Da quando la corte di Camelot risuonava dei loro giochi da bambini, Uther e Merlino sono stati amici e compagni inseparabili. Una volta cresciuti, c'è stata solo una persona che Merlino abbia amato più del cugino: sua moglie Cassandra. Alla morte di lei, avvenuta per mano di un assassino sconosciuto, i sentimenti di Merlino verso il cugino, che egli ritiene colpevole dell'omicidio, si tramutano in un odio tanto profondo quanto era stato forte il suo affetto. Oltre a questo episodio, che lo segnerà profondamente, Uther, salito al trono della Cambria, deve affrontare altre difficili prove. L'eterno nemico re Lot di Cornovaglia si prepara a sferrare un attacco combinato alla Cambria e a Camelot e per questo sta cercando di rinsaldare le vecchie alleanze. Ma per farlo ha bisogno di avere accanto l'odiata moglie Ygraine, figlia del re dell'Eire, che Uther fa strategicamente rapire. In un complesso gioco di tradimenti e amicizie, Uther riesce a creare una rete di odio intorno a Lot. A partire proprio da Ygraine che, innamoratasi di lui, tornerà dal marito portando in grembo il frutto del suo amore. E sarà durante l'incalzare della campagna contro gli invasori, tra il furore delle armi, che Uther saprà della nascita di suo figlio, a cui è stato dato il nome di Artù. Da qui inizia la leggenda.
Jack Whyte è poeta, regista cinematografico e romanziere. Nato in Scozia, vive ora a Vancouver. Le cronache di Camelot sono ormai un bestseller in tutto il mondo. Per Piemme ha pubblicato La pietra del cielo, La spada che
canta, La stirpe dell'aquila, Il sogno di Merlino, Il forte sul fiume, Il segno di Excalibur e Le porte di Camelot.
Sovraccoperta: Studio Aemme
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In sovraccoperta: Foto di Simon Marsden ISBN: 88-384-7204-1 Titolo originale dell'opera: Uther © 2001 by Aquilifer Holdings Ltd. Traduzione dall'inglese a cura di Annalisa Carena Realizzazione editoriale: Conedit Libri s. r. l. - Cormano (Mi) I Edizione 2003 © 2003 - EDIZIONI PIEMME Spa 15033 Casale Monferrato (AL) Via del Carmine, 5 Tel. 0142/3361 Fax 0142/74223 www.edizpiemme.it Stampa: arti grafiche TSG s. r. l. Via Mazzini 4 - 14100 Asti
A mia moglie, Beverley, e al clan: Jode, Mitch e Holly, Jeanne e Michael, e Phyllis
Prologo Figlio di Uric Pendragon, capo e re della Federazione dei Pendragon di Cambria, e di Veronica Varro, appartenente a una delle più illustri famiglie di Camelot, Uther conduce fin da bambino un'esistenza divisa a metà. Da una parte Tir Manha, sede di governo del padre, con le sue cupe usanze celtiche e la tradizione di guerrieri feroci e indomabili; dall'altra Camelot, l'ex Colonia romana, depositaria dell'eredità militare, amministrativa e culturale dell'impero in Britannia. A premere perché il piccolo Uther trascorra il maggior tempo possibile a Camelot insieme al cugino Caio Merlino Britannico, suo coetaneo e grande amico, è soprattutto la madre Veronica, che spera in tal modo di sottrarlo alla barbarie e alla violenza che considera innate nel popolo cambriano e delle quali è stata testimone al suo arrivo a Tir Manha. Impensierito dai timori della madre e disorientato dall'acuto contrasto fra le sue due patrie, Uther trova un inaspettato sostegno in Garreth il Fischiatore, il Campione del Re, il quale si incarica della formazione complessiva del ragazzo con il beneplacito di re Ullic Pendragon. Sotto la guida di nonno Ullic e di Garreth, Uther viene educato al suo futuro ruolo di capoclan e di probabile re, sviluppando un carattere nobile ma impetuoso e una grande passione per la cavalleria. Ai suoi tradizionali amici, Garreth e Merlino, si aggiunge molto presto anche Nemo, una ragazza poco più grande di lui scappata di casa e ritrovata ferita in un bosco. Brutta e scontrosa, Nemo sviluppa per Uther un affetto morboso che la induce a sfruttare il suo fisico mascolino per entrare a far parte del reparto di cavalleria da lui guidato, i Dragoni. Il lungo apprendistato militare di Uther si svolge a Camelot, sotto la guida degli ufficiali veterani dell'impero e a fianco di Merlino, con il quale condivide amori e avventure. Il legame fraterno tra i cugini si spezza però alla comparsa di Cassandra, una giovane sordomuta ritrovata dai due nel corso di un pattugliamento: in una tragica notte
la ragazza viene trovata in fin di vita, stuprata e picchiata da un misterioso aggressore, e Merlino si convince che a compiere il misfatto sia stato Uther in seguito a uno dei suoi leggendari scoppi d'ira. Una serie di eventi gravi e luttuosi riavvicina i due giovani, pur senza sanare i loro dissidi. Un attacco proditorio del re di Cornovaglia, Gulrhys Lot, causa la morte di Pico Britannico, padre di Merlino e comandante in capo delle truppe di Camelot, mentre Uric, diventato re della Federazione dei Pendragon, cade vittima di un complotto ordito da Meradoc, capo di un clan dei Llewellyn, che ambisce a prenderne il posto. La morte di Uric promuove automaticamente Uther al ruolo di capo del suo clan, e lo include tra i pretendenti al trono chiamati a riunirsi per l'elezione del re in una cerimonia chiamata la Scelta. Per impedire che lo scomodo concorrente partecipi alla Scelta, Meradoc assolda un sicario per eliminarlo, Owain delle Grotte; ignaro di tutto, Uther salva l'uomo dalle fauci di un orso e si guadagna così la sua fedeltà, sventando i piani del rivale. Giunto a Tir Manha, sfida apertamente Meradoc rinfacciandogli i suoi misfatti e lo uccide. Gli altri capiclan, tra cui il giovane Huw Fortebraccio, lo acclamano così nuovo re della Federazione dei Pendragon.
PARTE PRIMA
CASSANDRA
I. Il mese di luglio, che avrebbe dovuto portare cieli azzurri e brezze estive, quell'anno era stato più simile a un tardo novembre: cieli grigi ingombri di nuvole gonfie di pioggia e venti freddi che si insinuavano anche negli abiti più pesanti gelando il corpo fino all'osso. Il temporale in corso, l'ultimo di una lunga serie, era iniziato il giorno prima, investendo Nemo con raffiche ghiacciate e acqua a catinelle. Nel giro di un'ora si era ritrovata fradicia e intirizzita, gravata dal peso aggiuntivo del suo spesso mantello di lana incerata col cappuccio, ormai zuppo. E mancava ancora un giorno intero di viaggio per arrivare a Camelot. Era passato un anno dalla Scelta e nove mesi da quando Uther aveva ricacciato in Cornovaglia l'esercito di Lot, un periodo segnato da crisi e difficoltà quotidiane. L'inverno era stato duro a Tir Manha, le scorte di grano e di foraggio erano calate con allarmante rapidità, e ora l'estate portava scarso sollievo, minacciando con il suo umore cupo e piovoso i futuri raccolti. Abbandonata la strada, Nemo cavalcò per ore tra gli alberi in cerca di un qualche riparo ma non trovò nulla, nemmeno una grotta o la tana di un grosso animale in cui infilarsi. Molti anni prima un enorme incendio aveva divorato l'intera foresta, e la vegetazione non era ancora ricresciuta interamente. Nemo aveva incontrato solo il rudere isolato di una capanna in una stretta gola sul fianco di una collina ma non le era stato di alcun aiuto: abbandonata da decenni, quel che restava della costruzione non aveva più il tetto e i muri cadenti non offrivano riparo dalla furia del vento. Nemo puntò direttamente verso l'unico luogo in cui sapeva di poter trovare almeno una rudimentale protezione dalla pioggia: una stalla di pietra, vuota da tempo immemorabile e ormai in rovina, che conservava però sulle travi marce il residuo di uno spesso tetto di zolle erbose. Se quel brandello di tetto non era crollato durante l'ultimo inverno, la ragazza avrebbe almeno potuto provare ad accendere un fuoco.
Il sole era tramontato da più di un'ora quando finì di percorrere le dieci o dodici miglia che la separavano dal bivio presso il quale si trovava la stalla, e un'altra ora trascorse prima che riuscisse a localizzare, nell'oscurità, l'edificio semidistrutto. Il tetto, o quel che ne restava, era ancora al suo posto, e sollevando il mantello per ripararsi dalle raffiche di vento, Nemo creò un angolo abbastanza asciutto per far scaturire qualche scintilla dall'acciarino e accendere una piccola fiamma, proteggendola con il suo corpo dalle folate gelide e insidiose. Attese che il fuocherello acquistasse un po' di vigore, poi cercò nella bisaccia la spessa candela che aveva sempre con sé e l'accese con un rametto ardente. A quel punto, tenendo la fiammella nell'incavo del braccio sotto il mantello, si spostò verso il muro contro il quale era accatastata una scorta di legna secca che altri viaggiatori come lei avevano utilizzato e reintegrato. Con molta pazienza riuscì allora ad accendere un vero falò, alimentandolo poco alla volta con i rami secchi. A poco a poco il suo umore migliorò vedendo le fiamme che iniziavano a danzare allegramente, rischiarando con la loro luce dorata l'angolo della baracca e proiettando ombre mutevoli contro i muri in rovina. Si rialzò e si tolse il mantello fradicio, poi con la mano sinistra afferrò la lama nuda della spada che portava sulla schiena e la spinse verso l'alto con un gesto deciso e ben calibrato, afferrando l'elsa con la destra per sfilare l'arma dall'anello di ferro che la teneva sospesa tra le scapole. Impugnandola come un coltello, Nemo la piantò con forza nel terreno e si chinò a raccogliere il suo scudo, un disco di legno ricoperto di cuoio con borchie di ferro. Lentamente, attenta a posizionare il tutto in maniera corretta, ancorò lo scudo al pomo dell'elsa legandolo con le cinghie applicate sul retro, in modo che fosse il suo stesso peso a tenerlo in equilibrio. A quel punto, soddisfatta, riprese il mantello e lo dispose delicatamente su quella struttura improvvisata per farlo asciugare al calore del fuoco, assicurandosi che non cadesse. Poi si slacciò il fodero della daga e a malincuore andò a occuparsi della sua cavalcatura. Di norma, un soldato di cavalleria avrebbe dovuto provvedere alle necessità dell'animale prima che alle proprie, ma Nemo era esausta e intirizzita, quasi allo stremo delle forze, mentre il cavallo
era ancora in buone condizioni, stanco e infreddolito forse, ma in grado di sopportare la furia delle intemperie per un'altra ora. Non aveva modo di metterlo al riparo perché il tetto era appena sufficiente a coprire lei e il suo falò, ma lo sistemò a ridosso del muro esterno, per proteggerlo almeno in parte dal vento. Per prima cosa rimosse le preziose bisacce e il mazzafrusto di ferro simile a quello di Uther, di cui era molto orgogliosa. Poi dissellò il cavallo e gli tolse la gualdrappa, rimasta incredibilmente calda e asciutta nella zona protetta dalla sella. Il grosso castrato scosse la testa con uno sbuffo di sollievo, tese i muscoli del dorso e voltò il posteriore in direzione del vento, chinando il capo in cerca di erba da brucare. Nemo sapeva che non si sarebbe mosso finché lei non fosse tornata. Portando con sé il mazzafrusto, andò a sistemare la sella accanto al fuoco, drappeggiandovi sopra la gualdrappa affinché si asciugasse. Da una bisaccia estrasse tutto il necessario per la cura del cavallo: una musetta cilindrica di cuoio ripiegata, un corredo di pastoie, una grossa striglia dalle setole dure e una sacca di avena chiusa da un cordone, piena per un quarto. Dall'altra tirò fuori una coperta ben legata e ripiegata, fatta di uno spesso tessuto di lana spazzolata e incerata, e il suo tesoro più prezioso: una ciotola di cuoio per cucinare donatale anni prima da Uther, assicurata a un largo anello di ferro. Come sempre, la esaminò accuratamente per accertarsi che non avesse subito danni durante il viaggio, poi la mise da parte insieme al treppiede pieghevole dalle lunghe gambe che serviva per reggerla. Nella ciotola c'era un altro involucro di cuoio più piccolo che ospitava un cucchiaio e una scodella, entrambi di corno; la scodella conteneva del sale avvolto in un fazzoletto insieme a varie piante ed erbe sigillate una per una: cipollotti, spicchi d'aglio e funghi secchi. Prese solo la scodella di corno e ritirò tutto il resto salvo la coperta, che sistemò sotto l'ala della sella, accanto al fuoco. Riempì la musetta di avena, poi staccò dal suo elmo di metallo il rivestimento di cuoio all'interno. Da un'estremità del tetto colava giù un costante zampillo d'acqua piovana e Nemo capovolse l'elmo per raccoglierla; quando fu quasi pieno, si chinò a raccogliere la sacca con l'avena e tornò verso il muro in fondo alla stalla.
Il cavallo era abituato a farsi impastoiare e non reagì quando lei si inginocchiò a fatica, ostacolata dall'armatura, per immobilizzargli le zampe anteriori; l'animale sapeva che subito dopo Nemo gli avrebbe tolto le briglie e l'odiato morso dalla bocca. Qualche attimo dopo cacciò la testa finalmente libera nell'elmo e bevve rumorosamente; ma non aveva molta sete, e ben presto scosse il capo per indicare che ne aveva abbastanza. Parlandogli dolcemente per tranquillizzarlo con il suono della sua voce, Nemo gli agganciò la musetta e lo lasciò mangiare. L'animale scrollò leggermente la testa e si spostò per assumere una posizione più comoda, poi abbassò il collo per appoggiare la musetta sul terreno e si mise a ruminare la sua avena. Nemo lo osservò per qualche istante, poi raccolse l'elmo e tornò accanto al fuoco. Seduta sulla sella, si slacciò la giubba e la aprì in modo che il calore penetrasse nell'umida tunica trapuntata. Estrasse da sotto l'ascella lo spesso astuccio di cuoio contenente i dispacci che Uther le aveva affidato perché li consegnasse a Merlino e controllò che fosse ancora sigillato, poi strinse bene la cinghia che assicurava l'astuccio al petto e lo rimise al suo posto. Con la coperta estratta dalla bisaccia si ripulì la faccia e il collo meglio che poté, strofinandosi la corta chioma bagnata. Per asciugarsi bene avrebbe dovuto togliersi l'armatura, compito tutt'altro che facile visto che era gelata, rigida e bagnata. Rimetterla addosso in seguito le sarebbe stato praticamente impossibile, e la turbava l'idea che nell'oscurità qualcuno potesse vederla nuda, schermata solo in parte dai muri cadenti e da un pezzo di tetto fatiscente, illuminata dal tremulo bagliore del falò. Quando si fu asciugata a sufficienza, Nemo distese la coperta accanto al fuoco, ne bloccò un'estremità a terra con qualche grosso sasso e fissò il lembo opposto, rivolto verso il falò, alla sommità di due lunghi rami piantati nel terreno; quindi si accoccolò in quel rifugio improvvisato. A quel punto estrasse dei pezzi di carne di cervo salata che teneva in una tasca della borsa di pelle appesa alla cintura e masticò lentamente un boccone dopo l'altro, gustandone il forte sapore affumicato mentre il tepore del fuoco penetrava a poco a poco lo spessore della tunica. Dopo aver dato un'ultima occhiata al cavallo, finalmente si distese avvolgendosi nella coperta e si addormentò, svegliandosi ogni tanto e alimentando il fuoco nel
timore di non riuscire più a riaccenderlo se lo avesse lasciato spegnere completamente. Al mattino era ancora gelata fino alle ossa, tremante sotto le vesti bagnate e la pesante armatura. La luce del giorno, per quanto poco invitante, la indusse a prendersi cura di se stessa, così si fece coraggio e tornò sotto la pioggia a raccogliere qualche bracciata di legna per rimpiazzare quella che stava utilizzando. Riattizzò il fuoco fino a far divampare la fiamma e si spogliò completamente, esponendosi al calore; poi mise gran parte dei suoi abiti a scaldarsi accanto al falò e si sedette avvolta nella coperta per pianificare le attività della giornata, sgranocchiando cereali abbrustoliti, nocciole sgusciate e frutta secca spezzettata. Dopo una breve sortita per soddisfare i bisogni corporali, si accoccolò nuda per un po' davanti alle fiamme, allargando la coperta per farsi inondare dal calore finché non si sentì tirare e pizzicare in tutto il corpo. Quando capì di non poter più resistere senza scottarsi, si infilò della biancheria leggera e asciutta estratta dalla bisaccia, assicurò al petto il prezioso astuccio dei dispacci e indossò di nuovo la spessa tunica ancora umida, i gambali, le pesanti calze di lana e gli stivali con le borchie di ferro; poi andò rapidamente a prendere il cavallo e lo condusse all'interno della stalla. Riparandolo sotto il tetto, lo strigliò meglio che poté, strofinandolo a lungo ed energicamente con le setole dure della spazzola per liberare il manto dall'umidità notturna, soprattutto sul dorso dove il ruvido peso della sella, se male equilibrato, poteva rapidamente diventare intollerabile all'animale. A quel punto gli agganciò la sella e vi posò sopra i pezzi principali della sua armatura: la pesante giubba e i gambali di spesso cuoio rivestiti da migliaia di piccoli anelli di metallo sovrapposti; legò lo scudo, l'elmo, la corazza e i cosciali l'uno all'altro con le loro cinghie e fibbie di cuoio, li depose sulla giubba e ricoprì il tutto con il suo mantello di lana. Nemo portava in vita un alto e robusto cinturone al quale erano assicurate due daghe di tipo romano, una sul fianco sinistro e l'altra sul fianco destro, subito dietro un'ampia borsa di cuoio. A tracolla aveva un'altra cintura dello stesso peso e spessore sul retro della quale, tra le scapole, era attaccato il grosso anello di ferro che sosteneva la spada. Quest'ultima era rimasta per tutta la notte
conficcata nel terreno per sorreggere il mantello; Nemo andò a recuperarla e la rimise nel fodero usando entrambe le mani. Dato che senza l'armatura era in grado di muoversi più agilmente e velocemente, decise di proseguire a piedi per rimanere più calda e risparmiare le forze del cavallo, e afferrate le briglie trascinò l'animale all'aperto sotto le intemperie, dirigendosi verso Camelot. Circa sei ore dopo, Nemo era giunta allo stremo delle forze. Non vedeva l'ora di raggiungere Camelot e i suoi bagni caldi. Un'ora prima aveva smesso di piovere, e uno squarcio tra le nuvole e un frammento di cielo azzurro alla sua destra l'avevano indotta a fermarsi in una stalla deserta per rimettersi l'armatura, in modo da entrare in città nella tenuta adeguata. Ma appena risalita in sella la pioggia aveva ricominciato a cadere, più fitta che mai. Quel poco di pazienza che le era rimasto era svanito quasi istantaneamente, sebbene fosse ormai in vista delle mura posteriori della fortezza, e avesse spronato il cavallo affrontando la dura salita. Le mura erano molto vicine, ma quasi completamente nascoste da una nuvola bassa e gonfia di pioggia che avvolgeva la cima della collina. Imprecando e borbottando fra sé, Nemo seguì il sentiero che si faceva a poco a poco meno ripido e quando alzò lo sguardo sotto la pioggia battente udì il grido di una sentinella e il suono di una tromba che chiamava il comandante della guardia. «Chi va là?» Nemo drizzò la testa sperando di identificare la voce, ma non la riconobbe. «Nemo» rispose a voce alta. «Decurione dei Dragoni di Uther. Ho un messaggio di re Uther per Merlino Britannico.» Ci fu un attimo di silenzio, poi si udì una nuova voce, questa volta molto familiare. «Nemo? Sei tu? Cosa ti accadde l'ultima volta che tornasti da Glevum?» «Mi desti quattro mesi di consegna di rigore, centurione Dedalo. Lo sai che sono io. Fammi entrare.»
Il pesante cancello si spalancò e Nemo si infilò nel nuovo stretto passaggio di sbarramento costruito dopo il primo, quasi fatale assalto di Lot. Alzò lo sguardo verso le guardie che la osservavano dall'alto delle mura, riconoscendone alcune, e per la prima volta si rese conto di quanto fosse efficace quel tortuoso corridoio. Chiunque in futuro avesse sferrato un attacco da quella parte avrebbe dovuto percorrere una stretta galleria fiancheggiata da alte mura sulle quali erano allineati i difensori. «Ehi, Muso-Duro, si direbbe che tu abbia preso un po' di pioggia!» Nemo ignorò quella battuta e tutte le altre, arrivando fino alla fine del cunicolo. Là, in uno spazio più ampio ma ancora cintato, trovò Dedalo insieme a un soldato che venne verso di lei per prenderle la cavalcatura. Stava per allontanarlo con un gesto quando Dedalo la prevenne. «Lascia a lui il cavallo, Nemo, e pensa a te stessa; direi che ne hai bisogno. Fossi in te, per prima cosa mi fermerei ai bagni. Dovrebbe esserci poca gente a quest'ora.» Nemo esitò, lanciandogli un'occhiata scontrosa, poi scrollò le spalle e recuperate le bisacce dalla sella se le sistemò su una spalla, abbandonando il suo cavallo al soldato con un secco cenno del capo. «Merlino Britannico?» «È fuori per un pattugliamento, ma sarà di ritorno nel tardo pomeriggio. Stanno preparando una spedizione a Verulamium, dall'altra parte del paese, per partecipare a una riunione di ecclesiastici.» Nemo non aveva alcun interesse per gli ecclesiastici. «Ho dei dispacci per lui da re Uther.» «Lo so, ti ho sentito. Nel tempo che impiegherai a scongelarti sarà di ritorno. Hai degli abiti asciutti? No? Allora va' a riscaldarti e a riacquistare un aspetto umano. Manderò qualcuno in lavanderia perché prenda delle vesti pulite e te le porti ai bagni. Gli dirò di gridare il tuo nome e di posarle negli spogliatoi. Lascia lì la tua armatura: la porterà a uno dei fabbri per farla asciugare accanto alle fucine, prima che si arrugginisca.»
«Non fa la ruggine. Gli anelli sono di bronzo.» Dedalo fece una smorfia e scosse la testa con aria di compatimento. «Nemo, credi davvero che non lo sappia? Ora va', togliti dai piedi.» Rimase in silenzio mentre lei si avviava, poi la richiamò. «No, aspetta, Nemo... Prima che tu vada ai bagni, forse saresti più tranquilla sapendo che i tuoi dispacci per il comandante Merlino sono al sicuro. Dove li hai messi?» Nemo gli lanciò un'occhiata, poi si batté il petto sulla destra. «Sono al sicuro.» Dedalo sorrise. «Già, adesso. Ma te li porterai dietro anche nella piscina di acqua calda?» Nemo sussultò e il centurione, vedendola sempre più preoccupata, si impietosì. «Devi trovare qualcuno di cui ti puoi fidare, Nemo... e se non c'è nessuno di cui tu ti fidi, trovare qualcuno di cui si fiderebbe Uther. Fossi in te, porterei i miei dispacci all'amministrazione e li affiderei a uno dei legati anziani prima di andare ai bagni. Tito o Flavio, fa lo stesso. Sono entrambi degni di fiducia.» Nemo lo fissò socchiudendo gli occhi ed esitò per qualche istante, poi annuì e si avviò verso il palazzo dell'amministrazione. Un'ora dopo, attraversati i bagni intermedi, Nemo si crogiolava nel calidarium, la profonda piscina d'acqua calda, chiedendosi se valesse la pena di uscirne per passare nel sudarium, la stanza del vapore, dove i muri piastrellati e le tende di pelle imprigionavano le nuvole di vapore che, alimentate dalla fornace posta sotto lo stabilimento, uscivano da aperture a livello del pavimento. Decise di rimanere dov'era, poiché le sembrava di non potersi mai saziare di quella magnifica acqua fumante, sebbene solo qualche ora prima fosse convinta che non sarebbe mai più riuscita a riscaldarsi. C'era solo un paio di persone ai bagni oltre a lei, e altre due ne stavano uscendo quando era arrivata. Tutta gente che lei conosceva e che le aveva rivolto un cenno di saluto nel vederla. Nessuno di loro le aveva rivolto la parola, né aveva prestato attenzione al suo sesso, ignorando intenzionalmente la sua nudità come se fosse perfettamente naturale, come la loro. Nemo non ci aveva badato. Era una questione che aveva liquidato senza esitazione parecchi anni prima.
Al di là della sua evidente appartenenza al sesso femminile, aveva un fisico decisamente mascolino. Fin da bambina era stata bassa e tozza, dotata di una forza immensa rispetto alla sua taglia e alla sua età, e quando si era offerta volontaria nelle truppe a cavallo di Uther aveva già il torace e le braccia robusti e muscolosi. Seni e pettorali erano meno pronunciati di quelli di molti uomini, benché privi di peli e forniti di capezzoli grandi e inequivocabilmente femminili. Fianchi e natiche, ventre e cosce erano asciutti e sodi. Solo il pube coperto da un vello nero contrastava con la sua immagine di forza e vitalità. Ciononostante alcuni cavalieri di Camelot, spinti dal desiderio, continuavano a vedere in lei soltanto una donna. Il suo corpo inviolato era un insulto alla loro virilità. In molti avevano provato a possederla con la forza, da soli o in gruppo. E tutti avevano fallito, umiliandosi pubblicamente, poiché non erano riusciti a prevedere e tanto meno a fronteggiare l'implacabile e violenta reazione di Nemo ai loro assalti. Ogni volta che avevano tentato di sopraffarla e di conquistarla, lei si era ribellata come un uomo in pericolo, malmenandoli e mettendoli invariabilmente in fuga pesti e sanguinanti. Proprio in quei bagni una volta l'avevano aggredita in sei, e due ci avevano lasciato la pelle. Uno era stato ucciso da un manrovescio di Nemo che gli aveva sfondato il setto nasale, l'altro era morto scivolando mentre tentava di schivare un calcio che lo avrebbe evirato: nella brutta caduta si era fracassato il cranio sul bordo della piscina. Dei quattro sopravvissuti, uno si era fratturato una gamba e l'altro si era ritrovato con le costole rotte, mentre gli ultimi due avevano tagliato la corda. L'inchiesta ufficiale sull'accaduto aveva scagionato Nemo, stabilendo che aveva agito per legittima difesa. Nel corso del procedimento, in più di un'occasione Merlino Britannico aveva mostrato perplessità, ma ogni volta si era inchinato al giudizio di Uther che aveva difeso accanitamente il suo subordinato, insistendo che venisse considerato prima di tutto un soldato, e solo incidentalmente, e con riserva, una donna. E nei frequenti casi in cui uno degli ufficiali di Camelot, addestrato come gli altri secondo le consuetudini romane, metteva in discussione l'opportunità di avere delle donne nei propri ranghi, Uther lo fulminava con un'occhiata
sprezzante portando a esempio Budicca e una dozzina di altre illustri donne celte, tutte famose guerriere, oltre a svariati capitani dei Pendragon. Snocciolava i loro nomi con rapidità citandole come dimostrazione indiscutibile del fatto che le donne della Britannia celtica avevano sempre combattuto a fianco dei loro uomini in completa parità. Dopo quell'evento, tutti avevano capito che non valeva la pena di perdere tempo con Nemo. Se per possederla bisognava lottare con lei come se fosse un uomo, suggeriva il buon senso, allora lei era un uomo... e il loro tentativo sarebbe risultato ambiguo. Da allora Nemo si mescolò tranquillamente agli altri soldati, girando nuda fra loro nei bagni, e solo i nuovi arrivati si interessavano a lei per un breve periodo prima di essere tratti in disparte e avvertiti. Dopo aver indossato abiti freschi di bucato e la leggera armatura dei cavalieri della guarnigione di Camelot, Nemo uscì dallo stabilimento e scoprì che nel frattempo il temporale era cessato. Il cielo era azzurro e senza nuvole, e nell'aria pulita si sentiva finalmente il calore di luglio. Anche i ciottoli infangati della strada si stavano asciugando rapidamente. Un paio di soldati a cavallo venivano verso di lei, diretti ai bagni, e Nemo capì immediatamente che tornavano da un pattugliamento, perché avevano i mantelli inzuppati e sporchi. Alzò un braccio per attirare la loro attenzione e domandò se Merlino era tornato. I due annuirono e uno di loro fece un cenno in direzione del palazzo dell'amministrazione. Nemo superò le guardie poste all'ingresso e a lunghi passi raggiunse la postazione dell'ufficiale di giornata, dove il legato Tito era immerso in una conversazione con un altro soldato appena rientrato. Vedendola avvicinarsi con la coda dell'occhio, Tito si chinò sotto il tavolo per recuperare l'astuccio che lei gli aveva affidato e senza smettere di chiacchierare glielo riconsegnò. Nemo allora si diresse verso la porta della stanza di Merlino, si fermò sulla soglia e bussò. «Avanti!» Merlino Britannico era seduto su una sedia dall'alto schienale e
senza braccioli, davanti a una lunga scrivania illuminata da una finestra a doppio arco. Teneva un rotolo di papiro alzato verso la luce con entrambe le mani e leggeva a voce bassa, con aria preoccupata. Non badò a Nemo finché non ebbe finito, poi buttò il rotolo richiuso sul tavolo. «Maledizione» borbottò, alzando lo sguardo verso il nuovo venuto. Dapprima la osservò con aria perplessa: era evidente che, pur conoscendo la persona che gli stava davanti, non riusciva a darle un nome. Poi, di colpo, scattò in piedi corrugando la fronte. «Fai parte delle truppe di Uther, vero? Sei quella che chiamano Nemo... Già... Il tuo re è qui? A Camelot?» Nemo rimase sull'attenti ma scosse il capo, incapace come sempre di proferire parola, e si limitò a tendergli l'astuccio di pelle facendo un passo avanti. Merlino si avvicinò scrutandola con attenzione, ma appena le sue mani si chiusero sull'astuccio lei indietreggiò, salutò e girando sui tacchi fece per lasciare la stanza. «Aspetta!» Nemo si voltò. Merlino seguitava a guardarla con aria pensosa. «Uther sta bene?» Nemo annuì e Merlino si rabbuiò. «Che ti prende, sei forse muta?» Nemo si schiarì la gola. «Sì, signore... comandante. Re Uther sta bene» rispose con voce roca. «Ottimo. Ed è sempre a Tir Manha?» «Sì, signore.» «E come vanno le cose nel suo regno? Tutto a posto? È passato un anno, mi sembra, da quando è diventato re, e nove mesi da quando ha rispedito la marmaglia di Lot in Cornovaglia con la coda fra le gambe. Non ha intenzione di farci visita, nel prossimo futuro?» Strani pensieri attraversarono la mente di Nemo. Qualcosa nel tono di voce di Merlino la mise istintivamente in allarme. Guardandolo negli occhi ebbe la sensazione che pensasse il contrario di ciò che stava dicendo e che sarebbe stato ben felice di non rivedere più il cugino. Per quanto assurdo e inspiegabile, era chiaro che Merlino Britannico non desiderava affatto che Uther tornasse a
Camelot. Non disse niente e si limitò a fissarlo ritta sull'attenti, stringendo l'elmo nel cavo del braccio sinistro, gli occhi impenetrabili sotto la striscia folta e ininterrotta delle sopracciglia. «Allora? Mio cugino ha intenzione di venire a farci visita?» Nemo sussultò e si rese conto che doveva dare una risposta. Chinò il capo. «Non so, signore. Non parla con me. Quantomeno non dei suoi piani.» «Uhm... Molto bene. Grazie di avermi portato questi» disse, mostrando l'astuccio di pelle. «Hai l'ordine di attendere una risposta?» «No, signore.» «D'accordo, puoi andare.» Con un brusco saluto Nemo girò sui tacchi e si allontanò con passo marziale, avvertendo lo sguardo di Merlino puntato su di lei. Appena fu fuori dall'edificio e abbastanza lontana dal palazzo, abbandonò il passo di marcia e si rimise l'elmo, calandolo bene sugli occhi. Si allacciò la cinghia sotto il mento e sistemò la protezione sulle guance, poi proseguì ad andatura normale pensando con stupore e preoccupazione a Caio Merlino Britannico. Conosceva Merlino fin da quando era un ragazzo, mentre Merlino non sapeva praticamente niente di lei; per qualche motivo noto solo a lei e Uther, entrambi avevano fatto in modo che Merlino ignorasse la sua esistenza. E ora l'istinto le diceva che quell'uomo rappresentava una minaccia molto concreta per Uther. Merlino era cambiato e così il suo atteggiamento verso Uther. Non sprizzava più quell'entusiasmo e quel sentimento sincero di solidarietà e fratellanza che l'avevano sempre ingelosita e fatta sentire esclusa tutte le volte che i cugini erano insieme. Merlino non voleva più bene a Uther. Quella constatazione la fece sussultare. Era davvero così? Non sapeva cosa pensare. Ma era assolutamente certa che Merlino non salutasse più con gioia la prospettiva di rivedere l'amico. Per qualche istante si domandò quale strada prendere, poi girò
risolutamente a destra, e così facendo si scontrò con una donna che veniva verso di lei. La fragile figurina vestita di azzurro quasi rimbalzò contro il suo corpo massiccio e cadde all'indietro mulinando le braccia; ma Nemo si gettò immediatamente in avanti e riuscì ad afferrarla prima che finisse a terra. Il cappuccio che nascondeva il volto della donna le ricadde sulle spalle rivelando una lunga chioma nera spruzzata di grigio e grandi occhi di un azzurro stupefacente che esprimevano sorpresa e spavento. Nemo la riconobbe, ed ebbe un tuffo al cuore pensando che aveva messo a rischio la vita della nonna di Uther, Luceia Varro. Luceia fece capire che non si era fatta male e che voleva rimettersi in piedi e Nemo imbarazzata la lasciò andare, dopo averla sostenuta per qualche istante. L'anziana donna fece un cenno col capo e si rassettò gli abiti, rassicurando con qualche colpetto sul braccio la giovane donna che la accompagnava, poi si rivolse a Nemo guardandola dritta negli occhi. «Grazie, giovanotto» disse. «Non so come tu abbia fatto a reagire così in fretta, ma sono molto contenta che ci sia riuscito. Mi manca un po' il fiato, ma tutto il resto è a posto. È stato come finire addosso a un muro, solo che non mi è mai capitato di sbatterci contro così forte.» Si interruppe e si guardò intorno, accorgendosi solo in quel momento che una piccola folla di spettatori si era fermata a osservarla. «Grazie a tutti» disse in tono deciso per congedarli. «Sto bene e non mi è successo nulla, grazie alla prontezza di riflessi di questo giovane. Tornate alle vostre occupazioni, per favore.» Attese che le persone dopo un attimo di esitazione si fossero allontanate, poi si voltò di nuovo verso Nemo, piegando la testa da un lato. «Quella è l'uniforme delle guardie dei Pendragon, giusto? I Dragoni?» Nemo si schiarì la voce ma riuscì solo a fare un cenno di assenso. La donna la osservò socchiudendo gli occhi. «Mi pareva. Non posso non riconoscere l'emblema di mio nipote. E qual è il tuo nome?» Nemo si schiarì di nuovo la gola e cercò di rendere la sua voce il più profonda possibile, sapendo che Luceia la credeva un uomo. «Geddio, signora. Mi chiamo Geddio.» La menzogna le sfuggì dalle labbra prima che se ne rendesse conto, scaturita dall'assurda preoccupazione che Luceia potesse lamentarsi col nipote di essere
stata spintonata da uno dei suoi uomini. Si fosse trattato di chiunque altro, Nemo non ci avrebbe badato, ma sapeva bene quanto affetto e quanto inspiegabile timore Uther nutrisse nei confronti della nonna. Luceia la fissava con sguardo penetrante, cercando di distinguere i suoi lineamenti sotto la maschera protettiva dell'enorme elmo da cavaliere, ma Nemo sapeva che la vecchia non poteva scorgere che lo scintillio dei suoi occhi. «Hai portato messaggi da Uther?» Annuì. «Sì, signora. Dispacci per il comandante Merlino.» «Capisco. Bene, suppongo che ne sarò informata entro la fine della mattinata. Per adesso, grazie ancora, giovanotto. Ma sarà meglio che in futuro tu faccia più attenzione a dove vai. Ti auguro una buona giornata. Vieni, Deirdre.» Nemo fece un passo indietro, osservando intimidita la vecchia signora che si incamminava, e solo all'ultimo momento i suoi occhi si posarono sulla giovane donna che Luceia Varro aveva chiamato Deirdre. Si accorse che la ragazza la stava guardando, la fronte liscia lievemente corrugata, e qualcosa scattò nella sua mente. Conosceva quella donna, anche se non aveva idea di dove l'avesse incontrata. Poi, mentre Luceia Varro prendeva la compagna sottobraccio e si allontanava, notò un gonfiore sotto la veste di Deirdre che mostrava senza possibilità di errore il suo stato di avanzata gravidanza. Nemo rimase in mezzo alla via osservando le due donne che si dirigevano verso il palazzo dell'amministrazione, e vide che la gente le scrutava con espressione quasi reverenziale. Un terzetto di cavalieri fuori servizio che chiacchieravano accanto all'ingresso interruppero la loro conversazione e si misero rispettosamente sull'attenti di fronte a loro, riprendendo a parlare solo quando Luceia e la sua compagna furono scomparse all'interno. Nemo li raggiunse, sforzandosi di non apparire troppo interessata. I soldati smisero di parlare vedendola avvicinarsi, e uno di loro le rivolse un cortese saluto. Nemo contraccambiò e adottò la sua voce "maschile". «Sono appena arrivato dalla Cambria. Chi è la ragazza insieme a
donna Luceia?» L'uomo che l'aveva salutata sorrise. «È donna Deirdre. La moglie del comandante Merlino.» «Uhm...» Nemo gli fece un cenno di ringraziamento e di saluto e si allontanò, meditabonda.
II. "È donna Deirdre. La moglie del comandante Merlino." Quelle parole riecheggiavano nella mente di Nemo mentre scendeva verso il cancello principale della fortezza. In quel momento della giornata era spalancato e lei notò che le sentinelle in servizio, a lei tutte sconosciute, non avevano granché da fare; si limitavano a ciondolare pigramente controllando i pochi carri che andavano e venivano e tenendo gli occhi aperti nel caso arrivasse qualche ufficiale. Era quasi giunta al cancello quando si rese conto che qualcuno dietro di lei la chiamava e si girò. Un uomo dal volto colorito e dagli occhi enormi e scintillanti la salutava sorridendo e Nemo si pentì di essersi voltata e di non aver riconosciuto immediatamente quella voce così particolare. Era Nennio, uno dei massaggiatori che lavoravano ai bagni. Nemo era estranea a qualsiasi tipo di sessualità e il suo interesse per l'argomento era praticamente nullo, quindi non aveva difficoltà ad accettare il fatto che Nennio nutrisse una predilezione per uomini e ragazzi, ma si trattava di un pettegolo inveterato, incapace di tenere la bocca chiusa e di farsi gli affari suoi: il suo incessante chiacchiericcio rischiava sempre di farle perdere la pazienza. Ciononostante, Nennio non si era mai stancato di cercare l'amicizia di Nemo fin da quando lei era arrivata a Camelot, rifiutando ostinatamente di farsi mortificare o scoraggiare dalla perenne ostilità che lei mostrava nei suoi confronti. Come poteva offendersi, le aveva detto più volte, quando capiva fin troppo bene il dramma che doveva tormentarla, ogni singolo giorno? Secondo lui erano entrambi della stessa razza ma di aspetto differente, come due facce di una medaglia. Nemo era un uomo condannato da un destino crudele a vivere in un corpo di donna, mentre Nennio era una donna imprigionata nel corpo di un uomo. Era stato così sfacciato nell’inseguirla, e così amabile e sensibile nei suoi confronti, da esaurire persino le incommensurabili riserve di scontrosità di cui
lei era dotata. Nemo aveva finito per sviluppare una certa tolleranza verso le sue attenzioni e ad accettare e addirittura apprezzare le sue sedute terapeutiche nella sala massaggi dopo il bagno e la sauna, pur ostinandosi a conservare un silenzio che, per Nennio, era quasi intollerabile. Quel giorno Nemo non aveva né il tempo né la pazienza per dedicarsi a lui e lo scacciò con un tale cipiglio che l'amico, malgrado la sua capacità di sopportazione, non poté far altro che adeguarsi, alzando le braccia in segno di scusa mentre lei usciva dalla fortezza. Merlino Britannico aveva preso moglie e non aveva detto niente: non aveva mandato un messaggio, né prima né dopo, a Uther Pendragon. L'offesa era intollerabile. Nemo sapeva che nulla al mondo avrebbe impedito a Uther di presenziare alla festa nuziale di suo cugino, se l'avesse saputo. In preda a un improvviso attacco di nausea, inspirò profondamente e trattenne il fiato in modo da allontanare il malessere. Quale che fosse la sua opinione personale su Merlino Britannico - e nel corso degli anni aveva nutrito molti sentimenti contrastanti nei suoi confronti, dall'ammirazione all'antipatia, dall'invidia all'indifferenza fino alla cieca gelosia - era una delle costanti della sua vita. Sotto molti aspetti, l'esistenza di Merlino condizionava la sua. Il comportamento del giovane aveva sempre avuto una benefica influenza sul più volubile cugino, e Nemo ne aveva indirettamente beneficiato. Per questo motivo la notizia che aveva appena ricevuto, rafforzando la sua convinzione che l'atteggiamento di Merlino nei confronti di Uther si fosse gravemente deteriorato, la sconvolgeva. E tutto ciò a causa di una donna. Era un fatto sconvolgente, incomprensibile. Una donna sconosciuta stava mettendo in pericolo tutto ciò che per Nemo aveva un valore. Una completa estranea, una persona comparsa dal nulla e del tutto ignota a Uther Pendragon, stava per distruggere il suo mondo strappandogli, a fini personali ed egoistici, l'amico più stretto e il più caro compagno. Distruggendo la fiducia che Merlino riponeva nel cugino, come evidentemente aveva già cominciato a fare, questa donna avrebbe certamente impedito a Uther di fidarsi di chiunque altro in futuro. Rubandogli l'amicizia di Merlino senza motivi plausibili, questa donna, chiunque fosse, si era dimostrata disonesta e insensibile.
Nemo aveva trascorso la sua vita adulta circondata da soldati rozzi e brutali, e tutti prima o poi avevano descritto, alcuni con cinica ironia, altri con iroso disprezzo, il modo in cui una donna qualsiasi donna - poteva dividere e mettere l'uno contro l'altro anche gli amici più cari, a causa di quella cosa terribile chiamata amore. Lo aveva sentito raccontare cento volte e ne aveva sempre dubitato, prendendo quelle storie con il beneficio dell'inventario. Ora però non poté fare altro che affrontare quella realtà e cominciò a riflettere sul da farsi. Non si era mai trovata in una situazione simile, ma sapeva come agire, perché una delle prime lezioni che Garreth il Fischiatore aveva impartito a Uther Pendragon, e che lei aveva fatto propria, era che nessuno, nemmeno un comandante di alto rango, doveva impegnarsi in un combattimento o in una battaglia senza prima aver scoperto tutto ciò che c'era da sapere sul proprio avversario. «Conosci il tuo nemico.» Ricordando quell'insegnamento, Nemo cominciò immediatamente a domandarsi come ottenere informazioni su questa Deirdre e si diede subito una risposta che la stupì per la sua semplicità. Nennio il massaggiatore doveva sapere tutto sulla nuova sposa di Merlino Britannico perché era proprio il tipo di pettegolezzo di cui amava occuparsi. La donna era giovane, incinta, ed era apparsa all'improvviso. Nemo ne era certa, dato che l'ultima volta che aveva portato dispacci di Uther a Camelot, quattro mesi prima, non c'era traccia di quella sconosciuta. Quindi Deirdre era sbucata dal nulla conquistando l'amore di Merlino Britannico. Da dove era venuta? E quando potevano essersi conosciuti? Nemo sapeva che Nennio non doveva aver lasciato nulla di intentato per soddisfare la sua insaziabile curiosità su una questione così importante. Qualche attimo dopo stava già tornando verso i bagni, pronta a levarsi il mantello insieme al resto degli abiti e agli stivali per raggiungere rapidamente la stanza sul retro che ospitava i plinti di pietra dei massaggiatori. Una volta spogliata si diresse verso la stanza del vapore, avvertendo Nennio che avrebbe avuto bisogno dei suoi servigi. Le riuscì più difficile del previsto rimanere distesa tranquillamente
senza dire una parola mentre Nennio la massaggiava, chiacchierando in continuazione. Più di una volta Nemo si trattenne a fatica dall'apostrofarlo malamente, nel timore che per una volta potesse offendersi e rifiutarsi di dirle altro. Bruciava dalla voglia di confessargli ciò che la turbava, ma sapeva che sarebbe stata una pessima idea, poiché non poteva rischiare che un tipo come Nennio nutrisse anche il minimo sospetto sul suo interesse per la nuova moglie di Merlino Britannico. Così strinse i denti e cercò di non dare ascolto al suo cicaleccio, lamentandosi di tanto in tanto perché, a dispetto della loro affinità spirituale, Nennio la stava trattando senza molti riguardi, punendola, sia pur dolcemente, per lo sgarbo di poco prima. Al suo arrivo Nemo aveva biascicato una scusa, borbottando che aveva cose molto importanti per la testa. Nennio le aveva fatto cenno che la cosa non aveva importanza e si era lanciato nella sua consueta cronaca di notizie e informazioni provenienti da tutta la Britannia, raccolte da ogni possibile fonte a cui avesse accesso. Nennio era molto orgoglioso di quelli che chiamava «i suoi confidenti», ovvero la rete di informatori che lo tenevano costantemente aggiornato, e ci teneva a far credere che se non conosceva proprio tutti quelli che bisognava conoscere, conosceva almeno qualcuno che li frequentava. Non a caso Nemo si era scusata della propria maleducazione sostenendo che aveva dei pensieri per la testa. Nennio sapeva perfettamente che lei era il messaggero più fidato di re Uther, e che ogni volta che veniva a Camelot da sola era per portare dispacci del re a Merlino; in passato però non era mai riuscito a ottenere il più piccolo indizio su quei messaggi ed era la prima volta che vedeva Nemo preoccupata, o almeno così credeva, per qualche aspetto della sua missione. Alla fine, convinto di agire con grande astuzia, Nennio pilotò la conversazione in modo da chiederle, ostentando la massima naturalezza, cosa l'avesse turbata così visibilmente quel pomeriggio. Nemo brontolò e si voltò verso di lui, inarcando un sopracciglio per fargli capire che la sua domanda era impertinente. Nennio scrollò le spalle e proseguì spiegando che non voleva
sapere niente di particolare, era solo curioso di capire cosa avesse contrariato la sua cara Nemo al punto da renderla così sgarbata con un vecchio amico che passava per caso e l'aveva salutata. Nemo annuì, dandogli ragione e ammettendo di essere stata ingiustamente scortese. Era arrabbiata, spiegò, perché quando si era presentata al palazzo dell'amministrazione chiedendo del comandante Merlino aveva dovuto attendere a lungo, dato che il comandante era chiuso nella sua stanza con una giovane donna, una donna prossima al parto. Di norma non le avrebbe dato fastidio aspettare, disse, ma appena arrivata era andata direttamente a consegnare i suoi dispacci perché le era stato detto che erano urgenti. Il motivo di quell'urgenza le era ignoto, ma re Uther le aveva dato precise istruzioni di consegnare senza un attimo di indugio l'astuccio contenente i dispacci nelle mani di Merlino Britannico. Così aveva trovato irritante che, dopo aver cavalcato notte e giorno in mezzo alle intemperie per eseguire i suoi ordini, fosse costretta ad aspettare mentre il comandante Merlino se la spassava con una sgualdrinella. Nennio la ascoltò a bocca aperta, sgranando gli enormi occhi luccicanti segnati da una riga nera di antimonio. Non la interruppe, ma appena Nemo ebbe finito di parlare fece un gesto significativo con la mano e annuì, dicendo che capiva perfettamente il suo malumore. Ma in realtà, aggiunse con una luce maligna negli occhi, non era proprio corretto definire la giovane donna "una sgualdrinella". Si chiamava Deirdre, ed era la nuova moglie del comandante. Nemo si tirò su appoggiandosi a un gomito, cercando di fingere il più assoluto stupore. La moglie del comandante? Il comandante Merlino era sposato? Quando era accaduto, e come? Dieci giorni prima, spiegò Nennio, gongolante per l'effetto del suo annuncio... No, Nemo non ne era stata informata, non ne sapeva assolutamente nulla. Se era stato mandato un messaggio a re Uther in Cambria, doveva essere successo mentre lei era in viaggio. Erano sposati da dieci giorni? Ma il ventre della donna era molto grosso... vicinissimo al parto. Da dove era spuntata fuori? Dove l'aveva tenuta nascosta Merlino?
Nennio allargò le braccia e scosse la testa, poi con una pacca sul fianco nudo di Nemo segnalò che la seduta era finita. Malgrado le apparenze, continuò, il parto era tutt'altro che imminente. Da quel che aveva saputo, mancavano ancora due mesi prima che donna Deirdre si liberasse del suo fardello. Mentre Nemo si metteva seduta sul bordo del plinto di pietra, risistemandosi il lenzuolo sui fianchi, Nennio ammise tuttavia che con sua grande delusione, nessuno era stato in grado di dirgli dove avesse vissuto la donna fino a quel momento. Era figlia di qualche re barbaro dell'Ibernia, di questo era sicuro, perché era emerso che si trattava della sorella del principe iberno Donuil, il gigante che Merlino aveva preso in ostaggio due anni prima durante il primo attacco di Lot a Camelot. Ma non poteva essere arrivata dall'Ibernia già in quello stato, a meno di qualche sinistra stregoneria, poiché da più di un anno Merlino non si assentava da Camelot per più di due o tre giorni alla volta. Come si spiegava, allora, la sua gravidanza? In base alle sue informazioni e a ciò che suggeriva la logica, Nennio riteneva che donna Deirdre fosse rimasta nei dintorni almeno per tutto quell'anno. E tuttavia nessuno a Camelot - né altrove, a dire il vero l'aveva mai vista prima che facesse il suo ingresso nella fortezza quasi un mese prima, splendente di bellezza e di salute come una sorgente di montagna, seduta su un piccolo calesse in compagnia di Caio Merlino e della sua prozia, Luceia Varro. Con la consueta ruvidezza, Nemo si dichiarò stupita che Nennio non fosse riuscito a estorcere qualche informazione a una delle inservienti o delle compagne della giovane donna. Nel corso di un mese doveva pure aver detto qualcosa che indicasse dov'era stata e da dov'era venuta... a meno che non fosse muta. Ma lei era muta, replicò Nennio, e Nemo rimase senza fiato, perché di colpo nella sua mente si erano ricomposti tutti i pezzi del mosaico.
Cassandra! Ecco perché a prima vista donna Deirdre le era parsa
così familiare, anche se quella nobile dama ben vestita e con la pancia prominente aveva ben poca somiglianza con la ragazza pallida ed emaciata che Nemo aveva trovato abbandonata nella foresta tanti mesi prima. Quanto tempo era passato? Nemo fece un
rapido calcolo e si rese conto che erano trascorsi tre anni da allora. Avevano trovato quella ragazzina grigia e insignificante durante uno dei consueti pattugliamenti perimetrali della Colonia, e Uther l'aveva portata a Camelot sul suo cavallo. In seguito si era scoperto che era muta, e le era stato dato il nome di Cassandra. Tre anni prima! D'un tratto Nemo si rese conto che Nennio la stava osservando attentamente con la testa piegata da un lato, e si costrinse a rilassarsi e a respirare normalmente, cercando nello stesso tempo di non tradire il proprio sbalordimento. Borbottò confusamente qualcosa sui muti, poi, colta da un'improvvisa ispirazione, guardò Nennio negli occhi e gli chiese se i muti fossero anche privi dell'udito. Lui sgranò gli occhi allargando le braccia per rispondere che non lo sapeva e Nemo annuì allontanandosi con tranquillità mentre l'altro, ancora sconcertato, la ringraziava. Soddisfatta dell'inconsueta disinvoltura con cui aveva ottenuto quelle informazioni, si rivestì rapidamente e uscì dai bagni senza smettere di pensare a Cassandra. Cassandra... il solo nome le provocava un senso di disagio, poiché la riportava direttamente alla radice dei problemi tra Uther e Merlino. Ricordava quella notte nei quartieri privati che un tempo Uther e Merlino definivano la stanza dei giochi. Nemo non era mai riuscita a scoprire esattamente cosa fosse successo, perché solo Uther e Merlino erano presenti in quel momento e nessuno dei due ne aveva mai parlato. Ma c'era anche la povera Cassandra con loro, insieme a un gruppetto di altre donne che erano partite l'indomani in un carro coperto, scomparendo da Camelot definitivamente. Nemo aveva assistito soltanto ad alcune scene del dramma: Cassandra che si precipitava fuori dalla stanza dei giochi, come se temesse per la sua vita; Merlino che appariva sulla soglia qualche istante dopo, nudo, poi indietreggiava e chiudeva la porta vedendo una guardia che lo osservava; Uther che usciva di corsa, chiaramente fuori di sé. In seguito aveva scoperto che Uther, accompagnato da un piccolo gruppo di Dragoni, era partito improvvisamente da Camelot per fare ritorno in Cambria. Quella stessa notte Cassandra era stata rapita e trascinata in un fienile dove il suo aggressore, la cui identità non era mai stata accertata, l'aveva picchiata, brutalizzata e
infine abbandonata, convinto evidentemente di averla uccisa. La donna era stata ritrovata il mattino seguente in fin di vita e Lucano, il capo dell'infermeria militare di Camelot, l'aveva curata per ore mentre Merlino Britannico, che in assenza del padre impegnato in un pattugliamento rivestiva la carica di ufficiale in comando, la teneva sotto stretta e continua sorveglianza per proteggere la sua incolumità. La notte successiva, come per magia, Cassandra era svanita senza lasciare traccia da un edificio rigidamente controllato all'interno e all'esterno. Per molto tempo erano circolate voci di ogni tipo, tra cui quella che Merlino avesse avuto un sogno premonitore sulla scomparsa di Cassandra. Da quelle voci ebbero origine altre dicerie secondo le quali Merlino era una sorta di mago. Nemo aveva anche sentito dire che Uther era responsabile della violenza alla ragazza, ma era un'ipotesi così palesemente assurda e contrastante con i fatti che Nemo si era limitata a scuotere la testa e a ignorarla. Di una cosa però era certa, e non era una diceria. L'affetto che per tutta la vita aveva legato Merlino Britannico e Uther Pendragon si era spezzato la notte della rissa nella casa dei giochi. Da allora i due uomini, che per tanto tempo erano stati inseparabili, raramente erano stati visti in compagnia l'uno dell'altro. Nemo non aveva mai osato chiedere apertamente a Uther cosa fosse successo fra loro quella notte, e lui non si era mai offerto di raccontarglielo, ma ora come allora lei era convinta che alla radice di tutto ci fosse Cassandra. Prima che la donna venisse ritrovata nella foresta, Uther e Merlino erano stati più che fratelli per venticinque anni ma in soli tre giorni, dalla comparsa di Cassandra nelle loro vite, quel legame era stato reciso. A quel tempo Nemo non aveva dovuto fare un grande sforzo per collegare Cassandra a tutte le leggende sulla stregoneria e sulle creature maligne che le erano state narrate durante la sua miserabile infanzia in casa del druido, e aveva finito rapidamente per considerarla una strega, venuta a distruggere l'amicizia fra i due splendidi giovani conosciuti in tutto il paese come i "Principi di Camelot". Come avrebbe potuto, altrimenti, evadere da una stanza sorvegliata senza che nessuno la vedesse? Spinta da quella
convinzione, Nemo aveva passato mesi a cercare quella donna per costringerla in qualche modo a riparare al male compiuto o, in alternativa, per assicurarsi che non costituisse più una minaccia per Uther Pendragon. Ma Cassandra sembrava davvero svanita nel nulla, ingoiata dal buio della notte. Passato un anno senza che nessuno la vedesse o la sentisse, Nemo aveva finito col dimenticarla o, per meglio dire, aveva cessato di pensare a lei come a una persona viva, reale, pur restando consapevole del danno che aveva provocato. E ora, dopo tre anni, Cassandra era tornata, incinta del figlio di Merlino. Come ci fosse riuscita restava un mistero, e Nemo ripensò terrorizzata alle storie che aveva sentito narrare dalle donne anziane quando era piccola, storie che parlavano di incantesimi, stregonerie, sortilegi, e più raramente di "magia", l'arcana, terrorizzante scienza occulta che prendeva il nome dai sapienti che la praticavano, i magi. Fin dal suo arrivo a Camelot aveva sentito parlare di Merlino come di un mago che praticava le arti della stregoneria, e Nemo non era tipo da trascurare una simile possibilità. Nemo era convinta che Cassandra, o Deirdre, come evidentemente si faceva chiamare ora, fosse una strega tornata sotto falsa identità per circuire Merlino con le lusinghe del suo giovane corpo. E il fatto che ci fosse riuscita nel più totale segreto, era la prova decisiva che i suoi sospetti erano giusti. A causa della debolezza di Merlino, caduto nelle grinfie della strega, la tranquillità di Uther avrebbe presto cominciato a sgretolarsi, e con essa anche la vita di Nemo, appena a Tir Manha fosse giunta notizia di ciò che era accaduto. Sapendo che le restava poco tempo per contrastare i malefici di Cassandra, Nemo tentò di ricordare ciò che sapeva sull'uccisione delle streghe. Le tornò in mente una donna vecchia e grassa conosciuta da bambina, che spargendo una manciata di erbe tritate in una pentola di stufato aveva raccontato a tutti che esistevano solo due modi per uccidere le streghe senza rischiare di essere trascinati negli inferi. Uno era il fuoco, aveva detto la vegliarda, smuovendo un ciocco ardente e spargendo intorno una nuvola di cenere e
scintille. Una strega bruciata era una strega distrutta. L'altro era il ferro, ma Nemo non ricordava come, secondo la vecchia, lo si dovesse usare. L'unica cosa che le era rimasta in mente era che il ferro utilizzato per uccidere una strega non poteva mai più essere adoperato da mano umana. Ripensandoci, la cosa le parve assurda, perché la scelta più ovvia sarebbe caduta su una spada... al limite una lancia, o un'ascia, ma soprattutto una spada. E chi sarebbe stato così sciocco da tentare di uccidere una strega sapendo che in caso di successo avrebbe perso la sua arma più preziosa? Il problema era troppo impegnativo per lei, e Nemo smise di pensarci. In un modo o nell'altro, con il fuoco o con il ferro, avrebbe trovato il modo di sventare i piani della strega. Sarebbe rimasta vigile, in attesa della prima occasione che le si fosse presentata. Due giorni dopo Merlino Britannico lasciò Camelot alla testa di un ampio contingente formato da quattro squadroni di cavalleria ciascuno composto da quaranta elementi, più tutto l'equipaggiamento e il personale necessario a mantenere una simile milizia per un mese o più, compresi carri con provviste, riserve d'acqua e cavalli di scorta. Il gruppo comprendeva centosettantacinque soldati, inclusi gli ufficiali, e con gli addetti ai viveri e gli stallieri il numero complessivo saliva a oltre duecento. Fu uno spettacolo grandioso vederli sfilare attraverso la porta principale di Camelot e discendere il tortuoso sentiero che portava alla pianura sottostante. Ma i cavalieri non stavano partendo per la guerra. Erano diretti alla lontana città di Verulamium per assistere a un dibattito tra vescovi cristiani riunitisi per decidere su questioni gravi e importanti riguardanti gli dèi e discutere sul modo in cui le loro speculazioni sarebbero state accolte nei tempi a venire. Nemo se l'era fatto spiegare da diverse persone, ma aveva ritenuto la cosa uno spreco di tempo e di fatica e si era rallegrata di non essere cristiana. Grazie a quell'evento, però, Merlino si allontanava da Camelot, abbandonando la moglie. Mentre assisteva alla partenza, Nemo vide Cassandra, donna Deirdre, seguire suo marito con lo sguardo facendogli un gesto di
saluto ogni volta che lui si voltava verso di lei, e provò un senso di disgusto, come se avesse mangiato qualcosa di indigesto. Non ebbe alcun problema a trattenersi a Camelot senza farsi notare, la settimana successiva alla partenza di Merlino. Non era attesa con urgenza a Tir Manha, quindi non la preoccupava il fatto di ripresentarsi con un po' di ritardo. Il suo volto e la sua uniforme erano abbastanza familiari a Camelot per permetterle di rimanere alla fortezza senza bisogno di nascondersi, limitandosi a non attirare l'attenzione e a non farsi notare da personaggi importanti che avrebbero potuto stupirsi di vederla ancora lì dopo che aveva consegnato i dispacci. Al calar della sera lasciava la fortezza accampandosi sul fianco della collina o nei boschi al margine del campo di addestramento sottostante, e presto capì che scegliendo un luogo differente ogni notte sarebbe rimasta del tutto inosservata. Rientrava nella fortezza al mattino passando dalla porta principale, ma i turni di guardia assicuravano che le sentinelle non fossero mai le stesse da un giorno all'altro. Le sue visite quotidiane ai bagni furono l'unica sua attività significativa in quella settimana, e l'unico a notarle fu Nennio che, anche ammesso che fosse stupito dalla sua lunga permanenza in città, non ne fece parola con nessuno. Nelle ore diurne Nemo teneva d'occhio la casa di Luceia Varro, aspettando che donna Deirdre ne uscisse per seguirla. Raramente la strega si avventurava all'esterno da sola, ma usciva almeno una volta al giorno insieme a donna Luceia o con una delle domestiche di casa Varro. Anche quando non aveva compagnia, comunque, si manteneva sulle vie pubbliche più affollate e Nemo non ebbe mai modo di avvicinarla. Poi, alla fine della settimana, si verificò un fatto nuovo. La strega, vestita con un abito di un giallo acceso, lasciò Camelot da sola su un piccolo calesse dalle ruote alte e strette, trainato da un unico cavallo. Nemo osservò da lontano la processione di inservienti delle cucine dei Varro che a metà mattina riempirono il calesse di viveri, di abiti, coperte e lenzuola; stimò che le provviste fossero sufficienti a mantenere tranquillamente almeno due persone per circa una settimana. Tuttavia, nessuno si unì alla donna, e Nemo cominciò a
sperare che fosse finalmente giunta l'occasione tanto attesa. Verso mezzogiorno Luceia Varro in persona uscì di casa, abbracciò Cassandra e rimase a guardarla agitando la mano mentre si allontanava da sola, tenendo lei stessa le redini e uscendo senza fretta dalla porta principale. Nemo la seguì a piedi fino al cancello e vide il calesse prendere il sentiero che portava a est, verso la grande strada romana che percorreva la Britannia da nord a sud in tutta la sua lunghezza. A quel punto andò direttamente alle stalle a sellare il cavallo, recuperò in pochi minuti le proprie cose dallo stalliere e si mise subito in cammino, senza che nessuno la notasse. Solo quando fu ai piedi della collina spronò il grosso castrato baio al galoppo e l'animale si lanciò nella corsa divorando la distanza che separava Nemo dalla sua preda. Galoppando a grande velocità, Nemo non si accorse che Cassandra aveva lasciato la strada che portava a est e aveva svoltato a destra, in direzione sud. Per sua fortuna un lampo di giallo brillante attirò la sua attenzione quando ormai aveva già passato il bivio. Tirò bruscamente le redini rizzandosi sulle staffe per vedere al di là dei cespugli oltre i quali aveva scorto l'abito della donna e la vide scomparire in un boschetto verso le colline. Nemo si rese conto che non avrebbe mai scoperto dov'era finita Cassandra se non fosse stato per il vestito della donna, e capì che era meglio non rischiare di tradirsi allo stesso modo. Era un pomeriggio d'estate e l'armatura che indossava era di metallo brunito. Sarebbe bastato il riflesso di un raggio di sole a segnalare la sua presenza. Rapidamente si tolse l'elmo e lo appese al pomo della sella, poi srotolò il lungo e pesante mantello da viaggio e se lo drappeggiò addosso in modo da nascondere completamente l'elmo e le parti lucide dell'armatura. Fatto ciò, abbandonò la strada e si diresse verso il punto in cui aveva visto per l'ultima volta Cassandra. Per due ore Nemo tenne dietro alla donna su per le colline, lontano da ogni sentiero, seguendo le tracce deboli e indistinte che le strette ruote cerchiate di ferro del calesse lasciavano sul terreno indurito. Non fidandosi della presunta sordità di Cassandra, procedette silenziosamente, badando a non farsi scorgere e
tenendosi a distanza dalla sua preda. Poi d'improvviso, la donna si dileguò. Se in quel momento Nemo non avesse avuto lo sguardo puntato su di lei, forse sarebbe fuggita in preda a un terrore superstizioso di fronte a quella sparizione così repentina. Invece la vide come sprofondare nel terreno con il suo calesse, cambiando contemporaneamente direzione; facendo appello a tutte le sue risorse avanzò con estrema cautela, pronta a fuggire in qualsiasi momento. Quando raggiunse il punto in cui Cassandra era scomparsa, scoprì l'accesso a un sentiero nascosto da fitti cespugli su entrambi i lati, invisibile a più di dieci passi di distanza, che scendeva bruscamente descrivendo un tornante. Con un colpo di reni si alzò sulle staffe e si guardò intorno, cercando di valutare, dall'altezza e dalla densità dei cespugli e degli alberi che aveva davanti, quanto potesse essere ampia e profonda quell'apertura. Dopo qualche istante di riflessione, strinse i denti e usando entrambe le mani sfilò la lunga spada che portava sulla schiena. La soppesò per un attimo, poi spronò il cavallo e si avviò lentamente lungo la china. In pochi istanti si ritrovò completamente circondata dalla vegetazione, poiché gli arbusti ai lati dello stretto sentiero si curvavano per il peso formando un arco proprio sopra la sua testa. Le fronde oscuravano quasi completamente la luce pomeridiana e Nemo proseguì in una tenebra verdastra sempre più fitta guardando nervosamente in giro anche se non c'era nulla di allarmante intorno a lei. Il fitto rigoglio dell'erba, degli esili arboscelli e del sottobosco sembrava minacciarla da ogni parte. Capì che un tempo il sentiero che stava percorrendo era più largo, ma i bordi erano stati inghiottiti dall'erba e dai rami dei cespugli, e in molti punti le ruote sottili del calesse di Cassandra avevano occupato tutto lo spazio a disposizione, lasciando tracce sull'erba ai due lati e talvolta strappando la corteccia ai teneri arbusti. Nemo tese il braccio che brandiva la spada e la lama si infilò tra i cespugli prima ancora che fosse riuscita a completare il movimento. Era chiaro che si trattava dell'arma sbagliata in quel posto, dato che era troppo lunga per un ambiente così angusto e
fitto di vegetazione. Fermò il cavallo e rimise la spada al suo posto, cercando di non far rumore, poi si piegò in avanti per prendere il pesante mazzafrusto di ferro appeso a un robusto gancio sul bordo della sella. Era un'invenzione di Uther, un dono prezioso che lei aveva persino dipinto di un rosso cupo e opaco perché fosse identico al suo. Infilò la mano destra nella cinghia di cuoio e afferrò la spessa asta di legno dell'arma vicino all'anello di ferro a cui era agganciata la catena. Il peso della palla di ferro che dondolava al capo opposto della catena fece tendere i muscoli del braccio. Nemo si sentì più a suo agio con il mazzafrusto che con la spada e affrontò la successiva svolta del sentiero un po' più sollevata. Dopo aver superato molte altre curve e la parte più ripida del pendio - una discesa brusca e diritta di almeno quaranta passi che culminava in un tornante e proseguiva poi per analoga lunghezza senza interruzione - giunse finalmente in fondo e attraverso lo schermo degli alberi intravide una piccola valle amena di cui non aveva mai sospettato l'esistenza. Misurava probabilmente meno di sessanta passi di lunghezza e altrettanti di larghezza, ma era profonda e ben nascosta, protetta da colline ricche di vegetazione, soprattutto betulle e salici, a perdita d'occhio. Il centro della valle era occupato da un delizioso laghetto alimentato da una cascatella che precipitava dalla ripida parete di roccia in fondo al bacino. Dall'altezza della cascata, Nemo dedusse che doveva essere molto profondo e probabilmente gelido anche in estate. Una stretta striscia di spiaggia correva lungo il bordo del lago, e in lontananza, quasi completamente coperta dagli alberi che la fiancheggiavano, sorgeva una piccola casetta di pietra. La scena era idilliaca, e Nemo comprese subito che si trattava del luogo in cui Merlino aveva tenuto nascosta Cassandra per tanto tempo. Proprio mentre era immersa in questa riflessione, la donna uscì dalla casetta portando un canestro e si inginocchiò accanto ad alcune pietre annerite dal fuoco per accendere un falò. Nemo la osservò affascinata finché una scintilla evocò istantaneamente, quasi magicamente, una fiamma, ricordandole lo scopo per il quale era venuta. In preda al terrore, si convinse che sarebbe morta lì, in quel luogo nascosto, ma era pronta a farlo portando la strega con sé nell'oltretomba.
Si calò l'elmo sulla testa, raccolse la palla oscillante del mazzafrusto e spronò brutalmente il cavallo per farlo uscire dal nascondiglio. Colto di sorpresa, l'animale fece un balzo e sbuffò, tentando di impennarsi ma, controllandolo con le redini, Nemo lo costrinse ad abbassare la testa e ad avanzare. In lontananza la donna sollevò lo sguardo e per un attimo restò paralizzata. Nemo non sapeva se era stato il rumore o il movimento del cavallo ad avvertirla, ma non aveva importanza; ora che la strega l'aveva vista, era in pericolo di vita. Piantò gli speroni in profondità nei fianchi dell'animale e si lanciò verso la donna all'estremità della spiaggia. Cassandra rimase ferma a guardarla per un tempo che parve eterno, poi si voltò e si mise a correre quanto le sue condizioni glielo consentivano verso il calesse, dove il cavallo era ancora attaccato alle stanghe. Nemo accelerò l'andatura, convinta per qualche oscuro motivo che se la donna avesse raggiunto il calesse prima del suo arrivo, lei e Uther sarebbero stati perduti. Giunta a destinazione, si alzò sulle staffe e sollevò il pesante mazzafrusto sopra la testa; lo fece roteare due volte e poi lo calò in un colpo mortale. Ma proprio mentre l'arma micidiale le veniva incontro con un sibilo, Cassandra inciampò e cadde in ginocchio. La palla la mancò, le sfiorò la spalla e si abbatté sulla fiancata del calesse strappando uno dei pannelli laterali dai sostegni, aprendo uno squarcio nel legno e deformando l'asta di ferro che lo teneva al suo posto. In preda al terrore, Cassandra si chinò ancor di più e strisciò carponi sotto la pancia dell'enorme cavallo che si impennava sopra di lei, poi si gettò a sinistra e tentò di fuggire lontano dall'acqua, verso gli alberi. Nemo lanciò un grido selvaggio e gli zoccoli poderosi del suo cavallo si abbatterono sulla spalla destra della strega, spingendola in avanti e facendole perdere l'equilibrio. Allora scagliò di nuovo la pesante palla di ferro che colpì la donna sotto la clavicola con una potenza devastante, sollevandola in aria e scaraventandola verso la riva come fosse un fuscello. La strega finì contro un salice cresciuto sul bordo dell'acqua, penzolando da uno dei rami più bassi come un sacco vuoto da cui il sangue colava sul terreno in spessi rivoli vischiosi.
Cassandra era già morta dopo quel primo terribile assalto, ma Nemo non volle rischiare. Costrinse ancora il cavallo a impennarsi in modo da avere abbastanza slancio per compiere una rotazione completa del braccio, e questa volta la palla assassina si abbatté sul ventre gonfio che portava il figlio della donna. La violenza spaventosa del colpo scaraventò il corpo nell'acqua bassa al margine del lago. A quel punto, con gli occhi annebbiati e il cuore che le martellava in petto per la paura, Nemo si lasciò scivolare giù dalla sella e cadde in ginocchio, barcollando; poi, dopo alcuni lunghi istanti, crollò lunga distesa con la faccia nell'erba, tremante. Molto tempo dopo, quando riuscì a convincersi di essere ancora viva e di aver vinto la battaglia contro la strega, Nemo cominciò ad avere dei dubbi sulla facilità con cui aveva ottenuto quella vittoria. Si era aspettata poteri sovrumani evocati contro di lei dall'oltretomba. Si era aspettata di affrontare furie che sputavano fuoco e potenze infernali. Si era aspettata che combattere, per non dire uccidere, una strega rappresentasse uno sforzo disumano. E si era aspettata, soprattutto, di morire nell'impresa. Invece non era successo niente di tutto ciò. Era ancora viva, respirava, e a poco a poco, terrorizzata, cominciava a rammaricarsi per la mancanza di tutte le cose che si era aspettata... a desiderare che ce ne fosse stata almeno una. Una qualsiasi. E prima che potesse stringere i denti e scacciare dalla mente quel pensiero angosciante, le venne in mente che forse la sua vittoria sarebbe stata altrettanto facile se la strega abbattuta fosse stata una normale, inerme donna incinta. Una volta concepita, quell'idea cominciò a tormentarla e Nemo si impose di andare a esaminare il cadavere della strega. Si inginocchiò accanto al corpo martoriato e osservò il massacro che aveva compiuto. Cercò di convincersi che era opera della stregoneria di Cassandra, che quella donna aveva la capacità di dominare la mente delle persone e di convincerle a vedere qualcosa di diverso dalla realtà. Se fosse rimasta in vita, sarebbe stata un pericolo e una minaccia per Uther, e dunque per tutto ciò che aveva importanza per Nemo. Ma osservando il cadavere che giaceva
supino nelle acque basse sulla riva del lago, il viso che affiorava in superficie con gli occhi chiusi e la pelle candida, rimase sconvolta dalla bellezza e dalla serenità che quel volto emanava, malgrado la terribile brutalità della morte. Non c'era traccia di dolore o di paura su quel volto, come se qualcuno fosse venuto a tranquillizzarla al momento del trapasso. Nemo si ritrovò ad ammirare la dolcezza di quei tratti, terrorizzata dai pensieri che le passavano per la mente. Si costrinse ad alzarsi e si avviò, trascinando nell'acqua e poi sulla stretta striscia d'erba mista a sabbia che formava la spiaggia, il mazzafrusto ancora agganciato al polso con il laccio di cuoio.
Due modi di uccidere una strega: fuoco e ferro. Ma il ferro utilizzato non può mai più essere usato da mano umana. Nemo divaricò le gambe, sganciò il laccio di cuoio dal polso e alzò il mazzafrusto sulla testa facendolo roteare finché non lo sentì sibilare e si convinse di avergli dato il massimo slancio. A quel punto aprì le dita e lo lasciò andare, convinta che sarebbe affondato nel centro del laghetto. Ma aveva calibrato male il tiro. L'arma volò per oltre venti passi, ma alla sua destra invece che in avanti, e dunque colpì l'acqua molto vicino alla riva, anche se abbastanza lontano dal cadavere della donna da sfuggire al ritrovamento. Nemo andò a controllare se si notava qualcosa ma non vide nulla. Il mazzafrusto era atterrato su un letto di canne affondando nel fondo melmoso del lago. Non era una gran perdita, se non per il fatto che era la prima arma di quel genere mai realizzata. Da allora però, era diventato abbastanza comune vedere dei cavalieri con quell'arnese agganciato alla sella. Dopo che Uther e Merlino avevano cominciato a usarlo, altri si erano affrettati a copiarne il disegno, perché era molto più semplice da realizzare rispetto a una buona spada. Nemo non avrebbe avuto difficoltà a trovarne un altro. Tornò verso il punto in cui giaceva il corpo di Cassandra, una forma scomposta e insanguinata. I lembi del vestito ondeggiavano e mulinavano nella corrente e tutt'intorno l'acqua arrossata dal sangue faceva risaltare la pelle nivea del viso. Affascinata, Nemo la scrutò a lungo ripensando a ciò che era successo. Proprio mentre si stava convincendo di aver fatto la cosa giusta, un movimento colto con la
coda dell'occhio la prese di sorpresa scatenando in lei un terrore del tutto sproporzionato rispetto a ciò di cui si trattava realmente. Era il cavallo di Cassandra che scuoteva la testa, e Nemo si domandò cosa farne. Era ancora agganciato alle stanghe del calesse e lei sapeva che sarebbe stato crudele abbandonarlo lì in quel modo. Ma se lo avesse liberato o anche lasciato attaccato al calesse, l'animale forse sarebbe riuscito a tornare a Camelot, dove il suo arrivo avrebbe destato allarme e accelerato la scoperta del cadavere della strega. Con un profondo sospiro, sapendo di non avere altra scelta, si diresse verso la bestia che si girò a guardarla mentre si avvicinava. Dapprima sfilò la lunga spada da cavaliere dall'anello di ferro sulle spalle e la brandì con le braccia tese, mirando al collo del cavallo. Ma pensando alle ossa e ai muscoli di quel collo possente, cambiò idea, decidendo di usare il suo micidiale pugnale a doppio taglio. Si piegò leggermente insinuando le braccia sotto il collo dell'animale e vibrando un colpo dal basso verso l'alto affondò con tutte le sue forze la lama aguzza nella giugulare della bestia. Poi, reggendo saldamente l'elsa con entrambe le mani, tirò la lama con decisione verso di sé, aprendo uno squarcio profondo. Il cavallo non emise alcun lamento tranne un iniziale grugnito di dolore, e non ebbe nemmeno il tempo di reagire. Sprizzando una fontana di sangue crollò immediatamente sulle zampe anteriori e morì in pochi istanti, ancora agganciato alle stanghe. Nemo indietreggiò e scoprì con disgusto che aveva la parte inferiore del corpo completamente inzuppata di sangue. Trovò un pezzo di stoffa bianca sul retro del calesse e dopo averlo immerso nell'acqua, ben lontano dal punto in cui si trovava il cadavere, la usò per ripulire la sua armatura, strofinando i piccoli anelli di bronzo che ricoprivano i pesanti gambali di cuoio. Quando ebbe finito, immerse di nuovo la stoffa nell'acqua e la lasciò lì, poi dette un'ultima occhiata all'amena vallata e al corpo immerso nell'acqua, chiedendosi quanto tempo sarebbe passato prima che qualcuno lo trovasse, poi sospirò e tornò al suo cavallo, rimontando in sella. Decise di non rientrare a Camelot per la cena, come aveva inizialmente pianificato ma di partire subito per la
Cambria, accampandosi dove il tramonto l'avrebbe sorpresa. Entro tre giorni sarebbe stata di nuovo a Tir Manha con Uther, rassicurata dal pensiero che la minaccia che incombeva su di lui era stata sventata e che lui e suo cugino Merlino potevano di nuovo essere amici.
III. Meno di un'ora dopo la partenza di Nemo da Camelot all'inseguimento di Cassandra, Uther in persona arrivò nella Colonia da occidente, accompagnato da un gruppo scelto di compagni. Bastava un'occhiata per capire che avevano percorso la strada senza quasi fermarsi a riposare, perché i cavalli erano sudati e sporchi di fango e i cavalieri non erano in condizioni migliori. Senza fermarsi, Uther attraversò la porta principale rivolgendo un breve cenno alle sentinelle di turno e si diresse verso il palazzo dell'amministrazione, dove chiese di vedere immediatamente Merlino Britannico. L'ufficiale in servizio quel giorno era Jacobus, un giovane decurione di fresca nomina. La cosa non era insolita, poiché di rado le decisioni prese quotidianamente in quel palazzo richiedevano una particolare esperienza. Dal modo in cui Uther chiese di Merlino, Jacobus capì che non avrebbe preso bene la sua risposta. Il decurione scattò sull'attenti e fece il saluto militare, poi schioccò le dita per attirare l'attenzione di una delle staffette in servizio. Non era necessario: la staffetta era già al suo fianco e fissava alternativamente lui e Uther in attesa che gli venisse dato un ordine. Jacobus lo mandò di corsa a chiamare il legato Tito, comandante di Camelot in assenza di Merlino, poi si schiarì la voce e informò il re che colui che cercava era partito parecchi giorni prima diretto a oriente, verso quella zona della Britannia occupata dai Sassoni che veniva chiamata Costa dei Sassoni, per partecipare a un dibattito tra preti cristiani nell'antica città di Verulamium, circa trenta miglia a nord-ovest di Londinium, ex centro amministrativo della Britannia romana. Uther restò apparentemente calmo, schioccò la lingua in segno di disappunto, poi annuì seccamente. «Aspetterò Tito. Dove posso sistemarmi, intanto?» Jacobus gli indicò il cubiculum situato verso il muro esterno dell'edificio, che ospitava la scrivania e la sedia dell'ufficiale comandante. Uther lo ringraziò con un cenno del capo e gli chiese il
suo nome prima di entrare nell'ufficio ad aspettare. Qualche attimo dopo, Tito lo raggiunse e si chiuse la porta alle spalle appoggiandocisi contro, un po' ansante. «Tito!» lo salutò Uther con un sorriso. «Ti trovo bene, ma mi sembri un po' stanco.» «L'età, Uther, l'età. Non ho più il vigore di un tempo.» Il legato, datosi un contegno, andò ad abbracciare l'ospite, poi si ritrasse in modo da osservarlo bene. «Capiterà anche a te uno di questi giorni, anche se ti credi immortale. Prima che tu te ne renda conto, vedrai i massaggiatori strapparti i capelli grigi dal capo e comincerai a sentirti sempre più anchilosato nelle mattine fredde.» «Mi capita già, amico mio. Quanto pensi che starà via Merlino?» «Almeno un mese. Perché, c'è qualcosa che non va?» Il volto di Uther si rabbuiò di colpo davanti a quella complicazione inattesa. «Tutto. Tutto, dannazione! Possiamo mandare qualcuno a raggiungerlo per farlo tornare indietro?» «Non è facile. Non sappiamo con certezza che strada prenderà. Sta andando a Verulamium con un gruppo di duecento persone per partecipare a un dibattito... si tratta di una missione di rappresentanza, più che altro. Il suo scopo è di dimostrare la potenza di Camelot a tutti coloro che saranno presenti al dibattito tra i vescovi.» «Quale dibattito? E che cosa ci fa Merlino tra i vescovi, per tutti gli dèi?» «Te lo spiegherò fra un momento, ma prima dimmi che cosa sta succedendo e perché sei qui. Credevo che non avessi intenzione di lasciare Tir Manha quest'anno. Che cosa ti ha fatto cambiare idea?» Uther girò intorno al tavolo, picchiando il pugno sulla palma della mano. «Gulrhys Lot, e chi sennò? Nemo era appena partita con i miei ultimi dispacci per Merlino quando ho saputo che in Cornovaglia l'esercito è di nuovo in fermento. A proposito: dov'è Nemo? È ancora a Camelot?»
Tito alzò le spalle. «Non ne ho idea, ma ne dubito. Ha consegnato i dispacci una settimana fa.» «A Tir Manha è giunta notizia che Lot potrebbe ricominciare a creare problemi, che la Cornovaglia è in armi. All'inizio non ho dato importanza alla cosa. Mi sembrava impossibile che Lot potesse aver radunato un altro esercito in un tempo così breve, dopo la batosta che gli abbiamo inflitto meno di un anno fa. Poi ho ripensato alla natura di quella belva e senza perdere tempo, lo stesso giorno in cui ho ricevuto il rapporto, ho mandato degli uomini in ricognizione con l'ordine di controllare se stesse accadendo qualcosa di insolito laggiù e di farmelo sapere il più rapidamente possibile. Ho inviato due squadre, una via mare e l'altra, composta da alcuni dei miei migliori Dragoni, via terra. La prima squadra, imbarcata su due galee, è tornata nel giro di una settimana. Avevano appena attraversato l'estuario del fiume quando hanno notato del movimento, e non si sono nemmeno avventurati in mare aperto. A dire il vero, sono sfuggiti alla cattura per un pelo. Secondo i due capitani, tutta la costa settentrionale della penisola brulica di navi, e scommetto che ciò vale anche per quella meridionale. Mi hanno detto che ogni giorno arrivano galee da tutte le direzioni che sbarcano uomini nelle piccole baie lungo la costa e poi ripartono, probabilmente per andare a imbarcarne altri. Quel rapporto mi è bastato. So che Lot ha ereditato da suo padre il vezzo di reclutare mercenari oltremare, così ho deciso di venire qui di persona per prendere provvedimenti insieme a voi senza perdere un istante. Ma prima ancora che partissi è rientrata anche l'altra squadra di ricognizione... o meglio, quel che ne è rimasto. Si erano diretti a sud-ovest verso la Cornovaglia, muovendosi con cautela per non attirare l'attenzione, tenendosi a occidente di Isca dove il territorio è brullo e desolato. Ma non avevano ancora percorso sessanta miglia nel regno di Lot quando sono stati individuati, attaccati e costretti a ripiegare. Fortunatamente avevano già visto tutto ciò che c'era da vedere, ma sono stati impegnati duramente sulla via del ritorno e hanno perso oltre metà degli uomini. Lot sta radunando un grosso esercito in quella zona, Tito, e non ha che una strada da seguire, come io e te sappiamo bene. Credo
che non ci sia tempo da perdere. Ma non ti ho ancora detto la cosa più importante che abbiamo scoperto grazie alla spedizione via terra. L'esercito che i miei hanno visto laggiù, l'armata meridionale, non è che una parte del piano. Secondo i prigionieri catturati e interrogati dai miei uomini, è stato organizzato un enorme concentramento di truppe, tutte sotto la bandiera di Lot, a nord-est di qui, vicino ad Aquae Sulis. Una volta riunite, cominceranno a razziare sistematicamente le città della zona, a partire da Aquae stessa e da Glevum.» «Cosa? Ma è assurdo! Non è rimasto nulla da saccheggiare ad Aquae Sulis, e nemmeno a Glevum. Vent'anni fa, o forse ancora dieci, poteva avere un senso, ma di questi tempi le città sono gusci vuoti. Lot non può non saperlo.» Uther annuì, impassibile. «Anche se lo sa, non fa alcuna differenza per lui. L'idea del saccheggio gli serve per il reclutamento. Raduna il suo esercito motivando gli uomini con la prospettiva di ricche città da razziare e depredare e puoi star certo che quella marmaglia non sa che le sue sono false promesse. Quando scopriranno la verità andranno su tutte le furie ma allora Lot sarà già tornato in Cornovaglia, e a quel punto saremo noi a dover far fronte alla situazione.» «Uhm...» Tito socchiuse gli occhi, pensieroso. «Cosa ti hanno detto i tuoi uomini sui preparativi di Lot? Sono a buon punto? Ha dei soldati addestrati fra le sue truppe?» «Se ne ha, devono essere unità che hanno già combattuto insieme sul continente, per i Romani, e sono comunque una minoranza. La gran parte, come sempre, è rappresentata da barbari, gente piuttosto temibile nei combattimenti corpo a corpo ma totalmente incapace di agire in maniera coordinata sul campo di battaglia. Sul fatto che siano più o meno pronti a partire, ne so quanto te. Ma la prudenza ci impone di non correre rischi mostrandoci troppo sicuri.» Tito annuì. «Ascolta, è inutile sperare di raggiungere Merlino e riportarlo qui. È partito da troppo tempo. I miei uomini non saprebbero nemmeno dove cercarlo. Sappiamo che all'inizio si è diretto verso est, passando per Sorviodunum e Venta, ma non abbiamo altre informazioni. Da lì in poi la sua intenzione era di
improvvisare a seconda di ciò che trovava lungo il cammino, e se in qualche punto ha incontrato dei problemi potrebbe aver lasciato le strade principali. Quindi sarà meglio che tu e io organizziamo la campagna da soli, senza il suo coinvolgimento.» Uther fece una smorfia. «E sia. La cosa non mi piace, ma pare che non ci sia altra scelta. Dimmi di questa riunione a Verulamium... come l'hai definita, un dibattito?» «Proprio così...» Tito si lanciò in una breve descrizione delle questioni che si agitavano nella comunità cristiana della Britannia. Qualche anno prima, ricordò a Uther, dei preti venuti in visita a Camelot avevano intimato a tutti gli abitanti di rinunciare immediatamente alle loro convinzioni terrene e di dedicarsi alla salvezza delle loro anime, minacciandoli di scomunica e dannazione. Il padre di Merlino, Pico Britannico, aveva rifiutato di sottomettersi alle angherie e alle intimidazioni di quegli zeloti e li aveva espulsi dalla Colonia, dichiarando pubblicamente in Consiglio che non avrebbe preso decisioni riguardanti la salvezza delle anime della sua gente finché cambiamenti così repentini e profondi non fossero stati motivati e illustrati da una fonte dotata di maggiore autorevolezza e dignitas di quel gregge di luridi preti vagabondi e intolleranti. Per dirimere la questione, entro il mese seguente si sarebbe svolto un dibattito nel grande teatro romano di Verulamium e Merlino aveva deciso di presenziare alla riunione, come avrebbe fatto suo padre, per tenersi al corrente di ciò che stava accadendo nella dottrina della Chiesa e anche per assicurarsi che i vescovi incaricati di prendere le decisioni fossero ben consapevoli dell'esistenza di un forte centro di influenza cristiana a Camelot. Uther era solo formalmente un cristiano, dato che il nuovo Dio non lo attirava più delle vecchie divinità della Cambria e della Britannia, o anche di Roma. Era stato battezzato anni prima, ma solo per compiacere sua nonna, non per convinzione personale. Mentre guardava Tito, con le braccia incrociate sul petto, il suo volto esprimeva una profonda irritazione. «Tu credi che questo suo viaggio, questa spedizione in un territorio straniero e ostile sia giustificato, anche se lo allontana dal suo popolo nel momento del bisogno? Non è semplicemente una
colossale stupidaggine?» Tito scrollò le spalle. «Che ne so io di queste cose? Non basta che Merlino ne sia convinto?» Per qualche istante Uther fu sul punto di replicare rabbiosamente, poi sospirò, rassegnato. «Già... allora suppongo che dovremo lasciarlo alle sue occupazioni, visto che non abbiamo alternative, ed elaborare i nostri piani per difenderci durante la sua assenza.» Uther si passò una mano sul viso e chiuse gli occhi, come per scacciare la delusione e concentrarsi. «Dovremo unire le nostre forze, quelle di Camelot e quelle della Cambria, meglio di quanto abbiamo mai fatto prima, mescolando arcieri e fanti in un contingente formato da due o possibilmente tre armate compatte e autosufficienti, come Pico Britannico ci ha illustrato mille volte. Ogni armata sarà autonoma e seguirà la propria tattica in battaglia, ma tutte e tre dovranno essere pronte ad agire come un'unica legione se necessario. E a schermarle e proteggerle ci saranno formazioni d'attacco di cavalleria pesante, mobili ed efficaci, che si irradieranno in tutte le direzioni ma sempre partendo dal fulcro rappresentato dall'esercito. Che ne pensi?» Tito sorrise. «Penso che Pico Britannico sia stato un buon maestro. E tu sai che non mi opporrei mai a uno stile di combattimento al quale sono stato addestrato fin dall'infanzia. Fortunatamente abbiamo già cominciato ad addestrare i nostri soldati a combattere insieme, combinando le loro diverse specialità, dopo gli eventi dell'anno scorso. Non vedo grandi difficoltà da questo punto di vista, tranne, ovviamente, il poco tempo per i preparativi. Fa' convocare Flavio. Ho la sensazione che avremo bisogno del suo contributo fin dall'inizio.» Uther rimase a Camelot per tre giorni, dormendo a casa di sua nonna. Da Luceia, durante una lunga chiacchierata serale, apprese della gravidanza di Deirdre e del matrimonio di Merlino, e se provò dolore per essere stato escluso dalle nozze, non ne fece parola, ricordando i sospetti nutriti dal cugino sulla notte in cui Deirdre, a quel tempo ancora chiamata Cassandra, era stata aggredita e crudelmente seviziata. La nonna gli raccontò anche come fosse emerso il vero nome di Deirdre quando la ragazza aveva ritrovato il
fratello Donuil, dopo anni di separazione. Uther trascorse il resto del suo tempo a Camelot a discutere con Tito e Flavio, comandanti congiunti ad interim, e gli ufficiali di stato maggiore dell'esercito e della guarnigione di Camelot, formulando piani per respingere l'invasione che tutti si attendevano dalla Cornovaglia e cercando di prevedere ogni eventualità. Quando ripartì per Tir Manha, il quarto giorno dal suo arrivo, era stato stabilito che Uther avrebbe guidato un'intera brigata di cavalleria pesante, forte di mille uomini, nella futura campagna. Nel frattempo, doveva rientrare in Cambria e radunare entro un mese tutti gli arcieri Pendragon di cui poteva disporre, conducendoli a Camelot perché si esercitassero insieme alla fanteria finché le circostanze lo avrebbero permesso. L'addestramento intensivo di fanteria e cavalleria iniziò ancor prima che Uther lasciasse la fortezza, e la grande spianata ai piedi della collina di Camelot fu di nuovo offuscata da nuvole di polvere ogni giorno, dall'alba al tramonto. Appena tornato a Tir Manha, Uther ripartì di nuovo, questa volta per reclutare guerrieri nei territori più occidentali dei clan dei Griffyd. Dergyll ap Griffyd, un giovane di età poco superiore a quella di Huw Fortebraccio, aveva assunto il ruolo di capo dopo la morte di Cativelauno di Carmarthen, caduto alla fine dell'inverno precedente in un fiume di montagna ghiacciato e ricoperto di neve. Uther e Dergyll si erano frequentati brevemente un'estate durante la loro infanzia diventando buoni amici, quindi fu facile per loro ritrovarsi dopo un intervallo di molti anni. La spedizione ebbe grande successo e Uther tornò a Tir Manha accompagnato da Dergyll in persona e da parecchie centinaia di guerrieri. Al suo arrivo, scoprì che erano appena giunte notizie da Camelot e che Veronica voleva parlargli immediatamente. Incuriosito, andò direttamente dalla madre, dalla quale apprese che Deirdre, la giovane moglie di Merlino, era stata assassinata insieme alla creatura che portava in grembo. Tre giorni prima era arrivato un corriere da Camelot con una lettera di Luceia Britannico che raccontava quel poco che sapeva sull'accaduto. Luceia era al corrente di dove si
trovava Deirdre, anzi aveva preparato il viaggio insieme alla ragazza, che aveva nostalgia della solitudine di cui aveva goduto per mesi nella sua valle isolata; così erano passati più di sette giorni senza che Luceia avesse motivo di preoccuparsi. Ma non vedendola tornare come previsto la settimana seguente, Luceia, sempre più turbata, aveva pregato Daffyd, il druido amico di Merlino, di far visita alla ragazza per accertarsi che stesse bene. Daffyd si era trovato di fronte una scena agghiacciante: la giovane moglie di Merlino assassinata, il figlio che portava ancora in grembo morto con lei, il corpo in decomposizione della donna che galleggiava nel lago, gonfio e devastato fino ad apparire irriconoscibile. Secondo la stima iniziale di Daffyd, confermata in seguito da altri indizi, Deirdre era morta da non meno di una settimana al momento del ritrovamento, e a ucciderla erano stati i colpi brutali di un individuo dotato di grande forza. Fin dalla sua prima valutazione oggettiva del crimine, Daffyd aveva escluso che l'aggressione avesse una motivazione sessuale, dato che il cadavere aveva ancora addosso tutti i suoi abiti. Ma non poteva trattarsi nemmeno di una rapina, poiché dal carro non era stato rubato nulla. Daffyd aveva ritenuto che fosse meglio per tutti - in particolare per la sensibilità di Luceia - seppellire semplicemente i poveri resti di madre e figlio il più vicino possibile a dov'erano stati trovati, invocando su di loro il rispetto e la benevolenza degli dèi. Dopo averli inumati in riva al lago sotto gli alberi sacri - tutti gli alberi erano sacri agli occhi dei druidi - aveva ispezionato minuziosamente l'intera zona in cerca di tracce dello sconosciuto aggressore. Ma non aveva trovato nulla tranne un'area di terreno smosso e calpestato, che poteva essere stato sollevato dagli zoccoli del cavallo di un assalitore o, con altrettanta probabilità, da quelli del cavallo della stessa Deirdre, che giaceva morto poco lontano, ancora attaccato alle stanghe. Quella notte era rimasto a vegliare accanto alla tomba della giovane donna pregando per lei; poi, convintosi che non era possibile ricavare altri indizi da quella scena, era tornato a Camelot a portare la tragica notizia. Luceia si era ritirata nelle sue stanze ed era rimasta in lutto per
due giorni, straziata dal pensiero di non poter avvertire Merlino in tempo perché anticipasse la data del ritorno. Se anche i messaggeri fossero riusciti ad attraversare sani e salvi l'intero paese per raggiungerlo a Verulamium, a quell'ora per Merlino sarebbe già stato tempo di riprendere la strada di casa. Uther ascoltò in silenzio il racconto di sua madre e il contenuto della lettera di sua nonna. Alla fine si alzò e rimase in piedi di fronte a Veronica per qualche istante, stringendole forte una spalla con la mano, senza riuscire a pronunciare parola. Poi si voltò e uscì dalla stanza. Preoccupata dalla sua espressione, Veronica si levò subito in piedi per seguirlo e lo vide uscire di casa e dirigersi verso il blocco di lunghi edifici costruiti vari anni prima per ospitare i destrieri della cavalleria. Il truce soldato che Veronica non amava, l'uomo-donna conosciuto come Nemo, lo aveva atteso all'esterno della casa, ma Uther la cacciò con un gesto irritato e lei si ritrasse all'istante e si allontanò; evidentemente conosceva il suo superiore abbastanza bene per giudicare il suo stato d'animo e capire che in quel momento desiderava star solo. Veronica rimase in attesa finché non vide il figlio riemergere poco dopo dalle stalle in sella al suo imponente castrato marrone, e mentre Uther scompariva in direzione della porta principale di Tir Manha senza guardarsi intorno, chiese a un soldato di passaggio di rintracciare Garreth il Fischiatore e di mandarlo immediatamente da lei. «Hai intenzione di ricominciare a parlare, prima o poi?» Uther si voltò lentamente e lanciò un lungo sguardo penetrante a Garreth il Fischiatore, poi spronò il cavallo fino al fiumiciattolo che serpeggiava in fondo alla gola. Garreth chinò il capo in un suo tipico gesto, come a dire "Be', ci ho provato", e seguì cavallo e cavaliere giù per la china. Aveva raggiunto Uther senza difficoltà a cinque miglia da Tir Manha, poiché il giovane non andava veloce, e a quel punto non aveva
fatto alcun tentativo di imporgli la sua presenza, accontentandosi di cavalcare a mezza lunghezza di distanza in attesa che l'altro lo notasse. Ma Uther, dopo una rapida occhiata per verificare chi lo seguisse, lo aveva completamente ignorato, e da allora era trascorsa più di un'ora. Garreth era sicuro, tuttavia, che a Uther non fosse sgradita la sua presenza. Erano rimasti seduti in sella fianco a fianco per quasi mezz'ora, limitandosi a osservare il torrente nella gola sottostante; ora Uther aveva raggiunto la riva e stava scendendo da cavallo. Garreth aspettò che si sedesse sul tronco di un albero caduto accanto al fiume, poi smontò anche lui ed estrasse da una delle sue bisacce un fazzoletto contenente del pollo freddo, una fetta di pane e un piccolo corno pieno di sale chiuso da un tappo, il tutto fornito dalla madre di Uther. Raggiunse il giovane seduto sul tronco e si accovacciò accanto a lui, piazzando il fazzoletto fra loro e sciogliendo il nodo. «Su, mangia. Tua madre mi ha raccontato quello che è successo. Mi ha anche detto che devi essere affamato.» Uther abbassò gli occhi sul cibo e scosse la testa, come se non fosse ancora pronto a parlare. Garreth alzò le spalle e staccò una coscia dal pollo, la cosparse abbondantemente di sale e la addentò, poi senza smettere di masticare aggiunse: «La stai prendendo in modo molto personale... come se avessi conosciuto quella donna... Come si chiamava? Deirdre?». Finalmente, Uther parlò. «Sì, Deirdre, ma prima la chiamavano Cassandra. Non hai mai saputo dello scontro che ci fu tra me e Merlino la notte in cui lei fu aggredita, o sbaglio?» «No, non proprio. So solo che dopo essere stati praticamente inseparabili per tutta la vita, avete trascorso quasi un anno senza vedervi.» Uther scosse il capo e sospirò. «Sai, Garreth, ancora oggi rimpiango quella notte. Ma anche nel momento più drammatico, quando io e Merlino eravamo a un passo dall’avventarci l'uno alla gola dell'altro, non avevo idea che il divario fra noi si sarebbe
allargato fino a questo punto...» La voce di Garreth si fece più bassa. «Voi due vi siete saltati alla gola?» «Già, quasi, o almeno io ci provai. Ero di un umore terribile quella notte, avevo voglia di menare le mani.» Garreth non disse né fece nulla che potesse turbare l'atmosfera mentre Uther proseguiva, come parlando a se stesso. «Fu la notte in cui Cassandra venne aggredita, stuprata e picchiata con tanta brutalità da essere ridotta in fin di vita, e per giorni tutti pensarono che sarebbe morta. Tu eri a Tir Manha quando accadde tutto questo, non a Camelot. Ricordo quanto fui felice di vederti al mio ritorno a casa. Ero ancora arrabbiato, amareggiato, tentavo ancora di addossare ad altri le colpe di cui io mi ero macchiato.» «È un'affermazione grave la tua. Che cosa avevi fatto?» «Tutto ciò che non avrei dovuto fare. Sfogare la mia ira su una ragazzina, tanto per cominciare. Questo fu il mio primo errore.» «Non ti seguo.» «Su Cassandra, intendo. La insultai, la trattai in modo abominevole, tentai di picchiarla. Fu allora che Merlino e io ci scontrammo per la prima volta. Lui mi buttò a terra e mi trattenne finché la ragazza non riuscì a mettersi in salvo.» Garreth non fece commenti ma si limitò a inarcare le sopracciglia con aria interrogativa. «Te lo giuro, Garreth, non sto scherzando.» «Allora spiegati meglio. Che cosa facesti alla ragazza?» «Ah, be'... fu... Sai come vanno queste cose. Merlino e io eravamo nella stanza dei giochi con qualche ragazza compiacente, e tutto era... come al solito. Ma a un certo punto notai... notai la bocca di Cassandra. Lei era nella stanza con noi e ci osservava, vedeva tutto.» Tacque per un lungo istante. «Notai la sua bocca, e da quel momento non riuscii a smettere di pensare come sarebbe stato...» «...farselo succhiare.» «Già.»
«E com'era?» «Non lo so. Lei non voleva. Strinse i denti e si rifiutò di aprire la bocca, e quando io cominciai ad arrabbiarmi e la obbligai... lei mi diede un morso.» «Caspita! Forte?» «Abbastanza. Io ero di pessimo umore e quel morso mi mandò su tutte le furie. Tu conosci i miei accessi di collera. Diedi il peggio di me.» «Così la colpisti, Merlino ti buttò a terra e lei fuggì.» «Sì.» «Tutto qui? Non accadde altro? Tu e Merlino continuaste a battervi una volta scomparsa la ragazza?» Uther scrollò le spalle. «No. Merlino lasciò che mi rialzassi, e io andai dritto verso le stalle, raccogliendo lungo la strada qualcuno dei miei Dragoni, non qualcuno in particolare, soltanto quelli così sfortunati da incrociarmi mentre ero di quell'umore. Li portai con me e tornai a Tir Manha, come ti ho detto.» «E per questo motivo, per questo scontro, vorresti farmi credere che tu e Merlino non vi siete parlati per un anno intero?» Attese, ma non ebbe risposta; così continuò: «Non ha senso, Uther. Insomma, non era la prima volta che Merlino ti vedeva perdere il controllo, e gli dèi sanno quante volte vi siete picchiati da quando siete stati abbastanza grandi da menare le mani. E non credo che sia stata una questione di gelosia, che Merlino si sia risentito per il tuo approccio a una ragazza che gli piaceva: avete condiviso le vostre donne fin dal momento in cui avete incominciato a interessarvi al sesso femminile. Quindi c'è qualcos'altro che non mi hai detto. Che cosa?». Uther si alzò e fece qualche passo, dando le spalle a Garreth il Fischiatore. «Be', ci sono alcuni particolari che non ho menzionato. Ti ho raccontato che fra noi non ci fu altro che quello scontro, ed è vero. Ma non ti ho raccontato che cosa fu detto allora.» «Detto? Da chi? Non capisco, Uther.» «Detto da me, Garreth, da me. Giurai che l'avrei uccisa.» Uther fece una smorfia di disgusto. «Un uomo non dovrebbe mai
pronunciare minacce senza senso. Fu una delle prime lezioni che io e Merlino ricevemmo da nonno Varro. "Mai pronunciare minacce insensate, perché finiranno per confondervi e per perdervi."» Garreth scrollò le spalle. «E così eri arrabbiato e hai esagerato. Ma lei aveva appena tentato di staccarti l'uccello, no?» Uther lo guardò negli occhi per qualche istante, poi fece un cenno affermativo con il capo. «Minacciai di ucciderla, Garreth, poi scappai via e abbandonai Camelot senza dire nulla a nessuno. E quella stessa notte, qualche tempo dopo che avevo lasciato la stanza, qualcuno cercò davvero di uccidere Cassandra e per poco non ci riuscì. Ora, se tu fossi stato Merlino Britannico, cosa avresti pensato?» «Aaah...» Il suono che sfuggì dalle labbra di Garreth fu più eloquente di qualunque frase. L'uomo rimase completamente senza parole, e mentre il significato delle affermazioni di Uther si faceva strada nella sua mente, un profondo sgomento affiorò nei suoi occhi. «Non dimenticare, Garreth, che la ragazza era sordomuta. Non poteva dire chi era stato ad aggredirla. Non poteva dirlo a nessuno. Poteva solo sperare - e tutti gli altri con lei - di puntare il dito quando e se avesse riconosciuto il colpevole. Ma ciò implicava che la sua vita era in costante pericolo dato che l'ignoto assalitore avrebbe dovuto ucciderla per non essere riconosciuto. Così il cugino Merlino riuscì in qualche modo, anche se non ho idea come, a far scomparire Cassandra da un palazzo strettamente sorvegliato. È davvero un tipo in gamba, il nostro Merlino.» «Ma... aspetta un momento, Uther, aspetta un momento... Se Merlino credeva che fossi tu il responsabile, perché avrebbe dovuto arrivare fino a questo punto per proteggere la ragazza? Sapeva che ti eri allontanato da Camelot, quindi come poteva Cassandra essere in pericolo? Perché non si è limitato a denunciarti?» Per la prima volta Uther sorrise, un sorriso lieve e amaro. «Perché oltre a essere in gamba, il nostro Merlino è anche un uomo giusto. Non era del tutto convinto della mia colpevolezza. Mi sospettava, ma doveva ammettere che restavano dei dubbi, e per questo prese tali misure.» «Non ti ha mai accusato di qualcosa?»
«No, non pubblicamente. Merlino non darebbe mai voce ai suoi sospetti senza avere le prove per sostenerli. Me ne parlò successivamente. Aveva fatto fuggire Cassandra per proteggerla, mi spiegò, nel timore che l'aggressore potesse essere qualcun altro, ma non appena la ragazza fosse stata in grado di reggere un confronto, era deciso a metterci nuovamente uno di fronte all'altra.» «E questo ti avrebbe scagionato, no?» «Certo, Garreth, ma a questo non ho mai pensato, perché sapevo di non aver fatto nulla di male alla ragazza dopo quell'esplosione d'ira. Ciò che mi fece soffrire in modo quasi intollerabile fu il fatto che mio cugino Merlino potesse sospettare che avessi compiuto un'azione così depravata. Per quanto grande fosse la mia ira, come poteva pensare che mi comportassi con tanta brutale malvagità?» In quell'attimo Uther provò una stretta al cuore rammentando che coloro che conoscevano la sua collera avevano sempre scorto un lato oscuro in lui. «Merda!» L'esclamazione rifletteva la profonda costernazione di Garreth, e fu l'ultima parola pronunciata dai due per un po', ma alla fine il Fischiatore scosse la testa e si fregò il naso con la mano. «C'è ancora qualcosa che non mi torna... qualcosa che non riesco a capire. Hai detto che eri di pessimo umore. Che cosa ti rendeva così rabbioso e infelice quel giorno da farti precipitare in un abisso di furia?» Uther fissò di nuovo Garreth e sorrise, scuotendo la testa. «Qualcosa di cui non voglio parlare, amico mio.» «Mi dispiace molto, Uther, perché tu sei il mio re e se io avessi un briciolo di pietà nel mio cuore, soffrirei per te. Parlami, liberati da questo peso. Cura la ferita aperta che affligge la tua mente e lascia che la tua coscienza torni a respirare liberamente. Qual è il tuo immane segreto, la cosa che ti ha causato tanta sofferenza?» «Questo posto.» «Questo posto?» domandò Garreth perplesso, guardandosi intorno. «Non questo in particolare, ma la Cambria, e Tir Manha. Non è il mio regno, Garreth, anche se ne sono il re. Non è casa mia... non è
la mia vera patria, quella che porto nel cuore.» «È Camelot, allora.» «Sì.» Uther afferrò fra pollice e indice la lama della lunga spada da cavaliere che portava appesa alla schiena e la spinse verso l'alto facendola scivolare fuori dall'anello che la tratteneva; quando la spada cadde in avanti la prese per l'elsa, la fece ruotare e la conficcò nel terreno, lasciandola ondeggiare leggermente. Garreth la guardò e non disse nulla. «È partito tutto da questo, laggiù.» «Da una spada?» «Da una spada di cavalleria, una spada lunga. La cavalleria è sempre stata la prima cosa che mi veniva in mente pensando a Camelot. Ogni volta che sento quel nome, penso alla cavalleria: uomini giganteschi su cavalli giganteschi, tutti con l'armatura. Camelot non potrebbe esistere senza cavalleria, e senza cavalleria non ci sarebbero spade lunghe come questa. Ciò che sto tentando di dire, Garreth, è che Camelot e la Cambria sono come luce e ombra per me. I miei ricordi di Camelot, tutti i miei ricordi di Camelot, sono pieni di luce, risate, divertimento. La gente si gode la vita laggiù. Invece qui, a quanto pare, viviamo gran parte dei nostri giorni nell'oscurità. I sorrisi sono rari a Tir Manha, come in tutto il resto della Cambria. È come se il nostro popolo non avesse alcun desiderio di divertirsi. Come se lo considerassimo un segno di debolezza. Non abbiamo voglia di ridere, o se l'abbiamo, la teniamo dentro finché non possiamo ridere delle disgrazie di qualcun altro, beffarci delle sue sofferenze. I nostri vecchi sono austeri, inflessibili, privi di umorismo; le nostre donne hanno volti scuri e arcigni. Non sempre, lo ammetto, non sempre... Ma spesso è così. Quell'anno mia madre si era ammalata, una febbre l'aveva costretta a letto per alcune settimane. Mia nonna era preoccupata per lei, e sapeva che anche mio padre lo era. A ogni modo, mia nonna aveva suggerito che forse io avrei preferito tornare a casa da mia madre, almeno finché lei non fosse migliorata, e a quel punto avrei potuto portarla con me a Camelot per il resto dell'estate.
Ebbene, l'idea che qualcuno mi dicesse cosa fare, e per di più una donna anziana, fosse anche mia nonna, mi indispettì, e soprattutto mi irritò il sottinteso che io potessi non essere consapevole di quale fosse il mio dovere. Avevo deciso che era impossibile per me tornare a casa; ero troppo necessario al benessere della Colonia per prendermi una licenza e sparire per un periodo di tempo indeterminato. Poteva succedere qualunque cosa durante la mia assenza, ed ero deciso a non permettere a nessuno di affermare che avevo trascurato i miei obblighi o le mie responsabilità militari. Naturalmente, la verità era soltanto che non volevo tornare a Tir Manha. I consiglieri anziani di mio padre manifestavano apertamente la loro disapprovazione per le mie lunghe assenze... le consideravano riprovevoli. Da parte mia, temevo di rimanere bloccato qui per chissà quanto tempo... L'ultima notte del nostro pattugliamento, quella che precedette l'incidente con Cassandra, feci un sogno in cui vedevo mia madre morta nel suo letto a Tir Manha, mentre io mi divertivo a Camelot. Fu un vero incubo. Mi svegliai in un bagno di sudore, senza capire dov'ero, dimenticando che ero impegnato in un pattugliamento e che eravamo a parecchie miglia di distanza da tutto ciò, circondati dalla foresta. Non riuscii assolutamente a riprendere sonno, così scivolai fuori dalle coperte ben prima dell'alba e andai a ispezionare le sentinelle. Probabilmente mi presero per matto, ma la mia unica preoccupazione era che mi avessero sentito urlare nel sonno. Il ricordo di quel sogno non mi abbandonò per tutto il giorno, e continuò a ossessionarmi anche a tarda notte mentre facevo il porco con quelle donne nella stanza dei giochi. Me la stavo spassando con una di loro quando l'immagine di mia madre distesa nel letto malata e forse morente, si affacciò nella mia mente. Era impossibile andare avanti con quel pensiero che mi ossessionava, così mi guardai intorno cercando qualcosa che mi distraesse dal mio turbamento. Fu allora che vidi Cassandra e notai la sua bocca. È proprio così che ebbe inizio l'intera faccenda. E adesso tutto è finito con lei seviziata e uccisa da assassini sconosciuti... Povera donna, sembra quasi che fosse destinata a una morte violenta. E sai qual è l'aspetto più paradossale di tutto ciò?»
«Non lo so, Uther, dimmelo.» Uther lo guardò negli occhi e sorrise. «Io ero lì, Garreth, ancora una volta. Se ciò che Daffyd il druido sospetta è vero, allora Cassandra o Deirdre, come la chiamano ora, è morta il giorno stesso del suo arrivo in quel luogo segreto che divideva con Merlino, e io ero a Camelot quando è partita. A quanto pare, era andata via da meno di un'ora quando sono arrivato, ma io ero lì quando Deirdre ha incontrato la morte. Mi chiedo cosa ne penserà mio cugino Merlino.» Garreth lo fissò a lungo senza dire una parola, poi abbassò gli occhi sull'osso di pollo che stringeva ancora in mano. Sbatté le palpebre come se si svegliasse da un sogno, poi gettò l'ossicino nel fiume, ripulendosi la mano sulla tunica mentre si alzava. «Cosa dovrebbe pensare? Non c'è nulla da pensare. Non eri solo a Camelot, giusto? Non eri l'unica persona presente nella fortezza.» «No, naturalmente.» «Bene, allora qualcuno ti avrà visto e potrà testimoniare che sei stato lì tutto il giorno, no? E per quanti altri ancora?» «Tre.» «E cos'hai fatto in quei tre giorni?» «Ho discusso strategie e tattiche con gli ufficiali.» «Ottimo, dunque non puoi aver fatto tutto questo e contemporaneamente essere andato in qualche ignoto luogo di campagna a massacrare una giovane donna, no? E ora che abbiamo stabilito questo fatto, possiamo, tu e io, tornare a Tir Manha a discutere di strategie e tattiche con i nostri ufficiali? Abbiamo una campagna da organizzare, e vorrei ricordarti che entro questa settimana è previsto che tu parta nuovamente per Camelot. Per quel momento tutti i nostri preparativi qui dovranno essere completati, e Huw Fortebraccio, Dergyll, Owain e tutti gli altri, me compreso, dovranno sapere con precisione a chi spetta ogni compito e chi risponde a chi. Abbiamo tempo per farlo?» Uther sorrise. «Sì. Abbiamo tempo.» I due rimontarono in sella e mentre si avviavano Garreth si voltò
a gridare al compagno che lo seguiva su per la salita: «Non è a me che devi parlare, Uther... bisogna che Merlino... ascolti tutto quello che mi hai detto oggi... soprattutto ora... che ha perso sua moglie». Quando furono in cima e poterono proseguire affiancati, Garreth abbassò il tono di voce. «E tu devi dirglielo, e guardarlo negli occhi mentre lo fai. Ha bisogno di ritrovare il suo amico, e credo che si sentirà molto in colpa per i suoi sospetti, quindi sta a te fare in modo che riesca a perdonarsi. Pensi di poterlo fare?» «Sì, credo di sì... Quel che avverrà dopo è interamente nelle mani degli dèi.» Alzò lo sguardo verso il cielo. «Sta per piovere. Andiamo!» L'uomo propone, ma Dio dispone, e Uther non avrebbe mai avuto la possibilità di esprimere al cugino il proprio dolore per la morte di Deirdre. Un mese dopo la sua discussione con Garreth, Uther rivide Merlino in circostanze piuttosto inattese. Da giorni stava cercando di costringere allo scontro una gran parte delle forze di Lot, attaccandole ripetutamente e spingendole verso le colline Mendip dove con gran fatica aveva preparato loro un'imboscata. Non avrebbe mai immaginato che al ritorno da Verulamium Merlino e il suo gruppo potessero transitare proprio da lì mandando all'aria la trappola. Ma così fu, e nei momenti iniziali della battaglia che ne scaturì, il plotone di Merlino subì pesanti perdite prima che Uther potesse precipitarsi in suo soccorso. Da quel momento in poi, i cugini lottarono ferocemente fianco a fianco finché, nella furia del combattimento, Uther vide Merlino disarcionato e abbattuto da un colpo micidiale sferrato con il mazzafrusto. Lo scontro - poco più di una schermaglia, per quanto violenta - fu vinto poco dopo la caduta di Merlino, e Uther riportò a Camelot il corpo incosciente e quasi senza vita del cugino. Merlino giacque per mesi nel suo letto, con la testa immobilizzata, mentre il medico Lucano gli perforava il cranio salvandogli la vita. La vita, ma non la mente. Da quel giorno in poi, Merlino Britannico si riprese lentamente, ma anche quando il suo recupero fu in apparenza completo e lui fu di nuovo in grado di parlare e muoversi normalmente, la sua mente rimase devastata e la sua memoria cancellata, come se non avesse mai ospitato alcun
ricordo.
PARTE SECONDA
YGRAINE
Salve, madre cara spero che questa mia missiva ti trovi in buona salute. So che è passato meno di un mese da quando ti ho scritto l'ultima volta, quindi mi auguro che tu non ti allarmi ricevendo un'altra lettera da me in così breve tempo, io sto benissimo, ma ho notizie che potrebbero interessare Uther, e poiché non ho modo di sapere se e quanto si tratterrà a Camelot, ho deciso di informarlo tramite te. Forse ricorderai che parecchi anni fa ti parlai di una donna di nome Mairidh che visse con noi qui a Tir Manha per qualche mese. Suo marito Balin era al servizio del duca Emrys di Cornovaglia a quell'epoca, ma per molti anni fu in ottimi rapporti con il nostro caro Ullic. Anche io e Mairidh diventammo buone amiche, e lei mi ha scritto in varie occasioni da quando è stata richiamata in patria insieme a suo marito. Di recente ho ricevuto un'altra lettera da lei, e il tenore del suo contenuto mi ha indotto a scriverti. Dopo la morte del duca Emrys, Mairidh e Balin avevano condotto una vita tranquilla e ritirata, ma pare che più di un mese fa Gulrhys Lot abbia convocato Balin e gli abbia affidato lo stesso tipo di incarico che egli aveva svolto così bene e per tanto tempo per conto del vecchio duca, Lot, da creatura sinistra qual è, ha dapprima tentato di piegarlo alla sua volontà proponendo di trattenere Mairidh con sé come ostaggio per assicurarsi che Balin svolgesse nel migliore dei modi il suo compito, ovvero quello di inviato speciale in Eire. Ma ha sottovalutato la tempra del suo uomo; infatti Balin, ben sapendo quanto fosse importante il suo ruolo in quell'impresa, ha sfidato Lot apertamente, sostenendo che data la sua età avanzata era necessario che la moglie lo accompagnasse per occuparsi della sua salute e del suo benessere. Lot ha ceduto, vedendo che non aveva altra scelta, e ha permesso a Mairidh di seguire il marito. La stupidità di Lot ha forse giocato a nostro favore, poiché ha indotto Mairidh a scrivermi per raccontarmi del nuovo incarico di suo marito e di quanto sia disgustata da Lot e dal suo maldestro tentativo di controllare Balin. In breve, qualche tempo fa Lot ha stretto un'alleanza con il re degli Scoti Iberni in Eire. Il risultato di quell'alleanza è stata l'invasione di Camelot da parte degli Scoti,
durante la quale Merlino catturò e prese in ostaggio il loro principe, Donuil. Da allora, gli Scoti dell'Eire non hanno più compiuto incursioni ostili in questa terra, e l'alleanza non ha più dato frutti. Ma forse tutto questo sta cambiando. Secondo Mairidh, Lot sogna di sfruttare la potenza marittima del re scoto Athol Mac Iain - che a quanto pare possiede grandi flotte di galee - e ha inviato Balin in Eire per negoziare un rinnovo di quell'alleanza, formalmente ancora in vigore. Se dovesse avere successo, Lot potrebbe di colpo avvalersi di cospicue forze navali e sarebbe in grado di spostare grandi quantità di uomini e di armi lungo la costa, minacciando sia la Cambria sia Camelot. Credo sia fondamentale che Uther ne venga a conoscenza immediatamente. Ti prego di farglielo sapere al più presto e nel modo più diretto. In un altro brano della lettera, Mairidh racconta che Lot ha fatto in modo di screditare sistematicamente Uther agli occhi del suo popolo, diffondendo spaventose bugie e dicerie sul suo conto. Lei sa, naturalmente, che nessuna di queste voci è vera, ma consiglia a me e a mio figlio di tenere in considerazione ciò che si dice di lui. Sono state diffuse storie di atrocità e violenze commesse da Uther e dal suo esercito. Parlano di saccheggi e di carneficine compiute in paesi e villaggi, di bambini e anziani impiccati e giustiziati sommariamente, di donne, vecchie e giovani, seviziate, mutilate e stuprate, in gran parte da Uther in persona. La campagna denigratoria è stata così efficace, mi ha detto Mairidh, che ora le donne della Cornovaglia usano il nome di Uther Pendragon per spaventare e indurre all'obbedienza i figli irrequieti. La cosa non mi è del tutto nuova, perché abbiamo sentito dire cose del genere in passato dai viaggiatori in transito. Ne parlai anche con Uther sei mesi fa, ma lui si limitò a ridere della mia indignazione e a liquidare l'accusa come se fosse un complimento. «Solo coloro che incutono timore e costituiscono un'autentica minaccia per il nemico sono oggetto di una tale maligna attenzione» mi disse. Il fatto che Lot di Cornovaglia arrivi al punto di infangare il nome di Uther è semplicemente una testimonianza di quanto Lot tema Uther. In quel momento il buonumore di mio figlio riuscì a calmarmi, malgrado i miei timori, ma ora torno a interrogarmi sulla vicenda. La
reputazione di cui gode in Cornovaglia sarà forse d'aiuto alla sua campagna, seminando terrore, ma non vedo come possa fare del bene alla sua futura memoria. Trasmetti il mio amore a Uther, se è ancora insieme a te a Camelot, e rispondimi presto. La tua affezionata figlia Veronica.
IV. Lagan il Saggio aprì la mano destra a ventaglio e posò delicatamente i polpastrelli sul filo della lama dell'ascia che reggeva nella sinistra. Le dita lasciarono una nitida impronta sulla sottile pellicola di olio di semi di lino che l'uomo aveva appena spalmato sulla testa di ferro dell'arma per proteggere il metallo dalla ruggine. "Merda!", pensò, e subito cancellò i segni con un lembo dello straccio usato per ungerla, poi posò con cautela l'ascia sul ceppo dell'albero che aveva accanto. Fatto ciò, si pulì accuratamente le mani con un altro straccio e completò il lavoro sfregando dita e palme contro la ruvida pelle di pecora dei gambali che gli proteggevano le cosce. A quel punto afferrò il manico dell'ascia e la sollevò, flettendo i potenti muscoli dell'avambraccio. Ignorò il cinturino di cuoio che penzolava all'estremità del manico; solo in battaglia lo avvolgeva intorno al polso. La magnifica ascia era la sua arma preferita e il suo bene più prezioso. La testa larga e pesante, sormontata da una punta aguzza e micidiale dello spessore di un pollice, mandava un cupo bagliore, e il filo della lama temprata era in grado di tranciare di netto ossa e metallo. L'impugnatura di legno, perfettamente cilindrica e interamente ricoperta di complicati e squisiti intagli che riproducevano rovi intrecciati fitti di spine e di foglie, aveva assunto un caldo colore bruno scuro ed era levigata da decenni d'uso e di cure. Lagan non aveva idea di quanto fosse vecchia quell'arma, ma sapeva che era appartenuta a suo nonno che se n'era impadronito nel corso di un combattimento contro invasori stranieri. La risollevò e appoggiò la parte più alta dell'impugnatura contro il cavo della mano sinistra per prendere di mira un altro ceppo, alto e pieno di solchi, a una quindicina di passi da lui. In quel momento sentì suo figlio arrivare di corsa gridando e drizzò la testa, tenendo le braccia ancora tese. Sebbene Cardoc fosse dall'altra parte della casa, ne indovinava l'eccitazione dal tono della voce e dalla rapidità con cui si avvicinava. Udì sua moglie Lydda gridare al ragazzo che il
padre era sul retro, poi tornò a prendere la mira. Piegò il braccio destro all'indietro e scagliò l'ascia nell'istante preciso in cui suo figlio sbucava a lato dell'edificio alle sue spalle. L'arma volò, roteando su se stessa fino a trasformarsi in una macchia indistinta, e si schiantò contro il ceppo, cadendo a terra. Il ragazzo si bloccò in scivolata, con gli occhi sgranati. Raramente aveva visto suo padre sbagliare un colpo. Lagan si voltò verso di lui, impassibile. «Va' a prenderla.» Il ragazzo gli riportò l'ascia caduta e Lagan annuì. «Sta' indietro.» Cardoc obbedì e Lagan ripeté il lancio, questa volta effettuando una rotazione completa del braccio e scagliando l'arma quando l'intero peso del corpo si era trasferito sul piede sinistro. La lama si conficcò nel legno così profondamente che Lagan si guardò bene dal chiedere al figlio di recuperarla ma ci andò lui stesso; fece leva sul manico per liberare la lama, poi si voltò verso il ragazzo. «Hai un'aria mortificata, figliolo. Che ti succede?» Il giovane Cardoc scosse la testa, arrossendo. «Nulla, ma mi spiace di averti distratto spuntando da dietro l'angolo.» Suo padre infilò il manico dell'ascia nell'anello di metallo che portava alla cintura, in modo che la testa dell'arma poggiasse contro il suo fianco sinistro. «No, non sei stato tu. Ti avevo già sentito arrivare. Ho calcolato male il tiro, ecco tutto.» Il ragazzo aveva un'espressione seria. «Non ti capita spesso.» «No, infatti; non quando il bersaglio è fermo. Comunque, lanciare un'ascia è proprio una stupidaggine. Un'ascia è fatta per essere brandita, non lanciata. Nell'attimo stesso in cui la lasci andare sei disarmato, e un bersaglio vivente non se ne starà lì fermo ad aspettare di essere ucciso. Se è possibile mancare un albero, pensa quanto sarebbe più facile mancare un uomo che corre... Se poi quell'uomo corre verso di te per ucciderti, allora sei morto.» Si pulì di nuovo le mani sui gambali, poi le strofinò una contro l'altra. «Ti ho sentito gridare mentre arrivavi, ma non sono riuscito a capire cosa dicevi. Che cosa c'è?» «Il re ti vuole, e nessuno sapeva dove ti trovavi. Mastro Lestrun ha mandato della gente a cercarti. Uno di loro mi ha visto e mi ha
spedito qui per vedere se eri a casa. Lestrun dice che devi andare immediatamente.» Con un sospiro Lagan si chinò a raccogliere i suoi stracci e una ciotola di olio di semi di lino, riponendoli sul piccolo scaffale appeso sul muro in fondo alla sua casa di legno e argilla. «Be', quando il re da un ordine, bisogna obbedire.» Si voltò verso il figlio. «Immagino che tu non sappia di cosa si tratta.» Il ragazzo scosse la testa senza dire nulla e seguì il padre davanti alla casa. Lydda era in attesa accanto alla porta aperta, con il lungo mantello da viaggio del marito sul braccio. «Potresti averne bisogno.» Lagan lo guardò senza entusiasmo, alzando le spalle sotto la spessa e calda tunica di lana che lo ricopriva dal collo a metà coscia. «Ne dubito. Semmai tornerò a prenderlo. Lot è il re e i suoi affari sono certamente importanti, ma non ho intenzione di mettermi in viaggio a metà mattina senza salutare come si deve la mia famiglia, solo perché lui conservi il buonumore vedendo che i suoi ordini sono eseguiti all'istante.» Lydda sorrise. «Dici così, vecchio brontolone, ma sai benissimo che fai tutto quello che vuole e quando lo vuole.» Lydda era una donna alta e imponente, ma suo marito le mise un braccio intorno alle spalle e la attirò a sé senza difficoltà. Lei aderì al suo fianco con la spontaneità e la docilità dettate dall'abitudine, e lui si chinò a baciarle il capo. «È meglio che vada a vedere cosa vuole. Può essere urgente. Ma speriamo che non sia necessario un viaggio. Se così fosse, ripasserò da casa prima di partire.» La strinse a sé e le sollevò il mento per baciarla sulla bocca, poi si allontanò lasciandola sulla soglia a guardarlo con il mantello ancora sul braccio. Cardoc si sedette sul gradino d'ingresso, osservando il padre senza dire una parola. Lydda allungò una mano per scompigliargli i capelli. «Che combini oggi?» Il ragazzo si voltò a guardarla con un sorriso timido. «Oh, niente
di speciale. Stavo giocando con Tomas ed Ewan. Credo che tornerò da loro.» «Va', allora.» Lydda lo guardò dileguarsi, poi rientrò in casa lasciando la porta socchiusa, chiedendosi perché Gulrhys Lot avesse così tanta urgenza di vedere Lagan. Provava una certa simpatia per il re, che conosceva da molti anni, e l'amicizia del sovrano per suo marito si era estesa fino a lei, ma non era certa di potersi fidare ciecamente di lui. Lagan, dal canto suo, gli era assolutamente devoto. In diverse occasioni Lydda aveva sentito la gente definirlo "l'uomo di fiducia del re", con un tono che la portava invariabilmente a domandarsi se c'era del risentimento, del sarcasmo, o addirittura del disprezzo in quell'espressione, o se fosse semplicemente una sua supposizione. I due uomini erano amici per la pelle sin dall'infanzia, e la loro amicizia si era accresciuta e rafforzata nel tempo, anche se dalla nascita di Cardoc le visite di Lot si erano fatte molto meno frequenti. Lagan non voleva sentire parlar male di "Gully", anche se le critiche rivolte al re erano tante e tali da arrivare fino agli inferi. I racconti delle atrocità commesse da Gulrhys Lot e da altri in suo nome — soprattutto da quei due abominevoli forestieri, Caspar e Memnone - erano innumerevoli e strazianti. Lydda represse un brivido ricordando i malefici stregoni egiziani del re, da tempo scomparsi dalla Cornovaglia senza che nessuno li rimpiangesse. Si diceva, anche se Lot in persona negava decisamente, che fossero morti a Camelot, tra i selvaggi senza dio che vivevano laggiù. Se questo era vero, pensò Lydda, il mondo non poteva che trarne vantaggio. Lagan non aveva mai avuto la minima prova che i racconti e le dicerie sugli orrori commessi per conto di Lot fossero veri, e dunque non vi prestava ascolto. Lydda sapeva che il re attribuiva un immenso valore all'innocenza e all'onestà di Lagan e sospettava che Gully avrebbe fatto qualsiasi cosa per nascondere le sue infamie agli occhi e alle orecchie dell'amico. Quel sospetto la turbava profondamente poiché faceva apparire il suo ottimo marito come un uomo ingenuo e stupido, mentre lei sapeva che le cose non stavano così. Certo Lagan era onesto, fiducioso, leale e aperto, e sempre
disposto a concedere il beneficio del dubbio finché mancava una prova certa di colpevolezza. Ma una volta messo di fronte a tale prova, suo marito era implacabile. Quella stessa dirittura d'animo che lo spingeva ad attendersi un comportamento nobile e corretto dagli altri, lo rendeva il più intransigente nel fare giustizia e punire il colpevole, quando era il caso. Colpita da quel pensiero, Lydda si fermò accanto alla finestra con lo sguardo perso nella chiara luce mattutina. Gully considerava forse Lagan uno stupido, un credulone, un ingenuo facilmente influenzabile? Poteva essere così malvagio, così subdolo? Lydda sbatté le palpebre e scosse la testa, dandosi della sciocca. Si guardò intorno cercando di ricordare cosa stesse facendo prima, e tornò alle sue faccende. Quando Lagan sbucò dall'ombra delle case che fronteggiavano la residenza del re e si immerse nel sole del mattino, intuì, più che vedere, il movimento delle guardie del re che scattavano sull'attenti scorgendolo avvicinarsi. A Lagan il Saggio non erano mai piaciute le guardie, già prima della morte del vecchio duca Emrys che le aveva volute a proteggerlo nel timore di essere assassinato. Il duca era morto da tempo ormai, ucciso dall'età e dalla cattiva salute e i suoi scherani erano stati incapaci di tenere lontani quei due furtivi sicari. Ma erano rimaste lo stesso, in teoria per proteggere la vita del figlio e successore di Emrys, Gulrhys Lot, autonominatosi re di Cornovaglia. Entrando dalla porta principale nell'intricata cinta muraria, Lagan tenne lo sguardo fisso di fronte a sé ignorando gli sguardi delle sentinelle. Ce n'erano tre a ogni lato della porta, e il loro superiore doveva essere poco lontano, all'interno delle mura. Non l'avrebbero fermato, poiché sapevano che Lagan era il più caro amico del re alcuni sussurravano malignamente che fosse anche l'unico — e che aveva accesso illimitato al sovrano, cosa che lo poneva al di sopra di tutti gli altri. Oltre la porta si apriva uno stretto cortile, un'area di raccolta lunga circa quindici passi e larga sei con una guardiola per l'ufficiale in servizio a destra dell'entrata. All'estremità opposta c'erano altre
due guardie ai lati di una porta massiccia con battenti lavorati a mano e montanti di ferro; vedendo arrivare Lagan lo scrutarono dalla testa ai piedi finché lui non li superò immergendosi nella frescura di un'ampia sala. "Otto uomini" pensò Lagan sbattendo le palpebre nell'improvvisa oscurità dell'ambiente. Otto mercenari stranieri armati per proteggere il re dal contatto con il suo stesso popolo. C'era qualcosa di intrinsecamente sbagliato in questo. Si fermò, in attesa che i suoi occhi si adattassero alla scarsa luce. Un odore acre e opprimente di legna bruciata ristagnava nell'aria, e qualche sottile spirale di fumo si alzava dalle braci nell'imponente focolare sul lato opposto alla porta. I cani del re, otto molossi dal pelo irsuto grossi come pony, erano distesi sui giunchi che ricoprivano il pavimento, e uno solo di loro alzò la testa per osservare, con la lingua penzoloni, il nuovo venuto. A eccezione di due guardie armate poste ai lati di un'altra porta presente nella sala alla sinistra di Lagan, i cani erano gli unici occupanti dell'enorme ambiente. Lagan tossì, la gola irritata dall'aria viziata e fumosa della sala, e appena i suoi occhi furono in grado di guidarlo fra i massicci tavoli e le panche che ingombravano la stanza, si diresse verso le sentinelle. Quando fu a due passi di distanza, una di esse sguainò la spada e la puntò minacciosamente verso la gola del nuovo arrivato. Lagan si immobilizzò, abbassò lo sguardo sulla punta della spada, poi lo rialzò per guardare l'uomo dritto negli occhi. Era uno sconosciuto. Imperturbabile, Lagan spostò lentamente lo sguardo sul suo compagno, che aveva un volto familiare. Per una manciata di secondi nessuno parlò, poi la seconda guardia posò una mano sulla lama del collega, borbottando qualcosa nella sua lingua. L'altro brontolò e rimase immobile per qualche istante, poi con un lieve sogghigno sollevò la spada, avvertendo Lagan con lo sguardo che per questa volta gli era andata bene ma che era pronto a tagliargli la gola. Lagan non reagì: si limitò a passargli accanto senza degnarlo della minima attenzione e a spingere la maniglia di ferro della porta. Lot era affacciato a una finestra con gli occhi puntati sul cortile e si
voltò sentendolo entrare. «Ah, eccoti» ringhiò. Gulrhys Lot attraversò saltellando la stanza e tentò di agganciare Lagan con una presa che si trasformò rapidamente in un potente abbraccio. Lagan lo ricambiò meravigliandosi, come sempre, di essersi abituato a quell'inconsueto modo di salutare. Il re era l'unico tra i suoi conoscenti a indulgere in un gesto così intimo e personale, un vezzo che risaliva alla sua adolescenza in Gallia e che metteva estremamente a disagio la maggioranza dei suoi uomini costretti a riceverlo e a ricambiarlo, a eccezione dei mercenari galli. Per l'austera mentalità celtica, quell'aperta dimostrazione di amicizia era eccessivamente espansiva, e Lagan aveva visto molti valorosi capitani e guerrieri arrossire di imbarazzo nell'accoglierla. Lot si staccò dall'amico e tenendolo per le spalle lo scrutò in viso socchiudendo gli occhi. «Qualcosa ti ha fatto arrabbiare. Che cosa?» Lagan accennò con la testa e col pollice alla porta dietro le sue spalle. «Non sono arrabbiato, Gully, sono solo seccato. Uno dei tuoi sicari addomesticati là fuori ha alzato la spada contro di me quando ho tentato di entrare qui.» Lot si rabbuiò immediatamente. «Cosa? Contro di te? Ti ha minacciato? Voglio la testa di quel bastardo!» Si era già diretto verso la porta quando Lagan lo prese per la manica e lo costrinse a voltarsi. «A che scopo, Gully? È nuovo, e non mi conosce. Il suo compagno lo ha trattenuto. E poi stava solo facendo il suo dovere.» «E quale sarebbe? Quello di minacciare i miei amici?» «No, quello di proteggere il culo del re da pericoli immaginari. Sto morendo di sete. Hai qualcosa da bere?» Lot scoppiò in un'aspra, improvvisa risata e subito si avvicinò a un tavolo sul quale erano posate varie brocche di argilla coperte da un panno e un vassoio con delle coppe. Quella stanza era il suo dominio esclusivo, e nessun servo aveva il permesso di violare la sua intimità. Il capo della servitù aveva stabilito degli orari per i domestici che dovevano pulire e rassettare la stanza, ma in presenza del re avevano l'ordine tassativo di tenersi alla larga.
Alle pareti di nuda pietra erano stati appesi alcuni pesanti tessuti di lana grezza che secondo il padre di Lot contribuivano a proteggere dai rigori dell'inverno. Sul muro orientale, una finestra in stile romano con due archi separati da una colonna centrale si affacciava sul cortile interno dove si esercitavano i ragazzi. Due serie di imposte, interne ed esterne, consentivano al re di isolarsi dal freddo e dal mondo quando voleva. Accanto alla finestra c'era un caminetto con la canna fumaria aperta verso il cortile, all'interno del quale era sospeso un pesante braciere di ferro. Il pavimento, a eccezione dell'area più vicina al focolare, era ricoperto di giunchi essiccati che venivano rinnovati regolarmente. La stanza aveva un arredo assai spartano, ma conforme alle necessità di Lot. Conteneva una poltrona rivestita di morbida pelle conciata e una seconda meno lussuosa ma confortevole, con uno schienale imbottito, per un eventuale ospite. Entrambe erano disposte davanti al caminetto, una per lato. A esse si aggiungevano tre semplici sedie di legno senza braccioli, disposte lungo le pareti della stanza e due tavoli: uno piccolo sempre ingombro di brocche contenenti idromele e vino, e uno da lavoro più lungo e molto più largo dell'altro, addossato alla parete di fondo della stanza e accompagnato da un semplice sgabello di legno a tre gambe. A quel tavolo il re trascorreva la maggior parte della sua giornata di lavoro, poiché Gulrhys Lot ci teneva moltissimo a far sapere a tutti che fare il re era un lavoro. Lagan sapeva che era la verità, non un'esagerazione. Ma sapeva anche che Lot godeva della sensazione di potenza che gli derivava dalla sua istruzione, in un tempo e in un luogo in cui pochissimi erano in grado di leggere e scrivere. Lot leggeva bene e la sua grafia chiara e armoniosa non smetteva di sorprendere Lagan per la sua metodica precisione, che la rendeva più nitida e leggibile della sua. Avevano studiato insieme da bambini sotto la guida di uno scriba romano vecchio e storpio, che aveva accettato di istruire sia il duca Emrys sia suo figlio in cambio di un tetto sopra la testa e della protezione che ne derivava. Lot, testardo e determinato fin da allora, si era rifiutato di studiare a meno che il suo amico non potesse farlo con lui, e così Lagan il Saggio si era distinto tra tutti i suoi compagni imparando a leggere e scrivere.
Osservando il tavolo da lavoro ingombro di stili, calamai e pergamene, Lagan notò che vi erano sparpagliati vari rotoli di papiro, alcuni chiusi e un paio svolti e tenuti aperti con dei pesi. Gulrhys Lot aveva capito rapidamente i vantaggi dell'alfabetizzazione, e ora pretendeva che i suoi consiglieri più importanti sapessero leggere e scrivere. La cosa faceva sorridere Lagan, poiché a suo giudizio molti di quei consiglieri erano alfabetizzati quanto un ceppo d'albero, ma erano tutti abbastanza furbi da tenersi accanto degli uomini più istruiti di loro e riuscivano così a sopravvivere servendo il re e conservando i propri privilegi. Mentre Lot mesceva del vino delle Gallie per entrambi, dalla finestra giunse un grido infantile e affacciandosi Lagan vide un gruppo di sei ragazzi riuniti intorno a un settimo che aveva le braccia strette intorno alla testa e si lamentava con voce acutissima. Uno dei più piccoli si tirò indietro stringendo un pesante bastone di frassino con espressione preoccupata. In disparte, un guerriero anziano dall'aria severa osservava in silenzio, con aria di disapprovazione. Lagan soffocò una risatina. «Sembra che il piccolo Twoey le abbia suonate a Owen. È questo che stavi guardando, quando sono entrato?» domandò prendendo la coppa che il re gli offriva. Lot annuì. «Sì. Migliorano giorno per giorno, imparano a combattere in modo intelligente malgrado l'antipatia che provano l'uno per l'altro.» «O forse proprio per questo. Sono piuttosto litigiosi, non trovi?» Lot si limitò a spostare lo sguardo verso il cortiletto, senza rispondere. Lagan trasalì al pensiero di averlo offeso. Gully era imprevedibile quando si trattava dei suoi figli. Lui poteva criticarli, gli altri no. Questa volta, comunque, Lot non parve offendersi. «Sono sei» brontolò. «Almeno due di loro potrebbero andare d'accordo.» «Forse è colpa delle madri» rispose Lagan tranquillamente, girandosi a metà verso il re che osservava la scena. «Forse? Questa sì che è una fesseria. C'è più invidia fra quelle sei sgualdrine che fra tutti i miei capitani messi insieme. Dovrei scacciarle
tutte quante.» Lagan si concesse un sorriso. Anche questo era un tema di discussione frequente tra loro. «Le hai scelte tu, mio re» gli fece notare. «Scelte un corno! Si sono scelte da sole, restando incinte. Sono una mandria di vacche!» «Le regali concubine...» Lot si voltò di scatto. «A volte sei troppo romano, amico mio. Sei impertinente con tutto il tuo latino.» «L'ho imparato al tuo fianco, Lot, dai tuoi stessi maestri.» «Già, e meglio di me!» grugnì il re ridacchiando e buttò giù un sorso di vino, tornando a guardare il cortile. Anche Lagan bevve un sorso dalla sua coppa. «Mi hai mandato a chiamare. Per quale motivo?» Senza guardarlo in faccia, Lot si allontanò dalla finestra e andò a posare la sua coppa sul tavolo da lavoro; prese un rotolo di pergamena, lo inserì in un astuccio tubolare di cuoio e lo porse a Lagan. «Voglio che tu vada da Herliss oggi stesso. Consegnagli questo e portami la sua risposta il più rapidamente possibile.» Lagan prese l'astuccio dalla mano del re, saggiandone il peso. «Mio padre lo aspetta? O ne sarà sorpreso?» «No, non lo aspetta... non subito, almeno. Ma non ne sarà sorpreso. Gli causerà qualche problema, forse, ma è un compito che gli spetta in qualità di mio amministratore.» Lagan annuì. «E perché così all'improvviso, Gully? Ieri, quando ci siamo parlati, non ne hai fatto cenno.» «Ieri non lo sapevo ancora.» «Posso chiederti di cosa si tratta?» «Sì, naturalmente. Siediti, amico mio, siediti. Da quando in qua devi stare in piedi in mia presenza?» Non era mai successo, in effetti, ma Lagan preferì non dirlo per
non guastare l'atmosfera. Gully aveva alcuni atteggiamenti tipici nel trattare con lui, e questo ne era un esempio: ricordando a Lagan che non era necessario che restasse in piedi, gli faceva capire che aveva il potere di costringerlo a farlo. Lagan si accomodò sulla sedia che il re gli aveva indicato e Lot ne avvicinò un'altra col piede e si sedette, chinandosi verso di lui. «Il ruolo di amministratore ricoperto da tuo padre coinvolge due questioni di grande peso: questa missiva riguarda entrambe. Non potrei sopravvalutare la loro importanza nemmeno se volessi, Lagan. Ti basti sapere che solo tu puoi portare questo messaggio per me. A nessun altro potrei o vorrei affidare una simile missione, e capirai il perché se ti dico che la prima questione riguarda il mio tesoro. Tuo padre custodisce grandi ricchezze a mio nome: oro, gioielli e, soprattutto, armi. In questo momento ne ho bisogno. Credo che le abbia disseminate nelle sue roccaforti sulla costa, per metterle al sicuro.» Lagan annuì. Suo padre possedeva quattro roccaforti costiere, ciascuna a guardia di un porto per le flotte di predoni di Lot. In cambio di un approdo sicuro, i pirati versavano a Lot la metà del bottino che riportavano da ogni viaggio. Herliss raccoglieva questi tributi e li custodiva per conto del re. «Lagan, credo che con la bella stagione Uther Pendragon verrà di nuovo a bussare alle nostre porte. L'inverno è stato mite, e la primavera non è lontana.» Il re cercava di mostrare la sua faccia migliore, parlando in tono confidenziale con voce bassa e profonda. Lagan attese, senza dire nulla. Si udì bussare alla porta e il braccio di una guardia spalancò uno dei battenti per far passare Lestrun, il più anziano fra i consiglieri di Lot. Il vecchio si infilò sotto il braccio teso della sentinella ed entrò con passo strascicato, fece un cenno di saluto a Lagan e uno leggermente più ossequioso al suo re, ed estrasse da sotto il braccio destro due rotoli di pergamena. Lot li guardò con disprezzo e per un attimo Lagan pensò che stesse per aggredire il vecchio Lestrun per averli interrotti.
Invece il re annuì seccamente, indicando col capo il lungo tavolo da lavoro. «Mettili laggiù insieme agli altri.» Lestrun chinò la testa ma rimase di fronte al re. «Farò come dici, mio signore» disse con una voce bassa e sibilante segnata dall'inconfondibile, ritmica cadenza della regione nordoccidentale della Cambria. «Ma non prima che tu mi abbia promesso di leggerli, appena sarai solo. Sono due questioni molto importanti, ed è necessario che almeno una di esse venga decisa entro oggi se vuoi che i tuoi desideri vengano esauditi.» Mentre l'altro parlava, il re impallidì di rabbia. «Maledizione a te! Ti aspetti che esegua i tuoi ordini come un bambino impaurito? Posali e vattene!» Il vecchio annuì, per nulla impressionato. «Lo farò, ma solo dopo che mi avrai dato la tua parola. Sono in gioco i tuoi piani, i tuoi obiettivi. Puoi inveire contro di me quanto ti pare, ma se non mi assicuro che tu faccia ciò che va fatto, te la prenderai con me ugualmente.» Come in molte altre occasioni, Lagan si meravigliò vedendo l'anziano consigliere sfidare senza la minima paura un uomo notoriamente pericoloso da contraddire, ma la collera del re sfumò di colpo e Lot esplose in una risata, forse di ammirazione. «Per tutti gli dèi, Lestrun, uno di questi giorni mi farai uscire dai gangheri e mi pentirò di averti ammazzato quando sarà ormai troppo tardi... E va bene, ti prometto che leggerò quei maledetti fogli appena sarò solo e subito dopo prenderò una decisione. Ora sparisci.» Il vecchio si inchinò e salutò Lagan con aria impassibile prima di ritirarsi, e di nuovo una guardia invisibile tenne la porta aperta per lui finché non fu uscito. Alla vista di quel braccio senza corpo, rivestito di un'armatura di cuoio e teso attraverso la soglia, di colpo Lagan andò su tutte le furie, e quando la porta fu chiusa si rivolse a Lot. «Che te ne fai di questa gente, Gully? Non ne hai alcun bisogno.» «Chi, i miei consiglieri?» rispose l'altro con un mezzo sorriso.
«No, maledizione, queste guardie. Non hai bisogno di guardie. Per guardarti da chi, dal tuo stesso popolo? Ne ho incrociate dieci tra la porta principale e le tue stanze. Sei fuori, due in cortile e due qui davanti alla tua stanza. Temi forse di essere attaccato?» Il re continuò a sorridere ma non rispose subito e a Lagan venne in mente, per l'ennesima volta, che quel familiare sorrisetto nascondesse molto più di quanto apparisse. «Secondo te mi aspetto di essere attaccato qui, in casa mia? No, Lagan, no.» Ora il sorriso si era fatto più ampio, il tono di voce mellifluo e confidenziale. «Non è l'uomo che ha bisogno di guardie. È il rango, la carica.» Lagan lo guardò con aria interrogativa. «Non ti seguo.» «È semplice. Io sono un re, Lagan. I re hanno bisogno delle guardie, non perché queste li proteggono, almeno, non sempre, ma perché li rendono visibili.» «Li rendono visibili in che senso, Gully? E di fronte a chi? Ai miei occhi, tu sei perfettamente visibile oggi come lo eri più di vent'anni fa, quando diventammo amici.» «Già, ma ai tuoi occhi, amico mio. Per te io non sono cambiato, e in nome di tutti gli dèi ti giuro che è così. Ma per gli altri...» Lot diede alla frase un'intonazione retorica. «La mia posizione è cambiata. Sono un re, ora...» Di colpo si alzò e andò ad appoggiarsi al bordo del tavolo posando il piede destro sulla sedia di legno che si trovava accanto. «Siediti lì, dove posso osservare la tua faccia.» Senza dire una parola Lagan si sedette di fronte a Lot, socchiudendo lievemente gli occhi quando il sole di fine inverno gli colpì il viso. Lot attese che si fosse accomodato con la coppa in mano e proseguì, chinandosi leggermente e appoggiandosi col gomito sul ginocchio. «Quando mio padre divenne capo del clan, la sua fama e la sua influenza si accrebbero ed egli fu in grado di viaggiare oltre questi lidi, in Gallia prima di tutto, e poi a sud fino all’Iberia. Nel corso di questi viaggi, non tutti di carattere bellico, incontrò i re dei Burgundi della Gallia meridionale e centrale, e anche quelli dei Franchi che vennero dopo, le cui terre si estendono ancora più lontano. E prese
nota del comportamento di quegli uomini: come vestivano, come vivevano, come governavano il loro popolo. Fu al suo ritorno da uno di quei viaggi, vittorioso e con un ricco bottino, che assunse il titolo di dux, o duca, di Cornovaglia, e adottò lo stile di vita di un duca. I Romani, che attribuivano grande importanza a queste cose, erano tutt'altro che stupidi. Sapevano che la gente vede solo ciò che le si fa vedere. Mostra loro un poveraccio vestito di stracci, e lo tratteranno come una nullità. Mostra loro lo stesso uomo vestito di cuoio e pellicce, con dei guerrieri alle spalle, e si inchineranno di fronte a lui umiliandosi per ottenere i suoi favori, anche se non sanno distinguere un duca da un cuoco... Come duca, mio padre pretese e ottenne molto più rispetto e obbedienza di prima. Il duca divenne molto più forte e più potente dell'uomo. Divenne un simbolo... un simbolo del suo popolo, del suo clan, dei suoi territori.» Lot abbassò lo sguardo e mosse un dito della mano destra in modo che la luce proveniente dalla finestra si riflettesse sul pesante anello con cui sigillava lettere e documenti. «Anche questo sigillo è un simbolo. La testa di cinghiale che vi è incisa è il mio marchio, la mia identità. La sua impronta sul sigillo di cera di un documento mostra chiaramente a tutti che io ne ho approvato e autorizzato i contenuti.» Si tolse l'anello e alzò la mano, allargando le dita. «Ma se tu me lo porti via e lo distruggi, mi impedisci di manifestare la mia autorità a chi è lontano finché non me ne sarò fatto fare un altro. Ti è chiaro, no?» Lagan annuì lentamente, sorseggiando la sua bevanda. «Ottimo. Ebbene, un re è un simbolo, come questo, ed è più importante, più forte, più ricco di un duca. Mio padre ha dato prosperità alla Cornovaglia sotto la sua guida. Alla sua morte, ho giurato di migliorare i suoi risultati in ogni campo, e ci sono riuscito. Ho rinegoziato l'accordo con i suoi mercenari ampliando il loro raggio di azione. Ho accresciuto le sue ricchezze e i suoi possedimenti. E soprattutto, ho aumentato il suo potere... il mio potere. Ora il mio compito è quello di preservare e difendere quel potere, quella prosperità e quell'autorità, per tutti coloro che dipendono da esse.» Lot fece una pausa, fissando con sguardo penetrante il suo
ascoltatore. «Parliamoci chiaro, Lagan. Oggi la Cornovaglia è un regno, e io ne sono a capo. A tutti coloro che vengono da fuori devo apparire come un re, con la potenza e le risorse di un re. Così, i visitatori che giungeranno alle nostre porte troveranno delle guardie il cui sacro dovere è quello di proteggere il sovrano. Tutto qui.» Si interruppe, corrugando la fronte. «Cosa c'è che non va, adesso?» Lagan scuoteva la testa, increspando le labbra. «Non abbiamo visitatori qui» disse in tono piatto, temendo per un attimo che Lot andasse su tutte le furie, come spesso accadeva. Ma il re scoppiò a ridere. «Per gli dèi, Lagan, a volte non ti sopporto, ma apprezzo comunque il tuo cocciuto buon senso. Hai ragione, naturalmente. Nessuno viene qui in visita... non ancora, almeno. Ma verranno, Lagan, verranno, e presto. Verranno numerosi a invocare il favore e la clemenza della Cornovaglia.» «Le macchine da guerra.» «Già... le macchine da guerra. È giunto il momento che la Cornovaglia si espanda.» «Uhm... E che mi dici di Camelot? Potrebbe impedire la tua espansione. Ora che Merlino Britannico non comanda più a Camelot, dicono che Uther Pendragon guidi le sue armate oltre che le proprie. E, da quel che ho saputo, il Pendragon è un tipo deciso e un nemico scomodo. Più duro di quanto sia mai stato suo cugino Merlino. Finché avrà vita farà tutto ciò che è in suo potere per impedirti di uscire dalla Cornovaglia.» Gli occhi di Lot si accesero d'ira. «Allora quel bastardo non vivrà ancora a lungo! Ho dei progetti per lui e per la sua lurida schiatta. Quando tuo padre porterà qui i carri da sud, le cose cambieranno, vedrai. Saremo armati meglio del nemico, e i nostri uomini verranno addestrati a servirsi di quegli strumenti di offesa.» Lagan aveva sentito abbastanza e non aveva alcuna voglia di riaprire la discussione sugli armamenti. A suo parere, per quello che era venuto a sapere e per le sue limitate esperienze dirette di combattimento in questa guerra, le forze di cavalleria schierate da
Camelot erano superate solo dai micidiali archi e dalle frecce dei guerrieri cambriani di Uther Pendragon. Lagan era convinto che quegli archi lunghi fossero la più pericolosa arma esistente in circolazione e che la Cornovaglia non avesse i mezzi per contrastare efficacemente la loro mortale minaccia. Tornò alla finestra e scoprì che i ragazzi se n'erano andati, messi in libertà dal loro tutore che era rimasto in cortile a riporre ordinatamente le loro armi giocattolo sotto la tettoia. Lagan riprese la parola, sperando di distogliere Lot dal tema delle armi. «Hai detto che il tuo messaggio tocca due questioni. Qual è la seconda?» «Mia moglie, Ygraine.» Lagan gli lanciò un'occhiata da sopra la spalla. «Che le succede? L'ho vista l'ultima volta che sono stato da mio padre, e mi è parso che stesse bene. Te l'ho detto, no?» «Ah sì? Non ricordo. E ti ha detto di salutarmi?» «Non ho avuto occasione di parlarle. L'ho vista da lontano.» Lagan si voltò del tutto e notò per la prima volta l'espressione sul volto del re. «Cosa c'è che non va, Gully?» Lot gettò indietro la testa rabbiosamente per scacciare un ciuffo di capelli dalla fronte. «Nulla, ma bisogna che mia moglie, la mia regina, torni qui. Io ho bisogno che torni qui, in modo da poterla tenere d'occhio.» Lagan lo fissò sconcertato. «Che significa tenerla d'occhio? Che cosa ha fatto?» «Niente...» Lot ebbe una breve esitazione. «Non è lei che devo controllare, ma la sua famiglia» aggiunse con un mezzo sorriso. «Parlavamo di simboli un attimo fa. Ecco, Ygraine è un altro simbolo, il simbolo dell'alleanza tra me e la sua famiglia in Eire.» Lagan annuì, corrugando lievemente la fronte. «Se non ricordo male, non fu un grande successo quell'alleanza, o sbaglio?» «No, infatti, ma ho bisogno di tenerla viva, ora più che mai. Forse ricorderai che in occasione della mia prima marcia verso nord il padre di Ygraine, che si fa chiamare re Athol Mac Iain, spedì un
esercito a combattere contro Camelot. Fu un disastro. Quel porco di Merlino li colse di sorpresa e li massacrò, rimandandoli a casa con la coda tra le gambe. Da allora si sono rifiutati di riprendere le armi contro Camelot, sostenendo che un loro principe è trattenuto laggiù come ostaggio a garanzia della loro neutralità.» «Allora perché pensi che valga la pena di tenere in vita l'alleanza?» Lot lanciò un'occhiata a Lagan, poi spostò lentamente lo sguardo verso la finestra. «Perché Athol Mac Iain controlla due grandi flotte di galee. E uno di questi giorni avrò bisogno di mezzi di trasporto.» «Capisco. Ma perché Ygraine è diventata di colpo così importante?» «Io...» Lot si interruppe, poi proseguì. «Tuo zio Balin si trova in Eire. Lo sapevi?» Lagan si limitò a scuotere la testa. Non sapeva nulla del fratello di suo padre da molti mesi, e gli aveva a malapena parlato da quando era rientrato in Cornovaglia. «Be', è così. L'ho inviato laggiù più di un mese fa per tenere i contatti con il vecchio Athol. Ora mi scrive, l'ho saputo ieri sera, che il vecchio ha desiderio di rivedere sua figlia e che potrebbe venire a trovarci quest'estate.» «Ah, per questo vuoi che donna Ygraine sia ben sistemata qui come tua regina prima del suo arrivo. Be', è comprensibile.» Ma il volto duro del re non tradiva né ironia né indulgenza. «Mi fa piacere sentirtelo dire, ma la comprensione degli altri mi è del tutto indifferente. È per motivi politici che la voglio qui con me, in modo che il suo affezionatissimo genitore non rinneghi la nostra alleanza con la scusa che ho maltrattato sua figlia.» Lagan guardò l'amico dritto negli occhi. «Ma tu lo hai fatto, Gully, non puoi negarlo. Forse "maltrattata" è un termine troppo duro, ma l'hai trascurata.» Ignorò lo sguardo gelido di Lot e proseguì. «A costo di sembrarti sfacciato, credo che tu debba domandarti se sei davvero convinto di poter curare l'orgoglio ferito della tua signora. Deve covare un bel risentimento per essere stata sepolta laggiù e ignorata per tutti questi mesi.» Fece una pausa, sostenendo lo sguardo irato del re senza battere ciglio e parlandogli francamente, da amico. «Non ho mai capito perché tu l'abbia spedita a vivere con mio padre
in quel luogo isolato sulla costa.» Lot sorrise, ma con tale fatica che il risultato fu più simile a una smorfia. «È una bisbetica, Lagan, peggio di tutte le altre sei messe insieme. Non può esserci pace fra noi due sotto lo stesso tetto. E poi ho già abbastanza figli. Lei è il prezzo che ho dovuto pagare per questa alleanza: una moglie intrattabile incapace di maneggiare una scopa. Ma ora le cose sono cambiate... e in primo luogo le mie esigenze. La riprenderò in casa mia nell'interesse del regno, prima di tutto. La tratterò da regina davanti a tutti e magari le farò perfino fare un cucciolo...» Il suo sguardo si perse di nuovo, poi tornò a farsi attento. «A proposito di figli, come sta il tuo ragazzo, il piccolo, bellicoso Cardoc?» Il volto di Lagan si illuminò. «A parte Lydda, è la più grande gioia della mia vita. Ogni volta che mi assento anche solo per qualche giorno, quando lo rivedo mi sembra cresciuto di un palmo.» «Ciò mi ricorda che l'ultima volta hai rischiato di non tornare affatto e ci è voluto un bel po' prima che io lo sapessi.» Per qualche istante Lagan parve imbarazzato, poi sorrise e scrollò le spalle. «Non vale la pena di parlarne. Ormai è passata, e non è successo niente.» Il re fece una smorfia di disapprovazione. «Devi assolutamente prendere qualcuno con te quando viaggi. Per essere soprannominato il Saggio, sai essere notevolmente stupido e cocciuto a volte. Mi hanno raccontato della tua avventura, ma non nei dettagli. Cos'è successo?» Lagan scosse la testa. «Niente di particolare, ma è stata una fortuna che Docca e i suoi compagni siano capitati lì proprio in quel momento. La banda di zotici in cui mi ero imbattuto era più coraggiosa e più numerosa di quanto avessi sospettato all'inizio. Stavamo scambiandoci... i rispettivi punti di vista quando è arrivato Docca.» «Docca ha sostenuto che ne avevi uccisi tre quando ti ha raggiunto.» «Quattro, ma sono stato felice di vederlo. Mi sono accorto della
sua presenza solo quando una freccia ha colpito in un occhio uno dei miei aggressori. A quel punto la zuffa si è conclusa rapidamente. È incredibile come certi bravacci si perdano d'animo appena vedono scemare il loro vantaggio.» Lagan andò a riprendere il cinturone e il mantello. «Sono stato imprudente quella volta, è vero, e ho imparato la lezione. Ma preferisco ugualmente viaggiare da solo e di solito non ho problemi.» Appese il cinturone a una spalla e si avvolse nel mantello. «Ora bisogna che avverta mia moglie che devo andar via di nuovo. Vuoi proprio che parta oggi?» Lot annuì, con il suo solito sorrisetto. «Sì. A quanto pare non abbiamo molto tempo e ogni ora può essere preziosa. Diversamente, ti lascerei libero di decidere.» «Mio padre dovrà recuperare le tue armi dai suoi vari castelli prima di poterle spedire qui, dunque ci sarà da aspettare. Vuoi che io resti da lui e torni indietro insieme ai carri, o preferisci che rientri immediatamente per farti sapere quanto tempo ci vorrà?» «Lascio a voi due la decisione, almeno entro certi limiti.» Il re assunse un'aria pensosa, tamburellando le dita sullo schienale della sedia, prima di proseguire. «Ma se non fosse necessario attendere più di una decina di giorni, potresti scegliere di rimanere lì per assistere ai preparativi e poi rientrare con il convoglio. Se invece l'attesa si preannuncia più lunga, sarà meglio che tu torni indietro appena possibile per informarmi di quanto ci vorrà prima che il materiale sia nelle nostre mani.» «Bene, così sia.» Lagan si allacciò rapidamente il cinturone alla vita prima di riprendere la coppa e vuotarla, schioccando le labbra. «Prendo congedo, allora, e vado a salutare mia moglie e mio figlio prima di mettermi in cammino.» Stava per avviarsi quando un'idea improvvisa lo fece fermare. «Sai, potrei prendere Cardoc con me. Gli farebbe bene rivedere suo nonno e il viaggio sarà relativamente sicuro visto che attraverseremo i nostri territori. Oltretutto, ho promesso di portarlo a pescare.» Il re ebbe un'esitazione quasi impercettibile. «Allora portalo con te, amico mio... e porta anche la deliziosa Lydda, ne sarà felice. Evidentemente sei certo che non rallenteranno il tuo viaggio. Se avrò bisogno di te per qualcosa, un giorno in più non sarà un problema.
Va' e goditi la tua famiglia, ma ricorda che la tua missione ha un carattere di estrema urgenza e importanza.» Il sorriso di Lagan il Saggio si spense. «Già» disse. «Hai ragione, come sempre. Forse non è una buona idea, dopo tutto.» «Ci saranno altre occasioni. Al tuo ritorno avrai tutto il tempo che vuoi, sempre che Camelot non venga a darci fastidio.» «D'accordo, farò così. Addio.» Quando la porta si chiuse alle spalle di Lagan, il sorriso del re svanì lentamente per lasciare il posto a un'espressione stanca e corrucciata. Mordicchiandosi il labbro inferiore, Lot fissò con aria pensosa la solida porta di quercia, poi si alzò e andò ad affacciarsi alla finestra, guardando nel cortile vuoto. Udì un tuono in lontananza, e sporgendosi ancor di più per guardare in alto si accorse che il cielo si era ricoperto di una spessa coltre di nuvole grigie. Gulrhys Lot brontolò e si avvicinò al lungo tavolo da lavoro dove Lestrun aveva lasciato i due rotoli di pergamena. Lagan si allontanò dalla residenza del re profondamente assorto nei suoi pensieri, senza degnare di un'occhiata le guardie. Non era così ingenuo da non riconoscere i sistemi di Lot, e la sua piccola manipolazione finale non gli era sfuggita. Era stato un errore manifestare il desiderio di portare con sé il figlio, ma non aveva saputo resistere all'impulso, e una volta espresso il desiderio gli era stato impossibile tornare indietro. Di conseguenza, Lagan aveva capito prima ancora di finire il discorso che non avrebbe avuto il permesso di condurre con sé il ragazzo. Sarebbe stato meglio tacere e portarselo dietro invece che ventilare quella possibilità a Lot, dato che il re, come tutti sapevano, esigeva una dedizione assoluta. Non tollerava debolezze o distrazioni in nessuna circostanza. Pretendeva a tutti i costi di essere solo al centro dell'attenzione, e più di un guerriero aveva imparato a proprie spese che non gli era concesso sposarsi finché il re aveva bisogno di lui. Lagan diede un calcio a un ciottolo sul cammino, maledicendo il proprio entusiasmo e rammaricandosi di non aver tenuto la bocca chiusa.
Malgrado l'urgenza delle richieste di Lot e il desiderio di tutti di esaudirle, non fu impresa da poco per Herliss riunire tutto il materiale richiesto e predisporre una consegna sicura. Le macchine da guerra, in particolare, ponevano problemi di trasporto che apparivano quasi insuperabili, finché un tipo ingegnoso non ebbe l'idea di staccare le ruote e gli assali dai carri e attaccarli direttamente alle massicce basi di legno delle macchine. I pesanti manufatti romani non erano fatti per coprire lunghe distanze. Erano marchingegni ingombranti che dovevano essere dotati di resistenza, stabilità e robustezza; le solide ruote di cui erano forniti dovevano assicurare loro un certo grado di mobilità, ma solo allo scopo di poterli posizionare e di spostarli lungo il campo in battaglia. Potevano essere manovrati a mano, ma non erano stati concepiti per affrontare un viaggio via terra. Il duca Emrys aveva acquistato quelle macchine al tempo della ritirata dei Romani dalla Britannia, e conscio del loro valore, le aveva custodite con cura per le future necessità. Le aveva fatte smontare numerando i singoli pezzi per poterli riassemblare, e poi le aveva suddivise, per ragioni di sicurezza, tra le quattro roccaforti costiere di Herliss. Ma da allora erano passati decenni, e in quell'intervallo di tempo gli enormi carri usati in origine per trasportarle erano stati adoperati per altri scopi e alla fine erano andati perduti. Di conseguenza, Herliss si trovò di fronte a un compito immane, e non osò correre il rischio di scambiare o sistemare in modo errato le singole parti di ciascuna macchina, che si trattasse di una balista, di una catapulta o di una torre, poiché gli uomini che avrebbero dovuto trasportarle e riassemblarle non avevano alcuna esperienza in quel campo. Il tempo volò e quando Lagan si trovò oltre il limite di dieci giorni stabilito da Lot, secondo suo padre mancavano ancora due settimane di lavoro prima che tutti i singoli pezzi fossero pronti a partire. Costretto a spostarsi continuamente dall'uno all'altro dei quattro forti sulla costa meridionale, quando si rese conto che era giunto il momento di tornare dal re per dargli la sgradita notizia del ritardo, Lagan non aveva ancora trovato il tempo di far visita alla regina Ygraine a Tir Gwyn, la fortezza di Herliss, a venti o trenta miglia nell'entroterra.
Sia pur malvolentieri, si rimise dunque in cammino verso il forte di Golant con la notizia che suo padre non sarebbe stato pronto a partire per il nord insieme al suo tesoro prima di due settimane. Sapeva che Lot non avrebbe accolto la notizia con grande entusiasmo. Ma in fondo, rifletté, la regina Ygraine sarebbe stata ancor meno entusiasta della prospettiva di riunirsi al marito. Secondo Herliss, la regina non nutriva una grande considerazione per Gully. Herliss era talmente indaffarato che si accorse a malapena della partenza del figlio. Aveva la mente troppo occupata dai problemi logistici per preoccuparsi della famiglia. Gli bastava sapere che nel giro di qualche settimana avrebbe seguito Lagan e si sarebbe finalmente liberato di ogni responsabilità riguardo ai beni di Lot. Quanto alla regina Ygraine, per giorni rimase all'oscuro del fatto che suo marito si fosse ricordato di lei e l'avesse richiamata a Golant, e non seppe nemmeno del viaggio di Lagan nel sud. Alla fine fu Herliss, che lei aveva imparato a considerare quasi un padre, a informarla del viaggio imminente. Ygraine ascoltò le sue parole senza discutere. Sapeva fin troppo bene che Herliss non aveva altra scelta che obbedire agli ordini di Lot, e dunque si rassegnò all'inevitabile. Ma le novità che le erano state annunciate erano così poco incoraggianti, e la sua mente così dominata dalla sgradevole prospettiva di riunirsi a un marito che le era estraneo, che non ebbe alcun pensiero sui rischi che avrebbe potuto correre durante il viaggio dalla fortezza di Herliss a quella di Lot.
V. L'imboscata - rapida, infallibile, e resa ancor più impressionante dalla scarsa quantità di sangue versato - trasformò in pochi istanti Ygraine da regina a ostaggio. Per quanto imponente, la sua scorta, colta completamente alla sprovvista, non ebbe alcuna possibilità di reagire. Stavano attraversando un'ampia vallata poco profonda in una bella giornata di inizio primavera, quando in un attimo si ritrovarono stretti fra due gruppi di guerrieri sconosciuti, silenziosi, dall'espressione determinata, terribilmente diversi da quelli che Ygraine aveva conosciuto fino a quel momento. Erano letteralmente sbucati dal terreno ai due lati dell'angusto sentiero, già disposti in formazione d'attacco con centinaia di lunghi archi puntati. Nel temporaneo caos che seguì, Ygraine riuscì con sorprendente chiarezza a vedere cosa stava accadendo. Mentre gli uomini della sua scorta tentavano inutilmente di organizzarsi in una formazione difensiva e la sua guardia personale si disponeva intorno a lei per proteggerla, nel momento in cui la prima scarica di frecce avrebbe dovuto seminare panico e morte tra i suoi paladini, Ygraine, sovrana di Cornovaglia, figlia di Athol Mac Iain re dell’Eire, percepì chiaramente e indubitabilmente che qualcuno, per ragioni a lei ignote, stava impedendo il massacro. Un unico gruppo di guerrieri guidati da Gylmer, il capitano più fedele e irruente di Lot, era riuscito a formare una falange e a gettarsi contro il nemico sul fianco della collina che li sovrastava. Ma i venti uomini si erano appena staccati dal sentiero incitati dal capo che cavalcava al centro del gruppo sul suo pony di montagna, quando furono sterminati all'istante da una pioggia di lunghe frecce mortali, scagliate con incredibile precisione dalla collina opposta, dietro di loro. Sentendo i dardi sibilare sulla sua testa, Ygraine si girò a guardare, evitando così di assistere alla carneficina che si abbatté d'improvviso sui suoi difensori più impetuosi, e vide con sgomento che a scoccare i dardi erano state solo le ultime file di arcieri disposti sulla collina alle sue spalle, in risposta a un segnale invisibile. Mentre
costoro già incoccavano nuove frecce, la regina si voltò a controllare il risultato del loro assalto. Nessuno tra i venti uomini era rimasto in piedi. E nessun arciere sembrava aver sprecato un colpo. L'avvertimento fu chiaro a tutti, compreso Herliss, l'anziano comandante al quale il re aveva affidato il compito di condurre la sua regina e un prezioso carico di materiali e provviste attraverso le fortezze reali che costellavano il suo territorio. Ygraine lo vide abbassare lentamente il braccio destro che aveva levato a pugno chiuso per chiamare a raccolta i suoi uomini, con un'espressione di rabbia e disperazione sul volto. Ultimo cavaliere rimasto in tutto il convoglio, Herliss fu sconvolto dalla rapidità e dalla totalità della sconfitta e dalla propria impotenza. I nemici erano emersi dal sottosuolo come demoni, spuntando da buche e trincee scavate nel soffice terreno delle colline ai lati del sentiero, annunciati solamente dall'improvviso sollevarsi delle zolle erbose che li nascondevano. Avevano teso gli archi, con le frecce già incoccate, disponendosi con incredibile rapidità in ranghi compatti, ordinati, distanziati l'uno dall'altro per consentire a ogni blocco di tirare sopra la testa degli arcieri che stavano sotto; una schiera puntata spietatamente verso il lungo convoglio in preda alla confusione. Il giovane Gylmer, come al solito, era stato il primo a reagire, spronando il suo pony con un grido e attirando l'attenzione dei suoi uomini prima che il panico li immobilizzasse. Ma la sua prontezza gli era stata fatale e i suoi uomini erano morti con lui, annientati da una risposta così rapida e devastante che tutti i presenti compresero che era stata preparata proprio a un simile scopo. Herliss si guardò intorno, considerando la situazione in cui si trovava. I suoi uomini erano immobili, paralizzati dall'indecisione, come congelati dallo sguardo di qualche divinità maligna. In mezzo a loro, proprio al centro del sentiero, si agitava il gruppo di dame della regina, ancora troppo sconvolte per mettersi a strillare. Alle sue spalle udiva le grida terrorizzate di coloro che guidavano i carri. Solo la guardia personale di Ygraine, composta da guerrieri dell'Eire, sembrava pronta ad affrontare la minaccia delle truppe che incombevano dall'alto. Avevano formato un cerchio rannicchiandosi dietro una solida muraglia di scudi, pronti a morire per la loro regina.
Una quiete mortale calò sulla scena. Le voci si spensero, e nel silenzio, gli uomini sulla collina abbassarono gli archi. Fu allora che Herliss si rese conto della terribile realtà: solo metà degli arcieri li teneva sotto tiro. L'altra metà sollevò gli archi ribadendo la minaccia di morte e tuttavia dilazionando la sua esecuzione. Ancora nulla si mosse in fondo alla valle. Herliss respirò profondamente, avvertendo lo sguardo della regina puntato su di lui. Era il comandante del re, e Gulrhys Lot lo avrebbe fatto impiccare e squartare a causa di ciò che era accaduto. L'unica opportunità che gli rimaneva era di scegliere come morire. Raddrizzò le spalle ed estratta la pesante spada di bronzo fece per sollevare nuovamente il braccio, pronto a essere colpito in qualsiasi momento. «Herliss! No! Te lo proibisco!» La voce della regina echeggiò nel silenzio. «Statemi tutti a sentire! Deponete le armi.» Alcuni si voltarono verso di lei, incluso Herliss. Ygraine proseguì con voce squillante: «Siete impazziti? Non capite che non vogliono ucciderci? Se così fosse, saremmo già morti! Deponete le armi». Qualcuno fu tentato di crederle, ma nessuno fece un gesto per eseguire il suo ordine. «La donna ha ragione, Herliss!» A parlare con voce tonante era stato un individuo gigantesco che si trovava a circa trenta passi di distanza dietro di lei, sulla collina, e Ygraine si voltò a guardarlo imitata da tutti gli altri. L'uomo era a capo scoperto, ma una chioma folta e nera e una barba corta gli mascheravano quasi completamente il volto. Era uno dei pochi sulla collina a non impugnare un arco. Teneva le braccia incrociate sul petto e sembrava perfettamente a suo agio. Aveva un mantello giallo lungo fino ai piedi gettato sulle spalle, e indossava un'armatura realizzata con strati di pelle di bue e piastre di ferro nero. Malgrado la distanza e gli uomini della sua guardia personale che la circondavano, Ygraine vedeva i suoi occhi azzurri brillare di ironia o di disprezzo. Mentre lei lo guardava, l'uomo proseguì rivolgendosi direttamente a Herliss, ancora paralizzato nell'atto di sollevare il braccio con la spada.
«Il nostro signore non fa guerra alle donne, ed è per questo che siete ancora vivi. Deponete le armi e sarete risparmiati. Altrimenti morirete qui, e subito.» Herliss ritrovò prontamente la voce e rispose in tono minaccioso: «Il vostro signore? Queste sono le terre di re Lot. Chi sarebbe questo vostro signore?». «Un sovrano molto più potente del vostro.» La voce dell'uomo dai capelli neri esprimeva un'arrogante sicurezza. «Avete duecento uomini intrappolati qui, più dieci donne e una ventina di piccoli archi. Noi abbiamo quattrocento archi lunghi puntati su di voi. Quindi il nostro signore ha più potere del vostro. Arrendetevi, o siete morti. La mia pazienza ha un limite.» Ygraine si sentì afferrare il gomito dal cugino Alasdair Mac Iain, capitano della sua guardia personale, mentre era ancora concentrata su Herliss; si divincolò, ma le dita dell'uomo si aggrapparono ostinatamente alla sua manica. «Ascoltami, Herliss» disse a voce bassa per non farsi sentire dagli uomini sulla collina. «La tua morte non sarebbe di alcuna utilità né a me né a nessun altro. Fa' quel che dice, e che io ti ordino. Di' ai tuoi uomini di deporre le armi.» Per un lungo istante Herliss parve combattuto, poi chinò le spalle e Ygraine capì di aver vinto; attese comunque che l'uomo ordinasse la resa prima di voltarsi verso il capitano della sua guardia. «Mia signora» esordì Alasdair, ma lei lo zittì bruscamente prima che potesse dar voce alla sua protesta. «Taci, Alasdair. So quello che vuoi dire e non voglio ascoltarti. Mio padre ha affidato a te la mia vita, e non approverebbe che tu la ponessi a rischio in questa situazione.» Prevenne la reazione disperata dell'uomo affibbiandogli un buffetto con la mano. «Siamo in trappola, cugino! Cosa vorresti fare? Combattere per proteggermi e farti uccidere, lasciandomi nelle loro mani?» «Ma noi dobbiamo combattere, Ygraine, non abbiamo altra possibilità! Noi...» «Voi avete due possibilità!» replicò seccamente Ygraine, soffocando le proteste di Alasdair con il suo tono deciso.
«Combattere e morire, o arrendervi e vivere. Nessun'altra! Pensa bene a quello che stai dicendo. Se ci comportiamo nel modo giusto, possiamo ancora ottenere qualcosa.» Il capitano la fissò a bocca aperta, senza capire, e lei abbassò la voce scandendo ogni parola. «Hai sentito cos'ha detto quell'uomo, Alasdair. Il suo signore, chiunque sia, non fa guerra alle donne. Hai mai sentito una cosa del genere? Forse ha un debole per la bellezza femminile, come mio marito. Se così è, ne approfitteremo e ne usciremo vivi tutti quanti. Queste sono truppe ben disciplinate. I nostri sono guerrieri coraggiosi ma non soldati. Quindi, ti prego, evita di metterti contro di me o contro di loro. Fidati. Non ci faranno alcun male.» Alasdair Mac Iain trasse un profondo respiro e trattenne il fiato, fissando dritto negli occhi la testarda cugina. Poi si arrese e rinfoderando la spada intimò ai suoi di imitarlo e di abbassare gli scudi. Gli uomini obbedirono con palese riluttanza, lanciando occhiate di sfida ai nemici che li circondavano. «Non reagite,» ordinò il capitano «ma fate vedere a questi animali che non avete paura. Ci sarà un'altra occasione per combattere. Per il momento, seguite le istruzioni di donna Ygraine, ma restate ai vostri posti e siate pronti a morire per difendere l'onore di Athol, nel caso in cui questi selvaggi non tengano fede alla loro parola.» Mentre i membri della guardia eseguivano gli ordini di Mac Iain, Ygraine si rivolse alla donna che le stava accanto, una bella ragazza alta di circa venticinque anni, con lunghe trecce bionde che spuntavano dal cappuccio di seta. «Morgas, chiama qui Herliss ma sottovoce. Digli di smontare da cavallo e di avvicinarsi, ma non a me. Digli di venire da te. Poi avverti quel tizio sulla collina che è tutto finito, anche se mi sembra che lo sappia già. Sbrigati.» La donna di nome Morgas posò i magnifici occhi azzurri sulla regina e domandò: «Perché io, Ygraine?». Ygraine sorrise. «Perché tu, mia cara, sei la più bella del gruppo e sarai la regina finché non avrò avuto modo di valutare ciò che sta
succedendo qui. Forse il loro signore ha un debole per le donne, chissà? Questo lo renderebbe malleabile. Se è così, gli piacerai, e magari lui piacerà a te. Cos'è quell'aria preoccupata? Fa' come ti ho detto.» «Ma... loro sanno già che sei tu la regina. Ti hanno sentito quando hai ordinato a Herliss di non reagire.» Il volto della regina si indurì. «No, hanno sentito la voce di una donna che li implorava di aver salva la vita. Loro non sanno quale donna abbia parlato. La nostra guardia e il gruppo di Herliss ci dividono dai nemici e loro avevano gli occhi puntati sulla barriera di scudi. Ammesso che ci stessero guardando, hanno visto solo delle figure femminili e la prospettiva di soddisfare la loro lussuria. Non siamo ancora persone per loro. E ora fa' quello che ti ho ordinato.» Morgas chinò il capo e obbedì. Appena i suoi ordini furono eseguiti, Ygraine vide l'individuo dalla barba nera prendere un corno che portava alla cintola ed emettere due distinti segnali, non troppo forti. Subito i suoi uomini si misero in movimento: metà di loro scese verso il sentiero con l'arco a tracolla mentre gli altri si distribuirono in modo da affrontare ogni eventualità e aumentando, se possibile, la loro vigilanza. Herliss aveva ordinato ai suoi uomini di arrendersi, e ora, deposte le armi, questi si riunirono di malavoglia in singoli gruppi, osservando impauriti il nemico che calava su di loro. Il gigante dalla barba nera andò direttamente verso la regina e le sue dame, passando tra due uomini della guardia disarmati. Osservandolo, Ygraine si accorse che era ancora più imponente di quanto le era sembrato da lontano e superava persino Alasdair, che era il più alto della sua scorta. Herliss era stato informato dei desideri della regina e sceso da cavallo si era piazzato alla destra di Morgas, fissando accigliato il vincitore. Mentre lo straniero si avvicinava, Ygraine rimase colpita dalla sua avvenenza, e ancor di più dalla barba nera e dalla sua sconcertante giovinezza. Non poteva avere più di ventuno o ventidue anni, meno di lei e di tutte le altre donne. «Chi di voi è la regina?» Il giovane aveva una voce roca e profonda, ma stranamente gradevole, e si esprimeva in una lingua
celta poco familiare a Ygraine, ma comprensibile. Ignorando gli uomini, lo sconosciuto passò in rassegna le dame e il suo sguardo ebbe un lampo quando si posò sul volto di Ygraine; lei capì che stava per rivolgerle la parola e abbassò gli occhi pudicamente guardando altrove, nella speranza di dissuaderlo. Era sorpresa di se stessa, delle strane sensazioni che si agitavano dentro di lei, dell'ondata di calore che le accendeva le guance, dell'impulso che provava di fissare gli occhi azzurri di quell'uomo e di parlare con lui, uno straniero sconosciuto e chiaramente nemico, un brigante e un ladro. Chiuse gli occhi e strinse le braccia al petto cercando di dominarsi, finché ebbe la sensazione che lui non la stesse più guardando; allora li riaprì e vide che tutte le sue dame stavano fissando l'uomo, il quale a sua volta scrutava Morgas. Ygraine riprese fiato, sollevata. Non c'era da stupirsi che si fosse concentrato su Morgas, ma era comunque rassicurante sapere che non si era sbagliata. Lo sconosciuto aveva scartato Ygraine, attratto dal fiore più bello. Vedendo l'uomo avvicinarsi, Ygraine si accostò ancor di più a Morgas, quasi interponendosi tra i due, e chinò la testa con aria di sottomissione nei confronti della fanciulla bionda. «Signora,» domandò lo sconosciuto «sei tu la regina fra queste dame?» «Lo sono» rispose Morgas freddamente, senz'ombra di cortesia. Il gigante si inchinò di fronte a lei, sfiorando il petto di Ygraine con la spalla. Le narici della regina fremettero, ma al posto dell'odore sgradevole che si attendeva le giunse soltanto un debole effluvio di sudore caldo e pulito. «Signora...» Lo sconosciuto si interruppe, raddrizzandosi. «Ti chiedo perdono, come devo chiamarti?» «Così può bastare» concesse Morgas, con tono sprezzante. L'uomo annuì. «Sono Huw, detto Huw Fortebraccio, capitano di Uther, re dei Pendragon.» Ygraine si sentì venir meno. Uther Pendragon, il re di Cambria in persona, era già in Cornovaglia, a meno di una settimana dallo scioglimento delle nevi! La sua gente aveva riposto ogni speranza sul
fatto che arrivasse tardi, dopo un inverno lungo e rigido, e lui era già qui! Accigliata, diede un'altra occhiata al giovane gigante di nome Huw. Non era molto credibile come capitano delle leggendarie orde dei Pendragon. Come tutti, Ygraine aveva sentito parlare a lungo della ferocia di quei guerrieri e soprattutto di Uther, la figura leggendaria che questi avevano eletto loro sovrano, con la sua bramosia di saccheggi, massacri e torture di innocenti. Tutti sapevano che i suoi amici erano tanti quanti i nemici che aveva incontrato: nessuno sopravviveva, in un caso o nell'altro. Il suo nome era pronunciato con terrore dalla gente onesta. Lui e il marito di Ygraine erano nemici mortali fin dall'infanzia, e lei sapeva che Lot lo detestava dal profondo dell'animo. Chiaramente imbarazzato dal silenzio di tomba con cui erano state accolte le sue parole, il gigante si schiarì la voce. «Il mio signore è stato trattenuto. Doveva arrivare questa mattina, poiché sapeva che sareste passati di qui oggi...» «Come faceva a saperlo?» domandò Morgas, con tono secco e inespressivo. Huw la fissò e Ygraine ebbe l'impressione di vedere l'accenno di un sorriso sulle sue labbra. Ma l'uomo si limitò ad alzare le spalle. «Lo sapeva. Comunque dobbiamo aspettare qui vicino, sulle colline, finché non arriva. Nel frattempo bisogna scaricare la roba dai carri e distribuirla fra i nostri uomini.» «Siete pazzi? Volete portare il carico sulla schiena? Avete ben poco cervello sotto quei muscoli.» Huw osservò Morgas per il tempo di tre battiti, poi inarcò un sopracciglio. «Abbiamo usato i muscoli per scavare queste buche ai lati del sentiero... ma è stato il nostro cervello a suggerircelo. I carri lasciano ampie tracce, signora. Le orme sono meno evidenti e più difficili da seguire.» Spostò lo sguardo su Ygraine per un attimo e lei abbassò gli occhi immediatamente, non senza cogliere un sorrisetto sulle labbra dell'uomo mentre si rivolgeva di nuovo a Morgas. «Noi abbiamo costruito la trappola, signora. Voi ci siete cascati.» Morgas si morse il labbro, incapace di trovare una risposta
adeguata. «In quale carro sono le tue tende? Le farò scaricare dalle mie truppe e i tuoi uomini potranno trasportarle separatamente, in modo che tu possa attendere a tuo agio l'arrivo del re.» «Uther Pendragon non è affatto re, non in Cornovaglia! Qui il re è Gulrhys Lot.» Con le guance infiammate e gli occhi che brillavano di disprezzo, Morgas fissò a testa alta il suo interlocutore, fulminandolo con lo sguardo. Gettò una rapida occhiata a Ygraine poi alzò la voce, tentando di far passare per collera la tensione che la animava. «Derwyn!» L'interpellato si voltò subito verso di lei, e Morgas lo indicò a Huw, aggiungendo in tono gelido: «Derwyn è il nostro economo. Sa dove si trova ogni cosa, e i suoi uomini scaricheranno i nostri carri. Non ha bisogno del vostro aiuto». Huw annuì. «No, naturalmente. Ma i miei uomini lo assisteranno ugualmente per tenere sotto controllo i tuoi. Vieni» aggiunse rivolto a Derwyn. Ygraine attese che i due fossero abbastanza lontani da non sentirla e che nessuno degli stranieri badasse a loro prima di rivolgersi a quelli che le stavano intorno. «È andata bene. Ora andate e trovatevi qualcosa da fare, il lavoro non manca. Ma ricordatevi, tutti quanti, che fino a nuovo ordine Morgas è la regina, dunque portate a lei la mia sedia, e viceversa.» Si voltò verso Morgas. «Vieni con me, ma stammi davanti, e tieniti lontana da questa gente. Non voglio che qualcuno mi senta. Dillys, cammina al mio fianco, dietro Morgas.» Si avviarono senza che nessuno, in apparenza, badasse a loro, ma Ygraine non ci mise molto ad accorgersi che un terzetto di uomini con l'arco in spalla seguiva i loro movimenti dalla collina soprastante, senza perderle di vista. A tutta evidenza avevano il compito di controllarle e di prevenire ogni tentativo di fuga. Ygraine li ignorò e diede un'occhiata attorno: i suoi compagni erano stati suddivisi in gruppi di prigionieri, ciascuno sorvegliato da una squadra di arcieri. I membri della sua guardia personale, anch'essi disarmati, erano a due passi da lei, con un'aria demoralizzata e insieme quasi
minacciosa. Passando, Ygraine fece un cenno silenzioso ad Alasdair, poi attese di trovarsi in un tratto di strada sgombra prima di parlare. «Huw ti piace. Be', non perdere la testa. Sei la mia esca ma per quel mostro di Uther Pendragon, non per il suo lacchè.» Morgas si voltò verso di lei, sgranando gli occhi. «Di che parli? Quell'uomo è un porco.» Ygraine alzò una mano per zittire la compagna. «Ti prego, Morgas! È un tipo attraente, non lo nego, ma ciò è irrilevante. Non dimenticare chi rappresenti, almeno per il momento, e perché. La nostra preda è molto più importante di Huw Fortebraccio. Nel migliore dei casi, ci tratterranno per chiedere un riscatto. Solo la nostra presenza, se dobbiamo credere a quanto ci hanno detto, ha impedito che i nostri uomini fossero sterminati all'istante come è successo a Gylmer e al suo gruppo. Il loro signore non fa guerra alle donne. Puah! Uther Pendragon, il cui nome viene usato per spaventare i bambini? Meglio essere torturate dai Sassoni che essere trattate bene da gente simile, Morgas. Questi sono i nostri più acerrimi nemici. Vengono per ammazzarci tutti! Ci fanno guerra per saccheggiare, rubare, uccidere, devastare le nostre case, impiccare e mutilare i nostri figli!» Ma Morgas non la stava più ascoltando. Irritata dalle parole iniziali di Ygraine, aveva distolto lo sguardo da lei e ora stava fissando intensamente qualcosa alle sue spalle. Corrugando la fronte, la regina si voltò per vedere cosa l'aveva distratta. Un gruppo di nove cavalieri era spuntato in cima alla collina e ora si dirigeva verso gli uomini che si affaccendavano più in basso. Montavano cavalli giganteschi, e quattro di loro sembravano dèi con la loro statura colossale enfatizzata dai grandi elmi dotati di cimiero. Gli altri cinque erano meno imponenti e non portavano né elmi né armature, ma avevano abiti sontuosi realizzati con tessuti dai magnifici colori che indicavano ricchezza e privilegio. Procedevano diagonalmente rispetto al punto di osservazione delle tre donne, senza accorgersi della loro presenza, dando loro modo di osservare le pesanti armature indossate dai guerrieri e gli schinieri di metallo che proteggevano le gambe sopra gli stivali, infilati in lunghe staffe di cui esse non avevano mai sentito parlare.
«Romani» sussurrò Morgas mentre li guardava allontanarsi con gli occhi sbarrati. «No, non credo, non sono Romani» replicò la regina in tono sprezzante, ma la sua compagna non se ne accorse. «Sono enormi! Pensavo che Huw fosse grosso, ma questi sono dei giganti.» «No, sono effettivamente grossi, ma sono le loro armature a farli apparire ancora più imponenti.» «Non il capo. È il più grande di tutti.» Morgas si voltò verso Ygraine, cogliendo finalmente lo strano tono della sua voce. «Cosa sono allora, se non sono Romani? Quelli sono gli elmi di Roma.» «Già, ma quei maiali sono Celti, come noi. Non ci sono più Romani in Britannia, da prima ancora che noi nascessimo. Sono dei Pendragon, Morgas, e scommetto che il capo, quello che indossa il mantello rosso col dragone d'oro e l'armatura dorata, è Uther, il loro re.» Ygraine si rivolse a Morgas con un'espressione grave. «Colui che ci ha fatto prigioniere. Il tuo nuovo amante... ammesso che sia un essere umano, cosa di cui dubito. Vieni, è meglio che torniamo indietro.»
VI. A Huw Fortebraccio non sfuggì il repentino silenzio creato dall'apparizione di Uther Pendragon in cima alla collina. Stava istruendo due suoi capitani sulle loro mansioni di custodi della regina e del suo seguito di dame, quando si accorse che sopra di lui, sul pendio, i rumori erano scemati di colpo fino a cessare del tutto e, compreso il motivo, congedò i suoi ufficiali con un secco cenno del capo. Vedendoli andar via con lo sguardo fisso verso il punto in cui doveva essere apparso Uther, Huw non poté fare a meno di sorridere e di meravigliarsi ancora una volta del timore reverenziale che Uther Pendragon ispirava immancabilmente ai suoi rudi seguaci. Un tempo Huw aveva creduto che quella soggezione si fondasse sulla paura, ma da anni ormai aveva capito come stavano le cose. La verità era che Uther Pendragon rappresentava una figura eroica, soprannaturale, simbolo di energia, coraggio ed entusiasmo e i suoi guerrieri vedevano in lui qualcosa che non avrebbero mai potuto essere. Cosa fosse esattamente quel "qualcosa", però, era pressoché impossibile stabilirlo. Huw ci aveva provato molte volte, ma aveva finito per arrendersi e per considerare la cosa come una parte del mistero di Uther, suo amico e comandante, capo e re. Huw non si voltò, pur sapendo di essere probabilmente l'unico a dare le spalle ai nuovi arrivati, e si concesse un'ultima occhiata alla scena del suo recente trionfo. Alla sua destra erano raccolte in due mucchi enormi le armi dei guerrieri della Cornovaglia fatti prigionieri. Erano state gettate lì a casaccio con gesto sprezzante dai soldati che avevano disarmato i loro precedenti proprietari prima di portarli via come una mandria di animali e metterli sotto stretta sorveglianza. In quel momento le due cataste venivano esaminate da un distaccamento di soldati cambriani di Huw. I pezzi migliori sarebbero stati requisiti come bottino di guerra, gli altri, seppelliti e abbandonati alla ruggine. Persino gli uomini impegnati nella cernita delle armi si erano fermati a osservare il loro comandante che si avvicinava, così come il
gruppetto di prigionieri formato da Herliss e dai suoi dodici ufficiali anziani che si trovava poco più in là. Huw sorrise di nuovo nel constatare quanto questi ultimi fossero lontani da ciò che i Cambriani di Uther, addestrati a Camelot, erano abituati a riconoscere come un ufficiale. Si voltò verso le dame della regina, notando che la sovrana stessa e le due compagne con cui si era appartata stavano tornando a raggiungere le altre. Uno sguardo sulla collina di fronte gli confermò che Owain delle Grotte non aveva perso di vista l'illustre prigioniera, secondo le istruzioni ricevute. Sentendo alle sue spalle il rumore degli zoccoli del cavallo di Uther, Huw finalmente si voltò e fece due passi avanti per farsi riconoscere. Il re puntò dritto verso di lui e si fermò a osservarlo dall'alto del suo gigantesco destriero. «Huw» disse, salutandolo con un cenno del capo. «Mi sembra tutto perfettamente sotto controllo. Qualche problema?» «No, comandante, tutto è andato come previsto. È bastata una scarica di frecce. Quando hanno visto i loro uomini migliori falciati e uccisi in un attimo, hanno capito di cosa sono capaci i nostri archi e hanno rinunciato a ogni resistenza.» «Quanti prigionieri?» «Centosettanta in tutto.» «Per il Cristo dei Cristiani, Huw! Cosa ce ne facciamo di duecento prigionieri? È l'ultima cosa di cui avevo bisogno.» Uther lanciò un'occhiata apparentemente casuale alla sua sinistra verso il gruppetto di donne. «Dimmi delle donne. Non erano menzionate nel nostro rapporto.» Huw corrugò la fronte e alzò le spalle. «Un'aggiunta dell'ultimo momento, da quel che ho capito. Erano tutte sistemate nei carri per ripararsi dalla pioggia, così ci siamo accorti di loro solo al momento dell'attacco. Sono tutte sane e salve.» «Lo vedo, ma chi sono?»
«Una di loro è la regina di Lot. Le altre sono le sue dame.» Sotto il pesante mantello e l'armatura, Huw vide il corpo di Uther irrigidirsi per la sorpresa e passarono alcuni istanti prima che il re riprendesse a parlare. «La regina di Lot? Ygraine? No, non può essere.» «Non so come si chiami, ma è la regina» ribadì Huw in tono deciso. «Ho parlato con lei. Ho chiesto chi di loro fosse la regina e lei mi ha risposto.» Uther sollevò le guance dell'elmo per osservare meglio Huw. «E tu come facevi a saperlo? Non erano previste donne nel convoglio, quindi come hai fatto a capire che una di loro era la regina?» Huw annuì con aria solenne. «Me l'hanno fatto capire loro, nell'attimo stesso in cui abbiamo lanciato l'attacco. La soldataglia di Lot si è fatta cogliere impreparata, come previsto, ma gli altri - quel gruppo dietro di me, sulla destra - si sono dimostrati di ben altra tempra. Hanno subito formato un cerchio difensivo intorno alle donne, un muro di scudi. Erano pronti a morire per proteggere quelle signore... o una di esse. Appena li ho visti disporsi in formazione, ho capito dal loro comportamento che erano una guardia d'onore o una scorta di qualche genere.» Scrollò le spalle. «Non so chi siano né da dove provengano, ma sono uomini d'arme, e nessuno di loro porta le insegne di Gulrhys Lot. Credo che siano tutti mercenari, soldati di guarnigione dell'esercito personale di qualche potente condottiero. Tutti gli altri hanno le merdose insegne di Lot.» Uther si grattò il naso con un dito per mascherare un sorriso. «E quale di loro è la regina? Non guardarle!» Huw, che era sul punto di indicargli la donna, si bloccò. «Quella alta e graziosa, con la veste gialla.» Uther riabbassò le guance dell'elmo, nascondendo il viso. «Come l'ha presa?» «Male, ma cosa credevi? Non ama i Pendragon, e soprattutto te. Decisamente non riscuoti le sue simpatie.» Uther piegò la testa da un lato, inclinando il cimiero. «Sta' attento
a non mostrarti irriverente, giovane Fortebraccio.» «Io, comandante? Come puoi pensare una cosa del genere?» Huw credette di distinguere il lampo di un sorriso sotto l'elmo di Uther, ma si sforzò di rimanere impassibile. «Ha strabuzzato gli occhi quando ho fatto il tuo nome, comandante, e ho temuto che desse di stomaco.» Stavolta Uther scoppiò a ridere: una risata breve e rauca. «Già, probabilmente le avevano detto che non sarei arrivato prima del mese prossimo. Ma tu le hai permesso di allontanarsi indisturbata. Perché?» «Niente affatto.» Huw scosse la testa. «Era sotto costante sorveglianza. Owain delle Grotte controllava ogni sua mossa dall'alto della collina. Se lei avesse tentato qualcosa, l'avrebbe bloccata senza problemi. Vuoi che la conduca da te?» «No, non ancora. Ottimo lavoro, Fortebraccio. Ci sono tracce di altre attività militari nella zona?» «Nessuna. Ho sguinzagliato esploratori in tutte le direzioni in un raggio di venti miglia ieri, appena siamo arrivati. Nessun movimento, tranne questo gruppo.» «Bene.» Uther si sollevò sulla sella per dare un'occhiata intorno, poi tornò a sedersi e sorrise di nuovo a Huw. «Ora dimmi del convoglio. Cosa c'è nei carri?» «Non ne ho idea, comandante. Non abbiamo avuto il tempo di guardare, li abbiamo presi meno di un'ora fa. Finora ci siamo occupati dei prigionieri, ma appena finito con loro, avevo pensato di svuotare i carri e poi bruciarli. Non conviene lasciarli qui a disposizione di Lot.» «Bene. Quanti sono?» «Ventiquattro, senza contare i quattro carri che trasportavano le donne e i loro bagagli. Un ricco bottino.» Uther piegò la testa da un lato. «Ingente, quantomeno. Se sia ricco o no, lo scopriremo più tardi.» Reggendosi al pomo della sella, si rizzò sulle staffe e dopo essersi calato l'elmo sul capo si guardò intorno ancora una volta. I tre ufficiali e i cinque uomini senza
armatura che lo avevano accompagnato attendevano pazientemente sui loro cavalli, in silenzio. Uther non si soffermò con lo sguardo sull'uomo che comandava le truppe della Cornovaglia, né diede segno di averlo notato, ma Huw non fu sorpreso quando il re gli domandò: «Il capo, laggiù, come si chiama?». «Herliss. Non so altro.» «Herliss! Per tutti gli dèi, se è così, siamo fortunati, indipendentemente dal fatto che la donna sia la regina di Lot oppure no. Conosco questo Herliss, o almeno conosco alcuni dei suoi parenti, e ho sentito parlare a lungo di lui. È uno degli uomini migliori di Lot... certamente uno dei più esperti, poiché ha servito il vecchio duca Emrys prima di lui. Herliss è un autentico guerriero, a differenza del suo re. D'altra parte, se quella donna è veramente la regina, non ci si può aspettare di meno dall'uomo incaricato di proteggerla. Temo che il suo signore non sarà molto contento di lui. Di' a uno dei tuoi uomini di condurlo qui, ma non subito. Quanto all'altro gruppo di prigionieri laggiù, sulla sinistra, chi è il loro capo? L'hai isolato dagli altri?» «No, comandante. Finché ci teniamo stretta la regina, non ci daranno fastidio, e se li dividiamo potremmo pentircene. Così ho deciso di non separarli dal loro comandante. Ho fatto male?» «Non saprei, Huw. Dipende dall'abilità del capo. Ma se tu ti fossi sbagliato, ce ne saremmo senz'altro accorti. Benissimo, procediamo allora. Sarà meglio che io resti in sella per il momento, così potrò guardarli dall'alto in basso e imporre loro soggezione. Manda qualcuno a prendere Herliss e comincia a far scaricare i carri.» Uther si voltò verso uno dei civili elegantemente vestiti alle sue spalle. «Sansone, tu sai leggere e scrivere. Occupati delle operazioni di scarico e prepara una lista di tutto quello che c'è. Non mi interessano le quantità precise, per adesso, ma vorrei avere un'idea generale di ciò che ci porteremo dietro sulle colline. Potremmo decidere di seppellire qualcosa per tornare a recuperarla più tardi. Pensaci tu, d'accordo?» L'uomo di nome Sansone annuì, smontò immediatamente da cavallo e, recuperata una borsa di cuoio appesa al pomo della sella, fece un cenno a Huw e si allontanò in sua compagnia. Uther li
osservò per un attimo, poi si rivolse all'uomo che stava alla sua destra. «Qui non c'è lavoro per te, Quinto, e ti confesso che la cosa mi preoccupa. Cosa ne farò di duecento prigionieri? Mi aspettavo che almeno qualcuno di loro combattesse... e morisse. La presenza della regina avrebbe dovuto indurli a fare qualche sforzo per difendere la sua vita, se non il suo onore.» Colui al quale Uther si era rivolto era Muzio Quinto, un medico veterano delle truppe della Colonia di Camelot, addestrato nel corpo sanitario dell'esercito romano; era uno dei pochissimi ufficiali rimasti ad aver combattuto nelle legioni romane insieme al legato Pico Britannico. Secondo di grado al suo amico Lucano, Muzio Quinto era responsabile delle cure mediche per l'intera popolazione di Camelot, militare e civile. In questa campagna di Cornovaglia era stato distaccato presso l'armata di Uther per garantire la salute delle sue truppe. Quinto accennò col capo alla ventina di cadaveri allineati sul ciglio della strada. «Qualcuno ha tentato di combattere, ma a quanto pare non ha versato altro sangue che il proprio.» «Già, ma non è abbastanza, Muzio: troppi pochi cadaveri, troppo poco sangue.» Uther spostò lo sguardo sulla massa di prigionieri. «Cosa faremo di tutta questa gente, in nome degli dèi? Non possiamo semplicemente passarli per le armi. La gente di queste parti avrebbe davvero qualcosa da raccontare per spaventare i bambini. Mi sembra già di sentirli: Uther il divoratore di uomini... Cosa farebbe il cugino Merlino se fosse qui, secondo te?» «Probabilmente quello che farai tu» replicò Muzio Quinto, con un lieve sorriso. «Disarmarli, incatenarli l'uno all'altro come schiavi, terrorizzarli per un po' con la prospettiva di una morte sicura, e poi abbandonarli da qualche parte, a distanza di sicurezza, lasciando che si liberino da soli.» Uther schioccò le labbra e tranquillizzò il cavallo innervosito da una puntura d'insetto. «Liberarsi per fare cosa? Tornare a casa e chiedere clemenza a Lot dopo essersi fatti rubare sua moglie? Tu lo
faresti?» Quinto scosse la testa lentamente ma con decisione. «No, comandante Uther; se solo metà di ciò che dicono sul carattere di Lot è vero, non lo farei. Ma io vengo da Camelot e non sono un guerriero.» Lanciò un'occhiata ai cavalieri alle loro spalle, quattro dei quali facevano parte del suo personale medico. Nessuno di loro sembrava prestare attenzione alla conversazione tra lui e Uther. Alzò le spalle e aggiunse: «Da questa gente non hai più nulla da temere. Lontani da Lot, non prenderanno più le armi contro Camelot o la Cambria». «È vero, forse abbiamo sottratto definitivamente duecento uomini all'esercito di Lot. Ora guardami bene negli occhi, Muzio, e anche voi, fate attenzione.» Attese finché non fu certo che l'intero gruppetto lo stesse ascoltando, poi proseguì: «L'uomo che sta venendo verso di noi ha motivo di conoscere bene l'ira di re Lot quando non è soddisfatto. In nome della nostra amicizia, non guardatelo. Se penserà che lo consideriamo importante, comincerà senz'altro a comportarsi come se lo fosse. Non ho idea di cosa ci diremo io e lui, ma è un uomo potente, e vicino a Gulrhys Lot. Se dovessi accorgermi che ci sono cose che solo lui deve ascoltare, alzerò la mano, così... A quel punto, voglio che tutti voi vi allontaniate, lasciandoci soli a parlare». Cogliendo l'occhiata di uno dei due ufficiali in uniforme che gli erano accanto, si voltò verso di lui. «Credimi, Philip, non sarò in pericolo. E ora osservatemi attentamente. Tutto dipenderà dall'idea che mi farò di quest'uomo.» Herliss si avvicinò lentamente accompagnato da due guardie con le spade sguainate, fissando a testa alta gli uomini a cavallo. Li aveva visti arrivare, aveva visto Huw prendere ordini e poi, accompagnato da due dei suoi soldati, venire dritto verso di lui. Lungo la strada Fortebraccio si era fermato a dare disposizioni a un suo subordinato che subito si era avviato con passo deciso infilandosi a tracolla il lungo arco, chiamando a sé altri soldati, e ora Herliss vedeva una folla di persone raccogliersi intorno al convoglio di carri. Senza dire una parola, Huw si era fermato di fronte a lui e gli aveva fatto cenno di seguire i suoi uomini. I due soldati avevano
affiancato Herliss senza mettergli le mani addosso, ma uno dei due, muovendo leggermente la spada verso il lontano gruppo di cavalieri, gli aveva fatto capire chiaramente di avviarsi in quella direzione. Mantenendo il volto impassibile, Herliss si era incamminato a testa alta, senza badare alle asperità del terreno che stava attraversando. "Meglio inciampare in un ciuffo d'erba e cadere," pensava "che camminare a capo chino con l'aria vinta e abbattuta." Il suo sguardo fiero era puntato sul comandante in sella a un gigantesco cavallo. Era sicuro che fosse Uther Pendragon. Lo aveva visto posare per un attimo gli occhi su di lui e poi guardare altrove, ignorandolo. Gli era parso che stesse parlando con l'uomo grasso e più anziano che gli stava accanto, ma non ne era sicuro poiché il volto di Uther era celato sotto un raffinato elmo romano. Nessuno degli uomini a cavallo degnò Herliss di un'occhiata mentre si avvicinava. Solo quando si fermò di fronte al re e lo fissò con aria di sfida, il Pendragon abbassò gli occhi su di lui e fece muovere leggermente l'enorme destriero per osservarlo dall'alto; il viso era nascosto dall'elmo, ma gli occhi puntati sul comandante nemico scintillavano. Herliss era un uomo di dimensioni notevoli, anche se non raggiungeva la statura imponente di Uther Pendragon. Le spalle erano larghe e muscolose, e il volto angoloso sembrava scolpito nell'argilla. Gli occhi color nocciola erano grandi quasi quanto quelli di una donna, ma non c'era ombra di femminilità né di debolezza nello sguardo che brillava in fondo alle orbite scavate. Una spessa fascia di stoffa gialla tessuta con filo d'oro gli cingeva la fronte alta e spaziosa, sormontata da una folta chioma castana appena spruzzata di grigio, malgrado Herliss fosse ormai prossimo ai sessantanni. Due lunghe trecce gli ricadevano sul petto, ornate da nastri della stessa stoffa dorata che gli cingeva il capo. Il viso, privo di barba e solcato da cicatrici, era dominato da un naso imponente e severo, segnato da una vecchia frattura, e da baffi folti che sottolineavano due rughe profonde ai lati della bocca, larga e sottile. Uther non aveva alcun dubbio sul rango dell'uomo che gli stava
dinanzi. Bastava il suo volto fiero a proclamarne la condizione di nobile e di guerriero, ma anche i lussuosi abiti attiravano l'attenzione sull'eccezionalità di colui che li indossava. Il loro sfarzo indicava ricchezza, privilegio e possibilità fuori dal comune. L'armatura, priva soltanto dell'elmo, era di tipo romano come quella di Uther, e consisteva in una corazza fatta di strati sovrapposti di pelle di bue e guarnita di borchie di metallo, e in un gonnellino dello stesso materiale che proteggeva l'inguine e le cosce, anch'esso rinforzato da piastre metalliche e cucite alle strisce di pelle con filo di ferro. Due pesanti schinieri che proteggevano la parte inferiore delle gambe sopra le calzature militari romane completavano l'armatura. Sulle spalle, Herliss portava un caldo mantello di lana rossa altrettanto sfarzoso, bordato di pelliccia e fermato sul petto da una pesante catena d'argento. Uther tacque finché non fu certo che il suo avversario non avrebbe parlato per primo; poi, un attimo prima che il silenzio si trasformasse in una sfida fra i due, fece un cenno col capo e lo apostrofò in latino, sapendo dalle lunghe conversazioni con Balin che suo fratello Herliss conosceva perfettamente quella lingua. «Herliss, ho sentito molto parlare di te. Avrei preferito incontrarti in un'altra situazione.» Herliss fremette e inarcò un sopracciglio con aria sdegnosa, senza dire nulla. Uther lo ignorò. «Sono Uther Pendragon.» «So chi sei» ruggì l'altro con voce profonda, in un latino impeccabile. «L'Imbroglione.» Uther corrugò la fronte e si chinò verso di lui. «Cosa? Come mi hai chiamato?» «L'Imbroglione. Perché no? Vuoi forse negare che ti chiamano così?» «Mi hai confuso con qualcun altro. Io non sono un imbroglione, né sono conosciuto come tale.» «Perché mentire quando tutto il mondo ti conosce per quello che sei? Non trattarmi come se fossi il tuo zimbello. Non hai forse fatto sparire una donna da una stanza chiusa e ben sorvegliata, come
testimoniano in molti?» Uther, che inizialmente si era irrigidito ascoltando le parole di Herliss, quando udì la conclusione gettò indietro la testa e scoppiò in una sonora risata. «Ah, Herliss, ora comprendo il tuo errore, anche se a te ancora sfugge. Il tempo e la distanza possono deformare qualunque verità, a quanto pare. Fu mio cugino, Merlino Britannico di Camelot, a ideare quello stratagemma e a metterlo in atto, guadagnandosi la reputazione che ora tu attribuisci a me. È Merlino il tuo Imbroglione, non io. E lo è diventato semplicemente dimostrandosi molto più furbo di tutti coloro che avevano a che fare con lui, compreso me.» Raddrizzandosi sulla sella, Uther alzò la mano nel segnale convenuto, e subito udì alle sue spalle il rumore dei compagni che si allontanavano lasciandolo solo con Herliss; attorno a loro una cerchia di persone li osservava, troppo distanti per comprendere le loro parole. Mentre il suo interlocutore tentava di capire cosa stesse succedendo, il re attirò di nuovo la sua attenzione con una domanda. «Dove hai imparato la lingua dei Romani? La parli molto bene.» «È naturale. L'ho imparata presso di loro, anni fa.» Herliss si stava chiaramente interrogando sul repentino e inatteso allontanamento della scorta di Uther. «Dove stanno andando, e perché?» «Sono andati via perché li avevo avvertiti che forse avrei voluto parlare con te senza testimoni. Ho dato il segnale convenuto, come hai visto, e loro hanno obbedito. Non c'è alcun trucco.» «Forse no, ma sei ugualmente un imbroglione. Hai vinto questa battaglia con un trucco.» «Può darsi, ma i trucchi sono leciti in guerra, e sono convinto che tu lo sai molto bene. Da quel che mi hanno detto, eri famoso per i tuoi stratagemmi. Inoltre, la tua affermazione è opinabile. In questo caso non ho fatto altro che tendere una trappola. Sei tu che ci sei caduto dentro alla luce del sole. Non c'è alcun trucco, Herliss. Trascuratezza da parte tua, semmai. Negligenza... forse si potrebbe dire così. Ma un trucco? No, non da parte mia. Se i tuoi esploratori avessero effettuato la loro ricognizione come si deve, ci avrebbero
scoperto, o come minimo avrebbero trovato traccia dei nostri preparativi. Avevamo centinaia di uomini nascosti in queste buche, Herliss... impossibile nascondere tanta gente senza lasciare tracce. Ma i tuoi uomini non hanno trovato niente, e ciò perché non hanno guardato abbastanza attentamente.» Di fronte a quella logica inoppugnabile Herliss rimase senza parole, ma Uther continuò. «Conosco tuo fratello Balin, e sua moglie Mairidh. Siamo amici da anni, noi tre, e ho per loro una grande simpatia.» Attese una risposta, ma Herliss rimase muto. «Tuo figlio Lagan sta bene?» proseguì il re. «Non l'ho mai conosciuto, ma anni fa tuo fratello mi parlò del suo nipote preferito per convincermi che il mio odio per tutto ciò che veniva dalla Cornovaglia era sciocco e irrazionale; così sono cresciuto con la strana sensazione di avere tra la tua gente un amico che non ho mai incontrato.» Fece una pausa, fissando il suo interlocutore, poi continuò. «Mi rendo conto che ti senti confuso e disorientato davanti a parole che non ti aspettavi, quindi per adesso mi limiterò a chiederti solo questo: cerca di avere pazienza e di accettare i vincoli cui ti sottoporrò come mio prigioniero. Se ti lasciassi libero e solo, in questo momento, Lot ti farebbe ammazzare sapendo che sei rimasto in vita a prezzo della libertà della sua regina. Nel trattenerti qui, dunque, non faccio che proteggerti. Se la tua regina deve continuare a vivere, libera o prigioniera, avrà bisogno di qualcuno, un uomo forte e dotato di autorità, con cui parlare e di cui fidarsi. Sarai tu quell'uomo. Quindi, se non causerai problemi agli incaricati della tua sorveglianza, la tua prigionia non sarà per nulla gravosa. Ti avverto, però: se mi metti i bastoni fra le ruote, ti farò legare come un galletto pronto a finire in pentola.» Si interruppe e fissò il vecchio. «Accetti?» Herliss increspò le labbra e annuì. «Sì, a condizione che tu non maltratti i miei uomini.» «Il loro trattamento dipende da come si comportano. Se staranno buoni, bene, altrimenti peggio per loro.» Uther fece un cenno al più anziano dei due uomini che avevano accompagnato il prigioniero.
«Riporta il nobile Herliss dagli altri, ma quando stasera pianteremo le tende, tienilo in disparte e fa' in modo che sia ben nutrito e ben sistemato.» Dopo un ultimo sguardo a Herliss e un gesto di commiato, Uther si alzò sulle staffe per guardarsi intorno e vide Huw Fortebraccio venire verso di lui con passo rapido e deciso. Sapendo che l'unico motivo che poteva averlo spinto a tornare così precipitosamente era la natura del carico presente nei carri, appena Huw fu arrivato il re lo interrogò. «Che cosa abbiamo catturato? Armi?» Huw fece un cenno di assenso. «Sì» disse. «Ma armi particolari. Grosse tavole di legno grigio e stagionato, sezioni di ruote enormi e miglia di corde di canapa. È meglio che tu venga a vedere con i tuoi occhi.» Meno di un'ora dopo, completata l'ispezione ai carri, Uther, ancora in sella, chiese nuovamente che Herliss venisse condotto da lui, ma questa volta non perse tempo in convenevoli e quando il comandante arrivò non gli diede l'opportunità di parlare finché non gli disse ciò che pensava. «Macchine da guerra» esordì, con una punta di incredulità nella voce. «State trasportando macchine da guerra? Dove le ha trovate Gulrhys Lot? E che intende farne? Nessuno le ha utilizzate in Britannia da quando i Romani sono andati via, quasi trent'anni fa, e anche loro non le usavano da un secolo.» Non attese la risposta di Herliss. «Ma se Lot si prende la briga di trasportarle, vuol dire che ha intenzione di servirsene, ma dove? Di sicuro non in Cornovaglia. Qui le fortificazioni sono primitive, tutte fortezze collinari, compresa la sua Golant. Eccellenti roccaforti ben difendibili, ma dotate di ripidi pendii e profondi fossati, Herliss. Niente mura di pietra o torri. Le fortezze collinari possono essere attaccate, circondate e isolate in modo da prenderle per fame, lentamente, ma non possono essere conquistate con le macchine da guerra. Per quanto rudimentali, sono anche quasi imprendibili, e resistono a qualunque arma tranne il tempo, la sete e la fame.» Fece una pausa e rivolse al nemico uno sguardo penetrante. «La sola eccezione che conosco in tutta la
Cornovaglia è casa tua, Tir Gwyn, la Fortezza Bianca. Balin mi ha detto che è ben fortificata, situata in cima a una cresta e dotata di possenti mura di pietra bianca e lucida visibili da miglia di distanza. Lot potrebbe assediarla e probabilmente conquistarla, se volesse. Ma allora perché tu dovresti fornirgli i mezzi per farlo? Non ha senso... L'unica cosa che mi sembra ragionevole è che il tuo signore stia di nuovo progettando di attaccarci a Camelot, di portare ancora una volta la guerra entro i nostri confini, sperando così di costringerci a richiamare le armate dalla Cornovaglia e a tenerle impegnate nei nostri territori, lontano dai suoi possedimenti e dai tuoi. Ma chi porterebbe a termine una simile impresa? Non Lot, questo è sicuro. Non ha il fegato per farlo, sapendo i rischi che comporta. Per due volte ha mandato le sue truppe nei nostri territori con l'inganno, uccidendo, saccheggiando e depredando senza essere stato provocato, e in entrambe le occasioni i suoi uomini sono morti giurando che lui fosse con loro. Ma a battaglia finita, con i resti delle sue armate costretti a fuggire, è emerso che il potente monarca di Cornovaglia aveva scelto in entrambi i casi di non seguire il suo esercito e di rimanersene al sicuro a casa propria.» Herliss non fece alcun tentativo di replicare. «Quelle due incursioni mi sono costate care e un giorno o l'altro Gulrhys Lot me ne pagherà il prezzo con il suo sangue. Il primo attacco, favorito da due subdoli negromanti che ora giacciono sottoterra a Camelot, mi ha privato di un adorato zio e di un vecchio amico, uccisi da frecce avvelenate. Il secondo, meno di un anno fa, come ben sai mi è costato il mio caro cugino, Merlino Britannico, ancora vivo nel corpo ma con la mente devastata da un colpo subito alla testa. Ho imparato molto tempo fa che Lot non ha il coraggio di combattere in prima persona. Non oserebbe mai venire a Camelot. Preferisce di gran lunga impegnare un gruppo di subalterni in schermaglie infinite senza ottenere nulla, come è successo l'ultima volta, piuttosto che correre un rischio personale. E questo, Herliss, è il motivo per cui mi trovo qui in Cornovaglia. Non ho alcun interesse a devastare le tue terre, ma sono pronto a tutto pur di strappare le budella alla fetida carcassa di quel rospo infame.»
Fissò Herliss dritto negli occhi. «Quindi, se Lot ha intenzione di marciare di nuovo su Camelot, questa volta con macchine da guerra, manderà un suo ufficiale. Ma dev'essere qualcuno che conosce le tecniche della guerra d'assedio. Sei tu?» Herliss scrollò le spalle. «No, non questa volta. Oltretutto non so nulla di questo tipo di combattimento. Io combatto con le mani.» «Già. E chi allora? Me lo diresti, se lo sapessi?» «No. Ha importanza?» Uther sorrise - un lieve, feroce sogghigno - e scosse la testa. «No, non ne ha, ora che mi sono impadronito di quelle macchine. Da dove venivano?» «Dai miei possedimenti. Erano custodite in alcune delle mie proprietà sulla costa meridionale. Appartenevano al padre di Lot, il duca Emrys, che le aveva acquistate molti anni fa dalle guarnigioni romane lungo la Costa dei Sassoni, a sud-est, quando le strade costiere erano ancora aperte. Alla morte del vecchio duca, sono passate nominalmente a re Lot, rimanendo sotto la mia custodia. Lot ha sempre saputo che erano lì; di recente mi ha chiesto informazioni in proposito e ha preso accordi perché io gliele portassi. Non ha detto né dove intende usarle, né di volerle affidare a me per utilizzarle.» «Fa lo stesso, tanto non le userà più ormai.» Uther si voltò verso un soldato a cavallo alle sue spalle per dare un ordine, ma cambiò idea e si rivolse nuovamente a Herliss. «Aspetta un attimo. Tu stavi portando a Lot le macchine da guerra, giusto?» Herliss chinò il capo, considerando scontata la risposta. «Allora da dove veniva la regina di Lot? Era nel sud, insieme a te?» Herliss si sentì avvampare, ma non poté far altro che confermare, maledicendosi e tentando di non dare importanza alla cosa. Si rese conto, però, che il suo volto l'aveva già tradito. «Sì» borbottò. «Era mia ospite a Tir Gwyn.» «Tua... ospite?» «Già, mia ospite. Che c'è di strano? Lei e la mia ultima moglie sono buone amiche.»
«Capisco. E da quanto tempo si trovava lì? Ti assicuro che scoprirò ugualmente la verità, quindi non cominciare a mentirmi ora, Herliss.» L'altro alzò le spalle e distolse lo sguardo, biascicando una risposta. «Perdonami, non ho sentito. Cos'hai detto?» «Ho detto che era con noi da qualche mese.» «Ah, quindi doveva certo avere nostalgia di suo marito e viceversa.» «Sì, può darsi.» Uther si voltò verso il soldato. «Nemo, va' subito da Huw. Digli di bruciare tutto ciò che c'è nei carri tranne i viveri e le attrezzature trasportabili. Digli di dar fuoco anche ai carri, e di non preoccuparsi di nascondere il fumo. Se qualcuno verrà a indagare, gli daremo ben altri guai che un semplice falò. Va'.» Mentre il soldato si allontanava, Uther fece un cenno col capo al vecchio. «Ti ringrazio per la tua sincerità, anche se non avevi altra scelta. Puoi tornare dai tuoi uomini.» Con un gesto congedò la scorta di Herliss, e si mise a riflettere su quanto era accaduto e sulle misure da prendere. Poi finalmente si diresse verso uno dei fuochi accesi per la cucina, dove molti del suo gruppo avevano impastoiato i cavalli che attendevano di essere sfamati. Per la prima volta da quando era salito in sella quella mattina, quasi sei ore prima, Uther smontò e andò a prendere una forma aperta di pane dalla crosta dura, ne staccò un grosso pezzo e l'addentò. Mentre lo masticava a lungo per ammorbidirlo, Huw Fortebraccio lo affiancò, e il re lo osservò con aria interrogativa. «Qualcosa non va?» «No, è tutto a posto. Volevo solo un goccio d'acqua.» «Bene. Bevi e prenditi qualcosa da mangiare. Quando saremo certi che i fuochi non si spengano, ci trasferiremo al sicuro sulle colline. Sai già cosa fare: i prigionieri devono avere i polsi bloccati dietro la schiena e procedere in fila legati l'uno all'altro per il collo,
come schiavi. Lascia che credano di essere destinati a morire, ma assicurati che nessuno li maltratti senza motivo. Li lasceremo andare quando Lot saprà dove siamo e chi siamo. A quel punto non saranno più una minaccia per noi. Nel frattempo, tienili sotto stretta sorveglianza. A chi hai affidato l'incarico di bruciare i carri?» Con la bocca piena di pane mezzo masticato, Huw biascicò: «Nemo». «Bene.» Uther si tolse il pesante elmo e lo posò al suo fianco prima di stendersi per terra accanto ai cavalli. «Mezz'ora. Svegliami quando siamo quasi pronti a partire.» Dopo qualche istante era già addormentato.
VII. Ygraine non aveva parole per descrivere ciò che vide quel giorno. Inorridita, osservò le truppe di Camelot che con metodica efficienza bruciavano i carri con tutto il loro contenuto e poi abbandonavano il luogo dell'imboscata con i suoi falò ardenti e le imponenti colonne di fumo nero che si libravano nell'aria. Controllati dai soldati a cavallo, i prigionieri, disposti in file di venticinque uomini legati l'uno all'altro per il collo, furono portati via, quasi letteralmente trascinati dietro gli animali al trotto. Esonerati dalla responsabilità dei prigionieri, anche gli arcieri si misero subito in marcia, muovendosi in compatte formazioni regolari. Dal suo punto di osservazione, Ygraine si stupì della rapidità con cui procedevano e ben presto li vide risalire i fianchi delle colline come l'ombra di una nube, portando gli archi e le faretre a tracolla in modo da avere le mani libere per arrampicarsi. Capì che si muovevano in anticipo in previsione di rappresaglie e inseguimenti, e avrebbe potuto avvertirli che non avevano motivo di preoccuparsi. Non c'erano truppe della Cornovaglia abbastanza vicine da notare le enormi colonne di fumo che segnalavano il luogo, e sarebbero passati molti giorni prima che Lot si rendesse conto che Herliss tardava ad arrivare. Ma naturalmente non disse nulla. Ygraine e le sue dame, ognuna in sella a un cavallo dietro a uno dei rapitori e costretta a cingergli la vita con le braccia per timore di cadere, affrontarono una dura cavalcata di oltre tre ore, fermandosi solo di tanto in tanto, per breve tempo, a far riposare i cavalli. Con grande meraviglia di Ygraine, gli arcieri tenevano il passo con loro. Finalmente raggiunsero una vallata attraversata da un ampio fiume, dove era già stato montato un grande accampamento ben organizzato. I pesanti carri degli approvvigionamenti circondavano una vasta radura disseminata di fuochi attorniati da sedili fatti di tronchi, e tutt'intorno si stendevano file ordinate di animali e di tende.
Ygraine si rese conto con sgomento che il numero di cavalli e cavalieri accampati lì era superiore a quello degli arcieri che li avevano catturati nell'imboscata. Quella di Uther era sì una forza di incursione, ma ampia e ben equipaggiata. Lei e le sue compagne suscitarono grande curiosità tra i soldati abbastanza vicini da notare che erano delle donne ma furono aiutate a scendere dai cavalli con una certa cortesia e poi raggruppate insieme sotto una blanda sorveglianza mentre i loro rapitori iniziavano alacremente a predisporre i loro bivacchi. Poco tempo dopo un soldato, che dall'armatura Ygraine identificò come un ufficiale, venne verso di loro accompagnato da una squadra di dieci uomini e da un pesante carro trainato da quattro robusti cavalli. Ispezionò il terreno circostante e scelse una zona a metà strada tra il punto in cui si trovavano le donne e la riva del fiume. Poi cominciò a impartire ordini indicando dove e come voleva che venissero fatte certe cose, e i suoi soldati si misero immediatamente al lavoro. Le donne non prestarono molta attenzione a ciò che stava accadendo - c'erano ben altre cose interessanti da vedere - tranne Ygraine che, affascinata dalla profonda concentrazione sul volto dei soldati affaccendati intorno al carro, si avvicinò al punto in cui lavoravano, senza che nessuno se ne accorgesse, e si appoggiò al tronco nodoso di un vecchio biancospino per spiare cosa stavano facendo. Per due ore rimase a osservarli mentre scaricavano un numero incredibile di pali di varie dimensioni, balle di pelli, fasci di paletti o picchetti di metallo, pulegge di legno, e miglia e miglia di funi. Da tutto quel caos i soldati eressero un alto edificio fatto di pelli, dall'aspetto stupefacente. Era una tenda diversa da tutte quelle che Ygraine aveva visto in precedenza, più grande, più spaziosa e più accurata nella realizzazione. Immaginò che potesse essere una tenda di comando romana, ma solo perché in passato aveva ascoltato, con una punta di scetticismo, coloro che tentavano di descriverne le caratteristiche e le dimensioni. I teli erano fatti delle migliori pelli conciate a mano, giuntate con doppie cuciture e poi scrupolosamente incerate per renderle impermeabili e più resistenti. Notò che i teli laterali, e anche alcuni di quelli che formavano il tetto, avevano delle aperture sormontate da pannelli che in caso di
bel tempo si potevano arrotolare e legare, o sospendere a lunghe aste sottili alloggiate in apposite tasche. Ygraine pensò che suo marito sarebbe morto d'invidia vedendo una cosa del genere. Contò dodici pali portanti sul perimetro della tenda - la lunghezza dei quali superava di un braccio la statura di un uomo compreso l'elmo - più altri quattro pali interni, più grossi di quelli perimetrali, che formavano un quadrato di quattro passi di lato. In corrispondenza dei quattro pali interni il tetto si elevava a una volta e mezza l'altezza dei lati, mentre al centro dell'edificio si trovava un palo robusto e straordinariamente alto, di circonferenza quasi pari alla vita di Ygraine. Questo pilastro centrale era diviso in sezioni di dimensioni più maneggevoli che potevano essere facilmente assemblate o smantellate e si potevano trasportare in un unico grosso carro. Quando veniva eretto, il palo recava in cima una sorta di anello al quale venivano agganciati i teli che formavano la parte più alta del tetto. Ogni elemento - le pelli ben tese delle pareti e del tetto, così come i pali stessi - era assicurato con funi avvolte intorno a pulegge e fissate a pesanti picchetti di ferro piantati in profondità nel terreno. Naturalmente Ygraine suppose che la tenda fosse destinata al re Uther Pendragon, e fu dunque più che sorpresa quando Huw Fortebraccio disse a Morgas che la metteva a disposizione delle sue dame. All'inizio entrambe pensarono che l'uomo si stesse prendendo gioco di loro, ma presto fu chiaro che non scherzava, e con un'occhiata e un cenno impercettibile del capo Ygraine intimò a Morgas di accettare quella concessione nel modo più cortese possibile. La notte stava calando rapidamente, e le donne furono riunite al centro della tenda, raggruppate intorno al braciere portato all'interno da due soldati di Huw Fortebraccio e piazzato sotto un'ampia apertura sul tetto per lasciare uscire il fumo. C'erano lampade accese e torce che si consumavano sui loro supporti di ferro posti in cima a dei pali conficcati nel terreno. Solo Morgas era seduta, con tutte le altre intorno. Ygraine, in piedi alle sue spalle, le aveva sciolto i capelli e si preparava a spazzolarli quando una dama rimasta accanto all'entrata a spiare nelle tenebre si irrigidì di colpo.
«Arriva qualcuno. Credo che siano i Cambriani!» A quelle parole le donne rimasero paralizzate, e nel silenzio improvviso si udì chiaramente il crepitio delle fiamme che ardevano nelle lampade. Morgas si voltò a guardare Ygraine, con gli occhi sbarrati, ma la vera regina aveva già segnalato alla sua sentinella di allontanarsi dalla soglia. «Ricordatevi, tutte quante,» disse con voce bassa e calma «nessuna deve guardarmi. È Morgas la regina.» Fece cenno a un'altra dama di prendere il suo posto, e quella di nome Dyllis si fece avanti con una spazzola e si mise subito a pettinare Morgas. Aveva appena cominciato quando i lembi della tenda vennero sollevati e fece il suo ingresso il primo di due uomini, chino in avanti e con un braccio alzato come se temesse che il tetto della tenda gli rovinasse addosso. Aveva il viso completamente nascosto da un enorme elmo di bronzo sormontato da un alto cimiero tinto di rosso, ma dalla mole e dal modo di camminare Ygraine comprese che si trattava di Huw Fortebraccio. Dietro di lui entrò un uomo ancora più gigantesco: era Uther, re dei Pendragon. Era la prima volta che le donne lo vedevano da vicino e i loro occhi erano tutti puntati su di lui, anche se gli abiti e l'armatura rivelavano ben poco dell'uomo. Quando i due raggiunsero il centro della tenda, Uther si fermò e rimase in silenzio, limitandosi a fissare Morgas e le sue dame. Ygraine ne approfittò per osservarlo, colpita dalla sua statura imponente enfatizzata dall'armatura e dall'ombra gigantesca che proiettava sulle pareti della tenda. Se l'ambiente fino a quel momento era sembrato enorme, la presenza di quei due uomini alti con il mantello sulle spalle, la massiccia armatura e l'elmo dall'alto cimiero lo faceva apparire di colpo più piccolo e affollato, cosa che, a sua volta, rendeva gli uomini ancora più grossi, scuri e minacciosi. Sulle pareti danzavano ombre sfuggenti e le guance dell'elmo di Uther rendevano praticamente invisibile il suo volto. Ygraine decise immediatamente che la cosa non le piaceva affatto. Voleva poter vedere i suoi occhi, capire cosa stava pensando. Poi, sentendosi lei stessa osservata,
spostò subito gli occhi su Huw Fortebraccio, che vedendola restituire il suo sguardo, le fece un cenno col capo. Ygraine intuì dal riflesso della luce sulla sua bocca che sorrideva, ma lo ignorò e passò in rassegna i volti delle altre donne del gruppo. Stavano tutte fissando Uther Pendragon, come paralizzate. Il silenzio crebbe e si prolungò, ma nessuno si mosse finché, finalmente, Uther fece un abbozzo di inchino e abbassò lo sguardo su Dyllis, la più piccola di tutte le dame di Ygraine, che aveva ancora la spazzola in mano. Di tutto il gruppo, Dyllis era la più ingenua e la più impressionabile, e il minuzioso esame di Uther la fece arrossire per l'imbarazzo. Il re le porse la mano, e di fronte a quell'inequivocabile invito la ragazza, ormai in preda al panico, si guardò intorno rapidamente in cerca di aiuto da parte delle sue compagne. Le dame la ignorarono, e Ygraine si irrigidì temendo che Dyllis potesse rivolgersi a lei direttamente. Alla fine, tuttavia, la giovane si alzò e prese la mano di Uther. Col braccio levato, il re la separò con garbo dal gruppo e la accompagnò fino a uno dei quattro sostegni centrali; poi, senza lasciarla andare e senza dire una parola, spostò lo sguardo su Ygraine, che in quel momento era la più vicina a Dyllis, e con l'altra mano le fece cenno di avvicinarsi. Corrugando la fronte, Ygraine obbedì, chiedendosi il motivo di quella messinscena. Quando lo ebbe raggiunto, lui la sistemò alla destra di Dyllis e andò a prendere una alla volta tutte le donne finché non le ebbe tutte allineate di fronte a sé, tranne Morgas. Quest'ultima, vedendosi progressivamente isolata e totalmente ignorata da Uther, lanciò un'occhiata irosa a Huw Fortebraccio, ma l'uomo stava osservando il suo re e non ricambiò il suo sguardo. Il re si piazzò di fronte alla piccola Dyllis. «Come ti chiami?» le domandò, in tono cortese. «Dyllis» gemette la ragazza, senza fiato e terrorizzata. «Dyllis. Un bel nome.» Uther passò a Ygraine. «E tu?» «Deirdre.» Ygraine era preparata alla domanda e fece il nome di una delle sue sorelle, morta da molti anni. Lo disse in tono gelido e formale, scandendo nitidamente le sillabe.
«Deirdre?» ripeté lentamente Uther. «Deirdre... È un nome non comune qui in Britannia. Perdonami...» Tese la mano e la prese dolcemente per il mento. Ygraine sentì Dyllis boccheggiare accanto a lei, e per un attimo temette che la reazione indignata della giovane finisse per tradirla. Uther le voltò leggermente la testa da un lato, verso la lampada più vicina. Lei ebbe l'impulso di resistergli, poi cambiò idea e gli permise di avvicinare il suo volto alla luce. Ma un violento sussulto la fece sfuggire alla presa non appena udì le parole pronunciate dal re. «Non sei Deirdre dagli occhi viola, però... Lo vedo.» Quando Ygraine riuscì a riprendere fiato e si ricompose, Uther aveva già smesso di interessarsi a lei ed era passato alla donna alla sua sinistra, una giovane e voluttuosa bellezza, appena un po' troppo formosa, di nome Amarilli. Controllando a poco a poco la paura che si era impadronita di lei, Ygraine lo osservò procedere lungo la fila chiedendo a ogni donna il proprio nome. Quando ebbe parlato con ognuna di loro tranne Morgas, il re tornò sui suoi passi e si rivolse a tutte, e Ygraine si sorprese a pensare, suo malgrado, che aveva una voce attraente: profonda, potente e armoniosa. «Temo di avere brutte notizie per voi, signore. Resteremo in questa valle almeno per i prossimi dieci giorni.» Tutta la fila di dodici donne fu percorsa da mormorii e chiare manifestazioni di sconforto, che Uther placò con un gesto della mano. «Sono spiacente di dovervi tenere confinate qui, ma non abbiamo altra scelta... non possiamo certo lasciarvi libere di rivelare la nostra presenza o i nostri spostamenti, giusto? Purtroppo, non aspettandoci compagnia femminile, non abbiamo avuto il tempo di fare preparativi per il vostro arrivo, e ne sono mortificato. Posso solo sperare che vi troverete a vostro agio con ciò che siamo riusciti ad approntare senza preavviso. Come sapete, questa sarà la vostra tenda finché rimarrete con noi, e sarete al sicuro finché starete qui dentro senza aggirarvi per l'accampamento.
Non ho certo bisogno di ricordarvi che tutti gli uomini intorno a voi sono soldati, e soldati nemici per giunta. Non sono abituati alla presenza delle donne quando sono impegnati in una campagna, e tendono a considerarle, quando ci pensano, e ciò si verifica in continuazione, una parte del bottino. Ormai è tardi perché io possa rapidamente far loro cambiare idea su questo argomento. Ma non sono cattivi, e in generale rispettano gli ordini e si comportano bene. Non sono affatto bestie feroci, qualunque cosa vi abbiano detto al riguardo. Le guardie che vi ho assegnato sanno tenerli a bada e vi proteggeranno da loro se necessario, ma solo se cooperate ed evitate di accendere il loro desiderio attirando la loro attenzione. La vostra sola vista può costituire una provocazione sufficiente a generare violenza. Sono stato chiaro?» «Perfettamente.» La risposta, pronunciata in tono sprezzante, proveniva da Morgas. «E ora che ti sei assolto da qualunque responsabilità nel caso che una di noi venga violentata e uccisa, dandocene in anticipo la colpa, cos'altro hai in serbo per noi?» Uther rimase immobile finché la donna non ebbe finito di parlare, poi raddrizzò le spalle e si voltò lentamente verso di lei. «Con te parlerò più tardi, mia signora. Per il momento, non ho niente da dirti.» Si rivolse di nuovo alle donne. «In questo momento, i miei uomini stanno scavando delle latrine per voi alla luce delle torce. Quando avranno finito, chiuderanno con uno steccato il percorso tra l'ingresso di questa tenda e il luogo in cui si trovano le latrine, alla vostra sinistra. Potrete usarle in tutta sicurezza, e saranno personali. Dall'altra parte, a destra dell'ingresso, costruiremo dei bagni per le vostre necessità. Saranno bagni militari, in stile romano, ma molto rudimentali, senza fornace e stanza del vapore. L'acqua non sarà molto calda, ma nemmeno del tutto fredda, e le pareti saranno schermate per vostra sicurezza. Le provviste per sfamarvi verranno da uno dei nostri carri, e finché saremo accampati avrete un pasto caldo, con carne appena cucinata, tutte le sere. Per il resto del tempo mangerete quel che mangiano i nostri uomini, negli stessi orari.» Si guardò intorno. «Siete dodici. Entro un'ora verranno portate qui dodici brande. Dovrebbe esserci ampio spazio per tutte voi.» Morgas intervenne. «Siamo
tredici, non dodici.» Uther si voltò di nuovo verso di lei, poi fece un cenno con la mano a Huw che andò a parlare con una delle guardie ferme all'esterno. Un attimo dopo, due soldati semplici con la stessa uniforme entrarono nella tenda e andarono a piazzarsi ai lati di Morgas. La falsa regina rimase seduta, con un'aria di gelido distacco, e suo malgrado Ygraine ebbe un fremito di ammirazione per la sua sostituta e per il suo comportamento coraggioso. Uther si mise di fronte a Morgas e chinò lo sguardo su di lei. «Puoi portare con te anche la sedia se vuoi, mia signora, e se insisti, puoi persino rimanerci seduta mentre ti spostiamo, ma non rimarrai qui con le tue dame. Andrai dove potrò tenerti d'occhio.» Alzò una mano per soffocare l'improvvisa ondata di proteste da parte delle donne, e parlò sovrastando il rumore. «La vostra regina sarà al sicuro, ve lo prometto. Ricordatevi che questa donna ha sposato Gulrhys Lot. Dopo una tale sventura, posso assicurare a tutte voi che non soffrirà di alcun torto da parte mia. Ve la porto via solo perché non posso credere che gli dèi abbiano posto la regina di Lot sotto la mia custodia, e non intendo farmela scappare in nessun caso e per nessun motivo.» Si rivolse di nuovo a Morgas. «Dunque, signora, spero che tu non russi, perché ci sarà solo la parete di una tenda a difendermi dal rumore. Quanto a me, ovviamente non russo.» Fece un cenno alle guardie e si voltò verso la fila di donne mentre Morgas si alzava e usciva insieme ai due soldati, accettando il soffice mantello di lana che Huw le tese mentre lei gli passava davanti. Le altre dodici donne stavano guardando Uther, silenziose e con gli occhi sgranati, e nessuna di loro la degnò di un'occhiata. Lui le scrutò e annuì. «Sarete al sicuro qui, credetemi. Buon riposo.» Si inchinò e raggiunto l'ingresso della tenda si dileguò, subito seguito da Huw Fortebraccio. Ygraine corrugò la fronte, sconcertata. Aveva preparato Morgas a sedurre Uther, ma nessuna delle due aveva immaginato che lui potesse semplicemente rapirla. Tuttavia aveva la sensazione che Uther non potesse fare nulla di più favorevole ai suoi piani, poiché sottraendo Morgas alla compagnia delle altre donne, aveva salvato Ygraine dal suo più grande timore: quello che col tempo, in un
ambiente così ristretto e sotto la costante vigilanza delle guardie, una delle dame tradisse con un'azione, una parola, un gesto, o anche soltanto con la propria devozione, il fatto che era lei la regina e non Morgas. Si voltò verso le altre, che cominciavano a ritrovare la voce e bisbigliavano fra loro. Ma prima che potesse dire una parola, dall'esterno una voce tonante annunciò che le brande e le coperte erano arrivate. Poco dopo, mentre stavano sistemando i giacigli, giunse la notizia che le latrine erano pronte e funzionanti. Si era già fatto buio da un pezzo e la luce delle lampade si era ormai abbassata quando le donne andarono a dormire, e prima di prendere sonno, Ygraine si domandò cosa stesse accadendo a Morgas. Proprio in quel momento, Morgas era sola nell'imponente tenda militare di Uther. Il re l'aveva accompagnata lì personalmente scortato da due guardie munite di torce, e mentre una di esse provvedeva ad accendere numerose lampade a olio, le aveva mostrato come lo spazio interno fosse suddiviso da teli disposti a forma di "T" in modo da creare tre stanze, quella sul davanti grande il doppio delle altre. Il divisorio principale era formato da pelli morbide e sottili, leggermente oliate e alte come un uomo, che attraversavano tutta la larghezza della tenda da un palo all'altro lasciando alle estremità due accessi alle piccole stanze da letto. Lo spazio sul retro era diviso in due parti uguali da un secondo schermo simile al primo, teso fra altri due pali infissi nel terreno: uno attaccato alla parete posteriore della tenda, l'altro discosto dal divisorio principale quel tanto da permettere a una persona di passare da una stanza all'altra senza dover fare tutto il giro. Ogni stanzetta conteneva una semplice branda militare e un bauletto, più un lavamani pieghevole con una brocca e una bacinella di terracotta. L'ambiente principale ospitava un tavolo grande e uno più piccolo che serviva da lavamani, con una bacinella e una brocca d'acqua e una rastrelliera su un lato cui era appeso un asciugamano. C'erano poi una sedia di legno con i braccioli, uno sgabello a tre gambe, altri due bauli e una struttura fatta di pali incrociati che serviva a riporre
l'armatura e gli abiti smessi. Uther accompagnò Morgas nella stanza sulla destra e le indicò la branda. «Tu dormirai qui. Io sarò dall'altra parte della parete.» Lei gli rivolse un'occhiata sdegnosa. «Sarai là? E quanto ci rimarrai? Ti aspetti che basti la tua parola a farmi dormire tranquilla, sicura che non verrò molestata? Mi credi forse così stupida?» Uther rimase in silenzio per un po', con una piega ironica sulle labbra che somigliava a un sorriso di compatimento. Alla fine scosse la testa. «Io non mi aspetto niente da te, mia signora, e quanto alla tua stupidità, l'hai già dimostrata sposando il sedicente re di Cornovaglia. Non temere per la tua castità, perché se ti avessi voluto nel mio letto, ci saresti già. Ricorda che sei mia prigioniera. E a questo proposito, non tentare di uscire da questa tenda. Le guardie all'esterno hanno l'ordine di controllarti e persino di farti trascorrere la notte legata e imbavagliata, se necessario. A te la scelta.» Congedò con un cenno i due soldati in attesa, poi riportò lo sguardo su Morgas. «Qualche domanda?» Lei drizzò la testa con aria di sfida, mettendo in mostra il seno magnifico. «Tu affermi che non hai intenzione di approfittare di me. Allora perché... con quale diritto mi separi dalle mie dame?» «Col diritto di chi ti ha catturato.» Uther non degnò di uno sguardo il petto di Morgas e continuò a guardarla negli occhi. «Ogni giorno ti sarà concesso di trascorrere un po' di tempo con le tue donne. Tre o quattro alla volta, non di più, potranno venire a farti visita e fermarsi per un paio d'ore al massimo. Ma nessuna di loro avrà accesso alla tua guardia personale o a qualunque uomo del tuo seguito o della tua scorta. Tieni a mente questo avvertimento e assicurati che non cerchino di violare questa regola. Se una di loro verrà sorpresa a tentare di comunicare con la tua gente sarà punita severamente. Il responsabile della tua sorveglianza si chiama Nemo. È un decurione della mia guardia personale di cui mi fido ciecamente.» Sorrise di nuovo, un sorrisetto gelido e un po' divertito. «La tua... virtù... sarà al sicuro con lui, e la sua con te, qualsiasi stratagemma tu riesca a escogitare nei suoi confronti. Nemo non si può sedurre, quindi è inutile cercare di irretirlo. Ma se vorrai fare ugualmente un
tentativo, solo per dimostrare quanto sei irresistibile... be', ricordati che ti avevo avvertito.» Controllò che le lampade fossero tutte accese, poi si voltò di nuovo verso di lei. «Tra poco riceverai da mangiare, e farò in modo che ti venga portata una brocca di acqua calda prima che tu vada a letto. Buonanotte.» Prima che a Morgas venisse in mente qualcosa per fermarlo e replicare per le rime, Uther si girò sui tacchi e uscì dalla tenda, lasciandola furiosa e decisamente di malumore. Non capitava spesso che gli uomini ignorassero le sue attrattive fisiche. Fin da giovanissima aveva potuto disporre non solo di un viso grazioso e di una bocca grande dalle labbra morbide e sensuali, ma anche di un seno alto e formoso, di una vita stretta sui fianchi morbidi e pieni, e di gambe lunghe e diritte. Tutti i maschi impazzivano per lei, prima o poi, e la divoravano continuamente con gli occhi. Nel corso degli anni si era abituata a darlo per scontato e ora non si aspettava niente di meno. Persino il re, Gulrhys Lot, si era fatto rapidamente stregare da lei, e nessun uomo che le piacesse l'aveva mai rifiutata, e tanto meno ignorata, come questo villano venuto dalla Cambria. Si consolò preparandosi a respingere sdegnosamente il suo approccio e a trattarlo con disprezzo al successivo incontro, senza immaginare che sarebbero passati ben tre giorni e tre notti prima che lo rivedesse. Il mattino successivo al "rapimento" di Morgas da parte di Uther, il medico del corpo di incursione di Camelot, Muzio Quinto, si presentò a sorpresa alla tenda delle donne, e dopo aver chiarito il suo ruolo all'interno delle truppe si mise a loro disposizione nel caso che qualcuna avesse avuto bisogno delle sue cure. La sua visita scatenò reazioni scandalizzate tra le dame, che non avevano mai sentito parlare di medici o chirurghi addestrati in modo professionale. Nel loro regno, tutte le malattie e le situazioni che richiedevano un intervento medico venivano affidate alle cure dei druidi specializzati nella conoscenza di erbe e medicamenti. Ygraine le ignorò, continuando a interrogarsi su cosa fosse successo tra Uther
e Morgas. Poco dopo, quando una delle guardie annunciò che tre donne potevano andare a far visita alla "regina" nei suoi appartamenti, Ygraine si fece avanti immediatamente, e lungo il tragitto non cessò di osservare e prendere nota di tutto quello che c'era da vedere. La prigione di Morgas - la Tenda del re, come veniva chiamata - si trovava a qualche centinaio di passi in riva al fiume, su una formazione rocciosa a picco sull'acqua, in una radura circondata su tre lati da salici. Ygraine rimase sbalordita quando Morgas, rispondendo alla sua prima domanda, le rivelò che il re, dopo averla accompagnata alla tenda, non si era fatto più vedere per tutta la notte. Com'era possibile che Uther Pendragon, un uomo il cui mostruoso comportamento e i cui voraci appetiti sessuali erano leggendari, disdegnasse le evidenti e accessibili attrattive del corpo di Morgas? Ygraine si spremette le meningi per trovare una spiegazione a un comportamento così inusuale, ma non le venne in mente che Uther potesse semplicemente essere ripartito quella stessa notte, a così breve distanza dal suo arrivo. Lo scoprirono solo molto più tardi, apprendendo inoltre che questa volta Uther era partito in compagnia di Huw Fortebraccio e del gruppo di cavalieri che chiamava i suoi Dragoni, affidando l'accampamento a un comandante in seconda e Morgas, come promesso, al decurione di nome Nemo. Così per tre giorni le donne non poterono far altro che aspettare e annoiarsi. Non appena sentì dire che Uther era tornato, Morgas chiamò una delle guardie e gli ordinò di riferire al re che voleva parlare con lui, ma l'uomo la fissò in silenzio e poi sbuffando tornò tranquillamente al suo posto. Morgas fu invasa da una rabbia impotente, ma riuscì a controllarsi e attese con pazienza che il suo rapitore tornasse. Le cose e il letto di Uther erano lì, e lei era convinta che dopo tre notti passate per terra sotto le stelle, il re avrebbe scelto di dormire nella sua branda. Così decise di prepararsi per il suo arrivo. Quel giorno si vestì con particolare cura, in modo da esaltare al massimo la propria bellezza. Il risultato fu così spettacolare da attirare persino gli sguardi ipnotizzati delle sue sentinelle, che Morgas
cominciava a sospettare fossero state scelte per la loro insensibilità alle sue grazie. Scelse un abito dalla linea ampia e morbida, di un tessuto così fine da risultare quasi trasparente, e si premurò di non indossare nulla sotto, in modo da porre in risalto eccitanti dettagli delle sue curve e fugaci silhouette del seno, del ventre, dei fianchi e delle gambe ogni volta che si trovava tra la luce del sole e gli occhi degli uomini, cosa che si premurò di fare il più spesso possibile, per meglio valutare l'effetto di quella vista. Più di ogni altra cosa la confortò l'espressione sgomenta dei suoi guardiani che si fermarono a guardarla a bocca aperta, invece di passeggiare avanti e indietro come al solito. Ebbe un tale successo, in realtà, che il semplice fatto di sentire il corpo libero e non costretto sotto le gonne, e il contatto della pelle nuda, e in particolare dei capezzoli, con il tessuto cominciò a risvegliare in lei uno stimolo erotico. Man mano che la sua eccitazione aumentava, però, il pomeriggio divenne sera, scese l'oscurità e venne servita la cena senza che Uther Pendragon si fosse fatto vivo. Alla fine Morgas si coricò nella sua branda, continuando ad agitarsi e a rivoltarsi a lungo prima di prendere sonno, arrabbiata e delusa. Si svegliò dopo qualche tempo, senza poter dire quanto avesse dormito. Sapeva solo che a destarla era stato un rumore vicino, sordo e soffocato, e aprì gli occhi confusa e spaventata, senza capire dov'era. L'ambiente era buio e silenzioso, ma una luce dorata, un pallido chiarore, rischiarava un lato dell'ambiente in cui si trovava. Morgas rimase distesa con gli occhi sbarrati, lottando per soffocare il panico, e quando il battito del cuore fu quasi normale capì dove si trovava, e ricordò che fuori dalla tenda vigilavano almeno due guardie, non solo per proteggerla, ma anche per impedire ogni suo tentativo di fuga. Udì di nuovo il rumore, questa volta distintamente, e nello stesso istante vide muoversi delle ombre sulla parete divisoria principale accanto al suo letto, oltre la quale era accesa una luce. Uther Pendragon era tornato e si stava togliendo l'armatura, tentando di non fare rumore per non svegliarla. Poi Morgas udì una voce bassa e soffocata e vide l'ombra
colossale proiettata sulla parete dividersi in due sagome umane: una scomparve sulla destra, mentre l'altra rimase al suo posto. Subito le tornò in mente il supporto di legno a forma di croce fatto per accogliere l'intera armatura - corazza e cinturone, elmo e gonnellino di cuoio - e capì che Uther era assistito da un soldato che era andato ad appendere l'armatura al supporto, mentre il suo capo si metteva comodo. Un attimo dopo l'unica ombra rimasta si ingrandì fino a occupare l'intera parete e poi svanì completamente, e Morgas comprese che Uther si era spostato al di là del lume. Sentì versare dell'acqua dalla brocca nella bacinella, poi udì un saluto a bassa voce quando il soldato lasciò la tenda portando evidentemente un lume con sé, poiché il chiarore oltre la parete diminuì bruscamente. Morgas rimase distesa in silenzio per un po' col fiato sospeso, drizzando le orecchie, ma non si distingueva altro che uno sciacquio e di tanto in tanto il respiro dell'uomo al di là della parete. Di colpo udì un grugnito soffocato e un lieve strofinio, e l'accostamento di quei rumori all'immagine dell'uomo che si lavava a poca distanza, nudo nella semioscurità, scatenò in lei un'eccitazione che accelerò i battiti del suo cuore e le rese il respiro più affannoso. Prima ancora di rendersi conto di quel che faceva, si era già alzata dal letto e si muoveva silenziosamente verso l'estremità del divisorio per vedere cosa accadeva dall'altra parte. Come aveva immaginato lui era lì, nudo, intento a lavarsi alla pallida luce di un'unica candela che avvolgeva gran parte del suo corpo in una luce dorata, lasciando il resto immerso nell'ombra. La sua statura e l'ampiezza del torace e delle spalle lo facevano apparire gigantesco, e la sua mole era posta in risalto dall'enorme ombra nera proiettata sulla parete di fronte a lei. A ogni suo minimo movimento la fiamma dalla candela guizzava e l'ombra si muoveva fino a occupare metà della parete e il tetto della tenda. Senza preoccuparsi della propria nudità, sapendo che lui non poteva vederla nell'oscurità che la circondava, Morgas si accostò con cautela all'apertura badando a non entrare nel cono di luce che filtrava verso la sua stanza, e con il cuore che le martellava nel petto si lasciò eccitare da quello spettacolo.
Il petto dell'uomo era ampio e muscoloso, ricoperto di peli neri e ricciuti che scendevano fino ai lombi mescolandosi all'ombra scura e impenetrabile che nascondeva la parte anteriore del corpo. Dietro, la luce dorata della candela delineava i contorni delle braccia e del torso e diffondeva un liquido chiarore sul profilo della natica sinistra, sull'ampia e robusta colonna della coscia e sul polpaccio tornito. Uther posò un piede su un basso sgabello e strizzato il panno che aveva in mano lo adoperò per lavarsi l'inguine, strofinando scrupolosamente. Morgas faticava a distinguere ogni dettaglio, anche se l'immaginazione la aiutava generosamente, e quando lo vide gettare il panno nel catino e allungare il braccio alle sue spalle per cercare un asciugamano, si rallegrò che non riuscisse a raggiungerlo e fosse costretto a voltarsi verso la luce per prenderlo, così da mostrarsi a lei interamente. Con movimenti pigri e sensuali l'uomo si asciugò accuratamente, poi si voltò verso la bacinella per fare pipì nell'acqua con cui si era lavato. Quand'ebbe finito, prese la bacinella con le due mani e andò a vuotarla fuori dalla tenda. Tornò indietro, versò nel bacile l'acqua rimasta nella brocca, lo agitò e andò di nuovo a vuotarlo all'esterno. Alla fine si asciugò le mani e dopo aver gettato il panno nella bacinella si voltò di colpo e prese la candela, proteggendo la fiamma con la mano per non farla spegnere. Il movimento fu così brusco e inaspettato che Morgas, presa alla sprovvista, non ebbe il tempo di reagire o almeno di provare a raggiungere il suo letto. Paralizzata e incapace di respirare, vide la luce attraversare la stanza dirigendosi verso l'altra cameretta sul retro. Morgas era sul punto di rientrare nel suo letto quando la luce cambiò direzione e tornò rapidamente e silenziosamente verso di lei. A tutta evidenza Uther aveva deciso di darle un'occhiata prima di andare a dormire, e Morgas indietreggiò bruscamente fino a trovarsi addossata a un angolo della tenda. In meno di tre passi Uther raggiunse l'apertura sul lato opposto a quello in cui si era rifugiata lei, e senza entrare nella stanza ma fermandosi sulla soglia, si sporse dal bordo del divisorio a guardare il letto della ragazza. Vedendolo vuoto, fece un fischio di sorpresa e si raddrizzò, entrando nella stanza e muovendo la candela finché la luce non cadde sulla pallida sagoma nuda della donna. Con un altro uomo, in un altro momento, Morgas si sarebbe
divertita a leggergli sul volto la rapida successione dei suoi pensieri: sorpresa, dubbio, sconcerto e finalmente un totale sbalordimento nel vedere che non solo lei stava bene e non era fuggita, ma era sveglia e fuori dal suo letto, meravigliosamente nuda davanti a lui. In un altro luogo, in un altro momento, lei stessa avrebbe reagito in modo ben diverso, ma in quella situazione si ritrovò completamente smarrita. Aveva già preparato parole sferzanti e piene di ironia sul finto disinteresse di Uther, ma le morirono sulle labbra quando lo vide accorgersi di lei. Aveva anche pensato di andare a prendere una coperta e di gettarsela addosso per sottrarsi al suo sguardo, ma scoprì che non poteva o non voleva muoversi, e lasciò che gli occhi dell'uomo studiassero ogni dettaglio del suo corpo. Sapeva di dover fare qualcosa, chiamare aiuto o tentare di fuggire da lui, e invece rimase immobile, col cuore che le batteva forte, mentre lui spostava lo sguardo da un seno all'altro, poi giù fino all'ombelico. Avrebbe dovuto dire qualcosa, qualunque cosa, protestare e lamentarsi, ma l'ultimo istante per farlo era già passato e perduto per sempre. Così rimase in silenzio a guardarlo, conscia della crescente eccitazione dell'uomo e della propria. Fu lui a rompere il silenzio, con una voce bassa e abbastanza ferma dalla quale si capiva tuttavia che l'uomo era sorpreso, turbato, e consapevole della presenza di altre persone nelle vicinanze. «Per gli dèi, signora... non me l'aspettavo.» Morgas capì che era sincero - lo leggeva chiaramente sul suo viso — ma soprattutto capì perfettamente ciò che lo turbava, poiché sapeva per esperienza che l'eccitazione che lei provava in quel momento nasceva da un ardente e reciproco desiderio. Fece per parlare, ma si bloccò, e sentì una vampata di calore inondarle il ventre. «Che cosa ti aspettavi?» sussurrò infine, sapendo di dover dire qualcosa. Lui scosse la testa, abbassando lo sguardo sui seni di Morgas e passandosi la lingua sulle labbra, e Morgas proseguì: «Hai detto che non avresti fatto... ciò che ci si aspettava...». Lui respirò profondamente e sbuffò, come se stesse cercando di dominarsi. «È vero» disse alla fine. «L'ho detto.» «E... lo farai ora?»
Uther scosse di nuovo la testa, questa volta in modo più deciso. «No.» «Nemmeno se ti fosse spontaneamente offerto?» «Cosa...?» Morgas lasciò che l'eco delle sue parole aleggiasse per un po' nel silenzio, poi alzò lentamente le mani e le posò a coppa sui seni. «Spontaneamente offerto» mormorò. Senza staccare gli occhi da lei, Uther posò la candela per terra e avanzò fin quasi a toccarla, e quando Morgas si fece più vicina sfiorando con il ventre il pene eretto, sussultò e la attirò dolcemente a sé. Cingendola alla vita la sollevò e chinò la testa per andare incontro alle sue labbra, e Morgas si lasciò andare di colpo fra le sue braccia, pensando che quell'improvviso abbandono gli avrebbe fatto perdere l'equilibrio. Ma continuando a reggerla con un braccio intorno alla vita, Uther fece passare l'altro braccio dietro le sue ginocchia e la sollevò senza sforzo come fosse una bambina. Si accostò alla branda nell'angolo e si inginocchiò, deponendola delicatamente sul letto mentre lei gli avvolgeva le braccia intorno al collo e lo stringeva a sé.
VIII. Per più di una settimana Uther si tenne a distanza da Ygraine e dalle altre donne, pur continuando a informarsi del loro benessere e del loro morale presso i suoi intermediari. L'unica donna che lo vide in tutto quel tempo fu Morgas, perché lui entrava nel suo letto tutte le notti. Ma il re non accennò in alcun modo a parlarle dei suoi progetti, né rispose alle sue domande. Veniva solo per fare l'amore con lei e lo faceva magnificamente, con immensa soddisfazione di Morgas i cui appetiti sessuali erano pari ai suoi. Quand'era sazio, tuttavia, come inevitabilmente accadeva tutte le notti, si alzava e tornava alla sua branda, e nelle due occasioni in cui lei tentò di seguirlo e di interrogarlo, lui uscì dalla tenda e se ne andò a dormire altrove. All'inizio Morgas ne fu irritata, ma fini per accettare la situazione, fiduciosa che col tempo Uther sarebbe giunto a confidarsi con lei. Informò Ygraine che l'uomo era in sua balia, mantenendosi sul vago circa le loro conversazioni a letto. Poi, il decimo giorno dopo la cattura, arrivò una notizia che scatenò nel re una furia così incontrollabile da spingerlo a lasciare l'accampamento per non cedere alla tentazione di fare violenza alla regina e alle sue dame. Owain delle Grotte gli aveva portato il triste annuncio che gli emissari inviati a Gulrhys Lot il primo giorno di prigionia della regina erano stati ricevuti e poi massacrati ferocemente, subito dopo aver riferito il messaggio. Owain e una squadra di arcieri avevano accompagnato il gruppo, formato da Dragoni a cavallo guidati da un giovane e capace centurione di nome Lodder, e si erano nascosti nelle vicinanze quando gli altri erano usciti allo scoperto per attirare l'attenzione di Lot. I "messaggeri da Camelot", come erano stati chiamati, avevano ricevuto un'accoglienza cortese ed era stato loro accordato il permesso di tenere le armi. Lot non aveva potuto incontrarli subito dopo il loro arrivo, poiché aveva altri compiti e responsabilità di cui occuparsi, ma li aveva invitati a parlare più tardi, in serata, a un banchetto cui avrebbero partecipato i suoi capi e alleati più
importanti. Quella sera Lodder aveva riferito il messaggio del suo re, spiegando che la regina, Ygraine, era prigioniera di Uther e illustrando i termini del riscatto richiesto. Alla fine del suo discorso, Lot lo aveva interrogato minuziosamente su ogni dettaglio, informandosi sulla regina e la sua scorta e sull'imboscata durante la quale erano state catturate. Quando però era passato a fare domande sulla schermaglia e sul luogo in cui si era svolta, Lodder si era rifiutato di rispondere, scatenando in Lot un'ira di breve durata, ma spietata, in seguito alla quale Lodder e i suoi uomini avevano perso la vita, fatti a pezzi dagli altri commensali. Dopo la strage perpetrata nella sua stessa sala, Lot aveva schernito i morti e la loro missione, confiscando inoltre i loro cavalli con tutto l'equipaggiamento. Aveva bevuto alla salute della sua povera e sventurata regina, giurando di fare tutto ciò che era in suo potere per strapparla alle grinfie di Uther, ma a suo modo e non su invito del nemico o alle sue condizioni. A conclusione del suo discorso, alla presenza di tutta la sua marmaglia ubriaca e sporca di sangue, aveva pronunciato un'aspra e sprezzante condanna nei confronti di Herliss, accusandolo di aver causato con il suo comportamento inetto e vile la perdita della moglie del re. Per sistemare le cose, aveva incaricato il figlio di Herliss, Lagan il Saggio, di mettersi immediatamente alla testa di una spedizione per localizzare e liberare la regina Ygraine e le sue dame. Lagan avrebbe dovuto anche liberare e poi arrestare Herliss, riportandolo alla fortezza di Tir Gwyn dove avrebbe affrontato un processo per tradimento e codardia. Per assicurarsi che padre e figlio tornassero a Tir Gwyn, Lot aveva disposto per la moglie e il figlio di Lagan quella che definiva una "custodia protettiva", anche se tutti sapevano che ciò significava trattenerli come prigionieri-ostaggi per garantirsi il ritorno di Lagan. Owain aveva impiegato quattro giorni per ricostruire i dettagli di ciò che era successo quella sera, poiché aveva dovuto raccogliere le notizie con grande cautela da una varietà di fonti e informatori, in modo che nessuno di loro si accorgesse e nemmeno sospettasse che li stava interrogando. Ora era in grado di riferire che Lagan il Saggio stava battendo le colline a sud-ovest dell'attuale posizione di Uther con un grosso esercito di mercenari. Era già partito da due giorni
quando Owain aveva appreso la notizia, e aveva iniziato la sua ricerca dall'estremità sud-ovest della Cornovaglia poiché quella era la regione in cui si trovava la maggior parte delle terre e delle proprietà di suo padre. Uther ascoltò tutto questo in silenzio, anche se lo sguardo, il pallore del volto e il contrarsi spasmodico delle mani tradivano la rabbia che si andava accumulando dentro di lui. Quando Owain ebbe terminato, aprì la bocca per parlare ma subito la richiuse, come se avesse paura di ciò che stava per dire. Alla fine, dopo un lunghissimo periodo di assoluto mutismo, puntò il dito verso Owain con un gesto imperioso. «Non dire nulla. Nulla... di tutto ciò. A nessuno. Fino al mio ritorno.» Si girò sui tacchi e si allontanò. Owain lo osservò da lontano e vedendolo sellare il cavallo e prepararsi a partire, andò a prendere il suo arco lungo e la faretra con l'intenzione di seguirlo. Ma mentre si chinava a raccogliere le frecce, sentì la voce di Uther alle sue spalle. «Resta qui, Owain, e non cercare di seguirmi. Farò una cavalcata per schiarirmi la mente, e non mi succederà nulla. Ho semplicemente bisogno di restare solo.» E con queste parole se ne andò. Quando tornò all'accampamento, dopo aver trascorso lunghe ore solitarie sulla collina a meditare su quanto gli era stato detto, la notte era già scesa da tempo. Malgrado l'ora tarda, andò direttamente da Huw Fortebraccio, convocando nella sua tenda anche Owain e Garreth il Fischiatore. Con frasi secche e concise, Uther narrò loro tutto quello che Owain gli aveva detto in precedenza. Era evidente, disse, che Lot non temeva la collera di Uther. Lo aveva dimostrato giustiziando con tanta spietatezza gli inviati, anche se non si poteva escludere che la sua spettacolare crudeltà fosse solo il gesto simbolico di un millantatore dato che li aveva chiamati "messaggeri da Camelot", facendo così capire che forse non sapeva con chi aveva realmente a che fare. Comunque fosse, Uther aveva deciso che il prezzo di quel crimine sarebbe stata la pelle di Lot, e che l'avrebbe scorticato vivo il giorno stesso in cui fosse caduto nelle sue mani.
Era altrettanto chiaro, proseguì Uther, che a Lot non importava nulla della sorte di Ygraine e delle donne così sventurate da trovarsi insieme a lei al momento della cattura, altrimenti si sarebbe comportato in tutt'altro modo. La regina non era che una donna, un oggetto di cui era entrato in possesso tramite un matrimonio di convenienza, in vista di un'alleanza con un re che aveva ormai perso ogni importanza. Quindi il destino di Ygraine gli era indifferente, cosa tutt'altro che sorprendente in un uomo come Gulrhys Lot. Ben più indicativo, tuttavia, era il fatto che si disinteressasse fino a quel punto delle altre dodici prigioniere. Certo, aveva giurato pubblicamente di ritrovarle e liberarle tutte, compresa Ygraine, e aveva mobilitato un esercito per riuscirci, ma era solo una dimostrazione di ipocrisia a cui era stato costretto. L'esercito che aveva inviato era un'accozzaglia di mercenari guidata da un comandante perlomeno discutibile: un figlio costretto a marciare contro suo padre per salvare la vita della moglie e del figlio. Dieci tra le dame della regina, sottolineò Uther, erano della Cornovaglia, mentre le altre due erano venute dall'Eire con la loro signora. Ma quelle dieci dame erano tutte figlie di sostenitori di Lot, i più ricchi e potenti capi e condottieri della Cornovaglia, e alcune di loro, se non tutte, dovevano essere preziose agli occhi dei genitori. Cosa significava, dunque, questo palese disinteresse di Lot nei confronti dei suoi sudditi più illustri e influenti? Come poteva rischiare di mostrarsi così insensibile alla loro opinione? I tre uomini, i suoi più fedeli seguaci, lo fissarono senza parlare, cercando di trovare un senso in tutto ciò che avevano sentito. Fu Garretti il Fischiatore a rompere finalmente il silenzio. «Uther,» disse: «c'è qualcosa che non va in tutto questo, qualcosa che non riesco ad afferrare... Verrebbe da pensare che Lot sia impazzito. È mai possibile? Questa storia assurda degli ostaggi, di prendere la moglie e il figlio di Lagan per assicurarsi che lui si metta contro suo padre...» Uther era proteso in avanti, gli occhi ridotti a due fessure. «In sostanza ti stai chiedendo se quell'uomo sia arrivato al punto di garantirsi la fedeltà di tutti quelli che lo circondano tramite degli ostaggi. O mi sbaglio?»
«Proprio così. Può essere? Non ho mai sentito una cosa simile.» «Io nemmeno, amico mio, ma non è inconcepibile... se sei abbastanza pazzo da accettare che tutti quelli che ti circondano provino odio e paura nei tuoi confronti.» Uther spostò lo sguardo da Garreth agli altri due. «Owain, hai mai visto qualcosa del genere?» Owain delle Grotte alzò le spalle, scuotendo la testa. «Sì. Mi ha dato da vivere per un po'.» Si rivolse a Garreth. «È quello che stava succedendo con Meradoc. Era ebbro di potere e si sentiva più forte se la gente aveva paura di lui. Ma il potere gli stava dando alla testa, e lui andava peggiorando... Comunque non avrebbe mai preso degli ostaggi. Troppo faticoso. Avrebbe dovuto nutrirli e tenerli in salute. Ma aveva noi. Eravamo noi a incutere la paura della morte in tutti quelli che gli stavano intorno. Per gran parte del tempo non dovevamo far nulla, bastava essere lì, farsi vedere, e incutere timore.» Si interruppe e lanciò un'occhiata a Uther. «Credi sia questo che sta facendo Lot?» «Sì, Owain, credo che si sia circondato di un esercito di mercenari abbastanza forte da eseguire ogni suo ordine senza esitazioni, e la loro forza garantisce la sua.» «Allora è stupido, oltre che pazzo!» intervenne Huw Fortebraccio. «Sono solo uomini prezzolati, senza vincoli di fedeltà nei suoi confronti.» «Sì, può darsi. Ma non dubitare mai della fedeltà di un mercenario verso colui che tiene i cordoni della borsa, Huw. Finché Lot continua a ricompensarli — con bottino, oro, cibo, o donne obbediranno ai suoi ordini e saranno utili ai suoi scopi, anche se per farlo devono terrorizzare a morte il suo popolo.» «E a noi cosa resta da fare?» «Be', prima di tutto dobbiamo occuparci dell'esercito che ci sta cercando. Sappiamo che sono a sud-ovest, o almeno c'erano fino a qualche giorno fa. Quel che dobbiamo fare è trattenerli laggiù, in modo che non interferiscano con i nostri piani.» «E come ci riusciremo?» domandò Garreth. «Sarai tu a farlo, Garreth, guidando laggiù i nostri Dragoni, individuando Lagan il Saggio e vendicando Lodder e i suoi dieci
uomini. Quando gli sgherri di Lot si troveranno di fronte i nostri Dragoni, saranno come agnelli tra i lupi, specialmente dopo che avrai spiegato ai nostri soldati che fine hanno fatto i compagni che sono andati a parlare con Lot e con i suoi mangiatori di cadaveri. Ma il tuo compito sarà quello di attaccarli ripetutamente, Garreth, non di impegnarli in battaglie. Colpite duro e fuggite, poi fate dietrofront e colpite di nuovo. Non concedete loro né riposo, né pietà. Attaccateli e non date loro il tempo di riprendersi. Teneteli impegnati, e lontano da qui.» «D'accordo. Quando vuoi che parta?» «Non so ancora, ma molto presto. Probabilmente domani.» «Bene. E mentre sono via, che cosa farai di tutte queste donne maledette, ora che sappiamo che il loro re non vuole riscattarle?» «Mi servirò di loro, Garreth, contro Lot. E ho intenzione di farlo con grande astuzia. In effetti, ci ho pensato molto in quest'ultima settimana e ho escogitato uno stratagemma che potrebbe funzionare... se riesco a ingraziarmi la loro regina.» Owain tossicchiò, tentando senza successo di soffocare un risolino. Uther gli lanciò un'occhiata interrogativa. «Owain?» «Ti chiedo scusa» disse l'uomo, sorridendo apertamente. «Ma... te la sei portata a letto, perché non dovresti essere nelle sue grazie?» Uther osservò il grosso uomo del Nord con aria impenetrabile, poi fissò uno dopo l'altro Huw e Garreth e annuì. «E se vi dicessi che quella con cui sto andando a letto non è la regina?» «Non è la...» Huw Fortebraccio saltò sulla sedia, posando istintivamente la mano destra sull'elsa della spada. «Ma certo che è la regina!» «Come no, Huw.» Uther scoppiò in una sonora risata. «Te l'ha detto lei, giusto? Me n'ero scordato. Tu le hai chiesto se era la regina e lei ti ha risposto di sì.»
«Infatti.» «E non ti è mai venuto in mente che forse non era vantaggioso per la sovrana farsi riconoscere? O che la donna a cui l'hai chiesto potesse mentire, così come tutte le altre, per proteggere l'identità e dunque la persona della regina?» «Be', io...» La voce di Huw si spense e il giovane rimase in silenzio. «Qual è la vera sovrana, allora?» domandò il Fischiatore, e Uther sorrise. «Dovresti saperlo, Garreth. Hai conosciuto sua sorella, o quantomeno l'hai vista, due volte che io sappia. E anche suo fratello.» Garreth lo fissò incredulo. «Suo fratello? Ho incontrato suo fratello? Com'è possibile che io conosca il fratello di una regina della Cornovaglia?» «Ma lei non è della Cornovaglia, e nemmeno della Britannia. Pensaci, amico, pensaci! Ricordi l'aiutante di mio cugino Merlino, Donuil? Be', aveva una sorella...» «Sì, me l'hai detto. Cassandra, la ragazza ritrovata nel bosco. Ma poi è risultato che si chiamava...» «Deirdre, dai capelli rossi. Ora sentite che cos'ho in mente.» «Aspetta, Uther» intervenne Owain con tono perplesso. «Prima di continuare, rispondi a questa domanda... Come pensi di ingraziarti la vera regina se continui ad andare con quella falsa?» «Ho già smesso di andare con quella falsa.» «Davvero? E quando?» «La scorsa notte. No, in realtà è stato oggi pomeriggio, quando ho cominciato a riflettere su questa faccenda. È allora che ho deciso di smettere.» «E pensi che lei la prenderà bene? Si arrabbierà.» «E perché? Per essere stata ingannata? Non credo. Ricorda che finge di essere la regina, e dunque è lei a ingannarmi. E adesso ascoltatemi attentamente. Non diremo nulla di questo fallito approccio con Lot, in nessuno dei nostri incontri con le donne, ma
voglio separarle tutte dalla vera sovrana, dunque ecco cosa faremo...» L'indomani, nel pieno di una splendida mattinata, Dyllis fu prelevata da quattro guardie e separata dalle sue compagne senza spiegazione; due di loro la affiancarono sospingendola con gentilezza, mentre gli altri due usavano le lance come barriere per impedire che le dame tentassero di aiutarla. Sconcertata, più che spaventata, da quell'improvviso allontanamento, Dyllis aveva appena cominciato a rendersi conto di quel che le accadeva quando le guardie si fermarono davanti a un'altra tenda, più piccola di quella del re nella quale Morgas era segregata. Di fronte alla tenda c'erano un tavolo e due sedie pieghevoli di legno e pelle, e sulla destra, legato a un biancospino, un enorme cavallo sauro con la sella e le briglie, che brucava l'erba. «Siediti, mia signora» Una guardia le indicò una sedia, e non appena Dyllis ebbe obbedito timidamente, i due soldati fecero un passo indietro all'unisono e rimasero immobili con le lance accanto al piede destro, la mano sinistra dietro la schiena e gli occhi fissi su un punto lontano. Qualche istante dopo i teli della tenda si aprirono e apparve Uther Pendragon, con la figura gigantesca coperta dall'armatura e il pesante elmo nel cavo del braccio sinistro. Avanzò finché lei non fu costretta a tirare indietro la testa per poterlo vedere, poi sorrise e posò l'elmo sul tavolo, prendendo posto sull'altra sedia. «Donna Dyllis, spero che i miei uomini non ti abbiano maltrattata.» Dyllis aprì la bocca per rispondere, ma era talmente sorpresa che non ne uscì alcun suono. Aveva sentito dire cose terribili di quest'uomo, eppure il suo viso era aperto e sorridente, liscio e senza cipiglio. Era un volto giovane, con un lungo naso diritto, affabile e ben rasato, tranne che per un paio di baffi che si allungavano fino al mento. Dimostrava forza e fiducia, invece che la crudeltà, l'arroganza e il disprezzo che si era aspettata di vedere. E Dyllis si rese conto di essere lì seduta a guardarlo a bocca aperta. Deglutì,
tossì leggermente per schiarirsi la gola, poi tentò nuovamente di parlare, questa volta con più successo, anche se dalle sue labbra non uscì che un suono stridulo e inarticolato. Uther sorrise di nuovo e proseguì come se avesse compreso perfettamente ciò che lei avrebbe voluto dirgli. «Ti ho mandata a chiamare perché ho qualcosa di importante da fare... una decisione da prendere, che riguarda te, le tue compagne e la regina... e mi è sembrato che tu fossi la persona ideale a cui rivolgermi.» A quel punto Dyllis ritrovò la voce, corrugando la fronte a quella supposizione. «Perché hai pensato questo, sire?» Lui inarcò le sopracciglia, ma prima che potesse interromperla, lei continuò, questa volta trovando le parole senza difficoltà. «Per ciò che riguarda la regina, è lei stessa la persona giusta cui rivolgersi. Io non ho il diritto di parlare in sua vece. Poiché tu sei un rapitore di donne, e dunque privo di onore, non hai il diritto di chiedermi nulla, ma soprattutto non hai il diritto di interrogarmi su ciò che a mio parere la regina può pensare, dire o fare.» Si interruppe, spaventata a sufficienza della propria franchezza, ma Uther annuì. «Non ho nulla da eccepire, mia signora... tranne per ciò che riguarda l'onore. Ti dirò solo questo: sta a me salvaguardare il mio onore, e fino a ora non ho fatto nulla che possa infangarlo in relazione a te, alla tua signora e al resto delle dame. Ma a parte ciò, ammetto che per quanto riguarda la regina ciò che dici è vero, e non ho motivo di aspettarmi che tu parli in sua vece su qualsiasi argomento. Ma non è questo che volevo chiederti. La mia esigenza è un'altra. La tua regina è nelle mie mani, e come ostaggio è più che preziosa: è inestimabile. E tuttavia, se faccio la cosa sbagliata, o non agisco saggiamente, rischio di perdere ogni vantaggio nei negoziati con Lot per la sua liberazione. La libererò, e senza farle alcun male - di questo ti do la mia parola, credi quello che vuoi - ma siamo in una fase cruciale, e io ho bisogno che tu mi aiuti rispondendo a questa domanda: quale, fra tutte le dame della regina, sarebbe più giusto mandare a Lot per informarlo della cattura di sua moglie?» Uther smise di parlare, scrutandola attentamente, e nell'attimo
stesso in cui la vide tirare il fiato per parlare, alzò la mano con un gesto perentorio. «Prima che tu mi risponda, voglio fornirti ulteriori elementi di valutazione: colei che invierò deve godere di una certa autorità fra tutte voi e deve ispirare rispetto ai vostri occhi, poiché solo in questo caso, ritengo, riuscirà ad avere credito presso Lot. Ma deve anche essere capace di esporre il caso con chiarezza e decisione, e deve godere della fiducia della regina stessa. Mi comprendi?» Dyllis annuì. «Sì.» «E avete una donna del genere fra di voi?» «Sì, ma solo una. La donna che desideri si chiama Deirdre. Ha tutto ciò che cerchi, e più di ogni altra ha il potere di convincere re Lot a fare ciò che è necessario per salvaguardare e riportare a casa sua moglie, la regina Ygraine.» Uther corrugò la fronte. «Mi incuriosisci. Lei, più di ogni altra, ha il potere di convincere Lot? Vuoi dire che... questa Deirdre è l'amante del re? In questo caso, sarebbe la persona peggiore da inviare, poiché trarrebbe vantaggio dal lasciare la regina a marcire qui in prigionia.» Dyllis arrossì violentemente e rispose a testa alta. «Credimi, Deirdre non è l'amante di re Lot, e non hai da temere riguardo ai suoi obiettivi. Nulla farebbe più felice donna Deirdre che sapere la regina Ygraine al sicuro a casa sua il prima possibile, sottratta alla tua custodia.» Uther la osservò per qualche lungo istante con aria pensosa, poi annuì con decisione. «E sia. Mi servirò della tua Deirdre come messaggero. Sarà il mio interlocutore nelle trattative con Lot.» «Ma... ma tu non puoi...» Dyllis sembrava scandalizzata. «Non penserai certo di mandare Deirdre da sola a presentare la tua proposta! Di sicuro le offrirai una compagnia.» «Compagnia? Avrà una scorta armata. Non le sarà fatto alcun male.» «Una scorta armata? Sarà sufficiente a proteggerla durante il viaggio, ma lei avrà bisogno di un'amica, qualcuno con cui possa
confidarsi. Le sarà più utile di una scorta di soldati ubriachi. Credi che la tua marmaglia sia una compagnia adatta per una dama di alto rango?» Uther parve riflettere per un po', poi annuì. «Benissimo, le permetteremo di portare una compagna. Vuoi andare con lei?» Dyllis lo guardò a bocca aperta, mentre gli occhi le si riempivano di lacrime, e annuì senza una parola. Uther sorrise e si alzò. «Ti ringrazio, donna Dyllis, mi sento più sollevato. Ora ti prego di informare le tue amiche che saranno presto trasferite, insieme alla loro regina, in un luogo sicuro, dove troveranno alloggi privati, puliti e confortevoli, lontani dalla rozza soldataglia. Saranno tutte ospitate lì finché il negoziato non sarà portato a termine e potranno tornare alle loro case. Così io potrò riprendere a guerreggiare mentre donna Deirdre tratta con Lot la vostra liberazione.» Rifletté per un attimo, poi aggiunse: «Ora le guardie ti riaccompagneranno, ma vuoi chiedere alla tua Deirdre di tornare qui con loro, e dirle, se non ti dispiace, che non le verrà fatto alcun male?». Dyllis annuì. «Ti ringrazio» ripeté Uther, e si rivolse a una delle guardie. «Riportate la signora dalle sue compagne e tornate qui con la donna di nome Deirdre.» Ygraine si recò all'incontro con Uther piena di dubbi, ancora ossessionata dall'incredibile frase da lui pronunciata a proposito di Deirdre dagli occhi viola. Facendo quel nome, l'uomo aveva distrutto quel poco di serenità che Ygraine era riuscita a conservare, poiché per quanto ne sapeva era assolutamente impossibile che lui ne fosse a conoscenza. Uther Pendragon non avrebbe mai potuto in alcun modo sapere qualcosa di Deirdre dagli occhi viola, poiché Deirdre dagli occhi viola era morta ancora bambina molti anni prima, e nel corso della sua breve vita non aveva mai lasciato la sua casa al di là del mare, in Eire, lontano da ogni possibile contatto con un rozzo selvaggio delle montagne cambriane. Dyllis l'aveva informata su ogni dettaglio della sua conversazione con il re Pendragon, ma mentre procedeva lentamente Ygraine continuava a domandarsi che cosa l'attendeva. Le guardie, con sua sorpresa, non avevano tentato di farle fretta, ma si erano limitate a
camminarle a fianco, adattando il loro passo al suo. Quando se ne rese conto, Ygraine si fermò di botto solo per vedere come avrebbero reagito, e loro la imitarono, aspettando in silenzio che lei riprendesse a camminare. In breve arrivarono alla tenda che Dyllis le aveva descritto, dove il grosso cavallo sellato continuava a pascolare accanto al biancospino. Non v'era traccia di Uther Pendragon, e quando una delle guardie la invitò a sedersi, Ygraine prese posto su una delle due sedie. Poco dopo Uther sbucò dagli alberi, cogliendola di sorpresa, poiché era convinta che lui si trovasse nella tenda. Si avvicinò a lunghi passi, levandosi l'elmo e asciugandosi il sudore dalla fronte con il braccio, e quando giunse al tavolo al quale lei era seduta chinò il capo in un saluto informale. «Sono lieto che tu abbia accettato di parlare con me» disse. «E ti ringrazio.» Lei lo fissò, rimanendo impassibile. «Mi ringrazi? Vuoi dire che avrei potuto scegliere di non venire?» «Certamente.» «E in tal caso, che cosa sarebbe successo?» «Le mie guardie ti avrebbero condotto qui comunque, ma non con la stessa cortesia.» «Capisco. Bene, ora che entrambi conosciamo i termini della mia presenza qui, che cosa vuoi da me? Non ho alcun desiderio di trattenermi più del necessario.» «Signora,» fece il gigante con un sorriso mortificato «stavo scherzando. Se tu avessi scelto di non venire, sarei stato io a venire da te.» Alzò lo sguardo verso le due guardie rimaste sull'attenti e fece un cenno col capo a una di loro. «Non ho più bisogno di voi. Mi occuperò io stesso della signora. Andate.» Attese che si allontanassero, poi si rivolse a Ygraine che lo stava osservando. «Non ti tratterrò a lungo. Immagino che Dyllis ti abbia già informato di ciò che voglio da te.» «Ti riferisci alla regina e al suo riscatto?»
«Sì.» Posato l'elmo sul tavolo, Uther avvicinò l'altra sedia e dopo essersi tolto il mantello posandolo sul braccio in modo che non gli desse fastidio, si accomodò di fronte a lei dall'altra parte del tavolo e la fissò negli occhi. «Saresti disposta a fare da collegamento fra me e Gulrhys Lot per risolvere la questione della regina e della vostra prigionia?» «A che scopo?» Uther corrugò la fronte, sorpreso di sentirsi rivolgere quella domanda. «Come sarebbe...? Allo scopo di ottenere la liberazione della vostra regina. Che altro scopo potrebbe esserci?» Ygraine piegò la testa da un lato senza tentare di mascherare un profondo scetticismo. «Be', vediamo... Tu sei un uomo, come Gulrhys Lot, dunque potrebbero esserci intenti secondari, motivi urgenti, persino egoistici, nel tuo interesse per la sorte della regina. Non ho intenzione di offenderti, ma comprendi certamente che qualcuno potrebbe attribuire la tua preoccupazione per lei a ragioni legate più al tuo bene che al suo. Dal possesso della sua persona potresti, per esempio, sperare di ottenere qualche vantaggio militare o addirittura economico su re Lot.» Lui la fissò impassibile, ma a lei parve di scorgere un'ombra di malizia nei suoi occhi. «No, mai! Come puoi anche solo pensare una cosa del genere? Che io, o chiunque altro, possa tentare di ottenere vantaggi personali da una simile circostanza?» «Ridi di me se vuoi, sire, e continua a sperare. Le tue aspettative saranno presto deluse.» Lui la scrutò a lungo, poi domandò: «Perché?». Ygraine rispose tranquillamente: «Perché rimarrai deluso contando sul senso dell'onore di Gulrhys Lot e sulla sua considerazione per la regina sua moglie». Uther fece un sorrisetto gelido. «Signora, non sarei mai così pazzo da pensare che Lot possa sapere che cos'è l'onore, quindi come potrei fondare le mie speranze su questo? Ma tu dicevi che non ha considerazione per la sua regina?» «No. Ti sto dicendo che Gulrhys Lot non è così debole da
permettere che il suo attaccamento per una donna qualsiasi, anche sua moglie o sua madre, interferisca con quello che considera il suo destino. Puoi mandare chi vuoi a parlare con lui e a definire le condizioni per la liberazione della regina, ma alla fine lui ti ingannerà e si servirà del tuo stupido onore per distruggerti quando meno te lo aspetti.» «Anche se ciò gli costasse la vita della sua regina? Ne dubito, signora. Nemmeno Gulrhys Lot può essere così indifferente alla sorte di sua moglie.» Ygraine sorrise, ma senza allegria. «Dubita finché vuoi, la cosa non mi interessa.» «Quindi non andrai da Lot a trattare con lui per conto della regina?» Lei non rispose, ma spostò lo sguardo sul cavallo che nel frattempo aveva smesso di brucare e aveva rialzato la testa, incuriosito dai rumori che sentiva intorno. «Signora? Ti prego di darmi una risposta. Stai dicendo che non andrai da Gulrhys Lot a portargli il mio messaggio? Ti assicuro che non andrai sola. Dyllis ti accompagnerà.» «Me l'ha detto. E ci andrò, se insisti per mandarmi, ma ti dico fin da ora che se lo farò, Lot non mi permetterà di tornare. Non avrebbe alcun motivo per farlo.» «Ma sì, invece. Avrebbe indietro la sua regina.» «Già, ma a quale prezzo? E poi, Ygraine non è una regina. Budicca degli Iceni era una regina: regnava davvero sui suoi sudditi, ma gli uomini la uccisero più di quattrocento anni fa. Ygraine è la moglie di un re, niente di più: neppure una compagna, e meno di una concubina. È una moglie provvista di dote, assegnata a Lot da suo padre per sigillare un accordo fra due uomini. Il suo valore può essere calcolato con precisione in termini di armi, guerrieri, barre d'oro e d'argento, e Lot è già entrato in possesso di queste cose. Se eliminiamo tutto ciò, Ygraine, la cosiddetta regina, è una donna come un'altra, e nessun re manca mai di donne... non lo sapevi? A Lot basterebbe trattenere me e Dyllis per annullare tutto il vantaggio che credi di avere accumulato fino ad adesso. Lo avresti privato di
una donna che era semplicemente una moglie, ma nel farlo gli avresti offerto due rimpiazzi, due potenziali concubine di cui approfittare senza impegno.» Ora Uther fissava Ygraine con occhi sbarrati. «Per gli dèi, signora» mormorò. «Non provi un grande amore per il tuo re, a quanto pare.» «Amore? Non ho parlato di amore. Ma non ho grande considerazione per i re. A dire il vero, non amo molto gli uomini in generale, e ho imparato che quando gli uomini s'immischiano con le questioni di governo, le donne ci rimettono sempre. Gulrhys Lot è un uomo, come te, e tutti e due siete orgogliosi di essere re. Insieme possedete tutta la ricchezza e tutte le armi di cui avete bisogno per farvi la guerra, e ciò rende noi donne insignificanti.» «Uhm...» Uther continuò a guardarla, pizzicandosi il labbro inferiore con il pollice e l'indice. Alla fine sospirò e si alzò. «Cosa rende insignificante una persona, o un evento? Non mi aspetto che tu risponda a questa domanda, donna Deirdre, ma mi viene in mente che c'è una cosa che devo dirti ora, in modo che tu trasmetta l'informazione alla tua regina prima che senta dire qualcosa di diverso da altri.» Fece una pausa e si grattò il mento. «Di recente si è verificato un evento che potrebbe apparire più importante di quel che è in realtà, se venisse riferito in modo scorretto. Cinque giorni fa, centoventi uomini catturati nell'incursione in cui anche voi siete state fatte prigioniere, e che portavano le insegne di Herliss, sono partiti scortati da un gruppo di miei soldati. Oggi i miei uomini sono tornati, ma senza prigionieri. Che cosa ne pensi?» Lei lo guardò, sconvolta. «Li hai uccisi? No, non puoi averlo fatto» esclamò in tono dubbioso, e dalla sua espressione Uther comprese che lo credeva capace di una simile impresa. «Li hai massacrati tutti? Centoventi uomini?» «Ecco,» disse lui, sospirando «sapevo che l'avresti pensato... è la prima cosa che ti è venuta in mente. No, mia signora, non li ho uccisi, e non ho nemmeno ordinato ai miei uomini di farlo al posto mio. Ho restituito loro le armi insieme a un po' di viveri e li ho lasciati liberi nella brughiera, in un luogo isolato.»
«Ah! E ti aspetti che io ci creda? Lasciarli liberi di tornare a casa e riprendere le armi contro di te? Sarei una stupida a pensarlo!» Lui scrollò le spalle e vide negli occhi di Ygraine un disperato bisogno di credergli. «Forse lo sei, allora. È da stupidi pensare che uno di quegli uomini osi tornare da Lot e contare sul suo perdono dopo aver perso i suoi carri e le sue macchine da guerra, insieme a sua moglie con tutte le dame... ma prima di tutto le sue macchine da guerra. Io stesso non so se sarei così coraggioso, o così incosciente... Li ho liberati, signora, cosa che Lot non avrebbe mai fatto, e sono convinto che loro lo sappiano. Nessuno di quegli uomini combatterà più contro di me, e questa è la pura verità.» Guardandolo, Ygraine capì che aveva ragione, e qualcosa dentro di lei si spezzò, liberandola da una pena acuta e straziante. Con un tocco leggero su una spalla, Uther la volse dolcemente verso la direzione da cui era venuta. «Vieni, ti riaccompagno.» Lasciò l'elmo sul tavolo e si avviò lentamente, assorto nei suoi pensieri, e lei lo seguì allungando il passo finché non l'ebbe raggiunto. Lungo la strada lui riprese a parlare, in tono disinvolto. «Domani la regina e le sue dame partiranno da qui dirette verso nord, a Camelot. Abbiamo predisposto un carro per loro, dunque non dovranno camminare. Laggiù saranno alloggiate in modo confortevole e godranno di una sicurezza ben maggiore di quella che posso offrire loro nel mezzo di una campagna militare, finché Lot non sarà venuto a patti con me. Se dovesse rivelarsi l'uomo che tu mi hai descritto, allora... non so cosa farò. C'è un limite che non voglio varcare, a meno che non ci sia costretto. Ma ormai ho deciso, quindi ti prego di informare le altre donne delle mie intenzioni in modo che si preparino. In seguito, anche tu e Dyllis partirete per raggiungere Lot e lo informerete sulle mie condizioni per il rilascio della regina. Quando avremo raggiunto un accordo, la sovrana e tutte le sue dame saranno libere di tornare a casa. Ah, eccole. Devono essere in ansia per te. Io mi fermo qui.» Invece di affrettarsi verso le donne che la attendevano, Ygraine si voltò di colpo e fece un gesto per impedirgli di allontanarsi. Uther si
trattenne scrutandola con aria interrogativa, mentre lei si guardava attorno cercando le parole con cui formulare la sua domanda. «Le mie da... le donne, le mie amiche, e la regina... se re Gulrhys Lot dovesse rifiutarsi di discutere... come le hai chiamate...? le condizioni per il loro rilascio... Se ciò accadesse, tu... tu le uccideresti?» Uther Pendragon la guardò con aria grave, lasciandosi sfuggire un sospiro. «Barbaro» disse. «E così che mi definiresti, nel migliore dei casi? No, signora, non ucciderei le tue amiche, non le darei in pasto ai miei cani né consentirei ai miei uomini di spassarsela con loro. Non le terrei nemmeno prigioniere, aggiungendo un ulteriore insulto al disprezzo del re nei loro confronti. Se tu dovessi dire questo a Gulrhys Lot, lui si rifiuterebbe certamente di trattare con me per la loro liberazione, ma in questo modo tradiresti la tua regina e le tue amiche, quindi pensaci. E ora addio, mia signora, ti manderò a chiamare più avanti.» Si inchinò e sotto lo sguardo della donna tornò verso il suo cavallo. Ygraine non dormì bene quella notte, poiché l'annuncio dell'imminente partenza per Camelot aveva sollevato fra le sue dame un'ondata di ansiose congetture che nemmeno la sua autorità era riuscita a placare, e che si era spenta solo quando la cena era già stata servita da un pezzo. Che reazione avrebbe avuto Uther scoprendo di essere stato ingannato? Ygraine riferì della sua promessa, ma se era davvero il mostro che veniva descritto, la sua ira sarebbe stata tremenda e spietata. Chi di loro si sarebbe salvata dalla sua furia? Furono rievocate le dicerie sulla brutalità dei predoni di Camelot che avevano invaso per la prima volta la Cornovaglia anni prima, le atrocità che si diceva avessero commesso contro pacifici agricoltori e cittadini, e si dormì poco nella tenda di comando, quella notte. Ma anche Uther restò sveglio per ore a tormentarsi. Era stato importante per lui, quel giorno, rassicurare Ygraine sulle sue intenzioni e cancellare l'immagine di temibile selvaggio che Gulrhys Lot gli aveva affibbiato. Molto più importante di quanto lui non si fosse reso conto al momento. Uther continuò ad agitarsi e a rivoltarsi nel letto, dilaniato come sempre dalla contraddizione tra
ciò che era e ciò che avrebbe dovuto essere, cercando di dissipare le ombre che lo opprimevano e di sconfiggere il mostro che si agitava dentro di lui. Aveva visto la paura negli occhi della donna, e ciò gli ricordava, suo malgrado, i timori di sua madre che non voleva partorire un altro figlio segnato dagli odi del clan dei Pendragon. Così rimase sveglio finché la luce del mattino non filtrò all'interno della tenda, scacciando le tenebre.
IX. Al mattino c'erano guardie dappertutto che sotto lo sguardo severo dell'arcigno soldato di nome Nemo sorvegliavano le dame, intente a riunire le loro cose e a prepararsi alla partenza per il nord. Ygraine le osservava stupefatta, incapace di credere che in pochi giorni di isolamento, in uno spazio limitato, un numero così ristretto di donne fosse riuscito a lasciare in giro tanti abiti e oggetti personali. Ma in poco più di un'ora tutto era stato assemblato e impacchettato, e un flusso di soldati aveva trasportato i bauli dall'enorme tenda di comando all'altrettanto gigantesco carro messo a disposizione delle donne per il viaggio. Sei cavalli appaiati, i più grossi che Ygraine avesse mai visto fino ad allora, furono legati alle stanghe del colossale carro, dotato di strati di molle di ferro attaccati agli assi e di quattro grandi ruote con robusti cerchioni di ferro spessi più di un palmo. Era un veicolo così massiccio e con il pianale così alto che le donne dovettero usare una scaletta per salirci sopra. Ygraine e Dyllis abbracciarono una dopo l'altra tutte le dame che si arrampicavano sull'alto carro, e la regina fu una delle poche a restare con gli occhi asciutti, anche se attribuì gran parte delle copiose lacrime delle sue compagne a una comprensibile paura, piuttosto che al dolore di lasciarsi alle spalle lei e Dyllis. Quando il conducente prese le redini nella sua mano enorme e fece schioccare la frusta sulla testa dei cavalli, i muscoli dei giganteschi animali si tesero, azionando le stanghe e mettendo in movimento il veicolo. Ygraine indietreggiò con la mano alzata in un gesto di saluto e rimase immobile a guardare, con Dyllis al suo fianco, finché il carro non svoltò scomparendo dietro un gruppo di alberi. Presso la tenda del re, le guardie dovevano essere impegnate a caricare Morgas e le altre donne, con tutte le loro cose, nel calesse. Ygraine avrebbe voluto parlare con lei prima della separazione, ma da quando aveva saputo che stavano per partire non aveva avuto neppure la possibilità di avvicinarla. Aveva tuttavia inviato una delle
altre dame, Fyrgas, a darle consigli e istruzioni su come comportarsi nel suo ruolo di regina. Scuotendo il capo al pensiero che la testarda Morgas era ormai fuori dal suo controllo, Ygraine prese sottobraccio Dyllis e si avviò verso la tenda di comando, ormai vuota. Nemo, il capitano della guardia, le stava aspettando insieme a due soldati che tenevano fra le braccia le poche cose che lei e Dyllis avevano conservato. Appena le vide, Nemo ordinò seccamente ai suoi uomini di muoversi, facendo chiaramente capire alle due donne che dovevano seguirli. Ygraine obbedì, senza affrettare il passo, ma quando vide dove la stavano portando si bloccò di colpo. Nemo si voltò e tornò verso di lei, prendendola per un braccio e trascinandola senza molti riguardi fino alla tenda del re. Le due guardie all'entrata, due uomini alti con la stessa uniforme e l'elmo in testa, non la degnarono di un'occhiata quando con un gesto brusco Nemo la fece passare in mezzo a loro. «Aspetta qui.» Il decurione la spinse verso una sedia e lei si accomodò, obbediente, intuendo che lui avrebbe finito per legarla se avesse fatto resistenza. Nemo la fissò per un attimo con i suoi occhi vacui, e mentre lei soffocava un brivido chiamò a sé i due uomini che portavano i bagagli delle dame. Questi entrarono direttamente in una delle due stanze da letto, posarono i loro fardelli e uscirono salutando Nemo, che li congedò con un gesto e tornò a squadrare Ygraine da capo a piedi senza tradire interesse o curiosità. «Aspetta qui e non muoverti» ripeté, prima di allontanarsi dalla tenda. Ygraine chiese a Dyllis di lasciarla sola, e quando la sua compagna si fu spostata nella sua camera da letto rimase seduta in silenzio per un po', prendendo coscienza della sua nuova situazione ed esaminando la tenda e la sua parca attrezzatura. Era esattamente come l'aveva vista nelle sue visite precedenti a Morgas: spoglia, funzionale, e senza traccia di presenza umana. I pali del sostegno che reggeva l'armatura erano spogli; i bauli erano chiusi. Si accostò al lavamani e sollevò la brocca, ma la superficie sul fondo era asciutta. «È vuota.»
Sentendo quella voce appena dietro di lei, per poco Ygraine non lasciò cadere la brocca per lo spavento e la sorpresa. Si voltò di scatto, in preda all'ira, e scoprì che Uther Pendragon non si era avvicinato furtivamente alle sue spalle come lei aveva creduto, ma si stagliava sulla soglia con il peso mollemente appoggiato su una gamba e la mano aggrappata a un lembo della tenda. Il sole lo illuminava da dietro trasformandolo in una sagoma inquietante. «Vuoi che ti faccia portare dell'acqua, mia signora?» domandò, e Ygraine si accorse che sul suo volto c'era l'ombra di un sorriso. «No» rispose lei scuotendo la testa, e tornando rapidamente alla sua sedia. «Intendi tenermi prigioniera qui come...?» «Come la regina Ygraine?» Uther alzò le spalle ed entrò nella tenda. «Non ho altra scelta. Non potete certo rimanere tutte sole nella tenda grande, giusto?» Si guardò intorno. «Ma sei sola, vedo. Dov'è l'altra dama, Dyllis?» «Dietro il divisorio.» Uther annuì. «Bene. Dunque rimarrete qui. Starete bene, e non durerà molto.» «Sarà sempre troppo, temo. Questa è la tua tenda. Dove dormirai?» Lui inarcò un sopracciglio. «Come hai appena detto, questa è la mia tenda. Ho pensato di sistemare la mia branda qui, nella parte anteriore. Preferiresti forse che dormissi fuori, per terra?» «In mancanza di alternative, sì. Ma pensavo che potessi dormire nella tenda in cui ti trovavi ieri.» «Quella è la tenda del mio comandante in seconda, Huw Fortebraccio. Lui dorme lì.» Ygraine scosse la testa. «Dovrebbe esserci spazio a sufficienza per tutti e due. Inoltre, penso che sarebbe più al sicuro lui nel dividere la tenda con te, piuttosto che una donna... o due donne.» «Hai una lingua tagliente, mia signora...» replicò lui chinando la testa con un sorrisetto di compatimento «ma scarsa considerazione per i comandanti in seconda. Non esproprierò lo spazio del giovane Huw per soddisfare il tuo capriccio, nemmeno se lui fosse disposto
ad accettarlo. Non è nel mio stile. Ma farò come chiedi e dormirò fuori, non per terra ma sulla mia branda. Così potrai riposare tranquillamente.» «La mia regina ha riposato tranquillamente qui?» Uther fece una smorfia e allargò le braccia. «Non ha sofferto, che io sappia. Si è forse lamentata con te?» Ygraine non rispose, e Uther si guardò intorno e alzò leggermente la voce. «Donna Dyllis?» La testa di Dyllis sbucò da dietro il divisorio. «Sì?» «Abbi cura della tua signora» le disse Uther, voltandosi poi con un sorriso verso Ygraine. «Sarò assente un giorno o due, per studiare il territorio e assicurarmi che non ci siano pericoli imprevisti in giro, ma tornerò. Nel frattempo, Nemo si occuperà di voi e vi fornirà tutto ciò di cui avrete bisogno.» Con un rapido saluto uscì dalla tenda, mentre Ygraine si voltava a guardare Dyllis con la bocca spalancata. «"Abbi cura della tua signora", è questo che ha detto?» Dyllis annuì, e Ygraine scosse la testa, turbata. «Dobbiamo aver capito male.» Uther mantenne la parola e tornò due giorni dopo, trovando Ygraine e Dyllis sedute fuori al sole primaverile, intente a rammendare gli abiti più malconci sotto stretta sorveglianza. Senza badare a ciò che stavano facendo, pretese che lo seguissero immediatamente nella tenda, e quando si accorse che non c'era posto per sedersi, tornò fuori a prendere le sedie per loro e si accomodò su due bauli messi uno sopra l'altro. «Vi hanno trattato bene durante la mia assenza?» Le donne ammisero e lui annuì, come se non si aspettasse niente di meno. «Bene, è tempo che vi dia qualche dettaglio in più sulla vostra situazione. Dovete sapere che dopo avervi catturato, ho subito inviato degli emissari a Gulrhys Lot con il compito di discutere i termini del vostro rilascio.» «E...?»
Lui alzò le spalle. «E in quel momento pensavo che se tutto fosse andato bene, avrei saputo qualcosa da loro entro due settimane... oggi o domani al più tardi.» «E...?» Questa volta lui non rispose ma si limitò ad alzare un sopracciglio, e Ygraine proseguì. «E se non fosse andato tutto bene? Se Lot avesse ucciso i tuoi inviati o li avesse tenuti prigionieri? È capace di farlo. Ha i suoi mercenari, e non teme le conseguenze.» «Non dubito che ne sia capace. Ma credi che in questo caso avrebbe fatto una cosa del genere, sapendo che la regina e le sue dame avrebbero pagato lo scotto di un simile comportamento? È forse così meschino?» Ygraine rimase impassibile e rispose con calma: «È un uomo e un re. Tu sei un uomo e un re. Quindi rivolgi questa domanda a te stesso, non a me. Tu l'avresti fatto?». Il volto di Uther si rabbuiò così bruscamente che Ygraine si sentì gelare. «No, signora, non l'avrei fatto» sibilò, con un ringhio rabbioso. Si alzò di scatto e senza guardare le due donne andò ad affacciarsi sulla soglia, aggrappandosi nervosamente ai lembi della tenda e guardando fuori nel caldo sole pomeridiano. La regina e la sua compagna si guardarono in faccia, perplesse e meravigliate, senza aprire bocca. Alla fine Uther sospirò e si voltò verso di loro, con gli occhi puntati su Ygraine. «Non prenderei mai in considerazione una cosa del genere, signora. Ma Gulrhys Lot l'ha fatto. Ha ucciso i miei messaggeri, malgrado fossero tutelati dal suo giuramento di protezione. E per questo, te lo assicuro, gli strapperò le budella e le farò essiccare in modo da farne corde per gli archi lunghi dei miei uomini. Puoi essere orgogliosa di tuo marito, signora.» «Cosa?» Ygraine impallidì. «Cos'hai detto?» «Ho detto "tuo marito", Gulrhys Lot, l'uomo del quale sei condannata a essere moglie...» Si interruppe di colpo vedendola balzare in piedi, bianca come un cencio, e credendo che fosse la paura a farle sbarrare gli occhi si rabbuiò ancora di più.
«Ebbene?» ringhiò esasperato. «Stai per metterti a urlare? Credi che me la prenderò con te perché sei la moglie di Lot? Hai riso quando Huw Fortebraccio ti ha detto che non faccio guerra alle donne, ma era la verità. Ci pensa Gulrhys Lot a farla, per tutti e due. Fa parte della sua natura, che lo distingue dai normali esseri umani. Non ti considero responsabile delle azioni di quell'uomo, e nemmeno di averlo sposato. Conosco la tua storia, tu non ne hai colpa.» Ygraine si torse le mani fino a piantarsi le unghie nel palmo, imponendosi di restare calma e di pensare con lucidità. Lui conosceva la sua identità, su questo non c'era più niente da fare... ma non aveva importanza. La cosa importante era che... Deglutì, cercando di non farsi prendere dal panico. La cosa importante era che Lot aveva ucciso i messaggeri di Uther, li aveva massacrati pur avendo giurato di proteggerli. «Quando hai scoperto questo... tradimento?» «Parecchi giorni fa, signora.» «E perché non hai detto nulla finora? Perché questa messinscena di inviarmi a Lot come tua messaggera? Tu sapevi, allora, che sarebbe stato del tutto inutile.» «Sì, signora. Lo sapevo.» «E sapevi già chi ero?» «Sapevo anche questo.» «E quando l'hai scoperto?» «La prima volta che ti ho vista sul ciglio della strada, dopo l'imboscata nella quale Huw Fortebraccio ha catturato voi e il vostro convoglio.» «E Morgas, che si era presentata come la regina? Perché hai accettato quella finzione?» «Perché mi faceva comodo. Non mi dispiaceva farti credere che il tuo segreto fosse al sicuro.» «Ma sei andato a letto con lei!» Lui alzò le spalle. «Sono andato a letto con una donna, non con una regina. Non è stata una sofferenza, né per lei né per me. Ne
abbiamo goduto entrambi, credo.» «Ma... ma allora, perché l'hai mandata via e hai tenuto me qui?» «Perché dovevo separarti dal resto delle donne. Una volta saputo che Lot aveva respinto l'opportunità di riprenderti, rappresentavano un intralcio, mentre tu assumevi una nuova importanza.» «Anche se sapevi che non avrebbe trattato per riavermi?» «Soprattutto per questo.» Ygraine scosse la testa. «Hai detto di avermi riconosciuto alla prima occhiata, ma questo è semplicemente impossibile. Significa che dovevi avermi già visto da qualche parte, e io non sono mai uscita dalla Cornovaglia da quando ho messo piede in Britannia.» Lui scosse la testa. «Non ho detto che ti avevo già visto. Semplicemente ho capito chi eri. Per questo ho menzionato Deirdre dagli occhi viola.» Nel sentirlo pronunciare per la seconda volta quel nome, Ygraine rimase così sconvolta che non ebbe nemmeno la forza di protestare. «Spiegati» sussurrò. Lui spostò per un attimo lo sguardo su Dyllis, poi lo riportò su Ygraine. «Deirdre era tua sorella, colpita da una strana malattia durante l'infanzia e morta molti anni fa, giusto?» Lei annuì, troppo stupita per parlare. «Ebbene, lei non morì quando voi credete. Visse per vari anni, sordomuta, e alla fine giunse in Britannia, dove conobbe e sposò il mio amato cugino, Merlino Britannico di Camelot. Lui e io la trovammo un giorno sola e abbandonata nella foresta durante un pattugliamento - o meglio, fui io a trovarla, anzi, Nemo, per essere precisi - e la portammo con noi a Camelot. Aveva il tuo stesso volto, impossibile confondersi.» «Aveva il mio volto...» «Già. Fu uccisa, assassinata, quasi un anno fa, e il colpevole non è mai stato scoperto. Morì portando in grembo il figlio di mio cugino Merlino.»
«Ma...» Ygraine cercò di trovare le parole, ma si sentiva girare la testa ed era troppo sconvolta per far fronte a tutte quelle notizie inaspettate. Imponendosi di fare ordine nella sua mente, si aggrappò all'unica inesattezza che aveva individuato nelle parole di Uther. «Ma aspetta... lei era sordomuta sin dall'infanzia. Il suo era un mondo di silenzio. Come può avervi svelato chi era?» «Non ce l'ha detto lei. È stato tuo fratello Donuil a rivelarlo a Merlino, quando ha ritrovato sua sorella a Camelot... Signora!» Nell'udire il nome di suo fratello sulle labbra di quell'uomo, gli strani ronzii nella testa che Ygraine da tempo aveva iniziato a percepire si trasformarono in un rombo assordante; di colpo vide la tenda girare intorno a lei e si sentì fluttuare nell'aria come fosse senza peso e senza sostanza. Qualche istante dopo, quando riprese conoscenza, Ygraine trovò il volto di Uther Pendragon vicinissimo al suo, con una espressione profondamente preoccupata, e dietro di lui Dyllis che la fissava con occhi sbarrati. Tentò disperatamente di mettersi a sedere, e solo allora si accorse che l'uomo sosteneva il suo peso cingendola alla vita, come se l'avesse presa in braccio. Capì che era svenuta e che lui doveva averla sorretta mentre cadeva, trasportandola poi verso il letto dove ora la aiutò ad adagiarsi. Con il cuore che le batteva come impazzito, Ygraine si mise seduta sulla branda e spostò le gambe in modo da poggiare i piedi per terra, rifiutando l'aiuto di Uther con la scusa che stava perfettamente bene e che era in grado di fare da sola. Lui si rialzò immediatamente e fece un passo indietro, mentre la donna cercava di ricomporsi imponendosi di non guardarlo. Alla fine, quando si sentì di nuovo padrona di se stessa, Ygraine fece un breve cenno con la testa per ringraziarlo tacitamente. «Signora, ho detto troppo, e troppo in fretta. Hai molte cose su cui riflettere in questo momento. Ti lascio alle domande che di sicuro si agitano nella tua mente, e tornerò più tardi. Allora forse sarò in
grado di rispondere ad alcune di esse. Quando sarò di nuovo qui, non parleremo più di Gulrhys Lot. Ha commesso il suo crimine e dimostrato la sua infamia, e nessuno di noi due può incolpare l'altro della sua depravazione. Che il suo nome resti maledetto e sottaciuto fra di noi, d'ora in avanti.» Si batté il pugno sul petto in segno di saluto e dopo un rigido inchino fece per andarsene. Proprio mentre stava per uscire, tuttavia, esitò e si voltò verso di lei aggiungendo: «Perdonami, signora, se la mia brutalità ti ha sconvolto. Non intendevo dire tutto ciò che ho detto, e non ho considerato quanto ti avrebbero turbato tante notizie così improvvise e inaspettate. A dire il vero, non ci ho pensato affatto... Anch'io, dunque, ho bisogno di rimanere solo per riflettere sulle molte stranezze di questa vicenda». Le due donne lo osservarono mentre abbandonava la tenda, poi Dyllis si voltò verso la regina con gli occhi pieni di stupore e aprì la bocca per parlare, ma Ygraine la prevenne. «Lasciami sola, Dyllis, ti prego. Trovati qualcosa da fare. Come ha detto il nostro carceriere, ho molte domande che esigono una risposta, e non so nemmeno come formularle. Devo riflettere, e l'ultima cosa di cui ho bisogno è che tu mi gironzoli intorno, fissandomi con gli occhi sgranati.» Appena la sua compagna si fu allontanata, Ygraine si allentò il busto, allargò la veste intorno a sé per maggior comodità e si distese sul letto chiudendo gli occhi. Nella sua mente si agitavano i ricordi a lungo sopiti della sua infanzia in Eire, e lo sciame di fratelli, cugini e parenti fra i quali era vissuta. Alcuni erano scomparsi dalla sua memoria da anni. Persino Deirdre, la sua sorellina, alla quale aveva rubato il nome nel vano tentativo di ingannare il cambriano, era rimasta sepolta finora in qualche angolo della sua mente; aveva scelto quel nome solo perché lo riteneva sicuro e credeva fosse impossibile collegarlo a lei. Ora, tuttavia, rievocò il terrore che si era impadronito di lei e di tutti i suoi familiari quando la bimba era scampata, dopo molte sofferenze, alla terribile malattia che l'aveva colpita, una malattia diversa da tutte quelle conosciute dai druidi più anziani e sapienti che vivevano nelle terre di suo padre.
Deirdre si era aggrappata testardamente alla vita e alla fine si era salvata, ma a un prezzo terribile. I magnifici occhi viola cui doveva il suo nome erano rimasti perennemente offuscati, le febbri terribili che avevano consumato il suo gracile corpo li avevano misteriosamente privati del loro colore tingendoli di un grigio pallido, e anche i suoi folti capelli castani avevano perso la loro lucentezza. In quella malattia Deirdre aveva perso anche la voce e l'udito, e nel ricordarlo Ygraine pensò con un brivido che non c'era da stupirsi che il popolo del regno di suo padre avesse guardato la bimba con sospetto da allora in poi, bisbigliando di atti di stregoneria e di interventi delle divinità oscure della notte e della morte. Vari anni dopo quella malattia, la piccola Deirdre si era ammalata nuovamente e questa volta si era allontanata di notte con la febbre alta dall'accampamento di suo padre senza che nessuno la vedesse; da allora in poi era scomparsa. Tutti l'avevano data per morta, poiché era inconcepibile che la bambina, che aveva appena dodici anni all'epoca, potesse sopravvivere una seconda volta, priva di voce e di udito e incapace di difendersi nella selvaggia foresta che circondava la loro casa. Ora questo cambriano, questo barbaro straniero, le annunciava che Deirdre non solo era sopravvissuta, ma aveva sposato suo cugino, Merlino Britannico di Camelot. Era inconcepibile! Per anni, ancor prima di venire in Britannia per diventare la sposa di Gulrhys Lot, Ygraine era stata assillata dai racconti sulla barbarie di Uther Pendragon, sulla sua improvvisa e violenta ferocia, sulla sua brama di sangue e di conquista. E insieme a quelle storie, aveva sentito parlare a lungo del vile comportamento di suo cugino, Merlino di Camelot, un esemplare della stessa razza, cresciuto nella medesima depravazione ma meno coraggioso, anche se altrettanto malvagio, del suo parente. Ora le si chiedeva di credere che sua sorella avesse sposato quello stesso Merlino Britannico, e che suo fratello Donuil vivesse anch'egli a Camelot in amicizia con queste persone? Era ridicolo solo a pensarci. Ygraine scavò ferocemente in se stessa per ritrovare e rinfocolare l'odio che aveva sempre covato nei confronti di Uther Pendragon.
Ricordava quando Gulrhys Lot aveva esposto a suo padre tutti i motivi per cui i due re e i loro popoli dovevano formare una forte e durevole alleanza. Uniti, sarebbero riusciti a respingere l'avanzata e a frustrare le ambizioni di questa arrogante e ibrida tribù legata al nome di Camelot, che era nata di recente dall'alleanza fra i clan Pendragon della Cambria e la feccia costituita dai disertori e dai peggiori resti dell'esercito romano partito dalla Britannia. Uther Pendragon e Merlino di Camelot erano sempre stati tra i principali avversari di Ygraine, nemici giurati del popolo di Cornovaglia. Perché dunque, si chiese ora, non riusciva a risvegliare il rancore e l'odio che era certa di serbare nel cuore? Si accorse che era scossa da brividi come se avesse la febbre, e di colpo capì che stava tremando di rabbia. E che la sua collera non era diretta contro i suoi rapitori. Si tirò su, fissando la parete con sguardo assente, poi chiamò Dyllis a gran voce. I teli all'entrata si spalancarono e due guardie fecero irruzione nella tenda con le spade sguainate e pronte a colpire, ma vedendola sola sul letto si arrestarono. «Signora?» brontolò una di esse, mentre l'altra, Nemo, si guardava attorno. Ygraine scosse il capo, tentando di ritrovare la voce. «Un sogno» balbettò. «Mi ha spaventato. Stavo dormendo. Solo un sogno, nient'altro. Vi ringrazio.» Le guardie indietreggiarono lentamente e uscirono rinfoderando le spade e dando un'occhiata in giro, non completamente convinte che fosse tutto a posto. Dyllis era in piedi davanti all'apertura nel divisorio, e fissava Ygraine con aria preoccupata. «Va tutto bene, Dyllis. Vieni qui e siediti vicino a me. Ho bisogno di parlarti.» Ygraine si mise a sedere sulla branda posando i piedi per terra, mise le mani sotto le cosce e si protese verso Dyllis per guardarla negli occhi. «Tu sei della Cornovaglia, Dyllis» esordì. «Dunque parlami di Gulrhys Lot, mio marito. Ma parlamene come se io fossi un'amica, non sua moglie o la sua regina.» «Mia signora?» La fanciulla piegò leggermente la testa, confusa.
Ygraine ricominciò. «Dyllis, ascoltami bene, mia cara... Siamo insieme da quanto, tre anni? In tutto questo tempo, non ho mai sentito te o una qualsiasi delle mie dame dire qualcosa del mio signore e marito che si potesse ritenere offensiva, sleale o maligna. E nemmeno sincera, se è per questo. Giusto?» Scosse la testa e chiuse gli occhi per non vedere lo sguardo angosciato di Dyllis. «Eppure io so che Morgas è stata l'amante di Lot prima che io lo sposassi, e lo è ancora, di tanto in tanto. So anche che mio marito ha posseduto tutte le mie dame, te compresa, da quando mi ha sposato. Di fatto, fra noi tredici, io sono colei che più raramente è oggetto del suo desiderio.» Udì un piagnucolio e aprì subito gli occhi, scorgendo sul volto della compagna un'espressione smarrita, un misto di dolore, paura e mortificazione. «No, Dyllis, no, non sono arrabbiata. Per gli dèi, giuro che ne sono felice, perché...» si interruppe e trasse un profondo respiro, conscia dell'enormità di ciò che stava per dire e pregustando il piacere che avrebbe provato nel dirlo. «Perché, Dyllis,» continuò «io, Ygraine Mac Athol dell'Eire, disprezzo, detesto e odio il mio cosiddetto signore e padrone, Gulrhys Lot di Cornovaglia. È un rospo schifoso e malvagio, malgrado i suoi sorrisi falsi e melliflui e le sue maniere accattivanti. È un uomo crudele, infame e arrogante, una vergogna per il genere umano. E mi ci sono voluti tre anni per accorgermene. Da quando sono giunta in Cornovaglia, il mio ignobile consorte è stato con me cinque volte. La prima io ero felice, eccitata e spaventata, e piena di curiosità... e lui mi ha brutalizzata. La seconda, più di un mese dopo, non ero più vergine ma avevo ancora più paura, e lui mi ha legata e picchiata, violentandomi e lasciandomi terrorizzata e dolorante... Le ultime tre volte sono rimasta distesa sotto di lui come un pezzo di legno, rabbrividendo di disgusto e di vergogna per ciò che ero costretta a fare essendo sua moglie. Due volte, Dyllis, gli sono bastate per trasformare sua moglie da una trepidante fanciulla in una donna sottomessa e piena di disprezzo, un oggetto su cui sfogarsi a proprio piacimento. Ho ringraziato in silenzio gli dèi sin da allora - gli dèi della Cambria, dell'Eire e di qualunque altro luogo - del fatto che ci fossero molte donne disposte a soddisfare gli appetiti del re in ogni momento. E li
ho ringraziati ancor di più quando lui ha scelto di farmi vivere in esilio con il nostro amico Herliss, nella bianca fortezza di Tir Gwyn. Laggiù, lontana dalla sua lussuria e dalla sua brutalità, ho trovato un po' di felicità.» Ygraine rimase seduta in silenzio per qualche istante, poi tese d'impulso le mani verso Dyllis. La giovane le prese nelle sue e si strinse alla sua padrona rimanendo tuttavia ostinatamente muta. «Ciononostante» proseguì la regina «mi sono affannata... ho fatto di tutto... per conservare un'apparenza di fedeltà e di rispetto verso quel... mostro che era mio marito. Perché? Sai dirmelo, Dyllis? Sai dirmi perché mi sono data tanta pena per un uomo che ha corrotto tutte le mie dame e ha infranto ogni vincolo di lealtà che potevano avere nei miei confronti seminando il terrore fra loro e le loro famiglie? Sai dirmi perché sono rimasta in silenzio tanto tempo pur sapendo dentro di me che vessava, traviava e terrorizzava con il suo abietto e disumano comportamento le mie amiche e i loro familiari? Dyllis, da anni ormai sono sposata a una creatura al cui confronto anche un serpente apparirebbe nobile e retto. Sai dirmi come e perché ho permesso che ciò accadesse?» Strinse le mani dell'amica fra le proprie. «Non temere, mia cara, non mi aspetto una risposta. Sto solo parlando a me stessa ad alta voce, finalmente, con gli occhi aperti e senza paura. Ma ora ascolta attentamente. Vorrei che tu enumerassi per me, se non ti dispiace, tutti gli esempi della famigerata ferocia e brutale depravazione di Uther Pendragon cui hai assistito o di cui hai sentito parlare. Dimmi come e quando ha infierito su di noi o sui nostri compagni della Cornovaglia, da quando siamo caduti nelle sue mani.» Fece un gesto con le mani per invitarla a parlare, poi attese in silenzio. Dyllis la fissò a lungo senza aprire bocca, poi fece un cenno col capo, allargando le braccia. «Mia signora, non posso.» «No, non puoi. Nemmeno io posso, Dyllis. E c'è un'altra cosa che non posso fare, molto più importante: non posso ricordare di aver sentito un solo racconto sulla perfidia di Uther Pendragon che non venisse, in un modo o nell'altro, da quella serpe di Gulrhys Lot.»
Ygraine si alzò, andò a spalancare l'ingresso della tenda e chiamò la guardia. Un attimo dopo Nemo si affacciò e la guardò con aria interrogativa. Ygraine gli fece un cenno col capo e parlò con calma e cortesia. «Il tuo re ha detto che sarebbe tornato più tardi per parlare con me. Puoi informarlo che gradirei vederlo, se ha tempo?» Nemo sbatté le palpebre, fissò incuriosita l'altra donna, poi si voltò e sparì senza dire una parola. Pochi istanti dopo, fuori dalla tenda echeggiò la voce di Uther che chiedeva il permesso di entrare. Ygraine lo invitò dentro e lui obbedì, chinandosi per evitare l'architrave della porta sebbene non portasse l'elmo. «Desideri parlarmi?» «Sì. Vorrei farti alcune domande. Siediti, ti prego.» Uther si sedette sui due bauli ancora disposti uno sopra l'altro e Ygraine si avvicinò a lui tenendo le mani intrecciate dietro la schiena. «Raccontami in quale modo mio fratello Donuil è finito a Camelot.» Uther annuì. «Merlino lo catturò tre anni fa, quando il tuo popolo ci aggredì da nord mentre Lot attaccava da sud. Merlino fece prigionieri quasi duemila dei tuoi compatrioti e poi li liberò, trattenendo Donuil a garanzia della promessa di tuo padre di non farsi coinvolgere nel conflitto. Doveva tenerlo in ostaggio per cinque anni, ma i due sono diventati amici e mio cugino lo ha sciolto dal suo vincolo l'anno successivo. Una volta ottenuta la libertà, Donuil ha scelto di rimanere a Camelot e di lavorare per Merlino.» «Ha scelto di rimanere?» Uther alzò le spalle. «Sì. Voleva diventare aiutante di campo di Merlino. Ho pensato che fossero matti tutti e due, e l'ho detto a mio cugino, ma lui non ci ha badato.» «Che cos'è un aiutante di campo?» «È una carica romana di tipo amministrativo... un ufficiale
dell'esercito.» «Un ufficiale dell'esercito. Un ufficiale dell'esercito romano. Mio fratello. Perché faccio tanta fatica a crederlo?» Lui scosse la testa. «Non più di quella che ho fatto io, signora. Ma in fondo, ora non ci sono più Romani in Britannia. Tuo fratello fa parte dell'esercito di Camelot, e come ho detto, lui e Merlino sono amici.» «E Deirdre? Raccontami di lei.» «Ti ho già detto quasi tutto quello che so. Molte cose sono accadute mentre io ero in Cambria e non a Camelot.» «Ridimmelo, se non ti dispiace.» Uther raccontò di nuovo, in sintesi, tutto ciò che sapeva, terminando con la scoperta del corpo di Deirdre nella sua valle nascosta. Ygraine lo ascoltò attentamente seduta su una delle sedie, e quando lui ebbe finito rimase silenziosa per qualche istante. «E Merlino di Camelot cos'ha fatto per risolvere il mistero del suo assassinio e vendicare la sua morte?» Uther trasse un profondo respiro. «Proprio in quel periodo Lot scatenò un'invasione nei nostri territori: in Cambria dal mare e a Camelot via terra. Merlino era assente da un po' di tempo e non sapeva nulla, finché tornando a casa cadde in un'imboscata sulle colline di Mendip, nei pressi di Camelot, e rischiò di morire. In quel momento io mi trovavo da quelle parti con la mia cavalleria, all'inseguimento di un gruppo di mercenari germanici a cavallo che Lot aveva assoldato in qualche parte della Gallia. Sapevo che rappresentavano per noi il maggior pericolo di quell'invasione, poiché possedere una forza di cavalleria permetteva a Lot di eguagliare il nostro potenziale, e per tutta la vita, avevo sentito mio nonno lodare la cavalleria leggera germanica usata da Cesare nei tempi antichi. Ritenevo che Lot non si rendesse conto di ciò che aveva tra le mani... non ancora... ma sapevo che se quegli uomini avessero riportato anche una sola vittoria di rilievo, lui avrebbe frugato ogni angolo della terra per trovarne degli altri e noi avremmo corso il rischio di essere schiacciati.
Dunque eravamo lì, dopo aver inseguito quei mercenari attraverso mezza Britannia per settimane cercando di spingerli in un luogo dove poterli intrappolare e annientare, e ci stavamo preparando allo scontro definitivo quando loro incrociarono Merlino e i suoi uomini. Fu una fortuna che fossimo così vicini, poiché le truppe di Merlino erano molto meno numerose di quelle nemiche ed erano cadute in una trappola mortale. Se non ci fossimo stati noi, sarebbero morti tutti. Invece battemmo la cavalleria germanica e riuscimmo a salvare la maggior parte degli uomini di mio cugino.» Uther fece una pausa, rendendosi conto che lui e la sua prigioniera avevano in comune dolori e perdite. «Quanto a Merlino, ricevette un colpo tremendo alla testa. Da allora non si è più ripreso, e probabilmente non lo farà più. Non ricorda più chi era. Non riconosce me né nessun altro. Non ricorda chi era sua moglie e nemmeno di averne avuta una. È vivo, ma non è... non è più mio cugino Merlino.» Ygraine si alzò e si avvicinò lentamente all'ingresso della tenda, scostando i teli e guardando fuori nella luce del tardo pomeriggio così come Uther aveva fatto in precedenza. Alla fine si voltò verso di lui. «Dimmi esattamente cos'è accaduto quando i tuoi inviati sono andati a incontrare Gulrhys Lot.» «Uno dei miei migliori esploratori, un uomo di nome Owain, si è infiltrato nell'accampamento di Lot e ha vissuto lì per giorni finché non ha scoperto tutto ciò che c'era da sapere su quanto era avvenuto nella sala di Lot quella sera.» Narrò la storia in modo succinto, senza omettere nulla e informandola anche che Lagan il Saggio era stato spedito in missione per ritrovare e arrestare il padre Herliss. Quando il triste racconto fu terminato, Ygraine scosse la testa incredula. «Conosco Lagan» mormorò, poi proseguì con voce decisa e piena di rabbia. «È una cosa ingiusta. Odiosa. Lot non ha... non aveva... seguaci più fedeli o leali di Herliss e suo figlio, Lagan il Saggio. E ora tiene in ostaggio la moglie e il figlio di quell'uomo, minacciandoli di morte, per garantirsi la sua amicizia. È pazzo.»
Rimase a lungo in silenzio, poi domandò: «Ora dimmi onestamente, ti prego, cosa avevi in mente quando hai deciso di trattenermi qui e di mandar via le mie dame?». Lui la fissò, riflettendo su quella domanda, e lei ricambiò impassibile il suo sguardo senza dire una parola, aspettando che lui parlasse. «Sono tentato di rispondere alla tua domanda con un'altra domanda: cosa hai pensato che avessi in mente? Ma non sarebbe un bene per nessuno dei due. Quindi ti dirò la verità, anche se questo potrà farmi apparire sciocco ai tuoi occhi. Avevo in mente che tu potessi essere... più preziosa per me come ostaggio nei confronti di tuo padre in Eire di quanto saresti mai stata in qualunque trattativa con Lot.» «Preziosa... in che senso?» Uther scrollò le ampie spalle e scosse lievemente la testa. «Era un pensiero assurdo e passeggero, anche se immagino potesse venirne fuori qualcosa. Mi era venuto in mente che se tuo padre avesse saputo che Lot ti aveva abbandonato al tuo destino in mani nemiche, avrebbe potuto infuriarsi abbastanza da rinnegare la sua amicizia e il suo sostegno a tuo marito in cambio del tuo ritorno sana e salva a casa sua. Abbiamo un precedente, nel caso di Donuil, e pensavo che tuo padre poteva essere disponibile a trattare ancora una volta con Camelot, sapendo che rispettiamo gli accordi con maggiore onestà del suo attuale alleato.» «Ma lui lo sa? Mio padre sa che Donuil ha scelto di rimanere a Camelot dopo essere stato liberato?» Uther sbatté le palpebre, chiaramente in difficoltà, poi annuì, poco convinto. «Credo di sì. Dovrebbe saperlo.» «Dovrebbe? È convinto che suo figlio sia vincolato per cinque anni, mi hai detto. Questi cinque anni sono scaduti?» «No.» Uther fece un rapido calcolo. «Sono passati tre anni, ma Donuil è libero da due.» «Sì, ma mio padre potrebbe non saperlo, e ciò manderebbe a monte il tuo ragionamento al momento di trattare con lui la mia liberazione.»
Uther annuì con aria pensosa. «Già, forse hai ragione. Ma potrei sempre mandare Donuil da lui come mio inviato e amico di Merlino. Questo è fattibile.» «Sì, e mio padre ne sarebbe molto impressionato.» Ygraine fece una pausa. «Hai detto che questo avrebbe potuto farti apparire sciocco ai miei occhi. Non è così.» Uther sorrise. «No, sono stato sciocco a pensare che lui potesse convincersi a rinnegare la sua alleanza con Lot e a impegnare le sue truppe in questa guerra al nostro fianco. E tuttavia, malgrado la tua presenza qui, sospetto che sia riluttante a impegnarsi nuovamente con Lot.» «Quindi mi rivenderesti a mio padre?» «Sì, ma non per denaro. Sarebbe vantaggioso per la mia causa se lui si rifiutasse di sostenere la Cornovaglia. Ti dispiacerebbe tornare a casa tua, in Eire?» «No.» «Bene. La tua guardia personale verrebbe liberata insieme a te, naturalmente, poiché presumo che siano tutti uomini di tuo padre e non di Lot.» «Infatti. Ma che ne sarà del povero Herliss? È vecchio ormai, e non verrebbe con me in Eire. Non credo che abbia molta voglia di cominciare una nuova vita in una terra sconosciuta, alla sua età. E non può rimanere qui in Cornovaglia poiché, come hai detto, Lot lo ha già condannato a morte. Cos'hai in mente per lui? Non ha fatto del male a nessuno, né a te né a Lot, e non merita di morire solo per avermi protetto.» Uther scosse la testa. «Non ho in mente nulla per quanto riguarda Herliss.» «Be', dovresti, sire. Io ho in mente qualcosa. Sei disposto ad ascoltare il parere di una donna in merito?» «Volentieri, se la donna ha pensato qualcosa che vale la pena di ascoltare.» «Ancora una domanda, allora. Perché sei venuto in Cornovaglia con il tuo esercito?»
Lui sussultò come se lei lo avesse schiaffeggiato, ma la sua espressione era serena. «È una domanda seria, che esige una risposta onesta?» «Naturalmente.» «Naturalmente. Bene, allora ti risponderò con brevità e sincerità. Potrei dire che sono venuto qui per liberare il mondo da una spaventosa pestilenza, ma non ho bisogno di parole così altisonanti, perché la verità ha una forza ben maggiore. Sono qui per impedire che Gulrhys Lot invada nuovamente i miei territori e che uccida ancora i miei sudditi. Sono qui per garantire che non mandi più un esercito a invadere le terre di mio cugino, a Camelot, e non massacri più la sua gente. Sono qui per assicurarmi che non causi la morte di altri membri della mia famiglia o, incidentalmente, della tua, visto che tuo fratello ora combatte con noi. Ecco perché sono qui con il mio esercito, e nel momento in cui Gulrhys Lot sarà morto per mano mia o grazie ai miei sforzi, mi ritirerò con le mie truppe e non mi avventurerò mai più in questi luoghi.» «Stai parlando dell'uomo al quale sono sposata.» «Lo so, signora. Avresti preferito che mentissi?» «No. Nessun'altra risposta avrebbe potuto essermi più gradita.» Uther inarcò le sopracciglia, sorpreso, ma lei proseguì. «Se fossi un uomo, un re, e provassi per mia moglie ciò che io provo ora per mio marito, la allontanerei da me e divorzierei. Io non sono un re, ma sono una regina, e dunque scelgo di divorziare da Gulrhys Lot. Per me è morto, non fa più parte della mia vita. Così sia.» Ygraine ignorò lo sguardo sbalordito del re dei Pendragon e continuò. «Ho un'idea riguardo a Herliss che credo possa funzionare anche per te, per me e per gli uomini di mio padre. E per Dyllis e tutte le altre donne, naturalmente. È ancora incompleta, ma ci sto pensando. Lascia che ci rifletta su, stanotte, e domani mattina te la esporrò.» Uther balzò in piedi, con un aperto sorriso, gli occhi pieni di ammirazione e di maliziosa ironia, e si inchinò profondamente di fronte a lei, battendosi il pugno sul petto in segno di saluto. «Signora,» disse «mi auguro che la tua notte sia buona e che ti porti consiglio. Tornerò in mattinata.» Si voltò verso Dyllis e si
inchinò anche a lei. «Lo stesso valga per te, donna Dyllis. Dormi bene.» Quando se ne fu andato, Ygraine si raddrizzò sulla sedia e fissò Dyllis con sguardo pensoso. «Presto sarà buio, noi abbiamo cambiato bandiera e io ho rinunciato a un marito sbagliato. Hai fame, piccola? Io potrei mangiarmi l'intero cavallo di re Uther.»
X. Il mattino seguente furono svegliate dal rumoroso andirivieni di un gran numero di persone fuori dalla loro tenda, ma malgrado gli sforzi non riuscirono a vedere nulla oltre le imponenti figure delle guardie che presidiavano l'entrata e che non si degnarono di rispondere alle loro domande. Subito dopo arrivò Uther per informarsi se erano già alzate, e le due donne lo fecero aspettare finché non ebbero avuto il tempo di finire le loro abluzioni mattutine e di rendersi presentabili. Finalmente il re entrò nella tenda, a capo scoperto e con il sorriso sulle labbra, seguito da un soldato che portava un contenitore di legno coperto da un panno. Slacciò la fibbia che chiudeva il grande mantello da guerra e lo posò per terra dopo averlo accuratamente ripiegato, poi prese il contenitore dalle mani del soldato congedandolo con un cenno di ringraziamento. Si avvicinò al tavolo piazzato in un angolo della tenda e si mise ad armeggiare, dando le spalle alle donne in modo da nascondere ciò che stava facendo. Mentre osservava i riccioli scuri sulla nuca dell'uomo e le sue ampie spalle sotto la tunica di lana, Ygraine si rese conto che era la prima volta che lo vedeva senza armatura, e anche la prima volta che lo vedeva a proprio agio in sua compagnia. Uther Pendragon aveva poco del re guerriero quella mattina, fatta eccezione per la pesante torque celtica, la collana d'oro massiccio lavorata a mano che gli cingeva il collo possente. Pur non avendo mai visto un romano, Ygraine si era fatta un'idea dell'aspetto che doveva avere, e Uther corrispondeva a quell'immagine. L'uomo indossava una tunica di lana, semplice ma di buona fattura, con la scollatura quadrata e le maniche lunghe fino al gomito e gli orli decorati da una greca purpurea. La tunica era stretta in vita da un ampio cinturone di cuoio al quale era appesa l'unica arma che portava, una corta spada inserita nel fodero; le gambe erano inguainate in una sorta di braghe aderenti anch'esse di lana, fermate alle caviglie da stringhe intrecciate. Spesse calze di maglia spuntavano fra le larghe cinghie
dei calzari aperti, robuste calzature militari le cui massicce suole di cuoio erano rinforzate da chiodi. Finalmente Uther si girò, reggendo nelle mani due coppe di terracotta che offrì alle sue prigioniere. Ygraine guardò dentro la sua, che era sorprendentemente gelata, e vide che conteneva un liquido nero e vischioso. «Che cos'è?» Uther sorrise, alzando la coppa che aveva preso per sé. «Assaggiate e vedrete.» Sorseggiò la bevanda, con insolita grazia per un uomo di quella mole, e il suo sorriso si fece ancora più ampio. «Coraggio, provate.» Ygraine bevve, subito imitata dalla compagna, ed entrambe lo fissarono con aria deliziata. Fu Dyllis la prima a identificare la bevanda. «More! È succo di more.» «Già, ma c'è qualcos'altro... ha del miele dentro» aggiunse Ygraine. «Avete ragione tutte e due, succo di more e miele con un goccio d'acqua, quanto basta per diluire leggermente il composto.» «Ma come fa a essere così freddo?» «È un trucco che abbiamo imparato dai Romani, signora. Lo portiamo dalla Cambria, avvolto in neve e ghiaccio delle nostre montagne.» «Neve? Ma è quasi estate...» «È vero, ma su alcune cime nel nord delle nostre terre la neve rimane per tutto l'anno. Non andiamo spesso da quelle parti, ma quando capita ci premuriamo sempre di tagliare grossi blocchi di ghiaccio e trasportarli a Tir Manha - la mia sede - su appositi carri. Avvolgiamo ogni singolo blocco nella paglia, poi li impiliamo e li copriamo bene, in modo che non si sciolgano troppo rapidamente. I Romani ci hanno insegnato anche che il ghiaccio tritato, mescolato con segatura e sale comune, diventa per qualche motivo ancora più freddo, e i liquidi protetti con questa mistura si conservano ghiacciati per periodi molto lunghi, purché siano sigillati e i contenitori rimangano intatti.»
Bevve un altro sorso prima di continuare. «Avete sentito il trambusto stamattina? Era la mia fanteria giunta dalla Cambria. Hanno portato con sé questa bevanda e ho pensato che vi avrebbe fatto piacere assaggiarla. Raramente possiamo concederci simili lussi, e la quantità è molto scarsa, ma sufficiente, mi è parso, per dividerla con voi. E ora possiamo sederci?» Qualche istante dopo Uther terminò di bere e posò la coppa vuota per terra. «Ieri sera mi hai chiesto del tempo per elaborare uno stratagemma che potrebbe salvare la vita a Herliss e contemporaneamente essermi utile. A me pare impossibile, e non so perché dovrei prenderlo in considerazione, ma sono disposto a farmi convincere. Sei pronta a illustrarmi la tua idea?» Ygraine annuì e venne subito al punto sul quale aveva riflettuto per tutta la notte. «Deve fuggire. Herliss deve fuggire.» «Fuggire... Come e dove, signora? Lot lo farebbe impiccare immediatamente se Herliss riuscisse ad arrivare vivo fin da lui. Non dimenticare che è già stato dichiarato fuorilegge e traditore. Chiunque ha il diritto di ucciderlo se lo incontra.» «Questo non accadrà se si trova con me e con le mie guardie. In quel caso nessuno oserebbe avvicinarci, e Lot non potrebbe far nulla contro di noi se riuscissimo a tornare liberi a casa.» «Ah, quindi fuggiresti anche tu, con la tua guardia personale. Perdonami, non avevo capito.» Uther si portò una mano alla bocca per nascondere un sorriso ma non poté celare un guizzo divertito negli occhi. Ygraine ignorò il suo tono sarcastico e corrugò la fronte. «Non mi credi?» «No, no, signora, ti assicuro che ti credo» replicò il re agitando la mano. «Ti credo ciecamente...» Fece una pausa, tentando di soffocare l'ilarità. «Quello che... scusami... quello che però non riesco a comprendere è come puoi pensare che io accetti la tua proposta, dato che, se non ho capito male, mi stai suggerendo di permettere semplicemente a te e alla tua gente di fuggire via illesi e indisturbati.» «Non ti fidi di me, dunque.»
Lui la fissò sorpreso, poi scosse la testa. «Non è una questione di fiducia, mia signora. Perché dovrei lasciarti scappare? Sei mia prigioniera. Il mio unico ostaggio. Sarei un pazzo a lasciarti andar via.» «Lo saresti senz'altro se questo non ti portasse dei vantaggi» precisò la regina senza alcuna ironia. «Ah! Quindi tu ritieni che sarebbe vantaggioso per me questa tua... fuga?» «Ma certo. Sempre che, naturalmente, tu mi creda e ti fidi di me.» «Capisco. Bene, fammici pensare un attimo... comprenderai che è un fatto del tutto nuovo per me pensare di fidarmi di qualcuno che abbia un legame anche remoto con Lot di Cornovaglia... E che ne sarebbe delle tue dame, partite ieri per Camelot? Verrebbero abbandonate, o fuggirebbero anche loro, lungo la strada?» «Be', sì...» «Naturalmente. Ci avrei giurato. Ma come? Come faranno a fuggire? E dove andrete tutti quanti, una volta liberi? In Eire?» «No, ti ho già spiegato che Herliss è troppo vecchio per lasciare la sua patria. Torneremo da Lot, ovunque lui sia in questo momento.» «Da Lot? Tornerai da Lot? Dopo tutto quello che hai detto ieri sera sul tuo divorzio da lui?» «No. Tornerò da Lot proprio per tutto quello che ho detto ieri sera sul mio divorzio da lui.» Uther spostò lo sguardo su Dyllis, poi si rivolse di nuovo a Ygraine. «Spiegati, se non ti dispiace.» Ygraine balzò in piedi di colpo, paonazza di rabbia. «Per gli dèi, uomo, non capisci? Possibile che debba spiegarti una cosa così ovvia...» Si interruppe bruscamente, fissandolo con i pugni serrati e il respiro affannoso, poi si voltò verso Dyllis, che la guardava terrorizzata e quasi scandalizzata. «Quanti uomini fanno la guardia alla nostra tenda, in questo momento?» domandò Ygraine, rivolgendosi a Uther sebbene gli desse le spalle. «Due. E Nemo, il loro capitano, è poco lontano.»
«Mandali via. Chiedi loro di accompagnare Dyllis a fare una passeggiata, per una mezz'oretta. Tu e io dobbiamo parlare da soli.» Palesemente disorientato, Uther andò ad affacciarsi all'ingresso della tenda e ordinò a una delle guardie di condurre da lui Nemo. Il capitano non doveva essere a più di dieci passi di distanza perché si materializzò immediatamente ed entrò nella tenda, mettendosi sull'attenti. Con lo sguardo puntato su Ygraine, il re gli ordinò di condurre donna Dyllis a fare una lunga passeggiata insieme alle due guardie e di non tornare prima di un'ora. Quando tutti furono partiti, Uther si sedette di nuovo in cima ai due bauli senza smettere di fissare Ygraine, e il silenzio fra i due si prolungò rischiando di trasformarsi in una sfida, finché Uther chinò il capo con un sorriso ironico, come per dargliela vinta. «Ebbene, signora? Volevi parlarmi...» «Conosci bene mio fratello Donuil?» «No, solo superficialmente. Ti ho detto che è amico di mio cugino Merlino.» «Amico, dici. Ma un vero amico? O piuttosto un favorito, un beniamino da vezzeggiare? Perché sorridi? Mi trovi divertente?» «Niente affatto, mia signora. Per gli dèi, sei davvero permalosa! Sorridevo immaginando il tuo fratellone che si fa coccolare docilmente come un bambolotto.» Scosse la testa e si fece serio. «No, signora, sono amici e sono sicuro che tuo fratello Donuil si è guadagnato il suo ruolo e il privilegio che ne consegue. Fra loro due esiste una fiducia solida e ben radicata, lo so bene.» Ygraine rispose in tono un po' raddolcito, ma ancora chiaramente poco convinto. «Tu dici che lo sai. Ma cosa sai, in realtà? Quanto conosci davvero questo tuo cugino, Merlino?» Uther si rabbuiò. «Meglio di qualunque altra persona al mondo. Siamo stati allevati quasi come gemelli. Non c'è uomo sulla terra che mi sia più caro.» «E lui prova la stessa cosa nei tuoi confronti?» Uther accolse quella domanda con un lungo silenzio, e Ygraine percepì nei suoi occhi, e anche nella sua voce quando si decise a
rispondere, un dolore profondo. «Un tempo... un tempo era così... E spero che lo sia anche adesso...» «Perché ne dubiti?» «Io... te l'ho già detto ieri, non è più lui...» «Ma c'è qualcos'altro che ti fa esitare...» Lui scrollò le spalle. «Fu tanto tempo fa, mi sospettò di un crimine... un fatto grave, che meritava di essere punito... Ma dubito che in quella stessa situazione io sarei stato così inflessibile. Merlino sa essere molto severo nei suoi giudizi. Nel mio caso, io ero innocente, ma il pensiero che lui abbia potuto credermi capace di una cosa del genere mi ha fatto soffrire più di tutto ciò che ha fatto o detto in proposito.» «Molto bene. È evidente che tu ammiri molto tuo cugino, dunque ti chiedo: perché Lot lo definisce un codardo?» Con grande stupore di Ygraine, Uther gettò indietro la testa e scoppiò in una sonora risata. «Un codardo? Caio Merlino Britannico, un codardo? Ah, signora, Lot lo definisce tale perché non può sopportare che la gente intuisca la semplice verità: che Merlino Britannico è tutto quello che Gulrhys Lot non potrà mai sperare di diventare. Lot se la farebbe sotto dalla paura se si ritrovasse anche solo a un miglio di distanza da Merlino di Camelot. Odia mio cugino non solo perché è un nemico formidabile e un uomo irreprensibile, ma perché è la persona che è. Oh, lo teme, ma soprattutto lo odia, perché Merlino fu testimone della prima sconfitta di Lot per mano mia, quando mio cugino e io avevamo dodici anni e Lot ne aveva quattordici o quindici ed era più grosso di noi.» «Di cosa stai parlando? Conosci Lot da così tanto tempo?» Uther corrugò la fronte distogliendo lo sguardo, poi posò di nuovo gli occhi su di lei, illuminandosi in volto. «Sì, Merlino e io conoscemmo Lot in quei giorni lontani, e cioè... quanto?... dodici, tredici anni fa? Non fu amore a prima vista, te l'assicuro. Arrivò a Camelot con suo padre, il vecchio duca Emrys, e fin dall'inizio si comportò in modo odioso con noi, tentando di dominarci e vessarci. Non era solo sgradevole, era...» Uther si interruppe, cercando le parole. «Era assolutamente disgustoso:
disgustoso nel parlare e disgustoso nell'animo; ripugnante in tutto ciò che diceva e faceva... e in più borioso e prepotente. Merlino e io sapevamo di poter sconfiggere qualunque attaccabrighe insieme, e dunque non badammo a quel tanghero. Ma quando lui insultò mia madre calunniandola in modo intollerabile, non mi fu più possibile ignorarlo, e ci battemmo. Andò via da Camelot subito dopo, appena si fu ristabilito.» «Lo avevi bastonato così forte?» «Bastonato? No, signora, niente bastonate. Combattemmo con spade romane. Lo ferii, ma sfortunatamente per tutti, non feci le cose per bene... mio padre intervenne per separarci prima che riuscissi a finire il lavoro.» Ygraine lo fissò con gli occhi sgranati. «Avresti voluto ucciderlo?» «Avrei dovuto ucciderlo. Se l'avessi fatto, centinaia di persone non avrebbero perso la vita.» Si interruppe, notando l'espressione di Ygraine. «Qualcosa non va, mia signora?» Lei scosse la testa. «Nulla, credo, ma in passato ci sono state molte cose che ho sbagliato, compresa la mia folle, ostinata cecità.» Distolse lo sguardo, fissando un punto lontano senza vedere nulla, poi trasse un profondo respiro e si raddrizzò sulla sedia. «Per tre anni ho maledetto te e quelli di Camelot, ignara che mio fratello e mia sorella vivevano felici laggiù con te e la tua famiglia mentre io venivo umiliata e oltraggiata da mio marito.» Fece un'altra pausa, corrugando la fronte, poi si voltò verso di lui. «Tu non... non sei affatto il mostro che mi era stato descritto.» Raddolcito, Uther ricambiò il suo sguardo e fece un breve sospiro. Quando riprese a parlare, la sua voce era calma e serena. «Hai detto che noi due dovevamo parlare, e io ho mandato via le guardie insieme a Dyllis. Allora, che cosa volevi dirmi?» «Solo questo: Lot non tratterà per riavermi indietro. Non lo farà, perché io non significo niente per lui e non gli sono necessaria, quindi sarà soddisfatto di essersi liberato di me senza dover prendere l'iniziativa. Ma in questo modo io divento un intralcio per te, cosa di cui lui non tarderà ad approfittare. Tu non vedi altra soluzione che rispedirmi in Eire da mio padre, nella speranza che lui rinunci ad
appoggiare Lot. Ebbene, ciò può esserti utile, ma non più di tanto, poiché difficilmente i pochi uomini di mio padre possono fornire un contributo rilevante all'esercito di Lot. Restituirmi a mio marito, invece, è una possibilità molto concreta, e potenzialmente vantaggiosissima.» «Come sarebbe? Non ti seguo.» «Allora ascoltami bene. Io tornerei da Lot come spia ai tuoi servigi. Così facendo, potrei salvare la vita di Herliss - un caro amico del quale mi sento responsabile - e contribuire alla caduta di quest'uomo abominevole al quale sono stata data in moglie. È una scelta facile da fare, anzi, è già fatta. Non la ritengo sleale. Per pretendere lealtà, bisogna sapere che cosa sia e ricambiarla in eguale misura. Che io sappia, Gulrhys Lot non si è mai mostrato leale con nessuno: né con me, né con i suoi più fedeli seguaci, né certamente con il popolo di cui si è proclamato sovrano. I suoi sudditi sono terrorizzati da lui e dalle sue fantasie malate, vivono nella paura di scatenare le ire dei suoi mercenari con qualche ipotetica offesa, inducendoli a seminare morte e distruzione nelle loro famiglie.» Ygraine parlava come se riflettesse ad alta voce, ma a questo punto si voltò e fissò Uther dritto negli occhi. «Devi capire che non si tratta di vani timori. Lot ha appestato l'intera Cornovaglia. Si è circondato di una schiera di mercenari che non hanno rispetto per niente e per nessuno, responsabili di atrocità che non soltanto restano impunite, ma sono ispirate, il più delle volte, dall'uomo che li ha assoldati.» Fece un'altra pausa e lo fissò con lo sguardo fiammeggiante. «Forse tu ritieni che la mia conversione alla tua causa sia stata troppo rapida. Non posso far nulla per farti cambiare idea o influenzare la tua opinione. Ma fino a ieri... fino a oggi... non riuscivo a trovare una soluzione al mio turbamento. Non soltanto sono una donna, ma una donna ormai priva di qualsiasi potere o influenza. Sono prigioniera da due anni, da molto prima che tu mi catturassi. La mia prigione era la Fortezza Bianca di Herliss, nella quale sono stata confinata da mio marito, e fino a pochi giorni fa, quando ci siamo incontrati, ci stavo bene, ed ero grata di essere stata sottratta alla malvagità di Lot. A Tir Gwyn potevo sfuggire alla mia
coscienza, potevo chiudere ostinatamente gli occhi di fronte a ciò che stava accadendo in questa meravigliosa terra nella quale vivo. Potevo far finta, insomma, di non avere alcun legame con l'uomo che si definiva mio marito.» Tacque di colpo, e un'unica lacrima le sfuggì dalle ciglia e scivolò sulla guancia destra. Ygraine l'asciugò con un gesto rabbioso. «A questo punto, sire di Cambria, sono disposta a sottoscrivere un patto con te per mettere fine al... dominio di quest'uomo. Alla sua tirannia. Volentieri e per mia scelta. Ma se vogliamo approfittare fino in fondo di questa opportunità, sarà meglio far presto. La Cornovaglia non è molto grande, e se Lagan sta cercando suo padre allo scopo di proteggere sua moglie e suo figlio, prima o poi finirà per trovarti.» Uther annuì. «Ma c'è la mia cavalleria a impegnarlo e a tenerlo lontano da qui.» «Lo so, ma per quanto tempo potrà riuscirci? Quant'è grande l'esercito di Lagan? Lo sai tu? E lui, cosa sa delle tue forze? Crede che sia il tuo intero esercito ad attaccarlo, a circondarlo? O pensa piuttosto che tu lo stia solo punzecchiando per tenerlo bloccato lì dove si trova?» Uther fece una smorfia e alzò le spalle. «Non so risponderti, non ancora, anche se mi aspetto di ricevere presto queste informazioni.» Ygraine annuì. «E questo tuo esercito che è appena arrivato, quant'è grande?» «Tremila uomini.» «Non riuscirai mai a tenerlo segreto. Tremila bocche mangiano molto.» Uther assentì, con aria cupa. «Già... Allora, va' avanti con il tuo stratagemma. Cosa accadrà dopo la tua fuga, e come farai a salvare Herliss?» «Cercheremo di evitare Lagan e di tornare alla fortezza di Lot prima che Lagan ti trovi. A quel punto fingeremo che sia stato Herliss a ideare il piano e coinvolgeremo anche Alasdair, il capitano della mia guardia personale. Nessuno oserà negare l'eroismo di Herliss se verrà sostenuto da qualcuno che non ha interessi personali nella
vicenda, e Lot sarà costretto ad accordargli nuovamente i suoi favori... Inoltre, penso che questa volta non correrà il rischio di offendere ulteriormente Lagan. Lui e suo padre godono entrambi di potere e influenza, e contano parecchi amici. Se Lot ha preso in ostaggio Lydda e Cardoc, la moglie e il figlio di Lagan, sono sicura che non ha fatto loro alcun male, e dopo la riabilitazione di Herliss crederà ancora di riuscire a convincere suo figlio che è stato tutto un equivoco. L'arroganza di quel mostro è incredibile.» Uther accentuò la sua espressione dubbiosa. «Temo che tu ti sbagli sull'accoglienza di Lot ai fuggiaschi. Come farà Herliss a evitare che la sua storia venga considerata falsa?» «Userà gli stessi mezzi di cui si serve sempre Lot: denaro, corruzione e inganno. Diremo che ha corrotto alcune delle tue guardie, offrendo loro una lauta ricompensa in cambio del loro aiuto.» «Ma Herliss è un prigioniero, e persino Lot non crederà che i miei uomini siano tanto stupidi da accontentarsi di semplici promesse. Se qualcuno dovesse corromperli, vorrebbero mettere le mani sul bottino immediatamente. E dove avrebbe trovato Herliss questa lauta ricompensa?» «Nei miei forzieri e in quelli delle mie dame... gioielli, vestiti sfarzosi e altri oggetti di valore.» Uther sgranò gli occhi sorpreso. «E voi avete queste cose?» «Certo che le abbiamo. Nessuno ce le ha portate via dopo la nostra cattura.» «Può darsi, ma ormai sono in viaggio per Camelot insieme alle loro proprietarie.» «Certo, ma noi stiamo inventando una storia, re di Cambria! Stiamo discutendo di un sotterfugio... di una falsa ricompensa.» «Già, hai ragione.» Uther si lasciò sfuggire un sorriso. «Me n'ero già dimenticato. Ma...» Si fece di nuovo serio mentre un altro pensiero gli attraversava la mente. «Puoi fidarti che le tue dame e gli uomini della tua guardia non rivelino l'inganno? Ricorda che le donne
torneranno da Camelot con tutti i loro gioielli.» «Le mie dame... di alcune di loro mi fido. Di altre no. Ma come hai detto tu stesso, sono in viaggio per Camelot e possono comodamente rimanerci per un po'. Se tu e io ci mettiamo d'accordo, verranno trattate bene e potranno tornare tranquillamente a casa più tardi. Quanto alla mia guardia personale, di loro mi fido ciecamente. Sono miei parenti, incaricati da mio padre della mia protezione. Tuttavia, non sono che uomini, e gli uomini, quando bevono, parlano troppo. Dev'esserci un modo per evitarlo...» «C'è, ma richiede che Herliss sia messo a conoscenza del nostro piano.» Lei lo guardò stupita. «E quale sarebbe? Cosa intendi dire?» «Be', se lui fosse d'accordo, potrebbe mettere in atto la sua fuga come se fosse autentica senza coinvolgere altri. In questo modo gli uomini della tua guardia potrebbero restare all'oscuro della verità e tornare nelle terre di Gulrhys Lot a testa alta, vantandosi in tutta sincerità di essersi liberati dei Cambriani, nel caso che dovessero alzare il gomito.» «E se Herliss rifiuta?» «Allora, purtroppo, dovrà rimanere qui. Per tua stessa ammissione, Herliss è un uomo d'onore e l'onore è difficilissimo da insidiare o traviare.» «Sì, ma il vero onore è sempre disponibile a raccogliere una sfida morale.» Ygraine si voltò verso di lui, il volto animato da un'allegra eccitazione. «Non sei d'accordo?» Lui fece una smorfia e scrollò le spalle. «Mia signora, non ha importanza ciò che penso io. La decisione dipende esclusivamente dalle possibilità a disposizione di Herliss.» «Vuoi farlo condurre qui da me, allontanando le guardie?» «Certo, lo faccio subito.» «No!» Uther si bloccò, sorpreso dalla veemenza di Ygraine, e lei sentì un lieve rossore colorirle le guance e moderò il tono, abbassando la
voce. «No, non subito. Non ancora. Prima io e te dobbiamo fare un patto.» Lui si alzò lentamente. «E quale, signora?» «Che da questo momento in poi saremo alleati, fidandoci l'uno dell'altra, e lavoreremo insieme per scalzare Gulrhys Lot dal trono di Cornovaglia.» «Ciò significherà ucciderlo, signora.» «E sia, se così dev'essere. E voglio che tu ti rivolga a me con il mio nome, Ygraine, oppure donna Ygraine, se preferisci, basta che non mi chiami più semplicemente "signora".» Lui annuì e le sue labbra si distesero in un ampio sorriso che la riempì di piacere. «E sia, donna Ygraine» mormorò. «Vuoi stringermi la mano per suggellare il nostro patto?» Prese la mano della donna nella sua, e Ygraine sentì come una coperta calda avvolgerla lentamente e dolcemente, carezzandole la pelle. Uther la accostò gentilmente alle labbra e la tenne vicinissima al viso per un po', scaldandole le dita con il suo fiato, poi con l'altra mano le prese il braccio con un tocco così suadente che il cuore di Ygraine si mise a battere all'impazzata. Chinò lievemente la testa verso di lei, poi la lasciò andare. «Vado da Herliss per condurlo qui. Non andare via.» Mentre lei rimaneva in silenzio, Uther raccolse l'ampio mantello e ne scosse le pieghe prima di posarselo sulle spalle. Allacciò la fibbia, si inchinò di fronte a Ygraine e scomparve. Uther raggiunse Herliss nel piccolo quartiere in cui era tenuto prigioniero e attese pazientemente che si infilasse la tunica e si posasse il mantello sulle spalle. Avevano appena lasciato la recinzione quando il vecchio guerriero ritrovò la voce. «Dove mi stai portando?» «Da donna Ygraine.» «La regina è partita ieri con le sue dame» ringhiò Herliss a bassa
voce. «Sei ben informato per essere un prigioniero, ma in effetti hai ragione... quella regina, almeno, è partita. Ma io sto parlando di quella vera. Per di qua.» Uther si fece da parte e il vecchio chinando la testa si infilò a fatica attraverso una barriera di rami di salice che dava accesso al prato davanti alla tenda del re. Herliss notò immediatamente l'assenza delle guardie e si voltò a guardare Uther, esitando. «Sì, lo so. Niente guardie. Nessun testimone. Non preoccuparti, Herliss, se avessi voluto ucciderti saresti già morto. Non sono Gulrhys Lot. La tua regina è là che ti aspetta. Io rimarrò in attesa finché non mi chiamerai, e grida forte, perché non ho intenzione di origliare.» Uther si allontanò sentendo su di sé lo sguardo sbalordito del vecchio, e l'ultima cosa che udì fu la voce di Ygraine che chiamava Herliss dall'interno della tenda. Sorrise tra sé e andò a sedersi su un tronco corto e robusto piazzato accanto a una buca per il fuoco a circa venti passi dall'ingresso della tenda, sicuro che da lì non avrebbe udito altro che il trambusto dei soldati alle sue spalle e alla sua destra. Non un suono giungeva dalla tenda dove Ygraine ed Herliss avevano cominciato una conversazione che si preannunciava estremamente importante. Soffocando la sua impazienza e sapendo che non avrebbe resistito a starsene seduto lì senza niente da fare, Uther si guardò intorno in cerca di qualcosa oppure di qualcuno che potesse distrarlo mentre aspettava l'esito dell'incontro fra i suoi due prigionieri. Per un po' resistette alla tentazione di alzarsi e di mettersi a gironzolare, poi si arrese e si avviò verso la fila di salici per andare in riva al fiume. Rimase in piedi a fissare l'acqua aspettandosi di veder passare delle trote, finché non gli venne in mente che solo qualche settimana prima aveva guidato in quel luogo oltre un centinaio di uomini, molti dei quali da allora avevano utilizzato ogni momento libero per pescare lungo l'intero corso del fiume. Sorrise e scosse la testa, poi si sedette su un sasso ricoperto di muschio per slacciarsi le cinghie di cuoio dei pesanti e massicci calzari, allontanandoli con un
calcio. Qualche istante dopo si liberò anche delle calze, e rimboccate le gambe dei pantaloni fin sopra le ginocchia immerse i piedi nudi nella gelida acqua del fiume, trasalendo per un attimo a quel contatto improvviso per poi rammentare con piacere che da ragazzo faceva esattamente la stessa cosa. Quel pensiero lo indusse a domandarsi da quanto tempo non faceva una cosa così semplice per il puro gusto di farla, e si rese conto con sgomento che erano passati più di dieci anni. Camminando oltre la sponda, in precario equilibrio, si spinse nel greto del fiume. L'acqua gli salì oltre le ginocchia, bagnando le estremità dei calzoni arrotolati. Goffamente, un po' malfermo sulle gambe, Uther si slacciò il mantello e lo fece roteare sopra la testa prima di scagliarlo sulla riva erbosa. Ma il movimento non fu abbastanza veloce e nel suo volo l'indumento sollevò con l'orlo un arco di goccioline d'acqua; con i piedi bloccati nel fondo fangoso del fiume, Uther si voltò a guardare e per poco non perse l'equilibrio, ondeggiando pericolosamente e sventolando le braccia per non cadere. Ci riuscì a fatica e quando si raddrizzò, barcollante, si domandò cosa avrebbe pensato Ygraine se l'avesse visto vacillare in modo così ridicolo, rischiando di finire nell'acqua. Con molta attenzione si arrampicò allora lentamente sulla riva viscida e fangosa e si rimise a sedere sull'erba, agitando i piedi nell'acqua per ripulirli dal fango. Quando gli parvero ben lavati, li asciugò sommariamente con l'orlo del mantello e abbassò le estremità bagnate dei calzoni legandole alla caviglia, lasciando che i suoi pensieri si rivolgessero a quella donna che aveva catturato senza volerlo. A un primo sguardo, paragonata al biondo fascino dell'alta e voluttuosa Morgas, la bellezza di Ygraine si notava appena: quieta, riservata, ed efficacemente nascosta da un'aria di modestia e di timidezza. Ma quando Uther aveva compreso che un simile atteggiamento era dettato dal suo ruolo nell'accampamento, si era accorto che dietro quello schermo la donna era, a suo modo, sorprendentemente affascinante. Aveva i capelli di un rosso cupo e profondo, che si accendevano di riflessi dorati alla luce del sole. Il volto, piccolo e ovale, era di carnagione chiara e aveva un'espressione tranquilla, anche se i grandi occhi verdi che lo
dominavano sapevano emettere lampi e scintille quando il temperamento della donna veniva stuzzicato, e sul fatto che lei avesse del temperamento, Uther non aveva avuto più dubbi dopo aver scrutato oltre la sua aria di tacita riservatezza. La bocca, grande e sensibile, sorrideva e rideva volentieri, anche se lui glielo aveva visto fare solo da lontano, e i denti bianchi e regolari erano privi di macchie e difetti. Il naso non era né dritto né arcuato, ma era dotato di un profilo ben definito, con piccole graziose narici. Gli occhi, perfettamente spaziati sugli alti e ampi zigomi che parevano cesellati nella pietra, erano sormontati da sopracciglia di un rosso più chiaro di quello delle folte trecce. "Una donna di nobile bellezza in tutto e per tutto," pensò "degna di essere la moglie di un re." E subito scacciò rabbiosamente quell'idea dalla mente. Molte cose erano cambiate da quando la regina di Lot era divenuta sua prigioniera, ed era arrivato al punto di lasciarla sola e senza sorveglianza con uno dei suoi uomini... potenzialmente il più pericoloso tra i nemici confinati nell'accampamento. Era un'alleata della Cambria ormai, di Camelot e sua. Ancora incredulo, Uther ripensò a come l'aveva vista quando si era congedato per andare a prendere Herliss. Era bella, persino nel semplice e disadorno abito marrone che indossava quella mattina. Privo di fermagli o cinture ornate di gemme, le ricadeva addosso in drappeggi e pieghe fruscianti che sottolineavano ogni curva del suo corpo. Accorgendosi che cominciava a provare un turbamento carnale a questi pensieri, Uther si raddrizzò e si mise a raccogliere le calze che si era levato. Le indossò, tirandole sopra le estremità dei pantaloni, poi si rimise i pesanti calzari, legando strette le cinghie di cuoio. Proprio allora udì Herliss che lo chiamava, e rimessosi il mantello sulle spalle tornò sui suoi passi. L'uomo lo stava aspettando di fronte alla tenda, e appena Uther sbucò in mezzo ai salici venne verso di lui a lunghi passi, alzando una mano in un gesto perentorio. Uther si fermò sorpreso e attese che l'altro lo raggiungesse. «Qualcosa non va?» Herliss lo fissava. «Nulla, ma io e te dobbiamo parlare, da soli. Ho bisogno di sapere dove ci porterà tutto questo.»
Un sorriso di soddisfazione si disegnò sulle labbra di Uther. «Significa che sei favorevole?» «Mi prendi per un completo idiota? Certo che sono favorevole, e non soltanto perché la prima vita che sarà risparmiata è la mia.» Il vecchio si guardò intorno. «Ho bisogno di bere qualcosa di fresco. Il tuo popolo beve birra?» «Vieni.» Uther gli fece strada lungo la riva del fiume verso il cuore dell'accampamento. Giunsero a un albero caduto e disteso a cavallo del fiume, e lo attraversarono. Quando arrivarono alle tende del vettovagliamento, Uther andò subito a chiedere della birra e qualche attimo dopo tornò da Herliss con due grossi bricchi schiumanti in mano. «Tieni. È la migliore della Cambria.» Herliss bevve una sorsata enorme svuotando metà del suo boccale, poi annuì soddisfatto e ruttò rumorosamente. Accanto a loro, davanti a una delle tende, c'era un tavolo poggiato su cavalletti e fiancheggiato da una lunga panca su ciascun lato. Uther andò a sedersi su una di esse ed Herliss si accomodò di fronte a lui, posando il bricco sul tavolo. «Un'ottima birra. Ora parliamo di cosa fare da adesso in poi.» «Non ci hai messo molto a decidere.» La risposta di Herliss fu immediata e tagliente. «Pensi che ti stia imbrogliando?» Uther rimase in silenzio, impassibile, e alla fine l'altro brontolò, con la sua voce roca e profonda: «O la pensi così, o mi ritieni un idiota e un voltagabbana». Attese, inarcando un sopracciglio con aria di sfida, ma vedendo che Uther si ostinava a non rispondere, proseguì. «Per gran parte della mia vita ho prestato lealtà e obbedienza al padre di Lot e in ricordo del vecchio duca sono stato leale nei confronti di suo figlio. Non sempre obbediente comunque, e non nell'ultimo periodo. Ma leale sì. Forse troppo. È una strana parola, lealtà. Lealtà vuol dire onore, o questo era il suo significato dove sono cresciuto... e durante la mia educazione...
Quando sono in gioco la lealtà, l'onore e persino l'obbedienza, capita di diventare ciechi e sordi di tanto in tanto, e possono accadere cose che non vengono osservate con troppa attenzione. Ma anche la lealtà ha le sue esigenze. Dev'essere reciproca, altrimenti non dura a lungo. È una questione di dare e avere, non c'è niente da fare. Chi non riceve lealtà dagli altri in cambio della propria, prima o poi smette di essere leale. E comincia a vedere cose che prima non vedeva, a sentire cose che prima non sentiva, a prestare attenzione alle cose che accadono intorno a lui... Cose come il fatto che suo figlio riceve l'ordine di riportarlo indietro in catene, e viene costretto a farlo sotto la minaccia di far del male alla sua famiglia. Lot tiene sospesa la vita di mio nipote sopra la mia testa come una spada... Ah, ma perché sorprendersi? Ha fatto la stessa cosa per anni a quasi tutti quelli che conosco. È così che si assicura la loro lealtà.» Herliss riprese il suo boccale e lo vuotò. «Dimmi, quali sono i tuoi progetti per la Cornovaglia?» Uther lo guardò a lungo con espressione assorta, poi scosse il capo. «Per la Cornovaglia? Non ho progetti per la Cornovaglia, se non quello di uccidere questo malvagio che la governa e tornarmene a casa il più in fretta possibile. Ho centinaia di progetti per la Cambria, la mia terra, e tutti urgenti, ma non posso occuparmene se ho fra i piedi questo cane rabbioso che si proclama vostro re e che trama continuamente alle mie spalle. Lo voglio morto. Morto e fatto a pezzi. Voglio appendere la pelle di quella carogna a un muro in modo che tutti possano vederla e sputarci sopra. Voglio che sparisca dalla faccia della terra perché non faccia più del male a un altro essere vivente, che il suo cranio roso dai vermi sia impalato davanti alla mia tenda, come monito a tutti quelli che vogliono comportarsi come lui. Ciò che voglio, in conclusione, è la possibilità di vivere la mia vita tra la mia gente, in pace e tranquillità. Voglio una moglie, e dei figli che portino il mio nome, e voglio che vivano felicemente a Tir Manha, in Cambria.» Herliss ascoltò la dichiarazione di Uther inarcando lievemente le sopracciglia man mano che lo sfogo cresceva in fervore e veemenza, e alla fine annuì. «Bene. Vogliamo entrambi la stessa cosa: che Lot muoia e che tu
ritorni in Cambria o a Camelot o dovunque tu voglia, in modo che la Cornovaglia possa riprendersi dal caos e dalle devastazioni che lui ha causato. Lot è un cane rabbioso e dev'essere trattato come tale, abbattuto immediatamente, rapidamente e definitivamente. Per farlo, però, dobbiamo avvicinarci a lui e godere della sua fiducia. Vicino possiamo arrivarci, ma la seconda condizione è quasi irrealizzabile. Non si fida di nessuno. Questa follia di Lagan e di mio nipote ne è la prova.» «Ma se tu esci libero da qui e riporti indietro la regina con una fuga spettacolare, sarà costretto ad accogliervi per salvare le apparenze, non credi?» «Sì... o almeno, così sarebbe se fosse un uomo normale. Ma io credo che sia impazzito, e che continui a peggiorare. Quindi ciò che accadrà realmente quando ritorneremo è nelle mani degli dèi. Ma ammesso che la cosa riesca e che nessun disastro si abbatta su di noi, cosa faremo? La regina comincerà a mandarti informazioni sui piani di Lot? Vuoi che lo faccia anch'io?» «Sì, ma solo nel caso in cui tu o la regina veniate a conoscenza di nuovi sviluppi, e agendo con la massima cautela. Se vogliamo liberarci di quel mostro, dobbiamo cooperare strettamente ma nello stesso tempo correre meno rischi possibili, poiché tu e la tua gente non potrete fidarvi di nessuno dei mercenari di Lot.» «D'accordo. Come procediamo, allora?» «Tu comincerai a corrompere i miei soldati, immediatamente e generosamente, perché organizzino una tua visita alla guardia personale della regina. Una volta lì, dirai ad Alasdair, il loro capitano, che la regina ti ha affidato degli oggetti preziosi di proprietà sua e delle sue dame per corrompere i nostri soldati e organizzare una fuga in massa. Il tuo piano apparirà vincente fin dall'inizio, poiché sarò io a scegliere le persone da corrompere, e saranno i miei uomini migliori e più fidati. Si occuperanno di tutto senza che i tuoi ne sappiano nulla. La tua fuga avrà successo e tornerai da Lot, evitando di incontrare tuo figlio lungo il cammino, e quando sarai di nuovo al sicuro nella tua casa e avrai ripreso la tua vita, troverò un modo per venire da te e potremo definire metodi e mezzi per rimanere in comunicazione l'uno con l'altro.»
«Bene. Scommetto che Lagan sarà il nostro contatto principale.» Uther sorrise e annuì. «Me lo auguro. Mi piacerebbe conoscerlo. E poi abbiamo un'amica comune in Cambria, donna Mairidh.» «Già, la sorella di Lydda. E sposata a mio fratello Balin.» Uther chiese altri due boccali di birra prima di voltarsi sorridendo verso il veterano. «Abbiamo preso accordi importanti qui, tu e io. Il nostro mondo non sarà più lo stesso, credo, dopo quanto è accaduto oggi.» Arrivarono le birre, e dopo aver lasciato una piccola offerta sul terreno per placare e ringraziare gli dèi, Herliss annuì, fissando la schiuma che incappucciava il suo boccale. «Sì... Uther, Ygraine ed Herliss. Una strana alleanza, direi. Chissà se in futuro qualcuno se ne ricorderà?»
XI. Fino a un attimo prima di baciarla, Uther non aveva mai considerato l'idea di andare a letto con Ygraine di Cornovaglia. Tanto per cominciare lei era un ostaggio, e il suo valore come merce di scambio, e l'onore di Uther come suo rapitore, imponevano di trattarla con cura, rispetto e cortesia, restituendola sana e salva al termine della sua prigionia. Il rifiuto di suo marito di trattare per riaverla era uno smacco, ma Uther aveva previsto l'indifferenza di Lot e fin dal momento della cattura aveva calcolato di poterla vantaggiosamente restituire al padre, Athol Mac Iain, re degli Scoti Iberni dell'Eire. Bastava questo, dunque, a convincere Uther che sarebbe stato inutile, irresponsabile e riprovevole considerare Ygraine dal punto di vista sessuale. Per di più, era appena uscito dalle braccia della bellissima Morgas, la quale, se mancava degli attributi della moglie perfetta, era provvista di tutte le qualità di un'amante ideale. C'era un altro fattore, però, che prima di ogni altro lo avrebbe dissuaso da qualunque approccio nei confronti di Ygraine di Cornovaglia, ed era il senso di colpa per ciò che era accaduto alla sventurata sorella di lei, Deirdre. A distanza di anni dai tragici eventi che l'avevano allontanato da Merlino, il ricordo degli eventi di quella notte nella stanza dei giochi a Camelot aveva ancora il potere di turbarlo e farlo sentire colpevole. Non gli era capitato spesso di sentirsi in colpa nel corso della sua vita; era un sentimento al quale non era avvezzo e che non era preparato ad affrontare. Sapeva essere temibile nei suoi scoppi d'ira e implacabile nella sua collera, ma raramente aveva motivo di pentirsene o di riconsiderare le conseguenze delle sue azioni in tali occasioni. Dopo l'incidente con i tre assalitori di Nemo non aveva più combattuto in preda all'ira. Aveva imparato a sfogare rumorosamente la sua rabbia senza nasconderla a nessuno, ma sbollito l'impulso iniziale agiva con calma, vendicando con freddezza i torti subiti senza alcun rimorso.
La vergogna, invece, era un sentimento che conosceva bene, anche se non aveva mai ammesso coscientemente di esserne ossessionato, ed era abbastanza simile al senso di colpa da apparirgli quasi indistinguibile da quest'ultimo. Era la vergogna, e non il senso di colpa, a farlo sentire sulle spine, a suscitare le sue peggiori angosce. A volte si svegliava di colpo in piena notte, fradicio di sudore e tutto tremante, scosso dal ricordo confuso delle follie commesse da ragazzo nel tentativo caparbio e ingiustificato di guadagnarsi con grandi imprese l'approvazione di nonno Ullic. Suo nonno e suo padre erano stati uomini di grande probità, e lui ricordava perfettamente la loro ferma disapprovazione per chi infangava in qualunque modo il loro onore o quello della loro famiglia. Ciò che era successo quella notte nella stanza dei giochi determinante per gli eventi successivi - terrorizzava Uther e costituiva il suo più oscuro e infame segreto. Era partito da Camelot in uno stato d'animo terribile, spronando ferocemente il suo cavallo ed esponendo i pochi uomini che lo accompagnavano ai rischi di un viaggio precipitoso e sconsiderato, trascinandoli ciecamente in una notte tempestosa e nera come la sua disperazione, fra scrosci di pioggia gelida e raffiche di vento. E mentre costringeva lo sventurato destriero a un'andatura forsennata, farneticava e imprecava fra sé, prendendosela con la ragazza che aveva osato morderlo, umiliarlo, rifiutarlo. Quando la rabbia iniziale sbollì, Uther si accorse dal dolore che provava alla mano gelata e contratta che stava brandendo furiosamente la spada senza motivo, e fu allora che cominciò ad affiorare in lui la vergogna. La ragazza non aveva fatto nulla di male. Si era semplicemente difesa nell'unico modo che aveva a disposizione. Era una creatura spaventata e minacciata, una fanciulla muta, sorda e indifesa. Lui, con caparbia arroganza, aveva introdotto il pene fra le sue labbra riluttanti, e quando lei, giustamente, lo aveva morso, preso da una furia insensata aveva tentato di picchiarla. Solo Merlino glielo aveva impedito. Uther ebbe un fremito di disgusto per il proprio comportamento, bruciando di vergogna malgrado la pioggia sferzante. Da quel momento in poi, ridusse l'andatura e si mise a riflettere profondamente come non faceva da anni, senza autoindulgenza,
guardando in faccia l'amara verità. Sua madre era malata, forse morente, e lui si era sottratto al dovere di tornare a casa, cercando inutilmente di convincersi che il suo posto era a Camelot. Per questo quella notte aveva cercato di distrarsi nella stanza dei giochi con ragazze compiacenti, ma nemmeno loro erano riuscite a fargli dimenticare il suo comportamento abominevole e il tradimento verso se stesso rifiutandosi di tornare nella tetra e inospitale Cambria e a Tir Manha, alla patria che non amava e alle persone che disprezzava per la loro cupa intolleranza e intransigenza. Si rese conto con orrore che a causa di quelle fisime assurde e ingiustificabili non era stato vicino a sua madre nel momento del bisogno, e si interrogò, non per la prima volta, sull'ostinata, profonda insensibilità che talvolta guidava le sue azioni, malgrado tutti gli stimoli che provenivano dalla parte migliore della sua natura. Fu lungo e triste il viaggio verso Tir Manha, e Uther non avrebbe mai dimenticato il sollievo quasi doloroso che aveva provato al suo arrivo scoprendo che Veronica era guarita dalla sua infermità. La sua vergogna, però, non svanì, anzi si accrebbe enormemente quando, molte settimane dopo, venne a sapere ciò che era accaduto a Camelot dopo la sua partenza. Uther sapeva con assoluta certezza che se la sua esplosione di rabbia non avesse spinto la ragazza a fuggire terrorizzata nella notte, lei non avrebbe incontrato colui o coloro che dopo averla brutalizzata, violentata e sodomizzata l'avevano abbandonata malconcia e sanguinante, sicuri di averla uccisa. Il disgusto che provava nei confronti di se stesso era tale che non fu in grado di difendersi dai sospetti di Merlino sulle sue responsabilità in quella vicenda. Dal suo punto di vista, lui era stato responsabile della fuga della ragazza. Ma il fatto che suo cugino potesse crederlo colpevole di un'infamia così grave come quella perpetrata con il favore delle tenebre sulla povera trovatella, lo aveva addolorato e rattristato in modo inimmaginabile. Quel dolore lo avrebbe perseguitato per tutta la vita, e proprio per questo Uther non si sarebbe mai imposto consapevolmente su un altro membro della famiglia di Cassandra. Per quanto irrefrenabili potessero essere i suoi appetiti, li avrebbe indirizzati altrove. Ygraine, dal canto suo, non aveva simili scrupoli, ma non aveva nemmeno desideri sessuali... o almeno, così credeva. Avrebbe
considerato ridicola l'idea di abbandonarsi ai piaceri del sesso con chiunque, figuriamoci con il suo rapitore cambriano. Da quasi tre anni Ygraine di Cornovaglia non stava con un uomo, e credeva di essersi liberata per sempre della necessità di conoscerne un altro. I pochi rapporti fisici che aveva avuto con suo marito erano stati così depravati e disgustosi da terrorizzarla e segnarla profondamente. Dentro di sé, Ygraine aveva finito col ritenere che nessun uomo potesse essere attratto da lei dopo che suo marito l'aveva insozzata, e nello stesso tempo si era convinta che tutti gli uomini erano come lui, e che a nessuno avrebbe mai più concesso l'opportunità di trattarla in quel modo. Eppure i due erano destinati ad amarsi, e mesi dopo avrebbero ammesso di comune accordo che il dado fu tratto nel corso del primo pomeriggio, mentre illustravano a Herliss il piano escogitato per salvargli la vita. L'intimità creata dalla cospirazione li aveva avvicinati mentalmente e fisicamente, rendendoli acutamente consapevoli l'uno dell'altra; fu come la fiammata che avvolge e consuma una falena volata troppo vicina a una candela accesa: una svolta del tutto inaspettata che li sorprese entrambi impreparati e li travolse, stringendoli in un abbraccio fatale. Eccitato dal loro progetto, a un certo punto Uther strinse d'impulso il braccio di Ygraine, allentando quasi istantaneamente la pressione senza ritrarre la mano mentre le parlava e guardandola negli occhi. Fu allora che lei si rese conto per la prima volta del desiderio che la infiammava. «Funzionerà. Herliss ha accettato di partecipare. Ora dobbiamo lavorarci, tutti e tre... ma con prudenza. La cosa peggiore che possa capitare è che qualcuno scopra cosa stiamo architettando.» Ygraine seguitò a guardarlo mentre lui illustrava le successive mosse, ma capì a malapena quello che diceva, poiché era rimasta folgorata, sconvolta, completamente frastornata dall'improvviso contatto della mano di Uther sul suo braccio. Tutte le reazioni che le sarebbero parse normali erano state spazzate via istantaneamente dalle incredibili sensazioni che il tocco di quella mano aveva scatenato nel suo corpo, sia pure attraverso la stoffa della manica. Aveva la pelle d'oca, i capezzoli turgidi, la gola stretta al punto da
non poter respirare, e un ronzio nella testa che le dava la nausea. Spaventata da quelle sensazioni tumultuose, Ygraine si rese conto con angoscia che un acceso rossore le aveva invaso il volto. Se n'erano accorti? Com'era possibile che non l'avessero notato? Ma Uther ed Herliss erano immersi nella loro discussione, e a poco a poco il battito del suo cuore rallentò, il suo respiro si calmò fino a diventare quasi normale, e Ygraine sentì il rossore svanire finché non fu certa che i due uomini potessero osservarla senza vedere nulla di diverso dal normale. Dentro di sé, tuttavia, Ygraine si sentiva tutt'altro che normale. Mai in vita sua era stata travolta da un ardore così inaspettato, e l'esperienza aveva scosso la sua sicurezza spingendola a dubitare delle sue stesse emozioni. Durante la sua permanenza alla Fortezza Bianca di Herliss, Ygraine era stata casta, ma ora quella violenta ondata di emozioni le faceva capire che aveva una ben scarsa conoscenza del proprio corpo e delle sue esigenze. Respirò profondamente, poi cercando di assumere un'aria naturale e disinvolta riportò lo sguardo sui suoi compagni. I due erano impegnati a definire i dettagli della fuga, tentando di conciliare le proprie esigenze e necessità con la realtà che si trovavano di fronte. Dovevano organizzare la sparizione, in silenzio e di nascosto, di circa cinquanta persone, quasi tutte appiedate. Solo Herliss, la regina e Dyllis avrebbero avuto a disposizione un cavallo; gli altri, per lo più membri della guardia personale di Ygraine, sarebbero andati a piedi com'erano soliti fare. Paradossalmente, in questo caso tutte le normali difficoltà di una fuga sarebbero state rovesciate. I consueti problemi da affrontare nel caso di un'evasione in massa stavolta non avrebbero comportato la minima difficoltà, dato che si trattava di un piano preordinato. La vera difficoltà, che rasentava l'impossibile, consisteva nel tenere segreta la sua vera natura alle stesse persone che avrebbero dovuto scappare. «Non possiamo permetterci di sottovalutare Popilio Cirro in tutto questo» stava dicendo Uther a Herliss quando Ygraine riprese ad ascoltare. «Chi? Quel tizio che è arrivato questa mattina con le tue truppe?» «Sì. Popilio è un'ottima persona - la migliore - ma non è
esattamente uno dei miei, ed è un uomo all'antica, come i vecchi romani.» «Che intendi dire?» «Popilio è l'ufficiale anziano di Camelot, il militare di più alto rango in tutto il loro esercito. Nelle legioni romane lo avrebbero definito primus pilus, Prima Lancia, e a dire la verità, è così che lo chiamano a Camelot. Da ragazzo ha effettivamente prestato servizio nelle legioni con mio zio Pico Britannico, in Asia Minore, quando Pico era legato di cavalleria agli ordini di Stilicone... Hai sentito parlare di Stilicone, vero?» «Sì, credo di sì, molto tempo fa. Non era l'imperatore?» «Quasi. Era reggente imperiale dell'imperatore Onorio.» «E... che significa?» «Reggente imperiale? Indica un monarca temporaneo, che governa in nome di un imperatore troppo giovane per farlo da solo. Stilicone lo divenne dopo la morte di Teodosio, quando il figlio dell'anziano imperatore, Onorio, era ancora un bambino. Ma non gliene venne un gran bene. Appena Onorio fu abbastanza grande da salire al trono, si liberò di tutti i suoi ex amici e sostenitori, e fece assassinare Stilicone assieme a tutti gli altri. Avrebbe ucciso anche zio Pico se lui non fosse riuscito a sfuggirgli e a tornare qui in Britannia, quando Merlino e io avevamo sette anni. Portò con sé un piccolo gruppo di amici, e Popilio Cirro era il più giovane, poco più che un ragazzo. Ma per quanto giovane fosse, aveva salvato la vita di Pico ed era rimasto accanto a lui durante la fuga, così Pico lo addestrò personalmente dopo aver assunto la carica di comandante in capo di Camelot. Ora Popilio risponde esclusivamente al legato comandante, e la sua lealtà fa di lui un pericolo per noi...» «Perché?» Ygraine intervenne per la prima volta, stupita di non avvertire un tremito nella propria voce. Uther si voltò verso di lei. «Per causa tua, signora. Non ha idea della tua vera identità, e penso che sarebbe sciocco rivelargliela.» «Per quale motivo?» «Be', tanto per cominciare, potrebbe opporsi alla tua liberazione,
e probabilmente lo farebbe, anche se io tentassi di convincerlo. Considera le cose dal suo punto di vista. Io sono suo alleato in questa guerra, ma le mie priorità e le sue, quelle della Cambria e quelle di Camelot, potrebbero non coincidere. Tu sei un bottino prezioso, la sposa del comandante in capo del nemico. Popilio troverebbe assurdo lasciarti andare, e mi considererebbe un pazzo o addirittura un traditore perché ho accettato il tuo piano di fuga. Ma anche ammesso che fosse d'accordo con noi e facesse tutto ciò che gli chiediamo, sarebbe pur sempre obbligato a fare rapporto sulle mie azioni, una volta tornato a Camelot. E una volta consegnato quel rapporto, addio al nostro segreto! Non si può impedire che informazioni di questo tipo trapelino, una volta rivelate, e Lot ha spie e informatori ovunque, persino a Camelot, perché quel luogo è sempre pieno di stranieri che vanno e vengono. Credimi, in un modo o nell'altro Lot lo verrebbe a sapere in pochi giorni, quindi è meglio non dire nulla a Popilio. Abbiamo già mandato una regina a Camelot. Lasciamogli credere che sia quella vera. Entro questa settimana partirò con lui per un'incursione sulle coste meridionali, come avevamo preventivato. Per allora, dovete aver organizzato tutto. Tratterete esclusivamente con i miei uomini, i Dragoni di Cambria. Mentre sarò via, lasciando qui solo un piccolo presidio, tu e i tuoi fuggirete e vi dirigerete a nord-ovest, evitando assolutamente Lagan. Popilio non saprà niente di fughe o di evasioni, e se dovesse chiedermi dove sono le mie prigioniere, gli dirò che le ho rimandate a casa. Io non faccio la guerra alle donne. Popilio lo sa.» "Il mio signore non fa guerra alle donne". Ygraine ricordò il disprezzo con cui aveva accolto quelle parole quando Huw Fortebraccio le aveva pronunciate, e fu scossa da un brivido. Uther le lanciò un'occhiata. «Hai freddo, donna Ygraine? Stai tremando.» «No» disse lei raddrizzandosi e scuotendo la testa con decisione. «Bene, non c'è altro?» Uther si rivolse a Herliss. «Sai cosa fare d'ora in poi?» Herliss emise un brontolio di assenso, e Uther proseguì. «Ottimo. Ora ti riaccompagno ai tuoi quartieri, e questo pomeriggio parlerò con i miei uomini. Discuterai tutti i tuoi accordi con Nemo, il
soldato più leale e affidabile che ho. È con me da anni, fin da quando eravamo entrambi dei monelli. Gli dirò di assegnarti due guardie, Cadwyn e Lohal, e almeno uno di loro ti starà accanto continuamente d'ora in poi, giorno e notte. Ma considerali dei messaggeri scelti, non delle guardie. Sono assolutamente fidati. Faranno da tramite fra me e la regina... e te, naturalmente. Tutti penseranno che sei stato messo sotto stretta sorveglianza per qualche trasgressione, quindi sarà meglio che escogiti una buona spiegazione, perché qualcuno sicuramente ti chiederà il motivo di questa improvvisa promozione...» Poco dopo la partenza dei due uomini, Dyllis tornò dalla sua lunga passeggiata, quasi senza fiato per l'eccitazione prodotta dal gran numero di uomini giunti nell'accampamento. Ygraine aveva saputo da Uther che Popilio Cirro aveva portato con sé un migliaio di uomini, ma non aveva mai visto mille persone riunite in un solo posto e non riusciva nemmeno a immaginare che effetto potesse fare un simile assembramento. Le era stato detto spesso che suo padre, re Athol, poteva riunire mille guerrieri del suo clan e metterli in campo in tre giorni, ma per quel che ne sapeva, non l'aveva mai fatto. E suo marito, Lot, che ingaggiava migliaia di uomini mettendo insieme eserciti di mercenari in continuazione, non aveva mai osato riunire una folla così grande, potenzialmente ostile e incontrollabile. Dyllis le raccontò che dietro il loro alloggio erano sorte file e file di tende militari abbastanza grandi da ospitare ciascuna quattro uomini distesi uno accanto all'altro, disposte in griglie fino a occupare l'intero pendio della collina sulla sponda meridionale del fiume. Le tende erano collocate in modo da trovarsi a una distanza rigorosamente fissa l'una dall'altra, e tra questi blocchi regolari c'erano spazi più ampi che fungevano da strade, larghe a sufficienza da accogliere colonne di dieci fanti o di quattro cavalieri affiancati. Dyllis era stata accompagnata dalle due guardie in servizio quel giorno, Cavan e il più anziano Derek lo Sfregiato, così chiamato per la spettacolare cicatrice che gli attraversava il lato sinistro della faccia, una ferita da coltello che andava da oltre il sopracciglio fino all'angolo della bocca. In qualche modo il colpo, per quanto
violento, era stato abbastanza superficiale da non intaccare il globo oculare, limitandosi a incidere la palpebra. Aveva però reso insensibile quel lato del volto di Derek, paralizzandogli la guancia e lasciandogli chiazze di peli grigi al posto del sopracciglio e dei baffi. Derek lo Sfregiato era un veterano, uno dei primi Dragoni di Uther. Cavan, invece, era più giovane e molto più avvenente con il suo viso liscio, gli occhi chiari e la dentatura bianca e solida. Aveva spalle larghe, mani e braccia quasi glabre e muscolose. Cavan non aveva mai parlato a Dyllis fino a quel giorno, ma entrambe le donne sapevano che era fortemente attratto da lei, poiché fin dal primo giorno era stato praticamente incapace di toglierle gli occhi di dosso mentre lei attendeva alle sue occupazioni. Ci avevano persino riso sopra, ma ora Ygraine si rese conto che anche la sua compagna non era rimasta insensibile al fascino dell'uomo. Mentre Dyllis continuava a chiacchierare, ignara del fatto che la sua regina aveva smesso di ascoltarla, Ygraine le dava le spalle e pensava a Uther Pendragon che le sorrideva a capo scoperto con un'espressione che poteva sembrare beffarda eppure non lo era. Risentì la sua voce che le diceva "Signora?" in tono ridente e le venne la pelle d'oca. Rivide la sua mano che si tendeva verso di lei, le dita lunghe e forti, i ciuffetti di peli neri sulle nocche, e un brivido di piacere le fece mancare il fiato. Ygraine trasse un respiro brusco e profondo, esortandosi a pensare ad altro. Sapeva che Uther non coltivava pensieri analoghi nei suoi confronti. Da tempo aveva imparato a riconoscere i più piccoli segnali di interesse negli uomini che le stavano attorno, e sapeva come ignorarli e scoraggiarli. In Uther Pendragon non aveva visto né intuito la minima traccia di attrazione verso di lei. «Ygraine, mia signora?» Di colpo si rese conto che Dyllis le stava parlando, e si voltò verso la compagna scacciando quei pensieri pericolosi. Ma non riusciva a mantenere la sua presenza di spirito ascoltando le espressioni entusiastiche di Dyllis a proposito del giovane Cavan. Di colpo l'aria le pareva umida e afosa e si sentiva soffocare dentro la tenda di comando. Aveva voglia di uscire a passeggiare all'aria aperta. Spedì l'amica nella sua stanza a rammendare uno scialle strappato, senza
preoccuparsi di ferire i suoi sentimenti, e uscì sulla soglia, pregando Cavan di accompagnarla da Uther. Uther non era nella sua tenda e non c'erano guardie all'esterno, ma sapendo che non doveva essere lontano Ygraine decise di aspettarlo. Congedò Cavan dicendogli di tornare al suo posto, e quando il giovane si mostrò non troppo felice di lasciarla fuori dalla tenda del re, senza sorveglianza, gli sorrise e gli domandò se temeva che rubasse qualcosa o che progettasse di fuggire in pieno giorno con tutti quei soldati in giro. Cavan annuì e se ne andò, imbarazzato e turbato dall'ironia della donna. Rimasta sola, Ygraine incrociò le braccia sul petto e si guardò intorno. Non c'era posto per sedersi, ma poiché le fronde degli alberi rinfrescavano l'aria con la loro piacevole ombra, indugiò fuori dalla tenda guardando verso occidente. Una densa nube temporalesca incombeva nel cielo per miglia: una minacciosa colonna color azzurro cupo, nero e porpora, squassata da inquietanti bagliori giallo-bruni. Ygraine la osservò a lungo, tentando di capire in quale direzione si muoveva e domandandosi se il vento l'avrebbe spinta via o se sarebbe venuta più vicina, rovesciando il suo fardello sopra di loro. Era ancora lì con la testa alzata e gli occhi chiusi, il respiro lento e profondo, quando arrivò Uther. Ygraine sentì i suoi passi che si avvicinavano e aprì gli occhi, appena in tempo per assistere a uno di quei momenti il cui ricordo non abbandona più coloro che li hanno vissuti. Uther era a meno di quattro passi da lei con un'espressione piacevolmente sorpresa negli occhi, nell'atto di alzare la mano in un gesto di saluto o di domanda, quando un lampo improvviso parve materializzarsi proprio in mezzo a loro inondando il mondo di una luce bianca e accecante, un'esplosione netta eppure stranamente muta, come lo schiocco silenzioso di un'enorme frusta. Entrambi avvertirono fisicamente la violenza della scarica che li lasciò storditi e spaventati, riempiendo le loro narici di uno strano odore quasi sulfureo, come se l'aria stessa fosse rimasta scottata. E poi, prima che potessero riprendersi, un diluvio di pioggia gelata li investì, inzuppandoli all'istante e lasciandoli senza fiato. Uther fu il primo a riaversi. Venne verso di lei, la sollevò fra le sue braccia come fosse un fuscello e in tre passi la mise al riparo sotto la
tenda. Appena furono al sicuro all'interno, la depose a terra e fece per ritrarsi, ma Ygraine si aggrappò a lui con un gemito, tremando per quello che lui credette terrore, e che in realtà non era che l'improvviso scatenarsi di quell'ardente desiderio che l'aveva assalita poco prima. Uther la tenne goffamente fra le braccia, conscio della dolce flessuosità di quel corpo femminile sotto la stoffa leggera dell'abito e della pressione delle cosce di Ygraine contro le sue, domandandosi stupidamente cosa fare. I suoi occhi non si erano ancora ripresi dal bagliore accecante del fulmine caduto così vicino a loro, e ciò che restava del suo udito era sopraffatto dal rumore della pioggia battente sul tetto di pelle sopra la loro testa. Ygraine si mosse di nuovo, e Uther percepì distintamente la pressione delle sue gambe contro di lui. Si schiarì la gola, imbarazzato, e tentò una seconda volta di staccarsi da lei, ma Ygraine si strinse a lui ancora più forte e Uther si arrestò, rimpiangendo di non aver avuto la preveggenza di indossare la sua armatura, o almeno una corazza di cuoio e una cotta che impedissero alle morbide curve della donna di premersi contro il suo corpo. Per la prima volta da quando l'aveva catturata, era acutamente consapevole della sua femminilità, e posandole una mano sulla nuca le premette dolcemente il volto contro la sua spalla. Ma proprio in quel momento lei rovesciò il capo all'indietro e lo guardò con i suoi occhi immensi, socchiudendo le labbra come se volesse dirgli qualcosa. Uther si chinò su di lei per ascoltare, ma Ygraine continuò a fissarlo in silenzio, abbandonandosi ancor di più al braccio che la cingeva e spingendo la parte inferiore del corpo contro di lui in un movimento deliberato e inequivocabile. Infiammato da quel contatto, Uther capì che doveva allontanarsi da lei. Con la mano libera tentò di sciogliersi dall'abbraccio, ma lei si alzò in punta di piedi, gli prese la testa fra le mani e lo attirò a sé offrendogli la bocca e insinuando la lingua fra le sue labbra. La sorpresa di Uther - rapida, sconvolgente ed enorme - svanì in un attimo di fronte alla realtà incalzante di ciò che stava accadendo. In pochi battiti del cuore fu perduto, tutta la sua fermezza e le sue nobili intenzioni spazzate via dall'imprevedibilità dell'evento e dal calore umido e vivo di quelle labbra.
Ygraine, da parte sua, aveva perso tutto il suo autocontrollo nell'attimo stesso in cui Uther l'aveva presa in braccio sotto la pioggia, e nella fulminante, vorace bellezza di quel primo bacio, per un breve attimo si diede della pazza per aver pensato di poter vivere senza ciò che stava provando in quel momento. Arrendendosi definitivamente al turbine di emozioni che la assalivano, gli cinse le braccia intorno al collo e si abbandonò completamente, facendogli perdere l'equilibrio; ma Uther riuscì a rimanere in piedi e dopo una rapida occhiata in giro la trascinò verso il robusto tavolo sul quale erano posati il catino e la brocca. Sgombrato il mobile, vi distese Ygraine stringendola alla vita e cercando nuovamente le sue labbra, e in pochi istanti lei si ritrovò nuda con le gambe serrate intorno ai fianchi di Uther, mentre lui la possedeva. Fu un amplesso breve e violento, accompagnato dal tambureggiare della pioggia e salutato al suo apice da un coro incessante di tuoni. Alla fine Uther rimase chino sopra di lei, tremante, con la fronte posata sui suoi seni, mentre Ygraine, con il capo rovesciato oltre il bordo del tavolo, gli accarezzava i capelli bagnati sulla nuca cullandolo dolcemente e ritmicamente tra le ginocchia. Lui sospirò e si sollevò su un gomito, allungando l'altro braccio per accarezzarle la nuca. «Signora,» disse, ancora ansimante «non sapevo che sarebbe successo questo.» «So che non lo sapevi. Non lo sapevo nemmeno io, fino a oggi.» «Oggi? Quando?» «Prima, quando mi hai preso il braccio.» «Quando ti ho... non mi sembra di averti preso il braccio. Ah, sì, ora ricordo. Cosa c'era di speciale in quel gesto?» Lei gli sorrise. «Era... significativo, e non dirò nulla di più. Ah!...» Emise un piccolo gemito quando lui ritrasse senza preavviso il pene ormai floscio. Lui brontolò e si accostò come se volesse penetrarla di nuovo malgrado fosse troppo presto, e lei si strusciò contro di lui. «Ancora» mormorò. «Voglio farlo ancora.»
Lui annuì, con finta gravità. «Fra non molto sarà possibile.» «E poi ancora.» Lui sorrise e scosse la testa. «Ma io ho delle cose da fare, signora, che riguardano il tuo piano. Mi hai affidato dei compiti, e non ho ancora avuto tempo di svolgerli. Non ho ancora parlato con Popilio Cirro...» Tacque, riflettendo. «Ma potrei parlargli stasera nel refettorio, quando andremo a mangiare...» «No.» Lei si inarcò voluttuosamente sotto di lui. «Vacci ora, parlagli in fretta, fa tutto il resto che devi fare e poi torna qui da me.» Lui piegò la testa con un sorriso malizioso. «Credevo che volessi rimanere sola stanotte.» «Lo volevo e lo voglio ancora, stupido. Voglio rimanere sola con te.» «Davvero? È magnifico. Quasi incredibile, a dire il vero, ma sono felice di sentirtelo dire. Ancora un bacio, poi andrò a tranquillizzare il vecchio Cirro. Dopo non mi resterà altro da fare che dire a Nemo che non voglio essere disturbato e sarò di ritorno.» «Bene, allora baciami e va'. Aspetta! Ma che succede? Oh, che rapidità...» «Incredibile, vero? Devo portarlo con me o lasciartelo qui?» «Mmm... lasciamelo, ma giurami che tornerai a riprenderlo.» «Tornerò, mia signora, te lo giuro. Entro un'ora. Devo portarti qualcosa da mangiare? Avrai fame più tardi?» «No, non ce n'è bisogno. Può darsi che mi venga fame più tardi, ma solo di te e di quello che mi dai... Ora va', e torna presto. Io andrò a letto e ti aspetterò.» «Non è necessario, ti porto io a letto. Aggrappati a me.» Ygraine allacciò le dita dietro la sua nuca gemendo appena quando lui la penetrò, poi Uther la sollevò dal tavolo agganciandole le ginocchia con le braccia e così impalata la condusse fino al letto, dove alla fine la lasciò in attesa del suo ritorno.
XII. Quella lunga notte di piacere con Ygraine, iniziata e conclusa alla luce del giorno, fu la prima delle sole quattro occasioni in cui i due riuscirono a stare insieme, e l'ultima non si sarebbe presentata che dopo la nascita del loro bambino, Artù. Al mattino Uther la lasciò sola e senza sorveglianza per un tempo brevissimo, perché aveva un altro appuntamento con Popilio Cirro e sapeva che se non si fosse presentato, l'ufficiale sarebbe venuto a cercarlo. Così soffocò la sua rabbia per essere costretto ad alzarsi e ad abbandonarla nel letto, riconoscendo, come sempre, che il suo dovere aveva la precedenza su ogni altra cosa. Quando, poco dopo, entrò nella tenda di Cirro era l'incarnazione del classico comandante di cavalleria di Camelot, rivestito della sua lucente armatura. Uther confermò a Popilio Cirro che nulla impediva loro di partire entro trentasei ore per l'incursione che avevano pianificato più di un mese prima a Camelot. Le sue truppe erano accampate in quella valle da più di una settimana, da quando avevano catturato la regina e il suo seguito, ma in tutto quel tempo i suoi esploratori non avevano trovato tracce di attività degli uomini di Lot nel raggio di una giornata di viaggio a cavallo, che equivaleva a quasi due giornate di marcia a piedi. Popilio ne fu sorpreso ma soddisfatto e non fece nulla per nascondere il suo sollievo. I suoi mille uomini erano una presenza ingente, pressoché impossibile da nascondere, e la necessità di penetrare in profondità in quel territorio ostile senza che venissero individuati gli aveva causato una grande preoccupazione. Per questo li aveva obbligati a marce notturne fin da quando avevano abbandonato la strada a ovest di Isca, e quell'esperienza così dura e punitiva non era stata piacevole per nessuno, soprattutto nelle notti senza luna in cui l'oscurità era assoluta e ogni buca nel terreno poteva provocare gravi incidenti e danneggiare piedi e caviglie. Era comunque riuscito a far passare i suoi uomini senza che venissero intercettati, e per ricompensarli li aveva messi tutti in libertà per
l'intera giornata avvertendoli di presentarsi all'alba dell'indomani per l'addestramento, che sarebbe stato particolarmente intenso in preparazione della spedizione prevista per il giorno successivo. Quando Uther lo lasciò, si erano messi d'accordo non solo sulle esercitazioni che le loro forze combinate avrebbero compiuto il giorno dopo - esercitazioni che prevedevano un assalto della cavalleria e degli arcieri di Uther alle due coorti di Cirro - ma anche sulla formazione di marcia per la spedizione. Metà dei Dragoni di Uther avrebbe formato un'avanguardia precedendo il corpo di fanteria principale e l'altra metà avrebbe cavalcato in retroguardia, mentre gli arcieri di Pendragon si sarebbero disposti sui due lati della colonna principale secondo una linea di marcia diritta e larga non meno di duecento passi in ogni punto. Contento di aver sistemato tutto e di aver congedato in precedenza le guardie di sorveglianza, Uther entrò nella tenda slacciandosi le cinghie dell'armatura e si bloccò appena passata la soglia, sbalordito. A confronto con il sole sfolgorante del tardo pomeriggio, l'interno della grande tenda di pelle sembrava buio, eppure in alcuni punti rifulgeva di un bagliore accecante. Lame di luce intensa filtravano da tre aperture sul tetto della tenda, facendo apparire il resto dell'ambiente molto più oscuro di quanto fosse in realtà. Poi, con la vista ancora offuscata da quel curioso effetto, Uther individuò il letto che era stato realizzato al centro della tenda. Ygraine aveva disteso uno strato di paglia intrecciata sopra un telo di cuoio robusto, e in cima aveva disposto affiancati i sottili pagliericci delle due brande. Sopra quei materassi di paglia aveva accumulato delle pelli utilizzate come coperte militari, trovate nei quattro bauli della tenda. Lo sguardo di Uther colse tutto questo in un istante prima di posarsi sulla regina che sedeva immobile su una delle due sedie accanto al letto, trasformata dalla colonna di luce che pioveva alle sue spalle in una sorta di fantasma indistinguibile. Uther non riuscì a capire cosa indossava, ma si rese conto che era completamente avvolta in un indumento che ne mascherava e irrigidiva le curve. Ygraine non accennò ad alzarsi e non disse nulla, limitandosi a
guardarlo, e lui, dopo essersi levato l'elmo, si produsse in un leggero inchino di fronte a lei. «Sei una dea o una regina? E se sei una regina, chi è stato a preparare il letto?» Ygraine si alzò e Uther si accorse che aveva addosso semplicemente un leggero lenzuolo che le copriva le braccia e le spalle ricadendo a terra dietro di lei. Ora che era in piedi, la sua squisita figura si distingueva nitidamente in controluce. «Sono stata io a preparare il letto» disse a bassa voce. «E non sono né una regina né una dea. Sono una donna, e quelle brande sono decisamente troppo strette.» Lasciò cadere gli angoli del lenzuolo che si afflosciò per terra senza rumore, mentre il sole le accarezzava i morbidi contorni dei fianchi, delle spalle e del collo. Gli occhi di Uther si stavano rapidamente adattando alla luce, e quando la videro distintamente per la prima volta il battito del suo cuore accelerò. Nel silenzio assoluto della tenda, l'uomo tentò di deglutire e scoprì di avere la bocca completamente asciutta. Trasse un profondo respiro e trattenne il fiato contando fino a cinque, poi fece per avvicinarsi a lei, ma l'intera armatura emise un sonoro scricchiolio e l'elsa della spada tintinnò battendo contro il bordo della corazza. Uther si fermò di colpo, afferrando il fodero della spada e del pugnale perché non facessero rumore, e si rese conto che non era in condizione di approfittare della nudità di Ygraine. Lei colse la sua espressione e sorrise, coprendosi i seni con le mani. «Ti stavo aspettando, pensando a questo momento e a come ti avrei accolto...» Il suo sorriso si accentuò. «Invece ho sbagliato tutto. Chi poteva immaginare che saresti tornato con l'armatura? Temi di essere in pericolo qui, re Uther? Non ti attaccherò, te lo prometto.» Coprendosi il seno con un avambraccio abbassò la mano per nascondere lo scuro triangolo fra le cosce. «Almeno finché hai indosso quella gelida corazza e tutte quelle armi, fibbie e cinture.» Negli attimi che seguirono, Uther ebbe l'impressione di non ricordare più nulla del sistema che aveva imparato per togliersi l'armatura con rapidità ed efficienza, e pensò che all'inizio del suo
addestramento si sarebbe meritato lunghi periodi di punizione se avesse buttato i pezzi per terra con l'incuria e l'impazienza che mostrava in quel momento. Non si era mai comportato in quel modo, ma non aveva mai avuto di fronte a sé una simile ricompensa, che per di più lo rimproverava per la sua lentezza. Libero infine dei suoi indumenti, Uther si avvicinò a Ygraine che era rimasta immobile a guardarlo mentre si spogliava, senza fare un gesto per aiutarlo a privarsi delle armi o dell'armatura. Ma appena il suo piede nudo sfiorò il pelo caldo e liscio di una delle coperte, la sua sicurezza svanì di colpo e si fermò, confuso e imbarazzato, fissandola negli occhi. Lei ricambiò il suo sguardo con un'espressione serena e leggermente divertita sul volto. «Che succede, re Uther?» disse, quasi in un sussurro. «Sua maestà si ferma davanti a quello che desidera? Vieni, sire, e prendi ciò che ti appartiene.» Lentamente, dolcemente, Uther le posò le mani sui fianchi e la attirò a sé, chinandosi per prenderle la bocca e scacciando l'immagine di Merlino Britannico e di sua moglie Deirdre che subito gli era balenata nella mente. Lei gli cinse il collo con le braccia, e per lui non ci fu più nulla se non l'umido tepore di quelle labbra che si chiudevano sulle sue. Ygraine si abbandonò nelle sue braccia, ma questa volta lui non la sorresse e si lasciò trascinare sul letto dal suo dolce peso. La lasciò a malincuore prima che il sole fosse giunto allo zenit, facendola scortare con discrezione fino alla sua tenda, e fu costretto a dedicare un po' di tempo ai comandanti della fanteria, della cavalleria e degli arcieri per accertarsi che fossero tutti pronti per la marcia dell'indomani e per la campagna che stava per iniziare. Alla fine del pomeriggio si incontrò di nuovo brevemente con Ygraine ed Herliss nella tenda del re, mentre Dyllis veniva mandata a distrarsi insieme al giovane Cavan, e i due amanti si trovarono così a proprio agio nella loro nuova intimità che non ebbero difficoltà a tenerla nascosta al vecchio comandante. Discussero gli ultimi sviluppi del piano di fuga, e Uther ripeté loro ciò che aveva detto esattamente al soldato Nemo. L'indomani, alla partenza del grosso delle truppe, Nemo sarebbe rimasta
nell'accampamento con un piccolo presidio di Dragoni per sorvegliare i prigionieri rimasti e la guardia personale della regina e garantire la loro sicurezza fino al ritorno di Uther. Poi, nei giorni immediatamente successivi, avrebbe finto insieme a quattro compagni scelti di farsi corrompere da Herliss in cambio di oro e gioielli. I cinque si sarebbero assunti il compito della guardia notturna e col favore del buio, mentre gran parte dei loro compagni erano assopiti, avrebbero aggredito e immobilizzato uno alla volta quelli che montavano la guardia con loro e poi quelli che stavano dormendo, prima di liberare Herliss e la guardia della regina. Uther rassicurò i suoi compagni che tutto sarebbe filato liscio, poiché nessuno dei suoi uomini avrebbe fatto resistenza al momento di essere "sopraffatto". Alasdair Mac Iain e la guardia della regina sarebbero rimasti all'oscuro di tutto ciò, naturalmente. Avrebbero visto solo i risultati. Nemo e i suoi quattro compagni sarebbero scomparsi insieme ai fuggitivi, e subito dopo le sentinelle "legate" si sarebbero liberate riprendendo i loro compiti di difesa dell'accampamento. Giunti nei pressi della costa, Nemo e gli altri quattro avrebbero abbandonato il gruppetto di fuggiaschi sostenendo di volersi imbarcare su una nave diretta in Gallia, ma una volta soli sarebbero immediatamente tornati all'accampamento. Herliss annuì ripetutamente durante quel discorso, chiaramente impressionato dall'accuratezza di Uther e rassicurato da tutti i dettagli del piano. Al termine della discussione, Uther si scusò con Herliss e Ygraine e andò a farsi consegnare dal capocuoco un pesante cesto coperto contenente selvaggina e pollo appena cotti, una grossa forma di pane fresco, un formaggio di capra e un involto con fette di mela essiccate al sole. Una brocca di birra, sigillata con la cera, e due boccali di terracotta si aggiunsero al sostanzioso peso del cesto. Quando Uther tornò alla tenda, Herliss era uscito e Ygraine lo stava aspettando. Mangiarono tranquillamente e senza interruzioni, gustando la cena e la birra, e quand'ebbero finito Uther andò a chiudere con cura i teli all'ingresso della tenda. Poi, con gesti quasi rituali ed evitando di toccarsi, ricrearono il loro letto, prolungando intenzionalmente l'attesa per far crescere la
loro eccitazione. Quando il letto fu pronto lui tentò di baciarla, ma Ygraine lo tenne a distanza ancora un po' mentre si spogliava, invitando anche lui a fare altrettanto. Dopo essersi divorati con gli occhi, si adagiarono sul letto e fecero l'amore in continuazione, con brevi pause per recuperare le forze e bisbigliare fra di loro, finché più di tre ore dopo non scese il buio. Dormirono un po' di più quella seconda notte, ma non molto. Per due volte Ygraine lo svegliò sfiorandolo con le labbra e con dita vogliose, e per due volte lui la penetrò dolcemente mentre lei dormiva, strappandola a poco a poco al sonno con le sue carezze. Prima dell'alba Uther si alzò e andò a lavarsi imponendo a Ygraine di stargli lontana, poiché entrambi sapevano che era una tentazione per lui averla accanto mentre era nudo. La regina lo aiutò a indossare l'armatura, fece scivolare la lunga spada di cavaliere nell'anello di ferro sulla schiena e gli porse l'elmo, mentre lui spiegava l'ampio mantello da guerra rosso con il drago dorato e se lo posava sulle spalle, assicurandolo con il fermaglio. Quando fu pronto, Uther rimase davanti a lei a capo scoperto, reggendo l'elmo col braccio sinistro, e Ygraine gli circondò la vita con le braccia lasciando che il mantello le ricadesse sulle spalle e sulla schiena. Era nuda e aveva sulla pelle l'odore del loro amore. Lui la baciò e abbassò lo sguardo su di lei. «Ebbene, mia signora, ci rivedremo?» Lei sollevò il capo e lo fissò. «Se farai bene e in fretta la tua parte, liberando la Cornovaglia da Gulrhys Lot, allora, sire, ci rivedremo.» «Liberando la Britannia da Gulrhys Lot, vorrai dire. La sua perniciosa influenza non si limita alla Cornovaglia. Non temere, mia signora, farò la mia parte.» «E io la mia. Non so come, ma ti farò avere notizie tramite un messaggero fidato ogni volta che sentirò dire qualcosa che ti possa essere utile a contrastare Lot e le sue mire... Per la prima volta in vita mia vorrei saper leggere e scrivere, così potrei raccontarti nelle mie lettere tutto ciò che mi passa per la mente. Ma in Eire non ho mai imparato. Scrivere dev'essere un'abitudine romana.» Uther sbuffò. «Infatti. Io ho imparato, ma non molto bene. Leggo
ma non scrivo mai, anche se saprei farlo, credo, se fossi costretto. È Merlino lo scrivano di famiglia.» «Quindi dovrò accontentarmi di mandarti messaggi orali, mandati a memoria.» «Il ricordo della tua bocca renderà più sopportabile l'attesa.» Lei corrugò la fronte, pensosa. «Come ti ho detto, non so quando questo accadrà, Uther, né chi potrebbe essere il mio messaggero, ma in qualche modo mi farò viva. E se mai tu giungerai nei pressi del luogo in cui mi trovo, in qualunque momento, troverò la maniera di venire da te o di farti condurre da me.» Lui sorrise. «E passeremo tutto il tempo a letto, mia signora, senza parlare.» Ygraine ricambiò il suo sorriso. «Quale modo migliore di trascorrere il tempo? Ci sarà tempo a sufficienza per parlare quando saremo vecchi. La tua virilità non ha nulla di vecchio, non trovi? È ancora giovane e dritta ma soprattutto si fa capire straordinariamente bene, se si tiene conto che non ha detto nemmeno una parola nelle due notti che abbiamo passato insieme. È un tipetto in gamba e pieno di risorse e ho imparato ad apprezzarlo, quindi ti prego, re Uther Pendragon, abbine cura per me.» «Puoi contarci» replicò lui con un sorriso. Si chinò a baciarla, a lungo e con passione, poi rialzò la testa e fissò un punto lontano. «Ora devo andare. Non vorrei, ma è già tardi. Arrivederci, dolce Ygraine, al nostro prossimo incontro. Dopodomani sarai di nuovo libera.» «Libera di tornare dal mio favoloso marito. Per gli dèi, preferirei morire! Ma ci andrò, e gli dirò quello che lui vuole sentire... gli parlerò della tua depravazione e della tua deliberata crudeltà. Fingerò di non sapere che ha rifiutato di riscattarmi e che ha messo a rischio la mia vita uccidendo dei pacifici inviati, e gli chiederò vendetta a gran voce. Starò sempre all'erta, e qualunque cosa senta dire te la farò sapere in tempi brevi. Quando tornerai in Cambria?» «In ottobre, se il tempo tiene. In guerra tutto dipende dal tempo. Fin quando riuscirò a muovere le mie truppe senza che muoiano assiderate, rimarrò qui.»
«Se dovessi avere notizie per te, come farà il mio messaggero a trovarti, e dove?» «In Cambria, nella mia fortezza di Tir Manha, nel sud-ovest. Durante l'inverno non mi muovo spesso da lì, a meno che non debba far visita a uno degli altri clan della Federazione. Comunque non resto mai fuori a lungo e il tuo messaggero non avrà difficoltà ad attendermi per qualche giorno. Se invece non è previsto un mio ritorno a breve, potrei essere a Camelot, a quattro giorni di viaggio.» «E il mio messaggero potrà cercarti senza temere per la sua vita?» Lui la fissò, socchiudendo gli occhi, poi si sfilò un anello dal mignolo della mano destra. Era d'oro massiccio, foggiato a forma di drago con le ali ripiegate e la coda attorcigliata, e piccole pietre preziose incastonate come scintillanti occhi rosso sangue. Uther lo premette sulla palma della mano di Ygraine, richiudendola a pugno. «Sono i miei colori, rosso e oro. Questo anello apparteneva a mio padre, e prima ancora al padre di mio padre. Avvertirò i miei uomini che chiunque rechi quest'anello dovrà essere condotto immediatamente da me, ovunque io sia. Non perderlo.» Lei alzò le sopracciglia. «Ma io perdo sempre tutto! Non ho forse perso il mio cuore e la mia castità con te? Ora baciami e va', prima che ti riporti a letto.» Lui la baciò appassionatamente, poi si allontanò, prima che gli venisse la tentazione di farlo ancora. La spedizione che Uther, con l'odore di Ygraine sulla pelle, inaugurò quella mattina ebbe uno straordinario successo, poiché le truppe puntarono direttamente a sud-ovest giungendo fin quasi alla punta della lunga penisola di Cornovaglia senza che nessuno li individuasse. Laggiù, su entrambi i lati dello sperone, le coste erano disseminate di baie e insenature, spesso dotate di calette e di alte scogliere protettive che il popolo di Lot sfruttava a proprio vantaggio per far sbarcare le truppe di mercenari in luoghi riparati e per tirare in secco le navi. Come suo padre prima di lui, Gulrhys Lot offriva un approdo sicuro a chiunque volesse usare le profonde insenature della
Cornovaglia come nascondiglio. Non dava giudizi morali, non mostrava interesse per le attività dei visitatori e non aveva pretese nei loro confronti, tranne una. In cambio di protezione e sicurezza e del diritto di transito, i predoni dovevano pagargli un compenso pari alla metà del loro bottino sotto forma di specie, ossia monete, vasi e ornamenti d'oro, argento, rame e bronzo, e qualunque gioiello di cui venissero in possesso. Ormai quasi nessuno batteva moneta, tutto veniva barattato, e i metalli un tempo preziosi avevano perso gran parte del loro valore. A cosa serviva possedere monete d'oro e d'argento se non servivano a comprare più nulla? Così i forzieri di Lot erano sempre pieni di monete, e i pirati erano ben felici dello scambio. Ciò che pochi di