto brutta. La Magia Nera non è uno scherzo da queste parti. E questo Zura El Shabur ci sguazza dentro come pochi altri.» «Sul serio? Bisogna che ne parli a Gunnar, così mi farò dire tutto. È fantastico! Ma ci pensi? Gunnar e la Magia Nera...!» Dale la osservò con affetto, fra divertito e intenerito. L'eccitazione della ragazza per i soggetti misteriosi e le situazioni oscure, era tipica del suo carattere vivace e entusiasta. «Tu balleresti il valzer con un leone, se qualcuno non fosse lì a spiegarti
che la faccenda presenta qualche rischio», borbottò con un sospiro. Da lì a poco, mentre Merle s'era alzata, Gunnar tornò lentamente verso di loro. Si fermò a qualche passo da lei, così alto che la giovane donna gli giungeva a stento alle spalle. Dale afferrò il pacchetto delle sigarette. «Stavamo giusto parlando di te. E, come dicevo a Merle, io...» Ma la voce gli morì in gola. Stupefatto, l'uomo vide che a un tratto Gunnar aveva fatto un balzo di lato, girando bruscamente la testa. Sul suo volto c'era un'espressione inorridita. Rigido e teso, fissava qualcosa oltre le ombre scure dei cespugli, con gli occhi colmi di un incomprensibile spavento. Dale si alzò subito e corse accanto a Merle, ma la donna scostò il suo braccio e si portò davanti al biondo svedese. «Gunnar! Che succede? Cos'hai visto? Rispondimi, ti prego!» Il corpo robusto di lui fu scosso da un tremito. Si passò una mano sulla fronte sudata, come per togliersi un'allucinazione dagli occhi. «Mi ha ritrovato. Lui sta venendo. Io non pensavo che...» «Chi? Di chi stai parlando?» La ragazza gli si aggrappò a un braccio, spaventata dal suo atteggiamento. «Aveva detto phe ero libero. Libero! Non avrei mai osato venire con voi, se avessi saputo che mentiva. E adesso ho trascinato anche voi in questa sporca storia. Oh, Merle, perdonami!» Gunnar afferrò le mani della giovane donna e gliele baciò freneticamente. Poi si rivolse a Dale con occhi brucianti e lo scosse per le spalle. «Andatevene! Andate via! Subito prima che arrivi. Montate a cavallo e fuggite da qui. Lui mi costringe a... Andatevene!», gridò. «Ma, yarudd! Cosa significa questo, Gunnar, mio servo?» Quella voce, profonda e gutturale, era sembrata scaturire dalle profondità di un antro. I tre guardarono i cespugli, sbigottiti, e videro una figura sbucare dalle ombre a non più di cinque metri da loro. Merle sbarrò gli occhi. Tutto intorno la zona era deserta e sassosa per alcuni chilometri e, se si fosse avvicinato un cavallo, lo avrebbero sentito. Com'era arrivato lì, in piena notte, quell'arabo alto e magro? «Gunnar, mio servo!», vibrò ancora la voce possente dell'individuo. «Cosa significa tutto questo?» Lo svedese tremò come una canna al vento. L'espressione della sua faccia era drammatica. Fissandolo come se gli altri non esistessero, l'arabo si fermò davanti a loro, ed esclamò:
«Rispondi!». Gunnar mosse le mani in modo vago e fece un tentativo per parlare, ma la voce gli morì in gola. «Io... io...», balbettò, rauco. «Più tardi me ne renderai conto!», gli promise minacciosamente l'uomo. Quindi si voltò di scatto verso gli altri due, facendo ondeggiare il mantello. Sotto il turbante la sua faccia scarna e allungata, fornita di un naso adunco, era gelida. Negli occhi gli balenò un lampo oscuro, così intenso che Merle indietreggiò d'istinto. Aggrappata a un braccio di Gunnar, la ragazza lo sentì tremare. Dale si era invece fatto avanti, e scrutò il volto dell'arabo con l'interesse spassionato che avrebbe avuto per un'opera d'artigianato locale. «Sembra che voi parliate un ottimo inglese, amico mio. O forse chiamarvi amico è... uh, prematuro?» L'atteggiamento dell'individuo cambiò di colpo. Un largo sorriso gli aprì le labbra sottili, rivelando una fila di denti candidi, e con la mano destra afferrò quella di Dale. Gliela strinse urbanamente, poi rivolse un mezzo inchino a Merle, e gettò una blanda occhiata allo svedese. «Presentami ai tuoi amici», ordinò. Gunnar era irrigidito. Con un visibile sforzo si controllò, ma la sua voce rimase un filo sottile: «La signorina Merle Anthony e suo cugino Dale Fleming. Questo è lo Sceicco Zura El Shabur». «Zura delle Nebbie», lo corresse l'altro. «Sono lieto di conoscervi. Annovero molti europei fra i miei amici. La lingua? Ebbene, tutte le lingue sono uguali per me.» «Vorrei poter dire lo stesso», ridacchiò Dale. «Un nome ben singolare il vostro. Bene, devo dire che ci avete fatto prendere un bello spavento, sbucando fuori come il djinn dalla lampada di Aladino.» Di nuovo El Shabur fece lampeggiare i denti. «Chi vive nel deserto impara ad apprezzare la solitudine e il silenzio», sentenziò. «Giusto, giusto», fu d'accordo Dale. «Ciò malgrado, il vostro arrivo qui è stato inatteso, per così dire.» «Inatteso ma opportuno. Esso ha riparato alla scarsa educazione del mio servo, che stava per farvi allontanare e togliermi così il piacere della vostra conoscenza.» «Via, non siate ingiusto con Gunnar. Nelle ultime settimane è stato il no-
stro angelo protettore, per non parlare della sua simpatica compagnia.» «Malgrado ciò, ho sentito che vorrebbe farvi partire presto... anzi, immediatamente, da Sollum.» Dale fece una risatina. «Io sono uno di quei turisti pazzoidi che preferiscono perdere denaro piuttosto che cambiare programma. Dovete sapere che uno dei cammellieri se l'è squagliata con un po' di equipaggiamento, e poco fa Gunnar non stava facendo altro che implorarmi di inseguirlo. Tutto qui.» Merle fu svelta ad aggiungere un particolare alla menzogna. «Roba di nessun valore. Poche cosucce da toeletta d'argento, una valigia di pelle e una macchina fotografica. È seccante, ma non val la pena di corrergli dietro per ore.» La ragazza si frappose tra loro e accese una sigaretta, per dare tempo a Gunnar di ritrovare la padronanza di se stesso. El Shabur le rivolse un secondo inchino, e quindi studiò con occhi acuti il bel volto di lei. «Tanta avvenenza e femminilità non devono restar prive degli oggetti da toeletta. Posso mandare Gunnar all'inseguimento del ladro?» L'idea di separarsi dallo svedese fece trasalire per un attimo Merle. Un presentimento le diceva che per la propria sicurezza - e anche per quella di lui - avrebbe dovuto tenerlo il più possibile accanto a sé. La sua vicinanza la faceva sentire più tranquilla. Ma... la sua sicurezza? Di che avrebbe dovuto temere? E perché, pensò la ragazza, quel presentimento vibrava adesso in lei come un segnale rosso di pericolo? Gettò una rapida occhiata di traverso a Gunnar, ma il giovanotto aveva il capo chino e non la guardava. «No, non importa», disse allora, dedicando all'arabo il suo sorriso più seducente. «Preferisco che resti con noi, senza stancarsi inutilmente. Gunnar ci ha promesso di farci da guida fino all'Oasi di Siwa.» «Oso sperare che questo non intralci i vostri progetti, caro signore», aggiunse Dale, ansiosamente. «Vi confesso che dipendiamo moltissimo dal suo aiuto. Proprio non so come ce la caveremmo senza lui.» «Vi capisco. Gunnar, il mio servo, ha delle doti preziose», annuì l'arabo, poggiando una mano su una spalla del giovane in atteggiamento possessivo. Gunnar ebbe un fremito, e i suoi occhi mandarono un lampo di avvertimento verso Merle. El Shabur rivolse agli altri due un sorriso rassicurante. «Non ci sono difficoltà, allora. Gunnar può senz'altro farvi da guida, visto che anch'io vorrei unirmi alla vostra piccola carovana. Il mio lavoro, infatti, richiede che io pure mi rechi a Siwa quanto prima. Se non avete
nulla in contrario, viaggeremo insieme.» Dale si affrettò a prendergli una mano e gliela strinse energicamente. «Ottima idea, caro Sceicco. Ottima idea! Sono certo che il nostro sarà un viaggio rapido e di tutto riposo.» Più tardi, nella sua tenda, Dale Fleming cercò invano di prendere sonno. La sua intelligenza inquieta e sempre al lavoro lo tenne sveglio a lungo. Pochi passi più là Merle aveva invece spento subito la sua lampada e dormiva tranquillamente. Gli uomini ingaggiati al Cairo russavano all'aperto, avvolti nelle loro coperte. Perfino i cammelli avevano smesso di grugnire nervosamente e si erano accovacciati in circolo. Accanto a loro i bagagli erano accumulati con ordine, in attesa di essere caricati. La luna inargentava la scarsa vegetazione della costa e tingeva di bianco le colline pietrose. A non molta ditanza dal campo, la risacca sciabordava pigra sulla rena. Seduto sulla branda all'interno della sua tenda, Gunnar fissava la parte di quel silente panorama notturno che poteva vedere all'esterno. Cosa l'aveva svegliato? Perché il suo cuore batteva così forte e il sangue gli pulsava negli orecchi? A parte quei tonfi, non udiva alcun rumore strano. Nel buio, le sagome dei cammelli, delle tende e dei bagagli, erano forme scure e prive di particolari. Il giovane uscì dalla tenda, fece un giretto per il campo, e respirò l'aria a pieni polmoni. Poi rabbrividì e volse in giro uno sguardo preoccupato. Un volatile notturno, stagliandosi nel cielo, guidò i suoi occhi verso il profilo lontano di un'antica fortezza turca. Deserta e massiccia, era arroccata come una sentinella sulla cima del promontorio che dominava la baia di Sollum. Ma, fra quegli immensi muri diroccati, brillava una scintilla di luce, verde e livida che, come una fiamma stregata, conferì d'un tratto alla notte un alone diabolico. «El Shabur... già lui! Il Pentacolo di Fiamma!», sussurrò. L'ansito gli era uscito dalle labbra come un'imprecazione e un gemito insieme. Per alcuni minuti non riuscì a far altro che fissare quel lucore smeraldino, come ipnotizzato. La paura gelida che lo attanagliava si trasformò in un'angosciosa necessità di agire: si voltò, inciampò fra i sassi fino alla tenda di Merle, e ne scostò il drappo d'ingresso con mani tremanti. Poi tolse di tasca la torcia elettrica e la puntò sul volto della ragazza addormentata. Era pallida e rigida come se il suo sonno fosse una trance, un coma insano che gravava su di lei. Gunnar le sfiorò la fronte con una mano e le afferrò un polso scuotendola lievemente, ma la giovane donna non diede al-
cun segno di risveglio. Accovacciato accanto alla branda, esaminò il volto di lei. La sua carnagione serica era così bianca da apparire esangue. Perfino le belle labbra turgide avevano perso il loro colorito, e i capelli che incorniciavano quel viso d'alabastro sembravano un'onda di oro pallido. Impaurito, Gunnar notò che il suo respiro era lentissimo. I suoi lineamenti, di solito così pieni di vita, parevano trasformati in quelli di una strana e remota Sacerdotessa di qualche culto misterioso, metà Dea e metà bambina. Com'era indifesa! «Ed entro poche settimane, al massimo entro pochi mesi», mormorò, «El Shabur farà di lei un'Iniziata. Questo è solo il primo passo. E s'imputridirà... perirà... come sto facendo io!» Un singhiozzo senza lacrime gli scaturì dalla gola riarsa. «No! No! Non tu, mia cara, dolce bambina!» Le strinse le mani fredde. «Devo impedirglielo... ora!» Ma non si mosse. Per alcuni minuti l'incertezza e la confusione di cui era preda lo costrinsero lì in ginocchio, con le dita della ragazza premute sulle labbra. La paura era un animale che gli si torceva nelle viscere. Non ce la faceva, non ne era capace... non poteva interferire! E, tuttavia, nel suo animo cresceva la volontà di agire. La disperazione lo faceva tremare come una foglia anche mentre la scacciava fuori da sé e, quando si rialzò, il suo volto era rigato di lacrime gelide. Vacillò fuori dalla tenda. Sulla soglia fissò ancora Merle con occhi vacui come pezzi di vetro, ansimando. «Addio, mia cara. Farò quello che potrò», le promise in un sussurro. «Pur di salvarti darò la mia anima... se ancora ho un'anima!» Uscì dal campo e corse sul sentiero in direzione del promontorio e dell'antica fortezza. Se l'occupazione di El Shabur era quella che egli temeva, l'arabo non avrebbe potuto vedere né sentire. Chiuso nel bozzolo della sua concentrazione rituale, nulla nel mondo che lo circondava avrebbe raggiunto i suoi sensi. Mezz'ora dopo, Gunnar s'accorse che quella sua speranza era giustificata. Quando entrò sotto le arcate massicce della fortezza, sbucando nel vasto cortile centrale, vide che cinque fuochi verdi ardevano all'esterno di un circolo largo alcuni metri, ciascuno in corrispondenza di un vertice di un pentacolo nero tracciato al suolo. Al centro di quel simbolo cabalistico stava in piedi El Shabur, ammantellato di nero, con uno scettro d'ebano nella destra e una strana croce ansata nella sinistra. Gunnar si fermò per riprendere fiato. Agli orecchi gli giungeva il monotono e incomprensibile cantilenare dell'arabo. A quale punto del rituale era
arrivato? Da quanto tempo stava risucchiando anelito dopo anelito l'anima di Merle dal suo corpo inerme e immerso nel coma stregato? Saperlo era d'importanza vitale. Soltanto se l'orrida negromanzia di quell'incantesimo era allo stadio finale, chiudendo la via del ritorno all'anima che stava attirando fuori dalla sua dimora di carne, niente sarebbe più valso a liberarla. Si accovacciò dietro un muretto e tese le orecchie, cercando di distinguere le parole della nenia che El Shabur stava mormorando: «Shekinah! Aralim! Ophanim! Datemi la vostra forza nel nome di Melek Taos, che comanda il cielo, il mare e i venti, dominatore dei quattro elementi per virtù di Adonai e degli Anziani!». «Aah!», sussurrò Gunnar, sollevato. Non era giunto in ritardo: El Shabur stava ancora evocando i demoni suoi alleati. Lo spirito di Merle doveva essere più forte del previsto, e quindi ancora lontano dal cedere del tutto alla volontà dell'arabo. Gunnar corse avanti e rovesciò l'uno dopo l'altro i cinque bracieri. Le fiamme verdi crepitarono e si spensero istantaneamente, lasciando l'alta figura dello Stregone illuminata soltanto dal chiarore lunare. Con un ansito rabbioso l'uomo si voltò a fissare le ombre del cortile: vide Gunnar, e sollevò di scatto le braccia, simile a un enorme pipistrello nero. «Miserabile!», ringhiò, mandando bagliori dagli occhi. La malvagità che emanava da lui era così intensa che il giovane sentì il sangue andargli in acqua. Dal suo corpo rigido e magro si sprigionava un potere magnetico. Gunnar dovette far ricorso a tutta la sua forza di volontà per indietreggiare, passo dopo passo, finché alle spalle sentì il muraglione esterno. Ma, una volta lì, seppe che lo sguardo di El Shabur lo teneva, lo inchiodava alla parete come una lancia conficcata nelle viscere. E tuttavia un tremito d'emozione lo scosse, perché sapeva anche d'aver ottenuto molto più del previsto: la mente dell'arabo era stata strappata via da quella della giovane donna. L'anima di Merle, libera, stava tornando intatta nel suo ricettacolo umano. «E così ti sei innamorato di una donna», sbottò l'arabo. «Hai cercato di salvarla da me, tu che non puoi neppure salvare te stesso!» «È vero, io non posso salvarmi», ansimò Gunnar. «Ma Merle Anthony è diversa da me. Non riuscirai a praticare le tue sporche magie su una ragazza come lei!» Gli occhi dell'arabo erano due carboni ardenti. «Dunque sembra che, malgrado i miei insegnamenti, tu non abbia ancora imparato la vera ubbidienza. Hai dimenticato il tuo Voto? Hai dimenticato
che un Negromante non può mai retrocedere di un passo sulla strada che percorre? Hai dimenticato quale punizione attende i rinnegati?» «Per salvarla da te sono disposto a morire, se necessario.» El Shabur fece un sorriso contorto. «Morire!», lo beffeggiò. «La morte non è per quelli come noi. Non sei forse un Iniziato, un Adepto? Cosa potrebbe dare la morte a un essere come te?» «Ci dev'essere una via di fuga per me... e per lei. E io la troverò, El Shabur!» Lo svedese sentì la forza magnetica dell'altro allentarsi, e ne approfittò per fare qualche passo avanti a pugni stretti. Ma di nuovo il suo sguardo si confuse, la debolezza gli fece ricadere le braccia lungo i fianchi, e un torpore invincibile gli annebbiò i sensi. Conscio che doveva reagire, cercò di scacciare da sé quel vento impalpabile che gli cancellava i pensieri e la volontà, ma invano. L'abitudine di cedere, di ubbidire al padrone con animalesca passività, annientò il suo raziocinio e gli si installò nel cervello. Cadde in ginocchio. «Tu non puoi opporti al Potere che io servo... al Potere che serve me!» Il sangue pulsava nella testa di Gunnar. Nelle orecchie udiva il rombo che lo sopraffaceva. Davanti agli occhi aveva una foschia rossastra al centro della quale campeggiava il volto dello Stregone. «Sei un demonio, un servo di Satana!», ansimò. «Maledetto... tre volte maledetto!» L'arabo gli si avvicinò ancor di più. I suoi occhi erano luci roteanti. Le sue mani adunche scattarono, afferrando il giovane per i capelli. Poi si chinò sul suo volto. Gunnar si accorse che l'uomo gli sputava in fronte, ma non poté opporsi. La voce sibilante mormorò alcune parole cabalistiche che gli penetrarono nel cranio come pugnali acuminati, e qualcosa lo costrinse a spalancare la bocca. L'arabo gli sputò in gola una saliva amara come fiele, e un veleno ardente gli percorse le membra. Non s'accorse neppure che l'altro lo scaraventava a terra. El Shabur fece un passo indietro. «Sei una bestia ignorante e misera. Torna ciò che sei in realtà... un animale schiavo dell'istinto. Tu stesso hai dato forma allo spirito diabolico che ti domina. E come tutti i demoni, non sei che uno schiavo. Sii quindi ciò che sei. E ora vattene, stupida bestia. Vai a ululare coi tuoi simili fino all'alba!» Qualcosa di scuro si mosse accanto alle ginocchia dell'arabo, e ci fu un
uggiolio. Il lamento bestiale si mutò in un ululato che echeggiò fra le mura dell'antica fortezza. Poi un'ombra snella e veloce balzò fra i muretti e corse fuori, verso le aride terre deserte che circondavano il paese di Sollum. Il giorno successivo, al tramonto, Dale Fleming e la sua piccola carovana raggiunsero il pozzo di Bir Augerin, il primo di quelli segnati sulla carta del programma di marcia. La loro partenza era stata rimandata di diverse ore, quel mattino, perché Merle aveva insistito che si aspettasse il ritorno di Gunnar. Ma il giovane non si era fatto vedere. «Vedrete che ci raggiungerà durante il viaggio», l'aveva assicurata lo Sceicco. «È un esperto nel percorrere le zone sabbiose e deserte.» «Ma il suo cammello?» «Lo porteremo con noi. Lui potrà procurarsene un altro facilmente.» «Non avete un'idea del perché ci abbia lasciati così, senza dir niente? Questo non è nel suo carattere.» El Shabur le aveva rivolto un sorrisetto serafico. «È giovane. E i giovani sono scriteriati, indisciplinati. Lui ha... diciamo, certi amici... Oh, è un ragazzo che ha del fascino! E qui i biondi nordici piacciono.» Il volto di Merle era arrossito, ma poi si era fatto pallido. Dale invece non mostrava nessuna emozione e, fissando le mani dell'arabo che arrotolavano strettamente un pezzo di corda, si era reso conto che, evitando di guardarlo negli occhi, il tono della sua voce faceva un effetto del tutto diverso; non già suadente e cordiale, ma mellifluo. Merle non aveva fatto altre obiezioni, tuttavia, fra una cosa e l'altra, era riuscita a ritardare la partenza della carovana fino alle tre e mezza del pomeriggio. Come al solito c'era stato da discutere con gli arabi circa il giorno della partenza: secondo le loro supersitizioni, il lunedì, il giovedì e il sabato erano i giorni fortunati, sebbene ciascuno per motivi completamente diversi. Ma la faccenda era complicata da un intreccio di auspici più minuti, come una corda che si spezzava o il morso di un cammello, cosicché ogni partenza avveniva sotto un insieme di pronostici sovente contrastanti che non tutti interpretavano allo stesso modo. Solo che frequenti soste per le preghiere, e le continue lotte con i cammelli - in realtà erano dromedari, capricciosi e pericolosi - distraevano gli arabi dalle loro superstizioni. A Bir Augerin il campo venne montato con rapidità. I servi riempirono gli otri d'acqua a una delle vasche in muratura del pozzo, e fecero bere gli animali. Merle accese una sigaretta e, non avendo di meglio da fare, ripulì
i suoi pennelli, pensando sconsolata a Gunnar. Da lì a poco, mentre gli uomini s'inginocchiavano sui loro tappetini da preghiera e salmodiavano il Corano rivolti verso la Mecca, Dale la raggiunse. «Io non ci credo!», sbottò la ragazza, prima ancora che il cugino aprisse bocca. «Esattamente, cos'è che non credi?» «Gunnar non è tipo che agisce così. Forse hanno litigato e...» La ragazza deglutì a vuoto, chinando il capo. «Dale tu credi che quell'uomo abbia... fatto del male a Gunnar?» «Sono convinto di no, mia cara», mentì lui, carezzandole una mano con fare rassicurante. «Non hai ragione di preoccuparti. Sono pronto a scommettere che ci raggiungerà presto, e con un'ottima spiegazione. Lo Sceicco delle Nebbie è soltanto un vecchio musulmano strambo. Il nostro Gunnar è un ragazzo sveglio e in gamba. Comunque...», tossicchiò, «vorrei che stanotte tu tenessi questa con te.» Dale le porse una piccola automatica cal. 22. «È carica, e tu sai usarla bene. No...» Sorrise. «Non per lo Sceicco. Ci sono dei lupi in questa zona. Ieri notte li ho sentiti ululare. Non attaccano l'uomo, però possono diventare pericolosi se li sorprendi a frugare nei rifiuti in cerca di cibo.» «Lupi? Qui nel deserto? Sbagli. Saranno stati sciacalli.» Lui rise. «Non dare mai torto al vecchio Dale, che è stato in Alaska. L'ululato del lupo è caratteristico. Ascolta!» E, gettando indietro la testa, emise un ululato così acuto e risonante che l'intero accampamento tacque stupefatto. El Shabur, che era giunto quasi al termine della preghiera, balzò in piedi e sguainò il coltello ricurvo. Un paio di servi imbracciarono i vecchi fucili di marca inglese a canna lunga, e si guardarono intorno in cerca del bersaglio. Dalla gola di Dale scaturì una risata gorgogliante. «Vedi? Anche loro conoscono il vecchio ululato del brigante. Se stanotte lo senti, tieni stretta la pistola e sorridi.» Ma quella notte non accadde nulla che disturbasse il loro sonno. La carovana si mise in viaggio prestissimo, alle quattro e mezzo del mattino, e col fresco i cammelli procedettero in fretta per circa tre ore sulla sabbia dura. Alle otto raggiunsero il pozzo successivo segnato sulla carta, la piccola Oasi di Bir Hamed. La cisterna era l'ultima prima dell'inizio del deserto ve-
ro e proprio e, visto che lì intorno c'era dell'erba fresca, gli arabi dissero che conveniva far pascolare i cammelli, lasciarli riposare tutta la giornata e prepararli così alle fatiche da cui erano attesi in seguito. Dale si rese conto che qualche loro superstizione li spingeva a quella sosta, ma non volle mettersi a litigare, e acconsentì. I fuochi furono accesi, e su di essi vennero piazzate le grate di ferro per cucinare. I pezzi di cedro e di balsamo sprigionavano fiamme vive e un odore gradevolissimo, perfino più dolce di quello del cibo. Dale discusse a lungo col cuoco, che intendeva fare il caffè all'araba coi chicchi verdi e varie spezie, e lo convinse che per un occidentale il caffè verde era un controsenso. El Shabur ne approfittò per avvicinare Merle e le indicò l'oriente. «Lui sta arrivando, Miss.» La ragazza lasciò cadere la macchina fotografica che stava caricando e balzò in piedi. «Lui chi? Gunnar? Ma... io non vedo nessuno.» «Arriverà a dorso di cammello, da quella direzione.» A Est c'era una distesa di sabbia mista a terriccio sassoso, appena ondulata e del tutto deserta. Merle aguzzò gli occhi ansiosamente. «Non vedo proprio nulla. Dale!», chiamò. «Lo Sceicco dice che Gunnar sta venendo da quella parte. Riesci a vederlo?» Dale si accostò a loro, con gli occhi fissi sull'orizzonte, poi rivolse a El Shabur un sorrisetto blando. «Ah, voialtri arabi! Popolo strano e meraviglioso! Nel deserto avete un sesto senso e forse anche un settimo. Mi farete venire un complesso d'inferiorità.» Mise quindi un braccio attorno alla vita di Merle. «Se ha detto che sta venendo, verrà. Dirò al cuoco di preparare qualcosa anche per lui.» Dale si allontanò per dare le istruzioni e, pochi istanti dopo, fece ritorno. «Questa gente mi sembra rimbecillita, stamattina», brontolò. «Ibrahim recita aneddoti che sembrano tratti dalle Mille e una notte. Secondo voi, cosa gli passa per la testa?» «Ai sempliciotti piace chiacchierare», rispose lo Sceicco, sprezzante. «Parlano, e non dicono niente.» «Già, quell'Ibrahim è proprio un bell'elemento, uno spiritaccio. A un funerale sarebbe capace di far ridere la vedova in gramaglie. Ma tutto cambia quando parlano di Vampiri e di spettri: sussurrano, si guardano alle spalle, fanno segni di scongiuro e, se il racconto è particolarmente orribile, alcuni tengono una mano sul pugnale.» «Chiacchierano a vanvera. Questi non sanno nulla di stregoneria.»
«Dite sul serio? Be', certo voi li conoscete meglio di me. Ma ditemi, esiste davvero un posto chiamato Bilad El Kelab?» El Shabur strinse lievemente le palpebre. Poi ebbe un lento cenno di assenso. «Vedo che Ibrahim mescola alle sue fantasie anche un po' di verità. Esiste, e lui va raccontando a tutti che suo fratello visitò quel luogo. In inglese significa Terra dei Cani... un nome suggestivo, dovuto alla leggenda secondo cui tutti gli uomini, una volta laggiù, al tramonto si trasformano in cani. Come i Lupi Mannari. Capite?» «Bilad El Kelab è molto lontano, a Sud... mi pare nel meridione del Sudan», disse Dale. «Anche a me Ibrahim ha detto di suo fratello.» «Ibrahim non ha mai avuto un fratello.» «Non ce l'ha?» Lo Sceicco scosse il capo. «No. E il meridione del Sudan è famoso per le leggende stupide e infondate che vi si inventano.» «Oh, be', mi permetto di dissentire, signore. Io sono appassionato di leggende e folklore locale. Anzi, è proprio per questo che desidero visitare Siwa, oltre, naturalmente, alla mia responsabilità come... uh, sorvegliante della mia cara cuginetta.» L'altro inarcò un sopracciglio. «Essere troppo curioso di certe cose può non rivelarsi saggio, a volte. Noi arabi abbiamo un detto: ciò che nutre l'aquila può uccidere il passero.» «Molto saggio, mio caro amico. Non è così Merle? Da quando ho oltrepassato i cento chili, voi siete il primo che mi paragona a un passero. Ah, lo spirito di voi arabi! Questo Ibrahim, comunque, mi ha spaventato tutto il campo. Va dicendo che un canemannaro, o un Lupo Mannaro, ci sta annusando il didietro. E afferma che lui stesso ieri notte lo ha visto.» «A tanta distanza da Bilad El Kelab?» «Giusto, caro Sceicco. E tuttavia, cosa sono poche centinaia di miglia per un uomo-lupo? Di giorno nessuno gli impedirebbe di viaggiare a dorso di cammello. Oppure su un veicolo, se non fosse appassionato quanto noi dei vecchi sistemi. Ovviamente dovrebbe riassumere la sua forma umana, dato che lo sterzo e il cambio di una Land Rover mal si prestano a esser manovrati da un lupo e...» «Dale!» Merle non aveva voglia di scherzare. «Potrebbe essere lo stesso lupo che hai sentito ululare.» Ma quando il cugino le diede di nascosto un pizzicotto d'avvertimento, fu svelta a continuare: «Ciò accadde ad Alessan-
dria, certo. Fu quella notte, fuori Alessandria, che ti parve d'aver udito dei lupi». «No, fu nella Valle dei Re», la corresse Dale. «Tuttavia, il giorno dopo seppi che si trattava di sciacalli.» El Shabur fissò l'uno e l'altra con viso imperscrutabile. Poi accennò verso oriente. «Il nostro amico è in arrivo.» In lontananza, distorta dalle esalazioni di calore, c'era la figura di un cammello con qualcuno in groppa. Merle fu costretta ad accendersi una sigaretta per mascherare il nervosismo. «Potrebbe essere chiunque. Impossibile dirlo da questa distanza.» Lo Sceicco si strinse nelle spalle. «Presto lo scoprirete, Miss.» Mezz'ora più tardi, Gunnar Sven giunse nell'accampamento. Appariva sfinito e malridotto, come se avesse cavalcato per giorni e giorni senza dormire e senza cibo. L'irritazione di Merle, e l'impazienza di avere una spiegazione, svanirono all'istante quando vide in che condizioni il giovane era ridotto. Con un gemito impietosito corse ad aiutarlo a smontare, poi lo sorresse conducendolo verso la tenda dinanzi alla quale lo Sceicco e Dale si erano seduti. «Ti ho fatto preparare del cibo», ansimò la ragazza. «No, non ora.» Gunnar vacillava. La voce gli usciva a stento dalle labbra aride e screpolate. «Devo dormire. Io... scusami, Merle. Ho avuto un contrattempo. Un maledetto contrattempo!» «Non fa nulla, Gunnar. Oh, povero caro!» La ragazza lo affidò a un servo. «Portalo a letto, e abbi cura di lui. Più tardi il signor Fleming gli darà una medicina. È malato!» Quella sera, poco prima del tramonto, nel campo ci fu una certa agitazione. I cammelli vennero tolti dal pascolo e riportati al pozzo per essere costretti a bere ancora. Ma era chiaro che avrebbero preferito continuare a mangiare e, essendo cammelli, espressero la loro disapprovazione scalciando e mordendo. Gli uomini usarono i bastoni e, levando alte ed elaborate imprecazioni in arabo, lottarono con le bestie finché i loro capaci stomaci furono pieni d'acqua. Dale bighellonò intorno ai cammelli finché uno di essi quasi lo centrò in faccia sputando un disgustoso bolo di saliva, quindi preferì allontanarsi. Le ombre della sera si facevano rapidamente più lunghe. L'uomo andò a fermarsi presso un mucchio di macigni e, con le mani in tasca, fissò pensosa-
mente l'immensità del deserto. «Dev'esserci qualcosa che mi sfugge», mormorò fra sé. «Come un mosaico dai pezzi che non vogliono riunirsi. Negromanzia, Stregoni e Lupi Mannari. Gunnar Sven. Lo Sceicco delle Nebbie! Fantasie che circolano nell'accampamento. Un bel miscuglio. Mi chiedo se...» Ma d'un tratto il suo sguardo mutò, tornando a fuoco su quello che lo circondava. Il suo corpo voluminoso s'irrigidì. Poi, con la leggerezza che a volte sanno avere anche gli individui grassi, avanzò fra gli alti macigni giallastri. Il suo udito sensibile sentiva una voce, poco più che un sussurro, da qualche parte davanti a lui: «...finché non saremo a Siwa. Io starò accanto a lei, dall'alba al tramonto». A parlare era stato Gunnar Sven, con ira. «E se tu tenterai qualcosa, allora le dirò chi sei!» «Bada che potrei dirle io chi sei tu... dopo il tramonto!», replicò sarcasticamente la voce di El Shabur. «Se lo sapesse, credi che cercherebbe la tua protezione?» «Sei un demonio!» «E tu un pazzo. Non immischiarti con poteri che non puoi controllare. Ne riparleremo a Siwa.» Le due voci tacquero. Dale sentì i passi di Gunnar e di El Shabur allontanarsi verso il campo. «Più pezzi vanno a posto, meno vedo chiaro il mosaico», mormorò Dale. «Sembra che questo viaggio a Siwa abbia dei risvolti molto ma molto strani. Vecchia oasi... vecchia città diabolica, cosa nascondi?» Il sole era scomparso sotto l'orizzonte, e Dale ripensò a una frase di Gunnar che d'un tratto gli appariva significativa: Io starò accanto a lei dall'alba al tramonto. Non aveva l'aria di sembrare un modo di dire poeticosentimentale. E, se messa in relazione con la sua inspiegabile scomparsa della sera prima, si arricchiva di un altro significato. Ma quale? Dale si avviò lentamente verso le tende, masticando il bocchino della pipa scarica. Era stato lì a riflettere, dopo aver origliato, e aveva visto Gunnar e l'arabo separarsi. Poi Gunnar si era avviato con Merle verso il piccolo pascolo, e i due stavano tornando solo adesso, ombre nell'oscurità violacea del deserto. La ragazza si era innamorata, pensò Dale con un sospiro. E avrebbe vissuto la sua vita, nel bene o nel male. Ma se aveva deciso di legare il suo destino a quello dello svedese, su di loro si addensava una nuvola nera.
In quanto a El Shabur... fino a che punto poteva essere pericoloso quel famigerato Stregone arabo? Le città del Nord Africa e i borghi cotti dal sole delle oasi, pullulavano di individui che praticavano la magia. Alcuni di loro erano innocui, abili a curare i malati e propensi a distribuire le loro profezie per un piatto di minestra e basta. Pochissimi erano noti per l'aura oscura che li circondava: li si sospettava di avere a che fare col Demonio, e la gente li evitava. Gli occhi di Dale si fecero freddi nel ricordare uno o due di quegli individui, e il suo volto solitamente cordiale s'indurì. Era sicuro che Merle stava correndo un pericolo di qualche genere, per causa di Gunnar non meno che di El Shabur. Lo svedese si sarebbe tagliato la gola piuttosto che farle del male, e tuttavia lui era una sorta di canale attraverso il quale avrebbe potuto raggiungerla. E più Merle lo amava, più sarebbe stata vulnerabile. El Shabur aveva dei progetti riguardo a lei: a Dale era bastato guardarlo negli occhi per intuirlo. E quei progetti si sarebbero concretizzati a Siwa. Dunque gli restavano tre giorni per scoprirne la natura. Tre giorni! Forse assai meno, rifletté. I rapporti di Gunnar con l'arabo sembravano sul punto di esplodere pericolosamente, e la crisi sarebbe arrivata da un momento all'altro. Merle, nel suo cieco impulso di difendere Gunnar, ne sarebbe stata inevitabilmente coinvolta. Ma tutto il mistero concerneva El Shabur. Con o senza poteri magici, l'uomo poteva procurare alla carovana ogni genere di guai. E se costui era il serpente velenoso che Dale sospettava, nessun ambiente meglio del deserto si sarebbe prestato a un delitto... O almeno, delitto fu la parola che egli preferì usare, anche se in lui albergava la strana certezza che El Shabur mirava a qualcosa di molto peggiore. Ignari di Dale, assorti l'uno nell'altra, i due giovani stavano camminando piano piano oltre i pozzi. Gli occhi di Gunnar accarezzavano il volto della fanciulla con immensa tristezza. «Se solo ti avessi conosciuto prima», mormorò. «Tutto ciò che possiamo fare è di vivere giorno per giorno, caro.» Lui si voltò a fissarla e le prese le mani. «Merle, per me, averti accanto è un miracolo. Ma dovrei mandarti via. E vorrei non averti detto ciò che ti ho detto.» «Mio povero Gunnar, tu non hai avuto alcuna scelta in realtà. Ma dimmi...» La giovane donna fremette. «La paura che hai di El Shabur è la cosa più grande della tua vita? Perfino più grande dell'amore che hai per me?»
Il giovane l'afferrò per le spalle e, quando chinò il volto sul suo, una smorfia di dolore gli alterò i lineamenti. Per un attimo ciò che avrebbe voluto rispondere parve scaturire dagli occhi ma, invece di parlare, le lasciò bruscamente le mani e si scostò. Poi riprese a camminare verso il campo lentamente, lo sguardo fisso al suolo. «È inutile... non posso continuare così. Nessun uomo sulla Terra ha mai avuto addosso catene come le mie. E mi si rivolta l'anima al pensiero che anche tu possa rischiare la stessa bestiale oscenità di cui sono prigioniero io. Ci sono caduto dentro perché ero un maledetto pazzo, scriteriato e incauto. Non avevo la minima idea di quello che mi sarebbe accaduto, neppure un vago sospetto che dietro quella cosa ci fosse qualcosa di... più forte della morte. Ero cieco, ignorante, credulone. Andai a gettarmi da solo nella trappola di El Shabur e, quando ci rimasi chiuso dentro, era ormai troppo tardi!» «Gunnar, non vorresti spiegarti meglio? Ti prego: io voglio capire. Nessuno può essere il servo di un padrone che odia, a meno che...» «A meno che non ne sia lo schiavo. Ebbene, è così. Io sono il suo schiavo.» «Non riesco a comprendere.» «Meglio così. E non provarci neppure. Era per questo che volevo farvi andar via da Sollum: perché non sapeste mai, perché non capiste mai, perché usciste per sempre da questa vicenda!» «Se ti sei venduto in qualche modo allo Sceicco, non potresti ricomprare la tua libertà? Ogni contratto può essere rotto.» «Non quello che mi lega a lui. Ascolta, Merle: io non posso, non oso dirti più di questo. Fai conto che quell'uomo sia un veleno, e che il suo veleno scorra nel mio sangue. Anche se ti sembra infantile e idiota, ti prego, cerca di pensarla così. Io... faresti una cosa per me? Una cosa che può sembrarti priva di senso e assurda? La faresti?» «Dimmi che cosa», annuì lei. «Appendi questo sull'ingresso della tua tenda, stanotte e ogni altra notte.» Gunnar si tolse di tasca una piccola treccia composta da quattro cordicelle colorate, una verde, una bianca, una rossa e una nera, alla cui estremità pendeva una specie di sigillo. «Perdonami, Merle, ma non posso e non voglio spiegarti di cosa si tratta. E tuttavia devi usarla come ti ho detto. Promettimelo!» Stupita dal suo tono accorato, la ragazza promise. Osservò la treccia: un talismano? E cosa poteva avere a che fare con il mistero che avvolgeva i
rapporti fra Gunnar e lo Sceicco? Per un attimo i suoi occhi si velarono, nel dubbio che la mente del giovanotto fosse malata. «No», la prevenne lui, intuendolo. «Non sono mai stato tanto sano di mente quanto ora... per quel che mi serve esserlo. Per me è troppo tardi. Ma a te non deve accadere niente.» «Non vorresti parlare con Dale? Lui è intelligente e sa un sacco di cose, anche le più strane. Sono sicura che potrebbe aiutarti, se solo tu gli spiegassi quello che ti è accaduto.» «No. Non ancora, in ogni modo. Solo quando saremo a Siwa potrò parlare. Il silenzio è il prezzo che devo pagare per poter stare con te in questo viaggio.» «Ma credo che Dale saprebbe...» «Se non vuoi che muoia in modo orribile, ti scongiuro di non dirgli una parola. Quelli che hanno osato interferire con le manovre di El Shabur non sono vissuti molto.» Il giovane si fermò accanto ai pacchi di viveri in scatola, e si ficcò le mani in tasca, accigliato. «Va bene.» Merle rabbrividì, conscia che Gunnar non aveva nessuna voglia di scherzare o esagerare i fatti. «Non gli dirò niente. Ma è difficilissimo ingannare Dale. Spesso ho creduto di potergli nascondere delle cose, e poi ho scoperto che le sapeva benissimo. Gli piace fare il finto tonto, ma quel suo cervello è sempre al lavoro. E scommetto che nello Sceicco ha già annusato qualcosa di strano.» «Nessuno lo crederebbe, vedendo quanto sembra svagato e frivolo.» «Più recita la parte dell'ingenuo, e più è segno che medita qualcosa», mormorò Merle. «El Shabur è un uomo molto astuto, cara.» «Tu non conosci Dale.» «E tu non conosci El Shabur», borbottò il giovane. I due proseguirono e, giunti davanti alla tenda di Dale, trovarono l'uomo e lo Sceicco seduti a chiacchierare, con un bicchiere di limonata in mano. «Ehilà! Stavamo parlando del nostro amico Lupo Mannaro», li salutò blandamente Dale. «Che ne dici, Gunnar: te la sentiresti di stare un po' alzato con me, stanotte? Magari ci capiterà di mettere una pallottola in corpo a quella bestia.» L'alto svedese lo guardò in silenzio. A denti stretti cercò di leggergli nello sguardo ciò che pensava realmente e, dopo una ventina di secondi, si voltò a fissare lo Sceicco.
«L'avete suggerito voi?» Il suo tono era stato gelido, ma l'arabo scosse le spalle. «Al contrario. Sarebbe saggio trascorrere la notte a letto, in vista della marcia di domani. Se Mister Fleming desidera andare un po' a caccia, gli suggerirei di aspettare di essere all'Oasi di Siwa. Sulle colline ci sono degli uccelli, e forse qualche sciacallo.» «Non sono affatto stanco, caro Sceicco», obiettò Dale. Sorrise allo svedese. «Ebbene, che ne pensi, vecchio mio? Vuoi aspettare di essere a Siwa, o facciamo un po' di tiro a segno stanotte?» «Meglio pazientare.» Gunnar riuscì a fare una risatina. «Inoltre, voi conoscete le leggende: non basta una palla di piombo per ammazzare un Lupo Mannaro. Risparmiamo le munizioni, e facciamoci una buona nottata di sonno.» «Un vero sportivo non parla così!», sospirò Dale. «E sia pure! Ma voi mi garantite che c'è cacciagione a Siwa, Sceicco?» «Ve lo giuro sul mio sacro wasm.» «Wasm?» Dale tolse dal taschino la pipa, la esaminò, poi decise di accendersi una sigaretta. «È una parola araba?» «Significa la mia insegna, il mio stemma tribale. Anche noi abbiamo un'araldica.» «Ah! Questo è interessante. Io adoro gli stemmi, specie quelli dei paesi che non conosco. Wasm... ma che buffa parola. E il vostro wasm, qual è?» El Shabur si piegò a tracciarlo sulla sabbia. Dale sbatté le palpebre e mascherò il suo disagio sotto un sorrisetto vacuo. Aveva riconosciuto quel simbolo, era anzi uno dei pochissimi che avrebbe saputo dargli un significato, e il fumo della sigaretta nascose la sua faccia allo sguardo indagatore dell'arabo. Che El Shabur giocasse con lui, divertendosi a spacciarsi per un conoscitore dell'Occulto? O gli rivelava quel simbolo mortale sicuro che solo un Iniziato avrebbe saputo dargli un significato? El Shabur era un Yedizee, un satanista, e un adoratore di Melek Taos. Il simbolo era senza alcun dubbio la coda ritorta di quel demone orientale, e Dale dovette constatare che le sue peggiori paure erano così confermate: di tutte le Sette Segrete che conosceva, nessuna era tanto mostruosa e potente come quella degli Yedizee. Il loro nome e la loro triste fama si perdevano nell'oscurità del più lontano passato. Talvolta era accaduto che uno di loro lasciasse le colline rocciose dove la Setta aveva sede, a oriente di Damasco: una volta ogni secolo, da quando se ne aveva conoscenza, un sacerdote di Melek Taos si era
aggirato come un demone della distruzione nel mondo esterno, allo scopo di prenderne conoscenza. E poi era tornato a portarne notizia agli altri Adepti. Immortali e indistruttibili, essi vivevano là nell'isolamento: un nucleo di potere arcano dagli scopi sconosciuti. «Carino, come disegno. Sembra un'anguilla con il mal di pancia», scherzò Dale. La faccia dello Sceicco era impassibile come quella di un giocatore di poker. «Wasm, avete detto? Bisogna proprio che me lo scriva. Mi piace prender nota degli elementi di folklore.» Negli occhi dell'arabo ci fu un lampo, quando fissò Merle. «Anche voi, come vostro cugino, miss Anthony, soffrite di un vuoto di memoria?» «Io... noi... Che volete dire?» «Voi avete un detto, nel Libro della Saggezza: "Chi troppo sa, fa un passo sulla via della follia". E questo mi sembra il caso di mister Fleming. Infatti chi, dopo anni e anni di studio, può dimenticare una cosa semplice come il wasm?» Sentendo che il suo bluff era stato chiamato, Dale non mosse muscolo. E va bene, pensò, se vuole ballare, balliamo. Ma era troppo tardi quando capì che, con quella faccenda del disegno, l'arabo aveva inteso distrarre la sua attenzione da Gunnar, e quella manovra gli era perfettamente riuscita: mezzo minuto prima, infatti, lo svedese si era alzato borbottando qualcosa circa le sigarette che aveva finito, avviandosi quindi alla sua tenda. E non era ancora tornato. Senza una parola Dale si alzò e andò a guardare nella tenda di Gunnar: era vuota. Oltrepassò poi le torce accese dai servi e guardò a occidente, quindi dalla parte opposta dove il deserto si stendeva piatto. La luce della luna lo imbiancava, e non si vedeva nessuna ombra umana. Cercò Gunnar in tutte le altre tende, dietro i bagagli e fra i cammelli, ma inutilmente. Con un'imprecazione s'avviò verso i macigni, e fu allora che scorse qualcosa muoversi su una duna di sabbia non molto lontano. S'irrigidì. Che fosse soltanto la sua immaginazione troppo eccitata a fargli vedere quell'ombra vaga nel chiarore lunare delle sabbie? Mentre tornava alla tenda fuori della quale Merle lo attendeva in compagnia dell'imperscrutabile arabo, si chiese se l'uomo cominciasse a considerare la sua presenza come una sorta di sfida. Dopo cena, vedendo che Merle si ritirava senza una parola nella sua tenda, la raggiunse. «Non devi stare in pena per Gunnar, mia cara. Dietro questa sua scom-
parsa notturna c'è l'arabo, ne sono sicuro, anche se la spiegazione che ne ha dato costui è tutta inventata.» La giovane donna era pallida per l'ansia. «Pensi che tornerà?» «Ma certo!» L'uomo le poggiò una mano su una spalla. «Ora cerca di riposare, bambina. Se stanotte ti sentirai inquieta o avrai bisogno di qualcosa, chiamami. Io rimarrò sveglio fino a tardi. Ho da terminare certi miei lavoretti.» Merle non si lasciò ingannare dal suo tono. «Dale! Sei... preoccupato? Forse per quel lupo?» «No, non metterti in testa delle paure ingiustificate. Tuttavia qui siamo pur sempre in una terra di nessuno. Hai a portata di mano il giocattolo che ti ho dato, vero?» Lei gli mostrò l'automatica che stava sotto il cuscino. «Anche Gunnar mi ha detto di stare in guardia, Dale. Ma contro El Shabur, non contro i lupi.» «Quell'individuo è più pericoloso di un branco di lupi», fu d'accordo il cugino. «Con loro puoi sempre sapere come regolarti, ma lo Sceicco è un altro paio di maniche.» «Gunnar mi ha dato questo. Ha detto che devo usarlo per chiudere i lembi della tenda, di notte. Strano, non ti pare?» Dale esaminò la treccia colorata che la ragazza gli porgeva, con profondo interesse. «Per le Porte di Gerusalemme!», sussurrò poi. «Se tu lasciassi quest'affaruccio in eredità a un Museo, ti farebbero un monumento equestre. Credilo o no, mia dolce principessa, ma tu potresti vendere il regalo di Gunnar per un sacco pieno di diamanti. Se non ho le traveggole, infatti, è un reperto vecchio di migliaia di anni. Parlo di questo sigillo, naturalmente, non della treccia. Si tratta di uno smeraldo... e che smeraldo! Guarda: su di esso è inciso l'Occhio di Horus. Capisci?» «Uno smeraldo! Ma se è così, deve avere un valore inconcepibile! Com'è possibile? Come può esser finito nelle mani di Gunnar?» «Lo avrà avuto dallo Sceicco. O gliel'ha rubato. Ed è proprio il genere di cosa di cui ha bisogno lui, poveretto! È un talismano protettivo... un talismano ritenuto infallibile.» «Dale», sbuffò lei, «non riesco a capire quando parli sul serio o quando ti diverti a fare l'idiota! Protettivo per cosa? Che significa?» «Significa che El Shabur è un Negromante. E significa anche che Gun-
nar non è soltanto un comune Iniziato alla Stregoneria, ma ci sta dentro fino al collo. Il possesso di un oggetto di questo genere lo dimostra. Dev'essersi addentrato molto profondamente in quella caverna oscura... povero ragazzo.» «Vuoi dire che è in pericolo?» «In questo momento sta correndo dei rischi spaventosi», sussurrò Dale. «E non vedo il modo di aiutarlo... non più, adesso. Meglio guardare in faccia la realtà, mia cara. Gunnar non è uomo che possa permettersi di amare o di sposare una donna. È legato corpo e anima a El Shabur. Questa faccenda è odiosa, disgustosa, infernale!» Sedette sulla branda e le strinse una mano. «È colpa mia. Sapevo già che c'era qualcosa di molto anormale in Gunnar, e avrei dovuto avvertirti prima.» «Io lo amo», disse Merle sottovoce. «Nulla può ormai cambiare questo fatto. Qualunque cosa abbia fatto, o sia... lo amo.» Il cugino la fissò a lungo, gravemente. «Lo so. E forse questo è il lato più tragico dell'intera faccenda.» Si alzò per uscire, ma sulla soglia si voltò. «Gunnar non ti ha dato quella treccia per semplice capriccio. Usala come ha chiesto, e durante il giorno tienila sul tuo corpo, sotto i vestiti. Non permettere mai che lo Sceicco la veda. Dopodomani saremo a Siwa. Nel frattempo, fai in modo che quell'uomo non sospetti niente. E non preoccuparti troppo.» «Non è per me che ho paura, anche se non capisco cosa stia succedendo. È per Gunnar. Lui... è solo, e soffre molto!» Abbassò gli occhi con un sospiro simile a un ansito. «Ti stai comportando a meraviglia, cara. Qualunque altra ragazza, inchiodata qui nel deserto con uno stregone pazzoide capace di tutto, avrebbe una crisi di nervi. Chiudi la tua tenda, piccola. Va bene?» «Appena sarai uscito», annuì. «Te lo giuro.» Quella notte Dale non si svestì. Rimase seduto nella sua tenda, al buio, con una sigaretta in mano e i sensi rivolti a quanto avveniva fuori. Era convinto che nell'aria ci fosse qualcosa. E, allorché sentì la lontana eco di uno sparo nel deserto, corse subito all'esterno col fucile in mano. Gli uomini dormivano, l'accampamento era silenzioso, e la tenda di El Shabur era chiusa. Nessuno, a parte lui, sembrava aver udito quello sparo e, sebbene non ne capisse l'origine, sentì un brivido arcano corrergli lungo la schiena. Col fucile imbracciato fece qualche passo, aggirò i bagagli e, quando una nuvola oscurò la luna, si fermò. Poi tornò lentamente indietro, chie-
dendosi cosa provocasse in lui quella sensazione di pericolo. In quel momento, fra le masse scure delle rocce fra cui s'era nascosto quel pomeriggio, ci fu un movimento. Dale si morse le labbra. Gli conveniva svegliare qualcuno degli uomini? O, prima di farlo, sarebbe stato meglio andare a dare un'occhiata lui stesso? Dopo un attimo d'incertezza si avviò cautamente da quella parte. Il cielo si stava rannuvolando, e cumuli neri passavano veloci davanti alla luna. Di nuovo la tenebra lo costrinse a fermarsi e tese le orecchie: cos'era quel fruscio? Sabbia smossa dal vento? Sussurrando un'imprecazione indietreggiò, quindi si voltò e si allontanò nuovamente dalle rocce. E a un tratto, dietro di lui, ci fu uno scalpitio rapido. L'uomo sollevò il fucile, roteando su se stesso, ma era troppo tardi: un braccio duro come il ferro gli passò intorno al collo, e una mano gli tappò la bocca per impedirgli di gridare. Dale si contorse con la ferocia di una tigre. Sotto lo strato di grasso del suo pesante corpo c'erano muscoli forti, e sferrò poderose gomitate nello stomaco dell'assalitore. Lo sentì grugnire di dolore. La stretta si allentò e, girando su se stesso, riuscì a scaraventarlo a terra. Giusto allora la luna tornò a illuminare la zona, e Dale ansimò nel vedere un'intera banda di predoni arabi che gli stava arrivando addosso. Avevano le facce coperte dai barracani, larghi mantelli svolazzanti, e nelle loro mani balenavano i riflessi di armi da taglio. Erano troppi e troppo vicini perché gli fosse possibile raggiungere il campo, e nella colluttazione aveva perso il fucile. Con una bestemmia oscena corse verso le rocce e si addossò con le spalle a un alto macigno, poi si voltò a fronteggiare gli assalitori. Sferrando pugni e calci violentissimi, rabbiosi, ne abbatté alcuni. Gli altri urlarono e gli si precipitarono addosso, brandendo i pugnali. Ma quando Dale si credeva ormai perduto vide, stupefatto, una lunga ombra nera piombare giù da una roccia in mezzo ai suoi avversari. Era un grosso lupo grigio, irsuto, selvaggio, e veloce come una torpedine. I predoni ne furono colti di sorpresa. Invano mulinarono le armi per colpire l'animale: le sue zanne si chiudevano come pugnali sulle loro carni e, balzando da una parte e dall'altra, sferrava morsi ringhiando ferocemente. Le urla dei banditi si mutarono in gemiti di dolore. Il combattimento fu breve. Non un uomo venne ucciso, e tuttavia ciascuno fu malamente ferito: chi si prese degli spaventosi morsi in faccia, chi ebbe un polso spezzato dai denti della belva, chi restò azzoppato. Un
paio si comprimevano l'addome e tutti erano sporchi di sangue. Uno dopo l'altro i predoni voltarono le spalle e fuggirono. Anche il lupo era stato ferito. Dale lo vide correre dietro i banditi con un orecchio penzoloni, quasi tagliato in due da una pugnalata che gli aveva sfiorato la testa. Oltre le rocce c'erano dei cammelli e, poco dopo, la banda si allontanò scomparendo nel buio. La grossa bestia grigia si fermò ansimando, con la lingua penzoloni e le zanne scoperte, e voltò il capo a fissare Dale. L'uomo s'irrigidì, immobile, mentre la luna strappava riflessi gialli dai crudeli occhi del lupo, quindi indietreggiò lentamente. Si sentiva lo stomaco stretto in una morsa gelida, e mai la notte del deserto gli era parsa più orrida e minacciosa. Il silenzio pesava su di lui. Un passo dopo l'altro Dale tornò all'accampamento. Non si voltò neppure una volta a guardare il lupo: sapeva che non lo avrebbe attaccato. E adesso sapeva anche un'altra cosa. Sapeva! Due giorni dopo, fra le alture rocciose, comparve una distesa di palmizi e di case antichissime addossate alle colline: l'Oasi di Siwa. La cittadella era stata fortificata secoli addietro, ma il muro bianco appariva aperto in più punti. Addossata alle alture, era un affastellarsi di piccoli edifici e viuzze strette, costruita per lo più in mattoni di argilla che il vento del deserto sgretolava lentamente. Alcune case dovevano essere state dipinte di bianco, decenni prima, ma adesso il loro colore era uguale a quello della roccia, contro cui risaltavano solo per la forma. Molti edifici erano a quattro o cinque piani, con finestre esigue come feritoie, e in essi s'intuiva l'esistenza di locali minuscoli in cui la vita si accalcava e si nascondeva al sole accecante. Alcuni edifici sull'orlo di uno strapiombo, sembravano più alti di quanto erano in realtà, e dai più elevati svettavano torri e torrette. I due sottili minareti di una moschea dominavano l'abitato. A parte i datteri e le capre, non era possibile capire da cosa la popolazione traesse sostentamento. Gli occhi di Dale erano però fissi su Merle, che cavalcava accanto a lui. La giovane donna era pallida, ansiosa, così preoccupata per Gunnar, che egli si chiese se avesse fatto bene a non dirle quello che aveva scoperto. Il giovane svedese non era più ricomparso all'accampamento dopo l'assalto dei predoni, e Merle si rodeva per l'angoscia. Lo Sceicco El Shabur si voltò a osservarla e, nel vedere come la ragazza si mordeva le labbra girando lo sguardo intorno, ebbe un sorrisetto blando.
«Dov'è Gunnar? Dov'è?», domandò la ragazza. «Avete detto che ci avrebbe atteso a Siwa. Ma dov'è?» Dale avrebbe potuto ridere, se la situazione non fosse stata così sinistra e grave. Merle amava come odiava, con forza, irragionevolmente, e non si curava di nascondere i suoi sentimenti. Perfino con l'arabo si scopriva, domandando notizie di Gunnar con l'ingenua ansietà di una ragazzina. Ma la sua cupa voglia di ridere scomparve, quando pensò che entrambi avrebbero potuto concludere la loro esistenza lì, in quella città primitiva circondata dal deserto. E Gunnar? Fare ipotesi su quanto poteva essergli accaduto era snervante. Dale era certo che il giovane gli avesse salvato la vita due notti prima, così com'era certo che a organizzare l'attacco dei predoni doveva essere stato lo Sceicco El Shabur, col preciso scopo di togliere di mezzo lui. Adesso era costretto a chiedersi se e, quanto crudelmente, l'arabo avrebbe punito il suo servo per quella seconda interferenza. La piccola carovana s'inoltrò nell'abituro della periferia fatto di stradine contorte e chiuse da muri interminabili. Dale rimase indietro, per tenere sott'occhio El Shabur il più possibile. L'individuo cavalcava adesso a fianco di Merle, che gli parlava animatamente. Pur non riuscendo a distinguere le loro parole, Dale notò che lo Sceicco si mostrava interessato e, dai gesti delle sue mani quando rispondeva, capì che la stava rassicurando su qualche argomento. Gunnar, senza dubbio. Fra quei due non poteva esistere altro soggetto di conversazione. Oltrepassarono il mercatino rionale, la grande tomba quadrata di Sidi Suliman, una specie di parco fitto di palme, e giunsero alla base di un'altura a forma di pan di zucchero costellata da migliaia di tombe. El Shabur la indicò con un largo gesto da cicerone. «La Collina dei Morti.» «Il suo aspetto si addice al nome», commentò Dale. L'arabo accennò a una costruzione che sorgeva sul fianco della collina, su una terrazza rocciosa. «Là c'è l'ostello per i viaggiatori, quei pochi che vengono a Siwa.» «Assai appropriato. Gli ospiti stranieri riposano dove riposano i morti. Ciò garantisce notti tranquille, suppongo.» Merle non rise. I suoi occhi fissarono l'altura coperta di tombe con uno sguardo vacuo e poco interessato. «Suggerisco di smontare qui», disse El Shabur. «Ibrahim penserà ai vostri cammelli. Il fonduk è dall'altra parte della città.»
Lo Sceicco fece inginocchiare il cammello e ne smontò. Affidò quindi la bestia a uno dei servi, salutò Dale con un rispettoso «Salaam!», rivolse un inchino eccessivamente profondo a Merle e, accomiatandosi a quel modo, si allontanò fra le viuzze. I due cugini lo videro sparire con sollievo, ma Dale notò che la gente s'affrettava a scostarsi con largo anticipo al suo passaggio. Mentre poi aiutava la giovane donna, sfinita, a scendere sul selciato sconnesso, le domandò: «Di cosa stavate parlando, lungo la strada? Mi è parso che tu stessi apostrofando il nostro amico con particolare eloquenza». «Gli ho chiesto di Gunnar. Cos'altro avrei da dire a quell'uomo? Oh, guarda laggiù, che panorama!» A meridione si scorgeva un lembo di deserto, con una serie di dune mobili alte come colline. Più oltre c'era una catena di villaggi sulla sommità di strapiombi impressionanti. Dale ignorò la spettacolare bellezza del deserto per fissare Merle, che sembrava essersi incantata. Ma qualcosa negli occhi di lei gli disse che non vedeva nulla di quel panorama: stava pensando, immaginando, proteggendo qualcosa. Che cosa? Dale lo ignorava, e tuttavia era certo che la mente di lei fosse concentrata su Gunnar. Conoscendola, sapeva però che farle delle domande sarebbe stato inutile. I due cugini trovarono l'ostello sorprendentemente fresco e pulito. Ibrahim funse da interprete e rimase a loro disposizione. In quel momento non c'era nessun altro cliente. Verso sera Dale fu informato che i funzionari di polizia egiziani volevano vederlo, per un normale controllo dei passaporti. Conoscendo il loro carattere, stabilì che farli aspettare sarebbe stato poco saggio. Ma non se la sentiva di lasciar sola Merle. Le gettò una rapida occhiata, distogliendo lo sguardo da una mappa che si era messo a studiare. «Ti va di venire con me a fare un giretto in città? O preferisci star qui con Ibrahim ad ammirare il tramonto?» La ragazza era seduta davanti alla finestra e stava facendo un disegno a matita, il soggetto del quale era la distesa di tetti dei sobborghi. «Sì», rispose distrattamente. «Sarà meglio che io sia più esplicito», sospirò Dale. «Domanda A: vuoi venire con me? Domanda B: preferisci restare qui con Ibrahim?» «B», si limitò a rispondere lei, senza distogliere gli occhi dal disegno. L'uomo ebbe la strana impressione di cogliere nel suo sguardo un im-
provviso sollievo, quasi che Merle avesse visto risolversi un qualche suo problema. Scosse le spalle. «Se tu mi facessi anche un piccolo applauso, potrei almeno uscire di scena col sorriso sulle labbra!» Per farsi perdonare, la giovane donna gli mostrò il disegno, indicandogli i particolari tecnici che la stavano interessando maggiormente. Dale, che si piccava di essere un buon critico d'arte, ne approfittò per lanciarsi in un discorso sulle origini storiche dell'architettura locale, e poi la stimolò abilmente a ribattere in base ai suoi punti di vista artistici. I due chiacchierarono piacevolmente per un poco, mentre il sole calava sempre più verso l'orizzonte, finché la ragazza disse, come casualmente: «Non è necessario che tu vada alla Stazione di Polizia proprio stasera, vero?». Dale si alzò. «Diavolo, me n'ero completamente dimenticato! Spiacente, mia cara, di averti fatto perdere gli ultimi minuti di luce. Però bisogna che adesso vada. Prenderò anche il tuo passaporto.» Sulla porta si voltò. «Ci vediamo a cena, bambina. E non andare in giro, eh?» La sua scomparsa fu salutata da Merle con un sorriso. «Finalmente si è deciso!», mormorò. Mise il disegno in una cartella, poi tirò fuori il beauty-case e in fretta si rifece il trucco. Cinque minuti più tardi uscì dall'albergo e scese lungo la stradicciola contorta fino ai piedi della collina. All'incrocio con una via polverosa, una figura alta e ammantellata le si fece incontro a passi lunghi. «Siete puntuale, Miss Anthony. Benissimo. Avviamoci subito. Dobbiamo essere là prima del tramonto.» Il percorso che seguirono, lungo cortili, rampe di scale corrose e labirinti di viuzze, le parve interminabile. In silenzio seguì la sua guida, molto da vicino: sarebbe stato spiacevole in quei quartieri perdere un accompagnatore, perfino uno poco rassicurante come El Shabur. L'aspetto della gente che vedeva non la confortava minimamente, anzi la allarmava. Lì non c'era nulla della vivacità dei tipici sobborghi arabi, la quiete era eccessiva, strana, e gli uomini che la seguivano con sguardi silenziosi avevano facce pallide e bizzarramente distorte. Alcuni si muovevano in modo sottilmente inumano. Anche i ragazzi avevano qualcosa di alieno che la faceva rabbrividire. Lo Sceicco si affrettò attraverso la città vecchia, dalle case quasi prive di finestre, e giunse in un quartiere composto da edifici simili a piccole fortezze squadrate. Si voltò a controllare il sole, già quasi sotto l'orizzonte,
quindi osservò la ragazza con un lampo di oscura malizia negli occhi penetranti. «Lui è qui», disse. Merle guardò la facciata della casa, un muro ocra su cui le finestre erano feritoie esigue poste ad altezze diverse, e cercò di scacciare la terribile sensazione che lì dentro avvenissero fatti orribili. Si sentiva la gola secca per l'ansia e le ginocchia deboli, e detestò la propria vigliaccheria: in quell'edificio d'aspetto sinistro, dietro una di quelle finestrelle nere, Gunnar aspettava lei. Perché il giovane non le veniva incontro? Perché doveva essere lei a fargli visita segretamente, insieme a El Shabur? Quelle erano domande che rifiutava di porsi. Sapeva solo che lo amava, e che dunque doveva andare da lui. Il resto non aveva importanza. Seguì l'arabo attraverso una porta. Dietro di essa c'era una scala stretta e ripidissima su cui inciampò, e sotto quel soffitto così basso provò un attimo di claustrofobia. All'ultimo piano dell'edificio El Shabur aprì un'altra porta, i suoi denti lampeggiarono in un sorriso, e quindi si tirò indietro. La ragazza si fermò sulla soglia di un corridoio esiguo come un cunicolo. «Gunnar... sei qui?», chiamò. Non ebbe risposta, ma dall'ombra sbucò una figura alta dai capelli biondi. La sua faccia era piena di tagli e abrasioni, così tormentata e livida che nel vederla la donna emise un gemito. «Oh, mio caro! Ooh!» Il giovane la prese fra le braccia, e Merle gli passò le mani dietro il collo per fargli abbassare la testa. Le labbra di lei gli baciarono le labbra incrostate di sangue secco, appassionatamente, bagnandole con lacrime di compassione. «Gunnar, ora sono qui con te! Guardami, ti prego... cosa succede? Che ti è accaduto? Dimmelo, caro: lascia che ti aiuti!» Negli occhi di lui ci fu soltanto uno sguardo di muta disperazione e, per non vederlo, Merle gli affondò il volto contro una spalla. Le sfuggì un singhiozzo. Dolcemente lui la prese per il mento, costringendola a sollevare il capo. «Ascoltami, Merle, tesoro. Mia adorata! Cerca di capire quello che devo dirti. Questa è l'ultima volta che ti vedo, che ti posso toccare... l'ultima. Per sempre! Io sono perduto. Perduto e dannato. E fra un momento vedrai tu stessa il perché. Il sole sta scomparendo... Ricorda che ti ho amata. Ti ho amata più della mia anima, che ormai è maledetta. Non scordartelo mai,
mai, Merle!» D'un tratto la respinse e indietreggiò nell'ombra, le spalle contro il muro grigiastro e spoglio. E, prima che lei potesse avvicinarsi a lui, il suo corpo cominciò a mutare, improvvisamente, con terribile e spaventosa rapidità. Si abbassò, si acquattò sul pavimento polveroso, e i vestiti gli scivolarono via dal corpo coperto di peluria scura. Gli occhi gialli come topazi fissarono ancora una volta la ragazza, dal basso in alto, e quindi la bestia si allontanò con un triste uggiolio. Merle si lasciò cadere a sedere sul divano coperto di velluto consunto, rifiutando di guardare Dale in faccia. Il cugino era tornato da mezz'ora, e l'aveva trovata che camminava su e giù nel salone a pianterreno dell'ostello, animata da un nervosismo irrefrenabile. Le sue chiacchiere non erano riuscite a distoglierla un solo attimo dalla terribile scena che le era rimasta impressa a fuoco nella mente. Alle domande di lui aveva risposto a malapena con occhiate distratte, seccate, continuando ad andare avanti e indietro senza requie. Dopo cena, prese il forte sedativo che Dale aveva insistito per darle, e per un poco questo aveva fatto effetto. Si era distesa sul letto e aveva dormito. Poi si era risvegliata, come se il suo corpo rifiutasse la droga, e adesso era conscia della presenza del cugino in piedi di fronte a lei. Una presenza protettrice, preoccupata, tesa ad aiutarla. Tentò di parlargli, ma la voce rifiutava di uscirle dalla bocca, quasi che la cosa fosse troppo terribile per poter essere espressa in parole. «Taci, bambina cara, taci. So già cosa vorresti dirmi.» «Tu lo sai! Allora lo hai visto quando... quando...» Si coprì la faccia con le mani. A un tratto si alzò, e afferrò il cugino per un braccio. «Dale... ora sto meglio. Ma è stata una cosa talmente impressionante! Tutto questo è come un incubo, un'allucinazione demoniaca. E lui deve sopportare questo, vivere nonostante questo! Dobbiamo aiutarlo, Dale! È nostro dovere! Sono certa che una via d'uscita c'è!» Il cugino le prese le mani. «Bambina...», cominciò con voce rauca, ma s'interruppe. Non c'era nulla della bambina in lei. Il volto che fronteggiava il suo era quello di una donna: pallida, risoluta, adulta. Guardandola, gli parve invecchiata di dieci anni, come se il dolore l'avesse fatta maturare. Era una donna, e lui non poteva più insultare la sua intelligenza continuando a nasconderle ciò che sapeva. Doveva essere lei, adesso, a prendere la decisione finale. Celare i suoi pensieri sarebbe stato
un tradimento, per lei, per Gunnar e per se stesso. «Merle», sussurrò, con voce grave. Gli occhi di lei ebbero un lampo, udendo il suo tono. «C'è una speranza, Dale? Ti prego... c'è?» Lui annuì, poi la fece sedere accanto a sé sul divano. Era scosso, col viso contorto da una smorfia tormentosa. Per un poco tacque, esitò, così come avrebbe esitato prima di spingerla verso un fuoco o un precipizio. Che cosa crudele poteva essere l'amore, pensò. L'amore di Merle per Gunnar, il suo per Merle: era davvero una folle malattia, capace di arrecare sofferenza e stravolgere il destino. «C'è un modo», confermò, con uno sforzo, «ma è una cosa che dipende dal tuo coraggio fisico non meno che dal tuo amore. Questi sono i due elementi in gioco... l'amore e il coraggio. E sarà una prova per entrambi, una prova diabolica, così pericolosa che tu potresti non sopravvivere ad essa. E se tu dovessi morire o...» Tacque e distolse bruscamente il volto, per non farle vedere la sua espressione tesa. «È una prova che mette in gioco la tua volontà contro quella di El Shabur, mia cara. Non è una cosa nuova. Esistono alcuni antichissimi documenti che la descrivono, ed è già stata fatta. Ma solo in un paio di casi una persona è riuscita a sopravvivere a questa ordalia. Gli altri sono finiti... dannati, come Gunnar!» «No!» Il sussurro di lei fu violento, vibrante come uno squillo di tromba. «Gunnar non è dannato, perché io lo salverò. Dimmi cosa devo fare.» Lo Sceicco El Shabur ascoltava in silenzio, spostando gli occhi dal volto pallido di Merle Anthony a quello appena sorridente di Dale Fleming. Non si era aspettato che la ragazza gli opponesse resistenza. Non aveva neppure sospettato che lei avrebbe voluto tentare di riavere l'uomo che amava. Ovviamente, dietro tutto ciò c'era Fleming: era stato lui a spiegarle il modo, senza dubbio. Valeva la pena di perdere tempo con una faccenda di quel genere? Ingaggiare un duello... contro una donna! «È la prima volta che qualcuno chiama il vostro bluff, eh, Sceicco delle Nebbie?» La voce di Dale era ironica. «Mi auguro che non ne sgusciate via con uno dei vostri trucchi, vedendo il rischio. Certo è un esperimento pericoloso: uno scontro di volontà fra voi e la mia delicata cuginetta!» L'arabo gli rivolse un sorriso derisorio. Era francamente divertito dalla spudoratezza di quell'occidentale astuto e grassoccio. «Non potete liberare Gunnar in nessun modo. È una mia creatura. Uno
schiavo.» «Non per molto ancora, Sceicco», mormorò la fanciulla. «Per sempre, temo», la corresse sardonicamente lui. «E voi stessa sarete nelle mie mani dopo questa prova... se vogliamo chiamarla prova!» Ridacchiò. «Voi siete una sciocca, Miss!» In piedi presso la porta dell'ostello, Dale osservava la cugina. Gli occhi di lei non sfuggivano quelli neri e ardenti come braci dello Sceicco. Si teneva eretta, lo fronteggiava e lo sfidava, rispondendo al disprezzo di lui con uno sguardo freddo e fermo. «E v'illudete davvero che voi, una donna, potreste aver ragione di me? Siete una fanciulla confusa e ignorante, con la testa piena di sentimentalismi immaturi... verso un mio schiavo, per di più. Ciò che credete amore è una sciocca emotività, capace soltanto di distruggervi.» «Molto istruttivo il vostro punto di vista, egregio Sceicco!», esclamò Dale, regalandogli un sogghigno. Fissando l'uomo attraverso le palpebre socchiuse, notò che il coraggio di Merle, così come il suo atteggiamento indifferente, lo stavano stimolando ad accettare la sfida. El Shabur doveva avere un'enorme stima di se stesso, conosceva i suoi poteri, e sapeva che nella propria arte satanica era un maestro. E, in effetti, Dale doveva riconoscere che l'autocontrollo di quell'individuo rivelava una volontà e una disciplina mentale non comuni. Era anche molto intelligente, e sapeva dove voleva arrivare e con quali mezzi. Ma era orgoglioso. E perfino Lucifero era caduto a causa del suo orgoglio. Dale non aveva nulla contro gli orgogliosi: lui stesso lo era, e sapeva che quel sentimento può dare forza e nobiltà a un uomo. Lo Sceicco l'aveva usato per raggiungere alti poteri, elevate capacità stregonesche ma, pur essendo un uomo di doti non comuni, sembrava incapace di capire che proprio in quello consisteva la sua debolezza maggiore. Si sforzò di concentrarsi sulla sua presenza, conscio che distrarsi era pericoloso. «Il punto», disse, «è che io non ho mai visto il nostro giovane amico assumere le sembianze di... uh, di un lupo. Mia cugina è, come avete così acutamente puntualizzato, una donna. Non per colpa sua, naturalmente. Ma non c'è dubbio che sia ipersensibile, molto suggestionabile, e che la sua ansia per Gunnar abbia stranamente sovraccaricato la sua immaginazione già assai eccitata.» La voce dello Sceicco fu tagliente e secca: «Lei ha visto il mio servo disobbediente, e ha visto come io lo punisco. La sua non è stata un'allucinazione.»
«Ah, benissimo! Capisco. State dicendo che la sua mente non è poi così vacillante, dopotutto. Un punto a suo favore, no? In altre parole, è pur stata capace di vederlo com'è in realtà.» «Lei ha visto ciò che ha visto, e col mio permesso. Questo non fa di lei qualcosa di più o di meno di una semplice donna.» «Certo, posso essere abbastanza d'accordo su questo», annuì Dale, col tono di chi intende essere logico e persuasivo. «E scommetto che non è svenuta né ha gridato. Se n'è tornata all'ostello con tutt'al più le ginocchia un pochino tremanti, e nient'altro.» «Tutte le donne sono ostinate. Lei non fa eccezione a questo difetto», replicò blandamente lo Sceicco. Malgrado la flemma che ostentava, i suoi occhi cominciavano a lampeggiare pericolosamente. Si rivolse a Merle: «E sia. Dal momento che desiderate sacrificarvi, Ibrahim vi condurrà alla casa poco prima del tramonto». «Ci sono obiezioni se la accompagno?», chiese Dale, come se stessero parlando di andare a una cena da amici. «Conoscete il mio interesse culturale per le cerimonie magiche...» «Pensate di poterla salvare da me?», lo interruppe l'arabo. «Avete forse compiuto studi e ricerche, o fatto pratica dei Misteri dell'Occulto?» Fece un risolino. «La vostra ignoranza in queste scienze è ridicola, più che penosa. Sappiate che ci sono Negromanti che preferirebbero morire piuttosto che osare ciò che ho osato io. Io... il Sommo Sacerdote di Melek Taos! Mio è il Potere! Nessun uomo di carne e sangue dovrebbe essere così pazzo da sfidarmi!» Per qualche momento parve che nel male addobbato salone dell'ostello entrasse una folata di nebbia, la luce sotto il basso soffitto sembrò oscurarsi, e vi fu un rumore simile a uno sbatter d'ali. Ma forse la sola ala che sbatté fu il mantello nero dello Sceicco, quando raggiunse l'uscita con pochi rapidi passi. Un attimo dopo era scomparso. Dale restò a fissare la porta per alcuni secondi. «Non è un uomo di carne e sangue», mormorò. «Direi invece che tale materiale abbonda senz'altro, nel mio caso.» Una volta ancora Merle si trovò di fronte a quell'enigmatico edificio oltre i sobborghi della città bassa. Sottobraccio a Dale, che osservava la nuda facciata con una smorfia, si accorse che accanto a loro Ibrahim era grigio in faccia per lo spavento. «Io me ne vado, effendi!», ansimò l'uomo, come se camminasse sui carboni ardenti. «Questo è un posto diabolico... una tana degli Shaitans!»
Ibrahim non attese il permesso di voltare le spalle. Oltrepassò un'arcata, svoltò un angolo e, nel silenzio della sera, i due cugini udirono i suoi passi allontanarsi veloci sulla dura terra battuta della stradicciola. Non c'erano altri rumori in quel lugubre quartiere colmo di ombre. Merle si rivolse a occidente, dove il sole era un globo rosso dietro le cime delle palme, e Dale la vide pallida e seria. Contro ogni speranza, l'uomo sperò che lei rinunciasse e gli chiedesse di riportarla all'ostello, quindi di partire subito per il Cairo. Ma gli occhi della fanciulla rimasero fissi sul sole che scendeva lentissimo. Dale guardò quella bolla purpurea sull'orizzonte, come ipnotizzato dal suo calore quasi impercettibile. Se avesse potuto fermare il sole... rallentare, bloccare quel movimento fatale. Oh, se avesse potuto impedirgli di tramontare, per impedire a Merle di farsi trascinare via con lui sotto l'orizzonte! Il sole se ne andava, svaniva nelle tenebre e nella notte. Anche Merle avrebbe potuto svanire nelle tenebre di una nottre orrenda... orrenda ed eterna. D'improvviso lei si voltò e gli sorrise. Il rosso del crepuscolo ravvivò i suoi lineamenti dolci, mentre lo guardava con occhi luminosi e pieni di fermezza. Dale gettò un'ultima occhiata al panorama dell'oasi, quieto sotto quel cielo dai colori così vivi, poi spinse la porta e si scostò per lasciar passare Merle. Accanto a una delle solitarie finestrelle dell'ultimo piano, Gunnar Sven osservava cupamente le ultime luci del giorno morire sul deserto. Lo sbattere della porta l'aveva fatto accigliare perplesso. Ma, due minuti dopo, allorché vide Merle salire, corse a bloccarle la strada con un grido. L'afferrò per le spalle e la spinse indietro con violenza. «No! Non intendo sopportarlo... non questo mostruoso sacrificio. Portala via, Dale! Subito! Andatevene! Portala via da qui, ti dico!» Con furia prese la ragazza per mano e la condusse giù per la stretta scala, poi spalancò la porta, spinse Dale all'esterno, e scaraventò quasi la ragazza fra le sue braccia. I due cugini si trovarono a fissare il battente che si era chiuso di colpo. Di nuovo, la speranza di riuscire a salvare Merle balenò nella mente di Dale. Ma, dopo neppure dieci secondi, la porta tornò ad aprirsi, e sulla soglia comparve El Shabur. Con un gesto imperioso l'arabo li invitò a entrare, li precedette in una stanza del pianterreno, e poi fece cenno a Dale di stare da parte. Sotto la fronte dalla pelle scura i suoi occhi erano due cristalli neri.
«No, non potete più tornare indietro. Ormai è troppo tardi. La mia ora è giunta, e su di me c'è il Potere. Lasciate che Melek Taos abbia adesso ciò che gli appartiene!» Merle si avvicinò a Gunnar, che li aveva seguiti. Gli prese le mani fra le sue, fissandolo con la stessa luce interiore di muta esaltazione che Dale le aveva visto balenare nello sguardo poco prima. «Sì, è tardi per tornare indietro», disse anche lei. «Per una volta ancora dovrai sopportare la tua agonia. Per l'ultima volta, Gunnar, amore mio! Essa passerà sopra di me. Ma non posso forse subire per un poco ciò che ha tormentato te così a lungo? Sarà attraverso la mia anima e il mio corpo che il demone da cui sei posseduto tornerà a El Shabur, il quale è colui che lo ha creato. Aiutami a sopportare tutto ciò, come io lo sopporterò per te.» «No, no!», rabbrividì lui. «Tu non puoi immaginare l'orrore, la tortura, la sofferenza...» A un gesto improvviso della ragazza Dale balzò avanti, e tracciò intorno a loro un circolo versando sul pavimento l'olio contenuto in un'anforetta dal collo lungo. Istantaneamente i due giovani vennero circondati da una magica barriera di fiamme azzurrine che, simili ai saettanti petali di un fiore stregato, levarono alte lingue guizzanti fino al soffitto. E sopra di loro il grigio soffitto di tufo mutò colore, trasformandosi in un aperto firmamento notturno palpitante di stelle. «Ya gomany! Ah... il mio nemico!», gridò El Shabur sollevando i pugni. Fece un passo indietro. «Sei tu, dunque? Tu!... Per secoli ho saputo che saresti venuto ad affrontarmi, e senza averti mai visto ti ho atteso.» I suoi occhi fissavano Dale. «Tu! Chi ti ha dato un potere come questo?» Con rabbia l'uomo si accostò al cerchio di fiamme azzurre, mosse in avanti una mano e dalla gola gli scaturì un ringhio quando la ritrasse di scatto, ustionata e annerita fino alle ossa. Con una bestemmia oscena vacillò all'indietro. Dale ne approfittò per corrergli accanto, e sveltamente versò ancora l'olio dell'anforetta intorno ai suoi piedi. Da terra si levarono fiamme azzurrine. Nell'interno del secondo cerchio di quel fuoco ultraterreno, El Shabur si erse ferocemente, e la sua voce risuonò come il metallo di un gong: «Melek Taos! Melek Taos, odimi! Il tuo Sacerdote ti chiama! Non ti ho forse servito fedelmente? Ma ora... vieni, dammi il tuo aiuto possente. Aiutami, Dominatore del Vento, del Fuoco e delle Stelle... soccorri col tuo potere invincibile il tuo servo chiuso nelle catene di fiamma! Io ti evoco!». Dale emise un ansito soffocato. Un gelo terribile gli stava attanagliando
le ossa fino al midollo, e intorno a lui tutto vibrava e si deformava sotto la pressione di una terrificante energia arcana. Gli parve di cadere, di volare, di rovesciarsi, come se avesse smarrito il senso dell'equilibrio. Lo spazio e il tempo non esistevano più. Era sospeso nel nulla, in un golfo di sterminata eternità, mentre tutte le forze dell'Inferno si scatenavano per il dominio del cielo e della terra. «A me, Abejor! Vieni, Keradet-Nura! Aiutami, Shavajoth!... Soccorretemi, potenti Demoni. Aiutatemi!», urlò la voce stridula del Negromante, da qualche parte dell'universo che andava a pezzi. Con un rombo di tuono la stanza riprese forma solida intorno a loro. Dale vide le fiamme azzurrine impallidire. «Era troppo presto? Troppo presto?», gemette fra sé, dolorosamente. «Se l'olio brucia e si consuma prima del tramonto...» Ci fu uno schianto. Sui quattro muri della stanza si aprirono larghe crepe da cui piovvero calcinacci e polvere. Le lingue di fuoco stregato tornarono a lampeggiare come petali alti fino al soffitto. El Shabur gridò, in tono rauco, angosciato; «Melek Taos... padrone! Aiutami! Dammi il tuo potere!». Quasi accecato dal polverone che gli faceva lacrimare gli occhi, Dale vide Gunnar chinarsi dinanzi alla ragazza, acquattarsi a quattro zampe, a metà lupo e a metà uomo, e vide Merle inginocchiarsi ad abbracciarlo. La giovane donna baciò la bestia grigia fra gli occhi, e la sua voce si levò alta e squillante gridando le parole dell'incantesimo. Le fiamme danzavano tutt'intorno a lei. Per la prima volta Dale toccò con mano quella realtà, una realtà che per mesi e mesi non aveva creduto vera. Lui non era che lo strumento... un utensile, manovrato da entità ignote, guidato e spinto da invisibili mani sconosciute, il cui volere era sempre stato quello di condurlo lì, a Siwa. Dinanzi al Negromante! Ora sapeva cosa aveva reso insaziabile la sua curiosità per le cose antiche, costringendolo a leggere polverosi manoscritti e a frugare nei Musei, dirigendo la sua attenzione verso certe arcaiche vicende e informazioni. Sapeva, e tuttavia non capiva, così come la spada non capisce né conosce gli scopi e l'identità della mano che la spinge a colpire. Ma, qualunque fosse l'entità che lo aveva mosso come una pedina, ora il suo scopo stava per essere raggiunto. L'arabo supplicava i suoi demoni e si agitava follemente, come se uno di essi gli fosse entrato nel corpo. Merle si stringeva al suo lupo e, oltre la cortina di fiamme, il corpo di lei vibrava
stranamente, senza mutare forma, dopo aver pronunciato le parole che Dale le aveva insegnato. Neppure lei capiva. Poteva solo soffrire nella stregoneria oscena che si era impadronita delle sue membra, per deformarle. Ma se la fanciulla non sapeva cosa le stava accadendo, la cieca forza del suo amore continuava a darle coraggio, e Dale seppe che in lei risiedeva la magia più grande... Se l'odio era il demone che dava all'uomo l'energia per abbattere le montagne sul suo cammino e per distruggere l'amore era la forza capace di resistere a ogni violenza. La forza fatta per costruire. Che fosse l'Amore, la misteriosa entità che aveva guidato i suoi passi fino a Siwa? E che la cosa contro cui ora si batteva non fosse che una personificazione dell'Odio, della Bestia? E tuttavia la battaglia era tremenda. Dale riusciva a stento a respirare, paralizzato dal freddo che gli agghiacciava il sangue nelle vene. Dio mio, pensò, e i suoi occhi si sbarrarono: il demone era adesso scatenato su Merle stessa! Gunnar aveva ritrovato la sua forma umana, e stava in piedi, fissando come allucinato la lupa che tremava contro le sue ginocchia. Con un gemito smarrito si piegò ad abbracciare la bestia. «Merle! Merle...!», rantolò, stringendosi follemente a lei. Poi parve svenire, quasi che la sua agonia nel vedere la trasformazione della fanciulla fosse divenuta insopportabile. In quello scatenarsi di forze, tuttavia, El Shabur ancora non cedeva. Aveva i pugni stretti al petto, il volto sollevato, e dai denti serrati gli usciva un mugolio stridulo. Gunnar giaceva bocconi al suolo. Al suo fianco era accovacciata la lupa, col capo chino, gli occhi fissi e vacui in uno sguardo fatto di sofferenza. Le fiamme azzurre si stavano spegnendo. L'incantesimo, che Dale aveva trovato nei sotterranei di un Museo del Cairo su uno dei tanti antichissimi papiri in attesa d'essere studiati, era sul punto di esaurirsi. E il misterioso demonio che era stato nell'anima di Gunnar, si era ora trasferito su Merle. Fu allora che Dale vide la treccia colorata intorno al collo di El Shabur, e appeso alla treccia il talismano di smeraldo; l'Occhio di Horus! In qualche modo, dunque, Melek Taos era venuto davvero in aiuto del suo Sommo Sacerdote. E, pur chiuso nelle fiamme che annientavano i suoi poteri, il Negromante aveva sbarrato la strada al demone in cerca di un corpo da possedere. Per Merle era la fine. No, non la fine, pensò Dale sgomento. Se l'amore poteva qualcosa contro la stregoneria, c'era ancora una via da tentare. Ed egli seppe con dolo-
rosa certezza che anche l'amore era una forza cieca, crudele, capace di esigere dai suoi adepti il sacrificio supremo. Con un balzo oltrepassò la cortina di ferro azzurro che circondava El Shabur e, mentre le fiamme s'impadronivano dei suoi vestiti e delle sue carni, strinse le mani intorno alla gola dell'arabo. «Melek Taos!», gridò follemente. «Vieni a me, demonio! A me, maledetto! È la mia l'anima che ti spetta... Prendila, in nome di Satana, e io brucerò nell'Inferno insieme a te!» Cadde in ginocchio sull'arabo, rovesciandolo all'indietro sotto di sé. E in quel momento una sofferenza indicibile gli attraversò le membra. Gli parve che l'universo intero si torcesse intorno a lui, i vestiti carbonizzati gli caddero di dosso, una oscena sete di sangue lo pervase, e con un ringhio aprì la bocca sulla gola di El Shabur. Poi ci fu solo la tenebra dei sensi in cui era precipitato. Nella stanza della grigia casa di tufo le fiamme si spensero lentamente. La penombra e il silenzio si sostituirono al caos, e sul pavimento rimasero due cerchi di cenere nera. Nel più largo di essi Merle Anthony e Gunnar Sven, in ginocchio, si tenevano stretti l'una all'altro. Nel secondo cerchio stava una figura avvolta da un mantello. Quando Gunnar trovò la forza di alzarsi, aiutò la fanciulla a rimettersi in piedi e, vacillando, i due si guardarono intorno nella scarsa luce. Merle ansimò: «Oh, caro! Ma... Dale! Dov'è Dale?». Il giovanotto si chinò a guardare lo Sceicco. La gola dell'arabo era orrendamente squarciata e, fra il sangue che la imbrattava, si vedevano gli ampi squarci lasciati dai canini aguzzi di un animale. Sulla polvere del pavimento c'erano delle impronte più larghe di quelle che avrebbe lasciato un cane, dirette alla porta. Scosse il capo, incapace di parlare, e con un singhiozzo strinse la ragazza a sé. Stava calando la notte. Qua e là, nel misero quartiere arabo, ardevano delle lampade giallastre. Lontano, oltre le palme, dove il territorio fertile confinava con l'arida immensità del deserto, echeggiò tremulo e desolato l'ululato di un lupo. Quando esso si spense, sull'Oasi di Siwa stava sorgendo la luna. IL NERO SEGUGIO DELLA MORTE Black Hound Of Death di Robert Ervin Howard Weird Tales, novembre 1936
1. Oscurità egiziana! È una frase troppo vivida per lasciare tranquilli, poiché suggerisce non soltanto il buio, ma anche cose invisibili che stanno in agguato in quel buio; cose che si aggirano furtive nelle ombre fitte e rifuggono dalla luce del giorno; figure sfuggenti che si muovono al di là dei confini della vita normale. Questi pensieri mi passavano per la mente, quella notte, mentre procedevo brancolando lungo lo stretto sentiero che si snodava tra le pinete. Sono i pensieri che facilmente si accompagnano all'uomo quando osa invadere quel tratto solitario del territorio fluviale, densamente pieno di foreste, che i negri chiamano Egypt per qualche oscura ragione razziale. Non vi è, al di fuori dell'abisso tenebroso dell'Inferno, un'oscurità assoluta quanto quella delle pinete. Il sentiero era una traccia quasi impercettibile che si snodava tra muraglie compatte d'ebano. Io lo seguivo, guidato più dagli istinti dell'abitatore delle pinete che dai miei sensi. Procedevo più in fretta che potevo, ma alla fretta si univa la furtività, e il mio udito era affinato dalla tensione. La mia prudenza non nasceva dalle bizzarre suggestioni suscitate dall'oscurità e dal silenzio, Avevo ottime, concrete ragioni per essere guardingo. Gli spettri potevano vagare nelle pinete con le gole squarciate e sanguinanti e una fame cannibalistica, come affermavano i negri: ma non erano gli spettri a farmi paura. Tendevo l'orecchio per captare lo spezzarsi di un fuscello sotto un grande piede appiattito, ogni suono che presagisse un attacco dalle cupe ombre. L'essere che, temevo, infestava l'Egypt era più pericoloso di qualunque fantasma farfugliante. Quella mattina, il peggior desperado negro di quella parte dello Stato era sfuggito alle grinfie della legge, lasciando dietro di sé un'atroce catena di morti. Giù, lungo il fiume, i segugi abbaiavano tra i cespugli e uomini dagli occhi duri, armati di fucili, battevano i macchioni. Lo stavano cercando nelle zone quasi inaccessibili presso i dispersi abitati dei negri, sapendo che uno di essi, quando si trova in una situazione disperata, va in cerca dei propri simili. Ma io conoscevo Tope Braxton meglio di loro; sapevo che era diverso dal modello generale della sua razza. Era incredibilmente primitivo, abbastanza atavistico per avventurarsi in un territorio disabitato e vivere, come un gorilla impazzito, in una solitudine che avrebbe sgomentato e terrorizzato un esponente più normale della sua
razza. E così, mentre la caccia proseguiva allontanandosi in un'altra direzione, io procedevo tutto solo verso l'Egypt. Ma non era per cercare Tope Braxton che mi avventuravo in quel territorio isolato. La mia missione era avvertire, piuttosto che cercare. All'interno di quel labirinto di pini vivevano, soli, un bianco e il suo servitore, ed era un dovere avvisarli che un assassino dalle mani sporche di sangue poteva aggirarsi intorno alla loro baita. Forse avevo commesso una sciocchezza, andando a piedi; ma gli uomini che portano il nome di Garfield non hanno l'abitudine di abbandonare un'impresa, una volta che l'hanno incominciata. Quando il mio cavallo si azzoppò inaspettatamente, lo lasciai in una delle baracche dei negri che sorgono lungo il limitare dell'Egypt, e proseguii a piedi. La notte mi sorprese lungo la strada, e decisi di rimanere fino all'indomani mattina a casa dell'uomo che stavo andando ad avvertire... Richard Brent. Era un solitario taciturno, sospettoso e strano, ma non avrebbe potuto rifiutare di ospitarmi per quella notte. Era un personaggio misterioso; nessuno sapeva perché avesse deciso di nascondersi in una pineta del Sud. Viveva in una vecchia baita nel cuore dell'Egypt da circa sei mesi. All'improvviso, mentre avanzavo nell'oscurità, le mie speculazioni sul misterioso recluso vennero interrotte, cancellate dalla mia mente. Mi fermai di colpo, mentre i nervi fremevano sul dorso delle mie mani. Era stato un urlo improvviso a causare quell'effetto, e quell'urlo era di sofferenza e di terrore. Proveniva da un punto imprecisato, davanti a me. Un silenzio seguì l'urlo, un silenzio nel quale la foresta parve trattenere il respiro e l'oscurità divenire ancora più nera. L'urlo si ripeté, questa volta più vicino. Poi sentii i tonfi dei piedi lungo il sentiero, e qualcosa si avventò verso di me nelle tenebre. Avevo in pugno la pistola, e istintivamente la protesi per allontanare quell'essere. La sola cosa che mi trattenne dal premere il grilletto fu l'udire i suoni che emetteva... singulti e ansiti di paura e dolore. Era un uomo, un uomo stravolto. Mi urtò, ciecamente, poi urlò di nuovo e cadde di schianto, singhiozzando e balbettando. «Oh, mio Dio, salvami! Oh, Dio, abbi pietà di me!» «Cosa diavolo c'è?», domandai, mentre mi sentivo rizzare i capelli in testa, al suono tormentato di quelle grida. Lo sventurato riconobbe la mia voce e si aggrappò disperatamente alle mie ginocchia.
«Oh, padron Kirby, non lasci che lui mi prenda! Ha ucciso il mio corpo, e adesso vuole la mia anima. Sono io... il povero Jim Tike. Non lasci che lui mi prenda!» Accesi un fiammifero e guardai, sbalordito, mentre la fiammella bruciava. Il negro era prostrato davanti a me nella polvere e roteava gli occhi bianchi. Lo conoscevo bene... era uno di quelli che abitavano nelle piccole capanne di tronchi lungo il bordo dell'Egypt. Era sporco di sangue, e pensai che fosse ferito mortalmente. Solo l'energia anormale nata dal panico convulso poteva avergli permesso di fuggire fin lì. Il sangue sprizzava a fiotti dalle vene e dalle arterie recise del petto, delle spalle e del collo, e le ferite erano terribili, slabbrate, come non possono produrle un proiettile o un coltello. Un orecchio, strappato dalla testa, pendeva oscillando, e un grosso pezzo di carne dall'angolo della mascella, come se una belva gigantesca l'avesse dilaniato con le zanne. «Che cos'è stato, in nome di Dio?», esclamai, mentre un fiammifero si spegneva, e l'uomo ridiventava una massa indistinta nell'oscurità davanti a me. «Un orso?» Ma, mentre lo chiedevo, sapevo già che da trent'anni, in Egypt, non si erano visti orsi. «È stato lui!», il borbottìo singhiozzante salì dall'oscurità. «Il bianco che è venuto alla mia baracca e mi ha chiesto di guidarlo a casa di Mister Brent. Diceva che aveva il mal di denti, e per questo aveva la testa fasciata. Ma la benda è scivolata e l'ho visto in faccia... per questo mi ha ammazzato.» «Vuoi dire che ti ha aizzato contro i cani?», chiesi, perché avevo visto ferite come le sue sui corpi di animali assaliti da cani feroci. «No, signore», gemette la voce, più fievole. «È stato lui... aaahhh!» Il gemito proruppe in un urlo quando il negro girò la testa, a malapena visibile nell'oscurità, guardando nella direzione dalla quale era venuto. La morte dovette coglierlo durante quell'urlo, perché si spezzò sulla nota più alta. Sussultò convulsamente, come un cane investito da un camion, e restò immobile. Aguzzai gli occhi nell'oscurità e scorsi una sagoma indistinta a pochi metri di distanza, sul sentiero. Era eretta, alta come un uomo, e silenziosa. Aprii la bocca per sfidare lo sconosciuto, ma non un suono uscì dalle mie labbra. Un gelo indescrivibile fluì dentro di me, inchiodandomi la lingua al palato. Era paura, primitiva e irrazionale e, mentre restavo paralizzato, non riuscivo a comprenderla, non riuscivo a intuire perché quella figura immobile e silenziosa, per quanto sinistra, potesse suscitare quell'i-
stintivo terrore. Poi all'improvviso la figura si mosse, svelta, verso di me, e allora ritrovai la voce. «Chi è?» Non ebbi risposta, ma la figura continuò ad avanzare velocemente; e, mentre tentavo di accendere un fiammifero, mi fu quasi addosso. Accesi il fiammifero... con un ringhio feroce la figura si scagliò contro di me, la fiammella si spense, e sentii un dolore acutissimo al collo. Sparai, quasi involontariamente e senza prendere la mira, e il lampo della pistola mi abbagliò, oscurando più che non rivelasse la figura umana che mi aveva colpito; poi, correndo furiosamente tra gli alberi, l'assalitore scomparve, e io rimasi solo e barcollante sul sentiero. Imprecando rabbiosamente, cercai a tentoni un altro fiammifero. Il sangue mi colava dalla spalla e intrideva la camicia. Quando accesi il fiammifero e controllai, un altro brivido gelido mi scorse lungo la spina dorsale. La camicia era strappata e la pelle, sotto, era incisa leggermente. La ferita era poco più di un graffio, ma la cosa che suscitò nella mia mente una paura senza nome era il fatto che la ferita era simile a quelle del povero Jim Tike. 2. Jim Tike era morto, e giaceva bocconi in una pozza di sangue, gli arti scomposti e chiazzati di rosso. Scrutai inquieto la foresta dove si nascondeva la cosa che l'aveva ucciso. Sapevo che era un uomo; nella breve luce del fiammifero avevo intravisto vagamente i suoi contorni ed era inconfondibilmente umano. Eppure, quale arma poteva produrre una ferita simile al morso spietato di enormi zanne bestiali? Scossi il capo, ricordando l'ingegnosità con cui l'umanità crea gli strumenti del massacro, e considerai un problema più impellente. Dovevo rischiare ancora la vita proseguendo, o dovevo ritornare al mondo esterno e condurre lì uomini e cani, per portar via il corpo del povero Jim Tike, e dare la caccia al suo assassino? Non sprecai tempo in quell'indecisione. Ero partito per svolgere un compito. Se un criminale sanguinario, oltre a Tope Braxton, si aggirava nella pineta, era una ragione di più per avvertire gli uomini di quella baita solitaria. In quanto al pericolo che potevo correre, ormai ero più che a metà strada. Proseguire non poteva essere molto più rischioso che tornare indietro. Se fossi ritornato, e fossi uscito vivo dall'Egypt, prima che riuscissi a
radunare una squadra, avrebbe potuto accadere chissà cosa in quella baita isolata sotto gli alberi neri. Perciò lasciai il corpo di Jim Tike sul sentiero e proseguii, con la pistola in pugno e i nervi tesi dal nuovo pericolo. Lo sconosciuto non era Tope Braxton. Il morto mi aveva detto che il suo assalitore era un misterioso uomo bianco; e, quando avevo intravvisto la figura, mi ero convinto che non poteva essere Tope Braxton. Avrei riconosciuto quella sagoma tozza e scimmiesca anche al buio. Quest'uomo invece era alto e magro, e il solo ricordo della sua figura scarna bastò, irrazionalmente, a farmi rabbrividire. Non è piacevole camminare in una foresta tenebrosa quando soltanto le stelle brillano tra le fronde fitte, con la certezza che un assassino sta in agguato nei pressi, forse alla distanza di pochi passi, nell'oscurità che lo nasconde. Il ricordo del negro massacrato mi bruciava nella mente. Il sudore mi copriva il volto e le mani; mi girai di scatto venti volte, scrutando nelle tenebre dove il mio udito aveva captato il fruscio delle foglie o lo spezzarsi di un ramoscello... Come potevo sapere se i suoni erano le voci naturali della foresta o i movimenti furtivi dell'assassino? A un certo punto mi fermai, con uno strano brivido, quando in lontananza, fra gli alberi neri, scorsi un barlume fioco e livido. Non era stazionario; si muoveva, ma era troppo distante. Con i capelli ritti, attesi, senza sapere che cosa; ma, poco dopo, lo strano barlume sparì, ed ero così pronto a pensare a eventi innaturali, che soltanto allora mi resi conto che quella luce poteva essere prodotta da un uomo che camminasse reggendo una torcia di legno di pino. Mi affrettai a proseguire, imprecando contro le mie paure, ancora più sconcertanti perché nebulose. Il pericolo non mi era ignoto in quella terra di dissidi e di violenze, dove odii vecchi di secoli covavano ancora sotto la cenere delle generazioni. La minaccia rappresentata da un proiettile o da un coltello, apertamente o in un agguato, non aveva mai scosso i miei nervi; ma ora sapevo che avevo paura... paura di qualcosa che non riuscivo a comprendere o a spiegare. Sospirai di sollievo quando vidi la luce della baita di Richard Brent brillare fra i pini, ma non allentai la vigilanza. Molti uomini inseguiti dal pericolo erano stati abbattuti sulla soglia della salvezza. Bussai alla porta, tenendomi di lato, e scrutai le ombre che cerchiavano la piccola radura e sembravano respingere la poca luce filtrata dalle finestre. «Chi è?», chiese dall'interno una voce aspra e profonda. «Sei tu, Ashley?»
«No. Sono Kirby Garfield. Mi apra.» La metà superiore dell'uscio si aprì verso l'interno, e la testa e le spalle di Richard Brent apparvero incorniciate dal vano. La luce dietro di lui lasciava in ombra quasi tutta la faccia, ma non riusciva a nascondere i lineamenti duri e scarni, né lo scintillio dei freddi occhi grigi. «Che cosa vuole, a quest'ora di notte?», chiese, brusco come al solito. Risposi laconicamente, perché quell'uomo non mi era simpatico; la cortesia, in quella zona, è un obbligo che nessun gentiluomo pensa di evitare. «Sono venuto a dirle che è molto probabile che un negro pericoloso si aggiri qui intorno. Tope Braxton ha ucciso l'agente Joe Sorley e un detenuto negro, ed è evaso dal carcere questa mattina: credo per venire a rifugiarsi qui nell'Egypt. Ho pensato che fosse giusto avvertirla.» «Bene, mi ha avvertito», rispose Brant, seccamente, con quel suo accento forestiero. «Perché non se ne va?» «Perché non ho nessuna intenzione di riattraversare la pineta, questa notte», risposi, irritato. «Sono venuto qui ad avvertirla, non perché le sia particolarmente affezionato, ma solo perché è un bianco. Il meno che possa fare, in cambio, è ospitarmi nella sua baita fino a domattina. Le chiedo soltanto un pagliericcio sul pavimento; non dovrà neppure darmi da mangiare.» Quest'ultima frase era un insulto che non seppi trattenere, nel mio risentimento; almeno, nelle pinete era considerato un insulto. Ma Richard non fece caso a quell'allusione pungente alla sua avarizia e alla sua scortesia. Mi guardò con una smorfia. Non riuscivo a vedere le sue mani. «Ha visto Ashley, lungo la strada?», chiese alla fine. Ashley era il suo servitore, un tipo saturnino e taciturno quanto il padrone, che una volta al mese andava al lontano villaggio sul fiume ad acquistare provviste. «No. Forse era in paese, e se ne è andato dopo di me.» «Immagino che dovrò farla entrare», borbottò sgarbatamente Brent. «Be', si sbrighi», dissi. «Ho una ferita alla spalla, e vorrei lavarla e medicarla. Tope Braxton non è l'unico assassino in circolazione, questa notte.» A quelle parole, Brent smise di trafficare con le mani, e cambiò espressione. «Che vorrebbe dire?» «C'è un negro morto, sul sentiero, a circa un miglio da qui. L'uomo che l'ha ammazzato ha cercato di uccidere anche me. Per quello che ne so, può
essere deciso a farla fuori. Il negro che ha ucciso lo stava accompagnando qui.» Richard Brent trasalì e diventò livido. «Chi... che cosa sta dicendo?» La sua voce si spezzò in un tono di falsetto. «Quale uomo?» «Non lo so. Un tale che sbrana le sue vittime come se fosse un cane...» «Un cane!» Fu un urlo. In Brent si operò un cambiamento spaventoso. Gli occhi quasi gli schizzarono dalle orbite; i capelli gli si rizzarono in testa e la faccia diventò cinerea. Contrasse le labbra scoprendo i denti in un ghigno di terrore. Sembrò che stesse per vomitare, poi ritrovò la voce. «Se ne vada!», gridò soffocato. «Adesso ho capito! Ho capito perché vuole entrare in casa mia! Diavolo maledetto! L'ha mandato lui! È la sua spia! Se ne vada!» Con un urlo, alzò le mani dalla metà inferiore della porta. Vidi che mi puntava addosso un fucile a canne mozze. «Se ne vada, o l'ammazzo!» Scesi a ritroso dai gradini, rabbrividendo al pensiero di una scarica a distanza ravvicinata di quel tremendo strumento di morte. Le canne nere e la faccia livida e convulsa non promettevano niente di buono. «Maledetto idiota!», ringhiai. Ero così furioso da dimenticare il pericolo. «Ci vada piano, con quel coso. Me ne vado. Preferisco affrontare un assassino, piuttosto che un pazzo.» Brent non rispose; ansimando e rabbrividendo come se fosse in preda alla febbre malarica, continuò a tenermi sotto mira mentre mi voltavo e attraversavo in fretta la radura. Quando arrivai al punto dove cominciavano gli alberi, avrei potuto voltarmi di scatto e sparargli senza correre troppi rischi, perché la mia pistola calibro 45 aveva una portata superiore al suo fucile. Ma ero andato lì per avvertire quel pazzo, non per ucciderlo. La metà superiore della porta sbatté, mentre mi allontanavo tra gli alberi, e il fascio di luce sparì di colpo. Impugnai la pistola e mi avviai sul sentiero buio, tendendo gli orecchi per captare ogni suono sotto i rami neri. Ripensai a Richard Brent. Senza dubbio, l'uomo che aveva cercato una guida per arrivare alla sua baita non era un amico. La paura frenetica di Brent sconfinava nella pazzia. Mi chiesi se era stato per sfuggire a quell'uomo che Brent si era autoesiliato in quella pineta solitaria. Di sicuro, era venuto lì per sfuggire a qualcosa: perché non nascondeva mai il suo odio per quella zona, né il suo disprezzo per gli abitanti, bianchi o neri che fos-
sero. Ma non avevo mai pensato che fosse un delinquente e che si nascondesse per sottrarsi alla giustizia. Dietro di me, la luce sparì tra gli alberi neri. Ero ossessionato da una strana sensazione gelida e deprimente, come se la scomparsa di quella luce, per quanto ostile fosse la sua fonte, avesse troncato l'unico legame che collegava quell'avventura d'incubo al mondo del raziocinio e dell'umanità. Dominai i miei nervi e proseguii a grandi passi lungo il sentiero. Ma non ero arrivato molto lontano, quando mi fermai di nuovo. Questa volta era il rumore inconfondibile di cavalli che correvano, il rombo delle ruote e lo scalpitìo degli zoccoli. Chi poteva arrivare con un calesse lungo quella strada, di notte, se non Ashley? Ma subito mi accorsi che i cavalli stavano andando in un'altra direzione. Il rumore si allontanò rapidamente, e si smorzò in distanza. Allungai il passo, sconcertato, e poco dopo sentii davanti a me un suono affrettato e incerto di passi, e un ansimare convulso che sapeva di panico. Distinsi i passi di due persone, sebbene non vedessi niente, in quell'oscurità intensa. In quel punto, i rami si intrecciavano sopra il sentiero, formando un arco nero che non lasciava passare neppure la luce delle stelle. «Ehilà!», chiamai cautamente. «Chi siete?» I suoni cessarono bruscamente, e immaginai di scorgere due figure indistinte che si fermavano, tese, trattenendo il respiro. «Chi è?», ripetei. «Non abbiate paura. Sono io... Kirby Garfield.» «Resti dov'è!», esclamò una voce aspra che riconobbi. Era Ashley. «Parla come Garfield... ma voglio esserne sicuro. Se si muove, le sparo.» Sentii uno sfrigolio, e poi si accese una fiammella. Una mano apparve in quel chiarore, e dietro la mano la faccia dura e quadrata di Ashley che mi scrutava. Nell'altra mano luccicava una pistola; e su quel braccio era posata un'altra mano, bianca e sottile, con una gemma che brillava a un dito. Scorsi, vagamente, la figura snella di una donna; il suo viso era come un fiore pallido nell'oscurità. «Sì, è proprio lei», borbottò Ashley. «Che cosa ci fa qui?» «Ero venuto ad avvertire Brent che Tope Braxton è evaso», risposi seccamente: non mi piace che qualcuno mi chieda conto delle mie azioni. «L'avrà sentito, naturalmente. Se avessi saputo che era andato in paese, mi sarei risparmiato la fatica. Che cosa ci fate, a piedi?» «I cavalli sono scappati, poco fa», rispose Ashley. «C'era un negro sul sentiero, morto. Ma non è stato quello a spaventare i cavalli. Quando siamo scesi a vedere, si sono imbizzarriti e fuggiti via. Abbiamo dovuto pro-
seguire a piedi. È una gran brutta faccenda. A vedere com'è ridotto quel negro, direi che l'ha ucciso un branco di lupi, e l'odore ha spaventato i cavalli. Abbiamo paura che ci attacchino da un momento all'altro.» «In queste pinete, i lupi non vanno a caccia in branco e non attaccano gli esseri umani. È stato un uomo a uccidere Jim Tike.» Nella luce del fiammifero, Ashley mi fissò sbalordito; poi vidi che allo sbalordimento si sostituiva l'orrore. Impallidì lentamente, e diventò cinereo quanto il suo padrone. Il fiammifero si spense, e restammo in silenzio. «Allora?», dissi spazientito. «Avanti, chi è la signora?» «È la nipote di Mr. Brent.» La risposta uscì atona dalle labbra aride. «Sono Gloria Brent!», esclamò lei, con un accento colto nonostante la paura che le faceva tremare la voce. «Zio Richard mi ha telegrafato di venire subito da lui...» «Ho visto il telegramma», borbottò Ashley. «Me l'ha mostrato. Ma non so come abbia fatto a spedirlo, lui. A quanto ne so, non va in paese da mesi.» «Io sono partita subito da New York», esclamò lei. «Non capisco perché il telegramma sia stato spedito a me e non a qualcun altro della famiglia...» «Lei è sempre stata la prediletta di suo zio, signorina», disse Ashley. «Bene, quando sono scesa dal battello, in paese, poco prima dell'imbrunire, ho trovato Ashley che stava per tornare a casa con il calesse. Si è meravigliato di vedermi, ma naturalmente mi ha accompagnato. E poi... quel... quel morto...» Sembrava molto scossa. Era evidente che era cresciuta in un ambiente raffinato e protetto. Se fosse nata nelle pinete, come me, la vista di un morto, bianco o nero, non sarebbe stato per lei un fenomeno inconsueto. «Il... il morto...», balbettò. E ricevette una risposta orribile. Dal bosco nero, accanto al sentiero, si alzò una risata stridula, agghiacciante. La seguirono suoni convulsi, che in un primo momento non riconobbi per parole. Quelle intonazioni non umane mi fecero scorrere un brivido lungo la spina dorsale. «Uomini morti!», cantilenò quella voce. «Uomini morti con le gole squarciate! Ci saranno uomini morti tra i pini prima dell'alba! Uomini morti! Sciocchi, siete tutti morti!» Io e Ashley sparammo contemporaneamente in direzione della voce, e gli echi tonanti degli spari sommersero l'orrenda cantilena. Ma la strana risata risuonò ancora, più lontana tra i pini, e poi il silenzio si chiuse come
una nebbia nera, nella quale sentii gli ansiti quasi isterici della ragazza. Aveva lasciato Ashley e mi si era aggrappata convulsamente. La sentivo tremare contro di me. Probabilmente aveva seguito l'istinto femminile, cercando rifugio presso il più forte; la luce del fiammifero le aveva mostrato che ero grande e grosso più di Ashley. «Presto, per amor del cielo!», esclamò Ashley, con voce soffocata. «Non siamo lontani dalla baita. Presto! Viene con noi, Mr. Garfield?» «Che cos'era?» La ragazza ansimava. «Oh, che cos'era?» «Un pazzo, credo», dissi io, stringendo la manina posata sul mio braccio. Ma qualcosa mi diceva che nessun pazzo aveva mai avuto una voce come quella. Sembrava... Dio!... sembrava una creatura bestiale che pronunciasse parole umane, ma con una lingua che non era umana! «Si metta dall'altra parte, a fianco di Miss Brent, Ashley», ordinai. «E stia il più possibile lontano dagli alberi. Se qualcosa si muove da quella parte, spari senza esitare. Io farò altrettanto. E adesso, andiamo!» Ashley obbedì senza discutere; sembrava molto più spaventato della ragazza e quasi rantolava. La strada sembrava non finire mai, e l'oscurità era abissale. La paura, in agguato ai bordi del sentiero, sembrava seguirci furtivamente, ghignando. Rabbrividivo al pensiero di una cosa demoniaca, armata di zanne e artigli, che si accingeva ad avventarsi alle mie spalle. I piedi della ragazza quasi non toccavano terra; in pratica, la stavamo portando. Ashley era alto poco meno di me, sebbene fosse meno massiccio, ed era robusto. Finalmente davanti a noi una luce brillò fra gli alberi, e Ashley si lasciò sfuggire un pesante sospiro di sollievo. Allungò il passo. «La baita, grazie a Dio!», esclamò, mentre uscivamo quasi correndo dagli alberi. «Chiami Brent, Ashley», borbottai. «Mi ha già cacciato via minacciandomi con un fucile. Non voglio farmi sparare da quel vecchio...» M'interruppi, per riguardo alla ragazza. «Mr. Brent!», gridò Ashley. «Mr. Brent! Apra la porta, presto! Sono io... Ashley.» Immediatamente, un fascio di luce uscì dalla metà superiore della porta, e Brent si affacciò, con il fucile imbracciato, sbattendo le palpebre nel buio. «Entra, presto!» La voce era ancora piena di panico. Poi: «Chi c'è con te?», urlò furiosamente. «Mr. Garfield e sua nipote, Miss Gloria.»
«Zio Richard!», esclamò la ragazza, con un singhiozzo. Si staccò da noi, corse alla porta, e gli buttò le braccia al collo. «Zio Richard, ho tanta paura! Che cosa sta succedendo?» Brent sembrava stordito. «Gloria!», ripeté. «In nome del cielo, che cosa fai qui?» «Ma... mi hai chiamata tu!» La ragazza tirò fuori un telegramma gualcito. «Non vedi? Mi hai detto di venire subito!» Brent ridiventò livido. «Non l'ho mandato io, Gloria! Buon Dio, perché avrei dovuto trascinarti nel mio inferno? Qui c'è qualcosa di diabolico. Entra... entra, presto!» Brent spalancò la porta e tirò dentro la ragazza, senza mollare il fucile. Sembrava intontito. Ashley entrò dietro Miss Brent e mi gridò: «Venga, Mr. Garfield! Presto... presto!». Non mi ero mosso per seguirli. Nel sentire il mio nome, Brent, che sembrava aver dimenticato la mia presenza, con un grido soffocato lasciò la ragazza e si voltò di scatto, alzando il fucile. Ma questa volta stavo pronto. Avevo i nervi troppo tesi per subire altre prepotenze. Prima che lui riuscisse a spianare il fucile, si trovò sotto gli occhi la canna della mia calibro 45. «Lo metta giù, Brent», scattai. «Lo abbassi, prima che le spezzi il braccio. Sono stufo dei suoi sospetti idioti.» Brent esitò, roteando gli occhi, e dietro di lui la ragazza arretrò. Immagino che, nella luce che usciva dalla porta, non fossi una figura che ispirava molta fiducia a una giovane donna: sono imponente e non bello, e la mia faccia è sfregiata da molte brutali battaglie. «È nostro amico, Mr. Brent», intervenne Ashley. «Ci ha aiutati, nella pineta.» «È un diavolo!», inveì Brent, tenendo stretto il fucile, sebbene non cercasse di spianarlo. «È venuto qui per ucciderci! Ha mentito, quando ha detto che era venuto ad avvertirci che c'era un negro evaso. Chi può essere tanto pazzo da venire di notte nell'Egypt, solo per avvertire uno sconosciuto? Mio Dio, vi ha imbrogliati tutti e due! Vi dico che porta il marchio del cane!» «Allora sa che lui è qui», gridò Ashley. «Sì. Me l'ha detto questo demonio, cercando di insinuarsi in casa. Dio, Ashley, lui ci ha trovati, nonostante tutte le nostre manovre. Ci siamo messi in trappola! In una città, potremmo pagarci una protezione. Ma qui, in questa foresta maledetta, chi sentirà le nostre grida, chi verrà ad aiutarci,
quando arriverà quel mostro? Che sciocchi... che sciocchi siamo stati a credere di poterci nascondere da lui in questa desolazione!» «L'ho sentito ridere», disse Ashley, rabbrividendo. «Ci ha sfidati, dai cespugli, con quella voce di belva. Ho visto l'uomo che ha ucciso... sembrava dilaniato dalle zanne di Satana. Cosa... cosa possiamo fare?» «Cosa possiamo fare se non chiuderci dentro e combattere fino all'ultimo?», urlò Brent. Aveva i nervi a pezzi. «Vuoi dirmi di che cosa si tratta?», supplicò tremando la ragazza. Con un terribile riso disperato, Brent tese il braccio, indicando i boschi neri, al di là del fioco cerchio di luce. «Un diavolo in forma umana è in agguato là fuori!», esclamò. «Mi ha cercato in tutto il mondo e finalmente mi ha trovato. Ricordi Adam Grimm?» «L'uomo che venne con te in Mongolia cinque anni fa? Ma è morto, mi avevi detto. Eri tornato senza di lui.» «Credevo che fosse morto», borbottò Brent. «Ascolta: ti spiegherò. Tra le montagne nere della Mongolia Interna, dove non era mai penetrato nessun bianco, la nostra spedizione fu attaccata dai fanatici adoratori del Diavolo... i Monaci Neri di Erlik che vivono nella città maledetta e dimenticata di Yahlgan. Le guide e i servitori furono uccisi, e ci portarono via tutti gli animali. Ci restò soltanto un piccolo cammello. Per tutto il giorno io e Grimm li respingemmo, sparando dietro le rocce. Quella notte avevamo deciso di cercare di fuggire, sull'unico cammello che era rimasto. Ma era evidente che non poteva portarci in salvo tutti e due. Un uomo solo avrebbe potuto farcela. Quando venne la notte, colpii Grimm alla testa con il calcio del fucile, e gli feci perdere i sensi. Poi montai sul cammello e fuggii...» Brent non notò l'espressione nauseata e inorridita sul bel volto della nipote. Lei stava fissando lo zio a occhi sbarrati, come se lo vedesse per la prima volta e ne fosse profondamente sconvolta. Brent continuò a parlare, troppo ossessionato dalla paura per curarsi di ciò che la ragazza pensava di lui. La vista di un'anima denudata della sua vernice convenzionale non è sempre piacevole. «Passai tra gli assedianti e fuggii nella notte. Grimm, naturalmente, cadde nelle mani degli adoratori del Diavolo, e per anni credetti che fosse morto. Avevano fama di uccidere fra le torture tutti quelli che catturavano. Passarono anni, e quasi dimenticai l'episodio. Poi, sette mesi fa, seppi che era vivo... anzi, era tornato in America, deciso a togliermi la vita. I Monaci Neri non l'avevano ucciso, ma con le loro arti maledette l'avevano cambia-
to. Non è più interamente umano, ma tutta la sua anima è votata alla vendetta. Sarebbe stato inutile rivolgermi alla polizia; lui sarebbe riuscito egualmente a mettere in atto i suoi propositi. Per più di un mese fuggii di qua e di là, come un animale braccato, e finalmente, quando credetti di avergli fatto perdere le mie tracce, mi rifugiai in questa desolazione abbandonata da Dio, tra questi barbari dei quali Kirby Garfield è un tipico esempio.» «Tu parli di barbari!», esclamò la ragazza, e il suo disprezzo avrebbe lacerato l'anima di qualunque uomo che non fosse così completamente dominato dalla paura. Gloria Brent si rivolse a me. «Mr. Garfield, entri, la prego. Non deve cercare di attraversare la foresta, questa notte, con quel demonio che si aggira nei dintorni.» «No!», urlò Brent. «Allontanati dalla porta, stupida! Ashley, tu stai zitto. Vi dico che è una delle creature di Adam Grimm! Non metterà piede nella mia baita!» La ragazza mi guardò, pallida, impotente e desolata, e io provai pena per lei, così minuta e stravolta. «Non dormirei nella sua baita neanche se fuori ululassero tutti i lupi dell'inferno», ringhiai, rivolgendomi a Brent. «Me ne vado, e se mi spara alla schiena, prima di morire l'ammazzerò. Non sarei tornato, ma la signorina aveva bisogno di protezione. Ne ha bisogno anche adesso, ma tant'è... Miss Brent», dissi, «se vuole, domani verrò a prenderla con un calesse e la porterò in paese. Sarebbe meglio che tornasse a New York.» «In paese la porterà Ashley», ruggì Brent. «Maledetto, se ne vada!» Con un gesto sprezzante che lo fece diventare livido, gli voltai le spalle e me ne andai. La porta sbatté dietro di me, e sentii la voce stridula di Brent e quella piangente della nipote. Povera ragazza! Per lei doveva essere un incubo, venire strappata alla sua tranquilla esistenza cittadina e finire in una zona sconosciuta e primitiva, in mezzo a gente selvaggia e violenta, tra minacce e vendette. Le pinete del Sud-Ovest sembrano già abbastanza strane e aliene agli abitanti delle città; e adesso, oltre al loro cupo mistero primordiale, c'era quel torvo fantasma uscito dal passato, come un'immagine d'incubo. Mi voltai, e rimasi immobile sul sentiero buio, fissando il lontano punto tra gli alberi. Il pericolo incombeva sulla baita nella piccola radura, e un bianco non poteva lasciare quella ragazza affidata esclusivamente alla pro-
tezione dello zio impazzito e del suo servitore. Ashley sembrava efficiente, ma Brent era un'incognita. Ero convinto che fosse pazzo. Le sue rabbie folli e i suoi sospetti altrettanto folli lo indicavano. Non avevo nessuna simpatia per lui. Un uomo disposto a sacrificare un amico per salvarsi la pelle merita di morire. Ma evidentemente anche Grimm era pazzo. L'uccisione di Jim Tike era stata il gesto di un maniaco omicida. Quel poveraccio non gli aveva fatto niente di male. Avrei ammazzato Grimm per quel delitto, se ne avessi avuto l'occasione. E non volevo che la ragazza ci andasse di mezzo per le colpe dello zio. Se non era stato Brent a mandare il telegramma, come diceva lui, allora era evidente che era stata chiamata per uno scopo sinistro. Chi poteva averlo fatto se non Grimm, per farle subire la stessa sorte decisa per Richard Brent? Mi voltai e tornai indietro. Se non potevo entrare nella baita, potevo almeno acquattarmi nell'ombra, pronto a intervenire se ci fosse stato bisogno del mio aiuto. Dopo pochi minuti, ero sotto gli alberi al limitare della radura. La luce brillava ancora attraverso le imposte, e in un certo punto era visibile una parte del vetro. E, mentre stavo guardando, il vetro s'infranse, come se qualcosa l'avesse colpito. La notte fu lacerata da una fiammata che eruppe in un lampo accecante dalle porte, dalle finestre e dal comignolo della baita. Per un istante infinitesimale, vidi la baita profilarsi, nera, contro le lingue di fiamma che ne uscivano. Pensai che fosse esplosa... ma nessun suono accompagnò lo scoppio. Mentre ero ancora abbagliato, un'altra esplosione riempì l'universo di scintille abbacinanti, e fu accompagnata da un tuono. Persi i sensi troppo rapidamente per capire che ero stato colpito alla testa da tergo, all'improvviso, e con violenza terribile. 3. Una luce palpitante fu la prima cosa che percepii, quando ripresi conoscenza. Battei le palpebre, scrollai la testa e mi svegliai completamente. Ero sdraiato sul dorso in una piccola radura, circondata da alti alberi neri che rispecchiavano la luce guizzante d'una torcia piantata per terra accanto a me. Mi doleva la testa, e avevo un grumo di sangue sulla cute; e avevo le mani bloccate da un paio di manette. I miei abiti erano strappati ed ero tutto graffiato, come se fossi stato trascinato brutalmente attraverso i cespu-
gli. Un'enorme sagoma nera stava acquattata sopra di me... un negro di media statura, ma tozzo e muscoloso, che portava soltanto un paio di calzoni laceri e infangati... Tope Braxton. Impugnava due pistole, e mi prendeva di mira alternativamente con l'una e con l'altra. Una era la mia; l'altra era appartenuta al poliziotto che Braxton aveva ucciso con una botta in testa. Rimasi in silenzio per un momento, studiando il gioco della luce della torcia sul poderoso torso nero. Il corpo enorme sembrava d'ebano o di bronzo opaco: pareva una figura emersa dall'abisso da cui l'umanità era uscita millenni addietro. La ferocia primitiva si rispecchiava nei fasci di muscoli delle massicce braccia scimmiesche, sulle spalle spioventi, e soprattutto nella testa appuntita sostenuta dal collo taurino. Le narici larghe e piatte, gli occhi torbidi, le labbra carnose aggricciate sui denti... tutto proclamava la primordialità di quell'uomo. «Cosa diavolo c'entri tu in quest'incubo?», dissi. Tope Braxton mostrò i denti in un ghigno scimmiesco. «Era ora che rinvenissi, Kirby Garfield», disse. «Volevo che rinvenissi prima di ammazzarti, perché sapessi chi è a ucciderti. Poi tornerò indietro a vedere Grimm che uccide il vecchio e la ragazza.» «Cosa vuoi dire, diavolo nero?», chiesi seccamente. «Grimm? Cosa ne sai di Grimm?» «L'ho incontrato nella pineta, dopo che ha ammazzato Jim Tike. Ho sentito sparare e sono andato a vedere con una torcia... credevo fosse qualcuno che mi dava la caccia. Così ho incontrato Grimm.» «Allora eri tu, l'uomo con la torcia che ho visto», borbottai. «Grimm è furbo. Ha detto che se lo aiuto a uccidere certa gente, lui mi aiuterà a fuggire. Ha buttato la bomba nella baita: la bomba non ha ammazzato quelli che c'erano dentro, li ha solo paralizzati. Io sorvegliavo il sentiero, e quando sei tornato indietro ti ho dato una botta in testa. Quel tale, Ashley, non è rimasto paralizzato, e allora Grimm gli ha morsicato la gola come ha fatto a Jim Tike.» «Morsicato la gola?», domandai. «Grimm non è un essere umano. Cammina come un uomo, ma in parte è un cane, o un lupo.» «Un Lupo Mannaro, vuoi dire?», chiesi, con un brivido. Tope Braxton sogghignò. «Già, sicuro. C'erano, nel vecchio paese.» Poi si scosse. «Ho chiacchierato anche troppo. Adesso ti faccio saltare la testa.»
Le labbra carnose si contrassero in un ghigno, mentre prendeva la mira con la pistola che impugnava nella destra. Mi tesi, disperatamente, cercando un modo per salvarmi. Non avevo le gambe legate, ma ero ammanettato, e al minimo movimento, Braxton avrebbe sparato. Sondai convulsamente il ricordo delle credenze dei negri, le superstizioni semidimenticate. «Queste erano le manette di Joe Sorley, no?», chiesi. «Uh-uh», ghignò lui, senza abbassare la pistola. «Gliele ho prese dopo avergli sfasciato la testa con la sbarra della finestra. Pensavo che mi sarebbero servite.» «Bene», dissi, «se mi uccidi mentre le porto, sarai dannato in eterno! Non sai che se uccidi un uomo che porta una croce, il suo spettro ti perseguiterà per sempre?» Braxton abbassò di colpo la pistola, e il sogghigno fu sostituito da una smorfia. «Cosa vuoi dire, uomo bianco?» «Quello che ho detto. C'è una croce graffita all'interno di una manetta. L'ho vista mille volte. Adesso sparami pure, e ti perseguiterò fino all'Inferno.» «Quale manetta?», ringhiò il negro, alzando minacciosamente il calcio della pistola. «Scoprilo da te», ribattei. «Avanti, perché non spari? Spero che tu abbia dormito abbastanza, ultimamente, perché farò in modo che tu non dorma più. La notte» sotto gli alberi, vedrai la mia faccia che ti spia. Sentirai la mia voce nel vento che geme fra i cipressi. Quando chiuderai gli occhi, al buio, sentirai le mie dita intorno alla tua gola.» «Stai zitto!», ruggì, brandendo le pistole. La sua faccia nera aveva riflessi cinerei. «Fammi stare zitto tu... se ne hai il coraggio!» Mi sollevai a sedere e poi ricaddi, imprecando. «Maledizione a te, ho una gamba rotta!» La sfumatura cinerea svanì dalla faccia d'ebano, e la decisione si affacciò di nuovo negli occhi arrossati. «Hai la gamba rotta!» Tope Braxton snudò i denti in un ghigno bestiale. «Mi è sembrato che cadessi male, e poi ti ho trascinato per un bel pezzo.» Posò a terra le pistole, lontano dalla mia portata, poi si alzò e si chinò su di me, estraendo una chiave dalla tasca dei calzoni. La sua sicurezza era giustificata: non ero disarmato e impotente, con una gamba fratturata? Le manette non erano necessarie. Girò la chiave e me le tolse. E allora, come due serpenti all'attacco, le mie mani scattarono verso la sua gola, stringen-
do convulsamente e trascinandolo addosso a me. Mi ero sempre domandato quale sarebbe stato l'esito di una lotta tra me e Tope Braxton. Ma uno non può andarsene in giro ad attaccar briga con i negri. Una gioia rabbiosa s'impadronì di me: era torva soddisfazione al pensiero che la questione sarebbe stata risolta una volta per tutte... con la vita come premio per il vincitore, e la morte per il perdente. Nell'istante in cui lo afferrai, Braxton si rese conto che l'avevo indotto con un trucco a liberarmi... che non ero più invalido di lui. Esplose allora in un uragano di ferocia che avrebbe smembrato un uomo meno forte di me. Rotolammo sugli aghi dei pini, azzuffandoci. Se stessi scrivendo un romanzo elegante, racconterei che battei Tope Braxton ricorrendo a una combinazione d'intelligenza superiore, di abilità pugilistica e di acume scientifico, per battere la sua forza bruta. Ma in questa cronaca devo attenermi ai fatti. L'intelligenza non ebbe molta parte in quella battaglia. Non mi avrebbe aiutato più di quanto avrebbe aiutato un uomo alle prese con un gorilla. In quanto all'abilità acquisita, Tope avrebbe fatto a pezzi un pugile o un lottatore normale. La scienza ideata dall'uomo non sarebbe bastata a resistere alla velocità fulminea, alla ferocia, e alla forza schiacciante dei terribili muscoli di Tope Braxton. Era come lottare con una bestia feroce, e mi battei con Tope Braxton come si battono gli uomini del fiume, come i selvaggi, come gli scimmioni, petto contro petto, muscolo contro muscolo, pugno ferreo contro cranio duro, ginocchio contro inguine, denti affondati nella carne muscolosa, dilaniando, lacerando, massacrando. Dimenticammo entrambi le pistole abbandonate a terra; vi rotolammo sopra una dozzina di volte. Ognuno di noi era conscio di un unico desiderio, di un cieco, rosseggiante impulso di uccidere a mani nude, di lacerare, straziare, storpiare e calpestare, fino a quando l'altro non fosse ridotto a una massa immobile di carne sanguinante e di ossa fracassate. Non so per quanto lottammo; il tempo svanì in una eternità venata di sangue. Le sue dita erano artigli di ferro che dilaniavano la carne e ammaccavano le ossa. La testa mi girava per i tonfi contro il suolo duro, e dal dolore al fianco capivo che avevo almeno una costola fratturata. Il mio corpo era tutto un tormento, con le giunture contorte e i muscoli stirati. I miei indumenti erano strappati, intrisi dal sangue che mi colava da un orecchio quasi strappato dalla testa. Ma se subivo colpi terribili, quelli che
sferravo non erano meno tremendi. La torcia era caduta, ma bruciava ancora, a guizzi, illuminando d'una luce livida quella scena primordiale. La luce era meno rossa della smania di uccidere che mi velava gli occhi. In una nebbia cremisi vidi i suoi denti bianchi scintillare in un ghigno forzato, gli occhi roteare bianchi in una maschera di sangue. Gli avevo sfigurato il viso facendogli perdere ogni aspetto umano: dagli occhi alla cintola la sua pelle nera era tramata di scarlatto. Il sudore ci copriva, e le nostre dita scivolavano. Mi contorsi, liberandomi parzialmente dalla sua stretta, poi concentrai tutta la forza dei miei muscoli nel pugno che lo centrò alla mascella come un maglio. Sentii l'osso scricchiolare, quindi un gemito involontario; il sangue sprizzò e la mascella fratturata ricadde, penzolante. Una bava cruenta coprì le labbra aperte. Allora, per la prima volta, le nere dita spietate esitarono; sentii il grande corpo cedere e accasciarsi. Mentre un singulto belluino di ferocia soddisfatta usciva dalle mie labbra straziate, finalmente le mie dita trovarono la sua gola. Cadde riverso, e io mi buttai sul suo petto. Le sue mani mi strinsero convulsamente i polsi, ma sempre più debolmente. E lo strangolai, lentamente, senza ricorrere ai trucchi del jiu-jitsu o della lotta, con la sola forza bruta, piegandogli la testa all'indietro tra le spalle, fino a quando il suo collo taurino si spezzò come un ramo fradicio. Nell'ebbrezza della lotta, non mi accorsi quando morì, non compresi che era stata la morte a sciogliere finalmente i muscoli ferrei del corpo sotto di me. Mi rialzai barcollando, intontito, e gli calpestai il petto e la testa fino a quando le ossa cedettero sotto il mio peso, prima di rendermi conto che Tope Braxton era morto. Forse sarei crollato, perdendo i sensi, se non avessi ricordato oscuramente che il mio compito non era ancora terminato. Brancolando con le mani intormentite, trovai le pistole e mi avviai vacillando tra i pini, nella direzione in cui l'istinto mi diceva trovarsi la baita di Richard Brent. E, a ogni passo, sentivo che le forze mi ritornavano. Tope non mi aveva trascinato lontano. Seguendo il suo impulso da uomo della giungla, mi aveva portato tra gli alberi, lasciando il sentiero. In pochi passi tornai sulla pista, e vidi di nuovo la luce della baita, in mezzo ai pini. Braxton non aveva mentito, dunque, per quanto riguardava l'effetto della bomba. Almeno, l'esplosione silenziosa non aveva distrutto la baita che era ancora come l'avevo vista l'ultima volta, apparentemente indenne. Come
prima, la luce filtrava dalle imposte: ma adesso ne usciva una risata acuta, inumana, che mi agghiacciava il sangue nelle vene. Era la stessa risata che ci aveva beffati lungo il sentiero. 4. Acquattato nell'ombra, girai intorno alla radura per raggiungere il lato della baita dove non c'erano finestre. Nell'oscurità fonda, senza un filo di luce che mi tradisse, uscii dagli alberi e mi avvicinai. Vicino alla costruzione, inciampai in qualcosa di ingombrante e cedevole, e quasi caddi in ginocchio. Il cuore mi balzò in gola per il timore che il rumore denunciasse la mia presenza. Ma la terribile risata ontinuò a risuonare nell'interno della baita, mescolata al piagnucolio di una voce umana. Ero inciampato nel corpo di Ashley. Giaceva riverso e guardava in alto con occhi ciechi; la testa era rovesciata all'indietro sul collo straziato e insanguinato. La gola era dilaniata: dal mento al colletto c'era un grande squarcio. Gli abiti erano viscidi di sangue. Nauseato, nonostante la mia esperienza in fatto di morti violente, mi accostai alla baita, cercando inutilmente una fessura fra i tronchi. All'interno, la risata era cessata e quella spaventosa voce inumana risuonava facendo fremere i nervi sul dorso delle mie mani. Con la stessa difficoltà della volta precedente, distinsi le parole: «... E quindi non mi uccisero, i Monaci Neri di Erlik. Preferirono farmi uno scherzo... uno scherzo divertente, dal loro punto di vista. Uccidermi sarebbe stato troppo pietoso; preferirono giocare con me, come gatti con un topo, e rimandarmi nel mondo con un marchio che non avrei mai potuto cancellare... il Marchio del Cane. È così che lo chiamano. E fecero il loro lavoro alla perfezione. Nessuno sa cambiare un uomo meglio di loro. Magia Nera? Puah! Quei diavoli sono i più grandi scienziati del mondo. Quel poco che il mondo occidentale sa della scienza, è filtrato in minuscoli rivoli da quelle montagne nere. Quei demoni potrebbero conquistare il mondo, se volessero. Sanno cose che nessun uomo moderno osa immaginare. Conoscono la chirurgia plastica, ad esempio, meglio di tutti gli scienziati del mondo messi insieme. Conoscono le ghiandole come non le conosce nessun fisiologo europeo o americano; sanno come rallentarle o stimolarle, per produrre certi risultati... Dio, che risultati! Guardami! Guardami, maledetto, e impazzisci!» Girai in silenzio intorno alla baita fino a quando arrivai a una finestra e
sbirciai da una fessura dell'imposta. Richard Brent giaceva su un divano in una stanza arredata con un lusso incongruo, per quello scenario primitivo. Era legato mani e piedi; la sua faccia era livida, a malapena umana. Negli occhi stralunati c'era l'espressione di un uomo che si trova di fronte all'orrore supremo. Nell'altra parte della stanza la ragazza, Gloria era stesa su un tavolo, legata ai polsi e alle caviglie. Era nuda, e i suoi indumenti erano sparsi in disordine sul pavimento, come se le fossero stati brutalmente strappati di dosso. Con la testa girata, fissava inorridita l'alta figura che dominava la scena. Grimm voltava le spalle alla finestra ed era rivolto verso Richard Brent. La sua figura era umana... un uomo alto e magro dagli aderenti abiti scuri, con una specie di mantello che gli pendeva dalle spalle ampie. Ma uno strano tremito mi scosse, e riconobbi finalmente la paura che avevo provato dall'istante in cui lo avevo intravvisto per la prima volta sopra il corpo del povero Jim Tike. C'era qualcosa d'innaturale nella figura, qualcosa che non era evidente mentre stava così, voltandomi le spalle e che tuttavia suggeriva inequivocabilmente un'anormalità; e le mie sensazioni erano la paura e il ribrezzo che gli uomini normali provano per l'anormale. «Loro mi hanno trasformato in un orrore e poi mi hanno scacciato», stava gridando con quella voce spaventosa. «Ma il cambiamento non fu compiuto in un giorno, o in un mese, o in un anno! Giocavano con me, come i diavoli giocano con un'anima urlante sulle graticole incandescenti dell'Inferno! Tante volte avrei potuto morire, a loro dispetto, ma mi sosteneva il pensiero della vendetta! In quei lunghi anni neri, fra le sofferenze e le torture, sognavo il giorno in cui avrei pagato il debito nei tuoi confronti, Richard Brent! E alla fine incominciai la caccia. Quando arrivai a New York, ti mandai una fotografia della mia... della mia faccia, e una lettera, spiegandoti quello che era accaduto... e quello che sarebbe accaduto. Stolto, credevi di potermi sfuggire? Credi che ti avrei avvertito, se non fossi stato sicuro della mia preda? Volevo che soffrissi, consapevole della tua sorte, che vivessi nel terrore, che fuggissi e ti nascondessi come un lupo braccato. Sei scappato e io ti ho inseguito, da una costa all'altra. Mi sei sfuggito temporaneamente quando sei venuto qui, ma era inevitabile che ti rintracciassi. Quando i Monaci Neri di Yahlgan mi hanno dato questo» (e la sua mano si levò a indicare la faccia, e Richard Brent urlò), «hanno instillato in me lo spirito della belva che avevano copiato. Ucciderti non mi bastava. Volevo godermi la vendetta fino all'ultima
goccia. Per questo ho mandato un telegramma a tua nipote, l'unica persona al mondo che ti sia cara. Il mio piano si è realizzato alla perfezione... con una sola eccezione. Le bende che ho sempre portato da quando lasciai Yahlgan sono state spostate da un ramo, e ho dovuto uccidere lo sciocco che mi stava guidando alla tua baita. Nessuno può vedermi in faccia e sopravvivere, eccettuato Tope Braxton, che è più simile a una scimmia che a un uomo, del resto. L'ho incontrato poco dopo che quel Garfield aveva cercato di spararmi, e mi sono confidato con lui, considerandolo un utile alleato. È troppo bestiale per provare lo stesso orrore dell'altro negro. Crede che io sia un demone, ma poiché non gli sono ostile, non ha esitato ad allearsi con me. È stata una fortuna che mi sia confidato con lui, perché è stato lui a fermare Garfield mentre stava ritornando. Avrei ucciso Garfield io stesso, ma era troppo forte, e troppo svelto con la pistola. Avresti potuto imparare la lezione dagli abitanti della zona, Richard Brent. Vivono nella violenza, e sono duri e pericolosi come lupi. Ma tu... tu sei molle, troppo civilizzato. Morirai troppo facilmente. Vorrei che fossi resistente come lo era Garfield. Vorrei tenerti in vita per giorni e giorni, a soffrire. Ho lasciato a Garfield una possibilità di fuggire; ma quell'idiota è tornato, ed è stato necessario eliminarlo. La bomba che ho gettato dalla finestra non avrebbe avuto molto effetto su di lui. Conteneva uno dei segreti chimici che ero riuscito a imparare in Mongolia, ma è efficace solo in proporzione alla forza fisica della vittima. È bastata per paralizzare una ragazza e un degenerato come te. Ma Ashley è riuscito a precipitarsi fuori dalla baita e avrebbe recuperato rapidamente le forze, se non l'avessi posto in condizioni di non nuocere.» Brent proruppe in un grido lamentoso. Non c'era lucidità nei suoi occhi, solo una paura allucinata. Aveva la bava alla bocca. Era pazzo... pazzo come l'essere spaventoso che farneticava in quella stanza. Solo la ragazza, che si contorceva sul tavolo d'ebano, era sana di mente. Tutto il resto era incubo e follia. E, all'improvviso, il delirio sopraffece Adam Grimm, e la faticosa voce monotona proruppe in un urlo agghiacciante. «Prima la ragazza!», gridò Adam Grimm... o la cosa che era stata Adam Grimm. «La ragazza... la ucciderò come ho visto uccidere tante donne in Mongolia... scuoiata viva, lentamente... oh, lentamente! Per farti soffrire, Richard Brent... come io ho sofferto nella nera Yahlgan! Non morirà prima che non resti neppure un centimetro di pelle sul suo corpo, al di sotto del
collo! Guardami mentre scuoio la tua cara nipote, Richard Brent!» Non credo che Richard Brent capisse. Ormai non capiva più nulla. Farfugliava, scrollava la testa, sputava fiocchi di bava dalle livide labbra contratte. Alzai la pistola, ma proprio in quel momento Adam Grimm si voltò di scatto, e la vista della sua faccia mi paralizzò. Non oso sognare quali maestri di una scienza innominabile vivessero nelle nere torri di Yahlgan, ma sicuramente era stata la stregoneria dell'Inferno a rimodellare quella faccia. Le orecchie, la fronte e gli occhi erano quelli di un uomo normale; ma il naso, la bocca e le mascelle erano quali gli uomini non immaginano neppure negli incubi. Non so trovare le frasi adatte per descriverli. Erano mostruosamente allungati, come il muso di un animale. Il mento non esisteva; la mascella superiore e quella inferiore sporgevano come le fauci di un cane o di un lupo, e i denti, snudati nel ghigno che aggricciava le labbra bestiali, erano zanne lucenti. Non so come quelle fauci potessero formulare parole umane. Ma la metamorfosi era più profonda dell'aspetto superficiale. Negli occhi, che sfolgoravano come braci nel fuoco dell'Inferno, c'era uno sguardo che non aveva mai brillato negli occhi di un essere umano, savio o pazzo che fosse. Quando i Neri Monaci-Demoni di Yahlgan avevano alterato la faccia di Adam Grimm, avevano operato una trasformazione corrispondente anche nella sua anima. Non era più un essere umano: era un autentico Lupo Mannaro, terribile come quelli delle leggende medievali. La cosa che era stata Adam Grimm si precipitò verso la ragazza, brandendo nella mano un lucente coltello, e allora mi riscossi dallo stordimento dell'orrore, e sparai attraverso il foro nell'imposta. Non sbagliai la mira; vidi il mantello sobbalzare all'impatto del proiettile; il mostro sussultò e il coltello cadde dalla sua mano. Poi si voltò fulmineamente e si lanciò attraverso la stanza, verso Richard Brent. Aveva compreso ciò che era accaduto, sapeva che poteva portare con sé una sola vittima, e aveva compiuto la sua scelta. Non credo che, logicamente, io possa considerarmi responsabile di quello che accadde. Avrei potuto sfondare l'imposta, balzare nella stanza e lottare con il mostro nel quale i monaci della Mongolia Interna avevano trasformato Adam Grimm. Ma quello si mosse con tale rapidità che Richard Brent sarebbe morto comunque prima che facessi irruzione nella baita. Feci ciò che mi sembrava più sensato... continuai a sparare dalla finestra mentre l'orrore attraversava la stanza.
I proiettili avrebbero dovuto fermarlo: avrebbero dovuto farlo crollare morto sul pavimento. Ma Adam Grimm continuò ad avanzare, noncurante dei colpi che lo crivellavano. La sua vitalità era più che umana, più che bestiale; c'era qualcosa di demoniaco in lui, evocato dalle Arti Nere che l'avevano trasformato in ciò che era. Nessun essere naturale avrebbe potuto attraversare la stanza sotto quella grandine violenta di piombo. A quella distanza, non potevo mancarlo. Barcollava a ogni impatto, ma non cadde fino a che non ebbi messo a segno il sesto proiettile. Allora strisciò, come una belva, sulle mani e sulle ginocchia, mentre bava e sangue gli sgocciolavano dalle fauci ghignanti. Il panico mi travolse. Freneticamente, presi la seconda pistola e la scaricai contro quel corpo che continuava a trascinarsi a fatica, spargendo fiotti di sangue a ogni movimento. Ma neppure l'Inferno avrebbe potuto tener lontano Adam Grimm dalla sua preda, e persino la morte indietreggiava di fronte all'atroce decisione di quell'anima che un tempo era stata umana. Con dodici pallottole in corpo, letteralmente crivellato, con la materia cerebrale che colava da uno squarcio alla tempia, Adam Grimm raggiunse l'uomo sul divano. La testa deforme si abbassò; un urlo gorgogliò nella gola di Richard Brent quando le fauci orrende si serrarono. Per un istante di follia i due volti spaventosi parvero fondersi davanti ai miei occhi inorriditi... il pazzo umano e il pazzo inumano. Poi, con un gesto da belva, Grimm alzò di scatto la testa, lacerando la vena iugulare del suo nemico, e il sangue diluviò su entrambe le figure. Grimm alzò la testa, con le zanne sgocciolanti e il muso insanguinato, e le sue labbra si aggricciarono in un'ultima atroce risata che si spense in un fiotto di sangue, quando si accasciò e rimase immobile. IL MARCHIO DEL MOSTRO The Mark Of The Monster di Jack Williamson Weird Tales, maggio 1937 1. Dietro tutta la miseria di Creston, lo squallore delle sue vecchie case, la povertà e l'ignoranza dei suoi abitanti, c'è qualcosa di ancor più spiacevole. Ed è un qualcosa che stagna nell'atmosfera come un oscuro presagio, un'ombra, un odore. Io avevo avuto sempre la sensazione ossessionante di
una presenza occulta, una sorta d'immenso ragno che avesse gettato la sua invisibile ragnatela sulle case e contemplasse con occhi avidi le sue vittime inerti. Ero fuggito da Creston, infine. E adesso, il solo motivo per cui osavo tornarvi era Valyne Kirk. L'antiquato pullman che scendeva verso il fondovalle, rimbalzando sui sassi della strada tutta curve, sferragliava come se fosse sul punto di andare in pezzi. La civiltà moderna non era mai arrivata in quella zona depressa o, se c'era arrivata, se n'era andata subito dopo con una smorfia di disgusto, e l'aspetto ottocentesco del villaggio fece calare sulla mia anima una nebbia tetra che ebbe la meglio sulla mia risoluzione di tenere i nervi a posto. Sentivo in bocca un sapore amaro: Creston era sempre la stessa via di mezzo fra un borgo medievale e una città fantasma del Far West, umida e triste, immersa fra le montagne desolate. Le case erano in pietra grigia, senza intonaco, con spioventi tetti grigi e imposte in legno grigio. Le finestre erano occhi stolidi che fissavano senza speranza le fredde pendici delle alture costellate di abeti. In ciò che vedevo non c'era niente di cambiato. In quei sette anni la pioggia, la neve e il vento, non avevano apportato mutamenti sensibili alle scolorite stradicciole di Creston. L'insegna dell'Emporio Blades aveva ancora l'intaccatura al centro della «B» che avevo fatto con un colpo di fionda. I vetri della birreria erano opachi di polvere. Davanti al Magazzino Haynes c'era una catasta di legname che avrebbe potuto essere la stessa di sette anni addietro. Mi chiedevo cos'avrei trovato di cambiato in Valyne Kirk. La ragazza aveva promesso che sarebbe venuta ad aspettarmi in piazza, alla fermata del pullman. Ambedue sapevamo di cosa avremmo parlato: ciò che volevo era portarla via da Creston, definitivamente. I miei occhi già la cercavano con impazienza nelle stradicciole, avidi di posarsi sul suo volto dolce, sui suoi lisci capelli corvini, su quelle iridi viola il cui sguardo mi era rimasto nell'anima. Ma quando il pullman si fermò nella piazzetta, Valyne non c'era. Una ridda di presentimenti foschi s'impadronì di me e, mentre tiravo giù la borsa dal portabagagli, l'aria che entrava dal finestrino mi portò alle narici odori che avevo dimenticato, odori che non mi erano mai piaciuti e che peggiorarono ancora il mio umore. La strana lettera che avevo in tasca cominciò a sembrarmi gravida di significati oscuri. Mi era stata spedita dal dottor Kyle, il mio anziano padre adottivo, e nel leggerla mi ero sentito una stretta al cuore. Diceva:
Figlio mio, mi scrivi che hai deciso di tornare a casa per sposare Valyne Kirk. Io non voglio, non oso, dirti il perché, ma possa Iddio nella sua bontà farti cambiare proposito, e impedirti quello che sarebbe un errore spaventoso e drammatico! Possibile che tu non abbia ancora compreso la diversità che c'è in te, Clay? Non hai avvertito la triste macchia che c'è nella tua anima? Non sei mai stato consapevole del nero veleno che scorre insidioso nel tuo sangue? Sebbene Sarah e io sentiamo la tua mancanza, ambedue preferiremmo non rivederti e saperti lontano, a vivere la tua vita in qualunque altro posto, piuttosto che qui. Se tu sposassi Valyne, sulla vostra esistenza graverebbe una condanna spaventosa. Ti supplico di non tornare. Tu sai che ciò che dico è vero, come sai che questa condanna è come un freddo serpente intorno al tuo cuore. Rinuncia, dunque. E sappi che Sarah e io ti auguriamo ogni bene e ogni prosperità. Il tuo secondo padre Lo spiacevole enigma contenuto in quelle frasi affondava le sue radici negli inquietanti ricordi della mia fanciullezza, nella paura agghiacciante che spesso avevo sentito scivolare giù dalle colline di Creston e venirmi addosso, e risvegliò in me un brivido arcano. Dovevo riconoscere che proprio questo mi aveva più volte fatto rimandare il ritorno dall'Oriente. Ma, se c'era una ragione reale per cui non potevo sposare Valyne, adesso dovevo accertarla al di là di ogni dubbio. Scesi dallo scalcinato veicolo sperando ancora di vederla giungere, ma per le strade non c'era quasi nessuno. Con un sospiro mi avviai lungo Murdock Street, una viuzza esigua e tortuosa selciata in ciottoli, oltrepassando case silenziose che un tempo mi erano state ben note. Ma avevo l'impressione che l'atmosfera cupa del paese fosse perfino più pesante di sette anni prima. Il mio arrivo non era passato inosservato. Da dietro i vetri di alcune finestre e da qualche porta socchiusa, c'erano delle facce che mi guardavano. Conoscevo i loro nomi, e a un paio elargii un cenno di saluto col capo, ma nessuno si prese la briga di rispondermi. I loro occhi mi seguivano silenziosi e ostili, forse spaventati. Girai a destra e fui di nuovo sulla Main Street, che avevo appena percorso in pullman. All'Ufficio Postale c'era
sempre il vecchio Dud Morrow, ma neppure lui mi riconobbe quando entrai, o fece finta di non riconoscermi, finché non mi fui presentato. Un vago accenno di Valyne mi aveva fatto venire il dubbio che potesse aver cambiato casa, e Morrow aveva portato avanti e indietro le mie e le sue lettere per anni. Distolse subito gli occhi da me, quasi che la mia presenza gli fosse meno gradita di quella di un appestato, e non si preoccupò di salutarmi quando uscii. Una vecchia che sbirciava da una porta semiaperta la sbatté di colpo al mio passaggio. Quello era il modo in cui Creston mi accoglieva. Ma ero perplesso. Valyne mi aveva scritto che sua madre era morta, però non aveva fatto alcun cenno alla sua intenzione di trasferirsi proprio in casa dei miei genitori adottivi. Non sapevo cosa pensare. La strada saliva, uscendo da Creston fra due file di cipressi neri e polverosi, e s'inerpicava per circa ottocento metri sulle balze di una collina. La casa del dottor Latham Kyle, dov'ero cresciuto, era nascosta da una macchia di sempreverdi. Conoscevo ogni sasso di quella strada, ogni buca, ogni tronco d'albero, ma sentivo ormai la netta presenza di qualcosa di oscuro e invisibile, qualcosa che era sceso dalle colline più alte per circondare il paese coi suoi osceni tentacoli fatti di orrore. Fu quella sensazione che mi costrinse ad alzare lo sguardo sui versanti scabri e granitici della Donna Solitaria. La montagna incombeva sulla vallata come un gigante, piena di gobbe e rientranze, gole e recessi difficilmente raggiungibili e in parte inesplorati. C'erano alberi enormi lassù, antichi e contorti, e bastioni simili a fortezze che avevano alimentato i miei incubi di gioventù. Non di rado, da ragazzino, spinto da un misterioso istinto che superava perfino le mie paure, mi ero avventurato nelle selvagge immensità di quei versanti. E un giorno, tremante di stanchezza, ero arrivato a poca distanza dalla vetta più alta. Era stato là, su un desolato pianoro chiuso fra rocce titaniche, nella cornice di enormi alberi contorti e secolari, che avevo scoperto il grande circolo di pietre simili a dolmen: una circonferenza di pesantissimi monoliti al centro della quale c'era un altare, nero come di cenere e sangue disseccato. Quando ero andato a fermarmi dinanzi a quell'altare, fra affascinato e stordito, una sorta di estatico terrore mi aveva paralizzato le membra. Era un'ipnosi che mi gelava il cuore. Strani ricordi mi erano risaliti alla mente, alcuni meravigliosi, altri spaventosi, e tutto il mio corpo era stato scosso da un tremito violentissimo. Poi, qualcosa che era dentro di me, mi aveva fat-
to gridare: ero caduto in ginocchio davanti all'altare, a braccia protese, e di scatto mi ero chinato sulla pietra liscia sbattendovi la fronte con forza. Su di essa erano rimaste gocce di sangue, e ve le avevo sparse con le dita formando una chiazza rossa. Ma, mentre abbandonavo quel misterioso e antichissimo circolo di pietre, avevo avuto orrore di me stesso. La mia sensibilità di adolescente si era ribellata, nauseata e sconvolta, ed ero fuggito a rotta di collo giù per la montagna. Una volta a casa avevo raccontato al dottor Kyle della mia scoperta. Lui mi aveva ascoltato a denti stretti, rigido, con occhi che nel fissarsi nei miei sembravano volermi scavare nella mente. E, al termine del mio racconto, aveva continuato a guardarmi in silenzio. Poi la sua voce era suonata così grave e preoccupata da farmi raggelare. «Figlio mio», aveva detto, «se vuoi che nulla distrugga la tua vita, la tua sanità mentale e la tua anima, non tornare mai più in quel circolo di pietre! E non rivelare mai a nessuno cos'hai visto lassù. Dimenticalo. Promettimi che te lo dimenticherai!» E io - ero un bambinetto di appena sei anni - glielo promisi. Ma non ero riuscito a dimenticare. Da quel giorno avevo evitato di fare scorribande sulle pendici della Donna Solitaria, e tuttavia quella paura subdola e strisciante era rimasta come un peso sulla mia anima. Con uno sforzo allontanai i ricordi da cui non traevo che pena, e cercai di pensare soltanto al viso dolce di Valyne Kirk. Col suo sorriso ancor vivo nella mente, accelerai il passo su per la collina. Ma era destino che la incontrassi prima ancora d'essere giunto alla successiva svolta della stradicciola. Alla mia destra c'era un terreno in salita, fitto di alberi e cespugli, da cui partiva un sentiero che scompariva nella boscaglia diretto al versante più vicino della Donna Solitaria. E fu da oltre i cespugli che udii levarsi la sua voce. «Aiuto... aiutatemi!», gridò. Feci un balzo per la sorpresa. Da lì non vedevo niente, però lei doveva avermi scorto, e anche riconosciuto, perché subito dopo ebbe un ansito e nella sua voce spaurita vibrò anche una nota di sollievo: «Clay! Clay!». Il mio nome intero è Claiborne. Claiborne Coe. Ma Valyne mi aveva sempre chiamato col diminutivo. Si può ben immaginare quale fu la mia emozione. Gettai la borsa a terra e mi precipitai sul sentiero.
«Clay, sei davvero tu? Oh, aiutami...!», gridò ancora. E in quel momento la vidi. Ma nella penombra del sottobosco una forma alta e poderosa la stava inseguendo. Mentre correvo avanti, vidi che si trattava di un uomo barbuto, un colosso che indossava una specie di tuta su cui sembrava ci fossero delle larghe macchie di sangue raggrumato. Il suo volto brutale era contratto in un'espressione lubrica, bestiale, e negli occhi gli ardeva una luce animalesca. Valyne cadde quasi fra le mie braccia. «Clay... fermalo!», ansimò. Feci scostare la fanciulla e avanzai di un passo. «Basta così!», ordinai duramente. L'individuo emise un ringhio e, senza neppure guardarmi, continuò a procedere verso Valyne, con le mani adunche protese a cercarla bramosamente. Quando gli sbarrai la strada con decisione, proiettò un braccio di lato, quasi che volesse scostarmi come avrebbe fatto con un cespuglio. Con la mano sinistra gli afferrai il polso, e con la destra lo agguantai per la barba. «Fermati, uomo!», sbottai. «Tu non sai cosa stai facendo!» Per la prima volta i suoi occhi vitrei e prominenti sembrarono mettersi a fuoco su di me. La voce che gli uscì di bocca era rauca, confusa e a stento comprensibile: «La donna... è mia. Lascia, tu... vattene!». Di nuovo mi colpì col braccio, un pugno pesante che mi scosse e mi fece vacillare di lato, sebbene l'avessi in parte bloccato con una spalla. «Attento, Clay... è una bestia!», gemette Valyne. «Stavo scendendo in paese per venirti incontro, e l'ho visto sulla strada. Mi ha inseguita, e ho dovuto fuggire fra gli alberi, ma lui mi ha dato la caccia. Fermalo, ti prego!» Visto che non mi toglievo dalla sua strada, l'uomo ringhiò ancora, ferocemente, e sollevò i pugni grossi come prosciutti. Non avendo altra scelta, fui costretto a battermi. Dio sa che non avrei voluto. Da quando ero un bambinetto ho sempre fatto di tutto per evitare ogni scontro fisico. La ragione di questo non era né la timidezza né tantomeno la vigliaccheria, ma purtroppo qualcosa di più terribile: era il demone rosso del sangue e della violenza che fin dal primo istante mi travolgeva, prendendo possesso di me. Era la cieca furia dell'impulso alla distruzione, che riusciva ad annientare il mio raziocinio. Era la bestia selvaggia che, quando infine si ritraeva, mi lasciava stordito, come emerso da una nebbia, e con dinanzi agli occhi le conseguenze crudeli della pazzia che mi aveva
sommerso. La prima cosa che feci fu di estrarre l'automatica calibro 45 che portavo nella fondina sotto un'ascella, perché - già fuori di me - volevo vedere il suo cervello schizzargli via dalla testa attraverso i fori delle pallottole. Poi la furia mi tolse il bene dell'intelletto, e fu questo che lo salvò perché, invece di sparare, preferii colpirlo in faccia col calcio dell'arma. Lo vedevo come attraverso una foschia rossa, e desideravo sentir crocchiare le sue ossa. A un tratto però mi calmai e tornai in me, perché con una parte della mente mi ero accorto che Valyne mi stava spingendo indietro. E se c'era qualcosa che poteva farmi rinsavire, quella era Valyne. «Clay! Clay!», singhiozzò, aggrappandomisi al petto. «Basta, Clay. Gli hai già fatto abbastanza. Fin troppo!» Il suo tono di supplica accorata agì come una secchiata d'acqua gelida, schiarendomi il cervello. L'uomo giaceva scompostamente nel fango del sentiero, e mandava rantoli penosi. La sua barba e il davanti della tuta erano sporchi di sangue fresco, rosso vivo. Aveva uno spacco su tutte e due le labbra, e vidi che i suoi incisivi superiori erano spariti tutti e quattro. Nel vedere come l'avevo ridotto, provai una stretta al cuore. Qualche anno addietro, a Singapore, due ladruncoli da strada mi avevano fermato in un vicolo buio e, puntandomi i coltelli al petto, avevano cercato di derubarmi. Quando il rosso demone della follia se n'era andato dalla mia mente, avevo visto i due stesi a terra, quasi decapitati e orrendamente squartati, coi loro coltelli piantati nei corpi. Da quel giorno avevo paura di me stesso. E tuttavia, visti i luoghi che sovente frequentavo, ero costretto a portare un'arma. Per fortuna l'individuo barbuto non era ferito gravemente e, quando lo tirai su da terra, riuscì a stare in piedi da solo. I suoi occhi bulbosi fissarono prima me e poi Valyne, senza alcuna espressione. Si schiarì la voce, sputò una boccata di sangue e si infilò una mano in tasca. Ne tolse fuori un orologio a catenella, grosso come una sveglia, e ne controllò il funzionamento con ottusa preoccupazione. Poi, senza una parola, scese sulla strada sterrata e si allontanò verso il paese, barcollando come un ubriaco. Avrei preferito vederlo imprecare o reagire. C'è qualcosa di cupo e minaccioso nel silenzio di un uomo che è stato appena percosso. Ma i suoi occhi inespressivi non mi avevano rivelato neppure un accenno dei pensieri che potevano ronzargli nella testa. Un autentico bruto. Per non spaventare Valyne mi ero affrettato a nascondere in tasca la ri-
voltella. La fanciulla mi chiese il fazzoletto, e poi lo umettò di saliva per asciugarmi il sangue da un taglio sulla mano destra. «Scusami», le dissi. «Quando ho capito quello che voleva farti ho perso completamente la testa. Avrei potuto ammazzarlo se...» Nei suoi grandi occhi viola c'era ancora un'ombra di paura. «Sono contenta che tu... che tu lo abbia colpito», balbettò. Le tremava la voce. «Mi ha spaventato vederti lottare con lui, però... ero terrorizzata. È un uomo... animalesco. Forse adesso capirà che non deve più insidiarmi.» «È una faccia che ho già visto», dissi, accigliato. «Sì. È Jud Geer, il macellaio», m'informò lei. Adesso ricordavo: Jud Geer, il figlio del macellaio. Anni addietro era stato un ragazzo strano, lento di cervello e di movimenti. Tutti i coetanei del paese avevano paura di lui. Molto spesso andava in giro brandendo delle massicce ossa di bue, prese nella bottega del padre e ancora lorde di sangue, con le quali si divertiva a percuotere malignamente gli altri ragazzi. Una sera aveva legato il piccolo Tommy Lanning e lo aveva trascinato in una cantina piena di topi, versandogli poi del sangue addosso, e l'aveva lasciato lì tutta la notte. Il mattino successivo il ragazzo era stato ritrovato mezzo assiderato, e con numerosi brutti morsi di topo addosso. Quando Valyne ebbe terminato di bendarmi, presi le sue mani fra le mie e le strinsi. Lei sorrise. Una gioia venata di malinconia e di dolcezza mi rese muto, tremante, perché d'improvviso mi accorgevo che era cambiata e diventata donna. Ed era più bella e affascinante di quanto ricordavo. Ma ancora le ombre della paura non si erano dissolte dai suoi occhi di fanciulla. «Non pensare più a quell'uomo», mormorai. «Oh, Valyne, mia cara!» D'improvviso, quei sette anni trascorsi senza di lei mi parvero aridi, vuoti di significato, e fui lieto d'essermeli lasciati alle spalle. Le accarezzai una guancia. «Fra poco dimenticherai tutto: questo squallido paese, questa gente. Possiamo andarcene da qui anche subito. Noleggeremo un'auto, e fra mezz'ora saremo già per strada. Che ne dici?» «Clay...» Lei evitò il mio sguardo ed esitò, incerta. «Questo posto non mi piace. Mi fa paura», dissi. «Non so perché, ma è così. Ho sempre avuto paura di tornare, e l'ho fatto soltanto perché ti amo, Valyne. Ogni minuto è una tortura per me. Ti prego, partiamo oggi stesso... subito!» Mi era difficile trovare perfino le parole per descrivere la sensazione opprimente che mi dava Creston. Odiavo le sue vecchie case, la vista delle
colline fredde, la sua immobilità stagnante. Ero ansioso di abbandonare quella valle dimenticata dal mondo, per tornare ai rumori e alla vivacità di New York, dove intendevo mettere su casa. C'era anche qualcosa di più, naturalmente: c'era l'orrore che sentivo aleggiare sulle pendici della Donna Solitaria, il ragno che stendeva la sua ragnatela sopra la valle. E nello sguardo di Valyne leggevo che lei condivideva le mie paure. Le sue mani delicate strinsero con forza le mie. «Clay, sono così felice che tu sia qui!», disse con voce tremula. «Voglio andarmene da qui, con te. Lo voglio! Tu non puoi immaginare cos'abbia voluto dire per me attendere, in questi mesi, in casa del dottor Kyle. Il terrore...» La voce le si spezzò un istante, per l'emozione. «Ma non possiamo partire così. Non stasera. Il dottore e sua moglie vogliono vederti. Dopo tutti questi anni... capisci?» «Dobbiamo, Valyne? È meglio se non li rivedo», dissi. «Il mio patrigno non vuole che io ti sposi. Lo sapevi?» Il suo volto si era fatto pallido. Guardò giù per la strada che portava in paese e sussurrò: «Lo so, lo so! E gli ho promesso che non ti avrei sposato, almeno non prima che tu abbia parlato con lui». «Se proprio vuoi», sospirai. «Sia pure. Ma non può esserci nessun motivo valido contro la nostra unione... credimi, Valyne.» Tenendoci per mano ci incamminammo su per il viottolo, in direzione della vecchia casa di mattoni, ma senza fretta, perché ambedue volevamo parlare di noi. Le ripetei ciò che le avevo già scritto, circa la piccola fortuna in denaro che avevo riportato in patria dall'Oriente, e del buon posto di lavoro che mi era stato promesso da una ditta che commerciava con Hong Kong e con le Filippine. Parlammo anche brevemente dei preparativi della partenza, sottovoce, quasi che ambedue sentissimo la presenza di qualcosa di minaccioso, qualcosa che avrebbe potuto opporsi alla nostra fuga da Creston. Come quasi tutte le case di Creston, anche quella in cui ero cresciuto aveva un orto e un giardinetto. Pesante, di mattoni anneriti e rosi dal tempo, non risvegliò in me alcuna sensazione piacevole. Il vento faceva cigolare un'imposta al primo piano, e le tegole di ardesia attendevano che le prime piogge d'autunno lavassero la loro crosta di polvere. Valyne spinse la porta di quercia rinforzata da borchie rugginose, ed entrammo. 2.
Fin da quando potevo ricordare, quella era stata una casa vecchia. Da ragazzino non ci avevo mai fatto veramente caso, e avevo preso per scontato il suo aspetto decrepito; ma adesso qualcosa era cambiato, e non certo in meglio. La prima impressione che ebbi fu la stessa che si prova entrando in una cripta: la casa era morta quando me n'ero andato, e nel tornare la ritrovavo rinsecchita e fredda come uno scheletro. Al pianterreno, sulla destra, c'era una stanza vasta e fornita di un camino, un soggiorno col soffitto sostenuto da travi tagliate duecento anni prima, e fu lì che trovai Sarah Kyle ad aspettarci. Sette anni avevano cambiato anche lei. S'era fatta più magra, aveva perso i denti e le sue mani si erano coperte di rughe e macchie di fegato. I suoi occhi mi parvero stranamente piccoli e brillanti e, mentre ci veniva incontro, notai che camminava con passi rigidi e artrosici, da uccello. Mi abbracciò, mi strinse le mani, e mi contemplò con una risatina chiocciante, poi cominciò a scusarsi del disordine. Dopo qualche frase di rito si rilassò, tornò a studiare il mio aspetto, e mi fece qualche domanda sul lavoro che avevo fatto in Oriente. Le dissi cose che avevo già scritto nelle lettere. «Dov'è il dottore? Posso vederlo?», chiesi poi. Non lo avevo mai chiamato «papà», ma soltanto «signore» o «dottore». In quella zona usava ancora rivolgersi al genitore con l'appellativo di «signore». In quanto a Sarah Kyle, l'avevo sempre chiamata «Mamma Kyle» il che, come ognuno può capire, è molto diverso dal semplice «mamma». I suoi occhi luccicanti, più che mai da uccellino, mi fissarono in modo che trovai strano. «Sì, farai meglio a vederlo, Clay, se vuoi davvero sposare Valyne», disse con voce rauca e trillante al tempo stesso. «E dovrai proprio prendere sul serio i suoi avvertimenti. Non camminare sull'orlo del baratro, Clay, perché sotto c'è l'Inferno!» Feci un passo indietro, sbalordito. «Mamma Kyle! Ma... che cosa volete dire?» «Te ne parlerà Latham. Se... se il tuo strano sangue non te lo ha già scritto nell'anima», fu la risposta. Cercai di tenere i nervi a posto. «Dov'è il dottore?» «Latham sta lavorando. È di sopra nel suo studio. È sempre molto indaffarato con quel suo grosso libro.» «Quale libro?», domandai. «Sta scrivendo la storia dei culti demoniaci di Creston.» «Non se ne avrà a male se lo interrompo», dissi, stupito.
Sarah Kyle mi mise una mano su un braccio. «No. Lo vedrai dopo cena. Saprà spiegarti lui perché non puoi sposare Valyne, condannando la sua anima all'Inferno.» Contrariato e perplesso per quell'incomprensibile modo di fare, stavo per ribattere, quando Valyne mi prese sottobraccio e, dopo avermi fatto segno di non protestare, mi scortò in quella che un tempo era stata la mia camera da letto. Fu qui che incontrai i due domestici dei Kyle: Eben Hand e sua moglie Josepha. Mi stavano preparando il letto. Eben era un individuo grasso e col fiato corto; aveva capelli biondi, occhi azzurri e la pelle di aspetto molliccio. Lo avevo sempre giudicato un uomo incolore, e non era certo cambiato. Mi strinse la mano senza energia. Sette anni prima non veniva mai a casa dei Kyle e, se ben ricordo, coltivava un grosso orto. La moglie invece, scura e piccola, capitava ogni tanto a fare il bucato. Ora sembrava che i Kyle li avessero presi in pianta stabile. «Ti rammenti di Clay, vero, Eben?», disse la donna, quasi che glielo stesse ordinando. «Da bambino correva sempre su e giù per il paese. Bene, adesso è tornato per portarsi via la nostra Valyne. E si dice che sia diventato ricco, là in Oriente. Capito, Eben?» All'ultima frase, l'uomo sbatté ottusamente le palpebre, poi annuì e tornò a fissarmi. Se io ero il primo «ricco» che vedeva, il mio aspetto dovette deluderlo abbastanza. Deposi la borsa da viaggio su una sedia e attesi che i due terminassero di cambiare il letto. Provai sollievo quando Eben e sua moglie uscirono, lasciandomi solo con Valyne. «Li detesto», brontolai. «E detesto anche questa casa. Non potremmo andare a dormire da qualche altra parte, per stanotte?» «E dove? Non ci sono alberghi a Creston», mi ricordò lei. «Inoltre, potrebbe sembrare strano se non restassimo qui. Io... davvero, Clay, voglio che tu parli col dottor Kyle. Gliel'ho promesso.» La presi fra le braccia e la baciai teneramente. Ma neppure il fremito che mi diedero le sue belle labbra sensuali riuscì a farmi dimenticare l'atmosfera spiacevolissima che sentivo aleggiare in quel luogo. A tarda sera il dottor Kyle si decise finalmente a scendere dalla sua stanza. Era un uomo alto e grosso, e lo trovai alquanto irrigidito. Il suo corpo massiccio dava un'impressione di solidità, ma questa scompariva del tutto se lo si osservava in faccia. Era diventato quasi completamente calvo, e la pelle tesa del suo cranio aveva un tono giallastro. Lo stesso colore malsano
gli era apparso sulle guance, pendule e cascanti, e i suoi occhi, che un tempo erano stati neri e volitivi, adesso sembravano essersi spenti come cenere annacquata. Ci incontrammo ai piedi della scala di mattoni consunti, e notai che la mano con cui strinse la mia era gelida, quasi che avesse lavorato per ore con la finestra aperta e incurante del fresco. Sulla sua faccia cadaverica non apparve neppure l'ombra di un sorriso. «Sei sempre il benvenuto, Clay. Questa è la tua casa», disse con voce grave e preoccupata. Sulla sua faccia ci fu una contrazione nervosa che mi stupì. «Naturalmente sono felice di vederti, ma... speravo che tu avresti preso alla lettera il mio avvertimento, e che avresti rinunciato all'idea di sposare Valyne.» «Sono venuto a prenderla», dissi, sostenuto. «E la porterò via con me, malgrado tutto quello che potrete dirmi.» Lui scosse la testa più volte. «Clay, tu sei sempre stato un ragazzo strano, e inquieto. Ma io so che non vorrai essere così sconsiderato e follemente egoista da condannare Valyne a una vita terribile e spaventosa. E, quando mi avrai ascoltato, la penserai così anche tu, perché c'è pur sempre qualche goccia di sangue umano nelle tue vene.» «Mi sembra chiaro che la felicità di Valyne viene prima di tutto», protestai. «Cosa vi fa credere il contrario? Se avete qualcosa da dire, ebbene ditela. Non limitatevi a vaghi accenni.» Ma Josepha Hand stava portando la cena in tavola, e Valyne la seguì venendo a fermarsi accanto a noi. La fanciulla sorrise. «Dottore, avete lavorato fin troppo anche oggi. E sapete bene che questo vi stanca il cuore. Andiamo a tavola, via.» Poi si accostò a me e mi sussurrò in un orecchio: «Parlerete più tardi, Clay. Ma sappi che sarebbe un crimine dinanzi a Dio!». Valyne ci prese entrambi sottobraccio e ci portò in sala da pranzo. Ma, mentre mi sedevo al suo fianco, così vicino che le nostre spalle si sfioravano, mi chiesi cosa mai avesse voluto dirmi con quell'ultima frase. Cosa poteva esistere di tanto pressante e terribile da porsi come una barriera fra lei e me? Che diavolo stava succedendo in quella vecchia casa? Eravamo appena a metà del pasto, allorché Eben Hand apparve sulla soglia con aria agitata. Fece avvicinare sua moglie con alcuni cenni nervosi e le sussurrò qualcosa. La donna si voltò di scatto verso di noi, pallida in faccia. «Dottore!», ansimò. «Dovete andare subito, dottore. Non riesce a tenerlo calmo!»
Il dottor Kyle trasalì, lasciando cadere il cucchiaio. In gran fretta si alzò e seguì immediatamente Eben Hand giù per la scala che, come non avevo certo scordato, conduceva in cantina. Sarah Kyle lo aveva guardato con aria spaurita, ne ero certo, e la donna continuò a tenere gli occhi fissi verso le scale, tesa e in silenzio, come se tendesse gli orecchi. Da lì a poco sentii un rumore provenire dal basso, e ad esso seguì un gemito simile a quello di un animale torturato. Nell'udirlo, Sarah Kyle si rilassò con evidente sollievo. Tornò quindi a dedicarsi alla tavola, mi porse il cestino del pane e mi osservò con un sorrisetto neutro. «Allora, Clay, che ci racconti della Cina? Hai fatto affari anche laggiù?» «Ero a Hong Kong, ultimamente», la corressi. «Sì, mi sono accordato per certe forniture di rame e stagno.» Ma nel parlare fissavo di traverso Valyne. I suoi occhi viola erano abbassati nel piatto, e le sue guance avevano perso il colorito. Stava tremando. I suoi incisivi stringevano il labbro inferiore così forte che temetti di vederne uscire il sangue. «Valyne!», sussurrai. «Che c'è, cara?» Ma la fanciulla scosse appena la testa e non si mosse. «Rame e stagno?», gracchiò Sarah Kyle. «E ne hai tratto un buon profitto?» In quel momento il dottore rientrò e sedette di nuovo al suo posto. La moglie si piegò a mormorargli una domanda che non riuscii ad udire, tuttavia la risposta di lui fu: «Sì, è inquieto. Forse affamato. Jud è in ritardo oggi». Il dottor Kyle si volse poi a me: «Devo chiederti scusa per questi misteri, Clay. Ti prego, finisci la tua cena. Più tardi capirai». E, detto ciò, assunse un tono indifferente da conversazione: «Dunque, dimmi: hai portato con te dei pezzi d'arte cinese?». «No», borbottai. «Solo un po' di giada.» Continuando poi a guardare Valyne, mi dedicai alla cena. Poco prima che terminassimo di mangiare, qualcuno bussò alla porta posteriore, dalla parte dell'orto. Josepha andò a vedere chi fosse, e quindi annunciò: «Dottore, è venuto Jud». «Fallo entrare», rispose lui. «E portalo giù, da Eben.» Jud Geer passò nel breve andito fra le scale, portando con sé quello che sembrava un contenitore per il latte. La sua tuta era più ingrumata di sangue di quanto non lo fosse quel pomeriggio, e aveva due grossi cerotti sulle labbra. Il suo sguardo mi attraversò come se io fossi invisibile, e si posò
su Valyne con un'intensità che non mi piacque. Poi proseguì giù lungo la scala che portava in cantina. Il dottor Kyle e sua moglie parvero ascoltare ansiosamente. Pochi istanti dopo si udì un uggiolìo bestiale, cui fecero seguito un acciottolio metallico e il rumore di un liquido che veniva versato. Da lì a due minuti Jud risalì, entrò in sala da pranzo, e si chinò a parlottare in un orecchio del dottore, così vicino a me che potevo udire il ticchettio del cipollone che aveva in tasca. Attraverso i cerotti, la sua voce era un borbottio incomprensibile, e teneva il capo mezzo girato in modo da poter guardare Valyne. Il dottor Kyle gli diede alcune monete, e l'uomo se le ficcò in tasca ma, invece di andarsene, restò lì a fissare ancora la fanciulla. Josepha, che gli aveva aperto la porta, fu costretta a chiamarlo con impazienza, e solo allora il colosso barbuto si decise a uscire. Solo in quel momento, allorché risollevò dal pavimento il contenitore cilindrico per portarselo via, mi accorsi che questo aveva lasciato una traccia circolare sulle mattonelle di linoleum: una traccia rossa. Dunque, l'individuo aveva portato lì parecchi litri di sangue. Prima che avessi il tempo di digerire questa sconcertante scoperta, Eben Hand riapparve. Era scarmigliato e sporco in faccia. Sulla soglia mormorò qualcosa alla moglie che, come in precedenza, gli funse da portavoce nei confronti del padrone di casa. «Dottore», mormorò la donna. «Eben dice che lui non vuole toccare il cibo, e che si agita. È molto nervoso. Eben pensa che lui sappia che... che quella persona è qui. E pensa che lo stia chiamando.» La testa della donna aveva avuto un lievissimo movimento a indicare me. Chi mi stava chiamando? Come in risposta a quella mia domanda inespressa, il dottor Kyle mi fissò con occhi accesi. Poi scosse il capo. «Lui non può ricordare», mormorò, più a se stesso che a noi. «Non è possibile che conosca Clay, dopo tutti questi anni.» Di nuovo, giù nella cantina, risuonò il guaito animalesco. Josepha Hand strinse i denti. «Invece può. E vuole lui!» Stupefatto, mi resi conto che tutti quanti mi stavano guardando con gli occhi sbarrati, inorriditi, quasi che io fossi un'improvvisa apparizione demoniaca. In quel pesante e incomprensibile silenzio, il rumore della forchetta di Valyne che cadeva echeggiò come quello di un gong. 3.
Mentre le donne sparecchiavano la tavola, il dottor Kyle mi prese da parte. A bassa voce e con gravità disse: «Clay, ti prego di credere che queste parole mi vengono dal cuore, come se io fossi il tuo vero padre. Se vuoi bene a Valyne, lasciala qui e vattene... vattene subito, senza costringermi a rivelarti il terribile segreto che riguarda la tua vita». «E perché dovrei farlo?», sbottai, duramente. «Io ti voglio bene, Clay.» Ebbe un ansito d'emozione. «Ti amo come se tu fossi mio figlio, a dispetto di quello che le mie parole possono farti pensare. Ed è per questo che non ti ho mai detto niente. Devo tacere anche con te, per il tuo bene.» Fece una pausa. «Se lascerai per sempre questo paese, forse potrai trovare un po' di felicità. Io prego per questo. Vai via, Clay... e non sposarti mai!» Mi aveva messo una mano su una spalla, ma mi scostai. «Mi spiace deluderti. Non me ne andrò da qui senza Valyne. La mia vita non avrebbe significato senza di lei. E insomma... si può sapere perché non dovrei sposarla? Che io sappia, sono perfettamente sano, di corpo e di mente.» Lui scosse il capo, come impietosito. «Vedo che sarò costretto a parlarti. Ma, a questo punto, anche se le mie parole segneranno la tua intera vita, almeno risparmieranno a te e a Valyne un orrore ancora peggiore. Io ti...» Il grido che risalì dalla cantina lo fece voltare di scatto. Era un urlo acuto, folle. Poi ci fu il tintinnio di una pesante catena. Si udì un raspare come di artigli sul nudo terreno, e lo schianto di assi che si spezzavano. Il dottore era rimasto paralizzato, grigio in faccia e tremante. A grandi passi Eben Hand risalì la scala, spaventatissimo e, dopo aver biascicato qualche parola incoerente, riuscì a dire: «Dottore, ha spaccato tutto! Vuole uscire... vuole venire da lui!». I suoi occhi mi fissavano con terrore, ma in quelli di sua moglie c'era disgusto e odio selvaggio. Ritrovando d'un tratto la padronanza di sé, il dottor Kyle raccolse una pesante sedia e si avviò verso la scala brandendola con aria decisa. Sarah, sua moglie, gli corse dietro gridando: «No, Latham, ci penso io! A me ha sempre dato ascolto. Lascia fare a me!». I due domestici si affrettarono a seguirli e sparirono dabbasso. Valyne era invece indietreggiata fino al lato opposto della sala da pranzo, e aveva seguito i quattro con occhi pieni di muto terrore. Mi affrettai ad andarle accanto e le strinsi le mani. «Valyne, calmati. Ti prego, tesoro, calmati. Ascolta: cosa c'è giù in can-
tina? Perché il dottore non vuole che io ti sposi? Cosa sta succedendo in questa maledetta casa?» Aveva le mani gelide. I suoi occhi erano quasi inespressivi per la paura, e non mi rispose. «Tu sei terrorizzata, mia cara!», gemetti. «Dimmi perché, ti prego.» Ma all'improvviso ebbi Un'intuizione terribile, e feci un passo indietro. «Tu hai paura... di me!» La fanciulla evitò il mio sguardo, con espressione agonizzante. «Io so soltanto quello che lui mi ha detto, Clay.» D'un tratto però mi abbracciò, tremando come una canna al vento. «Io ti amo. Ti amo, Clay. Qualunque cosa tu possa essere, non dimenticarlo mai!» La stavo ancora abbracciando con dolcezza, quando il dottore Kyle riemerse dalla scala che portava in cantina. Sembrava più scosso e nervoso di prima. «Clay», mi chiamò, «vieni subito con me, per favore. Muoviti! Credo che le nostre vite siano in pericolo, e ho bisogno di te.» «Che significa?», domandai, contrariato. «Capirai più tardi, dopo che ti avrò spiegato. Adesso non c'è tempo. Vieni!» Lasciai Valyne seduta sul divano e lo seguii. Ma sulle scale mi fermai a controllare il caricatore della 45 e, prima di rimetterla nella fondina, tolsi la sicura. Giunto in cantina vidi che l'ampio locale colmo di cianfrusaglie era stato ripulito, e un robusto muro di recente costruzione lo divideva in due. Su di esso c'era una porta rinforzata con strisce di metallo e fornita di cardini massicci, con al centro uno spioncino rivestito d'acciaio. Eben Hand, sua moglie e Sarah Kyle erano lì ad attenderci, alla luce di una lampada a kerosene poggiata su un tavolo. Appena mi videro si fecero indietro, fissandomi con aperto timore, ma non dissero nulla. Mentre il dottore mi guidava alla porta, mi accorsi che lì dentro c'era un odore strano, acre e muschioso, che avrei detto animalesco. Ma nessuna bestia a me nota emetteva un sentore così denso e spiacevole. In quel momento, aldilà della porta risuonò un ringhio belluino, basso e feroce. «Parlagli tu», mi disse il dottore Kyle in fretta. «Non importa quello che gli dirai, basta che tu usi un tono fermo e amichevole.» Esitai. Dallo spioncino usciva un effluvio nauseabondo che mi fece storcere il naso, e sentii di nuovo il clangore di una catena trascinata al suolo. Nella penombra c'era un corpo pesante che si muoveva ansando. Poi un
volto che non aveva nulla di umano comparve oltre l'apertura, e due occhi scarlatti come tizzoni d'inferno si fissarono nei miei, strappandomi un ansito d'orrore. Era un muso largo e piatto, livido, privo di naso e con ciuffi di pelo che pendevano sulla bocca piena di denti giallastri. Era qualcosa che non avrebbe dovuto esistere sulla faccia della Terra e, senza quasi accorgermene, mormorai alcune frasi. Erano i versi di una poesia di Edgar A. Poe, tanto macabri quanto adatti alla circostanza: Essi non sono di umana progenie Né sono essi progenie bestiale Ma dell'uomo e della bestia oscuri Seguaci, là sulle vette antiche Abitano i Ghoul. Quelle furono le parole che dissi, come impietrito. Poi il corpaccione si scostò dalla porta e lo vidi abbassarsi. Le sue catene tintinnarono contro un altro oggetto metallico. Udii una specie di ronfare felino, soddisfatto, e ad esso seguì il caratteristico rumore di una lingua che lappava un liquido. Allorché mi voltai a osservare gli altri nella luce gialla della lampada, mi accorsi che la loro tensione era scomparsa. Josepha Hand mi guardava sempre come se fossi un mostro. Suo marito mormorò, tergendosi il sudore dal collo: «Si è calmato. Adesso mangerà». Io andai ad afferrare il mio patrigno per una spalla. «Torniamo di sopra. Dovete decidervi a parlare, e subito.» Lui mi precedette sulla scala, e al pianterreno mi indicò l'altra. «Vieni su in camera mia», disse. Poco più su voltò la testa per fissarmi gravemente. «Cerca di mantenere l'autocontrollo quando saprai la verità, Clay. E soprattutto prega Iddio che nessun altro demone debba mai nascere in questa casa maledetta!» Lo studio era sotto il tetto, e aveva un soffitto spiovente sostenuto da grosse travi, ma le tegole lasciavano passare il freddo. Quando il dottore ebbe acceso le due grosse lampade a petrolio che teneva sulla scrivania antica e pesante, mi indicò una sedia. Le pareti erano nascoste da scaffalature che contenevano centinaia di volumi, e a un primo sguardo ai titoli mi resi conto che si trattava di libri di occultismo, stregoneria, culti diabolici e antiche leggende sugli stessi argomenti. In un armadio dagli sportelli di vetro erano contenuti globi di cristallo, piccoli idoli di forma grottesca, figurine umane in legno e cera, vasetti di erbe disseccate, e alcune vecchie armi di
ferro rugginoso. «La mia biblioteca, e il mio piccolo museo», spiegò il dottore. «È tutto materiale che ho raccolto portando avanti i miei studi sulle pratiche diaboliche. Nell'antichità queste colline erano tristemente note per i culti che vi si praticavano. E perfino al giorno d'oggi, so con certezza che riti perversi...» «Dottore», lo interruppi, «se avete qualcosa da dirmi, vi sarei grato se me lo diceste senz'altro.» «Siediti, Clay, per favore.» Ma ero troppo nervoso per sedermi. Restai in piedi dietro la sedia, afferrando la spalliera, mentre il dottor Kyle sospirava e camminava avanti e indietro fra me e gli scaffali. Si passò più volte una mano sulla testa liscia, quasi a pettinarsi dei capelli che ormai non aveva più. «Clay», disse infine, col tono di chi affronta un soggetto molto imbarazzante, «suppongo che tu non ricordi niente di tua madre. Vero?» «Niente», confermai. «Dopo la sua morte voi mi portaste qui, e io avevo appena due anni.» «Già, ti dicemmo che lei era morta», mormorò lui senza guardarmi. «E non hai mai saputo che ne è stato di tuo fratello?» «Mio fratello?» Ero sbalordito. «Ma voi diceste che ero l'unico rimasto della mia famiglia. Non ho mai saputo di avere un fratello.» I suoi occhi mi fissarono con calma. «Clay, tua madre è morta soltanto pochi mesi fa. E tuo fratello, o meglio il tuo gemello, è tuttora ben vivo.» La mia mente era un intrico di domande che avrei voluto gridare, ma una sensazione d'orrore mi bloccò la gola. Tutto ciò che potei fare fu di sbarrare gli occhi sul volto del dottore, stordito, e ascoltare le sue parole. Mi sembravano irreali. «Sarà meglio che cominci riassumendoti la storia della tua famiglia, Clay», disse, indicandomi con un largo gesto i volumi degli scaffali. «Questa biblioteca che vedi, un tempo apparteneva a tuo nonno, Eliakim Coe. Ed è stato dai suoi documenti personali che ho appreso la storia sia del paese di Creston che della tua gente. Il primo Coe che giunse qui nel Nuovo Mondo, aveva una macchia sul suo nome: la Chiesa lo aveva scomunicato, e l'Inquisizione lo stava ricercando per metterlo al rogo. Ma egli riuscì a stabilirsi nel Massachussetts. Molti anni dopo un suo discendente, quello stesso Henry Coe che fondò Creston, era un fuggiasco appena scampato ai roghi di Salem, quando là esplose la furia della caccia alle streghe. E fu qui fra queste colline che egli
portò le diavolerie e gli orrori che avevano scatenato l'ira dei Puritani. Le gole e le foreste di questa valle nascondono cose spaventose, Clay! E che tu lo creda o meno... per ben quattrocento anni tutti i tuoi antenati sono stati degli oscuri adepti di ogni scienza occulta, del satanismo, della Magia Nera e della necrofilia. Tuo nonno Eliakim Coe fu l'ultimo e certo il più potente di queste molte generazioni di negromanti diabolici. Ma egli pagò i suoi poteri con un prezzo terribile. Li pagò con sua figlia, Elisabeth, che era tua madre.» «Mia madre!», ansimai io, sbigottito. «Il tuo vero padre», proseguì lui con voce inespressiva, «non fu l'uomo che sposò tua madre. Costui, Edmond Coe, era un suo lontano cugino, ed Elisabeth aveva voluto maritarsi con lui malgrado la violenta opposizione di suo padre Eliakim. Ma, il mattino successivo alla notte nuziale, Edmond fu trovato morto nel letto. E questo delitto fu soltanto il prologo all'orrenda cerimonia che seguì, perché la notte successiva Eliakim Coe prese sua figlia e la trascinò verso la sommità della Donna Solitaria, dinanzi a un antichissimo altare che sorge al centro di un circolo di pietre monumentali.» «L'altare!», sussurrai. «È quello che vidi un tempo!» «Una volta lassù, il rito blasfemo venne portato a compimento: Elisabeth Coe fu legata mani e piedi, le vesti le vennero strappate di dosso, e quindi fu distesa sull'altare di pietra. Intorno a lei impazzava un'orgia ripugnante, i fuochi ardevano, e su di essi bruciavano vive vittime innocenti mentre altre venivano squartate, e in questa apoteosi di orrore e di sangue lo stregone chiamò i demoni della notte. In risposta alla sua evocazione, un Potere Oscuro scese a reclamare le offerte e, uscendo dai boschi, s'avvicinò all'altare. Quando tutto fu terminato, Eliakim Coe prese sua figlia, semisvenuta e folle di terrore, e la riportò giù in paese. E, dopo nove mesi, lei diede alla luce te, Clay... e tuo fratello.» «Cosa... cosa significa tutto questo?», riuscii a sussurrare. Il dottor Kyle strinse i denti. La sua faccia, già rugosa e giallastra, era rigida come quella di una mummia. «Clay... ci sono forze, o entità, o poteri occulti, che la scienza non potrà mai arrivare a capire. Si tratta di energie tremende, al di fuori del mondo materiale, che affondano le loro radici in quelle che potresti definire come dimensioni parallele. E là allignano entità... aliene, diaboliche! Il tuo stesso sangue dovrebbe sussurrarti nella mente queste intuizioni.» Fui costretto ad annuire, a dispetto del mio raziocinio che stava urlando
un disperato «No! Non può essere vero!» dentro di me. Ma, sia nel mistico Oriente che nella mia strana infanzia, io avevo sentito la presenza di cose che la scienza avrebbe negato. «Allora...» Avevo la voce rauca, secca. «Allora io non sono interamente umano?» Il dottore accennò di no col capo. «Purtroppo questa è la spaventosa verità, Clay. Io non ho mai avuto il coraggio di rivelartela.» D'un tratto il cuore mi rallentò i battiti, come se mi avessero appena detto che avevo addosso una malattia mortale. Ero raggelato, incapace di pensare chiaramente. «Così questa è la ragione per cui mi sono sempre sentito... diverso! Uno straniero fra i miei simili! E questo sangue inumano che mi rende folle e avido di distruzione, appena perdo il controllo di me stesso, come se un demone...» «Sì. C'è un demone dentro di te.» Il sussurro di lui fu una sentenza. «Da un punto di vista genetico, questa tua caratteristica inumana è recessiva. Vale a dire che tu ne sei un portatore ma non ne mostri esternamente i sintomi. Fisicamente sei umano in tutto. Lo stesso si può dire dal lato psichico, a parte certe tue stranezze che peraltro riesci a tener sotto controllo quando sei in stato di calma. E tuttavia io ho paura di te, Clay», continuò con voce atona. «La passione carnale, come la rabbia, finirà per svegliare del tutto il demone che dorme in te. Trasformerà quell'ombra in una terribile realtà. Devi stare molto attento, figlio mio, o il ritorno del sangue nero annienterà per sempre tutta la tua umanità. Se ti sposerai... allora diventerai un mostro identico a tuo fratello. In lui quella oscura ascendenza genetica è dominante, non recessiva. Stasera, nel suo desiderio di vederti, ha mostrato un ritorno di natura umana raro com'è raro in te il ritorno della natura diabolica. Ma tuo fratello non è altro che un mostro, osceno e spaventoso.» «Vuoi dire...» Debole e scosso per quella rivelazione, mi lasciai cadere sulla seggiola. «Vuoi dire che quella cosa in cantina, quell'orrore che voleva vedermi, è mio... mio... fratello?» La voce del dottore mi giunse come attraverso una nebbia: «Fui io ad assistere tua madre quando vi partorì entrambi. Avrei voluto uccidere quella creatura inumana, ma lei e suo padre si opposero. Elisabeth lo considerava suo figlio, e c'era ben più che una semplice perversità in questo suo strano sentimento materno. In quanto a Eliakim Coe, voleva usare quel mostro durante la pratica nelle sue arti stregonesche.
Quando tuo fratello cominciò a crescere, Elisabeth capì che non avrebbe mai potuto far parte del consorzio umano. Due anni dopo la vostra nascita Eliakim Coe morì: durante uno dei suoi incantesimi osceni cadde preda di un potere occulto da lui stesso evocato, e il suo corpo si sciolse in putredine mentre ancora gridava chiamando in aiuto Satana. Allora Elisabeth venne qui e ti lasciò da noi. Poi prese la creatura che era tuo fratello e lo portò via con sé nella foresta. Ancora mi accade di rabbrividire al pensiero di quanto fu orribile la vita che tua madre condusse nel segreto della foresta, per vent'anni e più. Ma non potei fermarla, così come non potevo capire perché sacrificava se stessa per il suo figlio inumano. Lo portò in una cava abbandonata, sulle pendici della Donna Solitaria. Da allora non ebbe più contatti col mondo, salvo visite molto saltuarie che mi faceva approfittando del buio, sempre in piena notte. Ma ogni volta veniva in silenzio nella tua stanza, accanto al letto in cui dormivi, e guardava il tuo volto di fanciullo. Ti accarezzava i capelli, e poi se ne andava di nuovo sulla montagna. Pochi mesi fa la vidi arrivare qui e, dalla sua faccia, compresi che era all'ultimo stadio di un male incurabile. La visitai e dovetti dirle che non c'erano speranze. Prima di morire però, condusse giù dalla cava quel mostro, supplicandomi di aver cura di lui. Da allora lo abbiamo tenuto chiuso in cantina. So che devo distruggerlo. Ne sono certo, così come ne ero certo quando lo vidi nascere. Ma ancora non sono riuscito a decidermi a infrangere la promessa che feci a tua madre. Inoltre devo ammettere che vorrei tenerlo come prova vivente dell'autenticità del mio libro: La stregoneria a Creston - Quattro secoli di culti diabolici». Lo seguii con gli occhi mentre andava alla finestra a guardare fuori nel buio, ma non lo vedevo neppure. A malapena sentii le sue ultime parole: «Non ho altro da dirti, Clay. Ora sai perché non puoi sposare Valyne». 4. Appena fui sceso nella mia camera, mi lasciai cadere a corpo morto sul letto. Cercavo di escogitare una soluzione di qualche genere, ma era inutile: avevo la mente nel caos. Una sola cosa capivo con chiarezza: se non potevo sposare Valyne Kirk, tanto valeva che usassi la pistola per mettere fine a un'esistenza che non m'interessava più.
Naturalmente esisteva la possibilità che il dottor Kyle fosse nel torto, magari senza saperlo. Ciò che mi aveva raccontato era decisamente incredibile, inverosimile. Ma il tono convinto delle sue parole, la diversità che mi aveva tormentato sempre la vita, l'ombra nera che gravava su tutta Creston e il mostro incatenato in cantina... erano cose che si sommavano per condurmi a una risposta sola. Poteva avermi mentito? Ma quale ragione avrebbe avuto di farlo, dopo che mi aveva allevato come un secondo padre? Cosa ci avrebbe guadagnato a fare di me un esule, a sapere che vagavo lontano oppresso da sentimenti folli e mortali? No, decisi, era una perdita di tempo negare la realtà di quell'orrore. Me lo sentivo nel sangue, gelido, ineluttabile. Ero una creatura inumana. Nell'intero mondo non c'era nessuno come me... nessuno, salvo quella mostruosità chiusa in cantina. E dalla mia unione con Valyne sarebbe nato soltanto altro orrore, follia e morte! In lontananza, anzi da sotto il pavimento, echeggiò quello che mi parve un ululato. Ci fu un tintinnio di catene, poi il rumore di qualcosa che andava in pezzi. Il mostro... mio fratello! Con un fremito mi alzai a sedere sul bordo del letto. Che stesse tentando di fuggire? Cos'avrebbe fatto, se fosse riuscito a liberarsi? Una cosa era certa: io non intendevo rivederlo mai più. Andai alla finestra. Fuori regnava il silenzio e l'oscurità, ma contro lo sfondo del cielo intravedevo il profilo della Donna Solitaria, la cui sommità era incoronata da un altare pagano. Creston dormiva immersa nella sua eterna paura. Il peso che sentivo sotto l'ascella sinistra era però qualcosa che potevo mettere fra me e la paura, fra me e quel mostro. Strinsi i denti. A mio modo, intanto, una soluzione l'avevo. Estrassi l'automatica dalla fondina. Era fredda e solida, un'arma moderna, più efficace della croce e del rogo contro le negromanzie di Creston. Controllai il caricatore e io rimisi dentro con un colpo secco. Che cosa avrei provato esplodendo il colpo che da solo sarebbe bastato a risolvere ogni mio problema? Lentamente alzai la mano e mi poggiai la canna alla tempia. Sarebbe stato facile? O doloroso? In quel momento sentii dei passi, poi la porta si spalancò e Valyne comparve sulla soglia. La fanciulla sbarrò gli occhi. Subito dopo, con un balzo disperato, mi afferrò il braccio. «No, Clay... no!», gemette. Terrorizzata, animata da una forza sorprendente, mi costrinse ad abbassare la mano con tutto il peso del suo corpo. «Non farlo! Non voglio! Sapevo che avresti cercato di fare questa pazzia...
ma non devi!» Mi fronteggiò tremando, senza lasciarmi il polso. I suoi occhi viola erano colmi di lacrime, e la sua bellezza, la sua passione, fecero annebbiare di lacrime anche i miei occhi. Ogni linea del suo volto mi era infinitamente preziosa. Non intendevo vivere senza di lei. «E perché non dovrei farlo?», dissi, rauco. «Tu sai ciò che sono. Sai perché non potremo mai sposarci. E più presto mi ammazzo, meno rischierò di trasformarmi in... qualcosa di mostruoso!» «Sì, il dottore Kyle mi ha detto tutto.» La fanciulla cercava di ritrovare la calma. «Mi ha parlato. Ma tu gli credi, Clay?» «Sì», mormorai. «Ho tentato di non credergli, ma tutta la mia vita è stata... tutto conduce a questa verità. E tu stessa hai visto come mi sono comportato bestialmente con Jud Geer.» Scossi la testa. «Vattene, Valyne, ti supplico.» La spinsi verso la porta. «Lascia che io ammazzi la bestia che ho dentro, prima che essa ti faccia del male.» Il suo corpo snello si oppose, resistendo alla pressione delle mie mani. «No, Clay. Tu... non capisci?», ansimò, ma con voce decisa. «Se anche tutto questo fosse vero, io non ti lascerò morire da solo. Io ti amo. Se per noi c'è l'inferno, allora ci andremo insieme!» Rimisi la pistola nella fondina e afferrai le sue piccole mani. A un tratto era esplosa in me la convinzione che il nostro amore - il suo, se il mio non era abbastanza puro - avrebbe potuto bruciare come una fiamma redentrice l'orrore che avevo nel sangue. La fanciulla si strinse a me, scossa da un tremito. «Clay, promettimi che vivrai finché vivrò io. Giurami che non ti arrenderai mai a questa mostruosità. Giuralo, e domani mattina tu e io ce ne andremo insieme, per non tornare mai più. Forse in qualche modo troveremo un poco di felicità, forse riusciremo a stare insieme almeno un poco. E se non ci riusciremo... allora il nostro destino si chiuderà nello stesso modo.» Glielo promisi, baciandole i capelli. E intanto mi chiedevo se consultando uno psichiatra, o magari un occultista, o un medico... La dolce presenza di Valyne aveva in parte dissolto il freddo sconforto che mi aveva attanagliato, e la pregai di restare con me. Malgrado la decisione di superare ogni avversità sentivo che solo con la fanciulla accanto potevo averne la forza. Inoltre la vedevo ancora così pallida e scossa che provavo il bisogno di consolarla. Ma in quel momento bussarono alla porta. Era Sarah Kyle, che appena ebbe aperto entrò con tale precipitazione da
finirci addosso. I suoi occhi erano sbarrati. «Lo hai sentito, Clay? Hai sentito?» «Volete dire...», deglutii saliva. «Quel rumore, in cantina?» «Tuo fratello!», ansimò la donna. «E non è più in cantina. Ha spezzato la catena, ha sfondato la porta... è fuggito!» Valyne emise un gemito. Smarrito, la strinsi a me, quasi che il vento gelido della paura stesse soffiando così forte da portarmela via. «Lo hai sentito?», gracidò ancora Sarah Kyle, terrorizzata. «Ma... è stato quasi mezz'ora fa. C'è stato un rumore come di legno infranto. Non ci ho fatto molto caso, a dire il vero.» «Dev'essere successo qualcosa», sussurrò la donna. «E Dio solo sa dove può essere andato.» Valyne si teneva aggrappata al mio braccio. «Cosa dobbiamo fare, Mamma Kyle? Io... ho paura!» Mi guardò con ansia. «Un giorno sono scesa in cantina, e lui... lui mi fissava attraverso lo spioncino, con occhi terribili. Mi voleva, Clay! Cercò anche di rompere la porta, per prendermi. E per quattro giorni ha urlato, e non ha toccato cibo.» La strinsi a me, più desideroso che mai di portarla via da lì. Solo allora cominciavo a capire quale potesse esser stata la sua vita negli ultimi mesi, e mi meravigliai che avesse resistito tanto. «Noi non possiamo sapere cosa farà», si lamentò Sarah Kyle. «È un diavolo, e ha appetiti osceni e contronatura. Tu sei in pericolo, Valyne. Torna in camera tua e chiuditi a chiave. Noialtri cercheremo di trovarlo. Il dottore è uscito di casa poco fa, con Eben e sua moglie.» Si volse a me. «Bada a te, Clay. Quando tuo fratello è calmo, non è aggressivo. Riconosce quelli del suo stesso sangue. Ma se capisse che tu vuoi Valyne per te, la gelosia lo renderebbe folle e feroce. Lui... ma ascolta!» La donna si mise un dito sulle labbra, volgendosi alla finestra, e per qualche istante nella camera ci fu il silenzio. Poi si morse le labbra. «Mi era sembrato di averlo udito. Ma adesso affrettiamoci, Clay. Il dottore vuole che tu esca. Pensa che, se sarai tu a chiamarlo, lui tornerà in cantina docilmente.» «Io vengo con voi!», mormorò Valyne, pallidissima. «No, cara», obiettò la donna. «Devi tenerti lontana dai suoi occhi. Ricorda che già una volta nel vederti è quasi impazzito. Se accadesse di nuovo, non potremmo fermarlo. E lui ti farebbe del male.» Valyne acconsentì a restare in casa, e l'accompagnammo nella sua camera. Prima di chiudere la porta mi baciò, e le sue labbra erano fredde. «Ricorda la tua promessa, Clay», mormorò. «Domani ce ne andremo insieme.
Stai attento, mi raccomando.» Non mi mossi da lì finché non sentii la chiave girare tre volte nella serratura, poi seguii Sarah Kyle giù per le scale. In sala da pranzo lei prese la lampada a kerosene, alzò la fiamma e mi guardò stranamente. «Il dottore dice che è meglio se tu cominci a cercarlo dalla cantina, Clay. Pensa che tu abbia un sesto senso per... quelli come te, e che tu possa trovare una traccia. Credi che sia davvero così?» «Non lo so.» Avrei voluto gridare di no, inorridito per quell'ipotesi, ma stavo cercando di rimanere calmo. «Non devi preoccuparti. Vedrai che se lo chiami verrà da te. Anch'io riuscivo a farmi ubbidire da lui, e so...» «Non ubbidirà più a nessuno!», disse Josepha Hand, comparendo sulla porta d'ingresso. «Vuole la ragazza. Non capite che ha sentito su di lui l'odore di Valyne? È per questo che si è liberato.» Sarah Kyle mi consegnò la lampada, e scendemmo in cantina. La porta era stata divelta dai cardini massicci, che apparivano piegati e contorti. Anche alcuni mattoni avevano ceduto a una spinta poderosa. Nella cella, un tratto di catena rugginosa pendeva dal muro. L'altro pezzo, con il collare spaccato, era stato buttato sulla scala. A terra giaceva un mastello di zinco rovesciato e calpestato da piedi pesanti come macigni, e il sangue che aveva contenuto era sparso dappertutto. Nel locale aleggiava un puzzo ferino, misto a quello ancora peggiore che usciva dal foro del pavimento che fungeva da latrina. Mentre tornavo presso le scale, col volto contratto in una smorfia di disgusto, notai che Sarah sembrava sopportare quell'odore assai meglio di me. O forse - quell'intuizione mi fece accigliare - era possibile che non lo sentisse? Se la mia ipotesi era giusta, allora avevo realmente una sensibilità anormale nei confronti di quell'essere, e dunque avrei potuto seguirne la pista come un cane. L'idea mi strappò un grugnito: uscire nel bosco a cercare un mostro era l'ultima cosa che avevo voglia di fare. Mi stavo accendendo una sigaretta per vincere il nervosismo, quando il grido di Valyne me la fece cadere di mano. Corsi su per le scale divorando i gradini quattro alla volta, e ad alta voce maledissi me stesso per averla lasciata sola. Nel buio pianerottolo, con Sarah Kyle che annaspava più indietro facendo oscillare la lampada, battei le mani sulla porta e scossi la maniglia. «Valyne!», chiamai. «Valyne, stai bene? Rispondi!» All'interno ci fu solo il tonfo di un'imposta che sbatteva. La serratura era
chiusa a chiave, ma cedette insieme a un grosso frammento dello stipite allorché mi scaraventai di spalla con tutto il mio peso sul battente. La camera di Valyne era vuota. Evidentemente la fanciulla doveva essersi già spogliata, perché i suoi vestiti erano appesi a una gruccia e il letto appariva disfatto, ma tutto ciò che restava della poverina era la camicia da notte, stracciata in due pezzi accanto alla finestra semiaperta. Mi precipitai al davanzale, e sporgendomi urlai: «Valyne! Valyne!». Ma non ebbi risposta. Accanto a me, Sarah Kyle fissò il buio profondo che circondava la casa con occhi vacui. «Era qui sotto», sussurrò. «Dev'essersi arrampicato lungo il tubo della grondaia. E ha portato via Valyne... nella foresta!» La sua voce si trasformò in un guaito stridulo: «Doveva ammazzarlo! Io glielo dissi quando nacque: un mostro non deve vivere!». La presi per le spalle: «Dove sono gli altri?». Senza attendere la risposta tornai a sporgermi e gridai nell'oscurità: «Dottore! Ha preso Valyne! Fermatelo, perdio!». Ma ciò che udii fu solo il silenzio. «Dannazione! Si può sapere dove sono andati?», sbottai. «Non lo so», sussurrò Sarah, con le lacrime agli occhi. «Sono là fuori. Lo stanno cercando.» «Al diavolo! Ho già perso troppo tempo.» Mi diressi alla porta, poi esitai. «Ha un posto, quella creatura? Un posto dove possa averla portata?» La donna alzò la lampada come per vedermi meglio in faccia, e le sue dita adunche mi afferrarono un braccio. La voce che le uscì di bocca fu un ansito rauco, vibrante: «Davvero non lo sai, Clay? Il demone che dorme dentro di te non te lo sussurra nell'anima? Dovrebbe essere il tuo stesso sangue nero a condurti là». «Là dove?», ringhiai, esasperato. Lei mi fissò quasi con odio. «Non hai mai sentito il richiamo della tua razza inumana, Clay? Non ti ha già portato una volta fino all'altare blasfemo dove il tuo padre infernale rese gravida Elisabeth Coe? Non hai mai sentito il potere di quel circolo di pietre attirarti là?» Ebbi un brivido. «Non può averla portata all'altare!» «Perché no? Lui conosce bene quel posto. Tua madre ce lo portava spesso, e fu lei a dirmi che quell'essere uggiolava di felicità quando si sentiva immerso nel potere mistico di quelle pietre. Se vuole far sua Valyne, è lassù che la sta trascinando. E io prego Iddio che la sventurata muoia, piuttosto di partorire un diavolo anche lei!»
5. Credo che Sarah Kyle tentasse di seguirmi nella notte, quando mi gettai freneticamente nella boscaglia che, come una nera gonna, copriva i fianchi della Donna Solitaria. Ma la disperazione mi aveva messo le ali ai piedi. In lontananza la udii gridare: «Aspettami, Clay! Io posso placarlo. Finora sono sempre riuscita a farlo ragionare...». La sua voce svanì alle mie spalle. Non c'era la luna, e nel sottobosco fitto di cespugli e alberi secolari stagnava un'oscurità quasi assoluta. Soltanto le stelle potevano farmi da guida, e come punto di riferimento valevano ben poco, perché una boscaglia di notte è un luogo dove orizzontarsi è impossibile. I miei piedi finivano di continuo in mezzo agli sterpi, le mie mani protese urtavano tronchi e rami e, per alcuni minuti, non feci che inciampare e cadere pesantemente contro ogni ostacolo. Quando uno stecco per poco non mi cavò un occhio, mi fermai. Graffiato e ansante, compresi di essermi perduto. Ripresi testardamente a camminare. Sapevo che lì da qualche parte c'era un sentiero, e che più oltre la boscaglia si sarebbe diradata sulle pendici rocciose della montagna. Più che saperlo lo sentivo. Sfondando le frasche avanzai alla cieca, lasciai che fossero i miei piedi a trovare la strada da soli e, quando finalmente sbucai in una radura, fui certo che qualcosa mi stava guidando. Nelle mie narici c'era un odore che già conoscevo. Per oltre mezz'ora andai dietro a quell'odore, procedendo su per canaloni pietrosi, abetaie e scarpate. Poi sbucai da una gola su un piccolo altopiano irto di rocce simili a denti spezzati, e d'improvviso lo spavento mi strappò un gemito. Sugli alberi che si levavano neri intorno alla radura, balenavano i riflessi rossi e maligni di alcuni falò le cui fiamme danzavano una danza infernale, e le loro lingue scarlatte insanguinavano la notte. Dipinte in quella luce orgiastica, le grandi pietre alte due volte un uomo si stagliavano sullo sfondo delle piante, dando l'impressione di vibrare e ballare al ritmo delle ombre porporine. Ma nel centro di quel circolo stregato l'altare era una forma immobile, oscura, come se la roccia in cui era stato scolpito fosse fatta di tenebra e di gelo. Valyne Kirk era distesa su di esso, fra due candele macabramente montate su ossa umane. Era completamente nuda, e le sue carni d'alabastro rosseggiavano dei lucori dei fuochi. Quattro corde le tenevano divaricate le
braccia e le gambe, e sembrava stordita o svenuta. Chino su di lei, con le sue zampe brutali strette alle ginocchia della fanciulla inerme, grottesco e sinistro nel bagliore dei falò, c'era l'essere inumano che mia madre aveva partorito insieme a me. Era alto più di due metri, di corporatura più scimmiesca che umanoide, e aveva le corna. Le sue gambe ricurve erano zampe pelose che terminavano in zoccoli biforcuti, e dalla peluria nera e folta che lo ricopriva, emergevano soltanto i genitali, oscenamente grossi, e la sua spina dorsale terminava con una coda spelacchiata. Mentre mi avvicinavo, il vento mi portò il suo odore, acre come quello di un rettile e nauseante. Le fiamme crepitavano alte: l'essere infernale si volse ad aspirarne il fumo con un grugnito e, in quel momento, potei vedere la sua faccia. Ci sono cose che le parole non possono descrivere, e forse neppure suggerire. Di quel volto bestiale ricordo solo le fattezze piatte, angolose, e la carnagione livida come quella di un cadavere. Era privo di naso, i suoi occhi brillavano di luce propria come lanterne rosse, e i ciuffi di barba umidiccia spuntavano qua e là come cespugli. Ma ciò che veramente mi faceva torcere le viscere era un pensiero insopportabile. Mentre mi accostavo al circolo di monoliti fui annichilito dalla consapevolezza che lui e io avevamo lo stesso sangue, e compresi che la mia speranza di unirmi in matrimonio con Valyne era pura follia. Se dentro di me c'era la stessa eredità genetica di quella bestia, meglio la morte che il rischio di contaminare col mio seme il ventre della fanciulla. C'era una sorta di crudele giustizia, pensai, nel fatto che ora un mostro umano avrebbe distrutto l'altro. Bestia contro bestia, almeno uno di noi due sarebbe scomparso dal mondo, perché per una volta in vita mia ero avido di sentire in me la pazzia della lotta trascinarmi alla distruzione. Allorché la rossa nebbia della furia mi calò nella mente ne fui lieto, e lasciai che la mia umanità svanisse in un groviglio di pensieri sanguigni. Oltrepassai il circolo di pietre monumentali ringhiando come un lupo, e il mostro mi vide. Dalla bocca deforme gli scaturì un grugnito di sorpresa e di rabbia e tolse le zampe dalle cosce di Valyne, quindi si mosse verso di me con andatura da gorilla affondando i suoi zoccoli giallastri nel terreno sassoso. Gli corsi incontro urlando tutto il mio odio e affondai le mani nella peluria della sua gola, ma uno spintone mi catapultò di lato e ruzzolai al suolo contro la base dell'altare. Mentre mi rialzavo lui mi fu addosso, e follemente risposi ai suoi colpi
con calci e testate. La pistola che avevo sotto l'ascella era del tutto dimenticata: non potevo usarla, perché il furore che mi aveva sopraffatto mi costringeva a cercare la lotta corpo a corpo. Ma non so dire cosa accadde durante quel combattimento, non so quante volte rotolammo al suolo mordendoci e colpendo ciecamente, e non so se provai dolore o se saziai la brama di sentire il suo sangue nella mia bocca. Non ne rammento nulla. So soltanto che, quando terminò, ero pesto e insanguinato, con gli abiti strappati, e mi ronzavano le orecchie. Ma appena mi resi conto che il mio cervello stava tornando alla normalità e riebbi l'uso della vista, ciò che i miei occhi captarono fu una grossa forma nera e pelosa distesa sul suolo dinanzi all'altare. Vacillai verso uno dei fuochi, rantolai sfinito e senza fiato, poi compresi che stavo sbagliando direzione e mi voltai. Le ginocchia mi si piegarono e piombai a terra come una marionetta dai fili spezzati. A fatica risollevai la testa. Il corpaccione dell'essere contro cui mi ero battuto non era ancora privo di vita: una delle sue braccia si sollevava scossa da tremiti convulsi. La vidi ricadere immobile. Pian piano mi trascinai da quella parte, e rialzandomi a sedere notai con sollievo che i suoi occhi erano sbarrati e morti. Sulla fronte deforme aveva un foro tondo nel quale avrei potuto infilare un dito, da cui colava ancora qualche goccia di sangue e, con sorpresa, lo riconobbi come un foro di pallottola. Non ricordavo affatto d'aver usato la pistola. Sotto l'ascella non l'avevo più, ma non mi voltai a cercarla perché Valyne emise un debole grido. Sciolsi le corde che la legavano e la presi in braccio, sollevandola dall'altare, poi mi accorsi che tremava di freddo e la portai accanto a uno dei fuochi. Mi si abbandonava inerme, senza guardami, quasi che i suoi occhi vuoti fossero percorsi da immagini da incubo. Ma dopo qualche secondo gemette: «La bestia... la bestia!». «È morto. Non ti farà più del male, Valyne cara», mormorai. Mi tolsi la giacca, lacera in più punti, e gliela feci indossare. La strinsi a me dolcemente. L'ultimo abbraccio, pensai. L'ultimo. Fin dal momento che avevo potuto vedere il volto del mostro che era mio fratello, il destino da cui ero atteso mi era stato chiaro. Ogni incertezza e ogni speranza erano morte in me prima ancora d'aver deciso che non potevo permettere la nascita di un'altra creatura simile. E non sarebbe nata, se io avessi liberato il mondo dalla mia presenza definitivamente. Vidi che Valyne sembrava ricaduta in uno stato di torpore vicino all'in-
coscienza, e compresi che la sua non era altro che una reazione emotiva. Questo era bene, mi dissi, perché preferivo che non si accorgesse di ciò che stavo per fare. La lasciai distesa al suolo accanto a un falò semispento e, dopo averle baciato la fronte, mi allontanai. Passando accanto al corpaccione immoto del mostro lo colpii con qualche calcio, tanto per essere certo che la vita l'aveva abbandonato, quindi cercai la pistola. Nel caricatore c'erano ancora sette pallottole. La rimisi nella fondina e con passi risoluti mi avviai verso la boscaglia, in cerca di un posto adatto per farla finita: un posto dove il mio corpo non fosse ritrovato mai più. «Clay!» La voce risonante del dottor Kyle mi giunse da oltre il circolo di pietre erette, e nel voltarmi lo vidi, illuminato dalla luce dei fuochi morenti. Aveva in mano un fucile da caccia, e mi accorsi che ne stava togliendo le due cartucce scariche. Si avvicinò lentamente, mostrandomene una, e annuì con gravità. «Sì», disse. «Ho sparato nella schiena a tuo fratello. Avrei dovuto farlo ventitré anni fa. Sarah mi ha detto che eri salito fin qui. Valyne come sta? È ferita?» Mi voltai a guardare la fanciulla immobile. Tutto ondeggiava attraverso le lacrime che mi avevano riempito gli occhi. Le asciugai e strinsi i denti. «Sta bene, grazie a Dio. E d'ora in poi non dovrete temere che io rovini la sua vita, né che nasca un'altra creatura di quelle bestie. La farò finita.» I suoi occhi si riempirono di dolore, ma subito annuì. «Sì, ragazzo, sì. Non ti resta altra scelta.» Si schiarì la voce. «Non cercherò di impedirtelo, se hai deciso.» Gli voltai le spalle e mi allontanai dai fuochi che rosseggiavano intorno all'altare nero, passai oltre il circolo di pietre e immersi lo sguardo nella tetra boscaglia che sarebbe diventata la mia tomba. Involontariamente mi tastai la fondina sotto l'ascella, sentendo la pistola come un'amica: un colpo rapido, pietoso, e l'orrore della mostruosità che albergava in me sarebbe stato cancellato per sempre. Da morto almeno, pensai cupamente, avrei conosciuto lo stesso genere di riposo comune a tutti gli uomini. «Clay... Clay!», gridò Valyne di lontano, disperatamente. Non mi voltai. Non dovevo voltarmi, se non volevo che il mio amore per lei avesse la meglio sulla decisione che avevo preso. Vacillai avanti fra le pietre e gli sterpi, in cerca dell'ombra in cui volevo immergermi e sparire. «Clay!» Il suo singhiozzo fu acuto, terribile. «Ritorna da me. Lo hai pro-
messo... Non mi lasciare!» Ma in me risuonavano ancora crude e oscene le parole con cui il dottore Kyle mi aveva messo sull'avviso: «La passione carnale sveglierà il demone che è dentro di te, Clay. Bada a te, figlio mio, o il ritorno del sangue nero annienterà del tutto la tua umanità. Se ti sposi, diventerai un mostro come tuo fratello». Nel silenzio che gravava sulla zona potei udire la sua voce pacata consolare Valyne: «Rassegnati, bambina mia. Iddio ha voluto così. Avrò cura io di te...». Inciampai su una sporgenza rocciosa e caddi. Debole e rotto dal pianto mi giunse ancora l'appello della fanciulla: «Clay... ascolta, ti supplico. È un inganno! Un tranello... Ascoltami!». Un inganno? Quella parola faticava a penetrarmi nella mente. Cosa poteva significare? Eppure bastò a fermarmi, e con passi lenti tornai indietro. Mi sentivo abulico, in balia di forze da cui ormai non potevo sfuggire. Quando fui di nuovo entro il circolo di pietre vidi che Valyne s'era alzata in piedi. Il dottor Kyle la stava guardando con aria sbigottita. «Bambina mia... figlia mia, ma che cosa dici?», ansimò. Valyne attese che mi fossi accostato a lei, e ripeté: «Ascolta, Clay». Ma indicava il corpaccione steso al suolo. «Ascolta!» Senza capire feci qualche passo avanti. Cosa avrei dovuto ascoltare? E poi, d'improvviso, alle mie orecchie giunse un suono lieve: il ritmico tictac di un orologio. «È Jud. Capisci, ora?», disse Valyne. «Non si separa mai dal suo orologio. Ce l'ha ancora in tasca.» Mi chinai sul corpo peloso e lo afferrai per la lurida capigliatura. Uno strattone, e la maschera diabolica fornita di parrucca mi rimase in mano. Nient'altro che una maschera. E, sotto di essa, coperto di sangue, c'era il volto di Jud Geer. Era morto, naturalmente. «Jud... è incredibile!», esclamò il dottor Kyle. «Non capisco. Com'è possibile che...» Lo afferrai per il petto, furiosamente. «Non c'è bisogno che tu reciti la commedia!», ringhiai. «Mascalzone... perché questo trucco indegno? Cosa speravi di guadagnare impedendomi di sposare Valyne?» «Clay, che dici?», protestò con veemenza. «Sei forse impazzito? Sarah e io ti abbiamo amato sinceramente fin da quando eri un bambinetto. Mi si è spezzato il cuore quando hai detto che volevi suicidarti...»
«Suicidarmi!», ringhiai, annuendo. «A questo miravi. Volevi trascinarmi al suicidio. E avevi progettato tutto già da mesi, fin da quando scrissi che volevo tornare per sposare Valyne. Tu, e Sarah e Jud, e quegli altri due bastardi eravate d'accordo. Perché questo complotto? In nome di Dio, parla!» Lo spinsi indietro brutalmente. Lui vacillò. Dopo qualche istante girò altrove lo sguardo e scosse la testa. «E va bene, se proprio vuoi saperlo te lo dirò.» La sua voce era dura, cinicamente calma. «Qui a Creston siamo poveri. Viviamo e moriamo in miseria. E quando tu hai scritto che in Oriente avevi accumulato un piccolo patrimonio... be', mi sono informato. E ho saputo che non era affatto piccolo come dicevi. Se tu fossi morto prima del matrimonio, quei soldi sarebbero venuti a noi, come tuoi genitori adottivi e soli parenti rimasti. Hand e sua moglie furono d'accordo. Anche a loro il denaro fa comodo. E in quanto a Jud, lui voleva Valyne. Gli ho sparato soltanto dopo che tu avevi usato la pistola. L'idea l'ho presa dai miei studi sui culti diabolici di questa terra, e non ti ho raccontato tutte bugie... alcuni dei tuoi antenati si dilettavano davvero nelle Arti Nere. Magari qualcuno di loro ebbe mano anche nella costruzione di questo altare, che imita i monumenti megalitici europei. Chi lo sa? Ma, in quanto a tuo nonno...» Ebbe un sogghigno sprezzante, divertito. «Con tutto il rispetto per i morti, devo dire che quel povero imbecille di Eliakim Coe non ne sapeva niente di magia, nera o bianca. Probabilmente ammazzò davvero tuo padre, la prima notte di nozze, anche se nessuno ne ebbe le prove. Ma due anni dopo strangolò tua madre Elisabeth con le sue stesse mani, e lo fece davanti a te... Sì, Clay. Vedesti morire tua madre, e l'orrore ti rimase dentro per sempre. Non è stata una cattiva idea sfruttare il buio che avevi nella testa.» «Sei un pazzo!», sussurrai. «Era un buon piano.» Sorrise ancora. «E non è detto che sia fallito, sai?» Sollevò il fucile da caccia, e il suo tono si fece acre: «Giù in paese sanno già che tu e Jud eravate rivali a causa di Valyne. Sanno che avete lottato, e che siete entrambi uomini violenti. Toglierò al povero Jud questo artistico travestimento, e poi... chi sarà sorpreso nell'apprendere che vi siete ammazzati fra voi, tutti e tre?». D'improvviso le canne del suo fucile da caccia si girarono verso il mio petto. Ma il dottor Kyle aveva commesso lo sbaglio di chiacchierare troppo a lungo, e la conclusione del suo discorso mi trovò più rapido di lui a scattare: prima che potesse premere il grilletto avevo estratto la 45, spa-
randogli una pallottola in pieno cuore. Rotolò a braccia spalancate ai piedi dell'altare E fu lì che esalò l'ultimo respiro, all'ombra stregata di quell'antica pietra nera. Valyne e io non rimettemmo più piede nella casa dei Kyle, né rivedemmo Sarah e gli altri due complici del dottore. Tornati in paese, chiedemmo dei vestiti per la ragazza a una famiglia di suoi conoscenti, presso cui riposammo qualche ora. Il mattino successivo, all'arrivo della corriera, acquistammo due biglietti per Boston e da lì ripartimmo in treno per New York. LUPO MANNARO The Werewolf Snarls di Manly Wade Wellman Weird Tales, marzo 1937 «Dottore, desidero che parliate un momento col signor Craw», mi cinguettò all'orecchio Lola Wurther. «Insiste a dire d'essere un Lupo Mannaro, e questo è seccante.» La bella moglie del senatore mi voltò le spalle, facendo svolazzare l'ampia gonna di seta verde, e i suoi lunghi capelli biondi quasi mi strapparono il bicchiere di mano. Un attimo dopo era tornata a immergersi fra i suoi ospiti, fra i lampioncini colorati e i tavoli colmi di rinfreschi. L'uomo che l'aveva seguita lungo la terrazza mi considerò con uno sguardo acuto e triste mentre passavo il Martini nella sinistra. Gli strinsi la mano, borbottando il «Piacere» di rito, ma il modo in cui si limitò ad annuire, mi spiegò la fretta con cui la padrona di casa aveva cercato qualcuno a cui sganciarlo. «Il senatore ha detto che voi vi dilettate di occultismo», affermò sottovoce, quasi che mi rivelasse un segreto. «D'accordo. Sediamoci in un angoletto tranquillo», mi rassegnai. Lo dirottai nel salone. Fra le luci soffuse, dietro il pianoforte a coda di Lola Wurther, c'era un ampio divano comodo. Quando ci fummo seduti, dissi a me stesso che avrei potuto anche sorridergli, ma non lo feci. Craw sembrava proprio il tipo adatto a rovinarmi la serata. Era un individuo alto e ossuto, dagli ispidi capelli neri, fronte bassa e occhi tanto cupi quanto penetranti. La sua bocca sottile era schiacciata fra il naso a becco e un mento largo, piatto. Indossava un abito scuro, spiegazzato, di un taglio fuori moda da vent'anni. «Ebbene?», esordì, secco. «Vi sembra che lo sia?» Ridacchiai, fingendomi divertito. «Volete dire se mi sembrate un lican-
tropo? Non posso pronunciarmi finché non vi sentirò ululare.» Craw restò impassibile. «Non vedo motivo di scherzare sull'argomento, dottore. Si tratta di una cosa seria», disse gravemente. Il suo tono solenne fece un brutto effetto al mio sorriso, che si spense. Per un attimo sospettai che fosse ubriaco, poi che si trattasse di un fissato o di un maniaco. Ma ero abituato a incontrare originali di ogni specie ai cocktail party dei Wurther, cosicché fui svelto nell'esibire un'espressione professionale. «Capisco», dissi. Craw aggrottò le folte sopracciglia. «Sono già venuto qui ieri sera. Il mio è un caso disperato, e ho bisogno di aiuto. Il senatore e sua moglie dicono che voi avete scritto dei libri sulla stregoneria.» «Signor Craw», borbottai, «questo è vero. Ma i Wurther sono, come posso dire... due inguaribili burloni. Mi spiego?» «L'avevo sospettato», annuì lui. «In apparenza stasera mi hanno invitato qui con l'unico scopo di far divertire i loro ospiti.» Fece una pausa, continuando a fissarmi con intensità. «Malgrado ciò, desidero consultarvi. Posso?» «Ma certo», lo invitai, sentendomi piuttosto sciocco. Craw ingobbì di colpo le spalle, protese la testa in avanti e lasciò penzolare le braccia fino a sfiorare il pavimento con le grosse mani pelose. In quella posa aveva qualcosa di tanto animalesco che sussultai, e nei suoi occhi balenò una strana fosforescenza verdastra che non potei fare a meno di trovare impressionante. «Tutto cominciò», disse, «quando sperimentai l'unguento della strega.» Sbattei le palpebre. «L'unguento della strega?» «Proprio così. Probabilmente era stato studiato allo scopo di mutare in animali gli esseri umani... miscelato tramite incantesimi arcani e formule sataniche. Sembra incredibile a dirlo, me ne rendo conto. Ma in quel periodo, quindici anni fa, stavo preparando la laurea in medicina, e facevo ricerche su testi antichi che trattavano di farmacopea medioevale. Fu così che quei fogli ingialliti di pergamena mi capitarono fra le mani. C'erano alcune ricette.» «Ricette, eh?», ripetei. «Volete dire farmaci?» «Una dozzina in tutto, scritte in latino. E lasciatemi dire che, nel medioevo, non erano affatto così ignoranti e arretrati come oggi si pensa. Molti alchimisti sapevano il fatto loro, sull'erboristeria e le piante medicinali.» Decisi che non mi stava prendendo in giro. Avevo quasi sperato che di
fronte a me ci fosse un incallito burlone da salotto, di quelli che la sanno lunga, ma purtroppo Craw era assolutamente serio. I suoi occhi avevano anzi una luce drammatica. «La belladonna, ad esempio, era ben conosciuta», continuò, «e così altri veleni o allucinogeni, come l'aconito, l'assenzio, l'issopo, la valeriana, il succo di sesamo, e radici o funghi dalle più diverse proprietà. Secondo la ricetta della strega, dunque, alcune di queste sostanze mescolate al grasso di un bambino non battezzato...» «Un momento!», lo fermai. «Non vorrete dirmi che avete fatto un filtro magico con questa roba!» «Un unguento», mi corresse Craw. «Alla scuola di anatomia c'era il corpo di un neonato. E avevo accesso ai laboratori. Non fu difficile procurarmi gli ingredienti. L'unica cosa che mi procurò qualche problema fu il fegato di lupo. Non è facile trovare il fegato di lupo, neppure qui a New York. Poi pronunciai esattamente l'incantesimo e miscelai la sostanza. Per divertimento... o così credevo.» Ebbe un sorriso amaro come il fiele. «E vi siete cosparso con questo unguento? Cos'è successo?» «Niente.» Con uno sforzo Craw raddrizzò le spalle, e si appoggiò indietro sul divano. «Non so cosa mi aspettassi di veder succedere, anzi, non mi aspettavo proprio nulla. Mi sentivo un idiota, e un idiota tutto sporco per di più. Tentai di ripulirmi dell'unguento che mi ero spalmato addosso, ma era già penetrato nella pelle, asciugandosi.» Ebbe un brivido al ricordo, e proseguì: «Come ho detto non accadde niente, quel giorno. E neppure la notte e il giorno dopo. Ma la sera successiva...». La sua voce si abbassò in un sussurro. «Quella sera c'era la luna piena.» «Andate avanti», dissi, a disagio. «Fino a quel momento la luna era stata per me soltanto una palla nel cielo. Ma c'erano delle ragazze all'Università che trovavano romantico passeggiare al chiaro di luna, sul lungofiume. Avevo appuntamento con una di loro, una studentessa di Belle Arti. Andammo a sederci su un banco di sabbia asciutta, in un'ansa del fiume, e io dissi qualcosa che la fece ridere. Poi lei si voltò a guardarmi e di colpo smise di ridere. La vidi sussultare... quindi sbarrò gli occhi e mi fissò.» «Perché?», chiesi. Craw si era piegato verso di me e sentii, o credetti di sentire, un odore muschioso che non poteva essere lozione dopobarba, ferino e animalesco. Fui costretto a ritrarmi, fingendo di cercare una posizione più comoda. E
proprio allora ricordai che quella notte c'era la luna piena. Craw parlò sottovoce. «La ragazza strillò. E io, ancora più spaventato di lei, la afferrai per le spalle cercando di farla calmare. Ma appena toccai la sua carne qualcosa, una sorta d'istinto irrefrenabile, all'improvviso s'impossessò di me. Le mie mani balzarono da sole intorno alla sua gola. La scossi, ringhiandole di stare zitta, e lei si afflosciò come svenuta. Dentro di me esplose una bestiale sensazione di trionfo, come se esultassi ferocemente per quella conquista. E poi...» Tacque. Si esaminò le mani larghe e pelose, dalle dita a spatola. «Il mattino dopo la trovarono là, orribilmente massacrata. Quel pomeriggio, mentre stavo ancora cercando di convincermi che avevo sognato tutto, la polizia venne a perquisire le camere degli studenti, all'ostello dell'università. Trovarono i vestiti che avevo indossato la sera precedente, sporchi di sangue. E c'erano tracce di sangue anche sotto le mie unghie.» «Voi siete quel Crawl», esclamai, sbalordito. Mi elargì una smorfia cupa. «Ricordate ancora i giornali, vero? Sicuro: l'Uomo-Bestia, il Mostro, l'Essere Abbietto, questi furono i termini usati nei titoli. Ciò che dissi alla polizia fu la pura verità, o almeno tentai di dirla, di spiegare l'effetto dell'unguento. Ma era una verità troppo incredibile per loro. Al processo mi venne data l'infermità mentale, e quello fu il solo motivo per cui scampai alla sedia elettrica. Fui rinchiuso in un manicomio.» «Ascoltate, signor Craw», lo interruppi. Avevo la voce rauca. «Non credo d'essere la persona che fa per voi. E penso che non dovreste lasciarvi andare a... be', a parlare di questa faccenda nel primo posto che capita.» «Non sono pazzo, state tranquillo. Posso mostrarvi anche il certificato medico che mi hanno rilasciato due settimane fa, quando sono tornato in libertà.» Sbuffò, sprezzante. «Per i dottori sono normale. Ma i dottori non hanno apparecchi che possano misurare la sete di sangue, né la gelida furia bestiale che mi sommerge una volta al mese, nelle notti di luna piena.» Strinse le mani l'una contro l'altra, con forza tale che le sue unghie divennero bianche. Notai che erano ricurve e lunghe, molto spesse. Stranemente ero certo che fino a poco prima fossero state più corte, e le falangi delle sue dita meno pelose. «Non è stato facile uscire», sussurrò. «Per anni e anni, durante gli attacchi di licantropia, abbaiavo e ululavo come un lupo nella mia cella. Gli inservienti allora arrivavano con la camicia di forza. Elettroshock, letto di contenzione, siringhe piene di calmanti e di ipnotici... ma non serviva a
niente. Infine imparai a essere astuto. Capii che, con uno sforzo terribile, potevo trattenermi e soffrire in silenzio. Dovevo farlo, se volevo tornare in libertà.» «E riusciste a controllare le crisi?» «Pian piano ne fui capace. La luna è terribile. Adesso, per esempio... voi non la sentite, vero? Io sì.» I muscoli del collo gli si contraevano come corde. «Imparai il trucco. I dottori mi esaminavano ogni tanto, là dentro. Ci vollero anni prima che li convincessi, ma poi mi dichiararono sano e normale.» Strinse i denti con un mugolìo. «Naturalmente non è così. Non lo sono.» «Voi vorreste essere guarito da me, se ho capito bene», dissi, piuttosto stupidamente. «E che altro?», ringhiò Craw. «Un amico mi ha presentato al senatore Wurther, al suo club. Ha detto che lui e sua moglie fanno sedute spiritiche, e che la loro casa è sempre frequentata da gente che se la intende con la stregoneria, coi medium, con l'occultismo.» «Avete raccontato a James Wurther quel che avete detto a me?» «Sì. È stato lui a invitarmi qui. Disse che per combinazione la prima notte di luna piena avrebbe dato un cocktail party e che, se fossi intervenuto, forse uno dei suoi ospiti avrebbe potuto risolvere il mio problema.» Si appoggiò alla spalliera e tacque, con l'aria di aver detto tutto quel che aveva da dire e di attendere la mia diagnosi. Ma io mi chiedevo se i dottori del manicomio non avessero fatto uno sbaglio a rimandarlo fra la gente. Stavo esaminando l'idea di squagliarmela con una scusa qualsiasi, quando in sala comparve Lola Wurther. «Ooooh! Siete qui, Signor Crawl», esclamò, giuliva. «Perché non venite un po' in terrazza, adesso? Ci sono molte belle signore che muoiono dalla voglia di conoscervi. Sapete?» Era l'ultima cosa che Craw volesse, ma con abilità consumata la donna lo costrinse ad alzarsi e lo pilotò verso la terrazza, chiamando a gran voce alcune delle sue amiche. Quella era l'occasione che avevo atteso per defilarmi: ignorando l'occhiata supplichevole di Craw, attraversai il salone fino al bar, lasciandolo nelle grinfie della padrona di casa. Sulla soglia mi voltai a guardarlo. Stava muovendo le spalle in modo strano, come se fosse sul punto di ingobbire la schiena. I muscoli del collo e della nuca sembravano torcersi, facendogli ondeggiare bizzarramente i capelli. E spostava le orecchie a scatti, avanti e indietro. Tenendolo saldamente per la manica Lola Wurther lo trascinò verso un
gruppetto di gente. «Ecco l'uomo-lupo, amici!», la sentii gorgheggiare. Si levarono alcune risatine comprensive. Quando fui nell'atrio recuperai il mio soprabito e uscii, insalutato ospite. Questo accadeva ieri sera. Adesso sono seduto nel mio studio, e aperto davanti a me c'è il giornale che ho comprato stamattina. In prima pagina campeggia questo titolo: STRAGE AL COCKTAIL PARTY Quattro ospiti strangolati in casa del senatore Wurther LA POLIZIA RICERCA L'UOMO-BESTIA Non ho ancora avuto la forza di leggere il resto dell'articolo. LA MALEDIZIONE DELLA STREGA The Wolf-Girl Of Josselin di Arlton Eadie Weird Tales, agosto 1938 «L'arte è eterna, ma la vita è breve, e io sono affamato come il proverbiale lupo. Se avevi intenzione di restartene appollaiato su quella nuda collina, avrei provveduto a procurarci una tenda o qualcosa del genere per accamparci quassù per il resto dei nostri giorni!» Il mio sarcasmo fu del tutto sprecato poiché era diretto a orecchie che per il momento si rifiutavano di ascoltare: Alan Grantham non si prese neppure il disturbo di guardare nella mia direzione. Se ne stava seduto, figura indistinta in mezzo alle felci, chino sul suo cavalletto, dimentico di ogni cosa al mondo tranne le meravigliose tonalità del tramonto prolungato che lui stava eternando sulla tela davanti a sé, con tocchi febbrili e magistrali del suo pennello. Ora, l'entusiasmo artistico è certamente un'ottima cosa, sotto molti punti di vista, e io stesso mi lascio spesso prendere dal fervore dell'arte, a tempo debito, ma non sono certo il tipo da farsi incantare dalla bellezza di un tramonto, dopo una lunga e snervante giornata all'aria aperta. Anche un giovane pittore di paesaggi ha bisogno di nutrirsi, di tanto in tanto, e io ero affamato quanto stanco. Alan e io eravamo sulla via del ritorno, diretti alla piccola locanda dove avevamo preso alloggio, quando il mio amico aveva visto le tre torri del
tetto a cono del lontano Château de Josselin che si stagliavano nel giallo e nel cremisi del sole morente. Niente aveva potuto trattenerlo dal tirar fuori armi e bagagli e buttar giù uno schizzo della scena che l'aveva colpito. Credendo che si sarebbe accontentato di abbozzare semplicemente un'impressione di luce con poche pennellate, avevo acconsentito a fermarci. Ma quando le vivide sfumature del tramonto si erano fatte più intense, Alan si era lasciato prendere dall'entusiasmo. Lo schizzo era diventato sempre più elaborato, e io ero diventato sempre più affamato e impaziente di scoprire che cosa ci aveva preparato per cena la nostra brava locandiera. Inoltre, mancavano perlomeno cinque chilometri per arrivare alla locanda, e i viottoli fangosi di campagna non erano troppo piacevoli da percorrere al buio. Stavo dunque per esplodere, quando svuotai la pipa contro la pietra su cui ero rimasto seduto, e mi alzai in piedi deciso ad andarmene. «Tu vieni a casa?», borbottai con una voce che risvegliò l'eco delle colline circostanti. Stavolta Alan si degnò di guardarsi intorno. «Fra un minuto», rispose. «Ho quasi finito.» «Non dirmelo!», esclamai, sarcastico. «Ma ti prego, non rovinare il tuo prezioso quadro per colpa mia! Perché non aspettiamo ancora qualche minuto? Così potrai immortalare la luna e qualche stella, e far passare il tuo meraviglioso dipinto per un "notturno".» Il mio amico troncò ogni ulteriore osservazione da parte mia asciugando tavolozza e pennelli, e gettando il tutto nella cassetta dei colori. In pochi secondi mi aveva raggiunto sulla stradina di campagna, reggendo in mano la tela ancora umida. «Non rimpiangerai di avermi aspettato, quando avrai ammirato questo quadro», annunciò Alan ridendo compiaciuto, e sollevando la tela per farmela vedere. «Ammirerò il tuo capolavoro alla luce del giorno», tagliai corto. «Dal momento che non sono un gatto o un gufo e neppure una talpa, non possiedo il dono di vedere al buio. E questo mi ricorda che avremo bisogno di tutte le nostre capacità visive per trovare la via del ritorno a Josselin. La serata minaccia di diventare nera come le fauci di un lupo, quando l'ultimo guizzo del tuo magnifico tramonto sarà svanito. Sarà meglio che ci sbrighiamo, altrimenti Madame Boussac manderà fra le colline una squadra di soccorso, pensando che siamo stati rapiti dall'Ankou, la divinità della morte che, secondo la leggenda popolare, vaga sulle colline e le foreste, durante
la notte.» «Oppure che siamo stati divorati da un branco di demoni», suggerì Alan con un sorriso. La frase aveva un suono sinistro, poiché non avevo mai sentito parlare di demoni che divorano i cristiani. Chiesi ad Alan che cosa significasse, ma lui scosse la testa. «Oh, si tratta di una delle numerose superstizioni del luogo», spiegò scrollando le spalle. «I contadini bretoni appartengono a una delle popolazioni più superstiziose d'Europa e la leggenda del demonio divoratore costituisce una fra le loro storie preferite. Ho ascoltato certi vecchi che ne parlavano seduti attorno al fuoco, nella sala comune della locanda. Sono riuscito ad afferrare solo qualche parola qua e là, perché parlavano in dialetto bretone; ma ciò che ho potuto capire aveva un significato vagamente lugubre, sebbene fossero tutte sciocchezze, naturalmente. Se la gente di qui credesse la decima parte delle leggende del loro folklore, be', penso che dovrebbe vivere in costante stato di terrore, soprattutto dopo il cader delle tenebre!» «I bretoni sono onesti e gentili», affermai, spinto da un senso di giustizia. «Anche se la loro mentalità è come dire... rozza, violenta, un poco primitiva.» «In questo hai maledettamente ragione», convenne Alan, assolutamente convinto. «Infatti, a dispetto della loro provata cristianità, i nativi della Bretagna sono pagani fino alle ossa. Hanno chiese e santuari, è vero, ma hanno anche preistorici "dolmen" e megaliti druidi, rozzi massi di pietra informe intorno ai quali talvolta si tengono riti paurosi, nelle notti di luna piena, mentre il prete della parrocchia russa beatamente nel suo letto. Tutte le loro superstizioni e i loro culti sono essenzialmente pagani, e alcuni risalgono a epoche antecedenti le prime forme di civiltà. La loro fervente credenza nei terribili loup-garou o Lupi Mannari, è un'altra espressione della licantropia degli antichi greci. È curioso, fra l'altro, come sia diffusa questa particolare tradizione. La si ritrova in Norvegia, in Russia, in Francia, in Baviera e in tutta l'Europa, si può dire, senza contare che esistono alcune varianti della leggenda perfino in Asia, in India, in Africa e nel Sudamerica. Considerando l'universalità di tale credenza, secondo cui gli esseri umani sono capaci di assumere le forme di animali feroci, si sarebbe tentati di credere che potrebbe esservi un fondo di verità.»
«Che cos'è quello?», gridai, fermandomi improvvisamente e indicando un punto con il braccio teso. In quello stesso punto, la strada proseguiva attraverso una fitta foresta di abeti torreggianti. Sopra le nostre teste, da ogni parte, s'intrecciavano grossi rami e pesante fogliame, chiudendo fuori il debole chiarore che ancora si attardava nel cielo incupito dalle ombre della sera, cosicché il nostro sentiero sembrava un nastro grigio circondato da un mare di ombre impenetrabili. Nel muro di nero fogliame che si ergeva a sinistra della strada, a una distanza di pochi passi dal punto in cui eravamo, avevo visto qualcosa... forse due occhi che brillavano di una luce rossastra: occhi tremendi, non umani, che potevano appartenere soltanto a qualche animale feroce in cerca di preda. «Guarda... quegli occhi!», esclamai con voce eccitata, afferrando il braccio del mio compagno. «Dove?», domandò Alan, guardando dappertutto, tranne che nella direzione giusta. «Laggiù.» Ma, mentre parlavo, i due punti luminosi si oscurarono improvvisamente. Alan Grantham si girò e mi lanciò un'occhiata strana. «Mio caro ragazzo, tu stai sognando! Non riesco a vedere niente che abbia la minima rassomiglianza con degli occhi. Forse stai pensando così intensamente alla tua cena, che ti gira la testa. Sei sicuro che erano due occhi, quelli che hai visto, e non due frittelle di mele?» La sua risata ironica risuonò allegra e fragorosa; ma nell'attimo successivo si spense come una trasmissione radiofonica interrotta di colpo. «Santo cielo!», esclamò, senza fiato. Una pallida ombra grigia era emersa dai cespugli del sottobosco che costeggiavano la strada e stava attraversando lentamente, di traverso, dirigendosi verso le ombre, dall'altra parte. Il colore neutro della creatura si fondeva così completamente con la superficie del suolo, che era difficile distinguere la sua forma reale, nella fioca luce del crepuscolo. Avevamo l'impressione, più che vederla, di scorgere una forma lunga e snella, con un muso appuntito e le orecchie ritte. Nessuno dei due parlò finché la «cosa» non ebbe attraversato la strada a passi silenziosi e ritmati, per scomparire fra i cespugli, dalla parte opposta. «È solo un cane», mormorò Alan, con una voce in cui affiorava un so-
spiro di sollievo. «Accidenti, mi sono preso una bella paura!» Lasciai cadere l'osservazione senza fare commenti, sebbene avessi i miei dubbi riguardo la sua affermazione. La fugace visione della creatura misteriosa mi aveva riportato alla mente ricordi spiacevoli sulla frequenza con cui i lupi ricorrevano nelle leggende folkloristiche della zona. «Sicuro, era un grosso cane alsaziano», ripeté il mio amico. «Dev'essere scappato da qualche fattoria poco lontana.» Sapevo perfettamente che non c'era una sola fattoria o un cottage più vicino del villaggio di Josselin, a circa cinque chilometri di distanza, ma non avevo nessuna voglia di discutere. «Andiamo avanti», suggerii. «Pensi sempre alla tua cena?», rise Alan. Aveva torto. La prospettiva di gustarmi la cena, ormai ritardata, aveva preso improvvisamente il secondo posto nei miei pensieri, per colpa della spiacevole apprensione suscitata dalla misteriosa apparizione fra i cespugli. Temevo infatti che la «cosa» avesse tutte le buone intenzioni di fare di me la «sua» cena! Ero pronto a scommettere che non si trattava di un cane. E, se era un lupo, ebbene, avevo sentito dire che i lupi solitamente inseguivano la loro preda a branchi, e se le mie supposizioni erano fondate, fra non molto Alan e io avremmo avuto una convincente conferma del fatto. Fino a quella sera, una delle maggiori attrazioni della Bretagna consisteva nel fatto che la maggioranza delle sue città e villaggi erano disertati dai turisti. Josselin, per esempio, il villaggio di cui avevamo fatto il nostro quartier generale, non vantava neppure un collegamento ferroviario a binario singolo con il mondo esterno, ed era veramente insolito vedere un forestiero passeggiare lungo le sue strade pavimentate di pietra. In quel momento, tuttavia, non mi avrebbe dato fastidio vedere una fila di carrozze della «Cook» rumoreggiare nei paraggi; invece, a eccezione di noi due, sulla strada non si vedeva anima viva. Ed era probabile che nessuno apparisse all'orizzonte, poiché il viottolo non portava in nessun posto, ma si perdeva sulla cima di una collina vicina, sulla quale si ergeva un gigantesco megalito chiamato la Tomba del Diavolo. Avevamo percorso circa un quarto di miglio in direzione del villaggio, e io cominciavo a sperare che i miei timori fossero infondati, quando l'eco di un lungo ululato, proveniente dal fitto della foresta, ci spinse ad accelerare il passo. «A quanto pare, il tuo cagnolino deve avere un amico a portata di mano!», osservai, rivolgendo al mio compagno un sorriso privo d'allegria.
«Anzi, numerosi amici, direi», soggiunsi, mentre al primo ululato ne rispondevano altri. Molti altri, da varie direzioni. «Forse sta dicendo ai suoi fratelli e sorelle canini di correr qui a farsi fare una carezza sulla schiena da due artisti sorpresi dalle tenebre!» «Non parlare a quel modo!», si lagnò Alan. «A sentirti, uno penserebbe che non credi che "sono" cani!» «Francamente, non ci credo», risposi bruscamente. «Certo che sono cani», ribatté lui con voce impaziente. «Anche i cani ululano qualche volta, non lo sai?» «Sì. Qualche volta. Ma i lupi ululano sempre, specialmente quando chiamano a raccolta il branco per inseguire una preda.» «E che immagini che stiano inseguendo?», sogghignò lui. «Oh», risposi con aria feroce, «non so quel che intendi fare tu, ma io ho intenzione di correre a gambe levate verso il villaggio. Ti dirò di più: ho intenzione di scaraventare cavalletto e scatola dei colori, qui, nel fossato, per correre più veloce.» Alan scosse la testa ostinato, borbottando: «Accidenti! Mettersi a correre per pochi cagnacci bastardi!». Non ebbe il tempo di aggiungere altro, perché in quello stesso istante un pandemonio di ululati e di grida rabbiose si levò dietro di noi. Da oltre la curva della strada, avanzava un branco di una dozzina di lupi. La caccia era aperta e la preda eravamo noi! Venivano avanti con il muso abbassato sul sentiero che avevamo appena attraversato. I loro occhi mandavano un bagliore rossastro al riflesso della luna nascente, e i loro corpi lunghi e snelli si tendevano con agili balzi sul terreno, a una velocità sorprendente. Mi sentii cadere il cuore, quando mi girai e notai la rapidità con cui avanzavano. Anche se ci fossimo messi a correre come un treno direttissimo, non avremmo mai potuto distanziare quell'orda a quattro zampe che procedeva compatta e rapidissima. «No, non serve a mettersi a correre», osservai. «Non faremmo che perdere le nostre forze inutilmente. Se potessimo trovare un albero...» Mi guardai intorno nella speranza di scorgerne uno su cui arrampicarsi, ma invano. I tronchi alti e diritti non offrivano il minimo appiglio, e i rami che si protendevano verso l'alto erano decisamente fuori portata. Tuttavia, se avessimo potuto appoggiare la schiena contro qualcosa di solido, forse saremmo stati in grado di opporre una qualche resistenza al branco assalitore. Un grosso tronco d'albero, una pietra, un masso...
I miei occhi, nel frugare il versante della collina in un'ultima, disperata ricerca, si posarono sui contorni di qualcosa che mandava un pallido riflesso grigio sotto il chiarore della luna. Era il monumento che coronava la cima della collina, il masso solitario di pietra informe conosciuto come «La Tomba del Diavolo». Se soltanto fossimo riusciti a raggiungere quel masso e arrampicarci sulla cima, forse saremmo riusciti a tenere a bada i lupi fin quando l'alba non li avesse ricacciati nelle loro tane, in mezzo ai boschi. «Lassù, lassù!», gridai al mio amico indicandogli il masso, e cominciando ad arrampicarsi su per il pendio. «La "Tomba del Diavolo"! È la nostra unica speranza di salvezza!» Seguì allora una scalata da incubo, fra i rovi e le felci, sui sassi scivolosi e ricoperti di muschio, sulla ghiaia che ci faceva sdrucciolare a ogni passo. Non esisteva niente che somigliasse pur vagamente a un sentiero, e in qualsiasi momento avremmo potuto trovarci il cammino sbarrato da qualche invalicabile muro di roccia. Non osavo fermarmi per guardare indietro, ma sentivo il coro dei sordi brontolii e degli ululati in sordina che partivano dal branco delle belve, man mano che ci allontanavamo dalla strada per arrampicarci sulla collina. Eppure, sebbene ormai fossimo perfettamente in vista, i lupi non puntavano verso di noi seguendo la via più breve. Secondo l'istinto tramandato di generazione in generazione, la loro tattica era la solita adottata da un branco. Guidati dall'odore, più che dalla vista, seguirono le nostre tracce fino al punto in cui avevamo lasciato la strada, prima di cominciare a galoppare su per la collina, dietro di noi. Buon per noi che seguirono la via più lunga. Se l'intelligenza di un lupo fosse stata in grado di comprendere la verità del dodicesimo teorema di Euclide, e cioè che la somma dei due lati di un triangolo è maggiore del terzo, di certo i nostri assalitori ci avrebbero tagliato la ritirata. Ma anche così la nostra fuga sembrava destinata a concludersi disastrosamente. Solo una dozzina di metri ci separava ormai dall'avanguardia del branco, quando scavalcammo l'ultimo cespuglio con un balzo e cominciammo a correre sullo spiazzo che circondava le antiche colonne di pietra. Con un senso di sollievo che rasentava l'esultanza, notai che i fianchi del monolito, screpolati e corrosi dal tempo, sebbene ripidi, presentavano alcune fenditure che ci avrebbero permesso di appoggiare i piedi per arrampicarci fino alla sommità dove, per un certo tempo, saremmo rimasti al sicuro.
«Ancora uno sforzo», ansimai. «Evviva! Per il momento le belve resteranno senza cena!» Ma il mio grido di trionfo si smorzò quasi subito in un gemito di spavento. Un altro lupo, di proporzioni enormi, era emerso dall'ombra della «Tomba del Diavolo» e avanzava diritto diritto verso di noi! Anche in quell'istante di stupore inorridito, rimasi colpito dallo splendido aspetto della bestia, sebbene avrei preferito ammirare le sue forme perfette dietro una gabbia di ferro. L'animale era indubbiamente di dimensioni assai più notevoli di quanto avrei immaginato potesse essere un lupo, tuttavia non era solo il corpo che suscitava la mia ammirazione; il suo pelo era morbido e lucido, i muscoli scattanti e ben delineati, e nei suoi occhi brillava un'espressione d'intelligenza quasi umana. A differenza del branco di belve affamate e ripugnanti che ci stavano alle calcagna, l'enorme creatura spiccava come un damerino immacolato in mezzo a un gruppo di straccioni vagabondi. Tutto ciò mi passò per la mente nella frazione del tempo che avrei impiegato a raccontarlo. Mi accorsi allora che era il momomento di agire con prontezza, sebbene apparisse piuttosto difficile decidere con precisione che cosa potevo fare. L'unico oggetto in mio possesso che somigliava vagamente a un'arma era un coltello con una corta lama pieghevole, d'acciaio, che di solito usavo per grattar via i colori dalla tavolozza. Aveva la punta così larga e piatta che per abitudine lo tenevo in tasca, senza piegare la lama: comunque, era sempre meglio delle mani nude, per lo scontro che ormai sembrava inevitabile. Levai il coltello dalla tasca e ripresi a correre, avvolgendo intorno alla mano destra la sciarpa che portavo al collo, per proteggermi dalle zanne della belva che avanzava verso di noi. Poi, con il coraggio della disperazione, mi lanciai contro il lupo che si ergeva fra noi e il nostro rifugio di pietra. Con mia immensa sorpresa, la belva balzò di fianco per evitarci, lasciando libero il sentiero verso la cima del mausoleo di pietra. Continuammo a salire correndo, non osando credere nella nostra buona sorte. Dopo alcuni momenti giungemmo in cima all'antico sepolcro, dove esausti e ansanti ci lasciammo cadere a terra, tre metri e mezzo sopra il branco dei lupi che ululavano e ringhiavano la loro rabbia feroce. Fu allora che si verificò il fatto più sorprendente di quella sera movimentata. Il lupo solitario, invece di unirsi agli altri nei loro tentativi di scalare la roccia, sferrò un improvviso assalto contro il resto del branco. Ac-
covacciandosi sulle cosce, il pelo ritto sul collo, le zanne scoperte, tese improvvisamente il magnifico corpo e, con un brontolio cupo e minaccioso, si lanciò nel mezzo degli assalitori. Trattenni il respiro, aspettandomi di vedere il coraggioso animale dilaniato e sventrato davanti ai miei occhi. Erano dodici contro uno, una situazione disperata anche per un animale coraggioso come il grosso lupo. Pure, la furia del suo attacco parve seminare il terrore fra gli altri. Per alcuni secondi ebbi la confusa visione di un vortice di corpi avvinghiati e di fauci spalancate; poi, con un urlo simultaneo di terrore, l'intero branco abbassò la coda fra le gambe e i lupi corsero come impazziti a rifugiarsi fra gli alberi, seguiti da vicino dal solitario ma imbattibile campione che li aveva messi in fuga. Uno scoppio di risa convulse ci uscì dalle labbra quando inseguitore e inseguiti scomparvero nel fitto della boscaglia. «Ebbene, Fratello Lupo ci ha reso un grosso servizio, stavolta», osservò Alan con una risata che risuonò vagamente stridula. «Perché immagino che fosse un lupo, no?», soggiunse, lanciandomi un'occhiata dubbiosa. «E che altro, se no?», ribattei, stringendomi nelle spalle. «Sembrava troppo intelligente, troppo civilizzato, oserei dire. Quasi avesse compreso la nostra posizione e il pericolo che correvamo alla prima occhiata, e volesse fare il possibile per aiutarci. Ora, se si fosse trattato di un cane, potrei capire una simile dimostrazione di intelligenza e d'amicizia per l'uomo, ma... buon Dio, e quella chi è?» Seguendo la direzione del suo sguardo allibito, osservai qualcosa che a mia volta mi fece allibire. Nel punto in cui il branco di lupi era svanito nella foresta solo pochi minuti prima, si stagliava la figura di una ragazza alta e snella. Credevo che gli avvenimenti della serata avessero ormai esaurito ogni mia capacità d'emozione, ma ora sentivo drizzarmi i capelli in testa per l'orrore, rendendomi conto che la ragazza in mezzo alla radura correva il pericolo di venire dilaniata e divorata. «Se i lupi hanno fiutato il suo odore...», cercai di dire. «Lei non sa quale pericolo corre!», gridò Alan, cominciando a scendere dalla roccia. «Dobbiamo avvertirla. Vieni: tu sai parlare il patois bretone meglio di me.» Contro ogni mia inclinazione e ogni espressione di buonsenso, mi ritrovai a ridiscendere il masso di roccia che avevo salito con un senso di gratitudine solo qualche minuto prima. Alan scoppiò a ridere, quando notò la
riluttanza dei miei movimenti. «Non aver paura», disse in tono scherzoso. «Non c'è un solo lupo in vista, e spero proprio che tu non sia tanto timido da temere di presentarti a una bella ragazza.» «Ma che diavolo ci fa una bella ragazza in mezzo ai boschi a quest'ora di notte?», borbottai, mentre toccavo il suolo. «È quanto ho intenzione di chiederle. Guardala!», mormorò sottovoce. «Che modella perfetta per una ninfa dei boschi!» Credo di aver provato qualcosa di più di un interesse puramente artistico, quando osservai attentamente la ragazza che si avvicinava. E quando le fummo di fronte, nel chiarore della luna, sentii mozzarmi il fiato. Il livello generale di bellezza fra i nativi della Bretagna è piuttosto elevato, ma la ragazza che ci stava davanti, eretta e immobile, era il simbolo della perfezione. I suoi lineamenti... come posso descrivere ciò che trascende ogni descrizione? Le parole diventano futili e prive di significato, se pronunciate per descrivere la radiosa creatura che era emersa davanti a noi nel mistero della notte. La sua bellezza sembrava ultraterrena: i capelli biondi le cadevano in una profusione di riccioli sulla fronte e sul collo, la pelle abbronzata dal vento e dal sole aveva riflessi di seta. L'abitino di cotone da pochi soldi che indossava poteva apparire uno straccetto addosso a un'altra, ma portato da lei sembrava un abito di gran classe. Le gambe lunghe e affusolate erano nude fino al ginocchio; i piccoli piedi non calzavano neppure i sabots di legno che solitamente portano anche le più povere contadine della regione. Somigliava più a una driade dei boschi che a una ragazza di campagna. Per una ragione che non volli appurare (ma forse era il ricordo delle mie recenti paure) la sua calma m'irritò non poco. «Che cosa fate qui?», gridai, sfoggiando il mio zoppicante dialetto bretone. «Non lo sapete che ci sono i lupi, qua intorno?» Con mia grande sorpresa, lei rispose nel più puro francese. «Certo, M'sieur, che ci sono i lupi. Li ho appena...», esitò un secondo, poi concluse: «Li ho appena sentiti ululare. E voi, non vi sarete certo arrampicati sulla Tomba del Diavolo per ammirare il panorama, hein?». La sua calma m'impressionò. Conclusi che la ragazza doveva essere molto coraggiosa o molto stupida. Eppure sembrava in possesso di tutte le sue facoltà mentali, al punto da dar l'impressione di prendersi gioco di noi. Stavo per ribattere qualcosa, che se non altro mi avrebbe ridato un atteggiamento dignitoso, quando Alan mi prevenne.
«Voi parlate francese!», esclamò il mio amico con una gaia risata. «Magnifico! Temevo di rimanere escluso dalla conversazione. Non avete avuto una fifa tremenda quando i lupi vi sono sfrecciati davanti per rifugiarsi fra quegli alberi laggiù?» La ragazza scosse la testa con gesto orgoglioso, quasi fiero. «Non avevo affatto paura, per me.» Alan Grantham sorrise. «Ma almeno, vi sarete sentita un po' nervosa, no? Siete stata molto gentile a fermarvi per vedere se eravamo salvi, ma non vi sembra che il vostro atteggiamento possa apparire un po' illogico? Eravamo sulla cima della roccia, capite, mentre voi eravate quaggiù, alla mercé di quelle belve. C'era un grosso lupo, in particolare, che ha messo in fuga gli altri, trascinandoli lontano dal masso. Forse l'avete visto: un bellissimo animale!» «Credete?», disse la ragazza con un rapido sorriso, quasi il complimento fosse rivolto a lei. «Sì, conosco l'animale di cui parlate, ma non ho paura di lui, mais non! A me non farà del male, e neppure a voi.» «A quanto pare, avete una certa confidenza con i lupi», osservai con una smorfia. «Forse siete in grado di dirci anche a chi farà del male e a chi no, quella grossa bestiaccia?» La ragazza sollevò le spalle con un gesto indifferente. «Calmez-vous, M'sieur. Lo so perché lo so, ecco tutto. Ci sono lupi e lupi», spiegò, mentre le labbra rosse si aprivano sui denti bianchissimi che brillarono al riflesso della luna. «Esattamente come ci sono uomini e uomini.» Tacque un attimo, poi concluse: «E ci sono donne e donne, alcune pericolose, altre no; alcune desiderose di fare del bene, altre che invece vogliono solo distruggere». S'interruppe bruscamente e, voltandoci le spalle soggiunse: «Andiamo, è molto tardi, vi mostrerò una scorciatoria attraverso i boschi per ritornare a Josselin». «Attraverso i boschi!», ripeté Alan, spaventato. «Ma i lupi...» Lei si girò, con un improvviso gesto d'impazienza. «Non vi ho forse detto che non vi faranno alcun male?», disse, fissando con i grandi occhi scuri il viso del mio amico. «Il branco, a quest'ora, è ormai lontano chilometri e chilometri.» «Ma il grosso lupo grigio?», insisté Alan, con voce sommessa. La ragazza abbassò gli occhi e lasciò cadere la domanda, voltando la testa, in modo che non le si vedesse il volto. «Venite sì o no?», domandò da sopra la spalla. «Non ho nessuna intenzione di lasciarvi andare in mezzo a questi boschi
da sola!», dichiarò il mio amico in tono solenne. «Allons! Andiamo, dunque.» Infilò il braccio sotto quello di Alan con la stessa disinvoltura con cui un gatto salta in grembo a chiunque sia disposto a carezzarlo, e insieme presero a camminare attraverso lo spiazzo, verso i boschi. Li seguii in condizioni di spirito che non erano del tutto serene. Tutta quella faccenda era troppo misteriosa, per i miei gusti. Sorrisi ferocemente fra me e intanto mi chiedevo se il mio amico dal cuor leggero sarebbe stato altrettanto felice di affidarsi alla sua guida, se la ragazza sconosciuta fosse stata una strega senza denti, con una faccia simile a una noce secca. Giungemmo in vista del villaggio di Josselin senza ulteriori incidenti. I lupi sembravano essersi volatilizzati, come se non fossero mai esistiti sulla faccia della terra. Il silenzio di morte della grande foresta era interrotto solamente dallo scricchiolio dei nostri piedi sulle foglie secche e sugli aghi di pino che coprivano il sentiero. Alan e la sconosciuta aprivano il cammino, chiacchierando in tono gaio e senza posa. Non ho la più pallida idea di quale sia stato l'argomento di quella conversazione, ma suppongo che non abbiano parlato di politica. Io non ascoltavo. Avevo altre cose da pensare, mentre chiudevo la retroguardia, gli occhi che frugavano fra le ombre per captare il primo segnale della presenza di un lupo. Non riuscivo a convincermi che saremmo ritornati alla locanda senza altri incontri spiacevoli, finché non vidi le torri dell'antico Chàteau de Josselin, che parevano ammiccare poco lontano. La nostra misericordiosa guida ci lasciò all'ingresso del villaggio, un fatto questo, di cui le fui profondamente grato, poiché non ero dell'umore più adatto per cercare di spiegare alla nostra ciarliera ostessa cose che io stesso stentavo a credere. Notai, tuttavia, che la ragazza si congedò con un allegro au-revoir ad Alan, mentre a me rivolse solo un freddo e formale bon soir. «Hai intenzione di rivederla presto, la tua Demoiselle?», domandai al mio amico, quando fummo nella nostra camera, senza aver dovuto fornire troppe spiegazioni alla padrona della locanda. Alan annuì, mentre un leggero rossore gli saliva al viso dai bei lineamenti. «Domani», confessò. «Ehi, dico, non è meravigliosa?» «Sicuro, è meravigliosa», convenni piuttosto seccamente. «Ma si può sapere chi è?» «Si chiama Corinne e vive qui, nel villaggio.»
«Bella spiegazione! Ma che accidenti stava facendo, sola in quel bosco?» Alan scoppiò a ridere. «Non lo so, e non me ne importa. Ringrazio solo la mia buona stella che lei fosse laggiù in quel momento.» «Altrimenti potresti esser morto, eh?», insinuai. «No», ribatté lui scuotendo la testa, con un sorriso che tradiva i suoi pensieri. «Altrimenti non avrei mai conosciuto Corinne.» Pronunciò il nome della ragazza con un tono di voce che non ammetteva repliche. Vedendo perciò che il mio giovane amico soffriva di un attacco d'amore a prima vista, feci l'unica cosa che mi restava da fare: mi girai dall'altra parte e mi misi a dormire. Il mattino dopo, recuperai la mia cassetta dei colori dal fosso in cui l'avevo lasciata cadere durante la fuga della sera prima e mi rimisi al lavoro. Ma Alan, evidentemente, aveva altri pesci da pescare. È vero che cercò di lavorare qualche minuto, con aria alquanto svogliata, ma la maggior parte del suo tempo fu assorbita dall'affascinante ragazza che non aveva paura dei lupi. Non occorre molto tempo perché una notizia si diffonda in un posto tranquillo e fuori del mondo come Josselin: dopo una settimana, la relazione sentimentale del giovane artista inglese era diventata la favola del paese. E se mai è esistito un uomo innamorato cotto, quello era Alan Grantham. Rimasi scarsamente sorpreso, perciò, quando, dieci giorni dopo la nostra avventura notturna, il mio amico annunciò il suo prossimo matrimonio e mi pregò di fargli da testimone. In Bretagna, non c'è bisogno di mandare inviti alle nozze. Il notaio redige il contratto di matrimonio, annuncia la lieta novella e gli abitanti del villaggio accorrono in massa per augurare agli sposi lunga felicità, e per mangiare e bere tutto ciò che la giovane coppia può offrire alla popolazione. Il numero degli ospiti che si invitano, perciò, dipende più o meno dalle possibilità degli sposi. Confesso che ero piuttosto curioso di vedere quanta gente si sarebbe fatta invitare in occasione di quella particolare ricorrenza, anche perché, non so per quale ragione, avevo la vaga impressione che la bella Corinne non fosse molto popolare, nel villaggio. Gli altri giovani, infatti, l'evitavano apertamente. I contadini bretoni probabilmente si comportano come tutti gli altri nella propria cerchia familiare, ma con gli estranei, in particolare con i forestieri
come noi, sono taciturni e diffidenti. L'individuo più garrulo e loquace di Josselin era, cosa abbastanza strana, l'unico uomo che secondo la logica avrebbe dovuto tenere a freno la lingua. Si trattava infatti di un funzionario governativo, il pubblico notaio, l'uomo che, con la possibile eccezione del parroco del villaggio, sapeva tutto sulle storie di famiglia e gli affari privati di coloro che lo circondavano. Nicolas Didier era, naturalmente, un uomo di una certa educazione e perfino di una certa cultura, anche se superficiale. In gioventù, e di questo si era fatto premura d'informarmi subito dopo la nostra conoscenza, aveva studiato legge a Parigi; da alcune osservazioni casuali che il notaio lasciava cadere di tanto in tanto, avevo l'impressione che si considerasse un tantino superiore agli abitanti del villaggio, e questa era probabilmente la ragione per cui cercava sempre la compagnia di Alan e la mia, ogni volta che riusciva a trovare un pretesto. Ero giunto così alla conclusione che il signor Didier fosse un uomo di una certa cultura, il quale era stato destinato a un impiego governativo insignificante ma sicuro, in un ambiente che lui trovava particolarmente tedioso. La sera prima del matrimonio, Didier venne a trovarmi alla locanda, per avere alcuni particolari sul conto dello sposo che si dovevano trascrivere sul contratto di matrimonio. Alan, come al solito, era fuori, ma io fui in grado di fornirgli le informazioni necessarie. Sistemata la faccenda, il vecchio notaio non mostrò alcuna fretta di congedarsi. Rimase seduto a parlare del più e del meno, lanciando di tanto in tanto occhiate furtive alla credenza sulla quale erano in mostra numerose bottiglie che Alan aveva preparato per i prossimi festeggiamenti. Accolsi la sua domanda inespressa e stappai una bottiglia di vecchio vino. «Beviamoci un buon bicchiere di vino in onore della coppia felice», proposi. Gli versai una dose generosa. Lui si scolò il vino con evidente soddisfazione, aggiungendovi un discorsetto che evidentemente teneva in serbo per occasioni simili. «Non ho l'abitudine di indulgere all'alcool, Monsieur», si schermì il vecchio. «Ma in questa occasione così propizia...» Continuò a rigirare il bicchiere fra le dita sottili, guardando con aria sognante la bottiglia. Ora, quando un individuo insiste nel puntualizzare la propria estrema moderazione, di solito significa che è particolarmente disposto a bere la sua parte, e magari un po' di più.
«È un vero peccato rimettere il tappo a un vino così buono», osservai, prendendo la bottiglia. «Fatemi l'onore di gustare un altro bicchiere, vi prego.» «L'onore è tutto mio, M'sieur», mi rassicurò il vecchio notaio, mentre un leggero rossore gli copriva i lineamenti che ricordavano la pergamena. «E anche il villaggio di Josselin, ne sono certo, è onorato che il vostro stimato amico abbia scelto la sua consorte fra le ragazze del paese. Ma l'esimio Monsieur Grantham è uno straniero d'oltremare. Forse non conosce, e neppure ha sentito parlare delle nostre leggende e tradizioni. Non tutti avrebbero scelto la propria sposa fra le donne di Josselin!» Il suo atteggiamento e le sue parole mi costrinsero a guardarlo attentamente, oltre il tavolo illuminato dalla lampadina. Poi, spinto da un impulso improvviso, gli avvicinai la bottiglia ancora piena per tre quarti, con cordialità. «Servitevi, mon ami.» Come vidi che accoglieva l'invito con sorprendente rapidità, ripresi a parlare con voce indifferente. «Ah, sicché il vostro villaggio vanta delle leggende, hein?» Lui si affrettò a vuotare il bicchiere prima di rispondere. «Leggende?», ripeté con una voce sardonica densa di significato nascosto. «Ma foi! Altro che leggende, abbiamo! Strane cose sono accadute qui a Josselin, e non in un remoto passato, badate, ma di recente! Strane cose il cui significato è stato discusso da persone colte ed erudite, in solenne conclave; cose su cui eminenti professori hanno scritto interi libri, pesanti volumi, nel vano tentativo di scoprirne il significato. Ditemi, mon cher Monsieur, avete mai sentito parlare delle "Donne di Josselin che abbaiano"?» Nei più profondi recessi della mia memoria si agitò qualcosa. Sicuro, avevo sentito o letto quelle parole. Ma dove? E in quale occasione? Nel cervello mi ronzavano centinaia di dubbi inespressi e di sospetti formulati a metà, quando tornai a rivolgermi al vecchio avvocato. «Ditemi qualcosa di più riguardo a queste donne che abbaiano.» «Volete che vi racconti la leggenda, o la verità?», ribatté lui, socchiudendo gli occhi. «Cominciamo con la leggenda.» Maître Didier si riempì il bicchiere e si sistemò comodamente sulla sedia. «Benissimo, M'sieur. Come la maggior parte delle favole di questo genere, anche la nostra storia risale a molto tempo fa, direi a circa duecento anni fa, ma probabilmente nacque assai prima. C'era una volta (vi prego di
notare che comincia come tutte le fiabe del mondo) una mendicante che un giorno ebbe la ventura di passare per il villaggio di Josselin. Era vestita di stracci, affamata, sporca e scalza e, in un fagotto pure di stracci, reggeva un bambino, suo figlio.» «Chi era la donna?», domandai. Ma il vecchio notaio si strinse nelle spalle mingherline e allungò la mano per riprendere la bottiglia. «Una versione della leggenda dice che era una strega, una potente incantatrice; un'altra versione parla addirittura di un personaggio che potrebbe identificarsi con la Madre di Dio, e il suo bambino nel Figlio Divino. Potete credere all'una o all'altra, come preferite. Le donne del villaggio erano al fiume, come avrete notato ogni giorno, intente a lavare i panni. La mendicante le supplicò di darle un po' di cibo e un rifugio, mostrando loro i piedi sanguinanti e cercando di suscitare la loro compassione reggendo alto il figlioletto che moriva di fame. Ma le donne di Josselin la cacciarono via con parole amare e crudeli; certuni dicono che arrivarono perfino a sguinzagliare i cani contro la povera creatura indifesa. Sia come sia, la donna e il suo bimbo furono scacciati dal villaggio. Dapprima la sconosciuta se ne andò quasi umile e mansueta senza lagnarsi ma, quando passò davanti alla porta della chiesa, gettò per caso un'occhiata al viso del suo bambino, e si accorse di stringere fra le braccia un cadavere! Soltanto allora si girò verso le donne che l'avevano beffeggiata e scacciata. Depose il morticino sulla soglia della chiesa e avanzò verso di loro, gli occhi fiammeggianti d'odio attraverso le lacrime, le braccia sollevate in un gesto di minaccia furibonda. "Donne di Josselin!", gridò. "Sul corpicino del mio bambino morto, io vi lancio la mia maledizione: a voi, alle vostre figlie e alle figlie delle vostre figlie. Siate maledette fino alla decima generazione! Possa l'Altissimo misericordioso e pietoso mostrare verso di voi la stessa pietà e la stessa misericordia che voi avete mostrato per me. Come lupi feroci, ci avete negato il cibo, come cani arrabbiati, ci avete scacciati dalle vostre porte. Ebbene, donne di Josselin, voi diventerete cani e lupi davvero!" E, dopo aver scagliato la sua maledizione, la donna morì.» Il vecchio notaio s'interruppe e rimase immobile, fissando davanti a sé con gli occhi annebbiati, come se vedesse in un sogno la scena che aveva descritto con tanta vivezza. «Una triste storia», commentai. «Ma non è finita?» «No. Quella notte avvennero scene selvagge nelle strade di Josselin... suoni e rumori orribili, terribili, terrificanti, difficili da descrivere. Donne e
ragazze corsero fuori dalle loro case, strappandosi di dosso gli abiti con frenetico abbandono, abbaiando come cani e ululando come lupi! E tali erano, non solo nell'aspetto esteriore, ma anche nel loro intimo. Si precipitarono tutte insieme nelle case da cui erano appena uscite, mentre i loro uomini restavano troppo paralizzati dal terrore e dallo stupore per intervenire e, quando ne riemersero di nuovo, ogni donna-lupo stringeva fra le zanne arrossate di sangue un bimbo giovanissimo, il proprio o quello di un'altra, che aveva ghermito dalla culla o dal lettino con la ferocia e la mancanza di pietà tipiche della belva in cui si era trasformata. Ma, notate bene, furono trucidati solo i figli maschi. Le femmine vennero risparmiate affinché, giunte alla maturità, ereditassero la terribile maledizione che era stata scagliata su di loro e la trasmettessero alle loro discendenti, come hanno fatto fino a oggi. Questa, Monsieur, è la leggenda delle donne che abbaiano.» «Vi ringrazio di avermela raccontata con tanta chiarezza. E adesso volete dirmi qual è la "reale" verità della storia?» Sulle labbra sottili di Didier apparve un sorriso enigmatico, mentre tornava a riempirsi il bicchiere con l'ultimo contenuto della bottiglia. «La verità non è tanto facile da definire», riprese con tono grave. «Un fatto è certo, ed è che alcune contadine di questo villaggio, le discendenti delle donne che beffeggiarono e scacciarono la mendicante, in determinate stagioni sono afflitte da una misteriosa malattia, o calamità, o maledizione, chiamatela come volete. E qui abbandoniamo il regno della leggenda per avvicinarci a fatti concreti e incontrovertibili. Troverete riferimenti alle donne che abbaiano in numerose opere scientifiche. Emeriti scienziati e dotti studiosi hanno dedicato anni e anni allo studio del fenomeno, sebbene tutti abbiano tentato di trovare una soluzione che si adatti alle proprie teorie o alle proprie credenze. I teologi, per esempio, sono convinti che si tratti di una diretta visitazione di Dio. I medici sono egualmente convinti che i latrati e gli ululati siano causati da qualche oscura malattia ereditaria che produce movimenti spasmodici e contrazioni ai muscoli della gola. Gli psicologi avanzano la teoria che il fenomeno sia dovuto a qualche forma di autosuggestione o ipnotismo di massa. Gli antropologi affermano di trovare un parallelo, se non proprio una soluzione, nel totemismo delle razze selvagge e primitive, e seguono la credenza quasi universale secondo cui certi esseri umani sono capaci di trasformarsi in animali. La scienza, in breve, nel tentare di provare troppe cose, non prova niente. Vi ho elencato queste teorie contrastanti fra loro semplicemente per dimostrarvi che l'autenticità di questa terribile maledizione è sufficientemente attestata, al pun-
to da meritare la più seria considerazione da parte di studiosi che di solito non inseguono ombre né indagano nelle favole. Per quanto riguarda una soluzione, be', come uomini di buonsenso, non ci resta che accettare i fatti così come sono e spiegarli con il maggior discernimento possibile.» La mia mente ripensò al grande lupo grigio che vagava sulla Tomba del Diavolo, la creatura che era scomparsa nella foresta proprio nello stesso punto da cui, pochi momenti dopo, era emersa Corinne Lemerre, calma, fredda, senza mostrare il minimo segno di paura. E allora mi ci volle poco per convincermi che l'antica leggenda doveva avere un valido fondo di verità. Mi piegai in avanti e, posando la mano sulla spalla del vecchio notaio, dissi: «Sentite, mastro Didier, qual è la vostra teoria personale, riguardo la faccenda?». Sentii la spalla su cui poggiava la mia mano contrarsi leggermente. «Mère de Dieu! Se vi rivelassi i miei pensieri reconditi, voi pensereste che mi lascio andare alla più nera delle superstizioni, come un qualsiasi contadino ignorante. Io so soltanto che questa calamità, questa maledizione, se preferite chiamarla così, esiste tuttora fra noi. Ma la gente di Josselin non sbandiera pubblicamente la propria vergogna al mondo. Quando si avvicina il tempo della loro periodica trasformazione, le donne del villaggio si chiudono a chiave nelle loro stanze o vanno a nascondersi nel folto della foresta, dove nessun occhio umano vedrà l'orribile aspetto che assumeranno, dove nessun bimbo innocente correrà il rischio di essere dilaniato dalle loro zanne crudeli.» Nel folto della foresta! Le parole mi martellavano nel cervello con diabolica insistenza. Non era stato in mezzo ai boschi che avevamo incontrato Corinne Lemerre? Il mio sfortunato amico stava forse per prendere in moglie un magnifico Lupo Mannaro? Fra il turbinare dei miei pensieri, mi accorsi che il vecchio aveva ripreso a parlare. «Certainement, considerando il modo in cui il nostro terribile segreto è stato celato finora, non c'è da meravigliarsi se gli studiosi hanno potuto raccogliere esigui dati su cui basare le loro teorie», stava dicendo Didier. «Ecco perché stasera ho parlato con voi; voi, a vostra volta, potete avvertire il vostro amico.» «E convincerlo ad abbandonare mademoiselle Lemerre la vigilia del matrimonio?», gridai.
«Doucement, doucement», protestò il vecchio. «Calma, mio impetuoso amico. Io sono l'ultimo uomo al mondo che voglia suggerirvi di far nascere uno scandalo, rompendo la promessa di matrimonio. Inoltre, non c'è niente da temere, per il momento. Il vostro amico non corre il minimo pericolo, poiché i lupi di Josselin non attaccano e non divorano gli uomini adulti. Sarà più tardi, quando arriveranno i figli, che comincerà la tragedia. Ora non occorre che voi ripetiate le mie parole al vostro amico; passeranno parecchi mesi, anni forse. Ma se vi stanno a cuore la sua felicità, la sua serenità di spirito, il suo equilibrio mentale, il giorno in cui nascerà suo figlio, il suo erede, raccontategli la leggenda delle donne di Josselin.» Dopo che il vecchio se ne fu andato, rimasi seduto a lungo accanto ai tizzoni morenti del caminetto, fumando incessantemente e pensando intensamente, mentre attendevo il ritorno di Alan. La mia mente affondava nel dubbio e nell'indecisione. Un momento ero deciso a raccontare ogni cosa al mio caro amico; e, subito dopo, giuravo a me stesso che non una parola mi sarebbe uscita dalle labbra. Mi avrebbe creduto, se avessi parlato? E se anche avesse prestato fede alla mia fantastica storia, avrebbe avuto il coraggio di respingere la sua bellissima sposa, all'undicesima ora? E, soprattutto, avevo io il diritto di diffamare la reputazione di una ragazza giovane e bella, basandomi semplicemente sulla teoria campata in aria di un notaio misantropo che aveva sciolto la lingua grazie a una bottiglia di vino? Eppure, nel mio intimo, sapevo che la leggenda non era una semplice chimera. Ora che ero in possesso di un indizio, mi ritornavano alla mente numerosi episodi, insignificanti e privi di valore in sé, ma che confermavano i miei dubbi. Ecco, per esempio, gli abitanti del villaggio avevano perfino un nome particolare per definire le donne ammalate: aboyeuses, «abbaiatrici». Avevo sentito sussurrare quello strano termine perlomeno una dozzina di volte, sebbene prima non avesse alcun significato per me. Mi alzai in piedi e tirai indietro la pesante tenda della finestra; premetti la fronte bruciante sui vetri freddi e appannati, e guardai fuori, nella notte. C'era la luna piena, alta nel cielo senza nubi, che bagnava l'intera vallata del fiume di una luce d'argento. Oltre la riva del fiume, in fondo al villaggio, le tre torri dell'antico château si ergevano dalle acque lucenti, imponente monumento alla tirannia e al potere feudale. Più oltre, l'acqua del fiume si abbassava; intorno, piccoli banchi erbosi formavano da tempo immemorabile il lavatoio pubblico del villaggio. Era stato laggiù che la
mendicante senza casa aveva chiesto invano la carità. Nello spiazzo aperto, di fronte a me, c'era la chiesa dalla cui soglia la donna aveva scagliato la fatale maledizione. Con gli occhi della mente potevo vedere la figura affamata e macilenta, ritta in cima alla scalinata, che affrontava la folla delle donne urlanti come una furia vendicatrice, da sopra il cadaverino del figlio. Fu allora che compresi perché ora nessun mendicante chiedeva invano l'elemosina nelle strade di Josselin. Un leggero rumore sul marciapiede, immediatamente sotto la mia finestra, interruppe bruscamente il corso dei miei pensieri. Due persone stavano in piedi davanti alla porta della locanda e parlavano a voce bassa e intima. «Au revoir, ma chérie.» Era la voce di Alan, vibrante di profonda passione. «A domani!» «A domani», fu la risposta, sussurrata con voce così bassa che riuscivo appena a distinguere le parole. «Viens m'embrasser.» La voce di lei si smorzò in una risata soffocata; poi un bacio prolungato. Mi allontanai dalla finestra, sentendomi stringere il cuore. Come potevo parlare, ora? Come potevo privarli della loro felicità? Quella notte non riuscii a dormire. Il mattino dopo, erano sposati, uniti per sempre da un anello e dalla Bibbia. Anche la più calda e la più provata amicizia si affievolisce davanti al fuoco più intenso dell'amore. Ricevetti occasionali notizie da Alan durante la sua prolungata luna di miele in Italia, poi le sue lettere divennero sempre più brevi e arrivarono a intervalli sempre più lunghi, finché cessarono del tutto. Mi fermai ancora un poco a Josselin per dare gli ultimi ritocchi al quadro a cui stavo lavorando. Poi partii, spostandomi attraverso il Sud della Francia; varcai quindi la frontiera della Spagna, dirigendomi dove la mia fantasia e il richiamo dello scenario naturale mi conducevano. Nuove scene, nuovi interessi e nuove speranze e ambizioni fecero sì che a poco a poco il ricordo di Alan Grantham e della sua misteriosa sposa si allontanasse dalla mia mente. Sotto il cielo inondato di sole della Castiglia, arrivai quasi a sorridere dei miei precedenti timori dovuti alla tragica leggenda delle donne-bestie di Josselin. Fu due anni più tardi, mentre sedevo davanti a una piccola posada sovrastante le acque impetuose del Tago, vicino a Toledo, che il ricordo del passato riaffiorò e mi sommerse come un invisibile mare di gelo.
La grassa e sciatta padrona della locanda in cui alloggiavo mi consegnò una lettera che portava un francobollo inglese e numerosi indirizzi scritti a matita, che indicavano come la missiva mi avesse seguito di tappa in tappa per parecchie settimane. Il messaggio che vi era contenuto era breve ma denso di oscuro significato: In nome della nostra vecchia amicizia, vieni subito. Ho bisogno del tuo consiglio e del tuo aiuto, come mai mi è capitato prima d'ora. Non oso tentare di spiegarti, poiché potresti credere che mi ha dato di volta il cervello. Ma vieni, ti supplico, vieni presto! Sotto, c'era un post-scriptum scarabocchiato in fretta, che in realtà era più lungo del testo della lettera: Corinne gode perfetta salute e ti invia i suoi migliori saluti. Ha sopportato molto bene la nascita del nostro bambino e sta diventando più bella che mai. Il piccolo è un delizioso fagottino, vispo e allegro: ti piacerà. L'abbiamo chiamato con il tuo nome. Dovrei sentirmi l'uomo più felice del mondo, eppure sono tormentato da timori che mi appaiono anche più terribili perché così grotteschi. Vieni presto, in nome della nostra vecchia amicizia! Era un appello a cui non potevo restar sordo. Gettai un'occhiata al timbro postale: la lettera era stata imbucata quasi due settimane prima. Non ci vollero più di cinque minuti per fare i bagagli e pagare il conto. Attraversato il fiume, ebbi la fortuna di acchiappare al volo un treno che stava per partire dalla stazione di Toledo. Dovetti aspettare due ore a Madrid, ma il tempo perduto fu recuperato dalla rapidità del TransContinental-Express che mi portò a Parigi dove, nelle prime ore del mattino, salii su un treno in coincidenza per la costa. Trenta ore dopo aver ricevuto il messaggio, scendevo la passerella del vaporetto che fa servizio sulla Manica, e stringevo calorosamente la mano che mi aveva richiamato in Inghilterra. «Ho ricevuto il tuo telegramma da Parigi», spiegò Alan, quasi volesse giustificare la sua inaspettata presenza sulla passerella di sbarco. «Non so dirti quanto mi senta sollevato ora che sei qui.» Stavo per dirgli che la sua lettera aveva vagato per il mondo, prima di arrivare a me, ma lui tagliò corto con una fretta che mi parve eccessiva.
«Vieni». Afferrò la mia valigetta e, ignorando il treno in attesa, si diresse ai cancelli d'uscita. «Ho fuori la macchina. Mentre guido, possiamo parlare. La mia casa si trova nella contea vicina, a pochi chilometri dal confine con il Sussex. Ci si arriva più in fretta con la macchina che con i treni locali.» Il lussuoso aspetto della macchina che ci aspettava pareva indicare che, di qualsiasi natura fossero i guai di Alan, non erano certamente di carattere economico. Azzardai un vago accenno a questo proposito mentre lui metteva in moto, ma Alan quasi ignorò la mia osservazione. «Oh sì, non mi va poi tanto male. Ma ultimamente sono stato troppo preoccupato per dedicarmi seriamente al lavoro. Sai... non devi giudicarmi pazzo per ciò che sto per dirti, ma ricordi il grosso lupo grigio che vedemmo quella notte alla Tomba del Diavolo?» «Sì», risposi, con i nervi tesi per l'interesse. «Ebbene?» «Quella dannata bestiaccia mi ha seguito fin qui!» Riuscii a mettere insieme una risata, ma se il mio amico non fosse stato impegnato nella guida, credo che avrebbe notato i sentimenti che il mio viso doveva tradire. «Su, andiamo!», dissi, in tono leggero. «Non ti sembra un po' grossa, vecchio mio? È un bel salto, dalla Bretagna al Sussex, senza contare che in mezzo c'è un piccolo ostacolo chiamato la Manica!» «Me ne infischio se è lontano e se occorre attraversare il tuo ostacolo. Riconoscerei quella bestiaccia ovunque, e sono sicuro che l'animale gironzola nella nostra casa da settimane; per la precisione, da quando è nato il bambino.» Il bambino! Ecco un altro punto del racconto del vecchio notaio che si rivelava veritiero. «È un maschio, vero?», domandai, più per guadagnar tempo che per altro. «Certo che è un maschio!», rispose Alan con orgoglio. «Non ti ho detto, nella mia lettera, che l'abbiamo chiamato come te? «E tu temi che questo grosso lupo voglia far del male al tuo bambino?» «Che altro?», ribatté lui, bruscamente. «La belva ha tentato una dozzina di volte di entrare nella nursery, ma fortunatamente ce ne siamo accorti in tempo e l'abbiamo cacciata via prima che potesse far danni. Ma il fatto più strano è che non ha mai cercato di attaccare gli adulti. Questo dovrebbe facilitare il nostro compito.»
«Il nostro compito?», ripetei. «Sì. Tu devi aiutarmi a ricacciare la belva nella sua tana e a piantarle una pallottola nel cuore. Finché non la vedrò morta stecchita davanti ai miei occhi, non avrò la certezza assoluta che Corinne e il bimbo non corrono alcun pericolo.» Riuscii a trattenere la risata sardonica che mi premeva alle labbra. Mormorai qualcosa, rimasi seduto in silenzio, o risposi solo a monosillabi. I pensieri cupi che mi si affollavano alla mente erano sufficienti per tener concentrata tutta la mia attenzione. Ancora una volta mi trovavo invischiato in un intrico di mistero e di pericoli, ma l'uomo accanto a me non poteva certo immaginare la reale natura del compito per cui aveva sollecitato il mio aiuto! Percorremmo una cinquantina di chilometri lungo la strada costiera; poi, in un punto non lontano dalla famosa località dove ebbe luogo la battaglia di Hastings, svoltammo verso l'entroterra. Venti minuti più tardi, la macchina varcava i cancelli di un lungo viale alberato, e io ebbi la prima, fuggevole visione della casa. «Fattoria Solitaria», si chiamava, e il nome sembrava decisamente appropriato. La vecchia casa si ergeva su una collina, circondata da gradini ben tenuti e, sebbene la sua posizione fosse alquanto esposta alle tempeste che ogni tanto si scatenavano dal mare, tuttavia godeva di una vista superba. A sud, si stendeva la lunga striscia della costa, da Beach Head a Dungeness; ogni altro punto della zona era limitato dalle vaste colline gessose, desolate e deserte per la maggior parte, sebbene qua e là si potesse scorgere la sagoma indistinta del tetto di una fattoria isolata, fra le pieghe ondulate delle dune. La «Fattoria Solitaria», come diceva il nome, era stata costruita come una solida casa colonica, sebbene appartenesse all'epoca della Regina Elisabetta. Era un delizioso esemplare di architettura rurale del periodo, con i frontoni rivestiti in legno e bizzarri cantucci e angoli nelle stanze con le travi di quercia. I suoi tortuosi passaggi e corridoi erano provvisti di scale e scalette che andavano su e giù, tanto che spesso diventava difficile scoprire a che piano ci si trovava se non si sbirciava dalla finestra. In breve, era esattamente il tipo di costruzione che qualsiasi spettro con un certo rispetto per le antiche tradizioni, avrebbe scelto per le sue scorribande di mezzanotte. Stavo giusto per fare un'osservazione ironica a questo proposito mentre
scendevo dalla macchina; ma, dopo aver lanciato un'occhiata al volto teso e ansioso di Alan, mi trattenni. In quel momento, non sembrava dell'umore più adatto per apprezzare spiritosaggini di nessun genere. Senza dire una parola, il mio amico entrò nella casa e mi fece strada verso la grande cucina con il pavimento di pietra, ora trasformata in un accogliente soggiorno. Sulla porta, si fermò, lasciandosi sfuggire sottovoce un'esclamazione di sorpresa. «Toh, a quanto pare abbiamo visite.» Due uomini, entrambi robusti e con il volto arrossato, vestiti di giacche di tweed e ghette bianche, si erano alzati dalle sedie accanto al caminetto e stavano venendoci incontro. «Buongiorno, signor Grantham», salutò quello che sembrava il più anziano dei due, un tipo dalla barba grigia, sui sessant'anni. «Forse mi conoscete: Sono Enoch Varden, della fattoria Vale, laggiù. Il mio amico, qui, è Sowerby, della...» «Sì, sì, vi conosco tutti e due», lo interruppe Alan con un gesto impaziente. «Immagino abbiate atteso il mio ritorno per dirmi qualcosa.» «È così, infatti», rispose l'uomo con la barba grigia, con un tono di voce in cui affiorava un curioso miscuglio di deferenza e di rabbia trattenuta. «Siamo qui per una faccenda alquanto spiacevole, signor Grantham.» S'interruppe per lanciare uno sguardo interrogativo nella mia direzione. «Chiedo scusa, ma questo signore è un vostro amico?» «Sicuro», rispose Alan calorosamente. «Il mio più caro amico. Non abbiate riguardo di dire in sua presenza ciò che avete da raccontare.» Il signor Varden sembrava piuttosto riluttante ad approfittare dell'invito. Rimase impalato davanti al caminetto, e continuò a schiarirsi la voce a intervalli regolari, spostando il peso da un piede all'altro. «State a sentire, signore», disse alla fine. «Io sono un tipo pacifico, uno di quelli a cui piace restare in buoni rapporti con i vicini, e mi auguro che accoglierete quanto sto per dirvi nel suo giusto verso. Tre notti fa, sono state uccise e dilaniate sette pecore alla fattoria di Sowerby, e stamattina ho scoperto che circa una dozzina di pecore del mio gregge avevano subito la stessa sorte.» «Davvero?» La voce di Alan non tradiva eccessiva sorpresa. «Veramente spiacevole. Immagino che siate venuto fin qui per avvertirmi che qualche bestia feroce si aggira nel Distretto, è così?» Varden rispose con un rapido cenno del capo.
«Siamo venuti per avvertirvi di tenere i vostri cani alla catena, durante la notte!», disse, in tono brusco. «Cani!» Alan rise fragorosamente. «Ma, buon uomo, io non ho cani. Mia figlia non può sopportare di vederseli intorno, e perciò non c'è un solo cane, qui nella nostra fattoria.» I due agricoltori lo fissarono con manifesta incredulità. «Neppure uno?», ripeté Sowerby, che apriva la bocca per la prima volta. «Neppure uno», fu la decisa e ferma risposta del mio amico. «Dovete cercare altrove l'animale che fa strage dei vostri greggi.» Enoch Varden sollevò la mano nodosa e si grattò la testa. «Certo, se lo dite voi, signore, siamo costretti ad accettare la vostra parola...» «Con la più assoluta fiducia», concluse Alan, calmo. «Senza offesa, signore, senza offesa», si affrettò a soggiungere Varden. «Tuttavia, vi confesso che la cosa appare alquanto strana. Il vecchio Miles, il pastore del signor Sowerby, ha scoperto e seguito le impronte, il mattino successivo alla strage delle sue pecore. Il vecchio Miles, che non è un visionario, afferma che le impronte erano quelle di un grosso cane, il più grosso che abbia mai visto. In questo gli credo, poiché io stesso mi ero alzato alle quattro del mattino, dopo la razzia nel mio gregge, e avevo seguito le tracce per alcuni chilometri, sul terreno soffice.» «E dove conducevano, le tracce?», volle sapere Alan. «Diritto, a questa casa, signore. E, quel che è più importante, finivano qui! Erano chiare e distinte come i caratteri stampati sulla carta, e spiccavano sul terreno del vostro viale. Ve n'erano alcune perfino sugli scalini dell'ingresso principale. Impronte che entravano, ma che non uscivano dalla vostra casa!» Vidi che Alan Grantham impallidiva di colpo. Potevo immaginare la tragica intensità dei suoi pensieri, in quel momento. «Dev'essere il grosso lupo grigio che ho visto aggirarsi intorno alla casa!», esclamò subito il mio amico. Alle sue parole, gli occhi dell'agricoltore divennero rotondi per lo stupore. «Lupo?», ripeté perplesso Varden. «E chi mai ha sentito parlare di lupi, sulle colline del Sussex? Non è possibile.» «Be', è così», ribatté Alan, stringendosi nelle spalle. «Può darsi che sia scappato da qualche parte, da un circo, per esempio. A ogni modo, il rimedio sta nelle nostre mani. Naturalmente, voi dovete avere dei fucili?»
«Sissignore», risposero i due, insieme. «Bene, armate tutti gli uomini che potete, e appostateli in attesa della belva. È quanto anche il mio amico e io intendiamo fare. Spero che avremo la fortuna di piantargli una pallottola in corpo!» Prima di sera, ci fu fornita la prova che la teoria del mio amico era esatta. L'identità del misterioso predone a quattro zampe venne ampiamente stabilita da un rappresentante della Squadra Mobile della Polizia della Contea, il quale arrivò in motocicletta mentre stavamo ancora pranzando. «Sì, signore, si tratta di un lupo», dichiarò il poliziotto. «Uno dei nostri uomini di pattuglia ha visto la bestia mentre era di ronda. Un tale che si chiama Morris. È un vecchio soldato che ha prestato servizio nelle Forze di Spedizione in Russia e che ha avuto modo di vedere un sacco di lupi, nei paesi dove solitamente vivono. Ha notato l'animale che gli è passato vicino trotterellando sulla strada. Si dirigeva verso questa casa. Morris era disarmato, perciò non ha potuto far niente per fermarlo. Ma ha avuto modo di vederlo bene, ed è pronto a giurare che si tratta di un lupo e non di un grosso cane. Inoltre, è un lupo femmina, e deve aver avuto recentemente una figliata di cuccioli.» «Accidenti!», esclamò Alan. «Questo complica le cose. Dovremmo setacciare la zona, per impedire che i piccoli crescano. La bestia li aveva con sé?» Il poliziotto scosse la testa. «No, ma aveva le mammelle gonfie di latte. Morris alleva cani e conosce i segni. Dice che di solito la maternità rende questi animali più feroci e più pericolosi. Per questo ho pensato di venire ad avvertirvi.» «Vi sono infinitamente grato, agente», disse Alan, allungando la mano con rapido gesto. Si udì un leggero fruscio di banconote. «Grazie a voi, signore», ribatté il poliziotto, toccandosi la visiera del berretto. «Buonanotte.» Ascoltando la conversazione dalla porta della sala da pranzo, compresi che i miei dubbi avevano ora un'atroce conferma. La misteriosa lupa aveva partorito recentemente... e il bambino di Corinne aveva solo quindici giorni! Era l'ultimo e più convincente anello della catena di prove che dimostravano come la leggenda di Josselin non fosse un mito! Era giunto il momento di parlare. Di qualsiasi natura fossero le conseguenze della rivelazione, la mia coscienza non mi permetteva di tacere più a lungo. Si doveva correre il rischio di scatenare una tragedia, se si voleva
evitare una tragedia più irreparabile. Come la porta si chiuse alle spalle del poliziotto, presi il mio amico per un braccio e lo trascinai nel suo studio, comunicante con la sala da pranzo. «E adesso che succede!», volle sapere Alan, vedendomi chiudere la porta. «Alan», dissi in tono gentile. «Sto approfittando del privilegio di un vecchio amico; ma credimi, è mio dovere rivelarti quanto sto per dirti. Corinne, la ragazza che hai sposato, è...» La mia mente lavorava freneticamente per trovare le parole adatte. «... non è come le altre ragazze.» «Come se non lo sapessi!», m'interruppe lui, con stupore, senza intuire minimamente il significato delle mie parole. «È una perla inestimabile! Ringrazierò il cielo finché avrò respiro di averla messa sul mio cammino e di avermi permesso di legare la mia vita alla sua!» Il fervore della sua affermazione per poco non mi fece rinunciare al proposito che mi ero imposto. Il pensiero che proprio io, il suo migliore amico, dovessi trasformarmi nello strumento della sua amarezza, era come una coltellata al cuore. Ma ormai era troppo tardi, dovevo parlare. «Non è della sua bellezza che stavo parlando e neppure delle sue qualità morali», risposi. «C'è qualcos'altro, qualcosa di cui lei non ha nessuna colpa. Amico mio, la ragazza che tu ami così profondamente è...» «Non sarà mica morta!» Mi afferrò il braccio in una morsa che bloccò i muscoli. «Non dirmi che Corinne è caduta vittima di quel lupo maledetto! Non dirmi che è morta!» «Quanto sarebbe meglio!», esclamai senza volerlo. «Che cosa?» La sua stretta si rafforzò in uno spasimo. «In nome di Dio, che cosa intendi dire?» «Corinne Lamerre era, ed è tuttora...» Quattro colpi d'arma da fuoco, sparati in rapida successione proprio sotto la finestra, troncarono le mie parole come una lama di coltello. Lieto dell'interruzione, che tuttavia costituiva solo un breve rinvio, mi precipitai verso la porta d'ingresso e la spalancai. Sui gradini, c'era un'alta e robusta figura in divisa azzurra. Era l'agente che ci aveva appena lasciati, e in mano stringeva una pesante pistola automatica. «Il lupo!», ansimò il poliziotto. «Passavo vicino ai cespugli quando l'ho visto balzar fuori da una delle finestre più basse. Aveva qualcosa in bocca. Sembrava un fagotto di indumenti.» «Mio Dio!», urlò Alan. «Il bambino! Dobbiamo seguirlo. Aspettate qui, mentre vado a prendere i fucili.»
«Avete colpito l'animale?», domandai all'agente. «Credo di sì, ma c'era poca luce.» L'uomo proiettò il fascio di luce della sua lampadina tascabile sul sentiero coperto di ghiaia e mandò un grido. «Sì, l'ho colpito. Guardate, c'è del sangue sui sassi!» «Qua, tieni questo.» Alan mi cacciò fra le mani riluttanti un fucile da caccia, mentre con un balzo scendeva gli scalini. «È carico, ma non sparare finché non sei certo di non colpire mio figlio. Da che parte è andato?», domandò, mentre si affrettava a raggiungere il poliziotto. «Non saprei dirlo, signore. È scomparso fra le tenebre. Tuttavia, c'è una traccia, guardate!» Illuminò di nuovo il sentiero su cui si vedevano le impronte insanguinate. «È ferito gravemente, non può andar lontano», osservò Alan, afferrando la lampadina e spingendosi avanti. Ma subito dopo, si lasciò sfuggire un'esclamazione di disappunto. Le impronte voltavano bruscamente e finivano nei folti cespugli. «Dobbiamo separarci», sussurrò Alan con voce strozzata. «E setacciare i cespugli uno per uno. Sparate a vista, ma per amor di Dio, state attenti al bambino!» Eseguimmo i suoi ordini e cominciammo a seguire le tracce. Ma era un'impresa disperata, dar la caccia a una belva nel buio. Per un certo tempo, l'agente di polizia e io avanzammo nella medesima direzione, tanto che ci ritrovammo in un piccolo spiazzo non lontano dalla casa. «È una caccia inutile», mormorò il poliziotto con aria truce. «Come cercare un ago in un pagliaio. Probabilmente a quest'ora il lupo è lontano chilometri e chilometri... e al vostro amico non resta che dire addio per sempre a suo figlio!» Le sue parole mi fecero nascere un'improvvisa ispirazione. «Può darsi che sia tornato in casa!», esclamai. «In casa?» L'agente parve sorpreso. «Ma che idea!» «È soltanto un'idea, infatti. Ma penso che valga la pena di controllare. Volete tornare indietro con me?» «Se voi pensate che ne valga la pena, andiamo pure. Devo chiamare il signore?», domandò poi, indicando con un cenno del capo il punto in cui Alan stava frugando rumorosamente fra i cespugli. «Credo sia meglio di no», risposi. «Se i miei sospetti sono fondati, è meglio che resti fuori da ciò che sta per accadere.» Raggiungemmo la casa inosservati e senza perder tempo precedetti il poliziotto su per le scale.
«Avevate ragione, signore!», gridò l'uomo, additando una macchia rossa su una porta dipinta di bianco. Annuii senza parlare e sollevai il fucile in posizione di sparo. La porta macchiata di sangue era quella che dava nella camera da letto di Corinne. La stanza era avvolta nell'oscurità, quando spalancai la porta, ma il sordo e minaccioso brontolio che accolse il nostro ingresso dimostrava indubbiamente che non era deserta. Feci scattare l'interruttore... e rimasi immobile di fronte all'incredibile spettacolo che mi si presentò davanti agli occhi. Non fu la vista del grosso lupo accovacciato sul letto che mi strozzò il respiro in gola con un suono che ricordava un singhiozzo: a questo ero preparato. No, la causa che mi fece barcollare e tremare, fu la vista del minuscolo bimbo che, rannicchiato fra le zampe del gigantesco animale, mandava balbettii di contentezza, mentre con i piccoli pugni carezzava il morbido pelo grigio. Il fucile mi cadde dalle mani, finì sul pavimento. Il mio cervello non riusciva a credere a quanto vedevano gli occhi. Poi, come un lampo improvviso, tutto mi apparve chiaro. L'amore materno, divino e incomparabile, aveva trionfato sulla terribile, antica maledizione: la grande lupa feroce stava allattando il suo bimbo che avrebbe dovuto dilaniare! Avevo compreso; ma il poliziotto alle mie spalle aveva occhi solo per la belva a cui davamo la caccia. Ebbi la rapidissima visione di una canna d'acciaio, mentre lui tirava indietro la mano pronta al tiro. «Non sparate, sciocco!», gridai, e spensi la luce per fargli sbagliar mira, nel caso non avesse compreso. Ma quando la luce si spense, l'oscurità fu rotta da una lingua di fuoco e il crepitio dell'arma automatica risuonò sinistro come un colpo di tuono in miniatura. «Sciocco!», gridai di nuovo. «Che cosa avete fatto?» «Immagino di aver centrato quella...» La sua risposta si spense in un mormorio privo di significato, mentre riaccendevo la luce. Il lupo era svanito. Al suo posto, bianco come il marmo e immobile nella morte, c'era il corpo di Corinne Grantham, la ragazza che per sempre aveva rotto l'incantesimo malefico che da secoli pendeva su tutte le donne di Josselin.
L'agente di polizia affrontò da uomo l'inchiesta che seguì. Il poveraccio zitto zitto, incassò la sua dose di rimbrotti sul «modo di maneggiare le armi senza la minima attenzione o cura». Tuttavia, ebbe il buonsenso di non pronunciare una parola sul lupo che si era trasformato in donna al momento della morte. Probabilmente aveva immaginato che nessuno avrebbe creduto a una storia simile e non aveva alcuna voglia d'esser preso per bugiardo, oltre che per uno sbadato tiratore. Grazie all'appoggio incondizionato e generoso di Alan, fui in grado di testimoniare che l'agente non era da condannare per la sua reticenza. Oggi, probabilmente, è il più ricco poliziotto del Sussex... a meno che non si sia ritirato dalla polizia da parecchio tempo, come credo. Il verdetto del coroner fu quello di «morte accidentale». E così la faccenda rimase chiusa fino a tutt'oggi. Alan Grantham, con l'animo combattuto fra il dolore per la morte della moglie e la gioia per aver ritrovato il figlioletto miracolosamente illeso, non ha mai sospettato la vera natura dell'«incidente disgraziato» che aveva pietosamente tagliato il nodo gordiano della trama sinistra in cui Corinne era invischiata. Non saprà mai la verità, fino al giorno in cui, oltre l'orizzonte della tomba, tutti i segreti del mondo saranno rivelati. LA DONNA LUPO The Wolf-Woman di Bassett Morgan Weird Tales, settembre 1927 Una mattina mi telefonò Norman Fletcher. Anche quando già si conosce bene Fletcher, è sempre un'emozione ricevere una chiamata da uno scienziato tanto famoso. «Salve!», disse allegramente. «Nel tuo ufficio c'è una stenografa?» «Sì», risposi, un po' sorpreso. Lui rise. «C'è là una certa donna di nome Stephens?» «Ah! Sicuro. Perché?» «Ho qui una sua lettera.» «Cos'hai?» «Ho ricevuto una sua lettera l'altro giorno, che mi chiede di spiegarle l'o-
rigine del mito del Lupo Mannaro. Se non hai troppo da fare, la porteresti qui stasera?» «Certamente!», promisi. «Volevo chiamarti io stesso. Al Club degli Inventori vogliono sapere se sarai così gentile da dare altre dimostrazioni...» «No!», sbottò, involontariamente brusco. «Mi dispiace, ma ho molte commissioni dal Governo, e probabilmente partirò per Washington molto presto. Inoltre il mio apparato ha qualcosa che non va. Sembra che non sia più controllabile; stasera ti spiegherò.» Riattaccai, e il pensiero dell'ultima volta in cui la sua invenzione infernale aveva avuto un problema, mi mise molto a disagio. Poi chiamai la signorina Stephens, che arrossì quando le riferii le parole di Fletcher. «Forse sono stata terribilmente impertinente», confessò. «Ma mi avete raccontato tante cose di quegli esperimenti... e io al college ho scritto una tesi sul Lupo Mannaro... allora...» «Allora senz'altro verrete con me stasera», dissi allegramente. «Così avrete le teorie più recenti, o forse la prima teoria scientifica al mondo, sull'argomento del Lupo Mannaro.» Quella sera, quando la introdussi nel laboratorio di Norman Fletcher e feci le presentazioni, la signorina Stephens era molto riservata. Ma, dietro la sua riservatezza, c'era una solida preparazione: dopo pochissimi istanti, aveva già suscitato l'interesse di Fletcher, perché di Lupi Mannari ne sapeva parecchio. Tutto ciò che era stato mai scritto sui Lupi Mannari - esseri umani che nottetempo prendono sembianze di lupo - lei lo sapeva a memoria. «Ma dov'è la vostra macchina?», chiese, guardandosi intorno. «Sta lavorando con le onde ultrasoniche ad alta frequenza, con ogni genere di elettricità... e non si vede!» Effettivamente, quel piccolo laboratorio dalle pareti di pietra, non aveva nulla che facesse pensare alla casa del più grande esperto di elettricità del paese. Intorno alla consolle degli strumenti di comando erano ammucchiate delle sedie a sdraio. La consolle sembrava un organo a tastiera tripla, ed emanava un ronzìo sommesso come dei tubi riscaldati, ma non sembrava essere collegata ad alcuna macchina. Fletcher prese posto dinanzi alla consolle e abbassò le luci. Con mio dispiacere, la signorina Stephens accettò l'offerta di una sigaretta, che fumò con aria soddisfatta. Lei sa bene che io cerco di limitare il fumo all'interno dell'ufficio, ma non si accorse nemmeno di me, presa com'era da Fletcher e dalle sue teorie.
«Ridotto all'essenziale», disse Fletcher, «il mito dice che una persona indossa una pelle di lupo e diventa un lupo che va in giro di notte; in genere succede alle donne, e di solito le storie che si raccontano sono sanguinose e orribili. L'argomento risale ai primi scrittori greci, e addirittura agli Assiri. Questa credenza è ancora viva in Europa.» «Sì», disse la signorina Stephens. «Ho il libro di Vetlugin sulle leggende russe al riguardo.» «Stranamente, però», continuò il vecchio Fletcher, «i Lupi Mannari della tradizione cristiana erano in genere creature benevole, persino commoventi. Ieri, mentre facevo delle ricerche per scoprire l'origine della leggenda, mi sono imbattuto nella storia che vi sto per mostrare. Riguarda Sant'Oddone, Abate di Cluny.» Sapevamo già che il genio singolare di Fletcher poteva richiamare i suoni e le immagini del passato, e che il potere sconfinato della sua macchina a ultrasuoni riusciva a evocare fatti realmente accaduti molto tempo prima, come una specie di televisione del passato. Però c'erano molti dettagli del meccanismo che lui non aveva mai rivelato a nessuno. «Quindi», dissi, «immagino che i personaggi di stasera parleranno francese antico.» «No», disse Fletcher frettolosamente, perché la luce giallastra si stava già proiettando sul muro di pietra di fronte a noi. «La mia macchina è un po' fuori squadra; fa cose inaspettate, mi dispiace dirlo, e ora non ho il tempo di lavorarci sopra. Dev'essere qualcosa che ha a che fare con quei nuovi tubi all'iridio che abbiamo montato.» «E cosa c'entra questo con la lingua?», chiesi. «C'entra molto. Adesso riesco a trasmettere alternativamente solo le immagini, oppure soltanto il suono. Ieri ho registrato i suoni di questa storia e ho spedito la registrazione all'Università. Il professor Hartmetz l'ha tradotta in inglese e ha fatto una nuova registrazione, che mi ha rispedito stasera prima di cena, e ora ascolteremo quella registrazione come colonna sonora delle immagini. Ah! Chiedo scusa.» Un telefono suonava con insistenza. Fletcher afferrò il ricevitore e rispose. Vidi la luce giallastra dissolversi sulle pietre della parete. I blocchi di granito cominciarono a squagliarsi e a scomparire dinanzi ai nostri occhi. Improvvisamente, la voce di Fletcher si fece più acuta. «Cosa?», esclamò. «Che dici, Hartmetz? Una cosa orribile? Impossibile! La storia di Sant'Oddone e i lupi è bellissima... Cosa? Non lo è?» D'un tratto, la sua voce si riempì d'agitazione.
«Gran Dio, ragazzi! Qualcosa dev'essere andato storto! Be', non fa nulla. Grazie per avermi chiamato. L'apparecchio in questo momento è acceso. Buona notte.» Ebbi la vaga sensazione che qualcosa nei piani di Fletcher fosse andato storto. La luce riflessa me lo mostrò mentre si asciugava la fronte e lanciava uno sguardo preoccupato verso la signorina Stephens, la quale però non se ne accorse: fissava il muro. Quelle pietre massicce erano quasi completamente sparite e, come se fosse comparsa una finestra, ora ci trovavamo dinanzi una scena che non era un'immagine, ma una realtà a tre dimensioni. Udii Norman Fletcher mormorare qualcosa. «Sanscrito, ha detto... Sanscrito! L'antica razza ariana di migliaia d'anni or sono; no, no, è impossibile...» Il borbottio di Fletcher fu sovrastato dalla risata di una donna. L'immagine davanti a noi si mosse, indistinta, poi riprese forma... un paesaggio di foreste e colline, e torri basse e massicce. Poi l'immagine si rifece indistinta; certo la macchina non stava funzionando bene. La risata femminile si fece più forte. Non era una risata tintinnante e allegra, ma un riso amaro e isterico. Poi, all'improvviso, l'immagine si fece chiara. La donna si trovava in un cortile, in piedi, e rideva. Era bellissima, circondata da mura di pietra grezza e da alberi antichi, e rideva selvaggiamente, in preda al dolore e a un'ira furibonda. Un gruppo di uomini la guardavano pieni di paura e di meraviglia. La risata si spense quando la donna si portò entrambe le mani al viso, come per schermirsi da una visione spaventosa. Tutta la scena comunicava un'impressione di maestà selvaggia e indescrivibile: si sentiva, si avvertiva in ogni dettaglio. In quel luogo non c'era gentilezza né grazia. Il cortile, le mura e gli edifici, erano fatti di blocchi di pietra enormi e rozzamente squadrati. Le piante erano nobili e massicce. Tutto era pervaso da un'aria di potere e spazio, come se si fosse trattato di un'abitazione degli dèi. Le porte stesse, il trono di pietra, le travi sporgenti sotto i cornicioni, erano gigantesche e lavorate rozzamente. Gli uomini avevano armi ingombranti, crudeli e grosse: lance con grandi punte di bronzo, asce di bronzo dalla lama piatta, spade che parevano travi di metallo. Gli uomini somigliavano alle loro armi, e sprizzavano potenza muscolare e forza. Sdraiato ai piedi della donna, con la lingua rossa penzoloni, c'era un lupo domestico di dimensioni enormi, che guardava la donna con uno sguardo acuto. La donna sollevò la testa e si scoprì il volto. Era vestita di bianco, e ave-
va un torquis dorato al collo. La sua bellezza radiosa colpiva come un raggio di sole che attraversa una nube oscura; era di una bellezza regale, una forza ricca e pulsante, piena di energia. Quella donna non aveva nulla di passivo. Nei suoi occhi azzurri di ghiaccio c'era una fiamma che le scuoteva tutto il corpo, e dalla bocca le uscì una voce squillante come una tromba. «Combatti, Shatra! Io sarò all'avanguardia, e dietro di me verrete tu e i guerrieri.» «Va bene, ma tu sai cosa significa, Indra», disse Shatra, un guerriero massiccio. «Sai come ci uccidono; passiamo la giornata a uccidere uomini piccoli e neri, e poi, alla fine, quando siamo esausti, loro ci sopraffanno. Le loro schiere sono innumerevoli, come le formiche. Fu così che morì tuo marito, il Re. E così sono morti la maggior parte dei nostri guerrieri. Noi siamo pochi, ma loro sono come le foglie della foresta. Barbari, incolti e rudi, e scuri... ma come combattono! È così», continuò con aria triste, «che è scomparsa la nostra gente ariana. Uccisero invano, e furono sopraffatti. Si allontanarono e migrarono, e la loro civiltà si è perduta; ora tutto il paese pullula di omini neri. Siamo rimasti solo noi, ma ora, se tu lo ordini, è giunta l'ora della nostra morte.» Dal viso di Indra svanì la fiamma. «Avete giurato di obbedire a me e a mio figlio fino alla morte», disse con calma. «Rispetteremo il giuramento. Da' l'ordine, e noi combatteremo fino alla morte, e tu e tuo figlio morirete con noi.» «Capisco, capisco! Quali sono le loro condizioni?» «Non attaccheranno. Da dietro le nostre mura possiamo ridercene di loro e ucciderli quando arrivano. Il loro Re ci ha proposto due alternative. O andarcene liberi e migrare indisturbati, per cercare un'altra terra come ha fatto la maggior parte della nostra gente. Oppure, rimanere qui nella fortezza. Loro ci manderanno ciò che ci occorre per mangiare, ma chiunque esca da queste mura sarà ucciso; le donne e i bambini saranno fatti schiavi. Noi siamo gli ultimi della nostra razza, Indra; sei tu che devi scegliere, e noi rispetteremo la tua scelta.» Lei aveva ascoltato con gli occhi sbarrati. «Astuta, questa gente! Vogliono che rimaniamo rinchiusi qui... e chiunque esce, muore! Certo non sono ansiosi di combattere fino alla morte. Venite.» Indra fece un gesto imperioso, e cominciò ad attraversare il cortile. Gli
altri la seguirono, e discesero la scala che portava alla torre di pietra sopra la porta. Qui si trovava il doccione, o torrione principale: l'appartamento del Re morto di un popolo scomparso. Dalla torre bassa, Indra guardò verso il cortile del castello, che era anch'esso massiccio e squadrato, e le cui mura si stendevano fin oltre la collina. Entro quelle mura c'era una cittadina, fuori, un grande accampamento che si stendeva per colline e foreste. Da questo accampamento era uscito un gran numero di assedianti, che erano penetrati nel grande cortile del castello ed erano rimasti là, in attesa. Indra li guardò. Erano uomini robusti e scuri, diversi dalla sua gente: erano più bassi di statura, e armati solo di arco e di spada. Non erano robusti cacciatori come la sua gente poderosa: ma in quell'accampamento ce n'erano tanti quanti sono i granelli della sabbia del mare, un oceano di uomini che erano discesi come un fiume in piena dalle vette innevate dei monti, e avevano cacciato la sua gente da quella terra. Questi Dravidiani erano piccoli, eppure avevano sconfitto i potenti Ariani, costringendoli a migrare in un lontano esilio. «Forse sarebbe meglio andarsene come gli altri», mormorò. «Indra, non potremmo portare nulla con noi», disse uno dei suoi Capi. «Dovremmo lasciare tutte le armi e il tesoro.» Le labbra di lei si strinsero. I suoi occhi lampeggiarono. «Questo no!», esclamò. «No! Ci teniamo sia le armi che la città. Noi, gli ultimi della nostra razza!» I Capi assentirono e andarono a riferire agli inviati Dravidiani. Indra, con lo sguardo rivolto verso le colline, avvertì la sottile astuzia di quella piccola gente. Sulle colline tutt'intorno al castello e alla cittadina, c'erano palazzi e castelli. I Principi e la Nobiltà ariani avevano usato quegli edifici per stare più freschi d'estate, e per cacciare durante l'inverno; ora i proprietari erano morti, e quei palazzi erano stati occupati dai Dravidiani. Lei si rese conto del piano dei Dravidiani. Il loro ospite poteva fare ciò che voleva: loro avrebbero semplicemente atteso. L'estate era finita, e dalle montagne veniva fischiando l'autunno. Da un giorno all'altro poteva cadere la prima neve. Indra girò gli occhi verso Sud, senza vedere. Da là, dalle terre sconfinate che arrivavano al mare e ai confini della terra, era venuta quella gente nera. Gli Ariani se n'erano andati, e si erano sparpagliati, migrazione dopo migrazione, verso Ovest e verso Nord, oltre l'orizzonte, verso un destino ignoto. Qui fra le montagne, c'era
tutto ciò che rimaneva di quel popolo. Il marito di Indra era caduto, e con lui molti uomini valorosi e i Principi. Avevano ucciso finché non erano stati sopraffatti dalla superiorità numerica del nemico, come un uomo che sfida una marea. Lei gli ultimi della sua gente, e il ragazzo che un giorno sarebbe stato Re, suo figlio: ecco cosa era rimasto. Un Re? di che cosa? Non c'era più un regno. Non ci sarebbe più stato un popolo da comandare, quando sarebbe diventato un uomo. Giunse da lei un vecchio Consigliere, e indicò il cortile. «Vieni, Donna Indra! È arrivato il Re di questa gente; devi andargli incontro fuori dalle mura per fare il giuramento.» «Giuramento? Che giuramento?» «Di rispettare i patti; che nessuno del nostro popolo farà guerra contro il suo, né lascerà queste mura. Altrimenti, moriranno. Lui giura che lascerà passare liberamente le provviste, e ce le fornirà lui stesso, senza farci guerra. Sarà un giuramento solenne, testimoni tutti gli dèi!» E fu così che giurarono davanti alla porta, di fronte a tutti gli uomini, e offrendo sacrifici agli dèi. Il Re Savastri colpì Indra. Era un uomo sulla trentina, barbuto e dall'occhio fiero, molto attivo e agile, nonostante l'armatura; il suo viso era abbastanza allegro, e gli uomini dicevano che era gioviale, oltre a essere un guerriero senza pari. Quel giorno, tuttavia, era serio, e Indra pensò che quegli occhi scuri la guardavano affamati. Così lei giurò che non avrebbe permesso a nessuno dei suoi di fare la guerra o di uscire dal castello. Anche il Re dravidiano fece il suo giuramento, testimoni gli ospiti e la sua gente. Fu reso pubblico che chiunque avesse lasciato il castello poteva essere ucciso dalla gente scura senza possibilità d'appello. «E ora andatevene, se volete, tutti voi!», disse il Re Savastri, ridendo e scoprendo i denti bianchi e luccicanti. «Andatevene, e morirete! Prima accadrà, e prima potremo mettere le mani sulle vostre donne.» Dicendo ciò, guardava Indra, ma lei gli voltò le spalle con fare sprezzante, e non raccolse l'offesa. Così fu decisa la fine degli ultimi Ariani. Obbedirono a Indra alla lettera, come avevano giurato di fare. Erano un popolo bellicoso, e forse avrebbero preferito uscire fuori e morire combattendo. Ma lei pensava a suo figlio, e decise di prender tempo; quindi obbedirono, benché ciò significasse per tutti loro morire lentamente, isolati dal resto del mondo. Ma, giorno dopo giorno, Indra sedeva nel grande cortile col grosso lupo addomesticato, Vic, accucciato ai suoi piedi. Quando le venivano riferite le notizie, i suoi occhi azzurri fiammeggiavano. Il nemico dravidiano si era
ritirato al di là delle colline come la marea dell'oceano. Ne erano comunque rimasti molti. I Capi abitavano nei palazzetti e nei castelli: la gente nera vi aveva costruito attorno dei piccoli villaggi, e il loro Re Savastri si era sistemato nell'enorme padiglione da caccia costruito dal marito di Indra, a tre miglia di distanza. Da lì comandava la sua gente scura, che si era impossessata di quella terra. Vennero le piogge dell'autunno, poi la prima neve, ma ancora non aveva gelato. Si disse che in tutto quel paese la civiltà ariana era perduta e distrutta, poiché quei Dravidiani erano una razza ignorante e barbara. Indra ascoltava tutto e parlava poco, mentre giocava ora col bambino, ora col lupo. Il Principe era un bimbo di quattro anni, e il lupo era suo amico. Vic era una bestia feroce e determinata, addestrata a difendere Indra e a obbedirle. Era uno dei lupi più grandi e, benché fosse stato catturato e addomesticato da cucciolo, il suo cuore era rimasto selvaggio. Era così grosso che il bimbo - Shiva - lo cavalcava, sebbene ciò non facesse troppo piacere a Vic. Nel pomeriggio del primo giorno che nevicò, mentre le colline e la foresta erano spazzati da un vento gelido, Indra mandò a chiamare Ran, il suo anziano Consigliere, e l'unico Capo guerriero che era rimasto, il fiero Shatra. Si rivolse brevemente a quest'ultimo. «Chiunque sia l'ufficiale di guardia a quella piccola porta orientale, stanotte dovrà lasciarmi uscire e poi attendere il mio ritorno, senza fare domande.» «Tu, Indra?», esclamò il guerriero, esterrefatto. «E chi ti accompagnerà?» «Vic», disse la donna. Udendo il suo nome, il lupo alzò la testa e le rivolse uno sguardo attento. Shatra fu invaso dalla paura e dalla costernazione. «Mia Signora, ripensaci!», la pregò. «In tutto il paese, non è rimasto nessuno della nostra gente, fatta eccezione per le donne fatte schiave. Se ti trovano là fuori, e sei catturata o uccisa...» «In quel caso, tu dovrai occuparti del Principe Shiva», disse, e lo congedò. Quando se ne fu andato, Indra si rivolse all'anziano Consigliere. «Vuoi rompere il giuramento fatto di fronte agli dèi?», le chiese l'uomo, guardandola dritta negli occhi. «Quel giuramento l'ho fatto per la mia gente, ma non riguardava me», disse, e questo era vero. «Io sola posso combattere contro questa gente nera; io sola posso vendicare il mio defunto marito, le nostre città e le nostre
campagne perdute, la nostra gente dispersa. Io conosco segreti che nessun altro essere vivente conosce, e ho dei sistemi per ottenere il mio scopo. Non voglio discussioni, Ran. Domani ci mandano del bestiame?» «Così hanno promesso», disse Ran. «Cento capi.» «Benissimo! Assicurati, dunque, che a coloro che portano il bestiame giunga all'orecchio una certa storia: la storia che tu mi raccontavi un tempo, dei nostri antenati che di notte cambiavano aspetto e diventavano lupi affamati.» «Farò ciò che mi ordini», disse il vecchio. «Ma cos'è che ti spinge a tanto odio e sete di vendetta? Perché non puoi vivere come noialtri?» «Vivere per morire fra queste mura, o uscire ed essere uccisi?», disse, sdegnosa. «Se vuoi proprio saperlo, io farò in modo che il loro Comandante muoia.» «Perché?», disse il vecchio Ran, toccandosi la barba bianca. «Per come ti ha guardata e ti ha parlato al momento del giuramento? Ho sentito che lui è migliore dei suoi Nobili e dei suoi Capi. Pare che sia un comandante capace, un Re saggio...» Indra si accalorò. «Un Re che assaggerà la vendetta dei vinti! Assicurati che gli sia raccontata quella storia. Voglio far soffrire quel Savastri, prima di farlo morire. Nessun altro può ucciderlo, all'infuori di me. Il vento che ulula fra gli alberi, stanotte ulula la morte!» «Egli vive nel castello costruito da tuo marito, e ha guardie, e guerrieri...» «E io, che lo aiutai a costruire quel castello, ne conosco i segreti», disse la donna, con un sorriso terribile. Indra, di razza guerriera, sapeva maneggiare la spada e la lancia meglio di molti uomini. Quella notte, benché non potessero vedere il viso della donna, vedendo l'anello col Sigillo Reale, le guardie aprirono la piccola porta orientale e la lasciarono uscire. Era vestita di pelli di lupo, e sulla testa aveva un cappuccio come lo portano i cacciatori, calato fino a nascondere il viso. Indra aveva una lancia da caccia, ed era seguita dal grande lupo Vic. La videro allontanarsi fra gli alberi squassati dalla tempesta, mentre cadevano i primi fiocchi di neve. Poi richiusero la porta, guardandosi l'un l'altro con gli occhi pieni di paura. Verso l'alba udirono la voce di Indra e l'ululato di Vic. Fu portata una torcia e, quando l'ebbero riconosciuta, la fecero entrare. Qualcosa era cam-
biato da quando era uscita: la sua lancia era arrossata, e le fauci di Vic grondavano sangue. «Non dite nulla», ordinò alle guardie, e se ne andò. Quel mattino, alcuni guerrieri dravidiani si presentarono come promesso, recando del bestiame. Raccontarono una strana storia: l'abitazione del Re era stata invasa dai lupi, e nessuno capiva come fossero entrati. Uno dei Principi e due guardie del corpo del Re erano stati uccisi. I lupi poi erano spariti. A questi uomini furono raccontate le leggende della Casa Reale, e di certi Principi che potevano assumere le sembianze di un lupo a loro piacimento. Senza dubbio l'episodio di quella notte doveva essere stato opera del fantasma del Re morto, che voleva vendicarsi dei conquistatori. Con questa spiegazione poco confortante, i Dravidiani se ne tornarono da dove erano venuti. Tre giorni dopo, il Re Savastri e sei dei suoi Capi chiesero un colloquio con Indra. Lei li fece portare nel cortile della torre, e mandò Vic nella cuccia. Il mattino era gelido, e il lupo si leccava le fauci e il pelo. Girò voce che quella notte c'erano stati degli altri morti nel palazzo del Re. Indra si presentò seguita da Ran e dagli altri Consiglieri, e salutò il Re. Lui ricambiò il saluto, tenendole piantati in viso gli occhi rapaci. «Signora, tra il mio popolo e il tuo c'è pace, poiché tu stessa hai scelto che sia così», disse il Re all'improvviso. «Noi abbiamo rispettato i patti; ma la tua gente ci attacca di notte e uccide i nostri uomini.» «Questo non è vero», rispose Indra, che poi fece un cenno a Ran. «Va' e scopri se ieri notte o durante il giorno qualche uomo sia uscito dal castello. Se è così, morirà qui e ora per avermi disobbedito.» Il vecchio se ne andò, e Indra guardò ancora Savastri, senza sorridere ma serena. «Non menti», disse lui, impulsivamente. «Non mento», replicò la donna. «Ora raccontami cosa è accaduto.» «È già la seconda volta», disse, provocando cenni d'assenso fra i suoi Capi. «Ieri notte due dei miei Capitani sono stati uccisi... sbranati, come da un lupo. Evidentemente è stata la tua gente.» «Se è così, i colpevoli moriranno, lo giuro!», replicò la donna. «È possibile che tu non conosca le leggende della nostra Casa Reale? Sono gli spiriti dei defunti che sono venuti da te, grande Re; lo spirito di mio marito, ucciso dai tuoi guerrieri, di notte assume le sembianze di un lupo e uccide. Questa è l'antica leggenda, poiché il mio è un popolo di cacciatori della fo-
resta.» «Sì, ho sentito dire in giro qualcosa di simile», disse Savastri. «Tutte sciocchezze! Ieri notte, uno dei Capitani è stato ucciso con una lancia. I lupi non usano lance.» «Davvero?», disse Indra, guardandolo fisso, mentre gli occhi le ridevano, sprezzanti. «Grande Re, accetta il mio consiglio e sistemati in un altro luogo. Sarai più sicuro. I guerrieri staranno nel Padiglione Reale: che siano loro a rischiare, mentre tu potrai nasconderti in un luogo più sicuro.» Il tono di scherno di Indra era troppo per Savastri, che arrossì. «Non sono quel tipo di uomo, Signora! Per il Dio Shiva! Ucciderò quel fantasma, se di fantasma si tratta!» «Shiva?», disse Indra, sorpresa. «Chi è costui?» «Uno dei nostri dèi.» «Davvero? Mio figlio ha questo nome... eccolo che arriva.» Il bambino attraversò il cortile. Savastri e i suoi Capi lo guardarono, e le espressioni scure e severe dei loro volti s'illuminarono di ammirazione. Quel bambino era come un raggio di sole splendente. Savastri si rivolse improvvisamente a Indra. «Signora, sposami!», disse d'impulso. «Sposami, e la tua gente sarà libera!» Gli occhi della donna divennero di ghiaccio. «Il giorno che ti sposerò, barbaro, sarò sul letto di morte!» Quelle parole erano così piene di disprezzo, che un ringhio di rabbia si levò fra i Capi dravidiani. Savastri invece si limitò a guardarla in viso, poi gli occhi gli si illuminarono. «Ne sarà valsa la pena», disse. Prima che lei potesse trovare parole adatte a esprimere la propria rabbia, l'anziano Ran fu di ritorno, con il rapporto. Nessun uomo aveva lasciato la città o era uscito dalle mura da quando era stato fatto il giuramento di pace. «I miei guerrieri non mentono», disse Indra. «Inoltre, Re Savastri, giuro che se i miei uomini dovessero lasciare queste mura, ne sarai informato; e se la mia gente prende qualsiasi iniziativa contro la tua, infrangendo il loro giuramento e il mio, moriranno! Va', e nasconditi dai fantasmi dei morti!» Non ci fu altro, e Indra ebbe l'ultima parola. Ma qualcosa nel modo in cui lo disse spinse Savastri a dedicarle uno sguardo indagatore. Forse fu da quel momento che cominciò a sospettare di lei. Quando udì le parole del Consiglio e dei Capi, tuttavia, Indra impallidì di rabbia. Tutti pensavano che Savastri fosse un Re saggio e degno. Quella
stessa notte, Indra uscì dalla piccola porta secondaria con Vic, e tornò molto prima dell'alba. Il giorno seguente, corse notizia che quattro Capi dravidiani, che stavano bevendo insieme a un posto di sentinella, erano stati uccisi da un lupo che aveva lasciato nella neve delle impronte umane. «Mio marito», disse Indra all'anziano Ran, «è in buona compagnia sulla strada dei fantasmi!» «Che vantaggio puoi trarne per te, o per la tua gente?», chiese il vecchio. Il viso di lei si oscurò. «Non so... ancora. A me importa solo una cosa, Ran: una persona. In qualche modo, gli assicurerò un futuro. Troverò io il modo!» «Il Principe Shiva è nato per essere Re, questo è vero», disse Ran, grattandosi la barba. «Ma la gente ariana si è dispersa per il mondo, svanendo come una nube nel cielo. Se ne sono andati. Forse fonderanno altri imperi lontano da qui, ma non ci sono più. E chi rimane è perduto. Meglio un branco di maiali al sicuro, che un Re senza regno né sudditi!» Gli occhi azzurri di lei lampeggiarono. «Sangue di Re avrà nome di Re», disse, laconica. «Fra tre notti, mio marito sarà vendicato.» L'anziano Ran la seguì con lo sguardo mentre si allontanava, e scosse la testa saggiamente. «Un marito sottoterra è meglio che rimanga dov'è», mormorò. «Molte donne hanno imparato questa lezione a proprie spese.» I tre giorni passarono in fretta; la sera del terzo giorno portò la neve, che cadeva fra gli alberi della foresta portata da un vento forte, che fischiava sul tetto del mondo. In una notte così, solo una bestia sarebbe stata capace di uscire. «Avanti, Vic», disse Indra, dopo che la porta si fu rinchiusa alle loro spalle. Il lupo conosceva bene la voce e le parole della padrona, e obbedì non appena fu sciolto, mettendosi a trottare davanti a lei. Lei lo seguiva da presso, intabarrata nelle pelli di lupo, coi gambali di pelo e la lancia da caccia in mano. Ora la neve cadeva più fitta, formando dei mulinelli, ma il grosso lupo proseguiva diritto, poiché conosceva bene la strada. Infine giunsero in una zona di bosco più fitta; a mezzo tiro di freccia c'era l'alloggio del Re, illuminato da una lanterna. Nascosti dagli alberi, si avvicinarono ancora di più all'edificio. Vic si fermò accanto a una roccia frastagliata che si stava coprendo rapidamente di neve. Indra vi posò la mano, e la roccia scivolò di lato. Vic si lanciò nel varco aperto, ma Indra lo richiamò a sé. Il lupo obbedì, mugolando il suo
entusiasmo represso; il suo istinto assassino era ormai sveglio. Indra discese alcuni gradini, percorse una galleria, poi salì per degli altri gradini, rapidamente e nell'oscurità totale. Quindi vide un minuscolo barlume di luce, e si fermò. Percorrendo un passaggio segreto che era stato costruito per le emergenze, Indra si trovò nei quartieri del Re. Lei era l'unica persona ancora in vita che conoscesse quel passaggio. Indra toccò un pannello che scivolò di lato, aprendole alla vista la stanza centrale, dove un fuoco enorme si andava spegnendo piano piano. La luce del fuoco mostrava una serie di figure male illuminate vicino alla porta. Udì una voce: la voce del Re Savastri. «No, no! Starò qui con due guardie e i cani. Voialtri andate alle capanne e fate la guardia all'esterno! Quella donna non può prendermi in giro così. Nemmeno se fosse la donna più bella del mondo, potrebbe costringermi a mettermi in salvo mentre i miei Capitani corrono dei pericoli. Starò qui ad aspettare il Lupo Mannaro. Voialtri fate la guardia all'esterno. Andate!» Gli uomini lo lasciarono, borbottando e protestando. Uno di loro fece un commento spiritoso. «Già», rispose il Re, con un tono di voce stranamente vibrante. «Dalla prima volta che ho visto quella donna, il mio cuore è stato suo. Non voglio nessun'altra, vi dico! Non ce n'è un'altra uguale al mondo: nessun'altra è adatta a me, e basta. Buonanotte!» Indra udì queste parole, e rimase senza fiato dalla rabbia. Vic cominciò a ringhiare, ma la padrona lo ridusse al silenzio con una parola e un gesto. «I cani sono agitati: fiutano qualcosa», disse una voce. Lei vide una guardia con due cani lupo, ma di certo più piccoli di Vic. «È possibile», disse il Re. «Voi due mettetevi nella stanza più esterna, coi cani. Io dormirò nell'altra stanza. Tenete una luce sempre accesa.» La lampada di alabastro fu portata via, e l'ambiente rimase illuminato soltanto dalla luce rossa del fuoco. Poco dopo, Indra si appoggiò alla porta nascosta, che si aprì. Intorno al collo di Vic c'era un grosso collare di pelle di lupo, dello stesso colore della sua; lei lo afferrò, poi entrarono insieme nella stanza in penombra. Indra non esitò. Si trovava da sola in quel palazzo con tre uomini. Due di loro, coi cani, dovevano morire prima che lei potesse attuare il suo proposito di uccidere Savastri. Sapeva dov'erano le stanze in cui si trovavano, e siccome le ripugnava uccidere degli uomini nel sonno, si diresse verso di loro, nelle due stanze da letto in fondo all'atrio. A un certo punto si fermò, accucciandosi. La porta della prima stanza
era socchiusa; una lama di luce attraversò l'atrio e si udì la voce di un uomo. «Te lo dico io, i cani fiutano qualcosa: guardali! Porta la lampada. Facciamo un giro per il palazzo. Io terrò i cani al guinzaglio.» I cani ringhiavano e guaivano; il pelo di Vic si rizzò sotto la mano di Indra, e dalla sua gola uscì un suono profondo e selvaggio. Uno degli uomini uscì fuori, con la lampada in mano. Si fermò, poi mise il lume su una mensola. «Ho dimenticato l'arco», disse. «Va' avanti tu. Io ti seguirò con la lampada.» Tornò dentro. Uscì l'altro, con i due cani che tiravano i guinzagli. Improvvisamente presero ad abbaiare furiosamente: avevano avvertito la presenza di Vic. Indra vide che era arrivato il suo momento. «Prendili, Vic!», ordinò, lasciandolo libero. La sagoma gigantesca si lanciò sui cani. La guardia lanciò un urlo terribile; si affrettò a liberare i cani, ma li aveva tenuti legati un attimo di troppo. Vic fu loro addosso col suo ringhio assassino, e le fauci così veloci che l'occhio non riusciva a seguirle. Le tre sagome si fusero in una, una massa di ferocia e lotta, dove volavano ciuffi di pelo e gocce di sangue luccicanti. Indra si lanciò in avanti. La guardia, sguainata la lunga spada, colpì gli animali che lottavano. Un cane era già morto, l'altro era a terra. La guardia vide Indra, e si girò facendo un affondo con la lama. La lancia di lei lo trapassò da parte a parte: Indra la tirò a sé mentre l'uomo cadeva. Il secondo cane era in preda agli spasimi della morte, e Vic era in piedi, con gli occhi fiammeggianti e il muso che grondava sangue. La seconda guardia uscì di corsa, con l'arco teso e la freccia incoccata. Vedendo Indra, fece un passo indietro. Vic gli si buttò addosso, e l'arco scoccò una freccia; l'animale afferrò una seconda freccia, e la lanciò. Entrambi i dardi trapassarono la gola del lupo, penetrando nel cervello. Tuttavia il balzo dell'animale prese in pieno l'uomo. Persino nell'attimo della morte, la bestia mordeva e strappava coi denti crudeli. La guardia fu spinta all'indietro, e i denti dell'animale morente gli aprirono la gola e il petto. «Vic! Vic!» Indra si gettò sul lupo, gridando, e si inginocchiò nella pozza di sangue. La testa del lupo si alzò leggermente. I suoi occhi la guardarono, poi lasciò cadere il capo, per non rialzarlo mai più. Era morto. Il silenzio e l'odore del sangue caldo calarono sulla scena. «Così, gli uomini e le bestie si tengono compagnia sulla strada dei fanta-
smi!», disse una voce divertita, calma e posata: era la voce del Re Savastri. Indra si era rialzata, brandendo la lancia, e si gettò in avanti. Savastri stava sulla porta, con un coltello nella mano sinistra e una lunga frusta arrotolata nella destra. Portava una veste scarlatta ed era a capo scoperto. Lei gli si avventò come un lampo di rabbia. Puntò la lancia dritta al cuore, sferrando un colpo mortale; ma l'arma fu respinta dall'armatura nascosta dalla veste. La frusta la colpì al viso, seminascosto dal cappuccio di pelle di lupo. Sebbene accecata e barcollante, Indra brandì ancora la lancia e colpì. La frusta si attorcigliò sull'arma e gliela strappò di mano, facendola cadere a terra. Sul corpo e sulle braccia di Indra arrivarono nuove frustate brucianti. Savastri la colpiva con intenzione, freddo e determinato, ma veloce. Indra lanciò un urlo, poi si lanciò su di lui con ferocia selvaggia. Savastri la evitò, afferrò la testa di lupo sul cappuccio e la tirò all'indietro. Ne uscì la massa dorata dei capelli di lei. Savastri la colpì alla testa col pesante manico della frusta. Indra cadde senza un grido e rimase al suolo, inerte. «Dunque!», disse Re Savastri, guardandola in viso. «Proprio come sospettavo. Ma ora devo capire da dove entravano, lei e quell'animale.» Afferrò la lampada e, cercando di evitare le macchie di sangue sul pavimento, si diresse alla sala grande, dove trovò la porta segreta socchiusa. Tornò rapidamente sui suoi passi, e trascinò la grande carcassa di Vic nella sala, verso la porta segreta. Persino per un uomo robusto come lui, non era certo un'impresa agevole. Recise quindi il collare del lupo e lo conservò. Poi spinse la carcassa nel passaggio segreto, e ne richiuse la porta. Tornato sul terribile teatro della battaglia, sollevò Indra e la portò nella stanza in fondo alla sala: la donna respirava forte, e sarebbe rimasta priva di conoscenza ancora per un bel po'. Poco dopo il Re Savastri aprì la porta del padiglione e suonò il corno. Le guardie arrivarono di corsa. Scelse alcuni Capitani, e li portò con sé nella sala insanguinata, mostrando loro ciò che era capitato. «Il lupo è venuto e se n'è andato», disse, mostrando loro il collare. «Vedete questo? Ora venite a vedere chi lo portava. Le storie che vi hanno raccontato erano vere.» Savastri li portò alla stanza in fondo alla sala. Là, su un letto, giaceva Indra, priva di sensi. Ora era vestita di una lunga veste che le aveva messo Savastri, dopo aver nascosto le pelli di lupo. I Capitani la guardarono muti, e Savastri fece loro cenno di uscire.
«Ecco il collare», disse a uno di essi. «Gettalo nel fuoco: così non potrà mai più trasformarsi in lupo. Anzi, rimarrà Regina!» Quando Indra aprì gli occhi, era giorno, e dalla finestra si vedevano cadere dei fiocchi di neve. Si trovava nel suo letto, in quella che un tempo era stata la sua stanza nel padiglione reale, ed era coperta di morbide pelli. Al suo fianco c'era il Re Savastri, che le era stato vicino per medicarle la ferita e bagnarle il viso con un panno umido. Ora sì era allontanato un po', e la guardava. Lei lo fissò. I ricordi le tornarono tutti insieme, eppure il trovarlo lì, accanto a sé, l'aveva fatta ammutolire. Cercò di parlare, ma non vi riuscì. Lui sorrise, si piegò in avanti e riprese a inumidirle la fronte col panno: aveva le dita abili, e molto delicate. «Sembra che tu abbia fatto un brutto sogno», disse, senza darvi troppo peso. «Da quando le mie guardie ti hanno trovata vagare nella foresta, non fai che parlare di lupi.» Gli occhi di lei si dilatarono. «Lupi?», sussurrò. «Vagavo? Demonio! Che scherzo è questo? Sai benissimo...» «Taci», la zittì il Re. «Taci e lascia parlare me, per qualche istante. Ecco: se può farti sentire meglio, gioca con questo», e le mise in mano un lungo pugnale, poi si alzò in piedi e andò alla finestra. Lei afferrò il pugnale, e lo guardò con gli occhi fiammeggianti. «Qualsiasi cosa tu possa pensare», disse il Re con calma, «sei stata trovata nella foresta dalle mie guardie e portata qui. Come sei arrivata nella foresta, e perché hai lasciato il tuo castello, non ha importanza. Se hai la tentazione di ricordare altro, mia cara Signora, non era che un brutto sogno. Dobbiamo dimenticarlo. Sono felice che tu sia qui, perché ho qualcosa da dirti.» Lei giaceva immobile sul letto come un animale in trappola, tesa e all'erta. Savastri le si avvicinò sorridendo. «Indra, questo mio popolo è incolto, selvaggio: un'accozzaglia di barbari, e anch'io sono un barbaro. Ma io arrivo a capire che tutta la civiltà e le bellezze della tua razza ariana stanno scomparendo fra le mani della mia gente; tutta questa vostra bella terra sta ridiventando una giungla. Io voglio che tu salvi questa terra, e so che puoi farlo. Tu lo giudichi un insulto quando dico di amarti, di volerti sposare perché sei l'unica donna che conosco che sia adatta a diventare la mia Regina e mia moglie. Ma c'è un'al-
tra ragione. La nostra gente, e tuo figlio Shiva.» Quel nome la colpì e la calmò, aumentando il suo interesse per quel discorso. «Sposami», continuò con voce calma. «Lascia che la tua gente si mescoli alla mia, lascia che tengano tutto ciò che possiedono e anche di più, che insegnino alla mia gente gli inni vedici, la vostra religione, il vostro modo di vivere, i vostri mestieri e le vostre arti. Ciò che rimane della tua gente sarà di nuovo grande, assieme alla mia. Potrebbero costituire una setta, una casta a parte. Una casta superiore, non degli schiavi! Io non ho figli che mi succedano, Indra», continuò. «Ma se ti avessi per moglie, avrei anche un figlio, un figlio per di più che i miei sudditi adorerebbero come un dio. Lascia che io adotti tuo figlio e che lui sia il futuro Re di questa gente. Non fui io ad uccidere suo padre, ma uno dei Capitani uccisi dal tuo lupo.» «Il mio lupo!» Gli occhi di lei si spalancarono di nuovo, e la sua voce cambiò tono. «Ah! Il tuo triste gioco è finito, dunque!» «Per gli dèi, non sto giocando!» Preso da un impeto improvviso, si avvicinò rapidamente al letto e la guardò, accalorato. «Tu non menti, Indra; facesti un giuramento per la tua gente, ma in esso non si faceva parola della tua persona. Fu proprio questo che mi fece sospettare. E cosa mi dicesti? Che mi avresti sposato solo sul letto di morte? Be', ora eccoti sul letto di morte: morte per te, per tuo figlio e per tutta la tua gente, se così decidi.» Savastri si lasciò cadere sul letto accanto a lei, e allargò le braccia. «Hai un coltello: usalo!», disse, sincero e con voce rotta. «Devi solo scegliere. Ecco qua la mia gola: uccidimi, se vuoi, se ciò potrà soddisfarti! Io ti adoro, Indra, con tutto il cuore. Ti offro me stesso: uccidimi, oppure prendimi... E con me, la vita di tuo figlio», aggiunse in fretta, vedendo la mano di lei muoversi e il bagliore del pugnale. «Invece della morte e dell'ignominia, lui avrà onore e una corona. La tua gente avrà la vita, invece della morte, e questo paese risorgerà, se tu lo vuoi! Ti offro un futuro di gloria, degno di te, e il Principe Shiva sarà uno dei nostri dèi. Ma se lo desideri, uccidimi. Non c'è nessuno che possa fermarti.» Con una mano si coprì il volto con un lembo della veste, e attese. Il silenzio della stanza era rotto solo dal frusciare dei rami all'esterno. Savastri udiva solo il respiro rapido e affannato di lei, ma nessuna parola uscì dalle labbra della donna. Improvvisamente lei si mosse, inspirando come per affondare il pugnale; ma non lo fece.
Il pugnale cadde a terra. La mano di lei cercò quella di Savastri. L'immagine si fece sfuocata e scomparve. Tornò visibile la parete di pietra, la luce gialla si affievolì e si riaccesero le luci della stanza. Norman Fletcher si girò verso di noi, con gli occhi pieni di stupore e sbigottimento. «Che io sia impiccato!», sbottò. «Questo non era ciò che credevo di mostrarvi. Non è la stessa cosa. Questa macchina mi sta giocando degli scherzi! Ma, dico! Avete capito il significato di ciò che abbiamo appena visto? Le implicazioni storiche ed etnologiche?» «Certo!», disse la signorina Stephens, arrossendo di eccitazione. «Una scena della fine della razza ariana, sugli altopiani dell'Asia, prima degli inizi della storia! E la leggenda del Lupo Mannaro, che stranamente sembra essere una leggenda puramente ariana, una specie di mito razziale!» Fletcher la fissò. «Be', poteva andare peggio», disse piano. «Ora capisco perché Hartmetz mi ha detto che la lingua era una forma di Sanscrito. Aveva ragione, maledizione! Mi dispiace che abbiate visto tutto ciò», disse, scusandosi. La signorina Stephens scosse impercettibilmente il capo. «Perché?», disse con calma. «Per me, tutto ciò è stato affascinante, sul serio! Tutto ciò che ho visto.» Mentre accompagnavo a casa la signorina Stephens, le chiesi che cosa ne pensava onestamente. «Oh!», disse, con il suo fare modesto che, ora lo avevo capito, modesto non era affatto, ma piuttosto blasé. «Non ci ho creduto nemmeno un momento. Penso che stesse solo cercando di impressionarmi.» «Davvero!», dissi, non senza sarcasmo. «E non ci è riuscito, signorina Stephens?» «Temo», disse, strascicando le parole, «che il povero signor Fletcher non sia al passo coi tempi.» Non aggiunsi altro. TABÙ Taboo di Geoffrey Household The Salvation Of Pisco Gabar And Other Stories, 1939 Ho sentito questa storia da Lewis Banning, l'americano. Ma, visto che anch'io conosco abbastanza bene Shiravieff e ho sentito parte del racconto
da lui stesso, penso di essere in grado di ricostruire con precisione le sue parole. Shiravieff aveva chiesto a Banning di incontrare il Colonnello Romero, e dopo pranzo li condusse, com'è suo costume, nel suo gabinetto di consultazione. Forse sarebbe meglio definirlo il suo studio, dal momento che in quel luogo non vi sono strumenti e smalti bianchi che rendano il visitatore sgradevolmente cosciente del funzionamento del proprio corpo. Del resto, Shiravieff, tra le misteriose abbreviazioni che ha diritto di aggiungere al proprio nome, non ne ha nessuna che implichi una Laurea in Medicina. È una stanza grande e riposante, e la sua armonia è interrotta solo dai trofei di caccia. Il muso di un lupo enorme ghigna al di sopra del camino. E sulla parete di fronte spiccano le belle teste di uno stambecco e di un bisonte. Senza dubbio, Shiravieff li ha appesi al muro deliberatamente. I suoi pazienti, provenienti dalle varie contee, arrivano aspettandosi un guaritore ciarlatano, ma acquistano subito fiducia quando vedono che egli ha ucciso degli animali selvaggi con le sue maniere da gentiluomo. I trofei gli si adattano. Con la sua barbetta a punta e l'ampio sorriso, sembra più un esploratore che uno psicologo. La sua calma imperturbabile non è quella sacerdotale dei medici, è piuttosto la disillusione del viaggiatore e dell'esule, di colui che ha studiato il meglio e il peggio della natura umana e ha scoperto che non esiste una differenza definibile tra i due estremi. Romero prese in antipatia la stanza. Era molto sensibile alle atmosfere, anche se l'avrebbe negato con indignazione. «Un mucchio di donne stupide», brontolò misteriosamente, «che riversano fuori le proprie emozioni.» Naturalmente, erano state riversate molte emozioni proprio nella sedia che lui occupava. Ma poiché Shiravieff doveva la sua reputazione soprattutto ai casi di psicosi traumatica dovuta ai bombardamenti, dovevano essersi seduti su quella sedia anche un mucchio di uomini stupidi. Romero, ovviamente, non l'avrebbe mai detto. Preferiva pensare che l'isteria fosse confinata solo al sesso opposto. Poiché era un latino innamorato dell'Inghilterra, adorava e coltivava il distacco emotivo degli Inglesi. «Vi assicuro che le emozioni sono del tutto inoffensive quando sono fuori dal sistema nervoso», rispose Shiravieff, con un sorriso. «È quando sono dentro che creano problemi.» «Ça! Mi piacciono le persone che nascondono le proprie emozioni», disse Romero. «È per questo che vivo a Londra. Gli Inglesi non sono freddi -
è un'assurdità dire che siano freddi - ma sono ben educati. Non mostrano mai ciò che li ferisce maggiormente. Questo mi piace.» Shiravieff tamburellò il tavolo con un dito, a un ritmo veloce, nervoso. «E che cosa succede se devono mostrare un'emozione?», chiese in tono irritato. «Scuoteteli... scuoteteli, capite? In modo che debbano esprimere le proprie emozioni! Non riescono a farlo, e rimangono danneggiati per tutta la vita.» Nessuno l'aveva mai visto perdere la pazienza. Era una reazione inimmaginabile, come se il vostro medico di famiglia venisse a visitarvi senza i pantaloni. Romero lo aveva evidentemente scosso in profondità. «Li ho scossi, e hanno mostrato una quantità di emozioni», osservò Banning. «Oh, io non mi riferisco alle loro piccole convinzioni», disse Shiravieff con lentezza e gravità. «Scuoteteli con un fatto orribile che essi non possano non vedere, con qualcosa che offenderebbe l'animo di tutti noi. Ricordate quel racconto di de Maupassant a proposito di un uomo la cui figlia fu bruciata viva: la fanciulla ritornò dalla tomba ed egli per tutta la vita conservò quello strano tic che lo prese quando aveva cercato di allontanarla. Be', se quell'uomo avesse gridato o pianto ogni notte, avrebbe potuto guarire dal tic.» «Il coraggio l'avrebbe salvato», dichiarò con superbia il Colonello. «No!», gridò Shiravieff. «Siamo tutti codardi, e la cosa più salutare che possiamo fare è esprimere la paura quando la sentiamo.» «La paura della morte...», cominciò Romero. «Non sto parlando della paura della morte. Non è questo. È il nostro orrore di violare un tabù che ci provoca gli shock. Ascoltatemi. Qualcuno di voi ricorda il caso Zweibergen avvenuto nel 1926?» «Il nome mi è familiare», disse Banning. «Ma non riesco a ricordare... si trattava di un villaggio stregato?» «Mi congratulo con voi per la vostra salute mentale», disse Shiravieff ironicamente. «Riuscite a dimenticare solo ciò che non volete ricordare.» Offrì loro dei sigari e ne accese uno per sé. Poiché fumava di rado, il sigaro lo calmò immediatamente. I suoi occhi grigi scintillarono come se volesse assicurare i suoi visitatori che anche lui era sorpreso del proprio nervosismo. Banning prima non aveva mai capito - così mi disse - che le associazioni anti-fumo avevano ragione nel dire che il tabacco era una droga. «Ero a Zweibergen quell'estate. L'avevo scelta perché volevo restare da solo. Riesco a riposare solo quando sono solo», cominciò Shiravieff senza
preamboli. «I Carpazi orientali erano solitari dieci anni fa: erano tagliati fuori dalle rotte turistiche da troppe frontiere. I magnati ungheresi, che erano soliti andare a caccia nelle foreste prima della guerra, erano scomparsi, e le loro proprietà erano lontane le une dalle altre. Non mi aspettavo di trovare alcuna compagnia civile. Fui deluso di scoprire che una coppia sposata aveva affittato il vecchio capanno da caccia. Naturalmente, erano persone interessanti, ma io non feci alcun approccio nei loro confronti tranne che passare qualche momento in loro compagnia ogniqualvolta ci incontravamo nella strada del villaggio. Lui era inglese e lei americana: una di quelle donne deliziose che sono solo e tipicamente americane. Nessun altro paese è in grado di fondere abbastanza razze da produrle. Il suo sangue, sospettavo, doveva essere in maggior parte slavo. Mi ritenevano un tipo scontroso, ma rispettavano il mio desiderio evidente di privacy... finché tutti noi che eravamo a Zweibergen non desiderammo di avere degli ascoltatori. Allora i Vaughan mi chiesero di cenare da loro. Parlammo solo di argomenti banali durante il pasto, che era, tra parentesi, eccellente. C'erano della carne di cervo e delle fragole selvatiche, se ben ricordo. Prendemmo il caffè sul prato che era davanti alla casa. Sedemmo per un momento in silenzio - il silenzio della montagna - a guardare la vallata. La fitta foresta di pini era molto scura in quel tardo imbrunire. Rocce bianche, isolate, erano sparse tra gli alberi. Sembrava che potessero muoversi da un momento all'altro; come fantasmi di grandi animali che pascolassero sulle cime degli alberi. Poi un cane ululò sulla montagna che ci sovrastava. Allora cominciammo a parlare tutti insieme. Del mistero, naturalmente. Due uomini erano scomparsi in quella foresta da circa una settimana. Il primo dei due veniva da una piccola cittadina che si trovava nella vallata, a dieci miglia di distanza. Stava tornando dopo il crepuscolo da una breve scalata in montagna. Forse era scomparso in un cumulo di neve o in un burrone, perché i sentieri non erano molto sicuri. In quel distretto non c'era nessun club di alpinismo che si occupasse della loro manutenzione. Ma sembrava che fosse stato coinvolto in un incidente meno comune. Era lontano dalle cime più alte. Un pecoraio che era accampato su una delle montagne più basse, gli aveva augurato la buona notte, e l'aveva visto scomparire tra gli alberi nella sua discesa a valle. Quella era l'ultima volta che era stato visto. L'altro apparteneva al gruppo dei soccorritori che era partito il giorno se-
guente. Era rimasto fermo a fare da punto di riferimento, mentre il resto del gruppo batteva i boschi verso di lui. Era l'ultima battuta, ed era già scuro. Quando il gruppo era arrivato alla sua postazione, lui non c'era più. Tutti sospettavano i lupi. Dal 1914 non c'erano state più battute di caccia nelle riserve, e la vita animale di ogni genere era abbondante. Ma i lupi non giravano a branchi, e le squadre di soccorritori non trovarono nemmeno una traccia di sangue. Non c'erano orme che potessero aiutare. Non c'era segno di lotta. Vaughan suggerì che si stava costruendo un mistero sul niente. Probabilmente i due uomini si erano stancati della routine domestica, e avevano colto al volo l'opportunità di scappare. Ormai, credeva lui, dovevano essere già in cammino per l'Argentina. Quel suo gelido rifiuto della tragedia era disumano. Sedeva, lì, altero, distante, forte e indifferente. Il suo viso era quello tipico e gradevole degli appartenenti all'alta borghesia. Solo la bocca ferma e le narici sottili e sensibili mostravano che aveva una sua propria personalità. Kyra Vaughan lo guardò con disprezzo. "Lo pensi veramente?", chiese. "Perché no?», rispose lui. "Se quegli uomini fossero stati uccisi, avrebbe dovuto esserci qualche creatura ad aggirarsi furtiva in cerca di preda. Ma non c'è niente del genere." "Se vuoi credere che quei due uomini non sono morti, credilo pure!", disse Kyra. La teoria di Vaughan che i due uomini erano scomparsi volontariamente era, naturalmente, assurda. Ma l'improvvisa freddezza che la moglie espresse nei suoi confronti, mi sembrava eccessivamente intollerante. Capii tutto quando lo conobbi meglio. Vaughan - i vostri riservati Inglesi, Romero! - stava nascondendo i propri pensieri e le proprie paure, e sceglieva, del tutto inconsciamente, di apparire stupido piuttosto che rendere visibile la propria ansia. La moglie aveva intuito la sua falsità, pur senza capirne la causa, e ciò la rendeva furiosa. Erano una coppia strana, quei due: intelligenti, colti, e così interessati l'uno all'altro che avevano bisogno di più di una vita per soddisfare la loro curiosità. Lei era una creatura ipersensibile, con vividi occhi marroni e un corpo snello e agile che sembrava crescere come un fiore dalla terra sotto i suoi piedi. Ed era spontanea! Non voglio dire che non sapesse recitare. Lo sapeva fare ma, quando lo faceva, era voluto. Era indifesa davanti alle sofferenze e alle gioie altrui, e non tentava di nasconderlo.» «Oh, signore! In un giorno viveva le stesse emozioni che suo marito vi-
veva in un anno!» «No, lui non era privo di emozioni. Quei due erano molto simili, benché non lo si sarebbe detto. Ma lui si vergognava delle lacrime e del riso, e aveva corazzato la propria anima contro di loro. A un osservatore superficiale, appariva il più calmo dei due ma, nel fondo dell'anima, era un estremista. Avrebbe potuto essere un poeta, un San Francesco, un rivoluzionario. Ma lo era? No! Era un inglese. Sapeva di correre il pericolo di essere sommerso dalle emozioni, di abbandonare loro la propria vita. E allora? E allora bilanciava ogni idea con un'altra, e si assicurava la pace vivendo tra i due piatti in equilibrio. Lei, naturalmente, saltava sempre sull'uno o sull'altro piatto della bilancia. E lui l'amava per questo. Ma l'atteggiamento indifferente di lui le dava ai nervi.» «Lei non aveva torto, secondo voi», disse Romero con indignazione. Tutte le sue simpatie andavano a favore dello sconosciuto inglese. Lo ammirava. «L'adoravo», disse Shiravieff con sincerità. «Tutti l'adoravano. Rendeva la vita di chiunque più intensa. Non pensate, però, che sottovalutassi suo marito. Non potevo impedirmi di vedere come funzionassero i suoi meccanismi mentali, ma lo apprezzavo. Era un uomo di cui potersi fidare, ed era anche di buona compagnia. Un uomo d'azione. Quello che faceva aveva poco a che vedere con le opinioni che esprimeva. Be', dopo quella cena con i Vaughan, non avevo più voglia di trascorrere una vacanza solitaria; perciò feci la migliore cosa possibile, e partecipai attivamente a tutto quello che stava accadendo. Sentii tutte le chiacchiere, perché mi trovavo nel miglior posto per ascoltare: la locanda del villaggio. La sera, spesso raggiungevo il magistrato del distretto che sedeva in giardino davanti ad un boccale di birra a leggere tutte le deposizioni che aveva raccolto quel giorno. Era un funzionario molto solido, il migliore tipo d'uomo per un caso del genere. Una persona più fantasiosa si sarebbe formata delle teorie, avrebbe trovato le prove che vi si adattavano, e avrebbe solo accresciuto il mistero. Non voleva discutere il caso. No, non temeva indiscrezioni. Semplicemente, non aveva niente da dire, ed era abbastanza lucido da capirlo. Ammetteva di non sapere di più dei paesani, le cui deposizioni riempivano le sue cartelle. Ma era pronto a parlare di qualsiasi altro argomento - soprattutto di politica - e le nostre lunghe conversazioni mi procurarono la fama presso i paesani di un uomo saggio e profondo. Mi consideravano quasi un pubblico ufficiale.
Perciò, quando scomparve il terzo uomo, questa volta dallo stesso Zweibergen, il sindaco e il poliziotto del villaggio vennero da me per avere istruzioni. Era scomparso il droghiere del paese. All'imbrunire si era addentrato nella foresta con la speranza di catturare un fagiano. La mattina dopo il negozio era chiuso: solo allora si seppe che non era tornato. Uno sparo solitario era stato sentito intorno alle 22,30 quando, presumibilmente, il droghiere si stava dirigendo verso casa. Tutto quello che potei fare, in attesa dell'arrivo del magistrato, fu mandare delle squadre di soccorso. Battemmo la foresta in ogni direzione, ed esaminammo ogni sentiero. Vaughan e io, con uno dei paesani, salimmo al mio posto preferito per i fagiani. Era lì, pensavo, che si sarebbe dovuto recare il droghiere. Poi ispezionammo ogni passo del viottolo che avrebbe dovuto prendere per tornare al villaggio. Vaughan sapeva seguire una pista. Era uno di quei sorprendenti inglesi che si conoscono per anni, senza sapere che un tempo c'erano uomini di colore in Africa, a Burma o nel Borneo, che lo conoscevano ancora meglio, organizzavano battute di caccia per lui, e lo ritenevano più giusto dei loro dèi, ma non più comprensibile. Avevamo percorso circa quattro miglia, quando mi sorprese mostrando un interesse improvviso per il sottobosco. Fino a quel momento ero stato tanto stupido da pensare che non stesse facendo assolutamente niente. "Qualcuno si è allontanato dal sentiero in questo punto", disse. "Aveva molta fretta. Mi chiedo perché." A pochi metri dal sentiero c'era una roccia bianca alta circa nove metri. Era scoscesa, ma delle cornici sporgenti fornivano un agevole appiglio per scalarla. Ai suoi piedi, una sorgente d'acqua calda gorgogliava da una cavità poco più grande della tana di una volpe. Quando Vaughan mi mostrò le tracce, vidi che la macchia, che cresceva tra le rocce e il sentiero, era stata scostata con violenza. Ma feci notare che nessuno avrebbe mai lasciato il sentiero per inoltrarsi in quella boscaglia. "Quando si sa di essere inseguiti, si preferisce avere intorno uno spazio aperto», rispose Vaughan. "Sarebbe molto confortante essere sulla sommità di quella roccia con un fucile in mano, se si riuscisse a raggiungerla. Saliamo." La cima era di nuda roccia, e dalle fessure spuntavano piante rampicanti di edera. A tre metri dall'orlo, c'era un alberello, che cresceva in una sacca di terreno. Un lato della sua base era frantumato e scheggiato. Aveva preso in pieno parecchie pallottole. Il paesano si fece il segno della croce. Mor-
morò: "Si dice che c'è sempre un albero tra te e lui". Ghi chiesi chi fosse quel "lui". Non rispose subito, ma giocò con noncuranza con il suo bastone da passeggio, e come se si vergognasse, finché la punta d'acciaio non fu tra le sue mani. Allora bisbigliò: "Il Lupo Mannaro". Vaughan rise e indicò i buchi delle pallottole che erano a una ventina di centimetri dal terreno. "Questo Lupo Mannaro deve essere un cucciolo, se arriva a questa altezza", disse. "No, il fucile del droghiere ha sparato quando lui è caduto. Forse era inseguito troppo da vicino quando si è arrampicato sulla roccia. Il suo corpo deve essere caduto in questo punto." Si inginocchiò ad esaminare il terreno. "Che cos'è questo?", mi chiese. "Se è sangue, deve avere qualcosa a che fare con questa faccenda." C'era solo una macchiolina sulla nuda roccia. La guardai. Senza dubbio, si trattava di materia cerebrale. Fui sorpreso che non ce ne fosse di più. Immaginavo che provenisse da una profonda ferita alla testa. Probabilmente era stata provocata da una freccia, dal becco di un uccello, o forse da un dente. Vaughan si lasciò scivolare lungo la roccia, e infilò il bastone nella melma sulfurea della sorgente. Poi frugò tra i cespugli come un cane. "In questa direzione non c'è nessuna traccia di un corpo trascinato", disse. Esaminammo il lato più lontano della roccia. Cadeva a picco, e sembrava impossibile che vi si potessero arrampicare uomini o animali. L'orlo era coperto da una vegetazione intricata. Ero propenso a credere che gli occhi di Vaughan avrebbero potuto scoprire se qualcosa si era diretta da quella parte. "Nemmeno una traccia!", disse. "Dove diavolo è andato a finire il corpo?" Noi tre sedemmo in silenzio sul bordo della roccia. La sorgente gorgogliava e piangeva sotto di noi, e i pini mormoravano al di sopra. Non c'era bisogno di quella particella di sostanza umana, riconoscibile solo all'occhio di uno psicologo, per dirci che eravamo sulla scena di un delitto. Immaginazione? Spesso l'immaginazione è solo un istinto dimenticato. L'uomo che aveva corso su quella roccia si era chiesto, in preda al panico, perché si fosse abbandonato alla propria immaginazione.
Quando ritornammo trovammo il magistrato nel villaggio e gli riferimmo la nostra scoperta. "Interessante! Ma che cosa significa?", disse. Gli feci osservare che almeno sapevamo che l'uomo era morto o moribondo. "Non c'è nessuna prova sicura. Mostratemi il suo corpo. Ditemi almeno un motivo per ucciderlo." Vaughan insisteva nel dire che si trattava dell'opera di un animale. Il magistrato non era d'accordo. Se fosse stato un lupo, avremmo avuto qualche difficoltà a rimettere insieme il corpo, ma nessuna a trovarlo. E, per quanto riguardava un orso... be', sono così innocui che l'idea era ridicola. Nessuno credeva che si trattasse di un animale in carne e ossa, perché tutta la zona era stata battuta. Ma nel villaggio si raccontavano delle storie: storie antiche. Non avrei mai immaginato che quei paesani accettassero tanti orrori come dati di fatto, se non avessi udito quelle storie alla locanda del villaggio. La cosa strana è che non potevo affermare allora, e non posso dire ora, che fossero completamente in errore. Avreste dovuto vedere l'espressione degli occhi di quegli uomini quando il vecchio Weiss, il guardacaccia, narrò che spesso suo nonno aveva fatto fuoco contro un lupo grigio che incontrava nei boschi al crepuscolo. Non l'aveva mai ucciso finché non aveva caricato il fucile con pallottole d'argento. Allora il lupo era scomparso dopo il primo sparo, ma Heinrich il ciabattino era stato trovato moribondo nella sua casa con un dollaro d'argento infilato nel ventre. Josef Weiss, suo figlio, che faceva la maggior parte del proprio lavoro nelle riserve di caccia e si faceva vedere di rado nel villaggio, a meno che non scendesse a vendere qualche sella di cervo, era indignato con suo padre. Era un uomo dalla costituzione robusta e dal carattere burbero, che aveva letto qualcosa. Non c'è nessuno più intollerante circa le superstizioni di chi ha una cultura approssimativa e superficiale. Vaughan, naturalmente, era d'accordo con lui. Ma poi superò gli orrori delle storie raccontate dai paesani con dei racconti spaventosi tratti dal folklore locale e dalla letteratura medievale. Non potei impedirmi di notare che doveva aver meditato a lungo su quell'argomento. I paesani lo presero sul serio. Andavano e venivano a coppie. Nessuno voleva uscire nella notte senza un compagno. Solo il pecoraio non aveva paura. Prestava fede ai racconti, ma era un mistico. Aveva l'abitudine di camminare nei boschi di notte. "Bisogna diventare in parte come quelle creature, signore", mi disse, "al-
lora non si temono più. Io non dico che un uomo possa trasformarsi in lupo - che la Vergine Santa ci protegga! - ma so perché vorrebbe farlo." Era un'affermazione interessantissima. "Penso di saperlo anch'io", risposi. "Ma che cosa si prova?" "È come se i boschi vi entrassero dentro, e voi voleste diventare un animale selvatico e camminare a quattro zampe." "Ha perfettamente ragione", disse Vaughan con convinzione. Quella fu la goccia che fece traboccare il vaso. I paesani si allontanarono da Vaughan, e due di loro andarono a soffiare sul fuoco per distogliere lo sguardo dai suoi occhi malvagi. Sembrava che aveva troppa familiarità con la Magia Nera. "E voi come lo spiegate?", chiese Vaughan, rivolgendosi a me. Gli dissi che avrebbero potuto esserci una decina di motivi diversi, proprio come la paura del buio ha varie cause. E anche la fame fisica poteva avere qualcosa a che fare con quel fenomeno. "Penso che la nostra psicologia moderna tenda a dare troppa importanza al sesso. Dimentichiamo che l'uomo è, oppure era, un animale predatore, rapido e fornito di tutti gli istinti necessari." Non appena menzionai la fame, si alzò un coro di assensi, sebbene essi non capissero veramente di che cosa parlavamo io, Vaughan e il pecoraio. La maggior parte di quegli uomini aveva provato la fame. L'albergatore ricordò la carestia temporanea che c'era stata durante la guerra. Il pecoraio ci disse che una volta aveva passato una settimana sospeso su un dirupo prima che qualcuno lo trovasse. Josef Weiss, ansioso di lasciare gli argomenti soprannaturali, raccontò la sua esperienza di prigioniero di guerra in Russia. Con i suoi compagni era stato dimenticato in una fortezza abbandonata, mentre le guardie erano impegnate nella rivoluzione. Quei poveri diavoli avevano vissuto in condizioni veramente disperate. Per un'intera settimana, Vaughan e io girammo con le squadre di soccorso notte e giorno. Intanto Kyra era impegnata a confortare le donne del paese. Non potevano fare a meno di amarla, eppure avevano il vago sospetto che lei stessa fosse implicata in quel mistero. Non le biasimo per questo. Non si può pretendere che comprendessero la sua spiritualità intensa. Per loro, lei era come una creatura di un altro pianeta, affascinante e terrificante. Senza volerle attribuire alcun potere soprannaturale, non ho dubbi che Kyra avrebbe saputo dire passato, presente e futuro di quelle paesane, molto meglio di una zingara. Il nostro primo giorno di riposo lo trascorsi con i Vaughan. Io e lui era-
vamo ristorati da dodici ore di sonno, ed eravamo certi che avremmo potuto trovare una nuova soluzione che spiegasse il mistero. Kyra si unì alla discussione. Riesaminammo le vecchie teorie, ma non riuscivamo a fare nessun progresso. "Saremo costretti a credere alle storie che si raccontano nel villaggio", dissi alla fine. "E perché no?», chiese Kyra Vaughan. Entrambi protestammo. Le chiedemmo se lei ci credeva veramente. "Non sono sicura", rispose. "Che cosa importa? Ma so che il male ha ucciso quegli uomini. Il male...", ripeté. Ne fummo spaventati. Voi sorridete, Romero, ma non potete capire quanto fossimo impressionati da quell'atmosfera. Guardando indietro, capisco quanto avesse ragione. Le donne... buon Dio, afferrano il significato spirituale di qualcosa, e noi le prendiamo alla lettera! Quando lei ci lasciò, chiesi a Vaughan se sua moglie credeva veramente ai Lupi Mannari. "Non esattamente", spiegò. "Lei vuol dire che la nostra logica non ci porta da nessuna parte, e che noi dovremmo cominciare a cercare qualcosa che, se non è un Lupo Mannaro, ha lo spirito di un Lupo Mannaro. Capite: anche se ne vedesse uno, non sarebbe più spaventata di quanto lo sia ora. La forma esterna delle cose la impressiona molto poco." Vaughan apprezzava sua moglie. Non sapeva mai che cosa volesse dire, ma sapeva che le sue metafore avevano sempre un senso, anche se occorreva molto tempo per trovare la correlazione tra quello che lei aveva detto in realtà e il modo in cui noi stessi avremmo espresso il medesimo concetto. Questo, dopotutto, è quello che si definisce intelligenza. Gli chiesi se sapeva che cosa intendesse per Male. "Male?", replicò lui. "Forze del Male... qualcosa che si comporta come non avrebbe il diritto di comportarsi. Lei intende... la possessione. Ecco! Cerchiamo di scoprire a modo nostro che cosa vuole intendere Kyra. Supponiamo che sia un qualcosa di tangibile, e tentiamo di capire di che cosa si tratti." Lui pensava ancora che fosse un animale. La sua caccia aveva avuto successo, e ora che i boschi erano tranquilli, avrebbe ricominciato. Non pensava che fosse stato stanato definitivamente. "Non è stato stanato dalle prime squadre di soccorso", osservò. "Hanno spaventato tutta la selvaggina per miglia e miglia, ma quella creatura ha
ucciso uno di loro. Tornerà, proprio come il leone mangiatore d'uomini torna sempre. E c'è un solo modo per catturarlo: fare da esca!" "E chi farà da esca?", chiesi. "Voi e io." Credo che la mia paura fosse evidente. Vaughan rise. Disse che stavo ingrassando e che sarei stato un'esca molto allettante. Ogniqualvolta faceva battute di cattivo gusto, sapevo che stava parlando seriamente. "Che cosa faremo?", chiesi. "Mi legherete a un albero e farete la guardia con un fucile?" "Esattamente: solo che non ci sarà bisogno di legarvi... e poiché l'idea è mia, voi farete il primo turno con il fucile. Siete un bravo tiratore?" Lo sono, e lo era anche lui. Per verificarlo, dopo cena ci dedicammo al tiro a bersaglio, e scoprimmo che entrambi colpivamo con precisione fino a cinquanta metri alla luce della luna. Kyra detestava le armi da fuoco. Aveva orrore della morte. La scusa di Vaughan non migliorò la situazione. Disse che saremo andati a caccia di cervi la notte successiva e che avevamo bisogno di fare pratica. "Andrete a sparare ai cervi mentre dormono?", chiese disgustata. "Mentre stanno cenando, cara." "Prima, se è possibile", aggiunsi. Detestavo l'ida di offenderla con delle battute che per lei non avevano alcun significato, ma scegliemmo di proposito quel comportamento. Non potevamo dirle la verità e, facendo così, era troppo orgogliosa per fare altre domande. Vaughan scese alla locanda il pomeriggio seguente, ed elaborammo il nostro piano. La roccia era il punto di partenza di tutte le nostre teorie, e su di essa decidemmo di sistemarci per far la guardia. Dalla cima della roccia si aveva una chiara visione del sentiero per una cinquantina di metri in entrambe le direzioni. La vedetta doveva prendere posizione, coperto dall'edera, prima del tramonto e, poco prima delle dieci, l'esca doveva trovarsi sul sentiero e sotto tiro. Doveva passeggiare avanti e indietro, avendo cura di non nascondersi mai alla vista della vedetta, fino a mezzanotte, quando la squadra si sarebbe sciolta. Ritenevamo che la nostra preda, se era dotata di ragione, avrebbe preso l'esca per uno delle squadre di soccorso. La difficoltà stava nel tornare a casa. Dovevamo andarcene separatamente nel caso fossimo osservati, e sperare per il meglio. Infine decidemmo che l'uomo sul sentiero, che avrebbe potuto essere seguito, doveva raggiungere la strada il più velocemente possibile. C'era uno scivolo per il le-
gname abbastanza vicino, attraverso cui avrebbe abbreviato il cammino, e sarebbe sceso in una decina di minuti. L'uomo sulla roccia doveva aspettare un momento e poi tornare a casa attraverso il sentiero. "Be', non vi vedrò fino a domani mattina", disse Vaughan quando si alzò per andarsene. "Voi mi vedrete ma io non vi vedrò. Fischiate una volta, molto piano, quando arriverò al sentiero, così saprò che siete sulla roccia." Disse che aveva lasciato una lettera per Kyra con il testamento in caso di incidente, e aggiunse, con una risata imbarazzata, che gli pareva una stupidaggine. Io pensavo che fosse tutt'altro che una stupidaggine e glielo dissi. Al tramonto ero già sulla roccia. Infilai le gambe e il corpo nell'edera, lasciando la testa e le spalle libere per roteare il fucile. Era un piccolo 300 a canna lunga. Ero certo che Vaughan fosse al sicuro, e la mia mano ferma non avrebbe fallito. La luna sorse, e il sentiero divenne un nastro d'argento davanti a me. C'era qualcosa di tranquillo nel chiaro di luna. Non era la luce. Era uno stato delle cose. Quando si udiva un rumore, era inatteso, come un fremito improvviso nel fianco di un animale che dorme. Un ramoscello scricchiolava di tanto in tanto. Una civetta chiurlò. Una volpe sgattaiolò sul sentiero, guardandosi alle spalle. Desiderai che Vaughan arrivasse. L'edera frusciò dietro di me. Non potevo girarmi. La mia spina dorsale divenne ipersensibile, e mi si rizzarono i capelli sulla nuca come se aspettassi un colpo. Era inutile ripetere a me stesso che non poteva essere altro che un uccello ma, naturalmente, era un uccello. Un succiacapre uscì frusciando dall'edera, e il mio corpo si ricoprì all'improvviso di sudore freddo. Quello spavento infernale mi aveva liberato di tutti i miei vaghi timori. Continuai a sentirmi a disagio, ma ora ero calmo. Dopo qualche momento sentii Vaughan camminare a grandi passi lungo il sentiero. Poi entrò nel mio campo visivo: una figura chiara e netta alla luce della luna. Fischiai piano, e lui agitò una mano per dirmi che aveva sentito. Camminò avanti e indietro, fumando un sigaro. Il puntino luminoso indicava dov'era esattamente la sua testa. Dovunque andasse, io guardavo a un paio di metri alle sue spalle. A mezzanotte fece un cenno della testa verso il mio nascondiglio e camminò rapidamente verso lo scivolo per il legname. Poco dopo presi il sentiero per tornare a casa. La notte seguente i nostri ruoli furono invertiti. Era il mio turno di passeggiare lungo il sentiero. Scoprii che preferivo fare da esca. Sulla roccia avevo desiderato ardentemente avere un altro paio di occhi ma, dopo un'o-
ra sul sentiero, non giravo nemmeno più la testa. Ero contento di affidare a Vaughan il compito di guardarmi le spalle. Solo una volta mi sentii a disagio. Sentii, almeno così mi parve, un uccello lanciare un richiamo dai boschi che erano più sotto. Era uno strano richiamo, quasi un pigolio. Sembrava una breve esclamazione di terrore pronunciata da una donna. Gli uccelli non avevano il mio favore in quel momento. Mi era venuto alla mente un uccello brasiliano che buca la parte posteriore della testa e ne succhia il cervello. Scrutai attraverso gli alberi, verso il basso, e scorsi un guizzo bianco in una radura illuminata dalla luna. Fu visibile solo per un decimo di secondo, e arrivai alla conclusione che doveva essere stato un alito di vento tra l'erba inargentata dai raggi lunari. Quando fu l'ora, discesi lungo lo scivolo per il legname e presi la strada che mi portava a casa. Mi addormentai chiedendomi se non ci fossimo fatti prendere dai nervi. Andai dai Vaughan la mattina dopo. Kyra era pallida e preoccupata. Le dissi subito che doveva riposare di più. "Non lo farà", disse Vaughan. "Non riesce a sopportare i problemi degli altri." "Capite, non riesco a togliermeli dalla mente così facilmente come fate voi", rispose lei provocatoriamente. "Oh, Signore!", esclamò Vaughan. "Non ho intenzione di cominciare un litigio." "No... perché sai che hai torto. Hai dimenticato completamente quella storia orribile?" Presi in mano le redini della conversazione, e la diressi verso argomenti meno pericolosi. Nel farlo, ero cosciente della resistenza che opponeva Kyra. Lei evidentemente voleva continuare a litigare. Mi chiesi il perché. Aveva, senza dubbio, i nervi tesi, ma era troppo stanca per cercare di rilassarsi con un diverbio. Decisi che stava tormentando di proposito suo marito per fargli ammettere come trascorreva le serate. Era proprio così. Prima che andassi via, mi prese da parte con il pretesto di mostrarmi il giardino e imperniò la conversazione sulle nostre spedizioni. Prego Iddio di non trovarmi mai sul banco degli accusati, se il Pubblico Ministero è una donna! A ogni modo, avevo il diritto di porre delle domande a mia volta, e riuscii a sfuggire al suo interrogatorio senza che lei se ne accorgesse. Non potevo farle sapere la verità, ma detestavo l'idea di lasciarla in quella tormentosa incertezza. Esitò un istante prima di salutarmi. Poi mi afferrò per un braccio, e gridò:
"Prendetevi cura di lui!". Sorrisi e le dissi che aveva i nervi troppo tesi, e che non stavamo facendo niente di pericoloso. Che cos'altro avrei potuto dirle? Quella notte, la terza di guardia, i boschi erano pieni di vita. Il mondo che vive al di sotto delle foglie cadute - topi, talpe e grandi scarafaggi - era in preda a un'attività sorprendente. Gli uccelli notturni gridavano. Un cervo tossì lontano nelle foreste che erano più in alto. Soffiava una brezza leggera, e dal mio rifugio sulla cima della roccia vidi che Vaughan cercava di afferrare gli odori portati dal vento. Si accucciò nell'ombra. Un orso attraversò lentamente il sentiero, sopravvento, e cominciò a scavare per dare un bel morso succulento alle radici di un albero. Aveva lo stesso aspetto inoffensivo di un grande cane. Era chiaro che né lui né la sua razza erano la causa della nostra veglia notturna. Vidi Vaughan sorridere, e capii che aveva avuto la stessa idea. Poco dopo le undici l'orso alzò lo sguardo, annusò l'aria, e scomparve nella massa scura del sottobosco così in fretta e così completamente che sembrò che il riflettore che lo illuminava si fosse spento. Uno a uno i rumori della notte cessarono. Vaughan toccò il revolver che aveva in tasca. Il silenzio narrava la sua storia. La foresta aveva messo da parte ogni occupazione, ed era all'erta come noi. Vaughan percorse il sentiero fino a un'estremità. Distolsi per un attimo lo sguardo da lui e, lungo il sentiero, tra gli alberi, i miei occhi colsero quello stesso guizzo bianco della notte precedente. Si voltò per tornare indietro e, mentre si avvicinava alla roccia, lo vidi di nuovo. Un oggetto voluminoso, bianco e soffice, sembrava muoversi in fretta. Mi oltrepassò, dirigendosi verso la misteriosa creatura, e io spostai lo sguardo sul sentiero davanti a lui. La figura arrivò saltellando attraverso i boschi, poi apparve alla luce della luna, e in pochi secondi fu su di lui. Fui salvato soltanto dal fatto che il tiro era estremamente difficile. Aspettai appena una frazione di secondo in più di quanto mi fosse necessario, per esser sicuro di non colpire Vaughan. In quella frazione di secondo, grazie a Dio, lei lo chiamò a gran voce! Era Kyra. Una pelliccia di ermellino bianco e la sua corsa spaventata lungo il sentiero, l'avevano trasformata in una strana creatura. Gli si buttò tra le braccia con il fiato sospeso. La sentii dire: "Ero spaventata. C'era qualcosa che mi seguiva. Lo so". Vaughan non rispose, ma la strinse a sé e le carezzò i capelli. Il labbro superiore gli si scostò dai denti. Per una volta il suo intero essere si era arreso a una sola emozione: il desiderio di uccidere la cosa che l'aveva spa-
ventata. "Come facevi a sapere che ero qui?", chiese. "Non lo sapevo. Ti stavo cercando. Ti ho cercato anche la notte scorsa." "Sei una ragazza pazza e coraggiosa!", disse. "Ma tu non devi, non devi stare da solo. Dov'è Shiravieff?" "Lassù." Indicò la roccia. "Perché non ti nascondi anche tu?" "Uno di noi due deve essere visibile", rispose. Lei comprese immediatamente il significato della risposta di lui. "Torna a casa con me!", gridò. "Promettimi di smetterla!" "Sono al sicuro, cara", rispose lui. "Guarda!" Sento la sua voce ansiosa anche in questo momento, e ricordo le loro esatte parole. Avvenimenti simili si imprimono nella memoria. La condusse sotto la roccia. Con il braccio sinistro l'abbracciava. Tese completamente il braccio destro e mantenne il suo fazzoletto per due angoli. Non mi guardò né alterò il tono della voce. "Shiravieff, disse, "fai un buco nel fazzoletto!" Era solo un espediente teatrale e assurdo, perché il fazzoletto era il più difficile dei bersagli. In qualsiasi altro momento sarei stato sicuro come Vaughan del risultato del tiro. Ma quello che lui non sapeva è che io ero stato così vicino a fare fuoco su un altro bersaglio, bianco e molto più grande. Tremavo tanto che riuscivo appena a tenere il fucile. Premetti il grilletto. Il buco nel fazzoletto era pericolosamente vicino alla sua mano. Vaughan la ritenne una bravata piuttosto che un tiro sbagliato. Il trucco di Vaughan ottenne il suo effetto. Kyra era sorpresa. Non capì quanto fosse facile, tanto meno comprese quanto fosse più difficile colpire un bersaglio mobile scorto in un momento di eccitazione. "Ma lasciami restare con te", lo supplicò. "Dolcezza, torniamo subito a casa. Pensi che abbia intenzione di lasciare vagare solo nei boschi il mio bene più prezioso?" "E che cosa dire del mio?", replicò lei, e lo baciò. Se ne andarono lungo la scorciatoia. La fece camminare un metro davanti a lui, e io scorsi il riflesso della luce lunare sulla canna del suo revolver. Non voleva correre nessun rischio. Ritornai lungo il sentiero, senza prestare molta attenzione, perché ero sicuro che ogni essere vivente era stato spaventato dalle voci e dallo sparo. Ero quasi arrivato, quando mi accorsi di essere seguito. Voi che siete en-
trambi vissuti in strani posti, volete spiegarmi questa sensazione? No? Bene: allora io sapevo di essere seguito. Mi fermai e mi girai a guardare il sentiero. All'istante qualcosa mi oltrepassò nei cespugli, come se volesse tagliarmi la ritirata. Io non sono superstizioso. Una volta che l'ebbi udito, mi sentii al sicuro, perché sapevo dove si trovava. Ero certo di riuscire a muovermi più velocemente lungo quel sentiero di qualsiasi cosa fosse nel sottobosco. E se fosse uscita all'aperto, avrebbe ricevuto cinque pallottole esplosive d'acciaio. Corsi. Non mi parve di essere seguito. La mattina dopo raccontai a Vaughan che cosa era accaduto. "Mi dispiace", disse lui, "ma ho dovuto riportarla a casa. Capite, non è vero?" "Naturalmente", risposi sorpreso. "Che cos'altro potevate fare?" "Be', non mi è piaciuto lasciarvi da solo. Abbiamo ampiamente rivelato la vostra presenza. È vero che dobbiamo aver spaventato ogni bestia, ma tutto quello che sappiamo a proposito di quest'animale è che non si comporta come tale. C'era anche la possibilità che l'avessimo attiratto invece di spaventarlo. Lo prenderemo stanotte", aggiunse con rabbia. Gli chiesi se Kyra aveva promesso di restare a casa. "Sì. Dice che stiamo facendo il nostro dovere, e che non interferirà. Pensate che sia il nostro dovere?" "No!", dissi. "Nemmeno io. Non ho mai pensato che qualcosa che mi diverte possa essere un mio dovere. E, per Dio, io mi diverto ora!" Penso che si divertì ad aspettare sulla roccia quella notte. Voleva vendicarsi. Non c'era motivo di credere che Kyra fosse stata spaventata da niente più della notte e della solitudine, ma Vaughan era infuriato contro l'intero complesso di circostanze che l'aveva spaventata. Voleva fare da esca invece che da vedetta, credo, con la folle speranza di mettere le mani addosso al nemico. Ma non glielo permisi. Dopotutto, era il mio turno. Esca! Mentre camminavo su e giù lungo il sentiero, quella parola continuava a ricorrere nella mia mente. Si sentì un rumore. L'unica cosa in movimento era la luna che passava da una cima di un albero all'altra mentre la notte avanzava. Immaginai Vaughan sulla roccia, con il mirino del fucile che strisciava davanti e indietro in un semicerchio per seguire i miei movimenti. Visualizzai la linea della sua mira come un filo di luce che scendeva e mi passava davanti agli occhi. Una volta sentii Vaughan tossire. Capii che aveva notato il mio nervosismo e mi stava rassicurando. Ero accanto a una macchia di cespugli, a una trentina di metri di distanza, e guar-
davo una foglia inargentata che tremava al passaggio di un insetto. Fiato caldo sulla nuca, un peso schiacciante sulle spalle, qualcosa di duro sulla parte posteriore del cranio, il crepitio del fucile di Vaughan, furono azioni istantanee, ma non tanto rapide da impedirmi di conoscere tutto l'orrore della morte. Qualcosa balzò lontano da me, e si infilò nella sorgente che era al di sotto della roccia. "State bene?", gridò Vaughan, scendendo a precipizio lungo l'edera. "Che cos'era?" "Un uomo. L'ho colpito. Andiamo! Voglio seguirlo!" Vaughan era un folle. Non ho mai visto un tale sprezzo del pericolo. Tirò un profondo respiro, e si afferrò al buco della sorgente come se si trattasse delle caviglie di un uomo. Con la testa e le spalle si infilò nel fango della cavità, tenendo il suo Winchester davanti a sé. Se non riusciva a sgusciare rapidamente senza respirare, sarebbe stato soffocato dai vapori sulfurei o sarebbe annegato. Se il suo nemico lo aspettava, era un uomo morto. Scomparve, e io lo seguii. No, non avevo alcun bisogno di essere coraggioso. Ero coperto dall'intera lunghezza del corpo di Vaughan. Ma fu un momento tremendo. Non avremmo mai immaginato che qualcosa potesse entrare e uscire attraverso quella sorgente. Immaginate di trattenere il respiro, e di tentare di strisciare in una sorgente di acqua calda, usando le spalle e i fianchi come un serpente, senza sapere se al ritorno la strada sarà sbarrata. Infine, riuscii a sollevarmi sulle mani e a tirare un respiro. Vaughan si era alzato e stava in piedi, con una torcia in mano. "L'ho preso!", disse. Eravamo in una bassa caverna al di sotto della roccia. Dalle fessure della volta proveniva aria. Il pavimento era di sabbia asciutta, perché il ruscello di acqua calda affluiva in una caverna vicina alla sorgente da cui nasceva. Un uomo giaceva a terra all'altra estremità della caverna. Ci avvicinammo. In una mano stringeva una specie di lunga pistola. Era una pistola con un congegno a urto. Il tocco di quella canna larga contro il mio cranio non è un ricordo piacevole. La canna è dentellata, capite, in modo che possa afferrare la pelle del cranio mentre parte la punta d'acciaio. Girammo il corpo: era Josef Weiss. Lupo Mannaro? Possessione? Non lo so. Io la definirei nevrosi atavica. Ma questo è un nome, non una spiegazione. Al di là del corpo c'era un foro del diametro di due metri, rotondo come
se fosse stato perforato da una trivella rotante. La sorgente che aveva aperto quella galleria era prosciugata, ma le pareti maculate di giallo erano levigate come marmo a causa dei depositi lasciati dall'acqua. Evidentemente Weiss stava tentando di raggiungere quell'apertura quando Vaughan l'aveva colpito. Percorremmo quella galleria naturale. Per mezz'ora la luce della torcia non rivelò nient'altro che le pareti trasudanti umidità del tunnel. Poi fummo bloccati da una scala, rozzamente intagliata nel legno, che attraversava la galleria. I pioli erano coperti di fango e c'erano macchie scure di legno. Li salimmo. Portavano a una cavità che era stata chiaramente scavata con scalpello e vanga. Il tetto era di assi, con una botola a un'estremità. La sollevammo con le spalle, e ci ritrovammo tra le quattro mura di un cottage. Nel camino c'erano delle braci e, quando lasciammo entrare dalla botola una forte corrente d'aria, uno dei ceppi scoppiettò e si riaccese. Un fucile stava sul focolare. Sulla rastrelliera c'era qualche trappola di ferro e una cartucciera. Al centro della stanza c'era un tavolo su cui era posato un lungo coltello. Questo fu ciò che vedemmo al primo sguardo. A una seconda occhiata vedemmo molto di più. Weiss aveva portato la sua mania omicida fino all'estremo. Immagino che le tremende esperienze come prigioniero di guerra avessero lasciato il segno nella mente di quel povero diavolo. Poi, scavando una cantina o riparando il pavimento, aveva scoperto per caso quel canale asciutto al di sotto del cottage, e l'aveva seguito fino al suo sbocco nascosto. Questa scoperta gli aveva fatto mettere in pratica i suoi desideri più segreti. Poteva uccidere e rimuovere i corpi delle sue vittime senza lasciare tracce. E così si era lasciato andare alla sua mania. All'alba ritornammo al cottage con il magistrato. Quando ne uscì, fu colto da violenti conati di vomito. Non ho mai visto una persona stare così male. Questo gli schiarì le idee. No, non sto facendo dell'umorismo. Lo rese più lucido. Non aveva bisogno di quelle valvole di scarico emozionali che noi dobbiamo usare per liberarci di uno shock. Non vi ho già detto che era privo di immaginazione? Accettò come un fatto inevitabile l'orrore della faccenda, ma non volle dare ascolto ai racconti che non potevano essere provati. Non ci fu mai nessuna prova definitiva degli orrori in cui credevano tutti i paesani.» Lewis Banning esclamò. «Ah, ora ricordate. Pensavo che avreste ritrovato la memoria. La stampa riportò quelle voci come se fossero fatti provati: in effetti non c'era alcuna
prova definitiva, come vi ho detto. Vaughan mi pregò di tenere sua moglie lontana da questa faccenda. Dovevo persuaderla a partire subito prima che la voce la raggiungesse. Dovevo dirle che il marito aveva subito dei traumi interni, e che doveva essere esaminato senza indugi. Lui stesso credeva alla storia che stava girando nel paese, ma era cosciente del proprio equilibrio. Sospetto che fosse orgoglioso di se stesso, orgoglioso di non essere impressionato. Ma temeva gli effetti dello shock su sua moglie. Ma arrivammo troppo tardi. La cuoca era stata presa da quella febbre contagiosa, e aveva riferito quella spiacevole voce a Kyra. Lei corse dal marito, mortalmente pallida, disperata, cercando istintivamente una protezione contro lo shock. Egli era in grado di proteggersi, e avrebbe dato la vita per poter proteggere lei. Tentò, ma le offrì solo parole, e ancora parole. Spiegò che, se si guardava la faccenda con calma, quel particolare non aveva nessuna importanza, che nessuno poteva saperlo, che la cosa migliore era dimenticare tutto, e così via. Era assurdo. Come se chi credeva a quella voce potesse guardare la faccenda con calma! Opinioni di questo genere non erano di nessun conforto a sua moglie. Lei si aspettava che lui si mostrasse inorridito, non che si chiudesse in se stesso come se avesse abbassato una saracinesca, non che la lasciasse spiritualmente sola. Gli gridò che era insensibile e corse nella propria stanza. Forse le avrei potuto somministrare un sedativo, ma non lo feci. Sapevo che prima avesse risolto quella questione con se stessa, meglio sarebbe stato, e che la sua mente era abbastanza sana per poter sopportare la prova. Lo spiegai a Vaughan, ma lui non capì. Le emozioni, pensava, sono pericolose. Non devono essere lasciate libere. Voleva dirle di nuovo di non "preoccuparsi". Non si rendeva conto di essere l'unica persona nel raggio di dieci miglia a non essere "preoccupato". Lei ci raggiunse più tardi. Parlò a Vaughan con disprezzo, con freddezza, come se avesse scoperto una sua infedeltà. Gli disse: "Non voglio rivedere quella donna. Dille di andarsene, per favore". Si riferiva alla cuoca. Vaughan la sfidò. Era ostinatamente logico e giusto. "Non è colpa sua", disse. "È una donna ignorante, non un anatomista. La faremo venire, qui, e ti renderai conto di quanto sei ingiusta." "Oh, no!", gridò lei... poi riprese il controllo su di sé. "Mandala a chiamare, allora!", disse. La cuoca entrò, Come poteva saperlo, disse tra i singhiozzi: non aveva
notato niente, era sicura che la carne che aveva comprato da Josef Weiss fosse veramente di cervo, non aveva pensato nemmeno per un attimo... Be', che Iddio benedica i semplici! "Mio Dio! Sta' zitta!", esplose Kyra. "Voi tutti pensate solo quello che volete pensare e fingete di non avere sentimenti." Non riuscii più a resistere. La pregai di non torturare se stessa e di non torturare me. Avevo toccato il tasto giusto. Mi afferrò le mani e mi chiese di perdonarla. Poi arrivarono le lacrime. Pianse, credo, fino alla mattina dopo. All'ora di colazione ci dedicò un debole sorrio, e allora capii che era fuori pericolo, libera per sempre dallo shock. Partirono per l'Inghilterra il giorno stesso. Li ho incontrati a Vienna due anni fa, e abbiamo cenato insieme. Non abbiamo menzionato Zweibergen. Si adoravano ancora e litigavano ancora. Era bello ascoltarli e guardare quanto si amavano. Vaughan rifiutò di mangiare la carne, e disse che era diventato vegetariano. "Perché?", chiesi di proposito. Rispose che da poco aveva avuto un esaurimento nervoso: non riusciva a mangiare niente, ed era stato sul punto di morire. Ora stava bene, disse, l'unica traccia della malattia era quel disgusto per la carne... lo aveva preso d'improvviso... non riusciva a capire perché. Vi posso assicurare che parlava seriamente. Non riusciva a capire perché. Lo shock era rimasto nascosto dentro di lui per dieci anni, e poi si era fatto vivo per reclamare i suoi diritti.» «E voi?», chiese Banning. «Come vi siete liberato dello shock? All'epoca avete controllato completamente le vostre emozioni.» «Una domanda giusta», disse Shiravieff. «Ho vissuto sotto questa spada di Damocle. Ci sono stati momenti in cui ho pensato di andare a trovare uno dei miei colleghi e di chiedergli di fare ordine nella mia mente. Se solo avessi potuto raccontare quella storia e liberarmene, sarei stato meglio. Ma non riuscivo a raccontarla.» «Lo avete appena fatto», disse il Colonnello Romero con solennità. AMORE DI LICANTROPO The Gentle Werewolf di Seabury Quinn Weird Tales, luglio 1940
La primavera stava ormai finendo in Galilea, e si avvicinava una torrida estate. La pianura del Giordano si mostrava già spoglia e secca, un deserto di sassi e polvere qua e là punteggiato da ciuffi d'erba che a stento avrebbero attratto gli occhi di una capra. Le colline del Libano erano invece ricoperte da un manto di vegetazione fiorita, cedri e ginestre che si stendevano in un verde panorama fino alla costa. Nella grande città del Cairo, il Sultano Baibas meditava la guerra, ma i cittadini di Acri non prendevano molto sul serio gli avvertimenti dei pochi arabi amici della Cristianità e delle loro stesse spie. Nel terzo decennio del Tredicesimo Secolo, il Barbarossa si era accordato col Sultano per mantenere il possesso di Gerusalemme e dei Luoghi Santi, contravvenendo agli ordini del Pontefice. Colpito dalla scomunica per la seconda volta, era stato costretto a tornare in Italia abbandonando la Terrasanta e, da quel momento, Acri e altre città avevano vissuto sotto il costante pericolo dei Musulmani. Più volte le mura basaltiche di Acri, difese dai Crociati, erano state intaccate dagli assalti saraceni... Ma adesso era primavera nel Libano; perché dare ascolto alle voci che profetizzavano la guerra, quando la brezza marina spirava dolce nei frutteti, la campagna profumava, e le allodole e i fanelli rallegravano i boschi col loro cinguettio? Quel mattino, gli armigeri di guardia alla porta di San Giorgio salutarono lietamente i sei giovani che uscivano a cavallo verso la Via del Mare, l'antica strada romana che risaliva verso la Tiberiade inondata dal sole. Due di essi erano semplicemente scudieri, un altro era il Cavaliere Gaussin de Sollies, e con loro c'erano tre fanciulle di nobili natali anch'esse native di Outremèr, la terra che i Crociati avevano strappato centocinquant'anni addietro agli Infedeli. Cavalcavano senza guardie del corpo, un po' perché fidavano nell'Editto di Gerusalemme che garantiva la pace, un po' perché non avevano nessuna paura di eventuali cavalieri arabi. Inoltre lì si era in Palestina, e per le giovani coppie non vigeva l'usanza di farsi scortare da chaperon come in Francia. Pur essendo europei, i loro costumi erano diversi. In Francia e in Inghilterra le ragazze tessevano e ricamavano, i giovanotti combattevano o cacciavano nelle foreste dove il sole non scaldava molto, e pochi di loro conoscevano le lettere dell'alfabeto. Ma questi figli dei Crociati che occupavano la Terrasanta erano nati nel lusso e - a parte Gaussin de Sollies - vivevano una vita facile. I loro duri modi occidentali si erano addolciti al lungo contatto col pigro mondo d'O-
riente, e avevano dimenticato la crudeltà, l'ignoranza e la sporcizia in cui crescevano i loro uguali dell'Europa Medievale. Profumi e unguenti che provenivano dalla Persia e dal Catai erano a loro disposizione, avevano l'abitudine ai bagni a vapore in stile arabo, usufruivano di esperti massaggiatori e barbieri eunuchi, o ubbidienti ancelle dalla pelle scura, e depilavano i loro corpi, rendendoli lisci e morbidi come quelli di un pargoletto. Ciascuno di loro era servito da una dozzina di persone. Mercanti di Damasco e di Baghdad vendevano loro le stoffe più pregiate, Siriani dai lucidi occhi neri erano a loro disposizione per ogni lavoro manuale, e maestri arabi o greci insegnavano loro la scrittura, la filosofia e la retorica. Sapevano parlare il francese, l'arabo, il latino e il greco, come se ciascuna di queste fosse la loro lingua madre. Tuttavia i loro pensieri erano gli stessi dei giovani di tutto il mondo. Mentre cominciavano a risalire le pendici di un'altura, Gaussin si sporse ad afferrare le briglie della fanciulla che gli cavalcava accanto. «Vuoi fermarti un poco fra gli alberi con me, Sylvanette?», domandò. «C'è una cosa di cui devo assolutamente parlarti.» La fanciulla ebbe un sorriso timido e tirò di lato le redini del suo destriero arabo, ma annuì. Poco più avanti, mentre i loro amici scendevano per il versante opposto dell'altura, i due giovani diressero le loro cavalcature verso un boschetto. Gaussin fu svelto a scendere di sella, e con modi galanti aiutò Sylvanette a smontare. Da quando gli sguardi di Adamo avevano costretto Eva ad adottare la più grossa foglia di fico reperibile nel Giardino dell'Eden, non c'era donna al mondo che non potesse indovinare se era sul punto di sentirsi fare profferte d'amore da un uomo, e il sussurro di Eros mise in guardia la dolce Sylvanette de Gavaret. Un lieve afflusso di sangue le imporporò le guance lisce come i petali di una rosa, ed ella chinò un attimo il capo. Nel sentirsi afferrare una mano, rialzò lo sguardo in quello di lui, come per rimproverarlo di quell'ardire, ma tacque. Poi il suo cuore accelerò le pulsazioni quando il giovanotto se la portò alla bocca per baciarle le dita. Il suo non era un bacio galante o cavalleresco, né il semplice omaggio di un Cavaliere a una damigella: fu un atto di adorazione ardente come i raggi del sole, che la fece fremere. Parafrasando una romanza dell'epoca, Gaussin mormorò: Sylvanette ma drue, Sylvanette ma mie, en vous ma mort, en vous ma vie!
(Sylvanette mia allodola, Sylvanette mia cara, in te è la mia morte, in te è la mia vita!) Nello sguardo della fanciulla vi fu una luce d'amore quando ella alzò l'altra mano ad accarezzargli i capelli ramati. Con voce simile al sussurro della brezza recitò il seguito di quei versi: Bel ami, ainsi, va de nous, ne vous sans moi, ne moi sans vous! (Dolce amore, stiamo insieme, né tu senza di me, né io senza te!) Trattenendo il fiato per lo stupore, lui sollevò gli occhi nei suoi. «Ma allora... tu puoi amarmi, Sylvanette?» «Con tutto il mio cuore, Gaussin caro.» Il tempo che segna le stagioni della vita è qualcosa di comprensibile, di umano, invece l'eternità è diversa e incommensurabile. Eppure l'eternità, anche se per effimeri istanti strappati alla meridiana del tempo, appartenne al giovane e alla fanciulla quando si scambiarono il loro primo bacio. Gaussin la strinse incredulo e, sfiorando le sue labbra, sentì che lei gli si abbandonava così perdutamente che quasi ebbe un mormorio simile a un gemito: d'improvviso gli passò le mani dietro la schiena e si offrì, col cuore che le batteva forte e dimenticando ogni altra cosa al mondo. Non vi fu nulla oltre quel bacio e altri uguali, fra loro, né Gaussin le avrebbe chiesto di più. Seduti all'ombra di un mandorlo fiorito si tennero per mano, spalla a spalla, parlando oppure limitandosi ad ascoltare il cinguettio dei passeri. L'erba era fresca e morbida, e l'aria spirava tiepida su quel paesaggio silvestre, rubando il profumo dei cedri e dei frutteti per donarlo a loro. Lontano, era visibile una striscia di mare azzurro. A mezzogiorno s'inginocchiarono e, con le mani giunte, recitarono devotamente la bella preghiera all'Angelo Annunciatore, mentre le campane delle chiese, delle cappelle dei Templari, dei conventi e dei monasteri di Acri, suonavano l'Angelus. Dopo la preghiera ruppero il digiuno, togliendo dalle bisacce il cibo che avevano portato, e infine scesero a lavarsi le mani in un torrentello. Sylvanette si tolse le scarpe, immerse i piedi nel refrigerio di quell'acqua cristallina e sorrise quando lui usò il suo mantello per asciugarglieli. I primi veli del crepuscolo scesero lenti sulle vallette cespu-
gliose fra le colline. Gaussin rimise i finimenti ai cavalli, voltandosi ogni tanto a sorridere alla fanciulla che gli stava accanto, conscio che la sua vita così inquietante aveva subito una svolta. Sylvanette de Gavaret era fanciulla fra le più amabili. Appena diciassettenne, flessuosa come un giunco, aveva movimenti morbidi che ne rivelavano il carattere dolce. Vederla camminare era una gioia per gli occhi di un uomo, perché pareva incapace di gesti sgraziati e il suo corpo aveva una sensualità di cui lei forse non era ancora consapevole. Qualche antenato arabo le aveva lasciato in eredità capelli nerissimi, scintillanti, e grandi occhi timidi e quasi vellutati. Ma era alta, con una pelle così trasparente che sotto di essa le vene erano visibili come un reticolo azzurrino, e i lineamenti erano quelli dei Normanni da cui discendeva la sua famiglia. Nata in Outremèr, educata ai costumi un po' orientali e un po' occidentali di quella terra, si dipingeva le unghie delle mani e dei piedi con il rosso henné, e come ombretto per gli occhi usava il kohl. Portava una veste di seta bianca con ricami in oro, e gioielli semplici ma graziosi. Nel prendere le redini del suo destriero arabo un improvviso brivido la scosse, e nel suo sguardo passò un'ombra. «Hai freddo, tesoro mio?», chiese lui, sollecito. «No, caro.» Il sorriso tornò a riempirle il volto di luce. «È solo che mi sento triste nel dire addio a questo luogo. Vorrei che potessimo restare qui per sempre, vivendo in eterno questo giorno, con minuti lunghi come anni e ore come secoli.» Lui rise, la baciò e l'aiutò a salire in sella. «Questo è appena il mattino del nostro giorno d'amore, yah shadjar ad Darr», rispose, usando l'arabo con naturalezza per chiamarla Perla dei Mari dell'Alba. E, mentre le loro cavalcature procedevano al passo sul pendio, fecero progetti per la loro vita futura. Sempre al trotto varcarono la porta di San Giorgio, s'inoltrarono nella galleria dove gli zoccoli dei cavalli strappavano echi alle pareti di pietra, e uscirono nelle strade interne di Acri. Con la frescura della sera la città era un po' più animata. Sulle variopinte bancarelle i mercanti siriani esponevano stoffe, cristalli di Mosul, lame d'acciaio di Damasco, lino ricamato con perle provenienti da Baghdad, selle ingioiellate di Shamakha, e tappeti di Bochara dai colori simili al sogno di un oppiomane. La grande piazza era dominata dalla Cattedrale che, ai tempi della controffensiva del Saladino, era stata trasformata in una moschea e poi era tornata a essere una chiesa. Arricchita da finestre a tre luci in stile gotico e
splendidi portali, nel suo interno regnava un silenzio del tutto distaccato dai rumori del mondo. Qui Sylvanette chiese a Gaussin di lasciarla, poiché il giovane Cavaliere doveva recarsi all'Ordine dei Templari prima che suonasse il Vespro e quindi si sarebbe cambiato, per farle visita a casa e chiedere la sua mano al padre di lei, il Gran Connestabile della città. La fanciulla voleva invece andare a inginocchiarsi all'altare di Sant'Anna, affinché la Santa intercedesse perché un Cavaliere povero in canna potesse ottenere in sposa l'unica erede di Messer de Gavaret. Sulla soglia della chiesa si voltò a salutarlo ancora con la mano, poi s'incamminò nella navata illuminata da poche candele. Prima di giungere all'acquasantiera, si coprì religiosamente i capelli con un fazzoletto ricamato in oro e, facendosi il segno della croce, si diresse al piccolo altare secondario dedicato a Sant'Anna di Betlemme. Era già scuro quando uscì dalla Cattedrale. A oriente il cielo balenava ancora di riflessi purpurei, e nelle strade ora deserte le ombre apparivano stranamente velate di rosso. Gettò una moneta al ragazzo siriano che le aveva tenuto il cavallo, poi condusse l'animale a un rialzo di pietra presso la scalinata per poter salire in sella. Ma, stava infilando il piede nella staffa, allorché s'immobilizzò, udendo un verso rauco e stridente dal tono orribile. Si guardò intorno con un brivido: le strade che si dipartivano dalla piazza erano deserte e, a parte il ragazzo che si allontanava, non si scorgeva alcun movimento. Lo spiacevole suono penetrante si udì ancora, e allora si volse alla parete esterna della Cattedrale: nell'ombra di un vicolo, in una rientranza, una figura umana cenciosa e miserabile stava seduta nella polvere con qualcosa di scuro fra le mani. Tirandosi dietro il cavallo, Sylvanette si avvicinò, e vide che si trattava di una vecchia dalla faccia segnata e incartapecorita come la buccia di una mela cotta. Indossava cenci laceri, che le lasciavano oscenamente scoperte le mammelle vizze, e fra le ginocchia stringeva un'oca nera a cui stava strappando le penne, mentre il volatile sbatteva penosamente le ali. «Per Barran-Satanasso dalla coda mozza», ghignò la vecchia. «Ma guarda che bella pulzella giovane mi manda il Demonio mio padre. Che vuoi tu da La Crainte? Vuoi che ti metta in pentola e ti mangi? Guarda», ridacchiò, sollevandosi con gesto laido una mammella. «Non sono bianche e sode come le tue, vero? E i miei cenci puzzano. Fammi la carità, ricca damigella, o ti porterò nella mia stamberga e ti spennerò come quest'oca!» «Taci!», ordinò sbalordita Sylvanette. «Come osi tu, all'ombra della casa
del Signore...» La sua voce tremò e s'interruppe, perché la vecchia si era alzata tenendo l'oca per il collo e la fissava con occhi pallidi come quelli di un cadavere. Nella semioscurità le sue pupille sembravano baluginare di una fosforescenza interna, simile ai lucori stregati di palpitanti fuochi di palude. «E chi sei tu che osi dare ordini a La Crainte, sgualdrina?», ringhiò. «Fammi la carità, ti ho detto. O per il Capro che io servo, ti leverò quella veste di seta e ti manderò a correre nuda per le strade.» «Sgualdrina?» L'indignazione si sostituì alla paura che per un momento aveva paralizzato la fanciulla. «Tu, vecchia sudicia arpia, ardisci chiamarmi così?» Staccò il frustino dalla sella del cavallo e lo abbatté su una spalla della donna. «Questo per la tua insolenza. E ora lascia andare quella povera oca, o io ti...» Ma non poté continuare, perché l'altra le tolse di mano il frustino e lo gettò via, poi con un sol gesto l'afferrò per il colletto e le strappò in due parti il vestito, denudandola d'un colpo. «Che Astaroth ti aiuti, adesso. T'insegnerò io a frustare La Crainte!», rise la vecchia, e con uno spintone la mandò a urtare nel buio contro il muro eserno della chiesa. «Te l'ho detto che ti avrei spennata, damigella!» Con gli occhi sbarrati, Sylvanette stentò a capire quello che le stava accadendo. Si coprì con le braccia, e vide la donna voltarsi ancora verso di lei dopo aver mandato via il cavallo con una sculacciata. La voce della vecchia suonò stridula e piena d'odio. «Credevi davvero di poter mantenere le tue belle forme di femmina per sempre? Ma ti sbagliavi.» Si tolse da una tasca un'anforetta e gliela mostrò sogghignando. «Nel nome di Satana, tu prenderai la forma che io ti darò. E la manterrai finché...» Ed a questo punto si piegò verso di lei, mormorandole in un orecchio una frase che Sylvanette ascoltò più morta che viva. Dopo queste parole la vecchia si portò l'anforetta alla bocca e bevve un sorso del liquido, ma senza inghiottirlo. Quindi abbrancò la fanciulla, le cui gambe si piegavano per lo spavento, la rovesciò a terra sotto di sé e la baciò lascivamente sputandole in gola il liquido che aveva in bocca. Del tutto inerme, Sylvanette chiuse gli occhi e bevve, poi una grande nebbia scura l'avvolse. La prima cosa di cui s'accorse, riprendendo i sensi, fu un terribile bruciore in gola, come se avesse bevuto del vetriolo. Il dolore le scorreva in tutte le vene del corpo e, quando cercò di alzarsi, scoprì che non riusciva a riassumere la posizione eretta. Il mondo intorno a lei sembrava mutato sottil-
mente, suoni e odori nuovi le aggredivano il cervello, tanto che vacillò e ricadde a terra. Cosa le stava succedendo? Il suo senso dell'equilibrio era alterato, non poteva più muovere le membra in modo normale, e sentiva mille aghi trafiggerle la pelle. Girata su un fianco annaspò e gemette. Poi sollevò le mani per portarsele al viso e vide... oh, Signore del cielo! Non mani, ma due cose pelose e tozze, due zampe coperte di pelo. Zampe di lupo! Un urlo di terrore le scaturì dalla gola: «Whoo-hoo-oo-oojoo!». Dapprima rauco, poi tremolante verso note sempre più alte, l'ululato ferino si levò nella notte dalle sue fauci spalancate, terminando in una nota bassa e agonizzante. E da ogni cortile e vicolo della città ad esso rispose il coro dei latrati rabbiosi, spaventati, allarmati, dei cani che reagivano in sfida all'odiato verso del lupo. «Così sia», ridacchiò la strega accanto a lei. «Vai a cercare quelli della tua razza ora. E ricorda qual è il solo modo in cui potrai trovare liberazione!», aggiunse in tono trucemente soddisfatto. Il panico accecò Sylvanette. A casa! Doveva andare a casa, trovare il buon Padre Bernard e farsi togliere la stregoneria di dosso con l'Acqua Santa, il messale e la croce di Cristo. Il suo strano corpo rispose agli impulsi e allora si trovò a correre a quattro zampe con balzi veloci, lunghi e silenziosi, nelle viuzze colme di tenebra. Ma per qualche ragione l'oscurità che era calata sulla città le sembrava meno fitta che al solito. Il tramonto era passato da un pezzo, oltre le finestre scorgeva le deboli luci delle lampade, e a qualche cantonata erano fissate delle torce accese. Eppure la notte le appariva chiara come non mai, mentre divorava la strada verso il Palazzo de Gavaret. Girato un angolo vide infine il familiare portale, oltre lo spiazzo lastricato con la fontana al centro. A un lato di esso era fermo Guilhen, il Capoguardia che, appoggiato all'alabastro, osservava con aria indifferente un gatto a caccia d'immaginari topi nel buio. Si diresse da quella parte come a un porto sicuro nella tempesta, anelando aiuto e protezione. «Guilhen, vecchio mio, sono io!», tentò di gridare, ma: «Who-hoo-oooo-hoo», fu l'ululato belluino che le uscì acutissimo dalla bocca. «Santa Madre di Dio, abbi pietà di noi peccatori!» Guilhem lasciò quasi cadere l'alabarda alla vista della grossa bestia che gli correva dritta addosso. Dopo un attimo di terrore però, ritrovò il controllo e protese l'arma con decisione. «Lupo o diavolo, bada a te creatura dannata!», ansimò. Si girò quindi verso il portone, urlando: «Uomini, accorrete! C'è un lupo che im-
pazza per le strade. Portate gli archi e ammazziamo la bestiaccia!». «Guilhen, Guilhen, sono io! Sono la Damigella Sylvanette, colpita da una terribile stregoneria!», gemette disperatamente la fanciulla, ma soltanto un orrido grugnito e alcuni latrati furono i versi che emise. Un fruscio rapidissimo tagliò l'aria, e uno strale venne a spezzarsi sul selciato fra le sue zampe. Le guardie stavano uscendo in fretta. Una mazza ferrata scagliata con forza le passò sopra la testa e rimbalzò via strappando scintille dalle pietre. Poi vide gli uomini tendere gli archi, e balzò indietro con un uggiolio. Terrorizzata, volse le spalle al palazzo e fuggì, inseguita dagli strali che le saettavano attorno come uccelli maligni in cerca della sua carne. Corse via senza una meta, con le unghie che ticchettavano al suolo e il cuore che le batteva da scoppiare per lo stordimento e l'angoscia. Quasi senza sapere come, si trovò dinanzi alla porta di San Giorgio. I poderosi battenti erano stati chiusi, ma la porticina in legno e bronzo su quello di destra era ancora aperta, per accogliere eventuali viaggiatori. «All'erta, sentinelle!», gridò il Templare di guardia. «C'è un lupo. Sbarrate l'uscita e facciamogli la pelle!» Il guardiano presso l'uscita si tolse l'arco da tracolla e diede una pedata al battente, che però rimbalzò e si aprì di nuovo. Svelta come una saetta lei lo oltrepassò e fu fuori con un salto, poi si allontanò sulla strada illuminata dalla luna verso le colline dove appena due ore prima aveva cavalcato con Gaussin. Era in preda al panico, e un terrore cieco le metteva le ali ai piedi. D'istinto prese per il sentiero che aveva percorso quel pomeriggio, attraversò gli orti e i frutteti, e fuggì su per le alture fino al luogo in cui si era fermata con il giovane cavaliere. Qui giunta si abbatté sfinita sull'erba, coi fianchi pelosi che si alzavano e abbassavano al ritmo del suo respiro ansante. La gola le bruciava ancora e si sentiva la bocca piena di polvere. Con uno sforzo si rialzò e scese fino al ruscello, in cui la luna si specchiava con riflessi d'argento, e immerse il muso nella corrente per dissetarsi. Subito però balzò via sgomenta e inorridita. Malgrado la scarsa luce, nell'acqua aveva visto se stessa: un muso allungato coperto di pelo grigio, occhi verdastri che scintillavano crudeli, lunghe zanne candide, e una lingua rosa che ne penzolava fuori di lato. La sua mente fu annichilita da uno spasimo di angoscia sconvolgente, e ancor peggio fu quando ricordò ciò che le aveva detto La Crainte, la strega, su quale fosse il solo modo per ottenere la salvezza. Allora sollevò la testa
al cielo pieno di stelle, e di nuovo il lungo, tormentoso ululato belluino, incrinò la notte: «Woo-hoo-oo-oo-hoo!». Gaussin de Sollies stava facendo una meticolosa quanto rapida toeletta. Con una smorfia gettò in una cesta gli abiti di quel pomeriggio, sporchi d'erba e terriccio, e da una cassapanca ne tolse altri di seta e velluto. Scelse un bel mantello in broccato di Damasco, una cintura borchiata d'oro e stivaletti alti di pelle. Quando si fu lavato e rivestito, si spruzzò acqua di rose sui capelli e sulla corta barbetta ramata, e mise un berretto floscio con una nappa laterale. Come arma preferì soltanto un'affilata misericordia dal fodero intarsiato, invece del pesante pugnale che i Templari del suo Ordine usavano portare in città. Sapeva bene che mirava troppo in alto osando chiedere la mano di Sylvanette de Gavaret, ma la sua immagine riflessa nello specchio bizantino di lucido argento gli disse che aveva anch'egli qualcosa da offrire. Non in beni terreni - quanto fosse povero lo sapeva solo Iddio - ma nella sua persona e nelle prospettive per il futuro. Aveva viaggiato in tutto il Medio Oriente senza guadagnare altro che utili esperienze, ciò malgrado, si era meritato gli speroni d'oro e l'iscrizione all'Ordine dei Cavalieri Templari già da quattro anni, e ne aveva appena compiuti ventidue. Figlio illegittimo - a lui piaceva meglio il termine «figlio d'amore» - di Gilles de Saucier, e nipote di un Vescovo, era stato educato in un monastero di Tiro dove gli avevano impartito l'educazione di chi era destinato alla vita religiosa, e tuttavia aveva appreso proprio nella movimentata Tiro aspetti della vita che un prete avrebbe dovuto ignorare. Aveva quattordici anni quando suo padre era morto, e aveva approfittato di ciò per lasciare il monastero. Ma si era fatto dei buoni amici grazie ai quali era stato assunto presso la Guardia di Antiochia, scoprendo lì d'essere portato all'apprendimento delle arti marziali. Due anni dopo, appena sedicenne, aveva già il rango di scudiero e, a diciotto, il suo valore sul campo di battaglia gli aveva fatto ottenere il titolo di Cavaliere. In seguito aveva dovuto sopportare due anni di detenzione al Cairo, e ciò gli aveva insegnato molto sul modo di pensare dei Musulmani. Il risultato di quell'esperienza era che adesso la sua presenza era ben accolta nella Sala del Consiglio, e l'Ordine dei Templari gli aveva affidato il comando di uno Squadrone. Era un uomo che aveva percorso molta strada in poco tempo, destinato a farne ancor di più, e il Connestabile probabilmente non gli avrebbe rifiutato la mano di sua figlia per il solo fatto che non aveva
terre al sole. Quelle sarebbero venute con gli anni, e nel frattempo egli poteva offrire due braccia forti, la sua gioventù e il suo amore appassionato. A lui non interessavano i vantaggi economici di quell'unione, si disse, mentre usciva dalla cittadina avviandosi a piedi verso la dimora della sua amata. Hilaire de Gavaret, Gran Connestabile di Acri, sedeva in quel momento sulla terrazza che dominava il giardino della sua magione. Da lì si godeva una buona visuale dei tetti di tegole delle case più basse, e delle cupole e torri degli edifici maggiori su cui la luna spandeva una luce argentea. Aveva in mano una coppa di vino greco, aspro e saporito, un paio di camerieri in livrea attendevano i suoi ordini, e alcuni Siriani impassibili reggevano torce la cui luminosità rossastra velava quella delle stelle. Messer Hilaire bevve lentamente, ma la sua fronte era increspata da una ruga d'apprensione, e non aveva lo sguardo di un uomo che sta apprezzando il sapore del vino. Poco prima, mentre cenava, l'ululato di un lupo proprio sotto casa lo aveva fatto sobbalzare, e i lupi erano rari perfino sulle colline circostanti. Dapprima aveva creduto che le orecchie l'avessero ingannato, poi il Capoguardia gli aveva giurato d'aver visto la bestia giusto nel piazzale: all'apparenza si sarebbe detto che stesse addirittura cercando d'entrare nel palazzo. Il pensiero gli fece comparire sul volto una smorfia. Allorché Sylvanette era ancora una bambina, un astrologo arabo gli aveva predetto che quando fosse divenuta donna una terribile disgrazia l'avrebbe colpita, e quel grido di lupo alla porta gli pareva adesso un sinistro presagio. Già tre volte aveva mandato un valletto all'appartamento di sua figlia, e tre volte il ragazzo era tornato con la stessa poco tranquillizzante risposta: ancora le ancelle non l'avevano vista rientrare. Messer Gavaret sapeva che la fanciulla era andata a cavallo sulle colline con alcuni amici fidati, tuttavia quel ritardo lo indisponeva. Non era abituato a cenare solo. Chi era il suo compagno di quel pomeriggio? Le ancelle non ne erano certe, avevano saputo appena riferire che uno del gruppo era Gaussin de Sollies. L'uomo non se n'era meravigliato, ricordando che da un po' di tempo il giovane Cavaliere era l'ombra di Sylvanette. Ciò l'aveva per un verso seccato, dato che si trattava di un povero Templare, ma per un altro tranquillizzato, poiché Gaussin de Sollies aveva fama d'essere un fortissimo spadaccino. Molto probabilmente, rifletté, un giorno o l'altro si sarebbe presentato per chiedere formalmente la mano della fanciulla, e allora lui gli avrebbe chiesto come intendeva mantenerla, e con quali soldi poteva metter su casa
e pagare servi e ancelle. Già s'immaginava la risposta, e purtroppo immaginava anche con quale sguardo Sylvanette lo avrebbe implorato di non dar peso a quei particolari. Allora, con riluttanza, si sarebbe lasciato convincere e avrebbe dato loro la sua benedizione. D'altra parte la dote di Sylvanette sarebbe stata sufficiente a ogni loro necessità. Ma per il sangue e le ossa di San Giacomo, ringhiò dentro di sé, quel giovanotto non gli dispiaceva, e tuttavia lui era vedovo e vedersi portar via anche la figlia e unica erede... «Mio signore...» Un servo che gli era comparso accanto con deferenza interruppe le sue meditazioni. «Il Capitano de Sollies vi porge i suoi omaggi e prega di essere ricevuto da voi.» «Fatelo entrare, e subito», esclamò Messer Hilaire. «Per la testa di San Daniele, era ora che riportasse mia figlia a casa!» «Ehilà, Messere», lo salutò poi, non appena il giovanotto uscì sulla terrazza. «Quale buon vento vi porta? Siete forse venuto a dirmi che vi hanno trasferito a Tiro, o meglio ancora nella lontana Costantinopoli? Se è così, accenderò un cero alla Beata Vergine, per ringraziarla d'aver messo fra voi e una certa persona la distanza che da tempo mi auguro», disse giovialmente, ma scherzando solo a metà, e guardò in direzione della porta aspettandosi di veder comparire anche la snella figura di Sylvanette. Il contegno di Gaussin disse a Messer Hilaire che i suoi sospetti di appena un minuto prima s'erano avverati, e sospirò. Dunque il giovanotto si era deciso, e magari Sylvanette non aveva il coraggio di seguirlo alla sua presenza, preferendo aspettare fuori intanto che lui faceva il discorsetto che s'era preparato. Timida come un coniglio selvatico ma risoluta ad avere il suo spasimante, rifletté con una smorfia che poi trasformò in un sorrisetto melenso. Si fece versare dell'altro vino e si appoggiò indietro sulla poltrona di legno intarsiato. «Ebbene, Cavaliere, avete forse qualcosa da dirmi?» «Proprio così, Messer Gavaret. Riguarda la Damigella Sylvanette, vostra figlia», rispose nervosamente Gaussin. «Sono venuto a...» «Che siete venuto lo vedo, Cavaliere. Ma non vedo lei. Mi è stato detto che siete usciti insieme stamattina, quando la rugiada era ancora fresca sull'erba, ed ecco che tornate col buio. Voglio augurarmi che l'abbiate ricondotta da suo padre sana e salva, almeno.» Di nuovo guardò la porta, sperando che quelle parole facessero sbucar fuori la fanciulla. Ma l'espressione di vacuo stupore che scorse sul volto del giovanotto lo fece accigliare. Guassin lo stava guardando a bocca aperta, e da costernata la sua espres-
sione si fece improvvisamente ansiosa. Con uno scatto si piegò in avanti, afferrando i braccioli della poltrona. «Lei... volete dire che non è ancora tornata?», ansimò. Per un lunghissimo momento i due si fissarono l'un l'altro, immobili come statue, quasi sperassero di leggersi a vicenda negli occhi che i loro sospetti erano infondati, senza osare trasformarli in parole. Infine Messer Hilaire si passò la lingua sulle labbra e disse con voce rauca: «State affermando che voi, un Cavaliere, avete abbandonato chissà dove una Damigella... mia figlia! E dopo questa fellonia tornate qui senza di lei!». Gaussin deglutì a vuoto. Nel lasciare la fanciulla alla Cattedrale era stato certo della sua sicurezza. Le strade erano ben sorvegliate dalle pattuglie della ronda, e inoltre chi mai avrebbe osato recare affronto alla figlia del Gran Connestabile, una delle massime autorità di Acri? Vero che l'aveva chiesto lei, rifletté, tuttavia ciò l'aveva costretta a rientrare da sola e senza scorta lungo le vie buie. E un Cavaliere aveva per giuramento doveri ben precisi verso le donne e i deboli, doveri a cui - l'assenza di Sylvanette lo testimoniava con drammatica chiarezza - egli sembrava avesse mancato. «Messere...», cominciò. Ma un ringhio del Connestabile troncò le sue spiegazioni. «Per San Giorgio e la sua possente lancia! E voi avete la spudoratezza di portare emblemi di Cavaliere? Voi siete un incapace, uno spergiuro e un fellone!», sbraitò, agitandogli un pugno davanti al volto. Era diventato pallido. «Consideratevi agli arresti nei vostri alloggi, Messere. Domani stesso risponderete di questo comportamento inqualificabile davanti alla Corte dei Cavalieri. E il Buon Dio mi sia testimone che farò di tutto perché il vostro nome sia cancellato con ignominia dagli elenchi dell'Ordine dei Templari. Uscite dalla mia casa!» Per tutta la notte Gaussin non fece altro che camminare avanti e indietro nella sua stanza, ora dopo ora, frustrato e colmo di preoccupazioni. Nel suo cervello echeggiava solo una parola, un nome, un richiamo accorato: «Sylvanette! Sylvanette!». Cosa poteva essere accaduto alla fanciulla? Era abbastanza certo che il suo ritardo fosse dovuto a qualche sciocchezza, magari l'incontro con un'amica, la sosta nella casa di un conoscente, e che adesso lei fosse di nuovo nel suo palazzo. Ma ormai le loro speranze di matrimonio erano svanite. Solo quel mattino - gli sembravano trascorsi mille anni - erano stati insieme e felici, perduti nel loro amore. Adesso i loro progetti, le loro parole,
i loro baci, erano diventati polvere. «Oh, Sylvanette!», singhiozzò, rivolto alle pareti di pietra. A un tratto s'accorse di avere sudori gelidi, vampe di calore al volto e tremiti. Chiuse la finestra e si avvolse in un mantello ma, dopo aver sternutito più volte, dovette constatare d'avere la febbre. Depresso più che mai, si gettò sul suo lettuccio non tanto per dormire, quanto perché i brividi di freddo lo infastidivano. Senza volerlo scivolò nel sonno, e il suo fu un sonno popolato di incubi così tormentosi che, quando se ne risvegliò con un gemito, non gli importò neppure di scoprire che stava ancora peggio di prima. Madido di sudore si alzò e, con una coperta attorno alle spalle, riprese a camminare per la stanza. A oriente il cielo si schiariva, mutava dai primi pallori cinerei alle sfumature arancio e rosate dell'aurora. I galli cantavano fuori dalle mura. Poi, dai campanili della Cattedrale e delle altre chiese, vennero i rintocchi del Mattutino, e Gaussin s'inginocchiò dinanzi al crocifisso appeso al muro. «Ave Maria, gratia piena. Benedictus fructus ventris tui Jesus...» Non tardarono molto a convocarlo dinanzi ai Maestri dei vari Ordini della Cavalleria. Due scudieri vennero a prelevarlo e lo scortarono nella grande sala dove usavano riunirsi in consiglio i principali membri dell'Ordine dei Templari, dell'Ordine degli Ospedalieri e dell'Ordine Teutonico. Dinanzi a loro il Connestabile Hilaire de Gavaret pronunciò nei suoi confronti l'accusa di spergiuro, dopo essersi brevemente consultato col Gran Cancelliere se non fosse il caso di giudicarlo anche per fellonia, ovvero tradimento verso chi gli forniva cibo e protezione. I compagni con cui era uscito il giorno prima furono introdotti uno alla volta per testimoniare l'accaduto, e tutti diedero la stessa versione: avevano cavalcato con Gaussin e la Damigella Sylvanette fino alle colline, quindi i due giovani si erano appartati e da quel momento nessuno di loro li aveva più rivisti. Gaussin fu invitato a riferire i fatti accaduti, mentre altri Cavalieri e personaggi di rango entravano nel salone per assistere al giudizio, e a disagio notò che il suo caso suscitava un indesiderato scalpore. Gli venne chiesto se intendeva nominare un difensore, ma sapendo già come sarebbe andata la cosa egli scosse il capo cupamente. Aveva ammesso di sua bocca d'aver lasciato la Damigella de Gavaret all'altro capo della città, e riconosciuto che il suo dovere sarebbe stato di scortarla personalmente fino alla soglia di casa. Questo bastava. Il Gran Cancelliere si alzò in piedi e riassunse la sua situazione: lui non poteva essere condannato senza aver avuto la possibilità di difendere i suoi
diritti in un'Ordalia, sempreché insistesse nel sostenersi innocente. In tal caso, avrebbe giurato davanti all'altare del salone stesso di non avere colpa al cospetto di Dio, si sarebbe comunicato, e avrebbe affrontato una tenzone alla spada, battendosi all'ultimo sangue contro il campione eletto dal Gran Connestabile. Se gli fosse stato dato di superare la prova, avrebbe dimostrato d'essere un Cavaliere senza macchia. Oppure, disse il Cancelliere, poteva ricorrere alla Compurgazione, ossia alla legge che gli dava diritto di portare in giudizio dodici Cavalieri, tutti disposti a giurare sul Vangelo la sua innocenza e, anche in tal caso, la sua assoluzione sarebbe stata piena. O ancora, poteva affrontare l'Ordalia dell'Ostia dinanzi all'altare. Quale delle due posizioni intendeva assumere: sottomettersi alla pena o contestare l'accusa? «Al cospetto di Dio so d'essere innocente, Messere», ribatté Gaussin a denti stretti. «Scegliete l'Ordalia, dunque. Quale delle tre?» Il giovanotto esitò. Giocarsi la vita in una tenzone alla spada? Dopo la notte trascorsa in bianco, stanco, snervato e febbricitante, non lo attraeva molto l'idea di affrontare Gillon, il campione del Gran Connestabile, che non era mai stato battuto. Ebbe un sorriso amaro: a Gillon la cosa avrebbe fatto ancor meno piacere, ma quando si fosse accorto che egli era debilitato, forse la sua spada gli avrebbe scritto addosso «colpevole» col sangue. Si guardò attorno. Nella grande sala vi erano molti suoi conoscenti, ma neppure uno aveva l'aria di considerarlo innocente: dappertutto sguardi severi, corrucciati o sprezzanti, che già lo condannavano. Ricorrere alla Compurgazione era da escludersi. «Scelgo l'Ordalia dell'Ostia, Messere», rispose. Alle sue parole si fece subito avanti il Vescovo della città, e gli accennò di seguirlo. Su un lato del salone c'era un piccolo altare consacrato dove, secondo l'usanza, il cappellano dava la benedizione ai nuovi Cavalieri, e davanti al quale tutti si segnavano entrando. In ginocchio davanti ad esso, Gaussin fu confessato, e quindi si vide porgere un'ostia che non era certo di quelle per la normale comunione. Prima di riceverla, secondo il cerimoniale previsto, si volse all'assemblea e, con la mano destra poggiata sul messale, disse: «Che la misericordia divina sia con me e mi aiuti a dimostrare la mia innocenza, poiché al cospetto del Signore io giuro di non essere in colpa. E se io ho giurato il falso, che questa ostia benedetta possa allora strangolarmi la gola. Se invece sono stato accusato ingiustamente, che l'ostia sci-
voli nella mia gola dolce come la Manna del Signore, e nutra il mio corpo e il mio spirito». Il Vescovo gli depose sulla lingua la spessa ostia di pane non lievitato che aveva tolto dall'ostensorio d'argento. Era pesante, alta due dita buone, e Gaussin sapeva che non la si doveva masticare: andava ingoiata intera. Per lo scopo particolare a cui serviva avrebbe dovuto esser difficile da mandar giù come una pietra e, malgrado ciò, lui vi sarebbe riuscito senza difficoltà se non fosse stato per le sue condizioni fisiche. Proprio mentre la ingoiava si rese conto che un afflusso di catarro ai bronchi lo stava costringendo a tossire. Cercò disperatamente di trattenersi, di fermare con la lingua quella massa pastosa che gli andava di traverso, ma i muscoli della sua gola si erano ormai contratti, e un istante dopo il colpo di tosse gli fece espellere il fiato come un'esplosione. Sbarrò gli occhi: sullo scalino dell'altare l'ostia era una massa biancastra spiaccicata, ai piedi del Vescovo. Il Cielo lo aveva giudicato con chiarezza inequivocabile. Era colpevole. La sentenza fu pronunciata immediatamente: il suo nome sarebbe stato cancellato dagli elenchi dell'Ordine dei Templari, i suoi speroni sarebbero stati rotti con una zappa di contadino, la sua armatura sarebbe stata schiacciata sotto le ruote di un carro, la sua spada sarebbe stata spezzata al suolo nello sterco di cane, la sua lancia sarebbe stata troncata e gettata nella fogna, lo scudo con lo stemma sarebbe stato raschiato e inchiodato a un'asse in un porcile, il tatuaggio dell'Ordine gli sarebbe stato cancellato dalla carne con acido e acqua bollente. Fatto ciò, sarebbe stato gettato sul coperchio di una bara e portato nella cappella funebre come un cadavare. E, se l'indomani, qualcuno lo avesse visto ancora entro le mura di Acri, sarebbe stato coperto di pece e penne e quindi scacciato a sassate dalla città. Nell'udire una sentenza così degradante, Gaussin vacillò come sotto una mazzata. Ansante, pallido per la febbre, fronteggiò l'assemblea stringendo i pugni con rabbia. «Messeri, non è stato il giudizio divino a pronunciarsi contro di me, bensì un colpo di tosse. Perché, come potete vedere, oggi sono malato», disse loro. «Ciò malgrado, anche quando un uomo è condannato ha diritto che la sentenza sia giusta. Le mie armi e il resto sono nel mio appartamento: prendetele e fatene ciò che volete. Ma per le Chiavi di San Pietro, il primo uomo che oserà toccarmi con una mano, sia egli un Nobile o un villano, giuro che lo manderò a precedermi dinnanzi ai Cancelli del Paradiso!» Subito dopo, con un balzo da giaguaro strappò la spada dalle dita di una
delle guardie, brandendola minacciosamente verso di loro. «Datemi luogo, Messeri: Dio non voglia che io faccia scorrere il sangue d'un cristiano in questa sala!», gridò. Nessuno si fece avanti per fermarlo quando uscì dal portale del salone silenzioso, rosso in faccia e sprizzante fiamme dagli occhi e non una guardia gli tenne dietro mentre attraversava la piazza fino alla porta delle mura occidentali della città. Ma si sentì come spinto dal rovente disprezzo di quanti lo osservavano. Gli uomini di sentinella al bastione di San Giorgio evitarono di salutarlo e sputarono a terra al suo passaggio, perché la notizia dell'accusa mossagli aveva già fatto il giro di Acri, ma non gli sbarrarono la strada. E così, rigido e ancora tremante di furia, si mosse sulla Via del Mare verso i colli della Tiberiade, senza meta e senza sapere cosa ne sarebbe stato di lui. Una volta sola, appena fuori delle mura, egli si voltò e chiese a una sentinella che conosceva se era disposto a portare un messaggio a una Damigella, per poterla almeno salutare. L'uomo girò il capo dall'altra parte. Allora Gaussin alzò cerimoniosamente prima un piede e poi l'altro, scuotendosi via dalle scarpe la polvere di Acri. Sputò in direzione delle mura per cui aveva combattuto e se ne andò, deciso a non tornare mai più. Per trenta giorni Gaussin seguì l'antica strada romana verso settentrione. Oltrepassò Tiro e Beirut, abbandonò il Libano e prese a Nord Ovest per il Principato di Antiochia, che occupava l'angolo occidentale del Mediterraneo, evitando le città cinte da mura e dormendo nei villaggi o all'aperto. La vita dura non gli era nuova e, con la spada al fianco, non temeva uomo al mondo. Per sua fortuna aveva due anelli, un bracciale, e altre cosucce che poté vendere, cosicché si procurò cibo e alloggio senza dovere chiedere ospitalità come i viandanti poveri. Nella Contea di Edessa, in mano ai Crociati fin oltre l'Eufrate, riuscì a ottenere passaggi da carri e piccole carovane che viaggiavano verso Oriente. Non avendo una destinazione precisa, si lasciava condurre avanti solo dal desiderio di metter quanta più strada possibile fra sé e la città che aveva visto la sua umiliazione. Voleva anzi lasciarsi alle spalle l'intera Outremèr, e fu con ostinazione che s'addentrò nel dominio dei Turchi, i quali già da tempo stavano riconquistando Edessa un pezzo dopo l'altro. Grandi forze si muovevano nel Medio Oriente in quell'epoca, e la Terrasanta era di gran lunga la minore. Assediata a nord dal Sultanato d'Iconio, a sud dal Califfato del Cairo, schiacciata a oriente dai Turchi, vedeva in-
combere su di sé l'ombra della fine. Ma a loro volta i Musulmani di quelle terre si sentivano minacciati dalla strapotenza del Catai che avanzava in Occidente, poiché gli eserciti del Gran Khan dilagavano, e nel Nord i Tartari e i Mongoli si erano spinti fino ai confini della Polonia. A fine estate Gaussin si trovò nella terra degli Atabeg, piccoli proprietari terrieri assai bellicosi, i cui castelli dominavano i campi di grano presso la riva meridionale del Mar Caspio, e che esigevano tasse dai mercanti di passaggio. Quella notte l'aveva trascorsa all'addiaccio in un bosco, poiché i villaggi lungo la Via della Seta pullulavano di briganti e tagliagole, oltre a essere sudici e deprimenti. Quando si destò con un largo sbadiglio, la luce perlacea dell'alba si era già sparsa sugli alberi e sulle aride collinette. Si stiracchiò e rimase un poco disteso sul suo letto di foglie, riflettendo che, senza denari com'era, gli si prospettava un destino non spiacevole. Ma d'un tratto la sonnolenza lo abbandonò, balzò in piedi con la spada in pugno e si guardò attorno: si udivano clangori di metallo contro metallo, grida e imprecazioni furibonde. Sulla strada sterrata al limite del bosco qualcuno stava combattendo a morte. Gaussin si mosse con cautela e, sbirciando oltre le frasche, poté vedere di chi si trattava. Uno dei contendenti era un colosso con la pelle olivastra e gli occhi a mandorla, alto quasi due metri, che maneggiava un poderoso spadone con cui si faceva il vuoto attorno come un mietitore in un campo di grano. Altri due vestiti come lui erano distesi nel proprio sangue sulla strada. Intorno all'orientale c'era una banda di sei Tarkaris, magri e rapaci ladroni dell'interno, al servizio di qualche Atabag, che lo incalzavano come lupi famelici agitando scimitarre molto ricurve. Il giovanotto si strinse nelle spalle. Lasciamo pure che si scannino fra loro, si disse. Erano affari del Diavolo, non suoi. Un Cavaliere cristiano non aveva certo obblighi di sorta verso dei pagani, anche se assaliti dai briganti. Ma la logica della sua indole normanna, impulsiva e generosa, fu più forte del suo freddo raziocinio: gli aggressori erano sei contro uno e, sebbene costui si battesse fieramente, il risultato era prevedibile. Inoltre, se i Tarkaris si fossero poi accorti di lui, ancora eccitati e con le lame lorde di sangue... lui era a piedi e senza armatura e, se non aveva più molte ragioni d'amare la vita, non vedeva però motivi di farsi ammazzare inutilmente. O forse quei tagliagole non l'avrebbero ammazzato, preferendo portarlo al castello del loro padrone come schiavo. Ma... tirar su l'acqua dal pozzo e spaccare la legna sotto la frusta di un selvaggio Atabag? A un tratto si decise e uscì dai cespugli.
«Dio lo vuole!» E, levando alto il grido di battaglia dei Crociati, si precipitò sulla strada, roteando la spada. «A me, canaglie! C'è un'altra lama per voi!», urlò in arabo. Gaussin aveva avuto un'ottima istruzione d'armi e una quantità di esperienze pratiche, e fu un bene che così fosse perché, quando due dei Tarkaris si voltarono contro di lui, le loro facce gli rivelarono che si trattava di mangiatori di hashish, resi senza paura dalla droga e feroci come tigri. Imprecò fra sé: dunque non erano seguaci di un Atabag, ma fedewj dello Sceicco Sinan al Jabal, fanatici seguaci del Vecchio della Montagna in persona! Sulle loro bianche casacche era ricamata la scimitarra rosa del loro Signore e Maestro. Irritatissimo da quella scoperta, il giovane capì che quello sarebbe stato un combattimento a oltranza, perché, se uno solo di loro fosse scampato, lui sarebbe stato un uomo segnato per la vita, destinato a essere seguito e prima o poi ucciso da altri della Setta degli Hashishin. Quei pensieri gli attraversarono la mente in un solo istante, e poi non ci fu tempo per riflettere, perché le spade lampeggiavano ed egli dovette battersi accanitamente. Con un violentissimo fendente sbatté di lato la scimitarra dell'avversario più vicino e, prima che questi si rimettesse in guardia, gli conficcò la spada nel petto, spaccandogli le costole. L'assassino cadde sputando sangue, e lui balzò via evitando per un pelo l'attacco dell'altro. Sbilanciato, l'individuo lo urtò con una spalla. Gaussin ruotò su se stesso e lo colpì con una falciata orizzontale all'altezza di un orecchio, scoperchiandogli a mezzo il cranio e facendo schizzare via le cervella biancastre. Poi si chinò con destrezza per evitare un terzo Assassino, il quale aveva pensato di vendicare il compagno vibrandogli un fendente identico e, nel rialzarsi, lo stordì con un pugno in piena faccia. Subito dopo gli infilò la spada nell'addome e la fece girare, sbudellandolo orrendamente. Nel frattempo, il colosso era riuscito a staccare un braccio a uno degli aggressori, che steso in un cespuglio stava agonizzando. Con un fendente obliquo staccò di netto la testa a un altro, facendola volare dieci passi più in là, e quindi ebbe modo di agguantare con una mano l'ultimo degli Assassini. Lasciato lo spadone, lo attrasse a sé, torcendogli il collo come a un pollastro, poi lo gettò nella polvere con un sogghigno soddisfatto. Finito il combattimento, che non era durato più di due minuti, Gaussin ripulì la sua lama e rimase a osservare l'altro che faceva la stessa cosa con l'indifferenza di chi vi è abituato. Aveva già visto uomini di quella razza,
sebbene non così alti, durante il suo forzato soggiorno nelle prigioni del Cairo. Era un mongolo, uno dei sanguinari cavalieri i cui antenati avevano conquistato il Catai, e quella che indossava aveva l'aria d'essere un'uniforme. Ma cosa stava facendo lì, lontano dalla sua terra? Fu sorpreso nel sentirlo parlare in un arabo passabile: «La mia riconoscenza, Nobile Franco, per il vostro intervento tempestivo e gradito. Il mio nome è Ulja Sutaj. Qual è il vostro, e dove sono i vostri scudieri? Se vorrete chiamarli, sarò lieto di condurvi all'accampamento del mio Comandante. Per l'aiuto che mi avete dato avrete una ricompensa.» Gaussin ebbe una risata priva di allegria. «Il mio nome l'ho lasciato insieme alla mia terra. E in quanto alla ricompensa, essa mi sta già intorno. I miei soli scudieri sono gli sciacalli e i corvi che ripuliscono i campi di battaglia.» Il mongolo lo fissò con curiosità. «Una risposta degna di un guerriero. Cosa vi ha condotto in questa terra?» Lieto di avere un auditorio, Gaussin si avviò al suo fianco, raccontadogli ciò che gli era accaduto ad Acri e il motivo per cui aveva lasciato quella città. Non poté capire se Ulja Sutaj si fosse commosso alla storia delle sue disgrazie, perché il suo volto piatto sembrava impassibile per costituzione ma, quando ebbe concluso, l'altro commentò: «Direi che siete stato un incauto, ma non un briccone. E mi è piaciuto il modo in cui usate quella spada dritta. Conoscete i territori a meridione e a occidente?». «Come il palmo della mia mano.» «Bene. Vorreste prendere servizio sotto colui che domina ogni terra?» «Volete dire il Santo Padre a Roma?» Il mongolo rise. «Sto parlando del Gran Khan, colui il cui Celeste Impero si stende dal Catai fino ai Carpazi. Già cento regnanti hanno chinato la fronte dinanzi a lui, mille carovane al giorno gli recano tributi, e milioni di uomini in arme ubbidiscono alla sua parola.» «Vi dirò, Messere, che un potente Signore di questo genere è proprio il padrone che mi piacerebbe servire», dichiarò senz'altro Gaussin. «Io non so fare altro che la guerra, e in un esercito forte potrò certo trovare gloria, onore, e un nuovo rango in sostituzione di quello che ho perduto. Verrò volentieri con voi.» L'accampamento mongolo era circolare, con le tende disposte come i raggi di una ruota, incentrato attorno a un elegante padiglione emisferico
di tela nera. Sorgeva in una spianata larga due miglia ed era affollato di uomini, cavalli ed equipaggiamenti da guerra. Da un lato vi erano anche bufali da traino, dromedari, e perfino un gregge di pecore dalla coda lunga. I soldati del Gran Khan erano numerosi come granelli di sabbia su una spiaggia, scuri e robusti, con uniformi di cuoio e pettorali in bronzo, elmetti talora a punta, talaltra a forma di pentola. Alcuni si rapavano a zero, lasciando solo un ciuffo di capelli laterale, altri portando trecce unte di burro, e tutti avevano lunghi baffi penduli. Le loro armi variavano, dallo spadone ricurvo alla scimitarra, dai corti archi di corno ai giavellotti da lancio, e usavano tozzi scudi tondi in cuoio martellato. Gli ufficiali esibivano selle sfarzose e abiti in seta e pelle di lupo, e non di rado armi da taglio con l'elsa ingemmata. Sui carri erano caricate le armi tattiche, tipo arieti, catapulte o scale da assedio, smontate ma pronte per essere messe in opera. Non mancavano alcuni enormi macchinari studiati per spaccare le mura, e c'erano molti mortai capaci di sparare bombe di pietra fino a un miglio di distanza, con serventi cinesi. Il giovane calcolò che una tale truppa fosse composta da cinquemila individui, tuttavia Ulja Sutaj rise e gli rivelò che quella era appena l'avanguardia dell'esercito. La forza principale era accompata a Baghdad, dove le mura erano state abbattute pietra su pietra, la città saccheggiata, i cittadini quasi sterminati e il Califfo bruciato vivo entro un tappeto arrotolato. Il giovane cavaliere tremò nel sentire questo: se avevano fatto una strage simile nella splendida Baghdad, costoro non erano uomini, ma diavoli. Nel lussuoso padiglione del Tura - questo era il titolo del Comandante in capo Temuchin, detto il Crudele - Gaussin fece atto di ubbidienza alla maniera mongola, inginocchiato sul tappeto e con la fronte china davanti al potente personaggio che sedeva su un divano. «La mia vita è nelle tue mani, o Grande Signore», disse. Poco dopo fu invitato a sedere a gambe incrociate su un cuscino, e Ulja Sutaj narrò a Temuchin quanto era accaduto elogiando il suo coraggio e la sua valentia con le armi: quindi disse che il giovane chiedeva di entrare a far parte del loro esercito. Il Comandante mongolo diede il suo beneplacito: erano molti i bianchi, anche di fede cristiana, che militavano nelle sue orde. Fu in questo modo che Gaussin de Sollies venne preso in forza nella cavalleria del Gran Khan, in piena campagna bellica. Al contrario dei Musulmani, i Comandanti come Temuchin non avevano alcun fanatismo religioso, il concetto di guerra santa era loro sconosciuto, e combattevano solo
per la gloria del Celeste Impero, cosicché nessuno si preoccupò della sua fede. A sua richiesta gli fu dato un altro nome, Manchouli e, fin dall'inizio, gli venne affidato il comando di un gruppo di Uigar, cavalieri cristiani come lui al soldo del Gran Khan. Ebbe stivali di pesante feltro, una cotta di maglia sulla quale indossava una corazza di cuoio arabescato d'oro, armi di vario genere, e la scelta fra diverse donne tartare o usbeke riservate al sollazzo degli ufficiali. La sera prese gusto a ubriacarsi, con moderazione, e a giocare a scacchi o a dadi. Si tagliò la barba tenendo solo i baffi, e unì i capelli in due trecce che spalmò col grasso. Gaussin de Sollies, già Cavaliere Templare della città di Acri, già Crociato al servizio della Terrasanta, non esisteva più: al suo posto cavalcava Manchouli, Capitano di uno Squadrone dell'esercito che aveva unificato il continente asiatico dalla Corea alla Polonia. L'orda dei Mongoli procedeva come una nube temporalesca che avanzasse verso occidente. Circa dieci anni addietro, alla morte del grande Gengis Khan che aveva spazzato via interi imperi per unificarli sotto il suo dominio, gli era succeduto l'altrettanto avido di conquista Odogai Khan, la cui intenzione era di avanzare nella Turchia fino al Bosforo. Solo la sua morte avrebbe fermato quell'esercito all'altezza del Mar Nero, un anno dopo ma, quando Gaussin vi si arruolò, non si vedeva ancora chi potesse fargli argine. C'era qualcosa di magico e di terrificante in quella poderosa marcia di spostamento e le genti che ne osservavano l'arrivo fuggivano facendo il vuoto davanti a Temuchin. Il Sultano di Mosul si sottomise. Haithoon, Re dell'Armenia, si inginocchiò e gli offrì i suoi tributi. Boemondo, il Principe cristiano di Antiochia, mandò ambasciatori con ricchi doni e chiese di essergli alleato e vassallo. Il Cairo udì i tamburi mongoli rullare lontani e tremò. Gaussin non ci mise molto ad acquistare merito agli occhi di Temuchin il Crudele. La sua conoscenza delle lingue e degli usi di quelle popolazioni lo resero prezioso come ambasciatore, e il suo coraggio sul campo di battaglia fu apprezzato molto, anche se non rinunciava a lanciarsi all'attacco col grido dei Crociati: «Dio lo vuole!». Era infatti convinto che minacciare i Musulmani alle spalle fosse un servizio reso alla pericolante terra di Outremèr. Ma c'era un pensiero che non l'abbandonava mai e gli struggeva l'anima, perché lui era uno di quegli uomini che amano una volta sola e per sempre. Due mesi dopo, ebbe il comando di un intero reggimento di Turcomanni
dal naso arcuato, che andavano in battaglia come a un festino. Aveva scudieri che lo precedevano e lo seguivano con tamburi e stendardi nelle parate, oro e ricche uniformi, due cavalli arabi bianchi come la neve e una splendida tenda. Quando il Consiglio di Guerra era riunito, e Temuchin beveva latte fermentato nel cranio di un nemico ucciso per tener fede al suo soprannome, lui era sempre presente. Già prima di oltrepassare il Tigri, il Comandante in capo si compiaceva d'invitarlo nel suo padiglione, dove parlava e giocava a scacchi con lui fino alle prime luci dell'alba. E fu appunto durante una di quelle notti che Temuchin, muovendo il cavallo sulla scacchiera, s'interruppe e rivolse a Gaussin uno dei suoi rari sorrisi. «Credo di avere una missione per te, mio fedele Manchouli», annunciò. «È una cosa delicata e rischiosa.» «Udire è ubbidire, mio Signore», rispose lui come voleva l'etichetta. «E ubbidire a Temuchin è un privilegio. Dove dovrò andare?» «Tu sai che nella nostra marcia verso l'Occidente abbiamo mirato solo ai bersagli grossi, lasciandoci alle spalle obiettivi di scarsa importanza. Ma uno di questi è un autentico nido di vipere, e si trova proprio sulla scorciatoia che i miei messaggeri prendono per tenere i contatti col Cairo. Parlo della fortezza dello Sceicco Sinan al Jebal, in Alamut.» «Il Vecchio della Montagna?», chiese Gaussin, stupefatto. «Capisco, o Signore. Molti sono entrati in quel palazzo del terrore, e quelli che ne sono usciti sono meno di quanti tornano fuori dalla tomba.» «In verità sì. Quel tre volte maledetto si è sempre rifiutato di pagare tributi. È giunta l'ora in cui saprà che il Gran Khan prende ciò che vuole. All'alba cavalcherai verso Alamut, e porterai al Maestro degli Assassini una richiesta di resa immediata. Se la tua missione fallirà, sarò costretto a mandargli un esercito, ma vorrei evitare di distogliere truppe che possono servirmi contro i Turchi. Vai con sicurezza e senza timore. La potenza del Gran Khan viaggia con te.» Gaussin partì per l'oriente poco dopo l'alba. Per dieci giorni cavalcò su una delle piste che facevano parte della Via della Seta con una scorta di quattro cavalieri kirghisi, uno dei quali reggeva lo stendardo celeste del Gran Khan perché tutti sapessero che viaggiava per affari di stato. Cambi di cavalli freschi li attesero in ogni stazione di posta, mentre seguivano le aride pendici dei Monti Elburz a ridosso dei deserti pietrosi. Ai piedi dell'alta rupe giallastra in cui sorgeva il misterioso palazzo dello Sceicco, la sua scorta dovette fermarsi fuori di un muraglione e a lui solo fu concesso di entrare. Con gli occhi bendati, Gaussin venne guidato su per lunghissi-
me scale tagliate nel fianco della montagna, e poi oltre un portale antichissimo, dentro il covo dell'uomo che terrorizzava col suo nome buona parte del Medio Oriente. Infine, al termine di un percorso tortuoso, rigido e impettito nella sua uniforme borchiata d'oro, il giovanotto si trovò di fronte allo Sceicco Sinan al Jebal, nel salone più interno della rupe. Sebbene sapesse di godere dell'immunità parlamentare, Gaussin ebbe un fremito nel fissare il volto di quell'insolito individuo. Circondato da una ventina di servi e guardie del corpo, al centro di una piattaforma di legno dorato larga venti passi, l'uomo era semisdraiato in un immenso cuscino di seta nera nel quale pareva sprofondare del tutto. Una bellissima schiava di pelle bianca completamente nuda, gli fungeva da sostegno per il capo. Altre ancelle vestite solo di catene d'oro s'aggiravano sugli immensi pavimenti di pietra recando vassoi o anfore, in un silenzio tombale. Sinan al Jebal era un individuo di piccolissima corporatura, poco più che un nano e, all'apparenza, molto vecchio. Ma la testa che stava posata su quelle spalle esili era grossa il doppio del normale, e in essa erano incastonati due occhi meno espressivi di pezzi di vetro bianco. Le strane creature di quella corte di drogati gli mostravano enorme ossequio, ma Gaussin non s'inginocchiò né s'inchinò: lui era l'emissario del Gran Khan, dominatore dell'Asia. Uno dei pochi che non apparivano pieni di hashish fino agli occhi si fece avanti. «Quale petizione porti dal Catai allo Sceicco Sinan al Jebal, Signore della Vita e della Morte, o araldo dei barbari?», domandò superbamente. Gaussin lo ignorò e tenne lo sguardo fisso sullo strano gnomo, con baldanza. «Tu conosci la potenza del Gran Khan, i cui eserciti sciamano vittoriosi in ogni terra. Apri la porta della tua residenza agli emissari del Catai, sottomettiti e paga i tributi. Se lo farai ti verrà concesso di regnare su questa terra. Se ti dichiarerai nemico, allora attendi il tuo destino. Ho detto ciò che avevo da dire, o Sceicco.» A queste parole fece seguito un silenzio così abissale che l'atmosfera stessa parve farsi gelida, tesa come prima di un uragano. Poi, sulle facce degli uomini che circondavano il Vecchio della Montagna, si disegnarono sorrisetti contorti e malevoli. Lo Sceicco Sinan al Jebal si raddrizzò pigramente, impassibile. «Barbaro bianco», disse l'uomo, «riferisci a chi ti manda che il Signore di Alamut comanda al nomade selvaggio chiamato Gran Khan di tornare
nel villaggio della Mongolia, nello sterco di yat dov'è stato partorito, finché ha vita per farlo. Colui che trionfò sul Saladino e fece piegare in ginocchio il Re inglese Riccardo Cuor di Leone, non teme le miserabili orde venute dal Catai. Essi sono un gregge di pecore condotte da maiali. Ti lascio andare affinché tu riferisca le parole del Signore della Vita e della Morte.» Visto che il colloquio sembrava finito, Gaussin gli voltò le spalle senza dir altro. Si lasciò rimettere la benda sugli occhi, la spada gli venne restituita, poi lo riportarono all'esterno lungo il percorso tortuoso e complicato scavato nella roccia. Fuori era sceso il tramonto. L'ultimo tratto del cammino, le interminabili rampe che spiraleggiavano giù lungo la parete rocciosa, dovette compierlo da solo e al buio, senza neppure una torcia. Questo lo costrinse a procedere con cautela, poiché non c'erano parapetti e un passo falso avrebbe significato precipitare nello strapiombo. Soltanto la luna imbiancava il deserto quando infine raggiunse la porta nella muraglia che cingeva la base della rupe. Oltrepassò gli Assassini di guardia e solo allora, malgrado le loro occhiate fosche, poté tirare un sospiro di sollievo. Lasciare la roccaforte del Vecchio della Montagna dava la stessa impressione che uscire da un ossario. «Ehilà, camerati!», gridò, rivolto alla sua scorta. «Avevate scommesso che non sarei tornato fuori vivo, invece eccomi qua!» Nessuno gli rispose. Che si fossero addormentati? I loro cavalli erano ancora nei pressi: li sentiva scalpitare lievemente. Nel volgersi verso il muraglione scorse poi il chiarore di uno scudo, e dove la luce della luna non giungeva distinse le sagome dei quattro uomini seduti spalle al muro. Li chiamò ancora, irritato. Ma la voce gli si bloccò in gola quando poté vederli meglio: i suoi compagni kirghisi erano stati decapitati. Al suolo c'era lo stendardo celeste del Gran Khan, stracciato e calpestato. Più in là, su una roccia piatta, erano allineate quattro cose tondeggianti e biancastre che parevano osservarlo in un orrido silenzio coi loro occhi morti. «Per Allah e per San Giovanni Battista! Per il Gothama Buddha e tutti i diavoli dell'Inferno!», gridò il giovane. «Cento teste rotoleranno al suolo per ciascuna di queste, cani mangiatori di hashish. E per l'insulto che avete fatto allo stendardo del Gran Khan...» «Il tuo Khan è sterco», lo interruppe una voce. «Sterco sono i suoi uomini e i suoi stendardi, o tartaro.» Il corpo di guardia alla porta della muraglia era uscito dietro di lui, e ora
quattro ombre si stagliavano minacciose contro il biancore delle pietraie aride. Li vide sguainare le scimitarre senza fretta. «Tu sei venuto a insultare il Signore di Alamut», disse uno di loro. «Ma noi diamo sempre risposta ai messaggi. Ti rimanderemo indietro, o tartaro, e il tuo padrone capirà qual è la risposta appena ti vedrà arrivare da lui senza la testa!» I quattro Assassini ridacchiarono, agitando le lame ricurve. Gaussin non aveva perso tempo a sguainare il suo spadone, e lo fece roteare sulla sua testa con un grido furibondo: «Dio lo vuole! A noi, feccia!». Ma nello stesso istante accadde qualcosa che lo fece ansimare per la sorpresa. Prima d'entrare nel salone del Vecchio della Montagna era stato disarmato, e lo spadone gli era stato restituito soltanto all'uscita. Non sospettando un tradimento, non si era dato la pena di controllarlo. E fu mentre lo estraeva che ebbe modo di pentirsene, perché la lama si sfilò rimbalzando via nelle tenebre, e lui restò con l'elsa fra le mani. Gli Assassini non avevano atteso altro e, nel vederlo disarmato, risero della sua delusione. Avevano però fatto i conti senza il suo sangue normanno: se con la spada in pugno era temibile, il vedersi schernito e giocato lo trasformò in una belva feroce assetata di vendetta, più che se fosse drogato quanto loro. Con un balzo fu addosso al più vicino degli avversari, evitò la sua scimitarra e lo afferrò per il petto, poi lo scaraventò contro i suoi compagni con tale forza che in tre ruzzolarono fra i sassi. Senza quasi arrestare il suo slancio, afferrò una pietra e, piombando sui tre prima che si rialzassero, li colpì schiacciando teste e ossa con bestiale violenza. Pochi secondi dopo li aveva uccisi. Ma intanto che il giovanotto infuriava a quel modo, il quarto Assassino era riuscito a portarglisi alle spalle. Gaussin si volse ansimando, lo vide estrarre un pugnale e vibrare il colpo verso la sua faccia, e tutto ciò che poté pensare fu che era troppo tardi per evitarlo. Sentì un colpo violento, la lama avvelenata gli corse sull'osso della fronte bruciando come il fuoco, poi un fiotto caldo gli inondò la faccia accecandolo del tutto. Semisvenuto, cadde all'indietro a braccia spalancate, conscio che quella era la fine. E in quel momento, come in un incubo, udì il selvaggio ringhio di un lupo. Ad esso seguì uno stridulo grido umano che si spense in un rantolo d'agonia. Ci furono rumori confusi, un altro cupo grugnito, poi la mente del giovanotto scivolò nelle tenebre dell'incoscienza.
Quando Sylvanette cominciò a comprendere la realtà dello spaventoso mutamento nel suo corpo, fu così sopraffatta dall'orrore che per tutta la notte non ebbe la forza di alzarsi dall'erba su cui era caduta, presso il ruscello. Ma alfine l'istinto di sopravvivenza, o forse l'angoscioso desiderio di trovare la morte altrove, fu la molla che la indusse a muoversi da lì. Il mattino la trovò che vagava nella campagna, ancora sbigottita dalle spoglie fisiche da lupa che indossava, affamata e desiderosa di cibo. C'era un gregge che pascolava sull'erba di un pendio, e il pastore fuggì urlando nel vederla scivolare verso di lui fra i cespugli. Ma appena Sylvanette si accorse che i propri istinti l'avevano spinta ad afferrare un tenero agnellino fra le zanne, ebbe terrore di se stessa e le mancò il coraggio di ucciderlo. Lo lasciò andare e corse via. Cosa stava accadendo alla sua mente? Per qualche minuto si era lasciata dominare dalla ferocia, assetata di sangue come se ci fosse un demonio a possederla e guidarla. Un demonio, pensò con orrore, ecco cos'era diventata! E tuttavia si sentiva forte e viva come mai il suo vecchio corpo umano le aveva concesso di essere. Confusa da un caos di sensazioni nuove, ma più affamata che mai, percorse i boschi verso Nord finché la vista di un casolare la indusse a deviare da quella parte. Voleva aggredire, uccidere, e si lasciò portare avanti da quell'istinto ferino, però riuscì a mantenere il controllo e ne fu fiera, conscia che il corpo di lupa non dominava del tutto la sua personalità umana. Agì dunque con scaltrezza umana, e si mosse sottovento per evitare di mettere in allarme gli animali da cortile. Un odore allettante la guidò dritta a una baracca, nella quale vide della carne secca appesa a un gancio. Fuggì via con il cibo fra i denti, inseguita dalle rabbiose maledizioni di un contadino che l'aveva scoperta troppo tardi e, quando ebbe mangiato, si sentì meglio. Ora sapeva che ce l'avrebbe fatta a sopravvivere, anche se questo non era molto consolante: troppe erano le cose che aveva perduto, e le aveva perdute per sempre. A sera, la stanchezza le pesava nelle gambe, cosicché dovette cercare un posto per dormire fra i cespugli. Come rimpiangeva il suo letto e la comoda casa in cui aveva vissuto nel lusso! Distesa nel buio fra le foglie, sentì le lacrime scivolare sul suo muso peloso, e si addormentò assillata da pensieri fatti d'angoscia. Il mattino dopo fu ancora peggio perché, svegliandosi, scoprì di non aver affatto sognato. Ma un atroce appetito la costrinse a mettersi in movimento e, allorché vide la lepre, smise di riflettere alla sua situazione e balzò a inseguirla, avida solo di carne. Mentre masticava la preda, scorse in lontananza le mura di Acri, e fu sorpresa di non avere al-
cun desiderio di tornarvi: si sentiva libera e padrona di sé, e le cose che la attraevano erano altre, diverse, certamente inumane. Con un lieve ringhio corse via verso settentrione. Nelle settimane che seguirono scoprì che il fatto di procurarsi da mangiare con le sue forze la eccitava, e un'altra cosa sorprendente le accadde: l'odore degli altri lupi la spinse a desiderarne l'incontro. Quando ne vide alcuni, soli o in coppia nella boscaglia, si fermò a guardarli con attenzione e fu tentata di chiamarli. E, appena ebbe modo di avvicinarne un piccolo branco che viveva fra le colline di Tiro, si unì a loro. Come donna, un tempo, era stata terrorizzata solo al pensiero di quelle bestie ma, nella sua nuova forma, un istinto insopprimibile gliele faceva apparire amiche. Eccitata, si accorse d'essere inoltre più grossa e forte di qualsiasi altro suo consimile, perfino dei maschi, che le giravano al largo e la rispettavano. Ma i maschi l'avevano desiderata, e questo alla parte umana di Sylvanette non piacque molto, cosicché li tenne a distanza. Ben presto prese a cacciare con loro, talvolta pigramente, talaltra con impegno e ferocia, e cominciò a conoscerli uno per uno come degli amici. Stranamente si rese conto che i lupi avevano tra loro relazioni paragonabili a quelle umane, e che la consideravano la compagna del capobranco. Tuttavia il capobranco non osava né avvicinarla né cercare di sottometterla, come avrebbe fatto con un'altra femmina. Anzi, quando Sylvanette gli mostrava le zanne, si accucciava uggiolando, si distendeva a terra ed esibiva l'addome indifeso in segno di ubbidienza. Allora lei gli andava sopra e ringhiava cupamente, cosa questa che le piaceva moltissimo: non era più una fanciulla inerme, e come lupa era lei la più forte del branco, la più prepotente, colei che mangiava per prima e più di tutti. Ma i lupi le vennero presto a noia, perché erano stupidi e non potevano darle altro che un'insulsa compagnia. Fu così che finì per abbandonarli e se ne andò da sola in cerca di qualcos'altro. Durante questo periodo pensò poco alla vecchia La Crainte che le aveva gettato il malefizio, e ancor meno rifletté sul modo - terribile e spiacevolissimo - in cui la strega le aveva detto che avrebbe potuto trovare liberazione. Ma la cosa le si agitava come un tarlo nel cervello: se era vera, allora preferiva restare per sempre in forma di lupa. Questo fu quanto si disse. Viaggiò sempre verso settentrione, tenendosi sul litorale boscoso e cercando di non avvicinarsi agli insediamenti umani. Sapeva che nelle fattorie c'erano cani - bestie odiose, secondo i suoi istinti - e che se un uomo l'avesse attaccata, lei avrebbe provato l'impulso di ucciderlo. Stranamente,
ora che si era adattata al suo corpo, si sentiva di nuovo molto umana, e giudicò preferibile evitare le occasioni in cui la sua natura felina avrebbe potuto prevalere sulla sua umanità. Il suo senso del tempo si era alterato, e non ricordava più bene quanto fosse trascorso dalla sua partenza da Acri. Un giorno - forse sei mesi, forse un anno dopo - si trovò ad annusare fuochi spenti e i depositi di rifiuti di quello che sembrava un grosso accampamento abbandonato da poco, e capì che non distante c'era un esercito. Ciò destò il suo interesse. Un campo militare significava cibo in abbondanza, grasse pecore non molto sorvegliate, carri pieni di carne affumicata o sotto sale, cucine dove la notte i cuochi lasciavano sui banconi cibarie cotte o crude. Perché correre nei boschi dietro a leprotti o topi, quando c'era tutta quella grazia di Dio a sua disposizione? Un lupo normale non avrebbe osato approfittare di tale opportunità, ma Sylvanette avrebbe saputo benissimo come agire in piena sicurezza. Così seguì la pista di quell'esercito sperando di trovarlo in breve tempo. Un giorno si stava nutrendo con una grande quantità di ossa di bue, colme di succoso midollo e lasciate lì pochissimo tempo prima dalle orde che ormai tallonava dappresso, allorché sentì rullare un tamburo e scalpitare dei cavalli. Svelta si rintanò in un cespuglio. E fu in quel momento che annusò l'odore. Non era esattamente un profumo, ma qualcosa che alle sue narici sensibili giungeva più dolce dei balsami d'arabia. Da molto si era accorta che ogni singolo animale o essere umano aveva il suo odore personale. Ma questo era diverso. Era... era... Un drappello di cavalieri stava passando al galoppo, preceduto da un tamburino e da un portatore di stendardo. Il loro Comandante era vestito con un'uniforme di barbaro splendore e, nel vederlo, fu colta da un'emozione violentissima. Malgrado la sua eleganza da mongolo, i lunghi baffi neri e impomatati e le trecce ornate di fermagli d'oro, quello era Gaussin de Sollies... il suo Gaussin! Ma cosa stava facendo lì, tanto lontano dalla Terrasanta e insieme a quegli orientali? Non riuscì a capirlo, tuttavia ciò poco importava: lui era Gaussin, alla vista e all'odore, e le sarebbe bastato seguirlo per stargli accanto. L'impulso che la mosse fu irresistibile. Dopo quell'evento restò nelle immediate vicinanze dell'accampamento, di giorno a prudenziale distanza, ma la notte osando perfino passare fra le tende. Non sapeva se anelava di più al cibo o alla presenza del giovanotto: ciò che sapeva era che avrebbe dovuto stare lontana da lui, e che invece non ne era capace.
Tutte le volte che Gaussin partì coi suoi soldati, lei lo seguì, una grigia forma che correva silenziosa fra le rocce e i cespugli, che lo spiava ansiosamente in ogni occasione, che lo attendeva nascosta quando lui andava là dove un lupo non sarebbe potuto andare. Giunse così il giorno in cui lo vide prendere la via del deserto verso oriente, e ancora lo tallonò instancabilmente fino alla rocca giallastra e cotta dal sole di Alamut. Qui notò che Gaussin lasciava i suoi compagni e veniva condotto via sotto scorta, ed ebbe paura per lui. Agitata, vagò nelle vicinanze. Prima del tramonto, allorché dovette assistere all'uccisione dei quattro Kirghisi da parte degli Assassini, ringhiò con furia e provò l'impulso di avventarsi in loro difesa, ma non osò farlo. Sarebbe stato rischioso, e si sentiva molto confusa perché era combattuta fra il desiderio di penetrare nella fortezza e quello di attendere fra le rocce. Più tardi stava cercando il modo di penetrare nascostamente oltre la muraglia e si era scostata dalla porta, quando sentì rumori di lotta e udì il grido di Gaussin che si avventava contro gli avversari. Tornò subito indietro e per un attimo pensò d'essere giunta in ritardo: il giovanotto stava cadendo al suolo col viso inondato di sangue. Cieca per la rabbia balzò addosso all'Assassino che l'aveva colpito e gli affondò le zanne nella gola. Fu stupefacente per lei sentire quanto fosse tenera la carne umana. L'individuo cadde sotto di lei, si agitò, cercò di colpirla col pugnale, ma i suoi sforzi le apparvero ridicoli. Con un ansito belluino strinse i denti scannandolo come un agnello, e fu lieta di sentirlo morire. Poi si rivolse a Gaussin. La lama che l'aveva colpito era quella di un Assassino, e Sylvanette aveva sentito dire che quella gente usava il veleno. Febbrilmente si avvicinò al giovane che giaceva svenuto e gli leccò la fronte. La sua faccia era una maschera rossa; la ferita si trovava in parte sotto il cuoio capelluto, che si era sollevato, e fiottava sangue in continuazione. Da lì a poco però parve cominciare a richiudersi. Sylvanette leccò e leccò, con energia, mossa solo dalla speranza di lavar via qunto più veleno possibile prima che gli entrasse nelle vene. Il silenzio era assoluto, e dal deserto stava spirando un vento freddo che le gelava il sudore addosso. Ma solo quando fu certa che il giovane respirava normalmente osò distendersi sfinita accanto a lui. Venne il mattino. Gaussin aprì gli occhi e la vista del cielo terso gli disse che non era morto, come per un po' aveva creduto. Cosa gli era successo? La fronte gli bruciava, e i suoi pensieri confusi non volevano saperne di prendere un ordine. Da lì a poco, tuttavia, trovò la forza di alzarsi a sedere e si volse a destra,
notando che presso la porta della muraglia non c'era nessuno. Anche sulle rampe che conducevano all'ingresso della montagna non si scorgevano movimenti. Si girò a sinistra. Per un attimo pensò di avere un'allucinazione, quindi con un grido rauco balzò in piedi, tremando come una foglia. Sdraiata al suo fianco, completamente nuda e immersa nel sonno, c'era una fanciulla bruna, bella e dolce come una giovane fata. «Sylvanette!...», rantolò, sbalordito. E singhiozzando cadde in ginocchio sui sassi, abbracciandola perdutamente. La giovane donna si destò, e dopo alcuni secondi durante i quali rispose al suo abbraccio con commozione prese a osservarsi, ignorando le sue domande ansiose ed esaminando minutamente le proprie membra, con aria stranita. Si passò una mano sulla bocca e la ritrasse sporca di sangue raggrumato. «Oh, Gaussin!», balbettò. «Non ci speravo più... Ti ho seguito, e non speravo che sarebbe accaduto davvero. Anzi non volevo... avevo paura di farlo. Ma l'ho fatto.» «Non ti capisco, amore mio.» A occhi sbarrati il giovane la fissava, togliendo casacca e pantaloni a uno dei cadaveri. Le porse i vestiti, si tastò la ferita sulla fronte, e parve vacillare ancora per l'incredulità. «Tu sei qui. Com'è possibile questo, in nome di Dio? Cosa ti è successo? Mi hai seguito, dici? Oh, Sylvanette!» «Il tuo sangue, caro.» Con le lacrime agli occhi, la fanciulla si coprì pudicamente. «Ho leccato il taglio che hai sulla fronte, capisci? Lei lo aveva detto... Oh, tesoro, aveva detto che la mia sola speranza di liberazione era di bere il sangue dell'uomo che amo! E pensare che io credevo...» L'emozione le impedì di continuare. Poco più tardi, Gaussin de Sollies e Sylvanette de Gavaret salirono su due dei cavalli rimasti nei pressi, e si affrettarono ad allontanarsi dalla montagna sulla pista che portava a occidente. Sei mesi dopo, alla morte di Ogodai Khan, il Celeste Impero fu diviso da lotte intestine fra i suoi successori. L'esercito di Temuchin dovette rientrare in patria lungo la Via della Seta, e un distaccamento di tremila uomini fu mandato ad annientare il Vecchio della Montagna e i suoi Assassini. La rocca venne presa d'assedio e, un mese più tardi, lo Sceicco Sinan al Jebal fu impalato su una lancia insieme ad altri duecento uomini. Con lui moriva una leggenda, una delle tante ma non la più strana e misteriosa, fra quelle che si narrano sui tempi in cui i Crociati vivevano nella perduta terra di
Outremèr. L'ORRORE IMMORTALE The Horror Undying di Manly Wade Wellman Weird Tales, maggio 1936 Trovai quelle riviste sotto le assi del vecchio pavimento - che stavo letteralmente sfasciando per alimentare il fuoco nel caminetto - e ne fui immediatamente colpito. La casupola mi offriva riparo, le fiamme un confortevole tepore, e ora ecco pure il divertimento! Potevo addirittura dimenticare la cupa notte che mi circondava, la bufera di neve, e la tetra foresta nella quale mi ero smarrito. E potevo smettere di ripensare anche a quel barbuto figuro in abiti logori che mi aveva fermato ai margini della foresta, prima che mi ci addentrassi, blaterando qualcosa a proposito di «luoghi infestati». Si trattava di uno straniero, era evidente, e puzzava tremendamente d'aglio. Accomodato come meglio potevo su uno sgabello traballante, di fronte al focolare, distesi sulle mie ginocchia quelle pagine lacere e sbiadite. Il più grande di quei giornali aveva le dimensioni dei vecchi romanzi da due soldi, e con gli occhi della memoria posso ancora vedere gli stinti colori della copertina, accesi d'un rosso brillante dalle fiamme, e il titolo stampato con caratteri arzigogolati e disuguali: UNA STORIA VERA: I DISGUSTOSI E SANGUINARI CRIMINI DEL SERGENTE I. STANLAS, Corte Marziale ed Esecuzione Sotto il titolo (che sinceramente prometteva una ben stuzzicante lettura) stava l'accurata riproduzione xilografica di un uomo. Avvicinai la copertina al fuoco per vedere meglio. Quella che indossava, notai subito, era l'uniforme della cavalleria americana verso la metà dell'Ottocento: lucidi stivali con speroni, pantaloni con bande laterali, giacca corta e tondeggiante copricapo con visiera. Tre galloni stampigliati sopra una manica attribuivano a quel personaggio la carica di sergente. Solo allora i miei occhi notarono altre parole, molto più piccole, proprio sotto l'illustrazione: «Sergente Stanlas, da un disegno del-
l'Autore». E più sotto ancora: «Pubblicazione privata, 1848. Prezzo: 10 centesimi». Dieci centesimi?! Era dunque solo un romanzetto dal contenuto macabro? Ne ricordavo altri del genere, tipo La festa di sangue, Il demone barbiere di Fleet Street, Il segreto della Torre Grigia, e quindi esaminai meglio la copertina. L'autore-illustratore aveva immortalato il suo soggetto in una posa al tempo stesso spavalda e formale. I piedi, infilati negli stivali dai brillanti speroni, stavano disinvoltamente divaricati, formando un angolo che doveva essere decisamente scomodo mantenere. La mano destra era infilata nella giacca, alla maniera di Napoleone, mentre quella sinistra poggiava elegantemente abbandonata sull'elsa della sciabola. Nel complesso si trattava di una figura sicuramente ridicola, degna di un museo delle cere. E credo che avrei anche potuto ridere di gusto, se non fosse stato per il volto. Quell'uomo aveva una faccia tonda, striata da larghi basettoni. Gli occhi, sotto la visiera, erano spalancati e privi di espressione, ma riprodotti in modo tale da dare l'impressione che stessero a loro volta scrutando l'osservatore. A dividerli, ci pensava un naso lungo e diritto, sottile e quasi perfetto, quasi fosse stato scolpito da un artista. La bocca semiaperta, apparentemente priva di labbra, esibiva due piccoli denti appuntiti nell'arcata superiore. Il mento... be', pareva non esserci mento, o perlomeno era estremamente piccolo. A dispetto della tecnica un po' rozza con cui era stata eseguita l'illustrazione, da quel volto traspariva una sorta di inquietante, autentica vitalità. Feci una pausa per collocare nel caminetto qualche altra assicella del pavimento, poi aprii quel fascicolo e mi immersi nella lettura. La narrazione cominciava con uno stile assolutamente piatto e lineare. Si parlava di un certo Ivan Stanlas, nato in Prussia vicino al confine polacco nel 1810, poi trasferitosi in America appena dodicenne. Cinque anni dopo, nel 1827, si era arruolato nell'esercito degli Stati Uniti, conseguendo risultati così brillanti che - se fosse stato americano di nascita - avrebbe di certo ottenuto qualche riconoscimento straordinario, o almeno così suggeriva il suo biografo. Nonostante fosse di origine straniera, comunque non aveva impiegato molto a farsi promuovere Sergente di Prima Classe, ed era quindi stato impiegato per importanti missioni al Sud e all'Ovest. Durante la guerra del Messico si era trovato a capo di un eroico reggimento, e aveva riportato una ferita a Monterey. Nel 1847, poi, era stato nominato ufficialmente re-
sponsabile dell'edificazione di un forte nelle terre recentemente conquistate nell'Ovest del Texas. Fino a quel punto il narratore si era mantenuto piuttosto sul vago, per quanto concerneva la carriera del giovane Sergente Stanlas; ma il resoconto dell'incidente avvenuto subito dopo la costruzione del forte e di tutti i fatti che seguirono, invece, apparì per contrasto estremamente vivido ed efficace. Assorto nella lettura alla luce del focolare, dedussi che l'autore doveva senz'altro essere stato compagno di Stanlas all'epoca degli avvenimenti narrati; probabilmente, apparteneva al suo stesso squadrone. La descrizione del forte era accuratamente dettagliata: struttura rettangolare formata da tronchi dalle estremità appuntite, rudimentali casupole in legno allineate all'interno, ordinati covoni di fieno raccolto nelle praterie, gruppi di soldati costantemente indaffarati sotto gli occhi vigili dei superiori, sentinelle appostate e, al di sopra di ogni cosa, la fluttuante bandiera a stelle e strisce agitata dal vento. La guerra, all'epoca, era terminata, e la guarnigione del forte si sentiva finalmente rilassata e tranquilla, godendosi l'aria di pace che si respirava a pieni polmoni. Ma persino la più tremenda avventura vissuta dal più provato dei veterani sarebbe impallidita, di fronte a ciò che accadde poi... Tutto pareva trascinarsi piattamente, senza sorprese; finché un giorno, all'alba, furono rinvenuti i cadaveri delle due sentinelle, o perlomeno ciò che era stato lasciato di loro. I corpi erano straziati, dilaniati, sanguinolenti, e gran parte della carne e degli organi era sparita. Di primo acchito, gli ufficiali attribuirono ai pellerossa quello scempio, e fu deciso di inviare senza indugio una pattuglia per punire adeguatamente il nemico. Anche Stanlas si unì al gruppo, e fu proprio lui - o almeno questa fu l'impressione che diede - a trovare una traccia: seguendo lui, quei soldati accecati dal desiderio di vendetta cavalcarono per quattro ore attraverso la prateria fino a raggiungere un accampamento di guerrieri Comanche. Presi di sorpresa, parecchi furono i pellerossa a cadere sotto il violentissimo attacco della truppa: chi poté, invece, balzò in sella al proprio cavallo e fuggì. Diversi indiani feriti furono fatti prigionieri e interrogati duramente, ma tutti negarono nella maniera più assoluta di essersi anche solamente avvicinati al forte. Anzi, confessarono di essere terrorizzati da una sorta di demone che nottetempo si aggirava attorno ai loro accampamenti sbranando donne, bambini, e anche robusti guerrieri: un demone che, asserirono, si annidava fra gli uomini bianchi!
Naturalmente, i soldati risero a quella storia assurda, e fecero ritorno portandosi dietro cinque prigionieri. Non appena questi si trovarono nei pressi del forte, presero a tremare convulsamente. Vennero rinchiusi in una cella, ma... il mattino seguente uno di loro era scomparso. «Fuggito nonostante le varie ferite e la stretta sorveglianza»: questo fu scritto sul rapporto militare, e i soldati a guardia della piccola prigione furono raddoppiati. Quando però il sole del giorno seguente si sollevò all'orizzonte, un secondo prigioniero era sparito. Dal momento che il Sergente di guardia durante le due notti era stato proprio Stanlas, il Comandante - deciso a far luce una volta per tutte su quelle sparizioni - lo mandò a chiamare per un rapporto. Non appena egli entrò nella cella, i tre pellerossa rimasti assunsero un atteggiamento ben poco consono al loro stato di impavidi guerrieri; farfugliando parole sconnesse, dimostrarono infatti di essere sconvolti dalla presenza del Sergente. Era stato lui, dissero, a uccidere e a far sparire i loro due compagni: era lui il «demone del forte», e ora erano certi che avrebbe massacrato pure loro. Stanlas ascoltò quei vaneggiamenti in sprezzante silenzio, infine contestò furiosamente quelle accese accuse. E, quando i pellerossa si rifiutarono di ritrattarle, estrasse la sua sciabola e sfregiò il viso di quello che gli stava più vicino. Immediatamente disarmato da due soldati, Stanlas finì dunque agli arresti, e si procedette inoltre alla perquisizione della sua stanza. Non trovando nulla di particolare, il Comandante ordinò di sollevare le tavole del pavimento (e leggendo quelle parole, lo confesso, lanciai un'occhiata nervosa allo spazio nero che avevo scoperchiato togliendo le assi per riscaldarmi). Agli occhi dei ricercatori si presentò del semplice terriccio; ma furono sufficienti pochi colpi di vanga per riesumare i corpi degli indiani scomparsi, ridotti a poco più di due scheletri rosicchiati! A quel punto, la narrazione si fece morbosamente affascinante, come se l'autore si sentisse emotivamente coinvolto nella storia che andava raccontando. Il Sergente Stanlas, di fronte all'evidenza di quelle tragiche prove, non poté che confessare il proprio cannibalismo. Aveva assassinato e mangiato non solo quegli indiani, ma pure le due sentinelle e parecchi altri uomini e donne nell'Est. Quanti, esattamente, non avrebbe potuto dirlo; tutto ciò che ammise fu: «Più di cinquanta, forse un centinaio». Ma, sia che non potesse, o non volesse fornire spiegazioni più precise, arrivò comunque ad asserire di essere tormentato da un bestiale desiderio di carne umana. E le parti
che preferiva, aggiunse, erano il cuore e il fegato. Di fronte alla Corte Marziale, rinnovando la propria ammissione di colpa, Stanlas avanzò una singolare richiesta; le sue parole sono ancora stampate nella mia mente, poiché mi soffermai a rileggerle più e più volte. «Bruciatemi, riducetemi in cenere: questo desidero. Solo così la mia anima sarà redenta.» I giudici della Corte Marziale (posso immaginare le loro facce, pallide e stravolte) decretarono invece per il cannibale una morte più ortodossa. Egli venne infatti posto di fronte a un plotone d'esecuzione, composto - faceva notare l'autore - interamente da volontari. Quando Stanlas cadde sotto la scarica di colpi, l'ufficiale incaricato gli si avvicinò per esaminarlo. Il corpo sanguinante si muoveva ancora, debolmente, e dopo qualche secondo le palpebre si sollevarono con un fremito. Il militare estrasse subito la pistola, e conficcò senza esitare un proiettile nel cervello di Stanlas, la cui morte fu così ufficialmente dichiarata. Il cadavere crivellato di colpi venne sepolto all'esterno del forte, a una considerevole distanza dal cimitero, e nessuna lapide fu deposta a indicazione della sua sepoltura. Così terminava il resoconto; o perlomeno, la parte stampata. Infatti, in calce all'ultima pagina, notai una macchia informe, nerastra. Mi avvicinai alle fiamme per beneficiare di una luce così intensa e diretta. Riuscii a leggere una sola parola, non senza difficoltà; era stata tracciata da una mano tremolante, con un inchiostro ormai così sbiadito da risultare quasi invisibile: «Pazzi». Richiusi il giornale, e osservai ancora il ritratto di Ivan Stanlas sulla copertina. Ebbi momentaneamente l'illusione che quegli occhi privi di espressione fossero inchiodati su di me; probabilmente, riflettei, quello doveva esser stato lo stesso sguardo rivolto all'ufficiale che gli aveva inferto il colpo di grazia. Quella bocca, inoltre, pareva indirizzarmi un ghigno di derisione. D'improvviso mi sentii nauseato, a causa di quell'orripilante racconto. Che fosse una storia vera o inventata, la cosa non mi interessava più. L'unico mio desiderio, ora, era di dimenticarla completamente, e di trovare una lettura più piacevole e rilassante per affrontare la notte in quella sinistra capanna desolata. Lasciai cadere il fascicolo sul pavimento, ed esaminai le altre pubblicazioni che giacevano sulle mie ginocchia. C'era una coppia di larghi fogli ingialliti, dai bordi frastagliati, tenuti as-
sieme da un vecchio fermaglio arrugginito. Li liberai, e analizzai quello superiore. Era la pagina di un quotidiano. Un brandello di carta ne era stato strappato, in alto, ma potei comunque leggere quanto rimaneva dell'intestazione: «... ita Eagle, 11 luglio 1879». Naturalmente la mia attenzione cadde subito su un articoletto al centro del foglio, ben evidenziato da un cerchio in inchiostro nero. Il titolo, stampato in caratteri piuttosto piccoli, dichiarava: PIETÀ PER IL SOLDATO ASSASSINO Commutata la sentenza capitale per il Sergente Maxim Praticamente, a quanto ricordo, il testo dell'articolo era pressapoco il seguente: Fort Fetterman, Wyoming, 9 luglio - Il Dipartimento della Guerra ha oggi pronunciato la sentenza definitiva contro il Sergente Wilfred Maxim, la cui condanna a morte pronunziata dalla Corte Marziale è stata commutata in ergastolo. Maxim, accusato di un crimine estremamente crudele e singolare (aveva assassinato un civile per berne il sangue), era stato impiccato davanti ai suoi camerati alcune settimane fa. Una volta deposto dalla forca, però, era misteriosamente ritornato in vita. Dal momento che ormai la dichiarazione ufficiale di morte era stata redatta, Maxim si era rifiutato perentoriamente di infilare ancora il collo nel cappio, facendo notare che il suo debito con la giustizia doveva considerarsi estinto. Le più alte autorità di Washington si sono quindi consultate, stabilendo per lui la commutazione della pena in carcerazione a vita con sorveglianza speciale presso le carceri di Fort Leavenworth. Appena al di sotto dell'articolo, notai, nel punto in cui il circoletto d'inchiostro si ricongiungeva, la penna doveva aver tremolato. No, non era così... A un esame più attento non tardai a rendermi conto che quella sorta di piccolo scarabocchio era invece una parola, esile e incerta, ma assolutamente incisiva: «Pazzi». Fui scosso da un subitaneo spasmo nervoso, e i pugni mi si serrarono in-
volontariamente; il secco fruscio della carta sgualcita nella mia stretta mi fece trasalire. Per quanto breve fosse quell'articolo, e perlopiù steso con stile aridamente giornalistico, ebbe il potere di instillarmi un terrore senza nome. Cosa significava tutto ciò? Il parallelo con il racconto che avevo appena letto era evidente... Due assassini bestiali, due veri avvoltoi dalle spoglie umane... Uno aveva colpito nel 1847, e il secondo trentadue anni dopo, nel 1879. Entrambi erano stati militari, ed entrambi avevano dimostrato capacità tali da meritare la qualifica di Sergente. Inoltre, avevano massacrato delle persone per assecondare una sorta di appetito innaturale, erano stati condannati a morte, e si era rivelato quasi impossibile ucciderli. Le loro due storie erano state pubblicate, e qualche oscuro collezionista di cronache strane e raccapriccianti aveva trovato gli articoli nascondendoli poi sotto il pavimento della sua capanna... Ah, già: entrambi i resoconti erano stati commentati in calce con una parola che poteva riassumere un atteggiamento di sdegno, di scetticismo o di macabra ironia: «Pazzi». Esaminai ancora il circoletto d'inchiostro e la parola con cui si ricongiungeva a se stesso; erano entrambi piuttosto sbiaditi, ma non quanto lo era la parola scritta sul primo fascicolo. La grafia, comunque, era curiosamente simile. Anzi, il mio giudizio fu che entrambe fossero state vergate proprio dalla stessa mano, e nelle stesse date relative alle pubblicazioni dei due scritti! Lasciai scivolare sul pavimento quella pagina di giornale e guardai il foglio che qualcuno aveva attaccato con il fermaglio. Un tempo, era chiaro, doveva essere stato piegato in quattro parti, poiché due increspature si incontravano a croce sulla sua superficie. Larghi caratteri stampati proclamavano: $100 - TAGLIA - $100 Per la cattura di WILFRED MAXIM ASSASSINO EVASO 14 luglio 1879 Seguiva una descrizione dell'avvenimento, ma di quel testo ricordo soltanto un piccolo frammento: «Età: circa 36 anni.» Dunque, il Sergente
Stanlas e il Sergente Maxim avevano praticamente la stessa età all'epoca dei rispettivi arresti, oltre a tutti gli altri punti in comune. Mi sentii scuotere da un brivido violento, mentre pensieri di panico cominciavano a corrodere i margini della mia coscienza. Un angolo dell'annuncio era ripiegato all'indietro. C'era qualcosa, incollato sul retro. Girai il foglio. Così trovai la fotografia, l'immagine diafana di un uomo in uniforme. Sotto, vi era scritto: «Bill Maxim, 7 gennaio 1872». Riconobbi immediatamente la tremula grafia. E riconobbi pure quel volto!... Ma era incredibile, inspiegabile... Una folta barba ricopriva le guance e il mento del soldato. Riuscii a intuire a malapena la piega rapace della larga bocca nascosta in mezzo al pelo. Ma gli occhi erano ben in vista, sotto le folte sopracciglia unite, e così il naso, diritto e affusolato. Avrei voluto prorompere in un'esclamazione, ma mi ritrovai le labbra secche e insensibili. Mi chinai a raccogliere la prima rivista dal pavimento. Le mani mi tremavano mentre avvicinavo i due ritratti alla luce delle fiamme: la fotografia e l'incisione. Allora fui assolutamente sicuro, e accolsi quella tremenda rivelazione con un gemito disarticolato. Ivan Stanlas, ridotto a un colabrodo dai proiettili del plotone d'esecuzione, non era rimasto nella sua misera, anonima fossa. Si era invece scrollato di dosso il pesante manto di terra, e aveva camminato ancora! Si era arruolato nuovamente, sotto un altro nome, aveva riottenuto la carica di Sergente, e infine era stato catturato nell'atto di nutrirsi animalescamente di sangue umano! Molto meglio sarebbe stato per lui e per il mondo se la prima Corte Marziale avesse accolto la sua richiesta!... Com'erano le parole? Tornai a sfogliare le pagine della rivista, e lessi di nuovo: «Bruciatemi, riducetemi in cenere: questo io desidero. Solo così la mia anima sarà redenta». Quella consapevolezza, molto più terrificante del più tetro mistero, fece scendere su di me un cappio strangolatore. Con furia, scagliai rivista, giornale e annuncio in pasto alle fiamme. Lingue scarlatte si avventarono fameliche sopra la carta secca; rabbrividii, e non per la bufera che infuriava attorno alla capanna... D'improvviso una voce, suadente come un sospiro e selvaggia come un ruggito, giunse dall'esterno: «Pazzo!...». Quindi la porta si spalancò. Una figura intabarrata in un lungo cappotto o mantello scuro si stagliò sulla soglia, scrollandosi grumi di nevischio dai
capelli e dalle spalle. Io rimasi impietrito, a bocca aperta, incapace di reagire, come una preda di fronte a un cobra. La sagoma scivolò quindi verso il focolare, e allora il suo aspetto mi fece sbarrare gli occhi! Vidi il suo viso rotondo, pallido come un teschio. I capelli, corti e spettinati, stavano appiccicati alla fronte bassa, mentre gli occhi spiritati mi fissavano scintillando al di sopra del naso affilato. La bocca, larga e priva di labbra, era semiaperta, e rivelava dei sinistri denti acuminati... Avrei voluto dire qualcosa, minacciarlo, o implorarlo; ma non ne fui capace. Riuscii solo a indietreggiare, mentre l'intruso rimaneva immobile dinanzi al serpeggiante bagliore delle fiamme. Poi, di scatto, tese una mano verso di me. Osservai sgomento quelle dita simili ad artigli, e la fitta peluria che ricopriva il polso, il dorso, il palmo!... Allora si udì un grido, stridulo e disperato, simile a una tromba impazzita, seguito da un torrente di strane parole incomprensibili. Un'altra figura si profilò sulla soglia, ed entrò. Il primo visitatore distolse immediatamente la sua attenzione da me. Per un istante potei vedere il suo profilo, pallido e spigoloso, e udii il suo mantello frusciare come pelle rinsecchita. Un attimo dopo, il nuovo venuto gli si avventò contro. Lo sguardo selvaggio, la barba ispida e il pungente lezzo d'aglio, mi dissero che quello era lo stesso vaneggiante vagabondo in cui mi ero imbattuto prima di entrare nella foresta. Stretto in una mano teneva un pesante bastone ben lavorato, sormontato da una croce. Non colpì l'essere mostruoso, eppure quello gemette di paura, emettendo una sorta di squittìo che mi fece pensare a un pipistrello e sollevando le braccia per ripararsi il viso. Arretrò, terrorizzato, e non ebbe modo di evitare ciò che accadde: con un piede urtò contro il bordo del caminetto, una gamba gli cedette, e quindi cadde scompostamente all'indietro, tra le fiamme! Immediatamente le lingue impietose lo aggredirono, avviluppandolo in un abbraccio mortale e, dopo pochi secondi, il corpo del Sergente praticamente esplose! I sensi mi abbandonarono di colpo, e un profondissimo silenzio scese attorno a me... Mi risvegliai al tocco di una mano, ritrovandomi disteso sul pavimento. Sopra di me stava il viso barbuto, ora addolcito da un'espressione di premurosa gentilezza. «È tutto finito», mi disse con voce profonda, nella quale intuii un accento di trionfo. «Gli ho dato la caccia per molto tempo, senza mai perdermi
d'animo, e oggi, quando vi ho visto introdurvi nel suo "regno", ho pensato che avreste potuto servirmi involontariamente da esca. Allora mi sono preparato, e vi ho seguito.» Estrasse quindi qualcosa da una tasca. «Un paletto nel cuore e dell'Acqua Santa sarebbero stati un rimedio più appropriato, ma hanno fatto un ottimo lavoro pure la croce di biancospino, il fuoco, e questo.» Così dicendo, lanciò una manciata di spicchi d'aglio nel caminetto. «Adesso», continuò, «Stanlas, o Maxim, o comunque si facesse chiamare, non ritornerà mai più per saziare la sua fame!» Mi sollevai da terra a fatica, e d'istinto mi girai verso il focolare. Le fiamme si stavano estinguendo, crepitando sinistramente sopra l'aglio che si andava abbrustolendo e che sprigionava tenui vapori grigiastri; sotto, vidi un disgustoso ammasso di ceneri e carboni che nessun legno bruciato avrebbe potuto produrre. Da un anfratto, in quel grumo, vidi scivolar fuori qualcosa, un topo, o forse una strana lucertola... Prima che potessi vederlo meglio, comunque, il mio salvatore lo ricacciò tra le fiamme con il bastone, e quello non comparve più. «Credo che quella cosa fosse l'oscena incarnazione della sua anima maledetta», commentò in tono grave. «Non temete, sono certo che adesso è davvero tutto finito. Prima della Rivoluzione Russa io ero monaco a Mosca, e ho studiato a fondo certe cose. Alle luci dell'alba, ciò che è rimasto della sua carne nera e delle sue ossa avvizzite sarà distrutto completamente.» Chinandosi, raccolse alcune assicelle divelte dal pavimento. «Siete... un prete?», domandai, un po' stupidamente. «Prima che arrivaste, stavo cominciando a capire l'intera faccenda. La storia racconta che Stanlas desiderava essere ridotto in cenere...» «Sapevo dell'esistenza di quegli scritti, ma non li ho mai toccati per tema che potesse sospettarmi. Le vecchie leggende, figlio mio, non sono leggende: sono solo verità che la paura spinge a rifiutare. Durante la sua prima esistenza, egli era un Volkodlok, un Lupo Mannaro. Soltanto in punto di morte deve aver provato un estremo desiderio di salvezza e redenzione: ecco perché ha avanzato quella drastica richiesta non esaudita. Sapeva bene che, se fosse stato ucciso in modo normale, e se il suo corpo fosse stato lasciato integro, sarebbe ritornato a vivere in veste di Lupo Mannaro!» Detto ciò, gettò diverse assicelle nel fuoco, che scoppiettando riconquistò il perduto vigore. «Abbiate sempre timor di Dio», aggiunse infine, «e
di tutte le cose sconosciute che ha creato!...» LA PISTOLA D'ARGENTO The Phantom Pistol di Carl Richard Jacobi Weird Tales, maggio 1941 (come The Spectral Pistol in Revelation In Black, 1947) Quando ripenso al passato, la mia amicizia con Hugh Trevellan pare inevitabile. Eravamo quasi coetanei, scapoli, e i nostri interessi nell'avvocatura erano simili. Entrambi subivamo il fascino delle arti e dell'artigianato, migliorato dal passare del tempo. Io mi interessavo di libri. I miei scaffali erano pieni di volumi rari, grazie ad anni di collezionismo paziente e all'impiego di notevoli somme di danaro. Invece Trevellan si era accostato a un campo diverso dell'antiquariato. Ricordo la notte in cui il Maggiore Lodge ci presentò. «Signor Idiota, le presento il signor Idiota», ci disse a mo' di presentazione. «Voi due dovreste assolutamente conoscervi. Entrambi siete caduti preda dal morbo dell'antiquariato. McKay conosce tutto quel che c'è da sapere sui libri, e la collezione delle pistole di Trevellan farebbe rodere d'invidia qualsiasi maestro d'armi.» «Pistole?», ripetei, mentre stringevo la mano ossuta e scrutavo il viso magro che avevo di fronte. A quel punto Hugh Trevellan sorrise. I suoi occhi azzurri e chiari brillarono amichevolmente. «Sì», rispose, «revolver di tutti i tipi: pistole a rotella, pistole a pietra focaia, ad avancarica, e perfino le assurde armi automatiche che si fanno oggi. Vorresti vederle?» È strano quanto l'istinto collezionistico sia insito in ogni uomo. Ho sentito che perfino i selvaggi accumulano pietre colorate, e mi ricordo che grande dispiacere provai una volta, da ragazzo, quando persi il mio album di francobolli stranieri. Per Trevellan la collezione di pistole era la sua vita. Almeno una volta al giorno egli apriva la cassa di pesante mogano e le ammirava. Le spolverava, ne lucidava le parti metalliche. E ne cercava sempre altre. In realtà si trattava di una notevole collezione di armi. Vi erano esemplari quali il cannone a mano della metà del Quattordicesimo Secolo, uno dei più antichi, che era sistemato su uno degli scaffali più alti, fino alla moderna Luger automatica a canna lunga, posta sull'ultimo scaffale. La cassa
mostrava quindi il graduale sviluppo della produzione delle armi da fuoco durante i secoli. «Questa l'ho trovata solo ieri alle Vendite Meldrow», disse Trevellan, prendendone una. «È una pistola italiana, del tipo Snaphauce e non sono sicuro che non sia un falso, benché l'abbia pagata cara. Ecco un paio di pistole a pietra focaia di Lazarino Comminazzo. Prego notare i doppi cani. Questo è un vecchio archibugio, e questa è una pistola a rotella con lo stemma reale dorato in oro damascato.» Perfino i miei libri, di cui mi vantavo da tanto tempo, parevano impallidire di fronte allo splendore che vedevo mentre esaminavo quegli oggetti bellissimi. Lo dissi a Trevellan, e lui sorrise con grazia. «Vorrei vedere i tuoi libri», rispose. «Ho qualche volume sulle munizioni. Sono edizioni abbastanza antiche ma, dal punto di vista dell'edizione e della rilegatura, temo che abbiano ben poco valore. Sfortunatamente parto per la campagna domani, quindi dovrò posticipare la visita.» «Per quanto starai via?» Si strinse nelle spalle. «Ho affittato un posticino fuori città, nell'Arronshire, e potrei rimanervi anche per tutta l'estate. Me lo ha consigliato il medico. Dice che sono molto nervoso e che ho bisogno di stare un poco da solo. È una gran scocciatura, ma non m'importa poi tanto. Posso finire un articolo che ho cominciato un mese fa sulle pistole scozzesi. Ma dimmi... perché non vieni in automobile a trascorrere con me un paio di settimane? Potremmo divertirci un mondo.» Ai primi di luglio, quando il lavoro me lo permise, ero sceso in macchina per andarlo a trovare, ma mi ero visto costretto a interrompere la visita; con un vero e proprio sospiro di sollievo ero tornato a Bloomsbury. Perché? La ragione era molto difficile da definire. Eppure ora, vedendo le cose in retrospettiva, quello mi parve un avvertimento di natura psichica circa quanto sarebbe poi accaduto. Trovai che l'Arronshire era una zona abbastanza distinta, separata da zone circostanti, sia da un punto di vista filologico, sia da un punto di vista geografico. La gente del luogo era rozza e vigorosa, e l'inflessione del dialetto era piuttosto spiacevole e dura. La campagna all'intorno era molto selvaggia e poco ospitale. Ovunque si avvertiva un senso di trascuratezza. Le siepi erano lasciate a loro stesse, incolte. I segnali lungo le strade erano caduti in rovina, la macchina sferragliava passando sopra ai ponti che parevano sul punto di crollare, mentre i villaggi non davano alcun segno di vo-
ler accogliere benevolmente i viaggiatori. Il sentiero orlato di vecchi e bitorzoluti alberi di melo che conduceva alla villa, era lungo tre chilometri. All'improvviso mi fermai. Vi era una targa sulla cassetta della posta, che aveva attratto la mia attenzione. Diceva: «Blueker House», «Ludwig Blueker, Becchino». La casa era una di quelle mostruosità vittoriane, sovrabbondante e molto bisognosa di una mano di vernice. Il prato che la circondava era pieno di erbacce, e si avvertiva una certa aria di trascuratezza. «Ti piace?», gridò Trevellan dalla veranda. «Perché non hai tolto la targa del becchino, in nome del Cielo?», ribattei. «Questo posto è allegro quanto un cimitero.» Lui aveva preso la casa completa di mobilio. Quindi aveva portato con sé un solo baule e, naturalmente, le sue amate pistole. La teca delle armi era stata posta accanto alla grande vetrata che dava sul prato. La grande cassa di mogano pareva stranamente fuori posto in quel punto, quasi quanto Trevellan stesso. Mentre sedevo di fronte a lui, guardando il suo volto dai lineamenti delicati illuminato dalla luce della lampada, come se fosse di cera dipinta, non riuscii a fare a meno di pensare a un vecchio dipinto a olio, un ritratto di un cortigiano francese, che era appeso nel mio appartamento. Ma, benché non riuscissi a indicare chiaramente nessuna caratteristica principale della casa che mi risultasse spiacevole di per sé, non riuscivo a sfuggire alla sensazione che vi fosse qualcosa di tetro e deprimente nell'architettura che scacciava ogni allegria e mi lasciava preda di uno stato di profonda melanconia. Rimasi due giorni, poi tornai a Londra. Il resto dell'estate passò. Di tanto in tanto mi arrivava una lettera da parte di Trevellan. Si era abituato alla vita solitaria, diceva, e si stava godendo quel periodo di convalescenza. Dopo agosto venne settembre, e le lettere diminuirono, quindi cessarono del tutto. Poi, un giorno, a Charing Cross trovai un libro che mi fece ripensare a lui. Era un vecchio volume, che era stato rilegato con cura una volta. Il titolo Historie di Certe Armi da Fuoco di Piccole Dimensioni era inciso profondamente in corsivo sulla copertina. Conteneva disegni molto accurati di vecchie pistole. Sapevo con che gioia il mio amico avrebbe visto un'opera simile. Quindi, il giorno dopo partii per Arronshire per visitare Hugh Trevellan. Una settimana prima, la campagna era stata un unico turbinio di splendidi colori autunnali, ma ora, guidando, trovai solo un cimitero di alberi nudi e
di monotoni rovi. I forti venti che avevano infierito da Sud durante gli ultimi giorni, avevano fatto cadere ogni foglia, e si avvertiva l'avanzare del primo inverno. All'imbrunire giunsi alla villa. Di nuovo, come era già accaduto all'inizio dell'estate, avvertii un cambiamento d'umore cogliermi proprio mentre entravo in quella zona. Nere nuvole cariche di tempesta si addensavano nel cielo quando giunsi al villaggio di Darset. La polvere e le foglie morte mulinavano attorna alla macchina, e qualche goccia di pioggia cominciò a cadere sul parabrezza. Ma la mia attenzione fu colta dallo stato di eccitazione generale che regnava nel paese. Gli abitanti erano sparsi in gruppi e, alla luce delle finestre delle vetrine dei negozi, parevano intenti a discutere animatamente tra loro. Diverse macchine dall'aspetto vetusto sfrecciarono davanti a me, piene di uomini armati di fucili da caccia. Intanto, sulla soglia di una delle case, diverse persone tentavano di consolare una donna che piangeva disperata. «Cos'è successo?», chiesi all'uomo alla pompa, mentre si accingeva a rifornire il serbatoio di benzina. «Lupi», ribatté. Aveva un tono impaurito. «I lupi», gli risposi con tono piuttosto freddo, «qui in Inghilterra si sono estinti nel Quindicesimo Secolo.» Lui mi lanciò uno sguardo strano, rovesciando sul parafango un bel po' di benzina. «Davvero, signore?», disse. «Allora deve trattarsi di un cane selvatico, o di qualcosa di ancora peggio.» «Ha attaccato qualcuno?» La mano dell'uomo tremava mentre riceveva il danaro. «Proprio così, signore. Si è preso la più giovane dei figli della vedova Chase, la bambina più carina che abbiate mai visto.» Lo squadrai. «Volete dire che un cane randagio ha ucciso una bambina?» «E non è la prima volta, signore. Due settimane fa Johnny, il figlio del calzolaio, è stato portato via praticamente sotto gli occhi di sua madre. È un animale che viene di notte, da solo. È una grossa bestia grigia, con gli occhi di fuoco, dicono. Jeff Twiliger gli ha sparato dalla sua camera da letto. Jeff riesce a colpire uno scellino ogni volta a una distanza pari a quella tra il punto in cui siamo ora e quell'albergo laggiù, ma lo ha mancato. È stata anche promessa una ricompensa: cinquanta sterline all'uomo che ci porta la sua pelliccia. Credo che prenderò anch'io il fucile. È una bella ci-
fra.» Mi accorsi del cielo minaccioso che ci sovrastava e con l'aiuto di quel garagista alzai il tonneau della macchina. Il rullio distante dei tuoni mi ronzava nelle orecchie mentre percorrevo la stradina piena di curve, e la luce dei fari mi mostrava che ormai la pioggia cadeva fitta. Dopo un quarto d'ora di guida in quelle condizioni, fui costretto a rallentare. Finalmente giunsi nella strada in cui sorgeva Blueker House, e poco dopo mi ritrovai a salutare Hugh Trevellan. La casa aveva un aspetto ancora più cupo della volta precedente. Ma, quando il mio amico mi offrì un bicchere di Liebfraumilch, fui quasi contento di essere venuto. «È proptio un buon vino», disse Trevellan. «Lo ha lasciato il vecchio austriaco, l'ex proprietario. È morto, sai, e così la casa è stata offerta in affitto completa di tutti i mobili. Ho visto l'annuncio e l'ho affittata senza neanche vederla. Non è male, eh?» Sorrisi e appoggiai il mio bicchiere sul tavolo. «Ho qualcosa da mostrarti», dissi, aprendo la mia borsa. Lui si alzò in piedi in un baleno, con l'entusiasmo di un ragazzo che si ricorda all'improvviso di un giocattolo. «E io ho qualcosa per te.» Si avvicinò lesto alla sua collezione di pistole e tornò con una scatola di forma allungata ricoperta di argento un po' liso. Ponendola sul tavolo dinanzi a me, l'aprì e fece un passo all'indietro, tutto fiero. «Il più grande capolavoro di tutte», disse. «E dove pensi che l'abbia trovata? Proprio a Darset, il posto più improbabile del mondo.» Adagiata sul cuscino di velluto scuro, alla luce della lampada vidi brillare una bellissima pistola a canna lunga. L'impugnatura era in avorio, ormai ingiallito come un antico cammeo, e adorna di intricati motivi a filigrana. L'intarsio in mosaico formava strani disegni al di sopra del grilletto, e il tamburo, che era slanciato e aggraziato come una lancia in resta, era decorato di spirali d'oro che brillavano nella penombra. Una piccola croce d'oro in aggetto la decorava a una estremità. Ma fu il cane che attrasse la mia attenzione. Era di acciaio annerito, ed era stato modellato in modo da formare un teschio molto realistico. «Non è una bellezza?», chiese Trevellan, appoggiandosi alla mia spalla. «L'hai comprata a Darset?», chiesi a mia volta, incredulo. Lui sorrise, felice. «È stata pura fortuna. Apparteneva a uno degli abitanti del paese. Quan-
do ha saputo che mi interessavo di vecchie armi, si è offerto di vendermela. Gli ho dato il doppio di quello che mi aveva chiesto.» Presi la pistola dalla custodia, e la soppesai. «È italiana?», chiesi. Travellan aggrottò le ciglia. «Questa è una buona domanda. Per la verità non so da dove venga. No, non credo che sia italiana, e niente indica che provenga dalla Germania. L'uomo mi ha detto che appartiene alla sua famiglia da molti anni.» A quel punto accendemmo le pipe, e Trevellan mi intrattenne con una lunga dissertazione circa l'arte insita nelle armi antiche in generale. Dopo un po' gli mostrai il libro che aveva costituito il motivo della mia visita. Trevellan ne sfogliò attentamente le pagine, e osservò le illustrazioni. «È un lavoro eccellente», disse. «Io...» La sua voce si affievolì. Gli occhi all'improvviso si fissarono sulle pagine aperte del libro. Con un'esclamazione a bassa voce spinse la lampada da tavolo più vicino alla pagina stampata. «Guarda, McKay», disse con voce roca. «Leggi qui!» Il volume era aperto al capitolo «Inizi del Diciottesimo Secolo». Al centro della pagina lessi il seguente paragrafo: Il miglior lavoro del maestro artigiano Johann Stiffter di Praga, è stata una pistola fabbricata per un inglese, Sir William Kingston, nell'anno del Signore 1712. Quest'arma fu fabbricata in maniera insolita, in quanto è stata fatta in maniera da poter sparare una pallottola d'argento, benedetta da sette sacerdoti con l'acqua benedetta, e ha un crocifisso inciso sul tamburo. Si diceva che Sir William Kingston avesse l'abitudine di viaggiare nelle terre del Sud e che durante uno di questi viaggi fosse stato attaccato da Lupi Mannari e da altri demoni. I Lupi Mannari, che erano in realtà creature umane unite a Satana, avevano rapito la sua figlioletta, Julie, e Sir William ne era stato fortemente addolorato. Quindi l'inglese aveva giurato vendetta su tutte le creature infernali, e aveva ordinato una pistola del genere, che combinava tutti i metodi conosciuti per uccidere simili esseri. A seguito di tali parole vidi un'illustrazione e una descrizione dettagliata, che riproduceva la pistola d'avorio che Trevellan mi aveva mostrato solo poco tempo prima.
Non vi era possibilità di errore. Nessuna pistola di simile fattura poteva essere stata copiata. Tuttavia non vi era che un modo di provarne con assoluta certezza l'autenticità. La descrizione citava anche le cinque parole che l'artigiano aveva inciso sull'arma: «Tod dem Werwolf schwöre Ich» (Giuro che ucciderò il Lupo Mannaro). «Hai una lente d'ingrandimento?», chiesi a Trevellan. Poi, guardandolo in viso, notai la costernazione del mio amico. L'uomo era quasi fuori di sé. Le mani gli si aprivano e gli si chiudevano in maniera convulsa. Il suo viso era diventato bianco e pallido, e aveva un'espressione di timore negli occhi. Si alzò barcollando. «Ci dev'essere una lente, da qualche parte. Io... vado a vedere se riesco a trovarla.» Pochi minuti dopo eravamo curvi sull'arma, e la scrutavamo attentamente per mezzo della lente. Delle minuscole lettere apparvero sul tamburo. «Ecco!», esclamai. «È proprio la stessa.» Non vi fu risposta. Mi voltai a guardare Trevellan. Era appoggiato pesantemente contro il tavolo, e le sue labbra si muovevano in maniera convulsa. Bruscamente mi strappò di mano la pistola, la ripose nella custodia e la rimise nella teca di mogano. «Stai male?», chiesi. «Sì», rispose esitante. «Mi... mi sento un po' debole. Quella lunga camminata durante la mattinata mi deve aver stancato oltre il dovuto. Se non ti dispiace, credo che mi andrò a coricare.» Naturalmente assentii, e lo guardai con curiosità mentre lasciava la stanza. Cosa era successo a quell'uomo? Si era comportato in maniera perfettamente normale fino al momento in cui aveva letto il capoverso che parlava della pistola. Accesi la pipa e rimasi seduto dov'ero, rimuginando su quel suo strano comportamento. E, mentre il fumo dalla sigaretta si levava verso il soffitto, mi accorsi di nuovo della tempesta che era in corso all'esterno. La pioggia scrosciava sulla grande vetrata ora. I tuoni brontolavano nel cielo sovrastante come se un gigantesco mattarello venisse passato avanti e indietro sul tetto della casa. Per un certo tempo rimasi lì, soddisfatto, contento di poter ascoltare il fragore della bufera notturna, così vicina, eppure così lontana. Ma poi la mia mente imboccò una linea di ragionamento suggerito da quello strano capoverso, e un senso di irrequietezza molto pronunciato s'impadronì di me.
Lupi Mannari! Quali strani orrori si crea l'uomo! Era una strana credenza questa, secondo la quale un uomo può sviluppare una tendenza a prediligere il sangue umano, e tramutarsi in un animale inferiore - un lupo - per ottenerlo. Ancor più strana era la tradizione secondo la quale l'Acqua Santa, la vista di un crocifisso, oppure una pallottola d'argento, potessero uccidere un simile demonio. Eppure sapevo che tali superstizioni erano ancora vive nell'Europa del Sud. Improvvisamente la pipa mi scivolò tra i denti, e mi alzai a sedere. Le parole del garagista di Darset mi balenarono di nuovo in mente. Aveva parlato di un lupo, di un cane randagio, che era entrato in città e aveva ghermito un bambino, in due occasioni diverse. Tentai invano di cancellare l'assurda domanda che mi sorgeva nella mente. Quel grosso animale grigio, poteva essere proprio un Lupo Mannaro? Feci una risata forzata. Il pensiero rimaneva, persistente in me. Altri dettagli mi sorsero alla mente, e sconfissero il mio giudizio. Non era forse vero che i lupi si erano estinti in Inghilterra fin dal Quindicesimo Secolo? Sì, certo; ma questo animale poteva essere un cane selvatico. Ma se fosse stato un cane inselvatichito, nel paese si sarebbero certo ricordati del tempo in cui era stato un cane domestico. Aggrottai la fronte. Non era necessario: l'animale poteva essere originario di una zona diversa, ed essere stato abbandonato dal padrone. Eppure, un cane inselvatichito si sarebbe diretto a saccheggiare i pollai. Per quanto potesse essere stato lungo il suo periodo di vita randagia, la carne umana gli avrebbe ripugnato? Fissai il braciere della pipa. Questa era una domanda alla quale non sapevo fornire una risposta. Uno scaffale di libri sul lato opposto della stanza attrasse il mio sguardo e, pensando di potermi distrarre indirizzando la mente verso più piacevoli pensieri, attraversai la stanza e lasciai che il mio sguardo si attardasse ad esaminarne i titoli. Con stupore, mi accorsi che tutti i volumi concernevano argomenti quali la licantropia, la stregoneria, la Magia Nera, e l'Occultismo. Avevo di fronte la Restituzione dell'Intelletto Decaduto di Richard Verstegan, nomi strani appartenenti ad autori morti da lungo tempo, opere rare la cui pubblicazione era stata proibita da gente timorata di Dio. Vi era il Libro degli Spettri di Le Loyer, la sesta edizione del De Praestigies Daemonum et Incantationibus stampato a Basilea, e l'infernale libro di Milo Calument, Io sono il Lupo Mannaro, del quale tutte le copie, secondo quanto mi ricordavo, erano state gettate nella palude di Hoxton.
Era strano che Trevellan non mi avesse parlato di quei libri. Niente mi avrebbe potuto fare più piacere. Era anche strano, pensai all'improvviso, che Trevellan li leggesse. Non vi era una sola riga che parlasse di pistole in quei libri. Ma quando esaminai uno di quei volumi, scoprii quale era il motivo. Non era lui il proprietario di quei tomi. Appartenevano a Ludwig Blueker, il precedente proprietario della casa, come era attestato dal nome scritto con uno svolazzo sull'incipit. Eppure i libri non erano stati trascurati da Trevellan. Tra le pagine trovai strane annotazioni scritte nella sua stessa calligrafia. Il suo particolare stile era inconfondibile. Un certo gruppo di frasi attrasse il mio sguardo. Diceva: 31 luglio. Ho osservato i riti notturni e ho scoperto di avere il potere. Quasi non riesco a crederci, ma è vero. Qualcosa sembrava attrarmi verso il villaggio, ma non osavo avventurarmi fuori dal giardino. Bisogna abituarsi a un cambiamento di tale entità. Il sospetto che allignava nella mia mente cominciava a crescere, e sfogliai le pagine in cerca di altre annotazioni. Ma al di fuori di incoerenti grovigli di parole, il resto era tutto latino, una lingua che non conosco. Disorientato, salii le scale, diretto alla mia stanza. Quindi mi spogliai, e mi coricai. Il sonno mi è sempre venuto prontamente, durante tutta la mia vita. Eppure allora, sentendo la pioggia battere sulle finestre, e vedendo i lampi disegnare figure grottesche sulle pareti, rimasi sveglio ad ascoltare il lento ticchettio dell'orologio del salone. A mezzanotte udii i lenti rintocchi dell'orologio. Poi sentii la porta della stanza di Trevellan aprirsi, con uno scricchiolio, e dei passi soffocati lungo il corridoio. Sgusciai verso la porta, l'aprii appena, e diedi un'occhiata. Una fioca luce da notte era accesa nel lato opposto della sala. Grazie ai pochi raggi vidi Trevellan, completamente vestito, muoversi verso le scale. Ma le sue movenze non erano quelle di un uomo a casa sua. Si muoveva furtivo, fermandosi ad ogni passo, per rimanere in ascolto. Quando giunse al primo gradino, riuscii a intravvedere il suo viso per un attimo. Sulle sue fattezze contorte vi era un'espressione selvaggia e demente. Gli occhi gli fuoriuscivano dalle orbite, e le labbra pendule erano atteggiate a un ghigno vacuo. Per un istante guardò ciecamente la porta. Poi cominciò a scendere.
Per un attimo rimasi dov'ero, fermo in ginocchio, fissando il vuoto, al buio, mentre il mio cervello turbinava. Il mio amico soffriva di sonnambulismo? Ma non vi era nulla nel comportamento di Trevellan che somigliasse a quello di un sonnambulo. Ma allora dove era diretto con quel fare da criminale inseguito? Spinto da un irresistibile impulso, mi lanciai lungo le scale e spalancai la porta. Un torrente di pioggia mi frustò il viso. Di fronte a me vi era solo la tenuta immersa del buio. Poi un fulmine illuminò il cielo e lo vidi. Lungo il sentiero che portava verso la strada, un grosso lupo grigio procedeva a grossi balzi. In quell'istante nella luce accecante del fulmine si voltò, e la vista di quegli occhi infuocati e malvagi mi rimase in mente per sempre. Poi la scena ripiombò nelle tenebre, e io rimasi impietrito, senza riuscire a muovere un dito. Intirizzito, mi diressi lentamente verso la mia stanza, mi gettai a sedere in una poltrona accanto alla finestra e guardai la pioggia scendere lungo il vetro. Domande senza risposta mi martellavano nel cervello. Le ore passavano lentamente, e piano piano caddi in una specie di dormiveglia. Quando mi svegliai, la grigia luce dell'alba si diffondeva nella stanza. Il vento era cessato, e le pozzanghere fuori parevano immobili lastre metalliche sotto un cielo plumbeo. Tutto era stranamente calmo. Attraverso una finestra aperta sentii l'odore della terra umida e delle foglie che marcivano. Rimasi in ascolto. Dalla direzione del villaggio si udiva un lungo, lugubre ululato: risuonò di nuovo, più distintamente. Anni prima avevo sentito un richiamo del genere, a Royalwoods, durante la caccia alla volpe. Ma questa volta non si trattava del latrato dei cani: era il richiamo di un lupo, che si avvicinava a gran velocità alla villa. Con i pugni serrati, attesi. Dopo pochi minuti lo vidi correre allo scoperto, proprio sotto le mie finestre. Un senso di ripugnanza s'impadronì di me alla vista di quel grosso corpo peloso. Il lupo si guardò attorno ringhiando, poi si diresse verso il lato opposto della casa, e lo persi di vista. Per qualche istante regnò il silenzio. Poi udii la porta aprirsi lentamente. Udii dei passi attutiti sulle scale. Attraversai la stanza e spalancai la porta. Hugh Trevellan stava per imboccare il corridoio. Non aveva più l'atteggiamento furtivo di una persona che temesse di essere vista. Ora si teneva eretto e si voltò per lanciare un'occhiata dietro le spalle prima di entrare nella sua stanza. Improvvisamente ebbi un capogiro, e un urlo mi salì incontrollabile in
gola. Avevo visto la bocca e le labbra di Trevellan un istante prima che entrasse nella sua stanza. Che Dio mi aiuti, pensai. Infatti erano sporche di sangue scuro! Le ore che intercorsero tra quel terribile istante e il momento in cui scesi barcollante a colazione, mi parvero eterne. Quando mi sedetti al tavolo le mani mi tremavano visibilmente. «Buon giorno, McKay», disse Trevellan. «Spero che tu sia riuscito a dormire serenamente, nonostante la tempesta.» La soddisfazione che vidi sul viso di quell'uomo mi provocò un'ondata di nausea. Tuttavia lui non parve notare il fatto che non gli risposi. Rideva e scherzava, tenendo viva la conversazione, e non riuscii a fare a meno di pensare che il suo comportamento somigliava a quello di un uomo che avesse preso una forte droga. Lo osservai attentamente mentre sorseggiava il tè. Le sue guance erano piene di una salute quasi innaturale. Eppure pareva cambiato, seppure non in maniera molto marcata. Le sue fattezze erano le stesse, e i pallidi occhi azzurri gli davano ancora l'aspetto di fragilità di bambola, ma attorno alla testa si notavano alterazioni che ne avevano distrutto l'effetto di classica modellazione che avevo sempre ammirato. Le orecchie erano più sporgenti, più lunghe, e di forma puntuta. Il suo naso ora era più largo, e le narici parevano dilatate. «Trevellan», dissi dopo colazione, «chi era Ludwig Blueker?» Lui aggrottò le ciglia. «L'ultimo proprietario della villa», rispose. «Andiamo a fare una passeggiata lungo la strada, per un po'?» «So bene che era il proprietario», dissi mentre uscivamo, «ma era un becchino o un contadino?» «Entrambe le cose, credo», rispose Trevellan. «Si guadagnava da vivere lavorando la terra, e riusciva a guadagnare qualche sterlina in più preparando i funerali per la gente di Darset.» Era chiaro che Trevellan non desiderava discutere quell'argomento con me. «Ieri sera ho dato un'occhiata ai suoi libri», dissi. «Che collezione notevole! Blueker dev'essere stato uno sciocco superstizioso!» Trevellan scattò con un ringhio. «Era un grand'uomo!», gridò. «Quei villici ridevano di lui, perché preferiva stare in solitudine a studiare cose che loro non capivano. Blueker ci ha messo anni a mettere insieme quella biblioteca.»
Ormai eravamo vicini alla fine della strada, e dovevamo evitare le molte pozzanghere d'acqua. Quando giungemmo alla strada provinciale, due uomini a cavallo si avvicinarono, e ci fermammo. «Buongiorno», disse l'uomo più vicino, un individuo alto che avevo visto in paese. «Una giornata piuttosto fredda e piovosa.» Quello assentì. «Non avete per caso visto un lupo o un cane selvatico qua attorno?» Il tono della voce era molto severo e deciso. Avvertii un senso di capogiro. «Non avrà attaccato di nuovo qualcuno a Darset, spero?» L'uomo si mosse sulla sella. «Proprio così. È entrato in una delle case la notte scorsa. Sta diventando sempre più coraggioso. Le madri sorvegliano i figli come falchi oggi. Ci sono dieci squadre fuori a caccia di quel mostro.» «Quanti ne ha uccisi ieri notte?» Attesi la risposta al colmo del terrore. «Due. I gemelli Jepson. È una cosa orribile, Signore.» «Se viene da queste parti», dissi, «ci lascerà la pelle.» L'uomo sorrise cupamente. «Avrete cento sterline se ci riuscirete, Signore. E il ringraziamento di ogni madre di Darset.» Affondò le ginocchia nei fianchi del cavallo, e i due partirono al trotto. Trevellan mi fissò senza espressione. La sua giovialità lo aveva abbandonato, sostituita da un'espressione di paura inconfondibile. «Io... io credo che dovremmo tornare verso casa», disse. «Ho delle cose da scrivere.» Tornati a Blueker House, Trevellan si scusò e si diresse verso la sua stanza. Di nuovo solo, vagai per la casa, finché non arrivai alla biblioteca. Nel momento stesso in cui entrai nella sala, avvertii la presenza di un'entità invisibile. La teca delle pistole di Trevellan mi attraeva irresistibilmente. Mentre stavo davanti ad essa, e guardavo attraverso le porte di vetro, un solo oggetto attraeva la mia attenzione: la scatola d'argento che conteneva il più recente acquisto di Trevellan. La pistola d'avorio. Impulsivamente, aprii la teca e presi l'arma. La vista di quell'oggetto m'inebriò come un vino antico. La rigirai tra le mani cento volte, ma non saprei spiegarmi il motivo del mio comportamento da quel momento in poi.
Le munizioni di quell'arma giacevano dentro delle nicchiette tra il velluto: tre pallottole d'argento, e l'attrezzatura per caricare l'arma. Esitai un istante, poi presi una delle palle d'argento, e la inserii nella pistola. Quindi versai la polvere da un piccolo corno, e la cacciai verso il fondo della pistola. Con uno sforzo rimisi l'arma nella teca di mogano. Finché non fu quasi notte, Trevellan non tornò giù. «Mi dispiace, McKay», disse, «ma devo andare in paese. In cucina troverai dei cibi freddi. Forse tornerò tardi: non mi aspettare alzato.» La porta si chiuse di scatto, e udii i suoi passi allontanarsi lungo il sentiero di ciottoli. Lentamente, una sensazione di orrore si impadronì di me. Presi a passeggiare nervosamente avanti e indietro. Fuori, una flotta di nuvole vellutate aveva furtivamente invaso il cielo ma, verso Est, una macchia più scura brillava di luce radiosa e soffice: la luna tentava di affacciarsi. Passarono lentamente altre ore. Il ticchettio dell'orologio a pendolo martellava, e il suono echeggiava per le stanze come un maglio. Avvertii stranamente più forte lo stesso impulso psichico che mi spingeva ad aprire nuovamente la teca di Trevellan e a prendere in mano la pistola d'avorio. Poi, all'improvviso, udii uno strano scampanellare molto lontano. Rimasi in ascolto. Proveniva dalla direzione del villaggio, portato dal vento. Era un profondo rintocco di campane che penetrava in ogni angolo della villa, come un segnale d'allarme. Il sangue fluì verso la mia testa. Erano le campane del villaggio che suonavano a distesa! Stavano suonando le campane per svegliare il villaggio. L'orrore era ricominciato! Mentre ascoltavo, un altro suono più forte si sovrappose ai rintocchi della campana... il lungo ululato di un lupo. Mi avvicinai alla grande vetrata, e rimasi a fissare il giardino all'esterno. La luna si nascondeva tra le spesse nuvole di tanto in tanto. Ombre gigantesche si stagliavano sul prato. Improvvisamente le nuvole si aprirono, e vidi la creatura illuminata in pieno dalla luna. Era il lupo, e le sue fauci erano tinte di rosso. Un urlo mi salì alle labbra. Mi voltai come una marionetta appesa ai fili. Il mio sguardo era concentrato sulla teca, e il suo magnetico potere era ormai centuplicato. Un potere psichico interiore mi attirava verso di lei. Le mie mani si protesero in avanti e aprii le porte di vetro. «Trevellan!», urlai. «Mio Dio, non riesco a controllarmi!» Uno sparo echeggiò fortissimo, seguito da un rumore di vetri infranti che cadevano a terra. Dal prato sottostante si levò un roco gemito di dolore.
Poi quella forza sovrannaturale mi abbandonò. Volgendomi, scaraventai la pistola lontano e mi slanciai verso il prato. Lì lo trovai, accasciato nell'erba. Una chiazza rossa sulla camicia si allargava sempre più. Tentò di alzarsi quando gli presi la testa tra le braccia. «Grazie, McKay», disse, in un soffio. «Era... era la sola cosa da fare.» Ricadde con un sospiro, e io rimasi solo con il cadavere di Hugh Trevellan. Il due ottobre, l'edizione serale del London Chronicle pubblicò la seguente notizia: La Polizia Distrettuale ha reso note le circostanze di una tragedia accaduta nel Nord della regione dell'Arronshire, nei pressi del paese di Darset. Il corpo del signor Hugh Trevellan, un noto antiquario e un'autorità in materia di armi da fuoco d'antiquariato, è stato rinvenuto poco lontano dalla sua residenza estiva da un suo amico, il signor Martin McKay residente in Russel Square, a Bloomsbury, giunto da Londra in visita. Dopo aver esaminato il cadavere, il medico condotto ha espresso il suo parere, dichiarando che la morte è stata di natura accidentale, essendo sopravvenuta mentre il signor Trevellan stava pulendo l'arma da fuoco che ha sparato. Curiosamente, si è scoperto che la pallottola era d'argento. IL CANE The Hound di Fritz Reuter Leiber Weird Tales, novembre 1942 David Lashley si strinse attorno al corpo le povere coperte, e osservò senza espressione la fredda luce del mattino entrare dalla finestra e illuminare la sua stanza. Non ricordava di che natura fosse il terrore contro il quale aveva lottato per ritornare allo stato di veglia, tranne il fatto che era stato gigantesco, e che lo aveva riportato ai giorni pieni di paura dell'infanzia. Lei gli si era accovacciata accanto per tutta la notte e infine gli si era rannicchiata contro, premendogli contro il petto il viso. Il termosifone gemette lugubremente al primo sbuffo di vapore proveniente dalla cantina, e lui rabbrividì. Pensò che i suoi tremiti erano un riconoscimento ironicamente umoristico del fatto che la sua stanza non era
mai calda, eccettuato il periodo in cui non ci poteva stare. Ma vi era qualcosa di più. Il gemito penetrante aveva risvegliato qualcosa nella sua mente senza però riuscire a riportarlo alla superficie conscia del suo cervello. L'aumentato brusio del traffico cittadino, assieme al roco gorgoglìo di una locomotiva nei depositi ferroviari, si mischiavano a un suono più vicino, che diventava più intenso e penetrante, risvegliando paure da tempo sopite. Per alcuni minuti rimase inerte, in ascolto. Notò che la stanza si era impregnata di un odore spiacevole, ma non ne fu sorpreso. Aveva provato più di una volta le strane illusioni olfattive che seguono un attacco di influenza. Poi udì sua madre muoversi faticosamente in cucina, e questo lo spinse a entrare in azione. «Ti sei raffreddato di nuovo?», chiese lei, guardandolo ansiosa, mentre si affrettava a immergere il cucchiaio nel suo uovo sodo, per evitare che il suo calore si disperdesse sul piatto freddo. «Sei sicuro?», insistette. «Tutta la notte ho sentito qualcuno tirar su con il naso.» «Forse era papà...», disse lui, poi s'interruppe. La donna scosse la testa. «No, lui sta bene. Aveva un forte dolore al fianco ieri sera, ma ha dormito abbastanza tranquillamente. Ecco perché ho pensato che fossi tu, David. Mi sono alzata due volte per controllare, ma...», la sua voce assunse un tono lamentoso, «lo so che non ti piace che io mi infili in camera tua a tutte le ore.» «Non è vero!», negò lui. Aveva un aspetto tanto fragile, minuto e stanco, mentre se ne stava in piedi di fronte ai fornelli; era avvolta in un accappatoio informe che era appartenuto al babbo, e aveva l'aria di un passero malato che tentasse di apparire vispo e allegro. Lui provò un'inutile irritazione, un senso di indignazione, al pensiero di non poterla aiutare; quella sensazione parve salirgli fino in gola, rendendo la sua voce un po' strozzata. «Il fatto è che non voglio che tu ti alzi in continuazione, che perda sonno. La cura del babbo ti procura già abbastanza da fare durante il giorno. Ti ho detto mille volte che non devi prepararmi la colazione: sai bene che il dottore ti ha detto che devi riposare il più possibile.» «Oh, io sto benissimo», rispose lei frettolosamente, «ma ero sicura che tu avessi di nuovo il raffreddore. Tutta la notte ti ho sentito tirare su col naso...» Il caffè cadde nel piattino dalla tazza che David teneva sollevata a mezzo. Le parole di sua madre avevano risvegliato in lui un ricordo sfuggente e, ora che era tornato, non voleva affrontarlo faccia a faccia.
«È tardi, devo scappare», disse. Lei lo accompagnò alla porta. Infatti era tanto abituata al suo modo di fare frettoloso, che non ci trovò nulla di strano. La voce fioca della donna lo seguì lungo le buie scale dell'appartamento: «Spero proprio che non ci sia qualche ratto morto in questa casa. Hai notato il cattivo odore?». Poi lui si trovò all'esterno e si perse subito nei suoi ricordi, immerso nella corsa concitata del traffico delle prime ore del mattino. Le gomme stridevano sull'asfalto. I motori ancora freddi bofonchiavano, poi si avviavano con un gran fragore. I tacchi delle donne ticchettavano sul marciapiede, affrettandosi, trottando, convergendo verso le fermate del tram e degli autobus. Tacchi bassi, tacchi alti, tacchi di stenografe dirette verso il centro, e di lavoratrici del tempo di guerra, dirette verso le fabbriche della periferia. I versi degli strilloni e brevi immagini delle testate dei giornali gli segnalarono frasi sconnesse: «Incursione aerea in corso... Nave da guerra affondata... Si attende il black-out... Il nemico è stato ricacciato indietro». Ma, una volta seduto nella soffocante atmosfera del tram, era impossibile evitare di pensarci. Inoltre, l'odore stantìo di medicine che esalava il legno giallo, gli riportò immediatamente il ricordo di quell'altro odore. Le mani di David Lashley si contrassero in un pugno all'interno delle tasche del suo soprabito e si chiese come fosse possibile che un uomo adulto all'improvviso cadesse preda di una paura infantile. Eppure, nello stesso istante, seppe con lucida certezza che quella non era una paura appartenente alla sua infanzia. Quella cosa che lo aveva accompagnato per tanti anni, era cresciuta a dismisura finché, come il demoniaco lupo Fenris del Ragnarok, le sue fauci spalancate - divaricandosi sempre di più - erano giunte a sfiorare il cielo e la terra. Questo essere che lo seguiva passo passo, alle volte era così lontano da fargli dimenticare la sua esistenza, ma ora era tanto vicino che ne avvertiva il freddo fiato malaticcio alitargli sul collo. Lupi Mannari? Aveva letto di queste cose nella biblioteca, sfogliando i libri polverosi con animo affascinato e inquieto, ma quello che aveva letto li faceva sembrare innocui e insignificanti - mere superstizioni - al confronto della cosa che faceva parte delle grandi metropoli e delle caotiche società del Ventesimo Secolo, tanto che lui - David Lashley - trasaliva sentendo le varietà infinite di ululati e di brontolii ringhiosi prodotti dal traffico e dalle industrie... suoni che erano allo stesso tempo di natura umana e meccanica. Lui arretrava rabbrividendo di fronte ai fari delle macchine nel buio... A
quegli occhi abbaglianti e fissi! Tremava in maniera incontrollabile quando udiva lo scalpiccio dei topi in un vicolo, o quando aveva una visione momentanea delle forme oscure dei magri cani randagi che la sera si aggiravano negli appezzamenti di terreno sgombro in cerca di cibo. «Tirando su con il naso...», aveva detto sua madre. Quali parole avrebbero meglio descritto le continue ricerche della bestia che nei suoi sogni era rimasta rannicchiata fuori dalla porta della sua stanza tutta la notte, e che era finalmente penetrata all'interno per piantargli le zampe sporche sul petto. Per un momento vide un muso informe stagliarsi sul soffitto giallo e sulle vistose pubblicità del tram... occhi rossi come metallo fuso... fauci simili a un denso olio nero... Con uno sguardo disperato gettò un'occhiata agli altri passeggeri, tentando di scacciare quella visione, ma questa parve essersi impadronita di ciascuno di loro, di averli contagiati, dando alle loro fattezze un aspetto grottescamente canino: la mascella lenta e sfuggente di una biondina, o la testa aguzza e gli occhi distanziati di un meccanico dalla barba ispida di ritorno dal turno di notte. Cercò allora rifugio nel giornale aperto di un vicino, leggendolo attentamente senza curarsi dell'impressione di maleducazione che avrebbe suscitato. Ma vi era un lupo in una delle strisce, per cui si voltò rapidamente dalla parte opposta per guardare attraverso il vetro polveroso, verso le file di negozi che gli scivolavano accanto. Pian piano l'opprimente senso di minaccia si attenuò un poco, ma la striscia era riuscita a creare un'altra connessione nel suo cervello: il ricordo di una striscia del tempo della Prima Guerra Mondiale. Quello che aveva rappresentato il lupo o il cane in quella striscia più vecchia - la guerra, la carestia, la brutalità del nemico - lui non era in grado di ricordarlo con precisione, tuttavia quella striscia aveva continuato ad apparirgli in sogno per settimane, rannicchiata negli angoli, o lo aveva atteso in cima alle scale. Più tardi aveva tentato di spiegare ai suoi amici gli orrori che potevano essere contenuti nel simbolismo concreto e nella personificazione di una striscia nell'interpretazione di un bambino, ma non era riuscito a farsi capire. Il bigliettaio brontolò il nome di una via del centro, e allora si perse nuovamente nella folla, trovando sollievo nel movimento senza sosta, nel contatto di spalle estranee alle sue. Ma, quando l'orologio emise il suo rintocco musicale ed echeggiante, e lui si voltò per inserire il suo cartellino
nella fila, la ragazza al banco alzò gli occhi e disse: «Non dovrebbe perforare la scheda anche per il suo cane?». «Il mio cane?» «Be', era qui pochi secondi fa. È entrato dietro di lei, come se lei fosse il suo... voglio dire, come se fosse il suo cane.» Fece una risata chioccia e nasale. «Immagino che fosse uno dei mastini della signora Montmorency, venuto a ispezionare le condizioni di vita della classe lavoratrice.» L'espressione disorientata di lui non mutò. «Scherzavo», spiegò lei pazientemente, e tornò a occuparsi del suo lavoro. «Devo controllarmi.» David si sorprese a parlare da solo mentre si infilava nell'ascensore che lo portò, senza far rumore, fino al piano delle cantine. Continuò a ripeterlo mentre si affrettava a raggiungere i locali dello spogliatoio; lasciò il cappotto e il suo pranzo nell'armadietto, si ravviò i capelli velocemente e ripetutamente, poi si avviò velocemente lungo i corridoi ancora semideserti, per scivolare dietro il banco dei calzini e dei fazzoletti da naso. «È solo un fatto nervoso. Non sono pazzo. Ma devo controllarmi!», disse, parlando tra sé. «Certo che sei pazzo! Non lo sai che parlare da soli e non notare le persone che si hanno attorno sono i primi sintomi dello squilibrio mentale?» Gertrude Rees si era fermata mentre andava verso le cravatte. I capelli color nocciola erano accuratamente ordinati e messi in piega, e incorniciavano un viso non eccessivamente grazioso. «Scusami!», mormorò lui. «Sono un po' nervoso.» Cos'altro si poteva dire, anche se si trattava di Gertrude? Ma, nell'istante stesso in cui la guardava andar via, mentre le sue mani si accingevano automaticamente a sistemare le scatole in mostra, una nuova domanda gli martellava ossessivamente il cervello? Cos'altro si poteva dire? Quali parole potevano descriverlo? Oltretutto, con chi poteva parlarne? Una dozzina di nomi gli si stamparono in mente, ma furono tutti rapidamente scartati. Solo uno rimase: quello di Tom Goodsell. Lo avrebbe detto a Tom. Dopotutto, quella sera lo avrebbe visto al corso di Pronto Soccorso. I clienti entravano alla chetichella nella cantina. «Porta la misura 11, signora? Sì, abbiamo delle nuove fantasie. Queste sono in seta e filo di Scozia.» Ma la quantità crescente di clienti non gli dava alcun senso di sicu-
rezza. Affollavano i corridoi fra i banconi, e divennero forme dietro le quali si poteva nascondere qualcosa. Lui cercava continuamente di sbirciare dietro di loro. Un bambino che si era spinto oltre il bancone, gli sfiorò un ginocchio, facendolo trasalire, impaurito. Venne il momento della pausa pranzo. Giunse nello spogliatoio giusto in tempo per afferrare Gertrude Rees che stava indietreggiando con aria incerta di fronte a una porta oltre la quale regnava l'oscurità. «Un cane», disse con voce tremante. «Era enorme! Mi ha fatto una gran paura! Altro che nervosismo! Da dove sarà venuto? Ma stai attento. Aveva l'aria feroce.» Ma David, spinto da un'improvvisa temerarietà, nata dallo shock e dalla paura, si era già spinto all'interno e aveva acceso la luce. «Non c'è nessun cane qui», le disse. «Sei matto! Deve esserci.» Il suo viso spuntò cautamente oltre la porta, e si allungò per la sorpresa. Ma ti assicuro... Oh, immagino che debba essersene andato attraverso l'altra porta.» Lui non le disse che l'altra porta era sbarrata. «Forse lo ha portato un cliente», disse lei in tono concitato. «Certa gente non riesce a fare compere se non si porta appresso almeno un paio di cani feroci. Di solito, però, quel tipo di cliente si tiene alla larga dalla cantina degli sconti. Immagino che dovremmo trovarlo prima di metterci a mangiare. Aveva l'aria di essere pericoloso.» Ma lui non l'aveva quasi udita. Si era appena accorto che il suo armadietto era aperto e che il suo soprabito era stato trascinato a terra. La busta di carta che conteneva il suo pranzo era stata aperta, e sembrava che vi avesse frugato qualche animale. Mentre si chinava, vide che i panini avevano delle macchie nere e oleose, e un familiare odore di muffa gli salì alle narici. Quella sera trovò che Tom Goodsell era di umore nervoso. Era stato richiamato e sarebbe partito per un campo d'addestramento militare di lì a una settimana. Mentre sorseggiavano il caffè, nel piccolo ristorante deserto, Tom prese a chiacchierare ininterrottamente dei tempi andati. David sarebbe stato in grado di ascoltarlo meglio, ma vi erano certe ombre nere oltre la finestra che attiravano la sua attenzione e lo distraevano di continuo. Finalmente trovò l'occasione per far vertere la conversazione sui canali che lo interessavano. «Nelle città moderne esistono esseri soprannaturali?» Tom rispose, senza avere l'aria di considerare la domanda fuori luogo.
«Certo! Sarebbero diversi dai fantasmi di un tempo, però. Ogni cultura si crea i suoi fantasmi. Il Medioevo ha costruito le cattedrali, e ben presto si sono viste piccole ombre grigie galleggiare nell'aria per parlare con i mostri di pietra sui doccioni. La stessa cosa dovrebbe accadere a noi, che abbiamo costruito grattacieli e fabbriche.» Parlava con entusiasmo, pieno della sua antica vena poetica, come se fosse stata proprio una sua intenzione parlare di quell'argomento. Quella sera avrebbe parlato di qualsiasi argomento gli fosse stato proposto. «Ti spiego, Dave. Quando abbiamo cominciato, abbiamo negato tutte le vecchie credenze e superstizioni. Perché no, dopotutto? Esse appartengono a un'altra èra, e non possono prendere piede nel nuovo ambiente. La scienza è diventata materialistica, e ci dà la prova che non vi è nulla nell'Universo: solo certi piccoli nuclei di energia. Come se un nucleo di energia non significasse nulla. Ma aspetta: quello è stato solo l'inizio. Abbiamo continuato a inventare, a scoprire e a organizzare. Copriamo la terra di enormi strutture. Le accatastiamo assieme in grandi mucchi e, al confronto, l'antica Roma, Alessandria e Babilonia, sembrano dei giocattoli per bambini. Perché, vedi, si sta formando un nuovo ambiente.» David lo fissò affascinato e incredulo, profondamente scosso. Non era affatto quello che aveva sperato o si era aspettato di sentire: le parole di Tom parevano sondare quasi telepaticamente le sue paure più profonde. Lui aveva voluto parlare di quelle cose - è vero - ma in maniera più scettica e rassicurante. Invece ora Tom aveva un tono quasi serio. David cominciò a parlare, ma Tom alzò un dito per intimargli il silenzio, come una maestra di scuola. «Nel frattempo, cosa accade nell'intimo di ciascuno di noi? Te lo dico io. Ogni sorta di emozioni inibite si accalcano. Dentro di noi si accumula la paura, l'orrore! Prende forma un nuovo tipo di rispetto per i misteri dell'Universo. Si sta formando un nuovo contesto psicologico, e un nuovo mondo psichico. Aspetta: lasciami finire. La nostra cultura si matura, ed è ormai pronta a essere infettata in qualche modo. È simile alla coltura di un batteriologo... Non ho detto cultura, ma coltura: quando arriva alla temperatura e alla consistenza giusta, è in grado di ospitare una colonia di germi. Allo stesso modo, la nostra cultura all'improvviso genera un'orda di demoni. Ed essi, come i microbi, hanno una loro peculiare affinità con la nostra cultura. Le loro caratteristiche li rendono unici: hanno grandi capacità di adattamento.
Non si trova lo stesso tipo in nessun altro luogo in nessun altro tempo. Come riusciresti a sapere che l'infezione ha preso piede? Ehi, mi pare che tu abbia preso questa faccenda molto sul serio vero? Be', forse è così. Forse ci perseguiterebbero, ci terrorizzerebbero, e tenterebbero di ridurci in loro potere. Le nostre paure sarebbero il loro nutrimento. Una relazione del tipo parassita/ospite. Una simbiosi soprannaturale. Alcuni di noi - i più sensibili - noterebbero i sintomi prima degli altri, e li vedrebbero senza capire bene cosa siano. Altri sarebbero a conoscenza della loro esistenza, ma non li vedrebbero. Come me, per esempio! Cos'hai detto? Non ho sentito. Oh, i Lupi Mannari! Be', quella è una faccenda particolare, ma stasera sarei pronto a costruire teorie su qualsiasi cosa. Sì, tra i diavoli troveremmo anche i Lupi Mannari, ma non sarebbero molto simili a quelli di una volta. Non avrebbero il pelo lucido, denti bianchi e occhi luminosi. No, non credo. Invece penso che si incontrebbero dei cagnacci del tipo che vediamo ogni tanto grufolare nell'immondizia e che sgusciano tra le macchine nel traffico. Ci spaventerebbero e ci terrorizzerebbero, questo si, ma non ci sorprenderebbero. Si intonerebbero all'ambiente, e il loro aspetto sarebbe tale da farli sembrare parte della città; ne avrebbero lo stesso odore. Questo a causa delle emozioni ingarbugliate che ne costituirebbero il nutrimento. Le tue emozioni, le mie. Una questione di dieta, insomma.» Tom Goodsell ridacchiò a voce alta e si accese un'altra sigaretta. Ma David si limitò a fissare la superficie rovinata del bancone. Non poteva dire a Tom quello che era accaduto quella mattina... all'ora del pranzo. Naturalmente, Tom lo avrebbe subito preso in giro e si sarebbe dimostrato scettico. Ma ciò non avrebbe potuto cambiare una virgola del discorso che Tom aveva appena fatto, quello in cui praticamente aveva già dato ragione a David. Lo aveva fatto in maniera scherzosa e parziale, forse, comunque aveva dimostrato in sostanza di essere d'accordo. Fu lui stesso a confermarlo, quando in tono più serio e amichevole, disse: «Oh, so di aver detto un sacco di sciocchezze stasera, eppure, sai, visto come vanno le cose, in parte credo che ci sia del vero. Perlomeno, non mi è possibile esprimermi in altro modo». Si salutarono all'angolo, e David prese l'autobus fino a casa attraverso una città infettata fino alle fondamenta, in cui ogni rumore gli dava i brividi. Sua madre era ancora alzata e lo aspettava. Dopo aver discusso stancamente con lei circa il fatto che si dovesse riposare, l'accompagnò a letto. Poi giacque insonne per tutta la notte, come un bambino in una casa sco-
nosciuta, l'orecchio teso a captare ogni minimo rumore, fissando intensamente ogni forma mutevole delle ombre notturne. Quella sera nessuna creatura aprì la porta né premette il muso contro il vetro della finestra. Eppure lui si accorse che il giorno dopo gli costò una gran fatica andare al grande magazzino. Era diventato conscio della presenza di quella entità nei visi e nelle forme delle persone e nelle strutture e nelle macchine che lo circondavano. Proprio come il giorno precedente, i corridoi affollati gli apparvero tutti dei possibili nascondigli, e allora evitò di andare nello spogliatoio. Gertrude Rees fece un commento amichevole a proposito della sua aria affaticata, e lui colse l'occasione per invitarla fuori a cena per quella sera. Naturalmente, si disse mentre erano seduti in un cinema, lei non era una persona che gli fosse molto vicina. Nessuna delle ragazze gli era mai stata molto amica... Lui era un giovanotto senza eccessiva professionalità, legato al suo dovere, ossia quello di accudire i suoi genitori i cui poveri risparmi erano già finiti. Era uscito con certe ragazze per un certo periodo, aveva parlato con loro, aveva raccontato loro di certe sue idee e ambizioni, e poi, una a una, esse erano scivolate lontano, e avevano sposato altri uomini. Ma questo non cambiava il fatto che lui aveva bisogno della salutare vitalità che Gertrude gli poteva dare. Mentre s'incamminavano verso casa nella notte fredda, si sorprese a parlare incoerentemente, e a ridere dei suoi stessi giochi di parole. A un certo punto, nel vestibolo buio, si voltarono l'uno verso l'altro e lei sollevò le labbra verso di lui: percepì un allungamento nel volto di lei. «C'è una strana luce qui», pensò, mentre l'abbracciava. Ma il bordino di pelliccia sul collare del cappotto di lei divenne ispido e grasso al tocco, le sue dita vennero dure e aguzze sulla sua schiena, e sentì i denti spuntare dalle labbra di lei: poi, la sensazione acuta e pungente, come la puntura d'aghi gelidi. Ciecamente lui la respinse lontano, poi vide - e questo lo fece raggelare che non era affatto cambiata o che, se vi era stata una trasformazione, ormai era cessata. «Cosa è successo, caro?», la udì chiedere in tono agitato. «Cos'è successo? Cosa stai mormorando? Cambiata, dici? Cosa è cambiato? Contagio? Cosa vuoi dire? Santo cielo, non parlare così. Tu mi hai contagiato? Cosa vuoi dire?» Sentì la mano di lei poggiarsi sul suo braccio, una mano che ora era morbida. «No, non sei pazzo. Non pensare queste cose. Ma sei cer-
to nevrotico e forse anche un po' strambo. Per carità, cerca di riprenderti!» «Non so cosa mi sia capitato», riuscì a dire. Finalmente aveva riacquistato la voce giusta. Poi, sentendo che doveva aggiungere qualcos'altro, disse: «I miei nervi sono scattati, come se avessi preso la scossa». Si aspettava che lei si sarebbe arrabiata, ma sembrava solo disorientata e piena di compassione, come se lui le piacesse ma in quel momento le facesse paura, come se percepisse che vi era in lui qualcosa di sbagliato che lei non aveva il potere di rimettere a posto. «Devi prenderti cura di te», disse la ragazza, dubbiosa. «Tutti diventiamo un po' pazzi di tanto in tanto, credo. Anche io certe volte sento i nervi tendersi come elastici. Buonanotte!» La osservò salire le scale e sparire. Poi si voltò e fuggì. A casa trovò nuovamente sua madre che lo attendeva alzata, accanto al termosifone dell'ingresso, per poterne sentire l'ultimo tepore, avvolta nell'eterno accappatoio informe. A causa di un pensiero nuovo che era ora in cima ai suoi pensieri, evitò di abbracciarla e, dopo aver scambiato frettolosamente alcune parole con lei, si diresse velocemente verso la sua stanza. Ma lei lo seguì lungo corridoio. «Non hai una bella cera, David», gli disse ansiosamente, in un bisbiglio; infatti, il babbo poteva essersi addormentato. «Sei sicuro di non aver ripreso l'influenza? Non credi che dovresti vedere il dottore domattina?» Poi passò subito a un altro argomento in tono di scusa, parlando nervosamente, nel modo che le era abituale. «So che non ti dovrei annoiare con certe cose, David, ma devi cercare di fare un po' più di attenzione circa le lenzuola. Hai posato qualcosa di unto sulla sovraccoperta, e sono rimaste delle grandi macchie nere.» Lui spalancò la porta della sua stanza. Quelle parole lo arrestarono per un solo istante. Come si poteva illudere di riuscire a evitare quella cosa andando in un posto piuttosto che in un altro? «E poi un'altra cosa», aggiunse lei, mentre lui accendeva le luci. «Cercherai di prendere del cartone domani per oscurare le finestre? Nei negozi qua attorno è già esaurito, e la radio dice che dovremmo essere pronti.» «Sì, lo farò. Buonanotte, mamma.» «Ah, c'è un'ultima cosa», insistette lei, indugiando inquieta appena al di là della soglia. «Dev'esserci proprio un ratto morto tra queste mura. L'odore continua a venir su in grandi ondate. Ne ho parlato con l'agente immobiliare, ma lui non ha fatto nulla. Vorrei che gli parlassi tu.» «D'accordo. Buonanotte, mamma.»
Attese finché non sentì la porta richiudersi piano. Si accese una sigaretta e si accasciò sul letto per cercare di pensare il più lucidamente possibile a qualcosa a cui non si potevano applicare dei principi validi nella vita normale. Problema Numero Uno (si rese conto con un sobbalzo d'ironia che aveva il tono melodrammatico di un romanzo d'appendice). Gertrude Rees poteva chiamarsi, in mancanza di un termine più adatto, un Lupo Mannaro? Risposta: quasi certamente no, almeno non nel senso che si dà di solito a questo termine. Quello che le era momentaneamente accaduto proveniva da lui. Era accaduto perché lui era presente. Tuttavia, il suo shock aveva interrotto la metamorfosi, oppure Gertrude Rees si era rivelata un veicolo inadatto all'incarnazione della cosa. Problema Numero Due. Non esisteva il pericolo di estendere il contagio a qualcun'altro? Risposta: sì. Per un momento il flusso dei suoi pensieri si arrestò e, nella sua mente, si stagliò una visione caleidoscopica di visi che avrebbero potuto all'improvviso cominciare a trasformarsi in sua presenza: sua madre, suo padre, Tom Goodsell, l'agente immobiliare dalle labbra sottili, un cliente al magazzino, uno spazzino che gli si sarebbe potuto avvicinare in una notte di pioggia. Problema Numero Tre. Vi era un modo di sfuggire a quella cosa? Risposta: no. Eppure... vi era una sola possibilità. Scappare dalla città. Era stata la città a partorire la cosa, per cui forse essa era legata alla città! Sembrava un'ipotesi poco ragionevole. Come poteva un'entità sovrannaturale essere legata a un luogo solo? Eppure... Si avvicinò di scatto alla finestra, e l'aprì. Certi suoni che erano stati temporaneamente cancellati dai suoi pensieri, ora gli si riversavano addosso a un volume triplicato, mischiati assieme come strumenti discordanti che si accordassero in vista di una sinfonia di titani. Udiva ora il rumore della corsa sferragliante dell'autobus, il bofonchiare acuto di una locomotiva nel deposito, il ronzio delle gomme sull'asfalto e il ringhiare dei motori, il mormorio delle voci alla radio, i lugubri e fiochi richiami di clacson in lontananza. Ma ora non erano più dei suoni separati. Provenivano tutti da una gola cavernosa... un unico lamento infinitamente penetrante, infinitamente minaccioso. Richiuse di scatto la finestra e si turò le orecchie con le mani. Poi spense le luci e si gettò sul letto, affondando la testa sotto i cuscini. Ma il suono gli arrivava ancora. Fu allora che comprese come, alla fine - che lo volesse o no - la cosa lo avrebbe spinto a lasciare la città. Infatti sarebbe giunto il
momento in cui il suono sarebbe penetrato troppo in profondità, e avrebbe riverberato in maniera insopportabile nelle sue orecchie. La vista di un tale numero di visi, tremolanti sull'orlo di una trasformazione quasi inimmaginabile, lo avrebbe sopraffatto. Allora avrebbe dovuto lasciare tutto e andarsene. Quel momento giunse all'indomani, poco dopo le quattro del pomeriggio. Non sarebbe stato in grado di dire quale sensazione, aggiungendo il proprio trascurabile peso, aveva avuto il potere di spingerlo a compiere quel passo. Forse il movimento brusco che vide dietro una fila di abiti a due banconi distanti dal suo, o forse fu la visione improvvisa di un pezzo di stoffa dalla forma di un muso belluino. Qualsiasi fosse stato il motivo, scivolò da dietro il bancone senza pronunciare una parola, lasciando il cliente fermo a brontolare, indignato. Salì quindi le scale e uscì in strada, con le movenze di un sonnambulo, ma attento in ogni momento a evitare qualsiasi contatto diretto con la folla che lo circondava. Una volta giunto in strada, prese il primo autobus senza verificarne il numero, e si trovò un posto vuoto in un angolo sulla piattaforma frontale. Dapprima con lentezza minacciosa, poi sempre più rapidamente, il cuore della città rimase indietro. Il grande ponte scuro che sovrastava il fiume oleoso passò accanto a lui, e le scogliere corrucciate degli edifici diventarono più basse. I depositi cedettero il posto alle fabbriche, le fabbriche agli appartamenti, e gli appartamenti a loro volta si trasformarono in case. Le prime erano piccole e dipinte di un bianco sporco, per poi diventare ampie e simili a ville ma molto cadenti, quindi nuove e monotonamente uniformi. Gente di censo diverso e di razza diversa entravano e uscivano mentre l'autobus procedeva attraversando i diversi quartieri della città. Finalmente cominciarono gli spiazzi vuoti, dapprima uno ad uno, poi aumentarono, finché le case rimasero distanziate, e lui vide solo una o due case in ogni isolato. «Fine della corsa», disse il bigliettaio e, senza esitare, David scese dalla piattaforma e proseguì lungo la strada. Non aveva fretta, ma non indugiò. Si mosse come un automa al quale era stata data la carica e che, messo in movimento, non si sarebbe fermato finché la carica non si fosse esaurita. Il sole tramontava in un rosso fumoso verso Occidente. Lui non riusciva a vederlo perché una collina ricoperta di alberi che aveva di fronte, lo nascondeva. Ma gli ultimi raggi brillarono riflessi nelle finestre delle casette a destra e sinistra come se fossero state accese delle fiaccole all'interno. Le
luci si accendevano e si spegnevano come semafori al suo passaggio. Due blocchi di case più avanti, il marciapiede terminò, e allora camminò al centro di un vicoletto fangoso. Dopo aver passato l'ultima casa, anche quel vicolo terminò, e lasciò il posto a uno stretto sentiero tra l'erba alta. Il sentiero portava verso un rialzo attraverso una cortina di alberi. Emergendo sul lato opposto, lui rallentò il passo e, finalmente, si fermò, tanto fantastica era la scena che gli si presentava davanti. Il sole era tramontato, ma degli alti cumuli di nuvole ne riflettevano la luce, conferendo al paesaggio una luminosità spettrale. Di fronte a lui si estendeva uno spazio grande quanto due o tre blocchi di case ma, oltre questo, giaceva uno strano regno che pareva appartenere a un clima diverso, a un sistema geologico diverso, e che invece era stato posto lì, alla periferia della città. Vi erano alberi e cespugli di forma inconsueta ma, ciò che era più strano, era la presenza di grossi blocchi asimmetrici di pietra rossa che sorgevano da terra a intervalli diseguali per culminare finalmente nel grande rilievo centrale alto più di venti metri. Mentre lo contemplava, la luce abbandonò del tutto il paesaggio, come se all'improvviso un mantello fosse stato gettato sopra la terra e, nell'improvvisa oscurità, sorse da un luogo dinanzi a lui un debole ululato, lugubre e sinistro, ma che era completamente diverso dall'altro verso, quello che lo aveva perseguitato notte e giorno. Allora si spinse di più in avanti, ma ora il suo impulso lo spingeva proprio verso la sorgente di quel nuovo suono. Un cancelletto nell'alto recinto di filo metallico si aprì permettendogli di entrare in quel regno di roccia. Si trovò su un sentiero di ciottoli, circondato da fitti cespugli e da alberi. Sulle prime gli parve che fosse molto buio, in contrasto con il terreno aperto che aveva appena lasciato. A ogni passo il roco ululato sembrava più vicino. Finalmente il sentiero curvò bruscamente dietro una roccia, ed egli giunse alla sorgente stessa di quel richiamo. Un fosso di pietra frastagliata largo circa due metri e altrettanto profondo, lo separava da uno spazio ricoperto da una fitta vegetazione marrone e circondato su tutti gli altri lati da ripide pareti rocciose sulle quali si distinguevano le oscure imboccature di alcune caverne. Al centro vi era uno spazio aperto in cui erano raggruppate sei bianche sagome canine. I musi erano tutti puntati verso il cielo, per dare voce al triste grido che lo aveva attirato fin lì. Fu solo quando avvertì la pressione di un basso recinto di ferro contro le
ginocchia e distinse il piccolo cartello sul quale era scritto LUPI ARTICI, che si rese conto di dove era capitato: si trovava nel famoso Giardino Zoologico del quale aveva sentito parlare, ma che non aveva mai visitato, dove gli animali erano tenuti in condizioni il più vicino possibile allo stato naturale. Gettando uno sguardo attorno, si accorse che vi erano due piccoli edifici poco appariscenti. A una certa distanza si distingueva la sagoma di un custode in uniforme che si stagliava contro una parte più scura del cielo. Evidentemente lui doveva essere entrato dopo l'orario di chiusura attraverso un cancello secondario che non era stato chiuso. Voltandosi di nuovo, osservò con curiosità distaccata l'aspetto dei lupi. La piega che avevano preso gli avvenimenti lo faceva sentire sciocco e disorientato, e per un bel po' di tempo meditò tentando di capire il motivo per il quale non trovava quegli animali brutti o paurosi. Forse perché facevano parte della natura, e non della città. Quel grande bestione lì, per esempio, il più grande di tutti, che si era avvicinato al fossato per dargli un'occhiata da vicino. Pareva l'incarnazione stessa della forza primordiale. La sua pelliccia era color bianco crema... be', forse non più completamente bianca; pareva più scura di quanto gli fosse sembrata a prima vista, e striata di nero... o quelle striature erano un effetto della luce che diminuiva? Ma almeno gli occhi erano chiari e puliti, e brillavano come gioielli nell'oscurità. Ma no, non erano chiari, la luce rosseggiante stava diventando più forte, sempre più opaca, finché parvero due forellini nelle pareti di una fornace ardente. Come mai non aveva notato prima che quella creatura era notevolmente deforme? E perché gli altri lupi ora se ne allontanavano ringhiando? L'animale si passò la lingua nera sulle fauci unte, e dalla sua gola si levò il debole ringhio familiare che non aveva nulla di selvaggio, mentre David Lashley si rendeva conto che di fronte a lui stava accoccolato il mostro dei suoi sogni, finalmente diventato carne e sangue. Con un grido strozzato si voltò e fuggì ciecamente lungo il sentiero di ciottoli: in preda al panico corse lungo i lotti deserti, inciampando sul terreno irregolare e cadendo un paio di volte. Quando giunse alla fila di alberi, si voltò e vide una forma bassa uscire dal cancello. Anche a quella distanza si rese conto che gli occhi non erano quelli di un animale. Era buio tra gli alberi, come nel sentiero al di là del bosco. Più avanti brillavano le luci dei lampioni, e vi erano le luci nelle case. Una fitta di ter-
rore lo pervase, quando vide che non vi era un autobus ad aspettarlo, finché si rese conto - e questo lo portò a un passo dalla pazzia - che non vi era nulla nella città che gli offrisse un rifugio sicuro. Questo - tutto ciò che vi era ancora da affrontare - era il terreno di caccia di quella cosa. Lei lo sospingeva verso la sua tana, ed era pronta a lanciarsi all'assalto finale. Allora si mise a correre: corse con il terrore senza speranza della vittima nell'arena, del coniglio liberato davanti ai levrieri. Corse finché i suoi fianchi non diventarono pareti di dolore e gli parve di avere la gola in fiamme, e poi corse ancora. Oltre il fango, la sporcizia e i mattoni, e poi su dei marciapiedi interminabili. Passò accanto alle ordinate dimore suburbane che nella loro uniformità gli parvero le monolitiche sculture di una via egiziana. Le strade erano quasi vuote, e le poche persone che incontrava lo fissavano come se fosse pazzo. Apparvero quindi delle luci più forti, in un angolo sul quale vi erano un paio di negozi. A quel punto si arrestò per guardare all'indietro. Per un momento non vide nulla, poi la cosa emerse dall'ombra di un edificio alle sue spalle galoppando con andatura irregolare a lunghe falcate che lo portavano in avanti velocemente, mentre il pelo ispido brillava lucido sotto la luce dei lampioni. Con un singhiozzo strozzato, si voltò e riprese a correre. Il suono degli ululati della cosa parve improvvisamente aumentare di cento volte, e divenne un lamento pulsante, un grido, un ululato che parve avvolgere l'intera città in un unico suono. E, mentre il rumore demoniaco continuava, le luci delle case cominciarono a spegnersi una a una. Poi le luci dei lampioni si spensero di colpo, e un autobus che si avvicinava sparì all'improvviso: fu allora che si rese conto che il suono non veniva tutto - o almeno non proveniva direttamente - da quell'essere. Questo era l'oscuramento tanto atteso. Corse con le braccia aperte, sentendo al tatto le intersezioni stradali senza vederle, inciampando sui gradini dei marciapiedi, cadendo e scivolando, rialzandosi per continuare la corsa, parzialmente disorientato. Il suo diaframma era ormai contratto in un unico nodo di dolore che si stringeva sempre più forte. Il fiato gli graffiava la gola come una lima. Non sembrava esserci più luce su tutta la terra, poiché le nuvole si erano radunate sempre più fitte fin dal tramonto. Nessuna luce, eccetto quei due punti di rosso sporco nell'oscurità alle sue spalle. Una massa nera e solida lo fece cadere, e avvertì un forte dolore al fianco e alla spalla. Si rialzò frettolosamente. Poi, un secondo ostacolo solido
sul suo cammino gli sbatté forte sul viso e sul petto. Questa volta non si rialzò: intontito e affranto dalla fatica, immobile, attese... Dapprima udì solo dei passi attutiti, poi il leggero raspare delle unghie sul cemento. Quindi sentì la bestia fiutare. E l'odore nauseabondo. Poi vide a un tratto gli occhi iniettati di sangue! La cosa gli era addosso: il suo peso lo inchiodava al suolo, e le fauci gli si avventavano contro la gola. Istintivamente alzò la testa, e sentì l'avambraccio chiuso nella stretta dei denti. Il gelo di quella presa penetrò la stoffa, mentre un orribile fluido oleoso gli copriva il volto. In quel momento la scena si riempì di luce, e vide il muso deforme indietreggiare e sparire nell'oscurità, mentre un peso gli si toglieva dal petto. Poi vi fu il silenzio e la cessazione di ogni movimento. Mentre nel suo cervello la sua coscienza e la sanità mentale rimanevano in un equilibrio precario, gli occhi trovarono la sorgente di luce, un disco bianco baluginante a pochi metri di distanza. Era una torcia, ma non si vedeva nulla nell'oscurità che si estendeva al di là. Per un lasso di tempo che gli parve infinito, non vi fu alcun mutamento della situazione: rimase supino, inerme sul terreno, in quel cerchio immobile di luce bianca. Poi una voce si levò dall'oscurità, la voce di un uomo paralizzato da un terrore sovrannaturale. «Dio, Dio, Dio!», ripeteva quella voce incessante. Ogni parola costava uno sforzo prodigioso. David provò una sensazione poco familiare, una sensazione di sicurezza e di sollievo. «Allora... l'hai visto?» Udì il suono delle parole provenire dalla sua stessa gola. «Era un cane? Un... lupo?» «Un cane? Un lupo?» La voce oltre la torcia pareva agitata da una profonda emozione. «Non era niente del genere. Era...» Poi la voce rotta divenne di nuovo normale. «Santo Cielo, amico, dobbiamo portarti al sicuro...» GLI AMBASCIATORI The Ambassadors di Anthony Boucher Startling Stories, giugno 1952 Nulla sorprese la Prima Spedizione Marziana: no, neppure la soluzione, che avrebbe dovuto essere ovvia fin dall'inizio, dell'enigma dei canali,
quanto la natura stessa dei Marziani. La letteratura popolare e il pensiero scientifico avevano entrambi influenzato i membri della spedizione, ed essi quindi credevano che si sarebbe rivelata vera una delle seguenti possibilità: una razza più o meno simile alla nostra, forse dotata di crani più alti, o di toraci carenati. Oppure un nugolo di mostri tentacolati e polposi. Eravamo pronti al contatto con mostruosità familiari o sconosciute. Non avevamo dedicato alcun pensiero alla possibile presenza di una somiglianza-con-una-differenza, che fu invece ciò che trovammo. La sera del benvenuto ufficiale della spedizione su Marte, dopo l'avvenuto scambio di diagrammi geometrici e astronomici che permisero a ciascuna razza di verificare l'intelligenza dell'altra, lo zoologo, professor Hunyadi, classificò le sue osservazioni. Il fatto che i Marziani fossero mammiferi era evidente. Certi dettagli circa la dentatura, le dita dei piedi e i caratteristici ciuffi di pelo sugli zigomi, fecero sì che il professor Hunyadi li ponesse tra gli arctoidi fissipedi, con gran costernazione dei suoi colleghi non zoologi. Altri dettagli tecnici circa la forma del naso e il numero e la distribuzione dei capezzoli, lo portarono dalla famiglia Canidae attraverso il genere Canis fino alla specie Lupus. «La mia classificazione finale, signori», dichiarò, «è: Canis Lupus Sapiens. In altre parole, come l'uomo può considerarsi una scimmia intelligente, qui ci troviamo di fronte a un esemplare di lupo intelligente.» Altri zoologi marziani in quel momento stavano raggiungendo le stesse conclusioni. I primi risultati furono evidenti quando la Prima Conferenza Interplanetaria riprese i suoi lavori simbolici e afasici il giorno dopo. Infatti se i nostri rappresentanti trovavano difficile prendere sul serio le azioni di quello che pareva loro un branco di cani estremamente ben addestrati e intelligenti, era del tutto impossibile per i Marziani provare altro che una incontenibile ilarità di fronte a una troupe di scimmie itineranti nello spazio. Un terrestre a quei tempi avrebbe usato l'espressione «Bastardo!» per indicare il suo disprezzo. Per un marziano, l'espressione «Primate!» non solo era degna di disprezzo, ma assolutamente ridicola. Alla fine della Prima Conferenza, i linguisti più brillanti di ciascun gruppo erano riusciti ad assimilare qualcosa del linguaggio verbale dell'altro gruppo, e si ebbero recalcitranti manifestazioni di un certo rispetto reciproco. Questo si notava particolarmente nel gruppo dei Terrestri che nu-
trivano una genuina anche se paternalistica affettuosità per i cani (e anche per i lupi) mentre i Marziani non avevano mai nutrito sentimenti di affetto per le scimmie (e certo in nessun caso per le grandi scimmie). Forse a causa del fatto che era stato il primo a indicarne la causa, fu il professor Hunyadi, che al suo ritorno fu particolarmente preoccupato del pensiero che qualche nuovo meccanismo potesse essere scoperto, in modo da permettere alle due razze di stabilire relazioni interplanetarie su una solida base. Fortunatamente il professore, come risulta dalle sue Memorie, aveva passato molte ore felici accanto alla sua nonna transilvana. Quindi fu il solo in quell'equipaggio formato da grandi specialisti, che riuscì a pervenire a una soluzione che avrebbe rivoluzionato la storia dei due pianeti. La stampa mondiale alternò risate fragorose a urla di rabbia quando lo zoologo di ritorno dallo spazio lanciò il suo appello a reti mondiali unificate, affinché si presentassero dei Lupi Mannari volontari che fungessero da ambasciatori nei confronti dei lupi di Marte. Per quanto possa oggi apparirci un'usanza barbara, a quel tempo l'umanità era divisa in tre gruppi: coloro che non credevano nei Lupi Mannari, coloro che li odiavano e li temevano e, naturalmente, coloro che erano Lupi Mannari. La posizione fortunata di tre individui insospettabili appartenenti a quest'ultima categoria, servì a far cessare l'ilarità e la stizza dei giornalisti. Il professor Garou della Duke University, accolse l'accorato appello di Hunyadi e trovò il coraggio di pubblicare la sua tesi monumentale (basata su precedenti ricerche compiute da Williamson) che provava una volta per tutte che la metamorfosi licantropica non aveva nulla di soprannaturale. Era un esercizio strettamente scientifico di poteri psicocinetici nella ristrutturazione molecolare, un esercizio che, come Garou ammise, lui praticava con facilità. Questa rivelazione fu appoggiata dal Cardinale Mezzolupo, un diretto discendente dell'incompreso Lupo di Gubbio, che confessò come il richiamo della carne lo avesse sempre tentato e, citando la Seconda Lettera ai Corinzi 11:30 pro me autem nihil gloriabor nisi in infirmitatibus meis, aveva magnificamente proclamato l'infinita sapienza di Dio nel porre sulla Terra una razza a lungo incompresa e perseguitata che avrebbe finalmente aiutato l'uomo in occasione della sua prima esigenza nello spazio. Ma la conversione di massa dell'umanità non fu dovuta alla dimostrazione scientifica del fatto che non vi era bisogno di negare l'esistenza di certi
fenomeni, né all'esortazione religiosa che indicava che non vi era bisogno di temere e odiare coloro che vi erano soggetti. Infatti la conversione avvenne quando Streak, il Re Canino di Kinescope, il quadrupede più amato nella storia dello spettacolo, annunciò che aveva abbracciato la carriera di attore come cane-lupo solo a causa del fatto che la rivalità era meno forte che tra gli attori umani («inoltre», si dice che abbia aggiunto in privato «si incontrano meno cagne... e meno figli di cagne»). Il documentario che Streak aveva commissionato per suo uso personale, dal titolo Una giornata della vita di un licantropo medio, rimosse gli ultimi dubbi e le ultime paure, e finalmente mostrò la necessità di volontari, non più esitanti a rivelare la loro vera natura frustrata nel timore di venire impallinati da pallottole d'argento oppure a dover essere costretti a sottomettersi alle sedute analitiche. In realtà, queste nuove possibilità offerte dalla libertà di espressione curarono immediatamente alcuni dei casi più difficili, che avevano dovuto fabbricarsi complesse scappatoie. Infatti per anni erano stati obbligati a inibire la loro vera natura, o a praticare la metamorfosi come un vizio solitario. Il problema non fu più quello di trovare volontari, ma di selezionarli. Fortunatamente, un funzionario in pensione dell'FBI (le cui gesta come licantropo sono state raccontate in altra sede), si prese il compito di eliminare i malfattori. Come stabilito dai dati statistico-psicologici, l'incidenza della criminalità in questo gruppo non era più alta che in altri gruppi, se si tiene conto dell'inevitabile conseguenza degli effetti storici della repressione e della discriminazione). Il professor Garou progettò il test attitudinale. Uno degli incidenti minori che si verificarono durante il processo di selezione fu il seguente: una bellissima attrice australiana che era fortemente favorita a causa della sua chiara pronuncia (in entrambe le forme di linguaggio) e del talento linguistico, provò che la metamorfosi non concerneva il solo lupo europeo (Canis lupus), ma anche il lupo tasmaniano (Thylacinus Cynocephalus). Il professor Garou, giustamente, pose la questione dell'effetto che avrebbe avuto il suo marsupio sui Marziani, benché fosse alta la stima che i conoscitori nutrivano per tali asserzioni. Il resto è storia. Non vi è bisogno qui di descrivere in dettaglio i traguardi raggiunti dalla scienza della comunicazione durante quell'ambasciata e quelle che seguirono. L'èra dell'amicizia interplanetaria in cui viviamo ora,
ne costituisce il monumento. Né dovremmo dimenticare il riconoscimento dovuto alle affascinanti nonché brillanti scimmie mannare, che rappresentano tanto espertamente il loro pianeta madre nel corso delle visite ufficiali marziane qui sulla Terra. Quando i Marziani riconobbero la perfezione raggiunta dalla soluzione Hunyadi, i loro studiosi del folklore si resero conto che anche presso di loro si era sopportato da molto tempo il problema di una minoranza, di cui la maggioranza non aveva mai sospettato l'esistenza. Il tributo alla sapienza divina lanciato dal Cardinale Mezzolupo trovò eco presso l'Alto Vrakh stesso. Quel mostro leggendario, la scimmia mannara, prese il posto che gli spettava tra i cittadini meritevoli del pianeta Marte. Sarebbe solo giusto poter terminare questo breve resoconto con la toccante figura del professor Hunyadi, a cui i due mondi dovevano tanto, ormai serenamente avviato sul viale del tramonto. Ma quel genio irrequieto ed errabondo partì per intraprendere una nuova spedizione interplanetaria, fidando nel fatto che il Dio del Cardinale e il Vrakh avessero creato un pianeta abitato da una razza simile ai pipistrelli (Vampyrus Sapiens) alla quale egli si sarebbe rivolto in veste di simbolico primo ambasciatore. IL LUPO MANNARO PERFETTO The Compleat Werewolf di Anthony Boucher Unknown, aprile 1942 Nota dell'autore: Nel corso delle mie ricerche di criminologia ogni tanto mi sono imbattuto in riferimenti a un agente del Federal Bureau of Investigation (FBI) che promette di diventare un grande personaggio della leggenda americana alla pari di Paul Bunyan o John Henry. Quest'uomo è invulnerabile alle pallottole. Ispira un tale terrore ai criminali da spingerli al suicidio o alla follia. A volte scompare improvvisamente dalla faccia della terra, e altre volte riappare con la stessa subitaneità completamente nudo. E forse il tratto più strano è che sia alla ricerca incessante, di intensità Arthuriana, di qualcuno in grado di compiere il trucco della corda indiana. Solo di recente, dopo intense investigazioni a Berkeley, dove ho delle ottime relazioni soprattutto nel Dipartimento di Germanistica, e grazie alle riluttanti confidenze del mio vecchio amico Fer-
gus O'Breen, sono riuscito ad appurare i fatti che sono dietro a questa leggenda. Qui di seguito è riportata la storia. Ne ho soppresso un solo particolare importante, e l'ho fatto, ve l'assicuro, solo per il vostro bene. Il professore guardò il telegramma: «Non fare lo stupido. Gloria». Wolfe Wolf accartocciò il foglio di carta in una pallottola gialla e lo lanciò dalla finestra sul Campus splendente di sole primaverile. Pronunciò parecchie osservazioni profane in uno scorrevole Tedesco Medio-Alto. Emily alzò gli occhi dalla macchina da scrivere, su cui stava battendo il bilancio preventivo della Biblioteca del Dipartimento. «Temo di non aver capito, Professor Wolf. Non sono molto ferrata in Tedesco Medio-Alto.» «Stavo solo improvvisando», disse Wolf, e mandò una copia del Journal of English and Germanic Philology a seguire il telegramma fuori dalla finestra. Emily si alzò dalla macchina da scrivere. «Ci sono dei problemi? La Commissione ha respinto la vostra monografia su Harger?» «Quel monumentale contributo alla conoscenza umana? Oh, no. Niente di così importante.» «Ma siete così sconvolto...» «La Moglie del Dipartimento!», sbuffò Wolf. «E per giunta anche poliandrica, con l'intero Dipartimento nelle vostre mani. Andate via.» La piccola faccia scura di Emily si accese di una giusta ira, che eliminò ogni traccia di dolcezza. «Non parlatemi in questo modo, Mr. Wolf. Sto solo cercando di aiutarvi. E non è tutto il Dipartimento. È...» Il Professore sollevò il calamaio, seguì con gli occhi il posto dove erano finiti il telegramma e il Journal, poi riappoggiò la boccia di vetro. «No. Ci sono modi migliori di andare in pezzi. Il dolore, più che spezzare l'anima la soffoca. Dite ad Herbrecht di fare la mia lezione alle due, per favore.» «Dove dovete andare?» «All'Inferno. Per molto tempo.» «Aspettate. Forse posso aiutarvi. Ricordate quando il Decano vi indusse
con l'inganno a servire delle bibite agli studenti? Forse posso...» Wolf era nel vano della porta. Tese un braccio con solennità, puntando quello strano indice che era lungo quanto il medio. «Madame, accademicamente voi siete indispensabile. Siete il sostegno di questo Dipartimento. Ma, in questo momento, questo Dipartimento può andare all'Inferno, dove, senza dubbio, continuerà ad avere bisogno del vostro inestimabile lavoro.» «Ma non capite...», la voce di Emily tremava. «No. Naturalmente no. Non capite. Siete solo un uomo... no, nemmeno un uomo. Siete solo il Professor Wolf. Siete solo Woof-woof.» Wolf barcollò. «Che cosa sono?» «Woof-woof. È così che vi chiamano tutti a causa del vostro nome, Wolfe Wolf. Tutti i vostri studenti, tutti. Ma voi non vi accorgereste mai di una cosa del genere. Oh, no. Woof-woof, ecco quello che siete.» «Questo», disse Wolfe Wolf, «è il colpo di grazia. Il mio cuore è spezzato! Il mio mondo è caduto a pezzi, e devo camminare un miglio per trovare un bar. Ma tutto questo non basta. Devo anche essere chiamato Woof-woof. Arrivederci.» Si girò, e sulla soglia rimbalzò contro una massa enorme e cedevole, che emise un rumore che poteva essere un saluto, «Wolf!» o molto più probabilmente un inevitabile grugnito, «Oof!». Wolf indietreggiò verso la stanza e fece entrare il Professor Fearing, con pancia, pince-nez, bastone e tutto il resto. L'uomo più anziano dondolò verso la sua scrivania, si sedette di schianto, ed esalò un lungo respiro. «Mio caro ragazzo», ansimò. «Quanto siete impetuoso!» «Scusatemi, Oscar.» «Ah, la giovinezza...» Il Professor Fearing annaspò alla ricerca di un fazzoletto, non lo trovò, e procedette a pulire il pince-nez con la farfalla alquanto consumata. «Ma perché questa fretta di uscire? E perché Emily sta piangendo?» «È lei che piange?» «Lo vedete», disse Emily disperata, e mormorò «Woof-woof» nel fazzolettino umido. «E perché delle copie del JEPS sono volate sulla mia testa mentre attraversavo innocentemente il Campus? Forse che abbiamo la "tele-consegna" delle riviste?» «Scusatemi», ripeté concisamente Wolf. «Era rabbia. Non ho potuto
sopportare quel ridicolo articolo di Glocke. Arrivederci.» «Un momento.» Il Professor Fearing pescò in una delle sue innumerevoli tasche prive di fazzoletti e mostrò un foglio di carta gialla. «Credo che questo vi appartenga.» Wolf lo afferrò e lo trasformò velocemente in un mucchietto di coriandoli. Fearing ridacchiò. «Ricordo bene quando Gloria studiava qui! Ci ho pensato proprio ieri sera quando l'ho vista in Raggi di luna e Melodia. Sconvolse tutto il Dipartimento! Cielo, ragazzo mio, se fossi stato più giovane...» «Vado via. Vi occuperete voi di Herbrecht, Emily?» Emily tirò su col naso e annuì. «Andiamo, Wolfe.» La voce di Fearing era diventata più seria. «Non intendo tormentarvi. Ma non dovete prendere queste faccende tanto seriamente. Ci sono modi migliori di consolarsi piuttosto che perdere le staffe o ubriacarsi.» «Chi ha detto che io...» «Avevate bisogno di dirlo? No, ragazzo mio, se voi foste... Non siete religioso, è vero?» «Buon Dio, no», disse Wolf in tono polemico. «Se solo foste... Se posso darvi un suggerimento, Wolf, perché non andate al tempio stasera? Ci saranno delle funzioni molto particolari. Potrebbero distogliere la vostra mente da Glo... dai vostri problemi.» «No, grazie. Ho sempre avuto l'intenzione di visitare il vostro tempio ne ho sentito parlare - ma non stasera. Un'altra volta.» «Stasera sarà particolarmente interessante.» «Perché? Che cosa c'è di così particolare nel 30 aprile?» Fearing scosse la testa grigia. «È sconvolgente quanto possa essere ignorante uno studioso al di fuori del proprio campo di studi. Ma voi conoscete il posto, Wolfe. Spero di vedervi stasera.» «Grazie. Ma i miei problemi non hanno bisogno di nessuna soluzione soprannaturale. Un paio di zombie faranno il loro dovere, e non mi riferisco a dei cadaveri servizievoli. Arrivederci, Oscar.» Quando era già oltre la soglia, aggiunse, come se ci avesse ripensato: «Ciao, Emily». «Che precipitazione!», mormorò Fearing. «Che impetuosità! La giovinezza è meravigliosa, non è vero, Emily?» Emily non disse niente, ma si immerse nella battitura del bilancio pre-
ventivo come se la inseguissero tutti i diavoli dell'Inferno, e, in realtà, molti diavoli le stavano alle spalle. Il sole stava tramontando, e il tragico racconto dei guai di Wolfe continuava ancora. L'oste aveva pulito tutti i bicchieri della bettola, ma quella storia ripetitiva non cessava. Era dibattuto tra la noia, nuova perfino per la sua esperienza, e l'ammirazione professionale per un cliente che poteva consumare zombie a tempo indefinito. «Vi ho detto di quella volta che fu bocciata nella sessione estiva?», domandò Wolf bellicosamente. «Solo tre volte», disse l'oste. «Bene, allora, ve lo racconterò. Capito? Io non faccio cose del genere. Etica professionale. Non si trattava di qualcuno che era ignorante solo perché non sapeva. Quella ragazza era una ragazza che non sapeva, perché era il tipo di ragazza che deve sapere il tipo di cose che una ragazza deve sapere se è il tipo di ragazza che dovrebbe sapere quel tipo di cose. Capito?» L'oste lanciò uno sguardo d'intesa all'ometto grassoccio che sedeva da solo in fondo al locale deserto, bevendo con cura il suo gin-tonic. «Lei me lo fece capire. Mi fece capire un mucchio di cose, e io riesco ancora a capire le cose che mi fece capire. Non era affatto l'innamoramento di un professore per una studentessa, capito? Era diverso. Era meraviglioso. Era una vita completamente nuova.» L'oste si avvicinò furtivamente all'ometto. «Fratello», sussurrò. L'ometto con la strana barba alzò gli occhi dal gin-tonic. «Sì, collega?» «Se sto a sentire questo professore sbronzo per altri cinque minuti, comincerò a sfasciare il locale. Che ne dite di prendere il mio posto?» L'ometto guardò Wolf e concentrò il suo sguardo soprattutto sulla mano che stringeva l'alto bicchiere. «Con piacere, collega», annuì. L'oste emise un sospiro di sollievo. «Lei era la giovinezza», stava dicendo Wolf con grande attenzione, rivolgendosi all'oste che non c'era più. «Ma non era solo questo, era diverso. Lei era la Vita e l'Eccitazione, la Gioia e l'Estasi, e la Materia. Capi...», si interruppe e guardò lo spazio vuoto. «Sor... prendente!», osservò. «Proprio sotto il mio naso. Sor... prendente!» «Dicevate, collega?», intervenne l'ometto grassoccio dal tavolo accanto. Wolf si girò.
«Ecco dove siete. Vi ho detto di quella volta che andai a casa sua a controllare la sua tesi semestrale?» «No. Ma ho la sensazione che lo farete.» «Come fate a saperlo? Be', quella sera...» L'ometto beveva lentamente, ma il suo bicchiere era vuoto quando Wolf finì il racconto di una sera di vani tentativi di flirt. Altri clienti stavano arrivando e il bar ormai era pieno per un terzo. «...e mai più da allora...», Wolf si interruppe di colpo. «Non siete voi», obiettò. «Penso di sì, collega.» «Ma voi siete un barista, e voi non siete un barista.» «No. Sono un Mago.» «Oh. Questo spiega tutto. Ora, come vi stavo dicendo... Ehi! la vostra pelata è una barba.» «Prego?» «La vostra pelata è una barba. Proprio come la vostra testa. È solo una frangia che corre tutt'intorno.» «Mi piace così.» «E il vostro bicchiere è vuoto.» «Anche questo va bene.» «Oh no, affatto. Non vi capita tutte le sere di bere con un uomo che ha chiesto la mano a Gloria Garton ed è stato rifiutato. Questa è un'occasione da celebrare.» Wolf diede un pugno sul bancone e alzò il medio e l'indice. L'ometto notò che erano della stessa lunghezza. «No», disse sottovoce. «Penso che sia meglio di no: conosco i miei limiti. Se ne prendo un altro... be', potrebbe succedere qualcosa.» «E facciamola succedere!» «No. Per favore, collega: preferirei...» Il barista portò i due bicchieri. «Continua così, fratello», bisbigliò. «Tienilo tranquillo. Una volta o l'altra, ti restituirò il favore.» Con riluttanza l'ometto sorseggiò il suo gin-tonic. Il professore bevve un'abbondante sorsata del suo ennesimo zombie. «Mi chiamo Woof-woof», proclamò. «Molta gente mi chiama Wolfe Wolf. Credono che sia buffo. Ma il mio nome è veramente Woof-woof.» L'altro si fermò un momento per decifrare quella parola che sembrava araba, poi disse: «Io mi chiamo Ozymandias il Grande».
«Questo è un nome buffo.» «Vi ho detto che sono un Mago. Solo che non lavoro da molto tempo. I direttori di teatro sono persone particolari, collega. Non vogliono un Mago vero. Non vogliono nemmeno che mostri loro i miei numeri migliori. Be', ricordo una sera a Darjeeling...» «Felice di conoscervi, Mr... Mr...» «Chiamatemi pure Ozzy. Lo fanno molti.» «Felice di conoscervi, Ozzy. Ora torniamo a quella ragazza. Quella Gloria. Capito, vero?» «Certamente, collega.» «Lei pensa che essere un professore di tedesco non conti nulla. Vuole qualcosa di affascinante. Dice che, se fossi un attore o un G-man... Capito?» Ozymandias il Grande annuì. «Bene, allora! Avete capito. Benissimo! Ma perché diavolo volete continuare a parlare? Avete capito. Questo è tutto. All'Inferno questa faccenda.» La faccia rotonda e orlata di frangia del Mago Ozymandias si illuminò. «Certamente», disse, e aggiunse con noncuranza: «Beviamo a questa conclusione». Fecero tintinnare i bicchieri e bevvero. Wolf buttò giù un brindisi di vecchio Porto, con un errore imperdonabile nell'uso del genitivo. I due uomini accanto a loro cominciarono a cantare My Wild Irish Rose, ma si interruppero tristemente. «Quello di cui abbiamo bisogno», disse quello con il cappello, «è un tenore.» «Quello di cui ho bisogno io», mormorò Wolf, «è una sigaretta.» «Certamente», disse Ozymandias il Grande. Il barista stava spillando la birra di fronte a loro. Ozymandias si sporse verso il bancone, prese una sigaretta accesa che era appoggiata all'orecchio del barista e la porse al suo compagno. «Da dove è spuntata?» «Non lo so affatto. Tutto quello che so è come prenderle. Vi ho detto che sono un Mago.» «Oh. Capisco. Prestidigitazione.» «No. Non prestidigitatore: ho detto che sono un Mago. Oh, al Diavolo! L'ho fatto di nuovo. Più di un gin-tonic, e comincio a mettermi in mostra.»
«Non vi credo», disse Wolf seccamente. «Non credo a cose del genere. Sono stupidaggini come Oscar Fearing e il suo tempio. E, a ogni modo, che cosa c'è di speciale nel 30 aprile?» L'uomo barbuto aggrottò le sopracciglia. «Per favore, collega. Lasciamo perdere.» «No. Non vi credo. Avete prestidigitato quella sigaretta. Non l'avete evocata per magia.» La sua voce cominciò ad alzarsi. «Siete un imbroglione!» «Per favore, fratello», sussurrò il barista. «Fatelo stare tranquillo.» «Va bene», disse Ozymandias stancamente. «Vi mostrerò qualcosa che non può essere prestidigitazione.» La coppia accanto aveva cominciato a cantare. «Hanno bisogno di un tenore. Va bene, ascoltate!» E il più dolce, più ineffabile, tenore irlandese che si fosse mai udito, si unì al duetto. I cantanti non si preoccuparono della fonte; semplicemente, accettarono con piacere la nuova voce e furono stimolati a fare del loro meglio. Il risultato fu che quel bar ascoltò la più bella armonia che si fosse mai udita dalla sera in cui il Glee Club fu chiuso. Wolf parve impressionato, ma scosse la testa. «Nemmeno questa è magia. Questo è ventriloquio.» «A dire la verità, questo era un cantante che fu ucciso durante la Ribellione Orientale. Era anche intelligente. Non ho mai sentito una voce migliore, tranne quella notte a Darjeeling quando...» «Imbroglione!», disse Wolfe Wolf a voce alta e con violenza. Ozymandias ancora una volta contemplò il lungo indice. Guardò le scure sopracciglia del professore che si univano in una linea diritta sul suo naso. Sollevò la mano floscia del suo compagno dal bancone e ne osservò il palmo. La crescita di peli non era visibile, ma solo percettibile. Il Mago ridacchiò. «E voi schernite la magia?» «Che cosa c'è di tanto divertente nel fatto che io schernisca la magia?» Ozymandias abbassò la voce. «Perché, mio caro e peloso amico, voi siete un Lupo Mannaro!» Il martire irlandese aveva cominciato a cantare Rose of Tralee e i due mortali lo seguivano con maestria. «Che cosa sono io?» «Un Lupo Mannaro.» «Ma una creatura del genere non esiste. Perfino i pazzi lo sanno.» «I pazzi», disse Ozymandias, «sanno molte cose che i savi non sanno. I
Lupi Mannari esistono. Sono sempre esistiti e probabilmente esisteranno sempre.» Parlò con tanta calma e tanta sicurezza che sembrava stesse affermando che la terra è rotonda. «Ci sono tre infallibili segni fisici: le sopracciglia che si uniscono, il dito indice lungo, i palmi pelosi. Voi li avete tutti e tre. E perfino il vostro nome è un'indicazione. I cognomi non nascono dal nulla. Ogni Smith ha un antenato che faceva il fabbro. Ogni Fisher proviene da una famiglia che un tempo pescava. E il vostro cognome è Wolf.» L'affermazione era così sicura, così plausibile, che Wolf esitò. «Ma un Lupo Mannaro è un uomo che si trasforma in lupo. Io non l'ho mai fatto. Giuro che non l'ho mai fatto.» «Un mammifero», disse Ozymandias, «è un animale che partorisce i figli vivi e li allatta. Ciononostante, una vergine è un mammifero. Anche se non vi siete mai trasformato, tuttavia, siete un Lupo Mannaro.» «Ma un Lupo Mannaro...» A un tratto gli occhi di Wolf si accesero. «Un Lupo Mannaro! Ma è meglio di un G-man! Gloria lo vedrà!» «Che diavolo intendete dire, collega?» Wolf saltò giù dallo sgabello. L'eccitazione intensa provocatagli dalla sua brillante idea sembrava averlo reso sobrio. Afferrò per una manica l'ometto. «Andiamo. Troveremo un posticino tranquillo. E mi proverete che siete un Mago.» «Ma come?» «Mi mostrerete come devo trasformarmi!» Ozymandias finì il gin-tonic, e con l'ultimo sorso affogò le perplessità. «Collega», annunciò, «siete brillo!» Il professor Oscar Fearing, dietro lo strano leggio intagliato del Tempio della Verità Oscura, concluse la lettura della preghiera con dei sonori mormorii. «E in questa notte di tutte le notti, nel nome della Luce Nera che illumina l'oscurità, noi rendiamo grazie!» Chiuse il libro rilegato in pergamena e guardò la piccola Congregazione. Disse quindi a voce alta, in tono fiero e intenso: «Chi desidera rendere grazie al Signore degli Inferi?». Una vecchia signora distinta e grassoccia si alzò. «Io rendo grazie!», strillò eccitata. «La mia Ming Choy era malata, e stava per morire. Io ho preso qualche goccia del suo sangue e l'ho offerta al Signore degli Inferi, ed egli ha avuto pietà e l'ha guarita!» Dietro l'altare un elettricista controllò gli interruttori e sputò a terra con
disgusto. «Cimici! Fino all'ultimo!» L'uomo che si dibatteva in un costume grottesco e orribile si fermò e si strinse nelle spalle. «Pagano bene. Che ci importa se sono cimici?» Un vecchio alto e magro si alzò con movimenti incerti. «Rendo grazie!», gridò. «Rendo grazie al Signore degli Inferi perché ho finito la mia grande opera. Il mio schermo protettivo contro le bombe magnetiche è un successo provato e certo, per la gloria del nostro paese, della scienza e del nostro Signore.» «Sciocchezze!», brontolò l'elettricista. L'uomo in costume guardò intorno all'altare. «Sciocchezze un corno! Quello è Chiswick, del Dipartimento di Fisica. Pensare che un uomo del genere crede in questa robaccia! E sentilo: sta perfino parlando dei piani governativi per le installazioni militari. Scommetto che qualche spia potrebbe raccogliere parecchie informazioni in questo Tempio.» Quando la Congregazione ebbe finito il suo ringraziamento, ci fu silenzio nel Tempio. Il Professor Fearing si sporse sul leggio e parlò con calma e con solennità. «Come voi sapete, Fratelli dell'Oscurità, stanotte è il Calendimaggio, il 30 aprile, la notte consacrata dalla Chiesa alla martire Santa Valpurga, e da noi ad altri e più oscuri fini. È in questa notte, e solo in questa notte, che noi possiamo rendere grazie direttamente al Signore. Non con orge perverse e oscenità, come si credeva erroneamente nel Medio-Evo, ma con preghiere e con la gioia oscura e profonda che si sprigiona dalle Tenebre.» «Tenetevi forte, ragazzi», disse l'uomo in costume. «Arrivo.» «Eka», tuonò Fearing. «Dva tri chatur! Pancha! Shas sapta! Ashta nava dasha ekadasha!» Si fermò. In quel momento c'era sempre il pericolo che qualche studioso di quella città universale capisse che l'invocazione, sebbene fosse in un Sanscrito corretto, consisteva unicamente nella numerazione da uno a undici. Ma nessuno si mosse, e lui si lanciò in un latino più appropriato: «Per vota nostra ipse nunc surgat nobis dicatus Baal Zebub!». «Baal Zebub!», fece coro la Congregazione. «Attacco», disse l'elettricista, e girò un interruttore. Le luci tremolarono e si spensero. Fulmini zigzagarono nel santuario. Improvvisamente, nell'oscurità si sentì un abbaiare stizzito, un grido di do-
lore, quindi un lungo ululato di trionfo. Una luce azzurrina cominciò a illuminare fiocamente l'ambiente. Al debole riflesso di quella luce, l'elettricista fu stupito di vedere il suo amico in costume che si manteneva una mano sanguinante. «Che diavolo...», sussurrò l'elettricista. «Che sia dannato se lo so. Sono uscito al segnale, pronto a fare la mia apparizione terrificante, e che cosa è successo? Un grande cane è balzato fuori e mi ha morso la mano. Perché non mi hanno avvertito che hanno cambiato il copione?» Nel riflesso della luce azzurrina, la Congregazione contemplava con reverenza l'ometto grassoccio con la frangia di barba e lo splendido lupo grigio che gli era accanto. «Salve, o Signore degli Inferi!», risuonò il coro, coprendo il mormorio di una vecchia zitella che diceva: «Mia cara, giuro che l'anno scorso era molto più robusto». «Colleghi!», disse Ozymandias il Grande, e cadde in un silenzio assoluto e timoroso, in attesa delle gravi parole del Signore degli Inferi. Ozymandias fece un passo avanti, mise attentamente la lingua tra le labbra, emise la pernacchia più perfetta della sua carriera, e sparì insieme al lupo. Wolfe Wolf aprì gli occhi e li richiuse in fretta. Non si sarebbe mai aspettato che il tranquillo e serio Hotel Berkeley fosse fornito di stanze centrifughe. Non era piacevole. Giacque nell'oscurità, aspettando che il vortice finisse, e tentando di ricostruire la notte precedente. Ricordava bene il bar, e gli zombie. E il barista. Un tipo simpatico quello, finché non si era improvvisamente trasformato in un ometto con una frangia di barba. Da quel momento le cose avevano cominciato a diventare strane. C'era qualcosa a proposito di una sigaretta, di un tenore irlandese e di un Lupo Mannaro. Un'idea fantastica, quella. Qualsiasi pazzo sa... Wolf si alzò a sedere di colpo. Era lui il Lupo Mannaro. Tirò le coperte e si guardò le gambe. Poi sospirò di sollievo. Erano lunghe. Erano abbastanza pelose. Erano abbronzate per molte partite a tennis. Ma erano innegabilmente umane. Si alzò, represse i conati di vomito, e cominciò a raccogliere i vestiti che erano sparsi sul pavimento. Una folla di gnomi gli stava scavando il cranio, ma sperava che se ne sarebbero andati se non avesse prestato loro attenzione. Gloria o non Gloria, cuore spezzato o non cuore spezzato, affogare i dolori nell'alcool non andava bene. Se ci si sentiva in quel modo e si
riusciva ad immaginare di essere stato un Lupo Mannaro... Ma perché mai l'avrebbe dovuto immaginare con tanti particolari? Mentre si vestiva, vari ricordi frammentari parvero tornargli alla mente. Era andato allo Strawberry Canyon con l'ometto barbuto, e avevano trovato un posto deserto e isolato per imparare le parole magiche. Riusciva perfino a ricordare le parole. La parola che trasformava in lupo e quella che ritrasformava in uomo. Si era anche inventato quelle parole nelle sue fantasticherie da ubriaco? E si era inventato anche quella sensazione che ricordava a stento: la libertà meravigliosa, magica del cambiamento, l'acuto dolore della trasformazione e poi la felicità infinita di essere agile, veloce e libero? Si osservò allo specchio. Aveva il suo solito aspetto, tranne che per le grinze sul suo tradizionale abito grigio a un petto: era un tranquillo accademico, un po' più prestante, un po' più impulsivo, un po' più romantico degli altri, ma pur sempre solo il Professor Wolf. Il resto era assurdità. Ma c'era, gli suggerì il suo lato impulsivo, solo un modo di provare se quel fatto fosse vero. Ed era dire la Parola. «Va bene», disse Wolfe Wolf al proprio riflesso. «Ti farò vedere.» E disse la Parola. Il dolore fu più acuto e più intenso di quanto ricordasse. L'alcool attenua il dolore. Lo dilaniò per un momento con un'intensità che gli ricordò le descrizioni del parto. Poi scomparve, ed egli contrasse gli arti con stupore e con gioia. Ma non era un animale agile, veloce e libero. Era un inerme lupo in trappola, irremovibilmente imprigionato in un tradizionale abito grigio a un petto. Cercò di alzarsi e camminare, ma le lunghe maniche e le gambe dei pantaloni lo fecero cadere con il muso a terra. Scalciò con le zampe, cercando di liberarsi, e poi si fermò. Lupo Mannaro o no, era che al Professor Wolf quell'abito era costato trentacinque dollari. Ci doveva essere un modo più economico di liberarsi che strappare l'abito a brandelli. Pronunciò parecchie imprecazioni in Basso Tedesco. Quella era una complicazione che non era riportata in nessuna delle leggende sui licantropi che aveva letto. In quelle storie la gente - bum! - diventa lupo oppure bang! - e ritorna uomo. Quando erano uomini indossavano degli abiti; quando erano lupi erano ricoperti di pelliccia. Proprio come Superman torna a essere Clark Kent sulla cima dell'Empire State Building e vi trova i suoi vestiti. Erano delle storie fuorvianti. Cominciò a ricordare che Ozymandias il Grande lo aveva fatto svestire prima di insegnargli la Parola...
La Parola! Ecco la soluzione. Tutto quello che doveva fare era dire la parola che lo avrebbe trasformato in un uomo - Absarka! - e sarebbe ridiventato un essere umano perfettamente a proprio agio nel suo vestito. Poi avrebbe potuto svestirsi e ricominciare tutto dall'inizio. Avete visto? La ragione risolve tutto. «Absarka!», disse. O pensò di dire. Completò tutto il processo mentale per dire Absarka! ma dal suo muso uscì solo una specie di uggiolio. E restò un lupo inerme e vestito in maniera tradizionale. Questo era peggio del problema dei vestiti. Se poteva liberarsi solo dicendo Absarka! e se, poiché era un lupo, non poteva dire niente, be', era rovinato. Per sempre. Poteva andare alla ricerca di Ozzy, ma come poteva un lupo intrappolato in un vestito grigio uscire tranquillamente dall'albergo e mettersi alla ricerca di un indirizzo sconosciuto? Era in trappola. Era perduto. Era... «Absarka!» Il Professor Wolfe Wolf si alzò con il vestito grigio orribilmente sgualcito e sorrise radiosamente al viso orlato di barba di Ozymandias il Grande. «Vedete, collega», spiegò il piccolo Mago, «ho immaginato che avreste voluto ritentare l'esperimento non appena vi foste alzato, e sapevo dannatamente bene che avreste avuto dei problemi. Perciò ho pensato di venire a rimettere le cose a posto.» Wolf accese in silenzio una sigaretta e porse il pacchetto a Ozymandias. «Quando siete entrato», disse infine, «che cosa avete visto?» «Voi trasformato in Lupo Mannaro.» «Allora veramente... io realmente...» «Certo. Voi siete un perfetto Lupo Mannaro.» Wolf si mise a sedere sul letto disfatto. «Immagino», disse con lentezza, «che debba crederci. E se ci credo... devo credere a tutto quello che ho sempre disprezzato. Devo credere negli Dèi, nei Demoni e nell'Inferno e...» «Non dovete essere così pluralistico. Ma esiste un Dio», disse Ozymandias con la stessa calma e la stessa convinzione con cui la sera prima aveva affermato che esistevano i Lupi Mannari. «E se esiste un Dio, allora io ho un'anima?» «Certo.» «E se io sono un Lupo Mannaro... Ehi!»
«Qual è il problema, collega?» «Va bene, Ozzy. Voi sapete tutto. Ditemi questo, allora: sono dannato?» «Perché? Solo perché siete un Lupo Mannaro? Sciocchezze, no. Lasciatemi spiegare. Ci sono due tipi di Lupi Mannari: c'è il tipo maledetto che non può fare a meno di trasformarsi in lupo, senza la possibilità di intervenire nella faccenda. E poi c'è il tipo volontario, a cui appartenete anche voi. La maggior parte del tipo volontario è dannata, perché è costituita da uomini perversi che desiderano ardentemente il sangue e mangiano la gente innocente. Ma non sono perversi perché sono Lupi Mannari: diventano Lupi Mannari perché sono perversi. Ora, voi vi siete trasformato solo per gioco e perché vi sembrava un buon sistema per impressionare una ragazza. Questo è un motivo innocente, ed essere Lupo Mannaro non lo rende meno innocente. I Lupi Mannari non devono essere considerati mostri; il fatto è che noi sentiamo parlare solo di quelli che lo sono.» «Ma come è possibile che io sia un licantropo volontario se mi avete detto che ero un Lupo Mannaro anche prima di trasformarmi?» «Non tutti possono trasformarsi. È come essere capaci di roteare la lingua o muovere le orecchie. Si può, oppure non si può; questo è tutto. Probabilmente, alla base c'è un fattore genetico, sebbene nessuno abbia fatto delle ricerche serie sull'argomento. Voi eravate un Lupo Mannaro in posse; ora lo siete in esse.» «Allora è tutto a posto? Posso essere un Lupo Mannaro solo per divertimento, e non corro alcun pericolo?» «Assolutamente.» Wolf ridacchiò. «Gliela farò vedere a Gloria! Monotono e banale... proprio così! Chiunque può sposare un attore o un G-man; ma un Lupo Mannaro...» «Probabilmente lo saranno anche i vostri figli», disse Ozymandias con allegria. Wolf chiuse gli occhi con espressione sognante, poi li aprì di colpo. «Sapete una cosa?» «Che cosa?» «Non ho più il mal di testa da sbornia! È meraviglioso! È... Be', è pratico. Finalmente la cura perfetta per i postumi delle sbronze. Trasformarmi in un Lupo Mannaro, poi ritornare uomo e... Oh, questo mi ricorda un fatto importante. Come devo fare per ritornare uomo?» «Absarka.» «Lo so. Ma quando sono un lupo non posso dirlo.»
«Questa», disse tristemente Ozymandias, «è la maledizione di essere un Mago Bianco. Bisogna usare gli incantesimi peggiori, perché i migliori sarebbero di Magia Nera. Certo, un Mago Nero può trasformarsi in lupo e ritornare uomo ogniqualvolta lo desideri. Ricordo che a Darjeeling...» «Ma io come farò?» «Questo è il problema. Avete bisogno di qualcuno che dica Absarka al posto vostro. È quello che ho fatto la notte scorsa, ricordate? Dopo che abbiamo interrotto la riunione al Tempio del vostro amico... Vi dirò come faremo. Ormai mi sono ritirato, e ne ho abbastanza di vivere modestamente, perché sono in grado solo di operare piccole magie... Volete darvi alla licantropia seriamente?» «Almeno per un po' di tempo. Finché non conquisto Gloria.» «Allora che ne dite se vengo a vivere nel vostro albergo? In questo modo, sarò sempre a vostra disposizione per dirvi Absarka. Quando avrete conquistato la ragazza, potrete insegnarlo a lei.» Wolf tese una mano. «Veramente nobile da parte vostra. Stringiamoci la mano.» In quel momento, il suo sguardo si posò sull'orologio da polso. «Ho soltanto due lezioni questa settimana. La licantropia è un'ottima cosa, ma bisogna lavorare per guadagnarsi da vivere.» «La maggior parte degli uomini lo deve fare.» Ozymandias tese con calma la mano nell'aria ed evocò una moneta. La guardò con desolazione: era un moidoro portoghese. «Maledizione a questi spiriti! Non riesco a spiegare loro che esistono delle monete fuori corso.» «Da Los Angeles», pensò Wolf con il disprezzo tipico del californiano del Nord, nell'osservare la trascurata giacca sportiva e la camicia gialla del suo avversario. Il giovane si alzò educatamente quando il professore entrò nell'ufficio. Gli occhi verdi gli luccicarono cordialmente e i capelli rossi brillarono al sole primaverile. «Professor Wolf?», chiese in tono interrogativo. Wolf guardò con impazienza la propria scrivania. «Sì.» «Mi chiamo O'Breen. Desidererei parlare con voi un attimo.» «Ricevo dalle tre alle quattro il martedì e il giovedì. Temo di essere molto occupato ora.» «Non è una faccenda che riguarda la Facoltà. Ed è importante.»
L'atteggiamento del giovane era affabile e disinvolto, ma riuscì, nondimeno, a comunicare un senso di urgenza che stuzzicò la curiosità di Wolf. L'importantissima lettera a Gloria aveva aspettato mentre lui faceva due lezioni; poteva ben aspettare altri cinque minuti. «Va bene, Mr. O'Breen.» «E da solo, per favore.» Wolf non si era accorto che Emily fosse nella stanza. Si girò verso la segretaria e disse: «Va bene. Se non vi dispiace, Emily...». Emily si strinse nelle spalle e uscì. «Allora, signore: qual è questa faccenda importante e segreta?» «Solo un paio di domande. Tanto per cominciare, quali sono i vostri rapporti con Gloria Garton?» Wolf tacque. Non avrebbe potuto dire: «Giovanotto, sto per chiederle di nuovo di sposarmi, visto che sono diventato un Lupo Mannaro». Perciò disse solo... la verità, anche se non tutta la verità... «È stata una mia allieva qualche anno fa.» «Non ho detto quali erano, ma quali sono. Quali sono attualmente i vostri rapporti con Gloria Garton?» «E perché mai dovrei rispondere a una domanda del genere?» Il giovane gli porse un biglietto da visita. Wolf lesse: FERGUS O'BREEN Investigatore Privato con licenza dello Stato di California. Wolf sorrise. «E che cosa significa? Prove per un divorzio! Non è questo il campo di indagini più frequente per un investigatore privato?» «Miss Garton non è sposata, come voi sapete molto bene. Vi sto solo chiedendo se negli ultimi tempi avete avuto contatti con lei.» «E io vi sto solo chiedendo perché mai volete saperlo.» O'Breen si alzò e cominciò a camminare avanti e indietro nella stanza. «Non sembra che stiamo andando molto lontano, è vero? Devo dedurre che rifiutate di dire la natura della vostra relazione con Gloria Garton?» «Non vedo nessuna ragione per fare altrimenti.» Wolf stava cominciando a infastidirsi. Con sua sorpresa, l'investigatore si lasciò andare a un sorrisetto. «O.K. Lasciamo perdere. Parlatemi del vostro Dipartimento. Da quanto
tempo lavorano qui i vari membri della Facoltà?» «Assistenti e tutti gli altri?» «Solo i professori.» «Io sono qui da sette anni. Tutti gli altri almeno da una decina d'anni, se non di più. Se volete le cifre esatte, le potrete ottenere dal Decano, a meno che, come io spero», Wolf sorrise cordialmente, «non vi spacchi quella vostra zucca rossa.» O'Breen rise. «Professore, penso che possiamo andare avanti. Un'altra domanda, e voi stesso potrete aprire la mia zucca rossa. Siete cittadino americano?» «Certamente.» «E il resto del Dipartimento?» «Tutti lo sono. E ora vorreste avere l'educazione di spiegarmi il motivo di questa fantastica miscellanea di domande?» «No», disse O'Breen con disinvoltura. «Arrivederci, professore.» I suoi occhi verdi, avevano frugato la stanza per tutto il tempo, notando tutto. Quando se ne andò, il suo sguardo si posò sul lungo dito indice di Wolf, poi si spostò alle folte sopracciglia che si univano sulla fronte, e quindi ritornò al dito. C'era sospetto e un barlume di comprensione in quegli occhi, quando il giovane lasciò l'ufficio. Ma era un'assurdità, si disse Wolf. Un investigatore privato, non importa quanto siano acuti i suoi occhi, o quanto siano apparentemente senza significato le sue domande, è certamente l'ultimo uomo sulla terra a riconoscere i segni della licantropia. Buffo. Lupo Mannaro era una parola che si poteva accettare. Si poteva dire: «Sono un Lupo Mannaro», e tutto era a posto. Ma dire: «Sono un licantropo», faceva venire i brividi. Strano. Era un soggetto adatto per un articolo sull'influenza dell'etimologia circa la connotazione degli argomenti da pubblicare su qualche rivista erudita. Ma, all'Inferno! Wolfe Wolf non era più soprattutto uno studioso. Era un Lupo Mannaro ormai, un Lupo Mannaro della Magia Bianca, un Lupo Mannaro per divertimento; e si stava per divertire. Accese la pipa, fissò il foglio bianco che era sulla scrivania, e cercò con divertimento di abbozzare una lettera per Gloria. Doveva fare delle allusioni per affascinarla e mantenere vivo il suo interesse finché non fosse potuto andare nel Sud quando fosse finito il semestre per rivelarle la meravigliosa verità... Il Professor Oscar Fearing entrò con il suo passo pesante e goffo nell'ufficio.
«Buon pomeriggio, Wolf. Siete al lavoro, ragazzo mio?» «Buon pomeriggio», replicò Wolf distrattamente, e continuò a guardare il foglio. «Un grande evento in arrivo, eh? Non vedete l'ora di incontrare la stupenda Gloria?» Wolf sussultò. «Come... Che cosa volete dire?» Fearing gli porse il quotidiano ripiegato. «Non avete saputo?» Wolf lesse con stupore e gioia crescenti: GLORIA GARTON ARRIVERÀ VENERDÌ La nostra ragazza ritorna a Berkeley. Gloria Garton, affascinante stella della Metropolis, visiterà Berkeley in qualità di membro della caccia di talenti più spettacolare da quando si cercò il volto per Scarlett O'Hara. Venerdì pomeriggio, al Teatro del Campus, i cani di Berkeley avranno la possibilità di competere nella scelta di un cane che reciti la parte di Tookah nel grande film epico della Metropolis, Zanne della Foresta, e Gloria Garton sarà presente alle audizioni. «Devo tanto a Berkeley», ha dichiarato Miss Garton. «Sarà un'emozione per me rivedere il Campus e la città.» Miss Garton ha la parte principale in Zanne della Foresta. Miss Garton era una studentessa dell'Università della California quando ebbe la sua prima parte in un film. Appartiene all'associazione degli attori «Mask and dagger», e alla «Rho Rho Rho Sonority». Wolfe Wolf si illuminò. Era perfetto. Non aveva bisogno di aspettare la fine del semestre. Poteva vedere Gloria subito e farsi ammirare da lei in tutto il suo vigore lupesco. Venerdì... quel giorno era mercoledì: aveva due notti per impratichirsi della tecnica della licantropia. E poi... Notò l'espressione abbattuta sul volto dell'anziano professore, e un piccolo rimorso lo tormentò. «Come è andata la notte scorsa, Oscar?», chiese con simpatia. «Come è stata la vostra grande cerimonia per la notte di Santa Valpurga?» Fearing gli lanciò una strana occhiata.
«Adesso vi interessa? Ieri, il 30 aprile non significava niente per voi.» «Mi è venuta una certa curiosità e mi sono informato. Ma come è andata?» «Abbastanza bene», mentì Fearing senza convinzione. «Sapete Wolf», domandò dopo un momento di silenzio, «qual è la vera maledizione di ogni uomo che si interessa di Occulto?» «No. Qual è?» «Che il potere vero non è mai abbastanza. È sufficiente per noi stessi, ma non è mai abbastanza per gli altri. Così non importa quali siano le vostre vere capacità: bisogna essere dei buoni parlatori per convincere gli altri. Pensate a St. Germain. Pensate a Francis Stuart. Pensate a Cagliostro. Ma la tragedia peggiore viene dopo: quando capite che i vostri poteri sono più grandi di quanto immaginavate e che la ciarlataneria era inutile. Quando capite che non avete idea dell'estensione dei vostri poteri. Allora...» «Allora, Oscar?» «Allora, ragazzo mio, siete un uomo spaventato a morte.» Wolf avrebbe voluto dire qualcosa per consolarlo. Avrebbe voluto dire: «Guardate, Oscar. Ero solo io. Ritornate alla vostra ciarlataneria e siate felice». Ma non poteva farlo. Solo Ozzy poteva conoscere la verità a proposito di quello splendido lupo grigio. Solo Ozzy e Gloria. La luna era luminosa in quel nascondiglio del canyon. La notte era tranquilla. E Wolfe Wolf soffriva di una grave forma di paura da palcoscenico. Ora che era arrivato il momento della trasformazione reale - perché il fiasco di quella mattina non contava e della notte precedente non ricordava niente - aveva paura di tuffarsi nella licantropia e faceva di tutto per perdere tempo e parlare il più possibile. «Pensate», chiese nervosamente al Mago, «che potrei insegnare anche a Gloria a trasformarsi?» Ozymandias rifletté. «Forse, collega. Dipende. Potrebbe avere le capacità naturali e potrebbe non averle. Inoltre, naturalmente, non si può sapere in che cosa potrebbe trasformarsi.» «Intendete che non sarebbe necessariamente un lupo?» «Naturalmente no. La gente che può trasformarsi, si trasforma in ogni genere di cosa. E ogni popolo conosce bene il tipo di trasformazione che gli interessa. Abbiamo una tradizione inglese e una tradizione centroeuropea, perciò sappiamo molto di più a proposito dei Lupi Mannari. Ma,
per esempio, in Scandinavia si sente parlare soprattutto di uomini-orso, solo che gli scandinavi li chiamano Berserker. E gli Orientali conoscono gli uomini-tigre. Il problema è che noi abbiamo pensato tanto ai Lupi Mannari che sappiamo tutti i segni per riconoscerli, ma io non saprei come individuare un uomo-tigre solo dall'apparenza esteriore.» «Allora non si può sapere che cosa succederebbe se le insegnassi la Parola?» «No, assolutamente. Naturalmente ci sono delle trasformazioni superflue e inutili. Prendete per esempio l'uomo-formica. Voi vi trasformate e qualcuno vi pesta, e questo è tutto. Ò prendete, per esempio, una persona che conobbi in Madagascar. Gli insegnai la Parola, e sapete che cosa accadde? Che io sia maledetto se non si trasformò in un diplodoco. Quando si trasformò fece crollare la casa e per poco non mi schiacciò sotto gli zoccoli prima che riuscissi a dire Absarka! Decise di non andare avanti negli esperimenti. Oppure quella volta al Darjeeling... Ma, collega, avete intenzione di stare qui nudo, tutta la notte?» «No», disse Wolf. «Ora mi trasformerò. Mi riporterete i vestiti all'albergo?» «Certo. Li metterò lì. E ho fatto un piccolo incantesimo sul portiere di notte in modo che non noti che nell'albergo entrerà un lupo. Oh: tra parentesi, manca qualcosa dalla vostra stanza?» «No, per quanto mi risulti. Perché?» «Perché mi è parso di vederne uscire qualcuno questo pomeriggio. Non posso esserne certo, ma mi pare che sia uscito proprio dalla vostra stanza. Un giovanotto coi capelli rossi e abbigliato alla maniera hollywoodiana.» Wolfe Wolf aggrottò le sopracciglia. Non aveva nessun senso. Domande senza né capo né coda da parte di un investigatore erano già abbastanza seccanti, ma perquisire una stanza d'albergo... ma che cos'era un investigatore per un Lupo Mannaro fatto e finito? Wolf sogghignò, fece un cenno di saluto a Ozymandias il Grande, e disse la Parola. Il dolore non fu acuto come quella mattina, ma fu abbastanza forte. Passò quasi subito però, e tutto il suo corpo si riempì di una sensazione di libertà infinita. Sollevò il muso e annusò profondamente l'intensa freschezza dell'aria notturna. Un regno di piacere gli si apriva davanti solo grazie a quell'odorato nuovo e acuto. Agitò amichevolmente la coda per salutare Ozzy e si avviò lungo il canyon con un'andatura sciolta e rapida. Per ore gli bastò solo camminare: il puro godere della propria animalità era il piacere più intenso che si poteva desiderare. Wolf lasciò quindi il
canyon, si diresse verso le colline, e si immerse in quella zona selvaggia che sembrava così lontana da tutta la civiltà del Campus. Le sue nuove zampe erano felici e instancabili, il suo fiato sembrava inesauribile. Ogni curva portava l'aroma fresco e vivido del terreno, delle foglie e dell'aria, e la vita era scintillante e bella. Ma, dopo qualche ora, Wolf si accorse di essere solo. Tutta quella gioia era meravigliosa, ma se Gloria avesse trottato al suo fianco... E non era forse inutile essere uno splendido lupo se non si era ammirati da nessuno? Cominciò a desiderare la gente, e allora si diresse verso la città. Berkeley va a dormire presto. Le strade erano deserte. Qui e lì era accesa qualche luce nella stanza di un pensionato dove qualche sgobbone si affannava sulla tesi semestrale. Anche Wolf l'aveva fatto. Non poteva ridere in quella forma, ma la sua coda si agitò divertita a quel pensiero. Si fermò in un viale alberato. Vi si sentiva un odore umano, sebbene la strada fosse vuota. Poi udì un lieve piagnucolio, e trottò verso il rumore. Dietro gli alberi, di fronte a una casa, sedeva un bimbetto di due anni che tremava nel suo prendisole e si era ovviamente smarrito da ore. Wolf mise una zampa sulla spalla del bambino e lo scosse con gentilezza. Il bimbo si guardò intorno e non si spaventò nemmeno un po'. «Ciao», disse, illuminandosi. Wolf ringhiò un saluto cordiale, dimenò la coda, e scalciò per indicare che avrebbe accompagnato il bambino smarrito dovunque volesse andare. Il bambino si alzò e si asciugò le lacrime con un dito sporco che gli lasciò delle grandi macchie nere. «Tutututu!», disse. Vuole giocare, pensò Wolf. Vuole giocare al trenino. Prese allora il bambino per una manina e lo tirò con gentilezza. «Tutututu», ripeté il bambino con decisione. Il rumore del fischio di un treno, a essere sinceri, muore in lontananza. Ma quella sembrava un'espressione troppo poetica per un marmocchio di quell'età, pensò Wolf, e poi all'improvviso avrebbe voluto far schioccare le dita se le avesse avute. Il bambino stava dicendo «22220 Dwight Way», poiché gli era stato insegnato a dire l'indirizzo nel caso si perdesse. Wolf lanciò un'occhiata all'insegna stradale: Bowditch e Hillegas. Il 22220 di Dwight Way doveva trovarsi a un paio di isolati. Wolf tentò di annuire, ma i muscoli del collo non gli rispondevano. Allora dimenò la coda per indicare che aveva capito, e si avviò seguito dal
bambino. Il bimbo sorrise radiosamente e disse: «Bello woff-woff». Per un attimo Wolf si sentì come una spia che improvvisamente venga chiamata con il suo vero nome, poi capì che se qualcuno dice «bau-bau» qualcun altro può anche dire «woff-woff.» Guidò il bambino per due isolati senza che accadesse nulla: si sentiva bene, poiché un innocente essere umano gli si era affezionato completamente. C'era qualcosa di particolare nei bambini. Sperava che Gloria avrebbe provato la stessa sensazione. Si chiese che cosa sarebbe accaduto se avesse insegnato a quel bambino fiducioso la Parola. Sarebbe stato ottimo avere un marmocchio che... Si fermò. Il naso gli si arricciò e i peli sul collo gli si rizzarono. Davanti a loro c'era un cane, un enorme cane bastardo, un incrocio tra un San Bernardo e un cane esquimese. Ma il ringhio che emise indicava che trasportare barilotti di brandy non era una faccenda che gli si addiceva. Era un bandito, un fuorilegge, un nemico degli uomini e dei cani. E Wolf e il bambino dovevano provare a passargli oltre. Wolf non aveva alcuna voglia di lottare. Era grande quanto quel mostro, e certamente, con il suo cervello umano, era molto più intelligente. Ma le cicatrici derivate da una zuffa tra cani non sarebbero state bene sul corpo umano del Professor Wolf e, inoltre, c'era il pericolo di ferire il marmocchio nella mischia. Sarebbe stato più prudente attraversare la strada. Ma, prima che potesse tirare il bambino verso il marciapiede opposto, il bastardo li attaccò, ringhiando e scoprendo i denti. Wolf si mise davanti al bambino, pronto ad attaccare per difenderlo. Il problema delle cicatrici era secondario rispetto al fatto che quel bambino si era affidato a lui. Era pronto ad affrontare quel cagnaccio e a dargli una lezione, a qualsiasi costo. Ma, a metà strada verso di lui, l'enorme cane si fermò. I suoi ringhi si spensero in un miserevole guaito. I suoi grandi fianchi tremarono alla luce della luna. La sua coda si attorcigliò tra le zampe. E, improvvisamente, si girò e scappò. Il bambino lanciò un gridolino di gioia. «Cattivo woof-woof andato via.» Mise le piccole braccia intorno al collo di Wolf. «Bello woof-woof.» Poi si drizzò e disse con insistenza: «Tutututu», e Wolf si avviò, mentre il suo forte cuore batteva come non aveva mai palpitato tra le braccia di una donna. «Tutututu» era una piccola casa di legno, arretrata rispetto alla strada e circondata da un grande prato. Le luci erano ancora accese e, perfino dal
marciapiede, Wolf sentiva una stridula voce di donna. «...dalle cinque di questo pomeriggio, e voi dovete trovarlo, agente. Voi dovete farlo. Abbiamo cercato in tutto il vicinato e...» Wolf si appoggiò al muro con le zampe anteriori e suonò il campanello della porta con la zampa anteriore destra. «Oh! Forse è qualcuno. I vicini hanno detto che avrebbero... Agente, venite a vedere... Oh!» Nello stesso momento Wolf abbaiò educatamente, il marmocchio strillò «Mamma!», e la sua mamma, magra e stanca, lanciò un urlo che era per metà di gioia nell'avere ritrovato il suo figlioletto e per metà di terrore nel vedere quel grande cane grigio che gli stava dietro. Strinse a sé il bambino e si girò verso un uomo robusto in uniforme. «Agente! Guardate! Quella bestia spaventosa! Mi ha rapito il mio Robby!» «No», protestò Robby con fermezza. «Bello woof-woof.» L'agente rise. «Probabilmente il bambino ha ragione, signora. È un bel woof-woof. Ha trovato il vostro bambino che vagava per strada e lo ha aiutato a tornare a casa. Non avreste un osso per lui?» «E dovrei far entrare quella brutta bestia nella mia casa? Mai! Andiamo, Robby.» «Voglio il mio bello woof-woof.» «Te lo do io il woof-woof: sei stato fuori fino a quest'ora e hai fatto stare in pena tuo padre e me. Aspetta solo che tuo padre ti veda, giovanotto; ti... Oh, buona notte, agente!» E chiuse la porta sulla urla di Robby. Il poliziotto carezzò la testa di Wolf. «Non ci pensare all'osso, Rover. Quella donna non mi ha nemmeno offerto un bicchiere di birra. Ma, tu, ragazzo mio, sei un cane esquimese, non è vero? Sembri quasi un lupo. A chi appartieni e perché vai in giro da solo? Uh?» Si chinò a guardare l'inesistente collare. Si drizzò e fischiò. «Non hai la licenza, Rover, e questo è male. Sai che cosa dovrei fare? Dovrei farti rinchiudere in un canile. Se tu non fossi un eroe che è stato appena defraudato del suo osso, io... Devo farlo, a ogni modo. Le leggi sono leggi, anche per gli eroi. Andiamo, Rover. Andiamo a fare una passeggiata.» Wolf pensò rapidamente. Il canile era l'ultimo posto sulla terra dove vo-
leva andare a finire. Perfino Ozzy non avrebbe mai pensato di andarlo a cercare lì. Nessuno avrebbe chiesto di lui, nessuno avrebbe detto Absarka! e infine una dose di cloroformio... Si liberò della stretta dell'agente che lo teneva per la collottola, e con un balzo prodigioso saltò oltre il prato, atterrò sul marciapiede, e si avviò lungo la strada. Ma, nell'istante in cui fu fuori dalla vista dell'ufficiale, si fermò e scivolò dietro una siepe. Sentì l'odore del poliziotto prima ancora di udirne i passi. Ma di fronte alla siepe si fermò anche lui. Per un momento Wolf si chiese se il suo stratagemma fosse fallito, ma l'agente si era fermato solo per grattarsi la testa e mormorare: «Ehi! c'è qualcosa di strano in questa storia. Chi ha suonato il campanello della porta? Il bambino non ci arrivava, e il cane... Oh, be'», concluse, «sciocchezze», e sembrò trovare in quella parola la soluzione di tutti i suoi problemi. Wolf sussultò, tirò indietro le labbra e tese i muscoli. Non c'era nessun essere in vista, ma qualcuno gli aveva parlato. Senza pensarci, tentò di dire: «Dove sei?», ma tutto quello che gli uscì dalla bocca fu un ringhio. «Proprio dietro di te. Qui nell'ombra. Senti il mio odore, non è vero?» «Ma sei un gatto», pensò Wolf ed emise solo dei guaiti. «E parli.» «Naturalmente. Ma non sto parlando in una lingua umana. È solo il tuo cervello che capisce le mie parole. Se tu avessi il tuo corpo umano, penseresti solo che io sto dicendo "miao". Ma tu sei un Lupo Mannaro, non è vero?» «Come fai... perché lo credi?» «Perché non hai tentato di aggredirmi, come un qualsiasi cane normale avrebbe fatto. E inoltre, a meno che Confucio non mi abbia insegnato male, sei un lupo, non un cane; e da queste parti non abbiamo lupi, a meno che non siano Lupi Mannari.» «Come fai a sapere tutte queste cose? Sei...» «Oh, no. Sono solo un gatto. Ma un tempo ero vicino di casa di un uomo-cane di nome Confucio. Mi ha insegnato molte cose.» Wolf era stupito. «Vuoi dire che era un uomo che si era trasformato in un cagnolino ed era rimasto in quella forma? Viveva come un cane da salotto?» «Certo doveva essere la conseguenza di una terribile depressione. Diceva che un cane è molto più adatto a essere nutrito e curato di un uomo. Riteneva che fosse un'idea intelligente.» «Ma è terribile! Un uomo può svilirsi tanto da...» «Gli uomini non si sviliscono da soli. Si sviliscono gli uni con gli altri.
Questa è la motivazione della maggior parte degli uomini-animale. Qualcuno si trasforma per non farsi svilire, qualcun altro per svilire meglio. Tu a che tipo appartieni?» «Be', vedi, io...» «Zitto! Guarda. Sarà un vero spettacolo. Una rapina.» Wolf scrutò al di là della siepe. Un uomo ben vestito, di mezza età, stava camminando allegramente: era evidente che faceva la sua passeggiatina serale. Dietro di lui si muoveva una figura sottile e silenziosa. Proprio mentre Wolf la fissava, la figura lo scorse e sussurrò con voce rauca: «Attenzione, compagno!». La tranquilla pomposità del signore a passeggio si dissolse. Impallidì e cominciò a tremare, mentre la figura faceva scivolare una mano nel taschino della sua giacca e ne prelevava un portafoglio rigonfio. E a che cosa serviva, pensò Wolf, il suo corpo bello e vigoroso se stava accucciato dietro il cespuglio a fare da spettatore? In un solo balzo, con grande stupore del gatto esperto in licantropia, scavalcò la siepe e atterrò con le zampe anteriori sulla faccia della figura. Cadde all'indietro con lui addosso. Poi seguì un tonfo, un lampo di luce e un dolore intenso e disgustoso. Per un attimo Wolf sentì un dolore acuto nella spalla, come la trafittura di un lungo ago, e poi il dolore scomparve. Ma il suo rapido balzo all'indietro era stato sufficiente per permettere al rapitore di alzarsi. «Ti ho mancato, eh?», mormorò. «Stiamo a vedere quanto ti piace una pallottola nel ventre, così impari a interferire, brutto...», e gli dedicò un epiteto che sarebbe stato veramente offensivo se Wolf non fosse stato un Lupo Mannaro. Ci furono tre veloci spari in successione proprio mentre Wolf balzava. Per un secondo provò il dolore di stomaco più forte di tutta la sua vita. Poi atterrò di nuovo. La testa del rapitore colpì il marciapiede di cemento e rimase immobile. Luci si accesero ovunque. Tra tutti i confusi rumori, Wolf sentì i lamenti acuti della madre di Robby, e tra tutti gli odori mescolati, distinse l'odore del poliziotto che voleva rinchiuderlo nel canile. Questo significava scappare, e in fretta. La città significava guai, decise Wolf, mentre si allontanava a grandi falcate. Avrebbe dovuto sopportare la solitudine mentre praticava la licantropia, finché non avesse avuto Gloria. Ma, anche se solo per precauzione, avrebbe dovuto escogitare insieme a Ozzy un collare dall'aria plausibile
e... Improvvisamente gli venne alla mente qualcosa di sorprendente! Aveva ricevuto quattro pallottole, tre delle quali in pieno stomaco, e non aveva nemmeno una ferita! Essere un Lupo Mannaro offriva certamente dei vantaggi pratici. Che cosa avrebbe potuto fare un criminale se avesse posseduto quell'invulnerabilità alle pallottole? O... Ma no. Era un Lupo Mannaro per divertimento, e questo era tutto. Ma perfino per un licantropo, essere fatto segno a colpi d'arma da fuoco, anche se relativamente indolore, è stancante. Una grande quantità di energia nervosa viene assorbita nel rimarginare, magicamente e all'istante, le ferite. E quando Wolf raggiunse la pace e la calma delle colline selvagge, non avvertì più il piacere della libertà. Si distese per tutta la sua lunghezza, appoggiò la testa tra le zampe anteriori e si addormentò. «L'essenza della magia», disse Eliofago di Smirne, «è l'inganno; e quest'inganno è di due tipi. Con la magia, il Mago inganna gli altri; ma la magia inganna lo stesso Mago.» Per quanto rifletteva Wolfe Wolf, la sua magia licantropica aveva funzionato facilmente e piacevolmente, ma allora gli fu rivelato il secondo inganno che si cela dietro ogni trucco di magia. E il primo era che Wolf aveva dormito. Si svegliò confuso. I suoi sogni erano stati umani - a proposito di Gloria - malgrado il corpo in cui aveva sognato. E gli ci vollero parecchi minuti prima di ricostruire come fosse capitato in quel posto. Per un attimo il sogno, perfino quell'episodio in cui lui e Gloria mangiavano le focacce di more sulle montagne russe, sembrava più plausibile e più normale della realtà. Ma si riprese subito e lanciò un'occhiata al cielo. Il sole sembrava fosse sorto da almeno un'ora, il che significava che erano le sei o le sette del mattino. Era giovedì, e questo voleva dire che gli toccava la lezione delle otto. Ciò gli lasciava appena il tempo di ritrasformarsi, di radersi, di vestirsi, di fare colazione e riprendere la vita normale del Professor Wolf, che era dopotutto importante se aveva intenzione di mantenere una moglie. Mentre trotterellava lungo le strade, cercò di essere il più mansueto e il meno lupesco possibile, ed evidentemente ci riuscì. Nessuno gli prestò attenzione tranne i bambini, che volevano giocare, e i cani, che cominciavano con il ringhiare e finivano con l'accucciarsi terrorizzati. Il suo amico gatto poteva essere curioso e tollerante nei riguardi dei Lupi Mannari, ma
non così erano i cani. Trotterellò lungo gli scalini dell'Albergo Berkeley con sicurezza. Il portiere era sotto un leggero incantesimo e non avrebbe visto nessun lupo. Non c'era altro da fare che svegliare Ozzy, fargli dire Absarka, e... «Ehi! Dove stai andando? Fuori di qui! Sciò!» Era il portiere, un giovane alto e muscoloso, che si fermò a gambe divaricate davanti alla scalinata e con decisione gli fece segno di andarsene. «Niente cani qui! Via! Sciò!» Era ovvio che quell'uomo non si trovava sotto nessun incantesimo, ed era altrettanto ovvio che non c'era nessun altro modo di salire quelle scale che usare la sua forza di lupo per buttare da una parte il portiere. Per un secondo Wolf esitò. Doveva ritornare uomo. Sarebbe stato un peccato usare i suoi poteri per fare del male a un altro essere umano - se solo non si fosse addormentato e fosse arrivato prima che il portiere di giorno prendesse servizio - ma la necessità non conosce... Poi gli venne in mente la soluzione. Wolf si girò e corse via mentre il portiere gli lanciava un posacenere addosso. Le pallottole possono essere relativamente indolori, ma anche la groppa di un Lupo Mannaro, apprese ben presto, è sensibile a un posacenere volante. La soluzione era semplice e sicura. L'unico problema è che richiedeva un'ora di attesa, e lui era affamato. Si scoprì a mostrare un interesse sconvolgente per il paffuto occupante di un passeggino. Si hanno appetiti diversi in corpi diversi. Capì come dei Lupi Mannari, originariamente bene intenzionati, potessero diventare dei mostri. Ma aveva una volontà più forte ed era molto più intelligente. Il suo stomaco poteva resistere finché il piano non avesse funzionato. Il bidello aveva aperto la porta principale della Wheeler Hall, ma l'edificio era deserto. Wolf non ebbe nessuna difficoltà a raggiungere il secondo piano senza farsi scorgere. Trovò la sua aula. Ebbe qualche difficoltà in più a reggere il pezzo di gesso tra i denti e avvertì un leggero senso di sofferenza a causa della polvere; ma, bilanciandosi con le zampe anteriori sul sostegno della cimosa, ci riuscì. Ci vollero tre salti per afferrare l'anello del graticcio tra i denti, però, una volta che riuscì a tirarlo giù, non gli restò nient'altro da fare che accucciarsi sotto la scrivania e pregare di non morire di fame. Gli studenti del corso di tedesco 31B, quando si radunarono di malavoglia per la lezione delle otto, furono alquanto sorpresi di trovarsi di fronte un grafico che riguardava l'influenza del sistema aureo sull'economia
mondiale, ma decisero semplicemente che si trattava di una dimenticanza del bidello. Il lupo sotto la scrivania ascoltò non visto i loro mormorii: venne a sapere che la graziosa biondina, seduta in prima fila, aveva appuntamento con tre uomini diversi per la stessa sera, e infine decise che c'era un numero di studenti sufficienti a rendere reali le sue possibilità. Scivolò da sotto la scrivania tanto da raggiungere l'anello del grafico, lo tirò, e lo lasciò andare. Il grafico si arrotolò con uno schianto. Gli studenti interruppero le loro chiacchiere, guardarono la lavagna, e videro, scritte in una grafia enorme e incerta, le misteriose lettere: «ABSARKA». Funzionò. Dal momento che c'erano tante persone, era una certezza quasi matematica che qualcuno di loro, stupido, - perché la razza dei lettori di sottotitoli, sebbene ostacolata dal cinema sonoro, esiste ancora - avrebbe letto ad alta voce la misteriosa parola. Fu la biondina dai molti appuntamenti a farlo. «Absarka», disse in tono perplesso. E apparve il Professor Wolf con un sorriso cordiale sul volto. L'unica pecca del suo piano era la seguente: aveva dimenticato di essere un Lupo Mannaro, e non Superman. I suoi vestiti erano ancora all'Hotel Berkeley, e lì, sulla pedana della cattedra, era completamente nudo. Due delle sue migliori alunne gridarono e una svenne. La biondina ridacchiò con espressione ammirata. Emily fu incredula ma compassionevole. Il Professor Fearing fu comprensivo ma riservato. Il Preside del Dipartimento fu freddo. Il Decano della Facoltà di Lettere fu gelido. Il Rettore dell'Università fu glaciale. Wolfe Wolf si ritrovò senza lavoro. Ed Eliofago di Smirne ebbe ragione. «L'essenza della magia è l'inganno.» «Ma che cosa posso fare?», si lamentò Wolf rivolto al suo bicchiere di zombie. «Sono nei guai. Sono rovinato. Gloria arriverà domani a Berkeley, e io non sono più niente. Nient'altro che un Lupo Mannaro inutile e indegno. Non si può mantenere una famiglia. Non si può... non si può nemme-
no proporre... Ne voglio un altro. Siete sicuro di non volerne uno?» Ozymandias il Grande scosse la testa rotonda e orlata di una frangia di barba. «L'ultima volta che ho bevuto due bicchieri di liquore, ho dato inizio a questa faccenda... devo contenermi se voglio porvi fine. Ma voi siete un giovanotto sano e robusto: sicuramente, collega, riuscirere a trovare lavoro.» «Dove? Sono in grado solo di svolgere un'attività accademica, e questo scandalo mi ha fatto chiudere definitivamente con l'Università. Quale Università assumerebbe un uomo che è comparso completamente nudo davanti alla sua classe senza nemmeno la scusante di essere ubriaco? E supponiamo che tentassi con un altro lavoro: dovrei dare delle referenze, dire che cosa ho fatto nei miei trent'anni e dispari. E una volta che le mie referenze fossero controllate... Ozzy sono perduto.» «Non disperatevi, collega: ho imparato che la magia può mettere in gravi guai, ma c'è sempre il modo di uscirne. Prendiamo quella volta a Darjeeling...» «Ma che cosa posso fare? Finirò come Confucio, l'uomo-cagnolino, e vivrò di carità, sempreché voi non troviate qualcuno che vuole un lupo domestico.» «Sapete», rifletté Ozymandias, «forse avete qualche possibilità in quel campo, collega.» «Sciocchezze! Era una battuta. Almeno posso mantenere il rispetto di me stesso, anche se vivo solo con il sussidio della disoccupazione. Ma scommetto che non piacciono nemmeno gli uomini nudi che vivono di sussidio.» «No. Non mi riferivo al fatto di diventare un lupo da salotto. Ma guardate la faccenda da quest'altro punto di vista: quali sono le vostre qualità? Avete solo due capacità eccezionali. Una delle due è insegnare il tedesco, ed è ormai impossibile da mettere in pratica.» «D'accordo.» «E l'altra è quella di trasformarvi in un lupo. Benissimo, collega. Ci devono essere delle possibilità commerciali per questa abilità. Esaminiamole.» «È un'assurdità.» «Non del tutto. Per ogni merce c'è un mercato. Il trucco sta nel trovarlo. E voi, collega, diventerete il primo lupo utilizzabile a fini commerciali e pratici della storia dell'umanità.»
«Potrei... Si dice che il Baraccone dei Mostri di Ripley paghi bene. Supponiamo che mi trasformi regolarmente sei volte al giorno per la delizia degli spettatori.» Ozymandias scosse la testa. «Non va bene. La gente non ama la Magia Nera. La mette a disagio: comincia a chiedersi quali altri fenomeni soprannaturali possano esistere al mondo. Ha bisogno di sentirsi sicura che sia tutto un gioco di specchi. Lo so. Sono stato costretto a lasciare il vaudeville perché non ero abbastanza astuto da fare trucchi. Sapevo realizzare solo delle magie vere.» «Potrei diventare un cane per ciechi, allora?» «Devono essere femmine.» «Quando sono lupo capisco il linguaggio degli animali. Forse potrei fare l'istruttore di cani e... No, è escluso. Avevo dimenticato che i cani hanno terrore di me.» Ma gli occhi azzurri di Ozymandias si erano accesi a quel suggerimento. «Collega, avete quasi indovinato. Oh, avete quasi indovinato! Ditemi: perché la famosa Gloria viene a Berkeley?» «Per pubblicizzare una caccia di talenti.» «Per che cosa?» «Per cercare un cane che reciti nel film Zanne della Foresta.» «E che tipo di cane?» «Un...» Gli occhi di Wolf si spalancarono e la mascella si abbassò. «Un cane lupo», disse piano. E i due uomini si guardarono l'un l'altro con una strana luce negli occhi, seduti vicini in un bar di Berkeley. «È tutta colpa di quel cane di Disney», si lamentò l'istruttore. «Pluto fa tutto. Così si aspettano che i nostri cagnacci facciano altrettanto. Sentite questa! "Il cane deve entrare nella stanza, porgere una zampa al bambino, indicare che riconosce l'eroe nel suo travestimento da esquimese, avvicinarsi alla tavola, trovare l'osso e battere le zampe per la gioia"! E di chi è la colpa di tutto questo! Di Pluto!», sbuffò. Gloria Garton disse: «Oh!». Con quell'unico suono riuscì a dire che simpatizzava profondamente, che l'istruttore era un bel ragazzo che lei avrebbe rivisto volentieri, e che nessun cane avrebbe mai oscurato la sua fama di star del cinema. Si aggiustò la gonna, si appoggiò allo schienale, e fece sembrare quella semplice sedia di legno sul palcoscenico vuoto un trono. «Benissimo!» L'uomo con il berretto viola mandò via l'ultimo candidato
e lesse da un cartellino: «Cane: Wopsy. Proprietario: Mrs. Channing Galbraith. Istruttore: Luther Newby. Fatelo entrare». Un assistente si affrettò dietro il palcoscenico e si sentì uggiolare quando la porta si aprì. «Che diavolo hanno quei cani oggi?», domandò l'uomo con il berretto viola. «Sembrano tutti spaventati a morte e anche di più.» «Penso», disse Fergus O'Breen, «che sia a causa di quel grande cane lupo grigio. In qualche modo, agli altri cani non è simpatico.» Gloria Garton abbassò le palpebre coperte di ombretto e gettò un reale sguardo di sospetto al giovane investigatore. Non c'era niente di strano nel fatto che si trovasse lì. Sua sorella era a capo del settore pubblicitario della Metropolis, e lui si era occupato di parecchi casi confidenziali per conto dello studio. Ne aveva risolto uno anche per lei, quella volta che il suo autista aveva deciso di darsi al ricatto. Fergus O'Breen era un investigatore della Metropolis; eppure la sua presenza la infastidiva. L'assistente introdusse il cane Wopsy di Mrs. Galbraith. L'uomo con il berretto viola lanciò un'occhiata e urlò. L'urlo rimbalzò su tutte le pareti del teatro nel minuto di silenzio che seguì. Alla fine riuscì a emettere delle parole di senso compiuto. «Un cane lupo! Tookah è la parte più bella che sia mai stata scritta per un cane lupo! E che cosa ci portano! Perfino i terrier! Se avessimo voluto un terrier potevamo scrivere Asta!» «Ma se solo ci permettete di mostrarvi...», cominciò a protestare l'istruttore alto e giovane di Wopsy. «Fuori!», strillò l'uomo con il berretto viola. «Fuori prima che perda la pazienza!» Wopsy e il suo istruttore sgattaiolarono via. «A El Paso», si lagnò il regista, «mi hanno portato un cocker. A St. Louis perfino un pechinese! E se anche trovo un cane lupo, si siede in un angolo e aspetta che qualcuno gli porti una slitta da tirare.» «Forse», disse Fergus, «dovreste provare con un lupo vero.» «Un lupo?» Prese il cartellino seguente. «Cane: Yoggoth. Proprietario e istruttore: Mr. O.Z. Manders. Fatelo entrare.» I guaiti che provenivano da dietro il palcoscenico cessarono quando Yoggoth fu portato via per essere sottoposto alla prova. L'uomo con il berretto viola guardò appena il proprietario e istruttore dalla faccia orlata di una barbetta fine. Aveva occhi solo per quello splendido lupo grigio. «Se solo sapesse recitare...», pregò, con lo stesso fervore con cui molti uomini hanno pensato: «Se solo sapesse cucinare...».
Si tirò il berretto a un angolo ancora più improbabile e disse con rabbia: «Benissimo. Mr. Manders: indicare che riconosce l'eroe nel suo travestimento da esquimese, avvicinarsi alla tavola, trovare l'osso, e battere le zampe per la gioia. Il bambino qui, poi qui, qui e il tavolo è qui. Avete capito?». Mr. Manders guardò il suo cane lupo e ripeté: «Hai capito?». Yoggoth dimenò la coda. «Molto bene, collega», disse Mr. Manders. «Fallo.» Yoggoth lo fece. Il berretto viola prese il volo sulle ali del trionfale grido di gioia del suo possessore. «L'ha fatto!», esclamò esultante. «L'ha fatto!» «Naturalmente, collega», disse Mr. Manders con calma. L'istruttore che odiava Pluto aveva la faccia inespressiva come lo specchio di un vampiro. Fergus O'Breen era senza parole per lo stupore. Perfino Gloria Garton permise che la sorpresa e l'interesse attraversassero la sua maschera regale. «Volete dire che sa fare di tutto?», gorgogliò l'uomo che un tempo aveva il berretto viola. «Tutto», disse Mr. Manders. «Può... Prendiamo per esempio la sequenza della sala da ballo: può buttare un uomo a terra, rivoltarlo e perquisirgli la tasca posteriore dei pantaloni?» Prima ancora che Mr. Manders dicesse «Naturalmente», Yoggoth aveva dimostrato che cosa sapeva fare, servendosi di Fergus O'Breen come comparsa. «Basta!», singhiozzò il regista. «Basta... Charley!», strillò al suo assistente. «Mandali tutti via. Niente più prove. Abbiamo trovato Tookah! È meraviglioso.» L'istruttore si avvicinò a Mr. Manders. «È più che meraviglioso, signore. È veramente sovrumano! Posso giurare che non ho mai visto il benché minimo segnale, e nemmeno per operazioni così complicate. Ditemi, Mr. Manders, che sistema usate?» Mr. Manders tossicchiò. «È un segreto professionale: mi capite, giovanotto? Ho intenzione di aprire una scuola quando mi ritirerò, ma ovviamente fino ad allora...» «Naturalmente, signore. Capisco. Ma non ho mai visto niente del genere da quando sono nato.»
«Mi chiedo», osservò Fergus O'Breen dal pavimento, «se il vostro cane prodigioso sappia anche liberare la gente.» Mr. Manders soffocò un sogghigno. «Naturalmente: Yoggoth!» Fergus si alzò e si spolverò gli abiti dalla sporcizia del palcoscenico, che è la sporcizia più attaccaticcia che esiste al mondo. «Giurerei», mormorò, «che il vostro cane si sia divertito.» «Spero che non abbiate nessun risentimento, Mr...» «O'Breen. Nessuno. In effetti, suggerirei di festeggiare questo grande avvenimento. So che non è possibile comprare qualcosa da bere nelle vicinanze del Campus, perciò ho portato con me una bottiglia, nel caso servisse.» «Oh», disse Gloria Garton, e voleva sottintendere che quelle bevute erano troppo al di sotto del suo livello; che quella, comunque, era un'occasione particolare; e che forse c'era qualcosa da dire a favore di quell'investigatore dagli occhi verdi, dopotutto. Era tutto troppo facile, continuava a pensare Wolfe Wolf-Yoggoth. Ci doveva essere una trappola da qualche parte. Quella era certamente la soluzione ideale al problema di come guadagnare soldi in un corpo di Lupo Mannaro. Un bell'esemplare di cane che capisce il linguaggio umano e le istruzioni che gli vengono date, risponde a tutte le preghiere di un regista. Era perfetto finché durava. E se Zanne della Foresta avesse avuto successo, era probabile che ci sarebbero stati altri film di Yoggoth. Pensate a Rin-tin-tin. Ma era troppo facile... Le sue orecchie afferrarono un familiare «Oh», e la sua attenzione fu attirata da Gloria. Quell'«Oh» voleva significare che lei veramente non avrebbe dovuto più bere, ma poiché il liquore non le faceva alcun effetto e quella era un'occasione speciale, poteva anche bere. Era ancora più bella di quanto la ricordasse. I suoi capelli d'oro erano lunghi fino alle spalle, e scendevano con delle onde così perfette che Wolf faceva tutto il possibile per tenerne la zampa lontana. Anche il suo corpo era maturato: era ancora più caldo e promettente dei suoi ricordi. E nella sua nuova forma scoprì un'altra componente del suo enorme fascino, che non era stato in grado di apprezzare quando era un essere umano: il profumo profondo e inebriante della sua carne. «A Zanne della Foresta!», stava brindando Fergus O'Breen. «E che il nostro bell'eroe possa ricevere un trattamento peggiore di quello che ho ri-
cevuto io.» Wolf-Yoggoth sorrise tra sé e sé. Era stato divertente. Si era vendicato sull'investigatore che frugava nelle camere altrui. «E perché nella nostra celebrazione, colleghi», disse Ozymandias il Grande, «dovremmo dimenticare la nostra star? Qui, Yoggoth.» E gli porse la bottiglia. «Beve perfino!», esclamò deliziato il regista. «Certo. Si è svezzato con i liquori.» Wolf ingurgitò una sorsata enorme. Aveva un buon sapore. Caldo e ricco, quasi come il profumo di Gloria. «Ma che cosa ci dite di voi, Mr. Manders?», chiese l'investigatore per la quinta volta. «È la vostra festa questa. Quel povero animale non riceverà gli assegni con quattro zeri dalla Metropolis. E avete bevuto un solo bicchiere.» «Non ne bevo mai due, collega. Conosco i miei limiti. Due bicchieri e cominciano a succedere strane cose.» «Che cos'altro potrebbe succedere oltre il fatto che avete allenato un cane prodigioso? Su, O'Breen. Fatelo bere. Vedremo che cosa succede.» Fergus riempì di nuovo il bicchiere. «Su. C'è un'altra bottiglia in auto. E non voglio compagni sobri.» I suoi occhi verdi si erano accesi di una strana luce selvaggia. «No, grazie, collega.» Gloria Garton lasciò il suo trono, si avvicinò all'ometto grassoccio e gli appoggiò una morbida mano sul braccio. «Oh?» disse, e voleva sottintendere che i cani sono cani, che quella festa era inevitabilmente in suo onore e che il suo rifiuto di bere era un insulto personale alla famosa attrice. Ozymandias il Grande guardò Gloria, sospirò, si strinse nelle spalle, si rassegnò alla sorte e bevve. «Avete allevato molti cani?», chiese il regista. «No, collega. Questo è il primo.» «Ancora più meraviglioso! Ma qual è la vostra professione?» «Be', vedete, sono un Mago.» «Oh», disse Gloria Garton, e voleva sottolineare che era deliziata. Arrivò al punto di aggiungere: «Ho un amico che pratica la Magia Nera». «Mi dispiace, madame, ma la mia è semplicemente Magia Bianca. È abbastanza complicato. Con la Magia Nera si corrono gravi pericoli.» «Come!», si intromise Fergus. «Volete dire che siete veramente un Mago? Non solo un presti... una persona che fa giochi di prestigio?»
«Naturalmente, collega.» «Nel buon teatro», disse il regista, «non si fanno mai vedere gli specchi.» «Uh, uh», annuì Fergus. «Ma, Mr. Manders, che cosa sapreste fare, per esempio?» «Be', posso trasformare...» Yoggoth abbaiò. «Oh, no», Ozymandias recuperò in fretta, «a questo veramente non ci arrivo. Ma posso...» «Sapete fare il trucco della corda indiana?», chiese Gloria languidamente. «Il mio amico dice che è terribilmente difficile.» «Difficile? Perché, madame, non c'è niente di difficile nella corda indiana. Ricordo quella volta a Darjeeling...» Fergus si riempì nuovamente il bicchiere. «Io», annunciò in tono di sfida, «voglio vedere il trucco della corda indiana. Ho conosciuto gente che aveva conosciuto gente che vi aveva assistito, ma non ho mai avuto rapporti più diretti. E non credo che sia possibile.» «Ma, collega, è tanto semplice.» «Non ci credo.» Ozymandias il Grande si alzò in tutta la sua bassa statura. «Colleghi, state per vederlo!» Yoggoth gli tirò le code del frac in segno di avvertimento. «Lasciami in pace, Wolf. Sono stato calunniato!» Fergus tornò dalle quinte con una fune alquanto sporca. «Va bene?» «Benissimo.» «Che succede?», domandò il regista. «Zitto!», disse Gloria. «Oh...» Dedicò un sorriso adorante a Ozymandias il cui petto si gonfiò fino al punto di minacciare la sicurezza dei bottoni della camicia. «Signore e Signori!», annunciò, con il tono di chi è abituato a riempire tutto un anfiteatro con la sua voce. «State per vedere Ozymandias il Grande nel... trucco della Corda Indiana! Naturalmente», aggiunse in tono colloquiale, «non ho un ragazzino da tagliare a pezzi, a meno che qualcuno di voi non voglia... No? Bene, ne faremo a meno. Non sarà altrettanto impressionante, però. E la vuoi finire di guaire, Wolf?» «Pensavo che si chiamasse Yogi», disse Fergus.
«Yoggoth. Ma poiché sua madre era una lupa... Ora silenzio!» Mentre parlava aveva arrotolato la corda. Poi la sistemò al centro del palcoscenico, dove era acquattata come un minaccioso serpente a sonagli. Si mise accanto al rotolo di corda e, con destrezza professionale, vi passò le mani avanti e pronunciò dei mormorii così rapidamente, che nemmeno gli occhi e le orecchie acute di Wolf-Yoggoth riuscirono a seguirlo. L'estremità della corda si staccò dal rotolo, si alzò nell'aria, si girò per un momento come se fosse la testa di un serpente indeciso su dove colpire, poi si drizzò finché tutta la fune non fu srotolata. L'estremità inferiore restò a qualche centimetro dal palcoscenico. Gloria ansimò. Il regista bevve in fretta un sorso. Fergus, per qualche ragione, guardò con curiosità il lupo. «E ora signore e signori... oh, maledizione, vorrei avere un ragazzino da tagliuzzare... Ozymandias il Grande salirà lungo questa corda e andrà nel paese che solo gli esperti del trucco della corda indiana conoscono. Su, sempre più su! A cuccia», aggiunse in tono rassicurante rivolto a Wolf. Le sue mani grassocce afferrarono la corda al di sotto della sua testa e fecero un piccolo movimento. Tirò su le ginocchia e le strinse intorno al pilastro di canapa. E vi si arrampicò, come una scimmia lungo un bastone, su, sempre più su... ...finché, a un tratto, scomparve. Scomparve. Questo fu tutto. Gloria non riuscì nemmeno a dire «Oh». Il regista si sedette, con l'elegante abito di flanella, sul pavimento sporco e restò a bocca aperta. Fergus imprecò con voce bassa e melodiosa. E Wolf si sentì formicolare la spina dorsale. La porta del palcoscenico si aprì, facendo entrare due uomini in bluejeans e camiciotti da lavoro. «Eh!», disse il primo. «Dove credete di stare?» «Noi siamo della Metropolis, la compagnia cinematografica», cominciò a spiegare il regista, alzandosi a fatica. «Non m'importa se venite da Washington, noi dobbiamo sgomberare il palcoscenico. Si proietta un film qui, stasera. Su, Joe, aiutami a mandarli via. E anche quel cane.» «Non si può, Fred», disse Joe in tono riverente, e indicò la ragazza. La sua voce si abbassò a un sussurro timoroso. «Quella è Gloria Garton...» «Veramente? Salve, Miss Garton, non era da buttare l'ultimo vostro film!» «Il tuo pubblico, cara», mormorò Fergus.
«Su!», gridò Fred. «Fuori di qui. Dobbiamo sgomberare. E tu, Joe, tira giù la fune!» Prima che Fergus si muovesse, prima che Wolf potesse slanciarsi in soccorso, l'efficiente operaio aveva tirato giù la corda e la stava arrotolando. Wolf guardò verso l'alto. Non c'era più niente lassù. Assolutamente niente. Da qualche parte, oltre l'estremità di quella fune, c'era l'unico uomo del mondo che avrebbe potuto dire a Wolfe Absarka!, e la via di ritorno era stata chiusa per sempre. Wolfe Wolf si stese sul pavimento del boudoir di Gloria Garton e guardò quella visione di voluttà indossare il più seducente dei négligée. La situazione era perfetta. Era il compimento di tutti i suoi desideri più ardenti. L'unica pecca era che si trovava ancora nel corpo di un lupo. Gloria si girò, si chinò, e gli diede un buffetto sotto il muso. «Lupacchiotto, che bel cane lupo, lupacchiotto!» Wolf non poté trattenersi dal ringhiare. «Al lupacchiotto non piace che Gloria gli parli come a un bambino? Sei proprio un lupacchiotto birichino.» Era una tortura. Si trovava nella camera d'albergo della donna da lui adorata, tutta la sua bellezza era rivelata davanti ai suoi occhi bramosi e lei gli parlava come si fa a un bambino! Sulle prime, Wolf era stato contento quando Gloria aveva suggerito che avrebbe potuto prendersi cura del cane in attesa della ricomparsa del suo istruttore - perché nessuno di loro voleva ammettere che «Mr. O.Z. Manders» fosse sparito definitivamente - ma ora Wolf stava cominciando a capire che quella situazione gli avrebbe creato più tormento che piacere. «I lupi sono buffi», osservò Gloria. Era molto più loquace quando era sola e non aveva bisogno di essere enigmatica e affascinante. «Un tempo conoscevo un certo Wolf, solo che quello era il suo vero nome. Era un uomo. Ed era un tipo buffo.» Wolf sentì che il cuore gli batteva più in fretta sotto la pelliccia grigia. Ma prima che lei potesse spiegare al suo cagnolino perché Wolf era un tipo buffo, la sua cameriera bussò alla porta. «Un certo Mr. O'Breen vuole vedervi, madame.» «Digli di andarsene.» «Dice che è importante, e ha tutta l'aria di mettersi a fare storie se rifiutate di vederlo.» «Oh, va bene.» Gloria si alzò e si avvolse il négligée intorno al corpo.
«Andiamo, Yog... No, questo è un nome sciocco. Ti chiamerò Wolfie. È più grazioso. Andiamo, Wolfie, vieni a proteggermi da quell'investigatore grande e cattivo.» Fergus O'Breen percorreva a grandi passi il soggiorno. C'era una decisione maligna sul suo volto. S'interruppe e si immobilizzò quando Gloria e il lupo entrarono. «Allora?», osservò concisamente. «I rinforzi?» «Ne avrò bisogno?», chiese Gloria con grazia. «Guarda, luce della mia vita.» La luce in quegli occhi verdi era fredda e mortale. «Stai giocando, e qualsiasi sia la natura dei tuoi giochi, è certa una cosa: che non sono leali.» Gloria gli dedicò un sorriso languido e dolce. «Sei divertente, Fergus.» «Grazie. Ho i miei dubbi, però, che le tue attività lo siano.» «Sei ancora un bambino che gioca a guardie e ladri. E sulle tracce di quale Uomo Nero sei ora?» «Ah, ah», disse Fergus educatamente. «Tu sai la risposta a questa domanda meglio di me. È per questo che sono qui.» Wolf era perplesso. Quella conversazione non significava niente per lui. Eppure avvertiva il pericolo nell'aria così chiaramente come se ne sentisse l'odore. «Va' avanti», disse Gloria con impazienza. «E ricorda quanto ti ringrazierà la Metropolis per aver disturbato una delle sue migliori attrazioni.» «Ci sono delle cose, dolcezza mia, molto più importanti dei film, sebbene tu la possa pensare diversamente. Una di queste è una certa Federazione che comprende quarantotto Stati. Un'altra è un concetto artistico chiamato democrazia.» «E allora?» «E allora voglio farti una domanda: perché sei venuta a Berkeley?» «Per fare pubblicità a Zanne della Foresta, naturalmente. È stata un'idea di tua sorella.» «Sei sempre stata capricciosa e hai rifiutato proposte migliori. Perché hai preso al balzo questa?» «Tu non ti occupi di campagne pubblicitarie, Fergus. Perché sei qui?» «Ti sei perfezionata in arte drammatica, ma non ti sei nemmeno avvicinata al Piccolo Teatro. Perché al Dipartimento di Germanistica?» Si fermò di fronte a lei, fissandola con i suoi occhi verdi. «Non è piuttosto naturale? Sono stata una studentessa di quel Diparti-
mento.» Gloria assunse l'atteggiamento di una regina catturata che sfida i barbari conquistatori. «Benissimo. Se proprio lo vuoi sapere... Sono andata al Dipartimento di Germanistica per incontrare l'uomo che amo.» Wolf trattenne il fiato, e cercò di non dimenare la coda. «Sì», continuò lei in tono pacato, «hai strappato l'ultimo velo che mi celava e mi forzi a confessarti quello che lui solo avrebbe dovuto sentire per primo. Quell'uomo mi ha chiesto di sposarlo in una lettera. Io stupidamente ho rifiutato la sua proposta. Ma ci ho pensato e ripensato... e alla fine ho capito. Quando sono arrivata a Berkeley ho sentito che dovevo vederlo...» «E l'hai fatto?» «Quel topino di segretaria mi ha detto che non c'era. Ma lo vedrò. E quando lo farò...» Fergus si inchinò rigorosamente. «Le mie congratulazioni a entrambi, dolcezza mia. E come si chiama questo più che fortunato signore?» «Professor Wolfe Wolf.» «Che è, senza dubbio, l'individuo a cui si riferisce questo articolo.» Estrasse un foglio di giornale dalla tasca della sua giacca e lo lanciò a Gloria. Lei impallidì e non parlò. Ma Wolfe Wolf non aspettò la risposta di lei. Non gli importava. Ormai conosceva la soluzione del suo problema e si diresse inosservato verso il boudoir di Gloria. Gloria Garton entrò nel boudoir qualche minuto dopo. Era una donna sconvolta e infelice. Stappò una delle delicate bottiglie di profumo che erano sulla sua toilette e si versò un bicchiere abbondante di whisky. Poi le sue sopracciglia si alzarono per la sorpresa quando guardò lo specchio. Scarabocchiata sullo specchio con il suo rossetto rosso scuro c'era la misteriosa parola: «ABSARKA». Accigliandosi, disse a voce alta: «Absarka...». Da dietro un paravento uscì il Professor Wolfe Wolf, avvolto in una delle ricche vestaglie di Gloria. «Gloria carissima...», gridò. «Wolf!», esclamò lei. «Che diavolo fai nella mia stanza?» «Ti amo. Ti ho sempre amato fin da quando non sapevi distinguere una forma verbale forte da una debole. E ora che so che mi ami...»
«È terribile. Per favore, esci di qui!» «Gloria...» «Fuori di qui, altrimenti aizzo il mio cane contro di te. Wolfie... Qui, Wolfie.» «Mi dispiace, Gloria. Ma Wolfie non ti risponderà.» «Oh, bestia! Hai fatto del male a Wolfie? Hai...» «Non gli torcerei un pelo. Perché, vedi, Gloria cara, io sono Wolfie.» «Che diavolo...» Gloria si guardò intorno. Era innegabile che non c'era alcuna traccia della presenza del cane lupo. Invece c'era un uomo vestito solo di una delle sue vestaglie e non c'era traccia dei suoi abiti. E poi c'era la faccenda del buffo ometto e della corda... «Tu pensavi che io fossi tetro e noioso», continuò Wolf. «Pensavi che sarei sprofondato nella vita accademica. Ben presto avresti sposato un attore o un G-man. Ma io, Gloria, sono qualcosa di molto più eccitante. Non c'è nessun'altra persona al mondo a cui farei questa confessione; ma io, Gloria, sono un Lupo Mannaro.» Gloria restò a bocca aperta. «Non è possibile! Ma tutto combacia ora. Quello che ho sentito dire di te al Campus, il tuo amico con la barbetta e il modo in cui è scomparso e, naturalmente, questo spiega come tu riesca a fare quello che nessun cane normale riuscirebbe mai a fare...» «Non mi credi, cara?» Gloria si alzò dalla poltroncina della toilette e si buttò tra le sue braccia. «Ti credo, caro. Ed è meraviglioso! Scommetto che non esiste nessun'altra donna in tutta Hollywood che abbia mai sposato un Lupo Mannaro!» «Allora tu...» «Ma naturalmente, caro. Funzionerà benissimo. Assumeremo un tirapiedi che ti faccia da istruttore. Lavorerai di giorno. La sera tornerai a casa, e io ti dirò Absarka! Sarà perfetto.» «Gloria...», mormorò Wolf con tenerezza e reverenza. «Solo una cosa, caro. Solo una piccola cosa. Vuoi fare un favore a Gloria?» «Qualsiasi cosa!» «Mostrami come ti trasformi. Trasformati per me ora. Poi ti dirò subito Absarka!» Wolf disse la Parola. Si trovava in un tale stato di estasi che a stento sentì il dolore della mutazione. Saltellò per la stanza con tutta l'agilità delle sue belle zampe da lupo e finì davanti a Gloria, agitando la coda e aspet-
tando un cenno di approvazione. Gloria gli accarezzò la testa. «Bene, Wolfie. E ora, caro, puoi anche restare così.» Wolf lanciò un guaito di stupore. «Mi hai sentito, Wolfie. Resterai così. Non è che hai creduto alle panzanate che ho fatto bere all'investigatore, vero? Amarti? Non voglio sprecare il mio tempo! Ma da lupo mi sarai molto utile. Visto che il tuo istruttore è scomparso, potrò prendermi cura di te e acchiappare un bigliettone da mille in più la settimana. Non mi dispiacerà. E il Professor Wolf sarà scomparso per sempre, il che si adatta perfettamente ai miei piani.» Wolf ringhiò. «Adesso non fare il cattivo, Wolfie caro. Il mio lupacchiotto non vuole fare del male alla sua cara Gloria, vero? Ricorda quello che posso fare per te. Sono l'unica persona che può farti ritornare uomo. Non oseresti insegnare quella parola a nessun altro. Non oseresti far sapere alla gente chi sei realmente. Un ignorante ti ucciderebbe. Un furbo ti giudicherebbe pazzo.» Wolf continuò ad avanzare minacciosamente. «Oh, no. Non puoi farmi del male. Perché tutto quello che dovrei fare sarebbe dire la parola che è scritta sullo specchio. Allora non saresti più un lupo pericoloso. Saresti solo un uomo che si è introdotto nella mia stanza e io urlerei. E dopo quello che è successo ieri al Campus, quanto tempo pensi che resteresti fuori da un manicomio?» Wolf indietreggiò e mise la coda tra le zampe. «Capisci, Wolfie caro? Gloria ha tutto quello che vuole. E il mio lupacchiotto farà il bravo ragazzo.» Si sentì bussare alla porta del boudoir, e Gloria disse ad alta voce: «Avanti». «Un signore vi vuole vedere signora», annunciò la cameriera. «Un certo Professor Fearing.» Gloria sorrise con il suo sorriso più regale e più crudele. «Vieni qui, Wolfie. Questo ti può interessare.» Il Professor Oscar Fearing superò una delle graziose sedie del soggiorno e sorrise con benevolenza quando Gloria e il lupo entrarono. «Ah, mia cara! Un nuovo cagnolino. Commovente.» «E che cagnolino, Oscar. Aspetta, e sentirai.» Il Professor Fearing si pulì il pince-nez con una manica della giacca. «E tu, mia cara, aspetta di sentire tutto quello che ho saputo. Chiswick ha terminato il suo schermo protettivo contro le bombe magnetiche, e l'e-
sperimento ufficiale è fissato per la prossima settimana. E Farnsworth ha completato le sue ricerche su un nuovo processo per ottenere l'osmio. La guerra dei gas può cominciare ogni giorno, e la potenza che avrà a disposizione una riserva abbondante di...» «Benissimo, Oscar», lo interruppe Gloria, «ma di tutto questo possiamo parlare più tardi. Abbiamo altri problemi.» «Che cosa intendi, mia cara?» «Hai mai incontrato un giovanotto irlandese con i capelli rossi e una camicia gialla?» «No, io... Be', sì. Ieri ho visto un individuo simile lasciare l'ufficio. Credo che fosse stato a parlare con Wolf.» «È sulle nostre tracce. È un investigatore di Los Angeles, e sta indagando su di noi. In qualche modo è riuscito a venire in possesso del frammento di un documento che avrebbe dovuto essere distrutto. Sa che io ci sono dentro, e sa che ho dei legami con qualcuno del Dipartimento di Germanistica.» Il Professor Fearing osservò attentamente il pince-nez, ne approvò la pulizia e se lo sistemò sul naso. «Non ti agitare, mia cara. Niente isterismi. Affrontiamo la situazione con calma. Già sa del Tempio della Verità Oscura?» «Non ancora. Né sa di te. Sa solo che c'è qualcuno del Dipartimento.» «Allora che cosa c'è di più semplice? Hai sentito dello strano comportamento di Wolfe Wolf?» «Se ne ho sentito parlare?», Gloria rise. «Tutti sanno dell'infatuazione di Wolf per te. Diamo la colpa a lui. Dovrebbe essere facile discolparti e farti apparire un innocente strumento. Dirigiamo tutta l'attenzione verso di lui e l'organizzazione sarà salva. Il Tempio della Verità Oscura potrà continuare a raccogliere informazioni di grande valore da scienziati influenzabili che hanno bisogno del sollievo emozionale di una religione falsa.» «Questo è quanto ho cercato di fare. Ho raccontato a O'Breen un mucchio di chiacchiere sulla mia devozione a Wolf, così evidentemente fasulle che dovrebbe ritenerle la copertura di qualcos'altro. E credo che abboccherà. Ma la situazione è molto più complessa di quanto immagini. Sai dov'è Wolfe Wolf?» «Nessuno lo sa. Dopo che il Rettore lo ha rimbrottato... ah... sembra essere svanito.» Gloria rise di nuovo.
«È proprio qui. In questa stanza.» «Mia cara! Pannelli segreti e cose simili? Prendi la tua attività di spia troppo seriamente. Dov'è?» «Qui!» Il Professor Fearing spalancò la bocca. «Stai parlando seriamente?» «Seriamente quanto te quando parli del futuro del Fascismo. Questo è Wolfe Wolf.» Fearing si avvicinò incredulo al lupo e tese una mano. «Potrebbe mordere», lo avvertì Gloria un secondo troppo tardi. Fearing si guardò la mano sanguinante. «Questo, almeno», osservò, «è innegabilmente vero.» E alzò un piede per dargli un calcio. «No, Oscar! Non lo fare! Lascialo in pace. E devi credermi sulla parola... è troppo complicato spiegarti tutto. Ma il lupo è Wolfe Wolf, ed è completamente sotto il mio controllo. È nelle nostre mani. Devieremo tutti i sospetti su di lui, e io lo terrò sotto questa forma mentre Fergus e i suoi amici G-men si precipiteranno sulle sue tracce.» «Mia cara!», esclamò Fearing. «Sei pazza. Sei più folle dei membri più devoti del Tempio.» Si tolse il pince-nez e guardò di nuovo il lupo. «Eppure martedì sera... Dimmi una cosa: da chi hai preso questo... questo cane lupo?» «Da un buffo ometto con la barba a frangia.» Fearing sussultò. Ovviamente ricordava quello che era successo al Tempio, il lupo e l'ometto con la barba a frangia. «Molto bene, mia cara. Ti credo. Non chiedermi perché, ma ti credo. E ora...» «Ora è tutto stabilito, non è vero? Lo terremo qui insieme, e lo useremo per...» «Useremo un lupo come capro espiatorio. Sì. Molto grazioso.» «Oh! Una cosa...» Lei apparve improvvisamente spaventata. Wolfe Wolf stava considerando la possibilità di attaccare Fearing. Probabilmente sarebbe riuscito a uscire dalla stanza prima che Gloria dicesse Absarka! Ma dopo? Di chi poteva fidarsi! Soprattutto se i G-men fossero stati sulle sue tracce... «Che cosa c'è?», chiese Fearing. «Quella segretaria. Quel topino che lavora al Dipartimento. Lei sa che io ho chiesto di te, non di Wolf. Fergus non può ancora averle parlato, perché
ha bevuto la mia storia; ma lo farà. È preciso.» «Uhm. Allora, in questo caso...» «Sì, Oscar?» «Bisogna prendersi cura di lei.» Il Professor Oscar Fearing sorrise astutamente e allungò una mano per prendere la cornetta del telefono. Wolf agì istantaneamente, per ispirazione e per impulso. I suoi denti erano forti, abbastanza forti da staccare il filo del telefono dal muro. Ci volle solo un secondo, e il secondo successivo era fuori dalla stanza e nel corridoio prima che Gloria potesse aprire la bocca e dire quella parola che l'avrebbe mutato da un lupo potente e pericoloso in un inutile uomo. Si udirono degli strilli e qualcuno urlò: «Un cane rabbioso!» mentre lui si precipitava lungo l'atrio, ma non vi prestò alcuna attenzione. La cosa principale era raggiungere la casa di Emily prima che qualcuno «si potesse prendere cura di lei». La sua testimonianza era essenziale. Avrebbe fatto pendere il piatto della bilancia da una parte, avrebbe mostrato a Fergus e ai suoi G-men chi fosse il vero colpevole. E, inoltre, ammise a se stesso, Emily era una persona gentile... La sua velocità era di un minuto e mezzo per isolato, e le maledizioni che si accumularono contro di lui, se teologicamente valide, sarebbero bastate a dannarlo per sempre. Ma stava guadagnando tempo e questa era l'unica cosa che contava. Si precipitò attraverso il traffico stradale, tagliò la strada ai camion, sgusciò da sotto le auto, e una volta balzò oltre un'auto ferma che gli ostruiva la strada. Tutto stava andando bene: era già a metà strada, quando cento chili di carne umana atterrarono su di lui in un placcaggio al volo. Guardò attraverso i brillanti effetti di luce che vedeva con la testa schiacciata sul marciapiede, e scorse la sua vecchia nemesi, il poliziotto che era stato privato della sua birra. «Allora Rover!», disse l'ufficiale. «Ti ho acchiappato alla fine, vero? Ora vedremo se hai la targhetta della licenza. Non sapevi che giocavo a football, vero?» La stretta del poliziotto sul suo pelo era forte e dolorosa. Una folla allegra si stava radunando e forniva all'agente i consigli più fantastici. «Via, ragazzi», li ammonì. «Questa è una faccenda privata tra me e Rover. Su», e tirò su il cane con forza ancora maggiore. Wolf lasciò un ciuffo di peli e di pelle nella mano dell'agente e sentì il
sangue scorrergli dalla chiazza nuda sul collo. Udì una bestemmia e un colpo di pistola simultaneamente, e avvertì una puntura come di spillo sulla spalla. La folla spaventata gli fece largo. Altre due pallottole si affrettarono dietro di lui, ma Wolf se n'era andato, lasciandosi alle spalle il poliziotto più confuso di Berkeley. «L'ho colpito», continuava a mormorare l'agente. «Ho colpito il...» Wolfe Wolf corse lungo Dwight Way. Altri due isolati e sarebbe arrivato al piccolo bungalow che Emily divideva con un'assistente di qualche cosa. L'interruzione del telefono avrebbe fermato Fearing solo temporaneamente. Gli ordini ormai dovevano già essere stati impartiti, e i membri dell'organizzazione già dovevano essere in cammino. Ma lui era quasi arrivato... «Ehi!», lo chiamò una voce infantile. «Bello, woff-woff, vieni qui!» Sul marciapiede di fronte c'era la modesta villetta in legno di Robby e della sua petulante madre. Il bambino stava giocando fuori. Quando vide il suo idolo cominciò ad attraversare la strada con passo incerto e dondolante. «Bello woof-woof!», continuava a gridare. «Aspetta Robby!» Wolf continuò per la sua strada. Non era il momento di giocare con il più delizioso dei marmocchi. E poi vide l'auto. Era un vecchio macinino, ricoperto di etichette ancora più vecchie. E lo studente che la guidava stava evidentemente mostrando alla sua ragazza quanto corresse la sua auto per quelle deserte strade residenziali. La ragazza era bella, e chi si preoccupava di guardare se un bambino stava attraversando la strada? Robby era di fronte all'auto. Wolf balzò dritto come una pallottola. La sua traiettoria lo portò tanto vicino all'auto che sentì il calore del radiatore su un fianco. Le sue zampe anteriori colpirono Robby e lo gettarono di lato, lontano dal pericolo. Caddero a terra insieme, proprio mentre l'auto passava sopra l'ultima vertebra caudale di Wolf. La ragazza gridò. «Homer! Li abbiamo presi?» Homer non disse nulla, e il macinino rombando si allontanò. Gli strilli di Robby erano acuti. «Mi hai fatto male! Mi hai fatto male! Caaattivo woof-woof.» Sua madre apparve sulla veranda e si unì con le proprie grida di rabbia. Il chiasso era terrificante. Wolf lanciò un ululato, per renderlo perfetto e per lamentarsi della coda schiacciata. Poi corse via. Non era il momento di chiarire gli equivoci.
Ma due ritardi erano stati troppi. Robby e il poliziotto si erano rivelati i perfetti strumenti involontari di Oscar Fearing. Quando Wolf si avvicinò al piccolo bungalow di Emily, vide una grande berlina grigia parcheggiata. Sui sedili posteriori c'era una ragazza piccola e magra, e stava lottando. Perfino la velocità di un Lupo Mannaro non può eguagliare quella di un'auto. Dopo un isolato di inseguimento, Wolf rinunciò e si accucciò affannando sulle zampe posteriori. Era strano, pensò in quel momento di tensione, non essere in grado di imprecare, di aprire la bocca e mettere in movimento la lingua e... «Guai?», chiese una voce sollecita. Questa volta Wolf riconobbe il gatto. «Accidenti, sì», assentì con cordialità. «Più grossi di quanto tu possa immaginare.» «Mancanza di cibo?», domandò il gatto. «Ma quel marmocchio laggiù è bello e paffuto.» «Chiudi il becco», ringhiò Wolf. «Mi dispiace; traevo solo le debite conclusioni da quanto Confucio mi diceva sui Lupi Mannari. Non vorresti dirmi che sei altruista, Lupo Mannaro?» «Immagino di sì. So che i Lupi Mannari dovrebbero andare in giro a uccidere, ma proprio ora ho dovuto salvare una vita umana.» «Ti aspetti che io ci creda?» «È la verità.» «Ah», osservò il gatto filosoficamente. «La verità è una cosa oscura e ingannevole.» Wolfe Wolf si rizzò in piedi. «Grazie»; abbaiò. «L'hai detto.» «Detto che cosa?» «Ci vediamo dopo.» E Wolf si diresse alla massima velocità verso il Tempio della Verità Oscura. Era la possibilità migliore. Era il quartier generale di Fearing. C'erano delle probabilità che, quando non era usato per la cerimonia, fosse il rifugio della sua cricca, soprattutto da quando era stato chiuso il Consolato a San Francisco. Di nuovo una corsa folle, di nuovo saltare e salvarsi per un pelo. Ormai Wolf sapeva di essere immune alle pallottole, ma certamente non era immune agli investimenti d'auto. La coda gli faceva ancora male.
Ma doveva arrivare lì. Doveva discolparsi, continuava a ricordare a se stesso. Ma quello che pensava realmente era: Devo salvare Emily. A un isolato dal Tempio sentì il crepitio di un fucile. Colpi di pistola e, l'avrebbe giurato, anche mitragliatrici. Non riusciva ad immaginare che cosa significasse, ma continuò a correre. Poi una spider gialla lo superò e un lampo partì da uno dei suoi finestrini. Istintivamente si tuffò di lato. Si può essere immuni alle pallottole, ma non si resta immobili, ad aspettarle. La spider se ne andò, e lui stava per seguirla quando il luccichio di un metallo lucente colpì il suo sguardo. La pallottola che lo aveva mancato aveva colpito un muro di mattoni ed era rimbalzata contro il marciapiede. Brillava davanti a lui: era d'argento puro. Questo, capì immediatamente, significava la fine della sua immunità. Fearing aveva creduto alla storia di Gloria, e con la sua esperienza nelle Arti Occulte sapeva quale fosse l'arma più efficace. Una pallottola, da quel momento in poi, poteva non significare più una puntura di spillo, ma la morte istantanea. Ma Wolfe Wolf continuò ad avanzare. Si avvicinò con cautela al Tempio, nascondendosi dietro una siepe. E non era l'unico a nascondersi. Davanti al Tempio, accucciati dietro un'auto che aveva tutti i finestrini rotti, c'erano Fergus O'Breen e un gigante dalla faccia di luna piena. Ognuno di loro stringeva un'automatica, e mirava a casaccio contro l'alto edificio. L'udito acuto di Wolf afferrò le loro parole al di sopra degli scoppi delle pistole. «Gabe è dall'altra parte», stava spiegando Faccia di Luna. «Ma è inutile. Sai che cos'è quella torre? È una torretta girevole fornita di mitragliatrici. Erano pronti a qualcosa del genere. Ci sono solo due uomini là dentro, per quanto ne sappiamo, ma la torretta impedisce qualsiasi tentativo di avvicinamento.» «Solo due?», mormorò Fergus. «E la ragazza. Hanno portato la ragazza con loro. Se è ancora viva.» Fergus mirò con attenzione contro la torre, fece fuoco, e si buttò all'indietro quando una pallottola lo mancò di qualche millimetro. «L'ho mancato di nuovo! Per tutti i re che hanno governato Tara! Faccia di Luna, ci deve essere un modo di entrare dentro. Che ne dici di usare gas lacrimogeni?» Faccia di Luna sbuffò. «Pensi di farcela a colpire la feritoia di quella torretta blindata da questa
angolazione?» «Quella ragazza...», disse Fergus. Wolf non aspettò più. Quando balzò in avanti, il tiratore lo notò e deviò il tiro. Fu come una pioggia di aghi di solido acciaio. I nervi di Wolf dolevano per la fatica di rimarginare tutte le ferite. Ma almeno le mitragliatrici sparavano pallottole di acciaio. La porta principale era chiusa, ma la forza della sua spinta gliela fece sfondare e aggiunse un dolore pulsante alle altre sofferenze. La guardia al pianterreno, un individuo pallido dal pomo d'Adamo sporgente, balzò con la pistola in mano. Dietro di lui, tra cianfrusaglie del culto, tuniche cerimoniali, incensieri, libri strani, e perfino una tavola da sedute spiritiche, c'era Emily. Faccia Pallida fece fuoco. Le pallottole colpirono Wolf in pieno petto e per un attimo si aspettò di morire. Ma anche quello era acciaio, e lui balzò in avanti. Non fu il solito balzo potente. La sua forza era quasi esaurita. Aveva bisogno di stendersi sulla terra fresca e lasciare che i suoi nervi riposassero. Il salto fu sufficiente solo ad afferrare la sua preda, non ad abbatterla. L'uomo capovolse la sua inutile automatica e colpì il cranio dell'animale con il calcio. Wolf indietreggiò, perse l'equilibrio, e cadde a terra. Per un momento non riuscì ad alzarsi. Era così forte la tentazione di restare disteso e... La ragazza si mosse. Con le mani legate afferrò un angolo della tavola da spiritismo. In qualche modo, riuscì ad alzarsi con le caviglie legate e alzò le braccia. Proprio mentre Faccia Pallida si avventava contro il lupo disteso, lei abbassò la pesante tavola. Wolf era di nuovo in piedi. Avvertì una tentazione fortissima. I suoi occhi fissarono la sporgenza di quel pomo d'Adamo, e la sua lingua leccò le mandibole. Poi sentì la mitragliatrice sparare dalla torretta, e si allontanò dal corpo incosciente di Faccia Pallida. Una scala a pioli è difficile da salire per un lupo, quasi impossibile. Ma se usa il muso per afferrarsi al piolo più sopra e tirarsi su, ce la può fare. Era a metà strada lungo la scala, quando il tiratore si accorse di lui. Il fuoco della mitragliatrice fu interrotto, e Wolf sentì una bella bestemmia tedesca: automaticamente riconobbe che si trattava di un dialetto prussiano orientale con possibili influenze lituane. Poi vide il tiratore, un uomo biondo col naso rotto, che guardava nel pozzo delle scale. Le pallottole dell'altro uomo erano d'acciaio. Perciò queste dovevano es-
sere quelle d'argento. Ma era troppo tardi per tornare indietro ormai. Wolf strinse tra i denti il piolo successivo e si issò mentre la pallottola colpiva il suo muso e vi passava attraverso. Gli occhi del biondo si spalancarono mentre faceva fuoco e Wolf saliva un altro piolo. Dopo il terzo, l'uomo si allontanò precipitosamente dall'apertura. Da sotto continuavano a risuonare colpi, ma il tiratore non li restituiva. Si immobilizzò contro la parete della torretta guardando inorridito il lupo emergere dal vano delle scale. Wolf si fermò e cercò di trattenere il fiato. Era spossato per la fatica e lo stress, ma quell'uomo doveva essere vinto. Il biondo alzò la pistola, mirò con attenzione e fece fuoco ancora una volta. Restò immobile per un terribile istante, fissando quel lupo immortale. Ricordò i racconti di sua nonna e capì che cosa fosse. Poi strinse i denti intorno alla canna dell'automatica e fece fuoco di nuovo. Wolf non aveva mai mangiato con il suo corpo di lupo, ma il cibo veniva trasferito dallo stomaco umano a quello del lupo. E ce n'era abbastanza da fargli venire la nausea. Scendere lungo la scala era impossibile. Saltò. Non aveva mai sentito niente a proposito dell'atterraggio di un lupo sulle zampe, ma sembrò funzionare. Trascinò il suo corpo indebolito e ammaccato verso il punto dove sedeva Emily, accanto a Faccia Pallida ancora svenuto: la donna stringeva la sua automatica scarica. Sussultò quando il lupo le si avvicinò, come se fosse incerta se si trattasse di un amico o di un nemico. Il tempo era poco. Con la mitragliatrice ferma, Fergus e i suoi compagni potevano fare irruzione nel Tempio da un momento all'altro. Wolf si guardò rapidamente intorno e trovò il disco della tavola da spiritismo. Spinse il pezzo di legno sulla tavola e cominciò a muoverlo intorno con una zampa. Emily guardava attenta e perplessa: «A», disse a voce alta. «B... S...». Wolf finì la parola e si spostò in modo da stare accanto a una delle tuniche cerimoniali. «Stai cercando di dire qualcosa?», disse Emily, aggrottando la fronte. Wolf dimenò la coda per assentire e ricominciò. «A...», ripeté Emily. «B... S... A... R...» Wolf sentiva già il rumore dei passi che si avvicinavano. «...K... A... Che diavolo significa. Absarka...» L'ex professore Wolfe Wolf avvolse in fretta il suo corpo umano nudo nel manto della Verità Oscura. Prima che lui o Emily capissero che cosa stesse accadendo, l'aveva stretta tra le braccia, l'aveva baciata con un'espressione di gratitudine assoluta, ed era svenuto.
Anche il naso umano di Wolf poteva dire, quando egli si svegliò, che si trovava in un ospedale. Il suo corpo era ancora floscio ed esausto. L'escoriazione sul collo, nel punto in cui il poliziotto gli aveva tirato i peli, gli faceva ancora male e c'era un bernoccolo dove l'aveva colpito il calcio della pistola. La sua coda, o dove era stata la sua coda, gli mandava fitte acute, quando si muoveva. Ma le lenzuola erano fresche, lui si stava riposando, ed Emily era salva. «Io non so come siate entrato lì dentro, Mr. Wolf, né che cosa abbiate fatto, ma voglio che sappiate di aver reso al vostro Paese un servizio di grande valore.» Era il gigante con la faccia di luna piena che stava parlando. Anche Fergus O'Breen era seduto accanto al letto. «Congratulazioni, Wolf. E non so se il medico approverebbe, ma ecco.» Wolfe Wolf bevve con gratitudine il whisky e guardò con espressione interrogativa il gigante. «È Luna Lafferty», disse Fergus. «Un agente dell'FBI. Mi ha aiutato a trovare le tracce di quella banda di spie da quando ho avuto i primi sospetti.» «Li avete presi... tutti?», chiese Wolf. «Abbiamo acchiappato Fearing e la Garton in albergo», ruggì Lafferty. «Ma come... io pensavo...» «Voi pensavate che fossimo sulle vostre tracce?», rispose Fergus. «Quella era un'idea di Gloria Garton, ma io non ci sono cascato. Vedete, avevo già parlato con la vostra segretaria. Sapevo che era Fearing che lei aveva voluto vedere. E quando ho preso informazioni su Fearing, e sono venuto a sapere del Tempio e delle ricerche nel campo della Difesa di alcuni dei suoi membri, l'intero quadro si è chiarito.» «Un lavoro meraviglioso, Mr. Wolf», disse Lafferty. «Ogniqualvolta possiamo fare qualcosa per voi... E il modo in cui siete entrato in quella torretta... Be', O'Breen, ci vediamo dopo. Devo andare a occuparmi degli arrestati. Vi auguro una piacevole convalescenza, Wolf.» Fergus aspettò che il G-man lasciasse la stanza. Poi si sporse sul letto e chiese confidenzialmente: «E allora, Wolf? Tornerete alla vostra carriera di attore?». Wolf restò a bocca aperta. «Quale carriera di attore?» «Avete ancora intenzione di fare la parte di Tookah? Sempreché la Me-
tropolis voglia girare Zanne con Miss Garton in una prigione federale.» Wolf era senza parole. «Che assurdità...» «Su, Wolf. È chiaro che ne so abbastanza. Potete anche raccontarmi tutta la storia.» Ancora stupefatto, Wolf raccontò tutto. «Ma come avete fatto a capirlo?», concluse. Fergus sogghignò. «Guardate, Dorothy Sayers dice da qualche parte che in un libro poliziesco l'elemento soprannaturale può essere introdotto solo per essere chiarito. Certo, è un'ottima osservazione. Ma nella vita reale ci sono delle situazioni in cui l'elemento soprannaturale non può essere chiarito. E questa era una situazione del genere. C'erano le vostre sopracciglia e le dita, c'erano i poteri magici reali del vostro amico. C'erano dei movimenti che nessun cane poteva compiere senza segnali. C'erano quegli altri cani che guaivano e si accucciavano. Ho la testa dura, Wolf, ma sono irlandese. Sono un materialista, ma troppe coincidenze sono troppe.» «Anche Fearing lo credeva», rifletté Wolf. «Ma c'è una cosa che mi preoccupa: se hanno usato una volta una pallottola d'argento contro di me, perché tutte le altre erano di piombo? Perché sono stato al sicuro da allora in poi?» «Be'», disse Fergus, «ve lo dirò io. Non sono stati "loro" a sparare quella pallottola d'argento. Vedete Wolf, fino all'ultimo minuto, ho pensato che eravate dalla "loro" parte. Io, in qualche modo, non associavo il bene ai Lupi Mannari. Perciò ho preso uno stampo da un armaiolo, ho fatto visita a un gioielliere e... sono felice di avervi mancato», aggiunse sinceramente. «Siete felice!» «Ma certo! Prima di tutto, una domanda. Avete intenzione di tornare a recitare? Se la risposta è negativa, ho un suggerimento.» «Qual è?» «Avete detto che avete pensato a come sfruttare commercialmente il fatto di essere un Lupo Mannaro. Bene. Siete forte e veloce. Potete terrorizzare un uomo fino a spingerlo al suicidio. Riuscite a origliare delle conversazioni che nessun orecchio umano riuscirebbe a sentire. Siete invulnerabile alle pallottole. Volete dirmi quali doti migliori può avere un G-man?» Wolf stralunò gli occhi. «Io? Un G-man?» «Luna mi diceva di quanto abbiamo bisogno di nuovi uomini. Di recente hanno cambiato delle disposizioni, cosicché la vostra conoscenza delle lin-
gue sostituirà la specializzazione in legge o in ragioneria che richiedevamo da tempo. E, dopo quello che avete fatto oggi, non ci sarà nessun problema per quello scandaletto accademico nel vostro passato. Luna vi apprezza molto.» Wolf era senza parole. Solo tre giorni prima si tormentava perché non era né un attore né un G-man. Ora... «Pensateci», disse Fergus. «Lo farò. Lo farò veramente. Oh, e ancora un'altra cosa. Avete trovato tracce di Ozzy?» «Nemmeno una.» «Mi piaceva quell'uomo. Devo cercare di trovarlo e...» «Se è veramente un Mago, come io ritengo, è rimasto lassù solo perché gli piace.» «Non so. La magia è complicata. Iddio sa se non l'ho imparato. Farò tutto quello che potrò per quel vecchio collega dalla barba a frangia.» «Buona fortuna. Posso far entrare un altro ospite?» «Chi è?» «La vostra segretaria... È qui per lavoro, senza dubbio.» Fergus scomparve con discrezione dopo aver introdotto Emily. Lei si avvicinò al letto e prese una mano di Wolf. Gli occhi di lui si riempirono della sua semplicità tranquilla, affascinante, e la sua mente si chiese quale capriccio di un'adolescenza in ritardo l'avesse fatto cadere vittima della bellezza vistosa di Gloria. Restarono in silenzio a lungo. Poi, contemporaneamente, tutti e due sorrisero: «Come posso ringraziarti? Mi hai salvato la vita.» Wolf rise. «Non litighiamo. Diciamo che abbiamo salvato le nostre vite.» «Che cosa vuoi dire?», chiese Emily con serietà. Wolf le strinse la mano. «Non sei stanca di essere la moglie di tutto l'ufficio?» Nel bazar di Darjeeling, Chulundra Lingasuta guardava la sua corda con stupore. Il giovane Ali vi si era arrampicato solo cinque minuti prima, ma quando era disceso era cinquanta chili più grosso e portava una strana barbetta a frangia. LOUP-GAROU Loup-Garou
di Manly Banister Weird Tales, maggio 1947 Ciò che sto per raccontarvi accadde - o non accadde affatto, se preferite non credermi - circa un secolo fa. Riguarda un alto funzionario della Repubblica Francese di nome Hubert de Montreuil, e la vicenda si svolse nel Distretto di... ma il nome non importa, e del resto oggi quel paese è un luogo come tutti gli altri. Per capire Hubert, dovete sapere un paio di cose sul suo ambiente e sulla sua provenienza. Era nato in una famiglia della nuova borghesia napoleonica, ed era cresciuto nella rumorosa e confusionaria Parigi di quell'epoca. Da ragazzino era stato un vero e proprio discolo, ricco e viziato ma sempre pronto a fare a botte coi compagni per la strada e, non di rado, si era fatto buttare fuori dalla scuola per aver compiuto qualche mascalzonata. Il terreno in cui preferiva espandere la sua personalità non erano certo i salotti della capitale, che non gli sarebbero stati preclusi, bensì gli agitati quartieri popolari dove il suo carattere ferino aveva agio di sbizzarrirsi e trovare sfogo. All'età di vent'anni era un giovane alto, bruno, con occhi penetranti e una piega insolente delle labbra, magro e svelto come un lupo. Aveva una mente pronta, intelligente quanto scaltra e, poiché era ambizioso, non di rado metteva da parte ogni scrupolo pur di combinare un buon affare. Fu a quell'età che si rese conto dove una persona in gamba poteva trovare il denaro più facile: nelle cariche pubbliche, e in specie quelle che comportavano molti poteri e pochi controlli da parte dell'autorità centrale. Accentrò dunque le sue ambizioni sulla possibilità di diventare Prefetto in qualche cittadina della prospera provincia e, tanto tormentò i suoi genitori per avere denaro e sempre più denaro, che infine li ridusse alla rovina e col cuore spezzato. Ambedue morirono prematuramente quando lui non era ancora trentenne. Hubert non se ne dispiacque troppo. Era uno di quegli spiriti che, pur senza vera malvagità, riescono a prosperare sulle sfortune altrui. In dieci anni -quei dieci anni che gli occorsero per trascinare alla tomba i genitori aveva completato i suoi studi con risultati brillanti: dapprima la Facoltà di Legge, poi la Sorbona, la Scuola del Ministero degli Affari Pubblici, e quindi l'iscrizione al collegio degli Alti Magistrati. Strinse contatti preziosi, tessé la sua tela, elargì grosse somme di denaro per ungere le ruote opportune, e riuscì a diventare Prefetto di una Provincia.
Non era una carica dappoco, ai tempi in cui la Repubblica muoveva i suoi primi passi, e comportava in pratica l'autorità assoluta su una piccola fetta del territorio francese. Avendola raggiunta a soli trent'anni, Hubert fu un po' il ragazzo prodigio di quei giorni, anche se la più parte del merito l'ebbero le bustarelle che elargì e un certo numero di manovre astute. Hubert, tuttavia, intraprese i suoi doveri di alto magistrato con molta serietà. Una cosa bisognava dire di lui: non si considerava arrivato a un traguardo, bensì a un punto di partenza per nuovi sogni e obiettivi. In altre parole, per proseguire la scalata sociale, gli occorreva ancora denaro. La cittadina di Aubrecourt era simile a molti centri abitati di quell'epoca; tranquilla e pittoresca, sarebbe apparsa staccata dal resto del mondo se non fosse stato per il fiorire delle attività commerciali. Occupava il centro di una vallata ed era cinta da boschi verdeggianti. Le colline che la orlavano facevano parte di una terra antica, dove la gente dava credito a leggende e superstizioni di stampo medievale e, prima che la Pulzella d'Orléans ripulisse l'atmosfera con il fulgore della sua spada liberatrice, nella zona si erano verificati i più orridi episodi di caccia alle streghe. Il Palazzo destinato alla Prefettura sorgeva proprio su una di quelle colline, e sembrava sovrastare Aubrecourt come il castello di un Barone. Dalle sue finestre severe e poco ornate si poteva spaziare con lo sguardo sull'intera cittadina dai tetti rossi, e nei giorni sereni era visibile il Lac de Lune, dove d'estate si poteva fare il bagno e d'inverno pattinare sul ghiaccio. La vita dei cittadini di Aubrecourt era pacifica e serena, imperniata sulle molte allegre festività francesi e più agiata che altrove. Ai piedi delle colline c'erano fattorie ricche e ubertose, nel circondario erano state scavate miniere, e in paese il commercio prosperava. In un ambiente del genere, una mente accorta come quella di Hubert de Montreuil non faticò troppo a scovare occasioni di far quattrini. I ricconi della zona erano sotto il suo controllo: non gli restava che allungare le mani e mungere quelle vacche grasse e piene di latte. Al suo arrivo nel palazzo vi si installò alla grande. Prima della Rivoluzione era stata la dimora di un favorito della Corte, ma poi i vandalismi e i saccheggi l'avevano ridotto male e necessitava di riparazioni. Hubert mise all'opera un esercito di lavoranti, che pagò con l'unica moneta che era disposto a pagare: promesse di favori, di esenzioni dalle tasse: insomma tutto, salvo che denaro. A suo onore va detto che mantenne scrupolosamente ciò che aveva promesso, tuttavia lui era un esperto nel dare con una mano e riprendere con l'altra, e la gente di Aubrecourt non poté impedirgli di
riempirsi le tasche con mille diversi - e legalissimi - espedienti. Il suo palazzo, circondato da giardini e fontane, tornò ai fasti del secolo precedente. Cinque anni più tardi i proprietari terrieri erano sull'orlo della rovina, e così anche i mercanti, i proprietari di miniere e gli affaristi d'altro genere. In paese stagnava il malumore. A Hubert la situazione apparve seccante, dato che contava sulle percentuali dei guadagni di quella gente, e inoltre cominciava a sentire puzzo di aperta ribellione. Fu una fredda e piovosa notte d'Aprile che una carrozza entrò cigolando dal portale di pietra, fermandosi nel cortile del palazzo. Dal veicolo scese pesantemente Pierre de Cardinois, il Commissario di Polizia. Era un individuo obeso, che camminava sbuffando e, di solito, la sua faccia mostrava chiazze rosse causate dal vino che tracannava a litri. Ma ora le sue guance erano grigie e, quando riferì il motivo della sua venuta, sbuffava per lo spavento. «Signor Prefetto, quello che devo riferirvi è molto preoccupante. Chiedo di poter...», s'interruppe, col fiato mozzo. «Chiedo di poter riunire la milizia e...» Hubert de Montreuil sbatté sul tavolo il boccale da cui stava bevendo. I suoi mustacchi accuratamente impomatati fremettero. «Que diable! Non ci sarà per caso una rivolta popolare?» «Mais non», si affrettò a tranquillizzarlo il Commissario. Si asciugò il sudore con un fazzoletto. «No, sebbene solo Iddio sappia perché i proprietari non si ribellino. La cosa è più grave ancora.» Hubert s'appoggiò allo schienale della poltrona e sbuffò. «Più di una rivolta? Pierre, tu sei ubriaco. Qualunque cosa non sia una sommossa popolare, non ci fa un baffo. Dal punto di vista legale non stiamo certo derubando la brava gente del paese, ma ci sono alcuni sporchi calunniatori che mi accusano di spremerli come limoni, e credo che dovrò usare la mia autorità per far sentir loro la dura mano della giustizia. Allora, sentiamo, qual è il problema?» Pierre rabbrividì. «Un loup-garou! Nei boschi c'è un Lupo Mannaro. Fin da quest'inverno la gente lo mormora. Si dice che sia venuto giù dalle montagne e che ora vaghi per le colline, cette bien du diable.» Hubert spazzò via il boccale dalla tavola, mandandolo a fracassarsi in un angolo del salone. «Stupidaggini, Pierre. Controsensi, vecchie superstizioni buone per gli allocchi. È solo per dirmi questo che sei venuto fin qui sotto l'acquazzone?» Pierre de Cardinois strinse le labbra, ergendosi indignato. «Ma è la veri-
tà, Monsieur, lo giuro. Appena mezz'ora fa ho visto con questi occhi il corpo della povera vecchia che...» «E ti sei spaventato, credendo che una vecchia fosse diventata un loupgarou?», ringhiò Hubert. «Non lei, Monsieur. La vecchia è la vittima del mostro.» Per quanto navigato fosse, anche Hubert aveva nel profondo del suo intimo qualche timore superstizioso. Sbuffò più volte, infine si alzò. «Suppongo che dovrò mostrarmi alla plebe. Aspetta che mi vesta, e poi mi porterai a vedere questo spiacevole spettacolo.» Quando i due uomini uscirono dal portone e salirono sulla carrozza stava piovendo a catinelle, e nel cortile l'acqua ruscellava sul selciato. «Frusta i cavalli!», ordinò il Commissario al vetturino. Il veicolo si avviò sotto la pioggia scrosciante, cigolando faticosamente e con le ruote che affondavano nella melma. Mentre scendevano dalla collina il Prefetto mantenne un cupo silenzio. Fu solo dopo aver attraversato il paese, allorché la vettura si addentrò nella boscaglia per una stradina secondaria, che Pierre de Cardinois osò osservare: «C'è un gruppetto di paesani e di contadini che sorvegliano il corpo dell'uccisa. Hanno delle lanterne. Dovremmo vedere la luce fra poco». Circa un chilometro più avanti, nel folto della boscaglia, trovarono una dozzina di contadini radunati al riparo della chioma di un albero. Ciascuno aveva una lanterna, e somigliavano tanto a una frotta di lucciole spaurite che, nel vederli, il Prefetto ridacchiò. Il loro spavento era comunque evidentissimo. Gettavano nel buio occhiate colme di timore arcano e, quando Hubert scese dalla carrozza intabarrato nell'ampio impermeabile nero, sbarrarono gli occhi come dinanzi a una figura demoniaca. Fu necessario prenderli a male parole perché si decidessero a scortarli dove giaceva il cadavere. Mamma Vasinois, questo il nome con cui la donna era conosciuta in paese, quel pomeriggio si era recata a far visita alla moglie del guardacaccia, e aveva lasciato l'abitazione di costui dopo il tramonto prendendo una scorciatoia per l'abitato. Uno dei presenti si presentò come suo figlio e, con voce rotta, spiegò d'essersi messo in cerca della donna dopo cena, preoccupato del suo ritardo. Hubert non aveva certo lo stomaco delicato ma, nell'esaminare ciò che restava della donna, i suoi sensi vacillarono. Il fango su cui la pioggia tempestava era rosso di sangue, e costellato da frammenti di carne umana. Un braccio e una gamba della sventurata mancavano, e l'intestino le era
stato strappato dal ventre e sparso fra i rovi. Sul volto e sul torace presentava coppie di lacerazioni lasciate da zanne che avrebbero potuto benissimo appartenere a un grosso lupo. «La pioggia ha cancellato le tracce, signor Prefetto», disse il Commissario. «Ma un'ora fa ho potuto vederle io stesso. Orme di lupo, più larghe del palmo d'una mano.» «Vraiment?», sbottò Hubert. «Ma a mio avviso è stato un comune lupo, o un grosso cane inselvatichito. Mi meraviglia molto che voi, Pierre, lasciate circolare stupide storie di Lupi Mannari. Stenderete il verbale dando una versione meno fantasiosa, e provvederete che in paese non si spargano dicerie infondate. È un ordine.» Si rivolse ai presenti. «A cercare quell'animale penserà il guardacaccia. Ora ricomponete i resti della vittima, e che abbia cristiana sepoltura. Non state lì come idioti. O... avete paura che il Lupo Mannaro torni a mordervi il sedere?» Rise seccamente delle loro espressioni. «Non, Monsieur. Il loup-garou non tornerà più per questa notte», disse un contadino. «La pioggia... l'acqua corrente, capite? Essa fa tornare il lupo nella sua forma umana. Ma ci saranno altre notti di luna piena, e altre vittime. Chi può dire da dove viene quella bête du diable? Potrebbe essere chiunque... perfino uno di noi!» Hubert lo afferrò per il petto, imprecando rabbiosamente. «Saligaud! Non ti ho appena detto che non voglio sentire chiacchiere di Lupi Mannari, imbecille? Mettetevi al lavoro, adesso, cialtroni superstiziosi.» Detto ciò si voltò e tornò al riparo nell'interno della carrozza, seguito dal corpulento e sbuffante Pierre de Cardinois il cui impermeabile grondava acqua come una fontana. Alla luce debole della lanterna il volto dell'uomo appariva pallido e molliccio, alterato dallo spavento e, nel fissarlo, Hubert sbuffò. Batté il bastone da passeggio sul soffitto del veicolo. «A palazzo!», ordinò al vetturino. L'uomo fece voltare i cavalli sulla stretta stradicciola e, dopo quella faticosa manovra, li spronò di nuovo verso Aubrecourt. «Mamma Vasinois era molto conosciuta in paese», mormorò il Commissario di lì a poco. La sua voce si udì appena, nel tamburellare della pioggia sul tettuccio a cui si aggiungevano gli altri cigolii della vettura. Il Prefetto non replicò. Aveva lo spiacevole sospetto che non fosse stata una bestia qualsiasi a devastare in quel modo orrendo il corpo della vecchia. Era stata aggredita da una furia selvaggia, da qualcosa che voleva vedere sangue e carni dilaniate, e non da un animale spinto dalla fame. E
questo avvalorava l'ipotesi dei popolani perché, secondo le leggende, era proprio così che si sarebbe comportato un loup-garou. Tuttavia lui aveva il preciso dovere di non lasciar dilagare il panico, rifletté, e dunque aveva fatto bene a comportarsi con durezza. Il popolino andava tenuto in riga. In quel momento la carrozza si fermò d'improvviso. «Holà, que va donc?», gridò il vetturino. Si voltò. «C'è qualcuno. Non riesco a vedere molto bene, ma mi sembra un corpo steso a terra. Per poco i cavalli non lo calpestavano.» Il Prefetto si riallacciò l'incerato e aprì lo sportello con un borbottio. Quando fu sceso, scorse quella che senza dubbio era una forma umana, poco più avanti, distesa nel fango e il timore di ritrovarsi dinanzi a uno spettacolo come quello di poco prima, lo fece rabbrividire. Si fece porgere la lanterna dal Commissario e oltrepassò i cavalli, alzandola per illuminare il corpo. Era una giovane donna dai capelli rossi, completamente nuda e, all'apparenza, eccezionalmente bella. Pur sporca di fango da capo a piedi, graffiata e inzuppata, le sue forme apparivano stupende. Era svenuta, pallidissima, e il suo corpo non recava traccia di ferite evidenti. Già prima di chinarsi su di lei, Hubert de Montreuil ne era stato così colpito che seppe d'essersene innamorato all'istante e perdutamente. Con un ansito depose la lanterna, quindi la sollevò fra le braccia e la portò nella carrozza. La sua voce era rauca per l'ansia, quando ordinò al vetturino di portarli subito a casa dell'unico farmacista del paese. Il padrone della farmacia era un medico-dentista anziano che soleva andare a letto presto. Svegliato dal frenetico bussare alla porta, ciabattò giù per la scala borbottando imprecazioni ma, nel vedere chi erano i visitatori, tacque e si mise all'opera per rianimare la giovane donna. Dopo avere controllato le sue condizioni, provvide ad asciugarla, la mise a letto ben coperta e le somministrò uno stimolante. Quelle cure ebbero l'effetto di farle riprendere colore. Alla luce della candela Hubert vide che respirava come in un sonno tranquillo, e ne provò immenso sollievo. «Helàs, la pauvre», commentò il medico. «Comunque le sue condizioni non sono preoccupanti. Direi che una buona nottata di sonno la rimetterà in sesto.» «Ma cosa può esserle successo? Cosa può averla fatta cadere svenuta, e senza le vesti, sulla strada del bosco? Mezz'ora prima siamo passati di là, e non c'era.»
«Chi può dirlo, Monsieur?» Il medico si strinse nelle spalle. «La fanciulla ha sofferto una forte emozione, o così sembra. Ma non sono in grado di rispondere alle vostre domande.» «E non risponderete alle domande di nessun altro.» Hubert gli diede un'occhiata glaciale. «Voglio che questa faccenda rimanga segreta. Intesi?» L'uomo s'inchinò servilmente. «Mais certainement, signor Prefetto. Nessuno udrà un sussurro dalle mie labbra. Oh... grazie. Troppo generoso, Eccellenza.» E intascò la somma che Hubert gli dava. «Ora datemi una mano a metterla sulla carrozza. La porterò a palazzo.» I tre uomini avvolsero la ragazza addormentata in numerose coperte, e con cautela la sistemarono nella vettura. Quella notte Hubert de Montreuil dovette sembrare un invasato ai membri del suo personale. Appena giunto alla lussuosa residenza, buttò l'intera servitù giù dal letto, mandò a chiamare il suo medico personale, e fece subito preparare l'appartamento di fronte al giardino dell'ala est per il soggiorno della giovane donna. La depose sul grande letto a baldacchino con le sue stesse braccia, mentre lei era ancora inconscia, rigido per l'emozione alla vista dei suoi splendidi seni che si alzavano e abbassavano al ritmo del respiro. Al termine di quell'agitazione rimandò tutti a letto, spedì via il Commissario, e sedette su una poltroncina per sorvegliare coi suoi stessi occhi il sonno della bellissima sconosciuta dai capelli rossi. Che gli stava accadendo? Lui era incapace di tradurre in parole la violenza dei suoi sentimenti. E violenti lo erano, perché in quale altro modo un uomo che aveva vissuto come lui poteva vivere quella nuova passione? La dolcezza e la tenerezza gli erano estranee per natura, e l'amore esplodeva in lui come un nubifragio o un terremoto. E, insieme all'amore, ora conosceva la paura: era assillato dal pensiero che la ragazza messa sulla sua strada dal destino potesse non sopravvivere, e si smarriva all'idea di perderla prima d'averla davvero trovata. Restò seduto accanto a lei per tutta la notte, tormentandosi nervosamente i baffi, senza neppure il coraggio di sfiorare le sue mani abbandonate sulle coltri. Nello stesso tempo era divorato dal desiderio di chinarsi su di lei, di baciare quella gola vellutata, le labbra turgide, il volto cesellato nell'alabastro, e si sentiva in preda a uno sconvolgimento dell'anima che gli toglieva le forze. All'alba la giovane donna si svegliò. Aprì gli occhi serenamente, esaminando il luogo in cui si trovava come se non si stupisse affatto d'essere lì.
Si stiracchiò e si alzò a sedere, incurante che le coltri le scivolassero giù dalle spalle rivelando la perfezione dei suoi seni. Poi osservò Hubert con indifferenza, per nulla contrariata o imbarazzata. L'uomo era balzato in piedi. Scacciando la sonnolenza, le prese una mano. «Mademoiselle!», esclamò. «Non alzatevi, ve ne prego. Restate distesa e non fate sforzi. Siete stata molto male.» La ragazza lasciò che egli la cingesse con un braccio per farla distendere, e sollevò verso i suoi, due occhi blu come laghetti di montagna. A dispetto del suo ferreo autocontrollo, Hubert non poté fare a meno di contemplare con bramosia la meravigliosa nudità di lei. Ma d'un tratto nel suo sguardo vi fu un lampo stupito: giusto sul seno destro di lei c'era un piccolo tatuaggio, che risultava azzurro sulla pelle nivea. Era una parola, un nome: Clarisse. «Clarisse!», sussurrò Hubert. E si chinò per baciare il tatuaggio. La ragazza si scostò subito, tirandosi la coperta sul petto. «Chi devo ringraziare per esser stata soccorsa, Signore?», chiese con calma. Lui s'affrettò a cancellarsi dalla faccia l'espressione rapita e si raddrizzò, quindi si presentò compitamente, ignorando la stanchezza e la schiena che gli doleva per la notte trascorsa a sedere. «Consideratevi mia graditissima ospite, Mademoiselle», concluse. «Nel frattempo sarà mio dovere informare debitamente i vostri familiari. Vi prego di dirmi il vostro nome, cosicché io possa mettermi in contatto con loro.» Nei grandi occhi di lei parve passare un'ombra. «Io... non so se ho genitori o parenti. Non lo so. Non ricordo nulla», ansimò. «Sto cercando di rammentare, ma è come se il mio passato fosse nascosto da un'immensa nebbia. Dentro la mia mente vi è solo nebbia, Signore!» Hubert de Montreuil si sentì salire alle labbra un sorriso soddisfatto, e non tentò neppure di mascherarlo. Si arrotolò i baffi con mano che tremava. «Ah, quel dommage! Un vero peccato, Mademoiselle, che lo shock subito vi abbia provocato un'amnesia. Comunque il vostro nome di battesimo lo conosciamo. Farò per voi quel che sarà in mio potere. E ora riposate.» Con quella frase Hubert indietreggiò verso la porta e uscì discretamente. Sapeva che non sarebbe stato saggio cercare di farle la corte in modo troppo frettoloso: ci sarebbe stato tutto il tempo, più tardi. Ma nei giorni successivi non ebbe modo di condurre quella faccenda amorosa come avrebbe voluto. Mademoiselle Clarisse gli permise di rifornirla con vesti eleganti, gioielli e biancheria finissima, però il suo contegno
si rivelò più riservato del previsto, addirittura freddo, e le galanterie di Hubert caddero nel vuoto. Di fronte alla cortese indifferenza di colei che agognava fare sua sposa, egli dovette riconoscere che le sue manovre di seduzione erano inutili. Alla sera la giovane donna si ritirava nel suo appartamento, chiudeva a chiave - come le mani di Hubert accertarono deluse - e, dopo il tramonto, non si lasciava vedere né da lui né dalla cameriera. In quelle occasioni Hubert si riduceva a passeggiare sospirando nel giardino, sotto le finestre di lei. Immancabilmente le vedeva chiuse e buie e, tendendo le orecchie, non udì mai il più piccolo rumore provenire dall'interno. Per quel che ne sapeva, magari la ragazza appena entrata in camera sua spegneva il candelabro, si sedeva dietro il davanzale e osservava il suo malinconico agitarsi ridendo di lui. Il pensiero della sua freddezza lo faceva impazzire. Trascorsero a quel modo i giorni e le settimane. Una mattina, di buon'ora, il Commissario Pierre de Cardinois giunse sul suo calessino, attraversò il cortile a passi tanto veloci per quanto glielo permetteva la sua mole, e disse ansante al maggiordomo che voleva parlare subito al Prefetto. Hubert dormiva ancora, e uno dei servi dovette svegliarlo. Seccato e mugugnante, indossò una veste da camera e scese nel salone, già preparandosi a dare una lavata di testa al Commissario per quell'improvvisata troppo mattiniera. Ma l'uomo gli corse incontro agitatissimo. «Monsieur, bisogna assolutamente fare qualcosa!», esclamò. «Vi ho scongiurato di radunare la milizia, e ora devo domandarvelo ancora. Io...» Hubert lo scostò irosamente. «Tonnerre de Dieu! Si può sapere cosa vi sconvolge tanto, Pierre?» Gli occhi dell'altro sporgevano dalle orbite. «Il Lupo Mannaro ha ucciso ancora, questa notte. Non ci sono dubbi. Tre morti. La prima vittima è stata una giovane donna, che col figlioletto stava andando da una parente per avere del latte. È impossibile stabilire quali frammenti di carne appartengano alla madre e quali al bambino.» Parve vacillare e si umettò la lingua con le labbra. «E dopo di loro il figlio del mugnaio Lafitte, scannato mentre tornava a casa dall'abitazione della fidanzata, dove aveva cenato.» Hubert de Montreuil fece udire un'imprecazione selvaggia. Per lui l'esistenza di un loup-garou non era un fatto orribile: era un fatto inaccettabile, incredibile, frutto dell'idiozia altrui. Fu sul punto di insultare irosamente il Commissario, ma si trattenne. Dopotutto quegli omicidi potevano avere
benissimo un colpevole umano, cosicché era necessario svolgere un'indagine. «Era luna piena, Monsieur. Come la notte in cui è stata uccisa Mamma Vasinois.» «Ah, sì? Molto bene, Pierre», disse con calma forzata. «Quand'è così, metto la faccenda nelle tue mani. Indaga, prendi tutte le misure che ritieni opportune. Ma tieni i piedi poggiati a terra, mon vieux. Non voglio torme di contadini pronte a linciare un disgraziato colpevole solo d'aver una faccia lupina. Guai, se al Ministero degli Interni giungessero voci simili. Voglio un assassino, con tanto di prove irrefutabili.» La cittadina e il circondario erano in fermento, ma i giorni trascorsero senza che si trovasse una sola traccia del colpevole. La milizia che Pierre de Cardinois mise insieme era un gruppo di paesani armati nei modi più disparati, e costoro rastrellarono inutilmente i campi e i boschi. Ogni forestiero di passaggio fu fermato e interrogato. Ci furono dei pestaggi, e un paio di volte qualcuno rischiò d'essere linciato soltanto per esser stato visto aggirarsi nell'oscurità. Mentre la successiva luna piena si andava avvicinando, sul paese cominciò a stagnare un'atmosfera pesante. Gli uomini si guardavano fra loro con sospetto, il vicino spiava il vicino, l'ostilità e la paura aumentavano. In quanto a Hubert de Montreuil, i doveri d'ufficio e tutto ciò che lo teneva lontano da Mademoiselle Clarisse gli riuscivano ormai insopportabili. Ogni minuto libero lo trascorreva con lei, sulla terrazza, oppure a passeggio fra le fontane del giardino. Le parlava con passione, la corteggiava vivacemente, le dichiarava il suo amore in termini vibranti e ispirati. Il solo risultato di ciò fu che la giovane donna divenne sempre più riservata e introversa. Sebbene s'intrattenesse con lui per ore e ore con apparente docilità, era distaccata e silenziosa come se i suoi discorsi le entrassero da un'orecchio per uscire dall'altro. E quando Hubert nel suo trasporto le chiedeva una risposta, lei si limitava a sorridergli con blanda simpatia, cosa che finiva con l'ammutolirlo. Una sera al tramonto, dopo che Clarisse si fu ritirata nel suo appartamento, Hubert si attaccò alla bottiglia e bevve con la foga di un carrettiere desideroso solo di stordirsi. Depresso e furioso imprecò fra i denti, e sollevò un pugno al soffitto in direzione della camera di lei maledicendola con parole crude. Non sapeva più se l'amava o la odiava, sapeva solo che non poteva starle lontano. Da lì a poco, mezzo ubriaco, sbatté via il boccale e si aggrappò alla ba-
laustra del grande scalone ricurvo, salendo fino alla camera di lei. Bussò alla porta, la chiamò con voce rotta e la supplicò di aprire, ma dall'interno non gli giunse alcuna risposta. Dopo alcuni minuti, preoccupato da quel silenzio, chiamò un paio di servitori e ordinò loro di spaccare la serratura, quindi spalancò il battente. Nella vasta camera non si udiva neppure il ronzio d'una mosca, e l'oscurità era assoluta sebbene dalla finestra spalancata entrasse il debole lucore della luna. Mentre i fumi della sbronza lo abbandonavano, Hubert mandò via i servi e avanzò di un passo, scrutando verso il letto immerso nell'ombra. Attese qualche istante, incerto. «Clarisse», mormorò. «Sei sveglia, vero?» Non vi fu risposta. «Clarisse, scusami. Per l'amor di Dio, dimmi qualcosa. Ho bisogno di parlare con te.» L'unico rumore che udì fu il fruscio del vento, che agitava le tende ai lati della finestra. Hubert si mosse verso il letto e lo trovò vuoto, ancora intatto. Ansimando per lo stupore accese una candela ed esplorò ogni angolo, sotto il letto, dentro gli armadi, nello spogliatoio, dietro le tende, e dovette arrendersi all'evidenza di quel fatto: la ragazza non c'era. Ma dove poteva essere andata? Si accostò al davanzale e guardò nel giardino. La luna piena illuminava le siepi e le fontane, creando spazi neri fra le aiuole. Sospetti e dubbi tremendi dubbi! - lo assalirono. Clarisse era giovane, era bella, cosa poteva esserci di più naturale che un giovanotto del posto, più aitante e simpatico di lui, l'avesse fatta innamorare? E forse da tempo, di nascosto da lui lei usciva per... Un'ira feroce gli fece esplodere nella mente impulsi di rancore e di violenza. Spense la candela, chiuse la porta, poi piazzò una sedia davanti alla finestra e si dispose ad attendere il suo ritorno. Ma un'ora più tardi il liquore che aveva in corpo fece il suo effetto, e senza accorgersene si appisolò. A svegliarlo fu il canto di un gallo, e con un sussulto sbarrò gli occhi: il cielo era ancora scuro, colmo di stelle, e a oriente si cominciava a intravedere il grigio pallore dell'alba. Con un grugnito si alzò dalla sedia, massaggiandosi la schiena. E proprio allora, all'esterno, si udì uno scalpiccio. Qualcosa si era mosso nel buio. Aguzzò gli occhi e strinse i denti, annuendo fra sé: c'era qualcuno, laggiù fra le ombre. Si appoggiò al davanzale, attento a non sporgersi, e scorse di nuovo un movimento.
Un istante dopo una forma a quattro zampe, grigia e allungata, aggirò una siepe e venne avanti sulla ghiaia, facendo oscillare la coda e annusando l'aria col muso aguzzo. Hubert sentì un brivido scendergli lungo la schiena come la mano gelida di un cadavere. Con cautela felina l'animale si diresse alla più grande delle fontane, appoggiò al bordo le zampe anteriori e si guardò intorno, la lingua penzoloni dalle zanne candide. Mentre fissava la luna, un impercettibile uggiolio gli uscì dalla gola. Inchiodato al davanzale e rigido come una statua, Hubert vide il lupo salire sul marmo della fontana, rimettersi in equilibrio e poi tuffarsi nell'acqua corrente alta quasi un metro. Per qualche momento il buio e i riflessi del liquido agitato nascosero del tutto l'animale, quindi una figura si alzò in piedi con un movimento flessuoso e scosse via l'acqua dai lunghi capelli rossi. Oltre le colline il cielo si schiariva. Sulla zona stagnava il più assoluto silenzio. Con occhi vuoti d'espressione Hubert osservò Mademoiselle Clarisse che usciva dalla fontana, nuda e gocciolante. La ragazza si accostò al muro del palazzo, afferrò con ambo le mani i grossi rampicanti che crescevano fino all'altezza del tetto e prese a inerpicarsi agilmente. Hubert indietreggiò in fretta e raggiunse la porta. Prima che lei fosse rientrata nella camera aveva già chiuso e si era allontanato nel corridoio, pallido come un morto. Era tentato di tornare indietro e di accusarla, di rivelarle ciò che aveva visto, di parlarle; ma cosa ci avrebbe guadagnato? Sapeva già quel che c'era da sapere. Meditò sull'eventualità di denunciarla al Commissario di Polizia e scartò quell'ipotesi con una smorfia: una creatura come Clarisse era fatta per l'amore, non per essere uccisa da una folla inferocita, ma... che altro restava da fare? Per ore e ore, lunghe come secoli, Hubert de Montreuil non fece assolutamente nulla. Nulla, cioè, se non lottare con se stesso e tormentarsi. Durante la mattina Mademoiselle Clarisse ostentò gli identici atteggiamenti di sempre, distaccata, un po' altera, sorridente. Non disse parola sul danno che aveva subito la serratura, sebbene certo lo avesse notato. Hubert non cercò la sua compagnia, tuttavia fu lei a stargli accanto con placida serenità, quasi che il suo scopo fosse di dimostrargli che lei non era cambiata in alcun modo. «Sei irritato con me, Hubert?», gli domandò con calma. «Io non voglio dispiacerti, ti prego di credermi.»
Lo sguardo intenso di quei meravigliosi occhi blu lo fecero fremere. La lieve piega delle labbra sembrava deriderlo. Le pulsazioni sulla sua gola satinata lo tentavano trasformando la sua mente in un groviglio di sensazioni cieche, animalesche. Per sfuggire alla morsa dei suoi istinti fu costretto ad alzarsi di scatto, e uscì dalla stanza a passi rapidi. Poco dopo, appena si sentì più calmo, decise di mandare una carrozza a prendere il Commissario di Polizia. Quel giorno Pierre de Cardinois era fuori di sé. L'ultima escursione del Lupo Mannaro, riferì acremente, aveva provocato ben quattro vittime. E ciò a onta delle precauzioni prese dagli abitanti di Aubrecourt, che quella notte si erano barricati in casa. La bête du diable, esclamò l'uomo, si era introdotta in un edificio dal tetto, sfondando l'abbaino, e aveva orrendamente fatto strage di un'intera famiglia. Volgendosi, Hubert vide che Clarisse si stava avvicinando, con aria serafica, e non poté fare a meno di chiedersi quali pensieri si celassero dietro quel dolce viso di fanciulla. «Lasciaci soli, mia cara, ti prego», disse. «Io e il Commissario abbiamo da parlare di cose di ufficio.» Clarisse annuì docilmente, esibì il suo solito sorriso pieno di fascino e uscì dal salone. «Allora», chiese Pierre. «Avete qualche ordine, Monsieur?» Hubert si arrotolò i mustacchi pensosamente. «Pierre, io non ho dormito. No, non intendo dire che stanotte sono stato sveglio. Voglio dire che mentre voi non combinavate niente io mi sono dato da fare.» «Mi state accusando d'inefficienza nel mio lavoro?», si lagnò l'uomo. «Cosa avete scoperto, dunque, che possa esser sfuggito a me?» Il sorriso di Hubert fu una smorfia penosa. «Mon vieux, ho trovato il vostro loup-garou.» E nel dirlo si sentì la morte nell'anima. Il Commissario lo fissò a bocca aperta, poi per l'emozione dovette sedersi. «E chi è? Chi è, questa bête du diable? Ditemi il nome, e io andrò a...» Hubert gli accennò di calmarsi. «Tutto a suo tempo, Pierre. Al momento opportuno quella creatura vi sarà consegnata. Tenete presente che non si può accusare nessuno senza le prove, e nel caso di un Lupo Mannaro l'unica prova consiste nel sorprenderlo sul fatto. Inoltre non lo si può trattare con gli stessi metodi di un comune criminale. Bisognerà andar cauti e impiegare i mezzi... le armi adatte.» «Io sto sognando!», esclamò Pierre. «Non solo il signor Prefetto non cade preda di una crisi di rabbia al solo sentir parlare di Lupi Mannari, ma
ora dichiara di credere nella loro esistenza!» «Cose che accadono, vecchio mio. Sarà necessario avere l'aiuto del prete con la sua Acqua Benedetta, e far fondere pallottole d'argento per i fucili della milizia. Quando sarete pronto prepareremo una trappola per il lupo. Per ora vi dico soltanto che dovremo fargli la posta nel mio giardino. E adesso aspettiamo la prossima notte di luna piena.» Il Commissario di Polizia se ne andò accigliato, dopo aver invano cercato di convincerlo a rivelargli il nome. Hubert si chiese se l'uomo potesse essere abbastanza intelligente da immaginarselo, ma... Pierre de Cardinois, il grasso, asmatico e inefficiente Commissario di Polizia? Scosse le spalle. Impossibile, disse a se stesso. Sebbene la primavera fosse ormai inoltrata e il tempo si mantenesse al bello, quelle furono giornate grigie e fredde per Hubert de Montreuil. Ogni pomeriggio passeggiava insieme alla bella Clarisse, si affliggeva per lei e per sé, e rifletteva sul tradimento che le stava preparando. Al pensiero degli anni di solitudine che si stendevano dinanzi a lui, si sentiva struggere. Il futuro senza la ragazza gli appariva vuoto, insopportabile. Infine decise che doveva darle almeno una possibilità di salvezza, di andarsene altrove, di sfuggire alla trappola che lui le avrebbe teso. Era un controsenso, lo sapeva, ma l'amore è fatto di controsensi, e quando il giorno venne egli era stravolto. Stava scendendo il tramonto, e i due camminavano fianco a fianco fra le aiuole del grande giardino. Clarisse guardò con ansia il cielo che si scuriva, gettò un'occhiata alla finestra della sua camera e si voltò per rientrare nell'edificio. Ma Hubert la afferrò d'improvviso fra le braccia. «No!», gemette. «No, no, Clarisse, amore mio... non devi andare! Io conosco il tuo segreto, te lo confesso. Ti ho vista tornare a casa l'ultima volta. So cosa sei, lo so... eppure ti amo!» Clarisse gli puntò le mani sul petto per respingerlo, poi si rilassò nel suo abbraccio e chiuse gli occhi. «Temevo che tu sapessi questo di me.» Ebbe un pallido sorriso. «Hubert, adesso posso rivelartelo: io provengo da una famiglia molto altolocata, e i miei mi credono morta. Preferisco così, piuttosto che essi sappiano la verità. Per loro sarebbe terribile, se il nostro nome divenisse di pubblico dominio legato a un segreto così spaventoso agli occhi del popolino sciocco. Quando questo cambiamento avvenne in me, lasciai la mia casa.» «Non importa, mia cara!», esclamò lui con fervore. «Non m'importa di nulla, solo di te!»
Hubert incollò la bocca a quella di lei e la baciò con foga appassionata, stringendola a sé. E il suo ardore fu tale che non si accorse neppure del piccolo spasimo di sofferenza sulle sue labbra, allorché i candidi denti della fanciulla lo morsero. Soltanto dopo che si fu scostato vide sulla bocca di lei una goccia di sangue scarlatto, e comprese che era sangue suo. Clarisse lo fissò sorridendo appena, con aria sognante. «Ho avuto il tuo sangue, Hubert. E tu hai avuto il mio. È così che un altro fece di me qualcosa di più di una semplice donna, molti, moltissimi anni fa», sussurrò intensamente. «Quando stanotte la luna piena si alzerà nel cielo, tu sarai ciò che sono anch'io!» «Vuoi dire... io, un Lupo Mannaro, come te?» Clarisse lo abbracciò tremando. «Era l'unico modo per noi, Hubert, amore mio. Altrimenti tu avresti dovuto denunciarmi, lasciarmi distruggere da una torma di barbari esseri inferiori. Ma ora siamo uguali. Staremo insieme per sempre, immortali come tutti quelli come noi, eterni... a meno che non ci accada d'incontrare l'argento fatale con cui gli uomini ci combattono. Ma noi staremo attenti, vero? Immagina, mio caro, un'eternità con me. Un'eternità... così!» Qualcosa di simile a una nuvola di fiamma esplose nel cranio di Hubert. In un istante solo ciò che gli era entrato nella circolazione sanguigna attraverso la ferita alle labbra gli fece dimenticare se stesso, trasformò i suoi pensieri in un'urlante massa di istinti selvaggi, e nell'annichilire la sua mente aggredì ogni cellula del suo corpo. Una sensazione esaltante di forza e di potenza lo sommerse, e di colpo egli fu avido di correre, di lanciarsi nel buio della notte per... «La luna piena ha agito presto su di te. Succede sempre così la prima volta», disse una voce accanto a lui. Ci fu una risatina. «Aspettami. Non essere impaziente.» Si voltò e vide il corpo snello di lei che sgusciava fuori dagli abiti. Solo allora si rese conto d'avere le zampe impacciate dai suoi stupidi indumenti umani. Se ne liberò con un ringhio cupo, infastidito dal loro odore. Poi alle sue narici frementi giunse eccitante il profumo della lupa. Dietro le colline stava sorgendo la luna, un globo argenteo che prometteva una lunga notte di caccia. Il vento che soffiava dal bosco era gravido di sentori sconosciuti, gradevoli, e faceva caldo. Hubert non aveva mai provato così vivida la consapevolezza d'avere un corpo elastico e pieno di forza. Con un balzo fu dietro alla forma flessuosa e veloce di Clarisse che si avviava fra le aiuole. Gli appariva stupenda e sensuale, molto più attra-
ente di quando aveva avuto l'insulsa e debole corporatura bipede. Si affiancò a lei, annusandola con bruciante desiderio. Lei si volse a morderlo con le zanne acuminate, scherzosamente, e nei suoi occhi lampeggiò una sfida. Poi accelerò la corsa verso le siepi e le oltrepassò, diretta al muro di cinta. Hubert s'arrestò con un ringhio perplesso, disturbato da una strana sensazione... un pensiero, un ricordo. Poi la certezza di un pericolo incombente lo fece irrigidire, e d'un tratto rammentò la trappola che lui stesso aveva progettato. Cercò di chiamare la compagna, di metterla sull'avviso, ma dalla gola gli uscì solo un rantolo ferino. E Clarisse era già scomparsa cinquanta metri più avanti, nell'ombra fra le siepi fiorite, là dove i cespugli s'infittivano presso il muro. Hubert spalancò le zanne, travolto dalla furia e dalla voglia di assalire il nemico umano, di sbranare, di affondare il muso nel sangue caldo di quegli odiosi esseri a due gambe. Ma mentre stava per avviarsi in quella direzione uno sparo lo fermò, e all'esplosione dell'arma seguì un guaito di sofferenza mortale. Poi la notte fu piena delle grida di trionfo degli uomini, di parole eccitate che lui con la sua parte umana riusciva a capire, e seppe cos'era accaduto. La sua ferocia bestiale lasciò il posto a un dolore sordo, frustrante, venato di rancore. Solo l'odiosa consapevolezza che quei miseri esseri avevano altre pallottole d'argento trattenne nel suo petto l'ululato straziante con cui avrebbe voluto annunciare alla luna la perdita di lei. Ansimando, la grigia sagoma di lupo indietreggiò nell'ombra, si voltò e scivolò via oltre la fontana. Poi balzò sul muro con un guizzo agile e corse nel bosco, giù lungo le pendici della collina. Davanti a lui c'erano tenebre identiche a quelle che si sentiva dentro, un futuro fatto d'incognite e di pericoli. Ma c'erano anche campi, strade, case e... quell'odore che lo riempiva d'odio e di bramosia. Con un fremito si avviò nella direzione da cui gli giungeva più caldo e forte l'odore della preda. LA CACCIA The Hunt di Joseph Payne Brennan Nine Horrors And A Dream, 1958 Entrando nella fredda sala d'aspetto immersa nella penombra della stazione ferroviaria di Newbridge, il signor Oricto pensò che fosse il luogo più desolato della terra. Ogni cosa lo deprimeva: le nude luci sovrastanti, il
freddo pavimento di pietra, le panche annerite e scomode. La stazione appariva deserta. Non vi era che lui. Aggrottando le sopracciglia, posò la borsa a terra e si sedette. Era in ritardo e anche il suo treno era in ritardo. Avrebbe dovuto trascorrere come meglio poteva quell'ora di attesa. Era una prospettiva piuttosto deprimente. Era un uomo di piccola corporatura, un tipo nervoso, di mezz'età, e provò una spiacevole sensazione di isolamento, di vulnerabilità, mentre lanciava qualche occhiata alla grande stanza vuota. Solitamente le sue grandi orecchie e le guance cascanti gli conferivano un aspetto comico, ma ora aveva un aspetto semplicemente patetico. Avvertì una inspiegabile sensazione di apprensione che non si sapeva spiegare. Newbridge era una città di ragionevoli dimensioni. Sicuramente vi era altra gente nei dintorni della stazione. Era piuttosto tardi e poi, improvvisamente, si irrigidì. Qualcuno fermo nell'ombra sul lato estremo della stanza lo stava spiando. Era appoggiato contro lo schienale di una delle panche, teneva la testa sulle braccia, ed esaminava il signor Oricto con un'espressione curiosamente intensa e concentrata. Il cuore del signor Oricto prese a martellargli tra le esili costole. Egli a sua volta guardò in quella direzione con uno sguardo pieno di timore, avvertendo una sensazione di ripugnanza e di attrazione allo stesso tempo. Benché i suoi occhi ben presto cominciassero a lacrimare, non riusciva a distogliere lo sguardo. Mentre guardava, l'oggetto del suo involontario esame si mosse lungo la panca e uscì alla luce. Per qualche ragione che non osò analizzare, il signor Oricto cadde in preda a una sensazione molto vicina al panico. A un osservatore casuale l'aspetto dell'altro individuo avrebbe difficilmente potuto spiegare una tale sensazione. Aveva un aspetto curato, ed era di corporatura ancora più esile di quella del signor Oricto. Una persona disinteressata alla vicenda avrebbe concluso che non vi era nulla di rimarchevole o di notevole nel suo aspetto. Ma il signor Oricto trovò il suo aspetto semplicemente orribile. Gli occhi indagatori dello straniero, il suo aspetto magro e muscoloso, il suo modo di alzare la testa di scatto, allarmarono il signor Oricto. Il suo manifesto interesse nei suoi confronti aveva qualcosa di terrificante. Senza pensare, senza nemmeno soppesare il risultato delle sue azioni, il signor Oricto afferrò la borsa e si affrettò a uscire dalla porta, diretto verso i binari. Stava quasi correndo.
Si affrettò a raggiungere la punta estrema del binario, finalmente posò la borsa a terra e si guardò alle spalle. Non vide nessuno. Pian piano il suo cuore riprese a battere normalmente. Espirò un lungo sospiro tremante. Come era diventato nervoso e timido, all'improvviso! Doveva veramente tentare di controllarsi. Aveva dormito poco ultimamente: doveva avere i nervi un po' scossi. Lo sconosciuto forse voleva solo fare un po' di conversazione, e nulla più. Ma mentre ragionava a questo modo tra sé e sé, nell'intimo vi era una parte di lui che era rimasta scossa e impaurita. Non gli riuscì di lasciare l'estremità del binario. Alcune gocce di pioggia lo colpirono in viso. Guardandosi attorno, vide che non vi era nessuno vicino a lui. La stazione avrebbe potuto benissimo sorgere nel mezzo di un deserto. Dando un'occhiata al suo orologio, vide che aveva ancora quaranta minuti di attesa davanti a sé. La pioggia cadeva più fitta, tamburellando contro le assi di legno della passerella. Una piccola sezione del tetto copriva la parte del binario accanto alla sala d'aspetto. Ma esso terminava a diversi metri dal punto in cui stava il signor Oricto. Quando la pioggia cominciò ad aumentare, egli indietreggiò verso quella tettoia. Era giunto quasi al riparo, quando vide lo sconosciuto in piedi appena al di fuori della porta della sala d'aspetto. Il signor Oricto non lo aveva visto uscire. Non aveva visto le porte spalancarsi al suo passaggio. Ma, nonostante ciò, lui era lì. Il signor Oricto si arrestò all'istante, di nuovo pieno di apprensione. Lo straniero magro non fece alcuna mossa per avvicinarsi a lui, ma il signor Oricto si convinse di essere soggetto a un esame ostile e astuto. Nonostante la pioggia gelida cadesse a torrenti, spinta dal vento che aumentava sempre più, egli si affrettò a raggiungere nuovamente il limite estremo del binario. La pioggia cadeva sempre più forte, bagnandogli gli abiti e scorrendo lungo il suo viso a rigagnoli. Era sicuro che lo straniero, all'asciutto sotto la pensilina, si divertiva molto a vedere il suo stato. A un certo punto gli parve di sentire una chioccia risata attutita, ma forse era stato solo il rumore del vento. Non riusciva a comprendere il suo stato di nervosismo. La sua spiacevole compagnia su quel binario non aveva fatto alcun gesto o commento ostile. Eppure la sua semplice presenza riempiva il cuore del signor Oricto di profondo terrore. Il terrore che gli impregnava le ossa non poteva essere
analizzato. Pareva una tangibile, pregnante minaccia che riempiva l'atmosfera che regnava sul binario della stazione come un fumo nero. Di tanto in tanto la pioggia diminuiva. In quei brevi momenti, il signor Oricto strizzava il suo cappello bagnato, si asciugava l'acqua sul viso, e tentava di riprendere un atteggiamento dignitoso. In uno di questi intervalli, mentre si passava il fazzoletto sul viso, osservò con orrore che lo sconosciuto aveva lasciato il suo posto accanto alle porte della sala d'aspetto ed era avanzato lungo il binario, venendo verso di lui. Rimase impietrito dal terrore. Lo sconosciuto avanzava piano, muovendo ciascun piede molto lentamente, con grande cautela. La sua piccola testa era protesa in avanti sul collo piuttosto lungo. Era puntata verso il signor Oricto come una freccia. Gli occhi fissavano il signor Oricto con uno sguardo implacabile. Il signor Oricto ebbe l'impulso di fuggire, di saltare sulle traversine e di correre ciecamente lungo i binari del treno. Era l'unica cosa che gli era sempre riuscita bene: correre. Ma pareva che le sue gambe si fossero tramutate in gelatina. Non rispondevano al suo volere: ormai era in preda al panico. Aprì la bocca per urlare. Proprio in quell'istante vi fu un baluginio di luce, un ruggito soffocato. Dalla curva apparve il treno che aveva tanto atteso. Lo sconosciuto esitò. Per un terribile istante parve sul punto di lanciarsi in avanti. Poi si fermò, si voltò, e tornò piano piano verso la sala d'aspetto. In tutta la vita il signor Oricto non era mai stato tanto contento di vedere arrivare un treno. Corse verso il binario del treno, grato, sollevato, benedicendo il mostro d'acciaio che gli era stato inviato attraverso le tenebre per trarlo in salvo. Mentre saliva a bordo, lanciò una rapida occhiata in entrambe le direzioni. Con immenso sollievo si rese conto che nessun altro saliva a bordo. Il treno non sostò molto a lungo a Newbridge. Era un treno espresso diretto a Porthaven, e Newbridge era una fermata minore lungo il tragitto. Quando finalmente il signor Oricto ebbe sistemato la sua borsa sul portabagagli sopra la sua testa, il treno era di nuovo lanciato attraverso la notte piovosa. Si accasciò sul sedile. Si sentiva debole e infreddolito, e piuttosto esausto. Mai prima d'allora aveva provato un terrore così grande, un'apprensione tanto acuta e travolgente. Non voleva neanche pensare cosa sarebbe po-
tuto accadere se il treno non fosse giunto. Il bigliettaio attraversò la carrozza vuota, prese il suo biglietto. Squadrò il passeggero con uno sguardo lungo e interdetto, poi si diresse verso la carrozza successiva. Il tepore della carrozza e la sensazione di essere sfuggito al pericolo, lo fecero assopire. Rimase per un poco abbandonato con gli occhi chiusi. Pian piano il suo cuore smise di battere all'impazzata. Prese a respirare normalmente. La pioggia picchiava contro i finestrini del treno smorzando le poche luci che fendevano l'oscurità. Il signor Oricto si riprese. Probabilmente si era preso un bel raffreddore. Be', aveva letto che in questi casi era meglio bere molta acqua. Si avviò verso il rubinetto con passo incerto, e riempì un bicchiere di carta. Dopo aver bevuto tre bicchieri d'acqua, tornò al suo posto. Si arrestò bruscamente. Lo sconosciuto smagrito era seduto in un sedile a metà della carrozza. Aveva il suo solito aspetto divertito, ma il suo sguardo penetrò fino all'anima stessa del signor Oricto come tanti aghi d'acciaio. Per un istante il signor Oricto quasi cedette a un impulso irresistibile. Voleva solo voltarsi, fuggire attraverso le carrozze per distanziare il più possibile il suo inseguitore. Alcune cellule non ancora toccate dal terrore che gli aveva invaso il cervello lo assicurarono che sarebbe sembrato ridicolo. Cosa avrebbero pensato i bigliettai, e gli altri passeggeri? Cosa ne sarebbe stato della sua borsa che era ora sul portabagagli? Essa conteneva alcuni dei suoi beni più preziosi. L'avrebbe dunque abbandonata solo perché uno sconosciuto dall'aria spiacevole era tanto maleducato da fissarlo? Di malavoglia, tenendo a freno la sua sensazione di panico, tornò al suo posto. Parte del suo cervello gli stava ancora urlando l'ordine di correre, di fuggire finché era in tempo ma, una volta tornato al suo posto, trovò che non riusciva più a muoversi. La pioggia batteva contro i vetri. Alcune luci colorate formavano di tanto in tanto dei caleidoscopi per qualche istante, poi ripiombava l'oscurità. Il signor Oricto sedeva come paralizzato. Non osava voltare la testa, ma avvertiva lo sguardo indagatore dell'altro sulla nuca. Un brivido gelido passò lungo la sua spina dorsale. Se solo il bigliettaio fosse ritornato! Lottando contro la sensazione di ipnotica impotenza che pareva impos-
sessarsi di lui, tentò di fare dei piani. Quando il treno sarebbe giunto a Porthaven, avrebbe tentato di afferrare la borsa velocemente e di affrettarsi verso la porta; sarebbe balzato giù dal treno non appena fosse entrato in stazione, forse ancora prima che si fosse fermato del tutto. Poi avrebbe corso. Non aveva dubbi adesso. Avrebbe corso a perdifiato, senza vergognarsene, poi avrebbe attraversato la stazione e la strada, fino all'angolo dove sostavano i taxi. Una volta all'interno del taxi, sarebbe stato al sicuro. Avrebbe offerto al conducente una mancia per indurlo ad allontanarsi velocemente. Pochi minuti dopo si sarebbe ritrovato al sicuro, nelle sue stanze. Una volta formulati i suoi piani, si sentì meglio. Poi fu colpito da un nuovo pensiero e la paura tornò. Se lo era solo immaginato, o l'altro aveva davvero letto nei suoi pensieri? Quello che gli balenava in mente era dunque tanto evidente? Quegli occhi fissi riuscivano a trapanare il suo cranio e giungere nell'area segreta in cui avvenivano i suoi processi mentali? Il signor Oricto aveva proprio questa impressione. Una paura crescente lo perseguitava ormai, e non riusciva a pensare a un piano alternativo. Avrebbe dovuto affidarsi alla sua velocità. Aveva qualche probabilità di farcela. Mentre il treno si avvicinava a Porthaven, si alzò e sollevò la borsa dal portabagagli. Rimase in piedi tremante mentre l'espresso si lanciava verso la stazione. Sapeva che gli occhi dello sconosciuto lo fissavano implacabili. Un'ondata di panico, di debolezza terrificante, s'impadronì di lui. La sua sola volontà riuscì a spingerlo su gambe gommose fino alla porta del treno. La stazione scivolò verso di lui. Scese dai gradini di ferro, poi spiccò un balzo. La forza d'inerzia del treno in movimento lo fece roteare. Lottando per mantenere l'equilibrio e per non far cadere la borsa, compì una grottesca danza. Riprendendosi, guardò impaurito verso la pensilina. Lo sconosciuto magro aveva già lasciato il treno. Si avvicinava velocemente. Se mai il signor Oricto si era illuso di non essere lui l'oggetto dell'interesse dello sconosciuto, ora questi dubbi erano scomparsi. Si lanciò lungo le scale della pensilina. Discese a grandi balzi le scale, a quattro o cinque gradini alla volta, giunse alla fine della scalinata e fuggì lungo la galleria poco illuminata che portava dalla pensilina alla stazione vera e propria. Il più puro terrore ormai lo pervadeva. Corse lungo il tunnel, e uscì a gran velocità dalla porta entrando nella stazione. Sembrava completamente
deserta. Non vi era neanche uno spazzino. Le luci erano quasi tutte spente. Quello non era un rifugio sicuro. Mentre correva verso le porte che davano sulla strada, udì il suono delle porte del sottopassaggio aprirsi alle sue spalle. Giunse sulla strada resa scivolosa dalla pioggia, e si slanciò verso l'angolo dove avrebbe dovuto trovare il taxi in attesa. Mentre si avvicinava a quel punto, un grande sgomento s'impossessò di lui. Questa volta non avrebbe trovato un taxi ad attenderlo! Avrebbe girato l'angolo e non avrebbe trovato nulla! Ora doveva rischiare. Corse pazzamente. Scivolando proprio all'angolo, vide il taxi. Gemendo per il sollievo, si lanciò verso l'auto. Girò la maniglia e si trovò all'interno. Il conducente era seduto e scrutava il giornale delle corse dei cavalli. Non sembrava essersi accorto del fatto che il signor Oricto era entrato nell'auto. Il signor Oricto con voce strozzata diede il suo indirizzo: «573 Bishop Street, per favore! Faccia in fretta!». Il conducente alzò lo sguardo dal giornale. Si voltò con uno sguardo cupo verso il signor Oricto. Aveva uno sguardo di muto rimprovero. Il signor Oricto stava per offrire la mancia al conducente come aveva stabilito, ma all'improvviso la porta sul lato opposto del taxi venne spalancata bruscamente. Lo smagrito sconosciuto scivolò all'interno, chiuse la porta di scatto, e parlò piano al guidatore. Il conducente assentì, voltandosi verso il signor Oricto. «Amico, ti dispiace se porto anche lui? C'è un solo taxi a quest'ora. E poi piove.» Il signor Oricto rimase muto, rigido, mentre il terrore gli penetrava nel cuore come un coltello. Il conducente pensò che il suo silenzio fosse in realtà una recalcitrante forma di assenso. Mormorando tra sé, spinse il giornale da parte e mise in moto la macchina. Mentre il taxi sguazzava nel buio, passando per strade deserte, il signor Oricto teneva lo sguardo fisso dinanzi a sé. Non osava muovere gli occhi neppure di una frazione di centimetro. Per molti isolati rimase immobile, sentendo gli occhi dell'altro che lo esaminavano gongolanti e pieni di trionfo. Finalmente riuscì nuovamente a pensare in maniera coerente. Poteva di-
re al conducente di portarlo alla stazione di polizia? Si sentiva convinto che per qualche motivo il conducente non lo avrebbe fatto. Quale pretesto poteva fornirgli? E supponendo anche che il conducente lo accontentasse? Cosa avrebbe detto alla polizia? Che era stato seguito? Gli avrebbero creduto? Sarebbe sembrata una cosa assurda. Non aveva nessuna prova. Lo straniero, ne era sicuro, sarebbe stato perfettamente capace di districarsi da una situazione del genere. Lui stesso sarebbe certo stato considerato un individuo sospetto. Lo avrebbero anche potuto trattenere, considerandolo mentalmente instabile. Il signor Oricto fu sopraffatto dalla disperazione. Ma, mentre imbruniva, e le vetrine lavate dalla pioggia apparivano e sparivano davanti a lui, un pensiero gli si presentò prepotentemente: a tutti i costi non doveva rivelare allo sconosciuto il suo indirizzo. Una volta presa la decisione, sapeva di dover passare subito all'azione. Altrimenti, la poca forza che gli era rimasta sarebbe svanita. Cercando a tastoni il portafoglio, disse al conducente di fermarsi. La voce era tanto fioca, che passò un intero isolato, prima che il conducente udisse l'ordine ripetuto con disperazione, e accostasse finalmente verso il lato del marciapiede. Il viso cupo e irato del conducente si voltò con aria interrogativa verso di lui. «Ho... ho cambiato idea», spiegò il signor Oricto sottovoce. Porse una banconota al guidatore. «Tenga il resto.» Poi spalancò la porta e corse via. Non si voltò neanche una volta per verificare cosa facesse lo straniero smagrito. La pioggia era cessata. Una fitta nebbia si diffondeva nelle strade. Si alzava dai marciapiedi come un fumo bagnato e umido, e oscurava la vista. Mentre si lanciava attraverso la nebbia, il signor Oricto si ricordò di aver lasciato la borsa nel taxi. Ormai non gli importava più nulla. Avrebbe corso più velocemente senza quel peso. Aveva deciso di entrare in un bar o in un ristorante ancora aperto, ma ora si rendeva conto con grande paura che era più tardi di quanto pensasse. Tutti i locali erano chiusi. Le strade erano troppo insicure ormai. Quando finalmente rallentò la corsa, era senza fiato. Era fuori forma. Eppure, era proprio strano. Tutta la vita era stato un bravo corridore, capace di correre quasi senza sforzo. Quasi... Si arrestò e rimase in ascolto. Dalla nebbia alle sue spalle aveva sentito il suono di passi che si avvicinavano velocemente. Di corsa.
Si lanciò in avanti, correndo ancora più veloce. Il più puro terrore lo sospingeva. Le gambe si muovevano come pistoni. Ma era già senza fiato. Anche il più puro terrore poteva fornire solo una certa quantità di energia animale. Sapeva che il suo inseguitore stava guadagnando terreno. Mentre correva verso l'incrocio, decise di fare una svolta di novanta gradi. Forse, se riusciva a non farsi scorgere... Proprio mentre compiva la svolta lanciò un'occhiata angosciata all'indietro. Il volto dello straniero magro sfrecciava attraverso la nebbia. Correva senza sforzo, la testa protesa in avanti. Con un brivido di assoluto terrore, il signor Oricto pensò a una faina che aveva visto una volta sfrecciare attraverso i boschi, mentre inseguiva qualche piccolo animale. Nello stesso istante in cui girava l'angolo, capì che la sua mossa era stata scoperta. La vista del suo implacabile inseguitore, tuttavia, lo spinse a un'ulteriore accelerazione. La zona in cui si trovava ora era ancora più deserta e desolata di quella precedente. Vicoli bui, pieni di spazzatura, si diramavano in tutte le direzioni. Depositi e grandi edifici abbandonati privi di finestre, fiancheggiavano la strada stretta. Il sangue ormai gli pulsava nella testa. Si sentiva debole e la testa gli girava. Sapeva che sarebbe crollato a terra se avesse ripreso a correre. Aveva un'ultima disperata possibilità. Senza osare rivolgere un altro sguardo all'indietro, si tuffò in un vicolo buio. A metà del vicolo urtò violentemente contro un bidone vuoto, irto di fili di ferro, e cadde scivolando in ginocchio. Senza rialzarsi, saltò carponi per nascondersi dietro il bidone. Il signor Oricto stava proprio riprendendo a sperare quando i passi tornarono. Silenziosamente percorsero il vicolo diretti verso il bidone. Egli si accoccolò inerme contro il muro mentre il cuore gli martellava, e allora abbandonò ogni speranza. Lo sconosciuto smagrito si chinò su di lui, la testa protesa in avanti e in basso, gli occhi lucenti. Perfino nella sua disperazione, un pensiero lo torturava. Non riusciva a esprimerlo in maniera molto articolata. Tutto quello che riuscì a mormorare con voce fioca fu: «Perché?». Lo straniero lo guardò dall'alto con un'espressione vagamente sorpresa. «Perché?», ripeté. «Perché?» Sollevò la piccola testa ordinata e fece una
risatina allegra. I suoi denti brillarono nel buio. «Perché?», disse di nuovo, abbassando la testa. «Perché tu sei un coniglio... e io sono nato per cacciare i conigli!» Il signor Oricto tentò di urlare, ma dalla sua gola non uscì altro che un debole belato di terrore. Un istante dopo i denti appuntiti dello sconosciuto gli azzannarono la vena giugulare. LO SPIAZZO DI CANAVAN Canavan's Back Yard di Joseph Payne Brennan Nine Horrors And A Dream, 1958 Incontrai Canavan, oltre vent'anni or sono, poco dopo che si era stabilito a Londra. Era un antiquario e amava i libri antichi, e quindi naturalmente aprì un negozio di libri di seconda mano dopo essersi stabilito a New Haven. Non potendosi permettere di affittare dei locali nel centro cittadino, trovò un appartamento e un negozio in una vecchia casa isolata in periferia. Era una zona poco abitata, ma siccome gran parte delle transazioni di Canavan venivano fatte per posta, non era un fatto molto importante. Spesso, dopo aver passato la mattinata di fronte alla macchina da scrivere, facevo una passeggiata fino al negozio di Canavan e vi passavo gran parte del pomeriggio a curiosare tra gli scaffali. Mi faceva molto piacere, specialmente a causa del fatto che Canavan non tentava mai di fare pressione sui suoi clienti per indurli ad acquistare i suoi libri. Egli era al corrente della mia precaria situazione finanziaria, e non si arrabbiava se me ne andavo a mani vuote. In realtà pareva semplicemente contento della mia compagnia. Erano pochi i clienti regolari, e penso che si sentisse spesso solo. Alle volte, quando gli affari andavano a rilento, preparava un tè e ci sedevamo per ore a bere il tè e a parlare di libri. Canavan aveva proprio l'aspetto di un libraio antiquario... o meglio, della caricatura di un libraio antiquario. Era di piccola corporatura, un po' curvo, e i suoi occhi azzurri erano cerchiati da un paio di occhiali dai bordi metallici e dalle lenti quadrate di aspetto vetusto. Benché credo che il suo reddito annuo non fosse pari a quello di un buon artigiano, riusciva a far quadrare i conti, ed era soddisfatto. O almeno fu
soddisfatto, finché non cominciò a far caso allo spiazzo sul retro del suo negozio. Dietro alla vecchia casa cadente nella quale viveva e teneva il negozio, vi era uno spiazzo lungo e desolato, ricoperto di rovi ed erba alta color marrone. Diversi vecchi alberi di melo, neri e marciti, contribuivano a dare un aspetto melanconico alla scena. Gli steccati divelti ai lati dello spiazzo erano quasi scomparsi sotto la fitta erba. Nell'insieme, lo spiazzo sul retro della casa aveva un aspetto deprimente, e spesso mi chiedevo perché Canavan non lo avesse fatto ripulire. Ma non era una cosa che mi riguardasse. Non ne parlai. Una sera, quando visitai il negozio, non trovai Canavan nella parte anteriore del negozio, e quindi camminai lungo lo stretto corridoio fino al magazzino sul retro dove lui di tanto in tanto lavorava, per impacchettare o spacchettare le casse di libri. Quando entrai nel magazzino, Canavan stava in piedi accanto alla finetra, e guardava fuori sullo spiazzo sul retro. Cominciai a parlare, ma poi per qualche motivo mi interruppi. Credo che quello che mi fermò fu l'espressione sul volto di Canavan. Stava guardando lo spiazzo con un'espressione particolarmente intensa, come se fosse completamente assorbito da qualcosa che vedeva là fuori. Pareva affascinato e timoroso, come se qualcosa lo attraesse e gli ripugnasse allo stesso tempo. Quando finalmente si accorse di me, trasalì. Per un istante mi fissò come se fossi uno sconosciuto. Poi tornò il suo sorriso abituale, e i suoi occhi azzurri ripresero a brillare benevolmente da dietro le lenti quadrate. Scosse la testa. «Quello spiazzo ha uno strano aspetto certe volte. Se lo si guarda per abbastanza tempo, sembra continuare per miglia e miglia.» Quello fu tutto ciò che mi disse, e io ben presto me ne dimenticai. Ma, benché non ne fossi al corrente allora, fu proprio in quel periodo che cominciò quella orribile faccenda. Da quella volta, ogni volta che visitavo il suo negozio, trovavo Canavan nel magazzino sul retro. Una volta lo trovai al lavoro, ma la maggior parte delle volte lo trovavo semplicemente in piedi accanto alla finestra, intento a guardare fuori, verso quel triste spiazzo. Alle volte stava lì fermo per diversi minuti senza accorgersi della mia presenza. Quello che vedeva pareva assorbire completamente la sua attenzione. Il suo contegno quelle volte pareva quello di una persona in preda alla paura, mischiata a una strana specie di piacevole attesa. Solitamente bastava un forte colpo di tosse, oppure che strascicassi un po' i piedi, per
farlo voltare. Dopo, di nuovo intento a parlare di libri, pareva tornato in sé. Tuttavia cominciai ad avere la preoccupante sensazione che stesse semplicemente recitando una parte; cioè che, mentre chiacchierava di incunaboli, i suoi pensieri fossero in realtà ancora concentrati sul suo infernale spiazzo sul retro. Diverse volte pensai di interrogarlo su quell'argomento, ma quando avevo già le parole sulla punta della lingua, provavo un certo senso di imbarazzo. Come si fa ad ammonire un uomo perché guarda da una finestra il proprio giardino sul retro della casa? Cosa si deve dire, e come si deve dirlo? Rimasi muto. Più tardi me ne pentii amaramente. Gli affari di Canavan, che non erano mai stati fiorenti, cominciarono a peggiorare. E, quel che è peggio, la sua salute peggiorò. Assunse un aspetto più curvo e smagrito. Gli occhi non persero la loro brillantezza, ma cominciai a credere che in realtà si trattasse della lucidità che dà la febbre, più che la brillantezza tipica del sano entusiasmo. Un pomeriggio, entrando nel negozio, non trovai Canavan da nessuna parte. Pensando che doveva essere uscito dalla porta sul retro, occupato in qualche faccenda domestica, mi affacciai alla finestra sul retro e guardai fuori. Non vidi Canavan ma, mentre scrutavo lo spiazzo, un senso di incredibile desolazione si impadronì di me come un'ondata in un mare ghiacciato. Il mio primo impulso fu di ritrarmi, di lasciare il mio posto alla finestra, ma qualcosa mi fermò. Mentre guardavo oltre quel miserevole groviglio di rovi e di erbacce, sperimentai una sensazione che si potrebbe definire, in mancanza di meglio, curiosità. Forse la parte fredda e analitica del mio cervello voleva semplicemente scoprire quale fosse la causa del mio improvviso senso di nera depressione. Oppure qualche particolare di quel panorama deserto mi attraeva a un livello subconscio al quale non avevo mai permesso di emergere durante le ore di veglia. In ogni caso, rimasi alla finestra. L'alta erba marrone ondeggiava leggermente al vento. Gli alberi marciti rimanevano immobili. Non vi era un solo uccello, né una farfalla, che volasse al di sopra di quello spiazzo squallido. Non vi era nulla da vedere al di fuori degli steli dell'alta erba marrone, gli alberi marciti e i grovigli sparsi di cespugli bassi e pieni di rovi. Eppure vi era qualcosa che mi attraeva in quel paesaggio tanto desolato
e triste. Forse credevo che mi si fosse presentato un enigma di qualche tipo e che, se lo guardavo per un tempo sufficiente, l'enigma si sarebbe risolto. Dopo aver guardato per qualche altro minuto, provai una strana sensazione: la prospettiva stava cambiando. Né l'erba né gli alberi erano cambiati, eppure lo spiazzo stesso pareva espandersi a dismisura. Dapprima mi limitai a riflettere sul fatto che lo spiazzo era molto più lungo di quanto avessi creduto in precedenza. Fui preso da un gran desiderio di correre verso la porta sul retro, tuffarmi in quel mare di erbaccia e camminare diritto finché non avessi scoperto da solo quale ne fosse veramente l'estensione. Ero sul punto di farlo, quando... quando vidi Canavan. Apparve all'improvviso, sbucando da dietro un groviglio di erbacce sul lato più vicino dello spiazzo. Per almeno un minuto parve completamente perso. Guardò verso casa sua come se non l'avesse mai vista prima. Era tutto in disordine, e pareva molto agitato. I rovi gli si erano attaccati ai pantaloni e alla giacca, e alcuni fili d'erba sporgevano come ganci dalle sue scarpe fuori moda; i suoi occhi scrutarono all'intorno con aria sconvolta. Pareva sul punto di voltarsi e battere in ritirata, per immergersi nuovamente nel groviglio dal quale era appena sbucato. Bussai forte sul vetro. Lui si voltò un poco poi, lanciando un'occhiata oltre la spalla, mi vide. Pian piano un'espressione normale gli si disegnò sul viso. Camminando cautamente, con lentezza, si avvicinò alla casa. Mi affrettai ad aprire la porta e a farlo entrare. Lui si diresse direttamente verso il negozio, e si accasciò su una sedia. Guardò in alto quando lo raggiunsi. «Frank», disse quasi in un bisbiglio, «ti dispiacerebbe fare un po' di tè?» Preparai il tè e lui lo bevve com'era, bollente, senza dire una parola. Aveva l'aspetto stanco. Sapevo che era troppo stanco per potermi raccontare cosa era successo. «Meglio che stai al chiuso per un po' di tempo», dissi, e me ne andai. Lui assentì debolmente, senza alzare lo sguardo, e mi salutò. Quando tornai al negozio il pomeriggio seguente, aveva un aspetto riposato e fresco ma era di umore cupo e depresso. Non menzionò l'episodio del giorno precedente. Per una settimana, parve quasi essersi dimenticato dello spiazzo. Ma un giorno, quando entrai nel negozio, lo trovai in piedi accanto alla finestra sul retro, e mi accorsi che distoglieva lo sguardo con enorme riluttanza. Da quella volta, questo stato di cose si ripeté con una tale regolarità che mi resi conto che quel triste groviglio di erbacce era diventato un'os-
sessione. Poiché temevo che gli affari peggiorassero ancora, e anche perché temevo per la sua salute, finalmente mi decisi a parlargli. Gli feci notare che stava perdendo i suoi clienti. Non aveva emesso un catalogo di libri da diversi mesi ormai. Gli dissi che tutto quel tempo che passava a fissare quell'acro stregato che chiamava il suo giardino sul retro avrebbe fatto bene a passarlo facendo una lista dei suoi libri e badando agli ordini da fare. Lo assicurai che quella era una ossessione che avrebbe certo danneggiato la sua salute. Se la gente sapeva che passava le ore a guardare fuori dalla finestra una piccola giungla di erbacce e rovi, avrebbe certo pensato che era ammattito! Conclusi chiedendogli audacemente cosa avesse provato esattamente quel pomeriggio in cui lo avevo visto uscire dall'erba con quell'espressione persa. Si tolse gli occhiali con un sospiro. «Frank», disse, «io so che le tue intenzioni sono buone. Ma vi è qualcosa circa quel giardino sul retro... un segreto... che devo scoprire. Non so cosa sia esattamente... qualcosa circa la distanza, le dimensioni e la prospettiva, credo. Ma, qualsiasi cosa sia, ho cominciato a considerarla, be', una specie di sfida... Devo scoprirlo. Mi dispiace se pensi che io sia pazzo. Ma non avrò requie finché non avrò risolto l'enigma di quel pezzo di terra.» Inforcò quindi nuovamente gli occhiali, aggrottando le ciglia. «Quel pomeriggio», disse, «quando eri alla finestra, ho avuto una strana e paurosa sensazione là fuori. Ero stato a lungo alla finestra e finalmente provai un certo impulso a uscire. Mi sono tuffato nell'erba alta con un senso di euforia, di avventura, di attesa. Mentre avanzavo, il mio senso di benessere lentamente cambiò, sostituito da un senso di acuta depressione. Quando mi sono voltato per uscirne... non potevo. Non ci crederai, ma mi sentivo perso! Avevo semplicemente perso il senso dell'orientamento e non sapevo da che parte voltarmi. Quell'erba è molto più alta di quanto sembri! Quando entri nell'erba, non vedi più nulla. Lo so che sembra incredibile: ho vagato per un'ora. Lo spiazzo pareva enorme una volta entrato tra l'erba. Pareva cambiare dimensioni mentre mi muovevo, come se di fronte a me si estendesse uno spiazzo enorme. Credo di aver camminato in circolo. Ti giuro, ho camminato per chilometri!» Scosse la testa. «Non è necessario che tu mi creda. Non mi aspetto che lo faccia. Ma
questo è quello che è accaduto. Quando finalmente ho trovato il modo di uscire, è stato per puro caso. E la cosa più strana è che, una volta uscito, ho avuto paura, non sentendo più l'erba alta attorno, ed ero sul punto di ritornare là dentro! Ho provato questa sensazione, nonostante l'orribile senso di desolazione che avvertivo in quel posto. Ma devo tornare. Devo capire! C'è qualcosa lì fuori che sfida le leggi della natura che noi conosciamo. Voglio scoprire di cosa si tratta. Credo di avere un piano, e voglio metterlo in pratica.» Le sue parole mi preoccuparono e, con una punta di inquietudine, mi ricordai di quello che avevo provato stando alla finestra quel pomeriggio, e trovai difficile considerare quelle sue parole come delle sciocchezze. Senza molta convinzione tentai di dissuaderlo dal rientrare nello spiazzo, ma sapevo che stavo sprecando il fiato. Lasciai il negozio quel pomeriggio in preda a un senso di oppressione, un presagio che nulla avrebbe potuto rimuovere. Quando tornai diversi giorni più tardi, i miei timori si erano già realizzati: Canavan era sparito. La porta del negozio era aperta, come al solito, ma Canavan non era in casa. Cercai in tutte le stanze. Finalmente, con un senso di apprensione, spalancai la porta sul retro e mi affacciai sullo spiazzo. L'erba alta ondeggiava nella brezza, e si sentiva un secco sibilante mormorio. Gli alberi morti si stagliavano neri e immobili contro il cielo. Benché fosse piena estate, non udivo né il cinguettio degli uccelli né il ronzio di un insetto. Lo spiazzo stesso pareva sospeso, come in ascolto. Sentendo che qualcosa stava accadendo, abbassai lo sguardo, e vidi una grossa corda che proveniva da qualche punto dietro alla porta, attraversava il breve spazio libero adiacente alla casa e si dipanava nell'erba. Immediatamente mi ricordai del «piano» di cui aveva parlato Canavan. Il suo piano, mi accorsi immediatamente, era stato quello di entrare nello spazio tenendo un capo di quella corda robusta. Per quanto si fosse spinto in avanti, doveva aver sicuramente pensato, poteva sempre ritrovare la strada per mezzo della corda. Sembrava un piano realistico, e avvertii un senso di sollievo. Probabilmente Canavan era ancora all'interno dello spiazzo. Forse, se gli si permetteva di esplorare quel luogo per un tempo sufficientemente lungo, senza interruzioni, esso avrebbe perso la sua malefica presa su di lui, e se ne sarebbe dimenticato. Tornai dentro e mi misi a curiosare tra i libri. Dopo un'ora ricominciai a sentirmi inquieto. Mi chiesi quanto tempo Canavan era rimasto nello
spiazzo sul retro. Quando mi misi a riflettere sulla salute malferma del vecchio, cominciai a sentirmi responsabile di quanto stava accadendo. Finalmente tornai ad affacciarmi alla porta sul retro. Canavan non si vedeva. Lo chiamai. Ebbi la sensazione inquietante che il mio richiamo non giungesse oltre il limitare della bisbigliante cortina erbosa. Era come se il suono stesso venisse attutito, soffocato, annullato, non appena le vibrazioni giungevano nello spiazzo ricoperto di vegetazione. Chiamai ancora e poi ancora, ma non ottenni risposta. Finalmente mi decisi a seguirlo. Avrei seguito la corda, pensai, e sarei riuscito a raggiungerlo. Mi dissi che indubbiamente l'erba alta avrebbe certo attutito le mie grida, e probabilmente Canavan stava diventando un po' sordo. Appena all'interno della porta sul retro, la corda era legata strettamente alla gamba di un pesante tavolo. Afferrando la corda, attraversai la